martedì 23 aprile 2019

SALVINI E NESSUN GOVERNO DEL CAMBIAMENTO


Il ministro che ha paura del 25 aprile e che spero bene se ne stia a casa in quel giorno senza commettere atti provocatori come suo solito,mantiene salda la posizione del suo scagnozzo Siri,indagato per presunta corruzione dall'Antimafia,e ne elogia anzi le"doti"nonostante l'inchiesta abbia tra i suoi nomi quelli di mafiosi.
Nell'articolo(contropiano nuova-lega-vecchia-democrazia )ecco servito una sequela di situazione e di nomi che s'intrecciano in un dedalo all'apparenza intricato ma che va a parare benissimo su di un punto,quello di favoritismi in quello che è il mestiere di Siri,sottosegretario alle infrastrutture e quindi personaggio basilare per gli appalti milionari che interessano tutte le spese dello Stato comprese la grandi opere.

Nuova Lega, vecchia Democrazia Cristiana. Mafia compresa…

di  Alessandro Avvisato 
E’ straordinario, questo “governo del cambiamento”… Sembra infatti di esser tornati alla metà degli anni ‘40, tra fine della guerra mondiali e primi vagiti della Repubblica nata dalla Resistenza. Quando spie americane, maneggioni ex fascisti riciclati nella Democrazia Cristiana, boss mafiosi e faccendieri di affannavano a costruire un argine contro quella che sembrava una travolgente avanzata del movimento comunista e socialista. Senza badare troppo alle “qualità morali” degli alleati in questa guerra “sporca”, poi divenuta “fredda”.

Memorabile, in questo senso, il ruolo di Lucky Luciano, boss responsabile della spaventosa diffusione dell’eroina negli Stati Uniti durante la “grande crisi”, poi arrestato, collaboratore dei servizi segreti Usa, e infine graziato per aver fornito la collaborazione della mafia siciliana allo sbarco degli Alleati in Sicilia, nel luglio del 1943.

La vicenda di Armando Siri, sottosegretario leghista alle infrastrutture (posto decisivo per il controllo degli appalti nelle “grandi opere”) – indagato dalla Procura Antimafia per una presunta corruzione da parte dell’ex parlamentare di Fi Paolo Arata, autore del programma di governo della Lega sull’Ambiente e ritenuto socio occulto di Vito Nicastri, un imprenditore dell’eolico arrestato con l’accusa di aver contribuito alla latitanza del boss Matteo Messina Denaro – ha squarciato il velo di “riservatezza” su un sottobosco del potere che tiene insieme tutti questi vecchi ingredienti. Compresa la longa manus dell’ultradestra yankee, nella persona di Stave Bannon, ex chief strategist di Donald Trump, considerato il vero mentore della sua scalata alla presidenza Usa,

Andiamo con ordine. Le intercettazioni che girano su molti giornali non lasciano dubbi sull’”interessamento” di Arata: ha fatto pressione su Siri contando proprio sulla sua presunta “competenza” in materia ambientale, sollecitato da quell’imprenditore lì.

La difesa di Siri ricalca il solito copione di sempre: si parte negando, si va avanti – di fronte a contestazioni via via più precise – con “rettifiche” che non stanno in piedi. Il Fato Quotidiano ne ha contate almeno tre, che vanno dall’iniziale “non sapevo, non conosco l’eolico, c’è un errore di persona” al già più compromettente “ho presentato un emendamento che mi ha chiesto una filiera di piccoli produttori”. Fino alla versione per ora definitiva: “Arata mi ha detto che rappresentava un’associazione dei piccoli imprenditori dell’eolico (…) mi ha fatto una testa così e io gli ho detto va bene, mandamelo”.

Un osservatore attento dei meccanismo istituzionali avrebbe già qui materia per inorridire. In pratica, Siri ammette che il “governo del cambiamento” funziona così: qualche imprenditore chiama un amico-collaboratore di un sottosegretario o di un ministro e gli manda un testo che potrebbe diventare legge dello Stato. Quello lo presenta alla discussione come emendamento senza neanche leggerlo e, se passa, il gioco è fatto.

In questo modo gli interessi privati di una filiera di imprenditori – non sempre e non necessariamente in contatto con la mafia – diventano il cuore della politica industriale di un paese del G7. Alla faccia dell’”interesse generale”, della “lotta al cambiamento climatico”, ecc.

Nel caso specifico l’emendamento era talmente malfatto o spudoratamente pro qualcuno che non è stato approvato. Ma non è questo il punto chiave. Altra migliaia di volte l’identico meccanismo ha funzionato alla grande…

Fin qui siamo nell’ordinario dei “governi del capitale”, anche se il “comitato d’affari della borghesia” appare a confronto quasi come un club di lungimiranti benefattori dell’umanità…

L’affare si ingarbuglia quando si apprende che il figlio di Arata, Federico, è stato da poco assunto come consulente esterno addirittura dal sottosegretario alla Presidenza dl consiglio, Giancarlo Giorgetti, da tutti considerato come il vero “stratega” della Lega, mentre a Salvini spetterebbe il suolo del “comunicatore compulsivo”.

Federico Arata presenta un curriculum classico da figlio della classe politico-imprenditoriale italica. Studi a Roma in un liceo molto esclusivo (lo Chateaubriand), poi alla Luiss (università privata di Confindustria), laurea in economia, master a Parigi, Londra e Torino. Fino a diventare, a soli 34 anni, un banchiere di successo che ha lavorato per Nomura, Bnp Paribas, Bsi, Credit Suisse.

Come dite? Questo doveva essere il governo “per il popolo” e “contro le banche”? E vabbeh, un errore capita a tutti, no?

Il suo vero merito sembra però proprio essere l’aver organizzato il viaggio nel dicembre 2017 di Matteo Salvini negli Stati Uniti, facendo da ponte tra lui, Steve Bannon e Donald Trump.

Sempre lui, secondo un’inchiesta de L’Espresso, avrebbe riservatamente contribuito a creare l’alleanza tra la Lega e le forze nazionaliste che crescono in mezza Europa. E comunque risulta sempre lui ad aver accompagnato Bannon nel suo giro in Italia, a settembre 2018.

Un uomo utilissimo alla Lega, certamente. Forse un bel po’ meno all’Italia. Ma per (un figlio di) un amico si può fare un piccolo strappo alla prassi istituzionale.

Non ci sorprende affatto che la Lega abbia assunto – con tratti distintivi assai peggiori – il ruolo che era stato di Democrazia Cristiana e poi di Forza Italia. La sua capacità di “sfondamento al Sud”, peraltro, sarebbe inspiegabile senza il supporto entusiastico di clientele ed interessi – spesso malavitosi, come si vede sempre più spesso – altrimenti destinate a boccheggiare in un “mercato” dove vigono altre regole.

Senza finanziamenti pubblici, o senza “manine” che infilano in un decreto-legge l’emendamento “giusto”, certi “imprenditori” non durerebbero un giorno.

Questa è del resto gran parte della piccola e media imprenditoria italiana (quella grande e multinazionale, spesso, è anche peggio). Siamo nel solito vecchio gioco.

C’è però qualche differenza. Ai tempi delle avventure di Lucky Luciano, almeno – in questi pasticci tra yankee, politicanti, mafiosi e maneggioni – c’era in ballo qualche motivazione di alto profilo (sbarcare in Sicilia, combattere i nazifascisti minimizzando le perdite), pur se con conseguenze devastanti (la mafia al governo del paese).

Oggi proprio niente.

Nessun commento: