lunedì 10 aprile 2017

DOMENICA E LA TAPPA DELL'ORRORE EGIZIANA


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La strage egiziana che ha sconvolto ieri l'Egitto e non solo con due attentati presso le chiese copte di Alessandria e di Tanta hanno la stessa mano e la tessa regia di quelle ultime russe e svedese,e prima ancora di moti altri Stati europei e africani o mediorientali di cui si parla meno sempre che se ne parli.
A pagare il prezzo della follia daesh stavolta i cristiani copti diffusi soprattutto in Egitto,Etiopia ed Eritrea,che con la celebrazione della domenica delle palme ha fatto sì che nelle chiese degli attentati dinamitardi i terroristi abbiano potuto trovare il pieno per amplificare il numero delle vittime.
L'articolo preso da Contropiano(egitto-linfinita-domenica-delle-salme )estende il discorso oltre i singoli episodi di ieri allargando l'orizzonte sul tentativo dell'Isis di allargare e di aver approfittato del periodo delle primavere arabe quando l'Egitto fu ad un passo dalla guerra civile ai tempi di Mubarak e di Morsi(vedi:madn ultimatum-egiziano e madn la-sfinge ).

Egitto. L’infinita domenica delle salme.

La domenica delle salme celebrata in Egitto, scegliendo data e simboli precisi: un giorno speciale per il mondo cristiano che agita le palme della pace e luoghi di culto di una comunità religiosa di frontiera qual è quella copta, offrono conferme dei nuovi scenari battuti dall’Isis.Se ne discute da tempo: strappare territori occupati per due anni dallo Stato Islamico, produce ritorsioni e aperture di nuovi fronti di guerra. E’ un copione che somiglia ad altre fasi storiche, sottolineano vari analisti, quello attuato agli inizi del terzo millennio dalla struttura madre del terrorismo islamico, quel qaedismo che colpiva nei territori di suo interesse (Medio Oriente) e in casa del nemico occidentale.
Tutto ciò riaccade dall’inizio del 2015 con l’attentato alla redazione del Charlie Hebdo primo stadio dell’attacco portato al cuore della vita occidentale che ha avuto, e drammaticamente potrà avere, ulteriori episodi sanguinosi che ne destabilizzano la quotidianità. Ma la struttura del Daesh attacca e s’inserisce in ogni terreno fertile per poterne ricavare adesioni e ingigantirne disorientamento e paura. Dalla Siria, Iraq, Libia, aperti campi di battaglia di conflitti tuttora irrisolti e difficilmente risolvibili, viste le ingerenze e gli interessi dei colossi della geopolitica mondiale, s’aggiungono aree dove instabilità e malcontento risultano cronici e ingigantiti dalle pseudo soluzioni in corso.
Pensiamo all’Afghanistan dei governi fantoccio introdotti e sostenuti dagli Stati Uniti, e all’Egitto diviso fra il desiderio di cambiamento che potesse risollevare le condizioni di disagio e miseria di un’ampia fetta della popolazione e l’incertezza della soluzione del governo islamico presto affossata dal golpe militare di Sisi. Due situazioni che nascondono le grandi bugie dei rispettivi establishment propugnatori d’un processo “democratico” in corso con presunzione di sicurezza e stabilità.
Falsità smentite dagli episodi di cronaca, imposti dagli oppositori armati, siano essi talebani o jihadisti locali che proseguono attacchi e attentati, oppure introdotti dal disegno dell’Isis d’inserirsi in ogni crepa dei regimi con cui l’Occidente continua a controllare certi Paesi. Il passo verso l’ennesima sicurezza di facciata annunciato dal presidente Sisi coi tre mesi di stato d’emergenza, che peraltro seguono misure specialissime già in atto dai mesi successivi alla sanguinosa repressione e persecuzione della Fratellanza Musulmana, è solo una sceneggiata.
Proprio quel sangue e quella galera hanno fornito una prima manciata di adesioni al jihadismo locale, su cui il brand del Jihad firmato Isis ha potuto mettere le mani, com’è accaduto nelle situazioni di conflitto aperto. Probabilmente anche i più estremi teorizzatori della pratica di morte applicata alla politica, su ogni fronte, considerano il terrore un’arma con cui soggiogare l’avversario non il fine ultimo.
Sebbene la grande Storia, anche recente, abbia offerto smentite. Una su tutte: il nazismo. Il Daesh degli sgozzatori e dei kamikaze deflagratori, è parso appartenere a queste aberrazioni del pensiero distruttivo ammantato di finalità ideali o religiose. Trova, però, appiglio nelle mille contraddizioni del panorama geopolitico internazionale, un sistema che continua a fornire la materia prima per una guerra all’apparenza insensata. Assurda solo a occhi superficiali o colpevolmente complici oppure unilaterali nelle valutazioni, alla stregua dei combattenti della ‘guerra santa’ e dei loro mentori.
Perché ciò che accade e continua a succedere attorno a noi, è una trita ripetizione di scelte inadeguate per un’esistenza condivisa fra sistemi economici, ceti sociali, etnìe, fedi. Le iniquità, le marginalizzazioni individuali e collettive rappresentano l’asse portante della collera con cui pezzi di mondo si scontrano. Le stesse religioni, che tanti soggetti e comunità riscoprono e indicano come via di comprensione e dialogo, al di là dei buoni uffici di chi in certe fasi come l’attuale le rappresenta, non sembrano poter incidere né sulle scelte del fondamentalismo e fanatismo offerte dalle fedi medesime o da chi si reputa un adeguato esegeta, né sulle linee strategiche di nazioni e culture ispirate da croci, mezzelune o altro.
Anche questo fenomeno non è nuovo, l’umanità ha attraversato periodi bui con le guerre di religione. La fase che viviamo lega vuoti ideali, a certezze radicatissime basate su profitto, sopraffazione, egoismi che fomentano frustrazioni aggressive più che alternative risolutrici. 

domenica 9 aprile 2017

MA CHI FERMA I VERI STATI CANAGLIA?


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Proprio non ce la fanno gli Stati Uniti e l'Europa,l'occidente ed il suo"civile"mondo,a non intrattenere relazioni pubbliche sociali ed economiche con i governi che tutti sappiamo che finanziano il sedicente Stato islamico.
Sono decenni che le petrolmonarchie della penisola araba operano direttamente con i signori della morte(madn le-petrolmonarchie-arabe-vogliono-la.testa di assad )foraggiando senza nemmeno nasconderlo troppo l'Isis(madn le-origini-dei-tagliagola )in questi ultimi anni,e prima Al Qaeda e i talebani creati,cresciuti e coccolati dagli Usa fin dagli anni ottanta.
L'articolo preso da Contropiano(non-ce-alcuna-vera-guerra-al-terrorismo-islamico-parte-usa-ue )è un'intervista al vicedirettore di Famiglia Cristiana che parla della non guerra che si sta facendo al terrorismo,in quanto da quando si è aperta la caccia al terrorista dopo l'undici settembre ben poco si è fatto,anzi nulla,contro l'Arabia Saudita(madn lamicizia-sempre-piu-scomoda-con.l'arabia saudita )e i veri stati canaglia e molto contro i poveretti vari dall'Iraq all'Afghanistan passando per Siria e Libia.

“Non c’è alcuna vera guerra al terrorismo islamico da parte di Usa e Ue”.


Stavolta gli Usa hanno attaccato la Siria. Ne parliamo con Fulvio Scaglione, giornalista, da anni vicedirettore di Famiglia Cristiana. Buongiorno Fulvio, grazie per essere con noi.

Grazie a voi, buongiorno a tutti.
 
Ci siamo svegliati questa mattina con l'attacco, con i 59 missili statunitensi lanciati sulla Siria e quindi con una guerra che è un po' più vicina ancora?
No, io non credo che questo sia il prologo di una terza guerra mondiale, come molti dicono e anche con qualche legittima preoccupazione. Penso invece che sia l'ennesima recita, l'ennesima messa in scena di questa guerra che da sei anni; oltre ad essere un grottesco incredibile massacro, è anche una rappresentazione. Io credo che i russi fossero avvisati di questa operazione americana, che è un'operazione molto mirata, condotta per fare, in realtà, il minimo dei danni e per non dare l'idea che si tratti di una rappresaglia indiscriminata. Credo che questa operazione non sia stata varata da Trump per le ragioni dichiarate. Certamente non è un'operazione che contribuisce ad eliminare il terrorismo, come ha dichiarato Trump. Certamente non è un'operazione che farà cadere il regime di Bashar al-Assad. Credo che Trump avesse bisogno di lanciare un segnale al proprio elettorato e all'opinione pubblica interna americana, un segnale che dica: “non è vero che sono succube dei russi, non è vero che sono disposto a qualunque compromesso per compiacere Vladimir Putin”. Questo il senso. D'altra parte è un'operazione militare che ci dice anche altre cose. Per esempio ha fatto più danno a Bashar al-Assad in una notte Trump di quanti anni abbia fatti in due anni e mezzo Barack Obama all'Isis con i suoi presunti bombardamenti. Anche questa è una cosa da rilevare. Naturalmente resta invariata la situazione nella provincia di Idlib, dove c’è stato l’attacco dell’altro giorno che tanti morti ha fatto; perché, per quanto si faccia sfoggio di sdegno e di pietà, la situazione nella provincia di Idlib resta questa: i “ribelli moderati”, quelli che dovrebbero essere, secondo alcuni, la speranza della Siria del futuro, sono in fortissima difficoltà, perché la prevalenza militare nella provincia è tutta a favore dei jihadisti di Al Nusra, che sono militanti di Al Qaeda. Quindi la situazione lì è quella; cioè che il terrorismo sta avendo la prevalenza netta in questa provincia che ancora sfugge al controllo di Russia e di Assad.
 
Quello che mi colpisce di questa situazione, e di altre in passato, è come non si riesca a capire quali sono le conseguenze di certi atti. L’attacco terroristico globale che stiamo vivendo negli ultimi anni certamente non è scollegato dalle politiche che l’Occidente ha tenuto nell’area per 25 anni. eppure il metodo sembra continuare ad essere lo stesso. Mettiamo mano, facciamo quello che ci serve nel momento contingente, senza nemmeno un briciolo di sguardo di medio o lungo periodo. E’ una lettura possibile?
E’ sicuramente è una lettura possibile. Però io insisto, anche la presunta “guerra al terrorismo” che fu proclamata nel 2001 dopo gli attentati alle torri gemelle è, a sua volta, una rappresentazione. Dal 2000 al 2016 i morti per opera del terrorismo islamico, che è al 95% terrorismo islamico sunnita, sono cresciuti di 9 volte. Quindi non c’è alcun risultato in questa lotta al terrorismo, perché, secondo me, non c’è alcuna vera guerra al terrorismo islamico. Non può esserci nessuna vera guerra al terrorismo islamico finché i paesi occidentali – per primi gli Usa, ma anche Regno Unito, la Francia, l’Italia stessa – sono i migliori amici, i migliori partner commerciali, i migliori alleati militari dei paesi che, in base a tutto ciò che noi sappiamo, sono i principali sponsor e finanziatori e ideologhi del terrorismo. Cioè le petromonarchie del Golfo Persico. Questa non è un’opinione, è un dato di fatto. Tutto ciò che noi di serio, di scientifico, sappiamo, ci dice che i paesi che ispirano e finanziano il terrorismo islamico nel mondo sono quelli: l’Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait. Quelli, e sempre quelli, da 40 anni. D’altra parte questa nostra conoscenza ci è stata confermata anche dalle e-mail di Hillary Clinton, che Wikileaks ha rivelato prima nel 2010 e poi nel 2015. Basta andare a vedere sul sito di Wikileaks, leggersi le cose che la Clinton scriveva ai suoi collaboratori in queste occasioni. E’ la stessa Clinton che dice che i governi di Arabia Saudita e Qatar sono i finanziatori dell’Isis. Quindi, siccome noi non prendiamo provvedimenti contro questi paesi, ma prendiamo provvedimenti contro paesi che hanno magari altre responsabilità, ma non quelle – come abbiamo fatto con l’Iraq, con la Libia, la Siria – è ovvio che nessuna guerra al terrorismo esista realmente e nessun risultato sarà ottenuto.
 
E’ inquietante questa ricostruzione, anche perché molto attinente alla realtà. Cosa ci possiamo aspettare invee nei rapporti tra Stati Uniti e Russia, anche alla luce di quello che lei diceva poco fa: i russi erano stati avvisati dell’imminente attacco.
Io credo che in Medio Oriente e Nord Africa, tra Stati Uniti, Russia, Israele, Siria, ecc. si stia giocando una partita molto complicata. E’ di queste ore, ad esempio, la notizia che la Russia ha deciso di riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale dello stato di Israele; che è una presa di posizione abbastanza clamorosa. E’ la stessa presa di posizione che aveva ventilato Trump, e che era stato criticatissimo per questo. La stessa Israele, peraltro, che ha sostenuto, appoggiato Trump nei suoi bombardamenti contro la Siria. Quindi in tutta quest’area, questa vasta vasta area destabilizzata, si sta giocando una partita tra potenze regionali e potenze globali molto complessa, molto complicata, che evidentemente in parte sfugge anche ai migliori osservatori. E’ una partita di cui, probabilmente, vedremo le conseguenze solo tra qualche tempo.
 
Chiarissimo. Fulvio io ti ringrazio per essere stato con noi e per averci aiutato a fare un po’ di chiarezza in questo quadro così complesso.
Grazie a voi.

sabato 8 aprile 2017

GLI USA ATTACCANO,DAESH RINGRAZIA


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In molti,politici e giornalisti,hanno considerato l'attacco unilaterale statunitense contro lo Stato sovrano della Siria e senza l'avvallo delle nazioni unite,un pretesto per difendere gli interessi Usa in medio oriente proprio come accadde nel 2003 in Iraq quando assieme ai britannici cominciarono la seconda guerra del golfo con le bugie sulle armi di distruzione di massa tenute da Saddam Hussein,fatto poi ufficialmente reso noto lo scorso anno con l'inchiesta detta rapporto Chilcot venuto fuori dopo una lunga inchiesta(vedi:madn blair-bliar ).
Nell'articolo di Contropiano(internazionale-news )oltre che il plauso convinto di Israele,Turchia ed Arabia Saudita(nazioni a delinquere)c'è lo sdegno e le accuse sempre più gravi di Russia e del governo siriano mentre l'Europa tentenna(a parte i pecoroni del governo italiano cui va bene tutto e ben rappresentati dall'inutile Gentiloni)in quanto non è stata avvisata di nulla.
Quel che è certo è la ripresa delle milizie Daesh che tirano il fiato e che già ieri hanno tentato incursioni nei territori vicino ad Homs per difendere meglio la roccaforte di Raqqa,cui vogliono arrivare a liberarla(un bel controsenso)prima gli Usa assieme ai ribelli siriani.

La Siria come l’Iraq nel 2003.

di Stefano Mauro
"L’attacco alla base aerea di Shayrat”- secondo il governatore di Homs, Talal Al Barazi – “ha causato 5 morti e 7 feriti”. Il governatore ha, inoltre, aggiunto che “questo bombardamento è utile solamente ai gruppi jihadisti come Daesh”. Dopo l’intervento missilistico americano, infatti, diversi miliziani dell’ISIS hanno tentato di attaccare postazioni dell’esercito lealista proprio nella regione di Homs, fondamentale per l’avanzata verso Deir Ez Zor e Raqqa.
Le reazioni all’attacco non si sono fatte attendere. Putin ha considerato il bombardamento come “un tentativo americano destinato a distrarre l’opinione pubblica dal massacro di civili commesso dagli USA in Iraq”. Il Cremlino ha etichettato l’episodio come una chiara violazione del diritto internazionale e lo considera come un grave avvenimento che minaccia di peggiorare le relazioni tra Russia e Stati Uniti ed impedirà la formazione di “una reale coalizione internazionale unita contro il terrorismo”.
“Damasco (forte delle recenti vittorie e dell’avanzamento delle sue truppe, ndr) avrebbe avuto solo da rimetterci per un’azione simile ad Idlib, visto che stiamo velocemente recuperando posizioni sui gruppi ribelli”, ha dichiarato ieri il ministro degli esteri siriano Muallem. La Russia ha confermato che “la Siria non possiede più nessun arsenale chimico e l’incidente di Idlib è il pretesto per giustificare l’intervento americano contro obiettivi siriani”.
Nelle stesse ore è emersa la preoccupazioni di alcuni paesi europei. Il rappresentante svedese all’ONU, Olof Skoog, ha classificato l’attacco “come un gesto unilaterale ed una possibile minaccia per la situazione in tutta l’area”. Il diplomatico svedese ha aggiunto di aver rivissuto le stesse apprensioni come nel 2003. La sua, infatti, era un’allusione alla menzogna che Washington e Londra confezionarono sul possesso, da parte di Saddam Hussein, di armi di distruzioni di massa. “Quell’accusa portò, secondo Skoog, “ad un intervento americano unilaterale senza l’egida dell’ONU simile al bombardamento di oggi”.
Un’accusa, “creata ad arte”, che determinò l’invasione dell’Iraq , la disintegrazione del paese e, in quelle condizioni, favorì la nascita del gruppo jihadista “Stato Islamico del Levante e dell’Iraq”, meglio conosciuto oggi come ISIS o Daesh.
L’intervento militare americano è stato accolto favorevolmente da Israele, Arabia Saudita e Turchia. Tel Aviv e Riyadh hanno espresso “pieno sostegno” nei confronti del presidente Trump e della sua azione “punitiva” contro Bashar Al Assad, definito un “vile assassino” dal presidente turco Erdogan. La soddisfazione dei principali alleati degli USA nella regione è doppia visto che sancisce “la ripresa della politica interventista americana”, dopo gli anni di immobilismo da parte del precedente presidente Barack Obama.
Secondo molti analisti, infatti, il neo presidente americano avrebbe cambiato totalmente tattica per affrontare la “questione siriana”, con un intervento diretto da parte delle forze americane e più “truppe sul terreno”. L’avanzata americana verso Raqqa, insieme alle FDS (Forze Democratiche Siriane), viene vista proprio in quest’ottica. Washington sta tentando, infatti, di accerchiare la città sia per far cadere la capitale del califfato di Al Baghdadi, ma, soprattutto, per ostacolare ed evitare che nella corsa alla liberazione di Raqqa arrivino prima le truppe lealiste di Damasco.
Un ultimo tentativo, quello dell’intervento americano, per far fronte alle sconfitte subite sul campo dai gruppi ribelli, manovrati e sostenuti da Arabia Saudita e Turchia. “Una sconfitta dei ribelli significherebbe”, secondo il ministro degli esteri iraniano Zarif, “una sconfitta per i piani americani nell’area e per la sua volontà di smembrare la nazione siriana”. Un segnale ed una minaccia diretta anche nei confronti di Teheran. Proprio in questi giorni, infatti, i media orientali parlavano della costruzione di una nuova base navale iraniana in territorio siriano, con la piena approvazione sia di Damasco che di Mosca. 

venerdì 7 aprile 2017

LA SVEZIA E' BELGIO.O FRANCIA O GERMANIA


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Questo articolo voleva essere incentrato sull'empatia dirottata dalla politica e dai mezzi d'informazione che suscita solidarietà,vicinanza e commozione per fatti tragici,in particolar modo per quello che avviene negli attentati terroristici,ma le notizie che arrivano da Stoccolma aggiungono qualcosa a questo breve commento.
Il primo contributo è preso da Contropiano(russia-vittime-senza-solidarieta-miserie-dellempatia )e parla di come si sia presa alla leggera l'attentato dell'altro giorno nella metropolitana di San Pietroburgo,al contrario quello successo alle 15 di questo pomeriggio e riportato nel secondo articolo preso da Huffington Post(stoccolma-camion-sulla-folla-in-pieno-centro-morti-e-feriti )dove un camion dopo Nizza e Berlino è stato usato come ariete per falcidiare la gente nel centro della capitale svedese.
A pochi minuti dall'attentato che per ora ha provocato tre vittime e numerosi feriti ho contato quattro edizioni straordinarie alcune di queste ancora in onda,per sottolineare il fatto che la Svezia è forse più mediatica oppure ispira maggiore turbamento rispetto alla Russia come avevo segnalato nell'articolo dedicato all'attacco di San Pietroburgo(madn la-russia-non-e-belgioo-francia-o.turchia ,ho tolto Turchia e inserito Germania nel titolo del post odierno per via del camion usato per mietere morte).
Così se si sia trattato di attentato terroristico di matrice estremista islamica l'Isis nel giro di poche ore sta esultando come pochi:aggiungo pure questo contributo sempre riguardo la falsa solidarietà o per meglio dire quella indirizzata anche dopo i fatti siriani(infoaut da-san-pietroburgo-ad-idlib-anche-ad-est-i-morti-sono-i-nostri )mentre la Russia in questi minuti sta facendo entrare nel Mediterraneo una propria nave da guerra.

Russia. Vittime senza solidarietà, miserie dell’empatia.

di Alessandro Avvisato
E’ difficile non rimanere colpiti dalla totale assenza di solidarietà ed empatia verso le vittime dell’attentato terroristico nella metropolitana di San Pietroburgo.
Dopo mesi di identificazione con le vittime degli attentati in Francia, Gran Bretagna, Germania e prima ancora negli Stati Uniti, (je suis…, siamo tutti newyorkesi etc etc.) il mercato dell’empatia sembra improvvisamente interrompersi quando a morire sono cittadini innocenti di paesi al di fuori della cerchia ristretta di quelli occidentali. E’ superfluo rammentare la totale disumanizzazione delle vittime in Medio Oriente, in Iraq, Siria, Palestina oppure quella contabilità con cui si indicano solo se e quante vittime europee ci sono in una strage o una tragedia come lo tsunami in Asia o un incidente ferroviario in India.
Nel caso della Russia però i veicolatori dell’empatia sono recidivi. Pochi ricordano che prima dell’11 settembre 2001, in Russia – a Mosca e Volgodonsk alla fine del 1999 – alcuni palazzi di case popolari furono oggetto di sanguinosi attentati degli jihadisti ceceni, con centinaia di morti tra gli abitanti degli edifici (263). Eppure anche in quel caso non si raggiunse neanche un milionesimo del processo empatico dell’attentato alle Torri Gemelle.
In questa occasione, diversamente che in altre, ad esempio non è stata accesa la Porta di Brandeburgo a Berlino. Quello di illuminare la Porta dopo i maggiori atti di terrorismo, era diventato una scelta distintiva ed enfatizzata dai media, un simbolo di solidarietà ai paesi colpiti e una risposta contro la paura. L'ultima volta la Porta di Brandeburgo era stata illuminata con i colori dell'Union Jack, dopo l'attacco a Londra. Prima ancora, le luci erano state accese dopo gli attentati di Parigi, Bruxelles, Istanbul. Ma per i morti di San Pietroburgo la Porta è rimasta spenta.
Di fronte al recente attentato nella metropolitana di San Pietroburgo, la stragrande maggioranza dei commentatori (su giornali e telegiornali) ha dato stura ad un cinismo senza limiti e senza vergogna. “Nel regime mediatico unificato le motivazioni suggerite erano: Putin se l’è cercata, così impara a bombardare in giro per il mondo; Putin non ha il controllo del territorio e delle sue principali città, segno di debolezza; Putin è l’artefice diretto dell’attentato per sviare l’attenzione dalle proteste liberali della scorsa settimana. Poco da piangere le vittime di San Pietroburgo, il problema è Putin, quindi affari suoi” scrive il blog di Militant raccogliendo i commenti che abbiamo letto o sentito in questi giorni.
Il segretario del Partito Comunista della Federazione Russa, Zuganov ha avanzato una sua chiave lettura dell’attentato a San Pietroburgo: “Richiamo la vostra attenzione sul fatto che l'attacco terroristico è stato effettuato nella città in cui si incontravano i dirigenti di Russia e Bielorussia, per discutere di questioni importanti. A San Pietroburgo era stato appena ospitato il forum dei giornalisti provenienti da tutto il paese, che ha esaminato i problemi più attuali. Sorprendentemente, l'attacco terroristico è stato sferrato proprio nello stesso momento in cui gli studenti terminavano la giornata scolastica. Tutto ciò, a mio avviso, indica che l'attentato è stato ben pianificato ed elaborato dai criminali, che contiene un evidente carattere simbolico” e che “occorre guardare a questo evento sotto tutti i profili”.
In questi anni di menzogne e manipolazioni di guerra, è amaro constatare come l’esistenza di un doppio standard dell’empatia e dell’umanizzazione delle vittime sia diventato strumento di consenso e funzionalità degli apparati. La civiltà liberale occidentale continua a rivendicare a se stessa il massimo della universalità e dell’emancipazione umana. Sono in troppi a omettere che mentre i liberali pontificavano sui diritti dell’uomo per i propri cittadini convivevano allegramente con lo schiavismo nelle colonie.

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Attentato a Stoccolma, camion sulla folla in pieno centro. Morti e feriti.

Terrore nella capitale svedese.

Attentato terroristico a Stoccolma. In pieno centro, nella zona commerciale di Drottninggatan, un camion ha travolto la folla intorno alle 15 di oggi (alle 14.53) lasciando sull'asfalto morti e feriti. I giornali locali parlano di almeno 5 vittime accertate e 8 feriti. Per il premier svedese Stefan Löfven non ci sono dubbi sulla natura dell'attacco terroristico e riferisce che una persona è già stata arrestata. La stessa polizia ha poi parlato della possibilità di un attacco terroristico. L'uomo alla guida del camion avrebbe indossato un passamontagna.
In un'altra zona della città, a Hotorget, sono stati sentiti degli spari.
Secondo alcuni testimoni il camion è di una ditta di birra, la Spendrups, e sarebbe finito dritto contro il grande magazzino e centro commerciale di vendita al dettaglio di moda e altro Ahlens. I titolari della ditta di distribuzione proprietaria del camion avrebbero affermato che il loro veicolo sarebbe stato rubato mentre l'autista era impegnato a scaricare del materiale in un ristorante. Secondo quanto riferito dal direttore della comunicazione del birrificio, Maarten Lyth, l'autista "stava scaricando della merce quando qualcuno è saltato dentro il camion ed è scappato". Lyth, precisando di non essere in grado di dire quante persone abbiano preso possesso del camion, ha detto che l'autista "è illeso ma sotto choc, attualmente è ascoltato dalla polizia"
ll camion ha finito la sua corsa nel centro commerciale Ahlens City. "Ho visto centinaia di persone mettersi a correre per salvarsi la vita. Mi sono girata ed ho cominciato a correre anche io" ha detto una testimone al quotidiano Aftonbladet. Un altro testimone ha riferito: "Stavo camminando verso la strada principale quando un grande camion è spuntato dal nulla. Non sono riuscito a vedere se ci fosse qualcuno alla guida o fosse fuori controllo, ma ho visto che almeno due persone sono state schiacciate. E mi sono messo a correre più forte che potevo".
Centinaia le persone sono fuggite da negozi e uffici nella zona. Bloccate le linee della metro e chiuso per sicurezza il Parlamento oltre che evacuata la stazione ferroviaria.

Secondo le prime ricostruzioni sui media svedesi, il tragitto tra Kungsgatan e Olof Palme Street è coperto di vetri rotti, segni di pneumatico lasciati dal mezzo pesante. I corpi di alcune vittime, secondo un testimone citato dal quotidiano Dagens Nyheter, sono stati coperti con sacchi per la spazzatura. Polizia e vigili del fuoco hanno evacuato la zona zona e stanno compiendo una vasta operazione di 'bonifica' dell'area.

59 SFUMATURE DI GUERRA


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Quando i padroni del mondo decidono una cosa nessuno può vietare loro che essa si compia,ed il momento in cui qualcuno seriamente si opporrà alla politica guerrafondaia messa in atto da un pazzo criminale assetato di potere e di sangue come Trump la situazione avrà una caduta verticale.
Stamattina ci siamo svegliati con i notiziari che ci hanno detto che gli Usa hanno bombardato una base militare di uno Stato sovrano,fatto che abiura qualsiasi convenzione del diritto internazionale,con l'intento di colpire aerei e magazzini di munizioni delle forze armate del governo siriano nei dintorni della città di Homs.
Il plauso maggiore esternato è stato quello di Israele che nel frattempo minaccia nascosto dietro le spalle degli Stati Uniti l'Iran e la Nord Corea,mentre sicuramente ha portato gaudio tra i ribelli siriani e le forze dell'Isis...come dice il detto il nemico del mio nemico è mio amico,dove gli ultimi citati sono nemici di Assad e quindi amici degli Usa.
Adesso,in un momento in cui Mosca sta allentando l'amicizia con il legittimo rappresentante del popolo siriano Assad,la reazione russa è stata comunque severa e presagio di relazioni sempre più difficili con Washington:se i russi ed i cinesi che non vedono di buon occhio un eventuale simile intervento contro Pyongyang dovessero allearsi contro gli Usa sarebbero una super potenza difficile da sconfiggere(e personalmente starei dalla loro parte).
L'articolo di quello che è accaduto poche ore fa è il redazionale di Contropiano(internazionale-news ).

Gli Stati Uniti bombardano un aeroporto in Siria. 6 morti.

di Redazione Contropiano
Questa notte 59 missili lanciati da navi statunitensi nel Mediterraneo hanno colpito un aeroporto nei pressi della città siriana di Homs. Secondo le prime informazioni ci sono 6 morti (quattro militari e due civili) e 7 feriti. La decisione è stata presa dall'amministrazione Trump, ormai nelle mani della lobby del Pentagono, mentre il Consiglio di Sicurezza dell'Onu doveva ancora adottare una risoluzione su quanto avvenuto nei giorni scorsi.
La motivazione ufficiale è quella della punizione del governo di Assad per il "bombardamento con armi chimiche" su una città siriana in mano all'Isis. Nonostante questa tesi perda colpi ora dopo ora, l'amministrazione Usa, più per ragioni interne che internazionali, ha scelto l'escalation scatenando il bombardamento missilistico su un aeroporto ritenuto quello da cui sono partiti i raid aerei siriani.
Caute, fin troppo, le reazioni della Russia a questa gravissima forzatura statunitense. "L’attacco Usa in Siria è un attacco a uno Stato sovrano e costituisce una violazione delle norme del diritto internazionale, per giunta pianificato” ha dichiarato Dmitri Peskov, portavoce del presidente Vladimir Putin. “Questa mossa da parte di Washington provoca un sostanziale danno alle relazioni russo-americane, che sono già ridotte a brandelli”, ha aggiunto il portavoce del Cremlino.
Fonti ufficiali statunitensi fanno sapere che Mosca era stata preavvisata del bombardamento. "La Russia è venuta a meno alle sue responsabilità in Siria" ha dichiararo il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, precisando che Mosca è stata avvisata del lancio di missili americano in modo da evitare che i militari sul posto – siriani ed eventualmente russi – potessero essere colpiti. “I russi sono stati avvisati in anticipo” attraverso la speciale linea di comunicazione stabilita tra militari Usa e russi per evitare incidenti in Siria, ha indicato da parte sua il portavoce del Pentagono Jeff Davis.
Scontato il sostegno israeliano al bombardamento statunitense contro la Siria.  Netanyahu ha espresso “pieno sostegno” all’attacco americano in Siria che “manda un messaggio forte e chiaro sul fatto che l’uso e la diffusione delle armi chimiche non saranno tollerati”. “Israele sostiene appieno la decisione del Presidente Trump e spera che questo messaggio di risolutezza rispetto alle orribili azioni del regime di Assad risuoni non solo a Damasco, ma anche a Teheran, Pyongyang e altrove”, ha detto il premier israeliano in un comunicato.

giovedì 6 aprile 2017

L'ITALIA COSTRETTA A PAGARE PER LE TORTURE DI BOLZANETO


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L'Italia,quella che non ha ancora mosso un passo per l'inserimento del reato di tortura,che da più di dieci anni ha assolto e addirittura promosso ed esaltato la classe politica e la sbirraglia di tutti i gradi colpevoli del massacro genovese del 2001 ed in particolar modo dei fatti di Bolzaneto,come un criminale qualsiasi ha patteggiato ufficialmente con la corte europea per i diritti umani di Strasburgo una cifra misera che era già stata pattuita lo scorso anno(madn le-briciole-offerte-del-governo ).
Nel redazionale di Contropiano(politica-news )la giusta protesta e la vergogna per uno Stato che da quella data del luglio 2001 ha insabbiato di tutto e di più e che l'Europa ha costretto infine ad ammettere le sue colpe per le torture subite da centinaia di cittadini nella scuola Diaz:solo sei delle sessantacinque vittime che hanno presentato denunce hanno accettato 45 mila Euro,una cifra assurda per quello che è successo quella notte.
Di certo resta l'onta di un intera nazione che fa pagare questa cifra non ai diretti responsabili di quelle atrocità e violenza ma bensì alla collettività di tutti i suoi abitanti.

Risarcimento micragnoso per Bolzaneto. Solo sei accettano.

di Redazione Contropiano 
Un governo senza vergogna, in perfetta continuità con quello dei torturatori di Bolzaneto, quando a Palazzo Chigi c’era Berlusconi e nella questura di Genova il “redento” Gianfranco Fini. Un governo senza vergogna e senza onore che ha accettato di “patteggiare” la condanna davanti alla corte europea di Strasburgo per le torture inferte nella caserma di Bolzaneto, durante il G8 di Genova 2001. Ha patteggiato come un criminale che accetta di esser riconosciuto colpevole, ma punta a uscirne con il minimo della pena. In questo caso 45.000 euro a titolo di risarcimento per le violenze subite.
Conta poco che soltanto sei dei 65 cittadini italiani ed europei abbiano accettato questa transazione miserabile anche nella cifra. Certamente – come riferisce l’avvocato Laura Tartarini, che difende una ventina di persone tra le vittime della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto – “ha accettato chi, tra cui due dei miei assistiti, ha necessità economiche e personali. Per gli altri il ricorso continua”.
Quello che conta è che la condanna di una classe politica indegna sia avvenuta a livello continentale. Quello che conta è che questa classe politica indegna stia mentendo anche davanti alla corte dei diritti umani, dove il governo afferma di aver «riconosciuto i casi di maltrattamenti simili a quelli subiti dagli interessati a Bolzaneto come anche l'assenza di leggi adeguate. E si impegna a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti umani, compreso l'obbligo di condurre un'indagine efficace e l'esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura».
Mente perché sono passati pochissimi mesi da quando, per la centesima volta, un parlamento di “nominati” sotto ricatto individuale ha respinto l’inserimento del reato di tortura all’interno del codice penale. E persino il ben più innocuo numero sulle divise, adottato in quasi tutti i paesi dell’Occidente capitalistico.
Mente sempre, il governo, quando firma un accordo in cui si impegna anche "a predisporre corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle forze dell'ordine". Sono di pochi giorni fa due decreti a firma Minniti-Orlando – approvati dall’intero governo – in cui si affidano poteri arbitrari alle polizie nazionali, tutti tesi a vietare qualsiasi manifestazione di dissenso e financo le celebrazioni della Liberazione dal nazifascismo, nonché i già scarsi diritti dei migranti.
Mente e, proprio attraverso questi decreti, prepara altre Bolzaneto, altri Cucchi e Aldrovandi; legittima prepotenze, violenze e torture (e sappiamo distinguere benissimo ogni singola figura qui indicata).
Mente e finge, come quando dice di voler favorire l’occupazione giovanile o il diritto dei pensionati a una vita decente.
Nei ricorsi riconosciuti dalla corte di Strasburgo si sostiene che lo Stato italiano ha violato il loro diritto a non essere sottoposti a maltrattamenti e tortura e si denuncia l'inefficacia dell'inchiesta penale sui fatti di Bolzaneto. Non quisquilie risolvibili con un’offerta economica degna di Arpagone.
Il processo di appello per le violenze di Bolzaneto si era concluso, nel giugno 2013, con sette condanne e quattro assoluzioni. La quinta sezione penale della corte aveva assolto Oronzo Doria, all’epoca colonnello del corpo degli agenti di custodia, e gli agenti Franco, Trascio e Talu. Erano invece state confermate le 7 condanne che erano state inflitte dalla Corte d’Appello di Genova il 5 marzo 2010 nei confronti dell’assistente capo di Pubblica sicurezza Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi) – che divaricò le dita della mano di un detenuto fino a strappargli la carne – degli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (1 anno) e del medico Sonia Sciandra. Per quest’ultima la Cassazione aveva ridotto la pena, assolvendola solo dal reato di minaccia. Pene confermate a un anno per gli ispettori della polizia Matilde Arecco, Mario Turco e Paolo Ubaldi che avevano rinunciato alla prescrizione. La pene erano però quasi integralmente coperte da indulto.
Questa la cruda realtà dei fatti. Lo Stato italiano ha mandato di fatto assolti quei pochi colpevoli mandati a processo, senza peraltro punirli neanche con la misura più lieve possibile: il licenziamento.

Una classe politica indegna in ogni passaggio di questa lunghissima storia. Senza alcuna differenza tra governi berlusconiani, prodiani, dalemiani, renziani, montiani, lettiani e gentiloniani.

LENIN VINCE IN ECUADOR


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Lo scorso weekend l'Ecuador ha cambiato Presidente ed il nuovo nome del successore di Rafael Correa è il compagno di partito Lenin Moreno,che nonostante i cattivi auspici della vigilia per poco più di duecentomila voti ha vinto contro il candidato della destra Guillermo Lasso,banchiere.
Dopo due rielezioni Correa(madn conferma-della-sinistra-in-ecuador. )passa il comando a colui che è già stato Vicepresidente e rappresentante di Alianza Pais,il movimento socialista fondato proprio da Correa,al sessantaquattrenne Moreno,costretto da decenni alla sedia a rotella dopo una rapina subita.
Così l'Ecuador mantiene la sinistra al governo dopo più di dieci anni di correismo che sono stati gli anni più stabili del piccolo(a confronto degli altri)Stato sudamericano,dove la situazione generale degli abitanti è aumentata sia dal punto di vista dei diritti che per i livelli di istruzione e di sanità,anche se una riforma agraria adeguata non c'è stata ancora.
Ci sono stati scontri e tensioni in alcune città in quanto il perdente Lasso ha da subito denunciato brogli elettorali e chiesto di ricontare il voto come da prassi dei candidati fantoccio degli Usa,ma che non hanno provocato tragiche conseguenze.
Articolo preso da Il Manifesto(ecuador-vince-la-sinistra ).

Vince la sinistra. Lenin Moreno nuovo presidente dell’Ecuador.

Quito. Ma il banchiere Lasso non accetta il risultato e si appella all'Osa. Violenze e scontri.

di Gerardina Colotti.
ensione in Ecuador dopo il ballottaggio presidenziale di domenica che ha dato la vittoria a Lenin Moreno. Ieri, con il 99% delle schede scrutinate, il candidato di Alianza Pais aveva ottenuto il 51, 16% dei voti (5.042.295) contro il 48,84% di Guillermo Lasso ( 4.813.217 voti). Il banchiere, candidato per la coalizione di destra Creo-Suma ha contestato i risultati e ha annunciato che farà ricorso all’Organizzazione degli Stati americani (Osa).
I SUOI SOSTENITORI hanno provocato scontri in alcune delle 24 province del paese e davanti alla sede del Consejo Nacional Electoral (Cne): «Che peccato – ha commentato in twitter il presidente uscente Rafael Correa – ci sono violenze a Quito, Esmeralda, Ibarra e Azogues. Quel che non ottengono nelle urne, vogliono ottenerlo con la forza». Le destre avevano annunciato l’intenzione di far saltare il banco già prima del voto. Un copione preparato in caso di scarto minimo e già visto in altri paesi dell’America latina, come il Venezuela o l’Honduras.
LASSO HA CHIESTO che vengano ricontati tutti i voti. Il Cne ha respinto l’accusa di brogli. «Tendo la mano al dialogo per preservare gli interessi nazionali», ha detto Moreno, rivolgendo un invito a «quelli che si sono allontanati. Possono esserci disaccordi – ha aggiunto -, ma con generosità e spirito costruttivo possiamo ricomporre le divergenze. È il momento della pace e dell’unione. Da domani cominciamo con il processo di transizione».
QUANDO i risultati sono apparsi irreversibili, Moreno ha festeggiato con i suoi cantando «Che Guevara». Lo ha votato il 51, 37% di donne (il 50,20% per Lasso). Originario dell’Amazzonia, Moreno, 65 anni, è stato vicepresidente dal 2007 al 2013. Nel 1988, uno sparo ricevuto a bruciapelo gli ha tolto la mobilità delle gambe, costringendolo sulla sedia a rotelle. È stato anche Inviato speciale all’Onu per l’Accessibilità e la Discapacità e proposto al Nobel. Alianza Pais ha puntato su di lui come uomo del dialogo, meno irruento di Correa, bersagliato da una furibonda campagna di discredito delle destre. Fino all’ultimo, i media privati hanno pubblicato exit poll molto sfavorevoli a Moreno, per accreditare la tesi della frode.
IL COMPITO del nuovo presidente, che assumerà l’incarico a maggio, non sarà facile. A votare per Lasso sono stati anche alcuni settori indigeni e di sinistra, convinti che il primo compito fosse liberarsi del «correismo» che a loro parere ha tradito gli ideali costituenti. Ad Alianza Pais non sono certo mancati limiti ed errori. Per il sociologo belga Francois Houtart, amico di Correa, vi sono stati grossi passi avanti sul piano dei diritti economici, ma «non ci sono state né una riforma agraria, né politiche per i contadini». Insomma, non si è dato «un progetto di trasformazione strutturale della società, ma una modernizzazione del capitalismo». In un paese di oltre 16 milioni di abitanti, i 10 anni della revolución ciudadana sono stati comunque i più stabili di tutta la storia recente.
IL BANCHIERE Lasso rappresenta il paese di prima, quello del «feriado bancario», della grande crisi economico-finanziaria che ha gettato sul lastrico i settori popolari nel 1999, distrutto la moneta nazionale e reintrodotto il dollaro. Il volto di quell’oligarchia che vuole riprendersi tutta la torta, che non investe nel paese ma nelle imprese offshore (oltre 40 quelle che possiede Lasso all’estero). Il banchiere, sostenuto dalle frazioni reazionarie dell’esercito e della polizia, ha promesso milioni di posti di lavoro. Moreno ha però ricordato ai settori popolari la trappola in cui sarebbero caduti: la stessa che ha portato alla vittoria dell’imprenditore Macri in Argentina, con risultati opposti e disastrosi.
E IL POPOLO ha dimostrato di aver capito la lezione. Già al primo turno, il referendum contro i paradisi fiscali e il patto etico proposto da Correa per impedire la fuga di capitali all’estero, è stato approvato da oltre il 50% dei votanti. Lasso, ovviamente, ha fatto campagna per il No.
ALIANZA PAIS ha anche ottenuto la maggioranza in Parlamento, e quindi la possibilità di governare evitando i ribaltoni che hanno portato al golpe istituzione contro Dilma Rousseff in Brasile o quello che le destre cercano di sferrare a Maduro in Venezuela a partire dal Parlamento. Con la vittoria di Moreno, vengono smentiti i cantori della «fine del ciclo progressista», che hanno preso voce dopo la sconfitta del chavismo alle parlamentari del 2015, la vittoria di Macri in Argentina e il No al referendum per la rielezione di Morales in Bolivia.
L’INTEGRAZIONE del continente, pur con grandi contrasti per il ritorno delle destre negli organismi regionali come il Mercosur, ha le gambe per continuare. Lasso aveva promesso di cancellare i blocchi regionali come Unasur o Alba, guidati da Cuba e Venezuela. Ma gli è andata male. Aveva anche promesso di espellere il fondatore di Wikileaks Julian Assange entro un mese. E questi, ora, gli ha intimato di andarsene entro 30 giorni. Esultano i presidenti socialisti. «La rivoluzione continua», ha detto Maduro, sotto attacco delle destre a livello interno e internazionale. Ieri, l’Osa di Almagro si è di nuovo riunita per sanzionare il Venezuela. Anche Lasso ha fatto appello a Almagro.

mercoledì 5 aprile 2017

LA VERITA',LA PRIMA VITTIMA DELLA GUERRA


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Ci risiamo con le accuse alla Russia e al governo di Assad che in troppi chiamano"regime"e che invece assieme ai curdi sono gli ultimi baluardi per liberare(riuscendoci su molti fronti)lo Stato mediorientale dall'occupazione dei miliziani daesh.
A poche ore dalla terribile fine di decine di persone,tutti civili con molte donne e bambini avvenuta nella provincia di Idlib,i giornalisti imbeccati dai politici occidentali hanno dato già la colpa ad Assad ed ai russi per il possibile uso di armi chimiche:secondo questi ultimi a causare la strage è stato il bombardamento di magazzini contenenti queste armi bandite almeno sulla carta da anni in questo conflitto.
Ma niente da fare,fino a che sarà possibile mandare qualcuno sul campo per indagare realmente sulle cause di questo orrore,giuria e giudici si sono già espressi per la colpevolezza dei"cattivi"che però fanno arretrare l'avanzata di quei simpaticoni dell'Isis spalleggiati dai"ribelli"anti Assad e dai turchi.
In questa vicenda proprio loro cambiano opinione ed alleati come cambia il vento,prima contro e poi con i russi,gli americani,l'Europa minacciata di lasciare aperti i confini(e sempre con le milizie islamiche).
Poi gli Usa che avevano aperto qualche giorno fa al governo Assad ma che ora gli danno la colpa ma ancora di più ad Obama,e l'Ue che per voce della raccomandata Mogherini(vedi anche:madn le-differenti-liberta-di-espressione )fa proclami sempre più politicizzati.
Senza dimenticare il fatto che dall'inizio della guerra siriana(madn ma-chi-e-stato )si parla di armi chimiche,di gas nervino e di sarin,senza puntare il dito contro chi queste armi di distruzione di massa le fabbrica,che sono molto,ma molto vicino a noi.
Articolo preso da Contropiano(siria-la-sottile-linea-rossa-della-guerra-sporca ).

Siria. La sottile linea rossa della guerra sporca.

di Sergio Cararo
I civili morti o feriti a causa di armi chimiche a Khan Sheikhun, vicino Idlib, sembrano destinati a creare il casus per una nuova definizione di “linee rosse” nella guerra in Siria. Puntuale e prevedibile è partita la campagna mediatica e la condanna delle potenze europee verso Assad. Più in difficoltà gli Stati Uniti – che solo pochi giorni avevano affermato che Assad “poteva rimanere in sella” – e la Turchia che continua ad agire sulla doppiezza dei propri obiettivi: fermare i curdi, ottenere il massimo possibile dalla crisi siriana anche con repentini cambi di alleanze.
Una analisi a distanza è fallibile. Solo degli osservatori indipendenti sul campo possono provare a chiarire come siano andate effettivamente le cose, ma al momento appare una missione impossibile. A Khan Sheikun si è diffusa nell’aria una sostanza tossica letale che ha colpito le persone uccidendone 72 tra cui numerosi bambini. La Russia ha negato con veemenza di esserne responsabile, altrettanto ha fatto il governo di Assad che effettivamente avrebbe tutto da perdere – in un momento in cui sta vincendo – da una vicenda come questa.
Il 14 settembre 2013, a Ginevra, era stato siglato un accordo tra gli Stati Uniti e la Russia con cui si stabilì la distruzione delle armi chimiche in mano alla Siria. Un mese prima a Goutha la città era stata colpita da armi chimiche. Indagini successive attribuirono la mattanza ai ribelli, quelle precedenti al regime siriano, con una “ufficializzazione” delle versione più corrispondente alle esigenze della realpolitik che della verità.
“Ognuno si difende come può, ben sapendo che la prima della vittima di una guerra è sempre la verità” commenta oggi Alberto Negri su Il Sole 24 Ore, “Una cosa è certa: se davvero il regime di Assad ha condotto questo attacco significa che ha fatto un clamoroso passo falso anche sotto il profilo diplomatico. Gli Stati Uniti avevano in questi giorni espresso pubblicamente l’opinione che Assad poteva restare in sella e che la detronizzazione dell’autocrate siriano non era più un priorità di questa amministrazione”.
Oggi il generale maggiore russo Igor Konashenkov, ha detto che le attività militari russe hanno registrato ieri un attacco delle forze aeree siriane su depositi di armi e una fabbrica di munizioni nella periferia orientale della città di Khan Sheikhoun. L’alto ufficiale russo ha aggiunto che armi chimiche prodotte dalla fabbrica sono state utilizzati in Iraq e lo stesso tipo di armi erano state usate precedentemente dai ribelli ad Aleppo, dove si erano riscontrate sintomatologie simili a quelle osservate nelle immagini arrivate ieri da Khan Sheikhoun.
Il fronte oltranzista contro la Siria viene oggi guidato dalle potenze dell’Unione Europee piuttosto che, come in passato, dagli Stati Uniti. "Noi europei crediamo che le responsabilità abbiano rilevanza, quindi chi ha commesso crimini di guerra deve essere chiamato a risponderne", ha affermato Mrs. Pesc Federica Mogherini, la quale ha ribadito di ritenere "irrealistico" che il futuro della Siria continui come "è stato negli ultimi 40 anni". Sul futuro di Assad "sta ai siriani decidere" ma "l'impunità non è una opzione", ha poi aggiunto l'Alto rappresentante della Ue. Una dichiarazione dai toni bellicosi e bellicisti, coerente con la nuova aria che si respira nel Direttorio europeo.
Resta da capire, a questo punto, non solo la dinamica dei fatti e le responsabilità oggettive o soggettive. Sarà soprattutto la gestione che ne verrà fatta che lascerà intravedere le linee rosse dei prossimi mesi, in una guerra sporca  in cui i rovesciamenti di fronte, di alleanze e delle verità sono all’ordine del giorno.

martedì 4 aprile 2017

LA TRANQUILLA(E RAZZISTA)PROVINCIA LOMBARDA


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Non sono tutte rose e fiori come decantato da poemi e da romanzi che ci hanno insegnato a scuola o che abbiamo visto in fiction o in sceneggiati alla televisione:la provincia lombarda,oppure cremasca o cremonese o alla regione padana oltre che nascondere bellezze e paesaggi splendidi scanditi da ritmi di vita lenti e agresti,cela al suo interno retaggi razzisti e di intolleranza che sono frutto più dell'ignoranza dei propri abitanti che della loro cultura di vita contadina,da elogiare.
Spesso soggiogati e facilmente persuasi da programmi televisivi che incitano e sputano odio e sentenze,questi abitanti dell'habitat fluviale del Po e dei suoi affluenti spesso sono talmente staccati dalla realtà che li circondano(manco abitassero in luoghi dimenticati da dio sperduti nelle montagne,deserti o foreste impenetrabili)che si fanno del male da soli ma che soprattutto cercano di fare del male agli altri,soprattutto se di colore e di lingua diverse dalla loro.
E così si possono"spiegare"(e certamente non giustificare)le bombe molotov a Cumignano sul Naviglio contro un'abitazione destinata ad ospitare sei profughi(vedi sotto:cremaonline.it Attentato+incendiari )oppure l'incendio di un ristorante a pochi chilometri,a Villacampagna vicino a Soncino,dove le voci(rivelatesi infondate)dicevano che si sarebbe potuto ospitare una trentina di altri profughi nel sito.
Sono bastate solo dicerie che la gente ha tirato fuori il peggio di se,l'ignoranza è saltata fuori e assieme alla paura ha preso il sopravvento:quindi quando sentite parlare di provincia del Nord Italia non pensate solo a pace e tranquillità ma anche a odio e razzismo.

Cumignano. “Attentato incendiario”, tre persone denunciate dai carabinieri.

Tre persone sono state denunciate “per danneggiamento seguito da incendio, fabbricazione e detenzione di materiale esplodente, detenzione e porto in luogo pubblico di materiale esplodente, esplosione di ordigni al fine di incutere pubblico timore con l’aggravante di aver agito con finalità di discriminazione razziale”. Come spiega il maggiore Giancarlo Carraro, durante le perquisizioni domiciliari sono state sequestrate “bottiglie di birra uguali a quella utilizzata come molotov, proiettili ed altro materiale di interesse investigativo”. Secondo i militari i tre sono “i responsabili dell’attentato incendiario compiuto lo scorso 20 marzo in un’abitazione destinata ad ospitare dei profughi, di Cumignano sul Naviglio”.

Il lancio della molotov
Poco dopo le 16 di lunedì 20 marzo in una villetta a schiera di un complesso residenziale alle porte del Comune di Cumignano sul Naviglio alcuni volontari stavano pulendo le stanze del piano superiore di una casa destinata ad ospitare alcuni migranti. “Tre persone – prosegue Carraro - sono entrate in casa e hanno lanciato una bomba molotov incendiaria che, esplodendo, aveva attinto ad alcuni mobili e suppellettili presenti nella sala da pranzo. I due volontari della cooperativa sono riusciti a domare il principio di incendio gettando all’esterno i suppellettili in fiamme, evitando così che il grave gesto criminale potesse avere conseguenze peggiori”.

Le indagini dei carabinieri
Durante il sopralluogo dei militari non è sfuggito il nervosismo di alcuni residenti. “Dalle prime testimonianze raccolte – sottolineava Carraro - si percepiva che probabilmente l’autore dell’evento criminoso era uno di loro, visto che poco prima aveva affrontato a muso duro uno dei volontari, di colore, chiedendo se fosse uno dei profughi che doveva prendere possesso della casa”. Le indagini hanno evidenziato che “presso un distributore di carburanti si era presentato poco prima dell’attentato uno degli abitanti del complesso residenziale. Aveva chiesto di lavare la tappezzeria del bagagliaio della propria auto poiché intriso di benzina. Grazie anche alla collaborazione di alcuni residenti, è stato acclarato che non aveva agito da solo ma con la complicità di altri due vicini di casa. In una delle loro abitazioni è stata confezionata la bomba molotov, utilizzando oltre alla benzina anche una bottiglia di birra, poi lanciata dentro la casa”.

LA RUSSIA NON E' BELGIO.O FRANCIA O TURCHIA


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Nell'attentato avvenuto ieri nella metropolitana della grande città russa di San Pietroburgo nella quale ci sono state al momento quattordici vittime,tutto il mondo si è stretto attorno ai familiari delle vittime(come ormai da pratica burocratica resasi necessaria negli ultimi anni)con messaggi di cordoglio da protocollo.
Ma sono stati ben pochi gli interventi in diretta e le edizioni speciali e straordinari delle varie emittenti italiane che al contrario di quanto accaduto a Bruxelles,Parigi o Istanbul,vuoi per l'abitudine oppure per la lontananza più culturale che fisica da questa metropoli comunque piena di italiani sia residenti che turisti.
Perché la Russia non è Je suis Charlie né tantomeno così apprezzata a livello internazionale e non solamente parlando d'Italia vista con un occhio di riguardo,mentre sappiamo che dal punto di vista alla lotta al terrorismo estremista islamico è in prima linea.
Purtroppo per loro e per il leader Putin la Russia è vista ancora come un covo di comunisti(che con il loro Presidente ben poco ha da spartire)che deve essere lasciato quanto mendo in disparte e trattato sempre con i guanti non per il rispetto ma per la schifezza che potrebbe suscitare ai più.
Peccato perché questa gente,dopo il crollo dell'Urss,ha sì rivisto negli ultimi anni un certo ritorno in auge del comunismo ma anche di episodi e di organizzazioni naziste(relegate più che altro al di fuori dei propri confini nazionali),senza dimenticarci che quando hanno voluto e potuto questi"rossi"hanno salvato più volte le sorti del mondo e in cambio non hanno mai avuto la riconoscenza degna per quello che hanno fatto soprattutto visti i loro sacrifici sia in termini di vite umane che economici.
Articolo tratto dall'Ansa(strage-nella-metro-di-san-pietroburgo ).

Strage nella metro di San Pietroburgo: 14 morti. Il kamikaze è legato ai miliziani siriani.

Trump chiama Putin: 'Insieme contro il terrorismo'

E' Akbarzhon Jalilov, 22 anni, russo di origini kirghise l'autore dell'attentato nella metro di San Pietroburgo. Il suo Dna è stato trovato sulla borsa in cui era contenuto l'ordigno rinvenuto nella stazione di Ploshchad Vosstania, quello che non è esploso. Secondo gli investigatori russi, Jalilov è l'unico autore dell'attentato. Intanto, sono state riaperte le stazioni della metro chiuse ancora oggi per un allarme bomba. Il secondo ordigno, a quanto si è appreso, doveva essere attivato da un cellulare. Circostanza che porta gli inquirenti a 'non escludere' che pure la bomba esplosa sul vagone della metro sia stata innescata a distanza da complici dell'attentatore suicida.
E il ministero della Sanità ha ufficializzato il bilancio della strage: 14 morti. Ieri in serata Putin è andato a deporre fiori sul luogo dell'attacco. Trump lo ha chiamato esprimendogli le sue condoglianze; i due intendono combattere insieme il terrorismo, afferma il Cremlino. Il Consiglio di sicurezza Onu parla di "vile terrorismo". Da oggi tre giorni di lutto cittadino a San Pietroburgo.
I servizi segreti osservavano l'attività degli estremisti coinvolti nell'attentato di San Pietroburgo e sono riusciti a prevenire il secondo attentato - quello di Ploshchad Vosstania - bloccando dopo la prima esplosione la rete di telefonia cellulare nella stazione. L'ordigno nascosto nell'estintore, infatti, "doveva essere attivato da un telefono cellulare e non da un meccanismo a orologeria". Circostanza che porta gli inquirenti a "non escludere" che pure la bomba esplosa sul vagone della metro possa essere stata innescata "a distanza" dai complici dell'attentatore, che forse "controllavano i suoi movimenti".
I servizi, riporta il quotidiano Kommersant, tenevano d'occhio "da tempo" la cellula ma avevano individuato con certezza solo un elemento di "basso rango" dell'organizzazione, di cittadinanza russa, fermato dopo il suo rientro dalla Siria.
Attentato in Russia, i più gravi dal 1999 VIDEO
Un attentato "terrificante" ha sconvolto San Pietroburgo, l'antica capitale degli zar e città natale di Vladimir Putin, proprio nel giorno in cui il presidente russo era in zona per l'incontro con il collega bielorusso Alexander Lukashenko. Un vagone della linea blu del metrò è stato sventrato da un'esplosione mentre correva fra le stazioni Tekhnologicheskiy Institut e Sennaya Ploshchad causando 14 morti, come è stato confermato dal Ministero della Salute. A compiere l'attentato sarebbe stato un kamikaze russo di origine kirghisa.Un secondo ordigno, mascherato da estintore, è stato rinvenuto in una terza stazione, la Ploshchad Vosstaniya, ed è stato disinnescato dagli artificieri: si trattava di una bomba ben più potente - un chilo di tritolo - di quella usata nel vagone della metropolitana ma di fattura simile, ovvero zeppa di "corpi lesivi" (biglie e chiodi mozzati) utilizzati per massimizzare l'impatto mortifero.
LA CORRISPONDENZA AUDIO - ASCOLTA

Il Comitato Investigativo russo ieri ha confermato di aver lanciato un'indagine per "terrorismo" ma ha sottolineato che ogni altra ipotesi verrà analizzata. Le piste privilegiate, ad ogni modo, sono quella "estremista", dunque di matrice islamica, e quella "nazionalista". La polizia, sulle prime, aveva detto di essere sulle tracce di due attentatori ma in serata - stando a quanto riporta Interfax - gli inquirenti si sono convinti che ad agire sia stato un solo uomo. Ovvero il kamikaze, che prima avrebbe lasciato l'ordigno-estintore alla Ploshchad Vosstaniya e poi sarebbe salito sul treno, dove si è fatto esplodere.

LA VIDEOGRAFICA
Tramontata poi anche l'ipotesi 'dell'uomo con la barba', la cui immagine - l'identikit tipo dell'estremista islamico - era stata diffusa dai media russi come uno dei possibili responsabili dell'attentato: il sospettato si è infatti presentato alla polizia e ha detto di non aver nulla a che fare con la tragedia. "Un aspetto fin troppo convincente", aveva d'altra parte commentato su Facebook Gleb Pavlovsky, ex spin-doctor del Cremlino e ora critico di Putin. Il suo scetticismo sembra aver avuto ragione. Il presidente russo poco dopo l'attentato ha espresso le "condoglianze" alle vittime e ha assicurato che le autorità condurranno indagini a tutto campo.
In serata si è poi recato nei pressi della fermata Tekhnologicheskiy Insitut e ha deposto una corona di fiori in memoria delle vittime, senza però rilasciare dichiarazioni. Secondo Pavel Felgenghauer, esperto militare e di sicurezza, il timore è che ci si trovi di fronte a uno 'sciame terroristico'", dalle conseguenze politiche potenzialmente "profonde". Il Paese, d'altra parte, è appena stato scosso da un'ondata di proteste, in cui molti russi, in maggioranza giovanissimi, si sono scagliati contro la corruzione. "Le autorità - ha spiegato in un colloquio con l'ANSA - potrebbero voler sfruttare l'attentato per sopprimere ogni tentativo di manifestazione". L'ipotesi non è del tutto campata per aria. In tv si sono già udite alcune voci - come lo scrittore Alexander Prokhanov - che hanno legato l'attentato alle proteste, individuando in una misteriosa "fonte estera" la regia di entrambi gli eventi. L'obiettivo sarebbe quello di "destabilizzare il Paese" nell'anno che precede le elezioni presidenziali, previste per il marzo del 2018. Dall'Italia, intanto, sono arrivati messaggi di cordoglio dal premier Paolo Gentiloni e dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che a giorni sarà in visita ufficiale a Mosca. Al momento non si ha alcuna segnalazione di italiani che non siano in contatto con le famiglie, ma per escludere con certezza il coinvolgimento di connazionali bisognerà probabilmente aspettare domani (oggi, ndr).
Il presidente russo Vladimir Putin era in città 

lunedì 3 aprile 2017

GLI SCONTRI DI ASUNCION

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Mentre i media sono occupati,parlando del Sudamerica,solamente a sparlare del Venezuela dando contro il Presidente Maduro accusandolo di tutto e di più come quando al potere c'era il suo predecessore Chavez,in Paraguay è esplosa una protesta popolare soffocata nel sangue che potrebbe fare entrare il piccolo Stato in un periodo dittatoriale.
Così come accadde venticinque anni fa visto che con sotterfugi e praticamente in segreto è stata approvata la legge che prevede la ricandidatura presidenziale,compiuta proprio dall'attuale Presidente Cartes in combutta con l'antecessore Lugo in un gioco di vari partiti politici che si fanno la guerra in pubblico ma pur di mantenere il potere,diviso e remunerato per bene,sotto i banchi stringono alleanze per avere il dominio.
Nelle strade della capitale Asuncion ci sono stati violenti scontri tra i manifestanti e la polizia che hanno provocato la morte di un giovane,Rodrigo Quintana,e il ferimento di altre decine di persone,con un tentativo di invasione nel Parlamento(che aveva visto nei giorni scorsi un cambio del presidente della camera proprio per portare a termine il cambio della legge che ha tanto odore di golpe).
Articolo preso da Infoaut(paraguay-è-rivolta-contro-il-golpe ).

Paraguay: è rivolta contro il golpe. 

En ningún caso” il presidente può essere rieletto. Così recita la costituzione paraguaiana, oggetto di un tentativo di modifica in sordina da parte del presidente in carica Haracio Cartes, in accordo con l'ex presidente Fernando Lugo. L'ombra della dittatura si staglia dietro questa manovra golpista scatenando un'insurrezione popolare che nella sera di venerdì assalta il parlamento di Asunción con la parola d'ordine “en ningún caso”. La polizia risponde e uccide il giovane Rodrigo Quintana. I funerali nella giornata di ieri vengono partecipati da migliaia di persone.
Di seguito la cronaca degli eventi e un approfondimento dal blog Cronache Latinoamericane.

Dopo l’annuncio dell’approvazione segreta di una legge che prevede la possibilità di ricandidatura presidenziale, migliaia di persone hanno riempito le strade del Paraguay per protestare contro questa decisione che viola l’attuale costituzione del paese. Le immagini del saccheggio e l’incendio del Parlamento hanno fatto il giro del mondo, ma come si è giunti a questa situazione?
I protagonisti di questa storia sono il Partito Colorado di Horacio Cartes, presidente conservatore in carica e il Frente Guasù di Fernando Lugo, ex presidente. Entrambi sono interessati a modicare la costituzione per poter restare al potere, nel caso di Cartes, o esser rieletti, nel caso di Lugo. Il terzo protagonista è Blas LLano e il suo Partido Liberal Radical Auténtico (PLRA).
Durante la scorsa settimana i tre partiti hanno deciso di creare un tavolo di lavoro parallelo a quello della Camera de Senadores per accelerare la votazione della legge, arrivando a cambiare il presidente della Camera per riuscire ad accorciare i tempi.
Tutto questo é avvenuto mentre il popolo paraguayano guardava attonito le notizie che arrivavano preparandosi ad uno scenario già visto: il ritorno alla dittatura, come successe 25 anni fa con Alfredo Stroeesner. Il ricordo dei tempi della dittatura è ben impresso nella mente dei paraguayani; per questo, davanti all’egoismo e alla sete di potere dei politici  appena hanno saputo della decisione dell’approvazione della legge, si sono riversati nelle strade di Asunciòn.
Quelli che oggi criticano la decisione della maggioranza nella camera dei Senatori in passato hanno impedito che alcuni senatori potessero assumere le loro funzioni come senatori dopo aver vinto le elezioni; per questo motivo, la questione non riguarda solo l’aver violato la legge o la costituzione,  quello che sta avvenendo da tanto tempo in Paraguay è uno scontro di poteri in cui non ci sono buoni né cattivi, ma gruppi che litigano tra di loro per mantenersi al potere.
La giornata di venerdì ha aperto una lunga discussione anche sulla violenza della polizia. Sono stati sparati migliaia di proiettili di gomma che hanno ferito decine di persone e ucciso un ragazzo di 25 anni, Rodrigo Quintana. La polizia, verso la mezzanotte di venerdì, ha fatto irruzione nella sede del partito liberal in Asunciòn sparando sulla folla che in quel momento si trovava a discutere sul da farsi vista la situazione. La morte di Rodrigo ha sconvolto la popolazione, ieri al suo funerale c’erano migliaia di persone. La repressione che si è vista ieri in Asunciòn non si vedeva dai tempi della dittatura e le responsabilità sono del governo.
A partire da ieri sera, fuori dal Congresso, centinaia di giovani si sono riuniti e hanno deciso di passare la notte in piazza per mantenere in piedi la resistenza contro questa legge. “Todos somos Rodrigo” ha gridato la piazza, piangendo di rabbia per la perdita di un ragazzo come loro che voleva difendere la democrazia del suo paese.
Di sicuro chi si oppone a questa legge avrà la possibilità di fare ricorso alla magistratura, chi è a favore sa bene che la legge prima di essere approvata definitivamente dovrà essere sottoposta a un referendum. Quello che farà la differenza però è la riappropriazione di spazi di democrazia e organizzazione da parte del popolo paraguayano, che in questi ultimi decenni ha lasciato che la corruzione e i capricci dei politici si consolidassero nel paese e che la politica diventasse un affare dei soliti partiti politici stipendiati dai poteri forti.

Ciò che è certo è che nei piani alti il timore è tanto perché non si aspettavano una reazione del genere, erano abituati alla rassegnazione della gente. In questo periodo di incertezza e di schizofrenia politica, gli sviluppi della crisi politica in Paraguay potrebbero dare degli spunti e delle coordinate al resto del continente in resistenza.

sabato 1 aprile 2017

LA BREXIT UFFICIALE MA ANCHE SCOZIA E IRLANDA DEL NORD

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Nella settimana dell'ufficializzazione del principio del cammino che vedrà nel giro di pochi anni l'uscita definitiva della Gran Bretagna dall'Unione Europea,l'articolo preso da Left(brexit )non parla di tutte le polemiche dette e non dette che le parole del premier Theresa May hanno scaturito anche con quell'arroganza cui gli inglesi ci hanno sempre abituato,ma fa un discorso più ampio.Che racchiude in fondo la scelta di una nazione che il suo predecessore Cameron ha avuto il coraggio di dare voce col referendum sulla Brexit nonostante lui stesso fosse contrario,con ora la Scozia e l'Irlanda del Nord che a loro volta vogliono uscire dal Regno Unito e Corbyn,il leader socialista,vorrebbe che anche a loro si desse lo stesso strumento.Per quanto riguarda la Scozia è decisamente più fattibile anche se si tratterebbe del secondo tentativo(vedi madn la-scozia-fara-parte-ancora-del-regno )mentre per la creazione di una nuova Irlanda unita la vedo più complicata nonostante gli ottimi voti portati a casa da Sinn Fein nell'ultima tornata elettorale.

Brexit:il ritorno di David Cameron.Mentre Corbyn difende i referendum in Irlanda del Nord e Scozia.
di Alexander Damiano RicciDavid Cameron passerà alla storia come il Primo ministro che ha permesso al Regno Unito di uscire dall’Unione europea. Eppure, durante la campagna ha puntato tutto sulla permanenza del suo Paese nell’Ue. A distanza di 9 mesi dalle dimissioni e dall’insediamento di Theresa May a Downing Street, il politico conservatore è tornato a parlare della Brexit.
Durante una visita in Ucraina, Cameron ha affermato: «Ho organizzato il referendum perché la questione stava avvelenando la politica britannica da troppo tempo. E ha aggiunto: «Il referendum era già stato promesso precedentemente», salvo ripensamenti della classe politica del Paese. È stato «giusto mantenere la parola data ai cittadini del Regno Unito».
Inoltre, sebbene abbia sostenuto la permanenza dello Uk nell’Unione durante la campagna referendaria, l’ex Primo ministro ha difeso Theresa May, la quale ormai sta assumendo posizioni sempre più severe rispetto alle negazioni: «Credo sia giusto che sia andata incontro alle aspettative del popolo». Poi, con uno sguardo al futuro ha affermato che «il Regno Unito non sta abbandonando né l’Europa, né i valori europei». E ha sottolineato che lo Uk ha tutto l’interesse a rimanere parte attiva nel quadro di una collaborazione inter-nazionale nel quadro delle politiche di sicurezza e cooperazione.
Alla ricerca di argomenti per spiegare la scelta del popolo britannico, Cameron ha ammesso che «i cittadini del Regno Unito hanno sempre avuto un’attitudine scettica nei confronti dell’Unione». Londra è sempre rimasta nell’Ue per ragioni di «utilità», piuttosto che per fattori «emotivi».
Nel frattempo, com’è noto, la Brexit ha scatenato una nuova ondata di sentimenti indipendentisti all’intero del Regno Unito. D
Il Parlamento scozzese ha votato in favore dell’organizzazione di un nuovo referendum per scorporare le azioni del governo di Edimburgo dalla volontà di Londra.
L’approvazione dei parlamentari è arrivata poco dopo l’incontro tra Nicola Sturgeon – Primo ministro della Scozia – e Theresa May, a Glasgow, e un giorno prima della notifica ufficiale da parte di Downing Street di lasciare l’Ue. In occasione del referendum sulla Brexit, il 62 percento dei cittadini scozzesi hanno votato per rimanere nell’Unione.
Proprio oggi è attesa la consegna delle richiesta ufficiale da parte del governo scozzese di indire un nuovo referendum per lasciare il Regno Unito. Di fronte alla possibilità che Theresa May non conceda un secondo referendum, Sturgeon ha replicato:  «Un blocco da parte di Londra sarebbe «democraticamente indifendibile e [politicamente] insostenibile».
Ma la Scozia non rappresenta l’unico grattacapo per May. Anche in Irlanda si è tornato a parlare di unificazione e, conseguentemente, di indipendenza dal Regno Unito. Il leader del Partito laburista, Jeremy Corbyn, ha recentemente affermato che «se il Parlamento dell’Irlanda del Nord vuole organizzare un referendum sulla riunificazione del Paese, dovrebbero esser emesso nelle condizioni di farlo».
Qualche settimana fa, il Sinn Fein, una formazione politica che spinge per una riunificazione dell’isola britannica, si è affermato come secondo partito nell’amministrazione devoluta. Inoltre Corbyn ha chiuso le porte a un Labour che si batte per la permanenza del Regno Unito nell’Ue: «Non possiamo pretendere di essere parte del Mercato Unico, senza condividere gli obblighi derivanti dall’appartenenza all’Ue».