giovedì 12 ottobre 2017
CHI GIOCA SULL'ILVA
Il ministro Calenda negli scorsi giorni non ha nemmeno intrapreso un minimo dialogo con i possibili acquirenti dell'Ilva di Taranto,attualmente in amministrazione straordinaria,che fanno riferimento al colosso mondiale nel settore delle acciaierie ArcelorMittal.
Il motivo che il governo vuol far credere è quello che la multinazionale pronta ad una fusione con TyssenKrupp non abbia fornito garanzie sui salari e sugli scatti d'anzianità dei lavoratori,ma la vera causa è che Gentiloni,Calenda e Renzi vogliono il licenziamento coatto di tutti i lavoratori con la nuova assunzione con i parametri dell'articolo 18 rinnovato in peggio col job act.
Per poi parlare di esuberi e di tagli che possono essere pattuiti a tavolino come se le persone,contando anche i lavoratori dell'indotto,fossero pedine da muovere sullo scacchiere di un compromesso dove sia chi vende e chi compra avrà da guadagnarci,mentre gli operai saranno gli unici a perderci.
Dopo anni di ricatti(madn altro-ricatto-nel-mondo-del-lavoro ),in un azienda dove infortuni anche mortali sono frequenti,la nazionalizzazione è la strada da seguire dopo che il governo nel corso di questi anni di attesa e di angoscia ha svenduto non solo l'Ilva ma altri patrimoni nazionali non solo nel settore del lavoro.
Articolo di Contropiano:interventi .
Ilva: o nazionalizzazione o schiavitù.
di Giorgio Cremaschi
Fieramente il ministro Calenda ha rinviato l’incontro per L’Ilva, accusando il compratore Mittal di non mantenere i patti. Ma quali patti e con chi? Con il governo, che candidamente ammette che i salari offerti dalla multinazionale non corrisponderebbero a quelli pattuiti. Governo che invece sarebbe completamente d’accordo sul licenziamento di tutti i lavoratori del gruppo e sulla loro riassunzione uno per uno, senza contratto e senza articolo 18. Cioè con il costante ricatto del licenziamento verso persone che stanno in una fabbrica già oggi carica di infortuni e omicidi. .
4000 disoccupati e 10000 schiavi, questo il succo del piano condiviso tra ArcelorMittal, Marcegaglia e governo, con la sola differenza su quanto tagliare nelle retribuzioni.
Solo uno sprovveduto, un ipocrita o un venduto può stupirsi di tutto questo. Quando si affidano le vite delle persone a sciacalli ed avvoltoi, non ci si può aspettare che essi non svolgano il proprio compito. Lo avevamo detto con chiarezza già alla fine di agosto con gli operai della USB a Taranto, che da tempo denunciavano come sarebbe andata a finire con il governo delle svendite.
Perché non bisogna mai dimenticare che il primo responsabile è il governo, Gentiloni, Calenda e Renzi nei rispettivi ruoli. L’Ilva è stata guidata malissimo dalla gestione commissariale governativa, che aveva il solo scopo di tenerla in piedi con il fil di ferro, fino alla svendita finale. Ricordate la lotta di lavoratori e cittadini contro l’inquinamento mortale e le contrapposizioni tra diritto al lavoro e diritto alla salute?
Ecco, in continuità e persino in peggioramento rispetto alla gestione Riva, quella governativa ha negato entrambi quei diritti. E alla fine c’è stata la farsa dell’asta che ha premiato la multinazionale francoindiana con Marcegaglia come attaché. Un film già visto con Piombino e con tante altre imprese strategiche per il paese: quello di un governo che svende il patrimonio di noi tutti e che lascia inevitabilmente che sia il compratore a decidere tutto.
All’Ilva ci sarebbero le condizioni e la necessità della nazionalizzazione. Essa é il solo strumento che permetterebbe di fare investimenti produttivi, di risanare l’ambiente, di dare un futuro al lavoro. Si tratta cioè di decidere che, se l’Italia ha bisogno di siderurgia e ne abbiamo bisogno, allora lo stato garantisce che ciò avvenga. Invece il governo ha piegato lo stato agli interessi peggiori del mercato, a quelli di avvoltoi e sciacalli multinazionali.
Lo stato è diventato il complice degli affaristi, il servo del saccheggio, lo scafista della schiavitù del lavoro. Le acciaierie di Piombino dopo diverse svendite sono ferme. All’Ilva gli stessi tecnici della gestione commissariale non avevano dato credibilità al piano Arcelor Mittal, mentre i responsabili della salute pubblica ne avevano denunciato l’assenza di impegni per il risanamento. Inoltre tutti sapevano che la grande multinazionale si sta fondendo con la tedesca TyssenKrupp e che in tutto il mondo sono in corso tagli di personale e chiusure di stabilimenti.
Se c’era una cessione da non fare era proprio quella che invece il governo ha voluto a tutti i costi. Perché il nostro è un governo che ha fatto delle privatizzazioni e del servilismo verso le multinazionali la propria bandiera. Bandiera che sventola quando va dai padroni tedeschi e UE: visto come siamo stati bravi e ubbidienti? Noi non siamo neppure come Macron, noi lo stato lo usiamo solo per favorirvi!
E non facciano ora le gioconde i dirigenti di Cgil Cisl Uil. Essi sapevano perfettamente dall’inizio come sarebbe andata la vicenda Ilva, così come andranno Alitalia, Piombino e tante altre aziende che il mercato vuol saccheggiare e chiudere. Ma la parola nazionalizzazione per i leader confederali è tabù, così come lo è per la cosiddetta sinistra, che piange sui licenziamenti e non propone nulla per fermarli.
Ai lavoratori Ilva in lotta va dunque tutta la nostra solidarietà e un piccolo consiglio: non fidatevi di chi non ha il coraggio della verità. O nazionalizzazione o schiavitù, questa è la realtà, il resto è solo solo fumo e malafede.
PS : aggiungo la foto dei miei amici e compagni Sergio Bellavita e Franco Rizzo, che prima di salire al ministero come USB, si son fatti fotografare con questo cartello e per questo sono stati identificati dalla Digos. Naturalmente io tolgo il punto interrogativo…
mercoledì 11 ottobre 2017
LEGGE ELETTORALE ALLA PROVA DELLA MAGGIORANZA
Apro con una premessa,comunque vada la ricerca di una legge elettorale che accontenti tutti è pura utopia e credere che il voto prossimo possa non avere sbarramenti percentuali è fantascienza in quanto fa comodo ai grandi partiti(in termine di voti portati a casa)avere premi più o meno importanti di maggioranza,con sistemi elettorali puri o misti.
Abbandonato da tempo,se non mai nato,il bipartitismo italiano,ci si trova di fronte ad uno scenario che complessivamente vedrà tre partiti o meglio una e mezza ideologia contendersi il primato parlamentare italiano.
E lo scenario è da spavento con una destra estrema(Lega),una destra liberale(sempre destra con infiltrazioni o simpatie fasciste,Forza Italia,Movimento 5 stelle),ed una destra mascherata da sinistra(Pd).
Protestano soprattutto Mdp e i pentastellati,che nemmeno a questo giro vedranno qualcosa di tangibile in mano,forse una fortuna perché nei comuni dove amministrano regna il caos totale:nell'articolo preso da Left(pacchisti-democratici )dichiarazioni più o meno recenti di piddini e della loro voglia di dialogo e di confronto di facciata mentre stanno usando il voto di maggioranza come unico appiglio per fare passare la nuova legge elettorale(con il lasciapassare dei berlusconiani e degli alfaniani).
Pacchisti Democratici.
di Giulio Cavalli
Il Partito democratico ha un giornale ufficiale. Fermi tutti, no, non è l’Unità: quella è stata rottamata con tutta la sua storia poiché il renzismo, si sa, teme la memoria e la complessità e quindi il quotidiano fondato da Gramsci era un fardello troppo pesante da sopportare. Il “nuovo” foglio democratico si chiama Democratica (a proposito di quello che doveva essere un “maestro della comunicazione”, ricordate?) e nel numero di ieri (non sei mesi fa, ieri martedì 10 ottobre) ospitava un’intervista sulla legge elettorale al deputato Pd Ettore Rosato.
Chiede il giornalista: “Sarà necessario porre la fiducia sulla legge, per superare l’impasse dei voti segreti?”.
Risponde Rosato (ieri, tenetevelo a mente, ieri): «Ritengo che sia legittimo utilizzare ogni strumento regolamentare per evitare di cadere nelle trappole del voto segreto, come è già accaduto nel recente passato. Di fronte al rischio di un uso strumentale del voto segreto, noi usiamo altri strumenti parlamentari. Dopo di che ci confronteremo in Aula, come abbiamo sempre fatto. Al momento del voto finale sul provvedimento ogni deputato si esprimerà in piena libertà per affermare se intende sostenere o no questa nuova legge elettorale”. E invece no. Non si confronteranno in aula. Guarda un po’. È tutto qui.
Non è finita. Nel giorno di insediamento del suo governo il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni disse: «La legge elettorale prenderà corpo il confronto tra le forze parlamentari e la necessaria armonizzazione delle norme tra Camera e Senato. Un confronto nel quale il governo, ci tengo a ribadirlo, non sarà l’attore protagonista. Spetta a voi, onorevoli colleghi, la responsabilità di promuovere e trovare intese efficaci». E invece no. Niente.
Ancora. Nel 2009 la democratica Lanzillotta protesta contro il voto di fiducia messo dal governo di centrodestra sul decreto sicurezza. Dice: «In questo modo si aggirerebbero le garanzie regolamentari che consentono la richiesta del voto segreto sulle disposizioni volte ad incidere sui diritti fondamentali. Siamo certi che il Presidente della Camera non vorrà consentire questa umiliazione della Camera dei Deputati». Ma poi ha cambiato idea. Evidentemente.
Poi c’è lui, il bugiardo cronico. È il 15 gennaio 2014 e Matteo Renzi twitta: «Legge elettorale. Le regole si scrivono tutti insieme, se possibile. Farle a colpi di maggioranza è uno stile che abbiamo sempre contestato».
Serve altro?
Buon mercoledì.
IL PAESE DEI BALOCCHI PER GLI EVASORI FISCALI
Albert Einstein diceva che la follia stia nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi,e se dovessimo stare a questa frase i vari governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni ma anche molto prima sono degni rappresentanti di ciò che intendiamo come folle.
In poco più di 150 anni di storia infatti si sono avuti ben 80 condoni,vale a dire che lo Stato non può o non riesce a fermare l'emorragia dei furbi,chi per necessità chi per sete di denaro,e che gli italiani sono proprio dei gran mascalzoni quando bisogna parlare di adempiere ai contributi da versare per la collettività.
Che poi il livello di tassazione da noi sia tra i più elevati al mondo e che i soldi che ritornano indietro per sanità,istruzione,pensioni e trasporti siano poca cosa rispetto a quello prelevato è un discorso che si trascina dietro il fatto che i lavoratori autonomi che evadono siano il 60%,troppo.
Può essere discorso da bar ma certamente uno che si nasconde un gruzzoletto più o meno grande,non paga le tasse o lo fa in modo inesatto può starsene al sicuro in quanto ogni due anni c'è un condono sui soldi imboscati all'estero o su quello non versato in maniera adeguata.
Intanto i lavoratori dipendenti ed i pensionati pagano per tutti questi,che sottolineo sono dei criminali non inferiori a quelli che stuprano o uccidono,perché con le loro ladrerie costringono altri,non tutti per questioni di dignità e di osservanza della legge,a compiere reati per poter sopravvivere.
Articolo preso da Contropiano(impunita-fiscale )mentre leggo ora sul Televideo che nel 2015 il sommerso economico vale circa 208 miliardi di Euro,ben il 12,6%del Pil nazionale.
Impunità fiscale agli evasori, briciole ai lavoratori.
di Unione Sindacale di base
Le bugie hanno le gambe corte e la propaganda prima o poi si infrange sulla realtà.
La fotografia chiara e limpida scattata dal procuratore di Pistoia Di Vizio, uno dei più esperti magistrati del ramo evasione, sul reale stato di salute della legalità e dell’equità fiscale nel nostro paese, smonta pezzo dopo pezzo tutte la propaganda governatva e le cifre farlocche sbandierate sul fronte della lotta all’evasione.
Solo qualche settimana fa era toccato alla Corte dei Conti lanciare un grido d’allarme sul mancato utilizzo dell’archivio dei rapporti finanziari intrattenuti da società e persone fisiche con gli intermediari (banche, poste, società di gestione del risparmio), strumento messo a disposizione del fisco, e costato svariati milioni, per dare la caccia ai grandi evasori e regolarmente finito del dimenticatoio.
L’altro giorno è toccato al sostituto procuratore Di Vizio evidenziare, in una accurata relazione dal titolo emblematico “Capitali all’estero e risparmi in Italia. Drammi e commedie delle tasse”, la vergognosa anomalia di un paese nel quale:
– vi sono stati 80 condoni in 150 anni di storia unitaria;
– gli accertamenti dell’Agenzia delle Entrate nel 2016 sono calati rispetto all’anno precedente del 33,8%, passando da 301.996 a 199.990;
– la propensione ad evadere l’Irpef da parte del lavoro autonomo ha raggiunto nel 2014 il 59,4%;
– l’evasione Iva è la più alta tra i paesi europei, rappresentando un quarto dell’evasione in tutta l’Unione europea.
Morale della favola, aggiungiamo noi, il peso della tassazione si scarica tutto sul lavoro dipendente e pensionati.
E non poteva essere diversamente, considerato tutti i provvedimenti governativi che hanno completamente spuntato le armi della lotta all’evasione, creato un sistema di impunità fiscale per le banche e le grandi imprese, e trasformato, con la voluntary disclosure, il Fisco in una immensa lavatrice per ripulire i soldi sporchi esportati all’estero. E pensare che in questi giorni si torna a parlare di un nuovo condono: questa volta sul contante nascosto nelle cassette di sicurezza, giusto per non scontentare nessuno…
Il quadro che è stato ben rappresentato dal sostituto procuratore dobbiamo tenerlo bene a mente, non solo per ripristinare la verità sul tema evasione fiscale, ma anche per rispedire al mittente tutti quei vincoli di bilancio e quelle compatibilità economiche strumentalmente utilizzate per sottrarre salario, diritti e servizi pubblici.
Dinanzi ad una “evasione monstre” di circa 120 miliardi annui, la cifra di 85 euro medi lordi (nella migliore delle ipotesi e a tutt’oggi ancora non finanziati) di aumento per il rinnovo dei contratti pubblici, frutto dell’accordo siglato il 30 novembre da CGIL, CISL e UIL, appare oggi ancora più scandalosa.
VOGLIAMO CIO’ CHE CI SPETTA! CONTRATTI VERI CON AUMENTI VERI!
12 OTTOBRE 2017 ORE 11, MANIFESTAZIONE-PRESIDIO ALL’ARAN VIA DEL CORSO, 476 – ROMA
martedì 10 ottobre 2017
ASKAPENA 30 URTE
La splendida giornata di sabato scorso a Berriozar a pochi minuti dal centro di Iruña ha sancito la celebrazione del trentesimo anniversario di Askapena,che non è stata meramente un autoincensarsi ma che è stato un evento che non è per nulla un punto di arrivo ma un momento di riflessione,di confronto e di festa nel rinnovo dell'internazionalismo che è e sarà il principale motore che anima questa organizzazione che è stata recentemente sull'orlo dell'illegalizzazione permanente(vedi:madn il-compleanno-di-askapena ).
Un sabato speciale cominciato con balli e la presenza di Porrotx,un pagliaccio molto conosciuto e amato dai bambini,il tutto collocato in piazza Euskal Herria che per l'occasione presentava stand informativi e di propaganda.
Nella vicina scuola della musica si è avuto l'atto politico molto toccante in certe occasioni,un riuscito mix di interventi,filmati,balli e musica che hanno visto susseguirsi sul palco le varie realtà che compongono Askapena.
I filmati prettamente politici hanno mostrato le disumanità accadute nel corso del secolo scorso,da Gernika a Hiroshima passando per le guerre mediorientali ed asiatiche,c'è stato il famoso discorso di Castro all'Onu dopodiché si è reso omaggio al movimento femminista e a figure di donne che hanno inciso permanentemente nella storia come Angela Davis,Eva Forest e Rosa Luxemburg.
Poi è stata la volta del discorso del compagno Walter,che mano a mano che parlava ha invitato sul palco i fondatori di Askapena,gli attuali dirigenti,i compagni incarcerati assieme a quelli che si sono fatti in quattro(rischiando parecchio)per poterli liberare con alla fine le nuove leve.
Quindi è stata la volta delle varie associazioni di Euskal Herriaren lagunak provenienti da tutta Europa con le loro bandiere di tutti i popoli in lotta,che hanno ribadito l'importanza della solidarietà tra la gente di differente cultura e lingua,in quanto tutto quello che si da poi torna indietro e crea un legame indissolubile che nelle terre basche è un fatto quotidiano.
L'atto politico è terminato con la partecipazione di due organizzatori della giornata con un intervento interamente in euskara,quindi non è che si sia capito molto ma il senso e l'accoramento delle loro parole lo si sono capite benissimo così come l'attaccamento a Euskal Herria non solo da parte del popolo basco ma anche delle varie realtà del resto dell'Europa a partire da altri luoghi spagnoli:il momento finale con l'Internazionale e l'inno basco sono stati tra quelli più intensi.
Tornati in piazza ci sono stati giochi tipici baschi,come il salto con l'asta utilizzando un forcone ed un sacco pieno di fieno,il taglio dei tronchi con l'ascia e la sega,varie corse con pesi e tipo staffetta e alla fine il tiro alla fune dove la rappresentativa italo-occitana si è dovuta inchinare al potere basco.
Tutti poi dietro all'elektrotxaranga alla vicina Ilargi pista dove si è tenuta la comida popular dove più di cinquecento persone allietate dal funambolico Pantxo hanno mangiato e bevuto(soprattutto)in un clima di festa e di cordialità.
A margine di ciò c'è stata la riunione riservata solo ai componenti di Askapena e delle organizzazioni spagnole ed europee intervenute mentre gli altri sentivano la band itinerante che guidava tutti attraverso la cittadina per poi ritrovarsi dove si è pranzato per l'omaggio a Che Guevara per poi cominciare la serie di concerti(The Trikiteens,Bide Bakarra,Sorkun e Ahuntzape)che sono proseguiti fino a notte fonda,e per i più resistenti ultimo appuntamento col dj set allo Zulo Alai elkartea.
Una bella occasione per vedere vecchi e fare nuovi amici,in situazioni che ti fanno divertire,ti fanno riflettere e ti fanno innamorare di un posto speciale dove la lotta e la politica sono parte determinante nella vita di ogni giorno di tutta una popolazione che stringe i denti ma che sa anche dare molto.
lunedì 9 ottobre 2017
IL CHE SEMPRE D'ATTUALITA'
Nel cinquantesimo anniversario della morte terrena di Ernesto Che Guevara,infatti è ancora vivo negli ideali di molta gente di tanti popoli,si traccia un'analisi politica che va ad aggiungersi agli altri post dedicati alla figura del Che(madn saccheggiando-icone-e-simboli madn lideale-rivoluzionario-del-che-e-ancora.vivo madn hasta-la-victoria-siempre ).
Nell'articolo di Popoff(che-guevara-cinquantennale-della-morte )non ci sono le imprese che il Che compì in ogni dove,ma alcuni suoi pensieri,quasi delle premonizioni che si sono puntualmente avverate negli anni successivi la sua scomparsa.
Dei ragionamenti e dei modi di capire lo stato delle cose negli ambiti del socialismo,del comunismo e del capitalismo,errori e critiche che non sono state ascoltate se non addirittura divulgate,segreti che si è portato nella sua tomba e di tutti quelli che per motivi anagrafici erano testimoni del tempo in cui avvennero tali situazioni.
Che Guevara, perché parlarne ancora, cinquant’anni dopo
E’ ora di ragionare su Che Guevara fuori dal mito e dalla retorica del “guerrigliero eroico” ma sfortunato
di Antonio Moscato
Rallentata l’ondata di pubblicazioni che riempivano un vuoto dopo anni di oblio, è possibile e necessario ricollocare Guevara fuori dal mito e dalla retorica del “guerrigliero eroico” ma sfortunato. Dissolta la nuvola di pubblicazioni di terza mano, rimangono alcune grandi biografie frutto di un lavoro reale tra cui spicca per completezza quella di Paco Ignacio Taibo II, che ha potuto far fruttare i molti rapporti con stretti collaboratori del Che stabiliti nei suoi lavori precedenti su Santa Clara e sul Congo.
1 C’è poco da chiarire invece sulle circostanze della morte di Guevara: conta poco se l’ordine di ucciderlo a freddo è partito da Washington o da La Paz. Conveniva a molti impedire che in un processo pubblico potesse spiegare le ragioni della sua scelta. Invece rimangono da chiarire le ragioni della solitudine del Che negli ultimi sei mesi, senza medicine, senza radio, senza modesti walkie talkie per mantenere il contatto con la seconda colonna; senza che si tentasse, come fu fatto con altri nuclei di guerriglieri in quegli stessi anni, di far arrivare boliviani pratici della zona per aiutarlo ad uscire da quella regione ostile.
2 Era rimasto in ombra un altro elemento decisivo: perché il Che aveva lasciato Cuba, che egli amava e dove era amatissimo. Eppure si chiarisce facilmente se si riflette sul testo di bilancio della spedizione nel Congo, finalmente pubblicato nel 1994 in tutto il mondo (tranne che a Cuba, che ha dovuto aspettare altri cinque anni). Appare chiaro che a quell’impresa – già avviata da altri – Guevara si era dovuto aggiungere, dopo la critica ai “paesi socialisti” complici dell’imperialismo, divenuta inevitabilmente pubblica perché pronunciata ad Algeri. Era abbastanza esplicita da suscitare l’ira di Mosca, come ammise anche Raúl Castro nell’atto di accusa contro la “microfrazione” di Aníbal Escalante. Anche l’impresa di Bolivia non era una iniziativa personale del Che: con lui erano partiti diversi membri del CC del partito comunista cubano. Casomai resta da chiarire come mai in entrambi i casi le informazioni raccolte dai servizi cubani erano risultate poco fondate: per il Congo in ritardo di almeno sei mesi, per la Bolivia del tutto sbagliate.
3 Anche se Guevara non ha contribuito all’arricchimento del marxismo come Lenin, Rosa o Trotskij, è apparso giustamente un gigante rispetto alla maggior parte dei dirigenti comunisti o socialisti della sua epoca, perché ha “riscoperto” alcuni semplici pilastri del marxismo dimenticato o occultato: la necessità dell’indipendenza del partito comunista, il rifiuto della collaborazione interclassista, l’autorganizzazione del proletariato, l’internazionalismo. Era difficile farlo in un epoca in cui invece dei classici del marxismo in tutti i partiti comunisti si studiava sui “brevi corsi” tradotti dal russo, che assicuravano un indottrinamento fideistico. Per questo, senza troppe polemiche, il Che ha dovuto lasciare una Cuba che cominciava ad essere assimilata allo stile sovietico su molti terreni, compreso quello della “doppia verità”. Il gruppo dirigente cubano, per sopravvivere in un mondo ostile, e non solo per le pressioni sovietiche, stava imboccando una strada che in pochissimi anni l’avrebbe portata a tacere sugli errori e sui crimini di ogni governo “amico”, a partire da quello del Messico (il massacro di piazza Tlatelolco nel 1968, ignorato dalla stampa cubana, segue di appena un anno la morte del Che). Ma avrebbe taciuto anche sulle illusioni di Salvador Allende sulla evitabilità di un conflitto necessario per difendersi anche con le armi in caso di inasprimento del conflitto.
4 Grande merito del Che è la comprensione tempestiva della crisi strisciante dell’URSS e dei paesi che ne avevano dovuto seguirne il modello, e in particolare la Cecoslovacchia. Grazie all’apporto di molti consiglieri cechi e anche sovietici, Guevara aveva saputo passare dal primo entusiasmo ingenuo dopo il primo viaggio in quei paesi (quando si autodefinì egli stesso “Alice nel continente delle meraviglie”) a una critica puntuale della crisi sociale ed economica che li minacciava e che sarebbe venuta alla luce in Cecoslovacchia pochissimi anni dopo la sua morte, trascinando con sé gran parte dei militanti comunisti educati al culto dell’URSS e al fideismo.
5 Le Critiche al manuale di economia dell’Accademia delle scienze dell’URSS, ribattezzate da Borrego Quaderni di Praga perché completate in quella città, rimasero inedite per quaranta anni, nonostante il Che le avesse preparate minuziosamente per la pubblicazione. Da alcuni economisti cecoslovacchi come Valtr Komarek era stato aiutato a capire i punti deboli del “modello sovietico” imposto a tutti i paesi “socialisti”, ma in quella bellissima città non poté incontrare nessuno dei suoi amici e compagni locali, perché dovette vivere da clandestino, senza contatti. Secondo lo stesso Fidel la permanenza in quella città “aumentava i rischi” per i suoi progetti, e per questo lo convinse a tornare, di nuovo clandestinamente, a Cuba. Ma quelle riflessioni critiche sulle strozzature dell’economia sovietica sarebbero state preziose se pubblicate immediatamente, o almeno al momento del crollo dell’URSS; ora, rilette attentamente, servono quasi solo come testimonianza di un itinerario intellettuale. La fine dell’URSS è lontana, e chi aveva creduto nella sua eternità non vuole ammettere che era possibile prevederne il declino, come il Che fu capace di fare.
6 Il ritardo nel pubblicare altri scritti già preparati dal Che, come i Pasajes de la guerra revolucionaria, Congo, ha avuto conseguenze gravi già per le successive imprese cubane in Africa, celebrate ancor oggi sorvolando sulle caratteristiche dei regimi che hanno puntellato (Angola, Mozambico ed Etiopia, soprattutto) e su quelle dei dirigenti dei movimenti di liberazione che si erano formati giocando sulla concorrenza tra URSS e Cina, come Laurent Désiré Kabila, su cui il Che aveva espresso un giudizio severissimo non ascoltato, e che diventerà poi trent’anni dopo presidente della Repubblica Democratica del Congo.
7 La tardiva pubblicazione di gran parte degli inediti ha avuto una scarsa incidenza nel dibattito cubano di oggi. Pesa la inesorabile estinzione per ragioni anagrafiche di alcuni dei tenaci cultori del Che come Fernando Martinez Heredia, tollerati dopo gli anni di silenzio forzato ma a condizione di ricorrere a un linguaggio poco comprensibile ai non addetti ai lavori. Ma si deve anche al fatto che le ricette di Guevara, come quelle di Lenin nel cosiddetto “Testamento politico”, erano già in ritardo sulla trasformazione del paese, che era già in gran parte avvenuta. La sua sconfitta nel dibattito del 1963-64 non era casuale, era il riflesso del consolidamento di una burocrazia sempre più consapevole dei suoi interessi, ben diversi da quelli che pretendeva (e pretende) di rappresentare.
8 Pesa molto il nuovo isolamento di Cuba nel continente. Sono già stati sconfitti i governi progressisti in Argentina e soprattutto in Brasile, uno dei paesi chiave per il progetto bolivariano grazie alle sue dimensioni e le sue risorse, e non è facile che altri ne prendano il posto in questa fase. Cuba sostiene il governo del Venezuela, ma le sue difficoltà non sono un’invenzione dei media ostili: Caracas ha dovuto ridimensionare drasticamente le forniture di petrolio. L’isola quindi è sola di fronte agli Stati Uniti, per giunta guidati non più da un Obama (di cui era peraltro lecito dubitare all’inizio delle trattative per riprendere i rapporti diplomatici) ma da un bruto imprevedibile come Trump. Tanto più perché utilizzano largamente l’argomento del comportamento non ineccepibile del governo Maduro, principale anche se ormai insufficiente puntello esterno di Cuba. Lo stesso rapporto privilegiato instaurato tra Cuba e Venezuela (sul piano economico, ma anche politico e ideologico, e con un forte legame personale tra i due fratelli Castro e Chávez) era stato utile e prezioso soprattutto per l’isola, ma a Caracas evocava il rischio di un’assimilazione a Cuba, che spaventava per la sua rigidità ideologica e il permanere delle pesanti difficoltà economiche della popolazione, e forniva argomenti alle opposizioni ostili a una maggiore integrazione nell’ALBA. E di fatto era stata dimenticata e comunque poco ascoltata un’altra delle indicazioni di Guevara, che pensava già cinquant’anni fa a coordinare i movimenti, più che gli Stati di un presunto “campo progressista”…
9 Un’altra “riscoperta” di Guevara che allora sbalordì il mondo e fu alla base del suo fascino tra i giovani, è che la verità è rivoluzionaria, che bisogna dire quel che si pensa e fare quel che si dice. Era scontata in Lenin, Trotskij, Rosa, Gramsci, ma era stata dimenticata nei decenni in cui la maggior parte dei partiti comunisti abbellirono con frasi rivoluzionarie una collaborazione di classe non diversa da quella praticata dalle socialdemocrazie. Sembra poco ma è tantissimo, per la sinistra smarrita e afona in tutto il mondo. Basterebbe questo per rendercelo indispensabile.
Antonio Moscato
giovedì 5 ottobre 2017
IL COMPLEANNO DI ASKAPENA
Sabato prossimo ricorre un anniversario speciale per l'organizzazione internazionalista basca Askapena che non solo in questi anni si è prodigata per il contribuito al processo di liberazione sociale e culturale di Euskal Herria,ma grazie al fitto lavoro svolto al di fuori dei propri confini e grazie alla solidarietà data e ricevuta ha operato politicamente in varie regioni del mondo dove la tirannia e i soprusi sono stati e lo sono tutt'ora in certi luoghi un impedimento per la libertà dei popoli.
A Berriozar nelle vicinanze di Pamplona si terrà una giornata di celebrazione con vari eventi che caratterizzeranno questa importante data,con giochi,pranzi,dibattiti e concerti,per raccontare a chi interverrà il lavoro svolto negli anni passati,spesso e volentieri contrastato con arresti,persecuzioni e torture dei propri militanti,ma soprattutto per delineare le linee guida per il futuro di questo progetto nato dalla gente per la gente e che compie il trentesimo anno di vita.
Nell'articolo sottostante preso dal sito di Askapena(30-urte-borrokak-uztartzen-herriok-burujabe )una breve spiegazione di quello che è Askapena e il programma di sabato prossimo,prima in euskara e poi in castigliano(vedi anche:madn assolti-i-cinque-compagni-di-askapena e link relativi).
Gora Euskal Herria sozialista!
Gora Euskal Herria internazionalista!
Gora Askapena!
Hamaika herri, borroka bakarra!
30 urte borrokak uztartzen, Herriok burujabe!
Badira 30 urte Askapena Euskal Herriko erakunde internazionalista jaio zela. Hamaika dira urte horietan guztietan burututako dinamikak, kanpainak, elkartasun-keinuak, eta nola ez, babestutako askapen-prozesuak. Herri mugimendutik, Euskal Herriko kaleak internazionalismoz bustitzea izan dugu helburu. Euskal Herria sozialista, feminista eta internazionalista eraikitze bidean, munduko herrien askapen-prozesuen bidelagun izateaz gain, gure herriko askapen nazional eta sozialari ere ekarpena egin nahi izan diogu, beti bezala joan-etorriko elkartasuna oinarri izanik.
Orain arteko bide luzeari jarraipena emateko, eta bidez batez, Askapenak borrokan 30 urte daramatzala ospatzeko, urriaren 7an, hementxe bertan, Berriozarren egingo dugun egun osoko ekimena aurkeztu nahi dugu.
Eguneko egitarauari dagokionez, goizeko 11etan ekingo diogu eguna alaitzeari trikitilari eta fanfarreekin. Aldi berean herriko hainbat gunetan argazki eta kartel historikoen erakusketa ezberdinak izango dira egun osoan zehar, eta Euskal Herria plazan hainbat eragileen postuak. Guzti honekin batera, plazan bertan Porrotx pailazoarekin “Euskal Herritik koloretako mundura irri, kanta eta dantza!” ikuskizunaz goxatuko ditugu ume, gazte eta helduen bihotz internazionalistak.
Eguerdiko 12etan ekitaldi politikoa izango dugu Musika Eskolako areto nagusian. Eguneko momentu garrantzitsuena izango da hau, eta bertan, Askapenaren azken 30. urteak gogoratzearekin batera hemendik aurrera emango ditugun urratsen berri emango dugu.
Ekitaldia amaitzean herri kirola izanen dugu Euskal Herri plazan, eta jarraian joaldun eta txarangek alaitutako kalejiran, 30. urteurreneko bazkari internazionalistara gerturatuko gara, Ilargi pistara. 10 €tan izango da bertako produktuekin eginiko bazkaria. Bazkarirako txartelak salgai izango dira herrietako ohiko lekuetan.
Arratsaldean berriz, Pantxo bakarlari mexikarrak girotuko du kafe eta koparen unea. Jarraian Berriozartik poteoa izango da elektrotxarangarekin eta eguna amaitzeko Che Guevarari omenadia eginez kontzertuak hasiko dira Ilargi pistan: Sorkun, Bide Bakarra, Ahuntzape eta TrikiTeens. Gaua amaitzeko Zulo-Alai elkartean DJ Tarantistak eta DJ Majaris arituko dira.
Egun honetan parte hartzera gonbidatu nahi ditugu Euskal Herriko internazionalista guztiak. Gurekin batera, Euskal Herria sozialista, feminista eta internazionalista eraikitzeko konpromezuan berretsi eta Askapenaren 30. urteurrena ospatzera. Joan-etorriko elkartasuna eta Euskal Herria internazionalista iparrorratz, berandu baino lehen herriok burujabe izan gaitezen,
Gora Euskal Herria sozialista!
Gora Euskal Herria internazionalista!
Gora Askapena!
Hamaika herri, borroka bakarra!
------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Hace ya 30 años que la organización internacionalista de Euskal Herria, Askapena, fue fundada. Así, son muchas las dinámicas, campañas, muestras de solidaridad y cómo no, procesos de liberación que hemos apoyado durante todos estos años. Siempre desde el movimiento popular, nuestro mayor objetivo ha sido y es impregnar las calles de Euskal Herria de internacionalismo. En la construcción de una Euskal Herria socialista, feminista e internacionalista, no solo trabajamos la solidaridad hacia los diferentes procesos de liberación de otros pueblos del mundo, sino que también hemos querido hacer una aportación al proceso de liberación nacional y social de nuestro pueblo, basándonos así en la solidaridad de ida y vuelta.
Con el objetivo de dar continuidad al largo camino ya recorrido, y aprovechando la celebración de nuestro 30 aniversario, desde Askapena queremos presentaros la jornada del próximo día 7 de octubre llevaremos a cabo aquí mismo, en Berriozar.
La jornada comenzará a las 11 de la mañana con trikitilaris y fanfarres. Al mismo tiempo y durante todo el día, habrá diferentes exposiciones de fotos y carteles históricos a lo largo de los gunes y tabernas laguntzailes y también habrá puestos de diferentes colectivos en la plaza Euskal Herria. Además, en la misma plaza el payaso Porrotx se encargará de alegrar los corazones internacionalistas de niñas, jóvenes y no tan jóvenes mediante el espectáculo “Euskal Herritik koloretako mundura irri, kanta eta dantza!”.
A las 12 del mediodía celebraremos el acto político en el salón de actos de la Escuela de Música. Este será el momento más importante de la jornada ya que tras recordar los 30 años de lucha de Askapena daremos a conocer los siguientes pasos que daremos los próximos años.
Al finalizar el acto habrá deporte rural en la plaza Euskal Herria, y después nos acercaremos a la comida internacionalista del 30 aniversario acompañadas por joaldunas y una txaranga que amenizarán el camino hacia la pista Ilargi. La comida se realizará con productos locales, tendrá un coste de 10€ y se podrán adquirir los tikets en diferentes puntos de toda Euskal Herria.
Para seguir con el buen ambiente, Pancho, cantante mexicano afincado en Iruñea amenizará el momento del café y de la copa con canciones típicas de lucha y después nos dirigiremos al centro del pueblo con la ayuda de una elektrotxaranga. Para acabar el día contaremos con varios conciertos que pondrán la guinda final a nuestro 30 aniversario: Sorkun, Bide Bakarra, Ahuntzape y Trikiteens. La fiesta continuará en la peña Zulo-Alai con los Djs Tarantistak y Majaris.
Por lo tanto, queremos invitar a todas las internacionalistas de Euskal Herria a participar de nuestro aniversario ya que son parte imprescindible de nuestro día a día. Queremos que sigan siendo parte de la construcción de esa Euskal Herria socialista, feminista e internacionalista que soñamos y por lo tanto reafirmarnos en la necesidad del internacionalismo. Agarrando la bandera de la solidaridad de ida y vuelta y siempre teniendo como objetivo una Euskal Herria internacionalista, sigamos trabajando para que los pueblos semaos soberanos y libres antes que tarde.
Gora Euskal Herria sozialista!
Gora Euskal Herria internazionalista!
Gora Askapena!
Hamaika herri, borroka bakarra!
MDP-ARTICOLO 1 SALVANO ANCORA IL GOVERNO GENTILONI
La politica schizofrenica di Mdp-Articolo 1 salta fuori durante il voto per lo scostamento di bilancio voluto dal governo tramite la nota di aggiornamento del Def col loro voto diretto e la non partecipazione al voto per la successiva risoluzione di maggioranza.
Un modo che ci fa capire nuovamente che questo assembramento di transfughi dal Pd e le"nuove"forze progressiste stiano ancora reggendo le sorti di questo governo che sta tirando gli ultimi e che vede importanti defezioni dell'ultim'ora come il viceministro dell'interno Filippo Bubbico.
Ricordiamoci che Bersani e D'Alema furono tra i padri delle politiche liberiste dei governi Prodi,i liberalizzatori delle aperture domenicali,degli orari di lavoro flessibili e della catastrofica entrata nella Costituzione del pareggio di bilancio oltre che fautori della sottomissione alle regole economiche europee.
L'articolo preso da Popoff(mdp-stampella-del-pd )parla di questo e del fatto che le continue beghe tra questi personaggi che si addossano a torto l'investitura della nuova e pura sinistra altri non sono che i fedeli sostenitori del Pd.
Mdp stampella del Pd
Mdp sostiene il governo Gentiloni perché i suoi dirigenti, a partire da Bersani, sono tra i principali responsabili dell’inserimento in Costituzione della follia del pareggio di bilancio
di Maurizio Acerbo*
MDP ancora una volta sosterrà con il suo voto questo governo. Il non voto sulla relazione è il fumo che copre il voto a favore dell’arrosto. La cosa non ci stupisce in quanto i dirigenti di MDP, a partire da Bersani, sono tra i principali responsabili dell’inserimento in Costituzione della follia del pareggio di bilancio e dell’accettazione dei parametri dell’UE.
Ancora una volta si dimostra che non è possibile una politica economica di sinistra dentro la gabbia in cui centrosinistra e centrodestra hanno imprigionato l’Italia.
Una formazione di sinistra dovrebbe porre condizioni vere di cambiamento per rispondere alla crisi sociale o votare contro un governo liberista.
Ma il partito di D’Alema e Bersani è quello che per senso di responsabilità verso i poteri forti ha sostenuto il governo Monti e 20 anni di politiche liberiste e mostra di non essere in grado di cambiare la propria impostazione di fondo.
Si conferma il nostro giudizio su questa formazione: non possono considerarsi interlocutore credibile per la costruzione di una sinistra effettivamente alternativa al PD.
Con lo stesso presunto senso di responsabilità nel prossimo parlamento potrebbero votare per un “governo del presidente” come ha già dichiarato D’Alema.
La loro litigiosità con Renzi non va scambiata per una linea strategica di alternativa al PD.
Per chi non ha dimestichezza dei meccanismi parlamentari: “per senso di responsabilità” Mdp ha comunque deciso di votare a favore dello scostamento degli obiettivi sul deficit. Una posizione, quella di Mdp, già anticipata da Pierluigi Bersani, che parlando in Transatlantico aveva sottolineato come “noi ci sentiamo vincolati alla responsabilità verso l’Italia e quindi al fatto di evitare l’arrivo della Troika”. E confermata a fine giornata da Giuliano Pisapia in persona: “In questi giorni – ha scritto in una nota – mi sono impegnato affinché Articolo 1-Mdp votasse a favore dello scostamento di bilancio per evitare non solo l’aumento dell’Iva ma più in generale un peggioramento delle condizioni di vita degli italiani. Proprio per questo è stato quindi fondamentale che oggi il gruppo parlamentare di Mdp abbia deciso di votare per evitare danni gravi e irreversibili a tutto il Paese”.
*Maurizio Acerbo è segretario nazionale di Rifondazione comunista
mercoledì 4 ottobre 2017
DICHIARAZIONI INACCETTABILI DEL MONARCA FASCIOSPAGNOLO
Le sconcertanti dichiarazioni pubbliche del re Felipe VI di Borbone,erede dopo che il padre Juan Carlos abdicò nel 2014,sono di una tristezza e di una inadeguatezza molto gravi,ulteriore benzina sul fuoco che è divampato in Catalunya in queste settimane.
I commenti dei dirigenti della Generalitat catalana sono tutto fuorché diplomatiche,di disprezzo e di spavento,parole che altro non faranno che accelerare la dichiarazione d'indipendenza ormai unilaterale nei prossimi giorni.
D'altronde già che i monarchi siano fuori luogo e tempo è un fatto assodato,e l'anacronismo di famiglie reali,di stemmi e di titoli nobiliari è vomito per le mie orecchie ma credo anche di tanta altra gente che vede la sudditanza un problema per la libertà.
Poi la monarchia spagnola è sempre stata a braccetto con il franchismo e Felipe VI si è detto ancora orgoglioso di aver giurato su di una costituzione nata come un brutto compromesso con i franchisti e figlia di un fascismo reazionario molto discusso da sempre da tutte le forze progressiste di Spagna.
Da aggiungere il fatto che il re non abbia parlato delle violenze della polizia ma solo della presunta slealtà catalana e e violazioni dello Stato di diritto,mentre la televisione pubblica iberica potrebbe essere sanzionata per avere tagliato a misura e taciuto i soprusi polizieschi che si sono potuti vedere nel resto del mondo.
Articolo di Contropiano:politica-news .
“Siamo nati per camminare sulla testa dei re”.
di Sergio Cararo
Alla fine il discorso del Re è arrivato. Felipe di Borbone, Re di Spagna, ha parlato sulla questione dell’indipendenza della Catalogna ed ha ratificato che non ci sarà alcuna mediazione.
Trincerandosi dietro la Costituzione del 1978 firmata dal Re di Spagna, risultato di un pessimo compromesso con il franchismo e contestata da sempre da tutte le forze progressiste, l’attuale sovrano ha fatto capire che le autorità spagnole non accetteranno alcun terreno di negoziato su una Catalogna indipendente. Una dichiarazione di guerra e una doccia fredda su tutte le forze moderate e della sinistra spagnola ed europea che avevano invocato una mediazione tirando per la giacca l’Unione Europea.
Una invocazione a nostro avviso illusoria e impropria, vediamo perché:
1) Non dovremmo mai dimenticare come il Trattato di Maastricht, istitutivo dell’Unione Europea, sui dodici capi di stato firmatari vede ben cinque re, regine ed un granduca (i re di Spagna, Olanda, Belgio, Danimarca, Gran Bretagna e il granduca di Lussemburgo). Un fatto formale si è sempre detto, eppure la Spagna ci sta dimostrando che così non è. Diversamente, tre anni fa, la Regina di Inghilterra si era limitata a dire agli scozzesi di “pensarci bene” prima di votare nel referendum sulla indipendenza della Scozia.
Ma una Europa in cui nel XXI Secolo sono ancora i Re a dettare le tabelle di marcia della politica che tipo di mondo evoca? Siamo veramente dentro quel paradiso della democrazia liberale che ci viene spacciato come il migliore dei mondi possibili?
2) Lo Stato spagnolo in tutte le sue articolazioni, non intende mediare. In questo c’è tutta l’eredità del franchismo, superata in gran parte della società ma niente affatto superata negli apparati ideologici dello Stato spagnolo. Sono passati meno di quaranta anni dalla transizione, e il modo in cui in questi decenni è stata ad esempio affrontata la questione di Euskadi o misure recenti come la “ley mordaza”, ci dicono che il modello reazionario franchista è ancora ben radicato negli ambiti amministrativi e di potere, ed anche in settori di società della “Spagna profonda”, quella meno nota, meno suggestiva, meno sintonizzata sul dinamismo di cui il paese ha dato mostra di sé.
Ma la non mediazione dello Stato spagnolo sulla Catalogna, è il frutto avvelenato proprio dell’Unione Europea. La Spagna è, suo malgrado, un Pigs, uno dei paesi euromediterranei condannati dalla gerarchizzazione imposta da Bruxelles alla subalternità verso il nucleo centrale della Ue.
Se fino a dieci anni fa c’erano i margini economici per la mediazione, incluso sugli statuti delle comunità come la Catalogna ed Euskadi, dopo il 2011 i diktat dell’Unione Europea hanno ipotecato ogni uso delle risorse disponibili, negandolo alla soluzione dei problemi e della domande interna dei paesi euromediterranei. Il massacro sociale e politico della Grecia è stato il monito severo e brutale che ha sancito questo stato dei rapporti di forza a livello europeo. Oggi lo stato spagnolo non può destinare le proprie risorse alla mediazione sociale e nazionale interna: “glielo ha chiesto l’Europa”.
3) La lotta popolare per l’indipendenza della Catalogna ha strappato il velo non solo sulla realtà dello stato spagnolo ma anche sull’Unione Europea, minandone profondamente la credibilità e soprattutto la legittimità democratica. Aver costruito una organizzazione statale sovranazionale senza un mandato popolare (il parlamento europeo non ha poteri deliberativi), privando gli stati membri della sovranità e della possibilità di poter gestire le proprie risorse per la soluzione dei problemi interni, segnala che il famoso “deficit democratico” denunciato da anni, è diventato una voragine. Il fatto che ogni volta che un trattato europeo sottoposto a referendum sia stato bocciato (in Francia, in Olanda, in Danimarca, in Irlanda, fino ad arrivare all’Oxi in Grecia e alla Brexit), ci svela che la democrazia non può essere connaturata al processo di costruzione di un polo imperialista europeo come è la Ue.
4) Ma la solitudine della Catalogna, così come quella della Grecia dell’Oxi, lanciano un allarme chiaro e forte che da soli non ce la si può fare. La mobilitazione popolare di questi giorni, incluso uno sciopero generale in Catalogna convocato solo dai sindacati di base e alternativi eppure ampiamente riuscito, sono segnali straordinari. Ma è altrettanto evidente che un progetto di alleanze e di integrazione regionale alternativa a quella imperialista è oggi un percorso da instradare con forza e con urgenza anche negli altri paesi europei.
Quando in questi anni abbiamo avanzato la proposta di una area alternativa euromediterranea rompendo con l’Eurozona e con l’Unione Europea, non era una suggestione intellettuale ma una valutazione sulle possibilità della rottura “oggi”, nel XXI Secolo, negli anelli deboli della catena imperialista europea.
Prima la Grecia ed ora la Catalogna sono i primi tentativi che possono spingere oggettivamente in questa direzione. Che molte compagne e compagni non colgano le contraddizioni che si presentano davanti ai propri occhi (per quanto spurie e imperfette possano essere), né le possibilità che ne derivano, è la conferma di una arretratezza di cui occorre liberarsi per riaprire la prospettiva della rottura e del cambiamento politico e sociale nel XXI Secolo.
martedì 3 ottobre 2017
SEGUIRE LE DRITTE DI BARCELLONA
Siamo verso la fine del giorno di sciopero generale indetto dai sindacati in tutta la Catalunya e che ha avuto una fortissima adesione da parte della popolazione,dall'operaio che lavora in fabbrica al calciatore multimilionario che gioca nel Barcellona.
Nell'articolo di Contropiano(lezioni-catalane-primi-appunti )non si parla molto dei seggi e degli scontri,della violenza madridista o del menefreghismo europeo,si da voce ad una singola persona che fa un commento accorato a tutta la sinistra,soprattutto italiana,di agire e di non stare a subire i cambiamenti politici e sociali imposti dall'alto proprio com'è stato fatto in Catalunya.
Un incitamento a non guardare al dito ma alla luna,un appello all'intelligentia che non deve tediare ma deve stupire parlando ad un mondo operaio che vira sempre più a destra nonostante la lapalissiana voglia di quei personaggi di distruggere questo mondo.
Perché se in fondo ce l'hanno fatta a Barcellona si può fare a Milano,Napoli,Torino e Roma,ma anche a Berlino e Dublino,in ogni dove non restando passivi a quello che ci accade ma essendo partecipi ed entusiasti nel creare dal basso la forza per sovvertire il potere borghese del capitale e della disumanità.
Lezioni catalane, primi appunti.
di Un militante dell'Ex OPG "Je so' pazzo" di Napoli.
Sono appena tornato da Barcellona, e se il lavoro salariato (ben poco salariato, peraltro) non mi stesse addosso, e se ne fossi intellettualmente in grado, mi piacerebbe scrivere un lungo pippotto dal titolo “Lezioni catalane”. Mi pare infatti che il processo di questi ultimi anni, che ha avuto un’accelerata negli ultimi mesi e che abbiamo potuto toccare con mano negli ultimi giorni, possa insegnare davvero tanto sulla politica, sulla società, sullo sviluppo della crisi, e possa essere straordinariamente utile a chi ha intenzione di cambiare l’esistente.
Purtroppo in Italia il livello del dibattito è basso: per l’ignoranza dei fatti e dei contesti; per l’ottusità nell’impiego delle categorie (es.: “popolo”, “indipendentismo”, che non vengono mai colti nel loro senso dinamico e stratificato); soprattutto per una posizione tipicamente intellettuale, che pensa di sapere già tutto, che guarda la storia dal di fuori, con un atteggiamento moralizzante che in verità è del tutto estraneo alla politica.
Questi tre principali difetti, tipici di un corpo sociale rassegnato, risentito, e soprattutto totalmente a digiuno del “fare” politico – che è costruzione, pazienza, entusiasmo, risultati, profonda consapevolezza dell’indeterminatezza della Storia -, sono purtroppo diffusi anche fra i compagni.
Così a sinistra si finisce per ripetere sempre le stesse cose: il movimento che sarebbe teleguidato dalla borghesia catalana, l’inconsistenza della sinistra anticapitalista nei rapporti di forza, il “quanto è brutto il nazionalismo” che ci porterà verso le “piccole patrie” – insomma, tutta la retorica che oscilla fra il riformismo devoto al numero (che evoca in continuazione il “piccolo” 8% della CUP, i “soli” 49% di votanti al referendum etc) e l’estremismo dello spirito utopistico che vorrebbe subito l’abolizione di tutti i confini, dello Stato e il socialismo realizzato.
(Oscillazione peraltro non nuova: all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre erano proprio i menscevichi, che non erano stati in grado di compiere il minimo gesto con le masse e per le masse, a criticare “da sinistra” i bolscevichi perché a tre mesi dalla loro presa del potere nelle fabbriche c’erano ancora i capi e la sveglia suonava la mattina presto…).
Chiaramente, non è che non ci siano dati di verità in chi critica il movimento indipendentista. Quello che manca però è il progetto, il senso d’insieme, l’indicazione per l’azione.
Ecco, non ho modo di scrivere più di questo, ma se vogliamo assimilare e fare nostro – che non vuol dire esaltare, o ripetere allo stesso modo – l’insegnamento che ci viene dalla Catalogna, dobbiamo prima disporci a modificare il nostro approccio, il nostro metodo.
Questa d’altronde è proprio la prima delle lezioni catalane.
Nei giorni precedenti, quando provavamo a parlare dalla pagina facebook dell’Ex OPG della questione indipendentista, le critiche fioccavano subito. A nulla valeva spiegare con fatti e ricostruzioni storiche; a nulla valeva dire che andiamo lì da oltre dieci anni e conosciamo bene la materia… D’altronde le masse non imparano con le parole ma per esperienza diretta. I catalani, forzando i rapporti di forza stabiliti, hanno obbligato tutti i soggetti a uscire dall’equivoco, hanno permesso di vedere il vero volto della Spagna che qualcuno diceva “democratica e pluralista”, hanno mostrato i livelli di partecipazione popolare che male stanno sotto l’etichetta “manovrati dalla borghesia”.
Così il tono dei commenti è cominciato poco a poco a cambiare: “vuoi vedere che dietro la questione catalana c’è di più?”. Quello che alla spiegazione non riusciva, è riuscito alla potenza di un’immagine, di tante immagini di riscatto e di dignità. Il movimento delle masse non ha compiuto solo un’azione materiale – svolgere effettivamente il referendum -, ha determinato l’apertura di un nuovo spazio di pensabilità.
Innanzitutto di questo dobbiamo essere grati ai catalani: ci hanno ricordato che anche per pensare bisogna agire, che bisogna muoversi per conoscere davvero le proprie catene, che bisogna saggiarle, tirarle, per individuarne concretamente i punti deboli, che se ci consegniamo agli avvenimenti non è per ritrovarci quello che già sapevamo, ma per imparare qualcosa di nuovo: come si lavora con le masse, come si riempiono di contenuti quei significanti vuoti a cui si aggrappano le donne e gli uomini nei momenti di crisi, come si sta dentro a una realtà che non hai scelto e che non puoi fuggire, ma che hai il dovere – se non vuoi subire il destino – di mutare, indirizzandone le spinte anche più basse, elaborando il senso comune…
Non è dato sapere se la sfida dei compagni catalani che si sono fiondati in queste contraddizioni avrà buon esito. Quello che però possiamo sapere – già da ora – è che anche questa è una partita che non possiamo stare a guardare.
COME GLI SBIRRI
Come c'era da aspettarsi la società Juventus e in prima persona il suo presidente Andrea Agnelli sono risultati colpevoli al cospetto del Tribunale nazionale dell Figc,quindi davanti alla giustizia sportiva,per la frequentazione con esponenti della criminalità organizzata che sono parte della tifoseria bianconera che da anni controlla e comanda tutto quello che accade sugli spalti,proprio tutto.
Ora bisogna vedere se pure la giustizia penale muoverà passi per indagare e trovare connivenze mafiose e arrivare a condanne,non i ridicoli dodici mesi(la richiesta era di 30)e multe irrisorie,anche perché le richieste accessorie di partite giocate a porte e con settori chiusi non sono state accettate.
Tutto questo si può trovare nel secondo articolo proposto di Repubblica(agnelli_sentenza ),mentre il primo è dedicato all'ignobile nomina a membro esecutivo dell'Uefa dello stesso Agnelli già in odore della sentenza di colpevolezza:fatto sta che se l'inibizione,stranamente,fosse stata anche di un solo giorno maggiore all'anno presosi non avrebbe potuto ricoprire incarichi federali sia in Italia che in Europa.
Ci sono già dei ricorsi in atto sia della stessa società che da parte della Figc che ritiene la condanna molto al di sotto visto l'entità dei reati commessi.
Così come in parecchi casi in cui la famiglia proprietaria della squadra di Torino se l'è cavata grazie ad avvocati e ladrerie varie allo Stato(vedi Fiat da sempre ed Exor ultimamente madn la-fuga-di-capitali-della-exor )non solo c'è questo sopruso ma anche il premio in una carica internazionale,un poco come accade alle forze del disordine le cui punte di diamante piuttosto che essere punite e messe in galera vengono promosse(esempio lampante Mortola solo per fare un nome a caso:madn morto-la ).
Michele Uva vicepresidente Uefa e l'Italia ha pure Agnelli.
Il d.g. della Figc fa il salto, il n.1 della Juve confermato nell'esecutivo. Ceferin e Infantino in coro: "Basta spese folli, il calcio sia più equo".
Michele Uva, 52 anni, dal 2014 direttore generale della Figc, è stato nominato vicepresidente della Uefa.
C’è tanta Italia nei posti che contano del calcio europeo. Ieri Michele Uva, direttore generale della Figc e già membro dell’esecutivo Uefa, è stato nominato vicepresidente Uefa: un riconoscimento per nulla scontato, visto che da prassi veniva riservato a chi è presidente federale. Annunciata invece la nomina di Andrea Agnelli, presidente della Juventus, nell’esecutivo Uefa: dopo l’elezione a numero uno dell’Eca (l’associazione dei club europei), la sua cooptazione nel governo della confederazione continentale doveva solo essere ratificata. Sì, il tricolore sventola alto, tenuto pure conto che uno dei membri europei del consiglio Fifa è Evelina Christillin e che il vicesegretario generale dell’Uefa è Giorgio Marchetti.
PESO POLITICO — Tra i cinque vicepresidenti Uefa, dunque, torna a esserci un italiano: sono trascorsi quasi sei mesi dall’uscita di scena di Giancarlo Abete, ed ecco Michele Uva. Il d.g. di via Allegri era entrato nell’esecutivo proprio ad aprile: la sua scalata alla vicepresidenza è stata accelerata in seguito alle dimissioni dello spagnolo Villar, in estate arrestato per corruzione. La scelta di Uva è figlia di tante cose. L’apprezzamento del presidente Uefa Ceferin (e di altri plenipotenziari europei) che il manager lucano si è saputo conquistare negli ultimi tempi, ma ovviamente anche il lavoro diplomatico condotto da Carlo Tavecchio sin dall’appoggio della candidatura di Ceferin: l’Italia è stata tra le protagoniste della costruzione della nuova era post-Platini, non a caso è stata pure gratificata con l’assegnazione dell’Europeo Under 21 del 2019. "È per me un grande onore ricoprire questa carica, ma anche un impegno che affronterò lavorando per lo sviluppo del calcio in Europa. È un riconoscimento importante per tutto il nostro movimento", ha detto Uva. Altrettanto strategica, e rappresentativa del peso specifico dell’Italia nella politica del pallone, è la nomina di Agnelli a membro dell’esecutivo Uefa con un mandato di 4 anni, assieme all’altro rappresentante Eca, Ivan Gazidis, direttore esecutivo dell’Arsenal. In realtà il presidente della Juventus partecipa alle riunioni dell’organismo di Nyon già da due anni, prima come semplice uditore e da aprile con diritto di voto, grazie all’influenza sempre maggiore rivestita dall’Eca (in futuro si sarà un posto nell’esecutivo Uefa anche per un rappresentante dell’Epfl, associazione delle leghe).
CALCIO EQUO — Durante il congresso straordinario Uefa che si è tenuto ieri a Ginevra, Ceferin è tornato su uno dei temi a lui più cari, quello dell’equilibrio competitivo del calcio europeo. Da un lato le spese sempre più pazze del calciomercato, dall’altro il divario che si allarga tra l’élite e il resto. "Ci stiamo impegnando ma aspettiamo la luce verde da chi condanna pubblicamente l’attuale situazione. Lasciatemi dire a tutti i politici europei che non possiamo più essere d’accordo", ha detto Ceferin che chiede l’appoggio comunitario per l’introduzione di misure radicali come salary cap, luxury tax, controllo dei flussi di denaro, indispensabili per arrivare a un calcio "più equo". Rincara la dose Gianni Infantino, n.1 della Fifa: "Nell’ultima sessione del mercato abbiamo assistito a un notevole aumento dei costi. Dobbiamo fornire delle soluzioni positive per gli agenti, per le norme che regolano i trasferimenti, per le finestre del calciomercato, per i tetti agli ingaggi e tutte quelle cose di cui si parla ma che non sono mai state affrontate sul serio". Confermato il format della Nations League, la nuova competizione per nazionali con promozioni e retrocessioni che debutterà nel settembre 2018.
-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Caso biglietti ultrà: Agnelli squalificato un anno.
Un anno di inibizione (la Procura aveva chiesto 30 mesi e due turni a porte chiuse per la società) per il presidente della Juventus. Al club bianconero ammenda di 300 mila euro. Pecoraro: ''Soddisfatto in parte, faremo ricorso''.
di MATTEO PINCI
ROMA - Agnelli è colpevole. E dopo 10 giorni di attesa, l'inibizione arriva davvero: un anno di stop e una multa da 20mila euro, questo ha deciso il Tribunale nazionale della Figc, accogliendo l'accusa della procura federale sul bagarinaggio. Non le richieste: il pm della Federcalcio Pecoraro e i suoi uomini avevano infatti chiesto 30 mesi di squalifica per il presidente del club campione d'Italia. La sentenza - leggi squalifica - è effettiva da subito: Agnelli non potrà presentarsi in Lega, scendere negli spogliatoi e rappresentare il club in ambito federale. Ma lo stop, non superando i 12 mesi, se pure fosse confermata nei 3 gradi di giudizio non comporterà l'impossibilità di ricoprire incarichi federali per 10 anni. Colpevoli e sanzionati nello stesso modo anche gli altri deferiti: Francesco Calvo, ex direttore marketing, e Stefano Merulla, responsabile ticketing. Per il security manager Alessandro D'Angelo, invece, 1 anno e 3 mesi di inibizione e 20 mila euro di ammenda.
Nonostante lo "sconto" rispetto alle richieste della Procura, il verdetto è pesante. Per il giudice Cesare Mastrocola e la sua commissione giudicante, "sono emersi elementi di chiara colpevolezza a carico degli odierni deferiti, e, conseguentemente della Società" Juventus. E soprattutto, "La invocata estraneità del Presidente non possa ritenersi tale". Insomma, è colpevole. E il Tribunale riscontra come "l'Agnelli, con il suo comportamento abbia agevolato e, in qualche modo avallato o comunque non impedito le perduranti e non episodiche condotte illecite". Anche se a Agnelli viene scontato forse il più imbarazzante dei capi d'imputazione: quella sulla frequentazione con gli ultrà e con esponenti della criminalità organizzata. "Non é stata fornita prova concreta", la chiosa nella sentenza Figc, che aggiunge come Agnelli fosse "inconsapevole del presunto ruolo malavitoso. Il Tribunale non ritiene quindi sufficientemente provato che una simile frequentazione fosse dotata della contestata "consapevolezza" riferita allo status di quei tifosi".
Ma questo non ha impedito la sanzione, per la violazione dell'articolo 12, che regola i rapporti con gli ultrà, la prevenzione di fatti violenti e il divieto di contribuire al mantenimento dei gruppi organizzati. Per il primo grado di giudizio, il fatto che il club riservasse agli ultrà pacchetti di biglietti consentendone la cessione in numero superiore al consentito con la consapevolezza che diventassero oggetto di bagarinaggio, è "oltremodo preoccupante anche in ragione del fatto che non sono stati fenomeni sporadici e occasionali; in realtà le vicende contestate assurgono a vero e proprio modus operandi di una delle Società più blasonate a livello europeo per un lunghissimo arco di tempo ed hanno trovato la loro conclusione non già a seguito di un volontario cambio di rotta societario, ma esclusivamente per l'avvenuta conoscenza delle attività di indagine della Procura della Repubblica di Torino". Per poi puntare l'accento sulle "tessere abbonamento gratuitamente distribuite al gruppo Viking".
Esclusa invece sia la possibile estorsione da parte dei gruppi nei confronti della società, che "non trova conferma". E la presunta consapevolezza dell'appartenenza di alcuni ultrà a gruppi della criminalità organizzata cade anche per gli altri deferiti: "La notizia ufficiale riferita alla presunta appartenenza dei citati soggetti a cosche illecite - ricorda il giudice - venne resa pubblica in epoca successiva rispetto ai rapporti intercorrenti tra la dirigenza e la tifoseria". Respinte però tutte le tesi difensive del club e dei vari deferiti, "pienamente consapevoli delle "utilitá" finalizzate al mantenimento dei gruppi dei sostenitori ai quali avevano riconosciuto i predetti benefici in dispregio della normativa". Parole che pesano sull'immagine del presidente della Juventus, Agnelli: per questo, lui e il club - che se l'è cavata con una ammenda di 300mila euro, evitando la chiusura dello Stadium per due turni e quella della curva per un'altra gara, chieste invece dalla Procura - è pronto a presentare ricorso in appello. "Sono parzialmente soddisfatto perché siamo riusciti a provare la colpevolezza di tutti, ma i fatti sono talmente gravi che secondo me andavano sanzionati di più: per questo presenteremo ricorso". Il capo della Procura Figc, Giuseppe Pecoraro commenta così la sentenza. "Credo sia utile la valutazione di un'altra corte, tenendo presente che le risorse derivanti dal bagarinaggio sono andate alla criminalità organizzata, e questo è gravissimo".
Anche la Juventus, con un cominicato, ha annunciato che ricorrerà in appello: "Juventus Football Club, preso atto dell'odierna decisione del Tribunale Federale Nazionale, - è detto nella nota - preannuncia ricorso presso la Corte Federale di Appello nella piena convinzione delle proprie buone ragioni, che non hanno ancora trovato adeguato riconoscimento. La società esprime la propria soddisfazione perché la sentenza odierna, pur comminando pesanti inibizioni nei confronti del Presidente e delle altre persone coinvolte, ha 'dopo ampia valutazione del materiale probatorio acquisitò escluso ogni ipotesi di legame con esponenti della criminalità organizzata. Juventus Football Club ha fiducia nella giustizia sportiva e ribadisce di aver sempre agito in un percorso condiviso con le Forze dell'Ordine con l'obiettivo di contribuire alla piena salvaguardia della sicurezza e dell'ordine pubblico".
lunedì 2 ottobre 2017
LA CATALUNYA HA VINTO
Come previsto ieri c'è stata una giornata speciale per la Catalunya,nell'insegna della libertà e della tensione,della violenza poliziesca e nell'autodeterminazione di un popolo che nonostante le intimidazioni,le brutalità della Guardia Civil e della Policia Nacional non hanno impedito l'afflusso alle urne per una netta vittoria del Si anche se non vi sono risultati confermati.
Centinaia di feriti,migliaia di persone a guardia dei seggi prontamente messi a ferro e fuoco dalla polizia mandata da Madrid,una resistenza passiva e non violenta,le devastazioni che si sono viste in televisione tutte provocate dagli sgherri di Rajoy.
L'articolo di Contropiano(catalogna-la-dignita )spiega questo e di più,dell'importanza a livello non solo spagnolo ma anche europeo del voto per la secessione,un'Europa che sta tacendo le violenze del governo spagnolo,in una situazione in cui non si può mettere il piede in due scarpe come stanno facendo i socialisti iberici e non che dicono che si è esagerato con la repressione ma che si deve rispettare la Costituzione spagnola scritta dai fascisti.
Un monito che in giro di poco tempo risveglierà ancora più forte i diritti dei baschi,dei galiziani e degli asturiani in uno Stato che mette sì la democrazia in ginocchio,mica la difende mentre il premier Rajoy è nell'occhio del ciclone per come ha gestito il voto catalano di ieri.
Catalogna: la dignità contro la vergogna. Una grana per l’UE e le oligarchie.
di Rete dei Comunisti
Dignità e determinazione popolare, con una forte componente di classe, hanno prevalso ieri sulla repressione brutale e selvaggia. Una repressione inutile, visti i risultati, e oltretutto controproducente, perché ha polarizzato e schierato ampi settori progressisti ma non indipendentisti al fianco del fronte per l’autodeterminazione.
In questi giorni in Catalogna abbiamo visto seggi occupati da migliaia di persone per tre giorni, code lunghissime per poter esercitare un diritto al voto negato, una difesa dei seggi dalle violente razzie della polizia in assetto antisommossa che non ha coinvolto soltanto i promotori del referendum, i partiti indipendentisti e ampi settori della popolazione ma anche migliaia di lavoratori portuali di Barcellona e Tarragona, di pompieri, di contadini e allevatori, di lavoratori dei trasporti.
In alcuni casi pure la Polizia catalana è arrivata nel pomeriggio di ieri a scontrarsi, così come hanno fatto i Vigili del Fuoco, con i reparti antisommossa mandati da Madrid, per bloccare l’insensata e indiscriminata violenza della Policia Nacional e della Guardia Civial che ha prodotto circa 800 feriti, di cui alcuni molto gravi. Anziani e bambini picchiati, vetri sfondati, seggi devastati, arresti e identificazioni, pallottole di gomma sparate ad altezza d’uomo non hanno fermato milioni di cittadini che sono andati a votare sotto la pioggia dando vita ad un atto di disobbedienza con carattere di massa dal quale le sinistre radicali di questo continente avrebbero molto da imparare.
Comprese quelle sinistre che, obbedendo più alla logica della ‘simpatia’ e della ‘tifoseria’ piuttosto che ad una indispensabile analisi concreta della situazione concreta, sostengono nonostante tutto il regime di Madrid contro quello che considerano “l’egoismo catalano” appellandosi ad una legalità e ad una Costituzione spagnola scritta nel 1978dagli stessi franchisti che avevano deciso, per integrarsi nella Comunità Economica Europea e nella Nato, di cambiare le forme del regime mantenendo intatto il suo nucleo ideologico e il potere nelle mani delle elite economiche e militari che avevano costituito il fulcro della feroce dittatura di Francisco Franco.
Il mondo ha visto ieri con i propri occhi la reale natura dello Stato Spagnolo che non ha esitato a esercitare una violenza di massa contro una popolazione la cui unica richiesta era di poter votare, ottenendo la solidarietà non solo di molte organizzazioni della sinistra e dei popoli senza stato dell’Europa, ma di spezzoni consistenti della stessa sinistra radicale e di classe degli altri territori dello Stato Spagnolo.
La cecità di uno stato debole e privo di legittimità nelle terre catalane così come tra i settori popolari e di classe di tutto lo stato ha ottenuto la reazione inversa a quella perseguita dal nazionalismo spagnolo: la manifestazione di una combattiva e preziosa unità popolare che ha dato vita ad un esperimento di contropotere e di democrazia militante in un momento in cui la democrazia, in Spagna come nell’insieme dell’Unione Europea, è ridotta simulacro penoso e senza alcun appeal.
D’altronde ogni volta che i popoli sono stati chiamati a votare – o, come in questo caso, hanno deciso di votare nonostante la proibizione e la repressione – il risultato è sempre stato sfavorevole agli interessi dei poteri forti, dell’establishment continentale e dello status quo. Dall’oxi greco alla Brexit e ora in Catalogna la mobilitazione popolare dimostra che la rottura con la gabbia imperialista dei singoli stati e dell’Unione Europea nel suo complesso è possibile. E’ ora che i comunisti e i movimenti sociali e politici antagonisti si assumano le proprie responsabilità e lancino la sfida per l’egemonia incuneandosi nelle contraddizioni aperte dal processo autoritario di unificazione continentale per spostarle ad un livello superiore e contrastare il montare delle ipotesi reazionarie.
Il bilancio del referendum è stato alla fine di circa 2250.000 voti validi, con il Si al 90%. Altri 650 mila voti sono stati letteralmente rubati dalle forze dell’ordine, per cui alla fine si arriva a quasi 3 milioni di votanti su 5.3 milioni di aventi diritto. Il tasso medio di partecipazione è stato superiore al 50%, con punte del settanta e anche dell’ottanta per cento nei quartieri e nei paesi dove la popolazione non ha dovuto fare i conti con gli attacchi della polizia.
La giornata di ieri si è chiusa con una manifestazione di popolo a Placa de Catalunya mentre i leader dell’associazionismo indipendentista e lo stesso capo del governo catalano, Carles Puigdemont, promettevano che inizieranno immmediatamente il percorso verso l’indipendenza.
Per ribadire che non si torna indietro ieri la Cup – la sinistra indipendentista radicale – in una conferenza stampa (durante la quale sono intervenuti la Rete dei Comunisti, Eurostop, Liberu, Sinn Fein e Npa) ha chiesto la proclamazione immediata della Repubblica Catalana così come previsto dalle leggi votate dalla maggioranza del Parlament, ha fatto appello a sostenere e a partecipare allo sciopero generale proclamato per martedì 3 ottobre, ha chiesto la protezione internazionale della popolazione catalana da parte degli organismi per la difesa dei diritti umani, politici e civili che finora hanno preferito in buona parte guardare altrove.
Domani sarà una giornata campale per lo sciopero generale convocato in Catalogna da Intersindical CSC (aderente alla Federazione Sindacale Mondiale), dalla CGT, dal COS e dallo IAC, alla quale in maniera insperata ha dato ieri l’adesione un coordinamento ‘civico’ che riunisce circa 40 organizzazioni sociali, sindacali e di categoria che hanno invitato i loro aderenti a paralizzare il paese per denunciare la selvaggia repressione del governo e imporre il rispetto della volontà popolare.
Il referendum catalano costituisce indubbiamente un atto di rottura non solo nei confronti dello Stato Spagnolo e delle sue oligarchie, ma oggettivamente anche nei confronti di quella Unione Europea che in nome della stabilità contrasta l’autodeterminazione della Catalogna a costo di sostenere una repressione e una censura che solo in Turchia trova similitudini.
Ogni confronto tra la realtà catalana e le formazioni leghiste è fuori luogo e ingiustificato.
Se la sinistra indipendentista catalana, che con la sua mobilitazione ha di fatto costretto il partito di governo locale ad abbracciare la causa indipendentista, è apertamente anticapitalista e sostiene l’uscita della repubblica catalana dall’Ue, ieri milioni di catalani europeisti hanno scoperto improvvisamente sulla propria pelle che Bruxelles e Francoforte non sono e non possono essere considerati un’alternativa progressista al regime reazionario, nazionalista e corrotto di Madrid. Questa improvvisa consapevolezza va rafforzata e capitalizzata.
Certamente il movimento indipendentista catalano è composito: si va dalle correnti anarchiche e comuniste ai socialdemocratici fino ai liberali e ai democristiani. Ma lo scontro per l’egemonia è aperto, e la sinistra anticapitalista ha molte carte da giocare, potendo contare su una radicalizzazione dello scontro e su una popolazione che sperimenta la disobbedienza, la mobilitazione permanente e in alcuni casi anche la creazione di un contropotere nazionale ma anche di classe.
Il grande capitale catalano, che è contrario all’indipendenza perché preferisce continuare a fare affari dentro lo spazio economico internazionale garantitogli dall’autonomia nello Stato Spagnolo, non fa in questi giorni sogni tranquilli.
Rete dei Comunisti
domenica 1 ottobre 2017
A LIONE MOLTO PIU' DI UN ACCORDO COMMERCIALE
Gli accordi di Lione presi lo scorso mercoledì tra Francia ed Italia hanno in parte ridimensionato le ambizioni di Fincantieri già mezze affossate dalla decisione di Macron di nazionalizzare a tempo i cantieri di Saint Nazaire ormai ex Stx(vedi madn francia-italia-2-0 ).
Sia la dirigenza Fincantieri che la ministra della difesa Pinotti parlano di un allargamento anche alla Germania in un polo che dovrebbe essere leader non solo nella costruzione di navi da crociera ma anche di quelle militari,almeno in Europa.
Ciò rafforzerebbe ancor più le frasi di Macron degli scorsi giorni della necessità di creare un esercito europeo e di fatto militarizzando tutto il territorio della comunità,primo passo per la creazione degli Stati uniti d'Europa;articolo di Contropiano(news/internazionale-news ).
Il complesso militare-industriale europeo prende forma nei cantieri.
di Dante Barontini
Dietro l’accordo tra Italia e Francia per i cantieri navali di Saint Nazaire preme la formazione di un’industria militare europea “competitiva” su scala mondiale. Del resto l’impuntatura nazionalistica di Emmanuel Macron, quando i coreani hanno deciso di mollare il loro 66%, non avrebbe avuto molto senso se l’obiettivo fosse stato solo quello di continuare a costruire navi da crociera. Le quali possono rendere molto sul piano finanziario, garantire un certo numero di posti di lavoro, ma non rivestono un carattere strategico.
Subito dopo l’accordo di Lione, dunque, diversi protagonisti italici sono stati costretti ad esplicitare un po’ più chiaramente questi obiettivi, pressati dalle critiche per il dispositivo concordato con i francesi. Se i coreani avevano il 66%, infatti, l’essere stati ridotti al 50% non poteva essere presentato come una “vittoria”. Tanto più se accompagnato da altre condizioni capestro (la Francia “presta” l’1% necessario a fare l’azionista di maggioranza, ma solo per 12 anni e con stringenti verifiche quadriennali sulla condivisione delle tecnologie e il mantenimento dei posti di lavoro francesi; mantiene il diritto di veto su ogni nomina di vertice, ecc) che riducono a ben poco il potere di decisione “italiano”.
Per poter recitare la parte dei conquistatori, dunque, sia Giuseppe Bono – amministratore delegato di Fincantieri – che la ministra della Difesa Roberta Pinotti hanno dovuto portare allo scoperto alcune ambizioni che avrebbero preferito forse tenere sotto traccia.
Il primo ha scritto una lettera a tutti i dipendenti, preoccupati per la gigantesca “sinergia” che – come sempre avviene – si traduce rapidamente in taglio dei posti di lavoro. Con l’accordo, spiega Bono, «si dà il via alla creazione di un leader europeo nella cantieristica civile e militare, destinato a diventare uno dei principali operatori a livello globale nell’industria navale, il primo operatore al mondo nel comparto delle navi da crociera e uno dei player principali in altri segmenti ad alto valore aggiunto».
La seconda, invece, ha sottolineato la portata strategica di un’intesa che ora – ha ripetuto più volte – “va estesa ai tedeschi”. Il grumo industriale europeo degli armamenti è storicamente italiano e francese (soprattutto ora che la Gran Bretagna sta trattando le modalità di uscita dalla Ue), ma è ovvio che non si potrebbe costruire nulla di serio senza coinvolgere la Germania sia come acquirente finale della produzione militare (Berlino dispone di fatto di forze militari poco più che simboliche – per quantità e armamento – per decisione degli Alleati dopo la Seconda guerra mondiale), sia e forse soprattutto sul piano delle tecnologie.
“Con la Francia stiamo ragionando su un accordo su tutte le navi di superficie, ma potremmo in futuro anche guardare ai sommergibili. E allora il dialogo con la Germania, che ha il nostro stesso sistema di propulsione, sarebbe inevitabile”.
L’esercito europeo che Macron ha presentato come propria idea, qualche giorno fa, può del resto prendere forma solo se si costituisce un complesso militare-industriale all’altezza – se non di quello statunitense – almeno di Russia e Cina. E difatti si comincia già a ragionare di come mettere insieme, in qualche modo, le due società pubbliche più impegnate nel militare, l’italiana Finmeccanica e la francese Thales.
Ma è proprio nella prospettiva militaresca della “Nuova Europa” che il problema della “sovranità” esce dalla dimensione tutta ideologica del dibattito nostrano per entrare in quella concretamente empirica: chi comanda?
Iscriviti a:
Post (Atom)





