venerdì 7 aprile 2017
59 SFUMATURE DI GUERRA
Quando i padroni del mondo decidono una cosa nessuno può vietare loro che essa si compia,ed il momento in cui qualcuno seriamente si opporrà alla politica guerrafondaia messa in atto da un pazzo criminale assetato di potere e di sangue come Trump la situazione avrà una caduta verticale.
Stamattina ci siamo svegliati con i notiziari che ci hanno detto che gli Usa hanno bombardato una base militare di uno Stato sovrano,fatto che abiura qualsiasi convenzione del diritto internazionale,con l'intento di colpire aerei e magazzini di munizioni delle forze armate del governo siriano nei dintorni della città di Homs.
Il plauso maggiore esternato è stato quello di Israele che nel frattempo minaccia nascosto dietro le spalle degli Stati Uniti l'Iran e la Nord Corea,mentre sicuramente ha portato gaudio tra i ribelli siriani e le forze dell'Isis...come dice il detto il nemico del mio nemico è mio amico,dove gli ultimi citati sono nemici di Assad e quindi amici degli Usa.
Adesso,in un momento in cui Mosca sta allentando l'amicizia con il legittimo rappresentante del popolo siriano Assad,la reazione russa è stata comunque severa e presagio di relazioni sempre più difficili con Washington:se i russi ed i cinesi che non vedono di buon occhio un eventuale simile intervento contro Pyongyang dovessero allearsi contro gli Usa sarebbero una super potenza difficile da sconfiggere(e personalmente starei dalla loro parte).
L'articolo di quello che è accaduto poche ore fa è il redazionale di Contropiano(internazionale-news ).
Gli Stati Uniti bombardano un aeroporto in Siria. 6 morti.
di Redazione Contropiano
Questa notte 59 missili lanciati da navi statunitensi nel Mediterraneo hanno colpito un aeroporto nei pressi della città siriana di Homs. Secondo le prime informazioni ci sono 6 morti (quattro militari e due civili) e 7 feriti. La decisione è stata presa dall'amministrazione Trump, ormai nelle mani della lobby del Pentagono, mentre il Consiglio di Sicurezza dell'Onu doveva ancora adottare una risoluzione su quanto avvenuto nei giorni scorsi.
La motivazione ufficiale è quella della punizione del governo di Assad per il "bombardamento con armi chimiche" su una città siriana in mano all'Isis. Nonostante questa tesi perda colpi ora dopo ora, l'amministrazione Usa, più per ragioni interne che internazionali, ha scelto l'escalation scatenando il bombardamento missilistico su un aeroporto ritenuto quello da cui sono partiti i raid aerei siriani.
Caute, fin troppo, le reazioni della Russia a questa gravissima forzatura statunitense. "L’attacco Usa in Siria è un attacco a uno Stato sovrano e costituisce una violazione delle norme del diritto internazionale, per giunta pianificato” ha dichiarato Dmitri Peskov, portavoce del presidente Vladimir Putin. “Questa mossa da parte di Washington provoca un sostanziale danno alle relazioni russo-americane, che sono già ridotte a brandelli”, ha aggiunto il portavoce del Cremlino.
Fonti ufficiali statunitensi fanno sapere che Mosca era stata preavvisata del bombardamento. "La Russia è venuta a meno alle sue responsabilità in Siria" ha dichiararo il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, precisando che Mosca è stata avvisata del lancio di missili americano in modo da evitare che i militari sul posto – siriani ed eventualmente russi – potessero essere colpiti. “I russi sono stati avvisati in anticipo” attraverso la speciale linea di comunicazione stabilita tra militari Usa e russi per evitare incidenti in Siria, ha indicato da parte sua il portavoce del Pentagono Jeff Davis.
Scontato il sostegno israeliano al bombardamento statunitense contro la Siria. Netanyahu ha espresso “pieno sostegno” all’attacco americano in Siria che “manda un messaggio forte e chiaro sul fatto che l’uso e la diffusione delle armi chimiche non saranno tollerati”. “Israele sostiene appieno la decisione del Presidente Trump e spera che questo messaggio di risolutezza rispetto alle orribili azioni del regime di Assad risuoni non solo a Damasco, ma anche a Teheran, Pyongyang e altrove”, ha detto il premier israeliano in un comunicato.
giovedì 6 aprile 2017
L'ITALIA COSTRETTA A PAGARE PER LE TORTURE DI BOLZANETO
L'Italia,quella che non ha ancora mosso un passo per l'inserimento del reato di tortura,che da più di dieci anni ha assolto e addirittura promosso ed esaltato la classe politica e la sbirraglia di tutti i gradi colpevoli del massacro genovese del 2001 ed in particolar modo dei fatti di Bolzaneto,come un criminale qualsiasi ha patteggiato ufficialmente con la corte europea per i diritti umani di Strasburgo una cifra misera che era già stata pattuita lo scorso anno(madn le-briciole-offerte-del-governo ).
Nel redazionale di Contropiano(politica-news )la giusta protesta e la vergogna per uno Stato che da quella data del luglio 2001 ha insabbiato di tutto e di più e che l'Europa ha costretto infine ad ammettere le sue colpe per le torture subite da centinaia di cittadini nella scuola Diaz:solo sei delle sessantacinque vittime che hanno presentato denunce hanno accettato 45 mila Euro,una cifra assurda per quello che è successo quella notte.
Di certo resta l'onta di un intera nazione che fa pagare questa cifra non ai diretti responsabili di quelle atrocità e violenza ma bensì alla collettività di tutti i suoi abitanti.
Risarcimento micragnoso per Bolzaneto. Solo sei accettano.
di Redazione Contropiano
Un governo senza vergogna, in perfetta continuità con quello dei torturatori di Bolzaneto, quando a Palazzo Chigi c’era Berlusconi e nella questura di Genova il “redento” Gianfranco Fini. Un governo senza vergogna e senza onore che ha accettato di “patteggiare” la condanna davanti alla corte europea di Strasburgo per le torture inferte nella caserma di Bolzaneto, durante il G8 di Genova 2001. Ha patteggiato come un criminale che accetta di esser riconosciuto colpevole, ma punta a uscirne con il minimo della pena. In questo caso 45.000 euro a titolo di risarcimento per le violenze subite.
Conta poco che soltanto sei dei 65 cittadini italiani ed europei abbiano accettato questa transazione miserabile anche nella cifra. Certamente – come riferisce l’avvocato Laura Tartarini, che difende una ventina di persone tra le vittime della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto – “ha accettato chi, tra cui due dei miei assistiti, ha necessità economiche e personali. Per gli altri il ricorso continua”.
Quello che conta è che la condanna di una classe politica indegna sia avvenuta a livello continentale. Quello che conta è che questa classe politica indegna stia mentendo anche davanti alla corte dei diritti umani, dove il governo afferma di aver «riconosciuto i casi di maltrattamenti simili a quelli subiti dagli interessati a Bolzaneto come anche l'assenza di leggi adeguate. E si impegna a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti umani, compreso l'obbligo di condurre un'indagine efficace e l'esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura».
Mente perché sono passati pochissimi mesi da quando, per la centesima volta, un parlamento di “nominati” sotto ricatto individuale ha respinto l’inserimento del reato di tortura all’interno del codice penale. E persino il ben più innocuo numero sulle divise, adottato in quasi tutti i paesi dell’Occidente capitalistico.
Mente sempre, il governo, quando firma un accordo in cui si impegna anche "a predisporre corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle forze dell'ordine". Sono di pochi giorni fa due decreti a firma Minniti-Orlando – approvati dall’intero governo – in cui si affidano poteri arbitrari alle polizie nazionali, tutti tesi a vietare qualsiasi manifestazione di dissenso e financo le celebrazioni della Liberazione dal nazifascismo, nonché i già scarsi diritti dei migranti.
Mente e, proprio attraverso questi decreti, prepara altre Bolzaneto, altri Cucchi e Aldrovandi; legittima prepotenze, violenze e torture (e sappiamo distinguere benissimo ogni singola figura qui indicata).
Mente e finge, come quando dice di voler favorire l’occupazione giovanile o il diritto dei pensionati a una vita decente.
Nei ricorsi riconosciuti dalla corte di Strasburgo si sostiene che lo Stato italiano ha violato il loro diritto a non essere sottoposti a maltrattamenti e tortura e si denuncia l'inefficacia dell'inchiesta penale sui fatti di Bolzaneto. Non quisquilie risolvibili con un’offerta economica degna di Arpagone.
Il processo di appello per le violenze di Bolzaneto si era concluso, nel giugno 2013, con sette condanne e quattro assoluzioni. La quinta sezione penale della corte aveva assolto Oronzo Doria, all’epoca colonnello del corpo degli agenti di custodia, e gli agenti Franco, Trascio e Talu. Erano invece state confermate le 7 condanne che erano state inflitte dalla Corte d’Appello di Genova il 5 marzo 2010 nei confronti dell’assistente capo di Pubblica sicurezza Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi) – che divaricò le dita della mano di un detenuto fino a strappargli la carne – degli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (1 anno) e del medico Sonia Sciandra. Per quest’ultima la Cassazione aveva ridotto la pena, assolvendola solo dal reato di minaccia. Pene confermate a un anno per gli ispettori della polizia Matilde Arecco, Mario Turco e Paolo Ubaldi che avevano rinunciato alla prescrizione. La pene erano però quasi integralmente coperte da indulto.
Questa la cruda realtà dei fatti. Lo Stato italiano ha mandato di fatto assolti quei pochi colpevoli mandati a processo, senza peraltro punirli neanche con la misura più lieve possibile: il licenziamento.
Una classe politica indegna in ogni passaggio di questa lunghissima storia. Senza alcuna differenza tra governi berlusconiani, prodiani, dalemiani, renziani, montiani, lettiani e gentiloniani.
LENIN VINCE IN ECUADOR
Lo scorso weekend l'Ecuador ha cambiato Presidente ed il nuovo nome del successore di Rafael Correa è il compagno di partito Lenin Moreno,che nonostante i cattivi auspici della vigilia per poco più di duecentomila voti ha vinto contro il candidato della destra Guillermo Lasso,banchiere.
Dopo due rielezioni Correa(madn conferma-della-sinistra-in-ecuador. )passa il comando a colui che è già stato Vicepresidente e rappresentante di Alianza Pais,il movimento socialista fondato proprio da Correa,al sessantaquattrenne Moreno,costretto da decenni alla sedia a rotella dopo una rapina subita.
Così l'Ecuador mantiene la sinistra al governo dopo più di dieci anni di correismo che sono stati gli anni più stabili del piccolo(a confronto degli altri)Stato sudamericano,dove la situazione generale degli abitanti è aumentata sia dal punto di vista dei diritti che per i livelli di istruzione e di sanità,anche se una riforma agraria adeguata non c'è stata ancora.
Ci sono stati scontri e tensioni in alcune città in quanto il perdente Lasso ha da subito denunciato brogli elettorali e chiesto di ricontare il voto come da prassi dei candidati fantoccio degli Usa,ma che non hanno provocato tragiche conseguenze.
Articolo preso da Il Manifesto(ecuador-vince-la-sinistra ).
Vince la sinistra. Lenin Moreno nuovo presidente dell’Ecuador.
Quito. Ma il banchiere Lasso non accetta il risultato e si appella all'Osa. Violenze e scontri.
di Gerardina Colotti.
ensione in Ecuador dopo il ballottaggio presidenziale di domenica che ha dato la vittoria a Lenin Moreno. Ieri, con il 99% delle schede scrutinate, il candidato di Alianza Pais aveva ottenuto il 51, 16% dei voti (5.042.295) contro il 48,84% di Guillermo Lasso ( 4.813.217 voti). Il banchiere, candidato per la coalizione di destra Creo-Suma ha contestato i risultati e ha annunciato che farà ricorso all’Organizzazione degli Stati americani (Osa). I SUOI SOSTENITORI hanno provocato scontri in alcune delle 24 province del paese e davanti alla sede del Consejo Nacional Electoral (Cne): «Che peccato – ha commentato in twitter il presidente uscente Rafael Correa – ci sono violenze a Quito, Esmeralda, Ibarra e Azogues. Quel che non ottengono nelle urne, vogliono ottenerlo con la forza». Le destre avevano annunciato l’intenzione di far saltare il banco già prima del voto. Un copione preparato in caso di scarto minimo e già visto in altri paesi dell’America latina, come il Venezuela o l’Honduras.
LASSO HA CHIESTO che vengano ricontati tutti i voti. Il Cne ha respinto l’accusa di brogli. «Tendo la mano al dialogo per preservare gli interessi nazionali», ha detto Moreno, rivolgendo un invito a «quelli che si sono allontanati. Possono esserci disaccordi – ha aggiunto -, ma con generosità e spirito costruttivo possiamo ricomporre le divergenze. È il momento della pace e dell’unione. Da domani cominciamo con il processo di transizione».
QUANDO i risultati sono apparsi irreversibili, Moreno ha festeggiato con i suoi cantando «Che Guevara». Lo ha votato il 51, 37% di donne (il 50,20% per Lasso). Originario dell’Amazzonia, Moreno, 65 anni, è stato vicepresidente dal 2007 al 2013. Nel 1988, uno sparo ricevuto a bruciapelo gli ha tolto la mobilità delle gambe, costringendolo sulla sedia a rotelle. È stato anche Inviato speciale all’Onu per l’Accessibilità e la Discapacità e proposto al Nobel. Alianza Pais ha puntato su di lui come uomo del dialogo, meno irruento di Correa, bersagliato da una furibonda campagna di discredito delle destre. Fino all’ultimo, i media privati hanno pubblicato exit poll molto sfavorevoli a Moreno, per accreditare la tesi della frode.
IL COMPITO del nuovo presidente, che assumerà l’incarico a maggio, non sarà facile. A votare per Lasso sono stati anche alcuni settori indigeni e di sinistra, convinti che il primo compito fosse liberarsi del «correismo» che a loro parere ha tradito gli ideali costituenti. Ad Alianza Pais non sono certo mancati limiti ed errori. Per il sociologo belga Francois Houtart, amico di Correa, vi sono stati grossi passi avanti sul piano dei diritti economici, ma «non ci sono state né una riforma agraria, né politiche per i contadini». Insomma, non si è dato «un progetto di trasformazione strutturale della società, ma una modernizzazione del capitalismo». In un paese di oltre 16 milioni di abitanti, i 10 anni della revolución ciudadana sono stati comunque i più stabili di tutta la storia recente.
IL BANCHIERE Lasso rappresenta il paese di prima, quello del «feriado bancario», della grande crisi economico-finanziaria che ha gettato sul lastrico i settori popolari nel 1999, distrutto la moneta nazionale e reintrodotto il dollaro. Il volto di quell’oligarchia che vuole riprendersi tutta la torta, che non investe nel paese ma nelle imprese offshore (oltre 40 quelle che possiede Lasso all’estero). Il banchiere, sostenuto dalle frazioni reazionarie dell’esercito e della polizia, ha promesso milioni di posti di lavoro. Moreno ha però ricordato ai settori popolari la trappola in cui sarebbero caduti: la stessa che ha portato alla vittoria dell’imprenditore Macri in Argentina, con risultati opposti e disastrosi.
E IL POPOLO ha dimostrato di aver capito la lezione. Già al primo turno, il referendum contro i paradisi fiscali e il patto etico proposto da Correa per impedire la fuga di capitali all’estero, è stato approvato da oltre il 50% dei votanti. Lasso, ovviamente, ha fatto campagna per il No.
ALIANZA PAIS ha anche ottenuto la maggioranza in Parlamento, e quindi la possibilità di governare evitando i ribaltoni che hanno portato al golpe istituzione contro Dilma Rousseff in Brasile o quello che le destre cercano di sferrare a Maduro in Venezuela a partire dal Parlamento. Con la vittoria di Moreno, vengono smentiti i cantori della «fine del ciclo progressista», che hanno preso voce dopo la sconfitta del chavismo alle parlamentari del 2015, la vittoria di Macri in Argentina e il No al referendum per la rielezione di Morales in Bolivia.
L’INTEGRAZIONE del continente, pur con grandi contrasti per il ritorno delle destre negli organismi regionali come il Mercosur, ha le gambe per continuare. Lasso aveva promesso di cancellare i blocchi regionali come Unasur o Alba, guidati da Cuba e Venezuela. Ma gli è andata male. Aveva anche promesso di espellere il fondatore di Wikileaks Julian Assange entro un mese. E questi, ora, gli ha intimato di andarsene entro 30 giorni. Esultano i presidenti socialisti. «La rivoluzione continua», ha detto Maduro, sotto attacco delle destre a livello interno e internazionale. Ieri, l’Osa di Almagro si è di nuovo riunita per sanzionare il Venezuela. Anche Lasso ha fatto appello a Almagro.
mercoledì 5 aprile 2017
LA VERITA',LA PRIMA VITTIMA DELLA GUERRA
Ci risiamo con le accuse alla Russia e al governo di Assad che in troppi chiamano"regime"e che invece assieme ai curdi sono gli ultimi baluardi per liberare(riuscendoci su molti fronti)lo Stato mediorientale dall'occupazione dei miliziani daesh.
A poche ore dalla terribile fine di decine di persone,tutti civili con molte donne e bambini avvenuta nella provincia di Idlib,i giornalisti imbeccati dai politici occidentali hanno dato già la colpa ad Assad ed ai russi per il possibile uso di armi chimiche:secondo questi ultimi a causare la strage è stato il bombardamento di magazzini contenenti queste armi bandite almeno sulla carta da anni in questo conflitto.
Ma niente da fare,fino a che sarà possibile mandare qualcuno sul campo per indagare realmente sulle cause di questo orrore,giuria e giudici si sono già espressi per la colpevolezza dei"cattivi"che però fanno arretrare l'avanzata di quei simpaticoni dell'Isis spalleggiati dai"ribelli"anti Assad e dai turchi.
In questa vicenda proprio loro cambiano opinione ed alleati come cambia il vento,prima contro e poi con i russi,gli americani,l'Europa minacciata di lasciare aperti i confini(e sempre con le milizie islamiche).
Poi gli Usa che avevano aperto qualche giorno fa al governo Assad ma che ora gli danno la colpa ma ancora di più ad Obama,e l'Ue che per voce della raccomandata Mogherini(vedi anche:madn le-differenti-liberta-di-espressione )fa proclami sempre più politicizzati.
Senza dimenticare il fatto che dall'inizio della guerra siriana(madn ma-chi-e-stato )si parla di armi chimiche,di gas nervino e di sarin,senza puntare il dito contro chi queste armi di distruzione di massa le fabbrica,che sono molto,ma molto vicino a noi.
Articolo preso da Contropiano(siria-la-sottile-linea-rossa-della-guerra-sporca ).
Siria. La sottile linea rossa della guerra sporca.
di Sergio Cararo
I civili morti o feriti a causa di armi chimiche a Khan Sheikhun, vicino Idlib, sembrano destinati a creare il casus per una nuova definizione di “linee rosse” nella guerra in Siria. Puntuale e prevedibile è partita la campagna mediatica e la condanna delle potenze europee verso Assad. Più in difficoltà gli Stati Uniti – che solo pochi giorni avevano affermato che Assad “poteva rimanere in sella” – e la Turchia che continua ad agire sulla doppiezza dei propri obiettivi: fermare i curdi, ottenere il massimo possibile dalla crisi siriana anche con repentini cambi di alleanze.
Una analisi a distanza è fallibile. Solo degli osservatori indipendenti sul campo possono provare a chiarire come siano andate effettivamente le cose, ma al momento appare una missione impossibile. A Khan Sheikun si è diffusa nell’aria una sostanza tossica letale che ha colpito le persone uccidendone 72 tra cui numerosi bambini. La Russia ha negato con veemenza di esserne responsabile, altrettanto ha fatto il governo di Assad che effettivamente avrebbe tutto da perdere – in un momento in cui sta vincendo – da una vicenda come questa.
Il 14 settembre 2013, a Ginevra, era stato siglato un accordo tra gli Stati Uniti e la Russia con cui si stabilì la distruzione delle armi chimiche in mano alla Siria. Un mese prima a Goutha la città era stata colpita da armi chimiche. Indagini successive attribuirono la mattanza ai ribelli, quelle precedenti al regime siriano, con una “ufficializzazione” delle versione più corrispondente alle esigenze della realpolitik che della verità.
“Ognuno si difende come può, ben sapendo che la prima della vittima di una guerra è sempre la verità” commenta oggi Alberto Negri su Il Sole 24 Ore, “Una cosa è certa: se davvero il regime di Assad ha condotto questo attacco significa che ha fatto un clamoroso passo falso anche sotto il profilo diplomatico. Gli Stati Uniti avevano in questi giorni espresso pubblicamente l’opinione che Assad poteva restare in sella e che la detronizzazione dell’autocrate siriano non era più un priorità di questa amministrazione”.
Oggi il generale maggiore russo Igor Konashenkov, ha detto che le attività militari russe hanno registrato ieri un attacco delle forze aeree siriane su depositi di armi e una fabbrica di munizioni nella periferia orientale della città di Khan Sheikhoun. L’alto ufficiale russo ha aggiunto che armi chimiche prodotte dalla fabbrica sono state utilizzati in Iraq e lo stesso tipo di armi erano state usate precedentemente dai ribelli ad Aleppo, dove si erano riscontrate sintomatologie simili a quelle osservate nelle immagini arrivate ieri da Khan Sheikhoun.
Il fronte oltranzista contro la Siria viene oggi guidato dalle potenze dell’Unione Europee piuttosto che, come in passato, dagli Stati Uniti. "Noi europei crediamo che le responsabilità abbiano rilevanza, quindi chi ha commesso crimini di guerra deve essere chiamato a risponderne", ha affermato Mrs. Pesc Federica Mogherini, la quale ha ribadito di ritenere "irrealistico" che il futuro della Siria continui come "è stato negli ultimi 40 anni". Sul futuro di Assad "sta ai siriani decidere" ma "l'impunità non è una opzione", ha poi aggiunto l'Alto rappresentante della Ue. Una dichiarazione dai toni bellicosi e bellicisti, coerente con la nuova aria che si respira nel Direttorio europeo.
Resta da capire, a questo punto, non solo la dinamica dei fatti e le responsabilità oggettive o soggettive. Sarà soprattutto la gestione che ne verrà fatta che lascerà intravedere le linee rosse dei prossimi mesi, in una guerra sporca in cui i rovesciamenti di fronte, di alleanze e delle verità sono all’ordine del giorno.
martedì 4 aprile 2017
LA TRANQUILLA(E RAZZISTA)PROVINCIA LOMBARDA
Non sono tutte rose e fiori come decantato da poemi e da romanzi che ci hanno insegnato a scuola o che abbiamo visto in fiction o in sceneggiati alla televisione:la provincia lombarda,oppure cremasca o cremonese o alla regione padana oltre che nascondere bellezze e paesaggi splendidi scanditi da ritmi di vita lenti e agresti,cela al suo interno retaggi razzisti e di intolleranza che sono frutto più dell'ignoranza dei propri abitanti che della loro cultura di vita contadina,da elogiare.
Spesso soggiogati e facilmente persuasi da programmi televisivi che incitano e sputano odio e sentenze,questi abitanti dell'habitat fluviale del Po e dei suoi affluenti spesso sono talmente staccati dalla realtà che li circondano(manco abitassero in luoghi dimenticati da dio sperduti nelle montagne,deserti o foreste impenetrabili)che si fanno del male da soli ma che soprattutto cercano di fare del male agli altri,soprattutto se di colore e di lingua diverse dalla loro.
E così si possono"spiegare"(e certamente non giustificare)le bombe molotov a Cumignano sul Naviglio contro un'abitazione destinata ad ospitare sei profughi(vedi sotto:cremaonline.it Attentato+incendiari )oppure l'incendio di un ristorante a pochi chilometri,a Villacampagna vicino a Soncino,dove le voci(rivelatesi infondate)dicevano che si sarebbe potuto ospitare una trentina di altri profughi nel sito.
Sono bastate solo dicerie che la gente ha tirato fuori il peggio di se,l'ignoranza è saltata fuori e assieme alla paura ha preso il sopravvento:quindi quando sentite parlare di provincia del Nord Italia non pensate solo a pace e tranquillità ma anche a odio e razzismo.
Cumignano. “Attentato incendiario”, tre persone denunciate dai carabinieri.
Tre persone sono state denunciate “per danneggiamento seguito da incendio, fabbricazione e detenzione di materiale esplodente, detenzione e porto in luogo pubblico di materiale esplodente, esplosione di ordigni al fine di incutere pubblico timore con l’aggravante di aver agito con finalità di discriminazione razziale”. Come spiega il maggiore Giancarlo Carraro, durante le perquisizioni domiciliari sono state sequestrate “bottiglie di birra uguali a quella utilizzata come molotov, proiettili ed altro materiale di interesse investigativo”. Secondo i militari i tre sono “i responsabili dell’attentato incendiario compiuto lo scorso 20 marzo in un’abitazione destinata ad ospitare dei profughi, di Cumignano sul Naviglio”.
Il lancio della molotov
Poco dopo le 16 di lunedì 20 marzo in una villetta a schiera di un complesso residenziale alle porte del Comune di Cumignano sul Naviglio alcuni volontari stavano pulendo le stanze del piano superiore di una casa destinata ad ospitare alcuni migranti. “Tre persone – prosegue Carraro - sono entrate in casa e hanno lanciato una bomba molotov incendiaria che, esplodendo, aveva attinto ad alcuni mobili e suppellettili presenti nella sala da pranzo. I due volontari della cooperativa sono riusciti a domare il principio di incendio gettando all’esterno i suppellettili in fiamme, evitando così che il grave gesto criminale potesse avere conseguenze peggiori”.
Le indagini dei carabinieri
Durante il sopralluogo dei militari non è sfuggito il nervosismo di alcuni residenti. “Dalle prime testimonianze raccolte – sottolineava Carraro - si percepiva che probabilmente l’autore dell’evento criminoso era uno di loro, visto che poco prima aveva affrontato a muso duro uno dei volontari, di colore, chiedendo se fosse uno dei profughi che doveva prendere possesso della casa”. Le indagini hanno evidenziato che “presso un distributore di carburanti si era presentato poco prima dell’attentato uno degli abitanti del complesso residenziale. Aveva chiesto di lavare la tappezzeria del bagagliaio della propria auto poiché intriso di benzina. Grazie anche alla collaborazione di alcuni residenti, è stato acclarato che non aveva agito da solo ma con la complicità di altri due vicini di casa. In una delle loro abitazioni è stata confezionata la bomba molotov, utilizzando oltre alla benzina anche una bottiglia di birra, poi lanciata dentro la casa”.
LA RUSSIA NON E' BELGIO.O FRANCIA O TURCHIA
Nell'attentato avvenuto ieri nella metropolitana della grande città russa di San Pietroburgo nella quale ci sono state al momento quattordici vittime,tutto il mondo si è stretto attorno ai familiari delle vittime(come ormai da pratica burocratica resasi necessaria negli ultimi anni)con messaggi di cordoglio da protocollo.
Ma sono stati ben pochi gli interventi in diretta e le edizioni speciali e straordinari delle varie emittenti italiane che al contrario di quanto accaduto a Bruxelles,Parigi o Istanbul,vuoi per l'abitudine oppure per la lontananza più culturale che fisica da questa metropoli comunque piena di italiani sia residenti che turisti.
Perché la Russia non è Je suis Charlie né tantomeno così apprezzata a livello internazionale e non solamente parlando d'Italia vista con un occhio di riguardo,mentre sappiamo che dal punto di vista alla lotta al terrorismo estremista islamico è in prima linea.
Purtroppo per loro e per il leader Putin la Russia è vista ancora come un covo di comunisti(che con il loro Presidente ben poco ha da spartire)che deve essere lasciato quanto mendo in disparte e trattato sempre con i guanti non per il rispetto ma per la schifezza che potrebbe suscitare ai più.
Peccato perché questa gente,dopo il crollo dell'Urss,ha sì rivisto negli ultimi anni un certo ritorno in auge del comunismo ma anche di episodi e di organizzazioni naziste(relegate più che altro al di fuori dei propri confini nazionali),senza dimenticarci che quando hanno voluto e potuto questi"rossi"hanno salvato più volte le sorti del mondo e in cambio non hanno mai avuto la riconoscenza degna per quello che hanno fatto soprattutto visti i loro sacrifici sia in termini di vite umane che economici.
Articolo tratto dall'Ansa(strage-nella-metro-di-san-pietroburgo ).
Strage nella metro di San Pietroburgo: 14 morti. Il kamikaze è legato ai miliziani siriani.
Trump chiama Putin: 'Insieme contro il terrorismo'
E' Akbarzhon Jalilov, 22 anni, russo di origini kirghise l'autore dell'attentato nella metro di San Pietroburgo. Il suo Dna è stato trovato sulla borsa in cui era contenuto l'ordigno rinvenuto nella stazione di Ploshchad Vosstania, quello che non è esploso. Secondo gli investigatori russi, Jalilov è l'unico autore dell'attentato. Intanto, sono state riaperte le stazioni della metro chiuse ancora oggi per un allarme bomba. Il secondo ordigno, a quanto si è appreso, doveva essere attivato da un cellulare. Circostanza che porta gli inquirenti a 'non escludere' che pure la bomba esplosa sul vagone della metro sia stata innescata a distanza da complici dell'attentatore suicida.
E il ministero della Sanità ha ufficializzato il bilancio della strage: 14 morti. Ieri in serata Putin è andato a deporre fiori sul luogo dell'attacco. Trump lo ha chiamato esprimendogli le sue condoglianze; i due intendono combattere insieme il terrorismo, afferma il Cremlino. Il Consiglio di sicurezza Onu parla di "vile terrorismo". Da oggi tre giorni di lutto cittadino a San Pietroburgo.
I servizi segreti osservavano l'attività degli estremisti coinvolti nell'attentato di San Pietroburgo e sono riusciti a prevenire il secondo attentato - quello di Ploshchad Vosstania - bloccando dopo la prima esplosione la rete di telefonia cellulare nella stazione. L'ordigno nascosto nell'estintore, infatti, "doveva essere attivato da un telefono cellulare e non da un meccanismo a orologeria". Circostanza che porta gli inquirenti a "non escludere" che pure la bomba esplosa sul vagone della metro possa essere stata innescata "a distanza" dai complici dell'attentatore, che forse "controllavano i suoi movimenti".
I servizi, riporta il quotidiano Kommersant, tenevano d'occhio "da tempo" la cellula ma avevano individuato con certezza solo un elemento di "basso rango" dell'organizzazione, di cittadinanza russa, fermato dopo il suo rientro dalla Siria.
Attentato in Russia, i più gravi dal 1999 VIDEO
Un attentato "terrificante" ha sconvolto San Pietroburgo, l'antica capitale degli zar e città natale di Vladimir Putin, proprio nel giorno in cui il presidente russo era in zona per l'incontro con il collega bielorusso Alexander Lukashenko. Un vagone della linea blu del metrò è stato sventrato da un'esplosione mentre correva fra le stazioni Tekhnologicheskiy Institut e Sennaya Ploshchad causando 14 morti, come è stato confermato dal Ministero della Salute. A compiere l'attentato sarebbe stato un kamikaze russo di origine kirghisa.Un secondo ordigno, mascherato da estintore, è stato rinvenuto in una terza stazione, la Ploshchad Vosstaniya, ed è stato disinnescato dagli artificieri: si trattava di una bomba ben più potente - un chilo di tritolo - di quella usata nel vagone della metropolitana ma di fattura simile, ovvero zeppa di "corpi lesivi" (biglie e chiodi mozzati) utilizzati per massimizzare l'impatto mortifero.
LA CORRISPONDENZA AUDIO - ASCOLTA
Il Comitato Investigativo russo ieri ha confermato di aver lanciato un'indagine per "terrorismo" ma ha sottolineato che ogni altra ipotesi verrà analizzata. Le piste privilegiate, ad ogni modo, sono quella "estremista", dunque di matrice islamica, e quella "nazionalista". La polizia, sulle prime, aveva detto di essere sulle tracce di due attentatori ma in serata - stando a quanto riporta Interfax - gli inquirenti si sono convinti che ad agire sia stato un solo uomo. Ovvero il kamikaze, che prima avrebbe lasciato l'ordigno-estintore alla Ploshchad Vosstaniya e poi sarebbe salito sul treno, dove si è fatto esplodere.
LA VIDEOGRAFICA
Tramontata poi anche l'ipotesi 'dell'uomo con la barba', la cui immagine - l'identikit tipo dell'estremista islamico - era stata diffusa dai media russi come uno dei possibili responsabili dell'attentato: il sospettato si è infatti presentato alla polizia e ha detto di non aver nulla a che fare con la tragedia. "Un aspetto fin troppo convincente", aveva d'altra parte commentato su Facebook Gleb Pavlovsky, ex spin-doctor del Cremlino e ora critico di Putin. Il suo scetticismo sembra aver avuto ragione. Il presidente russo poco dopo l'attentato ha espresso le "condoglianze" alle vittime e ha assicurato che le autorità condurranno indagini a tutto campo.
In serata si è poi recato nei pressi della fermata Tekhnologicheskiy Insitut e ha deposto una corona di fiori in memoria delle vittime, senza però rilasciare dichiarazioni. Secondo Pavel Felgenghauer, esperto militare e di sicurezza, il timore è che ci si trovi di fronte a uno 'sciame terroristico'", dalle conseguenze politiche potenzialmente "profonde". Il Paese, d'altra parte, è appena stato scosso da un'ondata di proteste, in cui molti russi, in maggioranza giovanissimi, si sono scagliati contro la corruzione. "Le autorità - ha spiegato in un colloquio con l'ANSA - potrebbero voler sfruttare l'attentato per sopprimere ogni tentativo di manifestazione". L'ipotesi non è del tutto campata per aria. In tv si sono già udite alcune voci - come lo scrittore Alexander Prokhanov - che hanno legato l'attentato alle proteste, individuando in una misteriosa "fonte estera" la regia di entrambi gli eventi. L'obiettivo sarebbe quello di "destabilizzare il Paese" nell'anno che precede le elezioni presidenziali, previste per il marzo del 2018. Dall'Italia, intanto, sono arrivati messaggi di cordoglio dal premier Paolo Gentiloni e dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che a giorni sarà in visita ufficiale a Mosca. Al momento non si ha alcuna segnalazione di italiani che non siano in contatto con le famiglie, ma per escludere con certezza il coinvolgimento di connazionali bisognerà probabilmente aspettare domani (oggi, ndr).
Il presidente russo Vladimir Putin era in città
Tramontata poi anche l'ipotesi 'dell'uomo con la barba', la cui immagine - l'identikit tipo dell'estremista islamico - era stata diffusa dai media russi come uno dei possibili responsabili dell'attentato: il sospettato si è infatti presentato alla polizia e ha detto di non aver nulla a che fare con la tragedia. "Un aspetto fin troppo convincente", aveva d'altra parte commentato su Facebook Gleb Pavlovsky, ex spin-doctor del Cremlino e ora critico di Putin. Il suo scetticismo sembra aver avuto ragione. Il presidente russo poco dopo l'attentato ha espresso le "condoglianze" alle vittime e ha assicurato che le autorità condurranno indagini a tutto campo.
In serata si è poi recato nei pressi della fermata Tekhnologicheskiy Insitut e ha deposto una corona di fiori in memoria delle vittime, senza però rilasciare dichiarazioni. Secondo Pavel Felgenghauer, esperto militare e di sicurezza, il timore è che ci si trovi di fronte a uno 'sciame terroristico'", dalle conseguenze politiche potenzialmente "profonde". Il Paese, d'altra parte, è appena stato scosso da un'ondata di proteste, in cui molti russi, in maggioranza giovanissimi, si sono scagliati contro la corruzione. "Le autorità - ha spiegato in un colloquio con l'ANSA - potrebbero voler sfruttare l'attentato per sopprimere ogni tentativo di manifestazione". L'ipotesi non è del tutto campata per aria. In tv si sono già udite alcune voci - come lo scrittore Alexander Prokhanov - che hanno legato l'attentato alle proteste, individuando in una misteriosa "fonte estera" la regia di entrambi gli eventi. L'obiettivo sarebbe quello di "destabilizzare il Paese" nell'anno che precede le elezioni presidenziali, previste per il marzo del 2018. Dall'Italia, intanto, sono arrivati messaggi di cordoglio dal premier Paolo Gentiloni e dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che a giorni sarà in visita ufficiale a Mosca. Al momento non si ha alcuna segnalazione di italiani che non siano in contatto con le famiglie, ma per escludere con certezza il coinvolgimento di connazionali bisognerà probabilmente aspettare domani (oggi, ndr).
Il presidente russo Vladimir Putin era in città
lunedì 3 aprile 2017
GLI SCONTRI DI ASUNCION
Mentre i media sono occupati,parlando del Sudamerica,solamente a sparlare del Venezuela dando contro il Presidente Maduro accusandolo di tutto e di più come quando al potere c'era il suo predecessore Chavez,in Paraguay è esplosa una protesta popolare soffocata nel sangue che potrebbe fare entrare il piccolo Stato in un periodo dittatoriale.
Così come accadde venticinque anni fa visto che con sotterfugi e praticamente in segreto è stata approvata la legge che prevede la ricandidatura presidenziale,compiuta proprio dall'attuale Presidente Cartes in combutta con l'antecessore Lugo in un gioco di vari partiti politici che si fanno la guerra in pubblico ma pur di mantenere il potere,diviso e remunerato per bene,sotto i banchi stringono alleanze per avere il dominio.
Nelle strade della capitale Asuncion ci sono stati violenti scontri tra i manifestanti e la polizia che hanno provocato la morte di un giovane,Rodrigo Quintana,e il ferimento di altre decine di persone,con un tentativo di invasione nel Parlamento(che aveva visto nei giorni scorsi un cambio del presidente della camera proprio per portare a termine il cambio della legge che ha tanto odore di golpe).
Articolo preso da Infoaut(paraguay-è-rivolta-contro-il-golpe ).
Paraguay: è rivolta contro il golpe.
“En ningún
caso” il presidente può essere rieletto. Così recita la costituzione
paraguaiana, oggetto di un tentativo di modifica in sordina da parte del
presidente in carica Haracio Cartes, in accordo con l'ex presidente Fernando
Lugo. L'ombra della dittatura si staglia dietro questa manovra golpista
scatenando un'insurrezione popolare che nella sera di venerdì assalta il
parlamento di Asunción con la parola d'ordine “en ningún caso”. La polizia
risponde e uccide il giovane Rodrigo Quintana. I funerali nella giornata di ieri
vengono partecipati da migliaia di persone.
Di seguito la cronaca degli
eventi e un approfondimento dal blog Cronache
Latinoamericane.
Dopo l’annuncio dell’approvazione segreta di una legge che prevede la
possibilità di ricandidatura presidenziale, migliaia di persone hanno riempito
le strade del Paraguay per protestare contro questa decisione che viola
l’attuale costituzione del paese. Le immagini del saccheggio e l’incendio del
Parlamento hanno fatto il giro del mondo, ma come si è giunti a questa
situazione?
I protagonisti di
questa storia sono il Partito Colorado di Horacio Cartes, presidente
conservatore in carica e il Frente Guasù di Fernando Lugo, ex presidente.
Entrambi sono interessati a modicare la costituzione per poter restare al
potere, nel caso di Cartes, o esser rieletti, nel caso di Lugo. Il terzo
protagonista è Blas LLano e il suo Partido Liberal Radical Auténtico
(PLRA).
Durante la scorsa
settimana i tre partiti hanno deciso di creare un tavolo di lavoro parallelo a
quello della Camera de Senadores per accelerare la votazione della legge,
arrivando a cambiare il presidente della Camera per riuscire ad accorciare i
tempi.
Tutto
questo é avvenuto mentre il popolo paraguayano guardava attonito le notizie che
arrivavano preparandosi ad uno scenario già visto: il ritorno alla dittatura,
come successe 25 anni fa con Alfredo Stroeesner. Il ricordo dei tempi della
dittatura è ben impresso nella mente dei paraguayani; per questo, davanti
all’egoismo e alla sete di potere dei politici appena hanno saputo della
decisione dell’approvazione della legge, si sono riversati nelle strade di
Asunciòn.
Quelli che oggi
criticano la decisione della maggioranza nella camera dei Senatori in passato
hanno impedito che alcuni senatori potessero assumere le loro funzioni come
senatori dopo aver vinto le elezioni; per questo motivo, la questione non
riguarda solo l’aver violato la legge o la costituzione, quello che sta
avvenendo da tanto tempo in Paraguay è uno scontro di poteri in cui non ci sono
buoni né cattivi, ma gruppi che litigano tra di loro per mantenersi al
potere.
La giornata di
venerdì ha aperto una lunga discussione anche sulla violenza della polizia. Sono
stati sparati migliaia di proiettili di gomma che hanno ferito decine di persone
e ucciso un ragazzo di 25 anni, Rodrigo Quintana. La polizia, verso la
mezzanotte di venerdì, ha fatto irruzione nella sede del partito liberal in
Asunciòn sparando sulla folla che in quel momento si trovava a discutere sul da
farsi vista la situazione. La morte di Rodrigo ha sconvolto la popolazione, ieri
al suo funerale c’erano migliaia di persone. La repressione che si è vista ieri
in Asunciòn non si vedeva dai tempi della dittatura e le responsabilità sono del
governo.
A partire da ieri
sera, fuori dal Congresso, centinaia di giovani si sono riuniti e hanno deciso
di passare la notte in piazza per mantenere in piedi la resistenza contro questa
legge. “Todos somos Rodrigo” ha gridato la piazza, piangendo di rabbia per la
perdita di un ragazzo come loro che voleva difendere la democrazia del suo
paese.
Di sicuro chi si
oppone a questa legge avrà la possibilità di fare ricorso alla magistratura, chi
è a favore sa bene che la legge prima di essere approvata definitivamente dovrà
essere sottoposta a un referendum. Quello che farà la differenza però è la
riappropriazione di spazi di democrazia e organizzazione da parte del popolo
paraguayano, che in questi ultimi decenni ha lasciato che la corruzione e i
capricci dei politici si consolidassero nel paese e che la politica diventasse
un affare dei soliti partiti politici stipendiati dai poteri forti.
Ciò che è certo è
che nei piani alti il timore è tanto perché non si aspettavano una reazione del
genere, erano abituati alla rassegnazione della gente. In questo periodo di
incertezza e di schizofrenia politica, gli sviluppi della crisi politica in
Paraguay potrebbero dare degli spunti e delle coordinate al resto del continente
in resistenza.
sabato 1 aprile 2017
LA BREXIT UFFICIALE MA ANCHE SCOZIA E IRLANDA DEL NORD
Brexit:il ritorno di David Cameron.Mentre Corbyn difende i referendum in Irlanda del Nord e Scozia.
di Alexander Damiano RicciDavid Cameron passerà alla storia come il Primo ministro che ha permesso al Regno Unito di uscire dall’Unione europea. Eppure, durante la campagna ha puntato tutto sulla permanenza del suo Paese nell’Ue. A distanza di 9 mesi dalle dimissioni e dall’insediamento di Theresa May a Downing Street, il politico conservatore è tornato a parlare della Brexit.
di Alexander Damiano RicciDavid Cameron passerà alla storia come il Primo ministro che ha permesso al Regno Unito di uscire dall’Unione europea. Eppure, durante la campagna ha puntato tutto sulla permanenza del suo Paese nell’Ue. A distanza di 9 mesi dalle dimissioni e dall’insediamento di Theresa May a Downing Street, il politico conservatore è tornato a parlare della Brexit.
Durante una visita in Ucraina, Cameron ha affermato: «Ho organizzato il referendum perché la questione stava avvelenando la politica britannica da troppo tempo. E ha aggiunto: «Il referendum era già stato promesso precedentemente», salvo ripensamenti della classe politica del Paese. È stato «giusto mantenere la parola data ai cittadini del Regno Unito».
Inoltre, sebbene abbia sostenuto la permanenza dello Uk nell’Unione durante la campagna referendaria, l’ex Primo ministro ha difeso Theresa May, la quale ormai sta assumendo posizioni sempre più severe rispetto alle negazioni: «Credo sia giusto che sia andata incontro alle aspettative del popolo». Poi, con uno sguardo al futuro ha affermato che «il Regno Unito non sta abbandonando né l’Europa, né i valori europei». E ha sottolineato che lo Uk ha tutto l’interesse a rimanere parte attiva nel quadro di una collaborazione inter-nazionale nel quadro delle politiche di sicurezza e cooperazione.
Alla ricerca di argomenti per spiegare la scelta del popolo britannico, Cameron ha ammesso che «i cittadini del Regno Unito hanno sempre avuto un’attitudine scettica nei confronti dell’Unione». Londra è sempre rimasta nell’Ue per ragioni di «utilità», piuttosto che per fattori «emotivi».
Nel frattempo, com’è noto, la Brexit ha scatenato una nuova ondata di sentimenti indipendentisti all’intero del Regno Unito. D
Il Parlamento scozzese ha votato in favore dell’organizzazione di un nuovo referendum per scorporare le azioni del governo di Edimburgo dalla volontà di Londra.
L’approvazione dei parlamentari è arrivata poco dopo l’incontro tra Nicola Sturgeon – Primo ministro della Scozia – e Theresa May, a Glasgow, e un giorno prima della notifica ufficiale da parte di Downing Street di lasciare l’Ue. In occasione del referendum sulla Brexit, il 62 percento dei cittadini scozzesi hanno votato per rimanere nell’Unione.
Proprio oggi è attesa la consegna delle richiesta ufficiale da parte del governo scozzese di indire un nuovo referendum per lasciare il Regno Unito. Di fronte alla possibilità che Theresa May non conceda un secondo referendum, Sturgeon ha replicato: «Un blocco da parte di Londra sarebbe «democraticamente indifendibile e [politicamente] insostenibile».
Ma la Scozia non rappresenta l’unico grattacapo per May. Anche in Irlanda si è tornato a parlare di unificazione e, conseguentemente, di indipendenza dal Regno Unito. Il leader del Partito laburista, Jeremy Corbyn, ha recentemente affermato che «se il Parlamento dell’Irlanda del Nord vuole organizzare un referendum sulla riunificazione del Paese, dovrebbero esser emesso nelle condizioni di farlo».
Qualche settimana fa, il Sinn Fein, una formazione politica che spinge per una riunificazione dell’isola britannica, si è affermato come secondo partito nell’amministrazione devoluta. Inoltre Corbyn ha chiuso le porte a un Labour che si batte per la permanenza del Regno Unito nell’Ue: «Non possiamo pretendere di essere parte del Mercato Unico, senza condividere gli obblighi derivanti dall’appartenenza all’Ue».
venerdì 31 marzo 2017
I GIORNALISTI IN MALAFEDE QUANDO PAGHERANNO?
Certamente una parte,piccola o grande non interessa nemmeno molto,di chi come professione ha scelto la carriera giornalistica l'ha fatto per passione e non sicuramente per avere un buon stipendio garantito come ad esempio uno che ha scelto la divisa,ma alcuni di loro piuttosto di raccontare i fatti che avvengono così come sono e scegliendo le fonti attendibili e sicure,commettono errori grossolani e per questo devono essere in qualche modo puniti.
Discorso già fatto in altri tempi ed in altre situazioni(ad esempio vedi:madn sono-sempre-loroci-attaccanofeltri-co )cui scivolano nel paradossale e nello sbaglio voluto i soliti noti appartenenti a testate editoriali i radiotelevisive che spaziano da Il giornale a Libero passando per Rete 4 o qualche emittente regionale lombarda senza citarne una in particolare.
Qui di cronaca nera se ne parla poco e solo in occasione di tentativi di sviare sia le indagini che l'opinione pubblica e nel caso del ragazzo massacrato a botte ad Alatri si è gridato subito al lupo(albanese)quando i protagonisti di questo vile attacco di branco sono italiani e pure coperti dalle loro famiglie.
Ed anche si fosse trattato di stranieri oppure di alieni la gravità e l'orrore dell'atto compiuto sarebbe lo stesso degno d'infamia.
Con tanto di mazza usata con riferimenti fascisti,guarda caso,come solo loro sanno agire,in gruppo e solitamente spalleggiati da polizia o da altri ratti di fogna in un cameratismo di non invidiabile appartenenza.
L'articolo preso da Infoaut(antifascismoanuove-destre )parla poco del fatto di cronaca ma abbastanza del lavoro alla cazzo di professionisti che devono raccontare i fatti accaduti senza cadere nel razzismo,nella superficialità e nella scorrettezza.
Alatri. Banda di albanesi? C'era boia chi molla sul manganello degli assassini.
La nuda cronaca è nota a tutti: un giovane di appena 20 anni di Alatri, pestato
a sangue e ucciso. Dal “branco” ci dicono i giornali.
Fin dal principio della cronaca il giornalismo
nostrano si è contraddistinto per malafede e pressapochismo, descrivendo il
gruppo di assassini come stranieri, spalleggiando o comunque servendo una palla
clamorosa a chi sul razzismo ci campa. Salvo poi arrivare alla smentita
ammettendo la presenza di un solo albanese in un gruppo di 8 presunti
aggressori, tutti di nazionalità italiana.
Ora però si legge tra le righe un nuovo
particolare: ecco
spuntare tra una delle spranghe con cui è stato ucciso Emanuele, una mazza
da baseball con la scritta “boia chi molla”, di chiara matrice fascista. Non
vogliamo raccontare della solita litania, su quanto siano pericolosi i fascisti
e di quello che fanno, nemmeno di quali verosimili appartenenze potrebbero
nascondere gli autori dell’omicidio rispetto gruppi politici dell’estrema
destra.
C'è solo da sottolineare, come al solito, che
quando si parla di "razza" il giornalismo italiano si affanna e si affolla per
segnalare la nazionalità degli aggressori, come se questa potesse spiegare
l'aggressione (ma non chiamateli razzisti!). Quando invece si tratta di notare
che la sopraffazione e la violenza contro i più deboli si sviluppano e maturano
in un preciso brodo ideologico, si riduce questo elemento a una curiosità
aneddotica.
giovedì 30 marzo 2017
30 MARZO 1976 IL GIORNO DELLA TERRA
Lo Yom al-Ard è giorno di commemorazione in Palestina ed in tutti i luoghi del mondo dove i palestinesi e chi è solidale e amico con loro si trovino,è il giorno in cui quarantun'anni fa ci fu un eccidio dovuto alla ritorsione dell'esercito palestinese che ha soffocato nel sangue una rivolta popolare cominciata per un'espropriazione di terreni agricoli palestinesi per farne zone militari.
Una sommossa che si estese fino ai campi profughi libanesi e che fece sei vittime:l'articolo preso da Contropiano(30-marzo )allarga il fatto fino ai giorni nostri mettendo cifre ancora esorbitanti rispetto agli ultimi anni per vittime,arresti,prigionieri politici e confische di terra che fanno dell'apartheid israeliano un male per tutta la civiltà.
30 Marzo Giornata della terra Palestinese.
di USB ufficio Internazionale
L’USB, insieme alle altre organizzazioni sindacali di classe della FSM- WFTU (Federazione Sindacale Mondiale), ha aderito alla giornata della terra Palestinese, in continuità con la solidarietà internazionalista verso il popolo palestinese le sue associazioni sindacali e l’Organizzazione per liberazione della Palestina.
Il 30 marzo del 76 ricorre il 41° anniversario dell’eccidio perpetrato dall’esercito israeliano. Quel giorno le organizzazioni palestinesi e le istituzioni locali avevano chiamato una grande mobilitazione per protestare contro la decisione israeliana di espropriare 20 dunum (20 ettari) di terra dei villaggi palestinesi di Sakhnin, Arraba, Deir Hanna, Tur'an, Tamra, e Kabul per destinarla ad uso pubblico. Successivamente quella terra rubata fu utilizzata per costruire delle colonie sioniste e dei presidi militari. Il 30 marzo di quarantuno anni fa, migliaia di palestinesi sfidarono il coprifuoco dell’esercito occupante con uno sciopero generale, numerosi cortei e una mobilitazione che superò la Palestina storica e arrivò fino ai campi palestinesi in Libano. La risposta che ebbe quella straordinaria protesta popolare è la stessa che continuano a ricevere i palestinesi da parte dello stato israeliano: pallottole, arresti e furto di terra. Quel giorno morirono sei civili palestinesi tra queste tre donne.
Il 2016, per i palestinesi si è confermato un anno di occupazione durissima, le cifre parlano di 111 palestinesi uccisi, di questi trentuno sono minorenni di cui dieci ragazze, a questo si aggiunge il numero considerevole di 7000 prigionieri politici (450 sono minori e 150 minori di sedici anni). Figli di una resistenza popolare che si oppone, alla confisca delle terre, ben 6700 ettari nel solo 2015 con oltre 15000 ulivi e alberi sradicati.
Mentre al 61% delle famiglie palestinesi viene negato il diritto a una casa, il governo Israeliano solo nel 2015 ha demolito 700 case palestinesi e consentito la costruzione di 1.600 moduli abitativi nelle colonie e ne ha annunciati altri 4500 per i prossimi anni.
La società palestinese continua a essere strangolata dall’apartheid israeliano, che colpisce l’indipendenza economica, commerciale, idrica, energetica palestinese. Le scelte di Tel Aviv rendono complessa e difficoltosa la costruzione e la gestione delle infrastrutture quelle comprese sanitarie. Un vero e proprio strangolamento, che in ambito economico produce un altissimo tasso di disoccupazione, tanto che i lavoratori palestinesi sono costretti a tragitti estenuanti tra divieti di transito e posti di blocco, per arrivare in Israele e lì vendere le proprie braccia per salari da fame .
L’USB parteciperà alle iniziative promosse in occasione della giornata della terra palestinese, in tutta Italia dal variegato movimento di solidarietà con il popolo Palestinese e in quest’occasione, invita e sollecita i propri iscritti a rafforzare la solidarietà e il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni come strumento di pressione internazionale nei confronti dello stato Israeliano.
La campagna internazionale BDS (Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni) viene sottoposta a un’indegna campagna di diffamazione, che respingiamo con forza.
Al contrario accusiamo la classe dirigente italiana e l’UE di sostenere con accordi commerciali, politici e militari Israele, che anche per il diritto internazionale continua a essere una forza occupante.
Vita terra e libertà per il popolo palestinese
Roma 29 Marzo
mercoledì 29 marzo 2017
GRILLO E LA CANDIDATA GENOVESE(E MILANESE)
Mentre tenevo in caldo un articolo riguardante la polemica sulla candidata sindaco genovese Marika Cassimatis cui è stato revocato l'utilizzo del simbolo dei pentastellati(marchio di Grillo & Casalleggio e associati),ecco spuntarne uno dove la stessa ha fatto ricorso in tribunale portandoci il guru della setta e querelando pure Di Battista.
Ripercorriamo la storia recente con questo articolo preso da Left(a-genova-il-blog-di-grillo-revoca-il-simbolo )dove durante le primarie è uscita vincitrice la Cassimatis cui è stata sconfessata subito la lista(ancora segreta)da Grillo in quanto secondo lui presentava infiltrati e persone che avrebbero fatto del male al movimento.
Così come accadde a Milano(madn il-mistero-buffo-delle-candidate-sindaco )a Patrizia Bedori,uscita anche lei vincente dalle primarie on line e costretta alle dimissioni subito ufficialmente per la troppa pressione mediatica ma tutti sanno che Grillo,Casaleggio figlio e Dario Fo la incalzarono per abbandonare in quanto"di aspetto non gradevole"e non preparata per la campagna elettorale.
Alla faccia della trasparenza e dell'onestà di questo manipolo di padri padroni fascisti che ribaltano il volere della base del loro elettorato che ancora in troppi non si sono accorti della trappola 5 stelle e nel caso se ne siano accorti allora che sguazzino a piacimento in questo calderone fatto ancora di raccomandati,squali e reazionari di destra,populisti,razzisti e falsi.
L'altro articolo come detto(left il-guru-viene-scavalcato )c'è il"riscatto"della Cassimatis che bastona verbalmente il vertice del movimento e li porta in tribunale per non mettere in discussione le votazioni via web che tanto sono vanto ed orgoglio del popolo grillino.
Che il boss(madn non-avrai-altro-dio-allinfuori-di-me )famoso più per i sui diktat e le purghe di candidati o politicanti non conformi al suo ego abbia dei problemi non ci piove,che abbia problemi con almeno alcune donne non c'è dubbio e spero vivamente che prosegua nella sua carriera di comico che intanto a me non faceva ridere nemmeno prima
A Genova il blog di Grillo revoca il simbolo alla sua candidata.
di Ilaria Giupponi.
Ed ecco un altro colpo di mano del blog di Grillo che non è di Grillo ma è di Grillo. Il leader dei pentastellati ha arbitrariamente deciso di revocare l’utilizzo del simbolo alla lista M5s di Genova, perché la candidata sindaco Marika Cassimatis, nonostante avesse battuto il suo avversario Luca Pirondini, non è gradita.
La Cassimatis infatti, è una grillina ortodossa, di quelle legate al territorio e soprattutto a molti dei compagni di percorso che però oggi sono quasi tutti fuoriusciti: 4 consiglieri comunali su 5, tra cui il capogruppo Paolo Putti, un consigliere regionale, Francesco Battistini, e consiglieri di altri comuni, che contestano la svolta verticistica del Movimento. Ad accuse e fuoriuscite, sebbene provenienti da persone con ampio seguito sul territorio, nemmeno stavolta è seguita una riflessione dei vertici del Movimento.
Eppure Marika Cassimatis era stata votata proprio seguendo il “metodo Genova”, appositamente elaborato dallo staff assieme alla referente regionale e fedelissima di Grillo, Alice Salvatore, che blindava e secretava le liste dei candidati consiglieri.
Secondo il nuovo elaborato elettorale, infatti, il candidato sindaco può essere votato solo dai candidati consiglieri. In caso di vittoria del loro eletto, questi ne vanno a costituire automaticamente la lista. Peccato che nessuno, tranne lo staff, al solito, conosca i nomi dei candidati consiglieri. Eccetto, a quanto pare, lo sfidante Pirondini, che a votazioni aperte aveva poco sportivamente accusato la contendente alal candidatura di essere “amica dei voltagabbana”. Post che poi Pirondini ha cancellato, per sostituirlo con un caloroso in bocca al lupo, che alla luce dell’epilogo suona un po’ come la pugnalata di Bruto.
Il metodo, fortemente contestato da gran parte della base, e apertamente denunciato da tutti gli eletti usciti dal Movimento ligure, oltre a non essere trasparente e a proporre delle vere e proprie liste bloccate, sarebbe stato elaborato appositamente per costituire una lista di cui potersi fidare – come hanno dichiarato Alice Salvatore e Grillo, nelle motivazioni della revoca: «Non possiamo permetterci di candidare persone su cui non siamo sicuri al 100%». A conferma di questo, il “metodo Genova” conteneva una clausola: «Il Garante del MoVimento 5 Stelle si riserva il diritto di escludere dalla candidatura, in ogni momento e fino alla presentazione della lista presso gli uffici del Comune di Genova, soggetti che non siano ritenuti in grado di rappresentare i valori del MoVimento 5 Stelle».
Ma perché solo ora, dopo che ad aver perso è l’uomo della consigliera regionale? Perché «dopo l’esito delle votazioni di martedì – spiega l’ignoto ghost writer per conto del garante – mi è stato segnalato, con tanto di documentazione, che molti, non tutti, dei 28 componenti di questa lista, incluso la candidata sindaco, hanno tenuto comportamenti contrari ai principi del MoVimento 5 Stelle prima, durante e dopo le selezioni online del 14 marzo 2017».
Come sempre, non è dato sapere chi sia questo qualcuno, né portare contro-deduzioni, essendo la decisione “irrevocabile”. Nè tantomeno è stata contattata la candidata sindaco per chiederle la sua versione dei fatti.
Però un indizio lo dà lo stesso post di scomunica: «Rimetto a tutti gli iscritti certificati del MoVimento 5 Stelle la decisione se non presentare nessuna lista per le elezioni comunali di Genova o se presentare la lista, arrivata seconda per un distacco di pochi voti, con Luca Pirondini candidato sindaco». Una parvenza di democrazia che svanisce appena si legge che il tempo per la votazione – e dunque per trovare e votare un altro sindaco – sarà aperta oggi 17 marzo dalle 10:00 alle 19:00.
«Le avvisaglie del fatto che si stesse andando verso un movimento autoritario e non più democratico, con decisioni calate dall’alto sulla base, c’erano tutte», dice a Left Francesco Battistini, consigliere regionale Cinquestelle attualmente autosospeso. «Con oggi, questa realtà diventa palese. Purtroppo anche una votazione on-line con un metodo – anche questo – imposto dai vertici, che non ha dato immediatamente i frutti sperati, visto che tutto era pilotato per far vincere il delfino della Salvatore, Pirondini, è stata completamente sconfessata sempre su decisione del capo politico. Per la serie, se non vinco la partita mi porto via il pallone».
Battistini, attualmente nel Gruppo misto regionale, ci dice: «Non siamo li a lavorare per un logo o per un partito, ma per dei principi. Che oggi quel simbolo non porta più con sé. E a giornata di oggi lo testimonia, perché nessuna organizzazione democratica si sarebbe comportata così».
Ma a quanto pare, poco importa.
Mentre parliamo, sul telefono di Battistini continuano ad arrivare messaggi di persone che dichiarano che d’ora in poi, non voteranno più Movimento 5 stelle. Beppe, sicuro di averci guadagnato?
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A Genova, Cassimatis disconosce Grillo e lo porta in Tribunale. Così il guru viene scavalcato per la prima volta.
di Ilaria Giupponi.
Non molla, Marika Cassimatis. Ma c’è da chiedersi quanto durerà ancora. La ex candidata sindaco M5s di Genova, votata dagli attivisti ma “squalificata” da Grillo, è misteriosamente ancora interna al Movimento 5 stelle. Nonostante non sia stata ritenuta degna di rappresentare i Cinquestelle alle prossime amministrative e nonostante lei e gli altri 28 consiglieri esclusi abbiano presentato stamattina ricorso in Tribunale. «Io e la mia lista, risultata vincitrice alle “primarie” 5s, vogliamo essere reintegrati. E chiediamo la sospensiva del voto nazionale», oltre a pubbliche scuse per tutti. Scavalca Grillo e va dritta al punto, la docente ligure, appellandosi alla legge nazionale che dovrebbe valere per tutti – inclusa l’Associazione M5s, che pure si è dotata di un proprio impianto para-giudiziario, ma che, puntualmente, si scontra con i dettami costituzionali che regolamentano la vita democratica (come abbiamo ricostruito sulle nostre pagine).
E così, ai giudici amministrativi Cassimatis chiederà di correre col simbolo pentastellato, nonostante la proprietà – Grillo e la Casaleggio Associati – abbia espresso pubblico diniego. Denuncia che va ad aggiungersi a quella per diffamazione rivolta proprio al guru dei Cinquestelle Beppe Grillo per l’accusa, non meglio specificata, di aver «ripetutamente e continuativamente danneggiato l’immagine del Movimento 5 stelle». «Molti dei 28 componenti di questa lista, incluso la candidata sindaco», scriveva Grillo il 17 marzo sul blog, «hanno tenuto comportamenti contrari ai principi del MoVimento 5 Stelle». Il post, definito da Cassimatis «estremamente oltraggioso» ha poi comportato la revoca del simbolo. Onta massima, nel Movimento 5 stelle – e che solitamente precede l’espulsione irrevocabile. Invece Cassimatis è ancora in sella e stamattina in conferenza stampa ha rilanciato: per la prima volta, un attivista Cinquestelle anticipa il Garante e lo trascina davanti al giudice. Una querela arriva anche ad Alessandro Di Battista, «per aver rilasciato dichiarazioni ingiuriose» nei confronti di Cassimatis e dei suoi compagni, definendoli “squali”. «A noi, che volevamo offrire il nostro tempo e la nostra passione per un ideale politico, per un’idea di giustizia. Sono insegnati, operai, lavoratori, studenti, tutti impegnati da anni al M5s. Alcuni di loro sono iscritti dal 2009, anno di nascita del Movimento». Gli hanno dato degli “infiltrati”: «Ma di cosa stiamo parlando?», rimanda al mittente una determinatissima Cassimatis.
«I consiglieri (autocandidatisi, che votando il loro candidato sindaco ne vanno eventualmente a comporre la lista, ndr) non erano noti a nessuno, quindi anche ci fosse stato un camorrista tra i miei votanti, la responsabilità sarebbe stata di chi li ha selezionati, ovvero lo staff». Senza contare che stando al Metodo Genova, sviluppato dalla capogruppo regionale appositamente per queste elezioni, «il sindaco avrebbe potuto, una volta giunta a conoscenza dell’identità dei suoi consiglieri, ricusarne uno o più e sostituirli con altri candidati. Senza bisogno dunque di invalidare tutta la lista».
Hanno chiesto ripetutamente – pubblicamente e formalmente – documenti e chiarimenti, gli estromessi, ma dallo staff e da Grillo – che pure abita a due passi da lì – nessuna risposta, mail o telefonata.
L’unica motivazione addotta da Grillo per far mandare giù agli attivisti il suo atto di imperio è stato quel “Fidatevi di me”. Che per Cassimatis «non esiste, come prova, in nessuno Stato di diritto. Ma nemmeno nella Repubblica delle Banane». Dice di più, Cassimatis: «È rischioso, molto rischioso, andare dietro a questo tipo di impostazioni. Perché la democrazia è fatta di trasparenza. E la trasparenza qui non c’è».
Non solo. Come spiega l’avvocato Lorenzo Borrè (il legale che segue tutte le cause degli espulsi M5s e ora anche dei ricorrenti genovesi) sul numero di Left in edicola questa settimana, ogni persona ha diritto, come da articolo 111 della Costituzione, alla propria difesa. «Io devo essere messo in condizioni non solo di difendermi dalle accuse, ma anche di poter esercitare tale diritto in un contraddittorio, e con i documenti della accuse alla mano». E questo, per altro, «prima che avvenga il sanzionamento, non dopo».
E, sempre in base alla Carta, sarebbe tutelato anche il diritto di espressione, ricorda la grillina: «Per intenderci, mettere un like a un post di Pizzarotti, è sintomo di libertà di espressione, e non è un’aggressione al Movimento 5 stelle». Perché questi sono i “crimini” di cui stiamo parlando.
«Che cosa sta accadendo nel Movimenti 5 stelle?», si chiede dunque Cassimatis. «Ce lo stiamo chiedendo, come molti altri attivisti di tutta Italia ormai». Ma chissà che non sia la giustizia a raddrizzare la piega poco democratica del Movimento 5 stelle.
martedì 28 marzo 2017
TAP-PERUGLI NEL SALENTO
Sicuramente questa non sarà la prima e nemmeno l'ultima volta che si parlerà di Tap nonostante il progetto del gasdotto transadriatico(in inglese Trans-Adriatic Pipeline)sia iniziato da anni e che il cantiere salentino nel comune di Melendugno sia aperto dallo scorso maggio.
E proprio oggi nel comune leccese ci sono stati scontri con le forze del disordine intervenute a guardia del taglio di centinaia di ulivi per poter permettere questo ennesimo scempio ambientale da parte delle multinazionali energetiche spalleggiate dallo Stato,picchiando senza tregua i manifestanti che però non si sono fatti intimidire dalla loro violenza.
E non ho sentito la Mogherini parlare di libertà di espressione dei manifestanti(vedi:madn le-differenti-liberta-di-espressione ):fatto sta che questo nuovo acronimo preceduto da un"NO"si farà sentire ancora sicuramente e le proteste ed i solidali saranno sempre maggiori.
Articolo preso da Infoaut:blocchi-e-cariche-contro-i-notap .
Blocchi e cariche contro i NoTap.
Da stamattina all’alba circa 300 manifestanti presidiano il cantiere per bloccare l’espianto dei 211 ulivi, cominciato il 17 marzo e interrotto il 21 in attesa di una risposta dal Ministero dell’Ambiente, interpellato dalla Prefettura di Lecce dopo le pressioni raggiunte con le proteste.
La risposta è arrivata ed è conforme a quella del Consiglio di Stato: via libera all’iter per la realizzazione del Gasdotto.
Nel frattempo continua ad andare avanti la protesta passando per momenti di alta tensione con le forze dell’ordine che hanno preso di peso i manifestanti per permettere l’accesso ai lavoratori del cantiere.
Raggiunto l’apice verso le 13 con due violente cariche ai danni dei manifestanti che stavano bloccando pacificamente i cancelli per impedire l’uscita dei mezzi con a bordo i primi ulivi secolari eradicati. Sgomberata parte del blocco popolare all’ingresso del cantiere per consentire l’allontanamento delle autovetture scortate dalle forze di polizia con caschi, scudi e manganelli alla mano. Dopo le due cariche un manifestante, Ippazio Luceri di anni 65, è stato soccorso da un’ambulanza in seguito a un malore dovuto alle manganellate.
Il Consiglio di Stato ha respinto ieri il ricorso della regione Puglia e del comune di Melendugno giudicando legittima la costruzione del gasdotto che porterà in Italia il gas dall’Azerbaijan.
Sulla questione si è espressa anche la viceministra allo Sviluppo Teresa Bellanova con queste parole: “La Regione ha avuto tutte le possibilità di partecipare e di esprimere le proprie opinioni, se nella conferenza di servizi decisoria non si è espressa un'opinione chiara in contrapposizione al sito che era stato individuato, non si può pensare di rimettere in discussione un progetto”. Un modo per dire che gli interessi delle multinazionali non vanno danneggiati e, protetti dalle forze dell’ordine in tenuta antisommossa, non mostrano scrupoli nel cacciare chi il territorio lo vive ogni giorno. Questo progetto non risponde che a logiche di profitto, lontane dagli interessi della popolazione e di chi ha a cuore il proprio territorio e lotta per esso.
Nonostante le risposte ricevute dagli organi “competenti” i manifestanti, inermi, non fanno un solo passo indietro e continuano ad aumentare nel corso della giornata riaffermando la propria presa di posizione contro lo sfruttamento dei territori, di cui il TAP è un chiaro esempio.
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