lunedì 14 settembre 2020

SCUOLA:L'INCERTEZZA E' L'UNICA CERTEZZA

Una pausa così lunga difficilmente e speriamo in bene il mondo dell'istruzione non l'ha mai vissuta e a distanza di sei mesi ecco che si ricomincia,alcuni l'hanno già fatto ed altri si rimetteranno alla pari nei prossimi giorni ma la data ufficiale dell'inizio dell'anno scolastico 2020-2021 è proprio oggi.
L'incertezza è l'unica certezza viste le difficoltà e le regole che la pandemia impone con la sua emergenza che accompagnerà presumibilmente per tutta la stagione sia quest'anno scolastico e tutte le attività ordinarie della società,con dei presupposti positivi che vengono spiattellati man mano che le scadenze arrivano,in primavera il virus doveva essere sconfitto in estate e arrivati alla fine della stagione si è messo un ulteriore step alla fine del prossimo inverno.
Quindi per quest'anno le regole ci saranno e dovranno essere rispettate nonostante come riportato nell'articolo di Contropiano(il-rientro-a-scuola-fantasie-ministeriali-e-dura-realta )regni un caos che dal Ministero di competenza vogliono far credere comunque controllato per quanto questo ossimoro possa valere:infatti come già detto dall'Azzolina il rischio zero non esiste e su questo giocherà molte delle sue carte nel futuro alla guida della pubblica istruzione,qualunque sia ancora il suo tempo a disposizione.
Dal caso banchi di scuola a quello del numero dei docenti quelli che saranno penalizzati maggiormente resteranno gli studenti,che già rispetto ai loro coetanei europei hanno un'istruzione media peggiore e che con questi rebus sulla presenza o meno in classe(con la didattica a distanza istituzionalizzata da un mese tanto per mettere ulteriormente le mani avanti)la loro situazione non migliorerebbe.
Mentre ancora non si pone l'attenzione sulla privatizzazione scolastica che i vari governi degli ultimi anni hanno favorito e contribuito senza guardare le differenze partitiche,con questa falsa pubblicità di quello attuale che annuncia miliardi di Euro per l'istruzione quando ne servirebbero almeno il doppio(vedi:madn la-scuola-e-linformazione ).

Il rientro a scuola, fantasie ministeriali e dura realtà.

di  Maurizio Disoteo   

Così è arrivato il 14 settembre, la tanto agognata ma anche temuta data di riapertura delle scuole. Questo anche se, in effetti, alcune regioni hanno riaperto le scuole il 7 settembre, e altre lo faranno il 16, il 22 e il 24. 

È vero che il calendario scolastico è di competenza delle regioni, ma forse in questo caso sarebbe stata confortante una data d’inizio unica sul piano nazionale. Ma ciò non è stato possibile perché il Ministero, nella sua ormai conclamata incapacità di gestire la situazione d’emergenza, ha delegato tutto alle diverse competenze autonome, dalle regioni, ai comuni sino alle singole scuole. 

Che la ripresa scolastica sarebbe stata difficile lo si sapeva da mesi e questo avrebbe dato modo al Ministero di preparare il rientro in modo più decente. Al contrario, si sono sprecati questi mesi in chiacchiere, istituendo la “Commissione Bianchi” i cui documenti dormono ormai in qualche polveroso cassetto, immaginando “tavoli regionali” con enti pubblici (e privati) locali, “conferenze di servizio degli enti locali”, tutte miseramente non attuate o fallite. 

Tutte queste trovate sono state accompagnate da una stucchevole demagogia sugli investimenti governativi, presentati come ingenti, quando è evidente che quattro miliardi per la scuola sono al contrario pochi, in una situazione che di emergenza sarebbe anche senza la pandemia, dopo anni di definanziamenti che hanno falcidiato gli organici e ridotto le strutture al lumicino.

Infine, si è organizzata una grottesca messa in scena, sui “banchi monoposto di nuova generazione” annunciando una spesa di due milioni e mezzo di euro per queste costose e inutili attrezzature. 

In rete gira un video di una scuola che ha trasformato i propri banchi doppi in singoli spendendo 34 € al pezzo e soprattutto, si sarebbe potuto adottare la soluzione cubana di far sedere gli alunni in una disposizione non affiancata, senza spendere un soldo, idea peraltro imitata nelle scuole d Bolzano. 

Infine, la compulsione di questo governo nel voler nominare “commissari straordinari” come il commissario tuttologo Arcuri, che invece nulla sa di scuola e che ancora dichiara, di fronte all’evidenza del contrario, che il 14 settembre tutte le scuole avranno mascherine per alunni e docenti. 

Nei continui rimpalli tra ministero, commissioni di esperti e commissari straordinari, si è ignorato il solo provvedimento che avrebbe potuto garantire una ripresa più sicura e anche un miglioramento dell’offerta formativa: l’assunzione in ruolo di un numero adeguato di docenti, a partire dai precari che da anni lavorano nella scuola e che dovranno sostenere, per l’ostinazione della ministra Azzolina. 

Un concorso, ovviamente “meritocratico”, di cui non si conosce ancora la data e che è comunque a rischio a causa delle restrizioni causate dalla pandemia. 

L’assunzione di un numero adeguato di docenti avrebbe potuto garantire la diminuzione del numero degli alunni per classe, passato negli anni gelminiani e post-gelminiani da 25 (20 se in presenza di un disabile) a 30, ma con troppe colpevoli deroghe, che hanno portato ben oltre il numero di allievi per classe. 

Tutto ciò per non scrivere della situazione dell’edilizia scolastica e degli spazi. Il patrimonio edilizio scolastico è vetusto e in situazione di pessima manutenzione, ma vive anche le conseguenze dell’accorpamento degli istituti avvenuto alla fine degli anni novanta. 

Tale accorpamento, anche se in parte giustificato da necessità organizzative che potevano migliorare la didattica, risparmiando risorse e permettendo acquisti più oculati, ha dimenticato questa originaria motivazione producendo in seguito la creazione di istituti sovradimensionati e l’utilizzo di ogni ripostiglio come aula. 

Molte scuole, tra l’altro, per ricavare spazi che forse non si potranno nemmeno utilizzare perché non ci saranno i docenti per gestirli, hanno sacrificato quest’anno i laboratori disciplinari (arte, musica, teatro, fisica, chimica, informatica…) con il rischio concreto di riportare la scuola indietro agli anni cinquanta. 

I continui richiami della ministra alla famigerata autonomia scolastica coprono una realtà preoccupante: le scuole riaprono in totale ordine sparso, adottando soluzioni pedagogiche e sanitarie difformi tra loro, inventate in ciascuna di esse dal dirigente, da qualche collaboratore o dal referente Covid, un malcapitato docente o ATA senza specifiche competenze sanitarie. 

In queste condizioni appaiono ben poco credibili le parole del Presidente del Consiglio che nel suo messaggio al mondo della scuola ha parlato di “carenze strutturali che si trascinano da anni”. 

Questa sarebbe stata un’occasione per cominciare a rimontare la china, invece che giocare allo sport a cui ci hanno abituati i premier degli ultimi decenni, sempre pronti a denunciare le malefatte dei “precedenti governi” ma a non fare nulla per porvi rimedio. 

In realtà, nulla è cambiato nella composizione delle classi che restano le stesse, troppo numerose, dello scorso anno e per le quali gli spazi non sono adeguati. In tale situazione circa il 50% degli istituti secondari si sta orientando a iniziare con la didattica “mista” vale a dire metà classe a scuola e metà a casa dietro lo schermo, alternando il gruppo in presenza ogni settimana. 

Una situazione didatticamente ingestibile che pone anche problemi sindacali, visto che la telecamera in classe non è mai stata accettata dal corpo docente. Altre scuole invece hanno optato per iniziare con poche classi in presenza, in genere le prime e quelle terminali, mentre per le altre si ricorrerà alla didattica a distanza. 

Quest’ultima, peraltro, è stata resa non più emergenziale, ma istituzionale con il decreto e nota ministeriale del 7 agosto, che ha imposto agli istituti di inserire, nel piano dell’offerta formativa, la DDI (Didattica Digitale Integrata), nuova denominazione della Didattica a distanza, che diventa quindi abituale e istituzionalizzata. 

L’istituzionalizzazione della DDI deriva dalla non volontà del Ministero di risolvere i problemi di organico e di spazi della scuola ed è particolarmente grave perché negli ultimi mesi dello scorso anno scolastico si è verificato come la didattica distanza abbia provocato abbandoni, aumento delle disuguaglianze educative e comunque una perdita di qualità per tutti gli studenti. 

Ma tutto ciò al Ministero non sembra interessare, anzi, l’emergenza appare una buona occasione per imporre forme d’insegnamento digitale molto gradite in Viale Trastevere, ma che possono solo portare alla totale disgregazione della scuola pubblica. 

Non è un caso che già qualche istituto stia allineandosi all’”innovazione ministeriale”: un liceo della provincia di Milano, con il pretesto dell’emergenza sanitaria, ha vietato ai suoi studenti di portare a scuola libri, quaderni e penne. 

Ne consegue che non ci sarà nemmeno una biblioteca d’istituto, né libri, dizionari ecc, disponibili nelle aule. 

Gli studenti potranno avere solo un tablet (adattissimo ai banchi-trespolo) con cui fare tutto. Lo sfascio preordinato della scuola pubblica, il passaggio massiccio alla sostituzione della scuola come spazio di educazione critica e relazionale a vantaggio di forme privatizzate, trasmissive e domestiche sembra peraltro in linea con il vecchio progetto del Movimento 5 Stelle, di cui la ministra fa parte, di abolire il valore legale dei titoli di studio. 

Gli insegnanti subiranno conseguenze molto gravi da questa situazione. Non dimentichiamo che gli alunni tornano a scuola dopo mesi di traumi subiti, nel migliore dei casi, dall’interruzione dell’anno scolastico e della loro vita sociale e dalla segregazione e angoscia che la pandemia ha provocato. 

Nel peggiore dei casi porteranno invece con sé il ricordo di sofferenze, invalidità e morte. Anche dover tornare a scuola seguendo misure di sicurezza quali il distanziamento e le mascherine è difficile e traumatico per dei bambini e degli adolescenti. 

Gli insegnanti sono oggi in prima linea come lo è stato il personale sanitario in primavera e dovranno avere sensibilità e capacità pedagogiche e umane che vanno molto oltre il rispetto, già non semplice da attuarsi in condizioni così poco adeguate, delle norme di sicurezza. 

Ma al Ministero sembra che tutto questo non interessi, non abbiamo ascoltato nessuna dichiarazione della ministra su questi problemi, né sono state predisposte iniziative di formazione psicopedagogica, che sono invece incentrate esclusivamente sulla DDI. 

Inoltre, il Ministero si dimostra sordo alle voci degli insegnanti che denunciano l’inadeguatezza delle soluzioni adottate, con un comportamento sprezzante, anche nel momento in cui si mettono in discussione punti importanti del contratto di lavoro e della funzione docente. 

Tra l’altro, a causa della mancata risoluzione del problema del precariato, decine di migliaia d’insegnanti (tra cui molti nel delicato compito del sostegno) saranno, come ogni anno, chiamati a lezioni avviate e mandati in classe nel giro di un’ora, senza avere partecipato alla programmazione d’istituto, fatto abituale, purtroppo, per i supplenti, ma quest’anno decisamente ancor più grave fino all’irresponsabilità 

In questa situazione, i sindacati di base della scuola USB, Unicobas, CUB e Cobas Sardegna hanno indetto due giorni di sciopero per il 24 e 25 settembre. Riportiamo qui sotto una nostra intervista a Lucia Donat Cattin, dirigente dell’USB scuola. 

venerdì 11 settembre 2020

TORRE DEL GRECO SCACCIA SALVINI

Torre del Greco aveva sentenziato già da giorni sulla visita di Salvini nella città campana,tappa di un tour che lo vede girare in una terra dove non più tardi di qualche anno fa sia lui in prima persona che i suoi adepti pregavano affinché il Vesuvio eruttasse spazzando via tutto e tutti.

Ma si sa che la brama di potere ed una faccia di culo come pochi alterino sia la persona che un intero movimento di razzisti fascisti,quindi Roma ed il sud Italia(una volta la linea di demarcazione della "Padania"era il sacro fiume Po)tornano comodissime al progetto politico della Lega che da partito secessionista è diventato nazionalista e sovranista.

Il redazionale di Contropiano(torre-del-greco-costringe-salvini-alla-fuga )parla della contestazione popolare di Torre del Greco che ha costretto Salvini a lasciare il gazebo dove aveva cominciato a farneticare e a disertare la passeggiata elettorale presso il mercato,gente del posto non solo dei centri sociali ma di tutti i tipi e le età.

Successivamente il capitone è scappato con la coda tra le gambe protetto dalla polizia e non sapendo che dire ha tacciato tutti i presenti di essere dei camorristi,fine di questa altra giornata elettorale di un politico in chiaro sconvolgimento esistenziale.

Torre del Greco costringe Salvini alla fuga.

di  Redazione Contropiano  

È durato meno di 5 minuti l’intervento di Matteo Salvini a Torre del Greco nell’ambito del suo tour elettorale in vista delle Regionali del 20 e 21 settembre. 

Fischi, slogan, contestazioni e perfino lancio di pomodori hanno accolto le sue parole sul palco allestito nella zona tra via Roma e corso Vittorio Emanuele chiusa al traffico.

Del resto il leader della Lega, dopo essere stato a Pompei, doveva anche visitare le aree mercatali di largo Santissimo e passeggiare in via Salvatore Noto, ma le condizioni ambientali – è stato organizzato anche un corteo composto da almeno un migliaio di manifestanti partito da piazza Santa Croce – hanno consigliato ai responsabili del servizio d’ordine di puntare direttamente al gazebo dove erano presenti già gli attivisti locali. 

Troppo pochi, comunque, per compensare “il volume” di voci della fiumana di contestatori. Neanche con gli altoparlanti installati sul palco si riusciva a sentire una sola parola del “Truce”. 

C’erano certo anche alcuni ragazzi dei detestati “centri sociali,” ma come si nota dai video per la gran parte si trattava persone comuni, anche anziani. Popolo, insomma. 

E l’inchiesta ancora in corso, che ha portato all’arresto di tre commercialisti del Carroccio per una squallida vicenda di compravendite e mazzette ai danni della regione Lombardia, non aiuta certo a trovare “simpatie” in una regione che non dimentica i coretti “lavali col fuoco” e “senti che puzza, scappano anche i cani”, ecc.

mercoledì 9 settembre 2020

L'INIZIO DI UN'ALTRA GUERRA CIVILE NEGLI USA?

Il livello di violenza che negli Stati Uniti sta facendo crescere ancora di più la richiesta di armi e che non passa giorno che la polizia sia implicata in prima persona,vedi il ragazzino autistico colpito nello Utah ed in serie condizioni(contropiano la-polizia-dello-utah-spara-a-un-ragazzo-autistico-di-13-anni ),è un susseguirsi di ipotesi sul come potere fermare questi scontri provocati nella gran maggioranza dei casi proprio da chi dovrebbe proteggere le persone.
E'dalla sinistra americana più antagonista che giungono segnali di un ricorso alle armi sempre più elevato per difendersi da una destra impazzita come ai livelli del dopoguerra quando il Ku Klux Klan terrorizzava gli afroamericano con spedizioni punitivi ed orribili esecuzioni protetti dalla polizia(che spesso forniva elementi a questa setta sanguinaria)e che ancora oggi esiste e ha dato da stimolo ed esempio alla creazione di altre farneticanti sigle neonaziste e razziste.
Nell'articolo proposto(contropiano come-matura-guerra-civile-negli-usa )tutti gli effetti del suprematismo bianco amplificati da Trump che consente alla polizia ed ai nazisti di continuare i soprusi con minacce che ben presto si trasformano in atti di violenza,proponendo all'interno un altro contributo scritto ancor prima dell'assassinio di Micheal Reinoehl(madn michael-forest-reinoehl )ma già con la memoria degli ultimi omicidi di Kenosha e le proteste black lives matter in varie zone statunitensi.
Una corsa agli armamenti all'interno degli Usa dove i dati parlano di più di un arma ad uso"civile"in media in mano agli americani dove la percentuale dei possessori di tali strumenti vanno dal 39% negli Stati repubblicani contro il 25% di quelli democratici alle ultime elezioni di quattro anni fa,con l'attenzione verso gruppi socialisti che da qualche tempo si stanno organizzando e allenando per sparare per potersi difendere.

Come matura la guerra civile negli Usa.

di  Redazione contropiano - Thomas Seymat  & Antonio Storto *   

Gli Usa stanno diventando un laboratorio sociale di grande interesse. La crisi di egemonia politico-economica, gli effetti sociali devastanti delle delocalizzazioni produttive in atto dagli anni ‘80 e ‘90 (con la conseguente desertificazione produttiva e la disoccupazione di massa che supera abbondantemente i 100 milioni di persone), il razzismo di fondo innestato sulle contrapposizioni di classe e di origine etnica, sono state esaltate dalla presidenza Trump.

Il quale era arrivato alla Casa Bianca cavalcando la delusione dell’America profonda, anche non bianca, e soprattutto delle aree più colpite dalla de-industriazzazione (le molte rust belt che stanno diventando “territori fantasma”).

La crisi occupazionale e di reddito non era stata certo risolta dalla moltiplicazione di “lavoretti” promossa dalle politiche economiche di destra, ma l’indifferenza stragista davanti all’avanzare della pandemia ha distrutto alla radice anche questa forma di “flessibilità” reddituale. Il dichiarato razzismo ha fatto il resto, favorendo l’azione criminale della polizia e la libertà d’azione di milizie suprematiste bianche di chiara ascendenza Ku Klux Klan.

Tutte cose note. Quello che però continua a sfuggire agli osservatori italiani ed europei, tutti presi a sacralizzare un vecchio trombone dell’establishment come Joe Biden, è la radicalizzazione dei movimenti nati sull’onda dei tanti omicidi razzisti della polizia (e non solo). Poi esplosi in modo duraturo con la morte in diretta di George Floyd.

“Radicalizzazione” che non significa solo spostamento dell’opinione politica “a sinistra”, verso il socialista anziano Bernie Sanders o la new wave rappresentata da Alexandra Ocasio Cortez. Anche perché questo classico sbocco politico previsto dal sistema politico Usa è stato blindato e chiuso dall’establishment “democratico”, che ha messo in scena l’ancor più classica “corsa al centro” proponendo come vice Kamala Harris, una campionessa “nera” del destrissimo law and order.

Nessuna rappresentanza politica, insomma, per dei movimenti con grandi dimensioni di massa, quotidianamente in piazza e nella tagliola tra bestialità poliziesca e mano libera alle milizie wasp.

Abituati alle dinamiche della “sinistra” del Vecchio Continente, ci si doveva attendere un’evoluzione nello “sconfittismo” più becero. Rinuncia al conflitto politico, retorica della “legalità” e invocazione della Costituzione quotidianamente stracciata dalla controparte. Che laggiù non solo “mena”, ma soprattutto spara.

Sarà che nel “senso comune” statunitense la filosofia di fondo è “pragmatica”, persino in chiave molto terra-terra (“se ci sparano, che facciamo?“), ma la reazione è stata opposta. Il tradizionale sistema di pensiero della “sinistra liberal”, incentrato sulla triade pacifismo-legalitarismo-diritti civili, è stato messo in archivio molto rapidamente. 

Non è scomparso del tutto, ovviamente, e grande è la pressione “democrats” per imporlo come obbligatorio a tutto il movimento (uno dei più attivi in questa direzione è non a caso Barack Obama). Ma grazie anche al recupero intelligente della memoria storica dell’antagonismo Usa, la presa d’atto della situazione, dei rapporti di forza, delle “forme pratiche” del conflitto politico in questi tempi bui, ha fatto affermare una sorprendente ma non incomprensibile “volontà di resistere”.

Senza lanciarci in teorizzazioni fuori luogo, vi proponiamo qui un articolo da Euronews che dà conto di una realtà poco nota e con ogni probabilità tenuta intenzionalmente lontano dai riflettori.

C’è un famoso fotografo pacifista che decide di girare armato (anche nelle manifestazioni), la resistenza nera (che ha una lunga tradizione), i gruppi di autodifesa multietnici, e persino “club” lgbt che si esercitano all’uso delle armi. 

Davvero un altro mondo… 

Sono proprio sicuri, i rappresentanti nostrani delle “due destre” (fascioleghisti e piddini) di voler inseguire ancora il “modello amerikano”?

Stati Uniti, ora anche l’estrema sinistra si arma: l’ombra della guerra civile? 

* Euronews – 28 agosto 2020

La recente sparatoria di Kenosha, Wisconsin, dove due persone sono morte, non ha fatto che confermarlo: gli Stati Uniti si stanno riempiendo di milizie ed individui armati. Un fenomeno che – con le manifestazioni, le contro-manifestazioni e i disordini cresciuti attorno al movimento Black Lives Matter – ha iniziato a estendersi a macchia d’olio.

Secondo i media locali, il principale sospettato per le sparatorie mortali, un ragazzo di appena 17 anni, è stato visto in presenza di uomini armati, circostanza che è stata in seguito confermata dalle forze dell’ordine. “Si tratta di una milizia“, ha detto lo sceriffo della contea di Kenosha, “come un gruppo di vigilanti“.

Questi gruppi – politicamente schierati a destra e i cui raduni sono in molti casi caratterizzati dal risuonare di slogan razzisti e dallo sventolio di bandiere confederate – fanno dell’ostentazione delle armi (che in molti stati degli Usa possono essere legalmente portate in pubblico) un punto fermo nella propria linea di condotta. Una tattica che la sinistra statunitense, in massima parte favorevole al controllo e alle restrizioni sulle armi da fuoco, si era finora astenuta dall’adottare.

Ma nel tumulto del 2020, anche le mentalità sembrano cambiare rapidamente. “Negli ultimi 3 o 4 mesi, il dibattito sulle armi da fuoco in questo Paese, soprattutto a sinistra, è cambiato enormemente”,ha dichiarato Robert Evans a Euronews. 

Giornalista di guerra, con trascorsi in Iraq e in Ucraina, Evans è attualmente tornato nella sua Portland, in Oregon, dove si sta occupando delle quotidiane manifestazioni contro la violenza poliziesca a danno degli afroamericani. Solo pochi giorni fa, durante un reportage, un contro-manifestante di estrema destra gli ha rotto un dito con un manganello.

Il giornalista, che non fa segreto delle sue simpatie libertarie, è anche un esperto di armi da fuoco: ne possiede diverse e – dopo aver ricevuto minacce di morte – ammette di uscire regolarmente armato da casa, anche durante i suoi reportage. Nei suoi podcast, inoltre, ha apertamente incoraggiato i manifestanti di sinistra ad armarsi.

“Non credo sia un bene per una democrazia – continua Evans – vivere in un Paese con 400 milioni di armi da fuoco registrate per uso civile, quasi tutte nelle mani di una singola parte dello spettro politico. È la premessa per un disastro”.

Il timore di Evans è che gli Stati Uniti siano sull’orlo di una nuova guerra civile: un tema che, già l’anno scorso, aveva sviscerato in uno dei suoi podcast.

Dall’inizio del 2020 e della pandemia, secondo il giornalista, un gran numero di persone, “soprattutto persone di sinistra”, lo avrebbero contattato “per chiedermi consigli su quali armi comprare, come allenarsi, e via dicendo”.

Le divisioni ideologiche riguardo alle armi da fuoco negli Stati Uniti sono state finora molto nette e profonde. Uno studio del 2017 pubblicato dal Pew Research Center mostra che i repubblicani e gli indipendenti con simpatie repubblicana hanno il doppio delle probabilità, rispetto ai democratici e agli indipendenti con simpatie democratiche, di possedere almeno una pistola (44 per cento contro il 20 per cento). 

Altri studi mostrano con chiarezza la stessa tendenza: secondo il Brookings Institute, un think tank con sede a Washington DC, negli stati che hanno votato per i repubblicani alle elezioni presidenziali del 2016 il 39 per cento dei residenti possiede armi da fuoco, contro il 25 per cento degli stati che hanno votato democratico.

La maggior parte delle centinaia di milioni di armi da fuoco in circolazione negli Stati Uniti sono concentrate nelle mani di pochi americani. Stando a un’indagine condotta nel 2015 da Harvard e dalla Northeastern University, il 50% di queste armi apparterrebbe al 3% appena degli adulti americani: un gruppo di “super proprietari”, che hanno accumulato una media di 17 armi ciascuno.

“La possibilità di usare un’arma per autodifesa – continua Evans – a sinistra è più accettata oggi che in qualsiasi altro momento che io possa ricordare“. Un cambiamento storico, che secondo il giornalista è legato a condizioni eccezionali: crisi sanitarie ed economiche, manifestazioni e repressione poliziesca, la rinascita dell’estrema destra militante e armata.

“Non è un bene che la popolazione abbia tanta paura – continua Evans – ma credo ci sia stato un cambiamento radicale nell’atteggiamento della sinistra verso il possesso d’armi da fuoco, proprio a causa dell’insicurezza che tutti in questo momento percepiscono“. 

Simbolo di questa paura, l’acquisto di munizioni che tra febbraio e aprile è cresciuto del 600% negli Stati Uniti.

Il 2016 e l’elezione di Trump.

Questa tendenza della sinistra a voler esercitare un diritto “costituzionalmente garantito dal Primo Emendamento”, sebbene accelerata dalle turbolenze del 2020, sembra trovare origine nell’inizio del primo mandato di Donald Trump. Un reportage fotografico dell’Associated Press, pubblicato nell’ottobre 2017, mostra una sessione di tiro al bersaglio per il Trigger Warning Queer & Trans Gun Club di Victor, New York.

Il club di tiro al bersaglio è composto da gay, lesbiche e trans, i quali “preoccupati che gli estremisti di destra diventino più audaci e pericolosi – ha spiegato il fotografo Adrian Kraus – hanno deciso di impugnare le armi“.

Secondo Kraus, il club si riunisce una volta al mese in un campo a nord di New York.

Nella foto qui di seguito, Jake Allen (a sinistra) osserva Lore McSpadden sparare su un bersaglio in terra battuta durante una sessione di allenamento. 

McSpadden non aveva mai toccato un’arma da fuoco prima che il club fosse fondato l’anno precedente, nel 2016.

“In generale, dal 2016, gruppi schierati a sinistra come il John Brown Gun Club, lo Huey P. Newton Gun Club e la Socialist Rifle Association sono andati via via moltiplicandosi“, ha detto Evans a Euronews.

Dopo la morte di George Floyd, avvenuta il 25 maggio del 2020, questi gruppi di estrema sinistra – che oltre ad armarsi incoraggiano altri a fare altrettanto – si sono trovati sempre più al centro della scena.

“Le azioni della polizia e dello Stato contro la comunità nera forniscono una giustificazione più che sufficiente perché questa comunità si faccia carico della propria difesa“, ha detto il comitato centrale della Socialist Rifle Association (SRA) in una dichiarazione dopo la morte di Floyd.

“Armatevi!”

Membri del John Brown Gun Club e del Redneck Revolt durante una protesta anti-Trump a Phoenix, Arizona

Tra le iniziative adottate da questa organizzazione di ispirazione marxista ci sono “le marce pacifiche, il mutuo aiuto e il possesso di armi da fuoco“.

“Queste pratiche – afferma il gruppo – se usate con saggezza, sono strumenti per difendere una comunità dall’oppressione“.

Ma, dice l’SRA, “dobbiamo fare attenzione a distinguere tra l’uso delle armi da fuoco in difesa di una comunità e l’uso indisciplinato o reazionario per altri motivi“.

Lanciata tra il 2017 e il 2018, la SRA ha, secondo il suo sito web, “quasi seimila membri e più di sessanta sezioni ratificate” in tutti gli Stati Uniti. Inoltre, se una delle attività del gruppo consiste nell’educazione alle armi da fuoco, “le manifestazioni armate sotto lo stendardo dell’SRA sono comunque vietate, perché non è questo il nostro scopo“.

Ma anche altri gruppuscoli della sinistra radicale americana iniziano a mostrarsi armati alle manifestazioni. Anarchici e antifascisti del John Brown Gun Club – gruppo che prende il nome da un abolizionista bianco dai metodi violenti, presente soprattutto nell’area di Seattle – chiedono “una resistenza attiva contro gli effetti sociali corrosivi e distruttivi del suprematismo bianco, del sessismo, dell’intolleranza e dello sfruttamento economico“.

Nel luglio 2019, Willem van Spronsen, un ex membro di questo gruppo, è stato ucciso dalla polizia nella città di Tacoma, Washington, mentre lanciava ordigni incendiari contro i veicoli nel parcheggio di un centro privato di detenzione per immigrati.

Secondo una lettera di rivendicazione trovata postuma, van Spronsen aveva intenzione di protestare contro la politica di arresto e di deportazione dell’Immigration Customs and Enforcement (ICE), l’agenzia governativa che negli Usa si occupa di immigrazione. 

“Incoraggio vivamente i compagni e i nuovi compagni ad armarsi” si legge nella dichiarazione. “Ora siamo responsabili della difesa degli individui contro uno stato predatorio“.

martedì 8 settembre 2020

IL FUNERALE DI ZINGARETTI

Solamente qualcuno alieno alla politica italiana non aveva previsto il sì al referendum di settembre sul taglio dei parlamentari da parte del Partito Democratico,uscito dalla direzione dopo l'approvazione della proposta del segretario Nicola Zingaretti.
Una scelta che era nell'aria e che segnerà la sconfitta politica di un segretario che da quando si è insediato non ha portato modifiche propositive ad un partito già con l'acqua alla gola che non è stato capace di levarsi di dosso l'ombra di Renzi,che ha fatto virare a destra questo che nell'albero genealogico delle successioni che ha avuto doveva essere l'erede del Pci,cosa già allontanata dalla memoria storica del comunismo fin dalla creazione del Pds e dalla venuta di Occhetto.
C'è un ma,in quanto numerosi simpatizzanti e iscritti al Pd,la famosa e tanto evocata base del partito,quella che a detta dei pezzi grossi che senza di essa il Pd non è nulla,ha già scaricato anticipando in molti casi l'attesa per la scelta del partito dicendo no al quesito referendario per le giuste motivazioni che questa gravosa quanto importante scelta implica.
Essere al guinzaglio dei cinque stelle che probabilmente già a queste regionali subiranno una mazzata letale che replicheranno alle prossime amministrative non è una bella visione da parte dei sostenitori piddini,ed in più casi anche amministratori locali nonché alcuni deputati e senatori,hanno ribadito il loro diniego alla vicina consultazione referendaria.
Perché fortunatamente il libero arbitrio della propria testa a volte non segue l'indicazione di un partito,perché se da un lato i grillini sono da sempre per una democrazia sempre più oligarchica e quindi non rappresentativa del popolo italiano,quindi contro quello che vorrebbero ottenere col taglio delle poltrone,il Pd ha molte anime che ragionano in termini di difesa della Costituzione nonostante talvolta siano guidati da segretari che calpestano tale Carta.
L'articolo(ansa referendum-zingaretti )la decisione del sì che ovviamente implica una serie di reazioni politiche,più che altro suggerimenti mascherati da ricatti,che i dem vorrebbero a loro volta come scambio per le riforme,sempre che come penso questo governo dopo il referendum e le regionali non sia un lontano ricordo.

Pd dice sì a referendum. Zingaretti: 'Avanti con le riforme'.

Sì della direzione Dem al segretario.Prima prova sulla legge elettorale.

La Direzione del Pd approva la proposta del segretario Nicola Zingaretti di votare sì al referendum del 20 settembre, passaggio tutt'altro che indolore in casa Dem dove, pur con toni pacati, le posizioni pro e contro il taglio dei parlamentari sono rimaste immutate. Un sì, in ogni caso, che rafforza i vincoli dell'alleanza con M5s, nella speranza che ora siano i pentastellati a compiere passi verso le direzioni auspicate dagli alleati Dem, a partire dalle modifiche ai decreti Salvini, l'utilizzo delle risorse del Mes e il cammino delle riforme. Queste battono il passo con il centrodestra pronto alle barricate, come dimostrano gli 800 emendamenti presentati al ddl Fornaro, una delle riforme costituzionali volute dalla maggioranza per correggere il taglio dei parlamentari. "Mentre propongo il SI - ha detto Zingaretti nella sua relazione - dico che dobbiamo respingere le motivazioni banali che il taglio del numero dei parlamentari farebbe risparmiare soldi allo Stato. I risparmi sarebbero minimi e non costituiscono il motivo principale del nostro si'. Il motivo principale sta nel fatto che a questo atto possono seguire altre riforme". Insomma la vittoria del No suonerebbe come il "de profundis" a ogni futuro tentativo di modificare la Costituzione, come l'adozione del bicameralismo differenziato che anzi il Pd deve rilanciare con una raccolta di firme, ha detto Zingaretti accogliendo una proposta di Luciano Violante.

"La decisione di votare Sì è stata presa dai parlamentari in grandissimo numero. E' chiaro che all'interno delle forze politiche ci possono essere distinguo e discussione ma la decisione" presa dalla Direzione Pd "era una decisione anche modo attesa" rispetto al voto parlamentare. Lo dice il premier Giuseppe Conte parlando con i cronisti a Beirut. "Non credo che la maggioranza fosse così agitata sul referendum", aggiunge il premier a chi gli chiede se il Si del Pd al referendum "tranquillizzi" la maggioranza.

lunedì 7 settembre 2020

MICHAEL FOREST REINOEHL

Gli agenti della US Marshall sono praticamente andati a colpo sicuro quando sono andati a braccare Michael Reinoehl,che uccise a Portland un manifestante dei razzisti Patriot Prayer,molto vicini al presidente Trump ed al mondo degli integralisti cattolici che poi sono quelli dell'estrema destra sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo"cristiano".
Reinoehl aveva il bersaglio addosso da quando per legittima difesa aveva sparato a Aaron Danielson quella sera dove gli occupanti di circa seicento veicoli della setta estremista bianca stavano per colpire i manifestanti antifascisti e del black lives matter pronti a farne fuori una certa quantità,ed il prode ex snowboarder professionista era stato richiamato in quanto membro del servizio di sicurezza dei cortei e convinto antifascista e antirazzista da anni.
Negli articoli proposti(infoaut.org/conflitti-globali e contropiano portland-intervista-michael-reinoehl-antifa-ucciso-polizia )sono proposte le parole dello stesso Reinoehl che si era reso irreperibile in quanto minacciato dai razzisti del Patriot Prayer e dalla polizia che lo voleva morto,e cosa di meglio da parte di questi ultimi con un settore speciale che lo hanno individuato e che hanno detto di averlo visto armato e quindi ammazzato senza pietà?
Tutto questo fomentare di episodi di violenza ed esecuzioni sommarie partono da lontano e come detto nell'ultimo post(madn sempre-piu-morti-nelle-strade-usa )che parla dell'argomento dell'accanimento poliziesco nei confronti degli afroamericani e di chi è loro simpatizzante e difensore ormai è legittima anche l'autodifesa verso la polizia e i razzisti neonazisti,proseguendo di fatto il cammino verso una guerra civile.

Usa: attivista sospettato di aver sparato al Patriot Prayer è stato ucciso dalla polizia.

Michael Reinoehl è stato ucciso ieri dagli agenti federali. L'uomo era sospettato di aver sparato all'estremista di destra Aaron J. Danielson dei Patriot Prayer sabato notte. I Patriot Prayer sono un gruppo di estrema destra di base a Portland la cui principale attività è stata quella di provocare e attaccare le manifestazioni antifasciste e contro il razzismo strutturale.

La sparatoria è avvenuta dopo un crescendo di tensioni che si sono gradualmente intensificate per tutta la notte di sabato mentre una carovana di auto pro-Trump si spostava lentamente attraverso la città.

I video pubblicati online mostrano persone su auto e suv adornati di bandiere che attraversano gruppi di manifestanti antifascisti e BLM cercando di investirli, aggredivano il corteo con utilizzo di pistole paintball verso la folla e usano spray al pepe. Molti di loro invece brandivano armi da fuoco.

Reinoehl, 48 anni, con due figli ed ex snowboarder professionista, aveva aderito da tempo alle proteste contro gli abusi di polizia e il razzismo strutturale negli Stati Uniti, partecipando alla sicurezza nelle manifestazioni. Aveva denunciato in passato la violenza della polizia nei confronti dei manifestanti e le provocazioni dei suprematisti bianchi che più volte hanno attaccato le proteste.

L'uomo si trovava a Lacey, nello Stato di Washington, dove è stato ucciso dai federali, per partecipare ad un'intervista con Vice News su quanto accaduto quella notte a Portland. Durante l'intervista Reinoehl ha implicitamente ammesso di aver sparato, ma ha sottolineato che si è trattato di un atto di autodifesa: "Sai, molti avvocati suggeriscono che non dovrei nemmeno dire nulla, ma sento che è importante che il mondo sappia almeno un po' di ciò che sta realmente accadendo, perché è stata fatta un sacco di propaganda". "Non avevo scelta. Voglio dire, io, avevo una scelta. Avrei potuto sedermi lì e guardarli uccidere un mio amico di colore. Ma non l'avrei permesso".

"Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso." continua Reinoehl nell'intervista. "Non ero nemmeno a conoscenza di cosa stesse succedendo. Ero fuori con mio figlio, stavamo guidando attraverso la città e ci è capitato di vedere centinaia di furgoni con delle bandiere e così ho informato i miei amici di quello che avevo visto e una volta finito quello che stavo facendo con mio figlio sono tornato a casa. Poi ha ricevuto una telefonata che diceva che avrebbe potuto essere una buona idea andare lì e che la sicurezza poteva essere necessaria.

Non sapendo cosa ciò avrebbe comportato.

Non avevo idea di quale fosse la situazione in cui stavo andando. Un tempo amavo davvero questo paese e rispettavo la bandiera e tutto ciò che rappresentava, ma a causa di tutto questo ogni volta che vedo un grosso camion specialmente con la bandiera, penso immediatamente che sono fuori a prendermi. C'erano 600 veicoli. Chissà che molti stessero solo passando per il centro ma come ho detto quando mi sono presentato ho visto un numero maggiore dei loro veicoli rispetto a quelli dei veri cittadini. Sembrava l'inizio di una guerra. Era un libera tutti e la polizia lo stava permettendo.

"Ho capito cosa era successo, ero sicuro di non aver colpito nessuno innocente. […] Stanno cercando di farci sembrare tutti terroristi e stanno cercando di farmi sembrare un assassino. Ho notato che continuano a dire che non è chiaro che ciò se è successo sia collegato alle proteste. È una bugia, loro sanno che lo è.

 Per non parlare del fatto che dicono di non sapere chi fosse. È una bugia. In un'ora su facebook e twitter, tutti che hanno la mia faccia e il mio nome etichettati come il tiratore. Vogliono dipingere un quadro in cui antifa ha un grande coinvolgimento. Molte persone non capiscono cosa rappresenti l'antifa e se guardi alla sua definizione di base è solo antifascista e io sono antifascista al 100%. Non sono un membro dell'antifa, non sono un membro di niente. Onestamente, odio dirlo, ma vedo una guerra civile dietro l'angolo."

Gli US Marshal hanno giustificato l’omicidio di Reinoehl dichiarando che una task force stava tentando di arrestarlo nello stato di Washington, ricercato con l'accusa di omicidio dal tribunale della contea di Multnomah, dichiarando poi: "I rapporti iniziali indicano che il sospetto ha estratto un'arma da fuoco, minacciando la vita degli agenti delle forze dell'ordine. I membri della task force hanno risposto alla minaccia e hanno colpito il sospetto che è stato dichiarato morto sulla scena", mentre nessuno dei membri della task force è rimasto ferito. La dinamica dell'omicidio di Reinoehl però per il momento non è confermata da altre fonti, e appare piuttosto particolare, visto anche quanto l'attivista ha dichiarato nell'intervista. Che si sia trattato di una trappola o di una esecuzione in piena regola? Per il momento è difficile fare ipotesi.

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Portland. L’intervista a Michael Forest Reinoehl, antifa ucciso dalla polizia.

di  Redazione Contropiano  

“Avrei potuto rimanere lì a vederli uccidere un mio amico di colore. Ma non l’ho fatto.”

Da quando un membro del gruppo di estrema destra Patriot Prayer è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco durante una manifestazione a Portland, lo scorso 29 agosto, le indagini della polizia si sono focalizzate su Michael Forest Reinoehl, 48enne veterano dell’esercito e padre di due figli che ha agito per quella che egli stesso definisce “sicurezza” durante la protesta di Black Lives Matter.

Il Wall Street Journal riporta che Reinoehl era nel mirino di Aaron “Jay” Danielson, che faceva parte di una grossa carovana pro-Trump (600 macchine) partita da Clackamas quello stesso giorno. In una conversazione rilasciata a VICE News con il giornalista freelance Donovan Farley, Reinoehl dichiara che aveva intuito che lui ed un suo amico nero stavano per essere pugnalati, e che aveva agito per legittima difesa.

Poco dopo che VICE News ha riportato questa conversazione, Reinoehl è stato ucciso in una colluttazione con degli agenti, quando una task force federale che ricerca fuggitivi aveva tentato di arrestarlo, secondo quanto riporta il New York Times.

“Sai, un sacco di avvocati dicono che non dovrei proprio dire nulla di nulla, ma io penso che sia importante far sapere al mondo cosa sta succedendo”, dice Reinoehl a VICE news. “Non avevo altra scelta, cioè, sì, ce l’avevo: avrei potuto rimanere lì a vederli uccidere un mio amico di colore. Ma non l’ho fatto.”

Portland è stato un punto focale per le proteste dalle elezioni del 2016, ma dall’uccisione di George Floyd a maggio, le manifestazioni sono diventate più caotiche ed estremamente più violente, Ad agosto, un simpatizzante dell’estrema destra è stato arrestato per aver sparato su una folla di manifestanti di Black Lives Matter. Alan Swinney, membro del gruppo filo-Trump Proud Boys, ha tirato fuori una pistola e l’ha mostrata ad alcuni manifestanti; un gruppo di militanti della sinistra radicale è stato ripreso in un video mentre tiravano fuori un uomo dal proprio SUV e l’hanno picchiato.

L’uccisione di Danielson è il primo “omicidio” attribuito a proteste antifasciste da anni. Accade una settimana dopo che Kyle Rittenhouse, 17enne simpatizzante di Trump, ha sparato a tre manifestanti a Kenosha, nel Wisconsin, uccidendone 2. L’avvocato di Rittenhouse dice che il suo assistito ha agito per legittima difesa.

Reinoehl è stata una presenza notturna costante ai presidi di Black Lives Matter di Portland. Ad inizio luglio, è stato arrestato per aver portato una pistola ad una protesta. Il WSJ riporta che il caso rimane aperto. Sempre a luglio, rimane ferito al braccio dopo aver cercato di sequestrare una pistola a un manifestante di estrema destra durante una colluttazione.

Reinoehl dice di essersi accorto della parata pro-Trump dopo aver visto “numerosi Suv con delle bandiere” mentre girava a Portland in macchina assieme al figlio adolescente. “Ho aggiornato i miei amici su quel che avevo visto, ho finito di fare quel che dovevo fare con mio figlio, sono tornato a casa e ho ricevuto una telefonata che mi diceva di passare da quelle parti” dice. “Era necessario prendere delle misure di sicurezza, anche se non sapevo bene cosa volesse dire. Non avevo idea in cosa mi stessi andando a ficcare.”

“Vedo tutti questi veicoli, gente dietro i SUV che urlava mentre fa svolazzare mazze e bastoni in direzione dei manifestanti che a loro volta urlavano contro di loro”, dice Reinoehl.

Alle 20:45 Reinoehl racconta di essere andato in soccorso di un suo amico circondato da SUV carichi di militanti pro-Trump armati. “Ho visto una persona che è un mio caro amico del movimento che si confrontava praticamente da solo con questi veicoli” dice Reinoehl a Farley “e quindi gli ho fatto sapere che ero a sua disposizione, ho parcheggiato la mia auto e l’ho raggiunto, e mi sono ritrovato all’intersezione davanti al food truck, dove c’erano alcune macchine e furgoncini con persone armate.”

Reinoehl sottolinea che le persone che partecipavano alla carovanata pro-Trump erano armate pesantemente e non avevano “pistole da paintball” (quelle che sparano palline di gelatina colorata ndT), come sottolinea la stampa.

Si è ritrovato in un confronto dove un uomo lo minacciava ed un altro aveva un coltello in mano “Avrebbe potuto colpirmi o pugnalarmi”.

I video dei passanti mostrano poi un uomo che assomiglia a Reinoehl, con lo stesso tatuaggio sul collo, sparare due colpi contro Danielson e poi andarsene. “Mi volevo assicurare di non ferire nessuna persona innocente e poi andarmene.” dice.

Dopo la sparatoria, Reinoehl si è dato alla macchia, trasferendosi con i figli in un posto sicuro, dopo che colpi d’arma da fuoco sono stati sparati alla sua casa, a qualche ora di distanza dall’incidente. “Mi stanno dando la caccia” Dice Reinoehl. “C’è un post in cui si dice che i cervi quest’anno dovranno sentirsi fortunati, perché ora la stagione è aperta per Michael Reinoehl”.

Non si è autodenunciato, sapendo che i militanti dell’estrema destra avrebbero collaborato apertamente con la polizia, la quale non avrebbe protetto lui e i suoi familiari.

Dice che al momento dello scontro e della sparatoria, non c’era polizia ad aiutare. “Non c’era sicuramente nessuno in vista, nessun agente, nessuno che potesse intervenire. Era un tutti contro tutti. E la polizia lasciava che accadesse”, dice.

Due settimane dopo, conferma di non avere ripensamenti su quel che ha fatto: “Se c’è la vita di qualcuno che mi è caro in pericolo ed ho i mezzi per intervenire…penso che qualunque altro essere umano farebbe lo stesso,” ammette.

Reinoehl dice di aver parlato con degli avvocati i quali sostengono che “ci sono delle prove per confermare il fatto che abbia agito per legittima difesa perché c’è un’ovvia minaccia alla mia vita”.

Giovedì, il sindaco di Portland Ted Wheeler ha dichiarato che gli accertamenti sull’incidente sono ancora in alto mare: “Non abbiamo ancora tutti i fatti. Non siamo ancora riusciti a parlare con tutti i testimoni. Non siamo ancora riusciti a elaborare tutti i video provenienti dai negozi in loco”, dice a KOIN 6 News.

“Penso che stiano provando a darmi altre incriminazioni. Troveranno altri modi per tenermi dentro”, ci risponde Reinoehl quando gli viene chiesto perché non ha raccontato questa storia alla polizia. “Onestamente, mi dispiace, ma mi pare ci sia una guerra civile dietro all’angolo”, sostiene “Quello sparo sembrava l’inizio di una guerra.”

Da Vice News

Traduzione a cura di Tiziano di Giuseppe

domenica 6 settembre 2020

L'ENNESIMA MORTE IN CARCERE PER UN PRIGIONIERO POLITICO BASCO

In queste tappe del Tour de France che si sono svolte nei Pirenei si sono potute notare numerose bandiere nazionali basche,le ikurrine,e numerose altre che ricordano i prigionieri politici baschi e che spronano il governo spagnolo ma anche quello francese a liberarli e farli tornare a casa,oppure a fare finire la pena detentiva in carceri non lontane centinaia di chilometri dai loro paesi e città
Negli scorsi giorni uno di questi presos è morto nonostante sarebbe dovuto essere liberato avendo scontato già i tre quarti della pena come da legislazione iberica,e quindi il bilbaino Igor González Sola è deceduto prigioniero nonostante fosse malato.
Ci sono state e ci saranno mobilitazioni sia a Bilbao che in altre località di Euskal Herria,nei modi e nel rispetto delle regole che impongono l'obbligo della mascherina anche all'aperto,un modo per esternare la rabbia e la protesta che da anni va avanti nei paesi baschi:come spiegato dall'articolo di Contropiano(in-euskadi-muore-un-altro-prigioniero-politico-eta )questa è la quinta morte da quando l'Eta si è sciolta e che si aggiunge ad un lungo elenco di prigionieri politici baschi condannati per capi d'imputazione fantasiosi e con pene a dir poco esagerate quando sono stati commessi dei reati.
Vedi anche:madn eushal-preso-eta-iheslariak-etxera .

Rabbia in Euskadi. Muore un altro prigioniero politico Eta.

di  Redazione Contropiano   

Una notizia dalle carceri ha scosso di nuovo Euskadi durante la notte appena trascorsa. La morte di un prigioniero basco ha alterato ancora una volta una normalità che non è tale, né nuova né vecchia, né con una pandemia né senza di essa, e che non sarà finché non lo sarà. Risolvere la situazione delle persone che rimangono imprigionate a causa di un conflitto che queste vogliono superare ma che altre insistono a perpetuare.

Il defunto è Igor González Sola, un bilbaino di 47 anni, in galera da più di quindici anni e che aveva scontato i tre quarti della pena lo scorso marzo. Dovrebbe essere libero, quindi, per tutto ciò che le autorità carcerarie hanno ignorato nelle loro stesse leggi. A maggior ragione quando era malato e anche undici anni fa, dopo due tentativi di suicidio che trascesero da parte sua nelle carceri di Granada e Badajoz.

Ma non era libero, era a Martutene, dove era stato trasferito appena due mesi fa, all’inizio di luglio. È arrivato da Soria, dopo essere passato per Valdemoro, in un viaggio dantesco che è la norma per i prigionieri baschi.

Cinque morti in sette anni.

Questa morte segue quella dell’iruindarra Xabier Rey, ritrovata nella sua cella di Puerto III nel marzo 2018, e quella del galdakoztarra (l’area municipile di Bilbao) Kepa del Hoyo, deceduto a Badajoz il 31 luglio 2017 a causa di un infarto che le autorità spagnole hanno liquidato come “morte naturale”. 

Elorrio Arkaitz Bellón è morto nel febbraio 2014, appena tre mesi prima della data in cui avrebbe dovuto lasciare la prigione. E solo undici mesi prima, nel marzo 2013, Xabier López Peña, anche lui un galdakoztarra, era morto quando era stato ricoverato a Parigi per tre settimane dopo aver subito un infarto e poi un ictus.

E se ogni morte è una bevanda molto dura per la famiglia e gli amici, lo è soprattutto in queste circostanze. La cadenza con la quale la morte sta invadendo i prigionieri baschi è insopportabile anche per una società come quella di Euskal Herria, abituata a stringere labbra e pugni.

Ci sono stati cinque morti nelle carceri da quando l’ETA ha abbandonato le sue armi nell’autunno 2011. Da allora, l’unica violenza perpetrata in questo paese è quella perpetrata dagli stati spagnolo e francese, e i prigionieri e solo subito rappresaglie e continue umiliazioni.

Sare convoca una mobilitazione a Bilbo.

La notizia della morte di González Sola, già nota nella notte, ha avuto un’eco immediata sulle reti, e non ci è voluto molto per le valutazioni dell’accaduto.

Sare ha denunciato la morte tramite Twitter, dove ha indicato che “con tre quarti della pena scontata, Igor dovrebbe essere per strada, vivo”.

“È ora di porre fine alla legislazione speciale”, ha aggiunto la rete dei cittadini, che ha indetto una mobilitazione di protesta oggi a mezzogiorno in Plaza Elíptica, con lo slogan “Salbuespen Legediak hiltzen du!”  (La legislazione speciale uccide!)

Allo stesso tempo, gli Artigiani della Pace hanno convocato per domenica una manifestazione davanti al consolato spagnolo a Baiona con lo slogan “Condannato a morire in prigione?”

Etxerat, che ha denunciato “le sofferenze cui governi spagnolo e francese non vogliono porre fine” e che ha trasmesso la sua “solidarietà e un caldo e affettuoso abbraccio alla famiglia e agli amici” del prigioniero defunto, ha chiesto che la mobilitazione sia sostenuta in massa.

EH Bildu ha considerato la morte del prigioniero di Bilbao “inammissibile” e ha sottolineato che “quando sono trascorsi 9 anni da quando ETA ha annunciato la cessazione definitiva delle violenze e sono passati più di due anni dalla scomparsa dell’organizzazione, è ancora incomprensibile che I prigionieri baschi rimangono in prigione”.

“La morte di González Sola – ha valutato la formazione politica di Arnaldo Otegi – ha confermato ancora una volta che è fondamentale che i prigionieri tornino immediatamente alle loro case”. Secondo EH Bildu, “la costruzione della convivenza democratica che la maggioranza della società basca ha più volte rivendicato richiede l’adozione di misure, e su questa strada è essenziale il rapido rilascio dei prigionieri baschi”.

“In questo senso”, ha aggiunto in una nota, “è essenziale che lo Stato spagnolo cambi il prima possibile la sua politica carceraria”.

A parità di condizioni, Arnaldo Otegi ha denunciato che Igor González “è l’ultima vittima di una politica carceraria crudele e vendicativa”.

“Costruire la convivenza richiede anche la sua disattivazione (della legge speciale) e il rilascio di tutti i prigionieri politici baschi. Un abbraccio alla sua famiglia e ai suoi amici“, ha aggiunto il leader di EH Bildu su Twitter.

I navarri di Sortu hanno valutato che “questa morte avrebbe potuto essere evitata, perché Igor doveva essere libero” e hanno sottolineato, a questo proposito, che il prigioniero di Bilbo “era malato e aveva già scontato i tre quarti della pena inflitta dai giudici spagnoli“, a cui si chiedeva “perché fosse ancora in carcere”.

“Questa morte è una conseguenza della politica penitenziaria penale applicata ai prigionieri politici baschi ed è responsabilità diretta del governo spagnolo”, ha detto la formazione Abertzale, e ha concluso “è ora di prendere decisioni politiche, di smettere di considerare i prigionieri baschi come ostaggi politici e rimandarli a casa”. 

Per questo hanno chiesto la partecipazione alle mobilitazioni, “affinché tutti possiamo arrivare alla soluzione”, e hanno ritenuto che “questo fatto doloroso richiede una riflessione collettiva”, invitando a farlo tutti tra le componenti politiche e sociali basche. 

“Per quanto tempo dovremmo continuare in questa situazione? Che futuro si può costruire in questo modo?”, Si è chiesta la formazione in una nota in cui inviava le sue condoglianze a chi era vicino a Igor González.

Venti prigionieri politici uccisi dietro le sbarre, quinto dal 2013.

L’eccezionale politica carceraria applicata ai prigionieri baschi ha numerose conseguenze, ma la più crudele è senza dubbio quella di coloro che muoiono dietro le sbarre. Negli ultimi decenni sono stati 20.

Il terremoto politico che ha determinato al cambio di strategia della sinistra nazionalista ha portato all’annuncio della definitiva cessazione dell’attività armata dell’ETA nel 2011 e, successivamente, nel maggio 2018, con la dichiarazione della definitiva uscita dalla scena. La replica sociale, anch’essa notevole, si è cristallizzata in una maggioranza trasversale per esigere una nuova politica carceraria, adeguata al contesto e questo nuovo tempo.

Queste richieste, però, sono sempre finite per incontrarsi nello stesso luogo: le mura della prigione, i cui movimenti si sono limitati a gesti timidi, come approssimazioni o libertà condizionali, spesso tese all’estremo. Negli ultimi anni, da quando è stato intrapreso il suddetto profondo cambiamento, ci sono stati cinque prigionieri baschi che hanno lasciato la loro vita dietro le sbarre.

Il primo di loro è stato il 54enne  Xabier López Peña, morto nel marzo 2013 in un ospedale di Parigi, dove era rimasto dopo aver subito un infarto e un ictus a Fleury.

Il 5 febbraio 2014, il prigioniero 36enne di Elorrio, Arkaitz Bellon è morto a Puerto de Santamaría (Cadice) a causa di un edema polmonare, tre mesi prima della data fissata per il suo rilascio.

Il 31 luglio 2017, Kepa del Hoyo, anche lui vicino di Galdakao, ha lasciato la sua vita nella prigione di Badajoz a causa di un infarto.

Xabier Rey Urmeneta, residente nel quartiere Iruindarra di Donibane, si è tolto la vita il 6 marzo 2018 nella sua cella nella prigione di Puerto III a Cadice, a più di 1.000 chilometri da casa.

E per ultimo, solo ore fa, Igor González Sola è stato trovato morto nella sua cella di Martutene.

sabato 5 settembre 2020

IL CARROZZONE

L'emergenza del coronavirus ha dato nuovo impulso e stimolo alla nuova corsa all'ora di questo inizio del ventunesimo secolo che durante le prime due decadi ha subìto intoppi e lungaggini burocratiche(ma anche errori grossolani come la selvaggia privatizzazione)nel campo delle telecomunicazioni.
Con lo smart working imposto per il Covid-19ci si è resi conto che l'Italia è parecchio indietro rispetto alla maggioranza delle nazioni europee sul campo della connettività ad Internet sia per la qualità che per la presenza sul territorio,con ampie zone ancora non coperte o con segnali deboli.
L'articolo(contropiano rete-unica-oggi-lok-di-tim-a-fibercop-inizia-lammucchiata )parla del carrozzone Fibercop creato con scatole cinesi che inglobano vari giocatori nella complessa e remunerativa squadra di chi gestirà le infrastrutture e i guadagni di questo importante aspetto dell'economia,visto che le telecomunicazioni sono sempre più importanti e decisive per lo sviluppo e la vita del paese,con lo Stato che all'inizio voleva avere una fetta importante di questo affare e che con l'andare del tempo vede affievolire la sua presenza.
Si spiegano i vari passaggi che da qualche anno,con un rimando a quando tutto era nazionalizzato(Sip),arrivando ai protagonisti attuali e l'incursione della Kkr(fondo statunitense)a interagire sovvenzionando lautamente il progetto(evidentemente hanno i loro sporchi interessi)delegando lo Stato ad essere spettatore in un settore come detto d'importanza economica ma anche strategica che implica la sicurezza nazionale.

Rete unica, oggi l’ok di Tim a FiberCop, inizia “l’ammucchiata”.

di  Alessandro Perri   

Il giorno è dunque arrivato, oggi il cda di Tim con il beneplacito del governo vara il lancio di FiberCop, la società unica per la gestione della banda ultralarga in tutto il territorio nazionale.

Il miraggio della rete unica per la rete secondaria – il cosiddetto ultimo miglio dell’infrastruttura, quello che va dagli armadi sulle strade alle abitazioni – diviene realtà, portando con sé una sequela di società private (oltre a Tim stessa, Tiscali, Fastweb, il fondo statunitense Kkr, e poi Sky, Vodafone, Wind-Tre) che molti dubbi lascia sul ruolo che lo Stato possa andare a ricoprire nella nuova configurazione societaria. Ma andiamo con ordine.

Governo e Tim d'accordo su FiberCop

La nascita di FiberCop era stata temporaneamente congelata dal governo all’inizio di agosto, quando con una lettera il ministro dell’economia Roberto Gualtieri e dello sviluppo economico Stefano Patuanelli avevano chiesto di posticipare l’operazione (che prevedeva l’entrata di Kkr e Fastweb nella società) all’ad di Tim Luigi Gubitosi, vista l’importanza del settore per gli interessi nazionali.

Da lì, giorni di intense trattative, con il governo che palesava l’intenzione di giocare un ruolo di peso nella nuova conformazione di un ambito come quello delle telecomunicazioni (tlc) decisivo per lo sviluppo, nonché per la sicurezza, dello stivale.

Fino al lasciapassare per il nuovo assetto nel vertice di giovedì, alla presenza dei pezzi pesanti del governo quali Conte, Gualtieri, Patuanelli, Pisano, Bonafede, Franceschini, Speranza, Orlando e Marattin, insieme all’ad di Cassa depositi e prestiti (Cdp) Fabrizio Palermo, in qualità di big per la parte pubblica dell’operazione.

Qual era il termine della contesa, quali gli attori in campo, e come è andata a finire? Un breve sguardo all’evoluzione degli ultimi anni aiuterà a districarsi meglio nella babilonia di attori che hanno avuto e avranno un ruolo nel futuro dell’internet (e non solo) del paese.

Una privatizzazione fallimentare

Come si sa, quello delle tlc è un capitalo delicatissimo della storia della Seconda repubblica, tristemente noto per essere stata la peggiore privatizzazione della follia neoliberale messa in atto a seguito della firma del Trattato di Maastricht.

La nascita di Telecom Italia e la sua completa privatizzazione, con l’entrata in borsa nella seconda metà degli anni Novanta, portano in dote una serie di gestioni, acquisizioni e passaggi di mano che hanno visto protagonista la “crema” dell'(im)prenditoria italiana, come la famiglia Agnelli, i Benetton, Franco Bernabè, Marco Tronchetti Provera, Generali, Mediobanca, ecc. Un disastro.

Il risultato è stato il cosiddetto “deficit originario”, ossia quello che ha impedito a buona parte del territorio di avere accesso a internet veloce, non essendo profittevole investire negli angoli remoti della penisola, con tutte le conseguenze in termini di diseguaglianze tecnologiche e di opportunità per chi non viveva in prossimità dei centri urbani (che fossero studenti, lavoratori o anche imprenditori).

Tim alla fine finisce in mano alla francese Vivendi (la stessa che vorrebbe impedire a Mediaset di fondare un polo televisivo europeo; per farlo essa stessa, s’intende…), società che detiene il 23% delle quote seguita da Cdp con il 9%. Cassa che tuttavia, nonostante sia la seconda azionista, non esprime nessun membro nel cda…

La nascita di Open Fiber

Per appianare queste diseguaglianze il governo Renzi dava alla luce nel 2015 a Open Fiber, concorrente pubblico di Tim partecipata al 50% da Cdp (con evidente conflitto d’interessi con la partecipazione in Tim) e al 50% da Enel, di cui si sarebbero volute sfruttare le infrastrutture (tubi, pozzetti ecc.) per far arrivare la fibra lì dove si registrava il “fallimento del mercato”, ossia proprio quelle “aree bianche” dove a Tim non conveniva investire.

Il mantra della “concorrenza” avrebbe dovuto spingere Tim a non perdere quote di controllo della rete secondaria in favore di Open Fiber, ma né quest’ultima ha mantenuto la promessa di connettere con la fibra il resto del paese (anche se controllate dal Mef, Cdp e Enel sono infatti due S.p.a. – rispondono alla logica di mercato e quindi del profitto – e non possono perciò rendere un “servizio al paese” se questo non è remunerativo per il capitale investito), né Tim ha reagito come preventivato all’entrata del competitor.

La svolta con il Covid

La svolta arriva con il Covid, la necessità conclamata di colmare il gap con il resto del Vecchio continente e la possibilità di sfruttare i miliardi messi in palio dal Recovery Fund per la digitalizzazione del paese, funzionale allo smart working, allo sviluppo dell’industria 4.0, dell’intelligenza artificiale, dell’automazione, nonché – parole di Patuanelli, sabato su il Sole 24 ore – al «5G e ai data center e server di prossimità», ossia il nocciolo della competizione tecnologica dei prossimi anni.

Un boccone ghiotto, ghiottissimo, perché offre la possibilità di acquisire quote di mercato nella gestione dell’infrastruttura che consente l’accesso a un numero di dati tanto sensibili quanto decisivi per la predizione dei comportamenti degli utenti, che nel modello di sviluppo attuale significano sia possibilità di profitti (anticipare o convogliare le “esigenze” del consumatore), sia capacità di controllo.

Non sorprendeva dunque la volontà del governo di avere una parola nell’assetto della nuova società, così come la lista degli interessati all’investimento, preoccupati tuttavia – questi ultimi  – che il nuovo veicolo risultasse di fatto “indipendente” sia dall’ingerenza dello Stato, sia dal controllo di Tim in quanto azionista maggioritario.

Per il primo, il caso Autostrade avrebbe potuto far dormire sonni tranquilli ai vari Kkr, Tiscali ecc., mentre quelli di Alitalia o dell’Ilva sono ben lontani dal rappresentare il ritorno dello Stato nell’economia, come ammesso dall’inquilino del Mise sempre nell’intervista a il Sole. 

Ma la levata di scudi dei paladini della “libertà d’impresa”, come Franco Debenedetti, sono comunque funzionali affinché venga seppellito in partenza ogni minimo accenno a un pensiero-altro rispetto a quello neoliberista.

La soluzione trovata nel caldo di agosto prevederebbe perciò l’ok del governo al trasferimento in FiberCop della rete secondaria di Tim, la partecipazione del fondo Kkr Infrastructure e le attività di FlashFiber (la joint-venture tra Tim e Fastweb), con il successivo convogliamento di Open Fiber che permetterebbe a Tiscali la migrazione dei propri clienti sulla rete di FiberCop (ora su Open Fiber) e la possibilità di un eventuale ingresso nell’azionariato di FiberCop stessa.

Per Open Fiber, stando alle ultime, Enel potrebbe cedere fino al 10% delle sue quote a Cdp e il restante al fondo australiano Macquaire, dando alla Cassa (che ricordiamo ha anche il 9% in Tim) un ruolo rilevante nella governance del nuovo veicolo.

Governance pubblica o indipendenza strategica?

Se “la regia statale degli investimenti” è lo slogan con cui il governo ha salutato con favore il possibile accordo, d’altra parte Gualtieri, Patuanelli e lo stesso Palermo tengono a sottolineare «l’indipendenza strategica e operativa della nuova società», ossia a tranquillizzare i mercati che saranno i loro appetiti a indirizzare le scelte d’investimento.

Ma delle due l’una, o si privilegiano i bisogni della popolazione o si staccano le cedole per l’azionista di turno. La storia delle tlc nostrane insegnano questo, tertium non datur. Aldilà della retorica governativa, le parole di apprezzamento sul progetto e possibilità di coinvolgimento espresse dagli ad di Sky, Vodafone e Wind-Tre fanno propendere decisamente per la seconda.

E anche se la risposta definitiva si avrà solo alla nomina del cda (quello di Tim non è un precedente incoraggiante), a ora più che la semi-nazionalizzazione di un settore strategico, sembra più un’ammucchiata privatissima con Tim in testa (tanto da far dire al renziano Anzaldi che Tim ha «un po’ troppa influenza su alcuni settori del governo») per la corsa all’oro del XXI secolo, i big data.

Il fondo statunitense Kkr

A questo proposito, un’ultima nota su Kkr. La Kohlberg Kravis Roberts & Co. è un operatore internazionale di private equity che gestisce investimenti per più di 150 miliardi di dollari, dove uno dei fondatori – Henry Kravis – è un “filantropo” repubblicano finanziatore delle campagne di George W. Bush, John McCain e ultimo Donald Trump.

Inoltre, il presidente del Kkr Global Institute, sezione d’analisi fondata nel 2013, è il Generale ed ex-direttore della Cia David Petraeus. L’istituto ha il compito di studiare le implicazioni macroeconomiche, sociali e geopolitiche degli investimenti della società, in particolare per quelli nelle nuove aree geografiche (Reuters).

Nella feroce competizione interimperialistica odierna, non proprio il partner ideale. Com’era la storia della “regia statale”?

venerdì 4 settembre 2020

GLI USA VOGLIONO LEGITTIMARE I PROPRI CRIMINI DI GUERRA

Da quando l'amministrazione statunitense sotto la guida di Trump si è insediata,sta facendo una battaglia contro le principali organizzazioni internazionali come l'Oms,l'Unesco(vedi:madn unescono )e dopo due anni di lavoro ecco che il segretario di Stato Pompeo annuncia in pompa magna il ripudio contro la Corte penale internazionale che si occupa contro i crimini di guerra che ha sede a L'Aia.
In particolare gli Usa vogliono depennare dall'agenda della procuratrice Fatou Bensouda(donna e nera)tutti i casi dove i soldati americani sono coinvolti in particolar modo nell'Afghanistan.
L'articolo(www.ilpost.it stati-uniti-sanzioni-corte-penale-internazionale )è il riassunto di un'opera del male compiuta da Trump in prima persona e voluta per legittimare e proteggere tutte le nefandezze di cui gli Stati Uniti sono colpevoli in tutto il mondo,un'altra scelta atta a sostenere la sua ideologia del law and order anche al di fuori dei confini nazionali,ovviamente condita da episodi di soprusi e di violenza criminale.

L’amministrazione Trump ha imposto sanzioni sulla procuratrice della Corte penale internazionale che si sta occupando di possibili crimini di guerra durante l’invasione dell’Afghanistan.

Oggi pomeriggio il segretario di Stato statunitense Mike Pompeo ha annunciato che l’amministrazione di Donald Trump imporrà sanzioni su Fatou Bensouda, procuratrice della Corte penale internazionale che si sta occupando di possibili crimini di guerra compiuti durante l’invasione statunitense dell’Afghanistan. Bensouda non potrà entrare negli Stati Uniti e i beni che possiede nel paese potranno essere sequestrati. Assieme a lei è stato sottoposto a sanzioni anche Phakiso Mochochoko, un importante funzionario della Corte.

La base giuridica per una decisione del genere – giudicata senza precedenti dagli esperti di diritto internazionale, dato che Bensouda e Mochochoko sono stati di fatto equiparati a trafficanti di droga o criminali di alto profilo – è un ordine esecutivo firmato da Trump a giugno che permetteva di emettere sanzioni contro il personale della Corte, un organismo creato dall’ONU nel 2002 per occuparsi di gravissimi crimini internazionali come il genocidio e i crimini di guerra. Da tempo l’amministrazione Trump sta portando avanti una campagna contro le principali organizzazioni internazionali: fra le altre cose, Trump ha criticato più volta l’appartenenza degli Stati Uniti alla NATO, l’organizzazione nata da un patto di alleanza con i principali paesi europei di cui tutti i suoi precedessori erano stati convinti sostenitori.

L’amministrazione Trump ritiene che la Corte sia un organismo «corrotto» che sta portando avanti una indagine illegittima nei confronti degli Stati Uniti (giudicata invece legittima da diversi esperti a causa degli episodi di violenza e tortura accaduti durante l’invasione in Afghanistan, dal 2001 ad oggi). Bensouda ha 59 anni e in passato ha lavorato a diversi casi di profilo internazionale, fra cui il tribunale che si è occupato del genocidio in Ruanda nel 1994. Le sanzioni renderanno molto più complicato il suo lavoro, dato che non potrà entrare negli Stati Uniti per reperire materiale o incontrare i funzionari dell’ONU, che ha sede a New York.

giovedì 3 settembre 2020

I DIFENSORI DELLA MORALITA'

Da che pulpito viene la predica viene da dire,e il caso dell'ex candidato della Lega alle passate elezioni in Emilia Romagna Luca Cavazza è uno dei molti che vengono a galla proprio come gli stronzi nel lungo elenco dei difensori della moralità,della legalità e della famiglia,quelli che vanno in chiesa e che poi vanno a fare festini a base di cocaina e minorenni.
L'articolo di Contropiano(sesso-droga-e-arresti-domiciliari-per-la-lega-emiliana )parla degli arresti domiciliari dell'ennesimo personaggio politico indecente,fascista(pizzicato a rendere onore alla tomba di Mvssolini disse di una goliardata)e puttaniere,come altri della Lega,come quasi tutti nel centrodestra e estrema destra.
L'ennesima faccia sporca e falsa di chi vuole fomentare odio contro i migranti,che parlano delle famiglie tradizionali e paladini contro gli stupratori e gli spacciatori quando loro sono i primi criminali a delinquere.

Sesso e droga con minorenni; arresti domiciliari per la Lega emiliana.

di  Redazione Contropiano  

È finito agli arresti domiciliari oggi Luca Cavazza, ex candidato della Lega alle scorse elezioni regionali in Emilia Romagna, assieme all’imprenditore Fabrizio Cresi, e a Davide Bacci, altro imprenditore per cui è scattata invece la custodia cautelare. La commistione di esponenti politici di questa regione e dei loro sostenitori con il malaffare legato a cocaina e/o prostituzione minorile sembra diventata una tradizione di lunga data per un pezzo della classe dirigente e della destra di questo Paese.

A meno di 30 anni, Cavazza era già stato noto alle cronache per le sue dichiarazioni di esaltazione del fascismo in occasione di una sua visita alla tomba di Mussolini, che aveva poi ritrattato facendo appello alla goliardia.

Questa volta però il confine tra goliardia fascistoide e reato è stato decisamente superato. Dal 2019, i tre imprenditori e alcuni altri amici avrebbero organizzato diversi festini in cui si scambiavano sesso e cocaina con alcune minorenni. E’ scattata ora per Cavazza e i suoi amici l’accusa di induzione e sfruttamento della prostituzione minorile, atti sessuali con minore, cessione di cocaina aggravata dalla minore età della vittima.

“Siamo governati da una classe dirigente, politica ed economica, indecente” – dichiara Potere al Popolo di fronte alla notizia, riprendendo lo slogan della scorsa campagna elettorale. “Bisogna lottare per liberarsi di questa classe dirigente indecente, senza cedere a compromessi nell’illusione di poterla rendere un po’ più decente”.

E rincara la dose Marta Collot, ex candidata per Potere al Popolo a Presidente della Regione: “In pubblico si spacciano per quelli che creano lavoro, che difendono le tradizioni, che combattono il degrado. Ma invece sono la spazzatura dell’umanità.”

I difensori della moralità italica alla Salvini, che non perdono occasione per demonizzare i giovani e la movida, i migranti portatori di Covid, spacciatori e stupratori, si sono oggi riconfermati criminali essi stessi, e della peggior specie.

mercoledì 2 settembre 2020

SALVATORE MANCUSO GOMEZ,"EL MONO"

In questi giorni direttamente impacchettato dagli Stati Uniti dovrebbe arrivare uno dei criminali più spietati del mondo,il colombiano di origini italiane Salvatore Mancuso Gomez noto come El Mono(la scimmia)o il Signore della droga,narcotrafficante,paramilitare e assassino protagonista di massacri e omicidi,sequestri e traffico internazionale di droga(tonnellate di cocaina).
Un errore grave della magistratura colombiana ha fatto sì che Mancuso non possa essere estradato in Sudamerica,che poi bisogna vedere se questo sbaglio lo sia davvero,e gli avvocati del capo di una delle milizie di paramilitari create dai fascisti colombiani con i soldi della Cia per combattere soprattutto le Farc,lo faranno pervenire in Italia,presso le Procure di Catanzaro e Reggio Calabria dove però assicurano che i crimini compiuti in Colombia verranno perseguiti,oltre a quelli che coinvolgono il condannato per il filo diretto che lo lega alla 'ndrangheta.
Gli articoli sono di Contropiano e Infoaut:un-narcofascista-pluriomicida-colombiano-arriva-in-italia-libero e l-assassino-salvatore-mancuso-non-puo-e-non-deve-entrare-in-italia ).

Un narcofascista pluriomicida colombiano arriva in Italia, libero

di  Federico Rucco  

Arriverà in Italia con un volo Delta da New York. L’uomo si chiama Salvatore Mancuso Gomez, figlio di un italiano di Sapri emigrato in Colombia. Un nome che ha seminato terrore nella Colombia degli scorsi decenni.

Salvatore Mancuso, è stato un boss delle cosiddette Autodifese Unite della Colombia (Auc), unità paramilitari di destra sorte contro la guerriglia delle Farc e dell’Eln, apertamente sostenute dalla Cia e dai governi di Bogotà e in stretta connessione con i cartelli del narcotraffico.

Mancuso viene espulso dagli Stati Uniti, dove ha scontato una lunga pena detentiva per narcotraffico nel carcere di Atlanta, e trasferito in Italia. 

A riportare la notizia è stato il quotidiano El Tiempo di Bogotà. Il giornale, citando fonti vicine all’avvocato di Mancuso, Joaquin Perez, scrive che: “un giudice federale Usa ha accettato gli argomenti della difesa dell’ex comandante, che è figlio di un emigrato italiano, ed ha ordinato la sua deportazione in Italia”. 

Durante l’udienza, riporta El Tiempo, “è stato chiesto ad un procuratore, April Denis Seabrook, se rappresentasse il governo degli Stati Uniti. Lei ha detto di sì ed ha aggiunto che si impegnava a trasferire Mancuso in Italia prima del 4 settembre”. 

L’avvocato di Mancuso ha confermato la volontà del suo assistito di essere inviato in Italia. Nell’udienza il giudice ha chiesto di essere informato del luogo in cui Mancuso, una volta libero in Italia, osserverà la quarantena legata alla pandemia.

In questi giorni, sostiene El Tiempo, l’ex leader delle Auc sarà trasferito a New York da dove, hanno spiegato fonti federali Usa, parte un volo della Delta, operato da Alitalia, diretto a Roma. Se effettivo, il trasferimento di Mancuso in Italia e non in Colombia sarebbe dovuto ad errori procedurali commessi in passato dalle autorità colombiane nella richiesta di estradizione. 

Il Ministero della Giustizia e la Procura di Bogotà hanno chiesto che Mancuso “compaia davanti alla giurisdizione colombiana, al fine di garantire il raggiungimento della verità, la riparazione che meritano le vittime dei crimini a lui attribuiti”. La richiesta è stata presentata il 15 aprile scorso.

Salvatore Mancuso è stato il numero due di Fidel Castaño, che insieme al fratello Carlos, avevano costiuito l’Auc, (Autodifese Unite della Colombia) un esercito privato dei ricchi e dei proprietari terrieri attivo nelle zone di Cordoba e Uraba. 

Per finanziare la loro milizia, Fidel e Carlos Castano, sfruttarono vecchie conoscenze con i narcotrafficanti, tra cui prima Pablo Escobar e poi i suoi concorrenti.

Secondo alcune fonti, Salvatore Mancuso, dal 1996 fu il responsabile della produzione di cocaina nell’area di Cordoba. Otto anni dopo arrivò a produrre 1300 tonnellate di pasta di cocaina l’anno, solo 1000 invece secondo lo stesso Mancuso.

Lo stesso Mancuso ha confessato la sua partecipazione all’assassino di quasi 300 civili in Colombia. Gli viene inoltre contestata la responsabilità in quanto capo delle AUC di vari massacri tra cui: la strage di Mapiripan (nella quale morirono 27 contadini), il massacro de El Aro (nel quale vennero assassinati 15 contadini, presunti pro-guerriglia, per il quale è stato condannato a 40 anni di carcere, mai scontati per l’adesione alla Ley de Justicia y Paz), la strage della Gabarra nel 1999 dove morirono 35 civili, e il famigerato massacro del villaggio di El Salado, quello “in cui sopravvissero solo i cani”.

L’uomo è accusato di 588 omicidi e 136 massacri in Colombia, sia durante la fase controinsurrezionale in funzione anti Farc sia nella fase del narcotraffico.

Ma il leader paramilitare e narcotrafficante Salvatore Mancuso ha qualche problema in sospeso anche in Italia per le sue attività nelle quali è coinvolta anche la ‘ndrangheta. 

Mancuso risulta coinvolto nell’Operazione “Decollo” che portò all’arresto di 159 persone, tra cui vi erano i boss delle N’drine Natale Scali (di Gioiosa Jonica) e Santo Scipione (di San Luca). Mancuso avrebbe fatto arrivare al porto di Gioia Tauro ben 8 tonnellate di cocaina dalla Colombia. 

Insomma un personaggio a tinte fosche da ogni punto di vista. E arriverà in aereo, non su un barcone.

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L’assassino Salvatore Mancuso non può e non deve entrare in Italia!!! 

Álvaro Uribe Vélez, ex presidente colombiano nonché creatore materiale del “Paramilitarismo”, Iván Duque, attuale mandatario e l’oligarchia colombiana tutta, festeggiano il silenzio del loro Killer.

Salvatore Mancuso Gómez, figlio di un immigrato italiano, nato a Montería (Colombia) il 17 agosto 1964, è un narcotrafficante ed ex comandante “paramilitare” delle “Autodefensas Unidas de Colombia” (AUC); smobilitato nel 2005 ed estradato negli Stati Uniti nel 2008 solo per reati di narcotraffico.

Mancuso è accusato di aver commesso oltre 75.000 crimini di Lesa Umanità in territorio colombiano, ma nonostante abbia scontato la sua pena negli Stati Uniti rimane attualmente nel carcere di Atlanta a causa del Coronavirus.

Mancuso ha riconosciuto il suo coinvolgimento personale in almeno 300 omicidi e viene indicato come responsabile, nel ruolo di comandante, del massacro di “Mapiripán” in cui vennero assassinati venti contadini indifesi e dove è stata trovata una prima fossa con 78 cadaveri, mentre si attende la localizzazione di almeno altri 400 cadaveri; un vero e proprio campo di sterminio e genocidio.

Ma questo killer al servizio della oligarchia colombiana è coinvolto anche nel massacro di “El Aro” dove vennero uccisi altri 15 contadini nel 1997; è stato altrettanto imputato del massacro della “Gabarra” nel 1999, dove furono uccise 35 persone e del massacro di “El Salado”, nel febbraio 2000, considerata una delle azioni più sanguinarie dell’AUC dove furono uccise oltre 100 persone.

Mancuso ha confessato che il “Blocco Catatumbo”, che lui comandava, è stato il responsabile della morte di oltre 5000 civili e che le strutture paramilitari hanno avuto piena connivenza politica ed economica con tutti i rami del potere dello Stato, interferendo militarmente con stragi e minacce di morte, nonché omicidi selettivi, sia nell’ambito locale che nelle elezioni presidenziali.

Oltre che dei reati di narcotraffico per cui è stato estradato negli Stati Uniti nel 2008, Mancuso è accusato di traffico di droga anche dalla giustizia italiana e dalla Guardia di Finanza di Milano che lo accusano, insieme a suo cugino già arrestato in Liguria, di aver trafficato droga per la mafia calabrese.

Ma nonostante questa terrificante realtà il governo colombiano non si è attivato in nessun modo per far rientrare e processare Salvatore Mancuso per le sue atroci ed oggettive responsabilità nella politica di sterminio contro chiunque si opponesse alle scelte politico-economiche del governo di turno; eliminando fisicamente sindacalisti, leader politici, sociali, o imponendo l’abbandono di intere regioni del paese a migliaia di contadini per implementare monocolture agricole a pieno appannaggio delle multinazionali.

Mancuso non viene “richiesto” dalla pseudo giustizia colombiana perché è lui stesso testimone chiave delle cause e dei reali mandanti di quella politica di sterminio orchestrata dal passato presidente della repubblica e plurindagato Álvaro Uribe Vélez e dai settori economici e politici che lo hanno servilmente sostenuto.

Infatti non è un caso che sia l’ambasciatore della Colombia negli Stati Uniti, Francisco Santos Calderón, l’incaricato ufficiale di “ottenere” l’estradizione di Salvatore Mancuso in Colombia, con cui in realtà figura in giudizio come complice nella creazione dei gruppi paramilitari a Bogotà e Bucaramanga. La formazione di queste bande criminali venne programmata nel 2000 con la partecipazione dello stesso Santos Calderón e dell’ex Procuratore Generale e attuale ambasciatore della Colombia presso l’Organizzazione degli Stati Americani -OEA- Alejandro Ordóñez.

Fu proprio l’indagato Francisco Calderón a dare origine ai cosiddetti “falsi positivi”, affermando che era una grande occasione quella di togliere “vagabondi e poveri” dalla strada per poi assassinarli a sangue freddo inscenando finti combattimenti con la guerriglia, rispondendo così all’incessante richiesta dei vertici militari di “effettivi risultati” sul piano delle azioni contro le organizzazioni in armi.

In Colombia ad oggi si contano 2.248 casi di persone sequestrate, “fucilate” dagli organi militari dello Stato e successivamente presentate come “trofei di guerra” contro le organizzazioni alzate in armi.

Ma potremmo parlare dello sterminio di ex combattenti che dopo aver sottoscritto storici accordi di pace, sono diventati con le loro famiglie facili obbiettivi militari; dalla firma degli Accordi di Pace con le FARC nel 2016, 215 di loro sono stati assassinati dagli sgherri di Uribe e Duque; mentre l’Onu ha documentato 33 massacri e 97 assassinii e la “desaparición” di oltre 200 mila persone.

Nonostante il silenzio e l’ipocrisia dei governi europei per la consegna del “premio Nobel per la Pace” nel 2016 a chi in Colombia invece ha creato, sostenuto e applicato l’annientamento sistematico delle opposizioni politiche, sociali e rivoluzionarie con il “miraggio” della fine della guerra e il virtuale smantellamento dei gruppi paramilitari, quest’ultimi sono invece ogni giorno più forti, più organizzati e più aggressivi. Ma sopratutto sempre più foraggiati e vincolati all’esercito e alla polizia colombiana.

Salvatore Mancuso è parte integrante di questo genocidio. Non ha mai pagato un solo giorno di galera per le migliaia di vittime da lui causate, né per la creazione di tutto l’apparato di repressione e di guerra contro contadini, operai e le opposizioni sociali e politiche.

Salvatore Mancuso in Italia sarebbe un “uomo libero”. Libero incluso di riorganizzare i suoi contatti e i suoi criminali progetti.

Salvatore Mancuso deve essere estradato immediatamente in Colombia per testimoniare fedelmente sul suo ruolo politico e militare dentro il progetto paramilitare creato dall’ex presidente Álvaro Uribe Vélez e finanziato dai poderosi settori economici colombiani nonché dalle multinazionali e dalla amministrazione nord americana attraverso i famosi “Plan Colombia”.

26/08/2020

Comitato “Carlos Fonseca”, Roma

martedì 1 settembre 2020

SEMPRE PIU' MORTI NELLE STRADE USA

Mancano poche ore per la visita del presidente delinquente Trump a Kenosha dove il ferimento dell'afroamericano Jacob Black(vedi:madn la-nba-ferma-per-la-violenza-poliziesca contro gli afroamericani )ha ulteriormente aggravato la difficile situazione razziale negli Usa e che da più di tre mesi in diverse città ha provocato sommosse popolari,e l'intervento del numero uno dei repubblicani potrebbe gettare altra benzina sul fuoco.
Il primo articolo odierno(contropiano un-sistema-fallito-sprofonda-nella-guerra-civile )come già anticipato parla dell'uccisione di due manifestanti avvenuta sempre nella cittadina del Wisconsin da parte del diciassettenne Kyle Rittenhouse che ripreso da videocamere e protetto dalla polizia che lo ha lasciato andare via era già sconfinato nel vicino Illinois dov'è stato fermato successivamente.
Ovviamente chiara la storia di questo ragazzone infarcito di slogan sulla legge e l'ordine,riempito da ideologie sulla supremazia bianca,bombardato da una società dove le armi possono essere vendute a chiunque e in quantità illimitate.
Nel secondo contributo invece un'inchiesta dove si evince che la polizia americana come quella di tutto il mondo è composta in grandi quantità da razzisti e miliziani,di amanti delle ideologie nazifasciste e che come altrove godono di impunità e di favoritismi che difficilmente ne possono scalfire l'operato e la professione,e soprattutto limitarne la libertà(www.ecn.org/antifa stati-uniti-un-rapporto-interno-denuncia-linfiltrazione-di-suprematisti-bianchi-e-milizie-nella-polizia ).
Negli Usa il clima è sempre più caldo,le proteste sempre maggiori e le repressioni aumentano con esse,Trump chiede l'intervento della guardia nazionale e dei riservisti e se non la guerra civile ci si avvicina ad un periodo dove le fazioni in lotta scendono in strada armati,e fortunatamente anche i nemici del popolo etichettati dal presidente(antifa,radicali di sinistra)non scherzano e stanno lì a prenderle(vedi:infoaut a-portland-colpito-e-ucciso-estremista-di-destra ).

Un sistema fallito sprofonda nella guerra civile.

di  Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)  

Si chiama Kyle è bianco, ha diciassette anni e con il suo fucile mitragliatore ha ucciso due manifestanti che protestavano per il tentato assassinio di Jacob Blake da parte della polizia. 

Questo ragazzo, con la faccia ancora più da bambino dell’età, è anch’esso vittima di un sistema fallito, la società di mercato più ricca, più ingiusta, più violenta, più razzista al mondo: gli Stati Uniti d’America. 

Un paese dove la vendita ed il possesso di armi da guerra è libera e difesa dalla potente lobby delle armi, che finanzia metà del Congresso. 

Un paese dove la polizia è oramai un corpo di mercenari assassini. 

Un paese dove i poveri muoiono di Covid (e di tutto il resto…)  semplicemente perché non esiste un sistema sanitario pubblico e né Biden, né tantomeno Trump sognano di instaurarlo. 

Un paese dove la Borsa ha registrato i massimi guadagni mentre quaranta milioni di persone perdevano il lavoro. 

Un paese dove le persone vengono scartate a milioni , ma che continua ad imbrogliare l’umanità con il suo “sogno”: quello per cui chiunque si dia da fare, ha la possibilità di diventare ricco. 

Il “sogno americano” è una truffa, ma in tanti ci cascano, finché il massacro della polizia verso molti di loro fa risvegliare la rabbia accumulata da chi ha perso in un gioco truccato in partenza. 

Le rivolte sono il solo modo con cui la maggioranza di esclusi riesce a farsi sentire, perché, come ha detto la sorella di Blake, non sono più dispiaciuti e addolorati, ma arrabbiati. 

Gli Stati Uniti sono un paese dove ingiustizia sociale e razzismo si riproducono assieme. Per questo il giovane bianco Kyle – magari dopo aver visto in tv le foto coi mitragliatori di due coniugi di mezza età, invitati come star alla convention di Trump – ha pensato di sparare. 

Il fascismo americano non è solo nel potere e nella polizia, è nella società discriminante, nell’individualisno estremo, nei suprematisti bianchi, nei ragazzi vittime in famiglia della mala educazione razzista, che poi vanno alle manifestazioni credendo di partecipare ad un videogioco di sopravvivenza. 

Il sistema americano è fallito perché ancora vuol credere e fa credere che tutto questo siano casi ed eccezioni e non la sua feroce normalità. E quel sistema non riesce a cambiare nulla, guardate oggi i film sul razzismo di sessant’anni anni fa, è tutto come allora.

Per questo suonano vuote e deboli le parole dei democratici contro il fasciorazzismo di Trump, che semplicemente rivendica tutto il peggio del sistema e mette il fucile in mano al ragazzino Kyle. Sono parole deboli perché presentano il presidente repubblicano come una sorta di corpo estraneo ad un paese che, liberandosene, tornerà al bene di prima. 

No. Trump è un prodotto “puro” del sistema e non può essere sconfitto se non si mette in discussione il sistema che l’ha prodotto. 

Per un secolo gli Stati Uniti sono stati il modello del capitalismo per il mondo, ora sono la sua manifestazione fallimentare. Non ingannino il potere di Wall Street, dei supermiliardari, delle multinazionali. Quel potere affonda nella catastrofe sociale e le fiamme di Kenosha, Wisconsin, cominciano a lambirlo. 

Il sistema non cambia e alla fine sprofonda nella guerra civile, ultima manifestazione della competizione estrema alla quale ogni cittadino viene indirizzato sin dalla nascita.

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Stati Uniti: un rapporto interno denuncia l'infiltrazione di Suprematisti bianchi e milizie nella polizia. · 
Un ex agente dell'FBI ha documentato collegamenti tra ufficiali in servizio e attività militanti razziste in più di una dozzina di stati

 27 agosto 2020 
Negli ultimi due decenni gruppi della supremazia bianca si sono infiltrati nelle forze dell'ordine statunitensi in ogni regione del paese, questo secondo un nuovo rapporto sui legami tra polizia e gruppi di vigilantes di estrema destra.

In una recente analisi, Michael German, ex agente speciale dell'FBI, ha descritto approfonditamente il modo in cui le forze dell'ordine statunitensi non sono riuscite a rispondere alle minacce terroristiche interne di estrema destra, osservando che le forze dell'ordine statunitensi dal 2000 in più di una dozzina di stati sono state legate ad attività militanti razziste e centinaia di agenti di polizia sono stati sorpresi a pubblicare contenuti sui social media razzisti e cristiano-fondamentalisti.
Il rapporto rileva che nel corso degli anni sono stati scoperti collegamenti della polizia con milizie e gruppi suprematisti in molti stati tra cui Alabama, California, Connecticut, Florida, Illinois, Louisiana, Michigan, Nebraska, Oklahoma, Oregon, Texas, Virginia, Washington e West Virginia .

La polizia di Sacramento, in California, nel 2018 ha lavorato con i neonazisti per costruire le accuse contro attivisti antirazzisti, inclusi alcuni che, secondo la documentazione, erano stati accoltellati.

E proprio quest'estate, scrive German, il vice dello sceriffo della contea di Orange e un poliziotto di Chicago sono stati sorpresi a portare i loghi della milizia di estrema destra; un ufficiale di Olympia, Washington, è stato fotografato in posa con un gruppo di miliziani; e gli agenti di polizia di Filadelfia sono stati filmati mentre con, gruppi armati attaccavano manifestanti e giornalisti.

La scala esatta dei legami tra forze dell'ordine e milizie è difficile da determinare, ha detto German al Guardian. "Nessuno sta raccogliendo i dati e nessuno sta attivamente cercando questi agenti nelle forze dell'ordine".

Le attività razziste degli ufficiali sono spesso note all'interno dei loro dipartimenti e generalmente si traducono in punizioni o licenziamenti a seguito di scandali pubblici, osserva il rapporto. Poche agenzie di polizia hanno politiche esplicite contro l'affiliazione a gruppi della supremazia bianca. Se gli agenti di polizia vengono sanzionati, le misure spesso portano a contenziosi prolungati.
Le preoccupazioni sulle presunte relazioni tra gruppi di estrema destra e forze dell'ordine negli Stati Uniti si sono intensificate dall'inizio del movimento di protesta innescato dall'uccisione di George Floyd da parte della polizia. Secondo il rapporto, la polizia di stati come California, Oregon, Illinois e Washington sta ora affrontando indagini per la loro presunta affinità con i gruppi di estrema destra che si oppongono a Black Lives Matter.

Questa settimana, la polizia di Kenosha, nel Wisconsin, ha affrontato un intenso controllo sulla risposta ai White-man armati e ai gruppi di miliziani riuniti in città durante le dimostrazioni degli attivisti di Black Lives Matter e di altri per il ferimento di Jacob Blake , un padre nero di tre figli che era è rimasto paralizzato dopo essere stato colpito alla schiena da un poliziotto. Mercoledì scorso, Kyle Rittenhouse, un diciassettenne che sembrava considerarsi un membro della milizia e aveva pubblicato contenuti di "blue lives matter", è stato arrestato con l'accusa di omicidio dopo la sparatoria e l'uccisione di due manifestanti.

Gli attivisti di Kenosha affermano che la polizia ha risposto in modo aggressivo e violento ai manifestanti di Black Lives Matter, facendo poco per fermare i vigilantes bianchi armati. A sostegno delle loro affermazioni c'è almeno un video girato prima della sparatoria che mostrava la polizia che lanciava acqua in bottiglia a quelli che sembravano essere civili armati, incluso uno che sembrava essere il tiratore, ha osservato l'AP : "Apprezziamo che tu sia qui", ha detto un ufficiale sull'altoparlante.
Secondo quanto riferito, la polizia ha anche lasciato passare l'uomo armato con un fucile, mentre, secondo testimoni e registrazioni video delle agenzie di stampa, la folla urlava che fosse arrestato perché aveva sparato alle persone.
Lo sceriffo di Kenosha, David Beth ha sostenuto che l'incidente è stato caotico e stressante.

Mercoledì German ha dichiarato al Guardian: "Ai militanti di estrema destra è permesso compiere atti di violenza e andarsene mentre i manifestanti sono affrontati con azioni violente della polizia". Questa “risposta negligente”, ha aggiunto, autorizza i gruppi violenti in modi pericolosi e potenzialmente letali: “Gli elementi più violenti all'interno di questi gruppi militanti di estrema destra credono che la loro condotta sia tollerata dal governo. E quindi sono molto più disposti a fare coming out e impegnarsi in atti di violenza contro i manifestanti ".
C'è una crescente consapevolezza in alcune parti del governo sulla crescente minaccia del suprematismo. L'FBI e il Department of Homeland Security (DHS) hanno identificato direttamente i suprematisti bianchi come la minaccia terroristica domestica più letale nel paese. Secondo il rapporto di German, i documenti interni dell'FBI hanno direttamente avvertito che i gruppi di miliziani su cui l'agenzia sta indagando hanno spesso "collegamenti attivi" con le forze dell'ordine.

Eppure le agenzie statunitensi non hanno una strategia nazionale per identificare la polizia suprematista bianca e sradicare questo problema, ha avvertito German. Nel frattempo, gli sforzi di riforma della polizia per affrontare il "pregiudizio implicito" non hanno fatto nulla per affrontare il razzismo esplicito.
L'FBI non ha risposto alla una richiesta di commentare.
Poiché negli ultimi mesi sono aumentate le richieste di togliere fondi alla polizia , l'allineamento delle forze dell'ordine con gruppi violenti e razzisti aggiunge solo ulteriore carburante al movimento, ha detto German. "In un momento in cui lo sforzo di limitare i finanziamenti alla polizia sta ottenendo una certa importanza, la polizia si sta comportando in modo tale da giustificare tale argomento."

https://www.theguardian.com/us-news/2020/aug/27/white-supremacists-militias-infiltrate-us-police-report