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giovedì 6 aprile 2017

LENIN VINCE IN ECUADOR


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Lo scorso weekend l'Ecuador ha cambiato Presidente ed il nuovo nome del successore di Rafael Correa è il compagno di partito Lenin Moreno,che nonostante i cattivi auspici della vigilia per poco più di duecentomila voti ha vinto contro il candidato della destra Guillermo Lasso,banchiere.
Dopo due rielezioni Correa(madn conferma-della-sinistra-in-ecuador. )passa il comando a colui che è già stato Vicepresidente e rappresentante di Alianza Pais,il movimento socialista fondato proprio da Correa,al sessantaquattrenne Moreno,costretto da decenni alla sedia a rotella dopo una rapina subita.
Così l'Ecuador mantiene la sinistra al governo dopo più di dieci anni di correismo che sono stati gli anni più stabili del piccolo(a confronto degli altri)Stato sudamericano,dove la situazione generale degli abitanti è aumentata sia dal punto di vista dei diritti che per i livelli di istruzione e di sanità,anche se una riforma agraria adeguata non c'è stata ancora.
Ci sono stati scontri e tensioni in alcune città in quanto il perdente Lasso ha da subito denunciato brogli elettorali e chiesto di ricontare il voto come da prassi dei candidati fantoccio degli Usa,ma che non hanno provocato tragiche conseguenze.
Articolo preso da Il Manifesto(ecuador-vince-la-sinistra ).

Vince la sinistra. Lenin Moreno nuovo presidente dell’Ecuador.

Quito. Ma il banchiere Lasso non accetta il risultato e si appella all'Osa. Violenze e scontri.

di Gerardina Colotti.
ensione in Ecuador dopo il ballottaggio presidenziale di domenica che ha dato la vittoria a Lenin Moreno. Ieri, con il 99% delle schede scrutinate, il candidato di Alianza Pais aveva ottenuto il 51, 16% dei voti (5.042.295) contro il 48,84% di Guillermo Lasso ( 4.813.217 voti). Il banchiere, candidato per la coalizione di destra Creo-Suma ha contestato i risultati e ha annunciato che farà ricorso all’Organizzazione degli Stati americani (Osa).
I SUOI SOSTENITORI hanno provocato scontri in alcune delle 24 province del paese e davanti alla sede del Consejo Nacional Electoral (Cne): «Che peccato – ha commentato in twitter il presidente uscente Rafael Correa – ci sono violenze a Quito, Esmeralda, Ibarra e Azogues. Quel che non ottengono nelle urne, vogliono ottenerlo con la forza». Le destre avevano annunciato l’intenzione di far saltare il banco già prima del voto. Un copione preparato in caso di scarto minimo e già visto in altri paesi dell’America latina, come il Venezuela o l’Honduras.
LASSO HA CHIESTO che vengano ricontati tutti i voti. Il Cne ha respinto l’accusa di brogli. «Tendo la mano al dialogo per preservare gli interessi nazionali», ha detto Moreno, rivolgendo un invito a «quelli che si sono allontanati. Possono esserci disaccordi – ha aggiunto -, ma con generosità e spirito costruttivo possiamo ricomporre le divergenze. È il momento della pace e dell’unione. Da domani cominciamo con il processo di transizione».
QUANDO i risultati sono apparsi irreversibili, Moreno ha festeggiato con i suoi cantando «Che Guevara». Lo ha votato il 51, 37% di donne (il 50,20% per Lasso). Originario dell’Amazzonia, Moreno, 65 anni, è stato vicepresidente dal 2007 al 2013. Nel 1988, uno sparo ricevuto a bruciapelo gli ha tolto la mobilità delle gambe, costringendolo sulla sedia a rotelle. È stato anche Inviato speciale all’Onu per l’Accessibilità e la Discapacità e proposto al Nobel. Alianza Pais ha puntato su di lui come uomo del dialogo, meno irruento di Correa, bersagliato da una furibonda campagna di discredito delle destre. Fino all’ultimo, i media privati hanno pubblicato exit poll molto sfavorevoli a Moreno, per accreditare la tesi della frode.
IL COMPITO del nuovo presidente, che assumerà l’incarico a maggio, non sarà facile. A votare per Lasso sono stati anche alcuni settori indigeni e di sinistra, convinti che il primo compito fosse liberarsi del «correismo» che a loro parere ha tradito gli ideali costituenti. Ad Alianza Pais non sono certo mancati limiti ed errori. Per il sociologo belga Francois Houtart, amico di Correa, vi sono stati grossi passi avanti sul piano dei diritti economici, ma «non ci sono state né una riforma agraria, né politiche per i contadini». Insomma, non si è dato «un progetto di trasformazione strutturale della società, ma una modernizzazione del capitalismo». In un paese di oltre 16 milioni di abitanti, i 10 anni della revolución ciudadana sono stati comunque i più stabili di tutta la storia recente.
IL BANCHIERE Lasso rappresenta il paese di prima, quello del «feriado bancario», della grande crisi economico-finanziaria che ha gettato sul lastrico i settori popolari nel 1999, distrutto la moneta nazionale e reintrodotto il dollaro. Il volto di quell’oligarchia che vuole riprendersi tutta la torta, che non investe nel paese ma nelle imprese offshore (oltre 40 quelle che possiede Lasso all’estero). Il banchiere, sostenuto dalle frazioni reazionarie dell’esercito e della polizia, ha promesso milioni di posti di lavoro. Moreno ha però ricordato ai settori popolari la trappola in cui sarebbero caduti: la stessa che ha portato alla vittoria dell’imprenditore Macri in Argentina, con risultati opposti e disastrosi.
E IL POPOLO ha dimostrato di aver capito la lezione. Già al primo turno, il referendum contro i paradisi fiscali e il patto etico proposto da Correa per impedire la fuga di capitali all’estero, è stato approvato da oltre il 50% dei votanti. Lasso, ovviamente, ha fatto campagna per il No.
ALIANZA PAIS ha anche ottenuto la maggioranza in Parlamento, e quindi la possibilità di governare evitando i ribaltoni che hanno portato al golpe istituzione contro Dilma Rousseff in Brasile o quello che le destre cercano di sferrare a Maduro in Venezuela a partire dal Parlamento. Con la vittoria di Moreno, vengono smentiti i cantori della «fine del ciclo progressista», che hanno preso voce dopo la sconfitta del chavismo alle parlamentari del 2015, la vittoria di Macri in Argentina e il No al referendum per la rielezione di Morales in Bolivia.
L’INTEGRAZIONE del continente, pur con grandi contrasti per il ritorno delle destre negli organismi regionali come il Mercosur, ha le gambe per continuare. Lasso aveva promesso di cancellare i blocchi regionali come Unasur o Alba, guidati da Cuba e Venezuela. Ma gli è andata male. Aveva anche promesso di espellere il fondatore di Wikileaks Julian Assange entro un mese. E questi, ora, gli ha intimato di andarsene entro 30 giorni. Esultano i presidenti socialisti. «La rivoluzione continua», ha detto Maduro, sotto attacco delle destre a livello interno e internazionale. Ieri, l’Osa di Almagro si è di nuovo riunita per sanzionare il Venezuela. Anche Lasso ha fatto appello a Almagro.

venerdì 11 ottobre 2019

L'ECUADOR IN RIVOLTA


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Benché al momento la situazione siriana scavalchi le proteste di Hong Kong,supportati dai media mondiali in quanto la Cina non è che sia molto simpatica,rischia di passare in sottofondo la protesta degli equatoriani contro le politiche sempre più liberali e contro il popolo del Presidente Lenin Moreno(madn lenin+moreno )successore di Correa e socialista come lui.
Ma subito dopo le elezioni del 2017 le cose sono cambiate e precipitate in quanto Moreno fin da subito ha coinvolto la destra conservatrice nelle azioni di governo di fatto riducendo nettamente la spesa pubblica liberalizzando il commercio per non parlare delle leggi che hanno affossato i diritti dei lavoratori.
Insomma in pochi mesi l'Ecuador è passato da fiore all'occhiello del Sud America ad una nazione mediocre se non pessima riguardo i diritti della popolazione,soprattutto verso gli indigeni che nelle ultime settimane si sono ribellati costringendo addirittura il Presidente a fuggire temporaneamente nell'enclave di destra di Guayaquil.
L'articolo di Infoaut(ecuador-la-rivolta-dei fannulloni )parla di queste proteste iniziate per l'aumento spropositato dei prezzi del carburante che si somma a tutto quello detto sopra,con scontri violenti tra i manifestanti e la polizia nella capitale Quito dove si hanno notizie di morti e feriti.

Ecuador, la "rivolta dei fannulloni" occupa il Parlamento, duri scontri con la polizia.

In Ecuador continua la mobilitazione popolare contro le politiche del governo di Lenin Moreno. Sotto esame è il “paquetazo” di riforme economiche approvato dal governo, che porta l'ispirazione del Fondo Monetario Internazionale, nella più classica delle storie latinoamericane ai tempi della globalizzazione capitalista degli ultimi 50 anni.

Martedì scorso l'esecutivo infatti aveva annunciato nuove riforme "definitive" di taglio fortemente anti-operaio, togliendo i sussidi governativi alla benzina e aumentandone così il prezzo. Un costo che si ripercuote direttamente sui lavoratori, che necessitano di mezzi personali per spostarsi, raggiungere i luoghi di lavoro o le loro abitazioni.

 Ogni presidente che in passato ha provato a varare questo tipo di misure restrittive non ha però resistito alla piazza, e anche questa volta si ripropone la stessa situazione. E anche questa volta per il governo non sembra mettersi bene. In difficoltà di fronte alla pressione esercitata da migliaia di manifestanti, in grandissima parte indigeni, il governo si è ritirato a Guayaquil, principale porto del paese e governato da più di venti anni dalla destra populista, lasciando la capitale Quito alla gestione della polizia.

 Polizia che spara, e uccide. In particolare nel parco El Arbolito, preso dai manifestanti come base logistica e organizzativa, con ospedali da campo e cucine popolari a sostenere la mobilitazione di quella che è stata ribattezzata “La Comune di Quito”. Il parco, usuale punto di ritrovo delle comunità indigene quando raggiungono la capitale per manifestare, si trova a poca distanza dalla Casa della Cultura e dal parlamento ecuadoriano, l'Assemblea Nazionale. Questa è stata ieri oggetto di un tentativo di occupazione da parte dei manifestanti. Un gruppo di persone è riuscito a entrare nell'edificio (per quanto vuoto da lunedi), rompendo il dispositivo poliziesco a base di gas lacrimogeni ma anche di veri spari una volta calata la notte.

 E' ancora incerto il bilancio delle vittime, ma è evidente che la reazione del governo a una sorta di riedizione del que se vayan todos ( nelle piazze si grida "né Moreno, né Lasso, né Nebot, né Bucaram, né Correa", ovvero si manifesta l'opposizione ad ogni profilo politico della storia istituzionale recente del paese) è quella di una fuga precipitosa dalle proprie responsabilità e dell'affidamento ad una gestione militare, tramite anche la convocazione dello stato di emergenza, della questione politica posta dalla piazza.

 Così come in Venezuela, le contraddizioni di un modello di sviluppo iper-estrattivista si risolvono in uno scontro istituzioni-cittadini che sicuramente è visto con positività anche da interessi di potenze straniere, ma che non si può leggere in alcun modo in una eterodirezione. I problemi esistono, e sono pure grossi. Le assemblee popolari non a caso cresciute sin da subito per forza e intensità sin dall'annuncio del “paquetazo”, con l'obiettivo dichiarato di lottare fino all'annullamento delle riforme.

 Il presidente ecuadoriano Moreno ha chiamato i manifestanti delinquenti e fannulloni, e la mobilitazione stessa è stata ribattezzata “la rivolta dei fannulloni” dagli uomini e dalle donne in lotta per i propri diritti. Contro Moreno si è in seguito scagliata la CONAIE - Confederación de Nacionalidades Indígenas de Ecuador - che ha definito “criminale” il governo e la sua gestione delle proteste di piazza.

 Migliaia e migliaia di appartenenti alle comunità indigene del paese stanno ancora raggiungendo in queste ore la capitale, ed è probabile che anche oggi ci saranno ulteriori mobilitazioni. Proprio l'ingresso delle comunità indigene nella capitale è stata altra occasione di scontro negli scorsi giorni, con mezzi cingolati dell'esercito dati alle fiamme e reparti della polizia stessa tenuti sotto scacco dai movimenti urbani cittadini, con lo scopo di togliere alle forze repressive uomini e mezzi impegnati nell'impedire alle comunità di raggiungere il paese.

 La pacificazione dei movimenti sociali attuata negli ultimi anni dal governo di Rafael Correa ora sembra saltare sull'onda della crisi economica. Seguiranno aggiornamenti...

venerdì 25 ottobre 2019

IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE SCONFITTO DAL POPOLO ECUATORIANO


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Dopo le insurrezioni che si sono verificate in Ecuador egli scorsi giorni ecco che i risultati sono stati raggiunti ed il popolo ha vinto,il paquetazo fortemente voluto dal Fmi(fottuti merdosi imperialisti come diceva una canzone dei Kna,altro che fondo monetario internazionale)tramite il Presidente Moreno.
L'articolo di Contropiano(news-economia )parla di questo dietrofront dell'esecutivo ecuatoriano succeduto a quello di Correa,che ai tempi del suo governo aumentò il controllo pubblico dell'economia trovando nel Fmi un nemico che è riuscito ad avvelenare il suo successore che con privatizzazioni selvagge,aumento delle tasse e del carburante stava portando via quello che di buono era stato portato a casa(vedi:madn lecuador-in-rivolta ).
Come si sia arrivati a questo punto ce lo spiega qui sotto il contributo che viaggia a ritroso nel tempo proprio al governo Correa fino ad arrivare al prestito miliardario concesso dal famigerato fondo ma a caro prezzo,con un'economia interna non in una situazione di tracollo immediato come in Grecia ma che ha fatto sì che l'austerità e il dio denaro sembravano avercela fatta ad infettare lo Stato sudamericano.
La cura giusta era spingere ancora di più sulla strada di Correa rendendo l'economia sempre più pubblica ovviamente rendendo tristemente infelice l'Fmi che con le ricchezze dei privati e le speculazioni dei capitalisti sopravvive.

Lezioni dall’Ecuador: la lotta paga, l’austerità arretra.

di  Coniare Rivolta* 
In questi giorni abbiamo assistito a forti insurrezioni popolari in Ecuador. Per comprendere meglio il quadro politico, occorre fare un piccolo passo indietro nel tempo, partendo da una figura centrale per quel Paese, l’ex presidente Rafael Correa.

Nel suo primo mandato, Rafael Correa fece riscrivere, attraverso la convocazione di un’assemblea costituente, la Costituzione del paese per poter aumentare il controllo pubblico sull’economia. In questo modo, durante la sua presidenza (2007-2017), l’Ecuador sperimentò una fase storica e politica estremamente favorevole per le classi più povere. Per dare una misura dei traguardi raggiunti, tra il 2008 e il 2016, il governo ha aumentato di cinque volte la spesa sanitaria media annua rispetto al periodo 2000-2008. Sono stati costruiti nuovi ospedali pubblici, il numero di dipendenti pubblici è aumentato significativamente così come gli stipendi. Nel 2008, il governo ha introdotto una copertura previdenziale universale e obbligatoria. Per quanto riguarda i risultati economici, il livello di povertà nel 2007 in termini di reddito è stato del 36,7% e nel 2015 era sceso al 23,3%, indicando che più di un milione di ecuadoriani hanno superato la soglia di povertà; per ciò che concerne l’indicatore della povertà estrema, l’Ecuador ha registrato una diminuzione di otto punti percentuali rispetto al 2007, attestandosi nel 2015 all’8,5%, secondo l’Istituto Nazionale di Statistica e Censimenti nella sua indagine nazionale del 2015. Tra il 2007 e il 2013, il paese sudamericano ha abbassato il suo coefficiente Gini (un indice che misura la disuguaglianza dei redditi) di 6 punti (da 0,55 a 0,49), mentre nello stesso periodo l’America Latina l’ha ridotto di soli due punti (da 0,52 a 0,50). Secondo la relazione presentata dalla Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (ECLAC) nel dicembre 2015, il PIL è cresciuto in media del 3,9% tra il 2007 e il 2015, rispetto al 2,9% in America Latina.

Tutto questo ci serve per capire come Rafael Correa goda di enorme gradimento tra la gente. Al termine del suo mandato, fu Correa stesso a proporre e sostenere come suo successore Lenin (come sa essere beffardo il destino alle volte!) Moreno. Quest’ultimo ha poi vinto le elezioni promettendo la continuità del processo politico da tempo avviato. La sua linea, tuttavia, si è dimostrata fin da subito impopolare e contraria a quella del suo predecessore avviando un proficuo dialogo con la destra liberale. I risultati della sua scellerata agenda parlano chiaro: forte riduzione della spesa pubblica, liberalizzazione del commercio, avviamento di un processo di privatizzazioni, riduzione delle aliquote fiscali per le grandi imprese e flessibilità del lavoro. Questo quadro rappresenta chiaramente una politica di austerità, ribaltando completamente le politiche di sviluppo e ridistribuzione del precedente mandato.

Un disastro, nonché un massacro annunciato per le classi più povere dell’Ecuador. In questo clima infuocato, sarebbe bastata la famosa ultima goccia per far traboccare il vaso. E, puntualmente, è arrivato un temporale.

Due settimane fa, dopo la firma del decreto 883 che ha eliminato, tra le altre cose, il sussidio per il carburante, sono state scatenate proteste sociali in tutto il paese. Per essere chiari, tale sussidio rappresenta la possibilità materiale per le classi più povere di comprare il carburante. Ma non finisce qui. La serie di misure adottate dal governo ha incluso una riduzione delle retribuzioni fino al 20% dei contratti a tempo determinato del settore pubblico, la riduzione delle ferie da 30 a 15 giorni per i dipendenti pubblici e la sottrazione di un giorno di stipendio al mese da devolvere al governo. Il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Richard Martínez, ha dichiarato che questi aggiustamenti rispondono all’accordo raggiunto a febbraio dal governo con il Fondo Monetario Internazionale (toh eccolo di nuovo!), grazie al quale il paese ha ottenuto l’accesso a crediti per 4,209 milioni di dollari in tre anni, di cui 900 milioni di dollari sono già stati consegnati. La ricetta del FMI per il “risanamento” delle finanze di un paese è sempre la stessa: in cambio di una concessione di prestiti (o investimenti), si impone al governo di turno un’agenda politica caratterizzata da una deregolamentazione del lavoro, privatizzazioni selvagge, riduzione dei sussidi e aumenti delle imposte indirette.

Eppure, gli scempi del Fondo Monetario Internazionale sono ancora sotto gli occhi di tutti per quanto accaduto alla più vicina Grecia. Nel 2009, di fronte ad una crisi economica senza precedenti intervenne la cosiddetta Troika in suo “soccorso”: Commissione europea, Banca centrale e proprio l’ineffabile FMI. Un intervento accuratamente subordinato alla sottoscrizione di un Memorandum, un documento in cui il governo greco si impegnava ad implementare una serie di dettagliatissime misure di politica economica: dai tagli alla spesa pubblica agli aumenti delle tasse e all’abolizione delle tutele dei lavoratori. L’effetto di queste misure, come noto, è stato devastante dal punto di vista sia economico che sociale.

Insomma, la ricetta-ricatto del Fondo Monetario Internazionale (FMI) è una vera e propria macelleria sociale, un banchetto al quale partecipano i falchi (dell’austerità) e gli avvoltoi (capitalisti). Ma, purtroppo, nulla di nuovo sotto al sole.

Eppure, la situazione in Ecuador è molto diversa da quella in cui si trovava la Grecia nel 2009. L’Ecuador non ha i sintomi di un’economia in procinto di default pubblico o, più in generale, di crisi imminente. L’economia è caratterizzata da una bassa inflazione e una disoccupazione relativamente contenuta. Né sembrano esserci problemi di bilancia dei pagamenti, come vedremo tra poco. Tuttavia, alcuni mesi fa il governo ha deciso di avviare un accordo con il Fondo monetario internazionale. Perché? Vediamo le possibili ragioni.

L’Ecuador è un’economia dollarizzata dal 2000, anno in cui è stato sostituito il sucre ecuadoriano con il dollaro statunitense. La dollarizzazione altro non è che un sistema monetario nel quale i residenti di un dato Paese utilizzano strumenti monetari e finanziari denominati nella valuta di un altro Paese (in questo caso il dollaro statunitense). La dollarizzazione può avvenire in modo ufficiale o di fatto. Nel primo caso, una valuta straniera ha corso legale in un Paese dove la banca centrale non esiste oppure ha un ruolo molto limitato, e questo è proprio il caso dell’Ecuador. La presenza di un tasso di cambio fisso e la mancanza di una politica monetaria completamente indipendente fanno perdere un importante meccanismo di aggiustamento nel caso in cui un paese dollarizzato sia in condizioni economiche molto diverse rispetto al paese della valuta di riferimento. In particolare, non è possibile per questo paese svalutare la propria valuta e recuperare in questa maniera competitività internazionale.

Per un’economia dollarizzata, solitamente, l’instabilità economica deriva da una crisi della bilancia dei pagamenti, che al momento non sembra essere il problema dell’Ecuador. Ora cercheremo di spiegare perché.

A tal proposito dobbiamo entrare nel dettaglio della bilancia dei pagamenti. Questa è formata da due voci: le partite correnti, principalmente rappresentata dal saldo netto delle esportazioni (ossia il valore delle esportazioni meno il valore delle importazioni) e il conto finanziario. La somma di questi due capitoli fornisce il saldo della bilancia dei pagamenti. Dal 2010 l’Ecuador presenta un persistente deficit commerciale, dunque una passività delle partite correnti, compensato da un attivo del conto finanziario grazie agli investimenti diretti esteri (acquisto di attività da parte di investitori privati stranieri), ai flussi finanziari a breve termine (acquisto di titoli privati con scadenza ravvicinata) e ai prestiti al governo.

In un contesto caratterizzato da un deficit commerciale strutturale, l’Ecuador ha continua necessità di flussi finanziari a breve termine in entrata per garantire l’equilibrio della bilancia dei pagamenti. Un Paese può attrarre capitali esteri semplicemente alzando il tasso di interesse interno, che è la remunerazione del capitale; l’Ecuador, però, stretto tra la necessità di evitare tassi troppo elevati sul debito estero privato ed il peggioramento della bilancia dei pagamenti indotto dalla forte contrazione del prezzo del greggio (-20% tra settembre 2018 e gennaio 2019), ha deciso di arginare gli squilibri commerciali attraverso un prestito concordato con il Fondo Monetario Internazionale, che avrebbe concesso al Paese 6 miliardi di dollari per tre anni.

I prestiti del Fondo Monetario sono però sempre condizionati all’attuazione di politiche economiche liberiste: se vuoi i loro soldi, devi accettare il loro modello di sviluppo, che è quello della globalizzazione e della deregolamentazione selvaggia. Così, nel marzo 2019, il Fondo Monetario osserva che i salari sono cresciuti in Ecuador al di sopra della produttività nell’ultimo decennio (governo Correa), e che questa dinamica avrebbero compromesso la “competitività” del Paese, lasciando il tasso di cambio reale “sopravvalutato”. Il problema della competitività può essere risolto facendo leva sul tasso di cambio, ma questo richiederebbe l’abbandono della dollarizzazione; piuttosto, il FMI traccia un’altra strada per l’Ecuador, quella della deflazione interna, ossia la compressione dei salari. Eppure, soprattutto per un paese in via di sviluppo come l’Ecuador, la via maestra sarebbe quella di potenziare la capacità produttiva interna, in modo tale da costruire un’indipendenza economica dalle merci estere e limitare le importazioni. Al contrario, per l’Ecuador la soluzione peggiore è proprio quella di aprirsi al mercato internazionale, accettando l’ancoraggio al dollaro, perché ciò non risolve il problema strutturale del deficit commerciale ma lo perpetua, lasciando il Paese alle dipendenze dei capitali stranieri.

Una via alternativa a quella indicata dal FMI richiederebbe un massiccio intervento pubblico nell’economia, e questo era la strada tracciata giustamente dal presidente Correa. Ma un’economia con una forte presenza pubblica lascia poco spazio al profitto privato, ed è dunque una minaccia per gli interessi che il Fondo Monetario difende con i suoi dollari. Diventa dunque una condizione fondamentale per il FMI imporre un regime di austerità fiscale, affinché il governo rinunci ad un ruolo rilevante nell’economia, lasciando spazio e settori economici alla sete di profitto dei capitalisti. Tuttavia, affinché questi possano ottenere un (mai abbastanza soddisfacente, per loro) profitto bisogna creare un divario tra il prezzo delle merci e il costo del lavoro necessario a produrle. Ora è più facile comprendere come la ricetta del Fondo Monetario chiuda perfettamente il cerchio, attraverso l’imposizione di una deregolamentazione del lavoro e una forte riduzione dei salari.

Perseguendo la logica dell’austerità, il surplus primario del bilancio pubblico ha caratterizzato l’Ecuador nel 2018 e nel 2019: il governo attuale segue fedelmente le ricette imposte dal FMI per indebolire il peso dello Stato in economia e mettere in ginocchio i lavoratori. Le implicazioni sociali e politiche dell’austerità non hanno tardato, come sappiamo, ad arrivare. Già a marzo, tra l’altro, il FMI aveva affermato molto chiaramente che politiche di questo tipo avrebbero scatenato una resistenza sociale.

Ed eccoci giunti all’attualità. Fortunatamente, le classi subalterne si sono sollevate manifestando per giorni il loro fermo dissenso alle politiche antipopolari del governo. La repressione poliziesca si è prontamente manifestata in forme gravissime lasciando sul campo feriti e morti. Malgrado tutto, la pressione popolare è riuscita ad ottenere un risultato straordinario: il ritiro del pacchetto di misure imposte dal FMI e annunciate dal presidente Moreno.

Manifestiamo la nostra più profonda solidarietà al popolo ecuadoriano nella speranza che le lotte sociali contro il neoliberismo, l’austerità e le politiche di classe mosse contro la maggioranza sociale possano continuare a sortire i loro frutti.

* Coniare Rivolta è un collettivo di economisti – https://coniarerivolta.org/