martedì 19 dicembre 2017
TRAMONTO PORTOGHESE
L'estradizione di Maurizio Tramonte a ben 43 anni dalla strage di Piazza della Loggia a Brescia avvenuta il 28 maggio 1975 è l'esecuzione di fatto dell'ergastolo confermato a lui e a Carlo Maria Maggi nel giugno di quest'anno(madn conferme-degli-ergastoli-per-la-strage.di brescia ).
Latitante da sempre,all'epoca dell'attentato il ventunenne Tramonti era già un militante fascista di prim'ordine già reclutato dai servizi segreti in quegli anni bene attivi sul fronte del terrorismo di Stato cominciato da Piazza Fontana.
E come i protagonisti materiali di quella strage i colpevoli vennero spediti in tutto il mondo dagli stessi servizi per non incappare in condanne ma soprattutto per non rivelare i nomi dei mandanti di quei fatti di sangue.
Nel redazionale di Contropiano(estradato-tramonte )analisi e considerazioni su questo fatto e una la faccio anch'io sulla condizione di Battisti(madn -rispolverato-per-tacere-sui.lavori parlamentari )che potrebbe anche lui venir estradato a breve per"par condicio"più opportunistica che politica.
Estradato Tramonte per la strage di Brescia e “fonte” dei Servizi Segreti.
di Redazione Contropiano
Maurizio Tramonte, uno dei due condannati definitivamente all’ergastolo per la strage di Piazza della Loggia – l’altro è Carlo Maria Maggi – sarà estradato oggi in Italia dal Portogallo, dove è stato rintracciato e arrestato nei mesi scorsi in seguito a indagini del Ros.
Scortato dall’Interpol, Tramonte arriverà all’aeroporto di Fiumicino con un volo proveniente da Lisbona.
I media di regime – da Repubblica al Corsera – provano a rinsaldare la narrazione preferità: “lo Stato è forte, non perdona, è anche antifascista”. Balle.
Quella di Piazza della Loggia è una strage di oltre 43 anni fa. Una bomba piazzata in un angolo della piazza, piena di lavoratori contro il terrorismo neofascista indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista, provoca 8 morti e 102 feriti.
La sentenza definitiva è arrivata 41 anni dopo, nel 2015. Solo perché lo Stato, tramite i suoi servizi segreti, alle dipendenze dirette di tutti i presidenti del consiglio da allora ad oggi – nessuno escluso – ha fatto di tutto per impredire che si arrivasse all’accertamento delle responsabilità.
Né si può dire che era difficile risalire ai colpevoli. Uno di loro, proprio il vigliacco infame che oggi viene riportato in Italia, era infatti la “fonte Tritone” dei Servizi Segreti Italiani. Un informatore, una spia infiltrata o reclutata in mezzo ai gruppi fascisti che compivano le stragi. Significa che lo Stato sapeva tutto fin dall’inizio. Anzi, che ordinava quegli attentati. O quanto meno ne favoriva la realizzazione, evitando di arrestare gli stragisti prima che piazzassero le bombe o subito dopo che le avevano fatte esplodere.
Naturalmente non abbiamo mai creduto, neanche per un attimo alla presunta tesi del “doppio Stato”, propalata da qualche depistatore “di sinistra” che nel frattempo garantiva collaborazioni con quegli stessi Servizi contro i militanti e i guerriglieri di estrema sinistra (Ugo Pecchioli, per ricordarne il “capo militare”). Non ci abbiamo creduto e abbiamo avuto la prova quando uno dei “teorici” di questa tesi diventò addirittura ministro dell’Interno. Ma si guardò bene dal rimuovere o far fermare anche solo un esponente del presunto “secondo Stato”, responsabile delle stragi e dei depistaggi.
Si chiamava Giorgio Napolitano, ci sembra…
Riportare in Italia uno stragista a scontare finalmente la sua condanna, a 43 anni dai fatti, non è un tanto un tardivo “atto di giustizia” (Tramonte, naturalmente, in galera ci doveva andare molto prima e ci deve restare) quanto una presa per i fondelli.
La gestione mediatica, stiamo dicendo, è una pennellata di ipocrisia sul modo di funzionare di uno Stato che ha coperto questa e altre stragi, con centinaia di morti, proteggendone i responsabili fino a metterli al sicuro all’estero (Ventura in Argentina, Delfo Zorzi in Giappone, ecc). Era avvenuto lo stesso anche con Tramonte, cui non era stato neanche ritirato il passaporto dopo le condanne di primo e secondo grado.
Dunque non abbiamo altro da aggiungere a quanto scritto dopo la sentenza definitiva, due anni fa. Il testo è quel che segue.
*****
Quarantuno anni sono sempre troppi, per avere una sentenza su una strage che ha fatto 8 morti e 102 feriti. Se poi questa arriva a sancire quel che già si sapeva, a carico di due persone già indagate, processate e incredibilmene assolte, è necessario concluderne che lo Stato – in prima persona e ai massimi livelli – ha fatto di tutto per far arrivare questa sentenza fuori tempo massimo, nella speranza che tutti gli imputati passassero a miglior vita.
Invece ne erano rimasti due. Maurizio Tramonte, all’epoca della strage di Brescia appena 21enne, ma già fascista militante e informatore dei servizi segreti, e Carlo Maria Maggi, 81 enne medico veneto, a suo tempo “ispettore politico” di Ordine Nuovo.
Scomparso invece il “pentito”, quel Mario Digilio che confezionò personalmente quasi tutte le bombe delle stragi di stato degli anni ’70, da Piazza Fontana in poi, fascista e agente dei servizi segreti italiani e statunitensi (dipendeva dal comando Nato-Ftase di Verona), che vuotò il sacco solo quando scoprì d’essere ormai in punto di morte.
Morto anche Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo e poi segretario del Movimento Sociale Italiano, appena prima che Gianfranco Fini promuovesse la “svolta di Fiuggi”. Ma aveva fatto in tempo ad essere assolto, come Franco Freda e Giovanni Ventura, poi scomparso in Argentina. Morto il generale dei carabinieri Francesco Delfino, poi dirigente del Sismi, naturalmente assolto per aver lungamente depistato le indagini sulla strage (dov’era in servizio nel 1974). è invece ancora vivo anche Delfo Zorzi, autore materiale della strage di Piazza Fontana, ma assolto per quella come per Brescia, fatto rifugiare in Giappone, dove ha fatto successo come imprenditore, col nome di Hagen Roi, senza che ne sia mai stata chiesta l’estradizione.
Si potrebbe andare avanti a lungo, ma ci basta rinviare alla sterminata documentazione esistente in materia, quasi interamente ascrivibile alle controinchieste del movimento rivoluzionario di quegli anni, riprese e trasformate in indagini dal giudice Guido Salvini.
Dopo tanto tempo, non ci sono parole che non siano state dette.
Questo Stato, quello di allora in perfetta continuità con quello di oggi, ha ordinato stragi, le ha fatte eseguire a gruppetti di fascisti quasi sempre arruolati come “informatori”, infiltrati o semplici agenti dei servizi di intelligence. Questo Stato ha poi protetto – a volte goffamente, come avviene a chi si sente troppo potente per curarsi di non lasciare troppe tracce nei reati che commette – gli autori delle stragi depistando le non molte indagini che puntavano a scoprire gli assassini. Questo Stato ha protetto i depistatori, consentendo loro notevoli carriere, secondo il classico schema dell’esecutore che ha molto da dire sul proprio mandante.
Si potrà dire che questo era il frutto della “guerra fredda”, del mondo diviso in due in cui non poteva proprio accadere che un paese chiave della Nato – e viceversa, del Patto di Varsavia – fosse governato da forze politiche non perfettamente allineate con la superpotenza di riferimento.
Ma non si può dire che ora vigono altre regole. Cambiano gli strumenti, forse. Anche in considerazione dell’assoluta minorità delle soggettività comuniste e rivoluzionarie.
E allora una sentenza che arriva così clamorosamente fuori tempo, che non serve più a punire nessuno, può servire a molti scopi meno nobili della scrittura della verità storica. A partire dalla patina di belletto che certamente il potere sta provando a stendere sulle sue rughe più orrende.
E invece sarebbe importante che questa verità giudiziaria, solo oggi giunta a conferma della verità storica, servisse da stimolo, per un paese disorientato, per fare il punto seriamente sul proprio recente passato. Ovvero dal dopoguerra a oggi.
Possiamo però star certi che così non sarà. La struttura infame del potere italico si vede proprio da queste cose…
lunedì 18 dicembre 2017
SCONVOLGIMENTO DELLA MEMORIA STORICA
Il ritorno delle salme dei regnanti italiani,non solamente complici ma anche profondi sostenitori del ventennio fascista,hanno creato qualche polemica non per il fatto della sepoltura nella loro"patria"ma per quello che hanno rappresentato e che va contro i valori democratici della Repubblica.
L'arrivo in pompa magna dell'ex re avvenuta il giorno dopo l'arrivo delle spoglie della moglie Elena a carico dei contribuenti presso il santuario di Vicoforte,per l'appunto è uno sfregio a tutti i morti che hanno contribuito a mietere durante le guerre mondiali(parlando storicamente solo dell'ultimo secolo)e che aiutarono l'ascesa ed il consolidamento della dittatura fascista e portarono alla firma delle ignobili leggi razziali.
Vorrei ricordare la figura(di merda)di un suo discendente,tale Emanuele Filiberto di Savoia,di simpatie nemmeno tanto nascoste di estrema destra e pronto a comparire in televisione per far valere addirittura questioni di fantomatici risarcimenti(vedi:madn il-principino-fancazzista-apre-la-fogna e madn monarco-fascismo ).
L'articolo di Contropiano(monarchia-di-ritorno )parla di questa vicenda che è solo l'ultimo tassello di una revisione della memoria storica italiana cominciata da anni e che sta concorrendo al ritorno di ideologie reazionarie e nostalgiche:che siano monarchiche o fasciste è la stessa feccia dittatoriale ed antidemocratica.
Monarchia di ritorno.
di Franco Astengo
Non è questione dell’utilizzo di un volo militare o di altri aspetti di mera opportunità: il rientro delle salme dei rappresentanti di casa Savoja in Italia (cui seguirà l’inevitabile polemica riguardante la traslazione al Pantheon: tanto per aggiungere confusione a confusione) costituisce un ulteriore passaggio della “damnatio memorie” in atto rispetto ai valori costitutivi della democrazia repubblicana e della storia del nostro Paese.
Qualcuno oggi ha elencato i tre punti sui quali casa Savoja e in particolare Vittorio Emanuele III si sono resi protagonisti del disastro del fascismo, della guerra, delle leggi razziali: non aver tolto l’incarico a Mussolini dopo il delitto Matteotti; aver provocato l’8 settembre; aver firmato le leggi razziali.
A voler essere precisi ci sarebbe da aggiungere l’aver fatto entrare in guerra l’Italia il 24 maggio 1915 senza un voto del Parlamento (650.000 morti e un milione di feriti); il comportamento lungo tutto il ventennio di dittatura in piena regola (si sta tentando di contestare anche il concetto stesso di fascismo come regime dittatoriale) ; l’ingresso nella seconda guerra mondiale; l’aver consentito la modifica dello Statuto in punti essenziali come quello dell’elevazione di un organo di partito (il Gran Consiglio) a organo costituzionale e l’abolizione della Camera dei deputati.
Anche così però si sono soltanto precisati alcuni aspetti senza toccare il dato di fondo: ben oltre la “pietas” da esercitarsi nella normalità di questi casi, il punto è quello dell’ennesimo sfregio che viene inferto alla storia della democrazia repubblicana e alla memoria della fase decisiva di costruzione della nostra democrazia.
Nella formalità non è avvenuto nulla in violazione della Costituzione.
Invece nella profondità dell’espressione dei valori comuni che hanno costruito la Repubblica siamo davanti ad un’insopportabile sottrazione di identità della nostra memoria storica.
sabato 16 dicembre 2017
DISFATTE ANNUNCIATE
Mentre si sta delineando una sconfitta a sinistra alle prossime elezioni ancor prima che si scelga la data della tornata elettorale,il Pd(per inciso non rientra in tale categoria)non è riuscito nell'intento di accaparrarsi alcuni partner che avrebbero potuto dare qualche piccola percentuale di voti.
Fassino,colui che era stato investito da mediatore,pompiere e paciere tra le varie anime della sinistra moderata,i vari Pisapia con Campo Progressista,Articolo Uno e per ultimo Grasso con Liberi e Uguali,ha fallito su tutti i campi.
Certo non solamente per colpa sua ma di chi rappresenta,i vari Renzi,Boschi e Gentiloni che come scritto nell'articolo riportato sotto(left.it/2017 )sembra vivano al di fuori della realtà sotto una cupola di vetro così come profetizzò amaramente Berluscojoni nel 2011.
C'è solo una piccola schiera con qualcuno dei verdi e del Psi a dare manforte al Pd che è destinato ad una totale batosta a scapito delle destre che approfittano del pessimo lavoro svolto da quelli del Patto del Nazareno per avere una volata facile.
E così a sinistra Fassino ha partorito il topolino.
di Giulio Cavalli
Avrebbe dovuto essere il “grande mediatore” in grado di ricucire i rapporti tra il Partito democratico e le diverse anime a sinistra e invece Piero Fassino si porta a casa una “coalizione” spelacchiata che assomiglia terribilmente alle tante liste civetta che fino alle prossime elezioni spunteranno un po’ dappertutto. Ieri è stata presentata la lista “Insieme” (con tanto di simbolo di ulivista memoria) che comprende i Verdi, il Psi di Riccardo Nencini, l’ex ministro Giulio Santagata, vicino a Romano Prodi, e probabilmente qualche esponente ex di Sel (si sussurra il nome di Dario Stefàno).
Una lista che, bisogna dirlo, riesce a lasciare addirittura perplesso uno come Tabacci, storicamente sempre forte di stomaco, che con il suo partito (?!) Centro democratico ha deciso all’unanimità di non prenderne parte. Il deputato Capelli (che di Tabacci è il braccio destro, nell’enorme galassia della sua formazione politica) ha detto che il vero problema è Renzi: «Nulla di personale ma anche alla luce delle sue ultime dichiarazioni, “prenderemo oltre il 30 per cento, saremo il primo gruppo in Parlamento”, sembra di risentire il Berlusconi del 2011 che diceva che tutto andava bene e che la crisi non c’era perché i ristoranti erano tutti pieni».
Sparito Campo progressista di Giuliano Pisapia. Addirittura “perplesso” Casini. Qualcuno lancia l’idea di una “lista civica Gentiloni” (cosa c’è di più civico di un presidente del Consiglio, del resto).
Avanti così.
Buon venerdì.
venerdì 15 dicembre 2017
ABBATTERE I BOSCHI
Non c'è nessuna deriva contro l'ambiente nel titolo di questo post,si fa solo riferimento alla famiglia Boschi e soprattutto a Maria Elena che è simpatica come un'emorroide,il"valore aggiunto"come ha detto il premier Genitiloni nella prossima campagna elettorale del Pd:da vomito.
L'articolo seguente(ilfattoquotidiano )non dice nulla di nuovo nello scenario raccapricciante degli intrighi di palazzo con le banche,specificando che tutta una famiglia,da ex vicepresidenti,ex azionisti,dirigenti e dipendenti facciano tutti capo al clan Boschi.
Cose che possono succedere ma non quando la diretta interessata è pure ex ministra per le riforme costituzionali e i rapporti col Parlamento nonché attuale sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio dei Ministri,in chiaro conflitto d'interesse.
Non solo,ha spudoratamente mentito alle domande fattegli nelle varie commissioni d'inchiesta e anche per quanto riguarda la vigilanza della Banca d'Italia,e oltre ad avere la faccia di merda a non dimettersi sventaglia la sua faccia rinnovando menzogne su ciò che ha fatto.
Vedi anche:madn boschila-vera-monnezza-romana .
Etruria, Consoli (ex Veneto Banca): “Incontro anche con Boschi, ma non proferì parola”
L'ex numero uno dell'istituto di credito veneto davanti alla commissione d'inchiesta sulle banche conferma lo scoop del Fatto Quotidiano: il summit di Arezzo ci fu. E l'ex ministra era presente anche se non disse nulla. Nelle stesse settimane aveva interessato della questione anche il numero uno di Consob, Vegas.
Se qualcuno aveva ancora dei dubbi, l’incontro a casa Boschi tra i vertici di Etruria e Veneto Banca ci fu. E tra i presenti c’era anche Maria Elena Boschi, in quel momento ministra delle Riforme del governo di Matteo Renzi. A confermare lo scoop del Fatto Quotidiano è uno dei protagonisti di quel summit: Vincenzo Consoli. “Il ministro Maria Elena Boschi partecipò a un incontrò con i vertici di Banca Etruria e di Veneto Banca nella casa di famiglia ad Arezzo nella pasqua del 2014, per un quarto d’ora, nel quale non proferì parola, dopo di che si alzò e andò via”, ha detto l’ex amministratore delegato dell’istituto di credito veneto in audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. La riunione – ha aggiunto Consoli – avvenne “perchè sapemmo che Etruria aveva ricevuto da Bankitalia una lettera simile alla nostra” nella quale chiedeva l’aggregazione con un partner di “elevato standing” e indicandolo poi in Popolare Vicenza. Perché il ministro delle Riforme doveva partecipare ad un vertice del genere, organizzato peraltro nella sua casa di famiglia, anche senza proferire parola? Questo Consoli – che è imputato per ostacolo alle autorità di vigilanza – non lo dice.
di Manolo Lanaro
Le sue parole, però, preannunciano una giornata pesante per la sottosegretaria del governo Gentiloni. La seconda di fila, visto che giovedì 14 le dichiarazioni del presidente della Consob, Giuseppe Vegas, avevano fatto riesplodere le polemiche sulla politica di Laterina. “Su Banca Etruria ho avuto modo di parlare della questione con l’allora ministro Boschi, che espresse un quadro di preoccupazione perché a suo avviso c’era la possibilità che Etruria venisse incorporata dalla Popolare di Vicenza e questo era di nocumento per la principale industria di Arezzo che è l’oro”, ha detto alla Commissione il presidente della Consob. Che incontrò Boschi più volte tra l’aprile e il maggio del 2014. Boschi era diventata ministro a febbraio. Tra marzo e aprile, dunque, partecipa agli incontri con i vertici di Veneto Banca e Banca Etruria e interessa della questione il numero uno della vigilanza di mercati.
In quelle settimane sia Etruria sia Veneto Banca erano nel mirino della Vigilanza di Bankitalia che aveva ispezionato gli istituti nel corso del 2013 traendone a fine anno conclusioni piuttosto dure: le due banche erano messe talmente male da aver bisogno di un matrimonio d’onore e l’unica sposa rimasta sul campo era la Popolare di Vicenza di Gianni Zonin. I vertici dei due istituti però non ne vogliono proprio sapere. Da qui l’incontro a Laterina che però non porta a niente. Mentre poco dopo un blitz di Bankitalia porta alla rimozione dei vertici di Banca Etruria e così il 5 maggio Pier Luigi Boschi diventa vicepresidente dell’istituto Etruria: una nomina che la ministra preannuncia a Vegas in uno degli incontri ad aprile.
“Io non ho mai fatto pressioni”, ha ripetuto per tutta la giornata di giovedì la sottosegretaria. Accusata dalle opposizioni di avere mentito in Parlamento per difendersi dalla mozione di sfiducia del dicembre 2015 sul caso Banca Etruria e invitata alle dimissioni, la posizione dell’ex ministro è stata blindata nelle scorse ore dal premier Paolo Gentiloni. “Non sono il giudice del valore aggiunto o non aggiunto. Penso che Maria Elena abbia chiarito tutto quello che c’è da chiarire, quindi sarà candidata dal Pd e mi auguro che abbia successo”. Pochi minuti dopo Consoli avrebbe cominciato la sua deposizione a Montecitorio. Un’audizione in cui l’ex numero uno di Veneto Banca ha raccontato che Gianni Zonin, presidente della banca popolare di Vicenza, nel dicembre 2013, sottolineò come l’operazione di fusione fra i due istituti di credito fosse “fortemente caldeggiata dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco, con il quale aveva avuto una lunga telefonata”. “Io – ha aggiunto Consoli – ho sempre pensato alla Banca d’Italia come una sorta di Madonna che non si può toccare. Ma è chiaro che c’è stato qualche errore”.
Ma non solo. Perché a legare Consoli alla famiglia di Laterina ci sono anche alcune chiamate più recenti: risalgono al 3 febbraio 2015, subito dopo il decreto legge varato dal governo Renzi per la trasformazione delle banche popolari in Spa, Etruria compresa; e una settimana prima il commissariamento della banca di Arezzo. Boschi era vicepresidente dell’istituto da quasi un anno e cercava un salvatore. Per questo si rivolge a Consoli, impegnato a sua volta nel tentativo di alleggerire l’attenzione di Bankitalia su Veneto Banca e in cerca di sostegni politici a Palazzo Chigi. E Boschi lo rassicura. Con queste parole: “Domani in serata se ne parla, io ne parlo con mia figlia, col presidente domani e ci si sente in serata”. Il presidente ovviamente è Matteo Renzi. Del resto, l’aveva annunciato in una telefonata precedente avuta con Vincenzo Umbrella, capo della sede fiorentina di Bankitalia. Dice Consoli: “Io chiamo Pier Luigi e vedo se mi fa, mi fissa un incontro, anziché con la figlia, direttamente col premier”.
giovedì 14 dicembre 2017
SCEGLIERE IL FUTURO
Buona notizia dal Parlamento che è riuscito a spuntarla sulla legge che riguarda il biotestamento e l'accanimento terapeutico in determinati casi di malattia o di traumi che prolungano solamente il patimento delle persone che tra poco potranno decidere anticipatamente se scegliere o meno se interrompere cure,alimentazione ed idratazione qualora dovessero presentarsi patologie o situazioni nelle quali il paziente non possa più comunicare le proprie intenzioni.
E scelgo un articolo(espresso.repubblica.it/attualita )nel quale si capisce che chi è contro questa legge ha torto marcio in quanto si tratta non di un obbligo ma di una libera scelta del cittadino,e naturalmente coloro che hanno osteggiato questo dibattito fanno parte delle destre e di partiti che dovrebbero rappresentare la famiglia e la vita ma lo fanno solamente per degli interessi di propaganda politica.
Gli stessi che avevano sputato sentenza sul caso di Eluana Englaro(madn medley-di-deliri )e che avevano fatto passare in segreto l'emendamento 1707(madn 1707-volte-merde )che introdusse il reaato di stupro di lieve entità per salvare soprattutto i preti che incappavano negli abusi verso i minori.
La gente è sempre quella,Quagliariello,Gasparri,ora anche Adinolfi,Salvini e Giovanardi che più sono contrariati per il voto parlamentare con l'asse Pd-M5S che ha tenuto ed è riuscito con un buon numero di votanti e più ci fa capire la bontà di questo decreto che potrà portare negli anni a venire maggiori tutele per i malati.
Un appunto sulla situazione locale di Crema che ai tempi di una possibile discussione in consiglio comunale del tema tutto il Pd si dimostrò incapace di portare avanti assieme agli allora alleati di maggioranza questo tema in quanto non era ritenuto importante,mentre oggi sono tutti felici per quello che è successo a Roma.
La destra contro il biotestamento. Da Adinolfi a Gasparri: «Norma barbara degna di Stalin».
«Una pagina nera per il Parlamento». Viene definita così dal leader del Partito della Famiglia l'approvazione della legge sul fine vita. Ma non è l'unico: nel centrodestra in molti hanno criticato duramente il voto di questa mattina al Senato.
DI FEDERICO MARCONI
La destra contro il biotestamento. Da Adinolfi a Gasparri: «Norma barbara degna di Stalin»
«Introduce l’eutanasia, cancella l’obiezione di coscienza dei medici, obbliga qualsiasi struttura pubblica o privata a obbedire a un editto statalista e a tratti stalinista: questo è la legge sul fine vita» ha dichiarato Maurizio Gasparri. Il senatore di Forza Italia è tra coloro che si sono espressi più duramente sul biotestamento. Una norma che è stata accolta dai più con grande entusiasmo , ma non dal centrodestra. Per Gasparri è stata votata «una legge che ha migliaia di imprecisioni e che prevede la possibilità che bambini come Charlie Gard vengano uccisi, che rischia di vedere i familiari del malato dar luogo a delle vere e proprie votazioni intorno al letto del parente morente per far prevalere l’una o l’altra volontà».
Si parte con Carlo Giovanardi che prima evoca Eluana Englaro, la giovane diventata il simbolo della battaglia sul testamento biologico, per dire che "non era affatto gravemente malata e non soffriva", e poi si avventura in un passaggio storico sugli approcci dei medici tedeschi nella fine degli anni '30. A lui segue Maurizio Sacconi, nostalgico dei "bei tempi del Partito Comunista, si stava meglio quando si stava peggio". E Maurizio Gasparri si domanda cosa farà "l'assemblea dei familiari" se chiamata a decidere al posto del proprio caro. I senatori contrari all'approvazione del biotestamento hanno provato a convincere i colleghi di maggioranza a voltare le spalle alla legge nei diversi voti segreti relativi agli emendamenti. Tentativi andati a vuoto: la legge è stata approvata.
Al caso del piccolo Charlie Gard fa riferimento anche Carlo Giovanardi, senatore di Idea, prima di domandarsi allarmato: «Con questa legge quanti casi Eluana Englaro avremo e quanti minori potranno essere lasciati morire negando loro idratazione e alimentazione?». Il presidente di Idea, Gaetano Quagliariello, ha dichiarato prima del voto che «il prossimo governo di centrodestra abolirà questa legge che rappresenta la via italiana all’eutanasia».
Biotestamento, ecco cosa prevede la nuova legge
Dal consenso informato alle nuove disposizioni su accanimento terapeutico, nutrizione e idratazione artificiale: tutto quello che c'è da sapere sulla norma appena approvata al Senato
Sulla stessa lunghezza d’onda anche Francesco Storace e Mario Adinolfi. Per l’ex governatore del Lazio il parlamento ha votato «una legge per morire»: «Già c’era una legge per abortire. Attendiamo ora una legge per vivere e una per convincere a nascere». Il leader del Partito della Famiglia ribadisce: «Non si chiama fine vita, si chiama morte». «È una pagina nera per il Parlamento» continua Adinolfi, secondo cui in questa legislatura è stato dato troppo spazio a «normative ideologiche figlie di una cultura anticattolica che avanza per trucchi linguistici». All’ex esponente del Pd proprio non piace la legislazione sui diritti: «Li chiamano diritti civili, ma sono solo scopiazzature di normative barbare». E conclude: «Gli italiani sanno che firmando le Disposizioni anticipate di trattamento firmerebbero la loro condanna a morte. E vedrete che non le firmeranno».
Dichiarazione shock del leader della Lega Matteo Salvini sulla legge per il biotestamento in discussione al Senato: "Piu' che di fine vita io mi preoccupo della vita. A me piacerebbe che questo Parlamento si occupasse degli italiani che stanno vivendo. Un cittadino deve essere libero di scegliere, ma io mi preoccupo di piu' di quelli che stanno vivendo e stanno vivendo male. Poi di morte, di una buona morte, ci occuperemo al momento giusto".
Usa toni più pacati Maurizio Sacconi. Il senatore di Ap, che non ha votato la legge, è spaventato perché, secondo lui, con il biotestamento «si irrigidisce la professione medica ridotta alla mera esecuzione di volontà espresse, anche a distanza di tempo, un uno stato di benessere per paura di una futura sofferenza».
mercoledì 13 dicembre 2017
ANTISEMITI E ISLAMOFOBICI A BRACCETTO
Diverse prove negli ambienti soprattutto nell'estrema destra americana ma anche in quelle europee fanno sì che tra i maggiori sostenitori di Israele e delle sue politiche islamofobiche che vanno dall'occupazione dei territori palestinesi all'oppressione del mondo arabo,(anche se essi stessi lo sono)ci siano dei razzisti e degli antisemiti.
Anche se l'articolo proposto è datato di un anno(contropiano colpo-si-puo-filoisraeliani-antisemiti )ciò che viene descritto è attuale e vero:siamo nei giorni dell'insediamento di Trump e si fa spesso riferimento a Steve Bannon,coordinatore della campagna elettorale di Trump e ormai ex capo stratega del Presidente che fa dell'odio un suo punto di forza.
Bannon è un esponente dell'Alt-right statunitense che come fondamento ha la supremazia bianca infarcita da teorie razziste e neonaziste,ma si sa che il nemico comune spesso e volentieri crea alleati strani come antisemiti che sostengono Israele perché nessuno come loro odia i musulmani.
Questa islamofobia comune fa passare sotto traccia l'antisemitismo delle destre Usa ed europee così da poter sconfiggere il nemico arabo,un'amicizia basata sull'appoggio all'occupazione israeliana e alla distruzione del popolo palestinese per primo e poi di tutti gli islamici.
Suggerisco anche:madn antisemita-o-antisionista? .
“Di colpo si può essere filoisraeliani e antisemiti”.
di Gideon Levy *
Quando l’amicizia verso Israele viene giudicata solamente in base al sostegno all’occupazione, Israele non ha altri amici se non i razzisti e i nazionalisti, scrive l’editorialista del quotidiano Haaretz.
di Gideon Levy – Haaretz
(traduzione di Cristiana Cavagna-Zeitun.info) da Nena News
Gerusalemme, 23 novembre 2016, Nena News – All’improvviso non è così terribile essere antisemiti. Tutto ad un tratto diventa scusabile, nella misura in cui odiate i musulmani e gli arabi e “amate Israele”. Il diritto ebraico ed israeliano ha concesso una radicale amnistia agli amanti antisemiti di Israele – sì, succede questo e loro stanno per prendere il potere negli Stati Uniti.
Adesso lo sappiamo: non solo la pornografia, ma anche l’antisemitismo è una questione di geografia e di prezzo. Gli antisemiti americani di destra non sono più considerati antisemiti. La definizione è stata aggiornata: d’ora in poi gli antisemiti si trovano solo nei ranghi della sinistra. Roger Waters (ex-leader dei Pink Floyd e sostenitore del boicottaggio contro Israele, ndtr.), un coraggioso uomo di coscienza senza macchia, è un antisemita. Steve Bannon, un razzista dichiarato ed esplicitamente antisemita che è stato nominato capo della strategia della Casa Bianca di Trump, è un amico di Israele.
Gli attivisti ebrei ed israeliani che non risparmiano sforzi per scoprire segnali di antisemitismo, che considerano ogni multa per sosta vietata ad un ebreo americano come un gesto di odio, che muovono cielo e terra ogni volta che un ebreo viene derubato o una lapide ebrea viene infranta, adesso riabilitano un antisemita. Improvvisamente non sono sicuri che si stia parlando di quel particolare morbo.
Alan Dershowitz (docente di diritto ed accanito sostenitore di Israele negli USA, ndtr.), uno dei maggiori propagandisti in questo campo, è già insorto in difesa del razzista Bannon. In un articolo su Haaretz della scorsa settimana Dershowitz ha scritto che l’uomo la cui moglie ha detto che non ha permesso ai suoi figli di andare a scuola insieme agli ebrei non è un antisemita. “L’accusa è semplicemente stata fatta dalla sua ex moglie in un processo, senza dare al fatto un particolare peso,” ha scritto Dershowitz, con logica pretestuosa.
Dopo tutto, l’ex assistente ricercatore di Dershowitz, un ebreo ortodosso che ha successivamente lavorato con Bannon, gli ha assicurato di non aver riscontrato elementi di antisemitismo in Bannon. E questo è improvvisamente sufficiente per Dershowitz. Di punto in bianco è possibile separare il razzismo dall’antisemitismo.
L’ambasciatore israeliano a Washington, Ron Dermer, ovviamente si è affrettato ad unirsi alla compagnia. Nel weekend ha detto di aspettarsi di lavorare con Bannon. E, cavoli, si aspetta di lavorare con quel razzista. In fondo, saranno d’accordo su tutto: che non esiste un popolo palestinese, che non esiste l’occupazione, che la colonia di Yitzhar ([una delle colonie più violente ed estremiste, ndtr.) dovrà restare per sempre, che quelli di sinistra sono dei traditori.
Per Dermer – ambasciatore dell’avamposto illegale di Amona, amico del Tea Party , uno che boicotta J Street (gruppo liberale statunitense che promuove la pace tra Israele e Palestina, ndtr.), un uomo che, se la relazione bilaterale fosse stata normale, sarebbe stato dichiarato persona non gradita dagli Stati Uniti – le nuove nomine sono l’alba di un nuovo giorno.
Si sentirà a casa con Frank Gaffney, un altro che odia i musulmani, che probabilmente otterrà un’alta carica nella nuova amministrazione; sarà felice di lavorare con Bannon. E Mike Huckabee (politico repubblicano e pastore battista statunitense, ndtr.) gli va proprio a genio. Dermer, dopo tutto, ha ricevuto il Premio Fiamma della Libertà dal Centro per la politica di sicurezza, un gruppo razzista che sventola orgogliosamente la bandiera dell’islamofobia.
Questi razzisti e quelli della loro risma sono i migliori amici di Israele negli Stati Uniti. Ad essi si uniscono i razzisti della destra europea. Se non si contano i sensi di colpa per l’olocausto, essi sono gli unici amici rimasti ad Israele. Quando l’amicizia per Israele si misura solamente sulla base del sostegno all’occupazione, Israele non ha altri amici che i razzisti ed i nazionalisti. Questo avrebbe dovuto suscitare qui una profonda vergogna: dimmi chi sono i tuoi amici e ti dirò chi sei.
Questi razzisti amano Israele perché realizza i loro sogni: opprimere gli arabi, offendere i musulmani, spossessarli, espellerli, ucciderli, distruggere le loro case, calpestare la loro dignità. Questo mucchio di spazzatura vorrebbe tanto comportarsi come noi.
Ma per ora ciò è possibile solo in Israele, per cui esso è il faro tra le nazioni in questo campo. Che cosa ne è dei tempi in cui gli ebrei in Sudafrica andavano in prigione con Nelson Mandela? Oggi gli attivisti ebrei in America sostengono i nuovi governanti – i razzisti e gli antisemiti.
Nel weekend la scrittrice palestinese-americana Susan Abulhawa ha scritto su Facebook: i palestinesi definiscono il nazionalista bianco Bannon un antisemita, mentre l’AIPAC (gruppo di pressione statunitense che sostiene politiche a favore di Israele, ndtr.) e Dershowitz pensano che non sia una cattiva persona. Di quale altra prova c’è bisogno sul fatto che il sionismo è un aspetto della supremazia bianca e in definitiva è antitetico all’ebraismo?
La scorsa estate Abulhawa è stata deportata dal ponte di Allenby [cioè in Giordania, ndtr.]. Ed ha ragione. Gli Stati Uniti e Israele condividono oggi gli stessi valori – e guai a vergognarsene.
23 nov 2016
LO YEMEN E LA GUERRA A DISTANZA TRA SAUDITI E IRANIANI
La morte dell'ex Presidente yemenita Saleh,catturato e ucciso dai ribelli sciiti houthi negli scorsi giorni,ha dato una nuova chiave di lettura nel conflitto meno discusso al momento nel mondo,quello che sta devastando lo Yemen ormai da anni dopo l'invasione dell'Arabia Saudita sostenuta dagli Usa e dall'occidente in generale mentre l'Iran è l'unica nazione che ha seriamente preso a cuore il destino dello strategico Stato mediorientale(vedi:madn nessuna-notizia-dallo-yemen ).
Il continuo doppiogiochismo di Saleh è costato la vita a questo politico banderuola che ha sostenuto una volta i ribelli per poi invischiarsi negli affari con i sauditi mentre il popolo yemenita veniva massacrato proprio dagli arabi.
In una zona dove contano molto le famiglie e le tribù un poco come in Libia si vede sempre più lontana la parola fine ad un conflitto che ha già provocato migliaia di vittime innocenti anche se come detto non sembra fare molta notizia almeno in Italia:articolo di Infoaut conflitti-globali .
La guerra civile in Yemen nasconde la lotta per l'egemonia in Medio Oriente.
Poche testate, tra cui non quelle italiane, hanno dato il giusto risalto all'importante colpo di scena verificatosi una settimana fa nella guerra civile yemenita.
Il 4 dicembre, l’ex presidente Ali Abdullah Saleh, a capo della coalizione ribelle che combatte contro l’attuale primo ministro legittimo, Abdrabbo Mansur Hadi, è stato catturato e ucciso mentre tentava di abbandonare la capitale Sana’a.
Questo episodio rappresenta un ulteriore ribaltamento delle sorti della sanguinosa guerra intestina che, da diversi anni, logora lo stato arabo, e ha già provocato almeno 10000 morti. La morte dell'ex presidente, infatti, sembra inevitabilmente destinata a produrre, come diretta conseguenza, il brusco arresto della strategia da quest'ultimo perseguita nell'ultima fase del conflitto.
La strategia di Saleh consisteva in una forma di apertura ai ribelli nell'ottica di un graduale processo di pacificazione, che prevedeva, sulla base di un temporaneo cessate il fuoco, un riavvicinamento tra le formazioni ribelli a maggioranza sciita vicine al governo di Teheran e le truppe legittimiste sostenute della coalizione internazionale a guida saudita. Una strategia contraria alle volontà di Teheran ma molto gradita all'Arabia Saudita, a cui gli Usa e la Gran Bretagna forniscono un importante supporto logistico, che sembra perciò destinata a fallire.
Saleh, d'altronde, stava forse perseguendo un obiettivo eccessivamente ambizioso, contando troppo sul proprio ruolo personale e non rendendosi fino in fondo contro delle implicazioni connesse all'importanza che la battaglia per il potere in Yemen ha nel complesso dello scacchiere mediorientale, attraversato in queste ore anche dalla recrudescenza della questione israelo-palestinese in seguito alla dichiarazione di Trump su Gerusalemme.
C'è da dire che non era il primo caso in cui l'ex presidente tentava un'operazione così delicata. Nel 2012 infatti, una volta perduta la carica presidenziale a seguito di un'operazione a cui Riyadh aveva fornito l'appoggio politico, egli era riuscito a legittimarsi come capo delle formazioni ribelli a fianco degli Houthi, minoranza storicamente sostenuta dall'Iran e da lui fino a poco tempo prima combattuta, con un clamoroso volta faccia che lo aveva nuovamente portato a ricoprire un ruolo chiave per il destino dello stato yemenita e che seguiva la repressione sanguinosa del tentativo insurrezionale che in Yemen stava cercando di affermarsi sull'onda delle esperienze tunisina e egiziana.
Nelle ultime settimane, dato il protrarsi della fase di stallo sul campo e percependo l'urgenza saudita di trovare una modalità per uscire dignitosamente dal logorante conflitto, Saleh aveva ritenuto di poter cambiare di nuovo sponda, emarginando una parte della coalizione da lui stesso guidata – cioè appunto la minoranza Houthi- per conseguire un riavvicinamento con la controparte, nell'ottica probabilmente di conservare un ruolo importante nel processo di pacificazione. Questa volta però, nonostante l'immediato appoggio saudita, le cose non sono andate secondo i piani tanto che, i suoi stessi alleati di un tempo, una volta accusatolo di tradimento, hanno deciso di sbarazzarsene.
Difficile dire con certezza quale ruolo abbiano avuto le potenze regionali sullo sfondo di questa vicenda. Quel che è sicuro, tuttavia, è che i tempi non sono ancora maturi per la risoluzione di un conflitto che ha un enorme peso nel complesso dei rapporti di forza in Medioriente, data l'importantissima posizione strategica dello Yemen e il rimescolamento degli equilibri nell'area, con la Russia in ascesa sia in seguito al ruolo giocato in Siria sia in merito al tentativo di capitalizzare in termini di consenso e soft power la reazione delle popolazioni arabe alla forzatura di Trump.
L'assassinio di Saleh, in sintesi, rappresenta un ulteriore momento di grave tensione nella battaglia di potere tra Riyadh e Teheran per l'egemonia regionale, che riflette a sua volta lo scontro in corso tra la NATO e la Russia di Putin nell'area, con la Cina osservatore fintamente disinteressato e pronto ad appoggiare ogni movimento che possa ulteriore mettere in difficoltà la tenuta imperiale statunitense. E' una fase di stallo, in cui tutti i conflitti aperti, dallo Yemen alla Palestina, dal Kurdistan alla Siria, non hanno di fronte a sé una risoluzione semplice e in tempi brevi.
La guerra civile che ha provocato migliaia di morti in Yemen difficilmente potrà allora terminare nel breve periodo senza che, tra le due potenze, venga trovato un solido punto di incontro. La qualcosa, all'oggi, non sembra per nulla all'ordine del giorno.
lunedì 11 dicembre 2017
IL CROLLO DELL'UCRAINA
Le classifiche e gli studi internazionali sull'economia e sui vari standard di vita stilate negli ultimi tempi danno l'Ucraina in caduta libera un po per tutti i parametri,dal Pil al tasso di mortalità,dall'aspettativa di vita al livello salariale medio,che con 190 Euro al netto delle tasse è il più risicato d'Europa.
Come detto nell'articolo dedicato all'ambigua e losca figura di Saakashvili(saakashvili-emblema-della-confusione ucraina )il governo litiga e la gente è alle corde non solo per via delle tensioni con la Russia e la guerra col Donbass ma perché si sta arrivando ad una povertà diffusa con difficoltà a riuscire a procurarsi da mangiare.
Certo che pure la corruzione dell'esecutivo filonazista giochi un ruolo cruciale,ed è stranissimo che lo stesso Saakashvili sia il principale personaggio che denuncia questo,uno che è ancora ricercato in Georgia per appropriazione indebita di fondi statali per 5 milioni di $,per insabbiamenti e depistaggi nella morte dell'ex premier Zhvania e attualmente detenuto a Kiev per via delle lotte intestine tra i pochi potenti che si spartiscono come avvoltoi ciò che rimane degli ucraini.
Articolo preso da Contropiano(internazionale-news ).
La curiosa “lotta alla corruzione” nell’Ucraina golpista.
di Fabrizio Poggi
Che sia proprio l’ex presidente georgiano ed ex governatore di Odessa, quel Mikhail Saakašvili ricercato a Tbilisi per appropriazione di 5 milioni di $ di fondi statali, depistaggio nella morte dell’ex primo ministro Zurab Zhvania, e ora in carcere a Kiev perché sconfitto nella guerra tra bande oligarchiche; che sia proprio lui a rappresentare il vessillo della “lotta alla corruzione” in Ucraina, è forse emblematico del quadriennio golpista ucraino targato Brzezinski-Biden-Nuland-Pyatt. Sta di fatto che, mentre assume contorni sempre più esiziali il conflitto tra Procura generale, a libro paga presidenziale, e Büro Anticorruzione (NABU), anche ieri diverse decine di migliaia di ucraini (si dice, tutti sostenitori di Saakašvili, nel meeting più partecipato dal dicembre 2013) hanno manifestato a Kiev chiedendo l’impeachment di Petro Porošenko, sponsorizzati dall’ex matrona del gas, la martire occidentale Julija Timošenko, che non perde occasione per tentare di inserirsi nella corsa presidenziale.
E, di motivi per manifestare, pare che gli ucraini ne abbiano da buttare.
Il centro di analisi ucraino Texty.org.ua ha classificato il paese, sulla base del livello salariale medio, al netto delle tasse, come il più povero d’Europa. Con 190 euro al mese, l’Ucraina è in testa al “contro-rating salariale”, davanti a Moldavia (216 euro), Albania (347), Russia (474), Slovacchia (722), Polonia (748) e altri, fino al capo opposto della scala, dominato dai 4.421 euro della Svizzera.
Secondo The World Factbook della CIA, l’Ucraina occupa il 221° posto, su 235 paesi esaminati, per tasso di crescita media (0,41%) della popolazione; il 189° per tasso di natalità e il 5° (14,4 ogni mille abitanti) per tasso di mortalità; il 150° (72,1 anni) per aspettativa di vita alla nascita. Nel 2016 il PIL pro capite era di 8.300 $ (147° posizione su 230 paesi confrontati).
D’altra parte, solo in quest’ultimo anno, secondo Pravda.ru, Kiev ha perso poco meno di 2 miliardi di dollari dal blocco del Donbass, decretato dalla stessa cricca golpista. Il vice presidente della Banca nazionale, Oleg Čurij, nel riportare la cifra, si è consolato dicendo che l’Ucraina ha potuto compensare in parte le perdite, grazie a “favorevoli condizioni commerciali” e a un ricco raccolto granario. Forte di questi “positivi” risultati, sembra che Kiev abbia già approntato i piani per una seconda fase del blocco.
Nessuna meraviglia, quindi, che nel corso di un sondaggio televisivo, condotto in diretta sabato scorso dal canale NewsOne, il 92% degli ascoltatori si sia pronunciato per un ritorno di Viktor Janukovič e solamente l’8% a favore dell’attuale governo. Oltretutto, la domanda era stata posta in modo da far invidia al più antifascista dei Ministeri degli interni: “Se in questo momento foste di fronte alla decisione se scegliere tra il criminale precedente governo e l’attuale, per chi votereste?”. Non è ancora dato sapere se il sondaggio sia stato hackerato dal Cremlino – si attendono le prove da Joe Biden – ma i circa 47.000 telespettatori che hanno risposto nella sola prima ora di trasmissione non ha avuto dubbi a esprimersi per il ritorno della “banda criminale di Janukovič”.
In ogni caso, è un fatto che negli ultimi anni, con un tasso di disoccupazione che, ancora secondo la CIA, nel 2016 era del 9,3% (“officially registered workers; large number of unregistered or underemployed workers”, notano a Langley) gli ucraini abbiano preso a sciamare nei paesi vicini in cerca di lavoro. E’ vero che il pendolarismo (anche settimanale o mensile) ad esempio in Russia o Bielorussia, data dai primissimi tempi postsovietici; ma ora l’emigrazione ha assunto il carattere di autentico esodo, non solo verso la Russia. Un esodo con cui, secondo il Ministro degli esteri golpista, Pavel Klimkin, “circa un milione di ucraini stanno salvando l’economia polacca”.
Quantomeno cruda la replica del neo primo ministro polacco, Mateusz Morawieck che, ricordando ancora una volta il genocidio della Volinia, ha puntualizzato che Varsavia, “accogliendo i moltissimi profughi ucraini, contribuisce ad alleggerire la tensione sul fianco est dell’Unione Europea”. Ancora più diretto il capo di gabinetto del Ministero degli esteri, Jan Parys, secondo il quale “una Ucraina forte e indipendente è importante per la Polonia; ma non è vero che l’esistenza dell’Ucraina costituisca condizione necessaria della sussistenza di una Polonia indipendente”.
A Kiev, ha detto ieri Parys, “ritengono che Varsavia sia debole, isolata e abbia bisogno dell’Ucraina. E’ falso. E’ l’Ucraina ad aver bisogno della Polonia. La Polonia può benissimo vivere senza l’Ucraina”. Tutti “convenevoli”, questi, che anticipano la visita a Kiev del presidente polacco Andrzej Duda, prevista per il 13 dicembre e che sono stati resi ancor più calorosi, sempre ieri, dal pacco esplosivo fatto brillare (fortunatamente senza vittime) sotto le ruote di un autobus polacco parcheggiato fuori di un hotel di Sokilniki, nella provincia di L’vov, la “più polacca delle città ucraine”.
D’altronde, le dichiarazioni che giungono da Varsavia e che contengono anche accuse al governo ucraino di vessazioni nei confronti delle minoranze polacche, fanno il paio con quelle ungheresi, sulle violazioni dei diritti dei cittadini ucraini di origine magiara e a cui, il solito Klimkin, ha risposto candidamente che “il problema non esiste, dato che ci sono sempre meno ungheresi nell’area oltrecarpatica. Non sono più 150.000 e nemmeno 100.000”. Vale a dire, nota il politologo ucraino Ruslan Bortnik, quando il Ministro degli esteri di Budapest, Péter Szijártó, accusa Kiev di condurre un genocidio, Klimkin conferma che sì, effettivamente “ciò avviene a ritmi stakhanovisti”!
Nei giorni scorsi, Szijjártó, nel corso della riunione del Consiglio dei ministri del OSCE a Vienna, aveva insistito sulla necessità dell’invio di una missione di monitoraggio nell’Oltrecarpazia; ciò, nonostante una decina di paesi NATO abbiano preso le difese di Kiev nella vicenda della legge golpista sull’obbligo della lingua ucraina in tutte le scuole, a discapito delle numerose minoranze nazionali e abbiano intimato a Budapest di non legare tale questione all’adesione ucraina alla NATO.
Vessazioni, dunque, a est e a ovest del paese; forse anche con la benedizione della chiesa! Proprio come avviene per il Donbass. Proprio un paio di settimane fa, per l’ennesima volta, un alto esponente delle gerarchie ecclesiastiche ucraine è tornato a consacrare i massacri nel sudest del paese. Questa volta, è toccato al capo della chiesa greco-cattolica, Svjatoslav Ševčuk, in diretta tv, pontificare che non è giusto definire “assassini” i soldati che bombardano la popolazione civile del Donbass, dato che conducono “una giusta guerra difensiva” e la chiesa distingue tra “guerra difensiva e di aggressione”. Oggi, ha omeliato Svjatoslav, “il popolo ucraino sta conducendo una giusta guerra difensiva. I nostri soldati sacrificano la vita e versano il sangue per la patria; fermano l’aggressore; frenano il male e sono costruttori di pace”. Una “guerra difensiva”, in cui anche ieri le forze ucraine hanno fatto ricorso a proiettili al fosforo nel bombardamento della centrale di filtraggio dell’acqua di Donetsk.
D’altronde, Svjatoslav non è nemmeno il primo “uomo di fede” a pronunciarsi in questo modo. Più di un anno fa, il patriarca Filaret, aveva sentenziato che dio permette di attaccare “l’aggressore dell’est”, con l’obiettivo di illuminare gli atei: “le persone soffrono di più nell’est dell’Ucraina e non all’ovest. Perché? Perché là i senzadio sono in maggioranza. Se non si pentiranno e non si rivolgeranno a dio, anche le loro sofferenze continueranno”. Ancor prima, il metropolita della diocesi di Lutsk e Volinia, Mikhail Zinkevič, aveva detto ai fedeli: ”Voi dovete pregare nella vostra lingua ucraina e non nella lingua dell’occupante” e “ogni candela acquistata nelle chiese del patriarcato di Mosca, è una pallottola per uccidere i vostri figli”. Lo stesso Zinkevič che pochi mesi fa, nel benedire la chiesa di tutti i santi nella zona di Volčanka, aveva definito “uomini dalla vita santa” i membri dell’UPA filonazista.
Ma, sicuramente a Torino diranno che lo abbia fatto per “per contrastare l’offensiva della Russia (sic!) finalizzata a destabilizzare le democrazie occidentali”.
COOPERATIVE IN DIFFICOLTA'
Negli ultimi anni a margine dall'ormai decennale crisi globale che dovrebbe finire sempre l'anno dopo,anche le cooperative non sono state esentate da tracolli finanziari e conseguentemente di personale con licenziamenti che non sono ancora finiti.
Si parla soprattutto delle coop dedicate all'edilizia che hanno subito tagli impressionanti dovuti anche a investimenti che hanno interessato molto il settore immobiliare in un periodo non troppo propenso ad essere remunerativo.
Anche sul settore finanziario si è puntato molto diventando motivo di guadagni ma anche di forti perdite in particolar modo nel settore delle assicurazioni,insomma quando si punta tutto o quasi sul capitale e non sulle risorse umane spesso si commettono errori che ricadono sui lavoratori alla base del cooperativismo e su chi riceve il servizio lavorativo finale.
Perché con queste difficoltà non solo si mettono a repentaglio posti di lavoro ma si creano disagi per gli utenti finali,sia che essi siano pubblici che privati come scritto nell'articolo preso da Infoaut(lera-
delle-coop-finita ).
Per ultimo il settore più in vista delle coop,quello commerciale dei supermercati e degli ipermercati che tuttavia rappresentano nel bilancio totale una piccola parte ma in costante calo causa sia dell'impoverimento lineare della popolazione che dalle scelte come detto sopra come minimo avventate sugli investimenti finanziari ed immobiliari.
Non ultimo con una gestione sempre più imprenditoriale e capitalistica dei soldi dei soci(si tende a dimenticare ma gran parte dei soldi investiti sono messi da persone in carne ed ossa)fa perdere il carattere di solidarietà che ne hanno sempre caratterizzato l'opera.
L’era delle Coop è finita.
Scarsa liquidità, rapporto con il partito in crisi, addio solidarietà. Se un tempo non si mirava ai profitti, ora le cooperative sono aziende come le altre. E così tramonta un pezzo di tradizione rossa
articolo di Alessandro Cicognani e Luca Piana tratto da L’Espresso
Da qualche tempo Udine è diventata il palcoscenico di un nuovo esperimento politico. I partiti di centrodestra stanno battendo palmo a palmo il territorio in vista delle prossime elezioni regionali. Gli appuntamenti si susseguono senza tregua in osterie, ristoranti, alberghi. Uno degli oratori più assidui è il capogruppo della Lega Nord alla Camera, Massimiliano Fedriga, natali veronesi e casa a Trieste, spesso affiancato da esponenti di Forza Italia o di Fratelli d’Italia. L’organizzatore di una campagna così capillare è però il fondatore della lista civica Progetto FVG, un imprenditore di nome Sergio Emidio Bini, 49 anni a breve e una caratteristica sorprendente per chi si propone di unire il centrodestra e riportarlo alla guida della Regione oggi governata da Debora Serracchiani, Pd. Bini, infatti, è stato fino a qualche tempo fa il vice-presidente della Legacoop del Friuli, il movimento che raccoglie quelle che una volta venivano chiamate le “cooperative rosse”.
«Mi raccomando: il progetto politico della lista civica e la mia attività lavorativa non hanno nulla a che fare», premette Bini. Prontissimi a credergli. Al di là delle intenzioni personali, tuttavia, la sua storia mostra in modo esemplare le crepe che stanno incrinando gli assetti storici del mondo cooperativo, sia dal punto di vista politico, sia da quello industriale. L’imprenditore di Udine, infatti, non ha soltanto deciso di mettersi in gioco per riportare il centrodestra alla guida della Regione. Pochi mesi fa l’assemblea della coop di cui è presidente, la Euro&Promos, seicento soci, oltre cinquemila dipendenti, un giro d’affari di 106 milioni di euro concentrato nei servizi di pulizia, ha infatti votato la trasformazione in una più consueta società per azioni, la forma tradizionale delle società di capitali, dove comanda chi ha la maggioranza.
Addio cooperativa, addio Legacoop; restano invece l’iscrizione in Confindustria e, in parallelo, l’alleanza con la Lega Nord e gli altri partiti della destra italiana. «Sono molto grato al mondo in cui siamo cresciuti ma dobbiamo guardare al futuro. E per competere con le multinazionali dobbiamo attrarre capitali, cosa che nella forma cooperativa non è possibile», dice Bini, chiamando in causa una debolezza che sta emergendo sempre più: la difficoltà delle cooperative di reperire i finanziamenti necessari per superare i momenti bui e tenere il ritmo della concorrenza. Una difficoltà che è andata di pari passo con l’altro grande fattore di cambiamento: la crisi del Partito democratico e le faide che si sono aperte al suo interno, allontanando gli eredi del vecchio Pci dall’attuale gruppo dirigente e dal segretario Matteo Renzi.
I soldi sono finiti
Per dare un’idea delle difficoltà occorre partire dall’edilizia, uno dei settori più colpiti dalla recessione, con 800 mila posti persi dal 2008 a oggi. Ne hanno fatto le spese tante imprese private, e tra queste numerose coop. La questione è diventata un affare di rilevanza nazionale nell’aprile 2012, quando un fiume di persone si è accalcato nella sede del Pd di Reggiolo, dov’era convocata una riunione per fare il punto sulla crisi della Cooperativa muratori dell’industriosa cittadina della Bassa, a metà strada fra Modena e Mantova.
Oltre duemila soci vi avevano infatti investito i risparmi di una vita, per un totale di 47 milioni. Il meccanismo era quello del prestito sociale, la base materiale del movimento: sono i prestiti che i dipendenti-soci e gli ex concedono alle cooperative, che li usano come finanziamenti per poter operare e, in cambio, offrono un interesse leggermente superiore a quello di mercato. Ebbene: fino a un anno prima la ditta dei muratori di Reggiolo si vantava di aver resistito bene alla disfatta dell’edilizia; poi, in un amen, il dissesto.
In quei giorni, i vertici di LegaCoop intuiscono prontamente il rischio che il clima di sfiducia contagi l’intero sistema e corrono ai ripari, rimborsando con i fondi dell’associazione e l’aiuto di altre cooperative il 40 per cento dei crediti vantati dai soci, operai, artigiani, tecnici, lavoratori o ex.
Il soccorso rosso genera però un paradosso: due delle consorelle che partecipano ai rimborsi, CoopSette e Unieco, entrambe di Reggio Emilia, dodici mesi più tardi vanno a loro volta a gambe all’aria, assieme a un’altra coop reggiana, la Orion. Qui s’incrina l’idea che il movimento possa intervenire in aiuto di chi è in difficoltà, rimborsando una parte dei prestiti, in attesa che i processi di liquidazione facciano il loro corso: mentre a Reggiolo, con Cmr, era stato possibile intervenire in fretta, nei casi successivi viene avviata una faticosa trattativa, che soltanto in questi giorni, e cioè quattro anni più tardi, sta arrivando a compimento.
Tempi lunghissimi, nonostante si tratti di cifre più piccole rispetto a Cmr: CoopSette aveva 450 soci e un prestito sociale di 10,5 milioni di euro, Orion 180 soci e 5 milioni, Unieco 1.280 soci e 12 milioni. «La crisi del sistema ha reso tutto più difficile rispetto al 2012, quando le grandi cooperative non avevano avuto problemi ad aiutarci. Invece è stato necessario convincere uno a uno tutti quelli ancora disponibili, far approvare le decisioni dai consigli di amministrazione. Ora questo percorso è quasi terminato, credo che tutto sarà definito nel giro di qualche settimana», dice Mauro Lusetti, presidente di Legacoop dal 2014, dopo che il suo predecessore, Giuliano Poletti, era entrato nel governo Renzi come ministro del Lavoro.
L’idea di Lusetti è questa: la crisi delle coop di costruzioni si spiega con quella generale dell’edilizia, il cui tracollo «è avvenuto nel silenzio più totale della politica, nonostante l’impatto sociale devastante». In più, però, ci sono quelle che il presidente di Legacoop definisce «le specificità» del suo mondo. Il fatto che la forma mutualistica riduca gli strumenti per reperire nuovi fondi. E poi che le coop avessero puntato forte sull’immobiliare, settore devastato dallo scoppio della bolla dei prezzi, invece di attrezzarsi per conquistare commesse all’estero, come ha fatto la Cmc di Ravenna, uno dei cardini del sistema con la Cmb di Carpi. Attorno queste due imprese, spiega Lusetti, Legacoop vuol costruire l’azione futura del movimento, incentrata su salvaguardia del territorio e riqualificazione ambientale. Anche se, come vedremo più avanti, la stessa Cmc ha preparato uno studio per valutare la trasformazione in società per azioni, che per ora ha messo in un cassetto.
Quella delle coop emiliane non è una storia qualunque. Nel secondo dopoguerra hanno avuto un ruolo fondamentale nelle ricostruzione di un’Italia in macerie. Muratori, carpentieri, cementisti delle imprese rosse sapevano fare bene il loro lavoro. Mattone su mattone hanno rimesso in piedi interi territori, operando sotto l’occhio vigile del Partito comunista, che le portava in palmo di mano. Così come i cattolici e la Dc, che avevano una loro associazione, la Confcooperative.
Dal Pci a Galan
Pietro Cafaro, docente di storia economica alla Cattolica di Milano e autore di numerosi testi sulla cooperazione, definisce la ricostruzione «il momento eroico» delle cooperative, che nel legame con la politica trovano congiuntamente «un punto di forza e uno di debolezza». Di forza perché quel legame era presente fin dall’origine, nel Regno d’Italia, quando i socialisti e i cattolici non potevano partecipare alla vita politica e riversavano l’impegno nel sociale. Di debolezza perché l’osmosi rischia di trasformare le coop «in un luogo per far carriera in politica, o al contrario in un cimitero degli elefanti».
Anche gli anni recenti sono stati vissuti da protagonisti. Sul piccolo patrimonio costituito dal prestito soci, le coop avevano costruito strutture in grado di accaparrarsi grandi appalti. Orion aveva lavorato per le Olimpiadi di Torino e costruito ospedali nel Lazio, Unieco si era specializzata in centri commerciali, CoopSette costruito la stazione Tiburtina di Roma, l’alta velocità ferroviaria, la nuova darsena di Genova. C’erano state anche avventure più discusse. CoopSette aveva sostenuto, ad esempio, il progetto dell’ex governatore veneto Giancarlo Galan di costruire un circuito automobilistico a mezz’ora di strada dal Lago di Garda, forse con l’idea di strappare il Gran Premio d’Italia a Monza. Quando la stella di Galan è precipitata, il progetto è finito nel limbo, osteggiato dagli ambientalisti, dal Pd e mai digerito da una parte della Lega Nord. Risultato: i liquidatori di CoopSette si sono ritrovati sul groppone la quota di maggioranza della società Autodromo del Veneto, con 65 milioni di euro di debiti e impegni d’acquisto o d’affitto su 4,4 milioni di metri quadri di terreni agricoli, dove in un’orgia di cemento si volevano costruire anche alberghi, centri commerciali, parchi divertimenti.
Molti osservatori hanno criticato gli errori dei manager, l’incapacità di far fronte al crollo degli investimenti pubblici, lo sfaldarsi del sistema di relazioni politiche che permetteva di entrare nei grandi appalti. Ma c’è un altro fattore: «Un imprenditore privato rischia i suoi quattrini. Nelle cooperative più grandi, invece, i manager si sono ormai allontanati dai soci, indebolendo il principio di responsabilità di questi ultimi. Quanto possono pesare l’opinione o il voto di un operaio – anche se socio – di fronte alle scelte di dirigenti che gestiscono appalti da centinaia di milioni di euro?», si domanda Giovanni Trisolini, presidente della Federconsumatori di Reggio Emilia, l’associazione nata in seno alla Cgil che rappresenta numerosi lavoratori che con la crisi hanno perso, oltre all’impiego, anche i risparmi investiti nel prestito soci.
Se a questo si aggiunge che il ministero dello Sviluppo Economico ha da tempo demandato la vigilanza biennale sulle cooperative direttamente alle associazioni di rappresentanza (Legacoop, Confcooperative e Agci, per citare le tre big), il quadro di un sostanziale auto-controllo è quanto mai concreto.
Rischio Consip
Il capitolo più tormentato degli ultimi mesi è però legato alla bolognese Manutencoop, un colosso con oltre 16 mila dipendenti che fornisce ogni genere di servizio legato agli edifici, pulizie, gestione delle forniture di energia, sicurezza, logistica. Ha committenti spesso pubblici ed è in apparenza un gruppo solido, capace di chiudere il 2016 con un utile netto consolidato di 33 milioni di euro. Eppure, lo scorso luglio, il gruppo ha emesso un prestito obbligazionario su cui è stato costretto a corrispondere agli investitori un tasso d’interesse altissimo, pari al 9,40 per cento annuo. Una mazzata, il doppio dei tassi che molte aziende private sono abituate a pagare ma elevato anche rispetto ad altre coop: la Cmc di Ravenna è riuscita nello stesso periodo a piazzare un bond non dissimile come entità e durata, offrendo il 6,875 per cento. La regola della finanza è molto chiara: rendimenti alti, rischi alti. Perché allora Manutencoop è considerata così rischiosa?
Bisogna tener conto di due fattori. Il primo è finanziario, il secondo politico. Manutencoop è una società per azioni controllata da una cooperativa che porta lo stesso nome e che, nel capitale della Spa, era affiancata da una serie di soci privati, che avevano il 33 per cento. All’inizio del 2017 i soci privati avevano la possibilità di cedere a terzi le loro quote e, per farlo, avevano considerato la possibilità di far valere un diritto di cui si erano premuniti: vendere al nuovo compratore non soltanto i loro titoli di Manutencoop Spa, ma anche quelli in mano alla coop soprastante. In inglese questo diritto si chiama “drag along” e costituisce una sorta di garanzia per un azionista di minoranza che, se vuol vendere, rischia di non trovare nessun compratore interessato, perché il padrone dell’azienda resterebbe il socio di maggioranza già presente.
La notizia, dunque, è che all’inizio del 2017 la cooperativa Manutencoop – presieduta da uno dei “creatori” di questo sistema, Claudio Levorato – era disposta a vendere la maggioranza della Spa, tenendo soltanto un 30 per cento. Insomma: anche i soci di una delle coop che negli ultimi anni era stata più sulla cresta dell’onda, erano pronti a lasciare. In quei mesi vengono avviate trattative con cinque potenziali investitori, che poi si riducono a due fondi di private equity, Pai e Bc Partners. Dopo un’ulteriore fase di studio, anche il primo si ritira, lasciando in corsa il secondo. L’affare, però, non va in porto: Bc Partners decide di non affondare il colpo.
Di qui l’esigenza di trovare i soldi per liquidare gli azionisti privati che, comunque, vogliono vendere. Viene lanciato il bond, con cui Manutencoop spera di raccogliere inizialmente 420 milioni; l’operazione riesce solo in parte e il prestito si ferma a 360 milioni, con quel tasso altissimo, da “junk bond”, titoli spazzatura. Perché? Il motivo è legato alle incertezze sui futuri appalti pubblici che Manutencoop potrà ottenere, in mesi in cui infuriano le polemiche attorno al caso Consip, la società del Tesoro che gestisce le gare per gli acquisti della pubblica amministrazione.
Chiunque segua le cronache politiche sa che la questione è estremamente complessa e ricca di piani d’interpretazione diversi, sul ruolo di Matteo Renzi, del ministro Pier Carlo Padoan, degli scissionisti del Pd, di Denis Verdini e di chissà chi altro. Qui basta limitarsi a un fatto: nei mesi in cui Bc Partners molla la presa e viene lanciato il bond, Manutencoop è in un momento delicato. Il 23 giugno, due giorni dopo il collocamento del prestito, l’allora amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, si reca dal presidente dell’Autorità anti-corruzione (Anac), Raffaele Cantone, dicendo ai giornalisti di aver portato i documenti necessari per escludere Manutencoop e altri soggetti dalle gare, in seguito alle accuse di aver operato in danno alla concorrenza. Il giorno stesso Marroni dà le dimissioni e si fa da parte. Da allora qualche segnale positivo per Manutencoop giunge. Con l’ultima legge di bilancio il governo di Paolo Gentiloni proroga di un anno, concedendo 300 milioni in più, un contratto di pulizie nelle scuole che la società si era aggiudicata in precedenza, e su cui la Procura di Roma aveva avviato un’indagine per turbativa d’asta. Ma nel complesso gli elementi d’incertezza restano così numerosi da rendere comprensibili i dubbi degli investitori.
Troppa finanza
Non è la prima volta che i cooperatori rischiano di scottarsi con la finanza. La sola Coop che molti cittadini conoscono è quella dei supermercati, che in realtà è suddivisa tra diverse realtà a carattere regionale. Nel suo insieme, Coop non è molto redditizia. Come mostra il bilancio aggregato di tutte le diverse realtà, elaborato dall’Area Studi di Mediobanca, a livello operativo il gruppo perde 73 milioni, su un fatturato di 10,8 miliardi (dati 2015). Ci guadagna solo grazie alla gestione finanziaria. Questo perché le varie cooperative hanno in dotazione 10,7 miliardi di prestito soci. Eppure, proprio la finanza ha rifilato sberle dolorose.
Unicoop Firenze ha perso 200 milioni nel Monte Paschi di Siena, l’umbra Coop Centro Italia altri 137, Coop Liguria ha dovuto svalutare le azioni di Banca Carige con minusvalenze per 54 milioni. Il presidente di LegaCoop, Mauro Lusetti, le difende: «C’è stata un’epoca in cui diversificare gli investimenti nelle banche serviva anche per ottenere i finanziamenti necessari, ad esempio, per costruire i nuovi centri commerciali», dice, sottolineando i punti di forza del sistema, che attribuisce sia a Coop che alla consorella Conad: «Sono tra le poche realtà che non hanno smesso di crescere e lo hanno fatto in tutto il territorio nazionale, proprio quando alcune multinazionali – penso al gruppo francese Carrefour nel Sud Italia – sono uscite dal mercato. E poi sono piattaforme importantissime per vendere i prodotti dei nostri agricoltori».
I dubbi, però, restano numerosi. Il maggiore riguarda l’auto-referenzialità dei manager: anche chi fa male difficilmente viene messo in croce durante le assemblee, dove per raggiungere il numero legale occorre promettere doni, pur limitando al massimo gli spazi d’intervento. Memorabile il volantino per l’assemblea 2016 di Nova Coop, quella del Piemonte, che prometteva ai partecipanti due buoni sconto del 10 per cento e due tazzine da caffè con piattino in regalo, avvertendo che eventuali domande sull’ordine del giorno dovevano pervenire via raccomandata nei giorni precedenti. «A questo punto», si chiede un gruppo di lavoratori di Unicoop Firenze che ha fondato il blog “Lavoratori Unicoop”, spesso critico sul sistema, «viene da chiedersi dove finiscono le cooperative e inizia la Spa».
Ma pochi finanziamenti
Qui ritorna la questione dei manager, troppo lontani dalla base sociale, come racconta Mario Frau, che nel 2012 ha scritto il libro “La Coop non sei tu”, dopo 35 anni di carriera tra Pci, LegaCoop e Nova Coop: «Un presidente guadagna circa 600 mila euro all’anno, oltre ai numerosi benefit e bonus. Quando vanno in pensione, oltre al Tfr, i maggiori dirigenti percepiscono anche un emolumento di fine mandato che può raggiungere le tre annualità».
Se i supermercati possono contare su migliaia di soci, per le altre aziende la questione di come finanziarsi è diversa. Angelo Disabato, presidente della Ariete di Bari, dice che nel settore dei servizi è sempre più importante avere risorse da investire per ottenere le commesse. Racconta il caso del Politecnico della sua città: Ariete ha speso 1,5 milioni per rifare l’illuminazione e installare i pannelli solari; nei prossimi 18 anni di concessione, ci guadagnerà soltanto se riuscirà a garantire all’università i risparmi promessi, ripagandosi l’investimento. Ariete però ha solo 100 soci, tutti impiegati in azienda. Per cercare di allargare il numero, l’assemblea ha deliberato il dimezzamento della quota minima sottoscrivibile da un singolo socio, portandola da 2.040 a 1.020 euro. E se non basterà? «Bisogna che il nostro sistema si dia da fare. Spesso gli strumenti previsti dai nostri organismi ci offrono condizioni peggiori rispetto a quelle delle banche normali», dice Disabato.
Lusetti dice che LegaCoop ha ben presenti questi problemi. Sta lavorando con il governo a una riforma delle regole del prestito sociale e pensa che bisognerebbe cambiare anche le norme per la gestione delle casse previdenziali, in modo che i quattrini delle pensioni possano essere investiti «nell’economia reale, e dunque nelle cooperative».
Intanto, però, il mondo corre. Uno dei gioielli delle coop, la Granarolo, ha bussato alla porta della Cassa depositi e prestiti, che per finanziarne l’espansione all’estero le ha concesso un prestito di 60 milioni (a un tasso del 3,05 per cento). Granarolo è una società per azioni ma ha un forte vincolo cooperativo: acquista il latte unicamente dai suoi soci, gli allevatori, pagandolo un prezzo superiore a quello di mercato, che permette loro di investire nella modernizzazione delle aziende. E poi c’è la Cmc di Ravenna, con la sua storia da brividi.
Fondata nel 1901 da 35 muratori, dopo il terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 si mette subito a disposizione, realizzando prima i baraccamenti per ospitare i superstiti e poi ricostruendo le città distrutte. A Ravenna costruisce le linee per il trasporto pubblico e i più importanti palazzi della città moderna. Oggi lavora in Algeria, in Cina, negli Stati Uniti, in Sudafrica. Non è però scontato che il suo futuro sarà cooperativo. L’anno scorso è stato redatto uno studio per capire se Cmc avesse le carte in regola per trasformarsi in società per azioni: «In realtà non avevamo grandi dubbi sulla risposta positiva, ma volevamo la certezza», spiega il direttore generale, Roberto Macrì.
In realtà, negli ultimi mesi la Cmc è riuscita a piazzare tranquillamente due grandi bond, che le hanno garantito risorse finanziarie per 600 milioni. Per il momento, dunque, il “progetto Spa” è chiuso in un cassetto: «La trasformazione è un tema rilevante, specialmente per realtà strutturate come la nostra, ma al momento è ancora presto e nel breve termine non sono previsti cambi di strategia», spiega il direttore generale. Una cosa è però certa. Se trasformazione dovrà essere, sarà completa, non a pezzi: «O si cambia tutto o niente», dice Macrì.
Ritorno al futuro
Il futuro del sistema cooperativo, dunque, rischia di essere ancora più complesso di quanto si possa immaginare oggi. C’entra certamente la dissoluzione degli assetti politici del passato, e la crisi di quel Pd che, unendo ex democristiani e ex comunisti, ha dato il via anche alla fusione tra le diverse anime della cooperazione. Ma gli aspetti di questo cambiamento sono ancora più articolati, come osserva ancora il professor Pietro Cafaro, lo storico della cooperazione dell’Università Cattolica: «Le cooperative sono costrette dal mercato ad assumere una modalità d’essere che le fa diventare capitaliste. E quindi avranno i medesimi difetti delle aziende che sono già nate così».
Forse, però, guardando esperienze come le cooperative sociali di Libera Terra Mediterraneo che si battono per restituire le zone di mafia alla legalità, o le esperienze di coop nate dall’unione di giovani di talento che operano in settori tecnologicamente innovativi, non è detto che la fine sia scritta. Cafaro pensa che una spinta potrebbe venire dalla profondità della crisi attuale: «Se non noi, i nostri figli o i nostri nipoti dovranno trovare modelli organizzativi differenti dell’economia. Magari ritornando a un sistema che privilegi la domanda, il soddisfacimento dei bisogni, la ricerca della felicità. Utopie? Così pensavano anche i cooperatori del passato».
domenica 10 dicembre 2017
UNA STRANA MANIFESTAZIONE
L'automatismo e la sterilità con cui è stata programmata la manifestazione antifascista di ieri a Como non è piaciuta a chi fa antifascismo ogni giorno e non a comando e soprattutto se è il Pd,il vero colpevole che ha sdoganato il neofascismo e il neonazismo in Italia,a chiederlo.
Un clima non di lotta e di festa ma asettico ed istituzionale,troppo politicizzato in un senso che riduce il vero spirito della lotta ai fascismi che invece spesso sono incarnati negli atti di un governo e di un partito che con i decreti sulla sicurezza,sul decoro delle città,politiche liberticide in materia di lavoro,scioperi sempre più difficili da organizzare e facili da colpire chi li fa,politiche su sanità ed educazione indecenti e quelle abitative ancora peggio.
Ecco cosa c'è dietro la faccia di chi ha organizzato quella manifestazione e contemporaneamente impedito quella degli studenti comaschi,chi siede alla stessa tavola dei banchieri e dei padroni,degli imprenditori che sfruttano e dei palazzinari e dei faccendieri,mafiosi e devastatori del territorio.
E' stato non un atto di fede ma una pubblicità pre elettorale dettata più dalla ricerca di qualche voto nella sfera a sinistra del Pd che da una reale voglia di mettere al bando movimenti e gruppi antidemocratici e anticostituzionali.
Articoli di Contropiano(politica-news e interventi ),da vedere anche:madn amichetti-del-cuore .
Quant’è fasullo l’antifascismo recitato dal Pd.
di Redazione Contropiano
“Il fascismo c’è ancora? C’è, esso si annida nei centri studi e nei consigli di amministrazione delle banche e della grande industria (e.. delle multinazionali), nelle cattedre universitarie, nelle aule dei tribunali……”.
“Ha il viso della conservazione (e.. dello sfruttamento..) affinché il poco fascismo visibile mascheri meglio il molto fascismo invisibile…“
Franco Fortini, commentando il film documento “Allarmi siam fascisti..” (1962)
Che la gente scenda in piazza contro il fascismo è un bene. Semmai il problema è che lo si fa troppo poco, in modo occasionale, solo quando dall’alto arriva l’invito a farlo.
Peggio ancora. In Italia vendiamo ogni giorno che ai fascisti dichiarati è consentito di tutto, mentre agli antifascisti veri che contrastano il tentativo dei fascisti di infiltrarsi nei quartieri e nelle scuole lo Stato riserva abitualmente manganellate, cariche, denunce, arresti, fogli di via…
C’era insomma – e fin da subito – puzza di imbroglio nella “chiamata antifascista” arrivata dal Pd e dai vertici istituzionali.
Certo, il gruppetto di skinhead veneti in trasferta a Como solo per intimidire un’associazione (cattolica, peraltro) impegnata nell’accoglienza ai migranti meritava risposte all’altezza. Sia di massa che istituzionali.
Purtroppo, agli studenti antifascisti comaschi è stato vietato di manifestare in corteo. Il che appare quantomeno singolare. Dà insomma la sensazione che il Pd doveva avere il monopolio del tema…
Certo, gli episodi di provocazione o aperta aggressione neofascista sono numerosi e sempre più frequente.
Ma c’è qualcosa che non convince…
Le manifestazioni e i cortei sono un modo della “società civile” di richiamare l’attenzione dei governanti su certi temi. Si manifesta contro la riforma delle pensioni (con molti ostacoli polizieschi) per pretendere che il governo smetta di allungare l’età pensionabile e di ridurre gli assegni. Si manifesta contro il razzismo e per i diritti ai migranti. Si manifesta per l’occupazione e contro i licenziamenti (sempre più ostacolati dalle “forze dell’ordine”). E si manifesta contro i fascisti che ci sono, qui e ora, non soltanto contro una parola infame.
In tutti i casi è una parte di popolo che fa vedere di non essere d’accordo col potere, col suo modo di affrontare e risolvere i più vari problemi.
In piazza, ieri, si sono presentati ministri in carica, segretari di partiti di governo, alte cariche istituzionali, oltre a molta gente che aveva molte ragioni per manifestare contro i fascisti. Comprendiamo le persone, ma i governanti perché?
Se un ministro – o il segretario del partito principale del governo – vuol far vedere di essere davvero preoccupato per il pericolo rappresentato dai fascisti ha tutti i poteri per agire e risolvere il problema.
Ci sono infatti numerose leggi che vietano la ricostituzione del partito fascista, che definiscono reato l’apologia di fascismo, che permettono insomma di confinare le nostalgie mussoliniane alle cantine maleodoranti da cui certi esseri provano a venir fuori. I ministri agiscono contro i pericoli, non manifestano per dire che ci sono.
E invece no. Il governo, lo Stato, il partito principale del governo, la Rai (che è statale), i grandi media mainstream, fa anni rifocillano amorosamente le scarse milizie fasciste attive in questo paese. Invece di reprimerle – come Costituzione e leggi prescrivono – le coccolano, le giustificano, le portano in televisione a spiegare cosa vogliono fare e come, ne condividono le pulsioni razziste e le propongono come accordi internazionali con qualche milizia libica “di fiducia”.
E poi lamentano che il fenomeno cresce, conquista (scarso, ma comunque troppo) consenso.
O sono scemi, o mentono. E a noi non sembrano davvero scemi…
E allora la conclusione può essere soltanto una. La manifestazione di ieri – al netto della brava gente che vi ha partecipato perché preoccupata – è uno spot elettorale di una classe dirigente in affanno, che sente avvicinarsi il momento della propria individuale defenestrazione.
L’ha lanciata, come idea, quello stesso Walter Veltroni che da sindaco ha regalato a CasaPound un palazzo nel centro di Roma. Ha fatto le sue brave dichiarazioni il ministro che per primo avrebbe dovuto attivare gli anticorpi antifascisti istituzionali, ossia quel Marco Minniti che invece – come ministro ora, come delegato al controllo dei servizi segreti prima (con Renzi premier) – accettava e accetta senza fiatare relazioni semestrali dei Servizi come questa, del 2016, che così descrivevano le attività della microgalassia neofascista:
“Il quadro della destra radicale ha continuato ad evidenziare divisioni interne e dinamiche competitive, che hanno precluso una più incisiva azione comune, nonostante l’esistenza di alcuni condivisi orientamenti sulle tematiche di maggiore attualità.
Le formazioni più rappresentative, che ambiscono a un accreditamento elettorale, hanno incentrato l’attività propagandistica, rivolta soprattutto ai contesti giovanili e alle fasce sociali più disagiate, su argomenti di richiamo come la sicurezza nelle periferie degradate dei centri urbani, le problematiche economico-abitative “degli italiani” e l’occupazione, nonché la critica nei confronti del sistema bancario e dell’Unione Europea.
In particolare l’emergenza migratoria, ritenuta tra i temi più remunerativi in termini di visibilità e consensi, ha ricoperto un ruolo centrale nelle strategie politiche delle principali organizzazioni che, nel tentativo di cavalcare in modo strumentale il fenomeno, facendo leva sul malessere della popolazione maggiormente colpita dalla congiuntura economica e dalla contrazione del welfare, hanno sviluppato un’articolata campagna propagandistica e contestativa (manifestazioni, presidi, attacchinaggi, flash mob) contro migranti e strutture pubbliche e private destinate all’accoglienza, influenzando indirettamente anche la costituzione di “comitati cittadini” di protesta.
Dei “bravi ragazzi”, insomma, “impegnati nel sociale” (certo, un tantino strumentalmente) per soffiare sul fuoco delle difficoltà economiche e trasformarle in guerra tra poveri.
Sono utili, indubbiamente. Per questo i ministri “manifestano” con una faccia, e li promuovono con un’altra. Per questo, questi ministri e questo partito “Ha il viso della conservazione (e.. dello sfruttamento..) affinché il poco fascismo visibile mascheri meglio il molto fascismo invisibile…“
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Un antifascismo che puzza di fascismo.
di Sergio Scorza
Un po' di chiarezza? Ricapitoliamo: dopo il blitz dei neonazisti di Como della scorsa settimana, oggi PD, MDP, CGIL, Sinistra Italiana e Campo Progressista hanno fatto, tutti insieme e proprio lì, una “manifestazione antifascista istituzionale” a cui hanno aderito Boldrini, D’Alema e Veltroni. Il corteo indetto dagli studenti comaschi è stato, invece, negato dalla Questura locale.
Ecco servito il nuovo “antifascismo istituzionale” che segue l’appello accorato di Walter l’amerikanissimo contro l’ ”onda nera” che sta infestando l’Europa ma che serve, in realtà, a tirare fuori il PD dal cul-de-sac in cui l’ha spinto quel testone di Renzi.
Prova ne è il fatto che questi antifascisti dell’ultima ora nulla hanno da obbiettare se, alle realtà sociali e politiche che vengono continuamente minacciate ed aggredite dai fascisti e che praticano il proprio antifascismo militante, viene vietato di manifestare. D’altronde, come potrebbero se, poi, quel genere di disposizioni a Prefetti e questure le danno proprio loro?
«Nulla di peggio del fascismo degli antifascisti» scrisse Pier Paolo Pasolini sulle pagine del Corriere della Sera, il 16 luglio 1974, in “Scritti Corsari”. Una profezia che suona più che mai attuale se è vero che quest’ “antifascismo istituzionale” ci ricorda, così tanto, quell’ “antifascismo” che servì da alibi perfetto, ad un Partito Comunista Italiano ormai completamente imballato nel compromesso storico, per annientare tutto ciò che stava alla sua sinistra e per far fuori, definitivamente, l’intero movimento di classe negli anni settanta.
Così, oggi, questo “antifascismo istituzionale” fa il paio con la riduzione in schiavitù del lavoro messo in atto con la copertura dei sindacati complici; con i tentativi di compressione del diritto di sciopero e della rappresentanza sindacale; con le politiche securitarie e del “decoro” che colpiscono nuovi poveri e migranti; con l’imposizione fascista ai territori ed alle popolazioni locali di quelle “grandi opere” che fanno grandi solo i profitti di mafie e consorterie amiche(vedi TAV e TAP).
E non è stato proprio un caso se quest’estate il ministro Minniti ha raccolto un’ovazione alla “festa Atreiu”, organizzata da Giorgia Meloni. “In quella platea che festeggiava Italo Balbo – che lì celebrano come trasvolatore, ma che noi ricordiamo come feroce e vile squadrista sconfitto a Parma dagli Arditi del Popolo di Picelli – il ministro di polizia, lo sbirro, ha trovato la sua sede naturale” sottolineò Giorgio Cremaschi durante il convegno di Bologna dello scorso promosso da Eurostop e convocato proprio per aprire un confronto sulle azioni da mettere in campo per difendere l’agibilità politica e democratica nel nostro paese, minacciata dal modello repressivo incarnato dall’azione delle Leggi Minniti-Orlando
Se è da temere questo rigurgito neo-fascista, non di meno, è da temere questo “antifascismo istituzionale” che salta fuori a qualche mese dalle elezioni e che viene confusamente agitato proprio da chi sta devastando la vita sociale e politica mentre non ha nemmeno il coraggio di approvare una legge minima di civiltà qual’è lo “Ius Soli” proprio perché è da un pezzo che sta correndo dietro le parole d’ordine della destra più infame.
Questo è uno di quei casi in cui mi ritorna in mente, ossessivamente, una frase, di paternità incerta – da alcuni attribuita a Mino Maccari e da altri ad Ennio Flaiano – che dice, pressapoco, così: “i fascisti si sono sempre divisi in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”.
sabato 9 dicembre 2017
SAAKASHVILI EMBLEMA DELLA CONFUSIONE UCRAINA
La confusione del popolo ucraino si riflette in maniera molto evidente nella figura dell'ex Presidente georgiano ed ex governatore della regione di Odessa Mikhail Saakashvili,arrestato nelle ultime ore per vaneggiamenti vari compreso un tentativo di suicidio in piazza Maidan a Kiev.
Che da tempo è apolide dopo che sia la Georgia(dove è un ricercato)che la stessa Ucraina ne hanno revocato la cittadinanza,e che ha appoggiato tutti durante i mesi tragici degli scontri a Kiev(madn il-regime-voluto-dal-golpe-filo occidentale in ucraina )e la successiva governance neonazista appoggiata da Usa e Ue.
I nomi di Yanukovic,Lutsenko e Poroshenko si rincorrono alla rinfusa non per colpa della redazione di Left(lultima-protesta-di-saakashvili )ma non è solo Saakashvili ad essere sotto la lente d'ingrandimento ma tutti i membri dell'attuale governo ucraino,tra le cui fila siedono i responsabili tra l'altro della strage di Odessa(madn il-massacro-di-odessa )che si stanno dando del traditore a vicenda:come disse il Primo ministro russo Medvedev"quando il circo arriva in città...povera Ucraina".
L’ultima protesta di Saakashvili sotto il cielo grigio di Kiev.
Un uomo sul tetto minaccia di lanciarsi nel vuoto. Piazza Maidan alza la testa quando urla: «Poroshenko è a capo di una banda del crimine organizzato». Gli esbeuzhniki, gli uomini dei servizi segreti ucraini, passamontagna nero e occhi di ghiaccio, hanno appena sfondato la porta del suo appartamento a cinque piani a via Kostelnaya in cerca di prove. . Tutto questo è stato fino ad oggi l’uomo sul tetto ucraino: Mikheil Saakashvili, 49 anni, status ufficiale: apolide fuggitivo.
Yuri Lutsenko, procuratore generale, ha accusato Saakashvili di essere finanziato dall’alleato dell’ex presidente Yanukovic, l’oligarca Serghey Kurchenko, per destabilizzare l’Ucraina. Quando la polizia schiera decine di uomini, la folla dei suoi sostenitori penetra il cordone armato sottraendolo all’arresto. «Siamo milioni, venite per l’osvobozhdenie oligarkov, liberazione dagli oligarchi» urla Saakashvili con una bandiera ucraina sulle spalle, le manette ancora al polso della mano con cui stringe l’altoparlante. «Fermiamo Poroshenko e la sua gang». La folla urla Misha, il suo diminutivo. «La mia vita è vostra». La folla urla Ukraina. «L’esercito è dalla nostra parte». La folla urla impeachment, come ha fatto tre giorni fa marciando per le strade della città. Il suo “Movimento delle Forze Nuove” ha meno del 2%, ma nella tendopoli della protesta nella piazza è un déjà vu in miniatura di bandiere europee, rosse e nere dei nazionalisti della Maidan 2014 che fu.
Alle stoffe che sventolano su ogni tenda assomiglia la biografia politica di Saakashvili. Si definisce il più grande oppositore di Putin nel mondo post-sovietico. Riformatore nevrotico, eroe brizzolato, era la speranza che brillava negli occhi degli americani quando sognavano con lui la Georgia nella Nato. Salito al potere nel 2003 con la rivoluzione delle rose, dieci anni dopo lascerà la patria perché ricercato per abuso di potere e corruzione. Nel 2008 mangia la sua cravatta rossa in diretta alla Bbc. Nel 2015 rinuncia alla cittadinanza georgiana per quella ucraina, nel 2016 diventa governatore ad Odessa grazie all’amico di studi americani di gioventù, il presidente Poroshenko. Misha dopo pochi mesi accusa il ministro dell’Interno Arsen Avakov di corruzione, lui gli butta in faccia un bicchiere d’acqua chiamandolo “pazzo populista”. Misha poi accusa Poroshenko di essere un nuovo Yanukovich e il presidente gli revoca la cittadinanza mentre è all’estero, ma lui attraversa il confine polacco con l’aiuto dei sostenitori.
Adesso al Parlamento di Kiev ogni politico accusa l’altro di essere spalleggiato segretamente dal Cremlino. Nella piazza ucraina dove i cecchini sui tetti fecero iniziare una guerra, ora c’è un uomo che invoca di nuovo rivoluzione. È una scena che le tv ad Est continuano a mandare in onda: i russi per mostrare il caos degli ucraini, gli ucraini per biasimare i russi. Peskov, l’uomo voce di Putin, ha commentato: «Mettiamola così: non rispondiamo alle persone che fanno dichiarazioni sui tetti».
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