sabato 21 novembre 2015

IL FRONT NATIONAL EMARGINA(PER ORA)BELPIETRO E SALVINI

Doppio contributo che parla sempre del post Parigi a distanza ormai di una settimana dagli attacchi Isis ma che l'asfissia mediatica conseguente fa sembrare almeno a me che siano passati mesi,con un articolo de"Il fatto quotidiano"(http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/11/20/parigi-front-national-chi-confonde-i-terroristi-con-i-musulmani-e-stronzo-bastardi-islamici-non-si-parla-cosi/2235919/ )e uno scritto,una lettera aperta di Tiziano Terzani alla sua concittadina Oriana Fallaci quando erano entrambi ancora vivi(http://www.kelebekler.com/occ/terzani.htm ).
Tagliando corto sull'ultima citata che da simpatizzante di sinistra divenne una crociata di estrema destra col dente avvelenato,guerrafondaia e sostenitrice delle guerre dei Bush che ci hanno portato a questa situazione,il primo articolo è un'intervista al candidato capolista della regione parigina del Front National Wallerand de Saint-Juste.
Che assieme alla leader Marine Le Pen che ha defenestrato il padre alla guida del partito razzista Fn hanno messo dei freni(e non solo)dando degli stronzi a chi confonde la religione musulmana con i terroristi,proprio loro.
Ragionamento da campagna elettorale e di salvaguardia della propria incolumità verrebbe da pensare,e giudicano appunto da stronzi prime pagine di quotidiani come Libero dell'incapace Belpietro(Bastardi islamici)e dichiarazioni come quelle di Salvini,leader di un partito con cui poi farà sicuramente pace in vista di prossime elezioni europee.
Naturalmente ho citato proprio il Fn non perché voglia passare per uno che quando un partito,che secondo me andrebbe radiato,dice cose che mi stanno bene sto da quella parte(lo cito solo per l'evidente contrasto con uno simile italiano)e quando dice cose che non mi vanno lo sputtano.

Parigi, Front National: “Chi confonde i terroristi con i musulmani è stronzo. ‘Bastardi islamici’? Non si parla così".
 
Wallerand de Saint-Juste è il capolista per il Fn alle prossime elezioni nella regione parigina ed è lui che Marine Le Pen manda avanti a commentare gli attentati del 13 novembre. Vuole il pugno duro ("Basta con il lassismo dello Stato"), chiede che le religioni siano controllate dal potere politico e che gli islamici rispettino la laicità. Ma si dissocia da chi (in Italia) condanna tutta la comunità.
 
C’è chi accusa il Front National di aver alimentato il clima di odio che favorisce il radicalismo islamico.
E’ scandaloso, non è mai successo. Se il nostro partito non esistesse, la situazione sarebbe molto più critica. E’ chiaro che una delle cause principali di questo dramma sono le politiche che porta avanti la Francia da 40 anni. La gestione dei quartieri è fallimentare e il radicalismo islamico è come un pesce nell’acqua.
Secondo voi lo Stato sapeva ma non è intervenuto?Gli attentati di venerdì 13 novembre sono il risultato del lassismo del governo e di politiche complici. Da anni sappiamo che ci sarebbe stato un attacco simile. Questa è l’incompetenza francese: dalla strage di Charlie Hebdo di gennaio l’esecutivo era stato avvertito. E che cosa è stato fatto? Sono stati creati un numero di telefono e un sito internet. Niente di più.
Voi invece cosa proponete?Intanto il commissariamento della banlieue di Saint-Denis. Poi a livello nazionale abbiamo quattro proposte: smettere di armare l’Isis in Siria, espellere tutti gli islamisti radicali che hanno una “fiche S” (potenzialmente pericolosi per la sicurezza dello Stato ndr), chiudere le frontiere e riarmare le forze di sicurezza. La giustizia vuole fare il suo lavoro, ma non ha mezzi.
Rappresentanti della comunità musulmana dicono che chiedere di togliere il velo o chiudere le moschee aumenta la tensione.Quelle persone non sono rappresentative: sono dei radicali. Noi sappiamo che la maggior parte dei membri della comunità non è così. Il burqa è uno dei simboli dello Stato islamico. E i musulmani in Francia sono d’accordo che l’islamismo radicale deve essere combattuto nelle sue espressioni terroriste, comunitariste e di oppressione. Ovvero quelle che si trovano nella maggior parte delle banlieue.
Il fondatore del partito musulmano in Francia dice che laicità significa poter essere liberi di praticare il proprio culto.Anche lui è un radicale. In tutti Paesi il potere politico ha controllo sulle pratiche religiose. Se un prete si mette a fare quello che vuole, viene sanzionato e la chiesa chiusa. Vogliono convincermi che non possiamo farlo con l’Islam? Chi dice così ha una responsabilità diretta nelle morti di venerdì 13 novembre.
I musulmani francesi si lamentano di un clima di diffidenza e discriminazione, voi cosa rispondete?
I musulmani francesi non dicono questo. Sono domande provocatorie.
Conoscete la Lega Nord?
Poco. Siamo due partiti diversi e ognuno fa la sua campagna nel suo Paese. Noi diciamo ai musulmani: voi siete francesi come gli altri e dovete rispettare le regole della laicità, e se farete così tutto andrà meglio. Ma non dobbiamo fare alcuna confusione tra l’Islam radicale dei terroristi e la maggioranza dei musulmani. Quelli che dicono il contrario sono degli stronzi.
Il leader della Lega Nord ha detto che i pacifisti sono complici dei terroristi. Un deputato ha aggiunto: “Chi mi parla dell’Islam moderato lo prendo a calci in culo” e il giornale “Libero” il giorno dopo gli attacchi ha titolato: “Bastardi islamici”.Dichiarazioni simili in Francia? Non sarebbero possibili. Noi politici abbiamo una responsabilità e non possiamo esprimerci così. Nemmeno di fronte agli assassini. Mai. Non vale la pena. E’ chiaro che i giovani in Francia sono pieni di rabbia e gli animi sono molto tesi. Ma la funzione dei partiti è quella di canalizzare questo tipo di sentimento. Noi permettiamo alle persone di esprimersi democraticamente.
Lei è candidato alle prossime Regionali, se viene eletto cosa intende fare per prima cosa?Bisogna riprendere in mano la gestione dei quartieri: bisogna ripartire da zero. Servono almeno 20 anni.
Nella pratica?
Ora devo proprio andare.

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Il sultano e San Francesco.

di Tiziano Terzani

Oriana, dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui anche tu sei nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano le Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo, alla professione nella quale tu eri gia' grande e tu proponesti di scambiarci delle "Lettere da due mondi diversi": io dalla Cina dell'immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall'America. Per colpa mia non lo facemmo. Ma e' in nome di quella tua generosa offerta di allora, e non certo per coinvolgerti ora in una corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che mi permetto di scriverti. Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l'impressione di stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo. Ti scrivo anche - e pubblicamente per questo - per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal crollo delle due Torri. La' morivano migliaia di persone e con loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana - la ragione; il meglio del cuore - la compassione. Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. "Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia", scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all'indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. Lui uso' di quel consapevole silenzio per scrivere Gli ultimi giorni dell'umanita', un'opera che sembra essere ancora di un'inquietante attualita'. Pensare quel che pensi e scriverlo e' un tuo diritto. Il problema e' pero' che, grazie alla tua notorieta', la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta. Il nostro di ora e' un momento di straordinaria importanza. L'orrore indicibile e' appena cominciato, ma e' ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. E un momento anche di enorme responsabilita' perche' certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti piu' bassi, ad aizzare la bestia dell'odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecita' delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l'uccidere. "Conquistare le passioni mi pare di gran lunga piu' difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me", scriveva nel 1925 quella bell'anima di Gandhi. Ed aggiungeva: "Finche' l'uomo non si mettera' di sua volonta' all'ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sara' per lui alcuna salvezza". E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non e' nella tua rabbia accalorata, ne' nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela piu' accettabile, "Liberta' duratura". O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo e' mondo non c'e' stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sara' nemmeno questa. Quel che ci sta succedendo e' nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. E una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d'aver davanti prima dell'11 settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilita' di nulla, tanto meno all'inevitabilita' della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta. Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre piu' tali. Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancor piu' determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor piu' terribile violenza - ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove -, alla nostra ne seguira' necessariamente una loro ancora piu' orribile e poi un'altra nostra e cosi' via. Perche' non fermarsi prima? Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile ed interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari "intelligente", di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui. Cambiamo illusione e, tanto per cominciare, chiediamo a chi fra di noi dispone di armi nucleari, armi chimiche e armi batteriologiche - Stati Uniti in testa - d'impegnarsi solennemente con tutta l'umanita' a non usarle mai per primo, invece di ricordarcene minacciosamente la disponibilita'. Sarebbe un primo passo in una nuova direzione. Non solo questo darebbe a chi lo fa un vantaggio morale - di per se' un'arma importante per il futuro -, ma potrebbe anche disinnescare l'orrore indicibile ora attivato dalla reazione a catena della vendetta. In questi giorni ho ripreso in mano un bellissimo libro (peccato che non sia ancora in italiano) di un vecchio amico, uscito due anni fa in Germania. Il libro si intitola Die Kunst, nicht regiert zu werden: ethische Politik von Sokrates bis Mozart (L'arte di non essere governati: l'etica politica da Socrate a Mozart). L'autore e' Ekkehart Krippendorff, che ha insegnato per anni a Bologna prima di tornare all'Universita' di Berlino. La affascinante tesi di Krippendorff e' che la politica, nella sua espressione piu' nobile, nasce dal superamento della vendetta e che la cultura occidentale ha le sue radici piu' profonde in alcuni miti, come quello di Caino e quello delle Erinni, intesi da sempre a ricordare all'uomo la necessita' di rompere il circolo vizioso della vendetta per dare origine alla civilta'. Caino uccide il fratello, ma Dio impedisce agli uomini di vendicare Abele e, dopo aver marchiato Caino - un marchio che e' anche una protezione -, lo condanna all'esilio dove quello fonda la prima citta'. La vendetta non e' degli uomini, spetta a Dio. Secondo Krippendorff il teatro, da Eschilo a Shakespeare, ha avuto una funzione determinante nella formazione dell'uomo occidentale perche' col suo mettere sulla scena tutti i protagonisti di un conflitto, ognuno col suo punto di vista, i suoi ripensamenti e le sue possibili scelte di azione, il teatro e' servito a far riflettere sul senso delle passioni e sulla inutilita' della violenza che non raggiunge mai il suo fine. Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli spettatori, e cosi', attraverso le nostre televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore. A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni giovani delle "Tigri Tamil", votati al suicidio. Mi interessano i giovani palestinesi di "Hamas" che si fanno saltare in aria nelle pizzerie israeliane. Un po' di pieta' sarebbe forse venuta anche a te se in Giappone, sull'isola di Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i primi kamikaze vennero addestrati e tu avessi letto le parole, a volte poetiche e tristissime, scritte segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l'Imperatore. I kamikaze mi interessano perche' vorrei capire che cosa li rende cosi' disposti a quell'innaturale atto che e' il suicidio e che cosa potrebbe fermarli. Quelli di noi a cui i figli - fortunatamente - sono nati, si preoccupano oggi moltissimo di vederli bruciare nella fiammata di questo nuovo, dilagante tipo di violenza di cui l'ecatombe nelle Torri Gemelle potrebbe essere solo un episodio. Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perche' io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolvera' uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali. Niente nella storia umana e' semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c'e' raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche della nostra vita, e' il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell'evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L'attacco alle Torri Gemelle e' uno di questi eventi: il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. Certo non e' l'atto di "una guerra di religione" degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non e' neppure "un attacco alla liberta' ed alla democrazia occidentale", come vorrebbe la semplicistica formula ora usata dai politici. Un vecchio accademico dell'Universita' di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di simpatie sinistrorse da' di questa storia una interpretazione completamente diversa. "Gli assassini suicidi dell'11 settembre non hanno attaccato l'America: hanno attaccato la politica estera americana", scrive Chalmers Johnson nel numero di The Nation del 15 ottobre. Per lui, autore di vari libri - l'ultimo, Blowback, contraccolpo, uscito l'anno scorso (in Italia edito da Garzanti, ndr) ha del profetico - si tratterebbe appunto di un ennesimo "contraccolpo" al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo Con una analisi che al tempo della Guerra Fredda sarebbe parsa il prodotto della disinformazione del Kgb, Chalmers Johnson fa l'elenco di tutti gli imbrogli, complotti, colpi di Stato, delle persecuzioni, degli assassinii e degli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Il "contraccolpo" dell'attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono avrebbe a che fare con tutta una serie di fatti di questo tipo: fatti che vanno dal colpo di Stato ispirato dalla Cia contro Mossadeq nel 1953, seguito dall'installazione dello Shah in Iran, alla Guerra del Golfo, con la conseguente permanenza delle truppe americane nella penisola araba, in particolare l'Arabia Saudita dove sono i luoghi sacri dell'Islam. Secondo Johnson sarebbe stata questa politica americana "a convincere tanta brava gente in tutto il mondo islamico che gli Stati Uniti sono un implacabile nemico". Cosi' si spiegherebbe il virulento anti-americanismo diffuso nel mondo musulmano e che oggi tanto sorprende gli Stati Uniti ed i loro alleati. Esatta o meno che sia l'analisi di Chalmers Johnson, e' evidente che al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c'e', a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi "amici", qualunque essi fossero, le riserve petrolifere della regione. Questa e' stata la trappola. L'occasione per uscirne e' ora. Perche' non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perche' non studiamo davvero, come avremmo potuto gia' fare da una ventina d'anni, tutte le possibili fonti alternative di energia? Ci eviteremmo cosi' d'essere coinvolti nel Golfo con regimi non meno repressivi ed odiosi dei talebani; ci eviteremmo i sempre piu' disastrosi "contraccolpi" che ci verranno sferrati dagli oppositori a quei regimi, e potremmo comunque contribuire a mantenere un migliore equilibrio ecologico sul pianeta. Magari salviamo cosi' anche l'Alaska che proprio un paio di mesi fa e' stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal presidente Bush, le cui radici politiche - tutti lo sanno - sono fra i petrolieri. A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull'Afghanistan, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese e' legato al fatto d'essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura intesa a portare le immense risorse di metano e petrolio dell'Asia Centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l'India e da li' nei paesi del Sud Est Asiatico. Il tutto senza dover passare dall'Iran. Nessuno in questi giorni ha ricordato che, ancora nel 1997, due delegazioni degli "orribili" talebani sono state ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato) per trattare di questa faccenda e che una grande azienda petrolifera americana, la Unocal, con la consulenza niente di meno che di Henry Kissinger, si e' impegnata col Turkmenistan a costruire quell'oleodotto attraverso l'Afghanistan. E dunque possibile che, dietro i discorsi sulla necessita' di proteggere la liberta' e la democrazia, l'imminente attacco contro l'Afghanistan nasconda anche altre considerazioni meno altisonanti, ma non meno determinanti. E per questo che nell'America stessa alcuni intellettuali cominciano a preoccuparsi che la combinazione fra gli interessi dell'industria petrolifera con quelli dell'industria bellica - combinazione ora prominentemente rappresentata nella compagine al potere a Washington - finisca per determinare in un unico senso le future scelte politiche americane nel mondo e per limitare all'interno del paese, in ragione dell'emergenza anti-terrorismo, i margini di quelle straordinarie liberta' che rendono l'America cosi' particolare. Il fatto che un giornalista televisivo americano sia stato redarguito dal pulpito della Casa Bianca per essersi chiesto se l'aggettivo "codardi", usato da Bush, fosse appropriato per i terroristi-suicidi, cosi' come la censura di certi programmi e l'allontanamento da alcuni giornali, di collaboratori giudicati non ortodossi, hanno aumentato queste preoccupazioni. L'aver diviso il mondo in maniera - mi pare - "talebana", fra "quelli che stanno con noi e quelli contro di noi", crea ovviamente i presupposti per quel clima da caccia alle streghe di cui l'America ha gia' sofferto negli anni Cinquanta col maccartismo, quando tanti intellettuali, funzionari di Stato ed accademici, ingiustamente accusati di essere comunisti o loro simpatizzanti, vennero perseguitati, processati e in moltissimi casi lasciati senza lavoro. Il tuo attacco, Oriana - anche a colpi di sputo - alle "cicale" ed agli intellettuali "del dubbio" va in quello stesso senso. Dubitare e' una funzione essenziale del pensiero; il dubbio e' il fondo della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste e' come volere togliere l'aria ai nostri polmoni. Io non pretendo affatto d'aver risposte chiare e precise ai problemi del mondo (per questo non faccio il politico), ma penso sia utile che mi si lasci dubitare delle risposte altrui e mi si lasci porre delle oneste domande. In questi tempi di guerra non deve essere un crimine parlare di pace. Purtroppo anche qui da noi, specie nel mondo "ufficiale" della politica e dell'establishment mediatico, c'e' stata una disperante corsa alla ortodossia. E come se l'America ci mettesse gia' paura. Capita cosi' di sentir dire in televisione a un post-comunista in odore di una qualche carica nel suo partito, che il soldato Ryan e' un importante simbolo di quell'America che per due volte ci ha salvato. Ma non c'era anche lui nelle marce contro la guerra americana in Vietnam? Per i politici - me ne rendo conto - e' un momento difficilissimo. Li capisco e capisco ancor piu' l'angoscia di qualcuno che, avendo preso la via del potere come una scorciatoia per risolvere un piccolo conflitto di interessi terreni si ritrova ora alle prese con un enorme conflitto di interessi divini, una guerra di civilta' combattuta in nome di Iddio e di Allah. No. Non li invidio, i politici. Siamo fortunati noi, Oriana. Abbiamo poco da decidere e non trovandoci in mezzo ai flutti del fiume, abbiamo il privilegio di poter stare sulla riva a guardare la corrente. Ma questo ci impone anche grandi responsabilita' come quella, non facile, di andare dietro alla verita' e di dedicarci soprattutto "a creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia", come ha scritto Edward Said, professore di origine palestinese ora alla Columbia University, in un saggio sul ruolo degli intellettuali uscito proprio una settimana prima degli attentati in America. Il nostro mestiere consiste anche nel semplificare quel che e' complicato. Ma non si puo' esagerare, Oriana, presentando Arafat come la quintessenza della doppiezza e del terrorismo ed indicando le comunita' di immigrati musulmani da noi come incubatrici di terroristi. Le tue argomentazioni verranno ora usate nelle scuole contro quelle buoniste, da libro Cuore, ma tu credi che gli italiani di domani, educati a questo semplicismo intollerante, saranno migliori? Non sarebbe invece meglio che imparassero, a lezione di religione, anche che cosa e' l'Islam? Che a lezione di letteratura leggessero anche Rumi o il da te disprezzato Omar Kayan? Non sarebbe meglio che ci fossero quelli che studiano l'arabo, oltre ai tanti che gia' studiano l'inglese e magari il giapponese? Lo sai che al ministero degli Esteri di questo nostro paese affacciato sul Mediterraneo e sul mondo musulmano, ci sono solo due funzionari che parlano arabo? Uno attualmente e', come capita da noi, console ad Adelaide in Australia. Mi frulla in testa una frase di Toynbee: "Le opere di artisti e letterati hanno vita piu' lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno piu' in la' degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di piu' di tutti gli altri messi assieme". Dove sono oggi i santi ed i profeti? Davvero, ce ne vorrebbe almeno uno! Ci rivorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per "gli altri", per quelli contro i quali combattevano i crociati. Fece di tutto per andarli a trovare. Ci provo' una prima volta, ma la nave su cui viaggiava naufrago' e lui si salvo' a malapena. Ci provo' una seconda volta, ma si ammalo' prima di arrivare e torno' indietro. Finalmente, nel corso della quinta crociata, durante l'assedio di Damietta in Egitto, amareggiato dal comportamento dei crociati ("vide il male ed il peccato"), sconvolto da una spaventosa battaglia di cui aveva visto le vittime, San Francesco attraverso' le linee del fronte. Venne catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano. Peccato che non c'era ancora la Cnn - era il 1219 - perche' sarebbe interessantissimo rivedere oggi il filmato di quell'incontro. Certo fu particolarissimo perche', dopo una chiacchierata che probabilmente ando' avanti nella notte, al mattino il Sultano lascio' che San Francesco tornasse, incolume, all'accampamento dei crociati. Mi diverte pensare che l'uno disse all'altro le sue ragioni, che San Francesco parlo' di Cristo, che il Sultano lesse passi del Corano e che alla fine si trovarono d'accordo sul messaggio che il poverello di Assisi ripeteva ovunque: "Ama il prossimo tuo come te stesso". Mi diverte anche immaginare che, siccome il frate sapeva ridere come predicare, fra i due non ci fu aggressivita' e che si lasciarono di buon umore sapendo che comunque non potevano fermare la storia. Ma oggi? Non fermarla puo' voler dire farla finire. Ti ricordi, Oriana, Padre Balducci che predicava a Firenze quando noi eravamo ragazzi? Riguardo all'orrore dell'olocausto atomico pose una bella domanda: "La sindrome da fine del mondo, l'alternativa fra essere e non essere, hanno fatto diventare l'uomo piu' umano?". A guardarsi intorno la risposta mi pare debba essere "No". Ma non possiamo rinunciare alla speranza. "Mi dica, che cosa spinge l'uomo alla guerra?", chiedeva Albert Einstein nel 1932 in una lettera a Sigmund Freud. "E possibile dirigere l'evoluzione psichica dell'uomo in modo che egli diventi piu' capace di resistere alla psicosi dell'odio e della distruzione?" Freud si prese due mesi per rispondergli. La sua conclusione fu che c'era da sperare: l'influsso di due fattori - un atteggiamento piu' civile, ed il giustificato timore degli effetti di una guerra futura - avrebbe dovuto mettere fine alle guerre in un prossimo avvenire. Giusto in tempo la morte risparmio' a Freud gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Non li risparmio' invece ad Einstein, che divenne pero' sempre piu' convinto della necessita' del pacifismo. Nel 1955, poco prima di morire, dalla sua casetta di Princeton in America dove aveva trovato rifugio, rivolse all'umanita' un ultimo appello per la sua sopravvivenza: "Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto". Per difendersi, Oriana, non c'e' bisogno di offendere (penso ai tuoi sputi ed ai tuoi calci). Per proteggersi non c'e' bisogno d'ammazzare. Ed anche in questo possono esserci delle giuste eccezioni. M'e' sempre piaciuta nei Jataka, le storie delle vite precedenti di Buddha, quella in cui persino lui, epitome della non violenza, in una incarnazione anteriore uccide. Viaggia su una barca assieme ad altre 500 persone. Lui, che ha gia' i poteri della preveggenza, "vede" che uno dei passeggeri, un brigante, sta per ammazzare tutti e derubarli e lui lo previene buttandolo nell'acqua ad affogare per salvare gli altri. Essere contro la pena di morte non vuol dire essere contro la pena in genere ed in favore della liberta' di tutti i delinquenti. Ma per punire con giustizia occorre il rispetto di certe regole che sono il frutto dell'incivilimento, occorre il convincimento della ragione, occorrono delle prove. I gerarchi nazisti furono portati dinanzi al Tribunale di Norimberga; quelli giapponesi responsabili di tutte le atrocita' commesse in Asia, furono portati dinanzi al Tribunale di Tokio prima di essere, gli uni e gli altri, dovutamente impiccati. Le prove contro ognuno di loro erano schiaccianti. Ma quelle contro Osama Bin Laden? "Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente della Union Carbide. Aspettiamo che ce lo estradiate", scrive in questi giorni dall'India agli americani, ovviamente a mo' di provocazione, Arundhati Roy, la scrittrice de Il Dio delle piccole cose: una come te, Oriana, famosa e contestata, amata ed odiata. Come te, sempre pronta a cominciare una rissa, la Roy ha usato della discussione mondiale su Osama Bin Laden per chiedere che venga portato dinanzi ad un tribunale indiano il presidente americano della Union Carbide responsabile dell'esplosione nel 1984 nella fabbrica chimica di Bhopal in India che fece 16.000 morti. Un terrorista anche lui? Dal punto di vista di quei morti forse si'. L'immagine del terrorista che ora ci viene additata come quella del "nemico" da abbattere e' il miliardario saudita che, da una tana nelle montagne dell'Afghanistan, ordina l'attacco alle Torri Gemelle; e' l'ingegnere-pilota, islamista fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso e migliaia di innocenti; e' il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla. Dobbiamo pero' accettare che per altri il "terrorista" possa essere l'uomo d'affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba, ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione ed inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui e' piu' conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci piu' i campi per far crescere il riso, muoiono di fame? Questo non e' relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza, puo' esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sara' difficile arrivare ad una definizione comune del nemico da debellare. I governi occidentali oggi sono uniti nell'essere a fianco degli Stati Uniti; pretendono di sapere esattamente chi sono i terroristi e come vanno combattuti. Molto meno convinti pero' sembrano i cittadini dei vari paesi. Per il momento non ci sono state in Europa dimostrazioni di massa per la pace; ma il senso del disagio e' diffuso cosi' come e' diffusa la confusione su quel che si debba volere al posto della guerra. "Dateci qualcosa di piu' carino del capitalismo", diceva il cartello di un dimostrante in Germania. "Un mondo giusto non e' mai NATO", c'era scritto sullo striscione di alcuni giovani che marciavano giorni fa a Bologna. Gia'. Un mondo "piu' giusto" e' forse quel che noi tutti, ora piu' che mai, potremmo pretendere. Un mondo in cui chi ha tanto si preoccupa di chi non ha nulla; un mondo retto da principi di legalita' ed ispirato ad un po' piu' di moralita'. La vastissima, composita alleanza che Washington sta mettendo in piedi, rovesciando vecchi schieramenti e riavvicinando paesi e personaggi che erano stati messi alla gogna, solo perche' ora tornano comodi, e' solo l'ennesimo esempio di quel cinismo politico che oggi alimenta il terrorismo in certe aree del mondo e scoraggia tanta brava gente nei nostri paesi. Gli Stati Uniti, per avere la maggiore copertura possibile e per dare alla guerra contro il terrorismo un crisma di legalita' internazionale, hanno coinvolto le Nazioni Unite, eppure gli Stati Uniti stessi rimangono il paese piu' reticente a pagare le proprie quote al Palazzo di Vetro, sono il paese che non ha ancora ratificato ne' il trattato costitutivo della Corte Internazionale di Giustizia, ne' il trattato per la messa al bando delle mine anti-uomo e tanto meno quello di Kyoto sulle mutazioni climatiche. L'interesse nazionale americano ha la meglio su qualsiasi altro principio. Per questo ora Washington riscopre l'utilita' del Pakistan, prima tenuto a distanza per il suo regime militare e punito con sanzioni economiche a causa dei suoi esperimenti nucleari; per questo la Cia sara' presto autorizzata di nuovo ad assoldare mafiosi e gangster cui affidare i "lavoretti sporchi" di liquidare qua e la' nel mondo le persone che la Cia stessa mettera' sulla sua lista nera. Eppure un giorno la politica dovra' ricongiungersi con l'etica se vorremo vivere in un mondo migliore: migliore in Asia come in Africa, a Timbuctu come a Firenze. A proposito, Oriana. Anche a me ogni volta che, come ora, ci passo, questa citta' mi fa male e mi intristisce. Tutto e' cambiato, tutto e' involgarito. Ma la colpa non e' dell'Islam o degli immigrati che ci si sono installati. Non son loro che han fatto di Firenze una citta' bottegaia, prostituita al turismo! E successo dappertutto. Firenze era bella quando era piu' piccola e piu' povera. Ora e' un obbrobrio, ma non perche' i musulmani si attendano in Piazza del Duomo, perche' i filippini si riuniscono il giovedi' in Piazza Santa Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla stazione. E cosi' perche' anche Firenze s'e' "globalizzata", perche' non ha resistito all'assalto di quella forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile: la forza del mercato. Nel giro di due anni da una bella strada del centro in cui mi piaceva andare a spasso e' scomparsa una libreria storica, un vecchio bar, una tradizionalissima farmacia ed un negozio di musica. Per far posto a che? A tanti negozi di moda. Credimi, anch'io non mi ci ritrovo piu'. Per questo sto, anch'io ritirato, in una sorta di baita nell'Himalaya indiana dinanzi alle piu' divine montagne del mondo. Passo ore, da solo, a guardarle, li' maestose ed immobili, simbolo della piu' grande stabilita', eppure anche loro, col passare delle ore, continuamente diverse e impermanenti come tutto in questo mondo. La natura e' una grande maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto tornarci a prendere lezione. Tornaci anche tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo, con dinanzi altri grattacieli pieni di gente inscatolata, finirai per sentirti sola davvero; sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un tutto molto, molto piu' grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci sono piu'. Guarda un filo d'erba al vento e sentiti come lui. Ti passera' anche la rabbia. Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace. Perche' se quella non e' dentro di noi non sara' mai da nessuna parte.

venerdì 20 novembre 2015

IL PROCESSO DI NORIMBERGA

Sono passati esattamente settant'anni dall'inizio del processo di Norimberga che si concluse,almeno la sua prima parte più famosa con alla sbarra i principali criminali di guerra nazisti,il primo ottobre dell'anno successivo.
Entrato nella memoria collettiva grazie a film,documentari,foto e libri,questo che è ritenuto ancora oggi il più importante e grande processo collettivo mai celebrato al mondo,diede alle vittime colpite e ai pochi superstiti sopravvissuti,una giustizia dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Norimberga era una città simbolo per i nazisti,e qui si processarono le leadership delle organizzazioni tedesche più famose e letali come le SS e la Gestapo,per crimini di guerra,contro l'umanità,per crimini contro la pace e per aver pianificato,iniziato e portato a termine guerre di aggressione.
Durante l'arco di durata che fu di quasi un anno alcuni imputati si suicidarono,pochi si pentirono,molti non dimostrarono di avere coscienza di quello che avevano compiuto e tanti cercarono di difendersi rispondendo alle accuse con l'essere stati ligi ai comandi.
Persone cui ai tempi e anche ora stanno bene ammazzate o in galera per decenni o per tutta la vita come Bormann,Frank,Goring,Hess,Keitel,Von Ribbentrop,Rosemberg e Speer erano i protagonisti del processo assieme ai giudici,i sostituti e i procuratori statunitensi,britannici,francesi e sovietici che gestirono e organizzarono tutti quei mesi di lavoro.
In Italia,come disse Churchill,non ci fu bisogno di una Norimberga dopo l'uccisione di Mussolini,ed infatti i capi del fascismo italiano che scamparono la morte dopo un periodo di inibizione tornarono a fare politica o furono messi a capo dell'esercito e della polizia,ma questa è un'altra storia.
 
70 anni fa il processo di Norimberga.
 
Il 20 novembre 1945 iniziava a Norimberga “il più grande processo della storia”: 24 gerarchi nazisti vennero chiamati a rispondere di cospirazione, crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Tra loro non c’erano Hitler, Göbbels e Himmler, che si erano suicidati pochi mesi prima.
A giudicare gli imputati fu un tribunale militare internazionale presieduto dal britannico Lord Geoffrey Lawrence e composto da 8 giudici, due per ognuna delle potenze alleate. I russi avrebbero voluto celebrare il processo a Berlino, ma nella capitale rasa al suolo non c’erano edifici adatti. Fu scelta Norimberga sia perché erano rimasti in piedi il palazzo di giustizia e l’adiacente prigione, sia per motivi simbolici: la città dove si erano svolte le più imponenti parate naziste sarebbe stata anche il teatro dell’ultimo atto del regime. Stahmer, l’avvocato di Göring, alla prima udienza espose le sue tesi difensive: “Ciò che questo tribunale vuol fare è applicare una legge nuova a fatti accaduti in precedenza. La legge, per un principio universale, non può avere valore retroattivo. Del resto non esiste un diritto penale internazionale e i giudici che emetteranno la sentenza sono scelti unicamente tra i vincitori”. Le accuse in realtà erano supportate da diversi trattati internazionali preesistenti, come le convenzioni dell’Aja e di Ginevra.
Furono ascoltati 350 testimoni, messe agli atti 200mila dichiarazioni giurate ed esaminati 100mila documenti. Vennero proiettati i filmati girati nei lager dopo la liberazione, che provocarono uno shock enorme nell’opinione pubblica mondiale: gli orrori del nazismo venivano alla luce in tutta la loro mostruosità. Il processo si concluse il 30 settembre 1946 e il giorno dopo fu pronunciata la sentenza: dodici condanne a morte (Bormann in contumacia), tre all’ergastolo (Hess, Frische, Raeder), quattro a pesanti pene detentive (Speer, Von Schirach, Neurath e Dönitz) e tre assoluzioni (Papen, Fritzsche e Schacht). Le esecuzioni ebbero luogo nelle prime ore del 16 ottobre. Nell’ordine furono impiccati Von Ribbentrop, Keitel, Kaltenbrunner, Rosenberg, Frank, Frick, Streicher, Sauchel, Jodl e Seyss- Inquart. Göring preferì suicidarsi con una capsula di cianuro la cui provenienza non è mai stata chiarita. I corpi furono cremati nei forni del lager di Dachau, messi in funzione per l’ultima volta, e le ceneri disperse in un fiume.
Oltre al processo principale, a Norimberga se ne svolsero altri 12 a carico di funzionari del regime che si chiusero con 24 condanne a morte e varie pene detentive. Negli altri paesi sconfitti non vi fu una Norimberga: Churchill ebbe a dire che in Italia l’esecuzione di Mussolini aveva chiuso il discorso, mentre in Giappone, anche se i più noti criminali di guerra vennero condannati, l’imperatore Hirohito fu lasciato sul trono fino alla morte (1989). L’epurazione lasciò quasi intatti gli apparati burocratici dei paesi sconfitti: ormai la guerra fredda era iniziata e anche i vecchi arnesi del nazifascismo facevano comodo in chiave anticomunista. A distanza di 70 anni dal processo la questione della legittimità del tribunale continua a rappresentare il principale argomento di polemica. E se si cercano in rete materiali su questo tema è inquietante notare che prevalgono le tesi revisioniste e filo-naziste.  
Un tribunale penale internazionale espressione delle Nazioni Unite (rifondate nel giugno del 1945) avrebbe certamente avuto molta più credibilità di giudici nominati dalle potenze vincitrici, le quali non erano certo inattaccabili sul piano dei crimini di guerra e dei diritti umani. Uno dei giudici russi, Iona Nikitchenko, negli anni ’30 aveva pronunciato le sentenze di morte delle purghe staliniane. Britannici e francesi continuavano a dominare i loro imperi coloniali con il pugno di ferro, e all’inizio del processo erano passati poco più di tre mesi dall’olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Cinicamente, l’ex presidente statunitense Truman nel 1971 dichiarerà che per il mantenimento degli equilibri internazionali il bombardamento atomico delle due città era stato molto più utile del processo di Norimberga. Agli Usa interessava una supremazia basata sulle armi, non sui principi etici. Con i gerarchi nazisti avrebbero dovuto scomparire per sempre anche le guerre di sterminio in nome di una “razza superiore”. Neanche mezzo secolo dopo, in quella stessa Europa che continua a definirsi la culla della civiltà, sarebbe tornato l’orrore della “pulizia etnica”.
Nello Gradirà
Pubblicato sul numero 109 (novembre 2015) dell'edizione cartacea di Senza Soste
 

giovedì 19 novembre 2015

IL CONFLITTO TRA LA TURCHIA ED IL KURDISTAN VISTO DA UN CAMPO DI CALCIO

L'articolo preso da Senza Soste parla del conflitto tra la Turchia e il Kurdistan spostato nello sport e nello specifico nel calcio,dove gli scontri fortunatamente sono di più basso livello di violenza e di tragicità ma che allo stesso modo forniscono una chiave di lettura sulle politiche di repressione che mette in campo il governo di Ankara.
Si fanno diversi esempi per diverse categorie di campionati,passando dalla storia della squadra dell'Amedspor che è originaria della città di Diyarbakir(la capitale curda non riconosciuta dalla Turchia)che dopo anni e multe ha potuto inserire nel proprio nome quello della città in curdo,arrivando alle compagini di categorie minori come Batman Petrolspor e lo Cizrespor.
Anche qui sanzioni per mostrare il segno della vittoria,per l'esposizione di vessilli curdi(la bandiera e la lingua curda sono fuorilegge in Turchia),per far volare colombe bianche in segno di pace oppure tifoserie e squadre costrette ad emigrare in altre città per giocare.
Ma anche le squadre turche,soprattutto quelle di Istanbul e in particolar modo quella del Galatasaray simpatizzano,o almeno parte della tifoseria,per il popolo curdo che ha subito le stesse angherie(diciamo amplificate decine di volte)di quelle successe a Gezi Park, con una sorta di gemellaggio nel segno di Ocalan tra la squadra del Galatasaray e l'Amedspor.

Kurdistan: calcio e identità nazionale curda.
Spesso il mondo del calcio può essere considerato un efficace specchio della società in cui è inserito. Il caso del Kurdistan turco è, in questo senso, emblematico
Francesca La Bella - tratto da http://nena-news.it/
Roma, 8 ottobre 2015, Nena News- La Federazione di calcio della Turchia, alla fine del mese scorso, ha comminato una sanzione di 20000 lire turche alla squadra Amedspor per “propaganda ideologica” per i cori “ovunque Cizre, ovunque resistenza” cantati in curva durante la partita del 22 settembre, disputata in casa, con il Karaman Belediyespor. Le difficili relazioni tra la federazione nazionale e la squadra di terza categoria hanno radici profonde e la multa è da considerare l’ultimo esempio di questo rapporto conflittuale. L’Amedspor è, infatti, una delle due squadre che rappresentano nel campionato nazionale la città di Diyarbakir, capitale non riconosciuta da Ankara del Kurdistan turco. Dopo anni con il nome Diyarbakır Büyükşehir Belediyespor, nell’ottobre del 2014, il direttivo del club decise di valorizzare le radici curde della squadra, sostituendo il nome turco della città, Diyarbakir, con quello curdo, Amed. Il solco tra le due parti venne approfondito ulteriormente dalla scelta del congresso direttivo di cambiare, contestualmente al nome, anche i colori societari, optando per giallo, rosso e verde, colori nazionali curdi.
La portata storica di questo evento deriva, oltre che dal contesto attuale, dalle norme turche in merito alla minoranze. Il curdo non è lingua riconosciuta in Turchia e l’esposizione di bandiere curde e dei colori nazionali è considerata una minaccia all’integrità nazionale turca e, di conseguenza, fortemente condannata. La notizia ha fatto, dunque, grande scalpore nel mondo calcistico turco portando ad un’aspra diatriba legale tra il club e la federazione. Nonostante le forti pressioni provenienti da Ankara, la società ha, però, rifiutato di pagare la sanzione di 10000 lire turche comminata per l’azione e, infine, la federazione calcistica turca ha riconosciuto la nuova denominazione. A partire dalla metà di agosto, il club può ufficialmente utilizzare il nuovo nome, ma le tensioni non si sono sopite e la sanzione di pochi settimane fa ne è un chiaro esempio.
I dissidi tra federazione nazionale e squadre delle provincie curde non è, però, limitata solo all’Amedspor. Nei mesi passati, soprattutto a seguito del rinnovato interventismo turco contro i militanti curdi, si è assistito, anche all’interno degli stadi, ad una netta presa di posizione di tifosi e giocatori a sostegno della resistenza curda ed alla parallela politica sanzionatoria della federazione. A marzo di quest’anno due giocatrici della squadra femminile dell’Amedspor sono state penalizzate per aver esultato mostrando il segno della vittoria, mentre è di agosto la notizia del deferimento alla commissione disciplinare della Batman Petrolspor, squadra di terza categoria della città curda di Batman. Durante la partita di inaugurazione del campionato, sul campo da gioco sarebbero state liberate delle colombe bianche, a simboleggiare la volontà di pace di fronte ad un incremento delle violenze nel Paese, ma la federazione avrebbe evidenziato la mancanza di autorizzazione per il gesto e la valenza politica dello stesso.
Una trattazione a parte merita, invece, la realtà di Cizre, città della provincia di Sirnak divenuta famosa nelle ultime settimane per gli scontri tra abitanti e militari turchi e per l’assedio della città ad opera dell’esercito turco. La cittadina curda, in numerose occasioni teatro di un aperto conflitto politico e militare con il Governo di Ankara, ha costituito un caso anche dal punto di vista calcistico. I tifosi del Cizrespor hanno identificato lo stadio come uno dei terreni di conflitto e, oltre a numerosi notizie di scontri con tifoserie avversarie provenienti da città turche, è esemplificativo che a dicembre 2014, per paura di disordini, lo stadio sia stato chiuso ai tifosi locali e che, questi ultimi, abbiamo seguito la partita dalla cima di un palazzo per poi scontrarsi con la polizia all’uscita dello stadio. Ad oggi, dato il coprifuoco e la condizione di guerra in cui vive la città, la squadra è obbligata a giocare in trasferta ogni partita, inizialmente a Diyarbakir ed ora a Sanliurfa (350km da Cizre).
Parallelamente, dopo aver assunto un ruolo di primo piano come antagonisti delle politiche governative durante le proteste di Gezi Park, anche alcuni gruppi ultras turchi si sarebbero schierati a favore dei curdi. Se, subito dopo il massacro di Suruc, i gruppi ultras di Fenerbache (Genc Fenerliner), Galatasaray (UltrAslan) e Besiktas (Carsi), hanno redatto un comunicato comune in cui si condannava la violenza avvenuta nella cittadina curda, già nei mesi precedenti, i tifosi del Galatasary avevano dichiarato la loro vicinanza al popolo curdo. A dicembre 2014, durante una partita con l’Amedspor, i tifosi del club di Istanbul avevano esposto uno striscione che recitava “Vi amiamo, amiamo colui che vi ama più di tutti”. Il riferimento era ad Abdullah Ocalan, padre spirituale del popolo curdo e, in base a sue passate dichiarazioni, tifoso del Galatasary. Venne, inoltre, fischiato l’inno nazionale turco che apre ogni partita del campionato nazionale.
La questione dell’inno, in questo senso, non è problematica minore. Se, all’inizio degli anni ’90, la diffusione della passione calcistica nelle provincie curde venne promossa dallo stesso Stato turco per canalizzare parte del malcontento della popolazione, il fallimento del progetto portò ad un rafforzamento del controllo di Ankara sul mondo del calcio. In questo senso, l’inno nazionale all’inizio di ogni manifestazione sportiva (e non solo) sarebbe stato previsto in una logica di consolidamento dell’identità e della coesione della Grande Turchia in contrapposizione alle spinte di autonomia provenienti dalle minoranze in generale e dal popolo curdo in particolare.
Ad oggi, la questione calcistica, per quanto sembri di secondo piano rispetto agli eventi che stanno attraversando l’area, potrebbe essere, quindi, utilizzata come lente interpretativa per leggere le politiche messe in atto dallo Stato turco in Kurdistan e provare a comprendere meglio le reazioni messe in campo dalla popolazione curda nel suo complesso.
8 ottobre 2015

mercoledì 18 novembre 2015

LE SANZIONI ALL'ITALIA NEL 1935 PER LA GUERRA IN ETIOPIA

Sono passati esattamente ottant'anni dall'entrata in vigore delle sanzioni che la Società delle Nazioni,un'antesignana dell'Onu dell'inizio del secolo scorso,inflisse all'Italia rea dell'invasione dell'Etiopia.
"Tre giorni dopo averla dichiarata Paese aggressore,la Società delle Nazioni decreta contro l'Italia un embargo di armi,crediti,materie prime e merci.A ciò si aggiunge un divieto di importazione di merci italiane.Le misure dovrebbero impegnare tutti i paesi membri.Ma il  provvedimento,decretato ufficialmente il successivo 7 novembre,si rivela blando.Vari Paesi membri non lo rispettano integralmente.Germania e Stati Uniti non vi aderiscono,non essendo parte della SdN.Le sanzioni saranno abolite il 15 luglio 1936.Ma l’isolamento imposto viene abilmente cavalcato dalla propaganda fascista."(http://www.raistoria.rai.it/articoli/sanzioni-allitalia-ha-aggredito-letiopia/11016/default.aspx ).
Come spiegato sopra comunque l'Italia venne fornita lo stesso di petrolio e benzina,le proprie navi potevano oltrepassare il Canale di Suez che era sotto il controllo britannico...insomma una sanzione più sulla carta che realmente operativa.
La brama di diventare un paese conquistatore,la voglia di vendetta dopo la battaglia di Adua,l'invidia provata verso gli altri paesi colonialisti europei(Gran Bretagna e Francia in primis)fecero dell'Italia,che all'epoca aveva colonizzato"solamente"Libia,Somalia,Eritrea e alcune isole dell'Egeo,ci resero ancor più degli assassini e degli sfruttatori di chi sta peggio di noi,un'ideologia che ancor oggi nel mondo non ha cessato di essere perseguita.
L'articolo del Sole 24 Ore qui sotto(http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/10/storie-storia-18-novembre-sanzioni-italia.shtml?uuid=682c2eb4-b999-11de-8e82-7af95a44f68d&DocRulesView=Libero&refresh_ce=1 )parla dell'autarchia italiana come motto del fascismo di allora,e voglio ricordare la Giornata delle fedi perché è un ricordo che i miei nonni mi dissero e che a distanza di decenni si arrabbiavano e si commuovevano ancora per la requisizione delle loro fedi nuziali da parte dei fascisti.
Posto anche il link di Wikipedia che parla delle sanzioni(https://it.wikipedia.org/wiki/Sanzioni_economiche_all%27Italia_fascista )e concludo citando la frase di chiusura del contributo odierno nata dopo la fine di queste,"Sugli spalti del sanzionismo -tuona Mussolini -è stata innalzata la bandiera bianca".Il fascismo è nella sua età dell'oro, l'era prenazista. Per il duce,che ha vinto,sarebbe il momento di mostrare saggezza.Sappiamo che non è stato così.

18 novembre 1935: le sanzioni all'Italia.

L'11 ottobre 1935 la Società delle Nazioni delibera le sanzioni contro l'Italia colpevole di avere aggredito l'Etiopia. Niente più armi, niente crediti, niente materie prime, non si importano più merci italiane. Sembrano provvedimenti duri ma non sarà così. La rete delle sanzioni è piena di buchi: Germania e Stati Uniti non aderiscono e altri Paesi non le applicheranno con rigore. Sarà un embargo blando e distratto, ma intanto il 7 novembre le sanzioni sono ufficialmente decretate e il 18 dello stesso mese diventano operative. In Italia si afferma una parola magica che uscirà da molte bocche: autarchia.

Il lanital e il carcadè
La penisola si scopre isola e vuole diventare autosufficiente. L'autarchia, figlia delle sanzioni, è una frustata per il popolo e ne eccita l'orgoglio. Gli italiani sono chiamati dal fascismo a "consumare Italia". Il regime alimenta il mito dell'autosufficienza. Si sostituisce il tè con il carcadè, il carbone con la lignite, la lana con il lanital, si abolisce il caffè "che fa male", si raccolgono gli stracci, la carta, le pentole di rame, si sostituisce il cuoio con impasti vari, si estrae il cotone con le fibre di ginestra, si mobilitano le sezioni del Dopolavoro per "dare il massimo impulso alla coniglicoltura". Le donne calzano scarpe con suole di sughero, gli uomini di gomma. Nelle pentole entrano più castagne che carne e la cicoria è promossa a caffè. Sui muri, a incitare gli italiani a una forte coscienza nazionale, spiccano i fatidici slogan firmati Mussolini. Il più diffuso è: "E' l'aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende". E la parola spada si rivelerà profetica.

Il fai da te
L'Italia, accerchiata dalle "potenze demoplutocratiche", si appresta a fare tutto da sé. L'industria si impegna al massimo, i cervelli si spremono, la gente ci mette l'anima. La retorica del "giorno da leone" impazza, tipica di un regime che cavalca politicamente l'isolamento imposto con la forza. E così, fra l'enfasi della guerra, i sogni imperiali e le piccole cose della quotidianità, l'Italia si sente profondamente fascista. Si chiama consenso. Mussolini ha in mano il Paese.

Il ruolo delle donne
Parlando di cose concrete, l'autarchia pesa soprattutto sulle donne. Le sue fortune sono affidate all'oculatezza e all'inventiva delle casalinghe. Sono loro a sostenere lo Stato in cucina. L'autarchia deve essere un sistema di vita familiare e sociale. Nelle scuole si consegnano i salvadanai ai bambini per educarli al risparmio. Mezza Italia usa Italdado, "il prodotto autarchico Liebig per la saporita cucina italiana". Uno slogan battente dice: "Due etti di italianissima Robbiola di Robbio nutrono più di una bistecca straniera". Rassegnato, il vescovo di Torino, monsignor Fassati, sospira: "Digiuniamo, accettando tutte le limitazioni che l'ora impone". In pellicceria si affacciano scoiattoli alpini e conigli nostrani. "Invece del burro faremo cannoni", tuona Mussolini. "Sanzioni? - è scritto sui muri delle fabbriche - Chi se ne frega". Più frivola, una pubblicità con vignetta dice: "Lui: i tuoi baci sono più saporiti e profumati. Lei: certo amore, il mio rossetto è un prodotto nazionale".

Amoretto e cialdino
Siamo padroni di noi stessi e lanciamo la nostra sfida. Cominciamo ad abolire le parole straniere. Flirt diventa amoretto, pied-à-terre fuggicasa, cachet cialdino, pullover farsetto, ferry-boat treno-battello. Cognac diventa arzente, chiave inglese chiave morsa e Leo Longanesi, per cui queste cose sono un invito a nozze, commenta con il suo pungiglione: "La nazione è sempre compatta nelle sciocchezze".

La fine
Le "inique sanzioni" hanno vita breve. Nel '35 fanno acqua, nel '36 cadono: il 15 luglio sono abolite e Londra ritira l'Home Fleet dal Mediterraneo. "Sugli spalti del sanzionismo - tuona Mussolini - è stata innalzata la bandiera bianca". Il fascismo è nella sua età dell'oro, l'era prenazista. Per il duce, che ha vinto, sarebbe il momento di mostrare saggezza. Sappiamo che non è stato così.

martedì 17 novembre 2015

PINOCCHI CREMASCHI

Come si suol dire le bugie hanno le gambe corte,e qualcuno ovviamente dovrebbe camminare col culo,e quindi il protagonista della vicenda raccontata grazie al sito Crema on-line(http://www.cremaonline.it/cronaca/11-11-2015_Si+finge+vittima+di+una+rapina,+cremasco+denunciato/ )che ha fatto una bravata o cazzata ditelo voi,potrebbe ritrovarsi le chiappe piene di strisciate.
Un paio di settimane fa infatti il giovanotto cremasco in questione ha raccontato alla polizia di essere stato fermato sul viale di Santa Maria dai due altri giovanotti di colore in bicicletta,e avrebbe consegnato loro i soldi che aveva con se per evitare di buscarle,assicurando che avrebbe poi esposto formale denuncia.
Questo mai successo ma la polizia nel frattempo dopo qualche indagine la denuncia l'ha fatta nei confronti del Pinocchio di turno,per procurato allarme e simulazione di reato.
Naturalmente nei giorni successivi i cremaschi ben pensanti,come i genitori che si sono radunati sotto casa del vescovo per non far ospitare i migranti negli ambienti di una scuola privata foraggiata dal denaro pubblico,hanno postato sui social networks una infinità di insulti razzisti e proclami di caccia all'uomo nero.
Ed anche la stampa cremasca,ricca di fenomeni che credere giornalisti è un azzardo,specializzati nel riproporre dettati dei soliti noti politici cui ricevono ordini quotidianamente per screditare il lavoro altrui e per fare falso gossip,ha sparato grosso senza fare un minimo di indagine e vagliare la fonte delle accuse.
Come risultato questi incapaci fomentatori d'odio si sono visti smerdare completamente per l'ennesima volta e si sono fatti riconoscere come loro solito per quel che sono:un manipolo di feccia razzista che a stento credo possano saper scrivere.
Quindi alla fine Pierino che ha gridato"al lupo,al lupo",perché il mitomane è conosciuto già alla polizia,la prossima volta ci penserà bene a fare altre cazzate del genere,sempre che come nella favola non gli capiti di dover essere rapinato davvero!

Si finge vittima di una rapina. Cremasco di 31 anni denunciato dalla polizia per “procurato allarme e simulazione di reato”.
di Andrea Galvani.

Giovane rapinato, “notte di paura a Santa Maria”. La notizia, ripresa da alcuni organi di stampa locali che ormai paiono aver sostituito la credibilità con la faciloneria, è finita in prima pagina sotto il consueto titolo “allarme sicurezza in città”. Data in pasto ai social network il tradizionale stereotipo “dell'area degradata di Crema” e “dell'uomo nero cattivo”, ha scatenato i più bassi istinti in una vorticosa rincorsa a chi riusciva a distinguersi, ovviamente in peggio.

La bufala
Eppure, come spiegato oggi dal vice questore Daniel Segre, che ha bonariamente richiamato i cronisti ad un più approfondito livello di verifica delle informazioni, “la notizia era una bufala". Domenica 1 novembre il protagonista della vicenda, un uomo di 31 anni aveva pubblicamente denunciato sulla propria pagina di Facebook che quella notte, alle 4.24, mentre tornava a casa, sulla ciclabile di viale Santa Maria era stato avvicinato “da due giovani di colore, entrambi in bicicletta”.

La 'rapina'
Dopo avergli “sbarrato la strada”, i due gli avevano “ordinato di dare loro tutti i soldi” che aveva con sé: preso dalla paura e visto che a quell'ora non passava nessuno che potesse aiutarlo, l'uomo ha ritenuto fosse più saggio consegnare "i 70 euro" che aveva in tasca. Chiamata la polizia, “cinque minuti dopo c’era già una pattuglia sul posto. Gli agenti mi hanno fatto delle domande per capire cosa fosse accaduto. Nei prossimi giorni mi presenterò in commissariato per sporgere denuncia”.

Procurato allarme
“La denuncia – ha spiegato Segre, affiancato dal personale dell'anticrimine – non ci è mai stata formalizzata”. Come detto, alcuni giornali hanno prontamente ripreso la notizia montando il caso e intervistando anche esponenti politici che si sono affrettati a confermare l'elevato senso di insicurezza dei residenti della zona. Eppure, la versione fornita inizialmente dall'uomo aveva lasciato qualche dubbio agli inquirenti, sia per il luogo che per la dinamica, per non parlare del protagonista, che Segre ha definito “persona già conosciuta" e soprattutto "un obiettivo piuttosto inverosimile”. Al termine delle indagini svolte dal personale della squadra della polizia giudiziaria, l'uomo è stato denunciato per simulazione di reato e procurato allarme.

lunedì 16 novembre 2015

LA LOTTA ALL'ISIS E LA RETORICA DEL MONDO OCCIDENTALE

Su certi temi che non riguardano prettamente il mondo religioso ed in particolar modo sulle questioni italiane legate a temi come le unioni civili,le coppie gay e la possibilità di adottare bambini,oppure argomenti come la fecondazione assistita e l'eutanasia,il team di Famiglia Cristiana offre articoli molto validi come questo sulla retorica del mondo occidentale riguardo la lotta ai miliziani Isis.
L'articolo di Fulvio Scaglione analizza i commenti del dopo Parigi riprendendo dei punti che in molti non hanno tenuto nascosto o che non si sono lasciati andare all'ondata di commozione dimenticando delle certezze che sono uscite fuori non venerdì sera ma che sono sotto gli occhi di tutti almeno da parecchi mesi se non addirittura anni(vedi anche:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2015/11/indignarsisempre.html ).
Tesi come quella che gli Usa ed in particolar modo gli interventi in guerre inventate di sana pianta infarcite di menzogne e inettitudini come quelle dei Bush siano tra i precursori dei movimenti di fondamentalismo islamico è verità assodata,così come partners strategici come la Turchia oppure economici come l'Arabia Saudita facciano il doppio gioco finanziando direttamente l'Isis è di pubblico dominio.
Le armi con cui combattono i guerriglieri islamici sono fatte in molti casi in Italia e vendute da italiani od occidentali,la strenua lotta contro Assad in Siria è stata appoggiata da tutti ma non dai curdi,dalla Russia e dall'Iran,guarda caso gli unici che hanno combattuto efficacemente l'Isis fino ad ora.
E' indiscutibile il fatto che si parli ormai dal 2011 di migliaia di vittime innocenti dalla Siria alla Libia passando per la Palestina e lo Yemen ed il Libano,stragi quotidiane che non commuovono gli idioti di Internet ed i politici pressapochisti,i giornalisti incapaci ed i professionisti del fomentare l'odio ed il razzismo.
Un buon articolo che senza tanti giri di parole riesce a concentrare molti punti che chi dovrà ora veramente cominciare ad imbastire una lotta seria,e non bombardamenti dopo due giorni con bombe firmate che ricordano tanto Hiroshima o i raid di Israele,reazioni di pancia che fanno più male che bene se fatte a casaccio(http://m.famigliacristiana.it/articolo/francia-almeno-smettiamola-con-le-chiacchiere.htm ).

Francia: almeno smettiamola con le chiacchiere.

Da anni, ormai, si sa che cosa bisogna fare per fermare l'Isis e i suoi complici. Ma non abbiamo fatto nulla, e sono arrivate, oltre alle stragi in Siria e Iraq, anche quelle dell'aereo russo, del mercato di Beirut e di Parigi. La nostra specialità: pontificare sui giornali.

    Ancor meno sopportabile è il balbettamento ideologico sui colpevoli, i provvedimenti da prendere, il dovere di reagire. Non a caso risuscitano in queste ore le pagliacciate ideologiche della Fallaci, grande sostenitrice (come tutti quelli che ora la recuperano) delle guerre di George W. Bush, ormai riconosciute anche dagli americani per quello che in realtà furono: un cumulo di menzogne e di inefficienze che servì da innesco a molti degli attuali orrori del Medio Oriente.
     Mentre gli intellettuali balbettano sui giornali e in Tv, la realtà fa il suo corso. Dell’ Isis e delle sue efferatezze sappiamo tutto da anni, non c’ è nulla da scoprire. E’ un movimento terroristico che ha sfruttato le repressioni del dittatore siriano Bashar al Assad per presentarsi sulla scena: armato, finanziato e organizzato dalle monarchie del Golfo (prima fra tutte l’ Arabia Saudita) con la compiacenza degli Stati Uniti e la colpevole indifferenza dell’ Europa.
     Quando l’ Isis si è allargato troppo, i suoi mallevadori l’ hanno richiamato all’ ordine e hanno organizzato la coalizione americo-saudita che, con i bombardamenti, gli ha messo dei paletti: non più in là di tanto in Iraq, mano libera in Siria per far cadere Assad. Il tutto mentre da ogni parte, in Medio Oriente, si levava la richiesta di combatterlo seriamente, di eliminarlo, anche mandando truppe sul terreno. Innumerevoli in questo senso gli appelli dei vescovi e dei patriarchi cristiani, ormai chiamati a confrontarsi con la possibile estinzione delle loro comunità.
    Abbiamo fatto qualcosa di tutto questo? No. La Nato, ovvero l’ alleanza militare che rappresenta l’ Occidente, si è mossa? Sì, ma al contrario. Ha assistito senza fiatare alle complicità con l’ Isis della Turchia di Erdogan, ma si è indignata quando la Russia è intervenuta a bombardare i ribelli islamisti di Al Nusra e delle altre formazioni.
     Nel frattempo l’ Isis, grazie a Putin finalmente in difficoltà sul terreno, ha esportato il suo terrore. Ha abbattuto sul Sinai un aereo di turisti russi (224 morti, molti più di quelli di Parigi) ma a noi (che adesso diciamo che quelli di Parigi sono attacchi “conto l’ umanità”) è importato poco. Ha rivendicato una strage in un mercato di Beirut, in Libano, e ce n’ è importato ancor meno. E poi si è rivolto contro la Francia.
     Abbiamo fatto qualcosa? No. Abbiamo provato a tagliare qualche canale tra l’ Isis e i suoi padrini? No. Abbiamo provato a svuotare il Medio Oriente di un po’ di armi? No, al contrario l’ abbiamo riempito, con l’ Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti ai primi posti nell’ importazione di armi, vendute (a loro e ad altri) dai cinque Paei che siedono nel Consiglio di Sicurezza (sicurezza?) dell’ Onu: Usa, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia.
    Solo l’ altro giorno, il nostro premier Renzi (che come tutti ora parla di attacco all’ umanità) era in Arabia Saudita a celebrare gli appalti raccolti presso il regime islamico più integralista, più legato all’ Isis e più dedito al sostegno di tutte le forme di estremismo islamico del mondo. E nessuno, degli odierni balbettatori, ha speso una parola per ricordare (a Renzi come a tutti gli altri) che il denaro, a dispetto dei proverbi, qualche volta puzza.
    Perché la verità è questa: se vogliamo eliminare l’ Isis, sappiamo benissimo quello che bisogna fare e a chi bisogna rivolgersi. Facciamoci piuttosto la domanda: vogliamo davvero eliminare l’ Isis? E’ la nostra priorità? Poi guardiamoci intorno e diamoci una risposta. Ma che sia sincera, per favore. Di chiacchiere e bugie non se ne può più.      

domenica 15 novembre 2015

ARRESTATO IL SINDACO DI (L)ADRO

Ve la ricordate la scuola di Adro in provincia di Brescia che salì all'attenzione dell'opinione pubblica perché fu decorata(direi imbrattata più che altro)con centinaia di soli delle Alpi,uno dei simboli della Lega Nord?
Ebbene,il sindaco che creò quello scempio è stato arrestato per falso in atto pubblico,turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e turbata libertà degli incanti,e con lui gran parte della giunta e due imprenditori edili che hanno beneficiato di favori in quanto contattati privatamente senza passare tutto l'iter necessario in Italia sulle opere pubbliche.
L'articolo preso da ecn.org parla dei trucchi usati dl sindaco leghista Oscar Lancini che nelle intercettazioni degli inquirenti è chiamato sceriffo,che con magheggi e delibere farsa ha cercato di far figurare ai cittadini di realizzare opere a costi zero,mentre con il suo sistema che a lungo andare è venuto fuori,ha fatto pagare alla cittadinanza molto di più del dovuto.

Arrestato il sindaco leghista di Adro. 

Oscar Lancini era «famoso» per aver tappezzato la scuola del paese con il sole delle Alpi

08/11/2013
Quando i carabinieri del Nucleo investigativo di Brescia si sono presentati per notificargli un provvedimento di arresti domiciliari, pare che Oscar Lancini, vulcanico sindaco leghista di Adro, non abbia dimesso il suo atteggiamento da guascone che lo rese famoso per aver tappezzato la scuola del paese con 700 simboli verdi del Sole delle Alpi e per aver negato la mensa ai bambini che non potevano pagare: si è messo a ridere.

A non ridere sembra invece sia la magistratura bresciana che lo accusa di falso in atto pubblico, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e turbata libertà degli incanti con gran parte della sua giunta. Ai domiciliari sono stati posti, infatti, anche Carmelo Bagalà, segretario comunale, l’assessore ai Lavori pubblici Giovanna Frusca, il responsabile dell’ufficio tecnico Leonardo Rossi e due imprenditori edili, Alessandro Cadei e Emanuele Casali.

L’inchiesta nasce da un esposto dell’opposizione, incentrato sulla cosiddetta “Area feste del paese”. È soprattutto riguardo a quest’opera che la Procura parla di «inquietante quadro in ordine alle modalità con le quali la cosa pubblica viene amministrata ad Adro, laddove emerge una gestione secondo logiche del tutto privatistiche, connotate da una sorta di “furberia” di base attraverso la quale, con “architetture” procedimentali del tutto spregiudicate, si ottengono molteplici obiettivi». E gli obbiettivi sono: «far passare per gratuite opere che non lo sono, ma così artatamente aumentando il consenso popolare sulla persona del sindaco che assume la paternità delle stravaganti idee» e «far lavorare, costantemente, i classici amici degli amici e cioè la coppia Casadei-Casali, politicamente legati al Lancini».

Lo sceriffo, così come era chiamato Lancini nelle intercettazioni, secondo il gip Cesare Bonamartini, «non risulta avere tratto un vantaggio personale dai reati posti in essere, i quali sembrano trovare la propria causa nella ricerca del consenso elettorale e nella gestione delle clientele di area politica», ma «l’assenza di remore evidenziata» con «la formazione di delibere mai adottate al solo fine di dare regolarità formale ad affidamenti di opere già eseguite esclude che si tratti di soggetti che versano solo accidentalmente nell’illecito». Un baratto indecente, ipotizzano i magistrati, tra gli imprenditori che dovevano gli oneri di urbanizzazione e invece fornivano materiale, a detta di Lancini a prezzi stracciati o manodopera spacciata come volontaria: prezzi che forse così convenienti non erano, così come forse la manodopera non era proprio del tutto volontaria se, secondo il pm Silvia Bonardi, «il risultato è stato che il Comune di Adro, quale parte contraente in contratti onerosi, ha sopportato ingenti costi per la realizzazione dell’opera (per un totale stimato per difetto tra i 400/500 mila euro)». Lancini «nella più completa ignoranza della normativa della Repubblica sulla pubblica amministrazione; per il pm - è spinto dalla sfrenata ambizione di dimostrare alla cittadinanza come sia in grado di dotare il Comune di opere di vario genere (sulla cui essenzialità ci si permette di avanzare più di una perplessità) a costo zero».

Il sindaco, quindi, «non si fa riguardo nel contattare direttamente i privati, proporre loro l’esecuzione di opere pubbliche (che, come visto, dovrebbero essere affidate secondo non il “Lancini-pensiero” ma in base al Codice degli Appalti), portare il tutto in Giunta, confezionare delibere postume, senza che mai venga minimamente valutato il reale costo dell’opera e, soprattutto, assicurato il conseguimento del miglior risultato al minor prezzo». Il risultato del Lancini pensiero è stato però, secondo l’accusa, che, dal 2009, «l’unica vera opera pubblica mai appaltata dal Comune di Adro è stata la realizzazione del famigerato polo scolastico Miglio»: quello del Sole delle Alpi.

http://www.lastampa.it/2013/11/08/italia/politica/arrestato-lancini-sindaco-di-adro-ETLwGxVcGYdVrOk9XDv1jL/pagina.html

sabato 14 novembre 2015

INDIGNARSI.SEMPRE!

Oggi non si può che parlare degli attentati Isis avvenuti ieri a Parigi e che hanno causato per ora 128 vittime innocenti che stavano vivendo tranquillamente la loro vita e la loro serata,chi in un ristorante,chi per strada,chi al bar o a un concerto.
E parlarne senza continui richiami alle guerre religiose,oggi tutte le brave persone di tutto il mondo sia essi preghino Dio,Allah o Yahweh,chi crede alla reincarnazione,agli alieni alla natura,alla scienza o che non creda affatto non può che indignarsi e lasciare un pensiero rivolto a queste morti assurde.
Ma sbaglia chi lo fa solo oggi o a comando,indirizzato dai media e dai social networks e non dal cuore e dalla coscienza,poiché chiunque prova orrore solo oggi vive col paraocchi e forse anche inconsapevolmente vive una vita dettata dagli umori degli altri e non di se stesso.
Perché dobbiamo indignarci tutti e sempre per tutto quello che accade di terribile e di orrido e perfido al mondo,sennò tanto vale non indignarsi affatto,non provare tristezza e commozione mai nella vita piuttosto che essere burattini guidati dalle emozioni del gregge.
Tralasciando le ondate di ignoranza che potrebbero invadere le discussioni odierne e dei prossimi giorni in quanto anche nel nostro piccolo quotidiano pariamo ed interagiamo con persone che non cambiano molto dai macellai che hanno insanguinato ieri Parigi(a loro mancano solo l'arma tra le mani e una scusa o possibilità e basta),ed è per questo che nel futuro a brevissimo raggio è meglio che legga poco sui socials,un poco di storia per capire quello che è successo ieri,sbagliatissimo e non c'è altro termine per affermarlo,è accaduto.
Partendo dai contributi odierni presi da Infoaut e dall'Espresso con l'intervento odierno al Tg 3 speciale di mezzogiorno di Massimo D'Alema che mi ha stupito positivamente(http://espresso.repubblica.it/palazzo/2015/11/14/news/parigi-sotto-attacco-d-alema-chiede-la-guerra-bisogna-schiacciare-l-is-1.239032 )che fanno un'analisi più ampia e che non si limitano alle solite e note dichiarazioni razziste di leader politici che oggi non voglio neanche ricordarne il nome.
Siamo tutti d'accordo che negli ultimi decenni e credo che parlare dalla fine degli anni ottanta possa essere alquanto preciso,che la maggior parte delle guerre al mondo e soprattutto quelle che hanno interessato il Medio Oriente,siano state create ad arte dagli Usa.
Partendo dai lauti aiuti in armi e denaro forniti ai talebani afgani per aiutare l'Afghanistan a combattere contro i russi con un Osama Bin Laden creato non dal nulla ma direttamente dalla Cia,passando al conflitto iracheno-iraniano che ha visto Saddam Hussein stavolta essere il privilegiato di turno.
Per poi arrivare alla Guerra del Golfo con Bush senior,uno dei nomi altisonanti se non il principale responsabile di ciò che sta accadendo di marcio oggi nel mondo mediorientale,che in successione col figlio stavolta combattono i vari Saddam e Bin Laden foraggiati da loro stessi perché gli eventi della storia sono cambiati,sempre in peggio.
Fino ad arrivare all'undici settembre e ad una guerra totale dall'Iraq al Pakistan con la scusa di stanare i responsabili del massacro newyorkese e nel tentativo vano e scellerato(e certificato negli ultimi mesi anche da Downing Street con le dichiarazioni di Blair che afferma che si erano inventati tutto)di trovare armi di distruzione di massa.
Arriviamo quindi al passato recente che è avvenuto a ridosso delle primavere arabe di inizio decennio e che hanno sconvolto l'organigramma politico dalla Tunisia passando per Libia,Egitto ed arrivando su fino in Siria,con l'avvento dell'esercito islamico anch'esso nato disgraziatamente per opera degli Stati Uniti.
Tutte queste guerre sono state generate per fini economici e politici dagli Usa,e se per i primi scopi è il petrolio il principale attore,c'é Israele nel secondo punto:e dietro tutti gli altri Stati alleati,il fronte occidentale europeo e mondiale che è intervenuto per le guerre degli altri versando sangue e denaro affinché gli altri potessero trionfare(cosa che non è ancora accaduta visto la storia recente).
Ricordo ancora ed è d'obbligo,almeno parlando dell'Italia,che il nostro intervento diretto è figlio del debito che abbiamo con gli Usa per averci dato una grossa mano per averci liberato dal giogo nazifascista,è sempre utile sottolinearlo.
Quel che è emerso negli ultimi mesi e anni,e a sentire alcuni interventi odierni sembra che la voce si stia espandendo e radicando,è che di fatto si sta costruendo una coscienza appunto sul fatto che gli Usa siano la prima causa di questo conflitto e di tutti gli attentati e le fughe di massa dei disperati che sta arrivando in Europa.
E che bisogna smetterla di tenere il piede in due scarpe alleandosi con degli Stati che stanno finanziando in certi casi anche spudoratamente ed alla luce del sole questi movimenti di integralisti islamici e che stanno bombardando gli unici che tentano la difesa via terra delle milizie dell'Isis.
Parlo principalmente dell'Arabia Saudita e della Turchia,con la prima nazione della quale avevo parlato proprio martedì(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2015/11/renzi-darabia.html )con Renzi alla corte dei sovrani arabi che stanno facendo scempio dello Yemen da mesi e che ribadisco non rispettano i diritti fondamentali dell'uomo e in primis della donna e che finanziano i gruppi integralisti islamici.
Poi c'è la Turchia che sta bombardando da anni i curdi che sono gli unici assieme alla Russia,all'Iran e agli hezbollah che stanno tenendo a bada l'Isis nei territori siriani,con i due Stati citati che stanno subendo pesanti embarghi e restrizioni da parte dell'occidente e il gruppo guerrigliero sciita che è considerata un'organizzazione terrorista alla pari del Pkk curdo.
Parlando di Siria c'è da aggiungere che è il principale territorio dell'autoproclamato califfato islamico e che l'Isis poi ha attivisti principalmente in Libia,in Nigeria con Boko Haram e seguaci nel mondo estremista islamica in tutto il Medio Oriente e in molti paesi africani oltre che le cellule in ogni dove al mondo.
Al momento non mi viene più nulla da scrivere ma sicuramente ci sarà tempo per farlo nei prossimi giorni anche per via del delinearsi nella situazione parigina e viste le reazioni mondiali a questi atti di vile violenza che fanno male innanzitutto a tutte le brave persone musulmane.
Pensando ancora ad un articolo sempre scritto in settimana,stavolta mercoledì(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2015/11/cera-una-bomba-sullairbus-russolo.html ),non mi sembra che ci sia stato tutto questo sgomento e questo pathos per le vittime russe dell'abbattimento dell'aereo sul Sinai,che comunque ha avuto come conta delle vittime quasi il doppio di quelle di ieri,invitando quindi ad indignarsi sempre per tutte le atrocità e le ingiustizie del mondo.

Attacco a Parigi. Contributi [in aggiornamento]
Mentre proviamo a ragionare sui fatti di Parigi, mentre cerchiamo di non "essere parlati" da retoriche che non ci appartengono, cominciamo col proporre qualche contributo che dia le coordinate per sviluppare un discorso di parte che rompa con gli appelli all'unione nazionale e alla guerra santa.

Buongiorno, Bambini

di Giuseppe Genna (pagina FB)
Nel baillamme di reazioni gastroenteriche, a cui questa fase del digitale fornisce la più meschina delle microvisibilità e che davvero mette a nudo una cifra notevole di ciò che l'occidente suppostamente sviluppato è in realtà, mi asterrei dallo scrivere qualunque cosa. Se lo faccio, è perché ho potuto studiare, vent'anni orsono, lo sviluppo di una questione che riguarda il continente che abitiamo. Tali studi condussero a riflessioni, le quali costituirono una delle strutture narrative, del tutto antiletteraria, di un mio libro assurdo, l'orrendo thriller che si intitolava "Gotha" e Mondadori reintitolò "Non toccare la pelle del drago". La questione è lo stato di guerra perenne che l'occidente cosiddetto sviluppato pone come protocollo di colonialismo, soft solo in apparenza, ovunque nel globo, in un passaggio storico che realizza effettivamente il crollo del recente passato bipolare (il 1989 è ieri, secondo i parametri storicamente più assennati). Ciò che le coalizioni occidentali, anzitutto euroamericane, compiono in Medioriente e nelle zone di dissesto a matrice variamente islamica, purtroppo, non è che emerga con continuità in effetti a vantaggio della pubblica opinione. Per esempio, non è che tutti sappiano cosa gli occidentali hanno fatto coi droni ai bambini in Yemen: un massacro devastante, al cui confronto le stragi di Parigi sono un'aggressione irrilevante dal punto di vista militare. Ci si potrebbe informare in proposito, all'istante, dando un senso alla propria commozione per i fatti di Francia, che in queste ore giustifica la deresponsabilizzazione collettiva praticata inconsultamente quando i fatti di Francia non accadono, andando a vedersi quel capolavoro che è "Dirty Wars": https://en.wikipedia.org/wiki/Dirty_Wars. Il passaggio dal mondo bipolare a una geopolitica così cangiante da non essere nemmeno più geopolitica, come dimostrano i fatti in Libano di qualche anno addietro, così come il prezzo del mantenimento di una colonia di controllo e di un asse geopolitico fondamentale per l'occidente, quale Israele nei fatti è anche, comporta che la guerra sottotraccia non solo si intensifichi a livelli di impercezione, per via dell'estensione, coordinata o meno, del suo raggio - ma impone anche un'intensificazione temporale, ovvero che la guerra sia stabilmente intronata come attività quotidiana della vita stessa di quella massa di masse che l'occidente incarna. In questo protocollo di esistenza politica, il soggetto individuale sperimenta un paradosso assai innovativo e tuttavia perenne nell'interminata storia del potere: uno è attivo politicamente senza accorgersene. Qualunque francese è di fatto da anni in stato di guerra, anche se non richiamato al fronte, poiché la guerra è uscita dalla manifestazione pesante e dura che ebbe nel Novecento e il fronte oggi è nebulizzato. Ogni francese sta combattendo in Mali, ogni francese sta sganciando bombe in territorio siriano, ogni francese continua a opporsi alle più varie falangi in Iraq. La normale esistenza quotidiana del parigino medio non contempla la sensazione e nemmeno la sensibilità rispetto a questo stato di cose, così come non è percepita la sensazione di essere agenti effettivi di un massacro roboante e continuo e sempre "esterno" per via dei consumi che ci si permette di praticare a Parigi come a Roma come a New York. Grondi sangue e non te ne accorgi. La reazione vociante di chi oggi grida all'umanità sotto attacco, e cioè qualunque osservatore che abbia accesso ai mezzi informativi, è non soltanto ipocrita, ma essa stessa è un atto di belligeranza all'interno di un protocollo bellico che ha raggiunto lo stato atmosferico: sono, in pratica, opinioni funzionali allo sviluppo del conflitto perenne. In ciò risulta sommamente ridicolo e proditoriamente tragico il fatto che un intero continente non si doti delle strumentazioni necessarie a sostenere quanto fa: ovvero la guerra. Il fatto che l'Europa attenda da vent'anni di costituire le proprie strutture di intelligence militare unica, per esempio, fa ridere qualunque militare. E' ciò che pagano i servizi segreti francesi, il cui fallimento sul campo è pari esattamente a quello degli americani nel 2001. Ora, è chiaro che possono esserci fondati sospetti su quanto l'intelligence Usa fece e disfece ai tempi delle Torri Gemelle; però lo stesso non si può dire degli apparati francesi, a nemmeno un anno dai fatti di Charlie Hébdo. Il fallimento delle funzioni difensive interne è del tutto proporzionale all'intensità con cui si attacca l'esterno. Sono i paradossi storici della guerra asimmetrica e non ci vuole molto a comprenderli, mentre ci vuole molto a tollerare umanamente questa situazione per nulla intricata e facilmente leggibile. Anche in questo caso si misura la vaporizzazione del testo e della leggibilità testuale del mondo. Uno pensa che stia andando giù la letteratura, ma sbaglia: sta andando giù la percezione di essere al mondo, con tutte le responsabilità che comporta stare in questo mondo, che mangia vegano e legge on line del razzo con cui un drone avrebbe incenerito Jihady John, senza sapere nulla e perché e percome. In questa fenditura, l'intellettuale politico ritrova la consistenza di parte del suo studio e di metà del suo in interrotto discorso.
Buongiorno, bambini.

La Francia si è importata la guerra in casa. Ora tocca all’Europa?

di Redazione di Senza Soste

“Ci accingiamo a condurre una guerra che sarà spietata”. Dal discorso in diretta tv alla nazione del presidente francese Hollande, tarda serata di ieri.

Parigi, se guardiamo agli ultimi trent’anni, è già stata colpita da diverse tipologie di attacchi. Nel 1986, ad esempio c’è una serie di attentati (bombe che colpiscono negozi di lusso e magazzini popolari) legati alla richiesta di liberazione di un militante di una importante fazione libanese. Poi ci sono gli attentati della metà degli anni ’90, legati alla vicenda dell’appoggio francese al colpo di stato algerino, che provocano diversi morti. Esplosioni di bombe rudimentali non certo con attacchi coordinati come quelli di venerdì 13.

Anche allora, come per Charlie Hebdo, la retorica della restrizione della sorveglianza, dello stanare i terroristi, della mano ferma che deve colpire anche all’estero se necessario ovviamente si è sprecata. Il punto è che, da almeno trent’anni, tutte le grandi criticità del medio oriente, in un modo o in un altro, hanno finito per manifestarsi sul suolo parigino. Da quelle rappresentate dagli sciiti del 1986 ai filo-sunniti della strage Charlie Hebdo. C’è solo da stupirsi del fatto, con la Francia in testa al bombardamento della Libia del 2011, non sia accaduto a Parigi qualcosa di direttamente proveniente dal paese nordafricano. Sugli attentati di venerdì 13, rispetto al passato anche recente, possiamo notare un salto di qualità. Stavolta la Francia rischia non tanto di importare attentati ma proprio una guerra in casa. E di esportarla in Europa.

Senza cercare di analizzare i dati e i fatti che neanche le autorità francesi hanno (provenienza reale degli attentatori, organizzazione del gruppo, logistica, fiancheggiamenti) è evidente, dalle testimonianze di chi era, ad esempio, al Bataclan che il legame tra attentati a Parigi e situazione siriana ed irachena l’hanno fatto gli stessi attentatori. Mentre sparavano agli ostaggi accusando Hollande di essere responsabile di tutto questo.

Ora, che in Siria la situazione sul campo, dopo l’intervento della Russia, sia cambiata è evidente. Come lo è quella dell’Iraq, con un’offensiva anti-Isis che si sta davvero formando. Senza applicare con fretta magliette e sigle agli attentatori, sia perché gli stessi francesi sono cauti sia perché l’attribuzione in questo contesto è sempre complessa, è evidente che i contraccolpi di queste mutazioni sono finiti in Francia. Non sotto la forma di un attentato classico ma sotto quella di un attacco coordinato - kamikaze allo stadio, esecuzioni di chi mangiava al ristorante, presa di ostaggi a teatro- che porta l’intero scenario parigino in zona di guerra. Del resto la guerra asimmetrica, come si sa da un ventennio, prevede attacchi classici nel paese più piccolo e risposte, in termini di attacchi alla popolazione, nelle strade del paese più grande. L’attentato allo stadio dove si giocava (da non dimenticare) Francia-Germania lo si è trascurato forse perché è sostanzialmente fallito. Tre kamikaze, rispetto alle potenzialità di un attentato del genere, hanno prodotto una tragedia a bassa intensità di morti. Ma ad alta intensità simbolica, a parte le scene dell’invasione di campo dei tifosi impauriti (rovescio dell’hooliganismo), con un messaggio preciso alla Germania.

Il punto sta quindi tutto sulla diffusione di questo atto di classica guerra asimmetrica. Se rappresenta il culmine di una strategia, fatta di attacchi coordinati, o l’inizio. Se rimane confinato in Francia, o all’abbattimento dell’aereo russo pieno di turisti, o si estende in Europa. Se risulta efficace sullo scenario siriano e iracheo o solo simbolico. Se rappresenta una risposta spettacolare alla perdita di eroi dello spettacolo bellico sul campo (Jihadi John tra tutti) o una precisa strategia militare di indebolimento della forza dello stato francese.

L’altro punto è che gli europei, presi nelle rispettive dimensioni autoreferenziali, non hanno capito bene di essere in guerra. A Parigi in tre casi – rue Bichat, Bataclan, stadio Saint Denis – i testimoni hanno raccontato di aver creduto, all’inizio, che si trattasse di petardi piuttosto che di sparatorie. E’ uno degli effetti del muro cognitivo che separa gli europei dai fatti che li riguardano: la crisi più importante dal ’29 sterilizzata in rappresentazioni fatte di grafici, e di dichiarazioni rassicuranti, che non capisce nessuno; Il medio oriente rappresentato solo come argomento di conferenze di pace che non finiscono mai. Per questo le ondate di profughi sono viste con particolare angoscia: portano addosso quel rimosso della crisi e della guerra che non si razionalizza altrimenti, tramite i discorsi ufficiali.

La situazione è talmente dura, e maledettamente complicata, che non valgono nemmeno le risposte tradizionali. E’ impossibile la pratica di un pacifismo tradizionale Peace & Love quando dall’altro lato del mediterraneo hai Isis. Infatti, saggiamente i movimenti appoggiano il popolo curdo. Mentre arcobaleno e arancioni di ogni origine balbettano già formule senza senso che tornereanno utili per legittimare le retoriche della guerra umanitaria.
redazione, 14 novembre 2015

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Parigi sotto attacco, D'Alema chiede la guerra: «Bisogna schiacciare l'Is»

Non il mondo islamico, che anzi è vittima dell’Is, ma il fondamentalismo. Massimo D’Alema indica il nemico e auspica «una conferenza internazionale». Ma avverte: «Lo scontro con l’Is va risolto con la forza»
di Luca Sappino
 
«Abbiamo fatto una scoperta forse tardiva», dice Massimo D’Alema intervenendo al Tg3, commentando i fatti di Parigi: «Qualche giorno fa», ricorda l’ex presidente del Consiglio, «l’Isis ha abbattuto un aereo russo, e non possiamo fare finta non sia stato così». Per D’Alema la risposta deve quindi essere dura, perché «la minaccia non può essere contenuta». «È in corso una guerra», dice, «e quando c’è una guerra bisogna organizzarsi per vincerla».

Indica i passaggi da fare, D’Alema: «Credo si debba prima di tutto avere un’idea chiara di chi è il nostro nemico che va individuato con precisione e non in modo confuso». «Il nostro nemico», dice D’Alema a Bianca Berlinguer, «non è il mondo islamico in generale, che anche sarebbe complicato, ma Daesh e Al Qaida anche, la frangia estremista del fondamentalismo». Frangia, dice D’Alema, «che è il problema del nord del Mondo, dell’Occidente e della Russia, ed è il nemico però anche del mondo islamico, dove - è bene ricordare - ci sono state le principali offensive, i massacri, gli stupri di massa. Pensiamo a cosa è stato fatto contro i curdi».

«Bisogna cercare la collaborazione con tutti quelli disposti a combattere questi nemici», prosegue D’Alema. Poi bisogna «schiacciare l’Isis» che rispetto a Al Qaida ha una novità, «l’ambizione territoriale, l’esistenza di alcuni nuclei di califfato che hanno peraltro una forza di attrazione e mobilitazione anche sui giovani europei. Una parte dell’Iraq, una parte della Siria, una piccola parte della Libia. Lì c’è l’Isis, lì bisogna schiacciarli, non con bombardamenti, ma eliminandoli da questi territori».

Non teme paragoni con Matteo Salvini, le cui parole non vuole neanche commentare, D’Alema: «Stiamo parlando di cose serie», dice, «non vorrei mischiarci Salvini». «Da una parte», aggiunge però, «è ovvio che lo scontro con l’Isis va risolto con la forza, perché non mi pare vogliano raccogliere appelli. La discriminante è nell’uso della politica e dell’intelligenza».

Un intervento di terra, per D’Alema, potrebbe anche non esser necessario, «forse è sufficiente un apporto ai curdi, ma sono questioni che devono essere viste». «Non è accettabile», dice ad esempio, «che uno Stato della Nato come la Turchia attacchi sistematicamente i curdi. È arrivato il momento di dire che la priorità è combattere l’Isis». «Quando si fanno le guerre, ci si mette attorno a un tavolo, si elabora una strategia», dice ancora D’Alema, che precisa che «lo scenario non è quello dell’occidente che combatte l’Isis, ed è quindi fondamentale che ci siano i musulmani, per non cadere nella trappola della guerra di religione». Pensa all'Arabia Saudita, D'Alema: «È una guerra contro la barbarie».