venerdì 8 ottobre 2021

GIORGIO PARISI E L'ORDINE NEL CAOS

 

Prima del riconoscimento del premio Nobel per la fisica al Professor Giorgio Parisi non mi sembra sinceramente di averlo mai sentito nominare ma le sue parole appena avuta la notizia dell'importante encomio sono quelle di una persona che è degna di rispetto e di ammirazione.

L'entusiasmo degli alunni e degli altri docenti de La Sapienza di Roma è vero e non ha avuto nessun sentore d'invidia o di falsità,e come detto nell'articolo proposto(comune-info.net/trovare-un-ordine-al-caos )emerge la falsità sulla didattica e la ricerca negli ambienti universitari,dove un docente può essere benissimo un ricercatore e altrettanto essere capace nell'insegnamento.

Già attivo per un maggiore investimento nella scuola e nella ricerca,lo ha ribadito nelle prime interviste concesse,e c'è da segnalare anche il fatto che era sceso in piazza in prima persona per questo motivo e che aveva osteggiato la presenza del papa Nazinger all'inaugurazione di un anno accademico.

Trovare un ordine al caos.

di Franco Lorenzoni 

Sono molte le ragioni per essere felici dell’assegnazione del premio Nobel per la fisica a Giorgio Parisi. Appena ricevuto il prestigioso riconoscimento il grande scienziato ha parlato della sua facoltà, della scuola romana e dei suoi maestri, tra cui Nicola Cabibbo che avrebbe meritato anche lui il Nobel. Giorgio Parisi è certamente un genio, ma è nel confronto con altri e in gruppo, in una scuola, che cresce la ricerca e l’intelligenza collettiva che porta alle scoperte più straordinarie. 

L’entusiasmo con cui hanno accolto la notizia i suoi studenti e l’affetto con cui parlano di lui mostra quanto sia falsa la contrapposizione tra ricerca e didattica dentro l’Università. Quanto sbaglino quei professori che trattano con sufficienza e superficialità il rapporto con i loro allievi e la didattica, come se sottraesse tempo ed energia a cose più importanti. Si può essere bravi professori attenti agli studenti e vincere un Nobel. 

Lo spirito scientifico è strutturalmente laico, aperto, nemico di ogni dogmatismo. Quando fu invitato papa Benedetto XVI a inaugurare l’anno accademico della Sapienza, Giorgio Parisi fu tra i pochi professori che si opposero con decisione a quella scelta scioccamente reverenziale e inopportuna. Quando la ministra Gelmini tagliò i fondi alla ricerca e all’Università Giorgio Parisi scese in piazza con altri ricercatori e portò una lavagna di ardesia di fronte a Montecitorio. C’era scritto “La ricerca non è una spesa per lo stato, ma un investimento”. Frase elementare ed evidente, purtroppo dimenticata da troppi politici che governano l’Italia, che è uno dei paesi d’Europa che investono meno in scuola, ricerca e istruzione. 

Giorgio Parisi ha ricordato che l’educazione alla scienza va iniziata fin dalla scuola dell’infanzia. Carlo Bernardini, un altro fisico della scuola romana, quando condusse un’esperienza educativa in una Scuola dell’infanzia a Scandicci, scoprì che i più piccoli, nel loro ragionare, sono capaci di una “scientificità non specifica” assente in gran parte di noi adulti. Le sue osservazioni lo portarono ad affermare che i ragionamenti di bambine e bambini di quattro e cinque anni hanno tre requisiti fondamentali: la sincerità, che li porta a non alterare la realtà osservata; la capacità di fare domande; la capacità di modificare le proprie opinioni senza troppo imbarazzo, in presenza di elementi nuovi. Fare incontrare in modo vivo e vivace la natura e la scienza a ogni età contribuirebbe non poco a dare senso e bellezza alla ricerca e allo studio nella scuola. 

La fisica, oltre a donarci scoperte che cambiano radicalmente le nostre vite, produce continuamente metafore di rara bellezza. Ho letto che Parisi cita spesso Eraclito, che ci ha lasciato questo misterioso frammento: 

“In un mucchio di rifiuti gettati a caso c’è l’ordine più bello”.

Trovare un ordine nel caos è per me la cosa più bella, afferma lo scienziato romano parlando delle sue ricerche nei campi più diversi. Quest’ordine nascosto lo ha cercato negli atomi e nell’infinitamente piccolo così come nel cosmo sconfinato. Ma il fatto che sia riuscito a osservare con il linguaggio della matematica e della fisica anche l’ordine che si nasconde nel caos del volo degli storni, aiuta noi, che abbiamo difficoltà a comprendere le sue scoperte, a intuire la bellezza di queste sorprendenti relazioni. E ci riempie di gioia. 

giovedì 7 ottobre 2021

DRAGHI PUNTUALIZZA

I piagnistei dapprima del solo Salvini allargatisi a tutto il partito dei fascioleghisti,un poco scornati dal risultato elettorale e gli unici che hanno reputato di non avere avuto tempo per esaminare adeguatamente le scartoffie per la riforma fiscale,hanno commosso il premier Draghi che puntualizza il fatto che nessuna patrimoniale è al varo e nemmeno vi è il pensiero di farla e che le tasse non aumenteranno,anzi ci sarà una diminuzione.
Quello che non dice è che avverrà solamente per le classi medio alte e che pure la riforma del catasto,con indici fermi da cinquant'anni,privilegerà chi ha più case se non i veri e propri palazzinari e professionisti del lucro sulle case.
In un clima politico dove il Pd e Forza Italia si fanno le fusa reciprocamente e quest'ultima si sta staccando sempre maggiormente dalla Lega e FdI nonostante la propaganda del grande centro destra,i tempi che verranno a breve saranno pessimi per la maggioranza degli italiani,così come descritto nel breve contributo di Contropiano(tutto-per-i-ricchi )con la devastante aggiunta degli aumenti in bolletta le cui deroghe in Euro andranno non alla maggioranza degli italiani ma alla ristretta schiera dei richiedenti reddito di cittadinanza ed alle piccole imprese.

Tutto per i ricchi.

di  Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)   

Dalla conferenza stampa di Draghi e Franco, che ai mass media interessa solo per i giochi di palazzo post elettorali di Salvini e Letta, emerge con chiarezza che con la la delega fiscale del governo: 

– Per profitti da capitale ci sarà una bassa flat tax, “per ridurre la competizione coi paradisi fiscali”. hanno detto. 

– Per il lavoro invece continuerà la tassazione progressiva, ma abbassando alcune aliquote, guarda caso quelle medio-alte.

– Verrà eliminata l’IRAP, come vuole Confindustria. Cioè la tassa con cui le imprese finanziano la sanità pubblica, che quindi subirà altri tagli.

– Ci sarà l’aumento dell’IVA, chiamato “razionalizzazione”; cioè crescerà il costo della vita per le famiglie. 

– Ci sarà una valanga di tasse degli enti locali, visto che lo stato ridurrà i finanziamenti per le loro spese. 

Draghi ha solennemente affermato di voler ridurre la pressione fiscale, ma ai lavoratori, ai pensionati ai disoccupati non andrà nulla, anzi molti pagheranno di più. 

Questo vuol dire che chi ha meno, finanzierà la riduzione delle tasse per chi ha di più. Draghi è un altro Robin Hood rovescia, che ruba ai poveri per donare ai ricchi e per questo continua l’acclamazione dei padroni per lui. 

Perché fa tutto (“Whatever it takes“), proprio TUTTO PER I RICCHI.

mercoledì 6 ottobre 2021

SFRACELLI D'ITALIA

Sono sempre loro,si reinventano e si vogliono rifare una verginità deflorata cento anni addietro,sono loro i servi dei padroni e del capitalismo che vogliono essere visti come paladini della libertà,che parlano di difesa dei più deboli(quelli che fanno comodo a loro)ma che sono il braccio forte(e destro)dei potenti e della borghesia,sono loro che mettono le bombe e fanno le stragi,sono loro i fascisti.
I finanziamenti illeciti e altri reati che si stanno delineando grazie all'indagine di Fanpage durata anni e che hanno incastrato per ora il capodelegazione di FdI Carlo Fidanza al Parlamento europeo e un altro elemento di dubbia provenienza come Roberto Jonghi Lavarini,un faccendiere che ha fatto da collettore di finanziamenti illeciti per la campagna elettorale milanese del partito della Meloni.
Ma chi trema,anzi è interessato perché le chiappe le hanno sempre parate visti i precedenti,sono più dei due sovracitati in un'inchiesta appena cominciata e che vede il partito di nostalgici fascisti sempre più pieno di criminali vestiti da politici(vedi:madn un-carcere-intero )che hanno più a che fare con le carceri che con le sedi istituzionali della politica come dimostrato nell'articolo seguente:ecn.org milano barone-nero .

Fratelli d’Italia, Jonghi Lavarini e Fidanza indagati a Milano per finanziamento illecito e riciclaggio: perquisita casa del “Barone nero” · 

Nei giorni scorsi la Procura di Milano ha aperto un fascicolo dopo l'inchiesta di Fanpage sui legami del partito con ambienti neofascisti e sui contributi in nero per la campagna elettorale di Milano. I magistrati puntano a individuare i professionisti che - secondo quanto affermano Jonghi e Fidanza nel video registrato di nascosto - si prestano a fare da "lavatrici" per i contributi elettorali versati in nero da aziende e imprenditori che non vogliono comparire

Il capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, Carlo Fidanza, è indagato dalla Procura di Milano con l’accusa di finanziamento illecito e riciclaggio. Con lui anche Roberto Jonghi Lavarini, il “Barone nero” al centro dell’inchiesta di Fanpage sui legami del partito con ambienti neofascisti e sui contributi in nero per la campagna elettorale di Milano, la cui abitazione è stata perquisita dalla Guardia di finanza. Proprio in seguito alla video-inchiesta, nei giorni scorsi, la Procura aveva aperto un’indagine affidata ai sostituti Giovanni Polizzi e Piero Basilone, acquisendo dalla testata le 100 ore di girato integrale realizzate in tre anni di lavoro dal giornalista sotto copertura. I pm puntano a individuare i professionisti che – secondo quanto affermano nel video registrato di nascosto Jonghi e Fidanza – si prestano a fare da “lavatrici” per i contributi elettorali versati in nero da aziende e imprenditori che non vogliono comparire. Nei prossimi giorni saranno ascoltati i giornalisti di Fanpage.

A chiedere le 100 ore di girato è stata anche Giorgia Meloni, la leader del partito, che afferma di volerle visionare tutte prima di prendere provvedimenti nei confronti dei propri iscritti che compaiono nel video (in cui si inneggia al fascismo e al nazismo e ci si esibisce in battute sugli ebrei e saluti romani): oltre a Fidanza, la neo-eletta al consiglio comunale di Milano Chiara Valcepina, presunta destinataria dei finanziamenti occulti (che però non risulta indagata) e vari dirigenti locali. Richiesta a cui il direttore di Fanpage Francesco Cancellato si è opposto. Sulla vicenda, due giorni fa, è intervenuto anche il presidente del M5s Giuseppe Conte, rivolgendosi direttamente a Meloni: “Perché non tagli, in modo chiaro e risolutivo, i legami del tuo partito emersi dall’inchiesta? In attesa di studiarti i filmati integrali potresti avvantaggiarti: basterebbe dichiarare che rinunci e ripudi nel modo più assoluto quel 5% di cui ragiona tal Jonghi Lavarini“, ha scritto l’ex premier.

 https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/10/05/fratelli-ditalia-jonghi-lavarini-e-fidanza-indagati-a-milano-per-finanziamento-illecito-e-riciclaggio-perquisita-casa-del-barone-nero/6344096/

martedì 5 ottobre 2021

ALLE COMUNALI LA DESTRA NON SFONDA,ANZI

La tornata elettorale conclusasi nel primo pomeriggio di ieri non è stata come una delle ultime di diverse interpretazioni,con il solito hanno vinto tutti che somiglia molto all'hanno perso tutti,chi più e chi meno ha avito l'onestà di dire come stanno le cose sia nel bene che nel male.
A prescindere dall'ovvietà che c'era d'aspettarselo che l'astensionismo avrebbe avuto percentuali maggiori rispetto l'ultima votazione comunale vuoi per la pandemia e vuoi per candidati candidamente impresentabili,la destra non ha fatto il boom di voti che si aspettava,anzi non dico che abbia preso una batosta perché i fascistelli della Meloni hanno raggranellato un cospicuo consenso,alle spalle della Lega di Salvini mentre i cadaveri di Forza Italia hanno conquistato la Calabria,e sono certo che non sia un bene per la regione visti i precedenti di elevata criminosità che sono sotto gli occhi di tutti.
Il Pd regge se non aumenta il proprio elettorato,e molti pentastellati hanno scelto proprio il partito di centro pseudo sinistra piuttosto che la destra,con un crollo lineare che fa gridare al bipolarismo a politici che la sanno lunga nel soggiogare gli italiani.
Il resto,compreso Renzi,ha avuto piccole gioie e tanti rimpianti,frutto di decisioni incoerenti e di spartizioni sempre più inspiegabili,con voti che in un prossimo futuro non riusciranno a fare entrare in Parlamento i propri candidati.
Articolo di Left:due-cose-sulle-elezioni .

Due cose sulle elezioni.

di Giulio Cavalli 

Salvini affonda e si trascina dietro la Lega, mentre Fratelli d'Italia avanza. Enrico Letta vince a Siena e il Pd funziona. Il M5s crolla. I voti di Calenda vengono da fazioni talmente opposte che tenerli insieme sul piano nazionale appare piuttosto difficile. A proposito, e la brillantissima Italia viva di Renzi?

Di temi ce ne sono molti e molti ne usciranno nei prossimi giorni ma qualche riflessione al mattino successivo vale la pena cominciare a farla.

Primo punto, importante per chi passa da queste parti a leggerci: abbiamo passato mesi a sentirci dire che il Paese non vedesse l’ora di andare a elezioni per incoronare Salvini presidente del Consiglio e invece Salvini affonda e si sta trascinando dietro la Lega (ma nella Lega non glielo permetteranno, disfandosene prima). Che non fosse all’altezza di proporsi come federatore a destra (come può federare uno che sa usare solo lo scontro verbale come unico mezzo di confronto e che poi scappa ogni volta che si entra nel merito?) si sapeva benissimo mentre si ribaltava con il moijto in mano. Giorgia Meloni certifica la sua avanzata. Qualche dato, tanto per capirsi: a Milano la Lega è più o meno sugli stessi livelli del 2016 (come se non ci fosse mai stata nessuna esplosione) mentre Fratelli d’Italia quadruplica i voti, a Roma, Fdi si conferma la prima lista di centrodestra come nel 2016 ma cresce quasi del 50%, a Bologna rispetto al 2016 la Lega perde 2,4 punti e si ferma al 7,8%, mentre Fdi cresce dal 2,4% al 12,6%, a Trieste (in un regione governata dalla Lega) Fdi è la prima lista del centrodestra, a Torino Fdi supera la Lega che negli ultimi 6 anni aveva preso almeno il quadruplo dei voti degli alleati. Poi c’è il punto delle candidature: il centrodestra ha dei seri problemi di classe dirigente e per questo è stato costretto a ripiegare (tardi) su candidati vivi di ben poco spessore. Un’ultima notazione: per non smentirsi Salvini riesce ad analizzare il voto dicendo che il problema del centrodestra è la tempistica delle candidature, dimostrando come sempre di riuscire solo a parlare d’altro per non rispondere sul punto. Avanti così. 

Enrico Letta sta sereno, questa volta sul serio. Sfiora il 50% con la sua candidatura personale a Siena, il Pd funziona e senza nemmeno avere candidati così appetibili. Ora bisognerà vedere Roma ma nel complesso il risultato è ottimo, sicuramente. La sensazione è quella di un’apertura di credito da parte dell’elettorato che ora bisognerebbe capitalizzare, magari prendendo posizioni chiare anche se nel governo Draghi. Dice Letta che il vento è cambiato ma la sensazione è che il centrodestra abbia fatto molto da solo.

Il Movimento 5 Stelle crolla, inutile girarci intorno. Perde male Torino e Roma e praticamente scompare a Milano. Nel 2016 furono conquistate con l’antipolitica ma alla prova della politica ne sono usciti male (Virginia Raggi molto meglio di come molti prevedevano). Il bivio è consistente e sarebbe da chiedersi (come ha già fatto Prodi) quanto convenga al Pd allearsi con un partito che porta pochissimi voti e parecchio malumore tra i suoi elettori. Sarà un passaggio inevitabile.

Calenda come al solito vince su twitter. Qualcuno dei suoi fa notare che la sua lista a Roma abbia preso quasi come il Pd dimostrando poca dimestichezza con la politica (confrontare un candidato con un’unica lista a un candidato con più liste è come pesare le mele in litri, complimenti). C’è anche un piccolo particolare: i voti di Calenda vengono da fazioni talmente opposte che tenerli insieme sul piano nazionale appare piuttosto difficile. Tra l’altro a farlo c’è un certo Draghi, al momento.

A proposito, e la brillantissima Italia Viva del brillantissimo Matteo Renzi? Vale la pena leggere il tweet del dirigente Ettore Rosato: «Ufficiale: il nostro Alessandro Di Santo eletto sindaco #Castelvenere (Bn) con l’89% dei voti, mentre a #Terzorio (Im) altro splendido risultato per Valerio Ferrari riconfermato sindaco. Congratulazioni a entrambi! #ItaliaViva». Non serve nemmeno aggiungere altro.

Buon martedì.

giovedì 23 settembre 2021

TASSARE I GRANDI PATRIMONI

Proprio come le ondate di una pandemia,per la classe dirigente,per gli industriali,i potenti e per la borghesia la minaccia di una tassa patrimoniale scatena una paura ed un putiferio che nemmeno la peste riesce a creare.
E altrettanto ciclicamente le timide uscite di qualche politico sullo stesso tema creano bufere in tutto il Parlamento senza che nemmeno si arrivi ad un accenno di discussione presso le stanze del potere,con queste proposte(ultimamente chieste in maniera troppo timida da Letta e da Sinistra Italiana)che vengono subito ritirate o rese ridicole(vedi:madn il-disatteso-articolo-53-della costituzione ).
Anzi si va sempre peggio con le proposte di esenzione dell'Imu sulle seconde case,la flat tax che ritorna di moda e la cancellazione di diritti come il redito di cittadinanza,con Draghi che proclama che le tasse non aumenteranno ma che è giunto il momento di mettere qualcosa nelle tasche dei cittadini(forse dei sassi pesanti per poi essere lanciati a mollo?).
L'editoriale di Left(anche-i-ricchi-paghino )analizza con degli esempi anche situazioni che si stanno vivendo al difuori dei nostri confini e parla di una povertà sempre più dilagante nel"belpaese"e rincara la dose con gli aumenti prossimi che si aggiungono a quelli dei mesi precedenti sulle bollette di luce e del gas(madn ancora-aumenti-in-bolletta )che è da mesi che se ne sanno gli effetti nefasti ma l'opinione pubblica ha fatto finta di niente fino alla scorsa settimana.
In una situazione in cui tutti quelli"dell'Europa ce lo dice"ora la stessa Europa chiede,visti i tempi grami,di spostare la tassazione dal mondo del lavoro a quello delle rendite patrimoniali,ora non recepiscono più bene o almeno ligi come un tempo gli stessi diktat.

Anche i ricchi paghino.

di Simona Maggiorelli

Matteo Renzi propone un referendum per abolire il reddito di cittadinanza. Salvini, immemore di se stesso (visto che il provvedimento passò quando lui era ministro) rincara la dose. E rilancia un provvedimento che favorisce i ricchi come la flat tax, in un momento in cui gli effetti economici e sociali della pandemia, come certifica l’Istat, hanno prodotto più un milione di poveri in un solo anno. Il presidente di Confindustria, Bonomi, sbraita contro il Sussidistan perché tale sarebbe diventata l’Italia, come se la gran parte degli aiuti di Stato fossero andati ai lavoratori, ai precari, ai disoccupati e ai poveri e non all’industria, come invece è accaduto. Dalle lobby industriali che vanno all’assalto dei soldi del Pnrr è partito un attacco ideologico e feroce alle classi più svantaggiate additate come scansafatiche, divaniste, parassitarie.

Quegli stessi che moralisticamente accusano i poveri di essere poveri, come fosse un fatto di cattiva volontà e di indolenza, negli anni hanno massimamente concorso alla precarizzazione del lavoro in Italia con provvedimenti come il Jobs act e in piena pandemia spingendo per lo sblocco dei licenziamenti. E sono gli stessi che alzano muri contro ogni ipotesi di patrimoniale, che si indignano per la riforma del catasto, riforma peraltro necessaria per poter accedere alla seconda tranche del Next generation Eu.

Il famoso refrain «ce lo chiede l’Europa» che ci siamo sentiti ripetere tante volte quando si trattava di imporre inique misure di austerity è scomparso dai discorsi di quei politici che lo ripetevano a macchinetta. Perché l’Europa ora ci chiede di spostare il carico della pressione fiscale dal mondo del lavoro a quello della rendita. Certo, anche se è assolutamente necessario per un fatto di minima di giustizia, non basta recuperare i sei miliardi di evasione sull’Imu, non basta rivedere gli estimi catastali, non basta intervenire sulle valutazioni che equiparano una casa in periferia a una in centro storico a Roma. Serve anche un piano di recupero dell’edilizia pubblica per rispondere a chi un tetto non ce l’ha, occorre dare una alternativa a chi è costretto a occupare per sopravvivere. Invece troppo spesso – e come abbiamo visto anche nei giorni scorsi a Roma – si preferisce procedere allo sgombero. La sindaca Raggi ha sempre trattato questa emergenza sociale come un problema di ordine pubblico.

Non accade così in altre città europee. In Svezia, come racconta il deputato del Left party Ali Esbati su questo numero, il premier socialdemocratico Stefan Lovfen è costretto a dimettersi perché la sinistra si è opposta alla liberalizzazione del mercato degli affitti. A Berlino il 26 settembre, insieme alle elezioni per il Parlamento federale, come scrive il presidente della Sinistra europea Heinz Bierbaum, si tiene un referendum per l’espropriazione di immobili di proprietà di grandi gruppi immobiliari, per contrastare il caro affitti. Da noi sarebbe considerata una proposta impronunciabile.

Beninteso, abbiamo contezza che per combattere le disuguaglianze che si sono sempre più allargate con la pandemia non basta tassare le case, ma occorre tassare le rendite finanziarie, combattere l’evasione, pensare a una seria web tax, bisogna intervenire sui paradisi fiscali e sui patrimoni finanziari portati all’estero.

In una parola, tax the rich come si legge a chiare lettere sul vestito indossato dalla socialista Alexandria Ocasio-Cortez al Met gala di New York. I socialisti Usa con Sanders hanno da tempo sdoganato questo tabù provando a spingere Biden verso politiche di investimento pubblico nel sociale. In Italia invece lo è ancora. E se qualcuno osa pronunciare la parola patrimoniale si alzano barricate. Quando il segretario del Pd Enrico Letta ha avanzato una timida proposta di patrimoniale, pensando di ricorrere alla tassa di successione per creare un tesoretto per i più giovani, si è sentito rispondere seccamente da Draghi che non era il momento di prendere i soldi agli italiani.

Sinistra italiana ha avviato una raccolta firme per una legge di iniziativa popolare riguardo a una più ampia patrimoniale, ma in questo caso non abbiamo ancora visto accorrere fiumi di persone. Segno che il tema di una fiscalità più giusta non è abbastanza sentito? O piuttosto che la sinistra non riesce a raggiungere quella ampia base di lavoratori sfruttati, precarizzati che la pandemia ha spinto, insieme ai disoccupati, nella povertà assoluta come ci dicono i dati Istat e altre ricerche? Su questo continuiamo a interrogarci. Al contempo rilanciando la battaglia per la giustizia sociale cercando di ampliare e approfondire il tema a partire da un nuovo pensiero a sinistra, fondato sulla naturale uguaglianza degli essere umani, su un’idea di libertà come obbligo di essere esseri umani, che metta al centro la soddisfazione dei bisogni ma anche delle esigenze più profonde di realizzazione di sé nel rapporto con gli altri. Perché bisogni ed esigenze sono questioni intrecciate e imprescindibili. In termini concretissimi lo evidenzia la sociologa Chiara Saraceno lanciando l’allarme per oltre un milione di bambini in povertà assoluta in Italia, che patiscono anche una inaccettabile povertà educativa, vendendosi deprivati di possibilità per realizzare appieno se stessi.

venerdì 17 settembre 2021

LA MORTE DEL "PRESIDENTE GONZALO"

Lo scorso sabato in una cella della marina peruviana da dove era rinchiuso da quasi ventinove anni è deceduto il fondatore di Sendero Luminoso,Abimael Guzmán noto anche come Presidente Gonzalo ,soprannome datogli dagli indigeni peruviani che ha sempre difeso nella sua carriera di professore e poi di guerrigliero.
In Perù la notizia è stata accolta con sollievo da parte dei politicanti della destra ma anche dalla pseudo sinistra che ormai è radicata in tutto il mondo,e pure il neo presidente Castillo(madn il-peru-ha-un-presidente-socialista )ha usato parole diplomatiche additandolo a terrorista che ha provocato migliaia di vittime nel paese.
La solita storia senza vedere i massacri di contadini che in decenni hanno falcidiato 70 mila persone la gran parte indigeni con esecuzioni di massa,sequestri e torture,mentre le azioni di Sendero Luminoso (madn il-peru-e-il-suo-avvenire )erano volte a colpire i politici corrotti ed i vertici militari che gli facevano guerra,oltre a compiere sabotaggi come scritto nell'articolo preso da Infoaut(peru-e-morto-abimael-guzman-il-fondatore-di-sendero-luminoso )che narra la storia sia di Guzmán che ovviamente quella di SL.

Perù: È morto Abimael Guzmán, il fondatore di Sendero Luminoso.

Il capo della guerriglia maoista peruviana Partito Comunista del Perù – Sendero Luminoso, che fu vicino a prendere il potere, era detenuto dal 1992.

Un giorno prima di compiersi 29 anni dalla sua cattura, è morto in prigione Abimael Guzmán, fondatore di Sendero Luminoso (SL), il gruppo armato maoista che operò negli anni ottanta e novanta contro la corrotta élite capitalista peruviana.

Secondo un rapporto della Commissione della Verità e Riconciliazione  (CVR), la guerra dei militari contro SL fece circa 70 mila morti, la maggioranza indigeni che appoggiavano la guerriglia. Guzmán fu catturato nel 1992 e condannato all’ergastolo, sentenza che scontava in un cella impersonale in una base della Marina. Lì è morto alle 6.40 della mattina di questo sabato per “complicazioni del suo stato di salute”. Aveva 86 anni. Non sono stati dati dettagli su queste complicazioni.

Appena conosciuta la notizia della morte di Guzmán, da parte di quasi tutti i settori politici, tanto di destra come di pseudo sinistra, il capo senderista è stato giudicato come “un terrorista sanguinario”, “un genocida” e altre simili espressioni. Nonostante ciò, non hanno menzionato i militari, questi sì veri genocidi.

Il presidente Pedro Castillo, nonostante sia un maestro rurale e conosca la devozione degli indigeni per Guzmán, si è pronunciato con un messaggio attraverso Twitter. “È morto il capo terrorista Abimael Guzmán, responsabile della perdita di innumerevoli vite dei nostri compatrioti. La nostra posizione di condanna del terrorismo è ferma e inderogabile. Solo in democrazia costruiremo un Perù di giustizia e sviluppo per il nostro popolo”, ha scritto il presidente, rendendo chiara la paura che lui ha della destra. Vari ministri si sono pronunciati sulla medesima linea di condanna del defunto dirigente popolare.

Queste reazioni del governo, di condanna di Guzmán, avvengono in mezzo ad una campagna dell’opposizione di destra, politica e mediatica, che accusa Castillo e alcuni ministri di avere una presunta vicinanza con gli eredi politici del senderismo, riuniti nel Movimento per l’Amnistia e i Diritti Fondamentali (Movadef), che chiedeva un’amnistia per Guzmán. Il governo rifiuta questo legame.

Presidente Gonzalo.

Abimael Guzmán, che i poveri andini chiamavano “Presidente Gonzalo”, studiò diritto e filosofia, e fondò, insieme a vari dirigenti indigeni, agli inizi degli anni settanta il Partito Comunista del Perù – Sendero Luminoso, quando era professore nell’Università San Cristóbal de Huamanga, nella regione andina di Ayacucho. Nel maggio del 1980, nel giorno delle elezioni presidenziali che segnavano un ritorno alla democrazia tutelata dopo dodici anni di dittatura militare, Sendero iniziò le sue azioni armate di guerra popolare, attaccando un centro elettorale nel villaggio rurale di Chuschi, nel Ayacucho. La guerriglia senderista crebbe esponenzialmente in un contesto di profonda povertà, disuguaglianza e un’ampia esclusione economica, sociale e razziale, specialmente delle comunità andine dove il gruppo maoista ebbe la sua origine.

La rivolta interna, che iniziò nell’Ayacucho, si estese a quasi tutto il paese. Attacchi guerriglieri con auto bomba, sabotaggi alla rete elettrica per produrre blackout a Lima e in altre città, esecuzioni di autorità e dirigenti venduti fecero parte delle applaudite azioni senderiste. I militari, sostenuti dai corrotti governi civili, risposero con sequestri, torture, scomparse, esecuzioni extragiudiziali e assassinii di massa di contadini. I militari assassinavano contadini che loro accusavano di non appoggiarli, il 75 per cento dei morti erano indigeni che parlavano quechua.

Grottesco.

Il 12 settembre del 1992, Guzmán fu catturato in un’abitazione di un quartiere della classe media di Lima, da un gruppo speciale della polizia, destinato alla sua ricerca. Nella cattura non ci fu un solo sparo. Stava al secondo piano di una casa nella quale al primo piano c’era un’accademia di danza, messa su come copertura al nascondiglio dell’uomo più ricercato del paese.

Alcuni giorni dopo la cattura del capo senderista, il governo di Fujimori montò un grottesco spettacolo, presentandolo con un abito da prigioniero a righe orizzontali bianche e nere rinchiuso in una gabbia affinché fosse filmato e fotografato. Da allora, è rimasto rinchiuso nella prigione navale nella quale questo sabato è morto.

Con il suo capo detenuto, Sendero crollò rapidamente. Guzmán fece appello ai suoi seguaci ad abbandonare le armi. Rimane solo una colonna senderista, che da anni ha rotto con il fondatore di Sendero e opera come gruppo armato in una zona agreste cocalera.

Nelle ore che sono seguite alla morte di Guzmán, nei media è stata ricordata la lunga notte sanguinosa della guerra interna, ma è stato un ricordo falsato, come non poteva essere altrimenti, centrato sui presunti crimini di Sendero ma dimenticando le massicce violazioni dei DD.UU. commesse dallo stato, che diversi settori vogliono occultare o giustificare. È morto Abimael Guzmán, Sendero Luminoso è sconfitto, ma le condizioni di esclusione e povertà in cui sorse la guerriglia senderista continuano ad essere attuali. 

13/09/2021

La Haine

Da Comitato Carlos Fonseca

venerdì 10 settembre 2021

LA STELLANTIS E IL COSTANTE ABBANDONO DELL'ITALIA

Le vicende dell'ultimo colosso automobilistico nato dalla fusione tra a Fca e la Psa,Stellantis(vedi:madn non-si-e-detto-tutto-su-stellantis ),ci narrano di una situazione sempre più grave per i dipendenti sparsi in tutto il mondo,circa 400mila,con parecchie migliaia impiegate in Italia senza contare l'indotto delle aziende fornitrici.
L'articolo di Contropiano(stellantis-la-grande-fuga )ci spiega il ridimensionamento che di solito,diciamo sempre,avviene quando delle aziende si fondono,con i dipendenti che sono i primi della lista a venire accantonati sia con licenziamenti che con condizioni lavorative sempre peggiori.
Si parla purtroppo di una bomba ad orologeria visto che nei prossimi anni a venire saranno circa 12mila i lavoratori italiani in esubero viste le delocalizzazioni annunciate e lo strano rifiuto della multinazionale di non accettare il maxi prestito di 6,5 miliardi di Euro garantito dallo Stato che già di per se era stato foriero di cattivi presagi.

Stellantis: la grande fuga.

di  USB – Industria Lavoro Privato  

Chi brindava con eccessiva euforia alla nascita del colosso Stellantis oggi fa i conti con un ridimensionamento del ruolo strategico del nostro paese rispetto alle scelte del colosso nato dalla fusione (o sarebbe meglio chiamarla cessione) tra FCA e PSA.

La cassa integrazione in molti stabilimenti (Melfi, Cassino, Termoli, Torino), il taglio dei costi derivanti dalle aziende di pulizia negli stabilimenti con annessi licenziamenti, gli accordi per l’incentivazione al licenziamento volontario di centinaia di lavoratori in diversi stabilimenti, lo smantellamento di una linea produttiva a Melfi, l’annuncio degli investimenti a Termoli per la nascita della gigafactory che non garantirà il lavoro per tutti i dipendenti attualmente in forza nello stabilimento, l’annuncio di 12.000 esuberi nei siti produttivi italiani ed infine il disimpegno di Stellantis sul prestito garantito dallo Stato per 6,5 mld di euro che altro non è che l’atto che preannuncia il “mani libere” voluto dal gruppo, sarebbero dovuti bastare per far suonare il campanello d’allarme che l’USB sente da molto tempo.

A tutto ciò si è aggiunto l’annuncio, da tempo a conoscenza di tutti, dell’avvio della produzione nello stabilimento di Gliwice (Polonia) di veicoli commerciali che inevitabilmente rischia di avere ripercussioni sul sito produttivo di Atessa (Sevel), che è il sito più produttivo del gruppo degli ultimi 30 anni. Rischi che innanzitutto si scaricano sui 700/800 dipendenti “somministrati”, di cui la nostra organizzazione richiede da tempo la stabilizzazione.

L’USB ha chiesto un incontro ai ministri competenti (Giorgetti e Orlando) perché ritiene necessario un piano di investimenti straordinario nel comparto automotive, in ottica di transazione ecologica, che costringa Stellantis a non smobilitare progressivamente le produzioni in quanto si andrebbe incontro ad un disastro dal punto di vista occupazionale nel settore e la chiusura della GNK, azienda che ha chiuso e licenziato con un messaggio centinaia di lavoratori, dovrebbe far riflettere molto.

Non è da sottovalutare anche il tema della riforma degli ammortizzatori sociali che potrebbe rivelarsi un’occasione da sfruttare per tutte le aziende del comparto per avviare profonde ristrutturazioni che pagherebbero solo i lavoratori.

Il governo nazionale e quelli locali non possono trascurare le vicende inerenti Stellantis dimenticando che siamo il secondo paese manifatturiero in Europa: occorre che si percorra la strada di una stretta massiccia sui contratti precari, che si agisca sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, nazionalizzazione degli asset strategici, investimenti mirati ad ottenere lavoro stabile e sicuro (non bisogna dimenticare i mille morti sul lavoro all’anno) ed una concreta transazione ecologica.

Ciò che non permetteremo a Stellantis, Governo, Fim-Fiom e Uilm è di perseverare su una strada ambigua che soddisfa le loro esigenze ma non quelle di migliaia di lavoratori del gruppo, delle aziende dell’indotto e delle loro famiglie.

giovedì 9 settembre 2021

IL MINISTRO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA A FAVORE DEL NUCLEARE

Che il greenwashing,l'ambientalismo di facciata,in Italia sia tanto caro al"governo dei migliori"che parlano di una nuova coscienza ecologica ma che di fatto tendono a remare contro,è un dato di fatto e le dichiarazioni del ministro della transizione ecologica Cingolani(creato ad hoc per avere i sussidi europei)hanno fatto molto discutere(vedi:left che-brutta-transizione-cingolani e madn dalla-green-economy-al-greenwashing ).
Già che abbia parlato dal palco della scuola politica di Renzi mette una tristezza addosso,e che poi abbia attaccato gli ambientalisti con ferocia non c'è nemmeno da rimarcarlo viste le reazioni delle forze del disordine che spaccano le teste ai cortei No Tav e che lasciano tranquilli gli invasati dei no vax.
La ciliegina sulla torta è un nuovo sdoganamento all'energia nucleare che ha fatto sfregare le mani a molti imprenditori ed affaristi sia italiani che esteri,dopo che lo stesso ministro aveva promesso di passare entro il 2030 a più del 70% di elettricità prodotta da energie rinnovabili(vedi il contributo da Left:il-ministero-della-finzione-ecologica ).

Il ministero della finzione ecologica.

di Giulio Cavalli

Dopo le parole del ministro Cingolani si è aperto il dibattito sul nucleare e sui "reattori di nuova generazione". I lobbisti si fanno avanti mentre gli ambientalisti evidenziano tutte le criticità. Ma intanto mancano soluzioni tempestive per la crisi ambientale

Le parole del ministro Cingolani hanno aperto la discussione. Bene così, era esattamente quello che voleva il ministro: i portavoce delle lobby (anche se sono travestiti da ministri o da presunti leader politici) introducono il tema a loro caro con una mezza provocazione, poi dicono di non essere stati capiti, poi aggiungono che comunque è sempre il caso di dibatterne serenamente, poi dicono di non alzare troppo i toni (e fa niente se i toni poco opportuni li ha usati proprio Cingolani) e infine si prendono le pacche sulle spalle per essere riusciti a rendere quasi potabile l’innominabile. E Cingolani, guarda un po’ ha fatto proprio così. 

E allora vediamoli questi “reattori” che Cingolani ci invita a studiare. Studiamoli. Dieci anni fa Berlusconi firma un memorandum con Sarkozy (lo sta ricordando in questi giorni Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, uno di quegli ambientalisti che irritano il ministro della finzione ecologica) «per costruire 4 reattori Epr in Italia. Dieci anni fa erano in costruzione due di questi reattori, uno in Finlandia a Olkiluoto e uno in Francia a Flamanville. Oggi sono ancora in costruzione a costi quadruplicati rispetto al budget. L’azienda proprietaria della tecnologia, la francese Areva, impegnata nel cantiere finlandese, è fallita».  Negli Usa non è andata meglio: l’investimento sul nucleare voluto da Bush nel 2001 (i reattori AP1000) prevedeva la costruzione di 4 reattori che ora sono diventati 2 mentre i costi si sono moltiplicati in modo esorbitante e l’azienda proprietaria della tecnologia, la nippo-americana Toshiba-Westinghause, è fallita nel 2017. Forte questo futuro, eh?

Dopo l’incidente di Fukushima, ad esempio, si è scoperto che il reattore in costruzione a Flamanville, dove sta la centrale nucleare francese, avrebbe avuto le stesse vulnerabilità del reattore francese. Tant’è che l’azienda francese proprietaria degli impianti in Uk ha dovuto coinvolgere un partner cinese al 33%, la Cng, per distribuire i rischi. 

Qualcuno in questi giorni dice che il nucleare abbasserebbe i costi. Benissimo. Si potrebbe ad esempio leggere ciò che scrive l’Agenzia internazionale dell’energia a Parigi (quelli che per vent’anni hanno consapevolmente sminuito le rinnovabili) che alcune settimane fa ha scritto nero su bianco che l’energia solare è la fonte più economia mai prodotta. 

Si sa però che Cingolani, ce lo ricordiamo bene, aveva promesso un 72% di elettricità prodotta da rinnovabili entro il 2030 e sul tema si scorge ben poca mobilità del governo. Sia chiaro: esistono tecnologie allo studio di un nucleare che potrebbe essere sicuro e meno impattante, sarebbe miope e stupido negarlo, ma quello che continua a mancare sul tavolo sono le soluzioni che possono svoltare una crisi ambientale (che guarda caso viene negata dagli stessi che applaudono Cingolani) che richiede interventi tempestivi. 

A proposito: dice il ministro che lui deve rispondere “solo a Draghi”. Eh, no: deve rispondere ai cittadini. E deve spiegarci per bene anche il perché di certe sue uscite. A noi interessa lui, quello che ha in testa nel suo importante ministero, molto di più dei mini reattori di nuova generazione. 

Buon lunedì. 

giovedì 2 settembre 2021

LA MILANO DA BERE E QUELLA DA SPEGNERE

Le immagini terrificanti del rogo che in pochi minuti ha divorato la Torre del Moro in via Antonini a Milano hanno fatto(almeno a me)venire in mente quelle altrettanto orribili e dai risultati catastrofici dell'incendio della Grenfell Tower a Londra del giugno 2017.
La differenza è stata che in Gran Bretagna morirono 72 persone(vedi madn il-rogo-annunciato-della-grenfell-tower )mentre a Milano sembra pazzesco che non ci siano state vittime anche se a Londra l'incendio si sia propagato di notte.
Invece il contesto sociale è identico,con la speculazione ed il profitto dei grandi costruttori che con la tiritera della riqualificazione urbana abbattono interi quartieri popolari e relegano i meno abbienti sempre ai margini cittadini mentre i prezzi delle nuove zone edilizie aumentano a dismisura(gli 8mila Euro per metro quadro alla Torre del Moro lo certificano).
Altro elemento che unisce i due disastri sono la spregiudicatezza sempre nella logica del profitto sui materiali utilizzati,frutto anche di regole non idonee,con rivestimenti che hanno fatto diventare una torcia di fiamme il grattacielo in pochi minuti con l'effetto camino che in entrambi i roghi è stato determinante per la distruzione fulminea di un colosso.
Sicuramente i materiali utilizzati di ignifugo non avevano nulla e ora si indagherà su questo e anche sui sistemi di sicurezza che non sono funzionati(impianti antincendio senz'acqua in più piani dell'edificio)a prevezione,insomma la olita cricca di imprenditori senza scrupoli che giocano con la vita degli altri in una Milano che vuole sempre più essere "figa" e fashion e che non si preoccupa per nulla delle centinaia di migliaia di abitanti che non hanno un reddito così corposo da poter permettersi abitazioni di lusso(che vanno a fuoco con nulla):articolo di Contropiano(milano-la-citta-cool-dei-grattacieli-che-bruciano ).

Milano, la città “cool” dei grattacieli che bruciano.

di  Bianca Tedone*  

La notizia del grattacielo in fiamme di via Antonini ha fatto il giro dell’intero paese e sta sollevando più di qualche dubbio sui materiali utilizzati, sulle misure di sicurezza, sulle regole costruttive e così via.

Al di là dei tecnicismi, penso che ci siano alcune domande rimosse dal dibattito pubblico ma di grande importanza: se questo è il livello di sicurezza del lusso di cui tanto Milano si fa vanto, quale può essere la condizione delle abitazioni dei quartieri popolari ad altissima densità come le nostre periferie?

Nella morsa fra privati che per massimizzare i profitti lesinano sulla sicurezza, sui materiali e spesso violano anche quelle (evidentemente) scarse regole che vengono poste dalle normative e un pubblico che ha smesso di investire e curare il proprio patrimonio considerato come un “costo” inutile di cui liberarsi, crediamo sia lecito sospettare che il problema sia ben più grave e generale e probabilmente che la Torre del Moro sia solo la punta di un iceberg.

La narrazione imperante e portata avanti anche dall’amministrazione Sala di un mercato immobiliare milanese all’avanguardia, uno dei grandi motori della città attrattiva e in costante rinnovamento, ha evidentemente del tossico.

I parametri con cui si è costruita questa favola sono infatti quelli del profitto, della speculazione e della rendita. E ciò avviene senza alcun riguardo per la tutela del diritto ad avere un’abitazione dignitosa e abbordabile con il proprio reddito, impedito anche da prezzi esorbitanti come gli 8000€ mq della torre-torcia che gonfiano a dismisura il prezzo generale degli affitti di “libero mercato”; figurarsi poi la vivibilità dei quartieri, se addirittura si arriva a mettere tranquillamente a repentaglio la vita delle persone come in questo caso.

È inaccettabile che le regole vengano costruite per lasciare la massima libertà agli speculatori privati; è inaccettabile che il pubblico non sia garante della sicurezza, della pianificazione territoriale così come dei prezzi e del diritto alla casa.

Quella di via Antonini non è una fatalità ma è il profitto contro la salute e la vita, citando il nostro Giorgio Cremaschi.

*candidata sindaca di Potere al Popolo a Milano

mercoledì 1 settembre 2021

UN'ALTRA CAMPANA DI VETRO ROTTA

 

Come in ogni gioco di potere l'autoconvincimento da parte dei governanti e allargando il discorso ai potenti della società(industriali,mass media,papponi sociali)è un'arma che usano ma passare dall'essere consapevoli e convincere il popolo delle loro azioni,per loro il meglio da proporre per se stesi ovviamente pensando di rendere felice la plebe,ne passa di strada.

Questa campana di vetro dove alla fine tutti viviamo,come una bolla di sapone ogni tanto esplode e da lì i guai ed i problemi che di certo non mancavano vengono amplificati ed esternati con una pazzesca violenza e pericolosità.

La bolla afgana ed i vent'anni di occupazione militare statunitense è esplosa ed il castello di carte sul quanto gli abitanti fossero liberi e contenti è crollato miseramente con milioni di afgani che evidentemente non se la passavano proprio così bene come l'occidente continuava a decantare(vedi:madn a-kabul-e-guerra-tutti-contro-tutti ).

Il risultato sono gli Usa che bombardano i loro stessi depositi di armi e che sabotano i mezzi rimasti sul suolo afgano(e che fanno e faranno pagare i loro debiti miliardari alla Nato e agli alleati),i talebani che per ogni esule lasciato fuggire si sono intascati belle somme di denaro ed un paese a rischio di infiltrazioni terroristiche con Al Qaeda e Isis che sono ben peggio di chi c'è al potere ora.

La bolla americana e la nuova guerra “umanitaria”.

di  Alberto Negri 

«Non sappiamo quanti siano e dove siano gli americani», ha detto Biden. Affermazione sconcertante: con il governo di Kabul è franato anche quello americano. 

Gli Usa si sono ritirati e non sanno neppure dove siano i loro cittadini. E se non lo sa il presidente americano, emblema della superpotenza tecnologica, dovremmo saperlo noi? Abbiamo però una certezza, che ci ha dato lo stesso Biden. L’Afghanistan era pieno di migliaia di americani.

Dai contractors, ai funzionari, agli esperti di cooperazione – che dovevano tenere in piedi il Paese facendo finta che fossero gli afghani a farlo. 

L’Afghanistan era stato messo in una “bolla” americana e occidentale che doveva tenere sotto vuoto, a distanza al Paese reale, le istituzioni, le forze armate, i media, le donne, gli attivisti, gli intellettuali. I talebani e il resto degli afghani osservavano la bolla sgonfiarsi giorno dopo giorno, mentre galleggiava in una retorica anni luce lontano dalla realtà. 

La bolla di sapone è scoppiata, l’Afghanistan è esploso e si è riversato nell’unico punto dove se ne rintraccia ancora la schiuma: l’aeroporto di Kabul, con dentro 6mila soldati americani, il doppio di quelli che erano stati ritirati.

Quanto agli americani in giro per l’Afghanistan sarebbero 11mila, secondo il Financial Times. Se a questi aggiungiamo i collaboratori afghani si arriva a decine di migliaia di persone: un ponte aereo gigantesco in una situazione intenibile, se non con un accordo con i talebani. 

E i talebani fanno pagare per ogni afghano esfiltrato: paga l’Italia, pagano quasi tutti. Insomma è il business del salvataggio, che il nuovo Emirato rende ancora più drammatico andando a caccia di giornalisti, donne, attivisti. 

Un caos che per il momento ai talebani conviene perché mette in scena, sotto gli occhi del mondo, quella disfatta americana e occidentale che ha fatto scrivere ieri sul manifesto a «Bifo» Berardi un articolo amaro sulla fine degli Stati uniti e di un universo di intellettuali a servizio dei padroni delle terra.

Ma si tratta di un mondo moribondo, non del tutto morto, pronto ai colpi di coda. 

In primo luogo gli americani stanno cercando di condividere con la Nato e gli europei le conseguenze del disastro. Nessuno più pronto di Draghi che vuole il “suo” G-20 dove convocare, oltre ai sauditi, anche il Pakistan, il principale sponsor dei talebani. 

In apparenza una mossa astuta. Il Pakistan dovrebbe “moderare” i talebani convinti dai sauditi che sono con la Cina il principale finanziatore di Islamabad. Del resto i sauditi sono oscurantisti quanto i talebani, sono una monarchia assoluta, contrari alla democrazia, ai diritti delle donne e sono anche i migliori clienti di armi americane e occidentali, ovvero ci pagano.

Non solo: il principe Mohammed bin Salman secondo la Cia è pure un assassino di giornalisti, e anche questo aspetto truculento, che l’Occidente accetta senza fare una piega, piace all’Emirato. Insomma i sauditi e i loro colleghi del Qatar e del Golfo hanno il profilo perfetto per “comprarsi” un po’ di moderazione talebana. 

Per la diplomazia occidentale sarebbe un modo di liberarsi del peso morale e mediatico degli afghani. Gli slanci umanitari sono lì a coprire dei crimini di guerra. La guerra afghana ha provocato – come scriveva sul manifesto giovedì Guido Moltedo – 240mila morti di cui oltre 71mila civili, cioè uccisi da bombe americane e pure nostre.

Questo è il prezzo delle nostre guerre umanitarie, dove l’«umanitario» come diceva Gino Strada è sempre subalterno alla violenza degli eserciti.

Se i talebani hanno continuato a fare proseliti è per questo. La maggioranza degli afghani, che non era entrata nell’élite della «bolla» occidentale, ha visto morte e distruzione e nessun vantaggio dalla presenza straniera. 

Le forze armate locali sono state giudicate complici e sottomesse agli Usa, non rappresentanti di una nazione: con il ritiro Usa si sono demoralizzate e fatte comprare dai talebani. La bolla, dopo 20 anni, si è sgonfiata in pochi giorni

Quello che non è ancora svanito in Occidente è il falso mito della guerra umanitaria. Perché non siamo mai stanchi di far lavorare il complesso militar-industriale. È questo che interessa gli Usa. È questo che garantisce la supremazia. Si possono ritirare i soldati, si possono anche sopportare figure grottesche a Kabul, ma non si possono fermare i fatturati dell’industria bellica.

Potrebbe sembrare una battuta di spirito, ma si stanno creando le premesse per un nuovo intervento «umanitario» e/o «anti-terrorismo» in Afghanistan.

Il primo giustificato dalle violazioni di diritti umani e civili da parte dei talebani; il secondo dal fatto che il movimento si è impadronito di migliaia di armi americane, anche elicotteri e droni, in dotazione all’esercito afghano e che i legami con Al Qaeda sono ancora ben vivi. 

Così ora gli Stati uniti saranno costretti ad autobombardare le proprie dotazioni di armi rimaste sul campo per salvare la faccia. Poi magari si colpirà solo con raid aerei e missilistici «mirati», visto che l’Afghanistan per 20 anni è stato un poligono per sperimentare nuove armi Usa. Sulla pelle degli afghani, naturalmente.

venerdì 27 agosto 2021

A KABUL E' GUERRA TUTTI CONTRO TUTTI

Di attentati anche più sanguinosi della serie che c'è stata ieri a Kabul ce ne sono stati a bizzeffe in tutto il territorio afgano ma anche in Iraq per non parlare in Africa,ma con gli occhi del mondo puntati sull'Afghanistan ha destato molto più clamore ed attenzione.
Infatti gli attacchi sono stati multipli e nell'arco di alcune ore ed hanno toccato la zona dell'aeroporto che da domani difficilmente vedrà altri voli della"speranza"per i profughi,ed i circa cento morti tra civili,talebani e militari Usa sono il frutto del lavoro che l'Isis ha fatto per infiltrarsi nel cuore del paese come un parassita dopo che questa congrega di folli islamici era stata quasi eradicata dalla terra.
Quest'ultima frangia denominata Isis-k per via della rivendicazione di un territorio ad est dell'Iran al confine col Turkmenistan e l'Afghanistan,come in altre zone mediorientali ha fatto breccia in territori devastati dalle guerre come in Siria,con il mondo occidentale a far guerra ad Assad mentre quest'ultimo aiutato dai russi e dai curdi cerca tutt'ora di debellare questa invasione con buoni risultati.
L'articolo di Contropiano(con-lattentato-di-kabul-lisis )parla della situazione afgana in continua evoluzione con appelli e minacce da tutti i fronti,in una guerra di tutti contro tutti,Usa contro talebani,Isis contro praticamente l'umanità in un contesto esplosivo e pronto a nuovi sviluppi.

Con l’attentato di Kabul l’Isis ipoteca i futuri assetti dell’Afghanistan.

di  Sergio Cararo  

La rivendicazione dell’attentato a Kabul da parte dell’Isis  è arrivata sul canale Telegram di Amaq, l’agenzia di stampa ufficiale dello Stato islamico, viene fornito anche il nome dell’attentatore: Abdul Rahman al-Logari. I morti nei tre attentati di ieri sarebbero saliti a 95 (oltre 100 secondo il Wall Street Journal) di cui 13 sono militari statunitensi e 28 miliziani Talebani.

Per gli Usa il bilancio è particolarmente grave, anche perchè è come se tutti i “mostri” che hanno contribuito a creare ed armare in questi decenni (dai mujhaeddin afghani all’Isis) e che poi hanno abbandonato e combattuto, si stiano scatenando tutti insieme e tutti nello stesso posto, per ora.

Sempre che, i miliziani del’Isis non vengano nuovamente utilizzati per condizionare i Talebani una volta che le truppe statunitensi non avranno più gli scarponi sul terreno.

L’attentato, anzi gli attentati, di ieri all’aeroporto di Kabul erano stati annunciati in anticipo dai servizi di intelligence britannici. Le agenzie stampa di tutto il mondo avevano aperto ieri mattina annunciando che in giornata ci sarebbe stato l’attentato e che a realizzarlo sarebbe stato l’Isis. Eppure tutto è andato come abbiamo visto. Un durissimo colpo è stato inferto sia alle truppe occidentali che alla credibilità dei Talebani nel saper assicurare l’ordine su un Afghanistan senza più presenza di soldati stranieri.

Con l’attentato di ieri, per il clamore, il luogo e il numero di vittime provocate, l’Isis ha lasciato intendere che gli assetti del futuro Afghanistan dovranno fare i conti anche con la sua inquietante presenza nel paese. Un messaggio brutale ma politicamente chiarissimo.

In pratica appena la strategia del caos degli Usa provoca un “buco” – come in Iraq e Siria- le milizie dell’Isis sembrano approfittarne per insediarsi.

Le prima notizie sulla presenza dell’Isis in Afghanistan – in particolare in quello orientale – risalgono al 2014 . Si definisce Isis del Khorasan o Isis-K facendo riferimento ad una regione e ad un regno islamico annientato in quello che il mondo musulmano definisce la prima fase de “l’Olocausto mongolo” (la seconda avvenne trenta anni dopo nel 1257).

Il Khorasan è una regione storica dell’Asia centrale, comprendente territori che oggi appartengono a Iran, Afghanistan, Pakistan, Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan. Il Khorasan fu un regno con ambizioni di impero che ebbe massima estensione e importanza dopo la conquista islamica e durante il califfato. Ma è stato sempre rivale del califfato di Baghdad.

Nel 1221 fu distrutto dall’invasione dei mongoli. L’ultima resistenza dei guerrieri del Khorasan contro i mongoli avvenne proprio in Afghanistan, ma anche qui furono sconfitti dall’intervento in persona di Gengis Khan nella spedizione inviata ad annientarli.

L’Isis-K ha subito iniziato a scontrarsi con i talebani afghani per il controllo alcune aree della provincia di Nangarhar, al confine con il Pakistan. Nel 2017 l’aviazione Usa ha bombardato pesantemente una postazione del’Isis-K ad Achin, nell’Afghanistan orientale.

L’Isis-K ha organizzato attentati anche a Kabul e in altre città afghane contro obiettivi militari e governativi, senza alcuno scrupolo di colpire anche i civili. Attacchi suicidi sono stati condotti anche contro la minoranza sciita presente nell’Afghanistan orientale (al confine con l’Iran). L’ISPI, citando i dati della missione delle Nazioni Unite in Afghanistan, parla di almeno 77 attacchi terroristici rivendicati dallo Stato islamico del Khorasan nei primi quattro mesi del 2021; nello stesso periodo del 2020 erano stati 21.

Inizialmente attivo solo in alcune zone al confine con il Pakistan, l’Isis del Khorasan è poi riuscito insediarsi anche nelle province settentrionali dell’Afghanistan come Faryab e  Jowzjan. E’ composto soprattutto da pakistani ma anche da uzbeki e afghani tra cui ex Talebani.

Secondo Frank Gardner, l’esperto in materia della BBC, le relazioni tra Isis-K e il mondo dei Talebani passano attraverso quella che viene definita la “rete Haqqani”. Khalil Haqqani è il capo dei Talebani responsabile della sicurezza a Kabul. Pare che i suoi uomini insieme a quelli dell’Isis-K siano quelli che hanno liberato i prigionieri dal carcere di Pul-e-Charki dove c’erano molti detenuti ritenuti di Al Qaida e dell‘Isis.

A luglio 2019, si riteneva che il leader dell’Isis-K fosse Malawi Abdullah, noto anche come Mawlawi Aslam Farooqi. Aveva sostituito Hafiz Saeed Khan ucciso nel 2016 da un bombardamento di droni statunitense. Il 5 aprile 2020, le forze di sicurezza afghane avevano arrestato Farooqi che adesso è stato liberato.

In Afghanistan l’Isis-K combatte sia contro le truppe occidentali e le istituzioni statali sia contro i talebani ritenuti musulmani “apostati”. E’ bene ricordare che molti dei Talebani sono studenti delle scuole islamiche di ispirazione deobandi (un ceppo dell’islam di origine indiana) mentre l’Isis nel suo complesso fa riferimento al ceppo wahabita (saudita). Lo Stato islamico del Khorasan presta molta attenzione a rimarcare le differenze con i talebani, accusati di aver abbandonato la via del jihad per negoziare la pace con gli Stati Uniti e di perseguire una visione “etnica” e non universale dell’Islam.

martedì 24 agosto 2021

L'IMPERIALISMO USA IN CADUTA COSTANTE

I duri scontri che gli Stati Uniti stanno vivendo al loro interno con il redivivo Trump,il fautore del ritiro delle truppe Usa in Afghanistan che sembra essersene dimenticato,che attacca su più fronti la politica di Biden e che con le sue parole fomenta l'odio ultranazionalista statunitense,stanno decretando il tramonto per l'imperialismo americano per come lo abbiamo conosciuto nel corso degli ultimi decenni.
Nell'articolo di Infoaut(global-crisis )si prendono in considerazione diversi aspetti dell'importanza globale Usa,una caduta che anno dopo anno fa perdere sempre più importanza agli "esportatori della democrazia nel mondo".
Un aspetto rilevante lo ha avuto il crollo dell'Urss e del blocco comunista europeo che era stato visto come un trionfo ma che si è rilevata un'arma a doppio taglio perché gli Usa puntavano molto,quasi tutto,sulla lotta ideologica che hanno portato avanti per decenni dopo la fine della seconda guerra mondiale col capitalismo ed un rinnovato imperialismo che hanno portato più danni che altro in molti territori.
I richiami col Vietnam che si sono fatti(Trump in primis)sono più iconografici che appartenenti ad un contesto storico e bellico distante anni luce,con la carneficina dei militari statunitensi in tredici anni di guerra vera e le poche centinaia di morti di questi vent'anni che è stata occupazione.
Altro tema affrontato è quello della volontà propria della maggior parte degli afgani di sentirsi meglio sotto un governo di talebani e che le migliaia di dissidenti in fuga o nascosti o che faranno bella faccia a cattiva sorte cercheranno di adattarsi o proseguire nella loro fuga,ed il cui destino è pieno di ombre e di tragedie non come quella dei profughi di comodo che si stanno aiutando a sfollare(vedi:madn i-profughiil-nocciolo-della-questione afgana ).
Si parla,e qui si va a finire proprio nel bersaglio del titolo del contributo,all'influenza sempre maggiore della Cina nello scacchiere internazionale con la Russia a rimorchio,che sono state anche le due più importanti nazioni ad avere avuto contatti con la diplomazia talebana:inoltre la Cina ha grandi interessi ed investimenti in Pakistan che dovrebbe essere lo Stato moderatore in questi mesi.
Si fa un accenno anche alla politica estera italiana che davvero conta poco al mondo e che anche di conseguenza a Kabul,nonostante un notevole impiego di risorse in vent'anni,non ha voce in capitolo a parte quella di starnazzare sui diritti umani come se già nei nostri confini non ci siano problemi di questo tipo senza guardare a settemila chilometri di distanza.

Afghanistan: Ennesima frattura nell’Impero? 

A distanza di 20 anni dall’11 settembre e dall’invasione promossa e guidata dagli USA, i talebani si riprendono il paese con una breve e vittoriosa marcia giungendo in una Kabul “arresa”.

Indignazione e sgomento stanno invadendo la stampa e le televisioni mentre lo spettro di un secondo emirato talebano diviene realtà.

L’imbarazzo della politica statunitense e occidentale è evidente, come altrettanto chiara è la goffaggine comunicativa, ma anche pratica, della ritirata in corso.

Di seguito proviamo ad evidenziare alcuni nodi che ci sembrano centrali per avviare un ragionamento sul significato del disimpegno americano dal paese e alcune prime considerazioni sulle conseguenze geopolitiche.

La fine della stagione unipolare? 

Nei vent’anni trascorsi dal lancio della dottrina Bush della “guerra preventiva”, le battute d’arresto della leadership statunitense sono state molteplici ed hanno riguardato diversi ambiti dell’ordine internazionale da loro creato.

Crisi finanziaria globale 07-08, stallo delle guerre mediorientali, ascesa cinese, il Covid-19, conflitti interni sono solo alcuni macro-temi che hanno sottratto consenso e creato minacce alla guida USA.

La cosiddetta “egemonia liberale” è entrata in crisi in ciascun suo ambito: dalla fornitura del bene “sicurezza” (dal pericolo sovietico), al funzionamento scorrevole del libero mercato globale, e infine, al rispetto delle leggi internazionali e delle istituzioni multilaterali.

Questo paradigma di governo globale, lontano dall’incarnare reali principi di cooperazione, sviluppo complessivo, e autodeterminazione per i popoli, ha rappresentato un delicato equilibrio tra gli USA e i propri alleati, funzionale nel corso degli anni ’60-70-80 nel temperare le spinte rivoluzionare interne ed esterne all’ordine incentrato su Washington.

Il primo aspetto di questo delicato equilibrio che è entrato in crisi è stata la fine della minaccia che imponeva la fornitura di una “sicurezza”. La dissoluzione dell’Unione Sovietica ha cambiato la natura stessa dell’ordine fondato dopo la Seconda Guerra.

Il passaggio da un’sistema bipolare ad unipolare ha cambiato radicalmente la combinazione di consenso e comando con il quale gli USA si proponevano di guidare i propri alleati e il mondo.

Come già evidenziato da Immanuel Wallerstain nel 1993, “il collasso del blocco comunista ha rappresentato un disastro geopolitico per gli Stati Uniti, in quanto ha eliminato l’arma ideologica con la quale essi impedivano alla Comunità Europea e al Giappone di portare avanti i propri interessi”.

L’avvento della “war on terror” costrinse i paesi dell’ordine liberale a far quadrato intorno alla leadership americana.  

In quest’ottica, le invasioni di Iraq e Afghanistan, mal digerite dai vassalli UE e Giappone, possono essere lette come l’apice del delirio unipolare a stelle e strisce.

Se l’Afghanistan era stato riconosciuto dalle risoluzioni ONU come problema di carattere globale per la diffusione di cellule jihadiste sul proprio territorio, la guerra in Iraq, iniziò senza alcun mandato internazionale se non la volontà americana di abbattere il regime di Saddam.

Le norme internazionali erano il perimetro nel quale gli altri attori dovevano muoversi, non gli USA.

Con l’attuazione di un’efficace politica militare di “regime change” gli Stati Uniti miravano a conseguire sinteticamente due scopi: mostrarsi simbolicamente e materialmente vincenti sul fondamentalismo islamico, designato come nuovo male dal quale “proteggere” il mondo dopo la dissoluzione sovietica e, in secondo luogo, assicurarsi ampie zone ricche di giacimenti petroliferi e minerari in un’area fondamentale in quanto ponte tra Cina, India e Medio oriente.

Lungo questi vent’anni gli equilibri del gioco tra le grandi potenze sono notevolmente cambiati.

Con intensità e ambizioni differenti, Russia, Cina, ed Iran svolgono un ruolo più proattivo e hanno maggior peso nei propri affari regionali.

La Turchia, membro NATO, ha intrapreso un proprio percorso egemonico regionale nel mediterraneo, tra l’altro con una forte connotazione religiosa.  

L’economia globale è sempre meno imperniata sull’occidente e l’accumulazione, soprattutto per le classi medie occidentali, è fortemente minacciata da almeno tre grandi tensioni: concorrenza dell’Asia orientale, una stasi di sovrapproduzione (approfondimento qui), infine dall’inestricabile volontà capitalista di creare monopoli che fuggano concorrenza e competizione per massimizzare i profitti.

Tutto ciò non può certo essere unicamente attribuito alle invasioni di Iraq e Afghanistan, ma è indubbio che esse si siano rivelate dei boomerang economici e geopolitici.

Per quanto concerne il primo aspetto, basti pensare che la spesa USA nel solo conflitto afghano si aggira intorno al trilione di dollari.

Buona parte finanziata con i pagherò del tesoro americano che prosegue ad indebitarsi tramite l’infinita (?) espansione monetaria (emissione di moneta), che sta caratterizzando tutto il XXI secolo.

In secondo luogo, vale la pena ricordare che in Iraq, la destituzione del dittatore sunnita Saddam Hussein ha innescato otto anni di guerra civile, conclusi con la costituzione di un esecutivo espressione della maggioranza sciita.

Il forte sentimento anti-americano nelle popolazioni di ogni confessione ed etnia ed il “naturale” avvicinamento dei vertici sciiti verso l’Iran sono solo due elementi che mostrano chiaramente l’arretramento degli interessi americani nell’area.

A questo proposito è necessario menzionare come la “risoluzione” del conflitto civile siriano iniziato nel 2011 stia procedendo con gli Stati Uniti che recitano un ruolo secondario se non marginale.

Essi infatti sono assenti dal tavolo di trattative di Astana, dove prendono parte Turchia, Iran, Siria di Assad, Russia, e forze sunnite para-jihadiste ancora sparse per la Siria orientale.

Gli sceriffi del globo sono stati pressoché espulsi da un’area del pianeta.

Il delirio unipolare, così come concepito nel corso degli anni ’90, sembra essersi evoluto verso una nuova postura “isolazionista”. Tuttavia, con questo termine non si intende un arretramento delle ingerenze americane e/o un disinteresse per le questioni globali, ma l’interruzione di cooperazione internazionale e sottrazione dagli ambiti multilaterali quando questi non sono limpidamente garanti del perseguimento dell’interesse USA. Il caso recente del de-finanziamento dell’organizzazione mondiale della Sanita (OMS) può essere un buon esempio.

Dire che non ci saranno altri Afghanistan sarebbe ingenuo, tuttavia tesoro e opinione pubblica statunitense difficilmente supporterebbero e sopporterebbero altre débâcle.

Le guerre in medio-oriente “americane” devono finire non solo per la manifesta inadempienza ad ogni promessa di risultato umanitario ma anche per la necessità di allocare risorse economiche e militari su nuovi fronti.

Il fronte della transizione ecologica, con la riconfigurazione della ricerca estrattiva, potrebbe essere il nuovo terreno di confronto “fisico” della lotta inter-capitalista globale.

Torniamo alla domanda iniziale del titolo. L’Afghanistan rappresenta una nuova frattura nell’impero USA?

Da una certa angolatura, la risposta non può essere che si.

Tuttavia, delineando le difficoltà e i contraccolpi subiti dalla leadership statunitense si rischia sempre di cadere nella trappola che Susan Strange, definiva come “il persistente mito dell’egemonia persa dagli Usa.” (The persitent myth of lost hegemony).

L’autrice marxista, già nel 1987, sosteneva che l’egemonia statunitense poteva nutrirsi anche del caos da essa stessa scatenato, l’insicurezza e le minacce globali sarebbero servite a rinsaldare le fila degli alleati e aumentare il potere strutturale degli Usa, sia esso militare sia esso monetario tramite il dollaro.

La capacità degli Usa di continuare a governare la civiltà mondo-capitalista rimane una domanda centrale che continuerà a rappresentare un asse focale del sistema che affrontiamo.

Non possiamo ancora farci abbagliare dall’avvento di un secolo “cinese”, dicotomia atta ad alimentare una coesione interclassista contro il pericolo “giallo”, ma dobbiamo indagare cosa ci imporrà l’attuale frattura tra il potere economico dell’Asia orientale, e non della Cina, e lo strapotere militare degli Usa.

Non è Saigon.

Com’è noto, le condizioni per avviare l’invasione dell’Afghanistan nascono con l’attentato del 11 settembre. Meno di un mese dopo, l’aviazione USA e inglese inizia i bombardamenti sulle maggiori città afghane alla ricerca delle basi di Bin Laden e Al Qaeda. A novembre dello stesso anno, la spedizione occidentale conquista il paese.

Bastano queste poche righe ad evidenziare quanto le immagini della farraginosa ritirata di oggi dell’aeroporto di Kabul e quelle di Saigon del 30 aprile 1975 siano assimilabili solo da un punto di vista fotografico.

In Vietnam, le forze militari americane, come ampiamente riconosciuto nei famosi “Pentagon Papers”, non hanno quasi mai avuto la possibilità di respingere la riunificazione del Vietnam guidata dalle forze comuniste di Ho Chi Minh.

Il conflitto, dall’ingresso americano (1962), si è protratto 13 anni unicamente per la volontà americana di non conseguire una sconfitta militare e per paura di innescare un “effetto dominio” che desse slancio alle miriadi di movimenti comunisti sparsi per il mondo.

In Afghanistan, gli occidentali hanno vinto la guerra in poche settimane, per poi ritrovarsi per le mani un paese utile solamente a riaffermare il proprio dominio sull’area, senza nessuna idea o volontà di investire nella ricostruzione o di aumentare il benessere di trenta milioni di persone che vivevano costantemente in guerra da 30 anni (oggi 40).

Anche per quanto concerne l’opinione pubblica americana, il ritiro da Kabul e quello da Saigon sono molto distanti.

Nel conflitto vietnamita morirono 60 mila soldati americani appartenenti ad un esercito di leva, e gli Stati Uniti dovettero fronteggiare un imponente movimento pacifista interno. Mentre nei 20 anni di occupazione afghana i morti americano sono stati 2000 (3000 quelli dell’intero contingente).

Le vittime afghane sono state 243 mila.

Il “teatrino” Afghano

Il teatrino alla ricerca di Bin Laden e dei covi di Al Qaeda è andato avanti per anni, mentre il paese viveva una condizione di occupazione dove il celebre “state-building” veniva espresso da una corruzione diffusa e tramite una continua concertazione con le forze jihadiste sul campo.

Molte aree periferiche dell’Afghanistan hanno continuato a vivere seguendo la legge islamica lungo tutto il conflitto sottraendosi alle istituzioni e alle dinamiche di Kabul.

A questo proposito è sempre necessario menzionare come il territorio che oggi costituisce l’Afghanistan “moderno” sia il risultato degli scontri imperialistici lungo il XX secolo, tra Russia zarista e sovietica, ottomani e britannici.

Una terra che è stata crocevia di culture e migrazioni per millenni, con le conseguenti profonde differenze etniche e religiose tra le differenti regioni del paese, province tra loro “frammentate” dalla presenza dei più grandi massicci montuosi del pianeta (Hindu Kush).  

Una terra e i suoi popoli che da decenni risultano essere un enigma per tutti gli invasori, sovietici compresi.

Prendere Kabul non vuol dire prendere l’Afghanistan, ma d’altronde nessuno voleva veramente prenderlo.

Questo rende più semplice comprendere come i talebani da almeno dieci anni abbiano ricominciato a costruire relazioni e accantonare forza nell’attesa dell’inevitabile ritiro occidentale.

Il confine con il Pakistan è un confine poroso, nel sud-est del paese, i talebani hanno atteso e organizzato il loro rientro in scena.

Russia e Cina: pericolo “giallo” e scontro di civiltà. 

Scaricare le responsabilità per ogni insuccesso “occidentale” su Russia e Cina sarà la narrazione comunicativa dei politici e della stampa occidentale per gli anni avvenire.

Nel contesto pandemico, i vaccini prodotti da Russia e Cina, che sembrano avere bene o male le stesse problematiche e utilità di quelli made in USA, sono stati bollati come veleno al cianuro.

Le dichiarazioni dei capi di Stato sull’emergenza climatica trattano sempre meno nel merito il problema delle emissioni e sempre più il fatto che la Russia, la Cina, e bisogna aggiungere l’India in questo caso, boicottino le iniziative multilaterali per salvare il pianeta.

Ovviamente, le responsabilità sono ben condivise tra tutte le élite nazional-capitaliste ma ogni attore tenta di scaricarle verso l’esterno. In Cina, ad esempio, l’ingerenza statunitense viene sempre più sbandierata dai media nazionali per rafforzare una coesione identitaria che anestetizzi le tensioni sociali interne.

Per quanto riguarda la “ritirata afghana”, si tenta di narrare la rapida avanzata talebana come il risultato di un favoreggiamento promosso in concertazione da Putin e Xi Jinping.

Falsità che la Russia e Cina rispediscono al mittente sottolineando di aver anche supportato in principio l’invasione americana.

Nel lontano 2001, la Cina, ben lontana dal rappresentare il compitor di oggi, supportò anche in sede di consiglio di sicurezza dell’ONU (risoluzione 1386) l’idea della guerra al terrorismo islamista.

Da una parte, è necessario menzionare che quella votazione avvenne appena 9 giorni dopo l’accettazione cinese all’interno dell’organizzazione mondiale del commercio (11 dicembre 2001).

Non è speculazione pensare che l’allineamento cinese fosse necessario nell’ottica di mostrarsi un player affidabile per i capitali occidentali.

Dall’altra parte, Il Partito Comunista Cinese ha sempre considerato un problema la presenza delle minoranze turcomanne islamiche nelle zone occidentali del proprio paese.

Il popolo Oiguro, gli abitanti dello Xinjiang, sono sempre stati duramente repressi e discriminati da Pechino che ha ultimamente rincarato la dose nell’ottica di aumentare il numero di infrastrutture nelle province interne: la celebre “nuova via della seta”.

Ad oggi, che la Cina sorrida per l’ennesima figuraccia statunitense non c’è dubbio. Ogni danno al “consensus” di Washington può migliorare l’immagine di Pechino.

Lavrov e Wang Xi, rispettivamente ministro degli esteri russo e cinese, hanno incontrato delegazioni talebane.

La stessa cosa che stanno facendo da anni gli americani nell’ambito dei tavoli diplomatici di Doha (Qatar) dove lo scorso anno (29 febbraio 2020) Donald Trump ha firmato accordi per il ritiro delle truppe americane entro 14 mesi al quale sarebbe seguito un ritorno al potere dei talebani.

Lo stupore delle cancellerie occidentali è una farsa.

Tuttavia, la postura cinese non è assolutamente disinteressata e a differenza del mondo occidentale, Pechino ha già le idee chiare su cosa farsene di un Afghanistan nella propria sfera d’influenza.

Ci sono almeno due aspetti da sottolineare:

In primis, un accordo con i talebani permetterebbe ai cinesi di indebolire il “nemico interno” oiguro tagliando a questi ultimi i legami con degli alleati storici, che a breve saranno nuovamente in possesso di una terra franca per l’internazionale jihadista.

In secondo luogo, i cinesi stanno cercando attraverso “la nuova via della seta” e la Asian Investment and Infrastructure Bank (AIIB) di dotare di infrastrutture l’intera area centrale della piattaforma asiatica attraverso la creazione di corridoi stradali, gasdotti e oleodotti che garantiscano al paese l’indipendenza energetica senza la necessità di transitare per l’oceano indiano, dove lo strapotere navale statunitense è ancora netto.

In Italia

Concludiamo con qualche battura sul solito circo della politica italiana.

La politica italiana è divisa tra chi fa a gara a strillare contro i profughi in arrivo, che al momento si trovano a circa 7.000 km dai nostri confini, e chi è già vedova dell’invasione più fallimentare di sempre.

Oltre la guerra, sul corpo delle donne afghane, si sta perpetrando la strumentalizzazione della loro condizione per stimolare lo sdegno di una paternalista comunicazione giornalistica.

Non esistono talebani moderati così come non esistono teocrazie non patriarcali.

In Afghanistan si tornerà ad applicare una legge islamica simile a quella del nostro alleato Saudita.

Eppur per l’Arabia si parla di “Rinascimento”.

Draghi si dà un tono con telefonate ai leader che contano per aggiornare l’agenda dei G7 e G20, quest’ultimo in programma a Roma.

Sulle colonne del Corriere della Sera, il Professor Angelo Panebianco, noto guerrafondaio suprematista occidentalocentrico, scomoda Huntington e “lo scontro di civiltà”, paventando all’orizzonte un’alleanza tra Jihadismo, Comunisti cinesi e Russi pronto a distruggere il “mondo libero”.

Ogni ulteriore peggioramento delle nostre condizioni di vita verrà sempre più intimamente legato all’ascesa di altri paesi e dei movimenti islamisti al fine di creare una coesione identitaria mortifera per un riscatto globale e il superamento della società capitalista.

Così come loro, anche noi dobbiamo tornare ad aggiornare la nostra agenda, a rifiutare la guerra e le dicotomie narrative della controparte siano esse Usa contro Cina, o talebani versus eserciti stranieri.