mercoledì 22 maggio 2019

ORAIN PRESOAK


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L'arresto da parte della polizia francese di Josu Urrutikoetxea,colui che ha annunciato ufficialmente lo scioglimento di Eta all'inizio dello scorso maggio,ha provocato molte reazioni di condanna soprattutto nell'Iparralde(la parte basca francese)con manifestazioni indette a carattere locale che culmineranno all'inizio di giugno a Biarritz con una manifestazione e una catena umana.
Il tutto per proseguire nel progetto di pace cominciato orma da anni ma ufficializzato il 3 maggio(vedi:madn finita-letae-la-repressione )e che piaccia o meno la strada indicata dai partiti,sindacati e associazioni basche è questa.
L'articolo di Infoaut(sabotaggio-della-pace-euskadi )parla di questo arresto che si aggiunge alle centinaia di prigionieri politici baschi soprattutto in Spagna e Francia,e che va a pari passo con quello importante di María Soledad Iparraguirre Guenechea,una militante che comandava uno degli ultimi reparti operativi di Eta anch'essa detenuta in territorio francese dal 2004.

Sabotaggio della pace”. Euskadi si mobilita contro l’arresto del leader dell’ETA, Josu Urrutikoetxea.

L’arresto di Josu Urrutikoetxea  ha provocato numerose reazioni in Euskal Herria, dove ieri sera si sono svolte le prime proteste contro la sua detenzione.

Euskal Herria Bai ha convocato manifestazioni a Maule, Donibane Garazi e Baiona. Sotto la prefettura di Lapurdi, il suo portavoce, Anita Lopepe, ha denunciato l’arresto e convogliato la sua solidarietà alla famiglia di Urrutikoetxea. Dopo aver ribadito l’impegno della formazione alla pace, ha invitato tutti a partecipare alla catena umana che con lo slogan “Orain presoak” si svolgerà l’8 giugno a Biarritz. Sortu ha anche organizzato dei raduni ieri sera nei villaggi, mentre sabato ci sarà un corteo a Ugao, la città natale di Urrutikoetxea. LAB ha esortato tutti a sostenere queste mobilitazioni “a favore della pace e della libertà”. Il sindacato nazionalista ha definito come una “vendetta” l’arresto del Urrutikoetxea, mentre il segretario generale della Sortu, Arkaitz Rodriguez ha detto che con l’arresto di una persona di riferimento nella ricerca della pace si afferma che mostrano di voler “ostacolare il processo di risoluzione e il cammino intrapreso dalla la società basca.”  Anche l’ex presidente del PSE Gesù Eguiguren, che ha incontrato Josu Urrutikoetxea sia nella fase alla Camera di Gasteiz, che e soprattutto come principale referente della delegazione negoziale del’ETA prima in Svizzera e poi in Norvegia, ha riconosciuto il veterano militante nazionalista come un “pezzo chiave “nel processo che ha portato alla fine dell’ETA, tanto che definito dai microfoni Euskadi Irratia, Urrutikoetxea come “un’eroe”‘. Vicent Bru, deputato della maggioranza di La République en Marche (LRMS) e membro della delegazione basca che mantiene un dialogo aperto con il Ministero della Giustizia francese ha evitato di entrare nalla discussione procedimento giudiziario, ma ha riconosciuto che l’arresto di Urrutikoetxea “arriva in un brutto momento”, quando, spiega, c’erano stati “segnali positivi” derivati da quel dialogo con Parigi. In ogni caso, si e’ augurato che l’arresto dell’ex leader dell’ETA non nuoccia “alla  questione dei prigionieri e al processo di pace”.

La capo delegazione basca, Anaiz Funosas, ha  ricordato, nel frattempo, che la registrazione con la dichiarazione finale di ETA è stato letta nel centro Henri Dunand di Ginevra e quel messaggio dalla voce di Urrutikoetxea, “ha permesso alla società basca di entrare in un nuovo contesto”. Sia Bake Bidea che Artisans of Peace hanno ribadito, attraverso un comunicato, il loro impegno per raggiungere una pace definitiva e costruire la stabile convivenza di cui Euskadi ha bisogno. Le organizzazioni hanno accusato “gli stati spagnolo e francese di non capire gli otto anni di lavoro svolto dalla società civile.” Le piattaforme hanno incoraggiato tutti i settori della società basca  di convergere alla grande manifestazione che si terrà invece il 7 giugno a Biarritz. Da parte sua, il coordinatore generale di EH Bildu, Arnaldo Otegi, è apparso davanti ai media per definire l’arresto di Josu come un tentativo di tornare al passato. “Non abbiamo intenzione di far compromettere questo percorso di pace”. L’Ibarretxe della Comunità autonoma basca, Iñigo Urkullu, ha espresso fiducia nell’arresto di Josu Urrutikoetxea e nel processo giudiziario “sviluppato nella normalità dei principi, procedure e garantisce lo stato di diritto” ha detto , mentre difende la risoluzione di “tutto ciò che è in attesa di chiarimenti, se commesso dall’ETA o da altre organizzazioni terroristiche o bande criminali”. Il lehendakari di Nafarroa, Uxue Barkos, ha rifiutato di commentare l’arresto.

da lesenfantsterribles.org

martedì 21 maggio 2019

FIRENZE E BOLOGNA IN PIAZZA CONTRO SALVINI E I FASCISTI


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Le nuove minacce al diritto di manifestare e protestare contro il governo farsa gialloneroverde contenute nel decreto sicurezza bis che probabilmente entro fine settimana sarà discusso nel Consiglio dei ministri,non fermano la voglia scendere in strada degli antifascisti e di tutti coloro che vedono in Salvini & co. un cancro per il paese.
A Firenze e Bologna nel giro di poche ore so sono avuti cortei di protesta contro il ministro di tutto e contro Fogna Uova,prontamente difesi da polizia in assetto antisommossa che hanno caricato e picchiato alcuni manifestanti.
Nei due articoli di Infoaut(a-firenze-in-5000-assediano-il-comizio-leghista e bologna-antifascista-in-migliaia-in-piazza )la cronaca delle manifestazioni nelle due città in un clima sempre più arroventato e che sicuramente vedrà nei prossimi mesi un aumento di questo tipo di proteste nonostante nuove regole dittatoriali sui cortei vedranno la luce nel futuro immediato.

Arriva Salvini: scontri a Firenze. In 5000 assediano il comizio leghista.

La città si è sollevata contro il comizio leghista. La polizia carica ripetutamente, ma la piazza resiste e reagisce. Migliaia di giovani protagonisti di una giornata memorabile di conflitto e di riscatto.

Alle 20.30 Piazza della Repubblica è già affollata. Passano cinque minuti dall'inizio del concentramento anti-leghista e su via strozzi parte già il primo scontro. La polizia manganella ma non riesce ad avanzare. Col passare dei minuti la gente aumenta. La piazza alle 21 è piena e preme tutta sullo sbarramento della polizia. Sono almeno 5000 le persone che hanno risposto all'appello a respingere Salvini e la sua indecente campagna elettorale fatta sulla pelle dei migranti. Dall'altra parte sono meno di cento i leghisti venuti ad ascoltare il loro “capitano”, che parla sedici minuti e poi sparisce.

“Dopo il Matteo di Rignano, cacciamo il Matteo Padano” recita lo striscione che fronteggia la polizia. Il PD aveva provato a cavalcare l'onda lunga delle contestazioni, dei fischi e delle lenzuola ai balconi di questi giorni, ma piazza della Repubblica non è la sua piazza. Arrivata la sera si dissoceranno dai loro account social, prima di essere riempiti di insulti anche da molti loro elettori.

Alla fine della giornata saranno otto le cariche della polizia per impedire al fiume in piena antileghista di travolgere la tristissima adunata di piazza Strozzi. Cariche violente a cui centinaia di giovani hanno resistito senza fare un passo indietro. Sono soprattutto i più giovani, a centinaia, ad animare le prime file con coraggio e combattività. Le immagini ricordano quelle del 2016, quando migliaia di persone affrontavano cariche e lacrimogeni per rompere il divieto a manifestare durante la Leopolda dell'altro Matteo. Fu l'ultimo atto di prepotenza di Renzi, prima di essere travolto dal voto referendario.

Si è già parlato in questi giorni di un Salvini innervosito e spaventato per quella che sembra essere la fine della sua parabola ascendente di consenso. Si fa largo la percezione di un governo che sui temi sociali merita di essere ribattezzato “del cambiaNiente”, come recitano molti dei cartelli in piazza: mentre si fomenta la guerra ai migranti e si attaccano i diritti delle donne, nessuna risposta è stata data ai problemi sociali di questo paese. La recente protesta dei terremotati sotto i palazzi di Roma è l'emblema della distanza tra propaganda e promesse e la cruda realtà del paese, fatta di sofferenze e bisogni inascoltati. I migranti muoiono in mare, e i terremotati restano senza case. Le scuole continuano a crollare. Le banche continuano ad essere salvate con i soldi dei cittadini. E il reddito di cittadinanza si è ridotto ad un'elemosina. Cosa resta? “Razzismo e cazzate”, dicono altri cartelli.

E così la piazza antileghista di Firenze è la più bella fotografia di un paese reale che porta con sé una forte domanda di cambiamento ancora tutta inevasa. E che riscopre la piazza come luogo dove tornare a contare e prendere parola in un dibattito politico schiacciato tra il più becero sovranismo leghista e l'irriducibile neoliberismo del Partito Democratico. Piazza della Repubblica – giovane, meticcia e combattiva - parla un altra lingua e spinge per farsi spazio in questo pantano.

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Bologna Antifascista, in migliaia in piazza contro Fiore e gli stragisti del 2 agosto 1980.

Migliaia di persone hanno raccolto nella giornata di ieri l'invito a scendere in piazza contro il comizio dello stragista nero Roberto Fiore.

La passerella elettorale dell'ex Nar in una città che ha vissuto eventi come l'infame strage del 2 Agosto non poteva passare sotto silenzio. Se già l'anno scorso, in occasione delle politiche, la Bologna antifa aveva reagito con forza alla presenza di Fiore, anche questa volta ha risposto sul livello necessario.

Sin dalla mattina studenti e studentesse dell'università hanno iniziato a portare per le vie della città le ragioni della mobilitazione antifascista. Al concentramento delle ore 17, promosso da tutti i centri sociali bolognesi, e nonostante la pioggia battente, si sono poi radunate migliaia di persone nella centralissima piazza Maggiore.

La determinazione della piazza nell'impedire a Fiore di parlare ha portato agli scontri con le forze dell'ordine. Queste, anche attraverso l'utilizzo di grate, mezzi idranti e lacrimogeni si sono schierate a difesa del neofascista, che parlava di fronte a 30 suoi sodali. Le cariche contro chi portava cartelli che ricordavano la strage del 1980 hanno portato al ferimento di diverse persone.

Una compagna è stata fermata su via dell'Archiginnasio, per poi essere liberata dopo circa un'oretta. Durante la quale il corteo si è mosso in corteo selvaggio per la città. Il corteo si è poi ripreso piazza Galvani, dove è terminato facendo il punto sulla giornata e rilanciando la pratica di un antifascismo militante e radicale.

Dopo le giornate di Napoli, Roma e Firenze, quella di ieri a Bologna segna un ulteriore e importante momento di antifascismo militante. Che siano piazze contro Forza Nuova, contro Casapound o contro il protettore delle ultradestre italiane e internazionali attualmente al Viminale Matteo Salvini, si esprime nelle piazze una composizione sociale, molto giovane, animata dall'antifascismo radicale.

Lo stesso teatrino istituzionale da parte della giunta comunale, che si è limitata a non concedere palco e amplificazione a FN sulla base di una "mancata dichiarazione di antifascismo" (strano!), è stato scavalcato di gran lunga da una piazza in grado di capire cosa è antifascismo di facciata e quale invece radicale. Un buon segno.

venerdì 17 maggio 2019

ZITTIRE LE SCUOLE


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La sospensione dell'insegnante a Palermo"rea"di avere dato la libertà d'espressione ai propri alunni su di un progetto scolastico relativo alla giorno della memoria è stato un atto di vergognoso abuso di potere che il ministro all'educazione Bussetti ha scelto di fare.
L'articolo di Contropiano(palermo-parte-la-solidarieta )parla di questa decisione estrema ed inutile,un altro avvertimento che questo governo sta prendendo una piega sempre più autoritaria e repressiva,in un contesto sempre più dittatoriale con l'arrivo di un decreto sicurezza bis voluto dal ministro del tutto e di niente che aggrava la situazione di chi protesta ponendo sempre più poteri nelle mani della polizia.

Palermo. Parte la solidarietà con l’insegnante sanzionata.

di  Usb scuola 
E’ partita una raccolta di firme a sostegno dell’insegnante palermitana sanzionata perché non ha represso uno studente per un video presentato in occasione della Giornata del Ricordo che analizzava le corrispondenze tra il decreto sicurezza e le leggi razziali, una connessione sgradita alla destra. La petizione alle 12.20 di venerdi aveva già raccolto 29.567 firme.

La USB esprime la propria totale vicinanza alla docente dell’ITI Vittorio Emanuele III di Palermo, sanzionata con una sospensione di 15 giorni dal provveditorato, per aver semplicemente svolto il suo ruolo di insegnante e non aver limitato la libertà di espressione dei propri alunni, che avevano operato, utilizzando un articolo presente in rete di un noto giornalista italiano, un legittimo accostamento tra il decreto sicurezza e le leggi razziali durante la celebrazione del Giorno della Memoria.
 Luigi Del Prete, dell’Esecutivo Nazionale USB Scuola, sull’accaduto riporta così il pensiero dell’Organizzazione: “Assolutamente inquietante è il fatto che la denuncia al Ministro Bussetti sia arrivata, via social, da un giornalista di destra che ha segnalato la professoressa al Ministero, che prontamente si attivava sollecitando l’invio di un’ispezione”.
L’accusa rivolta alla docente è di non essere intervenuta immediatamente per “redarguire” l’alunno per l’accostamento inopportuno.
 Prosegue Del Prete: “La celerità dell’intervento da parte del Ministero e del provveditore di Palermo evidenziano ormai un clima irrespirabile all’interno del paese e nelle scuole italiane, dove la libertà d’insegnamento è sempre più vilipesa e in cui l’antifascismo ormai è sotto attacco come disvalore. Crediamo nella forza dirompente della libertà di pensiero nell’educazione dei nostri studenti, che il ruolo dell’insegnante debba essere quello di formare coscienze critiche capaci di capire che il fascismo, il razzismo e la xenofobia non sono “idee” ma espressioni dell’odio e anticamera dei regimi totalitari, che operare confronti storici tra periodi diversi, mostrando similitudini e differenze, sia un elemento essenziale dell’insegnamento della Storia che voglia far comprendere lo sviluppo del pensiero dell’umanità. Sanzionare un docente per aver semplicemente fatto l’insegnante e aver stimolato i propri studenti alla riflessione critica, senza voler limitare il loro libero esercizio del pensiero attraverso un lavoro sulle fonti, significa creare una scuola di regime, asservita al potere e al pensiero unico dominante, anticamera di una società sempre più indirizzata alla barbarie”.
Conclude Del Prete “Chiediamo il ritiro immediato della sanzione ingiusta e ingiustificata nei confronti della collega. USB è pronta ad avviare una mobilitazione di docenti, studenti e cittadini per sostenere la collega e, con lei, la libertà di insegnamento e la Scuola Pubblica Statale dagli attacchi che subisce costantemente”.

mercoledì 8 maggio 2019

FASCISTUME


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La brutta piega che i media ci stanno raccontando che sta prendendo la società italiana verso l'estrema destra si contrappone alle testimonianze e alle azioni che gli antifascisti stanno compiendo in un stato di cose dove sembra quasi che questi ultimi stiano nell'illegalità.
I fatti dello stupro di Viterbo da parte di due attivisti di Merda Povnd nonché la questione del Salone del libro di Torino(le frasi dette dal coglione editore sarebbero state da carcere pochi anni fa)e il terrorismo a Roma contro l'assegnazione di case popolari a famiglie rom(vogliono chiudere i campi ma non li vogliono nelle casa!?),sempre con l'intervento decisivo dei ca$$apovndisti,sono manifestazioni di un sentore che sempre i media ci danno,quello di un allarmismo amplificato a mille.
Negli articoli seguenti(contropiano con-i-fascisti-non-si-parla e ecn.organtifaattivista-di-casapound-urla-troia-ti-stupro )la spettacolarizzazione del fascismo ed un pericolosissimo ritorno di fiamma verso Mussolini & co. che deve fare alzare la soglia di attenzione su tutti i fronti,e come nel titolo del primo articolo proposto con i fascisti non si parla,si agisce.

Con i fascisti non si parla.

di  Mario Di Vito 
La casa editrice YYYXXX ringrazia sentitamente per tutta la pubblicità gratuita che sta ricevendo in queste tiepide giornate primaverili.

Da gruppo di sfigati più o meno organici a Casapound, in procinto ospitare nel proprio catalogo il nuovo libro di Matteo Salvini (manco stessimo parlando di Stephen King: andate a vedere quante copie vendono di solito i libri dei politici, poi ne riparliamo), adesso si atteggiano a eroi della libertà di parola e si permettono pure di rilasciare comunicati in cui dichiarano che non sono intenzionati più a dare via gratis la propria visibilità.

Sapete che c’è? Hanno ragione: fino alla settimana scorsa non se li inculava nessuno, adesso hanno effettivamente una visibilità che, giustamente, non vogliono dare via gratis.

È stato spiegato con molta calma che né XXXYYY né Salvini hanno eventi in programma al Salone di Torino. Semplicemente la casa editrice avrà uno stand di 10 metri quadrati su 60.000 di esposizione, cosa peraltro accaduta in passato anche ad altri editori di estrema destra. Non se ne sarebbe accorto nessuno, anche perché – fidatevi – chi va al Salone di solito non compra la biografia di Salvini, né va a guardare gli altri opuscoli fantaculturali dei fascisti.

E qui si pone il solito problema: bisogna rispondere o no alle provocazioni di costoro?

Non ho una risposta precisa, ma so di certo che loro lo fanno di proposito. Quando Salvini annuncia la sua presenza in una città e mette la piazza di un’altra città, lo fa di proposito. Quando Giorgia Meloni parla di «zucchine di mare», lo fa di proposito. Quando Morini mette il giorno di Pasqua una foto di Salvini con il mitra in mano e dice che la Lega è pronta a sparare, lo fa di proposito. E così via.

Lo fanno di proposito perché poi noi ci indigniamo e riverberiamo il loro messaggio molto oltre quelle che sarebbero le loro possibilità. Non solo: ogni volta che li correggiamo e li chiamiamo scemi, diamo loro la possibilità di chiamarci professoroni-radical chic-zekke-comunisti. E in questo momento storico i professoroni-radical chic-zekke-comunisti in società sono visti peggio degli scemi.

Quindi, bisogna lasciarli fare? Certo che no, però bisognerebbe fare una cosa molto semplice e che in passato veniva praticata un po’ da tutti, non solo dai professoroni-radical chic-zekke-comunisti: coi fascisti non si parla.

E basta.

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Attivista di CasaPound urla «troia, ti stupro» alla signora di Casal Bruciato · 
Perché CasaPound non caccia l’attivista che urlava «troia, ti stupro» a Casal Bruciato?
 
Sono proprio dei bravi ragazzi quelli di CasaPound. Sono tornati a Casal Bruciato per impedire ad una madre e ai suoi figli di entrare nella casa popolare legittimamente assegnata dal Comune. Continuano a soffiare sul fuoco dell’intolleranza e dell’odio verso gli “zingari”, perché quella famiglia è Rom e viene da uno dei tanti campi della Capitale. A certe sceneggiate dei fascisti del Terzo Millennio, che raccontano di intervenire a difesa degli abitanti del quartiere siamo purtroppo abituati.

CasaPound e la storia dei residenti esasperati

Si vorrebbe poter dire e scrivere che ieri a Casal Bruciato CasaPound ha toccato il fondo. Ma non è così. Ieri, mentre la signora Senada tentava di guadagnare l’ingresso del condominio, scortata dagli agenti in tenuta antisommossa, un attivista di CasaPound ha urlato «troia, ti stupro». La scena è stata immortalata in un video pubblicato dall’Agenzia Dire che era sul posto assieme a tanti altri giornalisti per raccontare l’ennesima giornata d’odio promossa dal movimento neofascista che nelle case popolari ci vorrebbe solo gli italiani, in barba ad ogni legge e principio che sancisce che in Italia siamo tutti uguali.

Subito su Facebook Mauro Antonini responsabile di CasaPound Lazio ha minimizzato la questione scrivendo che «le frasi pronunciate a quanto pare da qualche residente sono sbagliate e da condannare, ma figlie dell’esasperazione». Insomma quando si è esasperati è lecito anche minacciare una donna di violenza sessuale. Anche il responsabile romano di CPI, Davide Di Stefano, adotta la stella linea di difesa «Se ci sono stati insulti personali nei confronti della donna li condanniamo, ma sono purtroppo causati dal clima di tensione ed esasperazione dei cittadini».

L’intento è chiaro. Da un lato si scarica ogni responsabilità, perché dopo lo stupro di Viterbo CasaPound ci ha tenuto a ribadire che certe cose non fanno parte della loro cultura (strano perché non è nemmeno la prima volta). I pestaggi – anzi le “scaramucce” un po’ maschie – vanno bene la violenza sulle donne no. dall’altro si alimenta la narrativa secondo la quale gli abitanti del quartiere “sono esasperati” dai Rom e dalle assegnazioni delle case popolare del Comune (che non sono altro che le politiche abitative di qualsiasi altro comune). Peccato che nei video delle manifestazioni di ieri di residenti se ne siano visti davvero pochi. Certo, qualcuno c’era, ma la maggior parte erano attivisti di CasaPound. Lo dimostra anche una testimonianza pubblicata su Facebook che parla di circa una ventina di abitanti della zona che manifestavano con CasaPound a fronte di circa duemila residenti del complesso abitativo dove si trova l’alloggio di cui è assegnataria la famiglia Rom.

Perché quello che urla «troia, ti stupro» è sempre a fianco di Antonini?

E veniamo qui al ragazzo che urla «troia, ti stupro». Si tratta di un ragazzo con il cranio rasato, tatuaggio sul sopracciglio destro che indossa un giubbotto nero dove si distinguono chiaramente sulla spalla la toppa con il logo degli ZetaZeroAlfa (il gruppo musicale di Iannone) e sul petto la tartaruga di CasaPound. Certo, può essere benissimo un residente di Casal Bruciato, ma non ci sono dubbi che sia un attivista del movimento della tartaruga frecciata.

Anche perché basta guardare i video della giornata di ieri per accorgersi che il ragazzo è sempre a fianco di Mauro Antonini. Possibile che Antonini non se ne sia accorto. Il fotogramma qui sotto è tratto dalla diretta pubblicata sulla pagina di Antonini, l’episodio è quello che vede contrapposti – a debita distanza – gli attivisti di CasaPound a quelli dei centri sociali. Una sorta di gara canora a base di slogan e insulti (e l’Inno di Mameli ça va sans dire)

Ma può trattarsi di una coincidenza, del resto si sa che l’esasperazione porta a fare questo ed altro. Ieri però a Casal Bruciato c’è stato anche un altro episodio curioso: il battibecco tra Fratelli d’Italia – che era andata ad appendere uno striscione – e i fascisti del Terzo Millennio. L’Huffington Post ha pubblicato un video del diverbio tra i rappresentati delle due formazioni politiche.

Mentre Antonini e Adriano Cedroni attivista di Fratelli d’Italia discutono sul problema dell’appropriazione del territorio ecco che spunta il nostro, sempre con il giacchetto griffato con le toppe in vendita sul La testa di ferro, il sito del merchandising di CasaPound, che si mette in mezzo tra i litiganti per spalleggiare il responsabile regionale di CPI e spostando con una manata un attivista del partito della Meloni che forse si era avvicinato troppo ad Antonuni dice «oh fa il bravo, aò te dice male levate». Chissà, forse anche quel gesto era dettato dall’esasperazione. Oppure CasaPound potrebbe semplicemente avere il coraggio di fare il nome e il cognome di questa persona e ammettere che si tratta di uno dei loro.

 https://www.nextquotidiano.it/casapound-troia-ti-stupro-casal-bruciato/

martedì 23 aprile 2019

SALVINI E NESSUN GOVERNO DEL CAMBIAMENTO


Il ministro che ha paura del 25 aprile e che spero bene se ne stia a casa in quel giorno senza commettere atti provocatori come suo solito,mantiene salda la posizione del suo scagnozzo Siri,indagato per presunta corruzione dall'Antimafia,e ne elogia anzi le"doti"nonostante l'inchiesta abbia tra i suoi nomi quelli di mafiosi.
Nell'articolo(contropiano nuova-lega-vecchia-democrazia )ecco servito una sequela di situazione e di nomi che s'intrecciano in un dedalo all'apparenza intricato ma che va a parare benissimo su di un punto,quello di favoritismi in quello che è il mestiere di Siri,sottosegretario alle infrastrutture e quindi personaggio basilare per gli appalti milionari che interessano tutte le spese dello Stato comprese la grandi opere.

Nuova Lega, vecchia Democrazia Cristiana. Mafia compresa…

di  Alessandro Avvisato 
E’ straordinario, questo “governo del cambiamento”… Sembra infatti di esser tornati alla metà degli anni ‘40, tra fine della guerra mondiali e primi vagiti della Repubblica nata dalla Resistenza. Quando spie americane, maneggioni ex fascisti riciclati nella Democrazia Cristiana, boss mafiosi e faccendieri di affannavano a costruire un argine contro quella che sembrava una travolgente avanzata del movimento comunista e socialista. Senza badare troppo alle “qualità morali” degli alleati in questa guerra “sporca”, poi divenuta “fredda”.

Memorabile, in questo senso, il ruolo di Lucky Luciano, boss responsabile della spaventosa diffusione dell’eroina negli Stati Uniti durante la “grande crisi”, poi arrestato, collaboratore dei servizi segreti Usa, e infine graziato per aver fornito la collaborazione della mafia siciliana allo sbarco degli Alleati in Sicilia, nel luglio del 1943.

La vicenda di Armando Siri, sottosegretario leghista alle infrastrutture (posto decisivo per il controllo degli appalti nelle “grandi opere”) – indagato dalla Procura Antimafia per una presunta corruzione da parte dell’ex parlamentare di Fi Paolo Arata, autore del programma di governo della Lega sull’Ambiente e ritenuto socio occulto di Vito Nicastri, un imprenditore dell’eolico arrestato con l’accusa di aver contribuito alla latitanza del boss Matteo Messina Denaro – ha squarciato il velo di “riservatezza” su un sottobosco del potere che tiene insieme tutti questi vecchi ingredienti. Compresa la longa manus dell’ultradestra yankee, nella persona di Stave Bannon, ex chief strategist di Donald Trump, considerato il vero mentore della sua scalata alla presidenza Usa,

Andiamo con ordine. Le intercettazioni che girano su molti giornali non lasciano dubbi sull’”interessamento” di Arata: ha fatto pressione su Siri contando proprio sulla sua presunta “competenza” in materia ambientale, sollecitato da quell’imprenditore lì.

La difesa di Siri ricalca il solito copione di sempre: si parte negando, si va avanti – di fronte a contestazioni via via più precise – con “rettifiche” che non stanno in piedi. Il Fato Quotidiano ne ha contate almeno tre, che vanno dall’iniziale “non sapevo, non conosco l’eolico, c’è un errore di persona” al già più compromettente “ho presentato un emendamento che mi ha chiesto una filiera di piccoli produttori”. Fino alla versione per ora definitiva: “Arata mi ha detto che rappresentava un’associazione dei piccoli imprenditori dell’eolico (…) mi ha fatto una testa così e io gli ho detto va bene, mandamelo”.

Un osservatore attento dei meccanismo istituzionali avrebbe già qui materia per inorridire. In pratica, Siri ammette che il “governo del cambiamento” funziona così: qualche imprenditore chiama un amico-collaboratore di un sottosegretario o di un ministro e gli manda un testo che potrebbe diventare legge dello Stato. Quello lo presenta alla discussione come emendamento senza neanche leggerlo e, se passa, il gioco è fatto.

In questo modo gli interessi privati di una filiera di imprenditori – non sempre e non necessariamente in contatto con la mafia – diventano il cuore della politica industriale di un paese del G7. Alla faccia dell’”interesse generale”, della “lotta al cambiamento climatico”, ecc.

Nel caso specifico l’emendamento era talmente malfatto o spudoratamente pro qualcuno che non è stato approvato. Ma non è questo il punto chiave. Altra migliaia di volte l’identico meccanismo ha funzionato alla grande…

Fin qui siamo nell’ordinario dei “governi del capitale”, anche se il “comitato d’affari della borghesia” appare a confronto quasi come un club di lungimiranti benefattori dell’umanità…

L’affare si ingarbuglia quando si apprende che il figlio di Arata, Federico, è stato da poco assunto come consulente esterno addirittura dal sottosegretario alla Presidenza dl consiglio, Giancarlo Giorgetti, da tutti considerato come il vero “stratega” della Lega, mentre a Salvini spetterebbe il suolo del “comunicatore compulsivo”.

Federico Arata presenta un curriculum classico da figlio della classe politico-imprenditoriale italica. Studi a Roma in un liceo molto esclusivo (lo Chateaubriand), poi alla Luiss (università privata di Confindustria), laurea in economia, master a Parigi, Londra e Torino. Fino a diventare, a soli 34 anni, un banchiere di successo che ha lavorato per Nomura, Bnp Paribas, Bsi, Credit Suisse.

Come dite? Questo doveva essere il governo “per il popolo” e “contro le banche”? E vabbeh, un errore capita a tutti, no?

Il suo vero merito sembra però proprio essere l’aver organizzato il viaggio nel dicembre 2017 di Matteo Salvini negli Stati Uniti, facendo da ponte tra lui, Steve Bannon e Donald Trump.

Sempre lui, secondo un’inchiesta de L’Espresso, avrebbe riservatamente contribuito a creare l’alleanza tra la Lega e le forze nazionaliste che crescono in mezza Europa. E comunque risulta sempre lui ad aver accompagnato Bannon nel suo giro in Italia, a settembre 2018.

Un uomo utilissimo alla Lega, certamente. Forse un bel po’ meno all’Italia. Ma per (un figlio di) un amico si può fare un piccolo strappo alla prassi istituzionale.

Non ci sorprende affatto che la Lega abbia assunto – con tratti distintivi assai peggiori – il ruolo che era stato di Democrazia Cristiana e poi di Forza Italia. La sua capacità di “sfondamento al Sud”, peraltro, sarebbe inspiegabile senza il supporto entusiastico di clientele ed interessi – spesso malavitosi, come si vede sempre più spesso – altrimenti destinate a boccheggiare in un “mercato” dove vigono altre regole.

Senza finanziamenti pubblici, o senza “manine” che infilano in un decreto-legge l’emendamento “giusto”, certi “imprenditori” non durerebbero un giorno.

Questa è del resto gran parte della piccola e media imprenditoria italiana (quella grande e multinazionale, spesso, è anche peggio). Siamo nel solito vecchio gioco.

C’è però qualche differenza. Ai tempi delle avventure di Lucky Luciano, almeno – in questi pasticci tra yankee, politicanti, mafiosi e maneggioni – c’era in ballo qualche motivazione di alto profilo (sbarcare in Sicilia, combattere i nazifascisti minimizzando le perdite), pur se con conseguenze devastanti (la mafia al governo del paese).

Oggi proprio niente.

venerdì 19 aprile 2019

ANCORA MORTE A DERRY


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Dall'inizio dell'anno a Derry le tensioni si fanno sentire sempre più e l'escalation per ora ha avuto il suo apice la scorsa notte con la morte della giornalista Lyra McKee uccisa da un'arma da fuoco senza che al momento vi sia una chiara dinamica dei fatti,mentre è certo che i manifestanti lanciavano molotov contro la polizia mentre questa sparava,facendo due più due...
L'articolo(www.occhidellaguerra.it/irlanda-nord-derry-uccisa-giornalista/ )parla del fatto di cronaca in una delle città che maggiormente ha contraddistinto la lotta armata dell'Ira contro l'oppressore britannico,nei giorni che commemorano la libertà dell'Irlanda dal giogo inglese a parte le contee dell'Ulster tutt'ora sotto il dominio Uk.
Derry,una città incredibilmente bella e unica,ma anche una città lacerata da decenni di battaglie che sono rimaste impresse in tutto il mondo come quel maledetto Bloody Sunday(vedi:madn il-bloody-sunday ),una ferita ancora aperta dal 1972.
Vedi anche:madn le-calde-notti-nordirlandesi e madn go-on-home-british-soldiers .

Scontri in Irlanda del Nord: uccisa una giornalista a Derry.

In Irlanda del Nord torna a scorrere il sangue. A Derry, in uno scontro a fuoco, è stata uccisa una giornalista di 29 anni. La polizia parla di “fatto di terrorismo”. Le prime dichiarazioni su Twitter del vice commissario di polizia, Mark Hamilton, sono chiare: “Posso sfortunatamente confermare che dopo scontri a fuoco nella notte a Creggan una donna di 29 anni è stata uccisa”. Per poi concludere: “Trattiamo questo evento come fatto di terrorismo, è stata aperta un’indagine per omicidio”. La vittima è Lyra McKee, reporter che poco prima della sua morte violenta aveva pubblicato un’immagine degli scontri con la didascalia “Derry questa notte. Follia totale”.

La giornalista del Belfast Telegraph, Leona O’Neill, ha raccontato: “Ero a fianco di questa giovane donna, quando è caduta accanto a una Land Rover”, “ho chiamato un’ambulanza per lei ma la polizia l’ha messa nel retro del veicolo e l’ha portata all’ospedale, dove è morta”. Nel frattempo, a Derry, regnava il caos. La polizia veniva colpita da spari e lanci di molotov mentre era entrata in azione nel quartiere di Creggan. Una violenza che ha fatto ripiombare l’Irlanda del Nord nei periodi più bui del conflitto fra repubblicani e unionisti e con il terrore dell’Ira che serpeggiava. E del resto le violenze avevano una chiara matrice politica: fra qualche giorno è l’anniversario della Rivolta di Pasqua del 1916.

La situazione a Londonderry (o Derry a seconda di come la si veda) si fa ogni giorno più critica. A gennaio, la città venne scossa dall’esplosione di un’autobomba segnalata pochi minuti prima da una telefonata anonima alla polizia. Per fortuna on vi furono vittime, ma la recrudescenza del terrorismo aveva fatto preoccupare e non poco la popolazione della città, memore del pericolo del ritorno di un periodo che si credeva di aver dimenticato e sepolto nel corso della storia.

Così non è stato. E così non è almeno per Derry, città nota per il Bloody Sunday del 30 gennaio 1972: quel giorno, l’esercito britannico intervenne contro una manifestazione pacifica dei repubblicano aprendo il fuoco sul corteo. Le conseguenze furono gravissime: 14 persone persero la vita. E fu il picco di un periodo di Troubles in cui morirono più di 3500 persone. Ora, con il caso dovuto alla Brexit, la situazione rischia di esplodere.

sabato 13 aprile 2019

I FAVORITI DEI RIMBORSI


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Passi il fatto che alcuni hanno visto polverizzarsi i risparmi di una vita,vada che il clamore e l'odio per il decreto salva banche,la posizione di dominio e di privilegio di esse,ma il decreto che sta svolgendo il suo iter sul rimborso delle banche per i clienti truffati è davvero così prioritario in un periodo dove milioni di persone fanno fatica a sopravvivere?
L'articolo(www.repubblica.it banche_risparmiatori )parla della nascita di questa legge e dei paletti messi,con l'intervento diretto di Conte,parla di duecentomila persone invischiate in questo pantano che per carità devono essere risarcite,ma con i soldi delle banche stesse e non con il contributo statale,che già è risicato e che vede ben altre situazioni di gravità maggiore.
Ma la caciara creata in questi anni ha fatto sì che le priorità del governo vadano nella direzione delle persone che già hanno del denaro disponibile,e non poco,e ripeto che questi giusti rimborsi devono essere erogati da chi ha truffato,magari pure con gli interessi.

Rimborsi banche, in arrivo i decreti: subito i soldi a chi ha redditi sotto 35mila euro

Incontro a Palazzo Chigi con Tria e Conte. Di Maio attacca: "Non voglio arbitrati per i truffati", ma passa la linea del Tesoro che prevede un doppio binario: per il ristoro automatico serve anche patrimonio immobiliare sotto 100mila euro

di ROSARIA AMATO e RAFFAELE RICCIARDI
MILANO - Si chiude con una fumata bianca il faccia a faccia a Palazzo Chigi tra le molte associazioni che rappresentano i risparmiatori azzerati dai crac delle banche (dalle Venete a Etruria e via dicendo) e il governo: si aspettano ora soltanto i decreti attuativi da parte del Tesoro, che dovranno anche modificare la legge di Bilancio con la quale l'esecutivo aveva destinato 1,5 miliardi ai ristori.

All'incontro hanno preso parte il premier Giuseppe Conte, i ministri Giovanni Tria e Riccardo Fraccaro, i sottosegretari Alessio Villarosa (M5S) e Massimo Bitonci (Lega). Quest'ultimo ha annunciato che i testi "saranno domani in Cdm".

A Conte è toccato il ruolo di mediare tra le posizioni dell'esecutivo. Alla fine ha prevalso la linea scelta dal Tesoro, concordata con Bruxelles, del "doppio binario" per evitare una procedura d'infrazione; Lega e M5s, di contro, spingevano perché ci fosse un binario unico, ovvero rimborso per tutti indiscriminatamente.

Con l'accordo, invece, la platea di circa 200mila persone si sdoppierà: i ristori diretti andranno ai risparmiatori con un reddito imponibile entro i 35mila euro (per singola persona componente del nucleo familiare, mentre inizialmente si parlava di Isee) e un patrimonio mobiliare non superiore a 100.000 euro. Per gli altri, il via libera passerà da una sorta di controllo arbitrale, che sarà però semplificato e dovrebbe prevedere una 'tipizzazione' dei risparmiatori in modo da accelerare le pratiche. L'indennizzo sarà pari al 30% per gli azionisti e del 95% per gli obbligazionisti subordinati. Questo impianto è stato approvato da quasi tutte le associazioni: diciassette, contro le due contrarie.

Il Mef ha fatto sapere nei giorni scorsi che - con questi parametri - grossomodo il 90 per cento dei risparmiatori accederebbe al rimborso diretto, anche se la stima pare ottimistica alle associazioni (anche a quelle più in linea con il Tesoro durante la trattativa) che indicano un valore plausibile intorno al 40 per cento. In questo modo, inoltre, non sarà neppure necessario il cosiddetto "scudo" che Tria chiedeva per i funzionari del suo dicastero, qualora si fosse andati dritti per la via indicata da Lega e M5s e con il rischio di un danno erariale.

Il fronte delle associazioni si è presentato diviso all'appuntamento, tra l'ala più radicale che spinge per la linea dura, e non è disposta ad accettare soluzioni che riaprano le porte a forme di arbitrato, a meno di garanzie precise, e l'ala più dialogante che è pronta a collaborare pur di fare partire i rimborsi, di fronte alla prospettiva di una procedura d'infrazione da parte dell'Unione europea. Ai primi ha continuato a guardare Luigi Di Maio, che anche stamattina ha tuonato: "Tutto quello che si farà per i truffati delle banche deve avere il loro assenso, altrimenti non si va da nessuna parte, quindi l'unica linea che può passare è quella dettata dagli stessi truffati, non passa nè la mia nè quella di un altro altrimenti è inutile che facciamo i rimborsi". A margine del Vinitaly, il vicepremier ha aggiunto: "Se li portiamo davanti ad un arbitrato ci vorranno mesi e mesi per fargli avere i soldi. Io non voglio portarli davanti ad un arbitrato".

Eppure, alla fine, la linea di Tria è risultata la vincente. Tanto che Luigi Marattin, capogruppo Pd in Commissione Bilancio alla Camera, ha attaccato: "Oggi comincia a crollare il castello  delle promesse populiste. Per 3 anni e mezzo hanno urlato ai quattro venti che  avrebbero rimborsato al 100% tutti gli azionisti. Hanno insultato, tirato uova, promesso mari e monti. Oggi la realtà presenta il conto. Ma è solo l'inizio della fine per il governo delle balle".

mercoledì 10 aprile 2019

LO SPIRITO DI EMILIANO ZAPATA E' SEMPRE VIVO!


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Più che l'anniversario della morte di Emiliano Zapata oggi è il giorno in cui si ricorda che le idee di uno dei più importanti leader della rivoluzione messicana e che il suo spirito sono ancora vivi,che la lotta è nuovamente necessaria in quanto i politici di cento anni fa non hanno ancora capito gli errori commessi dai loro predecessori.
Corruzione,sete di potere,sudditanza verso gli Usa e l'oppressione dei poveri non si sono estinte,i nomi sono differenti,i nemici del popolo sono altri ma la sostanza non cambia e organizzazioni come l'Ezln sono qui a testimonianza di tutto ciò.
Nell'articolo di Infoaut(storia-di-classe )un sunto della vita di Zapata che partendo dal sud assieme a Pancho Villa che veniva dal nord,avendo visto che con la politica e la legalità non di otteneva nulla aveva imbracciato le armi per dare la terra ai contadini e ai poveri,il tutto condito da tradimenti dei politici di allora ed imprese epiche:un combattente per il pueblo e non per le poltrone.
Vedi anche:madn /la-rivoluzione-messicana .

10 aprile 1919: assassinio di Emiliano Zapata.

Il 10 aprile 1919 moriva assassinato presso l'hacienda di Chinameca, il leader della rivoluzione messicana, Emiliano Zapata.

Emiliano riceve l'istruzione elementare fino a quando, rimasto orfano all'età di 16 anni, comincia a lavorare distinguendosi ben presto come buon agricoltore. Dotato di una mente inquieta e di una natura indipendente, non tarda a conquistarsi una posizione di prestigio all'interno della comunità.

All'inizio del secolo conosce due personaggi che giocheranno un ruolo importante nella sua vita: Pablo Torres Burgos e Otilio Montaño. Entrambi sono maestri di scuola.Il primo gli mette a disposizione la propria biblioteca dove vi può leggere anche "Regeneración", la rivista clandestina dei fratelli Flores Magòn. Il suo battesimo politico avviene nel 1909 quando eletto sindaco di Anenecuilco appoggia il candidato governatore Patricio Leyva. La vittoria dell'aspirante ufficiale, Pablo Escandón, provoca ad Anenecuilco dure rappresaglie e nuove perdite di terre. Dopo aver cercato di risolvere i problemi del pueblo (contadini) per via legale nella seconda metà del 1910 Zapata e i suoi iniziano ad occupare e a distribuire le terre. é a questo punto che si lancia definitivamente nella lotta armata diventando, dopo la morte di Torres Burgos, il capo indiscusso della rivoluzione nel Sud. Appoggiato dai pueblos, riesce a tenere in scacco le truppe governative fino alla rinuncia del dittatore nel maggio del 1911. Nel frattempo il neo presidente Madero, che aveva promesso gli adeguamenti di terre per i contadini, si mostra invece insensibile ai problemi del pueblo. La rottura è inevitabile e Zapata e i  suoi riprendono le armi lanciando il Plan de Ayala dove si definisce Madero un traditore e si decreta la restituzione delle terre.

Scrive Zapata al suo futuro successore Gildardo Magaña, " sono disposto a lottare contro tutto e tutti".Ha inizio una guerra lunga e difficile, prima contro Madero, poi contro Huerta e infine contro Carranza. I soldati dell'Ejército Libertador del Sur combattono in unità mobili di due o trecento uomini comandati da un ufficiale con il grado di "colonnello" o "generale". Applicando la tecnica della guerriglia, colpiscono i distaccamenti militari per poi abbandonare la carabina 30/30 e scomparire nel nulla. Invano, i federales mettono il Morelos a ferro e fuoco: gli zapatisti sono inafferrabili.

Verso la fine del 1913, grazie anche alle spettacolari vittorie di Villa al nord, l'antico regime traballa. Dopo la fuga di Huerta (15 luglio), nell'autunno 1914 si celebra ad Aguascalientes una Convenzione tra le differenti frazioni rivoluzionarie che però non riescono a trovare l'accordo. Tra la costernazione dei presenti, il delegato zapatista, Antonio Díaz Soto y Gama, strappa la bandiera nazionale proclamando la necessità di "farla finita con tutte le astrazioni che opprimono il popolo".

In dicembre, in seguito alla rottura con Carranza, che rappresenta la borghesia agraria del nord, le truppe contadine di Villa e Zapata entrano trionfanti a Città del Messico inalberando i vessilli della vergine della Guadalupe, patrona dei popoli indigeni. Gli abitanti della capitale hanno paura dell'Attila del Sud, però i rivoluzionari non commettono saccheggi né atti di violenza. In un gesto poi diventato famoso, Zapata rifiuta l'invito a sedere sulla poltrona presidenziale: "non combatto per questo. Combatto per le terre, perché le restituiscano". E torna nel Morelos, territorio libero dopo la fuga dei proprietari terrieri e dei federales.

Nel 1915 prende forma la comune di Morelos, dove gli zapatisti distribuiscono terre e promulgano leggi per restituire il potere ai pueblos affiancati da giovani artisti ed intellettuali provenienti da Città del Messico.

Dopo qualche anno di declino della rivoluzione, nel 1919 Emiliano Zapata viene attirato in un imboscata e assassinato.

Zapata non ha mai smesso di cavalcare insieme agli indigeni messicani per la libertà e contro lo sfruttamento. L'abbiamo rivisto verso la fine del 1900 riprendere in spalla il fucile per i più poveri, per il suo popolo.

martedì 9 aprile 2019

TROPPO COMODA


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Il caso del carabiniere Francesco Tedesco che piange lacrime di coccodrillo a distanza di oltre nove anni dall'omicidio Cucchi cui ha avuto un ruolo determinante,non devono distogliere lo sguardo dalle nefandezze che l'arma ha compiuto non solo in questo episodio emerso dopo anni di battaglie legali per la determinazione della sorella Ilaria e della famiglia,ma anche per tutte le vigliaccate e gli omicidi commessi e che non sono emersi sulle prime pagine degli articoli di cronaca per svariati motivi.
L'articolo di Left(udienza-cucchi )parla dell'udienza di ieri e delle ammissioni di colpevolezza fatte da Tedesco,che parlando per primo avrà una notevole riduzione sull'eventuale pena se mai ci fosse una condanna e se mai uno degli indagati dovesse pagare un risarcimento o passare un solo giorno di carcere.
Si è detto terrorizzato(dev'esserci un bel clima nell'arma)e praticamente ha ammesso di avere parlato in quanto il collega Casamassima(vedi:madn i-ragazzi-del-paese-al-contrario )aveva denunciato l'accaduto del pestaggio rivelatosi mortale,venutone a conoscenza dalle parole dei colleghi e per questo minacciato e fatto oggetto di ritorsioni.
Messo con le spalle al muro e imboccato dagli avvocati ora si è pentito e ha vuotato il sacco,un comportamento che avrebbe dovuto avere molti anni prima così come quello dei vertici dell'arma che ora vogliono costituirsi parte civile(e lesa!)nel processo.

Udienza Cucchi, il carabiniere Tedesco: «Ho parlato dopo nove anni perché ero terrorizzato»

di Checchino Antonini   
«Ho avuto paura, mi sono trovato in una morsa dalla quale non sarei potuto uscire. Per questo ho parlato dopo nove anni». Superteste e imputato, Francesco Tedesco, quasi coetaneo di Stefano Cucchi ha appena spiegato, oggi 8 aprile, al pm Giovanni Musarò perché non avesse raccontato prima del pestaggio di quel ragazzo arrestato. Il processo Cucchi-bis, proprio grazie alle sue dichiarazioni è entrato da cinque mesi in una fase che sembra determinante. L’udienza in corso nell’aula della Corte d’Assise, è iniziata con le sue scuse «alla famiglia Cucchi e agli agenti della polizia penitenziaria, imputati al primo processo. Per me questi anni sono stati un muro insormontabile».
«Avevo letto che Casamassima aveva cominciato a parlare – ha raccontato – e capii che quel muro stava cadendo». La lettura del gravissimo capo d’imputazione con il quale veniva contestato l’omicidio preterintenzionale «ha poi inciso molto, così come il pensare che ci potesse essere un nesso di causalità tra il pestaggio e la morte. Mi colpì che c’era scritto quello che avevo vissuto io, quello che avevo visto io. Non sono più riuscito a tenermi dentro questo peso».
Per un’ora e quaranta, Tedesco ha risposto alle domande della pubblica accusa e per altre quattro al controesame degli altri legali e tornerà in aula il 16 aprile.

La sua deposizione ha fornito lo spaccato dell’aria che tirava in quei giorni nella sua caserma e nell’Arma di Roma. Alla stazione c’era un maresciallo vicecomandante che voleva esibire quanti più arresti possibile (Mandolini, imputato, di calunnia e falso anche lui in questo processo, ndr), al comando generale si respirava l’imbarazzo per lo scandalo di altri carabinieri che avevano provato a ricattare l’allora governatore del Lazio, Marrazzo.
«In quel periodo tutto passava da Mandolini per la vicenda Cucchi. Lo fermai un giorno chiedendogli cosa avremmo dovuto fare nel caso ci avessero chiesto qualcosa, ma lui mi rispose “Tu non ti preoccupare, devi dire che stava bene. Tu devi seguire la linea dell’Arma se vuoi continuare a fare il carabiniere. Percepii quelle parole di Mandolini – ha aggiunto Tedesco – come una minaccia abbastanza seria. La prima delle due volte che sono stato sentito dal pm, poi, venni accompagnato da Mandolini il quale non mi minacciò esplicitamente, ma mi disse sempre di stare tranquillo e di dire che Cucchi stava bene. Io, però, non mi sentivo affatto tranquillo».
«Cercavo di trovare un contatto con qualcuno in tutti i modi. Per questo in udienza guardavo Ilaria che può aver visto il gesto come una provocazione. Ma in realtà mi sentivo solo contro il mondo», ha detto ancora il carabiniere imputato di omicidio preterintenzionale con altri due colleghi, Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo. «Dire che ebbi paura è poco. Ero letteralmente terrorizzato. Ero solo contro una sorta di muro. Sono andato nel panico quando mi sono reso conto che era stata fatta sparire la mia annotazione di servizio, un fatto che avevo denunciato. Ero solo, come se non ci fosse nulla da fare. In quei giorni io assistetti a una serie di chiamate di alcuni superiori, non so chi fossero, che parlavano con Mandolini. C’era un po’ di agitazione. Poi mi trattavano come se non esistessi. Questa cosa l’ho vissuta come una violenza».
Dopo il pestaggio Tedesco e Cucchi trovarono il verbale pronto, redatto da Mandolini in persona che gli chiese di firmarlo. Stefano non volle firmare. «Mentre stavamo in auto per rientrare alla caserma Appia, Cucchi era silenzioso, si era messo il cappuccio e non diceva una parola, chiedeva il rivotril». Era sotto choc. «Mentre uscivano dalla sala, Di Bernardo si voltò e colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto. Poi lo spinse e D’Alessandro diede a Cucchi un forte calcio con la punta del piede all’altezza dell’ano. Nel frattempo io mi ero alzato e avevo detto: “Basta, finitela, che cazzo fate, non vi permettete!”. Ma Di Bernardo proseguì nell’azione spingendo con violenza Cucchi e provocandone una caduta in terra sul bacino, poi sbatté anche la testa. Io sentii il rumore della testa che batteva. Quindi D’Alessandro gli diede un calcio in faccia, a quel punto mi alzai e li allontanai da Cucchi». «Lo sentivo descrivere come è stato ucciso mio fratello – ha commentato Ilaria Cucchi – e il mio sguardo cercava quello dei miei genitori che ascoltavano raccontare come è stato ucciso il loro figlio. È stato devastante, ma a questo punto quanto accaduto a Stefano non si potrà mai più negare»

Non era facile denunciare i colleghi. «Il primo a cui ho raccontato quanto è successo è stato il mio avvocato. In dieci anni della mia vita non lo avevo ancora raccontato a nessuno», ha ripreso Tedesco. «Per me è la vittoria umana di una persona che per anni ha cercato di poter raccontare i fatti ma le pressioni subite glielo hanno impedito – dirà proprio quel legale, Eugenio Pini dopo l’esame del suo assistito – ora ci si deve ricordare e tenere ben presente che quando si parla del famoso muro di gomma, non solo questo bisogna riferirlo alle persone che dall’esterno hanno cercato di conoscere la verità ma anche a chi da dentro ha cercato di raccontarla. Tedesco è una persona che, avendo difeso Cucchi durante il mancato fotosegnalamento e il pestaggio, ha dimostrato di volere salvaguardare e preservare la vita umana».
«Dopo dieci anni di menzogne e depistaggi in quest’aula è entrata la verità raccontata dalla viva voce di chi era presente quel giorno – dice ancora Ilaria Cucchi – le dichiarazioni e le intenzioni espresse dal comandante generale dell’Arma (il generale Nistri ha annunciato che si costituirà parte civile in caso di condanna, ndr) ci fanno sentire finalmente meno soli, si è schierato ufficialmente dalla parte della verità. A differenza di quello che qualcuno dei difensori ogni udienza dà ad intendere, chi rappresenta l’Arma non sono i difensori degli imputati ma è il loro comandante generale, che ora si è schierato ufficialmente dalla parte della verità».

lunedì 8 aprile 2019

ANCORA SCONTRI ALLE PORTE DI TRIPOLI


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Ciclicamente la Libia torna a fare notizia e lo fa soprattutto quando gli interessi occidentali nell'ex colonia italiana vengono minacciati dai contendenti al potere,che sono da un paio di anni il Presidente"ufficiale"Al Serraj,fantoccio messo di sovracitati paesi e il generale Haftar,mentre i tanti clan che dominano altre zone del grande territorio nordafricano sono a corollario di un paese allo sbando dalla cacciata di Gheddafi.
L'articolo di Contropiano(internazionale-news )parla della vera e propria battaglia,con tanto di vittime,che si sta combattendo alle porte di Tripoli nella zona dell'aeroporto,con notizie contrastanti sull'esatta ubicazione delle truppe di Haftar che hanno incontrato la resistenza di quelle ufficiali di Al Serraj,vedi anche:madn lombra-di-gheddafi .

Libia. Proseguono gli scontri. Tripoli protesta con la Francia. Conte “batte un colpo”.

di  Alessandro Avvisato 
Mentre gli scontri armati continuano ad una decina di chilometri dalla capitale libica, gli apparati di sicurezza del governo di Tripoli, smentiscono che le milizie dal generale Khalifa Haftar, abbiano il controllo dell’aeroporto internazionale di della Capitale. La smentita arriva in risposta risposta al portavoce delle milizie dell’uomo forte della Cirenaica, Ahmed al-Mismari,  il quale aveva rivendicato di aver preso il controllo dell’aeroporto  a sud di Tripoli, riferisce l’agenzia Askanews.

Il portavoce del governo di Tripoli, Abu Salim, ha confermato che i militari dell’esercito del governo di unità nazionale (Gna) si trovano nell’area vicino all’aeroporto e stanno mettendo in sicurezza la zona. Altre fonti, sottolinea il quotidiano Libyan Observer, concordano sulla ritirata delle truppe di Haftar verso la zona di Souk Al-Khamis.

L’aviazione del governo di Tripoli  ha lanciato  dei raid aerei sulle posizioni dell’esercito del generale Khalifa Haftar a Mizda, a sud di Gharyan e Souq Al-Khamis, sudest di Tripoli. L’aeronautica militare libica ha condotto  un raid anche sul campo militare di Thamina che si trova vicino alla città di Gharyan, in una zona di montagna, dove si sono posizionate le milizie di Haftar, scrive il Libya Observer.

Al Jazeera riferisce invece che il presidente del governo di Tripoli,  Fayez al Sarraj, ha accusato  ieri il generale Khalifa Haftar di “tradimento” in un discorso televisivo sabato. “Abbiamo steso le nostre mani verso la pace – ha detto al-Sarraj – ma dopo l’aggressione da parte delle forze di Haftar e la sua dichiarazione di guerra contro le nostre città e la nostra capitale non troverà nient’altro che forza e fermezza”.

Sempre Al Jazeera fa sapere che il premier libico Fayez al-Sarraj ha presentato formalmente all’ambasciatrice francese in Libia, Béatrice du Hellen, una “forte protesta”, accusando Parigi di sostenere le milizie del generale Khalifa Haftar. La stessa fonte ha sottolineato che Serraj ha chiesto formalmente all’ambasciatrice di riferire la sua protesta al suo governo e al presidente francese, Emmanuel Macron.

Un portavoce dell’Eni in Libia, informando che non c’è personale italiano a Tripoli,  riferisce  che “la situazione nei campi è sotto controllo e stiamo monitorando l’evolversi della situazione con molta attenzione”.

Sulla guerra civile in Libia, dopo l’Eni, batte un colpo anche il Presidente del Consiglio italiano Conte. che ha avuto ieri una conversazione telefonica con il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres.

Conte, spiega una nota diffusa da Palazzo Chigi “ha espresso la sua preoccupazione per gli ultimi sviluppi in Libia, preoccupazione fortemente condivisa da Guterres che ha da poco lasciato il Paese libico al termine di diversi incontri, tra cui quello con Haftar”. Il premier italiano “ha ribadito il forte sostegno italiano al processo di transizione politica guidato dalle Nazioni Unite, considerato il percorso più efficace e sostenibile per giungere alla definitiva pacificazione e stabilizzazione del Paese a beneficio dell’intero popolo libico”. Conte e Guterres rimarranno in stretto contatto nei prossimi giorni.

venerdì 5 aprile 2019

LA VERITA' EMERGE A RIACE


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La Cassazione ha annullato la richiesta del Tribunale di Reggio Calabria del divieto di dimora a Riace del suo sindaco della pace Mimmo Lucano,messo sotto accusa dal Gip di Locri per il presunto favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e per degli illeciti sulla gestione della raccolta dei rifiuti.
Dopo tutto il fango gettato addosso a questo uomo,che è stato candidato per il Nobel per la pace,la verità è venuta fuori,e lui tranquillamente ha aspettato l'iter della giustizia facendosi processare non come capita per esempio al ministro del rutto Salvini,che grazie ai paladini della lotta alla casta un processo non l'avrà mai(sulla questione della nave Diciotti:madn onesta-e-casta ),articolo di Contropiano:riace-la-cassazione-su-mimmo-lucano .

Riace, la Cassazione su Mimmo Lucano: “Nessuna frode negli appalti”.

di  Redazione Contropiano 
Mancano indizi di “comportamenti” fraudolenti che Domenico Lucano, il sindaco sospeso di Riace, avrebbe “materialmente posto in essere” per assegnare alcuni servizi, come quello della raccolta di rifiuti, a due cooperative dato che le delibere e gli atti di affidamento sono stati adottati con “collegialità” e con i “prescritti pareri di regolarità tecnica e contabile da parte dei rispettivi responsabili del servizio interessato”.

Lo scrive la Cassazione nelle motivazioni depositate oggi e relative all’udienza che lo scorso 26 febbraio si è conclusa con l’annullamento con rinvio del divieto di dimora a Riace per Mimmo Lucano.

La misura cautelare era stata disposta dal Tribunale della libertà di Reggio Calabria lo scorso 16 ottobre nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Locri che ha rinviato a giudizio Lucano. L’udienza è aggiornata al 4 aprile.

Rileva inoltre la Cassazione che non solo non sono provate le “opacità” che avrebbero caratterizzato l’azione di Lucano per l’affidamento di questi servizi alle cooperative L’Aquilone e Ecoriace, ma è la legge che consente “l’affidamento diretto di appalti” in favore delle cooperative sociali “finalizzate all’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate” a condizione che gli importi del servizio siano “inferiori alla soglia comunitaria”. Per questo il riesame deve rivalutare il quadro per sostenere l’illiceità degli affidi.

Invece, per gli ‘ermellini’, ci sono gli elementi di “gravità indiziaria” del fatto che Lucano si sia dato da fare per favorire la permanenza in Italia della sua compagna Lemlem. Ma a questo riguardo, bisogna considerare “la relazione affettiva” che intercorre tra i due e lo stato di incensurato di Lucano prima di decidere nuovamente per il mantenimento del divieto di dimora.

Per la Cassazione, Lucano ha cercato di aiutare solo Lemlem “tenuto conto del fatto” che il richiamo a “presunti matrimoni di comodo” che sarebbero stati “favoriti” dal sindaco, tra immigrati e concittadini, “poggia sulle incerte basi di un quadro di riferimento fattuale non solo sfornito di significativi e precisi elementi di riscontro ma, addirittura, escluso da qualsiasi contestazione formalmente elevata in sede cautelare”.

Fonte: Ansa

lunedì 1 aprile 2019

IL RICORDO DI ORSO TEKOSER


Ci sono state tante persone nella giornata di ieri a Firenze per il ricordo di Lorenzo Orsetti,il combattente italiano delle forze curde Ypg morto nella guerra contro l'Isis in Siria,un corteo che ha voluto ricordare tutte le vittime di questo conflitto cui il mondo"occidentale"spesso fa finta di non dare importanza mentre altre volte soprattutto per le polemiche,viene abilmente manipolato(madn laccanimento-verso-i-combattenti italiani solidali com i curdi ).
Perché allo stato attuale delle cose chi sta combattendo in questa guerra non ha voce in capitolo sul futuro siriano mentre le milizie Daesh stanno arretrando e perdendo sempre più città anche se la vittoria non è ancora arrivata pienamente.
L'articolo di Infoaut(migliaia-in-piazza-a-firenze-per-orso-tekosher )parla della manifestazione e delle tematiche politiche e sociali non solo che riguardano la guerra in Siria ma anche la situazione sul fronte turco con il sultano Erdogan che esce nuovamente vittorioso dalla tornata elettorale di ieri ma con meno consensi.

Migliaia in piazza a Firenze per Orso Tekoşer.

Oggi le strade di Firenze si sono colorate delle mille bandiere della rivoluzione confederale, femminista ed ecologista della Siria del Nord e dell’Est, per ricordare uno dei suoi figli: Lorenzo “Orso” Tekoser, caduto in battaglia a Baghouz.

Ad aprire il corteo i familiari e gli amici di Orso, insieme ai tanti e le tante combattenti YPG e YPJ arrivati in città da tutta l’Europa. E proprio dalle parole di suo padre Alessandro e dei combattenti internazionali è emerso nel modo più chiaro e importante il messaggio della piazza di oggi: ricordiamo Orso come partigiano, ma anche come ragazzo. Un ragazzo di Rifredi, periferia nord di Firenze, che nella vita di tutti i giorni sentiva che gli mancava qualcosa. E che con tutta l’umiltà del mondo ha deciso di dare un piccolo, ma fondamentale contributo alla costruzione di un mondo migliore per tutte e tutti noi. Lo stesso piccolo contributo che come lui decine di migliaia di uomini e donne provenienti da tutto il mondo – dall’Europa e dalle Americhe, ma soprattutto curdi, arabi, siriani, turcomanni, assiri, yazidi… – hanno scelto di dare, tante piccole gocce che hanno scatenato una tempesta nel nostro secolo. La rivoluzione delle donne e dei popoli, che ha liberato il mondo dalla barbarie dello Stato Islamico e che tutt’ora si difende contro uno degli eserciti più potenti della Nato, comandato dal fascista Erdogan.

Degli ipocriti tweet dei politici italiani non ce ne facciamo nulla: queste persone devono essere inchiodate alle loro responsabilità. L’Italia deve essere costretta a schierarsi, riconoscendo la Federazione della Siria del Nord e dell’Est, grande protagonista della sconfitta del califfato e tutt’oggi grande assente ai tavoli internazionali che vogliono decidere il futuro della Siria. Il nostro paese deve smettere di rifornire di armi l’esercito turco e le milizie jihadiste che combattono al suo fianco. E abbiamo tutte e tutti la responsabilità di far sì che queste rivendicazioni diventino realtà.

Ma scegliere di ricordare Orso come il ragazzo che era ci pone davanti alla nostra più grande responsabilità, perché ci dice che tutte e tutti noi possiamo e dobbiamo contribuire a costruire un mondo diverso anche alle nostre latitudini, affrontando con il suo stesso sorriso i rischi e i pericoli delle scelte partigiane.

Difendere la rivoluzione in Siria vuol dire anche far sì che non sia l’unica rivoluzione che il nostro secolo conoscerà.