domenica 19 agosto 2018
LA CRISI ECONOMICA TURCA
Da una decina di giorni la Turchia è in balìa di un turbine di vicissitudini economiche che hanno fatto sì che la Lira,la moneta nazionale,si sia svalutata contro tutte le altre e si sia avviato un processo di impoverimento a carico del sultanato di Erdogan che comprensibilmente si è infuriato attaccando soprattutto gli Usa che con i loro dazi imposti su acciaio e alluminio turco hanno affossato ancora di più un'economia già non in gran forma(vedi anche:madn la-guerra-dellacciaio-e-dellalluminio ).
Negli articoli proposti da Contropiano(crollata-la-lira-turca e turchia-le-agenzie-di-rating-si-scatenano )gli effetti dell'improvvisa caduta della Lira turca e i tagli delle agenzie di rating con una previsione di ulteriori peggioramenti,e le minacce turche di cercare nuovi alleati,quelli che fino a pochi mesi fa sembravano nemici(Russia)oppure altre nazioni come la Cina da sempre in rapporti tesi con gli Usa.
Questi ultimi si erano riavvicinati con l'amministrazione Trump visto che con la precedente di Obama(madn il-tiramolla-emozionale-tra-washington e ankara )c'erano stati enormi contrasti,salvo poi il cambio di politica verso Ankara soprattutto per difendere l'economia statunitense:da tutto questo anche l'inaspettata solidarietà iraniana,più contro gli Usa che a favore della Turchia a dire la verità,con l'accusa verso i primi di perseguire il loro domino con sanzioni e bullismo(vedi:ansa iran-raddoppio-dazi-usa-una-vergogna ).
Altro punto importante è il rapporto con l'Europa che ha dato milioni di Euro per stoppare l'ingresso di milioni di migranti,con Erdogan col coltello dalla parte del manico e che sicuramente userà questa situazione a proprio favore con minacce e ricatti.
E’ crollata la lira, turca. Gli effetti arrivano in Europa.
di Alessandro Avvisato
Le crisi esplodono lì dove non te lo aspetti. La lira turca ha perso il 19% sul dollaro e l’euro. La borsa dopo un avvio calmo ha imboccato la strada del ribasso e l’indice Bst ha accusato un tonfo del 4,70% con i principali titoli del settore bancario che lasciano sul terreno tra il 7 e il 9%.
La crisi si è riflessa anche sui titoli di Stato con rendimenti che sono schizzati ai massimi storici. Il titolo con scadenza a un anno mostra un rendimento del 21% il triennale ha superato il 23%. L’effetto Turchia si è abbattuto anche sulle borse europee (in modo particolare Milano, Francoforte, Parigi, in misura minore Londra). La Borsa di Milano ha accusato una caduta del 2,80%. Lo scivolone della Borsa di Milano è alimentato dal comparto bancario con UniCredit che lascia sul terreno oltre il 6% per la sua esposizione in Turchia ma ribassi rilevanti anche per Intesa Sanpaolo con un -4,95% e Ubi -4,65%. L’Unicredit possiede il 41% della banca turca Yapi Credi Bank.
Il contagio turco non ha risparmiato i titoli di Stato con il rendimento del Btp a 10 anni in salita al 2,96% mentre si allarga lo spread con il Bund a 260 punti per effetto della corsa agli acquisti sul decennale tedesco. Sulla crisi turca pesano indubbiamente le aspettative sull’inflazione che, dopo aver già raggiunto il 15% nel mese di luglio, potrebbe continuare a salire se – come pare – la presidenza eserciterà pressione sulla banca centrale affinché i tassi restino bassi. Ciò porterebbe ad un ulteriore surriscaldamento dell’economia turca. La corsa dei prezzi rischia di erodere, inoltre, la crescita reale del Pil: il governo ha già tagliato le previsioni della crescita annua dal 5,5% al 4%.
Ma la crisi finanziaria in Turchia sembra avere anche un evidente “agente esterno”: gli Stati Uniti. Il presidente americano Donald Trump ha annunciato via Twitter l’inasprimento dei dazi verso Ankara: “Ho appena autorizzato il raddoppio dei dazi su acciaio e alluminio della Turchia, visto che la loro valuta, la lira turca, è scesa rapidamente contro il nostro dollaro forte! L’alluminio sarà ora al 20% e l’acciaio al 50%. I nostri rapporti con la Turchia non sono buoni, al momento!”. L’acciaio turco è una delle maggiori voci delle esportazioni, con un valore di 11,5 miliardi di dollari, pari al 7% delle esportazioni totali. Fino all’anno scorso erano proprio gli Stati Uniti il primo importatore dell’acciaio turco, prima che i precedenti dazi riducessero gli scambi fra i due Paesi, portando gli Usa al terzo posto. Il 2 agosto scorso, il dipartimento del Tesoro Usa ha sanzionato il ministro dell’Interno e quello della Giustizia della Turchia per il rifiuto di quest’ultima di liberare il pastore statunitense Andrew Brunson, arrestato nel 2016 con l’accusa di aver partecipato al fallito colpo di stato del 2016 contro Erdogan. Il Congresso ha inoltre temporaneamente bloccato la vendita degli F-35 alla Turchia.
Il presidente turco Erdogan ha dichiarato che la Turchia “non perderà la guerra economica”. Già ieri sera Erdogan aveva parlato di una “campagna contro la Turchia”, esortando i connazionali a non temere le conseguenze della crisi della valuta nazionale. E oggi poi li ha invitati a vendere la valuta straniera di cui dispongono in modo da rafforzare la lira turca.
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Turchia. Le agenzie di rating si scatenano, il governo ricorre all’austerity.
di Stefano Porcari
E’ scattata la tagliola delle agenzie di rating internazionali sulla Turchia. Sia Moody’s che Standard and Poor’s hanno reso noto di aver ridotto la valutazione sul debito della Turchia alle prese con i dazi statunitensi e forti tensioni valutarie. Moody’s ha tagliato a Ba3 da Ba2 ed ha cambiato a “negativo” l’outlook sulla tenuta creditizia del Paese, mentre la S&P ha tagliato il rating del debito sovrano del Paese a B+ da BB-, con un secondo declassamento nell’arco di un mese.
Per Moody’s la scelta si fonda soprattutto sul “continuo indebolimento delle istituzioni pubbliche turche” e sul fatto che le politiche di Ankara sono sempre meno prevedibili. Valutazioni analoghe quelle di S&P: secondo l’agenzia inoltre la Turchia rischia di entrare in recessione il prossimo anno. “Il sostanziale indebolimento della lira – si legge in una nota – ha implicazioni finanziarie negative e prevediamo una contrazione dell’economia nel 2019”
Ma mentre gli Stati Uniti non escludono nuove sanzioni contro la Turchia, Ankara si dice convinta di poter uscire dalla crisi senza l’aiuto dell’FMI, ma solo con misure di rigore fiscale.
“Usciremo ancora più forti da queste turbolenze” – ha detto ieri il ministro delle finanze della Turchia, Berat Albayrak nel corso di una conferenza con un migliaio di rappresentanti di fondi e investitori stranieri – “Non ci sono piani del Fondo Monetario Internazionale. Ci concentreremo invece sugli investimenti diretti stranieri nel paese”.
Il canale turco Trt riferisce che nella conferenza, il ministro ha spiegato come il paese intenda fare ampio uso di misure fiscali per ridurre il pesante deficit delle partite correnti e mettere un freno all’inflazione salita al 16% annuo.
Albayrak ha aggiunto che il governo chiederà ai ministeri tagli delle spese compresi fra il 10 e il 30 per cento e che l’obiettivo è di arrivare ad avere un surplus primario di 6 miliardi di lire turche per il resto dell’anno. La Turchia, ha aggiunto infine il ministro, sta progettando di inserire nella costituzione il principio tutto liberista dell’obbligo del pareggio di bilancio.
Dopo il crollo della scorsa settimana, la lira turca ha iniziato la risalita tre giorni fa quando la banca centrale ha annunciato che fornirà alla banche tutta la liquidità di cui hanno bisogno per superare la crisi, mentre ieri il governo di Erdogan ha incassato la promessa da parte del Qatar (alleato/competitore dell’Arabia Saudita, ndr) di investire in Turchia 15 miliardi di dollari.
sabato 18 agosto 2018
GRANDI OPERE
A distanza di alcuni giorni non si placa la rabbia per quello accaduto a Genova per il crollo di quel maledetto ponte che in una maniera tanto casuale quanto tragica ha portato via la vita a una quarantina di persone e rovinato decine di famiglie mentre ci sono ancora dispersi probabilmente morti ancora da recuperare.
Tra propaganda politica,reciproche accuse,sciacallaggi mediatici e sputatori di sentenze sono quattro giorni nei quali anche all'estero si guarda alla situazione italiana che alla luce dei fatti è oggettivamente allo sfacelo.
Molti temi sono usciti e usciranno da questa che è l'ennesima strage di Stato e che a parte le buffonate da campagna elettorale di qualsiasi colore non vedrà ancora nessun colpevole,in un periodo sociale e politico da mostro in prima pagina e del giustizialismo tutto e subito.
Si riparlerà del concetto che il privatizzare è meglio oramai non sta più in piedi,e che occorre urgentemente una rinazionalizzazione di tutti quei comparti foraggiati dallo Stato e svenduti ad amici di amici,senza poi mantenere fede ai programmi ed ai contratti,inclusi i progetti futuri e la manutenzione di quello fatto e da fare(vedi anche:madn la-pulce-nellorecchio ).
Alla fine è venuto fuori solamente un aumento dei prezzi ed un peggioramento dei servizi,non solo dai trasporti ma anche da scuola e sanità,i pilastri di una nazione che devono rimanere dello Stato altrimenti i risultati poi si vedono come a Genova,una città sempre teatro di tragedie e che sempre ha saputo rialzarsi.
Articolo di Contropiano:genova-la-strage-e-di-stato .
Genova: la Strage è di Stato.
di Giacomo Marchetti – Potere Al Popolo Genova
Ci sono momenti in cui, purtroppo, ti senti come il protagonista nel finale del capolavoro di Steinbeck: “La Battaglia”, questo è uno di quelli.
Fasi in cui la lucidità rischia di essere una delle vittime collaterali di un avvenimento così traumatizzante da bloccare la capacità di reazione, lasciando che il Nemico ne approfitti per “imporre” la sua gestione e far passare la difesa dei suoi interessi come “Verità”.
Questo va impedito ad ogni costo.
Occorre chiamare le cose con il proprio nome, sfidando la neo-lingua del potere tesa a stravolgere il senso delle cose, e quindi iniziare a dire che ciò che è successo a Genova è una Strage di Stato.
È il risultato cosciente di una filiera di interessi economici protetti da una classe politica trasversale che, nel mentre propugnava le politiche di austerity made in UE per le classi popolari, coltivava i propri affari all’interno di una “simbiosi mortale” tra finanza, imprenditoria e potere politico, dove la rendita privata di un bene pubblico – così come la versione italiana della “finanza a progetto” pubblico/privata – o ancora lo sviluppo di una Grande Opera, ha permesso ai “prenditori” nostrani di drenare risorse pubbliche verso questa trama di poteri, a scapito di tutto il resto, in primis la nostra sicurezza.
Come sa chi si è interessato di qualsiasi azienda “privatizzata”, nei bilanci di queste imprese l’unica cosa che conta per lorsignori sono i dividendi degli azionisti, mentre la manutenzione è una questione accessoria. Un costo, da ridurre al minimo.
Qualsiasi genovese sa cosa vuol dire per esempio la privatizzazione dell’acqua: tubi che scoppiano in continuazione, bollette che salgono, profitti che macinano, tentativi “abusivi” di staccare l’acqua ad intere abitazioni.
Qui però il grado di “disfunzione” di un sistema giunge a toccare il suo apice divenendo irreversibile per le conseguenze dirette (una strage di vite umane) e quelle indirette: gli sfollati che aumentano di ora in ora in una zona densamente popolata, il collasso logistico prossimo venturo di una zona già pesantemente congestionata, cioè ulteriori motivi di preoccupazioni per gli abitanti e per chi attraversa quei luoghi.
Quel tratto autostradale era una delle tante strozzature di un nodo logistico pensato per favorire – ai tempi – gli interessi del partito del cemento e del tondino, oltre che delle case di produzione di veicoli su gomma (per il trasporto individuale o commerciale), era da tempo un gigante malato. Ora è solo un pericolo a continuo rischio di crollo…
Naturalmente “gli sciacalli” e i loro cortigiani hanno già incominciato a fare il lavoro sporco teso a sfruttare ciò che è accaduto e la situazione che andremo a vivere come gigantesca operazione di consenso per la promozione di una inutile e costosissima bretella: la Gronda di Ponente, soluzione che non tiene ad una minima analisi empirica come è stato sollevato da più parti.
La narrazione governativa, sull’impeto dell’indignazione, cavalca l’onda chiedendo la testa dei responsabili, come ha fatto Salvini, e minacciando la nazionalizzazione, come ha fatto il Movimento 5 Stelle: ma questo è un governo “con il collare a strozzo”. Da una parte tirato dalla UE, che è la grande sponsor della privatizzazione di tutto a tutti i costi, e dall’altra della borghesia nostrana (quella che ha fatto le barricate contro il “Decreto Dignità” per intenderci, delineando scenari apocalittici per le imprese), visceralmente attaccata ai benefici di questo sistema che ha nella TAV, ed il suo mondo, la sua più compiuta realizzazione.
Quindi, a “occhio e croce”, non costa niente “abbaiare alla luna”, perché poi nelle sedi appropriate il governo grigioverde viene rimesso in riga dall’oliata macchina del ricatto dei mercati, dai tecno-burocrati ordo-liberisti della UE e da quel tessuto imprenditoriale cresciuto a forza di politiche fiscali benevole, inquinamento ecologico e sfruttamento semi-schiavile della forza-lavoro.
Un governo che si dimostra per quello che è: un branco di chiacchieroni e cagasotto, altro che “governo del cambiamento”, tranne quando si tratta di prendersela con gli ultimi degli ultimi.
Ma, al di là della configurazione dei vari interessi, la questione rimane eminentemente politica: lo Stato non può processare sé stesso, né far balenare l’idea che la gestione pubblica di un bene comune possa essere migliore di quella propugnata dalla contro-rivoluzione liberale, e vede come fumo negli occi le forze politico-sindacali che propugnano la “nazionalizzazione” come exit strategy da questo distopico collasso del Sistema Paese.
Basta guardare alla Gran Bretagna, dove un governo conservatore tenuto su con lo sputo si batte con i denti e con le unghie contro la possibilità di un probabile cambio di maggioranza governativa in caso di elezioni, che vedrebbe nei laburisti di Corbyn (sono finiti i tempi dei Blair…) i gestori della “brexit” e di una politica di ri-nazionalizzazione dei settori strategici, con lo stop alla privatizzazione dei propri gioielli, come il Sistema Sanitario Nazionale.
È per questo che prima di tutto non bisogna “lasciare nelle mani del nemico” la gestione politica del dopo-strage, prefigurando da ora lo scenario che si aprirà, e intervenendo direttamente con proposte ed iniziative in grado di attivare le energie migliori del blocco sociale, e di fare avanzare il livello di coscienza e organizzativo.
Se non riporterà in vita le persone, almeno onorerà la loro memoria e preparerà il terreno affinché queste tragedie non possano più accadere.
Poche settimane fa è stato l’anniversario della strage di Grenfell, a Londra, e le parole di denuncia di Matt Track, riportate dal “The Guardian” dovrebbero farci riflettere su come l’attuale trama di poteri gestisca, ovunque, eventi catastrofici del genere.
Lo so, basterebbe fare un minimo di elenco delle disgrazie del nostro Paese nella storia più o meno recente, ma stiamo parlando della City, uno dei punti di maggiore concentrazione della ricchezza al mondo, ed è per questo che il contrasto risulta più evidente, diventando l’esempio più calzante che ci permette di vedere come funziona il mondo anche oltre i confini del Belpaese.
Matt Track, segretario dei vigili del fuoco, fa un bilancio impietoso di quell’incendio in cui perirono 72 persone: nessuno persona sfollata è stata ricollocata, i materiali di costruzione utilizzati, co-responsabili del divampare dell’incendio, non sono stati messi al bando (nonostante fossero già stati “denunciati” dal sindacato nel lontano ’99), i controlli degli standard di sicurezza anti-incendio – tutti in mano privata – non sono stati resi pubblici nonostante siano stati dimostrati i deficit di garanzie rispetto a questa delicata materia, nessuno è stato finora arrestato. La “centralità” dell’edificio ha permesso, insieme al sacrificio delle fire brigades, di limitare il danno; cosa che non sarebbe successa in una area più periferica e meno servita.
Track conclude dicendo che: “Grenfell deve diventare un punto politico centrale che non dobbiamo permettere venga nascosto sotto il tappeto”.
Sin da ora, non possiamo permettere che la Strage di Stato di Ponte Morandi e tutto ciò che implica, venga “messa sotto il tappeto”, perché prima di essere una indicazione politica è un imperativo morale per tutti gli abitanti della Superba e non solo.
lunedì 13 agosto 2018
SALVINI E I PROFESSIONISTI DELLA MORTE E DEL CONTROLLO
Per la serie se Salvini non spara fuori una cagata al giorno non dorme ecco che quella di ieri nonostante fosse domenica ed in pieno periodo vacanziero,ha subito trovato la bocciatura da parte del ministero della difesa in quanto l'ipotesi di reintrodurre la leva militare obbligatoria è un'idea"romantica"ed anacronistica.
Detto da uno che ha fatto il militare a meno di un chilometro di distanza da casa andando sempre a dormire nel proprio letto,l'idea dell'educazione e della preparazione al combattimento è improbabile quanto anche spassosa,a Salvini non darei in mano nemmeno una penna figuriamoci un fucile,e se parla di educazione e di senso civico allora deve essere l'ultimo a proferire parola.
Nell'articolo di Contropiano(servizio-militare-obbligatorio )oltre al fatto che è stato zittito dalla ministra Trenta in un susseguirsi di disaccordi coi grillini,tutto l'iter dell'abbandono del servizio militare obbligatorio avvenuto negli ultimi quarant'anni,da quando se proprio si vuole fare la guerra associando a ciò le nuove tecnologie,ora mandare al macello milioni di persone non serve più.
Ora il militare è professionista della morte ma anche del controllo visto che l'invio di truppe ormai viene fatto solamente quando del"nemico"si è fatta tabula rasa o quasi,e tutte le così dette missioni di pace non vedono il mio plauso ma anche quello di altre milioni di persone in tutto il mondo visto che l'interesse economico è il volàno di tutto questo(per esempio:madn festa-nazionale-grazie-ai-folgorati ).
Oltre ad alimentare in tutti noi il perché dell'ignoranza di un ministro,la girandola di cazzate che quotidianamente questo rifiuto umano,deve farci aprire gli occhi su chi ci circonda e comportarci in maniera adeguata verso chi l'ha votato o lo supporta.
Servizio militare obbligatorio: “a chi la vittoria?”
di Dante Barontini
Nella sua quotidiana ansia di sparare un corbelleria in grado di fargli tenere il centro della scena politica, il fascioleghista Salvini ha pestato il piede là dove proprio non doveva. Lo si può capire: non essendo ancora riuscito a produrre un benché minimo provvedimento-bandiera (neanche da ministro dell’interno, visto che la “chiusura dei porti” è stata annunciata via twitter o in tv, ma non è mai stato diramato un ordine del genere), diventa indispensabile far parlare d’altro.
La sortita sulla reintroduzione del servizio militare obbligatorio, però, ha fatto scoprire il gioco su un fronte dove la sua ignoranza del sistema di potere (che pure dovrebbe gestire, ora) è balzata fuori con disarmante evidenza.
Il poverino parlava addirittura di alcuni casi di cronaca, con protagonisti ragazzi border line o annoiati. “Vorrei che oltre ai diritti tornassero a esserci i doveri”, perché di fronte ai casi di mancanza di educazione e senso civico, “facciamo bene a studiare i costi, i modi e i tempi per valutare se, come e quando reintrodurre per alcuni mesi il servizio militare, il servizio civile per i nostri ragazzi e le nostre ragazze così almeno impari un po’ di educazione che mamma e papà non sono in grado di insegnarti“.
Sorvoliamo sull’idea ridicola che il servizio militare possa essere concepito come una sorta di “collegio duro” – un periodo di carcerazione preventiva in assenza di reato – per “insegnare l’educazione”. Ci dovrebbero essere la scuola e i normali rapporti sociali, per questo; ma la prima è sulla via della rottamazione e i secondi sono improntati all’onanismo individualista, quindi impossibilitati a far introiettare qualsiasi “regola” limitativa dell’”autoespressione”.
Più interessante, infatti, è la bastonata arrivatagli dagli “ambienti della Difesa”: “Il ministro Trenta si è già espressa sul tema nei giorni scorsi: è una idea romantica, ma i nostri militari sono e debbono essere dei professionisti e su questo aspetto è d’accordo anche Salvini“. Della serie: non provare a rilanciare o smentire, come sei solito fare, perché abbiamo pronto alche il resto…
Neanche le beghe interne al governo grillin-leghista, però, sono il centro della questione. Lasciamo volentieri a Repubblica e ai vertici del Pd le chiacchiere su questo punto.
Il cuore della questione è in un’altra considerazione che gli anonimi “ambienti della Difesa” hanno evidenziato per liquidare le battute di Salvini come una goliardata “romantica”: Nei giorni scorsi, il ministro della Difesa Elisabetta Trenta aveva sottolineato, durante un’intervista, che il servizio militare obbligatorio è un qualcosa “non più al passo con i tempi”. I soldati di oggi, aveva spiegato il ministro, “sono dei professionisti. E non abbiamo più le truppe che vengono dalle Alpi”. Dunque, “non c’è più bisogno di tanti soldati tutti insieme“.
Qui si sente l’odore acre della Nato al tempo della guerra asimmetrica, il fastidio dei professionisti che si vedono coinvolti nelle fesserie di un dilettante, ma soprattutto si ricorda che la guerra oggi è un’altra cosa: Il potere – statuale o meno, ma questa è un’altra discussione – non ha più bisogno del “popolo in armi”.
Non è una cosa nuova, né una caratteristica specifica di questo paese. In tutto l’Occidente capitalistico la leva militare è stata abolita a partire dalla fine degli anni ‘70, con un periodo più o meno lungo di trapasso. Il Salvini che ha “bigiato” il servizio militare dovrebbe saperlo…
Sul piano strettamente politico-conflittuale si potrebbe pensare che questa scelta sia stata una conseguenza positiva dei movimenti giovanili precedenti, quelli che negli Usa avevano creato un enorme problema politico-sociale (c’era da andare a morire o restare invalidi combattendo in Vietnam, mica solo la controcultura e il rock&roll), e in Italia qualche preoccupazione (i “proletari in divisa” avevano simboleggiato, per qualche anno, i pericoli derivanti dall’inserimento in reparti armati di “teste calde della contestazione”). Ma altrove questi problemi non si sono presentati con la stessa rilevanza o dimensione sociale. Dunque la ragione del passaggio da un esercito che manteneva un’ampia quota di soldati-massa a uno composto di soli specialisti professionali deve avere una spiegazione meno occasionale.
A ben guardare, in effetti, la rapida scomparsa del soldato-massa (“il fante” preso dalla sua casa e sbattuto al fronte con una preparazione pressoché inesistente) avviene contemporaneamente alla scomparsa dell’”operaio massa” nelle fabbriche. Anche in quei paesi la cui classe operaia non era stata particolarmente combattiva.
Le esigenze di governance (e di massimizzazione dei profitti) hanno trovato risposta, in entrambi i casi, con l’innovazione tecnologica fenomenale rappresentata dall’automazione gestita informaticamente.
In campo militare, dunque, non occorrevano più milioni di fanti che si scontravano con altri milioni nemici per schiodare – per pura consunzione – le sorti della guerra. Stalingrado e il D-Day, da questo punto di vista, rappresentano iconicamente il massimo che si potesse raggiungere.
Ma così come la fabbrica può produrre quasi senza operai manuali (che non vuol dire – attenzione! – “senza lavoratori dipendenti”), così la distruzione del nemico fino al punto di provocarne la resa (l’obiettivo di qualsiasi guerra) non ha più bisogno della “regina delle battaglie”, ossia la fanteria.
Per massacrare milioni di esseri umani, armati o meno, esistono ormai decine di strumenti militare gestibili da remoto (dai droni ai mini-sommergibili, dagli shock della produzione elettrica ai missili intercontinentali), senza la presenza di combattenti sul campo almeno fin quando la resa del nemico – reale o apparente, il che è un bel problema – non consente di occupare un certo territorio e disciplinarne la popolazione in vista dei propri obiettivi.
La “guerra asimmetrica” è stata l’unica forma di guerra combattuta dall’imperialismo Usa e Nato negli ultimi 70 anni. Anche quella del Vietnam lo è stata, ma lo sviluppo tecnologico raggiunto fin lì – nonostante l’abuso di napalm – non era sufficiente a sostituire l’operatività di truppe sul terreno.
La svolta avviene con la fine degli anni ‘80. Prima con una serie di invasioni sperimentali (Panama, Grenada, ecc), poi con prima guerra all’Iraq, ben presto accompagnata dagli attacchi alla Yugoslavia, all’Afghanistan post-sovietico, di nuovo all’Iraq, ecc.
Guerra asimmetrica, in poche parole, è quel conflitto in cui la dotazione militare delle due parti è strutturalmente squilibrata sul piano tecnologico: una parte ha i cacciambombardieri e l’altra no (o perlomeno sono di generazioni molto differenti, quindi per quelli più “arretrati” è come non averli), una ha l’atomica e l’altra no, una ha i missili intercontinentali e l’altra no, una ha i droni bombardieri e l’altra no, una può impedire le comunicazioni nemiche e l’altra no, ecc.
La fanteria, in questa guerra, diventa polizia urbana in territorio nemico. Come ci hanno mostrato i migliori registi di Hollywood a proposito del dopo-seconda guerra in Iraq (o in Somalia, con Black Hawk down di Ridley Scott), il fante moderno è un serial killer di civili, a volte resistenti e combattenti, altre no (è il dubbio che Clint Eatwood rappresenta in American Sniper). E’ un cecchino iper-allenato, dentro squadre composte di specialisti diversi (comunicazione, esplosivi, interpreti, ecc).
Nessuno spazio, insomma, per giovani liceali o contadinotti senza esperienza. Quelli, semmai, li hanno di fronte, tra i civili inferociti d’esser stati invasi e che “resistono” con i mezzi che trovano, con l’ideologia o la religione che trovano. Anche se fossero del tuo stesso paese, alla fin fine (la moltiplicazione dei “soldati nelle strade” è un tipico esperimento di assuefazione di massa al regime di occupazione, “per difenderti dal terrorismo”…).
Salvini, parlando di servizio militare obbligatorio, ha parlato insomma di un mondo che non esiste più. “Romantico” nel senso di risalente a secoli fa.
Ma la sua sortita, come vediamo da molti commenti non brillanti, consente di interrogare anche il campo dell’opposizione politica, di certa “sinistra”. C’è chi rivendica “la vittoria” dell’abolizione del servizio di leva senza aver ancora capito che questa decisione era già stata presa a livello della Nato; ma volevano che tu ne fossi contento, e quindi fornissi il tuo “consenso disinformato”. Fatto. In nome del “pacifismo” nei confronti del potere e della critica di “estremismo” verso i resistenti…
Gli stessi, a volte, si indignano con Salvini ricordando l’Art. 52 della Costituzione della Repubblica Italiana, che recita:
La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.
Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici.
L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica.
Non serve un genio per capire, dunque, che chi ha voluto e preteso – ai vertici della Nato o dentro “i movimenti” – l’abolizione del servizio militare obbligatorio si è mosso in un senso incostituzionale. Di collusione col nemico, in ultima analisi.
Non perché fare il servizio militare sia “bello” o “patriottico” (anche se la Costituzione dice proprio questo, come “dovere civico” di tutti, donne comprese), ma per un motivo ben più concreto: chi monopolizza l’uso della forza comanda, anche senza troppo consenso.
Gli altri, come sempre, bofonchiano dalle profondità dell’impotenza, delirando di altri mondi…
domenica 12 agosto 2018
LA PULCE NELL'ORECCHIO
Dietro l'accanimento su certe notizie di cronaca italiana si celano trame tessute dai politicanti ora al potere che insistono grazie alla collaborazione diretta dei mass media a fare percepire alla gente situazioni più o meno impellenti ed importanti in modo da venire indirizzate ad avere un pensiero che può essere ostile o accondiscendente rispetto a quello proposto.
Lasciando stare per il momento notizie su malattie più o meno contagiose,vaccini,un possibile ritorno della leva militare,per quanto riguarda i trasporti ecco niente di meglio l'incidente accaduto in tangenziale a Bologna ormai quasi una settimana fa,e quale assist migliore per la Tav che riproporre la pericolosità del trasporto merci che avviene su strada?
In effetti ho preso come articolo(contropiano.org/news/ambiente-news )come pretesto in quanto si parla soprattutto di sicurezza,e anche l'altra notizia delle code chilometriche a Reggio Calabria per aspettare i traghetti per la Sicilia è un altro sponsor per quella grande ed inutile opera del ponte sullo stretto,in un periodo come da sempre da bollino nero per gli spostamenti in Italia.
La “bomba” sull’autostrada. L’esperto: “Sulla sicurezza siamo ancora indietro”.
di Federico Rucco
Lunedi scorso uno spaventoso incidente tra un camion cisterna e un altro camion è avvenuto sulla tangenziale di Bologna tra Casalecchio e Borgo Panigale. Il bilancio delle vittime è stato fortunatamente basso anche se ci sono moltissimi feriti. In molti si interrogano sulla sicurezza nei trasporti di materiali pericolosi sulle strade, ma anche sulle ferrovie come vedremo più avanti. Abbiamo intervistato su questo Fabrizio Cerreti, esperto di trasporti e istruttore di guida sicura per i mezzi pesanti e trasporti pericolosi. Le sue considerazioni sono importanti, avvalorate anche dall’esperienza diretta. Prima di diventare istruttore ha passato una vita sui Tir condividendo quindi rischi ed esperienze di chi guida i mezzi pesanti sulle strade e autostrade del nostro paese e in Europa.
In molti sono rimasti impressionati dall’incidente di Borgo Panigale. Abbiamo visto un camion cisterna arrivare senza frenare visibilmente addosso ad altri camion in fila. Poi una prima e una seconda, devastante, esplosione. Come e cosa è accaduto secondo lei?
In mancanza di dati, quindi con l’unico supporto delle immagini trasmesse, il colpo di sonno, più che il malore (vista l’età del conducente), è l’ipotesi più verosimile. Non possiamo avvalerci dei dati registrati dal cronotachigrafo, sicuramente andato distrutto nell’esplosione, però, considerando che da Vicenza a Livorno ci sono oltre 4 ore di guida, cui si aggiungono almeno 2 ore per le operazioni di carico ed altre tre ore di guida da Livorno a Bologna, possiamo dedurre che l’autista aveva sulle spalle almeno 9 ore di lavoro (guida + carico), quindi la stanchezza c’era. Non c’è da meravigliarsi di un colpo di sonno alle due pomeridiane: i processi fisiologici degli esseri viventi sono regolati da ritmi di veglia-sonno (ritmi circadiani) modulati, oltre che da specifici ormoni, dalla variazione di luminosità e temperatura ambiente. Il periodo più critico per viaggiare si colloca in genere tra la mezzanotte e le quattro del mattino e tra le quattordici e le sedici del pomeriggio.
La domanda è: in questo periodo l’autista ha avuto modo di riposare per bene, considerando che trasportava 22 tonnellate di GPL? Difficile saperlo, sappiamo invece che è in Italia è consuetudine per l’autista registrare come riposo le soste per il carico, anche se vi provvede personalmente, quindi formalmente tutto in ordine, in concreto si crolla all’improvviso. E il gran caldo di questi giorni, ammesso si sia preso una pausa, non aiuta a riposare.
Ma che cosa ha provocato quella esplosione?
Si può ragionevolmente supporre che a seguito dell’uro – violentissimo – contro il rimorchio fermo in colonna, il carico del mezzo tamponato, trasportato in colli, abbia preso fuoco (si parla di solventi, prodotti facilmente infiammabili). Il calore sviluppato ha riscaldato il gas contenuto nella cisterna facendo aumentare la pressione oltre il suo punto di rottura provocando l’esplosione e il conseguente incendio del gas fuoriuscito dalla cisterna.
Le cisterne utilizzate per il trasporto di merci pericolose (così dette cisterne ADR), sono costruite e controllate periodicamente in conformità a specifiche tecniche internazionali molto stringenti, prevedono inoltre degli equipaggiamenti di sicurezza che in altre occasioni hanno dimostrato la loro efficacia. È possibile che nell’urto la cisterna sia però rimasta danneggiata indebolendosi, infatti dalle foto sembrerebbe essersi aperta secondo una linea longitudinale, mentre di solito sono le due pareti, frontale e posteriore saldate al cilindro principale, a cedere. Questo potrebbe aver provocato il cedimento del contenitore prima che la pressione interna facesse aprire le valvole di sicurezza per scaricare all’esterno la sovrapressione. Occorre dire che per un po’ la cisterna ha retto, tra l’incendio dei camion e la grande esplosione è infatti trascorso del tempo che ha consentito di sgomberare le strade e ridurre le vittime.
Ma i mezzi pesanti non hanno un sistema frenante automatico?
Non ho dati certi sul veicolo coinvolto. In un’intervista il titolare dell’azienda dichiara che il mezzo aveva due anni di vita, quindi immatricolato nel 2016. Da novembre 2015 i grandi autocarri di nuova costruzione devono avere il sistema AEBS, un dispositivo che attiva automaticamente la frenatura in modo da ridurre di almeno 10 km/h (20 km/h dal 2018) la velocità d’impatto contro ostacoli fissi, quindi proprio il caso in questione. Dal filmato non si può dedurre se il sistema sia intervenuto o, il fatto è che questi sistemi (analoghi a quelli pubblicizzati dalle case automobilistiche, dove spensierati guidatori chiacchierano amabilmente mentre il veicolo frena da solo davanti a pedoni od altri ostacoli), hanno un elevato tasso di errore perché, a differenza dei sistemi di sicurezza che agiscono su frenata e tenuta di strada gestendo semplici leggi fisiche, entrano di fatto nell’ambito del libero arbitrio (oltre a limiti tecnologici che saranno prima o poi superati). E qui si apre uno scenario completamente diverso che poco ha a che fare con la sicurezza della circolazione. Sintetizzo.
Nel comparto dell’autotrasporto vi sono ingenti investimenti da parte delle case e delle grandi multinazionali di logistica, per mettere a punto la guida autonoma, con l’obiettivo di eliminare l’autista dal ciclo del trasporto, o demansionarlo (supervisione, carico, ecc) come già avvenuto in altri settori. Quale il vantaggio? Il costo del lavoro rappresenta in media quasi il 30% del TCO, Costo Totale Azienda, inoltre i Regolamenti limitano le ore di guida del conducente, non del camion, eliminare l’autista significa risparmiare denaro e far marciare senza sosta i mezzi. Vi sembra poco?
Per molti aspetti quell’esplosione ha ricordato un incidente analogo – ma con un costo di vite umane assai più pesante – avvenuto a Viareggio nel 2009 . In quel caso però il trasporto pericoloso era su rotaia e non su gomma. Quindi il problema non è solo il trasporto su strada ma la sicurezza complessiva dei trasporti di materiali pericolosi. Che scala di paragone possiamo utilizzare tra Borgo Panigale e Viareggio?
In realtà incidenti stradali nei quali le merci pericolose trasportate hanno giocato un ruolo determinante sono rari: norme tecniche stringenti, controlli e sanzioni persuasive, maggiore formazione degli addetti rendono questi trasporti addirittura più sicuri di altri. Non voglio dire che tutto è perfetto, sto paragonando questi trasporti a quelli generici. Il problema è che gli incidenti che coinvolgono le merci pericolose possono provocare vere e proprie catastrofi, come a Viareggio. E Viareggio ci porta alla,ferrovia e alla prevalenza del trasporto su gomma. La questione è più complessa di come si presenta, vero è che una maggior razionalizzazione dei trasporti in Italia è assolutamente necessaria, ma la ferrovia non è panacea di tutti i problemi.
Per quanto riguarda la sicurezza, nei corsi sul trasporto di merci pericolose, la prima cosa che s’insegna è che il pericolo di una sostanza aumenta con il quantitativo trasportato e la ferrovia ne trasporta contemporaneamente molta di più. Tra l’incidente di Bologna e la strage di Viareggio, considerando che la materia era la stessa e il quantitativo coinvolto paragonabile, la differenza probabilmente l’ha fatta il caso, ad iniziare dal luogo: il primo è avvenuto sopra le case, il secondo TRA le case. Anche la dinamica è stata diversa: a Viareggio il gas prima si è incuneato tra case e strade poi si è incendiato. Questo mette in risalto un aspetto tutt’altro che secondario: le linee ferroviarie oggi attraversano interi agglomerati urbani, ancora più di quanto non facciano le autostrade.
Oggi vi sono motivi che rendono la modalità ferroviaria forse addirittura più pericolosa di quella stradale:
“ Maggior quantitativo di prodotto trasportato.
La privatizzazione del settore che ha moltiplicato soggetti, compiti, responsabilità e controlli (spesso operati dagli stessi controllati).
Sistema che favorisce il remunerativo trasporto ad alta velocità sacrificando il resto.
Una strategia fortemente orientata a logiche di mercato e al raggiungimento degli obiettivi (con relativi cospicui bonus ai manager) che ha completamente stravolto l’originale funzione di servizio alla collettività.
Siamo ancora una volta di fronte ad una tragica fatalità oppure siamo ancora indietro sul piano della sicurezza nei trasporti, in particolare di quelli con materiali pericolosi?
Siamo indietro sulla sicurezza dei trasporti, sia generici che pericolosi, come siamo indietro sulla sicurezza idrogeologica, sismica e in tanti altri settori. A tutti i livelli vige la ricerca del profitto (qualcuno parla di sopravvivenza, o dei mercati, o del così fan tutti, sempre ottime scuse), e qualità, sicurezza, utilità per la collettività passano in ultima posizione (la TAV insegna). Le leggi ci sono (a parte la curiosa abitudine di dimenticare di emanare i regolamenti d’attuazione, vedi legge sul caporalato), è che a chi gestisce un sistema conviene sempre far finta di niente, magari cercando di salvare la forma, tranne poi inondare i media con lacrime di coccodrillo, fino alla prossima tragedia!Ne sono esempi le continue infrazioni al Regolamento sui tempi di guida, le revisioni periodiche false, il sovraccarico, le frodi fiscali e previdenziali, il ricorso al lavoro a tempo e tanto altro ancora. La legge impone all’azienda un corso sulla sicurezza? Ok, ma che sia il più semplice ed economico possibile, poi, se il lavoratore non ha appreso nulla, non importa, anzi…
Infine, ma non per importanza, le risulta che l’Unione Europea a giugno abbia autorizzato orari di guida più lunghi per i mezzi pesanti? Secondo le organizzazioni degli autotrasportatori i datori di lavoro possono tenere i conducenti in viaggio per tre settimane con non più di 24 ore di riposo. E’ così?
Per fortuna no, o almeno non ancora, quella riportata era la proposta della Commissione Trasporti per il momento bocciata dal Parlamento Europeo che l’ha rimandata in commissione, ma non è detto che sia finita qui. L’attuale Regolamento sui tempi di guida è una valida tutela della sicurezza e del lavoratore ma un ostacolo ai profitti delle aziende, e questo proprio non va giù a qualcuno.
sabato 11 agosto 2018
ANCORA STRAGI NELLO YEMEN
Forse perché le vittime dell'ennesimo attacco saudita nello Yemen sono stati trentanove bambini,tra gli altri,che i mass media hanno riportato chi più chi meno questo fatto tra i primi proposti tra i sommari dei telegiornali e le pagine dei quotidiani.
Una guerra sporchissima di cui si sa poco o nulla come già evidenziato in altri post(madn nello-yemen-si-uccide-col-made-in-italy )con anche l'Italia protagonista negativa in quanto tra i maggiori venditori di armi alla coalizione saudita protetta dall'alto dagli Usa,che qui sotto viene spiegata ancora,e chissà quante altre volte si dovrà ritornarci sopra(contropiano la-sporca-guerra-nello-yemen ).
La sporca guerra nello Yemen. Muoiono 39 bambini in raid saudita.
di S.C.
Sono almeno 39 i bambini morti, mentre altre 50 persone sono rimaste ferite ieri nel nord dello Yemen in seguito a raid aerei sauditi che hanno colpito uno scuolabus e un affollato mercato nella provincia di Saada. La morte dei bambini sembra aver colpito l’attenzione dei mass media, ma purtroppo non sono i primi nella sporca guerra dello Yemen, solo che fino ad oggi in ben pochi avevano avuto il coraggio di accendervi sopra i riflettori. Troppi “amici” scomodi (Arabia Saudita), troppi interessi che coinvolgono anche l’Italia (la vendita di armi italiani all’Arabia Saudita).
L’attacco, secondo fonti locali, è stato sferrato dalla coalizione a guida saudita che utilizza piloti e mercenari israeliani e colombiani in una guerra di aggressione che dura ormai da quattro anni.
La guerra tra i ribelli Houthi del movimento sciita “Ansar Allah” contro il governo filosaudita guidato dal presidente Abdrabbuh Mansur Hadi continua in Yemen dal 2014. Sotto il controllo dei ribelli si trova diverse regioni del Paese, compresa la capitale Sana’a.
Per reprimere la ribellioni degli Houthi (accusati da Riad di essere sostenuti dall’Iran), l’Arabia Saudita ha creato una coalizione di nove paesi arabi sunniti (Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar) e sostenuta apertamente dagli Stati Uniti.
La coalizione saudita ha bloccato l’arrivo di qualsiasi rifornimento e medicinale e sta portando circa 7 milioni di yemeniti alla fame, con un’epidemia di colera che soltanto negli ultimi tre mesi del 2017 ha provocato 2.000 morti, mentre sulla popolazione civile incombe ormai una emergenza umanitaria.
La crisi yemenita esplode in realtà nel 2012 con delle rivolte nella parte meridionale del paese. L’allora presidente in carica Saleh rassegnò le sue dimissioni e al suo posto era arrivato il sunnita Abd Rabbuh Mansur Hadi, con il compito di guidare per due anni lo Yemen fino a nuove elezioni.
Ma di elezioni, dopo due anni, non si era vista traccia e nel febbraio 2015 gli Houthi, proveniente dal Nord del paese, conquistarono la capitale Sana’a e costringendo alle dimissioni il presidente Hadi che si è rifugiato a Sud nella città portuale di Aden, ed ha invocato l’intervento armato del suo protettore, l’Arabia Saudita.
Sulla guerra sporca nello Yemen si assiste ad una vergognosa indifferenza generale anche delle Nazioni Unite che nulla hanno fatto finora per salvare la popolazione civile da questa atroce fine.
L’Italia, dal canto suo, ha continuato a vendere bombe e armamenti all’Arabia Saudita in grandi quantità, ben sapendo che queste vengono utilizzate nella guerra in Yemen.
venerdì 10 agosto 2018
IN DANIMARCA SI GUARDA FUORI DALL'EUROPA
In Danimarca si sta discutendo molto sulla proposta del partito nazionalista del Dpp che vorrebbe un deciso cambio dei rapporti con l'Unione Europea non nella maniera traumatica della Gran Bretagna ma comunque con una serie di maggiore sovranità nazionale nei confronti dell'Ue stessa.
L'idea di un referendum per l'uscita dall'Ue per ora quindi non è un'opzione fattibile,ma anche a sinistra c'è chi guarda ad un forte ridimensionamento rispetto la sudditanza verso Bruxelles con la formazione EL che ha ottenuto il doppio dei voti alle ultime elezioni a confronto con l'altra forza di sinistra ma europeista del Pps.
L'articolo di Contropiano(internazionale-news )parla di questo tema e di come la Danimarca abbia già comunque deciso negli anni precedenti con due referendum di non adottare l'Euro come valuta(c'è ancora la Corona danese)e di non aderire all'Eurogendfor,la forza di gendarmeria europea.
Anche in Danimarca si ipotizza un referendum, come la Brexit.
di R.C.
“La Danimarca potrebbe negoziare concessioni simili a quelle della Gran Bretagna”. A dichiararlo è Kristian Thulesen Dahl, leader del Dpp, (Partito Popolare Danese, nato nel 1995 dalla scissione dal Partito del Progresso) e secondo partito politico del paese con il 21,1% dei voti. Il Dpp non fa parte del governo di centro-destra nato dalla coalizione tra conservatori e liberali del primo ministro Lars Lokke Rasmussen. “Ci sono molte opportunità per la Danimarca“, ha detto Dahl ai giornalisti. “Un’opzione sarebbe una relazione più fluida con l’UE, che rispecchierebbe il modello inglese“.
Il leader del partito nazionalista danese vorrebbe far votare un referendum su eventuali maggiori concessioni di sovranità alla Danimarca senza dover passare attraverso il processo di uscita effettiva dall’Unione Europea.
Il Dpp è una formazione nazionalista ostile all’immigrazione, alla globalizzazione liberista e contraria all’UE, anche se fino ad oggi non sembra intenzionato a proporre un referendum per l’uscita dall’Unione Europea (in questo molto simile a M5S e Lega).
Contraria all’Unione Europea, così come alla Nato, è anche la EL-Lista Unitaria, una coalizione di partiti e movimenti della sinistra alternativa e marxista che ha ottenuto il 7,8% dei voti e 14 parlamentari (il doppio del Pps europeista e di sinistra) alle ultime elezioni del 2015.
La Danimarca ha tenuto diversi referendum sulle questioni europee, votando a favore dell’adesione all’UE nel 1972 ma contro l’adesione all’euro nel 2000 con il 53,2% contrari all’ingresso nell’Eurozona.
Il 3 dicembre del 2015, in Danimarca si è svolto un referendum per estendere la sicurezza interna alla cooperazione con l’Unione Europea (sostanzialmente la giurisdizione della EuroGendFor, la Gendarmeria Europea, ndr), ma la popolazione ha bocciato anche questa opzione intrusiva della Ue con il 53,1% dei voti contrari, praticamente la stessa percentuale che respinse l’ingresso nell’euro.
Ai sensi dell’articolo 20 della Costituzione danese, tutte le leggi che comportano limitazioni alla sovranità nazionale devono essere approvate dal Parlamento con la maggioranza qualificata dei cinque sesti dei parlamentari; qualora legge di tal tipo non raggiunga la maggioranza necessaria e il governo continui a sostenerla, deve essere indetto un referendum.
mercoledì 8 agosto 2018
RICCHEZZA,REDDITI E CONDONI
I dati che puntualmente arrivano dai vari istituti che si occupano di economia,reddito e finanza da una decina d'anni,da quando la crisi globale ha investito tutto e(quasi)tutti e cui la parola fine sembra lontana,sono indicativi per quanto riguarda la famosa forbice tra i ricchi ed i poveri che continua ad allargarsi a dismisura.
Nel primo articolo preso da Contropiano(italia-i-400mila-che-si-arricchiscono )la percentuale annua di chi possiede più di un milione di dollari in Italia aumenta di anno in anno,mentre quella a rischio povertà raggiunge il 30%,con i nuovi super ricchi che speculano sul debito pubblico e la finanza,una andazzo non solo nostrano ma di tutto il globo(madn i-miliardari-nel-mondo-sempre-piu ricchi e potenti ).
Nel secondo,scritto a giugno,(contropiano.org/news/politica )la proposta della bestia e servo dei potenti Salvini che aveva deciso di condonare tutti i contenziosi finanziari con l'Agenzia delle entrate al di sotto dei 100 mila Euro,una cifra enorme che i poveri mortali riescono a racimolare in anni di lavoro(senza tener conto delle spese sostenute ovvio),discorso parallelo a quello dei super ricchi(chi guadagna troppo per forza froda qualcosa)e a quello della flat tax(madn salvini-maestro-dignoranza-e-dignoranti ).
Italia. I 400mila che si arricchiscono con il debito pubblico e la finanza.
di Stefano Porcari
E’ acclarato. Non siamo tutti sulla stessa barca. Mentre tutti gli indicatori certificano l’aumento della povertà anche nei paesi a capitalismo avanzato, l’ultimo rapporto sulla ricchezza globale stilato dal Boston Consulting Group, Global Wealth 2018, rivela che negli ultimi anni la ricchezza finanziaria personale nel mondo ha continuato a crescere e nel 2018 ha registrato un aumento del 12% rispetto al 2017, raggiungendo il totale di 201,9 mila miliardi di dollari. A riferirlo è Wall Street Italia.
E in Italia? Gli individui che hanno un patrimonio in titoli di Stato, azioni o altri strumenti finanziari superiore al milione di dollari sono saliti 394mila, il 19% in più rispetto ai 330mila del 2016, e potrebbero diventare 519mila entro il 2022. Secondo gli analisti entro il 2022 la ricchezza personale degli italiani potrebbe toccare i 7 mila miliardi di dollari, quasi totalmente rappresentata da prodotti finanziari e rendita immobiliare.
E’ bene ricordare che, secondo l’Istat, quasi il 30% delle persone residenti in Italia, nel 2016 è a rischio di povertà ed esclusione sociale. Un dato che si riflette nella rilevazione del reddito medio che registra una significativa crescita ma anche una maggiore disuguaglianza economica tra le famiglie italiane. Numeri che, scrive l’Istituto, vedono gli obiettivi prefissati dalla Strategia Europa 2020 ancora lontani: la popolazione esposta a rischio di povertà o esclusione sociale – precisamente pari a 18.136.663 individui – è infatti superiore di 5.255.000 unità rispetto al target previsto.
L’Italia si trova così in linea con la crescita della ricchezza privata a livello europeo al 3% e che prevede un aumento del 5% dal 2018 al 2022. A trainare questo assai circoscritto aumento della ricchezza, secondo il Boston Consulting sono l’andamento dei mercati, la ricchezza azionaria, i fondi di investimento e le valute.
Quando per impedire pensioni dignitose e in tempi dignitosi, standard sanitari di qualità, istruzione pubblica adeguata ci dicono sempre che non ci sono i soldi, tutto questo dimostra che i soldi ci sono, e pure tanti, sono solo concentrati in una minoranza di persone che si arricchiscono facendo impoverire la gente, facendola invecchiare male, curarsi poco e rendendo analfabeti tutti gli altri. E gli vogliono anche costruire una tassa cucita su misura per tutelarne le ricchezze: la flat tax.
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100.000 euro di evasione fiscale vi sembran pochi?
di Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)
Il capo del governo Matteo Salvini, in uno dei suoi tanti roboanti annunci che costituiscono la sua pressoché unica attività, ha promesso di annullare tutto il contenzioso fiscale sotto i 100.000 euro.
Lasciamo per un momento perdere l’indeterminatezza dell’annuncio che è elemento fondante della propaganda salviniana, e prendiamolo sul serio nella sua forma più radicale ed estesa: chiunque debba fino a 100.000 euro al fisco non pagherà più nulla.
Vi sembrano pochi soldi, vi pare una misura per i poveri? Quella cifra sono quasi quattro anni di salario di un operaio FIAT, per doverla al fisco vuol dire che il guadagno reale di chi l’ha maturata può anche essere stato di una cifra molto, molto superiore.
Senza neanche fare i conti su quanti soldi mancherebbero alle casse dello stato per questo condono generalizzato, vediamo la questione da un punto di vista totalmente estraneo a Salvini, quello della giustizia. Vi pare giusto che lo stato regali fino a 100.000 euro a chi l’ha derubato, facendo marameo ai poveri fessi che hanno pagato tutto?
Certo nei contenziosi con Equitalia e con l’Agenzia delle Entrate ve ne sono molti per poche centinaia di euro. Sono i disguidi di una liquidazione, di una cassa integrazione, di un salario o di una pensione che al fisco risultano differenti da come denunciati. Sicuramente qui sarebbe sacrosanta una sanatoria, anche perché chi ha un reddito fisso già paga tutto alla fonte.
Inoltre da tempo la nostra giustizia fiscale opera come un Robin Hood alla rovescia. Se un riccone o una multinazionale evadono il fisco, spesso lo stato considera un successo una transazione nella quale l’evasore paghi un terzo del dovuto. Questo se si tratta di milioni o miliardi di euro. Ma se un lavoratore o un pensionato devono al fisco centinaia o poche migliaia di euro, allora li pagano tutti con gli interessi. Il povero paga al fisco la sua evasione al 120% il ricco al 30% . È la progressività alla rovescia della lotta all’evasione fiscale da parte dello stato italiano.
Giustizia vorrebbe allora che una sanatoria fiscale dovrebbe riguardare solo le cifre basse, ad esempio da 5000 euro in giù. Così si aiuterebbe davvero chi ha un basso reddito. Ma una sanatoria di 100.000 euro a testa, quando la grande maggioranza del popolo italiano un cifra di questo genere la vede solo se può e riesce a fare un mutuo, beh questo é solo uno scandaloso regalo agli evasori. Che fa il paio con la flat tax, che compensa i più ricchi.
Quindi l’evasore fiscale medio-alto guadagnerebbe con il condono, quello più ricco non avrebbe il condono, ma si vedrebbe abbassare di milioni le tasse. In fondo Salvini è coerente nel voler dare più soldi a chi ne ha già di più. Le sue idee sono solo un bel regalo al trenta per cento della società a danno del restante settanta, che pagherebbe tutto con ancor meno servizi e stato sociale.
Per questo il capo del governo circonda le sue scelte di classe con una martellante campagna fascistoide, xenofoba e poliziesca: solo così spera di convincere i poveri a farsi danno nel suo nome, mentre la cresce la pacchia dei ricchi.
martedì 7 agosto 2018
DOVE FINISCE IL LAVORO E COMINCIA LO SFRUTTAMENTO
Domani ci sarà l'anniversario della strage di Marcinelle avvenuta in Belgio nel 1956 e che costò la vita a 262 minatori,136 italiani,che sono morti per le conseguenze di un incendio che li sorprese a centinaia di metri sotto terra in un periodo storico dove erano i nostri nonni a migrare e accettare condizioni di lavoro proibitive per portare a casa qualcosa che bastava per sopravvivere.
Non vedo molta differenza con quello capitato ieri e altri giorni fa nel foggiano dove sono morti complessivamente 16 africani di varie nazionalità in incidenti stradali mentre andavano o tornavano da un lavoro fatto di sfruttamento e di pochezza sia retributiva che di dignità,così come i nonni che se ne andavano in Belgio o in tutto il mondo.
L'articolo preso da Contropiano(da-marcinelle-a-foggia )parla soprattutto di Marcinelle ma si aggancia a quello accaduto in Puglia dove migliaia di immigrati ma anche italiani in rapporto minore sono costretti dalla fame e dal bisogno a cedere ai ricatti dei caporali che non sono stati ancora debellati dalle terre del sud,anche se comunque nel nord in altre forme e con altri personaggi,anche maggiormente alla luce del sole,c'è gente che si arricchisce a fa profitto grazie alle minacce ed alle estorsioni verso i lavoratori più deboli.
Da Marcinelle a Foggia: la striscia di sangue dello sfruttamento.
di Franco Astengo
8 agosto 1956 – 8 agosto 2018
Ancora e sempre per non dimenticare.
Ancora e sempre per testimoniare la sofferenza, la fatica, il martirio del lavoro.
Non dovrà mai esserci tregua per chi sfrutta il lavoro altrui in modo ignobile e disumano.
A sessantadue anni da Marcinelle assistiamo, oggi come sempre, alla realtà dello sfruttamento del lavoro.
Ancora si considera chi lotta per una società giusta come un sovversivo dell’ordine costituito, un perturbatore dei tranquilli ozi delle classi agiate.
Oggi come allora.
Dalle classi dominanti non arriva mai un segnale di comprensione della vastità dei delitti commessi in nome dell’indiscriminata accumulazione del profitto.
Anzi verifichiamo una intensificazione, un accanimento nello schiacciare i più deboli, come dimostra la vicenda dell’emigrazione.
Un accanimento che i Governi agevolano e i possessori dell’informazione non solo giustificano ma anzi esaltano in un crescendo di inaccettabile mistificazione.
Emergono così istinti di persecuzione razzistica che fanno presa sui comportamenti di massa in una dimensione molto pericolosa.
Oggi qualcuno farà finta di piangere lacrime di coccodrillo.
Da Marcinelle a Foggia questa striscia di sangue non ci richiama semplicemente al lutto e al dolore.
La memoria di Marcinelle ci richiama all’eternità insuperabile della lotta di classe per l’emancipazione sociale, alla lotta contro l’insopprimibile realtà dello sfruttamento che nessuna evoluzione tecnologica riuscirà a cancellare.
Non possiamo cancellare le idee di rivolta per sovvertirne il corso soffocatore della dignità umana e scolpire per sempre nella nostra memoria episodi come questo risulta necessario per andare avanti nel corso della storia.
La tragedia di Marcinelle però continua nel tempo a dimostrazione di quanto fin qui sostenuto al riguardo dell’eterno sfruttamento della povera gente.
Ecco di seguito l’ultimo fatto luttuoso che colleghiamo idealmente proprio a quanto avvenuto in Belgio sessantadue anni or sono:
“Ennesima tragedia della strada nel foggiano. Dodici persone, tutte migranti, sono morte nell’incidente stradale avvenuto nel pomeriggio di lunedì 6 agosto, lungo la statale 16 all’altezza dello svincolo per Ripalta, nelle campagne di Lesina. Un furgone con targa bulgara con a bordo tutti passeggeri extracomunitari, si è scontrato frontalmente con un camion carico di farinacei. I migranti, prevalentemente africani, così come già accaduto non avevano con sé documenti di riconoscimento, pertanto risulta difficile l’identificazione. Una tragedia, dunque, che avviene a distanza di pochi giorni dall’altro sinistro stradale mortale avvenuto lungo la provinciale 105 tra Castelluccio dei Sauri e Ascoli Satriano dove sono deceduti 4 braccianti agricoli impegnati nella raccolta del pomodori.”
“PROLETARI DI TUTTI I PAESI UNITEVI !”
Ricordiamo sinteticamente i fatti di Marcinelle:
Una delle più gravi tragedie minerarie della storia si verificò l’8 agosto 1956, nella miniera di carbone di Bois du Cazier (appena fuori la cittadina belga di Marcinelle) dove si sviluppò un incendio che causò una strage.
262 minatori morirono, per le ustioni, il fumo e i gas tossici. 136 erano italiani. Causa dell’incidente fu un malinteso sui tempi di avvio degli ascensori. Si disse che all’origine del disastro fu un’incomprensione tra i minatori, che dal fondo del pozzo caricavano sul montacarichi i vagoncini con il carbone, e i manovratori in superficie. Il montacarichi, avviato al momento sbagliato, urtò contro una trave d’acciaio, tranciando un cavo dell’alta tensione, una conduttura dell’olio e un tubo dell’aria compressa.
Erano le 8 e 10 quando le scintille causate dal corto circuito fecero incendiare 800 litri di olio in polvere e le strutture in legno del pozzo. L’incendio si estese alle gallerie superiori, mentre sotto, a 1.035 metri sottoterra, i minatori venivano soffocati dal fumo. Solo sette operai riuscirono a risalire. In totale si salvarono in 12.
Il 22 agosto, dopo due settimane di ricerche, mentre una fumata nera e acre continuava a uscire dal pozzo sinistrato, uno dei soccorritori che tornava dalle viscere della miniera non poté che lanciare un grido di orrore: «Tutti cadaveri!».
Ci furono due processi, che portarono nel 1964 alla condanna di un ingegnere (a 6 mesi con la condizionale). In ricordo della tragedia, oggi la miniera Bois du Cazier è patrimonio Unesco.
La tragedia della miniera di carbone di Marcinelle è stata soprattutto una tragedia degli italiani immigrati in Belgio nel dopoguerra.
Tra il 1946 e il 1956 più di 140mila italiani varcarono le Alpi per andare a lavorare nelle miniere di carbone della Vallonia. Era il prezzo di un accordo tra Italia e Belgio che prevedeva un gigantesco baratto: l’Italia doveva inviare in Belgio 2mila uomini a settimana e, in cambio dell’afflusso di braccia, Bruxelles si impegnava a fornire a Roma 200 chilogrammi di carbone al giorno per ogni minatore.
Il nostro Paese a quell’epoca soffriva ancora degli strascichi della guerra: 2 milioni di disoccupati e grandi zone ridotte in miseria. Nella parte francofona del Belgio, invece, la mancanza di manodopera nelle miniere di carbone frenava la produzione. Così si arrivò al durissimo accordo italo- belga.
Tra il 1946 e il 1956, quasi 500 operai italiani trovarono così la morte nelle miniere belghe, senza contare il lento flagello delle malattie d’origine professionale, tra cui la silicosi che mieterono vittime ancora per decenni, in molti casi senza alcun riconoscimento delle malattie professionali.
lunedì 6 agosto 2018
IL NUOVO QUESTORE DI LIVORNO SI PRESENTA
Negli scorsi giorni a Livorno è stato presentato il nuovo questore Lorenzo Suraci,e quale più bella occasione di dare sfoggio di manganellate e violenza poliziesca che la festa di Effetto Venezia,nello specifico presso lo spazio occupato Refugio,luogo storico delle lotte non solo livornesi.
Sito nel quartiere Venezia nella scorsa settimana il Refugio è stato sede di concerti e dibattiti,e lo striscione appeso fuori che recita"Effetto Pd e Lega-5 Stelle:11 aggressioni in 50 giorni.Il vostro razzismo è emergenza.Il vero cambiamento:casa,lavoro e reddito per tutti.Lega fuorilegge"dapprima lasciato lì visto che le persone presenti erano centinaia,è stato tolto a forza per l'intervento della polizia intervenuta in forze e all'una e mezza di notte quando c'era meno gente.
Ovviamente il tutto non è stato compiuto senza la resistenza di decine di persone che disarmate si erano messe a difesa dello spazio sociale e dello striscione considerato offensivo verso i poteri forti difesi dai questorini di turno.
Un segnale forte e chiaro di Suraci che deve stare attento perché Livorno non è una qualsiasi città italiana,ma un posto,fortunatamente,dove la lotta è dura e fiera,i giovani e i meno giovani hanno i controcoglioni e soprattutto la solidarietà senza confini dei livornesi è l'arma in più di questa gente splendida.
Articolo di Senza Soste:effetto-governo-la-polizia-carica-sugli-scali del Refugio .
Effetto Governo: la polizia carica sugli scali del Refugio per rimuovere uno striscione contro la Lega
La prima giornata di Effetto Venezia si conclude con una violenta azione di polizia ai danni dello spazio del Refugio. Diversi i feriti.
La prima serata di Effetto Venezia era ormai conclusa quando sugli Scali del Refugio sono comparse due camionette delle polizia coordinate dagli agenti della Questura di Livorno. E’ l’1.30 di notte e pochi minuti dopo gli agenti sono già schierati sulla strada che porta allo spazio occupato del Refugio con l’obiettivo di rimuovere con la forza lo striscione issato nel pomeriggio dagli organizzatori, che recita: “Effetto Pd e Lega-5 Stelle: 11 aggressioni in 50 giorni. Il vostro razzismo è emergenza. Il vero cambiamento: casa, lavoro e reddito per tutti. Lega fuorilegge”. Vano il tentativo di trovare una mediazione. “E’ tardi” rispondono gli agenti e partono le cariche, violente e ripetute sui presenti che tentano di opporsi, disarmati. Le manganellate vanno avanti per circa mezz’ora macchiando di sangue il debutto della principale festa cittadina. Nel frattempo i Vigili del Fuoco rimuovono lo striscione in mezzo all’incredulità del centinaio di persone ancora presenti nel quartiere o richiamate dalle urla della strada.
Questo il pessimo epilogo di una giornata che già dal pomeriggio aveva vissuto momenti di tensione. Dopo l’affissione dello striscione alcuni agenti erano intervenuti per sollevare alcune obiezioni circa i contenuti dello stesso, ma dopo un breve confronto con gli organizzatori la questione sembrava risolta. Le iniziative dello spazio, abitualmente tra i più frequentati della festa, sono state svolte regolarmente, ma al momento della chiusura la polizia si è ripresentata in assetto antisommossa, approfittando del ridotto numero dei presenti. Gli organizzatori, nonostante la tensione stesse salendo, si sono resi disponibili a rimuovere la parte dello striscione contestata (“Lega fuorilegge”), ma dopo un consulto (presumibilmente con il nuovo Questore), la polizia ha ribadito la necessità di rimuovere completamente lo striscione. Alla richiesta dei presenti di posticipare la rimozione in un momento di maggior quiete, visto che lo spazio era ancora abbastanza affollato, la polizia ha insistito sulla propria posizione. Pochi attimi dopo, gli Scali del Refugio sono diventati un Far West, con la polizia che è avanzata con cariche e manganellate, causando diversi feriti, e scatenando l’ira dei presenti.
“Tengo molto all’immagine della Polizia con la P maiuscola, dei suoi agenti e per questo all’operatività dei poliziotti”. Così si era presentato oggi alla stampa Lorenzo Suraci, il nuovo Questore di Livorno, e in questo suo primo giorno di attività ha dato subito prova delle sue intenzioni e dell’indirizzo voluto dal governo che lo ha scelto per gestire l’ordine pubblico. Caricare a freddo gli organizzatori di uno spazio sociale storico della Venezia per rimuovere uno striscione critico verso il governo è già un punto di non ritorno e un’offesa indelebile per tutti quelli che hanno a cuore gli spazi di espressione della città.
Crediamo che questa edizione di Effetto Venezia sia ormai compromessa da questa scellerata azione di polizia e che sia il caso che le forze sociali e politiche sia esprimano con fermezza sull’accaduto.
L’Effetto del Governo è piombato su Livorno con una sventagliata ingiustificata di manganelli.
Occorre reagire e subito.
Redazione
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sabato 4 agosto 2018
ABROGARE UN MINISTRO
Capita che in una legislatura nata dal"Prima gli italiani"targato Lega e Cinque stelle accada che il ministro della famiglia tiri fuori,complice forse l'afa opprimente oppure con più probabilità la limitatezza cerebrale,la boiata dell'abrogazione della legge Mancino(vedi anche:madn salvinilaizzatore-contro-i-piu-deboli ).
Nata nel 1993 come aggravante per i reati di matrice razzista e nazifascista questa legge che come quella Scelba spesso non viene applicata,è uno dei pochi baluardi in difesa della violenza di questi mentecatti che ora sono al governo:infatti a parte le opposizioni,il premier Conte e il Presidente della Camera Fico che hanno subito detto che questo è un insulto alla Repubblica,altri come Fratelli d'Italia e Salvini hanno detto che è una cosa giusta mentre Di Maio se ne lava le mani non commentando ma asserendo che non è nel piano del governo.
L'articolo di Contropiano(salvini-e-fontana-sono-solo-dei-fasciorazzisti )parla delle parole di Fontana e la speranza che cadendo la legge Mancino quelli come lui possano risultare impuniti facendo sia propaganda che atti violenti sulla base di teorie razziste e di una presunta superiorità che non sta né in cielo né in terra.
Salvini e Fontana sono solo dei fasciorazzisti che vogliono l’impunità.
di Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)
Se per qualcuno ci fosse ancora bisogno di prove, con l’ultima uscita del ministro della famiglia ariana Fontana, che si espresso a favore dell’abrogazione della legge Mancino, ora c’è la definitiva prova legislativa. Salvini, che ha subito dichiarato il suo pieno accordo con il ministro, e i suoi fedelissimi sono dei fascisti che sanno di essere e vogliono essere impunemente dei fascisti.
La legge Mancino è una legge del ’93 che punisce l’odio razziale e la propaganda razzista e nazifascista. Se atti di violenza vengono commessi con intenti razzisti e nazifascisti, questi ultimi per la legge ne costituiscono una aggravante.
Il concetto è lo stesso dell’associazione mafiosa, che costituisce un reato in sé ed una aggravante per gli altri reati commessi con il suo fine.
Se c’è una critica da fare alla legge Mancino è che troppo raramente essa viene applicata e che il suo scopo fondamentale – affermare che il razzismo ed il nazifascismo sono crimini e non idee – spesso viene aggirato.
Fontana e Salvini però non si accontentano di questa diffusa inapplicazione della legge, ne vogliono proprio l’abrogazione.
Perché? Perché Salvini ed i suoi, dopo aver negato che in Italia esista il razzismo, ora vogliono abolire la legge che persegue un reato che secondo loro non viene commesso? Non vengono in mente quei mafiosi che gridano che la mafia non esiste e per questo chiedono proprio l’abolizione del reato di associazione mafiosa? Queste contraddizioni conducono ad una sola risposta: si vuole abolire la legge non perché il reato sia inesistente, ma per renderlo impunito.
Salvini e Fontana semplicemente vogliono che il razzismo ed il nazifascismo siano considerati opinioni legittime come tutte le altre. E vogliono ottenere questo perché vogliono usare razzismo e nazifascismo come strumenti di potere. Fontana è il ministro di una famiglia sempre più impoverita dalle ingiustizie sociali. Egli pensa di governare inneggiando alla famiglia bianca, italiana, razzista. E Salvini sta con lui proprio per questo.
Chi a sinistra ha creduto davvero che i leghisti fossero una alternativa al potere ora ha l’ultima possibilità di ricredersi prima di essere definitivamente inglobato nella loro melma reazionaria. Il fascioleghismo di Salvini non è una alternativa al potere, ma una sua mostruosa risorsa.
La Costituzione antifascista ancora in vigore ripudia anche solo come concetti ciò che Salvini e Fontana vogliono far diventare principi di governo, ma essi possono opporre che i governi passati hanno violato quella Costituzione distruggendo tanti diritti sociali . In fondo si tratta solo di sostituire ai valori del mercato, finora dominanti, quelli della razza.. Perché scandalizzarsi non hanno forse vinto le elezioni con “prima gli italiani”?
Sì, siamo arrivati alla richiesta di piena legittimazione del nazifascismo e Salvini e Fontana possono farlo proprio perché le politiche economiche e sociali del passato hanno rinnegato i valori fondanti della Costituzione antifascista. Questo naturalmente non li legittima, essi vanno spazzati via e ricacciati nei rifiuti della storia da cui sono usciti. Ma la scopa che lo farà dovrà essere in grado di fare una pulizia ben più ampia, liberandoci dal marciume liberista da cui Salvini è spuntato fuori.
La legittimazione del nazifascismo deve ricevere un ripudio politico e morale e non servirà dichiarare che non è nel contratto di governo per fermarla. Così come non servirà contrapporle le politiche liberali e liberiste dei governi passati. La forza di Salvini sta nell’avere come alleato il M5S e come oppositore il PD, due partiti che hanno fatto del rifiuto delle ideologie la loro bandiera e che per questo sono preda di tutte le peggiori ideologie momentaneamente trionfanti.
Salvini e Fontana sono semplicemente dei fasciorazzisti che vogliono l’impunità per i fasciorazzisti e saranno sconfitti solo dall’intransigenza assoluta verso la loro ideologia e le cause sociali e morali che l’hanno fatta rinascere.
giovedì 2 agosto 2018
PD,LEGA E 5 STELLE D'ACCORDO COL JOB ACT
Come spesso accade in politica scelte fatte spesso sulle spalle degli altri,in un arco temporalmente breve,vengono dimenticate oppure usate in maniera subdola ma anche ipocrita come accaduto in questi giorni da parte dello sconfitto Pd sul tema dell'articolo 18.
Nell'articolo(left il-macabro-ballo-intorno-allarticolo-18 )la storia dell'emendamento di Liberi e uguali inerente al Decreto dignità con la relativa richiesta dalla reintroduzione dell'articolo 18 soppresso nel governo precedente da Renzi & co.(Confindustria quella che ne ha più beneficiato)nell'attuazione del famigerato job act.
Quelli che avevano promesso battaglie per l'abolizione del sovra citato decreto,i grillini,assieme alla Lega hanno bocciato l'emendamento,ma il Pd che l'aveva proposto,sostenuto e attuato in maniera vergognosa nei confronti dei lavoratori si è addirittura astenuto...nemmeno la coerenza di votare contro ad una proposta di abolizione di un lavoro da loro portato a termine.
Che dire poi della scelta di Di Maio e Salvini,visto che non approvando l'emendamento Leu hanno di fatto sostenuto tacitamente che il lavoro fatto da Renzi non era poi così male,tutta gente di cui non bisogna avere nessuna pietà.
Il macabro ballo intorno all’articolo 18.
di Giulio Cavalli
Sì, è vero, il Movimento 5 Stelle aveva promesso in campagna elettorale di reintrodurre l’articolo 18 e non ha mantenuto la promessa (come probabilmente accadrà per il TAP). È vero anche che il reddito di cittadinanza al momento appare piuttosto lontano e che difficilmente le persone che li hanno votati si accontenteranno di risparmiare le briciole con l’aereo di Renzi (che non era di Renzi) o con l’espulsione del deputato velista e assenteista (che continua a essere parlamentare nel Gruppo Misto per assurdo guadagnando di più). Ma non è di questo ora che mi interessa parlare. No.
Perché intorno all’articolo 18 ieri si è consumato un macabro balletto che ha confermato, nel caso ce ne fosse bisogno, che con questa opposizione, con questo PD, il cammino sarà torrido e lunghissimo. Ricapitolando: LEU propone un emendamento al Decreto Dignità chiedendo la reintroduzione dell’articolo 18, il famigerato articolo 18 e M5S e Lega bocciano l’emendamento. Si leva improvvisamente la protesta dei Democratici, tutti impegnati a raccontare che “Di Maio non mantiene le promesse” e rilanciando il fatto dappertutto. Badate bene: loro sono quelli che l’articolo 18 l’hanno tolto (con sontuosa soddisfazione di Renzi, Confindustria e compagnia cantante) e sono gli stessi che non devono avere letto che il loro Jobs Act piace a meno del 10% degli italiani secondo un recente sondaggio (che poi basterebbe il risultato delle elezioni, senza ulteriori sondaggi). Anzi, fanno di più: ne approfittano per rivendicare il loro Jobs Act. Così, in scioltezza. Geni.
Ma il bello deve ancora venire: uno pensa che se sono così convinti di avere fatto bene al governo avranno votato contro l’emendamento per la reintroduzione dell’articolo 18, no? E invece no. Si sono astenuti. E dentro quell’astensione c’è tutto il sotto vuoto spinto di un partito che ha presente chi siano i propri nemici ma appare piuttosto confuso sul da farsi e drammaticamente smemorato su ciò che ha fatto. Diventa difficile immaginare che siano credibili, Minniti mentre parla degli sbarchi in Libia o i padri del Jobs Act sul lavoro. La loro strategia (suicida) è che nei prossimi mesi gli elettori tornino a loro a mani giunte dicendo “avevate ragione, avevate fatto tutto giusto, bravi così”? Sì, ciao. Proprio ieri, intanto, Gori e Calenda si sono accorti che negli ultimi anni c’è stato un fenomeno di accumulazione delle ricchezze che ha impoverito quelli più in basso. Ma va?
L’articolo 18, intanto, viene usato ancora un volta come il fuoco intorno a cui inscenare il balletto, confidando che nessuno si accorga che nell’opposizione al Decreto Dignità il PD continua a sposare le posizioni di Confindustria. Forte questa opposizione: se domani tornasse il figliuol prodigo pentito (no, non Matteo, ma quello della parabola) lo lascerebbero fuori chiedendogli di ripassare dopo il congresso. Me li vedo, mentre litigano nascosti dietro allo spioncino.
Buon giovedì.
mercoledì 1 agosto 2018
SALVINI,L'AIZZATORE CONTRO I PIU' DEBOLI
Tornando su un tema che comunque è il principale della discussione sociale e politica italiana,quello legato ai fenomeni migratori e a quello parallelo del razzismo sempre più pratico che teorico,il breve articolo preso da Contropiano(il-ministero-dellodio-razziale )parla della legge Mancino,emanata proprio in un periodo durante il quale la Lega Lombarda,quella contro i terroni e Roma ladrona per intenderci,faceva il boom.
Nessuno capisce che il ministro dell'interno Salvini,ometto appositamente le maiuscole proprio per il mio sdegno verso questo coglione a due zampe,continua quello che ha sempre fatto da quand'era uno sbarbatello che aizzava i coglioni come lui alle varie lotte contro prima i meridionali,poi i romani,i marocchini,i rumeni,gli slavi,i rom,gli immigrati...insomma stagionalmente si inventa il nemico più debole contro cui tessere la sua propaganda politica razzista.
Un mezzo uomo pericoloso nonostante la sua capacità intellettiva misera e soprattutto quella dei suoi sostenitori,capaci di agire in maniera violenta e diretta,come solo le bestie sanno fare,istinto senza nessun pensiero sulle conseguenze,in una parola merde.
Il ministero dell’odio razziale.
di Sergio Scorza
Aggressioni e violenze di stampo razzista ormai non si contano più nel nostro paese. A febbraio una tentata strage a Macerata; poi l’assassinio di Idy Diene a Firenze e quello del giovane sindacalista USB Soumaila Sako in Calabria, tanto per citare gli episodi più gravi.
La violenza razziale non sta risparmiando nemmeno i bambini e un bimba Rom è ancora ricoverata in gravi condizioni all’ospedale Bambin Gesù dopo che un cinquantanovenne romano, appena qualche giorno fa, gli ha sparato addosso con un fucile ad aria compressa.
Nella sola giornata di ieri, in Sicilia ed in Campania, si sono verificate due brutali aggressioni razziste a distanza di poche ore l’una dall’altra.
Ma per Salvini il crescente clima di odio e di violenza razziale è “invenzione della sinistra” il quale, poi, non ancora contento, ha aggiunto “Gli italiani hanno finito la pazienza”.
La misura è colma. L’incitamento all’odio razziale è considerato reato penale se messo in atto da un normale cittadino e può essere perseguito ai sensi della legge 25 giugno 1993, n. 205, la cosiddetta “Legge Mancino” che punisce gesti, azioni e slogan aventi per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali, oltre all’utilizzo di simboli razzisti.
Ma se l’istigazione all’odio razziale promana direttamente da un ministro della Repubblica come la mettiamo? A questo punto ogni tatticismo diventa complicità.
Per quanto tempo ancora i Cinque Stelle pensano di tacere davanti a questo abominio? Fino a che punto dobbiamo ancora arrivare? Cosa aspetta la morente “sinistra” a cogliere questa occasione per prendere un’iniziativa all’altezza della gravità della situazione? Cosa aspettano gli “intellettuali” di questo paese ad invocare un’insurrezione delle coscienze?A quanta violenza razzista dovremo assistere ancora inerti?
Domani potrebbe essere già tardi.
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