mercoledì 15 febbraio 2017

I PALAZZINARI HANNO VINTO

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Finito ancora un rapporto da"c'eravamo tanto amati"tra la sindaca di Roma Raggi ed un altro pezzo della sua giunta che si è staccato,dimettendosi,in quella che è la storia infinita di un enorme pasticcio che sta tenendo in balìa Roma e anche l'Italia(ci siamo stufati di sentire notizie sulla telenovela dei cinquestelle)intera.
L'assessore all'urbanistica Berdini che aveva attaccato la Raggi accusandola di inesperienza e soprattutto di incapacità,ha dovuto rassegnare le dimissioni non si sa quanto siano state farina del suo sacco o suggerite tanto per non dire intimate.
La questione dello stadio della Roma,tutt'ora progettato in un'area che potrebbe essere soggetta ad alluvioni,con un piano urbanistico e di collegamenti stradali nemmeno lontanamente sufficiente e che sarà di proprietà straniera(tra l'altro)è stato importante in questa vicenda.
Un assessore contro il consumo del suolo,con idee e progetti che i palazzinari che sono gli ottavi re di Roma proprio non volevano nemmeno vedere in foto,e che hanno fatto fin da subito pressioni affinché Berdini fosse trombato dal sindaco e lo stesso ormai ex rappresentante della giunta in una lettera con poche righe ha fatto il quadro della situazione come riportato nell'articolo sottostante preso da Contropiano(roma-la-giunta-si-piega ).
Effettivamente lui aveva messo a disposizione la sua competenza per sopperire al degrado delle periferie apportando legalità e trasparenza in materia urbanistica mentre il governo della città si è piegato ancora ai palazzinari venendo così meno la fiducia e le condizioni per proseguire il suo lavoro senza subire ingerenze esterne.


Roma. La Giunta si piega sullo Stadio. Berdini si dimette. Gli speculatori festeggiano.

di Sergio Cararo
Un incontro tra la giunta, il costruttore Parnasi e il direttore generale della A.S. Roma Baldissoni, sembra aver definito l’accordo sulla cementificazione di Tor Di Valle intorno allo Stadio per la Roma. All’incontro non era presente l’assessore all’Urbanistica Berdini che in serata ha annunciato le sue dimissioni irrevocabili. Contro questo scenario si annuncia un referendum nella città.
«Mentre le periferie sprofondano in un degrado senza fine e aumenta l’emergenza abitativa – ha scritto Berdini nella sua lettera – l’unica preoccupazione sembra essere lo stadio della Roma. Dovevamo riportare la città nella piena legalità e trasparenza delle decisioni urbanistiche, invece si continua sulla strada dell’urbanistica contrattata, che come è noto ha provocato immensi danni a Roma. Era mia intenzione servire la città mettendo a disposizione competenze e idee. Prendo atto che sono venute a mancare tutte le condizioni per poter proseguire il mio lavoro. Ringrazio coloro che hanno collaborato con me e le tante persone che mi hanno sostenuto in questi mesi di duro impegno. Da questo momento le mie dimissioni sono irrevocabili».
Secondo il coro unanime dei mass media (gli stessi accusati di fare fino a oggi pomeriggio “killeraggio” contro la giunta del Raggi) l'A.S. Roma ha presentato "una revisione del progetto" sul nuovo stadio a Tor di Valle "che ha dei caratteri fortemente innovativi" e che rappresenta "una importante novità" nell'iter per l'approvazione del progetto. A dirlo è stato addirittura il vicesindaco di Roma, Luca Bergamo, al termine del vertice sullo stadio con società e costruttori."I tavoli tecnici sono ancora al lavoro, faremo una valutazione di questa importante novità e ci siamo dati appuntamento alla prossima settimana".A chi gli chiedeva se tutto sarà fatto entro i termini previsti, cioè entro il 3 marzo, Bergamo ha risposto: "È ovvio".
“Dichiariamo sin da subito che se la Giunta e il Consiglio Comunale accetteranno i diktat dei palazzinari e della banche sulla cementificazione, ci attiveremo per fare un referendum cittadino contro la delibera che approverà questo scempio” annuncia la Carovana delle Periferie, ricordando che “ lo abbiamo già fatto in passato contro la privatizzazione dell’Acea e della Centrale del Latte (con la giunta Rutelli), lo faremo di nuovo anche con la giunta Raggi”
Oggi era stato un giornalista romano della vecchia guardia come Vittorio Emiliani (e non un cronista velenoso di quelli oggi in circolazione) a ricordare che secondo l’Ispra, nel Comune di Roma risultano mangiati da asfalto e cemento almeno 31.000 ettari su 129.000, un quarto. Ma sono molti di più con l’abusivismo che, prima dell’ultimo condono, si era portato via 5.000 ettari. “Quei 31.000 e più ettari coperti dalla coltre di cemento equivalgono alla somma di Milano e Torino senza più un filo d’erba. Roma è scaduta dal 1° al 3° fra i Comuni più verdi. Dall’altro lato, si stima siano circa gli 185.000 alloggi vuoti, invenduti, e molti uffici (degli stessi Parnasi alla Bufalotta)”. Una fotografia nota ma impietosa del dominio dei palazzinari, dei cementificatori e della speculazione edilizia su un territorio, sulla città e sulla sua vita sociale. Uno scempio sul quale la giunta Raggi non potrà neanche più celarsi dietro la foglia di fico dell'assessore Berdini che, almeno su questo, ha dimostrato ai avere le idee più chiare delle amministrazioni comunali di Roma presenti e passate.
Qualche giorno fa l’urbanista Vezio De Lucia ha definito quella a Tor Di Valle come la più grande speculazione urbanistica a Roma dal dopoguerra. “La giunta comunale della Raggi barcolla sotto il peso delle pressioni degli speculatori  che strumentalizzano i sostenitori della Roma per piegare ancora una volta la città ai loro interessi e agli affari” rincara la dose la Carovana delle Periferie, la quale ci tiene a precisare il suo SI allo Stadio ma No alla speculazione. Insomma giallorossi si ma cojoni no! “Siamo d’accordo a realizzare un nuovo Stadio, a utilizzare al meglio l’Olimpico ed a restaurare il Flaminio completamente abbandonato al degrado affinchè Roma disponga di impianti sportivi per tutti e funzionali” denuncia un comunicato della Carovana, “ma è inaccettabile accettare il ricatto dei costruttori e degli speculatori che vogliono aggiungere al nuovo Stadio più di settecentomila metri cubi di palazzi, grattacieli, negozi da vendere, affittare, ipotecare alla banche per fare investimenti finanziari”.
Dunque se la Giunta cala le brache davanti ai costruttori si ricorrerà al referendum contro la delibera che approverà il progetto. La parola a quel punto passerebbe ai cittadini e lo scontro con i poteri forti sarebbe nero su bianco, senza sconti per nessuno.

martedì 14 febbraio 2017

LA LEZIONE CIVICA IMPARTITA DALLA GERMANIA

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Non ci sono stati molti dubbi da parte delle autorità tedesche che stavano decidendo se dare un onorificenza ufficiale ai due poliziotti italiani che a Sesto San Giovanni in maniera del tutto legittima avevano fermato,assassinandolo,Anis Amri,l'autore della strage del mercatino di Berlino nello scorso periodo natalizio(madn la-breve-fugain-mezza-europadel ).
I due agenti tanto glorificati erano infatti due fascisti che facevano dei social un veicolo di trasmissione del loro odio e del loro sconforto umano,perché il loro come quello di migliaia di persone è un caso umano di disagio e di ignoranza che tanto si sta cercando di combattere già solamente educando alla verità ed al civismo una popolazione cresciuta nella mediocrità di valori e di capacità d'istruzione.
Quindi anche loro sono solo due errori e non due eroi,che hanno cavalcato l'onda del momento e dal momento nel quale il neoministro Minniti ha dato loro nome e visibilità sono stati altrettanto trombati e fatti vedere per quello che sono:delle merde fasciste.
L'Italia in questo senso nonostante leggi nate dalla Costituzione antifascista contro l'apologia del fascismo ha avuto una grande lezione dalla Germania che altrettanto ha subito l'onta della tirannia nazifascista con i risultati che tutti hanno potuto vedere di morte e di orrore.
Due personaggi messi sul piedistallo dalla"società civile"e da certi politicanti e che in pochissimo tempo sono stati sbeffeggiati e dimenticati e forse è meglio così,perché anche se hanno ucciso un pericoloso terrorista rimangono fascisti,ed uno Stato nato dalla guerra di Liberazione non può avere tra le fila delle forze armate certi ominidi ancora legati ad ideologie del passato che tanta distruzione e desolazione hanno portato al mondo.

Apologia di fascismo: niente onorificenza dalla Germania ai poliziotti che uccisero Amri.

Due eroi davvero all’italiana: avranno pensato d’aver compiuto il gesto in grado di svoltare la propria vita, invece sono stati beffati e sbeffeggiati.
Cristian Movio e Luca Scatà sono i due agenti che a Sesto San Giovanni nella notte del 23 dicembre fermarono ed uccisero Anis Amri, l’autore della strage dei mercatini natalizi, 4 giorni prima sfuggito da sotto il naso a tutte le autorità tedesche. Ebbene oggi si viene a sapere attraverso il quotidiano “Bild” che sebbene il governo tedesco stesse considerando l’idea di premiare Movio e Scatà, due ministri avrebbero invece smentito e annullato qualsiasi cerimonia in quanto i due “eroi” sono fascisti. E questo, a differenza delle istituzioni italiane, a distanza di 70 anni imbarazza ancora quelle tedesche.
Che fossero fascisti da noi era da tempo risaputo. Infatti, l’errore originario è avvenuto per bocca del ministro Minniti il quale decise di rendere pubblici i loro nomi pensando di dar loro chissà quale risalto, cosicché allo stesso tempo sono stati rivelati i loro profili facebook e di Instagram pieni zeppi di foto di Mussolini, link a siti razzisti, bottiglie di coca cola con la scritta “Adolf” ed altre cialtronerie simili… Di fronte ad un certo imbarazzo la polizia italiana oscurò i loro profili, ma il danno era stato fatto. Nonostante che per i due poveri agenti non siano mancati i tributi di solidarietà da parte di colleghi, politicanti, parte dei media e la cosiddetta società civile, è stato immediato il loro trasferimento forzato in una nuova e per il momento segreta località. Un boccone sicuramente amaro, che ha costretto i due “eroi” in salsa italiana ad abbandonare in fin dei conti il comodo posto che avevano.

Dovevano essere portati alla ribalta, sono stati mandati chissà dove. Dovevano essere glorificati, sono stati “trombati”. Beffati e sbeffeggiati.

HASHISH,COCA,TABACCO E GIOCO D'AZZARDO

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Chiamarla disgrazia o tragedia è riduttivo per la morte del sedicenne di Lavagna(Genova)che si è lanciato dal terrazzo di casa morendo poco dopo,a causa dell'intervento della guardia di finanza che lo ha pizzicato a scuola con dieci grammi di hashish.
La perquisizione in grande stile e dispiegamento di mezzi e persone,che poi non ha portato a nulla,per il giovane dev'essere stato un momento di estrema difficoltà in un misto di vergogna e paura tanto che il suo gesto estremo è stato riportato da tutti i media nella giornata di ieri.
L'articolo preso da Left(la-maxi-operazione )fa bene a ribadire che simili storie possano accadere solo in Italia,un paese dove la discussione per la legalizzazione o per almeno la depenalizzazione delle droghe leggere è ancora argomento tabù nonostante gli sforzi sociali e politici degli ultimi anni.
Una nazione dove lo staterello vaticano conta ancora tanto ed influenza scelte di questo tipo,dove la classe politica collusa con la mafia fa festini a base di cocaina e prostitute ma che poi dice no alle campagne di cui sopra,dove il gioco d'azzardo e le scommesse sono legali ed il tabacco è strumento per foraggiare le casse dello Stato.

La maxi operazione per dieci grammi di hashish. Con il morto.

Giulio Cavalli
Certo sarebbe una forzatura pensare che il sedicenne di Lavagna suicida ieri sia solo il risultato di quella perquisizione della Guardia di Finanza che ha messo sotto sopra la sua abitazione (come da legge) sotto gli occhi disperati della madre dopo avergli trovato dieci grammi di hashish in tasca durante un controllo antidroga all’interno di un istituto scolastico ma mi piacerebbe sapere cosa ne pensano i focosi sostenitori del proibizionismo delle droghe leggere (Giovanardi in testa, per citarne uno a caso) di un’operazione militare (che ha dato esito negativo) messa in moto per una canna dentro le tasche dei pantaloni di un minorenne.
Il giovane ha deciso di lanciarsi dal terzo piano del suo appartamento mentre i militari parlavano con la madre rientrata di corsa a casa dal posto di lavoro per assistere alla perquisizione. Giù, nel cortile, il lampeggiante acceso dell’auto dei finanzieri e il solito capannello di persone che mormorano: in Italia farsi trovare con una canna in tasca scatena una caccia degna dei peggiori criminali. E fa niente che tutto questo avrebbe portato a una semplice segnalazione in Prefettura: la vergogna è un mostro che ognuno interpreta a suo modo e troppo spesso uccide.
Ha ragione il senatore Manconi che si chiede: «Chi glielo spiega ora, ai genitori del sedicenne di Lavagna, cui erano stati sequestrati dieci grammi di hashish, che la normativa sulle sostanze stupefacenti mira a tutelare la salute e l’integrità fisica e psichica dei giovani?». Più del proibizionismo uccide questo melenso senso del decoro e questo maledetto perbenismo di un Paese che legalizza le slot (gestite in gran parte da un clan di mafia), sopravvive sul tabacco, ha un pezzo di classe dirigente con le narici sporche di cocaina e converge con le mafie. Forse sarebbe bastato spiegarli questo, al sedicenne volato giù dalla finestra, dirgli che in certi campi questo è un Paese con il passato davanti a sé. Ma è tardi.
Buon martedì.

domenica 12 febbraio 2017

ZOZULYA E IL RAYO VALLECANO

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Che carattere e che mentalità gli ultras del Rayo Vallecano che non hanno voluto far giocare nella loro squadra Roman Zozulya,l'attaccante ucraino che nel mercato di gennaio era stato acquistato dal club di Madrid dal Betis Siviglia e prontamente rispedito al mittente dopo le grandi proteste dei tifosi con in prima linea il gruppo dei Bukaneros.
I tifosi di Vallekas,quartiere della capitale spagnola,da sempre antifascisti e attenti alla politica(madn rayo-vallecanolorgoglio-di-madrid )già l'estate scorsa non avevano visto di buon'occhio l'atleta ucraino presentatosi in Spagna con una maglietta di un gruppo nazista dell'Ucraina,e quindi quando se lo sono visti acquistare dal club hanno inscenato proteste al grido di "Vallekas non è un posto per nazisti,tornatene a casa".

L'attaccante ucraino non è risultato gradito a Vallekas dopo essere stato visto arrivare in Spagna, quest'estate, con una maglia con un simbolo appartenente a un gruppo di estrema destra.

Madrid-Dopo il caso Mounier-Saint Etienne, con i tifosi che hanno letteralmente 'cacciato' il neoacquisto del Bologna (poi finito all'Atalanta) per via dei trascorsi al Lione, rivale storico della squadra verde, è toccato oggi a un altro giocatore fare la valigie anzitempo sull'onda della rivolta della tifoseria del Rayo Vallecano. Si tratta dell'attaccante ucraino, Roman Zozulya, acquistato pochi giorni fa dal Betis Siviglia, dove adesso è tornato, ma dove non potrà giocare fino al termine della stagione, avendo firmato e rescisso il contratto, dopo aver cominciato la stagione col Dnipro.

L'ACCUSA DI NAZISMO - Motivo della contestazione: l'accusa di nazismo. Tutto risale alla scorsa estate, quando il giocatore, proveniente dal Dnipro, era atterrato in Spagna sfoggiando una maglia con un simbolo appartenente a un gruppo ucraino di estrema destra. Una scelta che i tifosi del Rayo Vallecano non hanno dimenticato visto che, non appena il club ha formalizzato l'acquisto in questo mercato invernale, i tifosi si sono scatenati, insultando il giocatore ed esponendo uno striscione molto eloquente: "Vallekas non è un posto per nazisti, tornatene a casa".

IL GIOCATORE E' TORNATO AL BETIS - "Zozulya è tornato a Siviglia momento e adesso esamineremo cosa fare con i nostri legale", ha spiegato il ds del Betis, Miguel Torrecilla aggiungendo di aver parlato col giocatore "concordando, per il bene di tutti, che la cosa migliore, visto il clima creatosi, era quella di tornare a Siviglia".

venerdì 10 febbraio 2017

TUTTI IN CAMPO CON LOTTI


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A metà degli anni ottanta il cartone animato giapponese"Tutti in campo con Lotti"veniva trasmesso in Italia,e si vede che al ministro allo sport Luca Lotti che all'epoca era ancora un pischello gli hanno registrato l'intera serie rimanendo ammaliato dallo sport per i ricconi per eccellenza tant'è che assieme ai soliti noti del Coni si straccia le vesti per il torto subìto dal compagno di partito il Presidente del Senato Grasso.
Nonostante il progetto di stanziare 97 milioni di Euro per la"famosa"Ryder Cup sia passato in commissione il buon Grasso proprio non ce l'ha fatta a chiudere un occhio e nemmeno l'altro alla votazione in Senato visto che ha stoppato senza mezzi termini l'emendamento che doveva passare assieme al già abominevole per conto suo Decreto salva banche(madn banchesocializzare-i-debitiprivatizzare i guadagni ).
Il ministro Lotti,già indagato ed interrogato per la vicenda sugli appalti Consip(vedi:madn ce-molto-di-piu-dietro-agli-appalti consip )se la prende con i rovina feste delle Olimpiadi piuttosto che dello stadio della Roma,e si danna l'anima affinché il progetto già costato 60 milioni di euro possa andare avanti per dare da magnare a lui e a tutti i furbetti del quartierino:storia già vista,avanti un altro grazie.
Articolo preso da Left(se-non-hanno-piu-pane-che-giochino-a-golf ).

«Se non hanno più pane, che giochino a golf».

Giulio Cavalli
Niente,non ce la fanno. Ci siamo anche dovuti ricordare che Luca Lotti è ministro ascoltandolo ieri mentre frignava per convincerci che la Ryder Cup (il torneo internazionale di golf che è già costato 60 milioni di euro inseriti nella legge di Bilancio del novembre scorso e che ne prevedeva altri 97 in un emendamento inserito nel Decreto Salva Banche in discussione in questi giorni) rischia di saltare per colpa, dice Lotti, di “quelli che già in passato hanno gioito per altre significative rinunce” riferendosi al M5S che ha sollevato il caso.
E fa niente se è stato il presidente del Senato Grasso (suo compagno di partito) a dichiarare l’emendamento irricevibile: in effetti cosa c’entri il golf con il decreto “salva banche” (già orripilante di suo senza bisogno di tanti aiutini) sfugge a molti. Un emendamento che del resto fotografa perfettamente l’insopportabile protervia di un governo che si crede furbo nello sperare di non essere scoperto: la marchetta Ryder Cup hanno provato a inserirla nella legge di Bilancio (oltre ai 60 milioni già detti) ma è stato stralciato durante il lavoro in Commissione (sarebbe stato l’ultimo atto del governo Renzi, non proprio una genialata, eh); poi ci riprovano con il Decreto Fiscale ma gli va male; nel decreto “salva banche” riesce a passare indenne in Commissione ma ora si ferma di fronte a Grasso. Quando la perseveranza diventa diabolica si chiama impunità.
Dice Lotti che l’evento porterebbe almeno 400 milioni di euro tra guadagni diretti e indiretti ma se qualcuno gli fa notare che la questione non è la Ryder Cup ma il losco atteggiamento di chi vorrebbe fare lo scaltro simulando trasparenza ha risposto: «Oggi in Senato il presidente Grasso non ha bocciato l’emendamento nel merito, e questo in molti fanno finta di non capirlo». Che vuol dire, sappiatelo, che ci riproverà nel prossimo Milleproroghe. Perché ormai è una questione personale, per lui. Mica per il golf. Una sfida personale. Come quell’altro.
Buon giovedì.

giovedì 9 febbraio 2017

PROVE TECNICHE DI REGIME


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L'editto del vice presidente della Camera dei Deputati Luigi Di Maio,quindi una figura che dovrebbe essere al di sopra delle parti e parlare con saggezza e non al di sopra delle righe,che è una lista nera dei giornalisti che stanno invisi a lui e al Movimento 5 stelle presentata al Presidente dell'ordine nazionale dei giornalisti,è l'ennesima prova del fascismo strisciante che ìmpera sottovoce ed in maniera subdola all'interno di un gruppo che ha già strizzato l'occhio troppe volte a metodi e personaggi dell'ideologia nazifascista(madn il-movimento-sbanda-destra ).
I nominativi dei giornalisti,chi più e chi meno meritevole di ramanzine o di oggettiva poca professionalità e morale(c'è dentro pure uno come Sallusti!)sono stati elencati in quelle che ricordano le liste nere del ventennio,che in modo più o meno segreto circolavano tra la polizia speciale e gli assassini del regime che all'occasione provvedevano a sostenute ingestioni di olio di ricino condite da manganellate e in parecchi casi all'eliminazione fisica dei menzionati.
Con tanto di testate,date e nomi,con una breve descrizione delle frasi incriminate da colui che è un esempio più lampante e allo stesso tempo pericoloso del nepotismo politico,padre fascista(come quello di Di Battista,una coincidenza?)e un presente di piagnistei e di discorsi che escono dal seminato del rispetto dei modi e dei tempi politici che è proprio della rappresentanza della destra e dei movimenti come il suo e della Lega,abituati ad urlare e non a discutere.
Articolo preso da L'Espresso(giornalisti-sgraditi-la-lista-di-maio )che altro non fa che riportare la lettera che ci fa fare passi indietro di molti,di troppi anni.

Giornalisti sgraditi, la lista Di Maio.

L'esponente del M5S compila l'elenco dei cronisti e degli opinionisti contro i quali, dice «è tempo di reagire!». Tra loro spicca il nome di Emiliano Fittipaldi, colpevole di aver rivelato fatti incontestabili: dal ruolo di Marra in Campidoglio alle polizze di Romeo.

L'esponente del M5S Luigi Di Maio ha scritto sulla sua pagina Facebook un post dal titolo «È ora di reagire!», in cui dice di aver  consegnato una lettera al presidente dell'Ordine dei giornalisti e aggiunge: «La campagna diffamatoria nei confronti del MoVimento 5 Stelle deve finire. (...) E' tempo di reagire!»

Qui di seguito, la lettera di Di Maio al Presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, Enzo Iacopino

"Gentile Presidente,
la libertà di stampa è un valore irrinunciabile per ogni Paese democratico. Ma altrettanto irrinunciabile è il rispetto della verità a cui ogni giornalista, per deontologia ed etica professionale, dovrebbe attenersi. In questi giorni abbiamo assistito a uno spettacolo indegno da parte di certa stampa, che ha usato la vicenda di una polizza a vita intestata a Salvatore Romeo, e il cui vero beneficiario è lui stesso tranne nell'ipotesi estremamente improbabile della sua morte, per infangare e colpire in maniera brutale la sindaca Virginia Raggi e l’intero Movimento 5 Stelle. L’operazione di discredito nei confronti della Raggi è iniziata ben prima che il Movimento 5 Stelle vincesse le elezioni a Roma: lo sapevamo ed eravamo preparati a questo, ma oggi si è toccato un limite che è nostro dovere denunciare.
Da osservatore attento avrà seguito la vicenda sulla polizza e saprà: 1) che la Raggi non ha mai preso un soldo; 2) che appresa dai magistrati la notizia della polizza, ha immediatamente richiesto che il suo nome venisse rimosso dal documento; 3) che la Procura stessa ha precisato che nella vicenda non si ipotizza alcun reato e che la polizza non è da considerarsi uno strumento di corruzione. Su gran parte dei Tg e dei giornali usciti il 3, il 4 e il 5 febbraio, però, gli italiani hanno letto un’altra storia, costruita non su fatti documentabili, ma su menzogne e notizie letteralmente inventate. E anche quando la Procura è intervenuta per ristabilire la verità, i giornali hanno continuato con le ipotesi, i sospetti, i dubbi e le insinuazioni. Nessuno sino ad oggi ha chiesto scusa né a Virginia Raggi, né al Movimento 5 Stelle, né ai lettori.
Lei Presidente mi invita a non generalizzare un’intera categoria, ma a segnalarle i casi di comportamenti deontologicamente scorretti. Eccoli qui di seguito, con nomi e cognomi. Giudichi Lei se questa è informazione.
Emiliano Fittipaldi (L’Espresso) a L’Aria Che Tira (La7) il 3 febbraio: "Qualcuno ipotizza addirittura che i soldi di Romeo non siano soldi suoi, ma soldi in conto terzi che qualche esterno ha cercato di utilizzare per fare voto di scambio e per scalare il M5S dall'esterno".

Corriere della Sera, 3 febbraio, Fiorenza Sarzanini, titolo “La provvista da 90 mila euro e la pista che porta alla compravendita di voti”: Il sospetto è che almeno una parte di quei soldi provenissero da chi aveva deciso di puntare tutto sulla giovane avvocatessa [...] Dunque servissero a comprare voti. E siano soltanto una parte dei finanziamenti occulti giunti al Movimento 5 Stelle a Roma”.

La Repubblica, 3 febbraio, Carlo Bonini, titolo “Tesoretti segreti e ricatti, che legano il nuovo potere ai vecchi padroni di Roma”: Marra sapeva bene di come trafficasse la Raggi per conto di Romeo” [...] Se infatti quelle tre polizze erano una "fiche" puntata su una delle anime del Movimento cinquestelle romano quella "nero fumo", quella che doveva garantirsi un serbatoio di voti a destra perché prevalesse sulla cordata […] se erano la contropartita per sigillare un patto politico”.

Il Giornale, 3 febbraio, Alessandro Sallusti: “se è stata una tangente postdatata - ipotesi più probabile - parliamo di reato di una certa rilevanza”.

QN-Carlino-Nazione-Giorno, 3 febbraio, Elena Polidori, titolo "La pista dei soldi". “Si indaga su altre assicurazioni a beneficio di politici del movimento".

Il Messaggero, 3 febbraio, Valentina Errante/Sara Menafra, titolo “Una polizza inguaia la Raggi. C’è la pista dei fondi elettorali”: “La pista dei fondi coperti della campagna elettorale. (...) Spunta un conto aperto da Romeo nel 2013. L'ombra dei voti comprati". "Quel legame inspiegabile con i suoi fedelissimi, favoriti contro ogni morale grillina, adesso sembra trovare davvero una chiave di lettura. E' il peccato originale di Virginia Raggi (...). Almeno in un caso ci sarebbe stato un accordo: soldi (...)".

La Stampa, 3 febbraio, Edoardo Izzo: “Potrebbe emergere un'ipotesi di corruzione dietro le irregolarità emerse nell'inchiesta sulle nomine che coinvolge la sindaca di Roma Virginia Raggi".

Corriere della Sera, 4 febbraio, Fiorenza Sarzanini/Ilaria Sacchettoni: “Quelle [...] potrebbero dunque rappresentare una sorta di fondo concesso in garanzia a chi poi poteva concedergli favori”.

QN-Carlino-Nazione-Giorno, 4 febbraio, Elena Polidori, titolo "Raggi, l'inchiesta porta ad Ama"

Il Messaggero, 4 febbraio, Valentina Errante/ Sara Menafra: "Un meccanismo che potrebbe rappresentare un modo per tenere unita l'organizzazione a cinque stelle con un patto economico, oltre che politico”.

All’elenco si aggiungono gli articoli pubblicati oggi da Corriere della Sera e Repubblica, in cui io stesso vengo tirato in ballo,nonostante avessi già smentito tutto a dicembre 2016, con illazioni diffamatorie che non trovano riscontro nei fatti:

Corriere della Sera, 7 febbraio, Fiorenza Sarzanini: “Soprattutto quel che successe l'estate scorsa quando Marra sostiene di aver deciso di lasciare l'incarico in Campidoglio e di essere stato convinto a rimanere durante l'incontro con Luigi Di Maio. Che cosa gli disse il parlamentare grillino per fargli cambiare idea? Quali garanzie gli offrì, visto che lui stesso ha detto di averlo ricevuto alla Camera su richiesta della sindaca?”

Repubblica, 7 febbraio, Carlo Bonini, titolo ‘la scia dei "quattro amici" porta al ruolo di Di Maio’: “il garante fu l'uomo che il M5S candida a guidare il Paese, Luigi Di Maio. Già, è Di Maio il convitato di pietra di questa storia. […] Fu Di Maio a convincere Marra a non abbandonare prematuramente il suo lavoro di badante della Raggi [...] E fu ancora Di Maio, quale garante di quella scelta politica, a difendere il rapporto privilegiato ed esclusivo dei «quattro amici al bar» di cui oggi nulla resta”."

mercoledì 8 febbraio 2017

VOTI DI SCAMBIO:STANGATA PER L'EX ASSESSORE LOMBARDO ZAMBETTI


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I calcoli si fanno da soli,50 Euro per 4000 voti comprati alla 'ndrangheta fanno 200 mila Euro,e per questo fatto accaduto nel 2010 per le elezioni regionali lombarde l'ex assessore alla casa del Pdl Domenico Zambetti,altro amicone di Formigoni e ora passato all'oblio da Berlusconi & co. viste le vicissitudini legali cominciate nell'ottobre 2012 col suo arresto,è stato condannato dal tribunale di Milano.
Una condanna pesante di tredici anni e mezzo,che certamente non saranno effettivi,in un processo che ripercorre una tranche delle infiltrazioni mafiose in Lombardia soprattutto legate alla 'ndrangheta che tanta strada ha fatto nel milanese e poi capillarmente in tutto il nord Italia nonostante le famosi esternazioni di Maroni,quello che la mafia al nord non esiste(madn la-mafia-non-esiste-in-lombardia ).
Condanne fino a sedici anni e mezzo come al referente di una cosca e 12 al fratello dell'ex sondaggista dell'ex premier puttaniere con qualche assoluzione,come scritto dal sito de Il fatto quotidiano(ndrangheta-lombardia )che riporta tutti gli imputati e la cronistoria dei fatti accaduti.

‘Ndrangheta in Lombardia, 13 anni e mezzo all’ex assessore Domenico Zambetti per voto di scambio.

I giudici hanno inflitto pene fino a 16 anni e mezzo di carcere. Assolto Alfredo Celeste, ex sindaco di Sedriano, il primo Comune del milanese sciolto per mafia. Inflitti 12 anni ad Ambrogio Crespi, fratello di Luigi, l'ex sondaggista di Berlusconi, e 16 anni e mezzo a Eugenio Costantino, referente della cosca Di Grillo-Mancuso.

Il Tribunale di Milano ha condannato l’ex assessore regionale lombardo Domenico Zambetti a 13 anni e mezzo con l’accusa di aver comprato quattromila voti alla ‘ndrangheta per le regionali del 2010. I giudici hanno inflitto pene fino a 16 anni e mezzo di carcere. Assolto Alfredo Celeste, ex sindaco di Sedriano, il primo Comune del milanese sciolto per mafia. Inflitti 12 anni ad Ambrogio Crespi, fratello di Luigi, l’ex sondaggista di Berlusconi, e 16 anni e mezzo a Eugenio Costantino, referente della cosca Di Grillo-Mancuso. Assolto il chirurgo Marco Scalambra, accusato di aver raccolto voti a favore di Celeste in vista delle comunali del 2009 perché il fatto non sussiste.
Il pm della Dda di Milano Giuseppe D’Amico, ora sostituito nel processo dal collega Paolo Storari, aveva chiesto dieci anni di reclusione per Zambetti, 17 anni per Costantino (con lui l’ex assessore, stando all’accusa, avrebbe stretto il “patto di scambio”), 8 anni e una multa di 4mila euro per Ciro Simonte, 6 anni e mezzo per il chirurgo Scalambra e 3 anni e mezzo per Celeste, insegnante di religione ed ec primo cittadino, e 6 anni per Crespi, quest’ultimo autore di un documentario proiettato anche al Festival del cinema di Venezia e dal titolo ‘Spes contra Spem’, che ha come protagonisti gli ergastolani del carcere milanese di Opera. “Non ho proprio un’idea di cosa sia la mafia, secondo me non esiste, proprio non esiste. Se io sono uno ‘ndranghetista, allora la mafia non esiste, è tutta un’invenzione”. ha detto Costantino, dopo la lettura della sentenza.
Durante la requisitoria, tenutasi per cinque udienze e conclusasi il 5 novembre 2015, l’accusa sostenne che un “grave patto di scambio politico-mafioso” stretto da “un esponente di spicco della Regione Lombardia”, Zambetti, con i presunti affiliati alla ‘ndrangheta Eugenio Costantino e Giuseppe D’Agostino, aveva “falsato il risultato di elezioni importanti come le Regionali del 2010″. Zambetti, all’epoca esponente del Pdl e assessore della giunta Formigoni, era stato arrestato con l’accusa di aver comprato un pacchetto di 4mila preferenze – decisivo per la sua elezione con 11.217 voti nelle Regionali 2010 – pagando 200mila euro a due colletti bianchi della ‘ndrangheta. Nella sua requisitoria, il pm aveva evidenziato la “completa disponibilità dell’assessore ad accontentare” una volta eletto “le richieste di Costantino e D’Agostino” e la “compromissione” tra un “esponente di spicco della Regione Lombardia e gruppi mafiosi”.
Prima che i giudici si ritirassero in camera di consiglio Celeste aveva fatto dichiarazioni spontanee: “Alle 4,45 del 9 ottobre 2012, il circo mediatico ha sostituito il processo, la moralità ha sostituito la legalità e la gogna ha preso il posto della garanzia”. Dichiarazioni “con un marchio che mi fa tremare le mani“. “Sono stato accusato di avere fatto promesse mai realizzate – ha detto Celeste – e mai, comunque, proferite dalla mia persona”. Inoltre ha ricordato di aver rifiutato, già negli anni ’80 come pubblico amministratore, “le scelte facili, allora molto diffuse. Ho detto dei no e li ho pagati cari”, con un altro processo da cui è uscito assolto.  Celeste era accusato di corruzione per avere favorito un imprenditore legato alle cosche. “Ringrazio i giudici per il loro coraggio – ha detto in lacrime Celeste che ora fa il professore di religione -. Per me è un grande giorno. A causa di questo processo era stato sciolto il Comune di Sedriano e oggi si dimostra che era uno scioglimento illegittimo. Oggi posso dire di avere denunciato il ministero dell’Interno per falso ideologico”.
Lo scorso 16 ottobre la Cassazione aveva confermato sette condanne, a pene comprese tra i 3 anni e i 14 anni e 8 mesi di carcere, per altrettanti imputati nel procedimento che, nell’ottobre del 2012, aveva portato in carcere, tra gli altri, proprio Zambetti. L’ex assessore lo scorso 30 gennaio è stato condannato a 3 anni e 4 mesi nell’ambito del processo sui contratti fantasma al Pirellone. Il Tribunale ha inflitto 3 anni e 8 mesi di reclusione all’ex consigliere lombardo del Pdl Angelo Giammario, 3 anni e 4 mesi per l’ex capogruppo Pdl in Regione Paolo Valentini e 2 anni e 4 mesi per Luca Daniel Ferrazzi, ex assessore lombardo all’Agricoltura e attualmente consigliere regionale della Lista Maroni. Le accuse, a vario titolo erano, truffa e falso e per fatti contestati tra il 2008 e il 2012.

IL DISGUSTO PER LA POLIZIA DI PARIGI

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Quello accaduto nei giorni scorsi in Francia nel quartiere periferico parigino della Rose-des-Vents ha dell'incredibile se non fosse che la violenza poliziesca nelle banlieue da due decenni è talmente giunta a punti di non ritorno che quello che accade difficilmente può essere recepito come veritiero dalla maggior parte della gente.
Controlli a tappeto ulteriormente aggravati dallo stato d'emergenza in vigore su tutto il territorio nazionale da più di un anno per il terrorismo,razzismo delle forze dell'ordine,diseguaglianza sociale che crea città ghetto da tenere ben distante dal salotto cittadino e tensioni sociali portate agli estremi fanno da cassa d'amplificazione che quasi a cadenza prefissata portano una città,o almeno la sua periferia,al centro del sciacallaggio mediatico francese ed internazionale.
Negli articoli di Infoaut(francia-ragazzo e conflitti-globali )l'aggressione ad un giovane ragazzo,nero,di quattro agenti che hanno massacrato il ventiduenne stuprandolo con un manganello per strada durante un controllo che di normale non ha nulla,e le reazioni della banlieue che da pacifica si è fatta violenta per le provocazioni poliziesche che mandano militari in assetto da guerra e che tagliano la corrente nelle zone calde facendo cadere interi isolati nel buio sopprimendo quindi sia l'illuminazione e pure i trasporti pubblici.

Francia: ragazzo picchiato e stuprato con un manganello durante un fermo di polizia.

La notizia risale ad una settimana fa, quando quattro agenti della polizia francese hanno fermato un ragazzo nel quartiere della Rose-des-Vents. Uno dei tanti controlli che avvengono ogni giorno e ogni ora in una Parigi che vive ormai uno stato d’emergenza permanente.
Una polizia che ha colto la palla al balzo per affermarsi come giocatore di punta nel reprimere qualsiasi tentativo di rompere proprio questo “stato emergenziale” che gli garantisce di operare come e dove vuole, in una condizione di totale tranquillità, sostenuta in pieno dal Governo Hollande; dove un fermo di polizia si può tranquillamente trasformare in una vera e propria sevizia nei confronti del malcapitato. 
In questo caso il giovane ventiduenne, Theo, fermato dagli agenti, è finito nell’ospedale di Aulnay con il volto tumefatto, lesioni al cranio e gravi ferite. Sin da subito agli occhi dei medici si è palesata la violenza subita durante il fermo, che non veniva riportata solo dalle sue parole ma da ciò che successivamente hanno constatato.
Il ragazzo, come denunciato anche dalla famiglia e dai verbali dei medici, ha riportato soprattutto “importanti lesioni che corrispondono chiaramente all’introduzione di un manganello di un agente nel retto del giovane” quindi “una ferita longitudinale profonda 10 cm nel canale anale e del retto inferiore e una sezione del muscolo sfintere.” Da qui la denuncia sporta dalla famiglia per le violenze subìte dal ragazzo.
A conferma delle parole, le immagini delle telecamere di videosorveglianza della polizia municipale, ma anche diverse testimonianze di semplici cittadini. I quattro agenti del settore specializzato Brigata di Aulnay-sous-Bois “hanno condotto palesemente un arresto violento” dicono i testimoni: “due poliziotti lo tenevano fermo e altri due lo colpivano ripetutamente, ad un certo punto un colpo di bastone telescopico, portato orizzontalmente ha trafitto i pantaloni del giovane”.
Presi in custodia dall’Ispettorato generale della polizia nazionale, i quattro agenti si trovano ora indagati per violenza volontaria, uno di loro per stupro. 
Sin da subito è arrivata la solidarietà nei confronti di Theo da parte degli abitanti della banlieue di Aulnay, che ha continuato nei giorni con cortei all’interno della banlieue: alcune auto sono state incendiate, il tutto muovendosi al grido di “Tout le monde déteste la Police”.
La risposta del Prefetto è stata chiedere di rafforzare i controlli, mentre il ministro dell’interno Bruno Le Roux ha disposto la sospensione temporanea dal servizio dei 4 e chiesto che si faccia piena luce sui fatti.
Certo è che quanto accaduto non è un episodio sporadico di violenza da parte della polizia. Sono ancora recenti le ferite che hanno subito le diverse centinaia di manifestanti che, nella scorsa primavera, hanno protestato contro le politiche sul lavoro stabilite dal Governo Hollande. Spesso e volentieri i manifestanti sono stati colpiti da lacrimogeni sparati ad altezza uomo, così come da pallottole di gomma e granate di disaccerchiamento.

Questo genere di violenza è sicuramente condiviso dagli Stati vicini come da quelli lontani. Inutile dire che questi rapporti di forza sono destinati a modificarsi e che la rabbia prodotta dalla violenza subita è sempre maggiore e destinata a prendersi il dovuto spazio di risposta.

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A Aulnay-Sous-Bois la polizia spara.

Riportiamo questa traduzione fatta da un compagno attualmente in Francia della ricostruzione di Nantes Revoltèè di quanto successo qualche giorno fa in Francia, con lo stupro poliziesco di Theo avvenuto nel contesto di una sempre maggiore militarizzazione dei territori, che nel recente passato ha portato ad altre pagine orrende come l'omicidio di Adama Traorè.
Una notizia che sarebbe dovuta essere LA notizia dei media di oggi: la polizia, nella notte fra il 6 e il 7 febbraio, spara proiettili veri contro gli abitanti di Aulnay-sous-Bois.
Il contesto:
Mentre monta la rabbia in seguito alla testimonianza di Théo, ragazzo 22enne stuprato in strada a colpi di manganello dai poliziotti che lo hanno fermato per un controllo, alcune madri del quartiere organizzano un presidio pacifico nel pomeriggio di lunedì 6 febbraio, qualche centinaio di persone vi partecipa tranquillamente.
Prontamente lo Stato decide di dispiegare contro i manifestanti plotoni di CRS (sbirri antisommossa), tutti ben intruppati, di passamontagna e fucile spara flash-ball (LBD) [quello che ha ferito e fatto perdere occhi ai manifestanti durante il movimento contro la Loi Travail per intenderci], che, “tranquillamente” invitano i manifestanti , prima di disperdere il presidio, a seguirli in commissariato.
Quando cala la notte il prefetto di Seine-Saint-Denis, sotto ordine diretto del ministro dell'Interno socialista, decide di versare benzina sul fuoco, mettendo in campo una provocazione inaudita: l'illuminazione pubblica di Aulnay viene tagliata e il quartiere rimane al buio; i bus vengono soppressi. Centinaia di poliziotti, muniti di fucili d'assalto HK G36 e fucili di precisione Tikka 3, tutti in dotazione nel quadro dello Stato d'Urgenza, ormai da 14 mesi in vigore in Francia, sono dispiegati e pattugliano il quartiere e nella penombra tengono sotto tiro un gran numero di giovani. Un elicottero sorvola la zona e illumina i palazzi. Il quartiere è letteralmente militarizzato. Aria di guerra.
In questo clima scoppiano sporadici scontri con i poliziotti, comunque di leggera intensità visto l'enorme spiegamento di forze dell'ordine. Dei cassonetti dell'immondizia sono dati alle fiamme, così come un fast food e alcune auto. I rivoltosi sono immediatamente sedati a colpi di granate assordanti. I passanti che filmano la polizia subiscono minacce fisiche. Non c'è praticamente alcun giornalista.
Alcuni abitanti segnalano di aver trovato veri proiettili sparati dalle armi in dotazione ai poliziotti. Vengono raccolti da terra numerose cartucce 9mm in acciaio, si parla di “spari in aria,e in direzione della folla”. Un giornalista indipendente di Tiranis News fotografa le munizioni ritrovate.
Oggi, martedì 7 febbraio, il sindacato Alliance e la prefettura confermano i colpi d'arma da fuoco. Vengono definiti “spari d'avvertimento”. Malgrado l'ingente dispiegamento di fdo, i proiettili di gomma, le granate, l'elicottero, dei poliziotti avrebbero avuto bisogni di estrarre la loro arma di servizio per disperdere qualche decina di rivoltosi?
In realtà, quello che è successo ieri a Aulnay-sous-Bois è un'ulteriore dimostrazione della militarizzazione messa in campo per il mantenimento dell'ordine. Da 20 anni, con le Flash-balls, poi i fucili LBD40, i poliziotti sono riabituati a sparare, a premere il grilletto contro la folla, a mirare verso le persone. Non è più un caso eccezionale. Migliaia di proiettili di gomma sono sparati ogni anno in Francia, ferendo e mutilando altrettante persone nelle periferie, durante le manifestazioni o fuori dagli stadi.
A Beaumont-sur-Oise quest'estate la polizia aveva già estratto i fucili d'assalto contro i rivoltosi senza però utilizzarli. A Aulnay lo Stato si assume la responsabilità di utilizzare armi da fuoco col pretesto di mantenere l'ordine. Ecco la quadratura del cerchio. E siamo sotto un governo socialista..
Nantes Revolteè

Fonti:

-Aulnay-sous-Bois:la prefettura conferma gli spari di veri proiettili come avvertimento

https://www.buzzfeed.com/davidperrotin/aulnay-sous-bois-la-prefecture-de-police-confirme-des-tirs-a?utm_term=.nfD6pL3zz

- Spari di veri proiettili da parte della polizia nella notte tra il 6 e il 7 febbraio

http://www.liberation.fr/direct/element/des-tirs-de-sommation-de-la-police-dans-la-nuit-de-lundi-a-mardi-a-aulnay-sous-bois_57608/

- Taranis News

http://taranis.news/2017/02/aulnay-sous-bois-nuit-demeute-et-probables-tirs-a-balles-reelles/

martedì 7 febbraio 2017

MUSLIM O TRUMP BAN?


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Torniamo a parlare di Donald Trump e della lunga serie di promesse fatte durante la campagna elettorale per le presidenziali e prontamente,almeno nelle intenzioni,mantenute o che sta cercando di portare a compimento.
Dopo la questione del muro sul confine messicano(madn il-muro-di-trump )ecco che un altro suo fermo cavallo di battaglia razzista,quello contro i musulmani di tutti gli stati(ops non tutti)e le provenienze e del loro divieto d'ingresso nel territorio statunitense.
Già cassato dalla Corte d'Appello e da un giudice di Seattle che ha proibito ciò che Trump voleva negare,visto che questo proposito va oltre tutte le carte dei diritti internazionali in quanto si fa differenze per il credo religioso,una cosa sancita dalla quasi totalità delle nazioni,il neopresidente s'infuria e dice che la colpa di prossimi accadimenti terroristici sarà solo colpa di questi giudici.
L'articolo preso la Left(ordine-legale-anti-islam )parla di questa decisione della Corte ma anche della possibilità dello stesso Presidente di poter scegliere elementi della Corte Suprema in una sorta di autoproclamata dittatura e di come tante aziende Usa non approvino il tentativo di Trump di mettere al bando i musulmani dall'Iraq,Iran,Somalia,Yemen,Libia,Sudan e Siria(forse quelli dell'Arabia Saudita finanziatori dell'Isis che Trump a parole dice di odiare tanto vanno bene).

Ordine anti-Islam: Trump furioso con i giudici. Tutti contro di lui.

di Martino Mazzonis
L’ordine esecutivo firmato da Donald Trump che impedisce l’ingresso ai cittadini di sette Paesi e che discrimina i musulmani rispetto ai cristiani rimarrà sospeso almeno fino alla giornata di oggi e continua a essere il centro dello scontro politico tra l’amministrazione repubblicana e il mondo.
Entro oggi infatti i due Stati che ne discutono la legittimità e la Casa Bianca dovranno produrre i loro argomenti legali di fronte a una corte d’appello. Prima gli uni e poi gli altri, in risposta agli argomenti dei primi. A quel punto la Corte deciderà se fissare un’udienza o proseguire nella sospensione dell’ordine, come già deciso al momento in cui gli è arrivata la richiesta di valutare l’ordine del giudice di Seattle che sospendeva la validità dell’ordine esecutivo. A seconda di cosa deciderà la Corte d’appello, Trump (o una delle 17 entità, tra Stati e associazioni che hanno contestato la legalità dell’ordine) porteranno il caso davanti alla Corte Suprema.
L’amministrazione ha reagito con rabbia alla decisione del giudice di Seattle e a quella della Corte d’Appello: Trump, come sempre su twitter, ha definito il giudice ha parlato di “cosiddetto giudice” e sostenuto che questi mette il Paese in pericolo e che se dovesse capitare qualcosa la colpa sarà del potere giudiziario. Non esattamente una risposta che rende giustizia all’equilibrio dei poteri previsto dalla costituzione americana.
Uno dei primi fronti di scontro politico parallelo a quello dell’ordine esecutivo è la nomina del giudice Gorsuch alla Corte Suprema. Visto il braccio di ferro in corso tra giudici e presidenza, il tema dell’indipendenza del potere giudiziario sarà al centro del dibattito sulla sua conferma: ritiene il giudice nominato che il presidente stia abusando degli ordini esecutivi? È pronto Gorusch a valutare in maniera indipendente questa modalità di governare? A differenza di casi in cui le domande poste al giudice nominato sono teoriche, qui ci si trova di fronte a un caso concreto che riguarda il presidente che ha scelto Gorusch. E che si è lasciato andare a insulti contro il potere giudiziario e le sue scelte che non sono abituali – un comunicato della casa Bianca, poi modificato, parlava di sentenza “scandalosa”.
Non è finita qui. Oltre alle manifestazioni di protesta che continuano in tutto il Paese, c’è un documento legale depositato presso la Corte d’appello che valuterà il caso firmato da 97 colossi dell’high tech, da Google a Facebook, da Apple a Uber, passando per Yelp, twitter, Mozilla. Manca solo Amazon – per ragioni oscure, visto che nemmeno Jeff Bezos sembra essere tenero con Trump. Queste compagnie hanno migliaia di dipendenti stranieri, sono forti anche grazia alla possibilità di reclutare il meglio che c’è al mondo e difendono un’idea che è un po’ parte del loro modo politically correct di presentarsi al mondo: multinazionali che rispettano le differenza di genere, religione, colore della pelle e che non discriminano. Resta il fatto che una mossa così unitaria da parte della Silicon valley è un brutto segnale per Trump.
L’ordine esecutivo è arrivato anche al Super Bowl che si è giocato a Houston e che, per la cronaca, i New England Patriots hanno vinto dopo una rimonta di 24 punti mai capitata prima nella finale annuale del football americano. Molti degli spot pubblicitari mandati in onda nell’intervallo alludevano direttamente alla scelta di Trump di discriminare le persone. AirBnB e Budweiser in maniera più diretta (lo spot della birra mostra la storia dell’immigrato tedesco, come la famiglia Trump, che ha fondato il marchio, con allusioni al viaggio dei rifugiati e al razzismo, mentre il portale di affitto stanze e appartamenti spiega “noi affittiamo a tutti”).
Ce n’è abbastanza per sapere che la scelta di emanare un ordine esecutivo così controverso e scritto male potrebbe rivelarsi un colossale errore. Aver distinto tra cristiani e musulmani, aver scelto alcuni Paesi e non altri e aver incluso (in un primo momento) anche i possessori di carta verde, sono tutte forzature dettate dall’ideologia. E potrebbero rivelarsi un boomerang. A meno che, come sostiene qualcuno, la decisione di alzare un polverone sul tema immigrazione dai Paesi islamici, non sia il frutto di una strategia di Steve Bannon, la mente di Trump, che potrebbe aver deciso di creare una controversia su una questione per far passare in secondo piano molte altre scelte fatte in queste ore. Mentre l’America si accapiglia attorno ai diritti di chi vive e lavora negli Usa, l’amministrazione Trump comincia infatti compie una serie di strappi in politica estera e comincia a demolire le regole imposte alle banche dopo la crisi finanziaria del 2008 – la legge Dodd-Frank. Un tema altrettanto cruciale e una scelta in totale contraddizione con la retorica anti poteri forti usata durante la campagna, che vedeva Hillary Clinton come la marionetta delle banche.

MA DAVVERO E' TUTTA COLPA DEGLI INSEGNANTI?


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Che da ciò che leggiamo quotidianamente sui social piuttosto che da quello che sentiamo dal più semplice discorso da bar o con i colleghi al lavoro finendo a quelli televisivi,l'ignoranza la sta facendo da padrona(madn ignoranti-e-felici )e se da un punto di vista staccare la spina possa dirsi lecito e anche ritemprante,c'è chi il collegamento neuronale col proprio cervello proprio non lo riesce a fare.
Nell'articolo preso da Left(non-sparate-sugli-insegnanti )e in questo suggerito di Contropiano(accademici-preoccupati )alcune riflessioni,proposte e ricerche di ogni sorta di causa ed effetto sulle dichiarazioni di docenti che puntualmente escono sulla stampa sullo stato pessimo della conoscenza della lingua italiana ed in maniera particolare di quella scritta.
Le colpe che vedono gli insegnanti elementari come causa principale di questo impoverimento lessicale sono pesanti e non sempre legittime,si punta l'indice contro persone e non contro un sistema che vuole la scuola un'azienda e non un luogo d'insegnamento con gli studenti visti come clienti(madn azienda-scuola).
Gli stessi docenti universitari che fanno parte della classe dirigente italiana e che spesso e volentieri poggiano il loro deretano sui banchi parlamentari,e che non protestano se gli ultimi governi hanno praticato tagli lineari alla scuola pubblica con i pochi finanziamenti erogati indirizzati verso l'istruzione privata-paritaria(esempi:madn cantiere-scuola e madn la-maturita-firmata-dal-regime ).
Se da un lato scrivere è diventato un hobby più che un motivo e strumento lavorativo e di comunicazione,non si può certo addossare la colpa ad una classe lavorativa che vive sempre sul chi va la,sul precariato salariale e sull'incertezza di non avere linee guida che cambiano quando i ministri vanno e vengono.
In questo sistema che non conosco direttamente la memoria a breve termine vale di più che su quella basata sul ragionamento del pensiero come insegnata ai miei tempi,non tantissimi ma comunque parecchi anni fa,con strumenti di applicazione degli insegnamenti basati sulla compilazione di quiz che sono la fossa per sviluppare meglio l'intelligenza che ognuno di noi,nel bene o nel male,possiede.

Non sparate sugli insegnanti: se gli studenti non sanno scrivere le cause sono molte.

di Donatella Coccoli
E' stata una domenica di passione quella di ieri per gli insegnanti italiani. Sono finiti sul banco d’accusa come non accadeva da molto tempo. Una sferzata di giustizialismo  ha attraversato tutti i media dopo l’appello “Contro il declino dell’italiano a scuola” lanciato dal Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità – questo il nome completo – sottoscritto poi da 600 docenti universitari. La sintesi è questa: “Gli studenti italiani arrivano all’università senza sapere né leggere e scrivere. Non sono capaci di fare discorsi secondo una logica compiuta, sono un branco di analfabeti”. Con l’ovvia conclusione implicita: colpa dei docenti, troppo lassisti, troppo accondiscendenti, troppo permissivi. In particolare nel testo della lettera rivolta alla ministra dell’Istruzione Fedeli, le critiche sono rivolte ai docenti del primo ciclo, in gran parte maestre. Si sollecitano quindi più attività nell’ambito della scrittura – dettato, riassunto, scrittura corsiva ecc. – che però sono già contenute nelle Indicazioni nazionali del 2012 e che forse gli estensori dell’appello non hanno letto.
Ma è davvero così giustificata questa impennata contro gli insegnanti?
Nel mare magnum dell’indignazione collettiva Massimo Cacciari, che pure anche lui aveva firmato l’appello, su Repubblica ha fatto notare che «la colpa non è tanto degli studenti né degli insegnanti ma di chi ha smantellato la scuola disorganizzandola». Ora, che il problema esista, è un fatto, dimostrato anche dalle statistiche Ocse che ci collocano sempre agli ultimi posti (in media, ma poi se vediamo nei dettagli, in certe regioni le cose vanno meglio). Ma forse il problema andrebbe analizzato nei dettagli e con più approfondimenti, senza sparare così, tout cort, sugli insegnanti che ormai è come sparare sulla Croce Rossa.
Va detto che la ribellione in rete è stata istantanea. Tantissimi i post di insegnanti che si sono sentiti trattati a dir poco come “delinquenti”, che distruggono le nuove generazioni. Che dire? È facile prendersela con gli insegnanti quando per decenni si è contribuito a delegittimare l’istruzione pubblica. Ma rimanendo ai fatti, vogliamo ricordare qualche tappa passata delle politiche scolastiche italiane? Così, tanto per rinfrescare la memoria. Otto miliardi (8) di euro di tagli sotto il duo Gelmini-Tremonti. Mai visto prima un simile disincentivo da parte dello Stato per la scuola pubblica. E questo mentre gli altri Paesi europei invece, pur nella crisi del 2008, hanno investito nell’istruzione. Ma prima ancora della mannaia tremontiana c’era stato il feeling del centrodestra per le tre i (Impresa, inglese e Internet), prima ancora la parificazione delle scuole private con quelle pubbliche (ahimè con il ministro ex comunista Luigi Berlinguer).
E poi, negli anni, a seguire, la riduzione delle ore di italiano nelle scuole medie e superiori, la scomparsa di certe materie come la storia dell’arte…
E poi non dimentichiamo cosa è arrivato dopo, con il governo di centrosinistra Renzi. Sissignori, è arrivata la Buona scuola, che non a caso è stata applaudita anche da Forza Italia perché ha completato l’opera gelminiana. Con un premier che alla lavagna spiegava le magnifiche sorti e progressive del preside manager e della scuola come azienda. Ma Renzi è solo l’ultimo protagonista di una storia che comincia da lontano. Un lungo cammino verso la delegittimazione della professione dell’insegnante, della riduzione della sua libertà d’insegnamento.
Esageriamo? Allora proviamo a scorrere una “giornata tipo” di un prof. Tra registri elettronici da riempire – così i genitori da casa possono seguire l’andamento scolastico dei figli e forse saranno meno aggressivi o forse non faranno ricorsi per le eventuali bocciature -, o le valutazioni Invalsi che fanno perdere tempo prezioso perché bisogna allenare gli studenti alle risposte standard per i quiz. E poi un’infinità di procedure burocratiche, tra Bes, Dsa, moduli per l’auto valutazione della scuola ecc. ecc. E poi cosa accade? Ti prendono altre ore di insegnamento, perché c’è l’alternanza scuola-lavoro – anche giusta ma forse da organizzare in un altro modo – e quindi, via, 200 ore nel triennio dei licei e 400 negli istituti tecnici. La scuola deve preparare al lavoro, la scuola non ha studenti ma clienti, dice il profeta della meritocrazia Roger Abravanel, molto in auge nel clima pre Buona scuola. Le competenze vengono ridotte, finalizzate all’unico scopo di imparare una professione. Con una miopia incredibile, perché è proprio in una situazione complessa come questa che stiamo vivendo che occorre un sapere complesso, come quello umanistico per esempio, da affiancare certo, a quello scientifico, per troppo tempo, questo è vero, vituperato in Italia. Come ha detto il filologo Luciano Canfora che ha firmato l’appello, bisognerebbe ritornare a studiare l’analisi logica e a tradurre dalle lingue, quelle antiche e quelle moderne per imparare a scrivere bene e anche a costruire un discorso con un minimo di logica. Qualche prof in rete si è lamentato anche per la novità contenuta in una delle deleghe della legge 107 che sono in esame nelle commissioni parlamentari. “Ma come? Adesso vogliono anche portare all’esame studenti con gravi insufficienze e poi ci accusano di non fare bene il nostro lavoro?”.
Che cosa sia la professione di insegnante lo spiega molto bene Franco Lorenzoni, il maestro di Giove (Terni) autore di un bel libro (I bambini pensano grande, Sellerio) che su Internazionale ha raccontato la sua avversità ai voti decimali alle scuole elementari. A un tipo di valutazione “fredda” che blinda il bambino in una gabbia da cui con difficoltà esce.
Sentite cosa scrive dell’essere insegnante: «Il nostro è un mestiere artigiano in cui dobbiamo avere la pazienza e il coraggio di mettere a punto gli strumenti del nostro operare ogni volta, perché ogni gruppo di bambini o ragazzi è un organismo complesso, composto da difficoltà e potenzialità sempre nuove, per affrontare le quali non ci sono ricette belle e pronte».
Contro l’abolizione dei voti decimali alla primaria si era schierato prontamente il Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. Ma cos’è il Gruppo di Firenze? Intanto è nato nel 2005, fondato da Andrea Ragazzini, Sergio Casprini, Giorgio Ragazzini e Valerio Vagnoli, un preside e tre insegnanti in pensione. Le loro attività si possono scorrere nel sito. Convegni, incontri, appelli, lettere aperte ai docenti e ai politici. Nel 2008 una lettera del Gruppo di Firenze sulla necessità di un partito trasversale sul merito e la responsabilità prima delle elezioni politiche viene letta dalla ministra Gelmini nella prima audizione alla Camera dichiarando poi di fare suo il contenuto. Nel corso degli anni i membri del Gruppo di Firenze hanno alternato una dura critica alle occupazioni degli studenti alla protesta contro gli schiamazzi notturni in città. Le iniziative del gruppo di Firenze hanno sempre trovato molta attenzione da parte dei presidi. Eppure, sono proprio i presidi i primi, sostengono molti insegnanti, a impedire una valutazione troppo severa degli studenti da parte dei prof. “Ma come mai tutte queste insufficienze?” si sentono dire in tanti ai consigli di classe. È ovvio, tante bocciature non fanno fare una bella figura alla scuola e ormai siamo in un clima di scuola-azienda, di mercato…
Insomma,è molto semplice scaricare la colpa sui prof, quando le responsabilità sono di un intero sistema. Lo sosteneva anche Tullio De Mauro: se la scuola italiana non va bene dipende anche dall’assenza di una cultura di base. Per questo il grande linguista da poco scomparso, sosteneva a spada tratta la necessità di un’educazione permanente per gli adulti. Il ragionamento era semplice: se in una famiglia non si legge un libro, non si sente mai parlare di cinema o di teatro, è difficile che uno studente possa colmare il gap culturale solo con la scuola. Ma dell’educazione degli adulti o della promozione della cultura o della semplice lettura i vari governi succedutisi negli anni se ne sono bellamente disinteressati. E forse a poco serve che la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli oggi su Repubblica lanci la proposta di «attivare uno studio vivo del suo pensiero didattico». Tullio De Mauro, per la cronaca, era uno strenuo oppositore della Buona scuola.

sabato 4 febbraio 2017

LE TANTE MORTI DI FEDERICO

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Quando parlo della vicenda di Federico Aldrovandi mi viene sempre una rabbia dentro che è difficile da spiegare,non osando nemmeno equipararla a quella che hanno provato o che provano ancora i sui familiari ed i suoi amici,e le vicende giudiziarie legate all'efferato assassinio del giovane ferrarese ammazzato dai quattro porci in divisa qui sopra in foto,lo continuano ad ammazzare più volte.
Nell'articolo preso da Infoaut(aldrovandi-indulto-amministrativo )l'ultima sentenza che prevede come atto finale l'ammenda di 128 Euro da pagare a testa per le merde in divisa responsabili del suo massacro e della sua morte,a fronte dei 467mila per danno erariale e d'immagine,una cifra che di certo non riporterà in vita nessuno e che non ha fatto scontare nemmeno una parte della condanna iniziale per i colpevoli.
Quattro sbirri col culo parato da tutti,dal ministero degli interni al sindacato di polizia(madn a-calci-in-faccia ),ad una certa informazione di servitori dello Stato a tutti coloro che non si sono pronunciati su questo abuso e che sono loro complici.
In un periodo in cui circolano parecchi giustizieri della notte,in cui ci si fa giustizia da se,non sono certamente giorni(e notti per l'appunto)in cui si possano fare sonni tranquilli.

Aldrovandi: indulto amministrativo ai 4 poliziotti assassini.

"Vittime del dovere”. Così sono stati definiti i quattro poliziotti responsabili della morte di Federico Aldrovandi.
Un modo per attenuare le responsabilità degli agenti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, riconosciuti colpevoli di omicidio colposo durante un controllo di polizia.
Quella a cui si è appellato e anche con successo l’avvocato dei quattro colpevoli è una legge che dà diritto a benefici agli appartenenti alle forze dell’ordine caduti o rimasti invalidi nella loro lotta alla criminalità organizzata o al terrorismo!
Per i quattro poliziotti, nel luglio 2013, la Procura aveva chiesto al Ministero un rimborso per “danno erariale e danno di immagine”, una rivalsa pari all’intera somma pagata alle parti civili dopo il processo di primo grado. Valeva a dire quasi due milioni di euro e quindi 467.000 euro a testa per i quattro responsabili.
In primo grado i quattro agenti erano stati condannati a risarcire lo Stato, ma solo di un terzo di quei 1.870.000 euro chiesti dall’accusa. E così, anziché 467.000 euro a testa, Enzo Pontani e Luca Pollastri, l’equipaggio di Alfa 3, il primo a intervenire in via Ippodromo e quindi il primo a ingaggiare la violenta colluttazione con il diciottenne, erano poi stati chiamati a risarcire 224.512,18 euro ciascuno. Monica Segatto e Paolo Forlani, l’equipaggio della seconda volante Alfa 2, invece erano stati chiamati a pagare 56.128,05 euro ciascuno.
Questa sentenza era andata in appello ed il ricorso era stato favorevole al punto che i poliziotti si erano visti ridurre ulteriormente la pena pecuniaria: 150mila euro complessivi, spartiti in 67mila a testa per Pontani e Pollastri e 16mila per Segatto e Forlani.
Il “maxi-sconto” è dovuto ad un’eccezione presentata dall’avvocato della Segatto, Eugenio Pini, che ha fatto ricorso all’articolo 1 commi 231 e seguenti della legge 266 del 2005, la cosiddetta “vittime del dovere”.
La normativa prevede “con riferimento alle sentenze di primo grado pronunciate nei giudizi di responsabilità dinanzi alla Corte dei Conti per fatti commessi antecedentemente alla data di entrata in vigore della presente legge, i soggetti nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di condanna possono chiedere alla competente sezione di appello, in sede di impugnazione, che il procedimento venga definito mediante il pagamento di una somma non inferiore al 10 per cento e non superiore al 20 per cento del danno quantificato nella sentenza. La sezione di appello, con decreto in Camera di Consiglio, sentito il procuratore competente, delibera in merito alla richiesta e, in caso di accoglimento, determina la somma dovuta in misura non superiore al 30 per cento del danno quantificato nella sentenza di primo grado, stabilendo il termine per il versamento. Il giudizio di appello si intende definito a decorrere dalla data di deposito della ricevuta di versamento presso la segreteria della sezione di appello”.
La sentenza dunque ha revocato anche il sequestro conservativo dei beni dei poliziotti e ha dichiarato inammissibile l’appello del procuratore generale della Corte dei Conti dell’Emilia-Romagna contro la sentenza.

Pertanto l’unica ammenda da scontare per i poliziotti che restano i responsabili della morte di un innocente, ammonta a 128 euro di giudizio.

LE POLIZZE DELLA DISCORDIA

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Non passa giorno senza che gli immacolati adepti del Movimento 5 stelle non parlino di complottismo e di accanimento mediatico,ma per un caso o due va bene,ma se gli altarini che parlando solo di Roma,lo voglio sottolineare,escono a cadenza quasi quotidiana,vuol proprio dire che i pasticci ed i problemi a relazionarsi con le altre forze politiche e con gli italiani sono veramente gravi,oltre che mandare alle ortiche la tanto decantata trasparenza e legalità(i fari della Raggi in campagna elettorale).
E non bastano gli appelli a destra e manca su social e televisioni di paventare stupore od incredulità alle notizie che fioccano e che fanno del Comune di Roma sempre più una barzelletta,che già non bastavano Alemanno e Marino per far ridere,o piangere che è più appropriato,non solo l'Italia.
Le grane della giunta Raggi(madn le-capitali-ditalia-senza-pace )non hanno termine e fanno un baffo a quelle che avevano portato alle dimissioni di Marino sfiduciato dal suo partito,e dopo aver trombato un candidato alle comunarie del 2016 per gli stessi motivi per cui è indagata la Raggi ha la faccia tosta di dire di non saperne niente su tutto e tutti,l'importante è che sia stato avvisato il capo setta Grillo(madn non-avrai-altro-dio-allinfuori-di-me ).
Gli articoli presi da Contropiano(roma-la-raggi-consapevole )e Left(la-polizza-di-romeo )parlano degli ultimi scandali dell giunta con Marra e Romeo che sono dei corrotti e degli approfittatori come in qualsiasi altro partito o movimento o lega(non proprio tutti)che si dica,che fanno polizze(il secondo)sulla vita come "investimento"(questa cosa me la devono spiegare:perche-le-polizze-vita-non-sono-il-tuo-miglior-investimento ),un poco come il caso Scajola con la casa al Colosseo"non so proprio chi me l´abbia pagata"(madn claudio-scajola )...ma intanto se lo sa Beppe nun c'è problema!

Roma. La Raggi, consapevole o “a sua insaputa”, sta facendo seri danni.

Nel quadro delle indagini sulle nomine dei dirigenti al Comune di Roma, la Procura ha interrogato ieri fino a tarda sera la Sindaca Virgina Raggi. Nelle maglie dell'indagine è emersa una nuova pagina anomala e fino ad ora sconosciuta: l’esistenza di una polizza assicurativa a nome della Raggi sulla vita di Salvatore Romeo, il funzionario comunale elevato a capo della segreteria politica della sindaca. Inizialmente il beneficiario della polizza indicato da Romeo non era Virginia Raggi ma un’altra persona (l'ex fidanzata, ndr). Nel gennaio del 2016 Romeo muta il beneficiario. Il soggetto che può incassare la somma accumulata diventa così Virginia Raggi, la quale di lì a poco si presenterà alle cosiddette “comunarie”, (le primarie online interne al M5S) per essere poi candidata alla carica di sindaco di Roma.
A febbraio Virginia Raggi si candida contro Marcello De Vito (allora capogruppo comunale del M5S) e lo batte, diventando così il candidato ufficiale del M5S a sindaco di Roma. Si è appreso che la Procura di Roma ha aperto un fascicolo anche sulla vicenda del presunto dossier che avrebbe contribuito a sconfiggere Marcello De Vito alle primarie del M5S nella corsa alla Campidoglio, spianando così la strada alla candidatura della Raggi a sindaco. Un episodio e una modalità decisamente inquietanti, soprattutto alla luce di quello che sta emergendo. Quattro mesi dopo infatti Virginia Raggi viene eletta sindaco sconfiggendo al ballottaggio Roberto Giachetti del Pd. Tre settimane dopo nomina il funzionario comunale Salvatore Romeo come capo della sua segreteria politica.
Con il nuovo incarico, la retribuzione di Romeo passa da 39 mila euro annui a 110mila euro. A quel punto l’Autorità Anticorruzione emette un parere che consiglia – ma non obbliga – il Comune di Roma, (come per altri casi) a fissare un tetto alla retribuzione del neodirigente. Dando seguito alla segnalazione dell'Anac, la Raggi riduce la retribuzione di Romeo da 110 mila a 93mila euro lordi, comunque una retribuzione due volte e mezzo superiore rispetto al precedente stipendio da dipendente comunale. Slavatore Romeo lascerà il suo incarico il 17 dicembre 2016 a seguito l’arresto dell’amico Raffaele Marra, finito in carcere con l’accusa di corruzione. Marra, insieme a Romeo, al fratello Michele e alla stessa Raggi, sono i soggetti di una chat privata denominata “Quattro amici al bar” abbondantemente monitorata e spiata dalla magistratura che comincia a indagare sulle nomine (e le dimissioni lampo) dei dirigenti comunali nella nuova amministrazione Raggi. Interrogata dai magistrati, la Raggi ha affermato di non sapere nulla della polizza assicurativa a suo nome e dunque che è stata accesa “a sua insaputa” (obiettivamente una linea difensiva che abbiamo già sentito in altre occasioni e da altri personaggi politici di potere).
Fin qui, se si va a vedere nel merito, materia di rilevanza penale ce n'è ancora poca (abuso d'ufficio e falso nel peggiore dei casi) e certamente non sufficiente a giustificare l'accanimento giustizialista e mediatico contro la Raggi di giornali espressione dei poteri forti come Corriere della Sera, La Repubblica e la Stampa. A questo si attengono anche le poche dichiarazioni ufficiali del M5S: "Per Roma non esiste nessun piano B. Il comportamento che Virginia Raggi e il MoVimento 5 Stelle devono tenere nel caso di vicende giudiziarie è esplicato nel codice etico e nel codice di comportamento che hanno firmato i portavoce eletti in consiglio comunale a Roma. Siamo vicini a Virginia in questo momento difficile e la giunta ha la nostra fiducia" si legge in un post del M5S pubblicato sul blog di Beppe Grillo.
Emerge invece una questione di rilevanza politica e morale che non attiene sicuramente – né deve farlo mai e per nessuno – ai tribunali.
Sembra ormai assodato che i “Quattro amici al bar” hanno agito come gruppo di pressione prima dentro il M5S riuscendo a far candidare la Raggi a sindaco, e poi hanno agito come gruppo di potere dentro la nuova amministrazione comunale orientando nomine di dirigenti ed elevando retribuzioni consistenti. Insomma un modello di comportamento apertamente in contrasto con le ragioni sociali su cui il M5S è nato ed ha incassato successi politici ed elettorali.

Torniamo a sottolineare come il mantra sull'onestà e sulla legalità sia fuorviante e contraddittorio. La prima perchè l'onestà non ha solo una valenza giudiziaria, la seconda perchè troppo spesso entra in contrasto con i princìpi di giustizia sociale. Infine e per emtrambi, perchè arrivare ad amministrare una grande, complessa, disuguale area metropolitana come Roma senza averne una visione politica a tutto campo, diventa una capitolazione o un suicidio.
Nel primo caso la pressione dei poteri forti sulla e nella Capitale (quel “mondo di sopra” tenuto tuttora al riparo dalle inchieste su Mafia Capitale), non ha esitato a giocare sporco per addomesticare o liquidare la nuova giunta comunale. Costruttori, affaristi, faccendieri, ma anche multinazionali straniere, vogliono mettere a profitto Roma in ogni aspetto della sua vita economica e sociale: dalle Olimpiadi allo Stadio di Tor di Valle, dai Piani di Zona ai Punti Verde Qualità, dal turismo di massa agli studios di Cinecittà, dalle privatizzazioni delle municipalizzate alla gestione dei grandi eventi.
Nel secondo caso perchè i “Quattro amici al bar” non si sono resi conto che il clima nelle amministrazioni pubbliche è cambiato e “monitorato”, per cui certe spregiudicatezze non passano più inosservate. Il problema è che la complicità reciproca e l'avventurismo di questo gruppo di “amici” sta facendo cuocere sulla graticola e compromette la credibilità del M5S come fattore di discontinuità rispetto alle amministrazioni del passato. Difficile credere che tutto possa andare avanti come se nulla fosse. Il tappo sulla pentola a pressione imposto da Grillo e Casaleggio o salta, consentendo un dibattito aperto nella e con la base del M5S, oppure può diventare una lapide.
I sondaggi possono anche confermare i consensi alla giunta Raggi tra i cittadini romani, soprattutto perchè le alternative del passato o quelle momentaneamente futuribili fanno ancora più schifo. Ma è una rendita di posizione che non può durare ancora a lungo. Soprattutto se a incalzare le contraddizioni della giunta comunale non saranno più o solo i poteri forti ma i movimenti sociali e sindacali metropolitani che su una visione alternativa di Roma hanno proposte da avanzare, gambe sociali per concretizzarle e nessuna intenzione di fare sconti a nessuno.
Per martedi prossimo, 7 febbraio, questi movimenti (Carovana delle Periferie, Decide Roma, Forum Salviamo il Paesaggio, Unione Sindacale di Base) hanno convocato una seconda assemblea popolare in Campidoglio. In quella precedente del 4 ottobre, il cerchio magico di Raggi, Marra, Romeo impose il veto alla partecipazione e al confronto. Ma il clima è cambiato e la posta in gioco su Roma ormai ha assunto una valenza tutta politica e sul piano nazionale.

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La polizza di Romeo inguaia Raggi e tutto il Movimento.

Luca Sappino
La vicenda è disarmante in ogni caso. Fosse vero che Raggi non sapeva niente della polizza sarebbe dimostrata ancora una volta, dopo il caso Marra, un’allarmante incapacità di scegliere i collaboratori, avendo dato le chiavi della propria segreteria a un assicuratore seriale dotato di così scarsa cultura istituzionale da non porsi neanche il problema dell’opportunità di certi investimenti.
Se invece quello di Romeo è un gesto che nasconde una relazione affettiva (l’aveva già fatto con una precedente fidanzata), grave è averlo promosso, triplicandogli lo stipendio, senza almeno render pubblico il legame, evidentemente più profondo della sola comune militanza.
Infine: se invece Raggi sapeva, ha acconsentito, taciuto e poi promosso (ringraziato), beh, non ci sarebbe chiarimento possibile – posto che un chiarimento sia possibile – e chiedendo le dimissioni del proprio sindaco, il Movimento dovrebbe aprire una seria riflessione sulla selezione della propria classe dirigente.
Sulla classe dirigente, sì, e non solo sui candidati, sugli eletti: perché i partiti (o movimenti, come vi pare!) sono organizzazioni che richiedono esperienze professionali, dirigenti interni per il loro funzionamento e dirigenti interni o di area per affrontare le diverse sfide amministrative o istituzionali. E se di gente strana (a volte simpaticamente strana), di ignoranti, di complottisti, di mitomani o anche di furbacchioni o disonesti – vedremo cos’è Romeo – ce ne è in tutti i partiti, se i tuoi finiscono così spesso ai vertici il problema non è solo di Virginia Raggi. Il problema è anche di Roberta Lombardi, per capirci, che denuncia da mesi il “raggio magico”; il problema è anche di quelli che – son sicuro – saranno prontissimi a scaricare Raggi per salvare il Movimento, quando e se sarà impossibile fare altrimenti.
Troppo facile.