lunedì 16 settembre 2019
NON TOCCATE IL PETROLIO!
I due siti petroliferi colpiti l'altro giorno e che hanno di fatto segnato in maniera negativa la produzione e il commercio dell'oro nero è arrivata tra le prime notizie di cronaca mentre del conflitto che sta dietro a questo attacco che ha ancora aloni di mistero non se ne parla.
Perché la guerra che l'Arabia Saudita da anni sta compiendo nello Yemen(vedi:madn ancora-stragi-nello-yemen )è una delle tante al mondo di cui non si sente parlare direttamente ma solo come in questo caso quando c'è di mezzo il dio denaro e soprattutto il petrolio,con conseguenze globali sia per l'economia che per il timore di altri scontri nella zona più calda della terra.
Infatti l'Iran è sotto la lente d'ingrandimento in quanto secondo i sauditi sono stati loro ad attaccare i giacimenti petroliferi e non i ribelli houthi,e la situazione potrebbe sfuggire di mano anche per le continue e inutili ingerenze Usa che tramite le parole di Pompeo subito ripreso dal leader iraniano Rohani,alimentano il fuoco della possibile guerra(ilfattoquotidiano arabia-saudita ).
Arabia Saudita, produzione di petrolio dimezzata dopo attacchi con droni. Gli Usa accusano l’Iran che ribatte: “Pronti a guerra”.
A rischio 5,7 milioni di barili al giorno. I ribelli filo-iraniani hanno colpito con droni gli impianti di Abqaiq e Khurais. Mike Pompeo: "Attacco senza precedenti alle forniture energetiche mondiali mentre Rohani e Zarif fingono di impegnarsi nella diplomazia". E i Pasdaran avvertono: "Le basi americane e le loro portaerei fino a 2000 km intorno all’Iran sono nel raggio dei nostri missili". Gli analisti: "I prezzi del greggio balzeranno, potrebbero arrivare a 100 dollari"
In un colpo solo si azzera il 5% delle forniture mondiali di greggio e sale alle stelle la tensione tra Usa e Iran, con il capo delle forze aeree dei pasdaran iraniani che fa sapere: “Siamo pronti alla guerra”. Tutto è iniziato sabato 14 settembre quando alcuni droni hanno attaccato gli stabilimenti petroliferi di Abqaiq e Khurais, di proprietà della compagnia Saudi Aramco, fra i più grandi del mondo, costringendo l’Arabia Saudita a fermare oltre metà della sua produzione totale di petrolio. Riad ha annunciato che compenserà il taglio della produzione, pari a 5,7 milioni di barili al giorno, attingendo alle riserve strategiche, che in giugno ammontavano a 188 milioni di barili. Operatori ed analisti temono però che il prezzo del petrolio potrebbe salire a 100 dollari se le forniture non saranno ripristinate rapidamente.
Sul piano geopolitico, il segretario di Stato Mike Pompeo non ha perso occasione per accusare Teheran di un “attacco senza precedenti alle forniture energetiche mondiali mentre Rohani e Zarif fingono di impegnarsi nella diplomazia” visto che in occasione della prossima assemblea generale dell’Onu era in calendario un incontro tra il presidente Trump e l’omologo iraniano Hassan Rohani. Le accuse sono state respinte dal ministro degli Esteri iraniano attraverso il portavoce Abbas Mussavi: “Queste accuse ed affermazioni inutili e cieche sono incomprensibili e prive di senso”. Poco dopo sempre via twitter il ministro in persona, Mohammad Javad Zarif, ha rincarato: “Non essendo riusciti con la ‘pressione massima’, il segretario Pompeo passa al ‘massimo inganno’. Gli Usa e i loro clienti sono bloccati in Yemen a causa dell’illusione che la superiorità delle armi porterà alla vittoria militare. Dare la colpa all’Iran non metterà fine al disastro. Può farlo accettare le nostre proposte del 15 aprile per metter fine alle guerra e iniziare i colloqui”. E il generale Amir Ali Hajizadeh, comandante dei Guardiani della rivoluzione, parlando alla televisione iraniana ha avvertito: “Ci siamo sempre preparati per essere pronti a una guerra vera e propria. Tutti dovrebbero sapere che le basi americane e le loro portaerei fino ad una distanza di 2000 km intorno all’Iran sono nel raggio dei nostri missili”.
Intanto il portavoce dei ribelli Houthi, in un messaggio trasmesso dal canale satellitare Houthi Al-Masirah, ha minacciato altri attacchi simili in futuro se le forze saudite continueranno il loro intervento militare in Yemen, dove Riad è impegnata nei bombardamenti contro le milizie filo-iraniane e a sostegno del governo internazionalmente riconosciuto del presidente Abd Rabbo Mansur Hadi.
I siti colpiti sono strategici: il giacimento Khurais è fra i più grandi nel Paese, con una capacità produttiva di 1,45 milioni di barili al giorno, mentre Abqaiq è l’impianto di stabilizzazione del greggio più grande del mondo, dove vengono rimosse le impurità solforose dal petrolio appena estratto e viene eseguita la trasformazione in greggio dolce prima del trasferimento nelle raffinerie dove sarà trattato ulteriormente. Secondo Il Sole 24 Ore lì vengono pretrattati i due terzi del greggio saudita da destinare all’esportazione. L’attacco peraltro è arrivato proprio mentre Saudi Aramco stava concludendo le pratiche per la quotazione in Borsa.
Gli addetti ai lavori hanno già cominciato a valutare le possibili ripercussioni sui prezzi del greggio:”Abqaiq è il cuore del sistema e ha appena avuto un infarto”, spiega al Wall Street Journal Roger Diwan, consulente petrolifero per Ihs Markit, sottolineando che è ancora impossibile prevedere le conseguenze esatte del raid. Gli fa eco dalle pagine del Guardian Robert McNally, del Gruppo per l’energia Rapidan: “E’ forse uno sei siti più importanti del mondo per l’approvvigionamento di petrolio. I prezzi del greggio balzeranno dopo l’attacco. Se il blocco della produzione è esteso, sarà probabile che si ricorrerà al rilascio di riserve petrolifere strategiche da parte dei paesi dell’Agenzia internazionale per l’energia In ogni caso, il rischio di una escalation di rappresaglie, che porterà a un ulteriore aumento dei prezzi del petrolio, è aumentato in modo significativo”. Per ora la International Energy Agency si limita a far sapere che “segue con attenzione l’evolversi della situazione” ed è “in contatto con le autorità saudite, così come con i principali produttori e consumatori. Per il momento, i mercati sono ben riforniti”. Da Washington, il dipartimento dell’energia ha reso noto che gli Stati Uniti sono “pronti a impiegare risorse delle riserve petrolifere strategiche (all’incirca 630 milioni di barili, ndr) se necessario, per compensare qualsiasi interruzione dei mercati petroliferi”.
sabato 14 settembre 2019
SI CONTINUA A MORIRE LAVORANDO
Avrà una bella gatta da pelare l'esecutivo,non che sia una prerogativa solo di questo governo diminuire drasticamente se non azzerare il numero delle vittime e degli infortuni sul posto di lavoro,e le cifre del primo semestre fanno presagire ad un aumento rispetto agli ultimi anni solo riguardo il numero delle vittime.
Il redazionale di Contropiano(la-guerra-sul-lavoro-ha-raggiunto-le-603-vittime )parla dell'impressionante incremento rispetto agli ultimi anni del 2018 e purtroppo questo corrente per l'appunto potrebbe battere il tragico record.
Ma non tutti gli infortuni sono denunciati,e in molti casi la tragedia ed il fato non sono gli unici fattori causa degli incidenti:l'inadeguatezza e la scarsità di formazione,la scarsa o addirittura assenza di dispositivi per la protezione dai rischi e orari e condizioni generali incompatibili con un lavoro dignitoso sono cause principali di tale strage.
Non solo,le visite dell'ispettorato del lavoro sono poche(si calcola che siano una ogni undici anni e mezzo)e quasi sempre sono concordate a tavolino con l'azienda,quindi se qualcosa non va,se ci sono macchinari che hanno difetti o che sono utilizzati senza protezioni vengono aggiustati oppure vengono semplicemente inutilizzati durante queste visite che dovrebbero essere a sorpresa.
La guerra sul lavoro ha raggiunto le 604 vittime.
di Redazione Contropiano
Un triste aggiornamento: questa mattina un operaio 38enne è morto schiacciato da una pressa. È successo oggi, venerdì 13 settembre, a Rogoredo di Casatenovo, in una azienda agricola di via Madonnina, poco prima delle 7
Dall’inizio dell’anno sono ormai saliti a 603 i lavoratori morti mentre stavano lavorando. Gli ultimi quattro sono caduti ieri in un’azienda agricola di Arena Po, nel Pavese. Si tratta di indiani sikh tra i 28 e i 49 anni, tra cui i due fratelli titolari dell’azienda dove è avvenuta la tragedia. Lo hanno confermato i carabinieri, al termine delle operazioni di recupero dei cadaveri da parte dei vigili del fuoco in una vasca di decantazione dei liquami. Il fatto è avvenuto intorno alle 12.30 in una vasca per la raccolta dei liquami in un’azienda agricola in via San Rocco 7 ad Arena Po.
Nel primo semestre del 2019 sono stati denunciati 482 infortuni mortali sul lavoro, il peggior dato dal 2016 (da quando sono iniziati i bollettini trimestrali Inail consultabili). Nel 2016 infatti le denunce di morti sul lavoro erano state 461, salite poi a 473 nel 2017 e leggermente calate a 469 nel 2018. Ma questi dati escludono i lavoratori morti in itinere cioè mentre stavano andando o tornando dal lavoro. Sulla base di questi parametri i morti sul lavoro nel 2019 erano 599 fino a giovedì alle 12.00. Con i quattro lavoratori morti ad Arena Po sono saliti a 603.
Guardando ai dati annuali, il 2018 è stato l’anno peggiore degli ultimi tre. Se, infatti, se il 2016 si era chiuso con 1.018 vittime e il 2017 con 1.029, nel 2018 si è arrivati a 1.133 morti sul lavoro (+10%).
Il 2019 rischia, alla luce dei numeri del primo semestre, rischia di diventare l’anno peggiore della guerra sul lavoro per i morti avvenuti.
venerdì 13 settembre 2019
QUANDO IL PROCESSO DI PACE E' LA SCONFITTA
Che il percorso di pace,il cessate il conflitto,la consegna delle armi nella vicenda basca sia stata in forma unilaterale è un fatto ormai lampante e abbastanza immaginabile,tant'è che questa scelta,che è una prassi comune in tutto il mondo,abbai creato un vuoto nella lotta indipendentista e socialista non solo al confine tra Spagna e Francia ma ovunque sia stato piantato il seme della rivoluzione socialista ed indipendentista negli ultimi decenni.
Dopo il contributo passato sulla situazione in Euskal Herria(madn lottare-e-legittimoamnistia-totale ),
Infoaut prosegue con la seconda parte non più incentrata principalmente sulla sorte de prigionieri politici baschi e si dà una visione più politica e legata al disarmo,al processo di pace ed alla strategia di negoziazione(il-processo-di-pace-e-una-formula ).
Nell'intervista all'ex militante di Eta Jon Iurrebaso Atutxa che parla a titolo personale secondo il suo percorso ideologico e di lotta oltre che della sua esperienza di prigioniero politico,si forniscono spunti e riflessioni su quello che è accaduto nei Paesi Baschi dopo la fine di Eta,partendo proprio dal fatto che il processo di pace è stato l'accettazione della sconfitta della lotta rivoluzionaria basca,cercata e voluta dalla borghesia e dal capitalismo.
La tanto anelata disobbedienza civile che avrebbe dovuto esserci dopo questo cessate le ostilità sempre e solo unilaterale(madn finita-letae-la-repressione? )non si è vista,complice ancora il ricatto e le temute condanne che lo Stato spagnolo e francese hanno sempre in serbo per chi faccia politica sociale in Euskal Herria.
Lunga intervista da leggere per capire meglio la situazione attuale di questa stupenda terra con un'analisi autocritica su quello che si sarebbe dovuto fare,su ciò che si è fatto e che si poteva fare meglio,nonché sulle possibilità di andare avanti ma tra le righe s'intuisce(mio pensiero personale)che senza una lotta armata,senza libertà o morte,senza rivoluzione o morte,ben poco si può ottenere sia nei territori baschi come in Colombia(le cose stanno cambiando)o Irlanda ed in tutti i paesi dove la lotta rivoluzionaria è più sentita...noi in Italia lasciamo perdere per ora.
L'intervento si conclude parlando delle gravi situazioni in cui versano i prigionieri politici(che Atutxa definisce a ragione crudeli)e un accenno sulla situazione in Catalunya.
Il “Processo di Pace” è una formula del capitale. Intervista a Jon Iurrebaso Atutxa.
Pubblichiamo la seconda di due interviste che abbiamo avuto l'occasione di condurre grazie a dei compagni italiani che vivono e militano in Euskal Herria sull'attualità nei Paesi Baschi e della lotta per l'indipendenza e il socialismo. In questa intervista abbiamo posto alcune domande a Jon Iurrebaso Atutxa, ex prigioniero politico basco ed ex militante di E.T.A. sul cosidetto Processo di Pace e sulle sue conseguenze. Per leggere la prima intervista a Sendoa Jurado sul Movimento Per l’Amnistia e Contro la Repressione clicca qui.
1.- Ci spieghi brevemente il tuo percorso di militanza nella sinistra basca?
Il Movimento di Liberazione Nazionale Basco, voglio dire che il mio è lo stesso percorso militante che hanno realizzato molti miei compagni nel Movimento di Liberazione Nazionale Basco. Per quanto mi riguarda, sia dal punto di vista dell’impegno che da quello del numero di anni di militanza, ho militato nell’E.T.A., nell’Organizzazione di Liberazione Nazionale Socialista Rivoluzionaria Basca (Nazio Askapenerako Euskal Erakunde Sozialista Iraultzailea), in Euskadi Ta Askatasuna. Ed è per questo che sono stato arrestato, giudicato e incarcerato tre volte, sia nello stato spagnolo che in quello francese. Per due volte sono stato latitante e sono stato membro anche di altre organizzazioni dell’E.N.A.M., esattamente come molti altri militanti rivoluzionari baschi, come accennato in precedenza.
2.- Come è nato il cosiddetto processo di pace e come è stato percepito dal movimento basco?
È una domanda ampia e complessa per potervici rispondere in quattro righe. Ciò nonostante, proverò a chiarire alcuni punti, sempre secondo il mio punto di vista ed in relazione alla mia esperienza militante, perchè non intendo parlare di questo se non in mio nome. Ne parlerò a livello personale, come militante rivoluzionario, in nome di nessuna organizzazione.
Per prima cosa mi occuperò del “Processo di Pace” (P.d.P.). Per analizzare un po’ questo termine è sufficiente chiarire quello che nasconde al suo interno, in Euskal Herria come in Irlanda, nel Nord Africa, in Salvador, in Guatemala e in qualsiasi angolo del mondo… In questi paesi non è stata utilizzata sistematicamente la stessa formula magica, l’imperialismo ha utilizzato qualche altro travestimento, ma tutti questi processi, secondo me, hanno il medesimo marchio di fabbrica, anche se si sono sviluppati in un tempo, ad una distanza ed in un contesto politico diversi. Insomma, cosa racchiude il Processo di Pace? In poche parole, l’accettazione della sconfitta da parte delle forze rivoluzionarie. Se in un processo di pace una forza rivoluzionaria lascia nelle mani del nemico i mezzi di produzione economici ed integro il sistema oppressivo, se tutto continua a dipendere dal capitale, se si accetta la “Pace”, parola vuota, nuda, lontana dalla lotta di classe, come un fatto astratto…è finita. In primo luogo sono stati vinti ideologicamente, perché hanno consegnato le armi teoriche prima di quelle materiali. Si sono infilati in una sconfitta strategica, a volte senza rendendersene conto. È duro dire questo, ma è la verità. I rivoluzionari di tutto il mondo devono saperlo, soprattutto adesso, perché in Colombia, ancora una volta, si è dimostrato in cosa consistano realmente i “Processi di Pace” promossi dall’imperialismo.
Voglio dire che non è vero che in un determinato momento storico un processo rivoluzionario e liberatore debba in ogni caso (sì o sì) cedere davanti al capitale, prendendo come pretesto la forza rivoluzionaria e le supposte condizioni generali, non capisco in quale situazione catastrofica stiano vivendo. Questa resa può mascherarsi in molti modi:“Visto e considerato che Il tempo delle armi è trascorso, con dei semplici strumenti politici possiamo ottenere quello che con le armi non abbiamo potuto…”, “La lotta armata non è etica”, “Possiamo intraprendere il percorso attraverso le istituzioni”, “Dobbiamo costruire alleanze per nascondere alcune crepe”, “Senza un accordo con la borghesia non ci sarà un avanzamento”. La filosofia del “possibile”, quella che arriva con gli obbiettivi del capitalismo o con quelli dei paesi oppressori. Il possibilismo, quindi. O accantonando l’etica e l’estetica rivoluzionarie, mentre si diffondono a poco a poco i valori ed i concetti filosofici della borghesia…e un lungo eccetera.
In ogni caso, il monopolio della violenza rimane nelle mani del capitale, mentre le nazioni oppresse devono distruggere o consegnare i propri strumenti di difesa al capitale. Che la struttura e la forma di stato (precisamente la forma di stato del capitale) non cambino è cosa dimostrata nelle nazioni citate precedentemente ed in tutti i processi di pace. D’altra parte, è dimostrato che la borghesia, l’oligarchia, i monopoli del capitale internazionale o qualunque sia l’entità/la situazione escono rinforzati dal processo di pace. In poche parole, il “Processo di Pace” è una formula del capitale, una vittoria della maggioranza, per evitare la rivoluzione dei lavoratori del paese. Questi presunti “Processi di pace” putrefatti sono stati strumenti di guerra dell’imperialismo. Senza eccezioni.
Se il capitale non ottiene il suo obiettivo attraverso il “Processo di Pace”, può sempre fare quello che fece con le tigri del Tamil e con la maggior parte della sua popolazione o quello che sta facendo con la Palestina. Per la classe lavoratrice e per il paese oppresso il capitalismo è barbarie. Per il capitale e per la borghesia, invece, la brutalità consiste nell’appropriazione del proprio futuro da parte della classe lavoratrice e degli oppressi. Non è affatto complicato. Non concederanno facilmente i loro privilegi. Si difenderanno con tutte le armi che posseggono. Personalmente credo che dovremmo fare la stessa cosa. E dovremmo avere chiaro che la legge in vigore è la legge del capitale e degli occupanti, che è la legge degli imperialisti. Siamo proprio noi quelli totalmente legittimati a lottare e a difendersi.
Detto questo, perchè siamo arrivati a differenti processi di pace in Euskal Herria? Ci sono diversi processi di questo tipo: quello realizzato in Algeria (chiamato “I colloqui di Algeri”, del 1989), quello che chiamano “Lizarra Garazi” (dal 1998 al 1999) e l’ultimo, quello avvenuto dal 2005 al 2007. Il Processo di Pace giunge dalla Strategia di Negoziazione (S.d.N.). Negli ultimi 60 anni, precisamente da quando naque E.T.A., all’interno del processo di liberazione basco ci sono stati dibattiti e divisioni sia in merito alla posizione politica, sia ideologica che tattica, che in merito alla strategia, come d’altronde è successo anche in altri paesi. Sarebbe un po’ lungo parlare di tutto questo adesso. Tuttavia, almeno, darò la mia opinione in merito alla Strategia di Negoziazione. La S.d.N. e il P.d.P. sono fratello e sorella ed entrambi sono figli del capitale, per così dire, ma non solo del capitale. Perché? Perché la socialdemocrazia, il riformismo, l’opportunismo e diversi settori della borghesia promuovono, aiutano ed applaudono. Migliaia di persone della sinistra nazionalista basca (Ezker Abertzalea) hanno pensato sinceramente che avremmo lottato (inclusa la lotta armata) contro la Francia, contro la Spagna e contro il capitale fino ad ottenere l’indipendenza ed il socialismo. La verità è stata più crudele, e lo è tuttora. C’è stato un tentativo di indebolire e liquidare tutte le lotte rivoluzionarie, e quasi quasi hanno raggiunto il loro obbiettivo, distruggendo il Movimento di Liberazione Nazionale Basco (E.N.A.M.-Euskal Nazio Askapenerako Mugimendua). Ma molti hanno detto “NO” a questo tradimento e a questa resa vergognosa. E continuiamo a lottare per gli obbiettivi di sempre: l’indipendenza, il socialismo, il recupero/la riappropriazione della lingua basca (l’euskara) e la riunificazione nazionale.
La Strategia di Negoziazione non ha mai potuto essere uno strumento tattico in grado di ottenere risultati sufficienti, perché il capitale ed i suoi alleati avevano/hanno completamente sotto controllo lo stesso Processo di Pace. E tanto meno quando la S.d.N. e il P.d.P. si sono trasformati in un obbiettivo. Quindi ebbe fine la posizione rivoluzionaria di E.N.A.M.. Lo stesso E.N.A.M., nella sua totalità, doveva sapere che il capitale ed i suoi alleati avevano inventato la Strategia di Negoziazione, e che il P.d.P. non era altro che un uno slogan velenoso. Alcuni dell’ E.N.A.M. sì lo sapevano, e abbastanza bene tra l’altro. La direzione riformista, opportunista, possibilista e liquidazionista sapeva tutto questo esattamente. Noi, settori rivoluzionarie di E.N.A.M., non avevamo le sufficienti capacità teoriche e strategiche per renderci conto di tutto questo, questo fu il nostro terribile errore. Abbiamo fatto autocritica, approfonditamente, per questo continuiamo a lottare, per correggere con tutta la libertà di azione gli errori fatti nelle tappe precedenti. Abbiamo appreso sbagliando, e adesso sappiamo che dobbiamo studiare approfonditamente la teoria rivoluzionaria, dobbiamo portare avanti la lotta teorico-ideologica senza pietà. Dobbiamo combattere sempre l’egemonia della piccola borghesia, con le unghie e con i denti, per garantire la guida da parte della classe lavoratrice basca durante il processo rivoluzionario di liberazione, precisamente il proletariato basco.
Quindi, come l’ha presa l’E.N.A.M.? Dico che la S.d.N. era in marcia dal 1988, quindi quelli che l’hanno portata avanti sapevano che non avrebbe portato vantaggi al Paese Basco, ma i riformisti dell’Ezker Abertzalea, i socialdemocratici e la piccola borghesia avevano già fatto la loro scelta. Parlando chiaramente e schiettamente, una qualsiasi struttura rivoluzionaria deve sapere che il principale obiettivo del Processo di Pace è la consegna delle armi, perché proprio questo è lo strumento più importante che il capitale, gli stati ed il sistema da esso organizzati non possono accettare. E non stiamo parlando di lotta armata come di un totem, ma come di uno strumento, di una forma di lotta, che deve quindi essere intesa come una strategia rivoluzionaria globale ed integrale al servizio del socialismo e dell’indipendenza.
Come accennato, alcuni avevano scelto da tempo di abbandonare la lotta armata ed i movimenti popolari (e altro) per entrare nel sistema francese e spagnolo. Tutto questo gli altri neanche se lo immaginavano. Credevano sinceramente, innocentemente diremmo ora, che la Strategia di Negoziazione ci avrebbe portati alla vittoria. Dopo aver visto alcune delle cose fatte in questi ultimi anni (o non fatte, a seconda dei casi), tutto questo ci ha fatto pensare che l’E.N.A.M. è finito come doveva finire. Perché? A causa di una terribile mancanza di formazione, perché la lotta politico-militare non aveva stabilito/apportato sufficienti dibattiti, perché i sistemi francese e spagnolo hanno attaccato il Paese Basco culturalmente, economicamente e con la repressione, mentre la borghesia e la piccola borghesia facevano/fanno il loro lavoro. E anche perché, a suo tempo, non abbiamo preparato e armato adeguatamente la resistenza con la teoria rivoluzionaria, come tra l’altro è successo in molti altri paesi. Ovvero, se i nostri obiettivi sono l'indipendenza e il socialismo, perché non creare una struttura comunista rivoluzionaria, a maggior ragione quando crearla non entrava in conflitto con la lotta armata politico-militare?
È ovvio che la lotta che dobbiamo portare avanti deve essere una lotta integrale, che passa obbligatoriamente, inevitabilmente e necessariamente attraverso la costruzione dello Stato Socialista Basco. E ancora una volta si è appurato chiaramente che gli interessi della borghesia basca e quelli della classe lavoratrice basca sono antagonisti, anche se dicono che sono tutti baschi.
3.- Quali erano gli obbiettivi del cambio di strategia e quali, secondo te, le contraddizioni sottovalutate che ne hanno portato al fallimento?
Per quanto riguarda la prima parte della domanda, le ragioni del cambiamento di strategia sono ben note secondo i portavoce dei socialdemocratici (Sortu/EHBildu). Da una parte, dopo gli attentati jihadisti, non si poteva continuare con la lotta armata. D'altra parte il problema era la stessa lotta armata, perché impediva che si estendesse, diffondesse e propagasse il messaggio dell’E.N.A.M. Il popolo basco era maturo... E poiché il nostro nemico si rifiutava di negoziare con l'E.T.A. (le conseguenze del conflitto e non la causa), la Sinistra Nazionalista Riformista Ufficiale avanzò alcuni passi unilateralmente: la consegna delle armi, la consegna della teoria rivoluzionaria, l’accettazione della legge e della legislazione del nemico, e un lungo eccetera. Nel frattempo dicevano che avrebbero intrapreso il cammino della disobbedienza, ma ciò che è successo è evidente. Non si è sviluppata nessuna resistenza civile, da nessuna parte. La Sinistra Nazionalista Riformista Ufficiale ha eliminato tutte le organizzazioni dell’E.N.A.M. (inclusa E.T.A.) e si è integrata nel sistema del nostro nemico. La Sinistra Nazionalista Riformista Ufficiale (Sortu / EHBildu) ha ora accettato una riforma franchista, che a suo tempo aveva negato e respinto, ampliata e sviluppata nel 1978, alla morte di Franco. Fino a che punto? Fino al punto di presentarsi come candidati alle elezioni del capo di governo del Regno di Spagna.
L’Ezker Abertzalea ha sempre affermato che nel ’78 la dittatura, attraverso una riforma simbolica, si trasformò in un sistema parlamentare monarchico borghese (perché è sempre una dittatura della borghesia, ovviamente) e che si ignoravano i diritti nazionali e sociali del Paese Basco. All’oggi EHBildu considera il P.S.O.E.-G.A.L. (Partido Socialista Obrero Español-Grupos Antiterroristas de Liberación) come una forza di sinistra. Le cose sono così, così crude. Se questo fosse poco, ci troviamo di fronte ad una terribile crisi economica e politica. Alcuni la equiparano a quella del ventinove del secolo scorso, quella del 1929, e a gran voce affermano che quest’ultima grande crisi portò alla seconda guerra mondiale, perché il capitale voleva rimettere le cose al loro posto. In questo senso è logico pensare che, in un modo o nell’altro, questa crisi debba passare in Euskal Herria. Ormai non ha più senso fare il figlio smarrito del P.N.V.: “Abbiamo sbagliato, scusate…”. Tutti noi dovremo scegliere. Con chi stiamo? Con la classe lavoratrice?, “Con tutti”?, “Con Euskal Herria”? Quello che diciamo è semplice: non c’è liberazione, se non c’è liberazione integrale. Non ci rimane altro da fare che costruire uno Stato Socialista Basco. E per ottenere l’indipendenza ed il socialismo è indispensabile la rivoluzione. L’unica via. Non c’è altra via.
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, se ho capito bene, mi chiedete perché siamo arrivati a questa situazione. In altre parole: l’E.N.A.M. non avrebbe potuto superare le contraddizioni che aveva in sé, per non giungere a questa situazione?
Precedentemente ho dato alcune chiavi di lettura. Sempre secondo la mia opinione. Prima degli anni 80 nell’ E.N.A.M. ci fu la possibilità non solamente di lavorare a favore dell’Indipendenza, ma anche di approfondire il tema del socialismo in ogni ambito del movimento. Questa avrebbe dovuto essere soprattutto una responsabilità di E.T.A.. Perché? Perché era chiaro che, all’interno di E.N.A.M., E.T.A. era la guida politica del processo. Non fu così, il riformismo e la piccola borghesia iniziarono ad acquistare peso politico e ci condussero nel posto dove siamo al giorno d’oggi o dove siamo giunti. È vero che, e bisogna dirlo senza complessi, la sensibilità comunista (le differenti correnti di sinistra, ma in ogni caso rivoluzionarie) non sapeva o non volle creare una struttura comunista. Secondo me ci sono alcune ragioni principali. Una è che viviamo in un centro capitalista del mondo. Abbiamo vissuto periodi di guerra, ma molti baschi hanno accumulato ricchezze di generazione in generazione, e la filosofia che tutto ciò comporta è molto borghese… D’altra parte, di fronte alle contraddizioni emergeva un un sentimento diffuso: “Dobbiamo mandare avanti tutta la baracca”. È un modo di dire. Ossia una massima e un’ideologia dell’interclassismo. “Dobbiamo conquistare la libertà di di tutti”. Tutti insieme, nell’unione nazionale…
Certo, quale liberazione? Nazionale? Sociale? Nel XXI secolo la borghesia di una nazione non ha altra scelta (e nemmeno la vuole) che combattere con alcuni dei suoi nemici di classe. Quindi stringere alleanze con la borghesia è una grande trappola. La classe lavoratrice di una nazione oppressa deve mantenere alti i simboli del socialismo e dell’indipendenza, in piedi e a testa alta. Dovrebbe anche essere detto chiaramente che questi oppressi non prenderanno mai parte a piccole o a grandi guerre imperialiste, al contrario, vi prenderanno parte con la classe lavoratrice mondiale. Non è vero che dobbiamo dare priorità al “nostro mondo”. Cos’è dunque “il mondo degli altri”? In questo nostro pianeta non ci sarà pace finché ci sarà oppressione. Dobbiamo porre fine ad ogni oppressione. Non c'è futuro senza il controllo da parte degli oppressi in tutti gli ambiti e contesti. Se non siamo in grado di prendere, mantenere e sviluppare il potere degli oppressi, siamo perduti. O voi o noi. Non c'è una via di mezzo.
4.- Quanto le soggettività che hanno guidato il processo ne hanno determinato la linea e quanto invece il disarmo rispondeva a una richiesta diffusa nella società basca?
Qui, in questa lotta, ci sono stati e ci sono approcci di classe o di sotto-classe, sia da parte di Francia e Spagna che da parte di Euskal Herria. Lo sviluppo della lotta di classe in Euskal Herria, dopo tutto. Così stanno le cose. L’alta borghesia e soprattutto la filosofia della piccola borghesia sono state presenti permanentemente da quando nacque E.T.A.. Nell’organizzazione (in E.T.A.), soprattutto nei suoi primi 15-20 anni, ci sono stati moltissimi dibattiti in merito alla situazione che soffre il Paese Basco. Euskal Herria è una nazione? Se lo è, quale Euskal Herria vogliamo? Vogliamo una democrazia come quella che ci sta opprimendo? Alla fine sono stati definiti i soggetti e gli obbiettivi. Per lunghi anni l’obbiettivo è stato quello di fare la rivoluzione socialista in Euskal Herria. Il soggetto la classe lavoratrice basca e in generale il lavoratore basco. E per gli anni a venire…quello che abbiamo appena detto. Il Capitale imperante. La borghesia vincitrice. Al momento.
La società basca chiedeva ad E.T.A. di lasciare le armi? Secondo me non è affatto etico porre la questione in questo modo. Abbiamo raccontato la storia in questo modo? E.T.A. ha consegnato il suo armamento e la sua teoria rivoluzionaria perché lo voleva, o meglio perché i militanti dell’epoca decisero di farlo, a causa delle minacce (perché avevano optato per alcuni cambiamenti strategici) o per loro stessa volontà.
In ogni caso, la società basca voleva molte cose, oltre al fatto che non ci fossero alcuni tiri. Non voleva la disoccupazione, voleva una sanità pubblica di qualità, uno stipendio dignitoso, che l’euskara fosse la lingua ufficiale in tutto il Paese Basco, che tutti potessimo avere una condizione abitativa dignitosa…continuo? Posso continuare per molte altre righe. Se conti sullo stato, sul partito politico e sulla chiesa per diffondere massicciamente e mediaticamente un desiderio, (ad esempio questo desiderio della società basca), questo si trasformerà in un mandato imprescindibile in un tempo determinato. Da utilizzare, inoltre, quando vuoi e con l’intensità che desideri.
Chi dice che la società basca rivendicava il disarmo di E.T.A. e la scomparsa delle dinamiche del percorso verso l’indipendenza ed il socialismo? Se la società basca non rivendicava questo, perché coloro che fecero un vero colpo di stato per il cambiamento strategico hanno proclamato la disobbedienza e da allora non hanno fatto nemmeno un passo? È ovvio. Perché gli stati francese e spagnolo erano e sono d’accordo nel non superare i confini invalicabili in Euskal Herria. Oggi quell’E.N.A.M. che era in prima linea contro il capitale europeo e contro l’imperialismo non c’è più. Quello che abbiamo oggi è semplice: sono i sistemi democratici che ci occupano e che considerano di sinistra il partito P.S.O.E.-G.A.L. (Partido Socialista Obrero Español - Grupos Antiterroristas de Liberación). È schizofrenico affermare che saremo liberati da questi stessi sistemi, rispettando la loro legislazione e facendo docilmente e bonariamente parte delle loro strutture che mantengono l’oppressione nazionale e sociale che subiamo. Qui la lotta di classe ha avuto luogo e questa lotta è appena iniziata.
5.- Da lontano si ha l'impressione che il processo di pace coincida con quasi un divorzio tra i due pilastri storici del movimento basco: il socialismo e l'indipendenza. Secondo te è vero? E se si perché?
Francia e Spagna portano avanti ogni tipo di occupazione nei confronti di Euskal Herria, devono essere individuati altri parametri, vale a dire che il nocciolo della questione risiede nell’occupazione e nell’oppressione che portano avanti Spagna e Francia contro la classe lavoratrice basca, e in nient’altro. Da una parte ci sono i socialdemocratici, i burocrati, la piccola e l’alta borghesia baschi, dall’altra i suoi corrispettivi in Francia e in Spagna, ma non sono nemici tra loro, perlomeno non per portare avanti una guerra di classe. A parte questo, sono pochi quelli che in Francia e Spagna sono pronti a guardare con rispetto la rivoluzione basca. Pertanto per far avanzare la rivoluzione basca ci sono la classe lavoratrice basca, il proletariato basco e i settori cittadini. Tutti questi soggetti costituiscono il popolo lavoratore basco. Questo è il panorama.
Continuando sulla stessa linea, EHBildu si è integrato nel sistema che ci opprime e ci occupa. Ha accettato la loro democrazia e le loro costituzioni e non è pronto a superare i limiti posti da questi due stati. Ma allo stesso tempo dicono che una volta raggiunta l’indipendenza di Euskal Herria si libereranno di tutte le altre oppressioni. Una domanda semplice: ma come è possibile farlo dall’interno del sistema dei nostri nemici? La borghesia basca è abile nel muoversi in queste acque putrefatte, e questi socialdemocratici arrivano tardi con questo discorso, perché qui tutti ci conosciamo molto bene. Quello che è successo qui è quello che successe 40 anni fa in Spagna: anche in Euskal Herria si è installata e stabilizzata la riforma con il permesso della Sinistra Nazionalista Ufficiale Riformista (Ezker Abertzale Ofizial Erreformista) e con la sua partecipazione pubblica e attiva. Noi, invece, lo diciamo chiaro: andiamo a fare la rivoluzione e questo passa sia dall’indipendenza nazionale che da quella sociale, e passeremo aldilà di ogni limite invalicabile, sì o sì. Lotteremo senza tregua fino ad ottenere la vittoria completa del popolo lavoratore basco. Non c’è via di mezzo. Come dicevamo sempre nell’E.T.A.: “Libertà o morte! Rivoluzione o morte!”.
6.- Cosa ne pensi del processo in corso in Catalunya e delle sue caratteristiche interclassiste?
Quando il dittatore Francisco Franco decise di ristabilire la monarchia, accettarono la costituzione del 1978. Di conseguenza la Catalogna si inserì completamente nel sistema neofranchista: da una parte la borghesia catalana fece un patto con l’oligarchia spagnola, per poter godere di una più ampia autonomia, e dall’altra parte i partiti riformisti della classe lavoratrice catalana , il P.S.C. socialista e il P.S.C.U. eurocomunista, si tuffarono a capofitto nella “democrazia”. Quelli che rimasero fuori da questo consenso furono ridimensionati. Per molti anni l’indipendentismo fu minoritario.
Questo accordo istituzionale fu rotto nel 2011 dal Partito Popolare, il Partido Popular di José María Asnar e di Mariano Rajoy. Di conseguenza la maggior parte della borghesia catalana ha deciso di giocare la carta della sovranità, vedendo che una larga maggioranza di lavoratori catalani si stava unendo alla lotta per l’indipendenza. La borghesia catalana pensava di poter controllare e indirizzare il movimento indipendentista a seconda dei suoi interessi. Per ottenere un’autonomia più ampia all’interno dello stato Spagnolo, uno status confederale. Ma la Spagna non può accettarlo in nessun modo, poiché le cose si sono intesite in quella partita di Mus, dove alla fine la borghesia catalana ha scommesso tutto in una mossa azzardata: nel referendum per l’autodeterminazione del 1 ottobre del 2017.
Adesso sappiamo che quel giorno la borghesia catalana si è intimorita, da un lato vedendo la determinazione del popolo lavoratore catalano, la passione, il coraggio nella lotta e la sua forza, e dall’altra davanti alla violenta repressione terrorista del Regno di Spagna. Tutto lo stato, guidato dal re Filippo VI, era pronto ad andare fino in fondo senza contare i morti. E con questo erano d’accordo tutti i partiti nazionalisti spagnoli, inclusi il P.S.O.E. e Podemos.
Quindi la borghesia catalana ha fatto retromarcia, ed è rimasta senza una strategia indipendentista. Poiché, alla fine, la supposta sinistra indipendentista, ovvero la C.U.P., non è stata altro che un satellite della borghesia catalana.
Di conseguenza, al momento, il processo di liberazione nazionale e sociale della Catalogna è bloccato, ma io non ho dubbi sul fatto che presto o tardi il popolo lavoratore catalano troverà la sua strada, quella dell’indipendenza e del socialismo, rivendicando e costruendo la Repubblica Socialista Catalana. Questo si svilupperà cambiando dall’interno la stessa C.U.P. ed il resto della sinistra indipendentista o creando una nuova forza rivoluzionaria? La pratica risponderà a questa domanda.
Noi, tutto sommato, abbiamo espresso una totale solidarietà al popolo lavoratore catalano, e guardiamo con ammirazione il grande ed ampio movimento di massa che hanno creato. Gli diciamo una sola cosa: considerando che è finito il tempo del lideraggio borghese per ottenere l’indipendenza, la borghesia catalana non lotterà per l’indipendenza e ancora meno per il socialismo, perché va contro gli interessi della sua classe. Solo la classe lavoratrice può portare la nazione catalana all’indipendenza, realizzando la rivoluzione socialista.
7.- Ci spieghi quali sono attualmente le condizioni dei prigionieri politici baschi?
La situazione dei prigionieri politici baschi è molto crudele. Quell’avanguardia politica che ha lavorato negli ultimi 60 anni ha lasciato proprio lì i suoi militanti, in carcere (sostenendo che il governo spagnolo non voleva negoziare con loro), e la repressione che subiscono insieme ad altri prigionieri politici baschi è come quella del passato o ancora più violenta. La E.A.O.E. Ezker Abertzale Ofiziala Erreformista (ricordiamo che sono integrati in EHBildu) ha ordinato loro di accettare la legge politico penitenziaria del nemico, ed un certo numero di prigionieri politici sta lavorando in questo. Sappiamo che alcuni non hanno imboccato questa strada e sappiamo che sono capaci di mantenere saldi la dignità politica e personale, la solidarietà umana e politica ed i loro obbiettivi politici. Sappiamo anche che 6 prigionieri politici baschi non sono già più nell’E.P.P.K. (Euskal Preso Politikoen Kolektiboa), perché non sono d’accordo con la linea politica scelta dall’E.P.P.K., quello che è l’E.P.P.K. storico , dalla stessa E.T.A. ed in generale dalla socialdemocrazia basca.
giovedì 12 settembre 2019
IL FOLLE PIANO DI NETANYAHU
Non solo l'Italia è stata solerte fino a qualche settimana addietro a fare proclami avventati,fuori luogo e soprattutto fuori dal mondo,in Israele ci ha pensato Netanyahu a spararla grossa alla vigilia delle elezioni affermando che la sua vittoria comporterebbe l'annessione di parte della Cisgiordania:subito si sono fatte sentire le repliche palestinesi mentre gli ultimi giorni sono stati contraddistinti da nuovi bombardamenti e morti.
L'articolo di Contropiano(la-sorte-dei-falchi-uno-sbraita-laltro-va-a-casa )parla dello scalpore che la notizia ha avuto ma nessuna dichiarazione ufficiale se non quella dei sauditi che sono contro questa esternazione mentre gli Usa non commentano aspettando il risultato elettorale,mentre da canto loro Trump ha silurato un amicone del primo ministro israeliano,il tanto discusso Bolton,fino a ieri il boss della sicurezza nazionale.
La sorte dei “falchi”. Uno sbraita, l’altro va a casa.
di Sergio Cararo
Due figure pericolose per le relazioni internazionali, Netanyahu e Bolton, entrambi noti come “falchi”, sembrano destinati a una sorte tragica.
Il primo ha gettato benzina sul fuoco del Medio Oriente annunciando di volersi annettere la Valle del Giordano e una parte della Cisgiordania oggi assegnata ai palestinesi. Il secondo, noto come uno di quelli che vengono definiti come “likudzik” nell’establishment statunitense, è stato defenestrato dall’amministrazione Trump.
Per Netanyahu la giornata in cui le sue dichiarazioni hanno fatto il giro del mondo, seminando preoccupazione in moltissime cancellerie, ha dovuto fare i conti anche con una sorta di “presagio funesto”.
Ieri sera da Gaza sono stati lanciati diversi razzi verso le città israeliane di Ashdod e Ashkelon. Ad Ashdod l’allarme ha interrotto il comizio elettorale del Likud a cui partecipava il primo ministro Benjamin Netanyahu. Ad Ashkelon, l’allarme per i razzi ha interrotto invece un evento elettorale della lista d’opposizione Blu&Bianco. In qualche modo la questione palestinese si è così fatta sentire nella campagna elettorale israeliana.
Poco prima Netanyahu in una conferenza stampa aveva affermato: “Oggi annuncio la mia intenzione, subito dopo l’istituzione di un nuovo governo, di applicare la sovranità israeliana alla Valle del Giordano e al Mar Morto settentrionale”.
La Valle del Giordano, che si estende a sud fino al Mar Morto, su circa 2.400 kmq, è da tempo obiettivo dalla maggior parte delle formazioni politiche israeliane, sia di maggioranza che di opposizione, per renderla di fatto il confine orientale d’Israele, anche ed in qualunque futuro accordo di pace.
In un editoriale del Jerusalem Post, riprendendo l’analisi di un ufficiale israeliano, si parla ormai palesemente di una Israele impegnata in un conflitto su cinque fronti: Libano, Siria, Gaza, Cisgiordania e Iran. L’establishment israeliano continua ad agire affinché questa concezione di guerra totale venga condivisa anche dalle altre potenze occidentali.
L’Arabia Saudita ha condannato l’annuncio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu della sua intenzione di annettere parte della Cisgiordania in caso di vittoria alle elezioni imminenti, descrivendo la misura come “priva di fondamento”, secondo quanto riportato dall’agenzia saudita Zps.
Ma è proprio dagli Stati Uniti che arrivano segnali che non sembrano molto graditi da Netanyahu né dal resto delle autorità politiche di Tel Aviv.
Ieri con un semplice tweet, Trump ha dato il benservito a John Bolton, il falco della Sicurezza Nazionale, esponente oltranzista del Project for a New American Century, guerrafondaio e interventista dichiarato su tutti e cinque fronti indicati dagli israeliani (in particolare contro l’Iran). Ed anche la dichiarazione rilasciata dalla Casa Bianca sul bellicoso annuncio di Netanyahu relativo all’annessione della Valle del Giordano, è stata piuttosto tiepida: “Al momento non vi è alcun cambiamento nella politica degli Stati Uniti. Pubblicheremo la nostra visione per la pace dopo le elezioni israeliane e lavoreremo per determinare il percorso migliore per portare la sicurezza, le opportunità e la stabilità a lungo sospirate nella regione”.
Non sappiamo se il falco Netanyahu e le sue ossessioni annessioniste si imporranno ancora alla guida dello Stato di Israele – con serissime conseguenze sul piano regionale e internazionale. Sappiamo per ora che uno dei suoi migliori interlocutori a Washington è stato mandato a casa.
mercoledì 11 settembre 2019
LA PIAZZA CHE PUZZA
Mentre in aula andavano di scena vergognose provocazioni ed irritanti(eufemismo)interventi della nuova opposizione,non tutta in realtà,ecco che in piazza Montecitorio un altro bestiario più popolano ma guidato dai poltronari Meloni,Salvini e Toti,insultavano un poco tutti quelli che non la pensano come loro,per fortuna gran parte d'Italia nonostante i loro proclami,con corollario fascista di saluti romani e amenità simili.
Ho definito poltronari i politici(soprattutto i primi due)in quanto la loro storia non è altro che un susseguirsi di incarichi politici dietro l'altro,una poltrona dietro l'altra(vedi:left poltronari )e balza all'occhio l'ipocrisia e la malafede di questi due stronzi,una che ha firmato per il governo Monti,l'altro che il giorno dopo la possibile formazione di quello che è il nuovo esecutivo pretendeva lo scranno del Copasir mentre i suoi ministri ancora non si erano dimessi.
L'articolo del Fatto Quotidiano(conte-alla-camera-fdi-e-lega-in-piazza )parla di un'altra incongruenza,quella della chiamata al popolo del 19 ottobre e della presenza costante in piazza,già finita ieri per parlare ancora di coerenza,visti gli enormi sforzi dell'esecutivo Lega-5 stelle di ostacolare sempre più le manifestazioni in piazza,per non parlare comunque della tacita presenza sbirresca che non fa entrare in uno stadio per ricordare Aldrovandi ma che sostiene le commemorazioni con tanto di coreografie per gli ultrà criminali morti,e non fanno nulla per almeno fare smettere cori e saluti romani che con la democrazia proprio non hanno a che fare.
Vedi anche:madn dal-virtuale-al-reale .
Conte alla Camera, Fdi e Lega in piazza tra cori e saluti romani: “Vogliono Prodi al Colle. Se cambiano Quota 100 li chiudiamo dentro”.
Mentre la Camera si appresta a votare la fiducia al Conte Bis, in centinaia sono accorsi sotto l'obelisco di fronte al Parlamento per esprimere dissenso. Alla manifestazione, organizzata da Fratelli d’Italia, hanno preso parte anche Matteo Salvini e Giovanni Toti. Il leader leghista: "Appuntamento il 19 ottobre in piazza San Giovanni". In molti fanno il saluto fascista, presenti anche il leader di Forza Nuova Roberto Fiore ed esponenti di Casapound
di F. Q. | 9 SETTEMBRE 2019
In Aula il nuovo governo chiede la fiducia, in piazza l’opposizione sovranista tra fischi, cori e saluti romani contro l’alleanza M5s-Pd. “Elezioni subito!”, “Bibbiano, noi non dimentichiamo!”, “Voce al popolo sovrano, ridateci l’Italia!”, scandiscono i presenti in piazza a Montecitorio alla manifestazione organizzata da Fratelli d’Italia per protestare contro il governo a cui ha aderito anche la Lega. Mentre la Camera si appresta a votare la fiducia al Conte Bis, in centinaia sono accorsi sotto l’obelisco di fronte al Parlamento per esprimere dissenso. Bandiere italiane in mano, cappellini tricolore, palloncini, cartelli che dicono “No al governo della poltrona” e “Ladri di sovranità“.
“Non vi nascondete dietro la Costituzione, che all’articolo 1 recita che la sovranità appartiene al popolo. Il mandato popolare è una cosa sacra”, ha esordito dal palco Giorgia Meloni, leader di Fdi. “Mi piacerebbe sapere in quale paese esotico s’è nascosto Di Battista per non dover rendere conto di quando insultava Speranza, ora suo ministro della Salute. Queste persone non hanno il problema della vergogna”.
“Il massimo obiettivo di questo teatrino al governo è il presidente della Repubblica, al quale vogliono mettere un campione mondiale di svendita dell’Italia, Romano Prodi: questo è quello che hanno in mente. Ma non ci arriveranno”, ha proseguito Meloni. “Continuate a battervi con noi, ci saremo, nei palazzi e nelle piazze, finché questo scempio non avrà fine. Un grande bentornato al mio amico Matteo Salvini”, ha concluso la leader di Fdi in riferimento all’esperienza di governo avuta dalla Lega con il M5s.
“Un saluto ai poltronari chiusi nel palazzo, continuiamo a chiedere onore e dignità”, ha detto da parte sua il leader della Lega Matteo Salvini salutando i manifestanti. Il segretario del Carroccio, dopo un breve intervento dal palco, si è allontanato abbracciato dalla folla. “In Umbria, Emilia Romagna, Marche, Toscana, Puglia, Liguria, Veneto, l’obiettivo è uno: vincere democraticamente. Con Giorgia lavoreremo per allargare – ha proseguito Salvini, dopo il “bentornato” rivoltogli da Meloni – non è il momento in cui dire tu no, tu no…c’è ancora qualcuno che dice che se c’è uno non ci può essere un altro. Bisogna allargare, non si può dire di no a nessuno”. Quindi il leader leghista lancia ai suoi elettori una sfida importante: “Appuntamento in piazza a Roma sabato 19 ottobre tutti insieme, senza bandiere di partito con milioni di italiani. Vediamo di prendere piazza San Giovanni, lancio questa scommessa”. Poi l’avvertimento al governo: “Se i signori là dentro proveranno a cambiare quota 100 e tornare alla legge Fornero, non li lasceremo uscire da quel Palazzo, ci staranno giorno e notte, Natale e ferragosto”.
In piazza anche Giovanni Toti, governatore della Liguria: “Alcuni dicono che non dovremmo essere qui, ma io penso che questo sia oggi il posto migliore dove essere, in piazza – ha detto dal palco l’ex esponente di Forza Italia – Questo governo è nato con gli intrighi di palazzo, allora il modo migliore è stare fuori, dove gli italiani possono esprimere il dissenso che avrebbero dovuto esprimere alle urne”.
Dei manifestanti molti fanno il saluto romano e tra i presenti ci sono anche esponenti dell’estrema destra come il leader di Forza Nuova Roberto Fiore e diversi membri di Casapound. “Ecco chi sono quelli che protestano – commenta Alessia Morani, deputata del Pd – Complimenti davvero a Salvini e Meloni per avere portato fuori dal tempio della democrazia questi neofascisti”.
Fratelli d’Italia ha protestato perché diversi accessi alla piazza sarebbero rimasti chiusi: “C’era gente anche a piazza del Pantheon – ha fatto sapere Giorgia Meloni – e io sono andata a salutare molte persone che non erano riuscite ad arrivare da nessuna parte perché erano stati chiusi i passaggi in almeno altri cinque punti”.
martedì 10 settembre 2019
DAL VIRTUALE AL REALE
Dopo migliaia di segnalazioni in troppi anni finalmente Facebook e Instagram hanno fatto quello che la magistratura e la politica non sono riusciti a fare in un lasso di tempo molto lungo,chiudere la bocca ai fascisti e ai neonazisti di Caga Povnd e Fogna Nuova.
Perché il fascismo non è un'opinione ma un crimine,un reato,un vomito,è tutto quello che annienta la democrazia e da"democratici"i leader di questi gruppi hanno subito gridato allo scandalo,alla vergogna e alla censura.
Adesso si aspetta con ansia la cancellazione di queste organizzazioni criminali istigatrici all'odio e non solo,che portano avanti con fatti violenti la loro politica razzista e sessista,perché questi non hanno ragione d'essere in uno Stato nato con la Liberazione dopo una tragica Resistenza in un paese dilaniato dalla guerra proprio contro i nazifascisti.
L'articolo di Antifa(casapound-e-forza-nuova-oscurate-sui-social )parla dell'avvenimento di ieri,mentre alcuni di loro erano in piazza ancora con saluti romani(se ne parlerà a breve),delle reazioni dei capiratti e della politica,e le giustificazioni di Facebook e delle avvisaglie di quest'estate dove altre sette simili erano state bannate sia in Italia che in Europa per le continue istigazioni all'odio.
Casapound e Forza nuova oscurate sui social, cancellate le pagine su Facebook e Instagram: "Istigano all'odio".
Le organizzazioni di estrema destra: "Ci discriminano perché eravamo in piazza contro il nuovo governo, Colpiti in un giorno simbolico". Il Pd: "Ci deve essere dietro qualcosa di importante"
Casapound e Forza Nuova scompaiono dai social proprio durante il dibattito sulla fiducia al governo Conte. Sono stati infatti cancellati da Facebook e Instagram i profili ufficiali dei due partiti e quelli di numerosi responsabili nazionali, locali e provinciali, compresi quelli degli eletti in alcune città italiane. Oscurati i siti di Gianluca Iannone, Simone Di Stefano e Roberto Fiore. Spariti dagli schermi decine di siti e profili vicini alle due organizzazione di estrema destra. A cominciare dalla pagina principale, 'CasaPound Italia', 'certificata' da Fb con tanto di spunta blu: ha 280 mila follower. Restano attivi invece i profili di Twitter.
Facebook ha subito spiegato: "Le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono non trovano posto su Facebook e Instagram. Candidati e partiti politici, così come tutti gli individui e le organizzazioni presenti su Facebook e Instagram, devono rispettare queste regole, indipendentemente dalla loro ideologia", Secondo un portavoce, "gli account che abbiamo rimosso oggi violano questa policy e non potranno più essere presenti su Facebook o Instagram".
L'azienda spiega che da sempre Facebook caccia individui o organizzazioni che proclamano missioni violente o che incitano all'odio o che sono coinvolti in azioni violente. Questo indipendentemente dall'ideologia o dalla motivazione. E lo fa dopo un lungo processo dove si considerano una serie di segnali. In particolare si accerta se certe organizzazioni o soggetti hanno promosso o esercitato direttamente violenze sulla base di fattori come la razza, l'etnia, la personalità.
Facebook controlla se questi gruppi si autodefiniscono o si identificano come seguaci di un'ideologia di odio. E se usano discorsi di odio o insulti nella loro sezione 'Informazionì su Facebook, Instagram o su un altro social media. E infine nel giudizio pesa anche se se hanno gestito pagine o gruppi che sono stati rimossi da Facebook, o account rimossi da Instagram, per aver pubblicato contenuti che non rispettano le policy contro l'incitamento all'odio dell'azienda.
In base a questi principi, a maggio erano state 'bannate' le seguenti organizzazioni: Generation Identify (Pan-Euro), Inferno Cottbus 99 (Germania), Varese Skinheads (Italia), Ultras Sette Laghi (Italia), Black Storm Division (Italia), Rivolta Nazionale (Italia), Scrofa Division (Olanda), Chelsea Headhunters (Gran Bretagna), White Front (Bulgaria), Boris Lelay (Francia), Beke Istvan Attila (Ungheria), Szocs Zoltan (Ungheria) e Varg Vikernes (Norvegia).
"Ci cancellano perché eravamo in piazza contro il" governo - reagisce Casapound - Siamo di fronte ad un attacco discriminatorio dal parte dei colossi del web", si dice. "Si tratta di un attacco senza precedenti. Siamo schifati", atttacca Gianluca Iannone. "Stanno chiudendo tutti i profili, provinciali, regionali, nazionali e quelli ufficiali, sia del movimento che del blocco studentesco - spiega Iannone -. Stanno arrivando le notifiche a tutti, anche ai responsabili del Primato Nazionale (il quotidiano del movimento, ndr). Una situazione che rispecchia la situazione attuale del governo della poltrona. Intenteremo una class action urgente contro un atto di una prevaricazione vergognosa".
Secondo, Simone Di Stefano, segretario di Casapound, si tratta di "un'abuso, commesso da una multinazionale privata in spregio alla legge italiana. Uno sputo in faccia alla democrazia. Un abuso commesso in un giorno simbolico. Un segnale chiaro di censura che per ora colpisce noi, ma indirizzato a tutta l'opposizione al governo PD/5Stelle. Questo è solo l'inizio, chissà di cosa saranno capaci".
"La Polizia politica di Zuckerberg vuole impedire che ci sia opposizione al governo di estrema sinistra e Bruxelles. Sintomatico che una cosa di questo genere accada il primo giorno di governo: tutto assolutamente pretestuoso, considerato che non c'è alcun casus belli", commenta il leader di Forza Nuova, Roberto Fiore.
In mattina Casapound aveva partecipato alla manifestazione contro la nascita del nuovo governo: "Sono in piazza anche io. Non è il momento di dividere, ma di unire. E costruire con ogni mezzo una rivolta popolare, culturale e democratica a questo osceno governo di usurpatori", - aveva scritto Simone Di Stefano. - Dobbiamo portare i nostri temi e le nostre idee, perché questa opposizione ha bisogno di un'anima e di una visione chiara dello Stato e della Nazione che vogliamo. Non solo immigrazione e tasse, ma anche la casa, il lavoro, i figli, i salari, lo Stato Sociale devono essere al centro di questa visione".
"Casapound azzerata sui social. Bloccati i profili su #Facebook e #Instagram. Che succede? È un fatto molto pesante, non può essere un caso, all'origine del quale devono esserci ragioni gravi. Vogliamo capire", commenta a caldo in un tweet Emanuele Fiano, esponente del Pd, da sempre impegnato contro le organizzazione di estrema destra e padre di un disegno di legge contro l'apologia del fascismo. E la stessa domanda la pone anche Alessia Morani, altra deputata dem.
"Per la prima volta @facebook e @instagram chiudono decine di pagine e profili di #Casapound. Chi sparge odio e violenza non ha più campo libero sui social network. Adesso andiamo avanti con una normativa complessiva di prevenzione e sanzione dei linguaggi d'odio sul web", aggiunge Valeria Fedeli su Twitter. E il capogruppo dem al Senato Andrea Marcucci conclude: "L'apologia di fascismo è un reato anche sui social. Chissà magari ora se ne accorge anche Salvini". Interviene anche il segretario dem Nicola Zingaretti: "Quella di Facebook è una motivazione esemplare a sostegno di una scelta giusta e coraggiosa. Dobbiamo condividere e diffondere queste parole importanti per mettere fine alla stagione dell'odio. Ci sono persone che se vincessero negherebbero ad altre persone il diritto di esistere. Non bisogna mai dimenticarlo".
lunedì 9 settembre 2019
IL PIRLA
E venne il giorno della fiducia al nuovo governo,nato per volere indiretto,un autogol colossale per dirla come il pirla ex ministro del tutto,dell'orrore,di tutte le malvagità possibili ed immaginabili,il Salvini fascista tronfio ed arrogante,in perenne campagna elettorale e non lavorando mai.
Mentre parla Conte e c'è una maleducazione mai vista,l'articolo proposto è di qualche giorno fa,quando non c'erano ancora le avvisaglie della nuova alleanza Pd e Movimento 5 stelle(contropiano il-salvinismo-sfidato-dalla-realtà )me spiega il fallimento di Salvini,che tutto ha voluto ma alla fine si è ritrovato con la merda in mano,politicamente un suicidio bello e buono che in qualsiasi altro partito avrebbero chiesto la testa del mentecatto di turno.
E'finita la linea della politica contro il diverso,contro gli ultimi e i più deboli,in poco più di un anno non ci sono state modifiche a parte le lotte contro i migranti,nel sociale e nel lavoro niente di niente,un tentativo disgraziato di flat tax,nessun taglio ai parlamentari,le accise della benzina e tutte altre promesse messe da parte...insomma un esecutivo di aria fritta.
La realtà è stato solamente un susseguirsi di mesi infarciti di parole d'odio e di nessun beneficio economico e sociale per il paese,solo tentativi per arricchire i soliti benestanti e togliere nuovamente ai già tartassati poveri.
Il "salvinismo" sfidato dalla realtà.
Personaggi controversi e viscidi quale un buon esempio è Matteo Salvini, venuto alla ribalta grazie a un’attenta costruzione mediatica e politica, a volte possono cadere nella trappola dei loro stessi fuochi di paglia. Senza alcuna pretesa di previsione, può essere interessante andare a sviscerare la costruzione dell’immaginario sul quale si è basata la sua credibilità. Può essere utile nella misura in cui permette di non allarmarsi per ipotetici avventi di neofascismi e per individuare su quali assi le bolle di sapone del Capitone potrebbero esplodere.
Durante questo anno di governo gialloverde poche sono state le parole d’ordine ripetute quasi alla nausea da parte del Capitone : la volontà di lavorare per la nuova Europa, basata su una presunta vera democrazia per mettere fine all’arroganza di Francia e Germania; lo stop agli sbarchi per un’Italia protetta dagli invasori stranieri e per la sicurezza interna al Paese; la retorica della famiglia farcita da Vergini Marie e benedizioni. In ognuno di questi leit motiv, carte vincenti almeno sul piano del discorso, Salvini si esibisce in un gioco di prestigio che si regge su un equilibrio, non del tutto precario, che da un lato incide sul piano reale della criminalizzazione dei corpi e della delegittimazione di qualsiasi istinto di umanità, ma che dall’altro si muove in una dimensione del tutto immaginifica che non ha portato a nessuna trasformazione delle condizioni materiali dei cittadini di questo Paese. Se il reddito di cittadinanza ha avuto modo di espletare, in minima parte, questa funzione, distribuendo qualche briciola su un territorio devastato, sicuramente non è bastato e non basta a risolvere in profondità questa contraddizione. Seppur ancora non sembra ci siano stati profondi sommovimenti di insoddisfazione, al di là delle più recenti contestazioni, determinate ma ancora limitate, al Sud della penisola e attivatesi su questioni ben materiali, quali la questione delle autonomie e di un’Italia a due velocità, resta valido pensare che Salvini oltre a dichiarazioni di salvezza non abbia salvato gli italiani dalla crisi generale in cui versano.
Andiamo con ordine. All’interno del discorso salviniano la posizione antieuropeista è volta ad alimentare la retorica sovranista secondo la quale l’Italia dovrebbe svincolarsi dai poteri forti europei per trovare un’uscita dalla crisi che si fondi sulla chiusura verso l’esterno in virtù della costruzione di una comiunità nazionale che abbia volontà difensiva. Con le sue mosse politiche internazionali però, Salvini ha dimostrato, come per esempio con il suo viaggio negli States a giugno scorso, di saper scegliere il campo in cui stare. Le velleità sovraniste si ridimensionano dietro l’ombra di un’autocandidatura a diventare pedina dei giochi mondiali, riconfermando il servilismo italiano nei confronti degli USA e dando sponda a chi, dall’altra parte dell’Atlantico, punta alla distruzione dell’Unione Europea, a un indebolimento della Cina e a un’accelerazione della guerra all’Iran dando appoggio a Israele. Di certo non siamo qui per ricordare certi eventi per volontà di conservare un’Europa che è tutt’altro che l’ultimo baluardo della difesa della democrazia di fronte a istanze nazionaliste e autoritarie. Allo stesso modo di Salvini, il fronte dei difensori dell’UE suscita ilarità quando si spertica nella difesa di questo ordinamento giuridico sovranazionale che altro non è che l’estensione dei confini nazionali delle grandi potenze nel controllo, nel disciplinamento, nella crisi del debito e nella richiesta di pagare in nome di un sistema liberal-democratico che affama e uccide.
L’altro grande cavallo di battaglia di Matteo Salvini, direttamente collegato al disegno di mantenere lo Stato italiano unito sulla base di rigurgiti razzisti, è la strategia del controllo interno ed esterno. Se da un lato Salvini è riuscito a dirottare qualche nave verso altre coste, si ricordi il caso Aquarius di qualche mese fa, accolto da Pedro Sanchez nel porto di Valencia a seguito del rifiuto del ministro nostrano, o altri casi di navi di ong che sono state rimpallate tra Italia, Malta e Spagna, dall’altro non viene mai sottolineato come in realtà gli sbarchi che avvengono tramite ong siano residuali rispetto ai dati sul totale delle persone arrivate. Non solo, è bene sottolineare come il discorso umanitarista, inteso unicamente come obbligo morale nei confronti dei più poveri, se non evidenzia come prioritari e determinanti i motivi che obbligano le persone a spostarsi rischi di aprire margini di azione in questi mari a chi sta in tutt’altri Oceani. In questo modo, si dà spazio all’utilizzo di questo discorso come arma di pressione nei confronti dell’UE da parte degli USA, facendo così il gioco di Salvini che diventa strumento di indebolimento su Bruxelles. Inoltre, se il decreto sicurezza bis ha permesso di fare il pugno di ferro con gli altri stati europei per bloccare l’approdo in Italia di navi di organizzazioni umanitarie internazionali, ha permesso anche una stretta all’interno dei confini nazionali. Come scrivevamo qui https://www.infoaut.org/migranti/decreto-sicurezza-bis-ingiustizia-e-stata-fatta, il decreto sicurezza bis è un tentativo di una riorganizzazione della società in cui il disagio sociale, la marginalità nonchè il dissenso, vengono criminalizzati e repressi. L’inasprimento delle pene per tutti quei reati che riguardano l’espressione di uno scontro con la forza pubblica è un elemento che avrà conseguenze reali per tutti coloro che non solo partecipano a manifestazioni di piazza, ma anche per chi si autorganizza nella quotidianità delle proprie vite attraverso varie forme ai limiti o al di là della legalità imposta.
Le mosse politiche di Salvini sono state condite da farsesche rappresentazioni che attraversano tutto lo spettro del ridicolo. La Madonna è stata chiamata in causa più volte, diventando centro delle polemiche in particolare quando è stata ringraziata per il decreto sicurezza bis. Una malcelata strategia propagandistica che intende toccare il cuore dell’elettorato che nella Madonna ci crede e magari ci affida pure i suoi figli perchè ha paura di rimanere senza casa, senza lavoro, senza reddito. Come in altre occasioni abbiamo sottolineato, l’operato di Salvini in fatto di diritto di famiglia ha dato spazio a disastrose proposte di legge, come il già citato decreto Pillon. Anche in questo caso, se la propaganda alimenta la retorica familistica, che ha come unico interesse quello di mantenere la famiglia tradizionale unita per farne il nucleo su cui basare l’intera riproduzione sociale, le reali conseguenze verranno vissute da tutte quelle donne che non dispongono di mezzi materiali per la sopravvivenza minima.
La facilità con la quale Salvini ha scalato le classifiche, oltre alla costruzione di un immaginario che si gioca sulle direttrici di classe, razza e genere approfittandosi e fomentando la competizione tra gli esclusi dal sistema di profitto per evitare che vi si pongano in contrapposizione, ha trovato terreno fertile grazie a tutte quelle forze della sinistra liberal, PD in testa, che a ogni piè sospinto sgomitano per farsi garanti di una qualche libertà che ha ben poco sapore. Da Zingaretti che invoca all’accoglienza, alla Boschi che si indigna per i diritti delle donne negati, a chi difende la Fortezza Europa come unica tutela per i diritti umani, siamo di fronte all’unione delle forze globaliste del grande capitale in un’affannata corsa per bloccare il nuovo fascismo che avanza. Il rischio di assumere un discorso antifascista che faccia da spalla a un frontismo di questo tipo è esistente tanto quanto questi stessi poteri sono quelli che hanno permesso l’avanzata di posizioni che in Italia ben incarna Salvini.
Ad oggi il Capitone ha smosso qualche altro equilibrio provocando una crisi di governo che, se in seguito alle elezioni europee i motivi di disaccordo tra i due partiti Lega e M5S sono stati vari, dalle riforme delle autonomie, a quella della giustizia, alla questione della flat tax, all’elezione di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione europea, ha visto nella mozione sul TAV il motivo che ha portato alla crisi definitiva. Non furono del tutto sbagliati, quindi, i calcoli del ministro dell’Interno nel forzare la mano sui due fronti, quello del suo disegno di riforma economica e quello di porsi come unico garante perchè l’Italia non finisse schiacciata da Berlino. Già qualche tempo fa si era iniziata a paventare la crisi di governo ed era proprio rispetto all’elezione della presidente alla Commissione Europea, in quell’occasione Salvini si era tirato indietro e aveva lasciato Di Maio fare la figura di chi appoggia gli stessi personaggi voluti da Francia, Germania e liberal. Ursula Von der Leyen rappresenta bene un vento di austerity cammuffato da brezza sociale, risultando una figura di garanzia per l’Unione Europea e Salvini, così facendo, si era mostrato come l’unico ancora in grado di arginare il comando tedesco. Non a caso nella corsa alla normalizzazione mondiale, la crisi di governo si è consumata emblematicamente sulla questione Alta Velocità, tra incapacità proverbiale dei 5 Stelle mista alla volontà di costruzione dell’opera di Lega, PD, Forza Italia e chi più ne ha più ne metta, delineando la forza di un fronte che sceglie un progresso e uno sviluppo spudoratamente capitalisti. Ancora una volta il MoVimento sbaglia i suoi calcoli permettendo così l’azzardo del Capitone che provoca la crisi proprio su questo nodo cruciale, proprio nel pieno di un’intesta estate NOTAV. Provocando la crisi d’agosto Salvini ha pensato di evitare il rischio del taglio ai parlamentari, seppur ora si dica disponibile alle riforme, puntando tutto sulla manovra economica sulla quale non si era ancora trovato accordo. Con la flat tax, che prevede la fine della tassazione progressiva per una tassazione “piatta” uguale per tutti i soggetti al di sotto di una determinata fascia di reddito, Salvini proclama l’abbassamento delle tasse ma che, nemmeno troppo celatamente, va a vantaggio di una fascia di popolazione già (o ancor) benestante. Si può leggere tra le righe di questo progetto l’intenzione di andare ad accumulare il sostegno di una parte del suo elettorato, quello della piccola e media impresa, ma dato che il campo della sua base sociale è particolarmente disomogeneo, occorrono i mezzi e gli strumenti politici che solo una campagna elettorale può regalare per tentare di capitalizzarlo, dando un colpo al cerchio e uno alla botte.
Nell’immediato dei giorni successivi all’annunciata crisi, il Salvini Beach Tour ha raccolto, al di là delle aspettative, insulti e contestazioni dal Sud al Centro Italia e, oggi, l’intervento di Conte in Senato arriva in un momento in cui Salvini viene tacciato di essere un buffone disperato per aver ritrattato sulle sue più ferree posizioni proponendo maxi rimpasti di governo con un M5S che non vuole più saperne di lui e del suo Carroccio. Oggi viene quindi tracciata la fine di questa esperienza di governo e il presidente del consiglio rassegna le dimissioni passando il testimone a Mattarella che vedrà il da farsi. Le dichiarazioni che si susseguono in aula minuto dopo minuto sono da fare accapponare la pelle. Il “da troppo poco tempo passato di moda Matteo Renzi” invoca il bene delle famiglie italiane invitando Salvini a non giocare sulla pelle dei cittadini, il suo alterMatteoEgo risponde augurando buon governo al partito di Bibbiano elevandosi a paladino della famiglia e invocando la protezione della Madonna.
Se è chiaro come non sia necessario annoverare il sovranismo salvinista come unica leva per scatenare guerre e odi perchè fino ad oggi i tesorieri della libertà liberal, dagli USA anteTrump, alla Merkel, al francese Macron, ininterrottamente contestato da 40 sabati a questa parte, hanno sfigurato un mondo intero con le loro partite a risiko, la libertà dell’ “uomo libero” Salvini che dichiara di non aver mai visto un fascismo che vuole il voto popolare è certamente ripugnante. Il suo tentativo di risignificare il concetto di libertà come risultante del disegno sovranista si frantuma nel becero sforzo di costruire una risposta alla crisi che soddisfi il bisogno apparente di una comunità che si regga sulla competizione tra i soggetti che stanno nel crocevia delle contraddizioni di questo sistema di governo. La “libertà” a cui fa riferimento Salvini non è una libertà liberale ipocrita, né una collettiva, ma è la libertà palese, ad ogni costo di sfruttare uomo e natura. Lo è perchè al di là del velo del personaggio che si batte contro i poteri forti dell’UE si riconoscono i caratteri di chi ha scelto da sempre quali interessi soddisfare e chi brutalizzare. Salvini si ricandida a governare con un partito del SI alla libertà ad alta velocità, della libertà delle imprese e dello sfruttamento senza freni dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura, incarnando fino in fondo gli interessi di chi ancora vuole affamare questo Paese. Il fatto che il Capitone ci abbia tenuto così tanto a vidimare il suo ultimo biglietto da visita con il decreto sicurezza bis indica però una sottile paura che chi tiene alla poltrona sia in inverno che in estate vuole sedare. L’aver elaborato poteri e possibilità di repressione completamente sproporzionati per tentare di soffocare le contrapposizioni reali che spingono verso altre direzioni indica che, non bastassero le granite di traverso a fermarlo, ci sono delle lotte che investono le esistenze di interi territori, e la lotta NOTAV ne è un esempio prezioso, che incarnano un’altra possibilità, un’altra libertà possibile. E lottando perchè questa si realizzi fanno paura.
venerdì 6 settembre 2019
MACCHIETTA NERA
Devono proprio aversela fatta nelle braghe i fascistelli romani che oltre ad essere appartenenti a questa idiota ideologia sono di professione criminali,vista la figura da poveraccio di uno di loro,Fabio Gaudenzi detto Rommel,che nella famosa videoconfessione fa la figura di un ometto piccolo piccolo.
A cagare fuori dalla tazza ci si rimette la vita come al"collega"ultrà di sponda laziale Fabrizio Piscitelli detto Diabolik,assassinato più di un mese fa in pieno stile mafioso.
E proprio come una macchietta(nera)e con la coda tra le gambe questo omuncolo affiliato a Massimo Carminati(per fortuna sua in galera,vedi:madn finalmente-vi-hanno-preso),veri fascisti alfieri delle loro cazzate da bimbiminchia,parla di demonio e di altre farneticazioni,una pessima figura,l'ennesima di un'appartenente alla"fiera"schiera degli appesi a testa in giù(articolo:contropiano.org ).
I fascisti romani “se la fanno sotto”. La mala non perdona.
di Federico Rucco
Le ipotesi sono due: il noto fascista romano Fabio Gaudenzi, detto “Rommel”, o è uscito di testa oppure se la sta facendo sotto perché nei rapporti tra fascisti e malavita nella Capitale devono aver pestato qualche cacca di troppo. L’esecuzione di Piscitelli a Roma alcune settimane fa, deve aver fatto suonare tanti campanelli d’allarme in quella storica zona grigia delle connessioni tra neofascisti e gruppi della criminalità organizzata. I fatti, al momento, sono questi.
Coperto da un passamontagna, una pistola 357 magnum in mano, alle spalle un poster di “Opposta Fazione”, Fabio Gaudenzi, esponente dell’estrema destra di Roma, ritenuto vicino a Massimo Carminati, condannato nel gennaio 2017 a 2 anni e 8 mesi nel processo d’appello su Mafia Capitale, è apparso in un video su youtube in cui annuncia: “Mi sto consegnando al Questore di Roma e parlerò del mandante dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli e di tanto, tanto altro”.
Nel filmato Gaudenzi così riassume quello che ha da dire: “Ho pochi minuti perché stanno arrivando, mi stanno per arrestare. Vorrei fare delle dichiarazioni: mi consegnerò come prigioniero politico. Mi chiamo Fabio Gaudenzi, sono nato a Roma il 3-3-’72. Appartengo dal 1992 a un gruppo elitario di estrema destra, denominato ‘I fascisti di Roma Nord’, con a capo Massimo Carminati. E ora vi do la lista: Fabio Gaudenzi, Fabrizio Piscitelli, Luca Caroccia, Fabrizio Caroccia, Elio Di Scala, Maurizio Boccacci, Brugia Riccardo e Massimo Carminati”.
“Mi consegno – prosegue – consapevole di subire dei processi, ma vorrei essere processato e se giusto condannato per banda armata, come dovrebbe essere per Massimo Carminati e Riccardo Brugia. Noi non siamo mafiosi, ma siamo fascisti: lo siamo sempre stati e lo saremo sempre. A Massimo Carminati la mafia e la droga fanno schifo, e anche a me. Ma ne parleremo presto: mi sto consegnando al Questore di Roma e parlerò del mandante dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli e di tanto tanto altro, ma solo con il dottor Gratteri, perchè questa è la mafia vera, non quella del 2014. Grazie e a presto”.
Gaudenzi è stato arrestato ieri dalla polizia a Roma per detenzione di armi da guerra, dopo la pubblicazione del video. Nella mattinata un vicino di casa aveva sentito rumori simili a spari e ha chiamato i carabinieri. All’arrivo dei militari Gaudenzi si è chiuso nell’appartamento e ha chiesto di parlare con la polizia, alla quale poi si è consegnato. In casa gli agenti hanno trovato la 357 che appare nel filmato e una mitraglietta tipo Uzi. Gli investigatori hanno acquisito il video e sono in corso accertamenti sulle dichiarazioni di Gaudenzi.
Fabio Gaudenzi è un notissimo fascista romano. Nel 1994 rimase ferito durante la rapina alla Banca Commerciale Italiana di via Newton in cui venne ucciso Elio Di Scala “Kapplerino”, altro fascista pesante della Capitale. Uscito dal carcere nel 2012, negli anni successivi è rispuntato fuori come curatore degli affari immobiliari di Massimo Carminati in Italia, Gran Bretagna e paradisi fiscali, finendo coinvolto nell’inchiesta su Mafia Capitale. Gli investigatori lo intercettano il 29 aprile 2014 mentre pianifica un viaggio in Africa per un’operazione speculativa connessa all’acquisto di un’ingente partita di oro e preziosi. La pista dei diamanti neri è sbucata fuori più volte nelle indagini che riguardano le connessioni tra fascisti e malavita.
giovedì 5 settembre 2019
IL CONTE BIS
In tempi estremamente rapidi,come suggerito dal Presidente della Repubblica Mattarella,il governo Conte bis è nato con la presentazione ed il giuramento dei nuovi ministri,quasi tutti volti che non appartengono al passato esecutivo,mentre all'inizio della prossima settimana ci sarà il voto in Parlamento(vedi:madn verso-il-nuovo-governo-conte ).
Per conoscere la lista dei nominativi e le prime interviste di oggi rimando a questo link(ansa ecco-la-squadra-dei-ministri )mentre sotto c'è il commento di Potere al Popolo(contropiano politica-news )che non è del tutto positivo visto che se e quando riuscirà ad entrare nelle sale che contano per ora sarebbe all'opposizione.
Sono molte le cose da fare,alcune proprio da ribaltare e altra da perfezionare,molte ancora da creare e sviluppare,in tutti gli ambiti dai regolamenti elettorali passando alla giustizia,dalla nuova manovra economica ai temi caldi del lavoro e della salute passando dai trasporti all'istruzione.
Gli amici non sono al Governo. Potere al Popolo: commento a caldo sul Conte Bis.
di Potere al Popolo!
Il Governo è fatto. Dieci ministri al M5S e dieci al Pd allargato (Leu alla fine ha ottenuto l’agognato ministero). Un governo spartito a metà, con Conte, che si riscopre storico elettore di centrosinistra, a fare da garante. Così, la crisi aperta da Salvini ad agosto è stata ricomposta con un cambio di maggioranza fra due forze politiche fino a poco fa acerrime nemiche. Che questa ricomposizione possa durare, o che rappresenti un cambio di passo, è ancora tutto da dimostrare.
Molti a sinistra tirano un sospiro di sollievo, mentre Salvini annuncia battaglia, ma la crisi di un’intera classe dirigente, emersa già da tempo, è sotto gli occhi di tutti. E’ una crisi in stretta connessione non solo con le tensioni economiche, commerciali, finanziarie, militari che stanno attraversando il mondo in questa fase, ma anche con la pressione e il malessere delle classi popolari italiane che chiedono, da oltre un decennio, maggiore giustizia sociale, lavoro e diritti.
In queste ore si percepisce in tanti un atteggiamento di attesa e di aspettativa. È comprensibile: dopo la barbarie di Salvini, anche un minimo di civiltà democratica, o apparente, sembra una rivoluzione. Ma il “lasciateli lavorare” non ci ha mai portato bene, per il semplice motivo che, se non ci facciamo sentire, difficilmente i nostri interessi, che sono quelli delle classi popolari, saranno al centro delle scelte fondamentali per il paese.
Per questo abbiamo già annunciato che non lasceremo l’opposizione al nuovo governo nelle mani della destra. Intendiamo praticarla sulla base di questioni a nostro avviso decisive se si vuole un vero cambiamento.
Se guardiamo, infatti, al programma di governo le cose apprezzabili sono annunciate in maniera generica, mentre quelle chiaramente negative sono le uniche dettagliate.
Per noi la sfida si gioca sull’abbattimento delle accresciute disuguaglianze sociali. Tutti i dati confermano come la ricchezza privata (circa 10mila miliardi di euro) continui ad essere rappresentata al 95% da patrimoni immobiliari e finanziari, eppure la stragrande maggioranza delle imposte viene ancora dall’Irpef pagata da lavoratori e pensionati. Gli sgravi fiscali, di cui sentiamo parlare spesso, si rivelano pagnotte per le imprese e briciole per i lavoratori. Il boom dei bassi salari, della povertà relativa e del lavoro povero è lì a dimostrarlo con dolorosa evidenza. Insomma, sulla redistribuzione della ricchezza esistente occorrono ormai scelte contundenti che abbattano disuguaglianze diventate inaccettabili. Occorre prima di tutto dare lavoro, implementare i servizi pubblici, un piano casa ma, nella filosofia e nell’impianto di questo governo, di tutto ciò vi sono solo tracce labilissime.
Siamo convinti che le spese sociali e il welfare debbano tornare al centro dello “sviluppo”, e non un’astratta “crescita” che è crescita del profitto privato. La competizione sociale sul welfare è la principale causa della guerra tra poveri e della guerra contro i poveri scatenata nel paese.
Su questo capitolo le risorse vanno aumentate e non tagliate. Constatiamo però che nel programma di governo si parla di accettare i vincoli di bilancio (dall’art. 81 al vincolo esterno europeo), che non c’è traccia di patrimoniale, di un vero recupero dell’evasione fiscale, cosa che rende impossibile attuare politiche espansive.
E a proposito di lotta alla povertà e di garantire un maggiore accesso ai servizi sociali, spaventa e preoccupa la promessa di PD e 5Stelle di realizzare la Regionalizzazione differenziata: un progetto che non farebbe altro che aumentare le disuguaglianze di un paese già spaccato in due e che non risolverebbe nessuna delle questioni irrisolte nel Meridione, dallo spopolamento e desertificazione industriale, all’assenza totale di infrastrutture e al dominio incontrastato dell’economia mafiosa.
Sull’ambiente il nuovo governo enuncia obiettivi di sostenibilità. Eppure abbiamo verificato come sulle Grandi Opere continuino a prevalere interessi privati, piuttosto che le soluzioni alternative avanzate dai movimenti sociali e ambientalisti. Il Tav e la Tap sono lì a dimostrarlo. Noi vogliamo rovesciare il paradigma che vede nell’ambiente solo una fonte di profitto.
Nella politica internazionale, in un mondo attraversato da conflitti crescenti, dal riarmo nucleare, da una militarizzazione dell’economia che troppo spesso decide i modi della ricerca, delle innovazioni tecnologiche e delle quote delle esportazioni “competitive”, da tempo sosteniamo che l’uscita dai blocchi e dai patti militari, a cominciare dalla Nato, e lo smantellamento delle basi militari e nucleari, sia una condizione decisiva per una politica di neutralità attiva, di promozione della pace e del disarmo. Eppure questa ipotesi non viene nemmeno presa in considerazione dal nuovo governo, che parla delle spese militari e delle missioni all’estero come “spese indifferibili”.
Infine, ma non certo per importanza, il taglio del numero dei parlamentari, che è uno dei provvedimenti bandiera, è un’idiozia. Per tagliare i costi della politica era sufficiente una riduzione delle retribuzioni e dei vitalizi. Ridurre la rappresentanza è, invece, spia di un pesante svuotamento del piano democratico: si sceglie di ridurre le possibilità di accesso quantitativo alle istanze istituzionali, operando una scelta funzionale a una nuova legge elettorale che alzerà ulteriormente gli sbarramenti. Sosteniamo, da sempre, che l’unico sistema elettorale in grado di garantire la rappresentanza democratica sia quello proporzionale, che consente l’accesso in Parlamento a tutte le espressioni politiche della società. Al contrario, ci sembra che il nuovo governo vada verso una legge elettorale che miri a escludere, con sbarramenti e norme, nuove forme di rappresentanza, per tornare ad un sistema di governance blindato e gerarchico.
Potremmo continuare parlando del poco spazio riservato alla questione di genere, a una mancanza di una vera inversione di rotta in termini di politiche migratorie (non c’è l’abolizione del Decreto Sicurezza), dell’affidamento della cultura a Franceschini, come se il suo decreto non abbia già fatto enormi danni… Ma per ora ci fermiamo qui, invitando tutte e tutti a essere vigilanti, ad esercitare il pensiero critico, a non farsi paralizzare dalla paura di Salvini.
Il governo si è ormai presentato, i suoi ministri sono stati nominati. Adesso la parola va ai fatti concreti. Noi ci faremo sentire sostenendo le ragioni di chi ancora aspetta di vedere risolta la sua situazione; ci faremo sentire con le nostre proposte per un cambiamento reale delle priorità sociali e politiche del paese, che non coincidono con quelle che sono state annunciate, né con quelle che probabilmente verranno realizzate. I nostri amici non sono al Governo, ma sono nelle scuole, sui posti di lavoro, nei centri di ricerca dimenticati, nelle strade della logistica, nelle campagne del Sud, negli stabili occupati, nei Cpr, sui territori in lotta. È la loro voce che vogliamo far arrivare nei palazzi.
mercoledì 4 settembre 2019
VERSO IL NUOVO GOVERNO CONTE
A breve l'Italia avrà un nuovo governo con la conferma dei pentastellati e la sostituzione della Lega con il Pd ed il sostegno decisivo di Liberi e Uguali che si erano separati proprio dal partito di Zingaretti per divergenze programmatiche anche se l'appeal non è mai morto(vedi:madn liberi-da-cosa-e-uguali-chi? ).
Cosa certa è l'estromissione della Lega,con un Salvini trombatissimo(ma questo avrà uno spazio tutto suo)e rosicone,che già si era visto premier nei suoi sogni ma la realtà è dura anche per lui,già si vede meno in televisione ed è cosa buona e giusta.
L'articolo di Contropiano(bisconte-rinasce-governo-europeista )mette in evidenza l'assenso europeo che gradisce questa nuova alleanza ed il ruolo fondamentale di Mattarella e del premier Conte nel lavoro di avvicinamento di due forze politiche che hanno ingoiato rospi per poter governare.
Non sarà un compito facile e le liti saranno all'ordine del giorno proprio come quando all'esecutivo c'erano i legaioli,ma già alcuni nodi come il Tav sembrano insormontabili,per il resto ci saranno battaglie e le incalzanti voci dell'opposizione per andare al voto.
Ma già sapere che facce di merda saranno sparite dall'esecutivo e dai ministeri per essere sostituite si spera da qualcosina meglio è già una discreta notizia,salvo poi essere smentiti quando ci saranno le prime scelte importanti da fare.
BisConte, rinasce un governo “europeista”.
di Redazione Contropiano
Rousseau (la piattaforma) ha dato il placet al nuovo governo Conte. Come previsto da tutti, perché certe operazioni non possono davvero essere lasciate all’incognita delle “opinioni” di iscritti che sono verificati fino ad un certo punto.
Passiamo così dal tre governi in uno dell’esperienza gialloverde al due governi in uno di questa, gialloblu, che si aprirà ufficialmente nella giornata di oggi.
Spariti i maneggioni-pasticcioni della Lega, restano infatti gli uomini di fiducia dell’Unione Europea e una pattuglia di Cinque Stelle che hanno ormai ben compreso chi e soprattutto come comanda anche in questo paese. Se volessimo essere cattivi, dunque, dovremmo dire che si tratta di un “governo e mezzo”. Del resto, lo spread in discesa a 150 punti non lascia dubbi sul “gradimento” degli investitori internazionali per la nuova formula.
Per dare un giudizio completo dovremo attendere la lista dei ministri, ma le caselle fondamentali sono sempre quelle dell’economia. Per sostituire Tria girano i nomi di Roberto Gualtieri e Salvatore Rossi. Il primo, docente di storia, ex dalemiano di ferro, ha solidi raporti a Bruxelles e dintorni; Repubblica lo sostiene a spada tratta e questo è già un giudizio. Rossi, ex direttore generale della Banca d’Italia, garantisce più competenza tecnica e altrettanti buoni rapporti, anche con Francoforte, sponda Bce, dove l’ormai imminente ingresso della disastrosa Christine Lagarde (ultimo suo “successo” il terzo default argentino) solleva inquietudini per tutti i paesi che on si chiamino Francia e Germania.
In entrambi i casi, si sente la mano di Mattarella, che sorveglia la formazione di un esecutivo che non si discosti mai – nemmeno a parole (e più di quelle Salvini non ha mai usato) – dalla linea ufficiale dell’Unione.
Si potrebbe ironizzare a lungo sull’autoinvestitura di Luigi Di Maio agli esteri. Il meno che si possa dire è che finalmente frequenterà di un corso di formazione di alto livello, che potrà garantirgli un futuro anche dopo la non felice stagione da leader pentastellato.
Il resto segue. Il “programma” consegnato alle votazioni si è gonfiato fino a contenere 26 punti, tutti molto generici e “declinabili” in diversi modi (come si è visto del resto con “quota 100” e il “reddito di cittadinanza”). Il salario minimo è nella lista, anche se Pd e sindacati complici storcono il naso (come e forse più della Lega), e dunque è prevedibile un percorso travagliato. Così come la “ridiscussione delle concessioni autostradali”, visto che il Pd non è certo meno filo-Benetton dei leghisti…
Sul piano “strategico” – se si può usare questo termine per la poltiglia che viene chiamata “classe politica italiana” – il nuovo esecutivo promette di cancellare l’anomalia emersa nell’ultimo decennio, ossia un movimento confusionario ma capace di raccogliere buona parte del malessere sociale, sulla base di pochi ma incerti “princìpi”. Che infatti sono spariti strada facendo, a parte ovviamente “la piattaforma”, ridotta ormai a feticcio bonario cui affidare la conferma delle scelte fatte dal gruppo dirigente.
Questa “riduzione della complessità” nell’offerta politica lascia intravedere il ritorno al maleodorante bipolarismo obbligato, con conseguente annullamento della dialettica politica (“stai con Tizio o contro di lui?”).
Tanto più che “la sinistra” di fatto entra a far parte dell’esecutivo… LeU, praticamente scomparsa subito dopo il 4 marzo e annichilita dalle elezioni europee, è “risorta” grazie ai suoi pochi parlamentari, indispensabili per raggiungere la maggioranza al Senato. E visto che alle europee avevano fatto lista comune con Rifondazione, per quest’ultima sarà difficile presentarsi credibilmente come “opposizione”. Tanto più che il segretario aveva esplicitamente fatto appello perché nascesse l’alleanza gialloblu (niente è più pericoloso dei desideri che si avverano, pare…).
Il campo dell’opposizione nel paese resta dunque quasi esclusivamente in mano alle destre (Lega, berlusconiani e meloniani), che però dovranno risolvere il prima possibile il problema della leadesrship. Avere come “capitano” in tizio capace di perdere una mano di poker pur avendo quattro assi in mano non sembra una garanzia…
Dal nostro lato c’è Potere al Popolo e un pulviscolo di situazioni di “resistenza puntuale” che non riescono da anni a fare massa critica. La scommessa resta quella di mettere in moto un processo di mobilitazione sociale con chiare indicazioni “di programma” e scadenze ampiamente unitarie.
Ma il tempo stringe. Il conflitto politico, infatti, non perdona chi si se ne tiene lontano troppo a lungo…
Iscriviti a:
Post (Atom)







