venerdì 23 giugno 2017

IL BALLOTTAGGIO A CREMA

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Il ballottaggio a Crema.

A due giorni dal voto per il ballottaggio delle elezioni comunali che interesseranno anche Crema si è sentito di tutto e di più,immancabili sono arrivate proposte e promesse,si sono fatti sondaggi e scommesse su chi l’avrebbe spuntata almeno per il ballottaggio(era quantomeno impensabile che uno tra i candidati sindaco la spuntasse al primo turno e così è stato)in una campagna elettorale combattuta cercando talvolta di evidenziare i difetti altrui nei programmi elettorali piuttosto che diffondere e spiegare le proprie idee.
La mia breve esperienza di consigliere comunale mi ha permesso di apprendere meglio come si muovono i meccanismi della politica reale,di incontrare e conoscere i miei colleghi,assessori e sindaco oltre al personale del comune di Crema.
Un mondo strano dove ho potuto constatare che c’è gente che fa politica per passione,per cambiare davvero in meglio o cercare di farlo con tutti i suoi limiti ma anche con la possibilità concreta di poter dire e fare la sua.
E certa gente no,che guarda ai propri interessi e che ha sviluppato un narcisismo della propria persona al di fuori dell’immaginabile,persone che sono entrate nel piccolo mondo politico cremasco per fare(o cercare di realizzare)i propri comodi o quelli di chi li foraggia.
Dopo i primi mesi di disorientamento ho cominciato ad ingranare meglio e a districarmi nel mondo dell’amministrazione comunale ed  ho apprezzato maggiormente il lavoro e gli interventi di alcuni dei consiglieri mentre d’altro canto ritenevo aberrazioni certe proposte e certi fatti concreti che man mano venivano discussi,ma ognuno è libero di esprimere il proprio credo.
La campagna elettorale che ha voluto il distaccamento di una parte della sinistra dal dare l’appoggio alla candidata Bonaldi è stata vista da alcuni ex componenti della maggioranza precedente non come un vero e proprio tradimento ma come un tentativo di accaparrarsi il ruolo della sinistra più pura e vera,collocandosi in una lista sì politica ma aperta a persone al di fuori dei partiti.
Mentre il Pd è stato zitto senza commentare,penso la scelta migliore e credo abbia anche tirato un respiro di sollievo,i cugini di Sel/Si si sono dimostrati più col dente avvelenato in molte circostanze,attaccando sempre e comunque chi si è voluto portare fuori dall’ex coalizione di governo cittadino.
Parlo naturalmente a nome mio in quanto non iscritto ad alcun partito o movimento politico perché ritengo ad ora conclusa la mia breve esperienza da amministratore a Crema,e mi spiace perché c’è gente che,come del resto nella vita,appena giri le spalle è pronta a sputtanarti parlando male di te(nel contesto ampio di chi si rappresenta).
La scelta di Cambiare si può con Mimma Aiello candidata sindaco si è rilevata un flop(a questa coalizione era andata la mia preferenza l’undici giugno),ed anche ai pentastellati non è andata meglio visto che profetizzavano almeno l’ipotesi di un ballottaggio.
Sappiamo che sarà un testa a testa all’ultimo voto per domenica prossima,con un centrodestra agguerrito ed in rimonta rispetto ai dati iniziali e che potrebbe contare sui voti dei 5 stelle più propensi a politiche di destra e sicuramente al quasi 3% che ha votato Il popolo della famiglia,di chiaro stampo reazionario e questa percentuale ottenuta dagli “integralisti cattolici” mi preoccupa abbastanza.
Parlando della coalizione del candidato del centrodestra Zucchi che ha accomunato a se i voti dei vari Forza Italia,Lega Nord e gli altri partiti minori di destra oltre che alle liste civiche,non posso che esprimere il mio disappunto totale verso una coalizione dove il razzismo è stato un punto di forza(se non l’unico)della loro campagna elettorale.
Una lista “No invasione” per me non sarebbe nemmeno potuta presentarsi alle elezioni,già il nome dice tutto e ogni commento è superfluo e non meritano più delle tre righe che ho loro concesso.
Il resto è un barcamenarsi della solita politica contro il diverso,l’immigrato,il clandestino,chi ha la religione diversa da quella cattolica ma anche il credo politico e lo stato sociale,i poveri e gli emarginati,con promesse elettorali last minute proprio come ha insegnato l’ex premier Berlusconi.
Un carrozzone di personaggi che ahinoi hanno avuto anche tante preferenze personali che mi fanno pensare che molti cittadini di Crema vivano col paraocchi e che credano alle favole di questi urlatori che la domenica baciano le balaustre e che poi il resto della settimana se ne fregano degli insegnamenti del Vangelo.
La politica della Bonaldi e del Pd in questi cinque anni ha compiuto anche delle azioni non contemplate nel programma elettorale scorso,prime tra tutte le privatizzazioni dei beni pubblici comunali,vuoi per i diktat proposti dal governo Renzi e da quelli precedenti,vuoi per fare cassa e rendere felici politici al di sopra della loro gerarchia.
Fin quando c’è stato da votare a favore lo si è fatto,quando le cose non andavano bene per il mio punto di vista e di quello del partito che rappresentavo(Rifondazione comunista)si è discusso,fatto battaglia e alla fine spesso si è perso.
Una cosa è da sottolineare però ed è quella che la maggioranza non si è mai tirata indietro e sempre compatta ha lottato per i diritti sociali e civili delle persone,di tutti gli uomini,donne e bambini di questa città,di ogni colore o professione religiosa,un’amministrazione che è sempre stata accogliente e solidale.
E tutto ciò conta eccome nel voto del ballottaggio,ci mancherebbe,non si potrà mai consegnare la città in mano ad un manipolo di razzisti e gente che fa i propri comodi,che parla di giustizia e di famiglia ma che poi ha passati e presenti discutibili.
Si è parlato anche di chi c’è dietro a questo o a quell’altro candidato,le lobbies che sicuramente ci sono da entrambe le parti e che tutti riconoscono,ognuno è sponsorizzato da esterni che hanno i loro comodi da fare tramite le scelte politiche.
E se rientra nella legalità tutto ciò è ammesso,io ho sempre votato,sia pro che contro,seguendo e studiando per quello che riuscivo a comprendere o basandomi sui consigli di persone più esperte o preparate di me,e ho sempre giudicato conforme alla legge ciò che è stato approvato o meno dal consiglio comunale.
Anche perché se si viene a conoscenza di passaggi o di iter non propriamente rientranti nella legalità si ha l’obbligo di denunciare se si ha il solo sospetto che qualcosa non vada bene.
Per concludere bisogna fare un distinguo tra la politica locale e quella nazionale,di sicuro il Pd nel contesto italiano ha fatto più danni che opere utili,decisioni che poi si sono rovesciate sulle amministrazioni locali con effetti traumatici,e rispetto le decisioni di votare Zucchi o la Bonaldi,di astenersi o di votare scheda bianca o annullarla.
Anzi il partito dell’astensione che è ormai il primo in Italia ed in città sarà determinante nell’esito di domenica 25 così come nelle prossime tornate elettorali o referendarie,e ritengo,pur sempre nel rispetto,il non votare uno sfregio a chi ha combattuto anche a costo della vita per poterci dare il diritto al voto.
Di autocritica tutti la dobbiamo fare,alcuni cercano di guardare agli errori passati per poter proseguire meglio mentre altri non lo fanno e vanno avanti a commettere gli stessi sbagli o creandone dei nuovi,ognuno ha la sua testa per pensare ma io non voglio avere una città in mano al centrodestra.

ANCORA INDAGINI SU EXPO(E NON FINISCE QUI)


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Si era già detto parecchi mesi fa,per la verità molti anni prima che l'Expo 2015 milanese cominciasse,che le indagini e le relative condanne(o assoluzioni)si sarebbero protratte per molti anni e la notizia del sindaco Sala indagato per quell'evento(per la seconda volta,vedi:madn le-capitali-ditalia-senza-pace e relativi links sui reali numeri di Expo)ne è la triste conferma.
Un'inchiesta per la post datazione di appalti milionari sul verde nella kermesse meneghina che fu il tripudio della retorica politica del volemose bene tra piddini e centrodestra lombardo che avviene quando c'è da spartirsi la torta oltre che l'esaltazione della gratuità del lavoro volontario.
L'articolo preso da Infoaut(il-marcio-senza-fine )parla di tutto questo e di Sala che poi divenne sindaco di Milano(nemmeno peggiore del falso progressista Pisapia),un pezzo d'uomo super partes,una sorta d'integerrimo personaggio intoccabile ed incorruttibile,salvo le decisioni che prenderanno a breve sul suo conto.

Il marcio senza fine di Expo:nuova indagine su Sala.

Continua a disvelarsi, a più di due anni di distanza, il marcio nascosto dietro le luminose e scintillanti vetrine di Expo.

In questo caso non si parla dello sfruttamento spacciato per opportunità a migliaia di giovani che lavorarono gratis al mega-evento milanese, ma dei giri di soldi e delle pratiche di corruzione che avvennero dietro le quinte.
Leggiamo dai giornali che il sindaco di Milano Sala è infatti indagato per turbativa d'asta in merito all'assegnazione di alcuni appalti, accusa che si va ad aggiungere a quella per aver retrodatato alcuni documenti relativi per cui lo stesso primo cittadino meneghino aveva subito un primo avviso di garanzia.
La risposta di Sala è una sorta di difesa etica, nella quale si rivendica lo sforzo intrapreso per aver fatto grande Milano attraverso Expo, facendo di fatto passare il messaggio che anche alcune pratiche poco lecite, casualmente finalizzate a favorire gli amici degli amici, sarebbero da considerare piccoli incidenti di percorso, dei mali minori sacrificati ad un bene più grande: quello di chi con Expo ci ha guadagnato gran soldi.
Del resto l'arroganza di Sala si era già manifestata quando, in seguito alla prima notifica di accusa, il sindaco si era auto-sospeso per quattro giorni in una sceneggiata che ancora una volta mostrava chiaramente l'attitudine a prendere per il culo chi assisteva alla scenetta.
Prese in giro come quelle subite dalle migliaia di giovani che oggi di Expo hanno in mente soltanto il ricordo dello sfruttamento a cui sono stati sottoposti, e che subiscono tuttora tra voucher che scompaiono e ritornano, contratti sempre più precari e prese in giro costanti quando si delineano le politiche che dovrebbero invertire la situazione, a partire dagli stessi ministri del Lavoro come Poletti che magnificarono magnificarono le "competenze" acquisite col lavoro gratis all'evento milanese..

giovedì 22 giugno 2017

LE ENNESIME CONDANNE DI STRASBURGO PER IL REATO DI TORTURA


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L'Italia,quasi sempre nel male che nel bene,deve sempre differenziarsi da quello che si fa nel resto dell'Europa,e la discussione sul reato di tortura è sempre stato motivo di richiamo da parte di Strasburgo e della Corte europea dei diritti umani.
Abbozzando una legge su questo infame reato(madn una-legge-che-ha-perso-il-suo significato originario )arrivando addirittura all'astensione dall'approvazione del suo primo firmatario in quanto ci sono stati tagli ed omissioni nel proseguo della stesura del testo,l'Europa nuovamente ci tira le orecchie in quanto le leggi italiane sono inadeguate a punire e prevenire gli atti di tortura delle forze dell'ordine e condannato il belpaese per non avere punito in modo adeguato i responsabili degli atti compiuti ai danni di diverse persone.
Ogni riferimento alla Diaz è ovvio in quanto al contrario c'è stata gentaglia che per quella macelleria messicana è stata promossa di grado(De Gennaro,Scajola,Mortola solo per citare qualche nome,vedi anche:madn la-nomina-della-vergogna )e ancora in Italia non esistono accertamenti per l'uso di droghe da parte dei poliziotti e non esistono numeri identificativi sulle divise(madn identificazione-e-test-antidroga.obbligatori per gli sbirri )anche se si dovrebbe fare una selezione mentale innanzitutto.
Della prima parte dell'articolo la fonte è Repubblica(news/reato_tortura )mentre la seconda parte strettamente collegata alla questione della tortura e dell'abuso in divisa(contropiano chi ci-difende-dalla-polizia? )ci racconta dell'uso sempre più sistematico della violenza e della repressione da parte delle forze del disordine dopo i decreti Minniti.
Prendendo ad esempio gli ultimi fatti di Roma(intimidazioni ad un avvocato e a tutta la gente attorno a lui durante la giornata internazionale del migrante),di Aulla e della Lunigiana(madn piccoli-sceriffi-torturatori-di.provincia )e Torino(madn la-politica-del-manganello-dopo-i disastri di piazza san carlo ).

Reato di tortura, da Strasburgo un'altra condanna all'Italia per la Diaz.

La Corte europea dei diritti umani definisce "inadeguate" le leggi italiane in relazione alle violenze nella scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001. Ma la riforma che prevede l'istituzione del reato oggi ha avuto il via libera il Commissione giustizia e lunedì il testo torna in Aula a Montecitorio.

Strasburgo-Le leggi italiane sono inadeguate a punire e quindi prevenire gli atti di tortura commessi dalle forze dell'ordine. L'ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che ha condannato ancora una volta l'Italia per gli atti di tortura perpetrati dalle forze dell'ordine nella notte tra il 20 e 21 luglio 2001 nella scuola Diaz, ai margini del G8 di Genova, ai danni di diverse persone. La Corte ha anche condannato l'Italia per non aver punito in modo adeguato i responsabili.

La condanna emessa oggi dalla Corte di Strasburgo ricalca, in sostanza, quella che i giudici avevano pronunciato due anni fa sul caso di Arnaldo Cestaro, in cui domandavano all'Italia di introdurre il reato di tortura nell' ordinamento nazionale. E segue di un giorno la lettera inviata alle autorità italiane dal commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Nils Muiznieks, in cui sono espresse preoccupazioni per il testo ora all'esame del Parlamento italiano.

A presentare ricorso contro l'Italia per le torture subite alla Diaz, nonché per la mancata identificazione e quindi condanna, dei responsabili e l'assenza di un reato di tortura nella legislazione italiana, sono state 42 persone di varie nazionalità che all'epoca dei fatti avevano tra i 20 e i 64 anni. Il ricorso è stato inviato alla Corte di Strasburgo all' inizio del 2013 e comunicato al governo affinché potesse difendersi il 10 novembre 2015, 4 mesi dopo che la Corte di Strasburgo aveva condannato per la prima volta l'Italia, nel caso Cestaro, esattamente per gli stessi motivi.

La sentenza di oggi stabilisce che i ricorrenti sono stati torturati, i responsabili non sono stati puniti come avrebbero dovuto e l'Italia non ha una legge che criminalizzi adeguatamente e quindi prevenga la tortura. La Corte, che ha radiato dal ruolo 13 dei ricorrenti, ha riconosciuto agli altri 29 indennizzi che variano tra i 45 e 55 mila euro per danni morali.

LE SEI RIFORME DA NON TRADIRE PRIMA DEL VOTO

Davanti ai giudici di Strasburgo sono ancora pendenti diversi ricorsi, sempre incentrati sul reato di tortura, relativi ai fatti del G8 di Genova, in particolare a quanto accaduto nella caserma di Bolzaneto. Si tratta in particolare dei ricorrenti che non aderito al patteggiamento raggiunto con alcune delle vittime del Bolzaneto dal governo italiano lo scorso aprile sulle cause intentate presso la Corte.

Il riconoscimento del reato di tortura è una delle sei riforme indifferibili che il governo dovrebbe, per civiltà, riuscire a chiudere prima della sua scadenza.

In questo senso, oggi un piccolo passo avanti è stato fatto: la commissione Giustizia della Camera ha dato il suo via libera all'istituzione del nuovo reato di tortura. L'organo parlamentare, guidato da Donatella Ferrante (Pd), ha votato il mandato al relatore Franco Vazio (Pd), di riferire sul provvedimento lunedì 26 giugno, giorno il cui il provvedimento va alla Camera.  Il testo, che è stato approvato senza modifiche così come licenziato dal Senato, arriverà a Montecitorio alla sua quarta lettura: dopo l'approvazione del Senato nel marzo 2014, il provvedimento era stato approvato dalla Camera con modifiche il 9 aprile 2015. Il Senato lo ha poi approvato con ulteriori modifiche il 17 maggio 2017.

La commissione giustizia della Camera ha respinto tutti gli emendamenti dunque il testo che approda in aula è identico a quello trasmesso dal Senato e fortemente contestato da chi ne fu il primo relatore, Luigi Manconi, diverse associazioni tra cui Amnesty international e Antigone e anche da Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, morto nel 2009 mentre si trovava in arresto per
detenzione di sostanze stupefacenti: lascerebbe aperte molte ambiguità ed è lontano dagli standard internazionali del diritti umani. Lunedì in aula si svolge la discussione generale ma l'esame del testo potrebbe slittare alla settimana successiva.

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Chi ci difende dalla polizia?

Torino, Roma, Aulla. Tre punti segnano un cerchio. E in questo paese i “punti critici” che si vanno accumulando sono così tanti che ormai ci si potrebbero tracciare molti cerchi concentrici. Insomma, un bersaglio da poligono…
Mettiamo in fila solo i fatti degli ultimi giorni, con al centro le varie polizie operanti sul territorio e tralasciando tutti i casi in cui ad essere coinvolti sono stati gli attivisti sociali o sindacali.
In Lunigiana, territorio da decenni privo di qualsiasi serio problema di criminalità o conflitto sociale, due intere stazioni dei carabinieri sono state messe sotto inchiesta – con arresti, sospensioni dal servizio, avvisi di garanzie e intercettazioni – perché da anni angariavano chiunque capitasse loro a tiro: piccoli spacciatori, immigrati, tossicodipendenti e persino una sarta “rea” di aver chiesto troppo per un lavoro. Un caso, un bel cesto di “mele marcite”, ma non confondete la parte con il tutto, le forze di polizia sono sane…
A Roma, martedi, per la giornata internazionale del migrante – iniziativa dell’Onu, tramite l’Unhcr (presieduta a lungo da Laura Boldrini…) – si teneva al Pantheon una tranquillissima chiacchierata pubblica sul tema, con ovvie critiche all’”Europa dei muri e dei respingimenti”, in linea con quanto andava dicendo in quei minuti Papa Bergoglio. Un giovane avvocato che ha seguito diversi casi giudiziari è intervenuto criticando – sul piano tecnico-giuridico – l’impianto del famigerato “decreto Minniti” in materia di immigrazione (ora diventato legge grazie anche ai voti dei bersanian-dalemiani…). La polizia è allora scattata in modo molto minaccioso, forzando l’avvocato a mostrare i documenti per l’identificazione. Alle proteste degli astanti, il folto plotone di poliziotti li ha circondati e identificati tutti (compreso forse qualche turista di passaggio).
A Torino ieri sera, una folle carica contro tutti i cittadini che in piazza Santa Giulia stavano passando una normale serata d’estate. Pretesto: alcuni agenti, poco prima, era stati allontanati dalla folla dopo una lunga serie di “accertamenti” condotti in modo decisamente invadente. Il “pattuglione” (diversi blindati pieni di uomini in assetto da battaglia) che sembrava essersi allontanato è ricomparso a quel punto all’improvviso scatenandosi in un pestaggio di massa che ha lasciato di stucco anche La Stampa (mentre trovava l’infame plauso di Repubblica).
Che cosa scateni la piazza e la violenza è un mistero. Davanti ad un locale volano i primi spintoni, e i poliziotti vengono allontanati. Cade a terra un oggetto. I filmati lo mostrano. Sembra una radio. Gli agenti in borghese tornano indietro per riprenderselo. Chi li insegue cerca di appropriarsene. Ed è il delirio. Volano calci, pugni, spintoni. I 100 o forse più che protestano si scatenano. È un attimo e la scena cambia ancora. In piazza ripiombano gli agenti del reparto anti-sommossa. Entrano in massa da via Giulia di Barolo e travolgono tutto. Vanno a dare la caccia a chi ha aggredito i colleghi in borghese. Manganelli e gente in fuga. Tavolini e sedie travolti. Botte davanti ai bar e bottiglie che volano, la tranquilla movida di Vanchiglia diventa battaglia, e non è un’esagerazione. Volano sedie e si schiantano piatti, bicchieri caraffe e bottiglie. Chi cena fugge terrorizzato. Ancora botte davanti ai locali. Urla, pianti, e sirene e altri agenti.
Nel bar dove fanno l’aperitivo, dove ci sono mamme con i piccoli in braccio, papà che giocano e scherzano, la gente si rifugia nel locale. Manganellate anche lì. E la gente scappa. Sono dieci minuti di delirio. Che lasciano un tappeto di rottami.
E che questa sia una reazione isterica della piazza lo si è visto qualche attimo prima che gli agenti in borghese e la dottoressa che dirigeva il servizio fossero assaliti. Lo si è visto quando dei ragazzi «normali» si sono messi ad urlare insulti e minacce in faccia ad una incolpevole poliziotta senza divisa: «Vai via p…! Devi andare via da qui. Vai via».
Ci scuserete la lunghissima citazione da La Stampa, ma bisognava lasciar parlare un cronista che certo non è accusabile di pregiudizi nei confronti degli agenti. Solo così, infatti, emerge la logica spietata della rappresaglia messa in pratica dal “pattuglione”. Che a sua volta era una invenzione di quel Mario Scelba, negli anni ‘50-’60, eredità diretta delle squadracce fasciste inquadrate nella Milizia.
E’ una logica che inquadra la popolazione – tutta la popolazione – come potenziale nemico, oppure come mandria da guidare e disciplinare a colpi di frusta, contando sul banale principio militare per cui uno squadrone sottoposto a un comando centralizzato, addestrato a tecniche e tattiche militari anche elementari (da coorte romana, per capirci), è comunque più forte di una massa di persone prese a caso, davanti al pericolo costretta ad agire istintivamente come un branco.
Due sono gli elementi politici che ci sembra emergano da questi e ormai molti, troppi, altri episodi.
Nel governo centrale e ai vertici delle varie polizie si è preso atto di non avere più molti margini di mediazione sociale. I tagli alla spesa pubblica, imposti dall’Unione Europea e dalla Troika, impediscono di affrontare il conflitto (o anche solo il malessere) sociale con i classici strumenti del soft power riformista (compra, rassicura, sopisci, elargisci). Il decreto Minniti sull’ordine pubblico – gemello di quello contro i migranti, firmato anche dal ministro Orlando – formalizza nero su bianco l’impossibilità di usare altri strumenti al di fuori della forza della repressione. E dunque affida alle varie polizie poteri e margini d’azione prima impensabili, sottraendoli – nella misura del possibile (Aulla è troppo oltre…) – al vaglio della magistratura.
Non è una novità. Esattamente come il Jobs Act ha legalizzato forme di sfruttamento del lavoro prima illegali (ma non perseguite), così i “decreti Minniti” legalizzano comportamenti delle cosiddette “forze dell’ordine” prima perennemente a rischio di inchiesta penale.
Una decisione politica che prova ad anticipare il momento in cui il prevedibile conflitto sociale prossimo venturo potrebbe andare “fuori controllo” (se non c’è più mediazione possibile, sono incerti solo tempi e modalità).
Il secondo elemento è derivato, e pericolosissimo. Dalla massa degli uomini in arme e divisa, questo “legalizzazione” è stata capita come autorizzazione ad annullare i residui freni inibitori. Le scene di Torino raccontano di un apparato legalizzato che agisce largamente con motivazioni proprie e non istituzionali. Lo stesso precedente invocato a scusante (http://www.lastampa.it/2017/06/18/cronaca/carabinieri-aggrediti-ai-murazzi-durante-un-controllo-sui-venditori-abusivi-di-bibite-HWy9AHKqIgOZ9O8J75nP7I/pagina.html) è in realtà è una conferma piena di questa deriva in stile posse combattente.
E’ uno squarcio aperto sul futuro prossimo più infame. Quello in cui i “corpi intermedi” (partiti, sindacati, associazioni, ecc) vengono sostituiti dalle guardie dello sceriffo di Nottingham.
Un “mondo nuovo”, come si intuisce dalle immagini di Torino, che troppo somigliano a quelle viste a Genova nel luglio 2001. 

IL ROGO ANNUNCIATO DELLA GRENFELL TOWER


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Ad una settimana di distanza dal rogo annunciato della Grenfell tower a Londra,messo comunque come notizia principale dei notiziari anche se non si è trattato di un attentato terroristico ma presumo solo per il fatto dei due giovani italiani scomparsi nel devastante incendio(sennò sarebbe entrato nel dimenticatoio molto prima),propongo un articolo preso da Infoaut(london-is-burning )che mette in risalto una storia che va ripetendosi in molte metropoli mondiali.
Con zone una volta popolari che con la scusa della riqualificazione vengono in pochi anni diciamo ripulite degli originari abitanti con espropri e sfratti,con aumenti iperbolici degli affitti e dei prezzi di vendita degli immobili nonché con una politica condiscendente che nemmeno tanto all'ombra costringe chi rimane a trovarsi sempre più in difficoltà.
Molto peggio è capitato alle decine di persone soffocate,arse vive o morte lanciandosi dalle finestre di questo edificio ristrutturato solo di facciata(e non è un gioco di parole)con pochi interventi interni ed un abbellimento esteriore che è costato carissimo in vite umane.
Perché tutt'attorno nel quartiere sono sorti negli anni palazzi lussuosi,grandi magazzini,strutture sportive e sanitarie che possono essere usufruite dalle classi benestanti,e proprio per accontentare questi ultimi si è provveduto a cambiare d'abito alla Grefell tower con materiali consentiti ma molto infiammabili.
Cosa sottoscritta dagli inquilini che hanno sempre detto che quella scelta di materiali(strati di alluminio e di poliuretano con intercapedine che fa da effetto camino)avrebbe potuto provocare una strage così come è successo.

London is burning:un rogo di classe.

Tratto da I Diavoli.com Londra è una città rigidamente divisa in classi sociali e bantustan etnici, compartimenti stagni tanto sovrapponibili quanto impossibili da esondare. Mentre l’inchiesta giudiziaria stabilirà quale è stata la scintilla che ha materialmente scatenato le fiamme alla Grenfell Tower, i motivi dell’incendio già li conosciamo. Il rivestimento, usato per rendere digestibile la visione di questo palazzone agli abitanti dei quartieri ricchi ha preso fuoco in meno di cinque minuti.

“London’s burning! London’s burning! All across the town, all across the night” vomita nel microfono la voce rabbiosa di Joe Strummer nel lontano 1977, quando per dare l’assalto al cielo il proletariato metropolitano inventa nuove pratiche di sabotaggio che esondano dai luoghi del lavoro.
Quarant’anni dopo, quando i luoghi del lavoro sono scomparsi o sono stati delocalizzati, e il proletariato metropolitano è stato definitivamente sconfitto nella lotta di classe condotta dall’alto contro i poveri, Londra brucia di nuovo.
“Brucia la città, brucia per tutta la notte”. E’ un rogo di classe.
Brucia per tutta la notte la Grenfell Tower, grattacielo di edilizia popolare della zona di Hammersmith.
Brucia per tutta la notte Grenfell TowerBrucia per tutta la notte Grenfell Tower, e il proletariato urbano crepa, arso vivo o soffocato dal fumo. O lanciandosi dalle finestre.
Sopravvive un bambino che si lancia dal decimo piano. A decine ne muoiono. A decine sono scomparsi, a decine ricoverati in codice rosso.
Brucia per tutta la notte la Grenfell Tower, brucia perché i ricchi tutt’intorno non sopportavano di vedere quel grattacielo i cui muri si stavano scrostando.

Durante gli ultimi lavori di riammodernamento il grattacielo è stato ricoperto di un rivestimento a basso costo e altamente infiammabile. “Perché migliori l’aspetto esteriore [dell’edificio] quando è osservato dai quartieri limitrofi”, come è scritto nei documenti del consiglio di zonanei documenti del consiglio di zona che ha approvato i lavori nel 2014.
Documenti che insistono, in maniera parossistica, sulla “questione dell’aspetto esteriore”, “dell’apparenza”. Documenti che spiegano chiaramente come sia fondamentale proteggere “la condizione di vita dei quartieri limitrofi”, ovvero le enclavi del lusso di Ladbroke e Avondale, e in generale l’intera zona gentifricata e privilegiata di West London, che deve essere “protetta” dalla vista di quel mostro.
Per questo è messo quel rivestimento povero, strati di alluminio e poliuretano altamente infiammabili e dall’effetto di camera a gas. Per risparmiare. Per non disturbare la vista dei ricchi.
Grattacielo di 80 metri di altezza, 24 piani, 120 appartamenti capaci di contenere dalle 400 alle 600 persone, la Grenfell Tower viene costruita nel 1974 grazie al piano di edilizia popolare del già ricco Royal Borough of Kensington and Chelsea, in un’appendice di disagio urbano e melting pot fallito che sconfina oltre la Westway (la tangenziale ovest) nella zona povera e meticcia di Hammersmith.
Sono gli anni in cui a Ladbroke Road e Portobello Road le seconde e terze generazioni di immigrati caraibici si rivoltano contro la segregazione economica razziale. Gli anni in cui The Clash in White Man In Hammersmith Palais invocano la ribellione del proletario contro le false promesse del welfare state.

“White youth, black youth, better find another solution. Why not phone up Robin Hood, and ask him for some wealth distribution”, vomita nel microfono la voce sarcastica di Joe Strummer nel 1977. Non sarà il welfare state a salvarci, gli alloggi popolari a rendere la nostra vita degna. Scendiamo in piazza tutti insieme. Ribelliamoci. E i riots esplodono a Notthing Hill e Lewisham, Handsworth e Brixton.
Ma poi i ricchi vincono la lotta di classe. Lo stile punk è sussunto e canonizzato da un punto di vista estetico. La gentrificazione trasforma il mercato di Portobello e le zona di Hammersmith e Shepherd’s Bush in luoghi di culto, set di film e di spot pubblicitari.
I prezzi delle case aumentano a dismisura. I poveri sono cacciati.
Quelli che restano finiscono bruciati vivi.
Dal 1977 al 2017, la zona di Hammersmith ha subito una profonda trasformazione. Il centro commerciale di Westfield attrae ogni giorno decine di migliaia di visitatori e turisti altolocati. Tutto intorno Londra Ovest trasuda ricchezza e benessere. Le risacche di proletariato urbano, le escrescenze di povertà, sono sempre meno.
Quelle che restano vanno nascoste alla vista.
Lo fece anche la sanguinaria Junta Militar argentina quando ospitò i Mondiali di Calcio del 1978, innalzò a Buenos Aires un muro che nascondesse la miseria dei quartieri poveri agli occhi dei tifosi e dei giornalisti che dall’Europa giungevano per raccontare l’evento. Perché non deve farlo il democratico Royal Borough di Kensington & Chelsea per proteggere i turisti del lusso, i giovani designer, i producer, i lavoratori della City che scelgono West London come buen ritiro dopo una lunga giornata di lavoro?

Nel 2014 il KCTMO – Kensington and Chelsea Tenant Management Organisation (il dipartimento di urbanistica e gestione dell’edilizia popolare del quartiere di Kensington ndr.) – decide di avviare i lavori di riammodernamento del Grenfell Tower.
Vengono aggiunte alcune unità abitative, un nuovo ingresso, un asilo nido e una palestra di boxe. E’ rifatta completamente l’intera facciata dell’edificio, finestre dai doppi vetri, nuove condutture del gas. Un rivestimento impermeabile e, soprattutto, capace di riflettere negli occhi degli opulenti vicini una visione meno disgustosa della povertà. Capace di attenuare il disgusto per quei migranti – due sono italiani, Marco e Gloria, scomparsi – ammassati nel grattacielo.
Il KCTMO affida quindi i lavoriffida quindi i lavori, per un costo complessivo di 10 milioni di sterline, alla compagnia Rydon, che sul suo sito si vanta di aver offerto all’edificio “un look più fresco e moderno”.
Sempre Rydon racconta come Nick Paget-Brown, membro del Partito Conservatore e Presidente del consiglio di zona di Kensington & Chelsea, dopo una visita a lavori conclusi nel maggio dello scorso anno, si complimenti di come “in prima istanza il rivestimento del grattacielo ha migliorato il suo aspetto esterno”.
Ma come successe nel 2009 al Lakanal House di Southwark, anche qui qualcosa è andato storto.
Mentre l’inchiesta giudiziaria stabilirà quale è stata la scintilla che ha materialmente acceso il rogo di classe nella notte londinese, i motivi dell’incendio già li conosciamo. Il rivestimento, usato per rendere digestibile la visione di questo palazzone agli abitanti dei quartieri ricchi ha preso fuoco in meno di cinque minuti.
Lo spazio tra gli strati di alluminio e poliuretano ha alimentato le fiamme e mantenuto in circolo il gas.
Londra è una città rigidamente divisa in classi sociali e bantustan etnici, compartimenti stagni tanto sovrapponibili quanto impossibili da esondare. E il resto del paese è pure peggio. Chiunque parli o scriva di multiculturalismo e integrazione non è mai stato a Londra. O non l’ha mai capita.
Quando però “brucia la città, brucia per tutta la notte”, non si può fare finta di niente.
E così anche i tabloid più diffusi, che lavorano per i ricchi e sono comprati dai poveri, fulgido esempio di come la lotta di classe l’abbiano vinta i primi, sparano in prima pagina le iniquità sociali che hanno prodotto il disastro.
The Sun intervista Arnold Tarling. “Il rivestimento dall’esterno sembra molto carino, ma è composto di materiali di pessima qualità e strutturato in maniera assolutamente eccepibile, anche se i regolamenti lo permettono – dice l’esperto di sicurezza -. Quel rivestimento è un killer silenzioso. Questa era una tragedia che doveva solo accadere. I pannelli infiammabili e il rivestimento per abbellire la facciata hanno funzionato da camino”.
Il Daily Mail racconta  Daily Mail racconta di come Rydon, l’azienda che ha ottenuto l’appalto da 10 milioni dal Royal Borough di Kensington & Chelsea, abbia subappaltato i lavori della facciata al prezzo di 2,6 milioni di sterline a Harley Curtain Wall, compagnia dell’East Sussex che ha dichiarato fallimento due anni fa – e per questo non è perseguibile – per essere stata condannata a risarcire dei lavori fatti male, salvo essere stata subito inglobata nella Harley Facades Limited, il cui azionista di maggioranza è sempre Raymond Bailey.
Tutti sono concordi. I lavori di riqualificazione sono stati fatti al risparmio. I lavori di ammodernamento servivano solo a nascondere la povertà.

Londra è una città rigidamente divisa in classi sociali e bantustan etnici. L’uomo è scomparso. La città crudele ha divorato i suoi abitanti, il ghetto li ha digeriti.
Da una parte le gated communities per ricchi, dall’altra le zone per poverigated communities per ricchi, dall’altra le zone per poveri, e quando i secondi disturbano le prime, vanno eliminati.
Poco dopo la mezzanotte del 15 giugno 2017, dalle finestre, dalle terrazze e dai giardini dei loro appartamenti di lusso, negli occhi degli abitanti Kensington finalmente riposati e felici, messi al riparo dalla brutture dell’edilizia popolare, si è accesa la fiamma purificatrice della lotta di classe dall’alto.
“Black people gotta lot a problems, but they don’t mind throwing a brick. White people go to school, where they teach you how to be thick” implora nel microfono la voce rabbiosa di Joe Strummer nel lontano 1977, invocando una White Riot, una ribellione del proletariato meticcio, bianchi e neri uniti.
Ma la rivoluzione bianca è stata quella della Maggie’s Farm thatcheriana e della Cruel Britannia blariana, della vittoria dei principi di competizione e alla concorrenza intraspecifica stabiliti dalla scuola ordoliberale. Come il ceto medio è diventato proletario, così il bianco povero si è fatto negro. Per essere arso vivo.
Brucia per tutta la notte la Grenfell Tower. Mentre Joe Strummer è morto, The Clash non li ascolta più nessuno e le lotte del 1977 sbiadiscono e scompaiono in questo atroce 2017.
Perché oggi è il pubblico, lo Stato, ad avere fatto suoi quei principi di competizione e concorrenza. Come ha buon gioco a spiegare oggi Rydona spiegare oggi Rydon: “Tutti i lavori sono stati eseguiti seguendo le norme previste dalla legge”. E’ la legge che prevede che al proletariato urbano non siano concessa una vita dignitosa e una morte decente. E’ la burocrazia kafkiana che ha stabilito che i ricchi hanno vinto la lotta di classe contro i poveri.
Lo spiega David Collins, membro del Grenfell Action Group, il comitato di abitanti dell’edificio costituitosi oramai diversi anni fa.
“Abbiamo avvisato più volte il KCTMO di come durante i lavori di abbellimento della facciata non siano state tenute minimamente in conto tutte le problematiche riguardanti la sicurezza dell’edificio in caso di incendio – dice Collins a The Guardian – Abbiamo consegnato una petizione firmata da oltre il novanta percento degli abitanti. Il dipartimento non ci ha mai risposto”.
Sullo stesso quotidiano gli fa eco Judith Blakeman, consigliere di zona e membro del KCTMO.
“Ho consegnato personalmente al dipartimento e al comune almeno 19 richieste di chiarimenti di singoli abitanti, e non mi è mai stato risposto, così come durante i lavori ho richiesto più volte un sopralluogo indipendente per verificare la qualità dei tubi del gas e della tenuta della facciata in caso di incendio. Ovviamente non mi è mai stato risposto”.
Brucia per tutta la notte la Grenfell Tower, grattacielo di edilizia popolare della zona di Hammersmith.
Brucia per tutta la notte Grenfell Tower, e il proletariato urbano crepa, arso vivo o soffocato dal fumo. O lanciandosi dalle finestre.
E tutti lo sapevano.
Brucia per tutta la notte la Grenfell Tower, brucia perché i ricchi tutt’intorno non sopportavano di vedere quel grattacielo i cui muri si stavano scrostando. Disturbava il loro senso estetico.
La Grenfell Tower è una trappola di fuoco. Lo scrivono lo scorso novembre gli abitanti di questo inferno di cristallo sul sito del Grenfell Action Group.
Cassandre inascoltate lanciano l’allarme sulle “pericolose condizioni di vita all’interno del palazzo”. E aggiungono: “E’ terrificante a dirsi, ma siamo convinti che solo una catastrofe potrà mettere a nudo l’inettitudine e l’incompetenza del nostro padrone di casa, il KCTMO”.
“Brucia la città, brucia per tutta la notte”. E’ un rogo di classe.

mercoledì 21 giugno 2017

LA POLITICA DEL MANGANELLO DOPO I DISASTRI DI PIAZZA SAN CARLO


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Quello capitato a Torino la scorsa sera è sia frutto evidente della repressione messa in campo dal comune e dalla questura dopo la pessima figura di Piazza San Carlo che di uno sfascio sociale che ha interessato i giovani piemontesi e che è partito molto prima dell'avvento della giunta pentastellata.

Nell'articolo preso da Infoaut(metropoli )tutto quello che c'è dietro ad una precisa situazione cercata e voluta dal sindaco Appendino e dalla polizia che hanno provocato per poi devastare locali e manganellare persone e lavoratori presenti nei luoghi della movida torinese.
Che sono sempre di meno poiché il lavoro preciso della politica contro i Murazzi per esempio,contro i punti di ritrovo nelle periferie e il lavoro chirurgico contro i centri sociali hanno fatto sì che le zone di svago si accentrassero in pochi spazi.
Non è un caso che Torino da sempre sia sotto tiro da parte della polizia sia per i movimenti No Tav che per scioperi e manifestazioni,per il lavoro dei compagni nelle università ed in generale contro tutti i movimenti che sfidano e combattono contro i vari governi che si sono succeduti negli ultimi anni.

Movida, balbettii e manganelli: loro parlano di polizia, noi parliamo di bisogni.

Il teatro dell'assurdo di ieri sera a Vanchiglia è, purtroppo, una cifra fin troppo reale dei tempi che viviamo.

Chi appiattisce quello che è successo a uno scontro tra giovani della movida e polizia per qualche birra a basso prezzo non coglie fino in fondo quello che si è scatenato in quella piazza oppure mente deliberatamente per evitare di doversi confrontare con il dato materiale: innanzitutto è una questione di condizioni di vita!
Migliaia di giovani, di studenti, precari e lavoratori nei weekend e nel periodo estivo si riversano nelle due piazze principali della movida torinese: Piazza Santa Giulia e San Salvario. La scelta di questi luoghi come spazi di socialità non è casuale, ma è figlia di vari fattori, tra cui in primo luogo la progettazione che le istituzioni hanno fatto nel tempo dello spazio cittadino. La chiusura e desertificazione dei Murazzi di pari passo all'investimento sulla costruzione del Campus Einaudi e la significativa gentrificazione di San Salvario e Vanchiglia hanno spostato i flussi del popolo della notte. Un popolo della notte che con i suoi consumi rappresenta un mercato enorme per la città di Torino, che negli anni ci ha decantato con tanti paroloni in inglese la sua vocazione smart, young, dinamica, universitaria e culturale. Nel frattempo l'altra faccia della città, quella delle periferie, delle zone popolari veniva abbandonata e lasciata al suo improvvido destino di disoccupazione, sfratti e individualizzazione, ma su questo ci torneremo. A loro volta San Salvario e Vanchiglia venivano saccheggiati a piene mani. Gli affitti aumentavano e aumentano ancora espellendo gli abitanti storici dei quartieri (inizialmente a caratteristica popolare), locali e atelier artistici spuntavano a ogni angolo di strada e si apriva il mercato, contestuale per natura a queste situazioni, delle droghe. Le istituzioni non solo erano consapevoli di tutto questo, ma hanno investito scientificamente sulla trasformazione di queste zone di città per alimentare il capitalismo dei consumi che dopo la crisi dell'industria è diventato il paradigma centrale della nostra città.
Mentre tutto questo accadeva i giovani di Torino si vedevano espropriati di tutto. I record negativi di disoccupazione, di sfratti, di precarietà erano gli altri volti della medaglia. Nell'università in continua espansione con la sconfitta del movimento No Gelmini e la conseguente risacca decine di migliaia di giovani misuravano sulla loro pelle gli effetti della riforma e uno dei pochi luoghi di confronto libero, di rottura, di possibilità di accrescere i propri saperi e sentirsi parte di qualcosa veniva normalizzato, reso a sua volta semplicemente macchina di consumo in grado di far girare nei suoi ingranaggi enormi quantità di denaro. Ancora in controtendenza con il resto d'Italia l'università di Torino è una tra le poche a crescere come numero di iscritti invece che diminuire.
I giovani torinesi schiacciati tra un mercato del lavoro pressoché inesistente e le istituzioni della formazione appiattite e frammentate trovano pressoché l'unico momento di sfogo possibile nella socialità delle zone della movida. Anche molti giovani di periferia decidono di attraversare la città pur di trovare un luogo dove possono incontrarsi con i propri coetanei. In una città senza opportunità si pensa al presente e finché si è giovani si cerca per lo meno di stare insieme, di conoscersi e di condividere delle esperienze. I successi dei numerosi botellòn sono una cifra di questi bisogni. I pochi luoghi dove questo può succedere sono le due piazze e qualche altro punto di ritrovo meno vissuto. Certo, c'è un risvolto anche qui, dove la movida non significa soltanto consumo dei prodotti dei locali, ma anche consumo del territorio e consumo di se stessi. La movida è anche un rapporto di sfruttamento, dove le poche risorse dei giovani vengono drenate in cambio di socialità e possibilità di stare insieme.
Tutto ciò procede indisturbatamente, salvo delle piccole retate della polizia nei confronti degli spacciatori, che sono più uno spot pubblicitario ipocrita che una vero contrasto a questo fenomeno e le proteste dei residenti rimasti nei due quartieri. Almeno fino alla tragedia di Piazza San Carlo. Tragedia di cui nessuno vuole assumersi le responsabilità, ma di cui sono tutti responsabili. Il comune, la questura e la prefettura nella loro manifesta incapacità di gestire l'ordine pubblico, se non con repressione e manganelli alla mano come ci hanno abituato in questi anni, i media nell'alimentare il clima di terrore e ansia continuo che si respira nel nostro paese e la politica istituzionale tutta che incapace di rispondere alla crisi di civiltà in corso non fa altro che alimentare paure e aumentare i livelli di controllo, disciplinamento e repressione che subiscono i territori (il Decreto Minniti ne è la somma dimostrazione). Le comunità si sfaldano e basta un mortaretto o una transenna che va giù per scatenare il panico e la fuga.
Dato che nessuno vuole assumersi questa gravosa responsabilità e renderne conto ai cittadini parte la caccia al capro espiatorio: a qualcuno vengono in mente gli ultras, ma non regge come ricostruzione, qualcun altro addita un ragazzo un po' bevuto e senza maglia, che però in realtà stava cercando di calmare la folla, alla fine arriva l'idea giusta: i responsabili di questa tragedia non possono che essere i venditori abusivi! Si adattano perfettamente, poi la maggior parte sono anche stranieri e poco importa che molti lavorassero alle dipendenze dei bar bene della piazza o che chi doveva occuparsi di gestire i controlli non è stato in grado di farlo, la colpa è loro, perché sono illegali e parassitano i grandi eventi cittadini i cui proventi dovrebbero invece riempire le tasche di chi le ha già belle gonfie. M5S o PD che sia la solfa non cambia, l'importante è non assumersi le proprie responsabilità per quello che succede in città.
In quattro e quattro otto la sindaca Appendino non esita a promulgare l'ordinanza e la milizia si affretta ad eseguirla con fanfare al seguito. Le istituzioni vogliono smacchiarsi la coscienza in fretta e dimostrare alla cittadinanza che stanno facendo qualcosa, qualsiasi cosa. Poco importa se ad andarci di mezzo sono sempre i soliti.
Ma il meccanismo si inceppa subito. I controlli trovano la resistenza diffusa di molti giovani, e non solo dei centri sociali come qualcuno spererebbe. L'ordinanza è ingiusta e ipocrita, è evidente a tutti e tocca coloro che non possono permettersi di comprare un cocktail a 7 € nei locali. Ma ancora di più è frustrante per molti la violenza del controllo e della normazione dei comportamenti anche in questa sfera della vita, quella del divertimento, che dovrebbe essere serena e spensierata invece che carica della tensione provocata dai corvi con le divise blu che setacciano le piazze. Sono costretti a sentire sul proprio groppone ogni giorno l'ansia generata dalla società in cui siamo e non possono accettare che anche alla sera, anche quando ci si può sfogare e liberare da un po' di peso si debba stare allerta, si debba avere paura e vedere l'occhio vigile dei guardiani dietro la propria testa.
E' normale e spontaneo opporsi, per non rischiare di vedersi un altro spazio per quanto contraddittorio alienato da stupide regole proibizioniste.
La questura di Torino però non vuole rischiare di perdere la faccia ancora dopo il disastro di Piazza San Carlo e vede rosso, tanto più che tra chi si oppone all'ordinanza ci sono anche i centri sociali. Vuole far vedere i muscoli e dimostrare che nessun comportamento al di fuori della norma sarà tollerato. Sentendosi coperte le spalle da un'amministrazione supina che non fa che scrivere comunicati di solidarietà e da un governo nazionale che non fa che invocare e promulgare provvedimenti atti a spegnere qualsiasi fiammella di resistenza e contrapposizione fa la prova di forza. Era “inevitabile” affermano sui giornali come se non fossero stati loro a voler generare la situazione di tensione con questa spropositata provocazione. Dal comune dicono che non sapevano niente di questa operazione come se fosse una giustificazione, come se non fosse anche colpa della loro incapacità il fatto che ormai sempre più spesso la polizia decide di governare la città a suo modo, di sua libera iniziativa. Lo avevamo già visto succedere allo sfratto, sempre in quartiere, di Said e i suoi bambini oppure nella piazza del primo maggio. Forse nelle stanze di Piazza Palazzo di Città dovrebbero chiedersi se queste operazioni non sono anche un modo per mettere in difficoltà ulteriore un'amministrazione che in poco tempo sta dimostrando tutta la propria inconsistenza.
Eppure la sindaca, i suoi assessori e i suoi consiglieri continuano a cadere volentieri in queste trappole, che siano quelle innescate dalle opposizioni con polemiche sterili o quelle attrezzate con molta più furbizia da questura e prefettura. Intanto le promesse della campagna elettorale vengono disattese una dopo l'altra: le periferie continuano ad essere lasciate all'abbandono, il problema della casa si aggrava, il consumo di suolo continua e per la disoccupazione giovanile o meno non viene preso nessun provvedimento. Nessun rinascimento alle porte per la città di Torino, ma solo ulteriori problemi a cui viene risposto con balbettii sulle colpe certe della scorsa amministrazione condividendone però metodo per amministrare il dissenso, cioè il manganello.

CONFERME DEGLI ERGASTOLI PER LA STRAGE DI BRESCIA

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La notizia giunta nella tarda serata di ieri della conferma delle condanne all'ergastolo per i fascisti Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte per la strage di Piazza della Loggia a Brescia avvenuta il 28 maggio 1974(madn brescia28-maggio-1974 )è la conferma ricevuta dalla Cassazione dopo 43 anni di indagini e di insabbiamenti,di piste deviate e di collusioni tra Stato,polizia e fascisti.
Abituati a decenni di sentenze prontamente ribaltate dopo qualche anno si sta ancora all'erta in quanto la parola fine sembra non essere mai l'ultima in questa vicenda,viste le assoluzioni precedenti ai vari Zorzi,Maifredi,Rauti,Delfino e molti altri,con l'unica certezza che fu la mano fascista ad organizzare e perpetrare quell'attentato.
L'articolo preso da Radio Onda d'Urto passa in rassegna nomi e date nel susseguirsi delle inchieste di cui sopra(piazza-loggia-ergastolo-definitivo )ricordandoci che Tramonte è stato arrestato poco fa in Portogallo mentre Maggi ha ricevuto la notifica a Venezia dove risiede,sottolineando il fatto che gli esecutori materiali non hanno mai ricevuto nessuna condanna.

PIAZZA LOGGIA: ERGASTOLO DEFINITIVO PER MAGGI E TRAMONTE. LA STRAGE DI BRESCIA E’ FASCISTA, DI STATO E DELLA NATO.

La Cassazione ha confermato nella tarda serata di martedì 20 giugno 2017 le condanne all’ergastolo per i fascisti Carlo Maria Maggi (all’epoca dei fatti, nel 1974, responsabile per il Triveneto dei neofascisti di Ordine Nuovo) e Maurizio (esponente di Ordine Nuovo e informatore del Sid, il nome assunto dai servizi segreti italiani tra il 1966 e il 1977, noto come fonte “Tritone”), per la fascista, di Stato e della Nato di Piazza della Loggia, a , del 1974.
Alle 10.12 un ordigno collocato dentro un cestino della spazzatura posto sotto il porticato orientale della piazza centrale di Brescia deflagrò, provocò 8 morti e 102 feriti tra le persone presenti in piazza quel giorno per una manifestazione antifascista indetta dal Comitato unitario permanente antifascista dopo una serie di provocazioni e violenze dell’estrema destra dei mesi precedenti.
Maggi e Tramonte erano stati tardivamente condannati all’ergastolo per concorso nell’attentato nell’appello bis a Milano il 22 luglio 2015,  dopo che la stessa Cassazione aveva annullato con rinvio la sentenza di assoluzione pronunciata dalla Corte d’assise d’appello di Brescia.
La Polizia portoghese, su segnalazione del Ros, ha arrestato nel primo pomeriggio di mercoledì 21 giugno fa a Fatima Maurizio Tramonte condannato in via definitiva per la strage di Piazza della Loggia e irreperibile da qualche giorno. All’altro condannato, Carlo Maria Maggi,  il provvedimento è stato notificato dai carabinieri del Ros nella sua abitazione a Venezia.
 Il commento di Federico Sinicato, avvocato di parte civile nel processo sulla strage.
Ascolta o scarica qui
Dopo ben 43 anni, quindi,  sicuramente in colpevole ritardo e in maniera parziale, insufficiente, soprattutto per quanto riguarda il ruolo degli apparati dello Stato e dei servizi segreti italiani e statunitensi e della Nato, anche dal punto di vista della magistratura viene definitivamente stabilita la matrice fascista della Strage.
A spingersi oltre era stata la sentenza 2015, affermando che la bomba “sicuramente riconducibile alla destra eversiva e tutti gli elementi evidenziati convergono inequivocabilmente nel senso della colpevolezza di Carlo Maria Maggi“. La strage va inoltre inquadrata “nell’attività di riorganizzazione delle frange più estreme delle forze eversive di destra nel periodo immediatamente precedente la strage per bloccare con metodi violenti i fermenti progressisti in atto nella società civile e destabilizzare il sistema politico attraverso azioni terroristiche eclatanti”. Maggi “pianificò e realizzò quella strage perché aveva la consapevolezza di poter contare a livello locale e non solo, sulle simpatie e sulle coperture – se non addirittura sull’appoggio diretto – di appartenenti di apparati dello Stato e ai servizi di sicurezza nazionale ed esteri, attraverso le molteplici riunioni preparatorie anche con militari italiani e americani”. Tramonte, invece, neofascista e informatore dei servizi segreti italiani, è accusato di avere seguito tutti i preparativi della Strage, ma di non avere fatto nulla per impedirla. All’appello, mancano comunque i responsabili materiali, ossia chi – materialmente – collocò l’ordigno in .
43 anni dopo, quindi, la Cassazione certifica dal punto di vista giudiziario (un) pezzo della verità politica e storica sulla strage di Brescia. Una verità politica e storica che, fin da subito, parve lampante ad antifasciste e antifascisti, compagne e compagni, bresciani ma non solo.
Nel 2014, in occasione dei 40 anni dalla Strage, il centro sociale Magazzino 47 di Brescia diffuse un dossier su quanto accaduto in piazza Loggia il 28 maggio 1974, con l’obiettivo di “proporre in sintesi una lettura altra di quegli anni rispetto alla narrazione costruita e diffusa negli anni dai promotori delle commemorazioni ufficiali che, con la volontà di rendere la memoria un momento di pacificazione sociale, mistifica la storia rendendola un campo neutro e privandola del suo carattere conflittuale. La storia, pensiamo, in particolare quella degli anni Settanta italiani, non è mai terreno di conciliazione, ma teatro di un mondo in tensione. Riteniamo necessario riportare la memoria ad un esercizio critico che sia capace di mettere in discussione un’interpretazione, quella “ufficiale”, diventata verità assoluta grazie alla sua continua riproduzione e riproposizione. La stesura di questo “volantone” è stato un lavoro collettivo, a più mani. A ciò è riconducibile il cambio di stile di scrittura da un articolo all’altro.
Clicca qui per scaricare il volantone-dossier  “Memoria in conflitto. 28 Maggio oltre la commemorazione”.

CAMPIDOGLI


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Lo scorso fine settimana è successo di tutto in politica,o meglio dire a margine di essa,negli Usa,tra sparatorie con senatori repubblicani feriti,Trump ufficialmente indagato,Russiagate,le mail compromettenti che saltano fuori,Fbi e siluramenti vari,e un cognato imbarazzante(ma non quanto lo stesso presidente).
L'articolo anche se breve preso da Contropiano(trump-indagato )cerca di chiarire questi punti in quello che sembra la versione statunitense della giunta Raggi romana,un susseguirsi di arresti,truffe,indagini e quant'altro che sembra non avere fine.

Trump indagato. Colpi di armi da fuoco contro due senatori repubblicani.

di A.A.
Il clima politico negli Stati Uniti appare decisamente “movimentato”. Il presidente americano Donald Trump è finito sotto indagine per tentato ostacolo alla giustizia nella vicenda Russiagate. In Virginia due senatori del partito repubblicano sono stati oggetto di colpi di arma da fuoco in un campo di baseball. Uno dei due è in gravi condizioni.
La notizia della messa sotto accusa di Trump è stata rivelata dal “Washington Post” che cita funzionari Usa anonimi. Secondo il quotidiano il Consigliere speciale Robert Mueller, ex direttore dell’Fbi diventato il responsabile dell’inchiesta sulla interferenza della Russia nelle elezioni presidenziali dello scorso novembre e sulla possibile collusione tra la campagna Trump e funzionari russi, sta valutando la condotta del presidente a proposito delle conversazioni con l’ex capo della Fbi James Comey in cui si parlava della situazione di Mike Flynn e in cui il numero uno della Casa Bianca potrebbe aver fatto pressioni per bloccare l’indagine Fbi.
Il Washington Post parla di cinque persone che hanno acconsentito ad essere ascoltate da Mueller: tra queste risultano esserci il direttore dell’intelligence Daniel Coats, l’ammiraglio Mike Rogers, capo della Nsa e il suo ex vice Richard Ledgett. La svolta nel Russiagate arriva a circa un mese dal licenziamento di Comey e poco dopo la sua audizione alla commissione del Senato sugli incontri con Trump.
Il Consigliere Mueller sarebbe particolarmente interessato, secondo il Wahington Post, a un fatto avvenuto il 22 marzo scorso, quando Coats riferì ai suoi colleghi che Trump gli aveva chiesto di intervenire con Comey per far calare l’attenzione su Flynn nel quadro dell’indagine Fbi sui legami tra la campagna di Trump e Mosca.
In Virginia invece un uomo ha esploso colpi di armi da fuoco contro due senatori repubblicani in un campo sportivo. L’autore è James T. Hodgkinson, 66 anni, di Belleville, Illinois ed è conosciuto come un sostenitore di Benny Sanders, l’esponente della sinistra che ha conteso a Hillary Clinton la candidatura alla campagna per le presidenziali per il Partito Democratico. L’uomo è stato ferito dalla polizia. Uno dei due senatori, Steve Scalise, è in gravi condizioni.

venerdì 16 giugno 2017

DAVIDE ROSCI LIBERO!


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Finalmente una bella notizia che è quella del compagno Davide Rosci che è tornato libero dopo anni di carcere dopo i fatti di Roma del 15 ottobre 2011,detenzione sia preventiva che frutto di una sentenza definitiva tirata fuori dal cilindro dei giudici riferendosi al fascista codice Rocco.
Di Davide se n'era parlato un paio di volte nel blog(madn la-lettera-di-davide-rosci-per l'amnistia sociale e madn lo-scipero-della-fame-di-davide-rosci )ed era e sarà un piacere leggere le sue lettere appassionate e cariche di positività nonostante la difficile situazione,sempre pronto ad essere solidale con i deboli e deciso a combattere contro le ingiustizie sociali.
Articolo preso da Infooaut(varie ),bentornato!

Torna libero Davide Rosci!

E' con grande gioia che apprendiamo che è finalmente tornato libero il compagno Davide Rosci. Condannato a 6 anni di carcere per il reato di “devastazione e saccheggio”, Davide Rosci è finalmente tornato libero.

RIGURGITI E GRUGNITI


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Il dibattito molto al di sopra le righe che si è avuto ieri in Parlamento con scene da squadrismo fascista organizzate dalla Lega che vuole fare politica con la violenza e tutta la destra a ruota, compresi i grillini che vogliono l'Italia agli italiani(qualunque cosa voglia dire),non sono una bella immagine del nostro paese sia dentro che fuori i nostri confini.
Nell'articolo preso da Contropiano(ius-soli )una legge che apre alla cittadinanza italiana per i figli di stranieri nati in Italia,non proprio il massimo come legge ma qualcosa si muove in una direzione dopo anni di immobilismo con riferimenti anche al resto dell'Europa,che in quest'altro articolo viene spiegata punto per punto(left.it ).
Le scene anche al di fuori del Parlamento con fognauovisti e cagapovndini per l'occasione assieme dopo anni di tensione e di lotte intestine per avere il predominio neofascista,sono il riflesso di quello che stava accadendo all'interno:cambiano solo facce e nomi ma mantenendo alto il livello di cittadini di merda,ecco questo potrebbe essere introdotto per simili personaggi,la cittadinanza di merda per razzisti e ignoranti.
Con regioni tipo la Lombardia che parlano di aberrazioni e pronte a ricorsi nel caso il decreto legge dovesse passare e politici miopi,ottusi o semplicemente ignoranti,manipolatori e opportunisti,ecco che il razzismo fa unire leghisti,forzisti e pentastellati,con questi ultimi che visti gli scarsi risultati alle comunali virano decisamente ancora più a destra seguendo la linea salviniana su migranti,rom e per l'appunto la cittadinanza.
Un diritto e non un privilegio per migliaia di ragazzi che non avendola non possono aderire a progetti scolastici come Erasmus oppure partecipare a concorsi pubblici anche se hanno ricevuto un'educazione occidentale(non che questo sia meglio)e parlano anche molto meglio l'italiano di alcuni politicanti.

Ius soli. Furbata Pd, gazzarra fascioleghista, boiata pazzesca M5S.

di Alessandro Avvisato
La fogna parlamentare si è arricchita di una “virtuosa” competizione tra razzisti. Una parte all’esterno – con la gazzarra di autopromozione dei nazifascisti di CasaNuova e ForzaPound (quanto devono aver insistito per essere caricati dalla polizia, contrariamente al solito?) – e un’altra in doppiopetto, all’interno, con leghisti ululanti contro “negri” e “terroni”.In ballo una legge che definisca finalmente le modalità con cui un minore straniero può ottenere la cittadinanza italiana; un misto di ius soli (chi nasce qui da genitori stranieri residenti acquista automaticamente la cittadinanza italiana, e lo stesso accade per i minori che abbiano frequentato le scuole per almeno cinque anni). Un “buco” legislativo d’altri tempi, diventato occasione di esibizione ideologico-razzista che ha facilmente nobilitato persino l’indecorosa compagine di governo attuale.
Diciamolo tranquillamente. Si tratta di un testo monco, debole, reticente, criticabile quanto quello che fa finta di istituire il reato di tortura.
Contro questa miseria, scritta e messa ai voti solo per evitare qualche altra reprimenda dell’Unione Europea, si è vista per la prima volta una semi-alleanza tra Lega e grillini. Successiva, secondo Repubblica (certamente il giornale più anti-grillino e pro-Pd), ad un incontro segreto tra Davide Casaleggio e Matteo Salvini. I leghisti, capitanati da Calderoli e Centinaio, hanno semi-assaltato i banchi del governo, mentre i più legalitari seguaci del comico genovese si sono limitati all’astensione.
L’insieme è ridicolo, ma la mentalità che c’è dietro è meschina e preoccupante. Non perché i leghisti, o tantomeno i grillini, siano “pericolosi”, ma per lo sdoganamento furbesco di luoghi comuni razzisti e idioti che – per esempio nei fascisti fuori – possono trovare manipolatori ben più inquietanti.
Una regolamentazione “accogliente” della cittadinanza, dopo trent’anni di flussi migratori, è semplicemente la normalità necessaria. Oltre l’8% della popolazione qui residente è nata altrove; molto spesso in paesi verso cui non può o non vuole tornare. Dunque i minori nati o cresciuti qui devono ottenere un riconoscimento formale e godere di tutti i diritti dei “nativi” come noi (non tanti diritti, ormai, ma questo dipende dai governi, non certo degli immigrati).
La situazione attuale è primitiva, anche se risale a soli 25 anni fa. Di fatto prevede un’unica modalità di acquisizione della cittadinanza fondata sul cosiddetto ius sanguinis: un minore è italiano se almeno uno dei genitori è italiano. Un bambino nato da genitori stranieri, anche se partorito sul territorio italiano, può chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni e se fino a quel momento abbia risieduto in Italia “legalmente e ininterrottamente”.
Evidente che questa normativa aveva un senso quando gli immigrati si contavano sulle dita di una mano, non costituivano comunità o gruppi consistenti, e dunque i bambini che nascevano qui erano quasi soltanto frutto di “matrimoni misti”. Con i numeri attuali, quella normativa non serve a nulla.
Sul piano politico, è certo che il Pd ha deciso di portare al voto una proposta di legge solo per occhieggiare alle scarse truppe alla sua sinistra, o per ricostruirsi un’immagine meno becera in vista delle elezioni. Lo ha capito anche Grillo, che sul suo blog scrive “Discutere di Ius Soli oggi avrà come unica conseguenza che il dibattito pubblico, su un tema così delicato, sarà deviato ed inquinato da becere derive propagandistiche, sia di destra che di sinistra, sventolato come un vessillo per radunare le proprie truppe e accusare gli avversari”.
Addirittura condivisibile la previsione per cui “Da una parte si agiterà la minaccia della sostituzione etnica o del terrorismo, dall’altra saranno usati i volti dei bambini ed i morti in mare per generare le emozioni più forti. Nel mezzo, schiacciati tra incudine e martello, rimangono il buon senso, la responsabilità, l’onestà intellettuale”. Ma proprio per questo è stato da cretini mettersi stupidamente dalla parte – oggettivamente, con dichiarazioni sempre più campate per aria – di chi paventa la “sostituzione etnica”.
Facciamo l’esempio della giunta comunale romana, che ha scritto la nota lettera al Prefetto in cui chiede non siano mandati altri migranti nella Capitale, secondo il piano di ripartizione deciso a livello nazionale. Il deputato grillino Giuseppe Brescia, incaricato di seguire proprio le vicende dei migranti a livello nazionale, peraltro ben schierato in molte occasioni similari (anche in contrasto con la resistibile ascesa di Luigi Di Maio). È arrivato a giustificare la mossa di Virginia Raggi sostenendo “Ho parlato spesso con l’assessora Laura Baldassarre, a Roma c’è una seria emergenza abitativa”.
Questo giornale scrive sull’emergenza abitativa romana da quando esiste, e forse è in grado addirittura di dare qualche indicazione sul “che fare” in proposito. Le case popolari sono ormai pochissime; quelle poche, non vengono assegnate o lo sono con tempi biblici. Ma la giunta Raggi ha assunto la situazione esistente come immodificabile e, su questo punto, non fa assolutamente nulla per incrementare il patrimonio pubblico. Anzi, fa sgomberare spazi occupati, aggravando l’emergenza. Potrebbe almeno trarre ispirazioni da riformisti d’altri tempi, come Petroselli e Nicolini, e requisire palazzine private inutilizzate, costruite solo per fini speculativi, tenute lì solo come “garanzia” di prestiti bancari che altrimenti andrebbero catalogati tra le “sofferenze”.
E’ insomma chiaro che – tanto a livello locale che sul piano nazionale – la risoluzione dei problemi sociali (per i “nativi” come per i “nuovi giunti”) è possibile solo se si pretende di cambiare radicalmente la situazione esistente, senza troppi riguardi per la cosiddetta “legalità” costituita da governi e parlamenti di nominati. Se invece la si accetta come un limite “dato”, “naturale”, diventa inevitabile comportarsi concretamente come il governo in carica o, peggio ancora, come i fascioleghisti da strapazzo.

Per chi volesse un quadro sintetico, ma preciso, della legislazione sulla cittadinanza negli altri paesi europei, ecco qui uno schema tratto da ActionAid.

Legislazione nei paesi dell’Unione Europea (a 15)
Austria
Si basa sul principio dello ius sanguinis e non prevede la doppia cittadinanza, per cui l’acquisizione della cittadinanza austriaca prevede la rinuncia alla cittadinanza precedente. La naturalizzazione richiede 10 anni di residenza, perché viene considerata come il riconoscimento di un’integrazione riuscita.
Alcuni elementi di ius soli sono stati introdotti nel 1998 e rafforzati nel 2006. Rimane comunque difficile ottenere la cittadinanza per chi è nato sul territorio da genitori stranieri.
In Austria l’attuazione della legge sulla cittadinanza è demandata ai governi provinciali e questa situazione, soprattutto nelle procedure caratterizzate da margini di discrezionalità, ha portato a pratiche sempre più divergenti. Per queste ragioni le ultime riforme si sono focalizzate sul rendere più uniformi le diverse disposizioni di legge, armonizzando i test
di conoscenza della lingua e introducendo un test di cittadinanza.

Belgio
Il Belgio ha adottato una forma intermedia tra ius soli e ius domicilii.
La legge mira a consentire un ampio accesso alla cittadinanza per facilitare
l’integrazione degli stranieri nella società. Per quanto riguarda la procedura di naturalizzazione è possibile diventare cittadino belga dopo un periodo di 3 anni di residenza che sale a 7 se la naturalizzazione avviene per dichiarazione.
La legge più importante in materia è quella del 2000 che ha rafforzato lo ius soli (già introdotto nel 1991), ridotto i requisiti di residenza e gli altri necessari alla naturalizzazione o permesso a coloro che presentassero domanda di mantenere una precedente nazionalità. In base ad essa la seconda generazione che nasce in Belgio acquista automaticamente la cittadinanza belga a condizione che i genitori abbiano risieduto nel territorio almeno 5 dei 10 anni precedenti alla nascita del figlio. La cittadinanza è automatica a 18 anni se si è nati nel Paese o entro i 12 anni (quindi sino a 30 anni) se i genitori stranieri vi hanno risieduto per dieci anni.
È in vigore anche il doppio ius soli, ossia la cittadinanza belga viene assegnata automaticamente alla nascita al figlio di stranieri già nati in Belgio.

Danimarca
In Danimarca vige sostanzialmente lo ius sanguinis.
A differenza di molti altri paesi europei, la Danimarca non ha seguito le tendenze europee finalizzate ad un più facile ottenimento della cittadinanza, anzi le ultime riforme (2002 – 2005 – 2008) hanno inasprito le condizioni per l’ottenimento della cittadinanza. L’anzianità di residenza per il procedimento di naturalizzazione è di 9 anni e il soggetto deve superare diversi esami, dimostrando di conoscere la storia, la struttura sociale e politica del paese e di possedere una padronanza linguistica pari a quella della nona classe della scuola dell’obbligo.
Lo ius soli è stato abolito nel 2004. È uno degli stati che non ammette la doppia cittadinanza, richiede cioè di rinunciare alla cittadinanza del paese di origine per poter diventare cittadini danesi.

Finlandia
Come in altri paesi la legislazione sulla cittadinanza si rifà sia allo ius sanguinis e allo ius soli per quanto riguarda i bambini nati in Finlandia che non possono ottenere la cittadinanza di nessun altro paese.
L’ultima riforma sulla cittadinanza è del 2011 e modifica gli anni di residenza richiesta per la naturalizzazione: sono richiesti 5 anni di residenza continua possono scendere a 4 anni il richiedente soddisfa i requisiti di conoscenza linguistica; l’obiettivo di questa disposizione è quello di incoraggiare lo studio della lingua, considerata come un fattore di vitale importanza per l’integrazione degli immigrati.
Dal 2003 è ammessa la doppia cittadinanza.

Francia
È uno degli Stati membri con provvedimenti di ius soli maggiormente inclusivi.
Già nel 1889 fu introdotto il doppio ius soli, in base a cui i figli di stranieri già nati in Francia acquisivano la cittadinanza francese.
La riforma del 1998 rafforza lo ius soli: ogni bambino nato in Francia da genitori stranieri acquisisce automaticamente la cittadinanza francese al momento della maggiore età se, a quella data, ha la propria residenza in Francia o vi ha avuto la propria residenza abituale durante un periodo, c continuo o discontinuo, di almeno 5 anni, dall’età di 11 anni in poi.
Il processo di naturalizzazione richiede 5 anni di residenza in Francia dimostrando una conoscenza sufficiente della lingua e della Costituzione francese.
Il principio dello ius soli si combina quindi con i l principio dello ius domicilii.

Germania
La riforma del 2000 ha introdotto lo ius soli e ha rappresentato una svolta epocale per la Germania. Da allora i figli degli stranieri acquisiscono la cittadinanza tedesca alla nascita purché uno dei genitori risieda stabilmente nel paese da almeno 8 anni e sia in possesso di regolare autorizzazione al soggiorno o di permesso di soggiorno illimitato da almeno 3 anni.
La procedura di naturalizzazione richiede 8 anni di residenza legale, questo periodo può scendere però a 7 anni se il soggetto ha frequentato un corso di integrazione. Il provvedimento richiede inoltre una serie di requisiti come l’essere in possesso di un’autorizzazione di soggiorno di durata illimitata, essere in grado di provvedere al proprio sostentamento e a quello del nucleo famigliare, rispettare i principi della Costituzione e l’ordinamento costituzionale e democratico della Germania, rinunciare alla cittadinanza di origine (fatta eccezione per i casi in cui è ammessa la doppia cittadinanza), conoscere la lingua tedesca a livello B1 secondo lo standard europeo, non aver riportato condanne penali se non di lieve entità, conoscere l’ordinamento giuridico e la struttura sociale della Germania.
In presenza dei requisiti richiesti la procedura di naturalizzazione è un diritto acquisito (cioè non è discrezionale come in altri Stati).
Nel 2005 sono stati introdotti alcuni provvedimenti più restrittivi (in merito soprattutto al mantenimento della doppia cittadinanza). Nel 2008 sono stati introdotti esami per la cittadinanza e il test di lingua è stato disciplinato in modo rigoroso, introducendo un catalogo di domande consultabile per le persone che aspirano alla cittadinanza, in modo da potersi preparare al test.
Non sono obbligati a sostenere il test i minorenni di età inferiore ai 16 anni e coloro che hanno conseguito un diploma rilasciato dalla scuola dell’obbligo, da un istituto tecnico o professionale.

Grecia
La Grecia ha adottato sia il criterio dello ius sanguinis sia quello dello ius soli, rafforzato con la legge del 2010 ma ancora limitato nei suoi campi di applicazione.
Per quanto riguarda la naturalizzazione il periodo di residenza richiesto agli immigrati è sceso da 10 a 7 anni consecutivi e contempla una serie di requisiti tra cui un permesso di soggiorno di lungo periodo, la conoscenza della lingua greca e una buona integrazione nella vita sociale ed economica del paese (che può essere testimoniata ad esempio dall’attività professionale, dalla partecipazione ad associazioni sociali o ad attività caritatevoli, ecc).
Per quanto riguarda i minori la legge prevede diversi percorsi finalizzati all’inclusione dei giovani che si sentono cittadini greci: i figli degli immigrati nati in Grecia possono acquisire la cittadinanza se i genitori sono regolarmente presenti da almeno 5 anni (la domanda deve essere presentata entro 3 anni dalla nascita del bambino). Per i minori che, invece, non sono nati in Grecia, la legge richiede di aver frequentato con successo almeno 6 anni nella scuola ellenica.
Infine vige il criterio del doppio ius soli, la cittadinanza greca viene assegnata automaticamente alla nascita al figlio di stranieri già nati e in Grecia e qui residenti.

Irlanda
È uno degli Stati membri con provvedimenti di ius soli maggiormente inclusivi.
Sino al 2004 è stato uno dei pochi Stati in cui era in vigore lo ius soli puro, in base a cui chiunque fosse nato in Irlanda ne otteneva la cittadinanza senza ulteriori condizioni. I flussi migratori sempre più consistenti hanno portato ad una modificazione in senso lievemente restrittivo della legge e attualmente la cittadinanza viene acquisita per nascita se almeno uno dei genitori stranieri ha un permesso di residenza permanente o risiede in Irlanda da 3 anni.
La naturalizzazione richiede invece un periodo più lungo di residenza sul territorio: nello specifico occorrono 365 giorni di residenza continua prima della domanda di naturalizzazione e, durante gli 8 anni precedenti, occorrono 4 anni di residenza (complessivamente quindi 5 anni di residenza).

Lussemburgo
La legge sulla cittadinanza ha fatto sempre riferimento allo ius sanguinis. Lo ius soli è stato introdotto per la prima volta nel 2008, anche se alcune riforme liberali sono state varate già nel 2001.
La riforma del 2008 ha rappresentato una svolta profonda per un paese dove il 40% della popolazione ha una cittadinanza straniera, trasformando la legislazione in senso liberale. È stato introdotto il doppio ius soli, per cui un bambino che nasce in Lussemburgo da genitori (almeno uno dei due) a loro volta nati nel paese, acquisisce la cittadinanza lussemburghese. Viene poi ammessa la doppia cittadinanza (mentre prima chi diventava cittadino lussemburghese doveva rinunciare alla cittadinanza del paese di origine).
Fanno da contraltare a questi elementi alcuni provvedimenti che introducono criteri più restrittivi. Per quanto riguarda la naturalizzazione, ad esempio viene richiesta una residenza continuativa di 7 anni, al posto dei 5 anni richiesti precedentemente. Vengono poi introdotti corsi di educazione civica sulle istituzioni dello Stato e test per accertare la conoscenza linguistica: il livello richiesto è B1 per la comprensione e A2 per l’espressione. Sono esentati dal test coloro che hanno frequentato 7 anni di scuola in Lussemburgo.

Paesi Bassi
L’Olanda è un paese particolarmente interessante per la svolta restrittiva che ha caratterizzato la legislazione sulla cittadinanza negli ultimi anni.
Dagli anni ’50 la storia è caratterizzata da una serie di riforme liberali che hanno cercato di facilitare l’accesso alla cittadinanza, vista come un mezzo per aumentare la partecipazione degli immigrati alla società. Nel 1953 venne introdotto il doppio ius soli per la terza generazione (il nipote di stranieri residenti acquisisce automaticamente la cittadinanza alla nascita), negli anni ’80 ci sono molte iniziative per migliorare la posizione giuridica degli immigrati, la legge del 1984 semplifica la procedura per la naturalizzazione inserendo tra i requisiti una residenza continuativa di 5 anni. Lo ius soli vale anche per la seconda generazione che può accedere alla cittadinanza olandese ma secondo un principio opzionale, può cioè farne richiesta mediante la presentazione di una domanda.
La legge del 2003 modifica lievemente l’accesso su richiesta della seconda generazione, comprendendo non solo i soggetti nati in Olanda ma anche quelli che vi risiedono dall’età di 4 anni. La procedura non è discrezionale, si configura piuttosto come un diritto del richiedente. Diversa la situazione per coloro che si vogliono naturalizzare, in questo caso ogni vaso viene valutato singolarmente.
In generale però la politica dal 2000 cambia completamente rotta e la cittadinanza inizia ad essere vista come il coronamento di un percorso di integrazione piuttosto che come il presupposto per tale percorso. In termini pratici diventare cittadini olandesi è diventato più difficile. Occorre superare un test in cui dimostrare non solo la conoscenza della lingua (livello A2 del quadro comunitario europeo), ma anche la conoscenza della società olandese tramite 40 domande in materia di politica, questioni finanziarie, occupazione, assistenza sanitaria, trasporti, ecc.

Portogallo
Il Portogallo adotta una formula intermedia tra ius sanguinis e ius soli, ma quest’ultimo è stato rafforzato con la riforma del 2006. Attualmente il Portogallo si configura come uno degli Stati membri con provvedimenti di ius soli maggiormente inclusivi.
Storicamente il Portogallo ha sempre utilizzato dei sistemi misti, però è interessante notare che mentre nella legge del 1981 (in vigore prima della riforma del 2006) prevaleva lo ius sanguinis, nelle legislazioni precedenti prevaleva lo ius soli.
Attualmente lo ius soli si applica automaticamente solo alla terza generazione di immigrati; la seconda generazione può accedere alla cittadinanza sin dalla nascita per acquisizione volontaria (quindi sulla base di una richiesta) e in presenza di alcuni requisiti come la residenza dei genitori in Portogallo da almeno 5 anni o l’aver completato il primo ciclo di istruzione obbligatoria.
La naturalizzazione richiede alcuni requisiti, tra cui un periodo di residenza di 6 anni, non aver riportato condanne e una conoscenza sufficiente della lingua portoghese. L’elemento innovatore della riforma è l’introduzione della naturalizzazione come diritto acquisito se in possesso dei requisiti richiesti, mentre prima la procedura era discrezionale. La legge precedente richiedeva sufficienti mezzi di sussistenza, con la riforma questo requisito è stato eliminato perché la Costituzione portoghese vieta la discriminazione basata su motivi economici.
È prevista la doppia cittadinanza.

Regno Unito
La legislazione relativa alla cittadinanza è piuttosto complessa, in ragione della storia del paese e del suo passato di potenza imperiale e coloniale, basti pensare al sistema del Commonwealth: la legge del 1948 stabiliva ad esempio che erano britannici tutti i cittadini del Regno Unito, delle Colonie o dei Paesi Commonwealth (Canada, Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa, Terranova India, Pakistan, la Rodesia del Sud, ora Zambia, Zimbabwe e Malawi), tuttavia non vi è un sistema unico relativo alla cittadinanza e il processo di indipendenza di alcuni paesi ha introdotto ulteriori elementi di complicazione. La principale legge sulla cittadinanza del 1981, nata per semplificare la situazione, di fatto non è riuscita più di tanto nell’intento e tuttora esistono 6 diverse forme di cittadinanza.
La legge del 1981 ha introdotto lo ius sanguinis come riferimento giuridico prevalente, anche se non mancano elementi di ius soli. Vediamo le principali modalità di acquisizione della cittadinanza britannica (la principale tra le sei forme di cittadinanza).
Il percorso di naturalizzazione prevede alcuni requisiti tra cui: il possesso di un permesso di soggiorno a tempo indeterminato, la residenza per 5 anni senza essersi allontanati per più di 450 giorni e non più di 90 giorni nei 12 mesi precedenti al momento della presentazione della domanda, mantenere una buona condotta di vita intesa come l’assenza di procedimenti civili penali ma anche l’avere una situazione contributiva regolare, la conoscenza della lingua inglese, gallese o scozzese (livello B1 del quadro europeo), la conoscenza degli usi e dei costumi del Regno Unito (dal 2002 è previsto un test sulla storia e la società britannica). Norme specifiche riguardano i cittadini del Commonwealth.
È previsto un percorso facilitato di acquisizione della cittadinanza per i figli di stranieri nati nel Regno Unito: in questo caso si richiede ai genitori di essere titolari di un permesso di soggiorno permanente o di essere residenti da 10 anni. Inoltre dal 1981 è previsto il doppio ius soli.

Spagna
Il diritto per l’acquisizione della cittadinanza si basa sia sullo ius sanguinis sia sullo ius soli (ancora debolmente inclusivo).
È previsto il doppio ius soli (introdotto nel 1990) per cui accede automaticamente alla cittadinanza colui che nasce in Spagna se almeno uno dei due genitori è a sua volta nato nel paese. L’acquisizione della cittadinanza per la seconda generazione è piuttosto semplice: se il soggetto nasce in Spagna e i genitori sono nati all’estero è sufficiente un anno di residenza nel paese.
La procedura di naturalizzazione per tutti gli altri soggetti comporta la residenza per un periodo di 10 anni e la rinuncia alla cittadinanza precedente. In presenza dei requisiti la persona vanta un diritto di naturalizzazione, anche se il Governo può negare cittadinanza per ragioni di sicurezza pubblica. Il tempo di residenza in Spagna si riduce per alcune categorie: 5 anni per i rifugiati, 2 anni per i cittadini dell’America Latina e le persone originarie di Andorra, Filippine, Guinea Equatoriale, Portogallo.
Per questi paesi che con legami storici con la Spagna è previsto il mantenimento della doppia cittadinanza, mentre per tutti gli altri l’accesso alla cittadinanza spagnola prevede la rinuncia alla cittadinanza precedente.

Svezia
La legislazione si basa prevalentemente sullo ius sanguinis, anche se qualche elemento di ius soli è stato introdotto con la riforma del 2001 in ragione del fatto che l’immigrazione è diventata una realtà sempre più presente nel paese e occorreva adattare la legge ai nuovi mutamenti sociali.
La riforma entrata in vigore nel 2006 prevede condizioni abbastanza favorevoli per i minori: possono acquisire la cittadinanza svedese i minori che hanno vissuto per 5 anni in Svezia, in questo caso basta che i genitori notifichino alle autorità la volontà che i figli diventino cittadini svedesi. I giovani di età compresa tra i 18 e i 20 anni possono scegliere di diventare cittadini tedeschi se hanno un permesso di soggiorno permanente e hanno vissuto in Svezia dall’età di 13 anni (l’obiettivo è quello di dare i giovani adulti la possibilità di scegliere se vogliono diventare cittadini svedesi al raggiungimento della maggiore età).
L’ultima strada è la procedura di naturalizzazione per i maggiorenni che possono richiedere la cittadinanza se in possesso dei seguenti requisiti: 5 anni di residenza, permesso di soggiorno permanente, condurre una vita decorosa. Il tempo di permanenza è minore per i cittadini danesi, finlandesi, islandesi e norvegesi (2 anni) e per i rifugiati (4 anni). La cittadinanza viene concessa a chi possiede questi requisiti, tuttavia la procedura è discrezionale e dal 2006 si è registrato un aumento delle istanze negate. In ogni caso la riforma è stata un segnale di forte apertura liberale nei confronti della popolazione immigrata.
Dalla legge del 2001 è accetta la doppia cittadinanza.
Non viene richiesta una prova per la conoscenza della lingua perché si assume che l’aspirante cittadino residente in Svezia da alcuni anni abbia una conoscenza sufficiente dello svedese.