venerdì 17 luglio 2015

CHIACCHIERE ITALICHE

 
L'articolo odierno preso da Senza Soste parla dell'evanescenza e dell'inutilità politica che la figura del premier italiano Renzi ricopre in Europa,una sudditanza alla Germania e alla troika che gli fa fare proclami alla stampa e alla televisione contro l'austerità ma quando c'è da alzare la manina per avallare le scelte europee lo fa al volo.
In un parallelo con Tsipras,sempre più additato dalla stampa in mano ai poteri forti ma anche ultimamente bacchettato da quella italiana che è salita sul carro del vincitore per poi scaricarlo negli ultimi giorni,Renzi fa proprio la figura del chiacchierone tipico italiano che quando c'è da protestare con i proclami o la tastiera è in prima linea:quando invece c'è da lottare e fare scelte difficili si tira indietro o compie scelte che mette nella merda il popolo.
In Grecia non è stato così,in Grecia non si è voluto obbedire ai diktat della Merkel e compagnia,in Grecia si è rischiato il tutto per tutto e anche se economicamente e politicamente c'è un forte sentore di sconfitta,il popolo greco si porta a casa una vittoria morale basata sulla lotta e sulla dignità.

L'irresistibile irrilevanza di Renzi
Antonio Rei - tratto da http://www.altrenotizie.org 
 
Non riesco a immaginare un'Europa senza la Grecia". All'apice della più grave crisi politica dalla nascita dell'euro, Matteo Renzi - in un'intervista ad Al Jazeera - verga il proprio nome nella storia con questa memorabile sentenza. Per la verità, la ripete da settimane, suscitando forse un moto di tenerezza fra quelli che a Bruxelles contano qualcosa. Verrebbe da chiedergli: "Cos'è che riesce a immaginare, Presidente?".
E dire che, fin qui, la creatività non è mancata al nostro Premier. Ci vuole fantasia per concepire il terzo Paese dell'Eurozona - governato da un partito che si dice di sinistra - ridotto a servo sciocco dell'Europa a trazione tedesca. Eppure è questa la fine che abbiamo fatto, come dimostra nel modo più lampante proprio la gestione del caso greco.
Fin dall'inizio, il sostegno di Renzi a Tsipras è stato solo vuota retorica. Basti pensare a quello che accadde dopo le elezioni del 25 gennaio vinte da Syriza, quando il nostro Premier non si degnò nemmeno di commentare, mandando avanti Sandro Gozi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all'Unione europea, che su Twitter scrisse: "Congratulazioni a Alexis Tsipras, pronti a lavorare con il nuovo governo greco per una più democratica e politica Ue".All'epoca nel Pd tutti sottolineavano che il nuovo leader greco avrebbe avuto bisogno di Renzi per condurre la sua battaglia anti-austerità, e in effetti era così. Lo stesso Tsipras ha chiesto più volte al suo omologo italiano di fornirgli una sponda autorevole nel corso della trattativa, magari per iniziare a cucire un fronte dei Paesi mediterranei in grado di contrapporsi efficacemente ai falchi del Nord Europa.
Renzi questo aiuto lo ha sempre negato. Nelle conferenze stampa continua a scagliarsi contro le politiche di austerità, rivelatesi fallimentari, e a spingere per una virata in direzione della crescita: ma sono solo chiacchiere. Di concreto non c'è nulla, se non la favola della "Flessibilità", a tutt'oggi una creatura mitologica dalle sembianze indefinite. Il nostro governo si è vantato in continuazione di aver ottenuto durante il semestre italiano di presidenza Ue "maggiore flessibilità" da Bruxelles, ma nessuno sa ancora spiegare nel dettaglio cosa questo comporti. L'unica certezza è che non arriverà alcun cambiamento significativo nelle politiche economiche europee, a meno che non si voglia considerare tale il Piano Juncker, altra creatura di fantasia che dovrebbe magicamente produrre centinaia di miliardi d'investimenti privati.
L'unica battaglia concreta in Europa contro l'austerità è stata e rimane quella di Syriza. Renzi lo sa benissimo e proprio per questo ha voluto immediatamente voltare le spalle a Tsipras. Una scelta di campo che ha superato il confine della vergogna pochi giorni prima del referendum greco, quando il Premier italiano si è schierato apertamente contro il governo di Atene, arrivando a definire la consultazione popolare "un derby fra euro e dracma".Un vero sproloquio dovuto all'ignoranza e alla malafede del nostro Premier, che non ha il coraggio, né le capacità, né la statura politica per trattare alla pari con i grandi leader europei. Si lamenta perché è costantemente tagliato fuori da tutte le consultazioni ristrette, reclama un posto nel lettone fra papà Hollande e mamma Merkel, addirittura piagnucola per la manifesta irrilevanza della sua opinione nel corso di tutti i negoziati, ma alla fine obbedisce. Obbedisce sempre, probabilmente per paura di ricevere una scomunica in stile Berlusconi.
Tsipras, invece, non ha obbedito. Nemmeno il popolo greco lo ha fatto, consegnando un plebiscito di NO al referendum sulla proposta dei creditori. Può darsi che alla fine saranno sconfitti, sacrificati sull'altare del potere neoliberista per lanciare un segnale chiaro alle sinistre di mezza Europa (con in testa Podemos, visto che a novembre si vota in Spagna). Forse, alla fine, Atene dovrà capitolare per insegnare ad altri popoli europei che è inutile farsi illusioni: il timone della politica economica europea non si tocca e chiunque si oppone può scegliere solo fra il ripensamento umiliante o il baratro. Eppure, anche se andrà così, anche se per la Grecia si realizzerà il peggiore degli scenari, un politico di sinistra come Tsipras guarderà sempre dall'alto il politicante fanfarone di Palazzo Chigi.
12 luglio 2015

martedì 14 luglio 2015

LE REAZIONI DEMENZIALI DI ISRAELE ALL'ACCORDO NUCLEARE IRANIANO

Come già annunciato lo scorso aprile(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2015/04/liran-e-il-nucleare.html )ecco che l'accordo nucleare per l'Iran è stato firmato a Vienna,trattato che consentirà legalmente allo Stato islamico asiatico di proseguire il proprio approvvigionamento energetico tramite l'energia atomica.
Lasciando stare il fatto che sono contro tale metodo di acquisire l'energia,questo è stato uno smacco storico per Israele e per gli stati dell'orbita saudita,per motivi diametralmente diversi che vanno dalla paura e dall'insicurezza che secondo i primi tale scelta possa portare ad argomenti prettamente economici per i secondi legati al petroldollaro.
Vorrei soffermarmi brevemente su Israele i cui rappresentanti hanno usato termini come"resa storica dell'Occidente all'asse del male,con l'Iran in testa"oppure"Teheran ha ricevuto la licenza di uccidere"cosa tutta da verificare soprattutto pensando a quello che accade in Palestina.
Articolo preso da Repubblica.it(http://www.repubblica.it/esteri/2015/07/14/news/iran_accordo-119017116/ ).

Iran, è accordo: via le sanzioni, controllo internazionale sul programma nucleare.

Mogherini: "Giornata storica, il mondo è più sicuro". Il ministro degli Esteri iraniano Zarif: "Accordo non perfetto, ma storico momento: si apre il capitolo della speranza". Con una nuova risoluzione Onu e la ratifica del trattato dei parlamenti americano e iraniano, le sanzioni internazionali saranno rimosse all'inizio del 2016, ma tornerebbero in vigore entro 65 giorni in caso di violazioni. Obama: "
 
Vienna-Limitate dai negoziatori del "5+1" le ultime asperità nel corso di una lunga, ultima notte di trattative, lo "storico" accordo tra Teheran e le potenze mondiali sul futuro del programma nucleare iraniano è raggiunto. E Federica Mogherini, aprendo a Vienna la riunione plenaria finale che condurrà alla ufficializzazione del trattato, avendo accanto il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, può finalmente annunciare: "L'accordo è formalmente concluso. Si apre un nuovo capitolo nelle relazioni internazionali. E' il risultato di un lavoro molto duro di tutti noi (l'accordo doveva essere concluso a Vienna entro il 30 giugno, scadenza poi slittata al 7 luglio, e ancora al 10 e poi alla mezzanotte del 13 luglio, ndr), ringrazio tutti coloro che siedono a questo tavolo e anche chi sta dietro e ha lavorato per mesi e anni per raggiungere questo punto. Un segnale di speranza lanciato al mondo". Zarif da parte sua definisce "non perfetto" l'accordo ma "storico" il momento perché, appunto, apre il capitolo della "speranza". "Non è solo un accordo, ma è buon accordo, per tutti" ribatte più tardi l'Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue in conferenza stampa, "contribuirà in modo positivo alla pace e sicurezza regionale e internazionale".

Dalla Casa Bianca il presidente americano Barack Obama lancia al mondo un messaggio rassicurante, indirizzato in particolare a Israele: "Grazie all'accordo, la comunità internazionale potrà verificare che l'Iran non sviluppi l'arma atomica. Teheran sarà privata del 98 per cento delle sue attuali riserve di uranio arricchito. E' un accordo che non si basa sulla fiducia ma sulla verifica. Se l'Iran violerà l'accordo tutte le sanzioni saranno ripristinate e ci saranno serie conseguenze. Nessun accordo avrebbe significato nessun limite al programma nucleare iraniano. Gli Stati Uniti manterranno le sanzioni contro l'Iran collegate alla violazione dei diritti umani". Poi, un monito al Congresso Usa: "Sarebbe irresponsabile allontanarsi da questo accordo. Porrò il veto a qualsiasi legge che si opporrà alla sua attuazione". Il veto presidenziale comporta il ritorno della legge alle Camere per un'approvazione a maggioranza qualificata dei due terzi.
In precedenza, Yukiya Amano, direttore generale dell'Aiea, l'agenzia Onu per il nucleare, aveva confermato che la Repubblica Islamica iraniana "ha approvato il testo finale dell'accordo e lo ha firmato", come riporta al Alam, emittente televisiva iraniana in lingua araba. A seguire, l'annuncio della tv di Stato iraniana: "Raggiunto un buon accordo con le potenze mondiali". Nelle prossime settimane, "pochi giorni" secondo il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, il trattato sarà oggetto di una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu e necessiterà della ratifica da parte del Congresso degli Stati Uniti e del Majlis, l'assemblea legislativa iraniana. Anche il presidente iraniano Hasan Rohani si è rivolto alla nazione dalla tv di Stato, per dire che la Repubblica Islamica iraniana "non cercherà mai di dotarsi dell'arma atomica".
L'entrata in vigore dell'accordo, secondo fonti americane, dipenderà dai passi avanti dell'Iran nella limitazione del suo programma nucleare. Secondo fonti iraniane, occorreranno circa sei mesi. Le misure previste da entrambe le parti (cioè le limitazioni del programma nucleare di Teheran da una parte e l'alleggerimento delle sanzioni dall'altra) troverebbero dunque applicazione nella prima metà del 2016. Da fonti diplomatiche, l'Iran ha accettato il principio di un ritorno alle sanzioni entro 65 giorni se dovesse essere accertata una sua violazione del trattato.
SCHEDA: I PUNTI DELL'ACCORDO
Cosa ottiene l'Iran. Teheran otterrà la revoca delle sanzioni internazionali, l'unica vera ragione per cui gli emissari del regime di Teheran hanno deciso di sedersi al tavolo del negoziato, in cambio di significative riduzioni alla portata del suo programma nucleare, che verrà sottoposto a ispezioni per accertare il rispetto degli impegni da parte della Repubblica Islamica. L'agenzia iraniana Irna sintetizza così il trattato: "Le sanzioni economiche adottate da Usa e Ue saranno rimosse con l'entrata in vigore dell'accordo. In particolare quelle imposte alla Banca Centrale iraniana, alla compagnia petrolifera nazionale, alle compagnie aeree e di navigazione e a molte altre istituzioni e persone. Torneranno disponibili asset iraniani per centinaia di miliardi di dollari congelati all'estero, oltre alla possibilità di acquistare tecnologia e macchinari utilizzabili anche per scopi militari, che l'Iran potrà acquisire attraverso il benestare di una commissione congiunta composta da Iran e 5+1. Sarà possibile riprendere la cooperazione economica con l'Iran in ogni campo, inclusi gli investimenti in petrolio e gas. Nuove misure sostituiranno l'embargo sulle armi: l'Iran potrà importare o esportare armi caso per caso e queste restrizioni dureranno solo cinque anni".
Le limitazioni al programma nucleare. Un punto su cui la trattativa è stata più volte sul punto di naufragare è quello relativo alle centrifughe per l'arricchimento dell'uranio. Secondo l'agenzia Irna, l'accordo non impedirà all'Iran di andare avanti in ricerca e sviluppo sulle centrifughe "chiave", indicate dalle sigle IR6, IR-5, IR4, IR 8. Chiarisce il ministero degli Esteri russo sul suo sito: l'Iran potrà condurre attività di ricerca e sviluppo sulle centrifughe avanzate nel corso dei primi 10 anni di validità dell'accordo con le potenze mondiali, ma "in una maniera che non prevede l'accumulo di uranio arricchito. Per 10 anni, in base al piano di R&S sull'arricchimento, le attività iraniane riguarderanno solo le centrifughe IR-4, IR-5, IR-6 e IR-8". Secondo il ministro degli Esteri britannico Philip Hammond, questi "limitati" spazi concessi a Teheran per lo sviluppo e la ricerca sulle centrifughe "escludono il rischio di proliferazione". L'Iran si impegna inoltre a ridurre di due terzi il numero delle centrifughe, che "saranno limitate a 5.060 nel sito di Natanz" mentre altre "1.044 saranno mantenute funzionanti, ma non utilizzate, nel sito di Fordo". L'Iran dispone attualmente di oltre 19.000 centrifughe, di cui meno di 10.000 operative.

Inchiesta sulle attività del passato. L'Iran e l'Agencia internazionale per l'energia atomica (Aiea) si sono accordati anche sulla spinosa questione delle possibili implicazioni militari dell'attività nucleare svolta in passato da Teheran, a cui sarebbe stata vincolata la rimozione di alcune sanzioni. Importante, in questo senso, la dichiarazione del direttore generale dell'Aiea, Amano, secondo il quale l'Iran ha sottoscritto con l'agenzia Onu una "roadmap" per chiarire "entro la fine dell'anno" gli aspetti più controversi del suo programma nucleare, presenti e passati.

Le ispezioni nei siti sospetti. Lo stesso Amano ha chiarito che "il futuro accesso al sito militare di Parchin", che l'Aiea ha richiesto più volte, "è parte di un accordo separato". In base al testo, il meccanismo su cui ci si è accordati è che le visite degli ispettori dell'Aiea  ai siti sospetti avverranno "entro 24 giorni" dalla richiesta. Da fonti iraniane, Teheran avrebbe ottenuto un tavolo arbitrale per le ispezioni ai siti militari, tavolo - che naturalmente comporterebbe un prolungamento dei tempi - che sarebbe composto dallo stesso Iran con il "5+1". Quella dei siti militari è una "linea rossa" più volte rimarcata dalla Guida Ali Khamenei, e da parte iraniana si ritiene che le visite - già concesse due volte per Parchin in passato -  debbano essere giustificata da adeguati elementi di prova. Secondo il direttore del programma nucleare iraniano, Ali Akbar Salehi, citato da Irna, la "linea rossa" è stata rispettata.

Armi convenzionali e missili balistici. Sarebbe stato raggiunto un compromesso anche sulla questione dell'embargo su armi convenzionali e missili balistici: l'embargo sulle armi convenzionali reggerà per altri 5 anni, per altri 8 le sanzioni Onu che impediscono l'acquisto di missili e le restrizioni alla loro tecnologia. Teheran chiedeva la revoca immediata del blocco e su questa linea erano anche la Russia e la Cina, tradizionali fornitori di armi all'Iran, contrari gli Usa, che tengono conto delle preoccupazioni dei loro alleati nella regione mediorientale, Israele in prima fila. Concluso l'accordo, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov chiarisce: "Nei prossimi cinque anni sarà possibile fornire armi all'Iran se il Consiglio di Sicurezza dell'Onu lo autorizza".
MAPPA: IL GRANDE GIOCO ATOMICO
L'ira di Israele. Difficilmente le rassicurazioni di Obama e la promessa del segretario di Stato John Kerry ("gli Usa continueranno a sostenere i nostri partner in Medio oriente e saremo vigili su ogni arttività iraniana di destabilizzazione") riusciranno a placare l'ira di Israele. Scossa dalla notizia dell'intesa raggiunta a Vienna. Il premier Benjamin Netanyahu definisce l'accordo sul programma nucleare iraniano "un errore di proporzioni storiche". Una fonte ufficiale israeliana paragona il trattato in arrivo a una "licenza di uccidere" garantita a Teheran. Il ministro degli Esteri Tzipi Hotovely assicura che Israele "impiegherà ogni mezzo diplomatico per impedire la conferma dell'accordo" che segna la "resa dell'Occidente all'asse del male guidato dall'Iran". "Le implicazioni dell'accordo nell'immediato futuro sono molto gravi - aggiunge Hotovely nel suo comunicato, citato sul sito Times of Israel - l'Iran continuerà a diffondere la metastasi delle sue cellule terroristiche in tutte le direzioni, continuerà a infiammare il Medio Oriente e, quel che è ancora peggio, farà un gran passo per diventare uno Stato sulla soglia del nucleare".

Ieri il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva ribadito: "Ci siamo impegnati a impedire all'Iran di dotarsi di armi atomiche e questo impegno è ora valido più che mai", mentre il suo ministro dell'energia Yuval Steinitz aveva denunciato "un cattivo accordo, pieno di scappatoie". Inaugurando un nuovo fronte nella sua propaganda anti-nucleare iraniano, lo stesso Netanyahu ha aperto un profilo twitter in lingua farsi con "l'obiettivo di stabilire un filo diretto con gli iraniani che sono stati indottrinati a odiare Israele dopo la rivoluzione islamica del 1979" ha spiegato all'Afp il capo dei servizio dell'ufficio del premier israeliano. "Vogliamo dire, in farsi, la verità agli iraniani sull'accordo sul nucleare, spiegando loro che i miliardi di dollari che il regime iraniano otterrà a seguito dell'accordo serviranno a finanziare il terrorismo e non a costruire scuole e ospedali".

venerdì 10 luglio 2015

IL DISCORSO DI TSIPRAS A STRASBURGO

 
Il discorso del premier greco Alexis Tsipras tenuto a Strasburgo l'altro giorno è il riassunto limpido di quello che la Troika e l'Europa in particolare ha sperimentato negli ultimi anni,una scommessa persa già in partenza e che ha portato sull'orlo di una crisi economica e sociale molti paesi soprattutto del subcontinente,con la Grecia che ha avuto la peggior sorte.
Con la Germania e il blocco a lei fedele cha ha obbligato lo stato ellenico a comprare armamenti e ad accettare negli scorsi anni contratti e debiti stratosferici per mantenere l'egemonia sul resto degli Stati fin'ora è andata bene,ma le cose ad Atene sono cambiate e la sfida di Tsipras a Bce,Fmi e Ue sta avendo spiragli di speranza e le sue richieste vengono ascoltate a differenza di altri paesi(Italia ad esempio)dove si obbedisce e basta e l'austerità è sinonimo di religione da seguire fedelmente.
La sostanza del discorso che sta nel fatto che i fondi stanziati dall'Ue non solo in Grecia sono arrivati solo per salvare le banche lo so sta dicendo da almeno quasi una decina di anni,e c'è voluto proprio Tsipras per farlo capire al mondo intero(anche negli Usa nelle ultime settimane la Grecia era la prima notizia dei telegiornali)?
L'articolo preso da Senza Soste(http://www.senzasoste.it/internazionale/tsipras-a-strasburgo-vogliamo-la-riduzione-del-debito )parla di questo momento che credo passerà alla storia in Europa.da chi ha avuto il coraggio e la determinazione a dire le cose come sono senza peli sulla lingua e soprattutto asserendo la verità.
 
Tsipras a Strasburgo: "Vogliamo la riduzione del debito"
 
Vien da pensare che la vittoria del NO al referendum greco stia facendo saltare un po' di schematismi anche all'interno dell'edificio instabile chiamato Unione Europea. E diversi degli “allineati” a Merkel, Schaeuble e Weidmann cominciano ora a fare piccole distinzioni, suggerire cautela ai “falchi”, magari persino immaginare qualche risposta alla crisi diversa dall'austerità ordo-liberista teutonica.
Niente che possa mettere in duscussione la “linea” della Troika, ma un refolo di vento che segnala l'emergere di contraddizini interne fin qui dopite con molta facilità.
L'accoglienza che il Parlamento di Strasburgo – il più inutile dei parlamento al mondo, privo com'è del potere legislativo – rientra nel ristretto novero dei trionfi attribuiti in genere alle rockstar, più che agli attuali grigi e ragionieristici “leader senza carisma” del continente. Le cronache più asettiche (l'Ansa, per esempio) recitano: “Al suo ingresso alla plenaria dell'Europarlamento a Strasburgo il premier greco Alexis Tsipras è stato accolto da applausi e urla di incitazione. Molti lo hanno atteso per stringergli la mano, scattare foto e selfie”. Se reggerà alla pressione, alla prossima occasione lo intitoleranno “el libertador”, novello Simon Bolivar?
Era atteso per un discorso che avrebbe dovuto illustrare le “nuove proposte” elleniche in materia di “riforme strutturali” da realizzare in cambio dell'ennesimo pacchetto di aiuti, secondo la logica perversa per cui a ogni taglio corrisponde una caduta del Pil e delle entrate, quindi un aumento del debito pubblico che renderebbe “necessarie” altre “riforme”, tagli al welfare, alla contrattazione, più privatizzazioni.
Hanno dovuto invece ascoltare – tra diversi applausi – un atto d'accusa contro “le istituzioni” (Unione Europea, Bce, Fmi) quasi con le stesse parole di un comizio interno: "I soldi dati alla Grecia non hanno mai raggiunto il popolo, i soldi sono stati dati per salvare le banche europee e greche. La mia patria si è trasformata in un laboratorio sperimentale di austerità, ma l'esperimento non ha avuto successo".
Il primo obiettivo dichiarato della “nostra proposta” – detto a Straburgo, non in un messaggio televisivo rivolto ai soli greci – è "La lotta alla disoccupazione". Non poprio in cima alle preoccupazioni dei “creditori”.
E quindi ha tracciato la vera “linea rossa” che non potrà valicare in quest'ultima, quasi disperata, tornata di negoziato: "un taglio del debito per poter essere in grado di restituire i soldi: ricordo che il momento di massima solidarietà nella Ue è stato nel 1953, quando venne tagliato il 60% del debito tedesco, dopo la Guerra".
Quella di voler restare all'interno dell'Unione Europea e dell'euro, in queste condizioni, è – come abbiam scritto sempre – una grande illusione di Syriza e di Tsipras. Ma stavolta Tsipras l'ha espressa in modo quasi ingenuo (avendo di fronte le facce dei marpioni che bivaccano tra Strasburgo e Bruxelles): "Se avessi voluto trascinare la Grecia fuori dall'euro non avrei fatto le dichiarazioni che ho fatto dopo il referendum, io non ho un piano segreto per l'uscita dall'euro e vi sto parlando davvero con il cuore in mano"
Si è fatto quindi forte del risultato referendario per limitarne alla sola prospettiva “riformista” il significato politico: "La scelta coraggiosa del popolo greco, in condizioni senza precedenti, non è una scelta di rottura con l'Europa ma è la scelta di tornare ai valori che stanno alla base dell'Ue. E' un messaggio chiarissimo. Occorre rispetto per la scelta del nostro popolo".
Confermata dunque anche la richiesta di un piano di salvataggio con lo strumento del cosiddetto “fondo salva-stati” (Esm): "Vogliamo lanciare un dibattito sulla sostenibilità del debito pubblico, non ci possono essere tabù tra di noi per trovare le soluzioni necessari. Oggi invieremo la nostra richiesta all'Esm" e "spero che nei prossimi giorni risponderemo a questa crisi per tutta l'eurozona".
vedi anche
(n)Eurovertice. Atene non presenta proposte e chiede un prestito-ponte di 7 miliardi

giovedì 9 luglio 2015

L'ENNESIMA CONDANNA DI BERLUSCONI

Ve lo ricordate vero il cambiamento di casacca politica dell'ex sentore dell'Idv De Gregorio che tanto ai tempi fece scalpore perché decretò la fine del governo Prodi e che da subito fu chiaro che questa vergognosa macchinazione fu studiata a tavolino da Berlusconi pagando il senatore?
Ebbene dopo anni di indagini,interrogatori,spulciando i conti privati degli indagati,il tribunale di Napoli ha condannato l'ex premier faccia di bronzo e l'ex direttore de"L'Avanti"Lavitola rispettivamente a tre e quattro anni e quatto mesi di reclusione,e per Berlusconi ancora nemmeno un giorno di galera in quanto il reato è caduto in prescrizione.
Quest'ultimo ha avuto un ruolo determinante nello spostamento dei tre milioni di Euro dalle tasche di Berlusconi a quelle di De Gregorio,pur avendo ricevuto una pena più alta rispetto al suo collega criminale:questa ennesima pagina vergognosa della politica italiana in un altro paese avrebbe avuto conseguenze divere tipo carcere duro e scioglimento di Forza Italia(sì,lo so già non esisteva più ed è stata riesumata da Renzi)e magari di tutti i movimenti politici collusi con essa-

Compravendita di senatori, Silvio Berlusconi e Valter Lavitola condannati a tre anni per corruzioneIntorno alle 20 la sentenza che chiude il processo a carico dell’ex Cavaliere e del faccendiere accusati di concorso in corruzione. L’accusa: pagati 3 milioni di euro.

di Redazione Online
Silvio Berlusconi è stato condannato dal Tribunale di Napoli a tre anni di reclusione per corruzione nel processo per la compravendita dei senatori. Alla stessa pena è stato condannato anche Valter Lavitola, ex direttore del giornale «L’Avanti». Il collegio ha deciso anche una pena accessoria di 5 anni di interdizione dai pubblici uffici per entrambi. I giudici hanno dunque ritenuto Silvio Berlusconi colpevole di corruzione per aver pagato il voto parlamentare dell’allora senatore Sergio De Gregorio. Secondo l’accusa si tratta di tre milioni di euro tra il 2006 e il 2008 per indebolire o addirittura far cadere il governo allora guidato da Romano Prodi.
Non tarda ad arrivare la risposta dell’ex premier: «Prendo atto di una assurda sentenza politica al termine di un processo solo politico costruito su un teorema accusatorio risibile. Resto sereno, certo di aver sempre agito nell’interesse del mio Paese e nel pieno rispetto delle regole e delle leggi, così come continuerò a fare». Berlusconi parla di «persecuzione giudiziaria» per ledere la sua «immagine di protagonista della politica».
Con l’ex Cavaliere era imputato anche il faccendiere Walter Lavitola che avrebbe fatto da tramite per il pagamento della somma. Per l’accusa - sostenuta dai pubblici ministeri Piscitelli, Woodcock e Vanorio - due milioni furono versati «in nero». Per questo hanno sollecitato una condanna a 5 anni per Berlusconi e 4 anni e 4 mesi per Lavitola.
 
Ghedini: «Sentenza ingiusta e ingiustificata»
Gli avvocati della difesa - Coppi, Ghedini e Cerabona - avevano evidenziato nelle repliche come non fosse «stata prodotta alcuna prova per dimostrare l’esistenza di un accordo illecito». «È una sentenza che riteniamo clamorosamente ingiusta e ingiustificata», ha detto a caldo l’avvocato Niccolò Ghedini sottolineando che il processo si prescriverà il 6 novembre. Nonostante la prescrizione Ghedini ha espresso l’auspicio che la Corte di Appello assolva Berlusconi nel merito.
 
Il commento di Prodi: «Sarei ancora premier»
Sulla compravendita dei senatori «c’erano delle voci ma, come dissi al giudice non ne sapevo nulla. Se avessi saputo qualcosa, sarei ancora presidente del Consiglio». È quanto ribadisce l’ex premier Romano Prodi commentando la sentenza di condanna emessa dal Tribunale di Napoli a carico dell’ex premier Silvio Berlusconi e Valter Lavitola. A chi gli domandava per quale motivo non si sia costituito parte civile nel processo, il Professore ha risposto: «Il danno non è stato alla mia persona ma alla democrazia».
 
Le reazioni
Una sentenza che innesca le reazioni dei fedelissimi di Berlusconi: «Nonostante sperassimo vivamente in un esito diverso, con il verdetto sulla compravendita dei senatori abbiamo assistito all’ennesimo finale annunciato - dichiara Mara Carfagna, portavoce di Forza Italia alla Camera - Quella nei confronti di Silvio Berlusconi è una persecuzione giudiziaria inaccettabile, oramai lo sanno anche i muri». Fedelissimi dell'ex cavaliere, e non solo. Arriva anche lo stupore di Raffaele Fitto, leader dei Conservatori e Riformisti: «Lo dico con maggiore forza quanto più grande e netto è il mio attuale dissenso politico da Berlusconi: sono dispiaciuto per la sua condanna di oggi a Napoli, e ritengo errato, come principio, dare spiegazioni giudiziarie agli eventi politici del 2006-2008». Per Maurizio Lupi, capogruppo di Area popolare alla Camera, «la condanna di Silvio Berlusconi a Napoli per una indimostrata compravendita di senatori ha dell’incredibile, è ingiusta e va a sindacare un principio sancito dalla Costituzione: ogni parlamentare è eletto senza vincolo di mandato. Ora ogni rappresentante del popolo dovrà stare attento a come vota in Parlamento».

mercoledì 8 luglio 2015

L'EREDITA' DI EZRA POUND


L'articolo di oggi parla della lunga battaglia legale voluta da Mary De Rachewiltz contro l'associazione fascista di CasaPound che ha preso il nome del padre come simbolo del ventennio a cui si rifanno.
La novantenne figlia del poeta americano dice che il padre non avrebbe mai approvato la scelta di usare il suo nome per rappresentare un gruppo di criminali e delinquenti come lo sono i seguaci di Iannone e affini,picchiatori e assassini nel nome dell'ideologa nazifascista.
Che Ezra Pound fu un fascista convinto,ammiratore di Mussolini anche dopo la sua morte,è un dato di fatto che non cancella le sue scelte che gli sono costate molto care a guerra finita come i tredici anni in manicomio criminale per volontà degli Usa.
L'articolo di ecn.org parla delle puntualizzazioni della figlia ed è doveroso aggiungere qualcosa,preso da Wikipeia,sulla figura di Pound che a parte la sua opera poetica è stato e resterà nella memoria un fascistone(https://it.wikipedia.org/wiki/Ezra_Pound#Al_St._Elizabeths_Hospital_di_Washington ).

“Mio padre Ezra non abita a Casa Pound” ·

“MIO PADRE EZRA NON ABITA A CASA POUND”: INTERVISTA CON LA FIGLIA MARY DE RACHEWILTZ

LA SCONFESSIONE: “SONO DISONESTI, TRAVISANO LE SUE IDEE: LUI SOGNAVA L’INCONTRO DELLE CIVILTA’”
Mary de Rachewiltz contro Casa Pound.
La figlia di uno dei più importanti poeti americani del ’900 non ci sta a vedere accomunato il nome del padre a quelli che si considerano «i fascisti del terzo millennio». Mary compirà 90 anni il 9 luglio, circondata dai massimi esperti di Ezra Pound provenienti da tutto il mondo.
Il suo castello di Brunnenburg, un piccolo maniero arroccato sui monti tirolesi sopra Merano, sarà la sede della prestigiosa International Pound Conference, una settimana di conferenze e dibattiti dedicati al Miglior Fabbro, come lo definiva T.S. Eliot.
In ottima forma grazie a una singolare dieta fatta di torte al cioccolato, formaggio e passeggiate su e giù per la ripida stradina che porta al villaggio di Tirol, Mary non nasconde il disappunto per il fatto che il nome del padre venga associato a un movimento di estrema destra.
Una ferita aperta che, nonostante le cause legali e i tanti appelli, non è stata ancora rimarginata: «Questi ragazzi non hanno nulla a che fare con noi. Travisano le idee di mio padre. Pound l’aveva già detto chiaramente nella famosa intervista a Pasolini: “Non è il mio sistema quello di scendere in piazza”. Sbandierano parole d’ordine, menano le mani, agiscono con violenza: come si può essere più antipoundiani di così?».
«Sfruttano il suo nome»
Certo il vecchio Ezra, il pacifista fautore dell’incontro tra civiltà e culture, mai avrebbe immaginato che un giorno sarebbe stato strumentalizzato da ragazzi che cercano lo scontro, vogliono innalzare muri, sbraitano contro gli immigrati.
«Sono dannosi», ribadisce la Mary de Rachewiltz, «hanno sfruttato il nome di Pound per fare colpo. In questo sta la loro disonestà».
Che fare dunque?
«La causa legale per ora non va avanti», osserva, «eppure dovrebbe muoversi anche l’ambasciatore americano. Ezra Pound era un cittadino statunitense, si riteneva un patriota anche se fu trattato da traditore per aver trasmesso alcuni discorsi pacifisti da Radio Roma durante la Seconda guerra mondiale. Io ho la doppia cittadinanza, americana e italiana, e la mia famiglia è parte offesa in questa triste storia».
Ma perché stupirsi se le rappresentanze statunitensi non si pronunciano? Basta ricordare come fu trattato dal governo americano il grande poeta, ingabbiato e rinchiuso per 13 anni in un manicomio criminale per aver urlato le sue ragioni contro la guerra, seppure incautamente da una radio nemica, l’Eiar mussoliniana.
Un errore pagato caro.
Mary preferisce dimenticare le polemiche dei nostri giorni. «Quella di mio padre è una poetica dell’incontro tra civiltà, lingue, religioni. Nei suoi Cantos troviamo l’antichità cinese, greca, egizia e romana, la luce del Medioevo e del Rinascimento e i drammi della modernità. Inoltre fu un pioniere nella valorizzazione della cultura orientale, soprattutto grazie al richiamo costante agli insegnamenti confuciani».
La sacralità del grano
Il tema della conferenza internazionale è «Pound ecologista», un aspetto poco conosciuto della poetica di questo maestro del modernismo letterario, che pure aveva ideato un’originale filosofia contadina basata sulla sacralità del grano e che già negli Anni 30 parlava di raccolta differenziata dei rifiuti.
«Considerava lo spreco un peccato mortale. Indro Montanelli lo prendeva in giro perché insisteva sull’importanza del burro di arachidi e sul valore del mangiare sano. Ora, in tempi di Expo, sappiamo quanto sia importante riflettere sulle disuguaglianze che non permettono di nutrire a sufficienza il pianeta. Un pianeta che va rispettato. Non a caso tra gli eroi dei Cantos troviamo il pagano Apollonio di Tiana e il cristiano san Francesco d’Assisi, due ecologisti ante litteram. Pound tradusse il Cantico del sole di Francesco: lo riteneva un esempio mirabile di poesia e un modello di saggezza».
Alla «Ezuversity»
Mary de Rachewiltz, lei stessa poetessa raffinata, vive per una missione: trasmettere a più persone possibili il pensiero di suo padre.
«Già durante la guerra ha cominciato a istruirmi nel suo mestiere, la poesia. “Ho creato la mia traduttrice in italiano”, diceva. E così mi ha instillato questo senso del dovere». Lavorare sui Cantos è un impegno immane, potenzialmente infinito, visti i continui riferimenti ai più diversi personaggi, scritti, eventi che costellano il poema.
«La tecnica di mio padre nell’educarmi», conclude Mary, «non contemplava l’università, istituzione verso cui non aveva alcuna considerazione. Alla “Ezuversity”, come la chiamava, era fondamentale interagire con persone interessanti, che potevano darti qualcosa, come i Fitzgerald o Robert Lowell. D’altronde è proprio l’incontro, con scrittori, mondi lontani e personaggi del passato e del presente, il cardine della sua visione del mondo».

Andrea Colombo
(da “La Stampa”)

giovedì 11 giugno 2015

LA RUSSIA,L'ITALIA E L'EUROPA

L'articolo preso da Contropiano(http://contropiano.org/internazionale/item/31282-l-europarlamento-isolare-la-russia-fondi-pubblici-per-destabilizzare-mosca )parla dell'attuale situazione russa posta sotto il mirino dell'Ue per la questione ucraina prendendo sputo dall'incontro bilaterale tra l'Italia e la Russia avvenuto ieri.
Dopo che Renzi nell'incontro tra i grandi della terra aveva sostenuto la tesi europea dell'aumento delle sanzioni contro l'ex paese sovietico in un clima di guerra fredda che non si vedeva dalla perestrojka,ieri sembrava un cagnolino ammansito pronto a ritrattare il tutto visto che le aziende italiane stanno perdendo milioni di Euro da quando è stato avviato l'embargo nei confronti della Russia.
Fatto sta che i rapporti tra questi ultimi e l'Europa sono ai minimi storici,e tra la guerra in Ucraina,la costruzione di oleodotti e gasdotti ed il problema terrorismo con Putin si può e si deve parlare,guai a lasciare isolata la Russia e continuare ad inasprire le sanzioni.

L’Europarlamento: “isolare la Russia”, fondi pubblici per destabilizzare Mosca.

Nel giorno in cui il presidente russo Vladimir Putin in visita a Roma incassava la promessa da parte del Papa di recarsi a Mosca nei prossimi mesi – una oggettiva violazione dell’isolamento imposto a Mosca da Ue e Usa – il Parlamento Europeo si dedicava a incrementare la tensione con la Federazione Russa. L’emiciclo di Strasburgo ha infatti approvato ieri una risoluzione, con 494 voti favorevoli, 135 contrari e 69 astensioni, che chiede alla Ue di riesaminare in modo restrittivo le sue relazioni con la Russia, descritte come “profondamente danneggiate dalla violazione deliberata, da parte della Russia, dei principi e dei valori fondamentali democratici e del diritto internazionale attraverso la sua azione violenta e la destabilizzazione politica dei Paesi vicini”. L'UE - sottolinea l'Europarlamento - deve ora elaborare un piano d'emergenza di persuasione per “contrastare le politiche aggressive e divisorie della Russia”. Secondo la grande maggioranza dei parlamentari europei, Mosca sostiene e finanzia i partiti radicali ed estremisti negli Stati membri della UE.
 "Con la sua aggressione contro l'Ucraina e l'annessione della Crimea, la leadership russa ha messo le nostre relazioni davanti a un bivio. Spetta ora al Cremlino decidere la direzione: cooperazione oppure maggiore isolamento", ha dichiarato il relatore del Parlamento europeo, Gabrielius Landsbergis (PPE, LT). "Sono convinto che il popolo russo, come tutti noi, desideri la pace, non la guerra. Un cambiamento in Russia deve venire dal suo interno, può esserci e ci sarà. Nel frattempo, dobbiamo inviare un messaggio forte alla leadership russa, sottolineando la nostra vicinanza alle vittime delle sue aggressioni e a coloro che difendono i valori su cui si fonda l'UE", ha aggiunto.
Gli eurodeputati evidenziano quindi che gli Stati membri dell'UE devono considerare una "priorita' assoluta" essere uniti nei confronti dell'annessione illegale della Crimea da parte della Russia e del suo diretto coinvolgimento nella guerra in Ucraina. Invitano poi i Paesi UE ad astenersi da accordi bilaterali con la Russia, che potrebbero danneggiare l'unità raggiunta.
Come se non bastasse la mozione in questione invita la Commissione – cioè il governo dell’Unione Europea - a prevedere senza indugi finanziamenti adeguati per progetti concreti volti a contrastare “la propaganda russa e la disinformazione russa all'interno e all'esterno dell'UE e a programmare una assistenza finanziaria "piu' ambiziosa" in favore della società civile russa”. Esprime poi preoccupazione per il deterioramento della situazione dei diritti umani e dello Stato di diritto in Russia e chiede la prosecuzione del sostegno dell'UE ai difensori dei diritti umani russi.
Insomma mentre decine di milioni di europei, in particolare i popoli dei Pigs, patiscono gli effetti delle dure misure di austerity imposte da Bruxelles e Francoforte ai governi di Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro, i parlamentari europei chiedono alla Commissione Europea di stanziare fondi pubblici per finanziare attività di propaganda contro la Russia e per sostenere gruppi politici che all’interno del paese di cui si persegue l’isolamento internazionale si prefiggono apertamente il rovesciamento del governo di Mosca. Una decisione che i parlamentari europei dovrebbero spiegare a chi in Italia ed in Europa è giustamente preoccupato per una escalation di tensione con la Russia che potrebbe portare a conseguenze incontrollabili e gravissime. E ancor più immediatamente a quei cittadini e lavoratori che ogni volta che chiedono più soldi per pensioni, lavoro, sanità, istruzione si sentono rispondere dalle autorità europee e dei singoli stati che ‘i soldi non ci sono’.
Mentre l’Ue sostiene i golpisti ucraini e si prefigge un aumento dell’appoggio da sempre accordato alle forze antigovernative in Russia, pretende che Mosca non faccia altrettanto in territorio europeo per proteggere i propri interessi. Con una elevata dose di faccia tosta, i deputati europei esprimono preoccupazione perché la Russia si posizionerebbe come un rivale della cosiddetta “comunità democratica internazionale” e sostiene e finanzia i partiti radicali ed estremisti negli Stati membri dell'UE. Quindi i deputati chiedono alla Commissione e agli Stati membri un meccanismo coordinato per il monitoraggio dell'assistenza finanziaria, politica o tecnica fornita dalla Russia ai partiti politici e ad altre organizzazioni all'interno dell'UE, al fine di valutarne l'influenza a livello della vita politica e dell'opinione pubblica. La Commissione dovrebbe, inoltre, proporre una legislazione per garantire la completa trasparenza sui finanziamenti politici e sul finanziamento dei partiti politici dell'UE da parte di soggetti politici o economici al di fuori dell'UE.
Anche in questo caso con una enorme dose di ipocrisia dopo che pochi giorni fa il G7 ha ribadito le sanzioni e le minacce contro la Russia, la risoluzione condanna anche la lista nera della Russia che impedisce a 89 politici e funzionari europei l'acceso nel territorio russo, definendo la misura "arbitraria", una violazione del diritto internazionale, degli standard universali e un ostacolo alla trasparenza. Insomma Mosca non avrebbe il diritto, secondo i parlamentari europei, di imporre sanzioni a chi ha iniziato una guerra commerciale, diplomatica e anche militare contro la Russia? Evidentemente sono in molti a pensare, ipocritamente e anche molto ingenuamente, che le sanzioni e la guerra siano appannaggio soltanto dell'occidente...
Utilizzando il consueto meccanismo del bastone e della carota, i deputati di Strasburgo sostengono che nel lungo periodo siano possibili e auspicabili rapporti costruttivi tra l'UE e la Russia, a vantaggio di entrambe le parti, ma sottolineando che la cooperazione può essere ripresa in considerazione a condizione che la Russia rispetti l'integrità territoriale e la sovranità dell'Ucraina, inclusa la Crimea, attui pienamente gli accordi di Minsk e metta fine alla destabilizzazione delle attività militari e di sicurezza alle frontiere degli Stati membri dell'UE.

mercoledì 10 giugno 2015

PROPAGANDA INUTILE

L'articolo preso da Senza Soste dovrebbe mettere fine alle polemiche scatenatisi negli ultimi gion in merito alle minacce e alle provocazioni leghiste di Maroni e di Salvini di interferire nella politica di accoglienza dei migrati.
Gli annunci delle regioni Lombardia,Veneto e Liguria di non voler accettare più gli immigrati provenienti dal sud Italia con la voce grossa di Maroni che vorrebbe tagliare i fondi ai sindaci che accetteranno le persone e con Salvini pronto ad occupare le Prefetture vengono prontamente smentiti dalla Costituzione e dalle regole che l'Europa e l'Italia hanno su questi argomenti e che forse Maroni si dimentica di averle pure firmate.
La loro è solo mera propaganda politica destinata ad esaurirsi alla prossima tornata elettorale nei casi dove c'è il ballottaggio in qualche comune,per il resto sono le solite parole al vento.
 
Perché Maroni non potrà dare seguito alle sue minacce sui migranti.
Il presidente della Lombardia Roberto Maroni ha dichiarato che ridurrà i trasferimenti regionali ai sindaci che continueranno a ospitare nuovi immigrati. Giovanni Toti e Luca Zaia, che governano Liguria e Veneto, si sono schierati al suo fianco. Tecnici e analisti spiegano perché non potranno farlo.
  1. Non sono le regioni che decidono le politiche dell’immigrazione in Italia. È lo stato che ha competenza in materia. “Lo sancisce l’articolo 117 della costituzione”, spiega Raffaele Bifulco che insegna diritto costituzionale all’università Luiss di Roma. Le regioni hanno competenze che finiscono per rientrare in questo grande tema soprattutto a livello concreto e organizzativo, come la gestione dei fondi destinati all’assistenza sociale o alla sanità. Ma la costituzione, all’articolo 2, stabilisce il principio secondo cui l’Italia difende i diritti di tutti. “Un presidente della regione che cerca di impedire a un comune di mettere in pratica ciò che è stabilito tra i principi fondamentali della nazione, va contro la costituzione. Semplicemente, dice una cosa di sicuro effetto mediatico, ma senza alcun fondamento legale”, conclude Bifulco.
  2. Oltre alla costituzione, vari trattati internazionali e direttive europee obbligano l’Italia ad accogliere i richiedenti asilo, “dal momento in cui mettono piede nel paese fino al termine, positivo o negativo, dell’iter burocratico della domanda d’asilo”, commenta Gianfranco Schiavone, esperto di diritto d’asilo dell’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, che cita tra gli altri la direttiva numero 33 che l’Unione europea ha approvato nel 2013.
  3. Proprio perché le regioni non hanno competenze in materia di immigrazione, non sono loro che decidono a chi dare o meno i soldi per l’accoglienza. “Le regioni non dispongono di fondi specifici destinati ai profughi. Le risorse che servono per aprire centri e presidii sono europee e statali”, specifica Ennio Codini, professore di diritto pubblico all’università Cattolica e consulente dell’Ismu. “È una leggenda metropolitana quella secondo cui i comuni o le regioni mantengono di tasca propria i richiedenti asilo presenti sul loro territorio”, chiarisce Schiavone. È vero che le regioni dispongono di fondi destinati genericamente all’assistenza, “quelli che servono per le mense per i poveri o per i dormitori per i senza tetto per esempio”. Ma “come può una regione decidere che alcuni comuni aiutano troppo gli stranieri e tagliare finanziamenti che sono destinati anche agli italiani?”, si chiede il professor Codini. “Sarebbe un controsenso”.
  4. Infine, nemmeno un anno fa, sono state le regioni stesse, insieme ai comuni e alle province, a concordare e firmare con il ministero dell’interno un piano operativo sulla gestione degli immigrati. In quel protocollo ognuno si impegnava a fare la sua parte. Riassume Schiavone: “Si stabiliva il principio dell’accoglienza diffusa e cioè che i richiedenti asilo che arrivano in Italia devono essere distribuiti fra le 20 regioni, a seconda del numero di abitanti e del tenore economico di quella regione. Non si capisce perché a un anno dalla firma, alcuni governatori decidano di venir meno alla parola data”.
9 giugno 2015

martedì 9 giugno 2015

IL VOTO MESSICANO

Le elezioni legislative messicane hanno visto una percentuale di astensionismo pari al 53% dei votanti,fatto suggerito dalla campagna per il boicottaggio che ha visto soprattutto i parenti e gli amici dei 43 desaparecidos della scuola normale rurale di Ayotzinapa nello stato del Guerrero i maggiori fautori.
L'articolo preso da Infoaut parla degli incidenti e dei sabotaggi di molti seggi,alcuni addirittura non si sono potuti costituire,e delle reazioni della polizia che ha provocato feriti e un uccisione di un insegnante a Tlapa.
Questo comitato chiede in primis la verità sulla sparizione dei 43 studenti certamente uccisi,la totale demolizione dell'attuale apparato politico del narcogoverno messicano e la punizione esemplare di questi.
Verso la fine del contributo vi sono i risultati elettorali che hanno visto la vittoria del partito dell'attuale maggioranza del Pri anche se ha perso parecchi deputati.

Boicottaggio elettorale in Messico: oltre 50% di astensione, morti e feriti.

Grande successo della campagna per il boicottaggio delle elezioni legislative in Messico, dove l'astensione totale si è attestata al 53% e in diversi stati – soprattutto Guerrero, Michoacan e Oaxaca - l'incendio dei seggi e delle schede elettorali iniziato diversi giorni fa è riuscito ad impedirne lo svolgimento quasi completamente. La campagna, rilanciata soprattutto dai genitori e dai compagni dei 43 studenti di Ayotzinapa scomparsi nel settembre del 2014 con la complicità delle autorità locali e federali, ha raggiunto il suo culmine nella giornata del 7 giugno, giorno delle elezioni, che si è caratterizzata per gli alti momenti di tensione registratisi in tutto il paese a causa degli scontri con le forze dell'ordine poste a difesa dei seggi.

A Tixtla, nel Guerrero, genitori, studenti e docenti della scuola normale di Ayotzinapa hanno impedito l'installazione di almeno 28 seggi su un totale di cinquanta, dopo che una settimana fa avevano dichiarato di volere impedire lo svolgimento delle elezioni fintanto che i 43 normalistas scomparsi non fossero ricomparsi e i candidati governativi non si fossero svincolati dagli strettissimi rapporti che li legano alla criminalità organizzata e ai cartelli della droga, insieme ai quali esercitano un fortissimo controllo sui Congressi (locali e nazionale), sui governatori degli stati e su numerosi sindaci. Nonostante alcune élite di potere abbiano infatti tentato di riciclarsi utilizzando lo stratagemma dei “candidati indipendenti”, la verità è che, almeno negli Stati come Guerrero e Michoacan, nulla si muove se i cartelli non lo consentono. In ballo, infatti, non c'è solamente la conquista di un comune o di un distretto, ma la riorganizzazione dei diversi business della criminalità organizzata – in particolare dei cartelli Guerreros Unidos, Ardillos e Rojosche - che è quindi pronta ad utilizzare qualsiasi mezzo, compreso l'omicidio e la sparizione forzata, come dimostra la morte di 21 candidati nelle settimane precedenti alle elezioni.

La tensione nella città di Tixtla è cominciato la sera di sabato quando, approfittando di due blackout, alcuni gruppi di persone al soldo del PRI (Partido Revolucionario Institucional, il partito di maggioranza di cui fa parte il presidente Enrique Peña Nieto) hanno minacciato le persone presenti alle iniziative del #BoicotElectoral. Nonostante le provocazioni - che hanno raggiunto l'apice con lo sgombero del municipio e dell’auditorium occupati l’ottobre scorso e il ferimento di tre persone - dalle 7 del mattino di domenica i militanti e gli attivisti presenti hanno iniziato a recarsi nei seggi chiedendo agi elettori presenti di poter prelevare il materiale e le schede elettorali per poterli distruggere senza trovare grandi resistenze nella popolazione. Il boicottaggio è poi proseguito per tutta la giornata, nonostante gli elicotteri della polizia federale sorvolassero costantemente la città e ci fosse il timore di attacchi squadristici; verso mezzogiorno poi l'Istituto elettorale del Guerrero ha annunciato che le elezioni comunali a Tixtla sarebbero state annullate a causa della distruzione di oltre il 20% delle schede elettorali, provocando così l'irritazione dell'Instituto Nacional Electoral che ha invece deciso di conteggiare ugualmente le pochissime schede valide e decretando poco dopo la vittoria del candidato del PRI.

L'episodio più grave si è però verificato a Tlapa, dove la polizia federale ha fatto irruzione in una sede del sindacato CETEG (Coordinadora Estatal Trabajadores de la Educación-Guerrero, tra i più attivi nel supportare la lotta per i 43 di Ayotzinapa) arrestando 8 insegnanti e provocando la reazione della popolazione locale che, in tutta risposta, ha sequestrato 35 poliziotti che sono poi stati liberati in cambio del rilascio degli arrestati. In serata però, polizia e reparti dell'esercito hanno fatto irruzione nel quartiere di Tepeyac per cercare i portavoce del sindacato; durante il blitz, durante il quale sono stati lanciati diversi lacrimogeni e proiettili di gomma, un insegnante, Antonio Vivar Díaz, è stato colpito da un proiettile sparato dagli agenti ed è morto. Il bilancio finale della retata è poi stato di sette arresti e 4 feriti.

Nello stato di Oaxaca invece le azioni di boicottaggio si sono verificate principalmente nei paesi più piccoli, dove gli insegnanti del sindacato CNTE (Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación), dopo avere bruciato diverse cabine e schede elettorali, hanno impedito l'ingresso di militari e di polizia inviati per verificare l'avvenuta installazione dei seggi. In conseguenza di ciò la polizia federale ha arrestato almeno 88 docenti della Sezione 22 del CNTE nella zona delle città di Oaxaca e di San Bautista Tuxtepec, rilasciandoli poi nella giornata di ieri. Le azioni di boicottaggio sono comunque riuscite ad impedire l'installazione di circa il 9% delle sezioni dello stato.

Diverse altre iniziative di boicottaggio si sono tenute anche in Chiapas, con l'incendio di diverse sedi di partito, e in Michoacán dove le comunità indigene di Urapicho, Pichátaro, Tingambato, San Felipe De Los Herreros e Chaparan hanno impedito l'installazione delle sezioni. Numerosi media indipendenti riportano poi come il rifiuto del meccanismo elettorale si sia espresso anche tramite l'annullamento delle schede, sulle quali migliaia di messicani hanno espresso il proprio disprezzo per la classe politica scrivendo frasi riguardanti i più recenti episodi di repressione nei confronti dei movimenti sociali. Anche il collettivo di cyber hacktivisti Anonymous ha poi dato il suo appoggio alla lotta del #BoicotElectoral defacciando il sito della Camere dei Deputati con frasi di appoggio ai normalistas di Ayotzinapa e agli insegnanti di Oaxaca e pubblicando online un database con i contratti milionari che diverse aziende hanno stretto con i parlamentari.

Una mobilitazione capillare e sostanzialmente riuscita, grazie alla mobilitazione di migliaia di persone spinte soprattutto dalla determinazione dei genitori dei 43 normalistas di Ayotzinapa, che negli ultimi 9 mesi hanno dimostrato una ferma determinazione nel rilanciare la lotta per i desaparecidos e riuscendo così a trainare a sé buona parte delle istanze sociali negli stati più poveri del Messico. Un boicotaggio effettivo, che vede come contraltare una sostanziale riconferma dei precedenti assetti di potere, con il PRI che perde una quindicina di deputati (29%) ma si conferma prima forza del paese, seguito dai conservatori del Partito di azione nazionale (Pan) al 21%, il Partito della rivoluzione democrática (PRD, centrosinistra)  dimezza i suoi consensi e arriva all’11%, in favore del Movimento di Rinnovamento Nazionale (Morena, all’8,5%) fondato da Manuel Lopez Obrador, ex sindaco di Città del Messico, dove Morena è il primo partito.

Ma, al di là delle cifre, rimane evidente il dato di uno scollamento sempre più evidente tra le istituzioni del “narco-estado” e la popolazione messicana, costretta a vivere sotto il controllo sempre più opprimente delle forze di sicurezza che reprimono qualsiasi forma di dissidenza e il più delle volte risultano colluse con gli apparati locali della criminalità organizzata. In una dimensione di scollamento quasi totale tra i rappresentanti del potere - sia esso imposto tramite le logica prevaricatrice del sodalizio tra cartelli e istutizioni locali o tramite la farsa della “legittimità” democratica - e popolazione, il segnale positivo da cogliere è senz'altro quello relativo alla volontà di rigettare entrambi i meccanismi in maniera esplicita nell'ottica di organizzare dal basso nuove forme di cogestione della vita. E, in questo senso, la molteplicità di lotte sul territorio messicano e il loro tentativo di ricomposizione sul terreno dello scontro non può che essere considerato come un riuscito tentativo iniziale.

domenica 7 giugno 2015

LA COPPA DEL RE AFFARE CATALANO E BASCO

Un passo indietro parlando di una finale che riguarda il Barcellona fresco campione d'Europa ma per l'appunto non parlo di quella di ieri sera vinta contro la squadra più vergognosa d'Italia ma bensì della Coppa del Re in Spagna che come sempre quando ci sono le squadre catalane del Barcellona e quella basca dell'Athletic Bilbao ha connotazioni politiche e non solo calcistiche.
L'articolo sotto preso da Senza Soste parla di entrambe le componenti,passando dalla superiorità in campo dei blaugrana ai fischi all'inno spagnolo,dove stavolta la famiglia reale ha avuto la decenza di non presentarsi anche se la Coppa porta il nome del monarca complice negli anni della dittatura del franchismo e in quelli attuali della persecuzione delle minoranze prime tra tutte quella basca e quella catalana.
 
Athletic Bilbao-Barcellona: "Cosa resterà (di questa finale)".

Foto Athletic-club.eus.
 
Quando giochi e perdi contro i marziani, inutile recriminare o tentare di spiegare la sconfitta con argute analisi tecnico-tattiche. Il Barcellona è più forte, il Barcellona ha meritato, il Barcellona ha vinto. Personalmente credo che Valverde abbia sbagliato formazione e che la squadra avrebbe potuto fare qualcosa di più, se non altro sul piano della cattiveria agonistica (che si è vista solo negli ultimi 10 minuti). Ma sono discorsi che lasciano il tempo che trovano. Trovo molto più gratificante pensare a quello che abbiamo vissuto noi tifosi zurigorri in trasferta in Catalunya, anche se siamo tornati ancora una volta a casa a mani vuote. E allora, cosa resterà di questa finale di Copa del Rey 2014/2015?
Resteranno le facce. Tante facce. Facce piacevoli e facce spigolose, come solo quelle basche sanno essere; facce distrutte dalla fatica e provate dalle troppe cañas; facce allegre prima del calcio d’inizio e tristi dopo il triplice fischio finale; facce euskaldunak, italiane, catalane, straniere, bianche, nere, gialle, di ogni luogo e ogni ambiente. Facce della mejor afición del mundo.
Resteranno i fischi. Fischi che hanno coperto totalmente l’inno spagnolo. Fischi che hanno generato polemiche feroci: sull’indipendentismo, sull’eredità del regime franchista, sui limiti della libertà d’espressione. Fischi che ognuno ha interpretato a modo suo: illegittimi, indelicati, sacrosanti, inopportuni, perfettamente legali, meritati, liberatori. Fischi che, piaccio o meno, ci sono stati e ci saranno sempre quando scenderanno in campo quelle due squadre.
Resteranno i gol, bellissimi. La prodezza maradoniana di Messi, chiuso in un angolo da quattro avversari e capace di saltarli tutti come se praticasse uno sport diverso; i sei tocchi di fila prima dell’appoggio facile facile di Neymar; Messi, ancora lui, che prende 3 metri con un solo scatto a Bustinza; e il colpo di nuca di Williams, un segno del destino, la promessa di un nuovo campione sbocciato all’ombra di Lezama.
Resteranno gli antisportivi. I tifosi culé che, pur ospiti nell’Athletic Hiria, si sono messi a sfottere i loro “fratelli” baschi, consapevoli che lì non avrebbero rischiato nulla. E Neymar, uno che si commenta da solo con la sua espressione da bimbominkia perenne; Neymar che, sul 3-0, si permette di irridere l’avversario più in difficoltà, Bustinza, con un giochetto buono solo per le spiagge di Copacabana; Neymar che viene metaforicamente bastonato da Luis Enrique e Piqué, loro sì persone di notevole spessore sportivo; Neymar che deve ringraziare perché non sono più i tempi di Goiko e “Rocky” Liceranzu; Neymar che spero ci riprovi sabato a Berlino, magari con Bonucci davanti.
Resteranno le lacrime. Di vittoria per qualcuno (ma non molti, ché la vera finale per loro è quella del 6 giugno), di sconfitta per tanti, troppi altri. Lacrime disperate color biancorosso, lacrime che versiamo per la quarta volta consecutiva tra Copa del Rey e Europa League. Lacrime amare che, ne sono sicuro, prima o poi diventeranno lacrime di gioia.
Resterà la consapevolezza. La consapevolezza di far parte di una tifoseria stupenda, che a volte si bea anche troppo della propria unicità in detrimento di una sana incazzatura, ma alla quale vogliamo un bene dell’anima proprio per questo. La consapevolezza di poter contare su una curva, una grada popular, estremamente viva e vitale, una grada che merita di più di uno spicchio del nuovo stadio; la coreografia e lo striscione iniziale riempiono il cuore di orgoglio e spingono a dire solo e soltanto grazie a quei ragazzi fantastici. La consapevolezza, infine, di avere una squadra giovane e piena di elementi di talento; una squadra che, in prospettiva, può togliersi quella soddisfazione che manca dal 1984: sollevare un trofeo.
Resterà un video che rappresenta meglio di tanti discorsi cos’è l’Athletic. Aldilà di ogni retorica spiccia, la finale l’abbiamo davvero giocata tutti. Continueremo a farlo ogni volta, finché il dio del calcio si ricorderà di noi, un giorno, e ci farà alzare quella benedetta Coppa. Ma anche se non dovesse succedere, anche se dovessero passare altri 50 anni senza vincere nulla, l’Athletic resterà sempre com’è, fedele a sé stesso e alla sua tradizione. Perché solo a Bilbao, come ha detto Muniain, è meglio arrivare secondi che vincere.
5 giugno 2015

sabato 6 giugno 2015

VIGILIA ELETTORALE DI SANGUE IN TURCHIA

La campagna elettorale per le prossime elezioni di domani in Turchia è stata funestata da un grave attentato nella città di Diyarbarik mentre il leader del partito filo curdo Hdp Demirtas stava tenendo un comizio:quattro le vittime e un centinaio i feriti.
Diyarbarik è ritenuta la capitale curda in Turchia e nelle sue zone,a Lice,poco più di un anno fa la polizia aveva ucciso due persone durante una manifestazione di protesta contro la costruzione di una caserma.
Domani l'attuale Presidente Erdogan vorrà aumentare il proprio consenso e quello del suo partito filo islamico Akp per poter riscrivere la Costituzione e per aumentare il potere decisionale in un presidenzialismo sempre più marcato.
Se dovesse ottenere i due terzi dei voti potrebbe fare questo senza passare per un eventuale referendum,mentre il partito dell'Hdp vorrebbe raggiungere la soglia almeno del 10% per poter sbarrare la strada alle mire politiche sempre più minacciose e distruttive di Erdogan.
Articolo preso da Infoaut.

Turchia. Esplosione al comizio del partito filo-curdo: quattro morti.
 
Turchia: ieri a Diyarbakir il comizio elettorale del leader del partito filo-curdo Hdp è stato attaccato con due violente esplosioni che hanno provocato almeno 4 morti e centinaia di feriti tra la folla che riempiva la piazza. Dopo l'attacco in tutta la città sono scoppiati scontri con la polizia, mentre oggi una grande folla è tornata nel luogo degli attacchi bomba di ieri depositando fiori e cartelli.
Sale la tensione in Turchia alla vigilia del voto di domenica. Ieri l’ultimo comizio del leader del partito filo-curdo Hdp, Selahattin Demirtas, a Diyarbakir, è stato il teatro di una duplice esplosione che ha fatto almeno quattro morti e decine di feriti tra la folla accorsa ad ascoltare il leader dell’Hdp, che minaccia la supremazia del presidente Recep Tayyip Erdogan, alla guida del Paese dal 2002.

Le deflagrazioni si sono verificate in un cestino dei rifiuti e in una centralina elettrica. Non è ancora chiara la dinamica dell’accaduto, ma il ministro dell’Energia ha escluso l’esplosione accidentale.

Al comizio nella città meridionale erano accorse decine di migliaia di persone. Dopo le esplosioni, Demirtas ha laniato un appello alla calma. Il sangue che ha bagnato il comizio è una provocazione che rischia di innescare disordini quando manca un giorno all’apertura delle urne per le politiche, delineatesi sempre di più come una sorta di referendum su Erdogan e sul suo partito filo-islamico AKP.

Demitras e l’Hdp sono l’ago della bilancia di questo appuntamento elettorale su cui Erdogan punta per imprimere  cambiamenti sostanziali alla Costituzione, virando verso un presidenzialismo spinto. Sebbene l’AKP registri una flessione dei consensi, il presidente spera di ottenere i due terzi dell’Assemblea. Numeri che gli consentirebbero di modificare la Carta senza passare dalla consultazione popolare.

Demitras, però, potrebbe guastargli la festa. L’Hdp punta a superare la soglia del 10 per cento per entrare in Parlamento e così avrebbe i numeri per bloccare i piani di Erdogan: nuova Costituzione con più poteri al presidente.

Il partito filo-curdo è stato obiettivo di diversi attacchi in questa campagna elettorale per un voto che ormai si è trasformato in un referendum su Erdogan. Giovedì scorso ci sono stati scontri a un comizio dell’Hdp a Erzurum, con decine di feriti. All’inizio della settimana ignoti hanno aperto il fuoco su un bus dell’Hdp nella provincia a maggioranza curda di Bingol, uccidendo l’autista. Nena News

da Nena News

Leggi anche: "Strage ad Amed (Diyarbakir): 4 morti e oltre 400 feriti al comizio HDP" della Carovana per il Rojava

venerdì 5 giugno 2015

ROMA CAPUT MAFIA

Ve la ricordate la foto dell'ex capo Legacoop ed ora Ministro del Lavoro Poletti nel magna magna romano dello scorso dicembre seduto a tavola(nel 2010)con Alemanno e Ozzimo,Panzironi e Buzzi,e Marroni padre e figlio?(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2014/12/magna-magna.html ).
Era solo l'antipasto,diciamolo sempre in tono mangereccio,di quello che sta ancora accadendo a Roma e l'articolo sotto preso da Infoaut parla dei nuovi arresti dai fascisti ai piddini che sono stati effettuati ieri e sempre per motivi legati alla speculazione sui migranti ed alla spartizione dei fondi destinati alla loro accoglienza.
Si va dall'amico di Caga Povnd Gramazio legittimo figlio del padre senatore a Coratti ex presidente del consiglio comunale per arrivare al sovra citato Ozzimo:per loro le solite accuse di associazione di tipo mafioso,turbativa d'asta,corruzione.
Roma Caput Mafia

Mafia capitale:lo schifo bipartisan del mondo di sopra.

La città di Roma è stata oggi teatro di una nuova operazione, la seconda ondata di "Mafia Capitale", che ha visto 44 persone finite agli arresti (19 in carcere e 25 ai domiciliari) per le solite accuse: associazione di tipo mafioso, corruzione, turbativa d'asta. Anche questa volta, nomi illustri figurano nella lista delle persone coinvolte.
Primo su tutti Luca Gramazio, il quale ha basato la gran parte della sua carriera politica, oltre che sui lasciti elettorali paterni, sul merito di essere "amico di Casapound". Ed infatti a questo personaggio viene imputato proprio il ruolo di essere stato il tramite fra la pubblica amministrazione e la criminalità mafiosa, ovvero il suo compito era quello di capire che tecniche amministrative utilizzare per riuscire a mangiare più soldi possibili. Ma da dove venivano sottratti questi soldi? Proprio dai fondi destinati alla gestione dell'emergenza migranti, dell'emergenza abitativa e di tutti quei problemi che affliggono i quartieri della città. Quegli stessi problemi che vengono agitati da questi fascisti per soffiare sul fuoco della guerra fra poveri, tentando di distogliere l'attenzione dalla vera questione, la dolosa gestione del comune di Roma, elevata a sistema proprio dal loro sodale più in vista, Gianni Alemanno.

Proprio ieri a via Battistini abbiamo visto come Casapound abbia convocato un presidio dichiaratamente razzista che contava ben 50 partecipanti, i quali prendendo disgustosamente a pretesto l'incidente stradale della settimana scorsa che ha portato alla morte di Cory, sbraitavano sotto lo guardo attonito dei passanti slogan xenofobi contro rom e immigrati. Presidio che si è potuto svolgere solamente perché un ingente schieramento delle forze dell'ordine ha caricato una manifestazione di centinaia di antirazzisti, che si erano ritrovati in quella piazza proprio per evitare che si continuasse a sciacallare su questo episodio tragico. La rivendicazione di questi individui era come al solito il loro leit motiv "prima gli italiani": evidentemente con questo slogan intendevano legittimare la ruberia dei soldi pubblici che effettivamente negli ultimi anni sono finiti tutti nelle loro italianissime tasche.

Come al solito però, quando si parla di soldi, si consacra una comunione di intenti bipartisan. Perciò vediamo anche che Coratti, ex presidente del consiglio comunale, e Ozzimo, ex assessore alla casa del Comune, sono anche loro invischiati in questa vicenda accusati a vario titolo di aver indirizzato gli appalti pubblici a cooperative a loro amiche soprattutto in riferimento all'emergenza migranti e all'emergenza abitativa. Temi molto caldi nella città di Roma, la cui criminale gestione ha portato al fatto che in alcuni quartieri la situazione diventasse insostenibile. L'operazione di oggi, come quella del dicembre scorso, dimostra ancora una volta che il tanto sbandierato "degrado di Roma", su cui alcuni personaggi basano la loro campagna politica, non si è dato da solo ma è frutto di una gestione  volutamente scellerata e clientelare della città. Una gestione che ha sempre avuto la necessità di perpetuarsi per sostenersi, alla faccia della discontinuità proclamata da ogni nuovo sindaco. Emerge anche una nuova figura di costruttore, quello degli stabili da destinare all’emergenza e Pulcini è solo uno di questi. Dunque la città si disegna ancora una volta sugli interessi della rendita e dei profitti possibili, da ricavare senza remore anche dalla sofferenza delle persone.

Le reazioni della politica non si sono fatte attendere con Marino che si vanta della recente nomina di Alfonso Sabella ad assessore alla legalità e commissario straordinario del municipio di Ostia. Una nomina vergognosa e paradossale in quanto il succitato signore in passato ha avuto ruoli dirigenziali nella gestione della polizia durante il g8 di Genova 2001 ed assistito inerme, se non proprio coordinato, le torture di Bolzaneto. Un personaggio atroce, dunque, chiamato a ristabilire la legalità nella città di Roma.

Questa vicenda ci regala un quadro disastroso di tutta l'amministrazione comunale: affari gestiti da settori criminali più o meno inseriti nelle fila di vecchie e nuove destre, una sinistra arruolata ormai nel partito dei solvibili e del denaro, torturatori che si fanno carico della legalità. Come al solito chi ci rimette in queste circostanze sono le periferie della città, vessate da anni e anni di corrotta amministrazione, che attualmente fra sfratti e sgomberi delle occupazioni delle case popolari, sono completamente abbandonate alla loro povertà. Noi sappiamo bene da che parte stare, sappiamo che questa risma di signori sono il nostro nemico, come lo sono anche tutti coloro che speculano sui disagi, e ormai da parecchio tempo abbiamo capito che solamente con la solidarietà delle lotte e con decisive pratiche di riappropriazione possiamo riconquistare pezzi di libertà, di reddito e di dignità che ci vogliono sottrarre. O peggio ancora farne oggetto di mercato, dentro una contrattazione destinata a lasciarci solo briciole di welfare o dentro un’offerta di cooptazione nella gestione dell’emergenza.

giovedì 4 giugno 2015

NULLA DI NUOVO SOTTO IL SOLE

Lo sciacallaggio mediatico sull'incidente che ha portato alla morte della donna filippina ad opera di alcuni rom che si sono dati alla fuga continua sulle emittenti nazionali e sui quotidiani col bene placito della massa di razzisti che se la ghignano e si compiacciano di tale non disinteressato contributo da parte degli organi di disinformazione.
Da giorni c'è chi parla costantemente del fatto e ci mangia sopra per scopi elettorali,e il caso di ieri a Roma è la diretta conseguenza di questa campagna dell'odio:infatti la polizia nuovamente ha caricato i manifestanti antirazzisti uniti assieme ai migranti che manifestavano a breve distanza di un presidio di Ca$$a Povnd che forse non sanno che stanno sì blaterando il loro odio verso i rom ma stanno anche difendendo una migrante.
Fatto sta che hanno potuto proseguire nel loro scopo di propaganda nazifascista protetti come sempre dai celerini che le hanno manganellato il corteo de centri sociali:articolo preso da ecn.org.

Incidente Boccea, Spintoni e manganellate al presidio antirazzista.

Incidente Boccea, sit-in di Casapound: tensione alta nel quartiere. Spintoni e manganellate al presidio antirazzista

Due manifestazioni indette in via Battistini. Non autorizzata quella dei centri sociali, allontanati anche dal marciapiede dagli agenti in tenuta antisommossa. La Questura: "Trovato borsone con mazze di legno". L'organizzazione di estrema destra: "Chiudere i campi rom"


Tensione a Boccea davanti alla stazione della metro Battistini, nel luogo in cui mercoledì scorso un'auto ha travolto nove persone, uccidendone una. Proprio in quel punto era convocato un sit-in di comitati di quartiere guidato da CasaPound, l'organizzazione di estrema destra di via Napoleone III. Un'iniziativa a cui movimenti antirazzisti e centri sociali hanno risposto indicendo una contro-manifestazione non autorizzata che è stata però caricata.

Il presidio (un centinaio di persone dietro lo striscione "Solidarietà per Corazon e tutti gli immigrati") era fermo sul marciapiede, senza intralciare la strada, ma dopo un'ora di interventi e cori sono intervenute le forze dell'ordine in tenuta antisommossa. "Vi intimo di disperdervi" l'ordine urlato al megafono da un funzionario dopo aver fatto allontanare i giornalisti. Qualche istante e sono volati spintoni mentre i manganelli si sono alzati contro il presidio. I ragazzi sono stati respinti su via Mattia Battistini a 300 metri dalla fermata del bus davanti a cui era stato convocato il sit-in, ben lontani dalla manifestazione di CasaPound che ha sfilato dietro i tricolori ("Alcuni italiani non si arrendono" lo striscione) e le tartarughe simbolo del movimento di Iannone. La strada è stata chiusa dai blindati delle forze dell'ordine per tutto il pomeriggio. In serata a Questura ha fatto sapere che "durante l'attività di mediazione, volta a far allontanare i presenti affinché non venissero in contatto con i manifestanti di Casapound è stato rinvenuto, sotto la bancarella di un ambulante, un borsone dentro il quale, sono state trovate e sequestrate alcune mazze di legno".

"Sarò strano io, ma non capisco come si possa autorizzare una manifestazione razzista a Casapound e vietare un presidio antirazzista Boccea" ha commentato, su Twitter, il vicesindaco di Roma Luigi Nieri.

L'organizzazione di destra è scesa in piazza per chiedere di "chiudere i campi rom di via Cesare Lomborso e e via della Monachina". ''La situazione nel quartiere - si legge in una nota del movimento di destra radicale - è da tempo insostenibile. Casapound lo evidenzia da mesi. È arrivato il momento di promuovere una mobilitazione politica affinché questi centri di illegalità e degrado vengano chiusi''. "Siamo qui a difendere il nostro popolo come abbiamo sempre fatto" hanno spiegato poi al megafono alcuni manifestanti, tra cui Simone Di Stefano, pluricandidato di Cpi a Regionali e Comunali nel Lazio prima e in Umbria all'ultima tornata elettorale. "Non siamo razzisti, noi guardiamo la realtà" hanno detto poco prima di aggiungere: "Bisogna aiutare prima gli italiani e poi forse gli altri", "I rom stranieri vanno espulsi, quelli italiani educati". Poi l'attacco alla sinistra e all'amministrazione comunale: "Non c'è bisogno di un fatto eclatante e si vede cosa fanno i rom. Questa giunta di sinistra non fa altro che proteggerli. Qui ci vogliono le ruspe, i campi vanno chiusi".

Un appello che Francesca Danese e Erica Battaglia, rispettivamente Assessore alle politiche sociali di Roma Capitale e Presidente di commissione, giudicano "tardivo e fuori luogo. Arriva tardi, perché tra gli impegni presi da questa Amministrazione in campagna elettorale c'era anche il superamento del sistema dei campi rom. È fuori luogo perché non interroga la vecchia Amministrazione sull'uso dei fondi in emergenza che il governo Berlusconi diede a Roma per l'ormai noto e fallimentare "Piano Rom" ideato dalla Giunta di centrodestra che guidava la città, piano che ha portato all'allestimento di tre nuovi campi per una spesa esagerata e al completo abbandono e sovraccarico di quelli già esistenti".

I movimenti anti-razzisti e anti-fascisti della capitale avevano invece indetto il contro-presidio scrivendo:
"CasaPound, seguendo l'esempio del suo capo Salvini, intende continuare a speculare sulla morte di una di quelle migranti che vorrebbero cacciare dal paese. La comunità filippina ha già dimostrato una dignità inarrivabile per questi avvoltoi fascisti del terzo millennio. Noi, ricordando a Salvini e a Casa Pound che la campagna elettorale è finita, abbiamo intenzione di impedire che quel presidio compia l'ennesimo scempio della memoria di Cory".