sabato 8 giugno 2019
L'ALLEANZA TRA RUSSIA E CINA SEMPRE PIU' SALDA MENTRE TRUMP ARRANCA
Mentre c'è stata la farsa della commemorazione del D Day con inglesi,francesi,americani e pure i tedeschi che sono passati per i bonaccioni di turno,russi e cinesi direttamente con Putin e Xi Jinping hanno stretto importanti accordi economici al forum di San Pietroburgo,alleanze che consolidano i rapporti tra i due paesi invisi dagli Stati Uniti.
Nell'articolo di Contropiano(trump-abbaia-cina-e-russia-fanno-sul-serio )i principali temi discussi nell'incontro bilaterale a margine del convegno dove soprattutto le telecomunicazioni con l'ingresso della tecnologia 5G,il petrolio e il gas oltre che una rivalutazione del rublo e dello yuan a scapito del dollaro,metteranno in crisi gli Usa che arrancano ad essere la prima potenza mondiale.
Un Trump frastornato che gioca ancora con i dazi ed è spaventato dalle preoccupazioni legate alla rete 5G,sta muovendo guerra su tantissimi fronti,ed è suo giocoforza attaccare tutto e tutti visto che ha ancora un fronte di amicizie,Italia compresa,sulle quali può contare ma a breve termine.
Infatti il prossimo anno ci saranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti e la posizione dello scimmiotto vacilla sempre più perdendo consensi:una situazione tra le più pericoloso perché quando la bestia si sente in trappola può avere reazioni violente ed inimmaginabili.
Trump abbaia, Cina e Russia fanno sul serio.
di Alessandro Avvisato
Mentre i leader occidentali si trastullavano con Trump tra Gran Bretagna e Francia per l’ anniversario dello sbarco in Normandia, i capi di Stato di Cina e Russia hanno utilizzato il contemporaneo Forum economico di San Pietroburgo per cementare alleanze e concretizzare accordi economici strategici.
Il Presidente cinese Xi Jinping ieri a Mosca ha incontrato Vladimir Putin ed oggi sarà ospite principale al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, un forum boicottato dagli Usa per via delle detenzione in Russia del businessman americano Bayley arrestato per frode. Trump è tornato a minacciare altri dazi contro la Cina su 300 miliardi di dollari di prodotti. “Deciderò nelle prossime due settimane”, ha detto il presidente Usa, “probabilmente dopo il summit del G20 ad Osaka”. Al summit Trump dovrebbe incontrare il leader cinese Xi Jinping: “Vedremo quel che accadrà”, ha aggiunto il presidente Usa.
Ma sul piano delle relazioni internazionali, Cina e Russia appaiono ormai allineati sulla maggior parte dei dossier più contrastanti con gli Usa – Iran, Corea del Nord, Venezuela, Siria – e condividono l’ostilità degli Stati Uniti. Tra Mosca e Washington le relazioni sono al punto più basso dalla fine della Guerra Fredda, mentre Pechino è alle prese con la guerra commerciale scatenata da Trump.
Tra i due giganti osteggiati dagli Usa, l’interscambio commerciale è intanto cresciuto del 25% solo nel 2018 ed è arrivato a 108 miliardi di dollari.
E’ significativo che nel primo giorno della visita di Xi Jinping in Russia, siano stati firmati una serie di accordi: prima di tutti quello tra Huawei e l’operatore telefonico russo Mts che permette al gigante delle telecomunicazioni cinesi (i cui prodotti sono considerati dagli Usa una minaccia alla sicurezza) di sviluppare la rete 5G in Russia.
Poi sono stati firmati accordi tra Alibaba, l’operatore di telefonia mobile Megafon e il gruppo internet Mail.ru per la creazione di una joint-venture dell’e-commerce, la AliExpress, che mira a diventare leader del settore in Russia; e, infine, ci sono gli accordi sui prodotti energetici come quello tra le russe Novatek e Gazprombank con la cinese Sinopec per la vendita di gas in Cina.
Ma sul piatto ci sono anche altre decisioni strategiche. La Banca centrale russa ha infatti confermato la conversione in yuan, euro e oro di buona parte dei propri assets in dollari. Russia e Cina hanno stretto accordi intergovernativi per aumentare l’uso del rublo e dello yuan nelle loro transazioni commerciali mettendo fuori gioco il dollaro. Una scelta che ha conseguenze rilevanti in un altro settore strategico: quello del petrolio. Proponendo alla Cina di rafforzare la collaborazione energetica, Mosca e Pechino, insieme, possono creare insieme nuovi parametri e influenzare i prezzi. Sul petrolio si gioca infatti una partita decisiva e non solo verso gli Stati Uniti.
Putin, all’apertura del Forum Economico di San Pietroburgo ha incontrato i direttori di alcune grandi agenzie di stampa internazionali, ed ha fatto capire che la sintonia fin qui avuto con l’Arabia Saudita potrebbe essere al capolinea. “Abbiamo opinioni diverse riguardo ai prezzi – ha detto Putin, “a noi 60-65 dollari il barile vanno bene”, mentre i sauditi hanno intenzione di mantenere i tagli produttivi, concordati un anno fa anche con la Russia, per spingere i prezzi al rialzo. Le conseguenze si vedranno a fine giugno a Vienna, per il vertice dell’Opec, a cui dovrebbe seguire un vertice dei paesi petroliferi esteso alla Russia.
La sfida sul 5G
L’accordo tra Russia e Cina sul sistema 5G sulle comunicazioni, indica un balzo in avanti destinato a pesare. La Cina giovedi ha ufficialmente approvato i servizi commerciali 5G, segnando l’inizio di una nuova era in quanto l’applicazione della tecnologia wireless superveloce consente di connettere più cose, servizi e operatori del mercato.
Il Ministero dell’Industria e dell’Information Technology (MIIT) ha concesso licenze commerciali 5G per il giovedì alla China Broadcasting Network e ai tre principali operatori di telecomunicazioni del paese: China Telecom, China Mobile e China Unicom. Secondo i primi studi, il 5G può essere circa 100 volte più veloce dell’attuale tecnologia 4G.
In Cina già oggi alcune linee della metropolitana in città come Pechino e Zhengzhou sono coperte dalla rete 5G, mentre i medici di Shanghai e Guangdong utilizzano il 5G per effettuare diagnosi e persino operazioni.
China Mobile ha annunciato di voler offrire servizi 5G in oltre 40 città entro la fine di settembre.
Le potenzialità del business sul 5G appaiono enormi. Secondo un rapporto della China Academy of Information and Communications Technology (CAICT). la commercializzazione della tecnologia potrebbe generare 10,6 trilioni di yuan (circa 1,53 trilioni di dollari USA) di valore nella produzione economica diretta.
Secondo l’agenzia Xinhua le aziende cinesi hanno il record mondiale per il numero di domande di brevetto standard 5G e rappresentano oltre il 30% del totale mondiale.
Diverse multinazionali tra cui Nokia, Ericsson, Qualcomm e Intel sono state profondamente coinvolte nell’esperimento delle tecnologie e il 5G cinese è pronto per l’uso commerciale.
venerdì 7 giugno 2019
LA VERITA' SU NOA
Ci si divide spesso in Italia tra chi protegge e chi condanna i giornalisti,io stesso spesso ne criminalizzo qualcuno e ne tesso le lodi di altri,perché come per ogni settore lavorativo c'è chi è un professionista serio e chi meno,molto meno.
Ebbene nel caso della morte della giovane Noa Pothoven morta nei giorni scorsi in Olanda c'è stato un fermento d'ignoranza che ha diciamo confuso proprio per non dire altro(sperando in una buona fede che dubito ci sia stata)la vicenda portando acqua al proprio mulino,soprattutto nei giornali storici della destra ma anche in molti altri di diverse correnti politiche.
C'è stato un attacco frontale con l'Olanda che a parer loro ha vergognosamente permesso l'eutanasia di una ragazza minorenne(diciassette anni)facendo la morale sul fine vita,argomento tabù in Italia e cavallo di battaglia dei partiti di centrodestra e di quelli un poco più in là,e di tutte quelle congreghe e associazioni per la famiglia,bigotte e diciamolo pure estremamente ignoranti e ipocrite.
Il tutto per una questa sì vergognosa campagna politica fatta sulla disperazione delle persone che decidono di morire piuttosto che vivere una vita che non è degna d'essere vissuta.
L'articolo di Left(leutanasia-della-stampa )non poteva avere titolo migliore,"L'eutanasia della stampa",in quanto in verità solamente in pochi hanno indagato su questa morte che nei Paesi Bassi non ha avuto tanta eco come da noi,Stato timorato da Dio,perché Noa si è lasciata"semplicemente"morire e parlare di eutanasia è scorretto e fuorviante,si è spenta lentamente morendo di fame e sete assistita da medici,parenti ed amici tra chissà quali sofferenze
L’eutanasia della stampa.
di Giulio Cavalli
L’eutanasia della stampa si è consumata ieri, strillata su tutti i maxischermo degli aeroporti e delle stazioni che ci dicevano come una ragazza olandese appena diciassettenne avesse avuto diritto all’eutanasia dopo essere stata vittima di uno stupro. Una notizia data così, secca, senza verificarne l’autenticità e soprattutto senza nemmeno controllare le fonti, quel poco che basta per provocare un po’ di sdegno, un dibattito praticamente sul nulla e poter urlare tutti insieme che non è possibile riuscire a ottenere l’autorizzazione alla morte così giovane.
Pochi si sono presi la briga di raccontare, mentre il chiacchiericcio continuava indomito, che la povera Noa Pothoven (questo il nome della ragazza) in realtà di stupri ne avesse subiti più di uno in giovane età, che non sia mai riuscita ad uscirne e soprattutto che non c’è nessuna legge olandese che le permettesse di morire (secondo alcune ricostruzioni le istituzioni olandesi le avrebbero presentato un ultimo tentativo di recupero e avrebbero al massimo autorizzato di prendere in considerazione l’eutanasia legale all’età di 21 anni).
Noa invece non voleva aspettare così tanto e quindi si è lasciata morire, di fame e di sete, usando i suoi ultimi giorni (e le indicibili sofferenze) per salutare le persone a lei care. Nessuna eutanasia, quindi. Gesto volontario di lasciarsi deperire.
Ma a deperire davvero è quella stampa che pur di trovare una buona notizia da fare ripetutamente cliccare si inventa qualcosa che non è accaduto offendendo perfino la morte, pro domo sua, e andando consapevolmente a toccare i fili scoperti di un dibattito che garantisce condivisioni e interazioni sui social. E non sarà un caso che mentre in Olanda la notizia si è meritata un mezzo trafiletto qui invece sia stata declamata con la grancassa dappertutto, come un’orchestra rumorosa e stonata desiderosa di ottenere un po’ di attenzione.
Hai voglia poi a chiedere la misura alla politica, se i media ne sono l’esatto riflesso, la giusta rappresentazione.
Buon giovedì.
giovedì 6 giugno 2019
L'OMICIDIO DI WALTER LUBCKE
E' mistero in Germania sulla morte del politico Walter Lübcke assassinato nella propria casa in un paesino vicino a Kassel nel nord dell'Assia il cui cadavere è stato rinvenuto la scorsa domenica,rappresentante della Cdu e noto per le sue politiche a favore dei migranti.
Proprio questo suo pensiero portato avanti nella politica gli avevano fatto pervenire dei messaggi di morte negli scorsi anni da parte di gruppi neonazisti,ed è probabile che la sua uccisione sia stata proprio frutto delle sue posizioni.
L'articolo di Contropiano(germania-ucciso-lubcke )parla della sua lotta contro i movimenti di estrema destra come Pegida che aveva scatenato tumulti razzisti in Sassonia in più riprese(madn la-propaganda-neonazi-scatena-lodio-in sassonia ),e questo evento riporta alla memoria l'omicidio in diretta del sindaco di Danzica Pawel Adamowicz avvenuto lo scorso gennaio,anch'egli a favore di migranti e rifugiati(madn luccisione-del-sindaco-di-danzica ).
Germania. Ucciso Lübcke, il politico Cdu dalla parte dei migranti.
di Redazione Contropiano
Il corpo è stato trovato sulla terrazza della sua tenuta alla periferia di Wolfhagen, a circa 20 chilometri da Kassel, nel nord dell’Assia, riverso in una pozza di sangue a mezzanotte e trenta di domenica. Walter Lübcke, 65 anni, politico della Cdu di Angela Merkel, da 10 anni alla guida del consiglio regionale di Kassel, e già deputato del parlamento dell’Assia, è stato ucciso con un colpo di pistola alla testa sparato da una distanza ravvicinata. Gli inquirenti escludono infatti che si sia trattato di suicidio. A nulla sono valsi i tentativi per rianimarlo, Lübcke è morto qualche ora dopo in ospedale. L’arma non è stata trovata, si indaga in ogni direzione.
«Era un costruttore di ponti» ha dichiarato il ministro-presidente dell’Assia, Volker Bouffier. Nel 2015, durante la crisi dei migranti, si batté per l’accoglienza dei rifugiati entrando in rotta di collisione con il movimento di destra di Pegida. In occasione di una manifestazione cittadina in cui si discuteva dei centri di prima accoglienza per migranti nel Land della Germania centro-occidentale, aveva fatto appello ai valori dell’accoglienza: «Chi non condivide questi valori può lasciare questo paese in ogni momento, se non è d’accordo. Questa è la libertà di ogni tedesco», una frase che gli era costata minacce di morte da parte dell’estrema destra..
Lübcke, che si occupava principalmente di trasporti, aveva raggiunto il limite di età per la pensione a marzo, ma aveva chiesto una proroga del suo mandato fino a settembre di quest’anno.
* da ilmanifesto.it
mercoledì 5 giugno 2019
TRUMP DUMP
La visita in Gran Bretagna del Presidente Usa Donald Trump sembra la gita turistica di un bullo col culo parato in questo caso da quella megera della Regina e di tutta o quasi la famiglia reale,mentre aizza la folla all'odio con espressioni rozze che ben si addicono al personaggio ma non credo proprio ad un Presidente.
Negli articoli seguenti(contropiano gli-stati-uniti-non-sono-un-paese-normale e www.cdt.ch khan-replica-a-trump )i tre giorni di Trump in terra d'Albione che culmineranno oggi con la ricorrenza dell'anniversario del D-day,con proposte economiche vantaggiose per i due paesi,una sollecitazione forte per una Brexit dura e le polemiche a distanza col sindaco londinese Khan,che ha definito un fascista ricciolo arancio,emblema dell'ultradestra mondiale.
Nei suoi proclami,che rientrano nella lunga campagna elettorale per le presidenziali del 2020,il sudicio Trump che si vede proiettato verso un secondo mandato ma che invece i dati non lo vedono così tanto favorito,continua nelle sue sozzerie planetarie sputando veleno contro tutti gli Stati che non osano piegarsi alla sua volontà(i vari Iran,Siria,Corea del Nord,Venezuela solo per citare i casi più clamorosi),compresa la Cina e la guerra dei dazi.
Gli Stati Uniti non sono un paese normale.
di Alberto Negri *
Pensare significa elaborare il reale, ricostruirlo nella mente e provare a restituire a sé e agli altri un concetto – una sintesi che coglie l’essenziale – che renda il caos del reale intelligibile.
Per questo è necessario ascoltare i contributi più stimolanti che arrivano dagli altri, anche quando non ci trovano del tutto d’accordo. Purché siano densi di informazione ed elaborazione.
A confrontarsi con gli asini si vince sempre facile, se ci si misura con i maestri, come minimo si cresce e ci si pone all’altezza dei problemi. A questo – lo ricordiamo spesso – serve uno spazio “interventi”.
Nei giornali seri, almeno.
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L’America di Trump non è un Paese normale. Il presidente si lamenta della guerra di russi e siriani a Idlib contro i jihadisti ma sono stati gli americani ad addestrarli per rovesciare Assad. Non una parola ovviamente su Israele che colpisce l’esercito di Damasco con i missili. E dopo il Medio Oriente medita di disgregare l’Europa.
L’America di Donald Trump, sbarcato ieri in Gran Bretagna, è un Paese «normale»? Dovrebbe dircelo Mike Pompeo che ha dichiarato, per la prima volta, che «gli Stati uniti sono pronti a negoziare con l’Iran senza precondizioni». Ma ha immediatamente aggiunto: «Lo faremo quando vedremo l’Iran comportarsi come una nazione normale», il che significa porre altre condizioni.
Più chiaro è che cosa sia Paese normale. Non gli Stati uniti che avendo scatenato guerre in tutto il Medio Oriente, dall’Iraq alla Libia, hanno destabilizzato un’intera regione, il Medio Oriente, e ora con la guerra dei dazi alla Cina si preparano a minacciare l’intero continente europeo e l’economia mondiale.
Da Londra Trump è partito per la sua lunga campagna elettorale e già che c’è per assestare una mazzata all’Unione europea e intromettersi negli affari interni di un altro Paese. Con una visita di stato ingiustificata, se non per ragioni mercantilistiche – gli accordi della Gran Bretagna con Pechino – la monarchia britannica ha così messo a disposizione Buckingham Palace per offrire a Trump una vetrina scintillante in vista di quando, tra un paio di settimane, annuncerà la sua candidatura per un secondo mandato: figuriamoci che gli importa a Trump di dialogare con un premier dimissionario. Al massimo gli interessa sostenere Boris Johnson come prossimo leader conservatore e dare una mano al suo beniamino Nigel Farage, vincente alle europee e in testa a tutti i sondaggi.
Il presidente degli Usa ha criticato in modo piuttosto violento l’accordo sulla Brexit negoziato da Theresa May che con questa visita chiude probabilmente la sua carriera nel peggiore dei modi. Trump ha sottolineato che se al posto di May ci fosse stato lui si sarebbe rifiutato di pagare i 42 miliardi di euro che Londra dovrà sborsare per la Brexit.
Ma c’è dell’altro, come rileva sul Financial Times il leader liberal democratico Vince Cable: l’America di Trump è una minaccia globale. Trump, sottolinea il giornale britannico, sta distruggendo tutti gli accordi multilaterali: da quello sul clima all’intesa nucleare con l’Iran, dagli accordi di non proliferazione in Europa fino al Wto. Anche i britannici si accorgeranno presto di cosa significa la Brexit e negoziare da soli con Trump.
La Gran Bretagna uscendo dall’Unione ha fatto conto sulla «relazione speciale» che storicamente lega Londra a Washington, ma quando gli inglesi dovranno trattare un accordo di libero scambio con gli Stati uniti si renderanno conto che Trump non regala niente. Quasi sicuramente rimpiangeranno l’Ue, soprattutto se ne usciranno con un no deal, come vorrebbero Farage e Johnson. Ecco perché lo show con la regina è utile solo a Trump e un giorno forse apparirà come una carnevalata inutile.
L’America di Trump non è un Paese normale. Il presidente si lamenta della guerra di russi e siriani a Idlib contro i jihadisti e Al Qaeda: ma sono stati gli americani ad addestrarli per rovesciare Assad. Non una parola ovviamente su Israele che colpisce l’esercito di Damasco con i missili. Tutto è concesso agli alleati di Trump, in particolare all’Arabia saudita e agli Emirati, due sponsor del piano Kushner per la Palestina, che vengono riempiti di armi per far paura all’Iran e condurre una guerra devastante in Yemen, sull’orlo del collasso totale. Per la verità anche noi con le bombe tedesche prodotte in Sardegna dalla Rwm gli diamo una mano: c’è poco da fidarsi anche degli europei.
E nel caso dell’Iran, prima dell’apertura di Pompeo – «giochi di parole», l’ha definita Teheran – c’è stata la decisione americana di inviare navi e truppe nel Golfo. In realtà la prima condizione per avviare trattative tra Washington e la Repubblica islamica sarebbe l’allentamento della pressione militare americana e dei suoi alleati non solo nel Golfo ma in tutta la regione: è forse una coincidenza che Israele abbia di nuovo colpito la Siria, alleato dell’Iran?
Il presidente iraniano Hassan Rohani è già stato chiaro: è disponibile al negoziato se gli Stati uniti dimostrano di rispettare la dignità dell’Iran. E Trump finora ha mostrato di non essere molto rispettoso della legalità internazionale visto che ha cancellato il trattato sul nucleare del 2015 senza nessuna vera ragione specifica.
Gli Usa non sono un Paese normale e non vogliono neppure che gli altri lo siano. Usciti dal trattato hanno imposto sanzioni unilaterali sull’Iran impedendo a tutti di fare transazioni con Teheran, sia per l’acquisto di petrolio, sia mettendo sanzioni su banche e società straniere che hanno rapporti d’affari iraniani. Gli Stati uniti di Trump non vogliono che l’Iran possa sopravvivere e neppure che gli altri Stati abbiano diritto alla loro sovranità. Gli Usa chiedono a Teheran di essere un Paese normale ma loro fanno tutto il contrario per diventarlo.
* ilmanifesto.it
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Khan replica a Trump: «Sei il volto dell’ultradestra mondiale».
Il sindaco di Londra rilancia la polemica con il presidente americano in visita nel Paese: «Poster boy per i leader di Ungheria, Francia e Italia»
LONDRA - Sadiq Khan controreplica a Donald Trump e lo bolla come «il poster boy», il modello, dell’estrema destra mondiale e di leader dalla visione politica «ripugnante» in Paesi come «l’Ungheria, l’Italia o la Francia».
Il sindaco laburista di Londra, figlio d’immigrati pachistani, coglie l’occasione di un’intervista alla Bbc per rilanciare oggi la polemica con il presidente americano, a cui lui aveva dato del «fascista» e che aveva risposto via Twitter bollandolo come «un perdente totale», oltre a sbeffeggiarlo per la bassa statura.
«Io penso che in effetti, se guardiamo in giro per il mondo, ci sono molti leader i cui punti di vista io trovo ripugnanti - in Ungheria, in Italia, in Francia o qui da noi nel Regno Unito - i quali guardano a Donald Trump come al loro poster boy», insiste Khan rifiutandosi di ritirare l’accusa di fascista pur senza ripeterla.
Il sindaco nega di essersi offeso per la risposta di Trump, ma auspica che Theresa May gli rimproveri faccia a faccia il comportamento «infantile». «Io non sono un 12enne in un parco giochi e mi sorprende che Donald Trump pensi di esserlo», taglia corto, assicurando d’essere «pro-americano», ma libero di considerare sbagliato - al pari del leader del suo partito, Jeremy Corbyn - l’invito al presidente per una visita di Stato in pompa magna e di criticare la politica dell’amministrazione di un «Paese amico» su temi come le scelte di politica estera, l’atteggiamento verso l’immigrazione o il cambiamento climatica, «le porte chiuse ai musulmani».
martedì 4 giugno 2019
LE FALSITA' SUL DEBITO PUBBLICO
Sempre più ostaggio del debito pubblico e dei richiami ufficiale dell'Unione Europea,l'Italia è ufficialmente allo sbando come governo e sempre più indebitata per scelte scellerate ed una politica economica che negli ultimi dieci anni(vebbeh un pochino anche prima)ha cercato più di salvaguardare le banche e gli interessi dei grandi investitori rispetto alle esigenze della maggior parte della popolazione.
Nell'articolo le cifre che richiamano alla memoria che dobbiamo cambiare le regole ed essere consapevoli che quello che i mass media ci propinano sono solo delle enormi balle perché ci fanno intendere che il debito cresce perché aumenta la spesa pubblica.
Niente di più falso e non ci vorrebbe neanche qualcuno che lo scriva o lo dica in quanto i risultati sono sotto gli occhi di tutti con la sanità,la scuola e i trasporti pubblici che sono in ginocchio e lo Stato indirizza i suoi abitanti verso il privato.
Oggi gli Stati europeo,Italia compresa,cercano nella speculazione la via principale per correggere il tiro e perdere il meno,ma con persone che oltre a fare un lavoro di sciacallaggio economico lucrando sui più deboli sono anche incapaci di trarre beneficio su operazioni al si sopra e molto dei limiti della legalità,con soluzioni molto peggiori rispetto al problema.
Articolo di Contropiano:debito-pubblico-alla-ricerca-di-una-via-di-fuga .
Debito pubblico, alla ricerca di una via di fuga.
di Claudio Conti - Guido Salerno Aletta *.
La discussione mainstream intorno al debito pubblico, lo spread, le “letterine” che partono da Bruxelles e le “rispostine” – corrette in corsa – del ministero dell’economia italiano, soffre da sempre di una distorsione evidente e sempre più faticosamente nascosta.
Se uno legge infatti Repubblica o il Corriere, o peggio ancora ascolta Cottarelli e Giannini in tv, è obbligato a pensare che il debito aumenta perché aumenta la spesa pubblica, con governi che non applicano le indicazioni “sagge” provenienti dall’Unione Europea (e specificamente dalla Commissione, ossia il “governo” Ue).
Chi guarda invece i numeri scopre che la spesa pubblica, negli ultimi venticinque anni è stata costantemente ridotta, al punto che da diversi anni presenta costantemente – e sotto qualsiasi tipo di maggioranza governativa – un consistente avanzo primario. Che significa: lo Stato spende ogni anno meno di quanto incassa con le tasse.
E del resto molti governi degli ultimi anni – ma anche quelli di Berlusconi – hanno obbedito più o meno fermamente agli ordini provenienti dall’alto. In particolare quello dei ferocissimi Mario Monti ed Elsa Fornero, che sono stati protagonisti anche del più brusco innalzamento del debito pubblico in tempi recenti. Sono infatti entrati a Palazzo Chigi con un fardello pari al 120,1% del Pil e ne sono usciti lasciandocelo a 129% (oggi siamo al 132).
Ci troviamo insomma di fronte a un piccolo mistero: più ci si piega alle prescrizioni inscritte nei trattati europei, ribadite con frequenti bacchettate sulle dita, più peggiora la situazione. Lo stesso, e anche peggio, è accaduto alla martoriata Grecia governata direttamente dalla Troika – con Tsipras a fare la “copertura a sinistra” di politiche ferocemente antipopolari – quindi non si può neppure parlare di anomalia italiana.
Gli scostamenti dal percorso operati dal governo gialloverde – quasi soltanto, e molto limitatamente (come ricorda Tria nella sua contestata lettera a Bruxelles), per “quota 100” e “reddito di cittadinanza” – aggravano un po’ la tendenza, ma senza modificarne eccessivamente la direzione.
Mentre la geniale “opposizione democratica” (ZingaRenzi-Repubblica-Corriere) critica il governo… chiedendo ancora più austerità! Poi si meraviglia di come vanno le elezioni…
Quello che la narrazione mainstream – “europeista”, insomma – nasconde con tanta cura è che la percentuale con cui viene espresso il debito pubblico risulta da un calcolo presentato come semplice, ma economicamente molto complesso, che deve tener conto di molti fattori e alcune distorsioni statistiche. Per la parte tecnica, come spesso facciamo, rimandiamo alla lettura – qui di seguito – dell’ottima analisi di Guido Salerno Aletta, apparsa su Milano Finanza.
Noi ci limitiamo a sottolineare il dato politico: l’insieme di strumenti imposti dai trattati europei – taglio della spesa pubblica, privatizzazioni, liberalizzazioni, facilitazioni per le imprese, taglio delle pensioni e allungamento dell’età pensionabile, precarietà contrattuale, deflazione salariale, ecc – non è efficace per curare quella malattia (il debito pubblico). Anzi l’aggrava. In primo luogo perché la crescita economica (in larga parte dipendente dal contesto internazionale) viene scientemente depressa: meno spesa uguale meno investimenti e reddito circolante, salari più bassi e precari uguale meno consumi (e meno innovazione tecnologica da parte delle imprese), e via così. Una spirale senza fine verso il basso.
In più, ci ricorda Salerno Aletta, c’è una Banca centrale europea che non riesce neppure – per un deficit statutario gravissimo – a dare un minimo contributo alla risalita dell’inflazione verso l’obbiettivo dichiarato (il 2% annuo); il che contribuisce negativamente.
Poi c’è lo spread. Terribile cerbero gestito direttamente dai “mercati”, che fa salire quasi a piacimento il “servizio del debito”, ossia la quota di interessi da pagare annualmente a chi compra i titoli di stato italiani. Una quota che si mangia sistematicamente quel faticato avanzo primario e anche molto di più.
Qui l’Unione Europea è intervenuta a fissare come trattato una scelta suicida operata “spontaneamente” dal governo italiano del 1981, con al Tesoro Nino Andreatta, quando il debito pubblico era abbondantemente al di sotto del 60% poi imposto come parametro nel trattato di Maastricht. Si tratta della “separazione tra Banca d’Italia e Tesoro” (il ministero che emetteva i titoli di stato, oggi assorbito in quello dell’economia), per cui la banca centrale non può più acquistare i titoli di stato, contribuendo così a tenere alto il prezzo e basso il rendimento (ossia gli interessi da pagare, il “servizio del debito”).
Da allora e fino ad oggi, quindi, lo Stato – ed ora ogni stato dell’Unione – deve cercare soltanto “sui mercati” le risorse finanziarie di cui ha bisogno; ed è quindi obbligato ad offrire i tassi di interesse più “appetibili” oppure – il che è lo stesso, ai fini contabili – a vedersi offrire un prezzo molto inferiore di quello nominale per ogni titolo (100 euro, in genere).
In pratica, gli Stati europei sono tutti sotto botta di strozzini professionali molto ben vestiti, in particolare quelli con un debito pubblico più alto, per cui lo spread (il differenziale rispetto ai rendimenti dei titoli di altri Stati) è più elevato, il che contribuisce non poco ad aumentare il debito stesso e a frenare la crescita.
Da questa trappola, a rigor di trattati, non si può e non si deve uscire. E quindi si è condannati, come paese, a una morte lenta, per consunzione, cedendo un pezzo dopo l’altro dei “gioielli di famiglia”, ossia dei pilastri che avevano reso il paese uno dei sette più industrializzati del mondo.
Naturalmente questa agonia non è uguale per tutti. Banche, assicurazioni e imprese riescono comunque a sopravvivere, magari facendosi assorbire da concorrenti più forti basati in paesi “partner”. La popolazione, comprese larghe fasce dell’antico “ceto medio”, no. Le dinamiche elettorali, come sappiamo, riflettono esattamente questo processo, offrendo a poco prezzo consenso al primo pirla che promette il bengodi domattina.
Del resto questo processo rappresenta nient’altro che un gigantesco trasferimento di ricchezza dalla produzione e dai consumi alla rendita finanziaria, ovvero una tesaurizzazione del patrimonio (per chi ce l’ha…) garantita proprio dalla rendita parassitaria sul debito pubblico.
Comunque una via di fuga o di riduzione del danno – senza mettere in discussione nessun trattato – potrebbe anche esistere. Ed è quella proposta dall’amministratore delegato di Banca Intesa, Carlo Messina, che già da qualche mese va suggerendo una “mobilitazione del risparmio privato” utilizzando il patrimonio immobiliare pubblico (anche delle amministrazioni locali).
Le controindicazioni sono evidenti (lo Stato e gli enti locali cedono la proprietà immobiliare a fondi finanziari privati, restando privi di ulteriori margini di compensazione), ma l’effetto sul debito anche. Drastico, radicale, nell’ordine dei 1.000 miliardi sui più dei 2.300 attuali. Quello sullo spread, e sul servizio del debito, anche.
Al ministero dell’economia cominciano a pensare seriamente e questa possibilità che, se realizzata in maniera efficace (c’è da dubitarne, conoscendo i protagonisti del governo attuale), potrebbe dare qualche anno di fiato alle finanze pubbliche, permettendo investimenti indispensabili senza più infrangere – per un po’ – nessun obbligo europeo. Ovvio che l’effetto sulla crescita economica sarebbe molto diversi a seconda degli investimenti fatti: se “produttivi” (rilevamento di attività industriali a rischio delocalizzazione o svendita, creazione di nuove attività, ecc) sarebbero di lungo periodo, se sulle “grandi opere” per i soliti costruttori, quasi per nulla e solo nell’immediato.
Perché diciamo “per qualche anno”? Perché la gabbia dei trattati, in questo modo, resterebbe assolutamente intatta. E continuerebbe a macinare, ripristinando, prima o poi, la situazione attuale. Dopo, resterebbero da “sacrificare” al dio Baal dei “mercati”solo i conti correnti di ognuno di noi. Se, con i salari e le pensioni attuali, potremo ancora disporne…
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Come dribblare lo spread
Guido Salerno Aletta
La questione della riduzione del debito pubblico italiano è tornata alla ribalta. E’ un evergreen. Nella lettera che la Commissione europea ha inviato al Ministro dell’economia Giovanni Tria lo scorso mercoledì 29 maggio, a firma del Commissario agli affari economici Pierre Moscovici e del Vice Presidente Valdis Dombrovskis, si chiedono informazioni sul mancato rispetto nel 2018 delle regole a tal proposito dettate dal Fiscal Compact. Si riavvia così una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo, fin qui sospesa tenendo conto degli sforzi sostenuti in passato. E’ una prospettiva assai pericolosa, politicamente e finanziariamente.
Sarebbe l’occasione buona per mettere in luce le incongruenze di fondo del sistema dei parametri europei, che vanno molto al di là della asserita “stupidità” del tetto al rapporto del 3% tra deficit pubblico e pil, che fu inserito sin dal 1992 nel trattato di Maastricht. Ci sono infatti responsabilità anche della politica monetaria, per quanto riguarda l’inflazione, che invece ricadono sui governi, che sarebbero gli unici manchevoli rispetto agli obiettivi posti alle politiche di bilancio.
In ogni caso, invece, è l’occasione per prendere finalmente atto del fallimento della ormai ultra ventennale strategia di risanamento finanziario basata sull’accumulazione di avanzi primari di bilancio. La crescita economica ne risente negativamente, i progressi nella riduzione del debito sono faticosi e malcerti, mentre l’economia rimane pericolosamente esposta agli shock esterni: tutte le crisi, quelle del ’73, dell’80, del ’92, del 2008 e del 2011, sono state di origine esogena.
La Commissione europea, che agisce nell’ambito dell’attività di sorveglianza sulle politiche fiscali, ha rilevato che i dati relativi al 2018 confermano che l’Italia non ha fatto sufficienti progressi per rispettare i criteri per la riduzione del debito. Si accinge dunque a predisporre la relazione prevista dall’art. 126(3) del Trattato ai fini della apertura del procedimento di infrazione per disavanzi pubblici eccessivi.
Nel caso del debito, viene disposta quando il rapporto tra quest’ultimo ed il prodotto interno lordo supera il valore del 60%, “a meno che detto rapporto non si stia riducendo in misura sufficiente e non si avvicini al valore di riferimento con ritmo adeguato”.
Questa clausola di salvaguardia, alquanto generica, fu inserita sin dal Trattato di Maastricht su richiesta dell’allora Ministro del tesoro Guido Carli, come condizione per acconsentire alla adesione dell’Italia. Più di recente, nel Fiscal Compact è stato precisato che cosa si intende per ritmo adeguato di riduzione del debito: lo si riscontra quando “la parte contraente opera una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo l’anno”.
Per il calcolo, si applica il Reg. (CE) 1467/97, come modificato dal Reg. (UE) 1177/2011, che considera sia il periodo precedente all’anno di riferimento, sia la prospettiva pianificata. Inoltre, l’articolo 3(2), prevede che “la Commissione tiene in debita ed esplicita considerazione tutti gli altri fattori che, secondo lo Stato membro interessato, sono significativi per valutare complessivamente l’osservanza dei criteri relativi al disavanzo e al debito e che tale Stato membro ha sottoposto al Consiglio e alla Commissione….”.
Occorre ricostruire a questo punto che cosa è successo nel 2018. I punti di partenza sono rappresentati dalla legge di bilancio per il 2018, varata dal governo Gentiloni a fine 2017, e dal successivo Def 2018, presentato alla vigilia delle elezioni, che conteneva la sola versione pluriennale tendenziale. Si lasciava al successivo governo la definizione degli obiettivi programmatici per il 2019. Per il 2018, le due principali grandezze macroeconomiche indicate nel Def erano: pil reale +1,5%, deflatore +1,3%, pil nominale arrotondato al +2,9%. Sempre per il 2018, gli andamento di finanza pubblica, previsti in rapporto al pil, erano: indebitamento -1,6%, saldo primario +1,9%, debito pubblico (lordo sostegni) 130,8%.
Si prevedeva dunque nel 2018 una terza riduzione consecutiva del rapporto debito/pil, rispetto al 132% del 2016 ed al 131,8% del 2017. Fu sulla base di questi risultati e delle previsioni contenuti nel Def, che la Commissione europea decise, già lo scorso anno, di soprassedere all’apertura di una procedura formale di infrazione per debito eccessivo.
I risultati macro del 2018 non sono stati coerenti con le attese: pil reale +0,9% (-0,6% rispetto alle previsioni); deflatore +0,8% (-0,5%). La crescita del pil nominale, consuntivata all’1,7%, è stata complessivamente inferiore dell’1,1% rispetto alle stime del Def, come peraltro si andava già ipotizzando nella Nota di aggiornamento di settembre. Tutti i rapporti delle grandezze della finanza pubblica, misurati rispetto al pil nominale, sono stati conseguentemente diversi: indebitamento -2,1% (-0,5% rispetto alle previsioni); saldo primario +1,6% (-0,3%); debito pubblico 132,1% (+1,3%). Su quest’ultimo dato si è appuntata ora l’attenzione della Commissione.
In realtà, nel 2018, il rapporto indebitamento/pil è comunque migliorato rispetto ai risultati del 2017: -2,1%, a fronte del precedente -2,4%; parimenti, il saldo primario è stato del:+1,6% a fronte del +1,4% dell’anno prima. Il rapporto debito/pil, che nel 2018 è stato pari al 132,1% va più correttamente ragguagliato al 131,3% del consuntivo consolidato del 2017, quale risulta ora dall’Istat, risultando un peggioramento solo dello 0,8%.
Qui sta un nodo dei vincoli europei, che fanno riferimento al pil nominale, e quindi anche sull’andamento dell’inflazione su cui i governi possono incidere ben poco. Basta vedere l’andamento negli ultimi anni del deflatore del pil in Italia: + 1% nel 2014; +0,9% nel 2015; +1,2% nel 2016; +0,4% nel 2017 e +0,8% nel 2017. Sommando gli incrementi, in cinque anni il deflatore è cresciuto del 4,3%: una percentuale molto lontana dall’obiettivo perseguito dalla Bce, di un aumento annuo dei prezzi che sia vicino ma non superiore al 2%. Non è andata meglio con l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie (HICP): fatto 100 il livello del 2015, si è passati da 99,9 del 2014 a 102,5 del 2018, con un incremento di appena 2,6 punti in cinque anni.
I valori assoluti dimostrano invece che, tra il 2017 ed il 2018, il controllo sulla finanza pubblica italiana è stato efficace: l’indebitamento è sceso da 41,5 a 37,6 miliardi di euro (-3,9); il saldo primario è aumentato da 24 a 27,3 miliardi (+3,3); il prelievo fiscale è aumentato da 726,9 a 739,6 miliardi (+12,7).
Mentre il pil nominale è cresciuto dai 1.724,2 miliardi di euro del 2017 ai 1.753,9 miliardi del 2018 (+29,7), il debito pubblico è aumentato dai 2,263,5 miliardi di euro del 2017 ai 2.316,7 del 2018 (+53,2), con un incremento quasi doppio all’andamento di quest’ultimo, e comunque ampiamente superiore al fabbisogno delle PA, che si è ridotto nello stesso periodo da 59,2 a 40,4 miliardi (-18,8), mentre le disponibilità liquide del Tesoro aumentavano di 5,8 miliardi. Ci sarebbero dunque, fattori endogeni più complessi che portano ad una crescita ulteriore dello stock del debito dell’ordine di mezzo punto percentuale di pil (7 miliardi).
Se, però, nel 2018, per ragioni di carattere internazionale del tutto al di fuori della capacità di controllo del governo italiano, la crescita non si fosse contratta, passando da una previsione del +1,5% al consuntivato +0,9%, ed il deflatore del pil non fosse stato del +1,3% e non del +0,8%, anche il rapporto debito/pil sarebbe stato centrato.
Al di là, quindi, della risposta tecnica che verrà fornita alla Commissione europea dal Ministero dell’Economia, sul tema del debito occorre assumere una chiara decisione politica. Rappresenta da decenni un problema non solo economico e finanziario, ma soprattutto istituzionale, che condiziona anche le relazioni internazionali.
In periodi di bassa crescita, e soprattutto di inflazione sempre più contenuta rispetto alle rosee previsioni, come accade anche per quelle della Bce, non si può contare soprattutto su quest’ultimo fattore per cercare di rispettare i vincoli europei, come si è fatto in passato. Anche una politica salariale costrittiva, per aumentare la competitività, non aiuta a far salire l’inflazione e quindi il pil nominale. Anche lo strumento tradizionale, l’aumento del saldo primario, contribuisce alla riduzione ulteriore del ritmo di crescita. Per riequilibrare la finanza pubblica e rinvenire lo spazio per nuovi investimenti, occorre ridurre il costo degli interessi sul debito, che assorbono il 3,7% del pil.
Esiste un consistente ammontare di risparmio delle famiglie, spesso depositato a vista o a breve termine presso gli intermediari monetari, che lo impiegano in titoli del debito pubblico, uno strumento caratterizzato da altrettanta elevata liquidità ma anche da una pericolosa volatilità. Esiste di converso, sul versante degli attivi pubblici, un ampio patrimonio immobiliare anche e soprattutto a livello locale, tutto da valorizzare: di questa prospettiva è dichiaratamente convinto uno dei principali banchieri italiani, Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa San Paolo. Occorre dunque mobilitare congiuntamente il risparmio privato e questi asset pubblici, agevolando fiscalmente questa operazione.
Bisogna sottrarre l’Italia al ricatto continuo dei mercati ed al giogo delle regole, anch’esse soventemente strumentalizzate. Siamo andati avanti, fin troppo a lungo, con soluzioni che si dimostrano sempre più costose e sempre meno efficaci.
sabato 1 giugno 2019
UN GOVERNO A BRACCETTO CON LA MALAVITA
Guai nel belpaese a mettersi contro i proventi della malavita,e ultimo caso si è avuto con la decisione di fare una caccia alle streghe contro i negozi che vendono canapa light e derivati,una decisione imposta dal governo figlia di un ignoranza di base che ne determina le scelte.
L'articolo proposto in principio perla dalla sentenza della Cassazione e del comunicato di Federcanapa,che evita allarmismi anche se in ballo ci sono centinaia di posti di lavoro in bilico se questa decisione potrebbe determinare che anche le percentuali basse di principio attivo venissero limate ulteriormente come i bacchettoni del governo vorrebbero(tg24.sky.it cannabis-light-chiusura-negozi ).
Nel successivo invece uno dei casi in cui vengono sequestrate piantagioni nascoste in zone di difficile accesso,stavolta nell'Aspromonte(www.quotidianodelsud.it )e che interessa direttamente la 'ndrangheta e il giro milionario di Euro che corre attorno alla produzione e allo spaccio dei derivati della cannabis.
Che andrebbe legalizzata del tutto e non solo quella light,per distruggere gli affari delle famiglie e dei clan malavitosi facendoli cadere in quanto molti dei suoi guadagni arrivano proprio dallo spaccio,mentre la maggior parte dei politicanti si vedono bene di non pestare i piedi ai mafiosi che lucrano su questo.
Cannabis light, Federcanapa: "Sentenza Cassazione non determina la chiusura dei negozi".
Per la Federazione la decisione della Suprema Corte, che ha sancito che la legge non consente la vendita di prodotti derivati dalla coltivazione della canapa sativa, non incide sui prodotti venduti, che sarebbero sotto la soglia del principio di efficacia drogante.
La decisione di ieri delle sezioni unite penali della Corte di Cassazione - che hanno stabilito che la legge non consente la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti "derivati dalla coltivazione della cannabis" - non determina la chiusura generalizzata dei negozi che offrono prodotti a base di canapa. È quanto sostiene in una nota Federcanapa, spiegando che "il testo della soluzione dice chiaramente che la cessione, vendita e in genere la commercializzazione al pubblico di questi prodotti è reato ‘salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante’. Pertanto la Cassazione ha ritenuto che condotte di cessione di derivati di canapa industriale privi di efficacia drogante non rientra nel reato di cui all'art. 73 del T.U. Stupefacenti”.
Federcanapa: “Non si crei clima da caccia alle streghe”
"Da anni - sostiene ancora la nota di Federcanapa- la soglia di efficacia drogante del principio attivo THC è stata fissata nello 0,5% come da consolidata letteratura scientifica e dalla tossicologia forense. Pertanto non può considerarsi reato vendere prodotti derivati delle coltivazioni di canapa industriale con livelli di Thc sotto quei limiti". "Ci auguriamo che anche le forze dell'ordine si attengano a questa netta distinzione tra canapa industriale e droga nella loro azione di controllo e che non si generi un clima da 'caccia alle streghe' con irreparabili pregiudizi, patrimoniali e non, per le numerose aziende del settore. Ogni ulteriore considerazione dovrà essere rimandata alla pubblicazione delle motivazioni della sentenza da cui potrà essere desunto l'impianto logico-giuridico seguito dalla Corte e che potrà fornire ulteriori spunti di riflessione”, conclude Federcanapa.
Cosa ha stabilito la Cassazione
La Cassazione ieri ha sancito che la legge non consente la vendita di prodotti derivati dalla coltivazione della canapa sativa, esclusi quelli medici: stop quindi anche ai derivati, come l'olio, le foglie, le inflorescenze e la resina e punibilità per chi mette in commercio prodotti derivati da infiorescenze o resine della cannabis con Thc inferiore allo 0,6%. "Mi dispiace per i posti di lavoro, ma la droga fa male", ha commentato il ministro dell’Interno Matteo Salvini.
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Scoperta produzione industriale di canapa in Aspromonte.
Decine di arresti, c'è anche esponente del clan Pelle-Vottari.
SAN LUCA (REGGIO CALABRIA) - Blitz dei carabinieri tra Reggio Calabria, Roma e Latina, denominato "Operazione Selfie" contro una organizzazione tesa a realizzare delle coltivazioni intensive di cannabis in Aspromonte, nascoste tra la vegetazione e video-sorvegliate.
Le indagini dei militari, dirette dal Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri e coordinate dall’aggiunto Giuseppe Lombardo e dal pm Francesco Tedesco, hanno permesso di scoprire diverse aree in cui veniva coltivata la canapa con dei sistemi di produzione ad alta resa nascoste tra i boschi dell'Aspromonte.
I carabinieri hanno eseguito un provvedimento di custodia cautelare nei confronti di numerose persone, accusate a vario titolo di associazione finalizzata alla produzione e al traffico illecito di stupefacente, porto abusivo di armi clandestine e ricettazione.
Complessivamente sono state eseguite 27 ordinanze di arresto, 13 in carcere e 14 ai domiciliari, e una di obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.
Secondo quanto riferiscono gli stessi militari, l’organizzazione aveva base nel territorio di San Luca e aveva strutturato, in maniera intensiva e industriale, la produzione di marijuana attraverso campi irrigati in area pre-aspromontana, nascosti tra la vegetazione e sorvegliati con sistemi di video ripresa. In seguito la droga veniva commercializzata sulle piazze di spaccio romane e pontine. Fra i destinatari della misura, un esponente della cosca Pelle-Vottari della 'ndrangheta di San Luca.
I componenti dell'organizzazione sono stati identificati grazie alle immagini catturate dalle foto-trappole da loro stessi collocate a presidio delle piantagioni di marijuana gran parte degli indagati nell’operazione "Selfie" (così chiamata proprio per questo motivo).
Dopo che i carabinieri hanno scoperto le prime due piantagioni, nel settembre del 2016 a Casignana, i militari dalla Compagnia di Bianco, che hanno condotto le indagini con il supporto operativo dello Squadrone eliportato "Cacciatori", hanno scoperto anche le foto-trappole. Dalle analisi effettuate con il supporto dei carabinieri specializzati del Racis di Roma, sono state estrapolate, seppur già cancellate dai supporti di registrazione, numerose immagini che ritraevano gli indagati intenti a curare la realizzazione e la conduzione delle due piantagioni.
Partendo da questo dato, i carabinieri hanno poi identificato i complici dei coltivatori, delineando i contorni dell’associazione e definendo i ruoli dei singoli all’interno del sodalizio, e poi i destinatari dello stupefacente.
In particolare, secondo gli investigatori, il principale promotore delle attività era Michele Carabetta, di 41 anni, già condannato in via definitiva ad otto anni di reclusione per associazione mafiosa, con pena già scontata, perché ritenuto un elemento di spicco della cosca Pelle-Vottari di San Luca, la stessa coinvolta nella faida culminata con la strage di Duisburg.
L’uomo, in particolare, avrebbe avuto il compito di introdurre in Italia armi da guerra, armi clandestine e munizioni. Dall’inchiesta "Fehida" condotta anni fa contro le 'ndrine di San Luca, era emerso il rapporto di Carabetta con il boss Antonio Pelle, di 57 anni, alias "La Mamma".
Carabetta ha diretto il traffico pur essendo sottoposto per tutta la durata delle indagini alla sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, con obbligo di soggiorno a Roma, attraverso due articolazioni dell’organizzazione, una stanziata nella capitale e l’altra sulla piazza di Latina.
Per eludere i controlli durante il trasferimento della droga fuori dalla Calabria, in una circostanza, una donna in avanzato stato di gravidanza ha preso parte, insieme a tre complici, al trasporto a Roma di oltre 6 kg di marijuana provenienti dalle piantagioni della locride.
Complessivamente nel corso delle indagini sono state localizzate 8 piazzole adibite alla coltivazione di marijuana: due a Casignana (RC), località Marino, risalente al 21 settembre 2016; due a Bovalino (RC), località Bosco Sant’Ippolito, risalente al 18 maggio 2017; due a Siderno (RC), località Garino/Pezzillini, risalente al 2 giugno 2017; una a Bovalino, località Serro Mortilli, risalente al 30 giugno 2017; una a Casignana (RC), nei pressi dell’argine del torrente Bonamico, risalente al 18 luglio 2017.
Inoltre sono stati sequestrate circa undicimila piante, sono state arrestate in flagranza 10 persone col sequestro di 30,2 Kg di marijuana e sono stati sequestrati 6 fucili da caccia, privi di matricola o con matricola abrasa, 3 dei quali oggetto di furto.
venerdì 31 maggio 2019
PIU' UNO E' UN CRIMINALE E PIU' VIENE RINGRAZIATO
E ci risiamo,un altro pezzo importante del governo va a casa dopo una condanna,stavolta per peculato e falso in merito a rimborsi spese avvenute in Liguria,ed il protagonista è il viceministro alle infrastrutture Rixi,mentre è del mese scorso il caso Siri,entrambi leghisti(vedi:madn salvini-e-nessun-governo-del-cambiamento ).
In linea con una politica di nessun cambiamento,con i vertici dello Stato coinvolti in casi di corruzione e di truffe varie,sempre con i poteri forti mentre sta zitto con la mafia,Salvini e anche Conte successivamente ringraziano Rixi mentre in un paese serio sarebbe già rinchiuso in galere.
Addirittura il ministro di tutto(infatti il suo amicone condannato ha consegnato le sue dimissioni proprio a lui,cosa non istituzionale,lo ha nominato responsabile nazionale della Lega per i trasporti e le infrastrutture,un titolo che per se vale nulla ma una promozione nella testa malata del ducetto.
L'articolo di Rai News(Rixi-condannato-a-3-anni-e-5-mesi )parla della decisione del Tribunale di Genova che richiede anche l'interdizione perpetua dai pubblici uffici.
pol
Tribunale di Genova
"Spese pazze" in Liguria, Rixi condannato a 3 anni e 5 mesi.
Il viceministro leghista si dimette.
Interdizione perpetua dai pubblici uffici per il viceministro alle Infrastrutture. Salvini: "Accetto le dimissioni per tutelare lui e l'attività del governo. Oggi stesso lo nomino responsabile nazionale trasporti e infrastrutture della Lega"
30 maggio 2019
La seconda sezione del Tribunale di Genova presieduta dal giudice Giuseppe Dagnino ha condannato a tre anni e cinque mesi il viceministro alle Infrastrutture, Edoardo Rixi, al termine del processo per le cosiddette 'Spese pazze' in Regione Liguria negli anni dal 2010 al 2012. Rixi, all'epoca dei fatti capogruppo regionale della Lega, è accusato di peculato e falso. Per lui il Tribunale di Genova ha anche disposto l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e la confisca di 56mila euro. Il pm Francesco Pinto aveva chiesto una condanna a tre anni e quattro mesi di reclusione. Rixi non era in aula, a rappresentarlo il suo avvocato Maurizio Barabino.
Rixi si dimette
"Ho già consegnato a Salvini le mie dimissioni per non creare problemi al governo", annuncia il viceministro leghista dopo la condanna.
Salvini: accetto le dimissioni di Rixi per tutelare lui e il governo
"Ringrazio Edoardo Rixi per l'incredibile lavoro svolto fino ad ora. Da tempo ho nelle mani le sue dimissioni, che accetto unicamente per tutelare lui e l'attività del governo da attacchi e polemiche senza senso". Lo dichiara in una nota Matteo Salvini. "Oggi stesso lo nomino responsabile nazionale trasporti e infrastrutture della Lega, riconoscendogli capacità e onesta assolute".
Conte: lo ringrazio per la sensibilità istituzionale
"Desidero ringraziare" Edoardo Rixi "per la sensibilità istituzionale manifestata e per il proficuo contributo fin qui fornito all'attività di governo", afferma il premier Giuseppe Conte in una nota in cui riferisce che il viceministro gli ha comunicato la sua "determinazione a rassegnare le proprie dimissioni".
Salvini: "3 anni a Rixi e 2 agli stupratori? Non è normale"
Sulla vicenda torna poi in serata il vicepremier Matteo Salvini a Dritto e Rovescio su Rete 4. "Tre anni e mezzo di carcere per delle cene, invece spacciatori e stupratori condannati a due anni o tre anni. Se sei un politico e stai antipatico a qualcuno ti condannano a tre anni. Non è normale".
L'inchiesta
Secondo la procura del capoluogo ligure i 22 imputati, tra consiglieri ed ex consiglieri regionali, accusati a vario titolo di peculato e falso, nel periodo compreso tra il 2010 e il 2012 si sarebbero fatti rimborsare, spacciandole per spese istituzionali, cene, viaggi, gite al luna park, gratta e vinci, fiori, birre, ostriche e vari oggetti acquistati per uso personale, per un ammontare complessivo di diverse centinaia di migliaia di euro. A Rixi, che all'epoca ricopriva il ruolo di capogruppo regionale della Lega, venivano contestate, oltre ad una serie di spese proprie non congrue, anche spese effettuate da altri consiglieri che il viceministro leghista avrebbe approvato senza verificare se fossero davvero legate ad attività istituzionali.
Difesa: innocente, ricorreremo in appello
"Ricorreremo in appello" dopo "aver letto le motivazioni a sentenza, perché siamo convinti che sia innocente", ha detto l'avvocato del viceministro Edoardo Rixi Maurizio Barabino a margine della lettura della sentenza in Liguria.
Presidente Antimafia Morra:
"Apprezzo immediatezza dimissioni" "Rixi ha rassegnato con immediatezza le dimissioni, accettate da Salvini. Un atteggiamento positivo che apprezzo. Chi è condannato non può rimanere al governo. Si possono perdere le elezioni, non i nostri valori", scrive su Fb il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra.
giovedì 30 maggio 2019
PROFESSIONE SCIACALLI
E' ormai infinita la serie di episodi strumentalizzati ad arte da parte della feccia fascista che prontamente se ci sono di mezzo stranieri,meglio se immigrati e non ti dico se clandestini,attaccano come bestie direttamente alla giugulare le vittime prescelte.
Come nel caso riportato da Contropiano(roma-no-agli-sciacalli-fascisti )dove un panettiere ha perso la vita in un incidente provocato da un albanese ubriaco alla guida del proprio mezzo,storia che purtroppo accadono spesso e nel caso specifico fognanovisti e caccapovndisti si sono proposti di organizzare una fiaccolata per la vittima Davide Tarasco,senonché la madre ha impedito espressamente a questi ratti di fogna di usare il nome del figlio per fare propaganda razzista e di odio.
Non per questo non vuole giustizia per il figlio,ma questa insegnante precaria e già nonna non vuole la presenza dei sciacalli fascisti che vogliono fare di questa disgrazia uno strumento per le loro becere campagne politiche.
Roma. No agli sciacalli fascisti.
di Redazione Contropiano
Un incidente stradale come tanti. Un giovane padre che va al lavoro, in piena notte, come tanti altri panettieri, percorrendo la Casilina su uno scooter. Un’auto che sbanda e va contromano su quella maledetta consolare con una sola corsia per senso di marcia. Lo schianto, la morte, i rilievi della stradale, l’arresto dell’automobilista positivo all’alcool test.
Una tragedia che si ripete ogni giorno in ogni angolo del paese e del mondo. Che dovrebbe far riflettere sul modo di vita e di produzione in cui siamo inscatolati, costretti a muoverci correndo, rubando secondi preziosi su percorsi che sarebbero rischiosi anche in condizioni più rilassate.
Ma se questo accade a Roma, in zona Giardinetti, l’agglomerato di case costruite secondo le regole inesistenti dell’”edilizia spontanea” del dopoguerra, poche centinata di metri più in là della gemella Torre Maura, ecco che qualche sciacallo si mette ad annusare la pista.
Se il giovane padre è italiano anche di nascita e cognome, e magari l’automobilista è albanese, la “pista” viene percorsa a velocità forsennata, quasi come quelle bianche cui gli avvoltoi sono più abituati.
E allora eccoli, gli “eroi” di Casapound e Forza Nuova cercare i famigliari, proporsi come “vendicatori politici” pronti a inscenare una pantomima ad uso e consumo di media e ministro delle interiora.
Ma vanno a sbattere contro una madre che incredibilmente riesce a mantenere il senso delle cose anche di fronte alla più immensa tragedia che possa vivere un genitore: la morte di un figlio.
E Maria Grazia Carta, madre di Davide Tarasco, si vede costretta a dire poche ma sentite parole, nonostante la rabbia furiosa che si va a sommare al dolore.
«CasaPound e Forza Nuova non avranno il mio odio, non strumentalizzeranno la morte di mio figlio. La nazionalità di chi lo ha ucciso non fa alcuna differenza, ma ora alcuni militanti dell’estrema destra vogliono organizzare una fiaccolata nel nome di Davide. Non lo posso permettere, non voglio la loro presenza».
Maria Grazia è un’insegnante precaria, come decine di migliaia di altre. Un cronista attento noterebbe che è diventata nonna, e da diversi anni, senza mai diventare “assunta a tempo indeterminato”, ossia di ruolo. Scherzi fatti da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi 30 anni, attenti a “tagliare la spesa pubblica” e anche le vite delle persone che lavorano per lo Stato (forze armate e di polizia a parte, ci mancherebbe…).
La sua scuola è a Tor Bella Monaca, dove pure qualche mese fa i fascisti avevano provato una sceneggiata analoga, a cavallo di un altro episodio di cronaca locale, letto sui giornali, venendo cacciati a furor di madri che riconoscevano tra loro diversi degli spacciatori responsabili di aver rovinato i propri figli. Sa come funziona il mondo della periferia, ci vive e la vive, sa con chi arrabbiarsi e chi “comprendere”, lottando per «togliere i ragazzi dalla strada».
Ma questi sciacalli no, non si devono far vedere. E tanto meno devono farsi belli sciacallando sul figlio, lavoratore vero, mica come quegli avanzi dei quartieri alti che fanno le loro “prove d’ardimento giovanili” prima di seguire le carriere professionali dei padri…
«Basta sciacallaggio, basta con queste guerre tra poveri. Stanno solo cercando di usare le disgrazie altrui. Decidiamo noi come commemorare mio figlio, con i nostri ideali, che non sono di odio ma di giustizia».
Una maestra vera sa come dare lezione, anche di vita.
mercoledì 29 maggio 2019
IL SOVRANISMO C'E' SEMPRE STATO PIUTTOSTO CHE L'EUROPEISMO
Le elezioni europee e l'idea che i partiti sovranisti non abbiano sfondato del tutto è del tutto illusoria visto che l'europeismo non è mai stato radicato ed il sovranismo delle singole nazioni ha sempre prevalso vuoi per motivi egoistici dei singoli Stati e vuoi per trame tessute con gli altri protagonisti dello scacchiere mondiale.
L'articolo proposto da Contropiano(non-prendiamoci-in-giro )parla quasi interamente della politica estera europea incapace di avere avuto nel corso di questi anni un unico fronte per confrontarsi con le ex superpotenze sovietiche e americane,mentre ora sono succubi di quelle statunitensi.
Grande spazio per la Libia visto che le nazioni europee non sono state capaci di mettersi d'accordo per una risoluzione non violenta del conflitto,anzi amplificando la guerra che tutt'ora sta sconvolgendo lo Stato nordafricano con la conseguente emorragia di migranti che hanno determinato in maniera principale l'esito delle ultime votazioni,come se il problema più incalzante sia questo.
Si fa pure giustamente il punto sul fatto che l'Ue abbia contribuito a mantenere 70 anni di pace che nemmeno tra i Stati membri risulta una verità,figuriamoci se si allarga il discorso alla Jugoslavia o all'Ucraina.
Non prendiamoci in giro, l’Europa è sempre stata sovranista (e non è vero che ha garantito 70 anni di pace).
di Alberto Negri *
Forse non ce ne eravamo accorti ma l’Europa era già sovranista prima che arrivassero sulla scena Salvini, Orbàn o Le Pen: non ha mai avuto una politica estera e di difesa comuni. La Francia ha dato il via alla guerra di Libia nel 2011 consultandosi con la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, non con la Germania o l’Italia. Questa decisione, la più grave di tutte, perché si è trattato di andare in guerra, ha reso chiaro che a prevalere erano gli interessi nazionali. L’avventura libica è stato il maggiore disastro per l’Italia dalla seconda guerra mondiale ma anche per l’Unione europea. Tutti hanno capito che un Paese fondatore poteva essere colpito nella sua sfera vitale, nonostante ci fosse l’Unione e che anzi proprio l’Europa poteva affondare un suo stato membro. La politica estera europea è un po’ come l’araba fenice. Ha dei contorni assai vaghi e si esprime soprattutto con mezzi economici, come le sanzioni o attraverso la cooperazione internazionale.
Ma soprattutto si scontra con una mantra falso quanto mai: “l’Europa ha garantito la pace e la sicurezza nel continente per 70 anni”. Al massimo ha garantito la pace tra i Paesi membri dell’Unione ma fino a un certo punto. Sarebbe meglio dire che l’Unione ha limitato, e pure male, le conseguenze delle sanguinose e devastanti guerre in Europa e nel Mediterraneo. I flussi migratori e le tragedie del mare derivati dal caos libico in Italia hanno regalato a sovranisti e populisti l’arma migliore che potessero trovare: le élite tradizionali non erano state in grado di difendere il Paese. E’ la vecchia leva della paura che spinge a votare a destra.
Vediamo allora qual è la realtà e di rinfrescarci la memoria. Negli anni Novanta non solo l’Europa non impedisce la guerra in Jugoslavia ma favorisce la disgregazione della Federazione fondata dal Maresciallo Tito. La Germania, insieme al Vaticano, appoggia la secessione della Croazia e inizia un conflitto che in un decennio farà oltre 250 mila morti e più di un milione di profughi.
L’Italia per esempio sulla secessione Jugoslavia aveva idee assai diverse da quelle di una Germania che dopo il crollo del Muro nel 1989 si era appena riunificata. La disgregazione della Jugoslavia è stata la fine dello stato più multi-etnico e multi-religioso dell’Europa, un evento drammatico che poi è stato foriero di altre guerre, di altre secessioni e di altri guai.
Durante le stesse guerre della Jugoslavia l’Europa non è stata capace di fermare il conflitto in Bosnia la cui fine è stata dovuta all’intervento degli americani, non degli europei. Più o meno lo stesso discorso vale per la guerra in Kosovo che è stata portata dalla Nato ma che evidenziava l’obiettivo americano di spingersi verso Est e tenere sotto pressione la Russia che aveva dato addio da un pezzo all’Urss e si trovava allora in piena decadenza. Se poi la Russia di Putin ha replicato in Ucraina, Crimea e Siria, lo si deve anche a quegli eventi.
L’Europa non ha garantito nulla e non ha fermato alcun massacro, anzi ha contribuito a crearne altri. Non solo. Va in ordine sparso e davanti o scelte epocali come la pace e la guerra ragiona secondo gli interessi degli stati nazionali.
Prendiamo la guerra all’Iraq del 2003, il conflitto che ha scatenato l’attuale destabilizzazione del Medio Oriente, voluto da americani e britannici sulle false prove che Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa. L’Italia per esempio si è unita alla guerra, dove ha subito il massacro di Nassiriya, mentre la Francia di Jacques Chirac ha tenuto a casa le truppe ed era contraria al conflitto.
E veniamo alla Libia e alle cosiddette “primavere arabe” del 2011. La guerra in Libia contro Gheddafi è stata scatenata dalla Francia, dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti. La Francia ha cominciato i raid su Gheddafi senza neppure farci una telefonata, pur sapendo che il Colonnello era il maggiore alleato dell’Italia nel Mediterraneo.
Parigi ha causato all’Italia la peggiore sconfitta dalla seconda guerra mondiale
Parigi ha causato all’Italia la peggiore sconfitta dalla seconda guerra mondiale. Sei mesi prima dei bombardamenti, il 30 agosto 2010, Gheddafi era stato ricevuto a Roma e aveva firmato accordi su temi economici e della sicurezza per un valore di dozzine di miliardi di euro. Intese, è bene ricordarlo, approvate dal 98% dei nostri parlamentari. Non solo. L’Italia venne costretta un mese dopo a partecipare ai raid. La decisione fu presa dal presidente della repubblica Napolitano sulla scorta di una considerazione pratica e di una politica. I terminali dell’Eni di Mellitah erano stati collocati nella lista dei bersagli della Nato, il presidente della Repubblica voleva tenere l’Italia nell’alveo dell’Alleanza Atlantica e degli Stati Uniti.
Ma il peggio doveva ancora venire. Gli Stati europei, senza una politica comune ma dettata dagli interessi nazionali, hanno determinato la frantumazione della Libia e destabilizzato con la questione dei migranti il quadro politico italiano. Le missioni europee come quella denominata Sophia per frenare il traffico dei migranti non hanno avuto alcun successo e non sono mai state pienamente attuate con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Né tanto meno abbiamo ottenuto, se non in parte, la redistribuzione dei migranti mentre sei Paesi sospendevano gli accordi di Schengen.
C’è dell’altro. L’attuale governo e quelli precedenti si sono fatti prendere in giro con la promessa americana di una “cabina di regia” sulla Libia che nessun Paese europeo e della regione ha mai voluto affidare all’Italia. Così siamo stati presi di sorpresa anche dall’avanzata del generale Haftar. Come ben si vede in Libia non c’è nessuna politica europea e l’Italia ne paga il prezzo con il suo isolamento. A Tripoli abbiamo sostenuto un governo Sarraj appoggiato dalla Turchia e dal Qatar, due stati non europei. E’ chiaro che siamo sbilanciati e ora tentiamo di smarcarci senza troppo successo.
Gli Stati europei, senza una politica comune ma dettata dagli interessi nazionali, hanno determinato la frantumazione della Libia e destabilizzato con la questione dei migranti il quadro politico italiano
Tralascio i casi dell’Ucraina e della Siria, se non per sottolineare che per i profughi siriani la Germania, dopo averne accolto un milione, ha voluto un accordo del valore di sei miliardi di euro con la Turchia per spingere Erdogan a tenersene in casa circa tre milioni. Come si vede la politica estera europea e la sua presunta solidarietà sono a geometria piuttosto variabile, dettata dagli interessi dei due Paesi-guida, Francia e Germania. Nel caso di Brexit però sarà la Francia ad avere i mezzi più incisivi perché resterà l’unico Paese dell’Unione dotata di un arsenale nucleare e con un seggio permanente al Consiglio di sicurezza Onu. Non solo. La Francia, a differenza della Germania, ha diverse missioni militari nel Sahel dove è alleata con gli Usa.
Tutto questo sarà determinante per il futuro e in caso di conflitto tra Usa e Iran. Nonostante gli stati europei aderiscano all’accordo sul nucleare con Teheran del 2015, finiranno per decidere la partecipazione a una guerra in base ai loro interessi nazionali.
Questi interessi sono determinati dall’industria bellica, dai flussi di armi e dagli accordi economici con gli Usa, Israele e le monarchie del Golfo, tutti nemici dell’Iran e anche maggiori clienti dell’export di armamenti, oltre che fornitori di petrolio ed energia.
La stessa Italia potrebbe essere chiamata dagli Usa a concedere le basi nel Sud in caso di conflitto con Teheran. E dove sarà allora la politica estera europea comune? Resterà un pezzo di carta straccia di false intenzioni.
* da L’Inchiesta
venerdì 24 maggio 2019
A GENOVA ENNESIMA PROTEZIONE POLIZIESCA DI CAGAPOVND
Dopo le proteste antifasciste di Firenze e Bologna ecco che pure Genova si è fatta sentire ieri scendendo in piazza per contrastare giustamente la presenza di una trentina di ratti di CagaPovnd ampiamente scortati e protetti da centinaia di poliziotti intervenuti per difenderli,proteggerli e sostenerli(vedi anche:madn firenze-e-bologna-in-piazza-contro salvini e i fascisti ).
Una vergogna che i fascisti possano parlare,possano solamente esistere e rappresentare liste nelle elezioni,uno scempio che partiti come il Pd li abbiano fatti riuscire dalle fogne per poi lamentarsi delle loro gesta infami e odiosamente stare dalla parte di chi non usa la violenza nelle manifestazioni.
Gli articoli di Infoaut(genova-antifascista-respinge-casapound )e Antifa(genova-casapound-in-piazza-scontri-tra-antagonisti-e-polizia )parlano dei 4-5 mila compagni che hanno presidiato Piazza Corvetto e che hanno tentato di scontrarsi con i cagapovndisti in Piazza Marsala,della grande reazione dei genovesi e del ferimento di un giornalista de La Repubblica pestato a manganellate(due dita e una costola rotte)che non ha subito danni maggiori perché un questurino che lo conosceva ha fermato il pestaggio.
Genova antifascista respinge casapound.
Giovedì 23 maggio a Genova si svolgeva il teatrino elettorale di casapound e gli/le antifascist* della città hanno deciso di farsi sentire per respingere un comizio indegno in una città da sempre antifascista.
È stato così convocato un presidio in piazza Corvetto, molte le sigle scese in strada dai sindacati ai portuali anpi e Genova antifascista,i manifestanti si sono poi mossi in direzione della piazza occupata dai neofascisti e della prefettura, creando così due spezzoni. Come ci si poteva aspettare la città era blindata, tutto ciò non ha scoraggiato le migliaia di persone scese in piazza e al grido “Genova è antifascista” hanno tentato di forzare il blocco posto a protezione dei neofascisti.
La polizia ha sparato gas lacrimogeni caricando poi violentemente i manifestanti, ci sono stati diversi feriti tra cui un giornalista che ha ricevuto manganellate e calci dopo esser stato buttato a terra dalla polizia mentre tentava di documentare il fermo di un manifestante. Il corteo nonostante le cariche ricevute è rimasto compatto e dopo la notizia dei fermi si è diretto sotto la questura dove ha trovato digos e celere schierati. Le richieste dei manifestanti era la liberazione dei compagni fermato, il presidio pacifico è poi proseguito fino alle 22 circa per poi sciogliersi ma dando appuntamento a tutte e tutti sotto il tribunale in quanto i due fermati sembra verranno processati per direttissima.
Insomma una grande giornata oggi per il movimenti antifascista Genovese, migliaia le persone in piazza, determinate a portare a casa un risultato non del tutto scontato visto l’aria che tira ultimamente nel bel paese. La polizia come al solito ha dato un lampante esempio di stato democratico a suon di manganellate non risparmiando nemmeno sui lacrimogeni.
Molte sono in serata le dichiarazioni arrivate da giornali e parlamentari per il comportamento della polizia, ma sappiamo benissimo che l’antifascismo non si pratica nei talk show o nei salotti di palazzo ma bensì nelle strade delle nostre città,PD e altri devono smettere di riempirsi la bocca con termini che non gli appartengono,oggi la Genova antifascista ha dimostrato nuovamente di odiare il fascismo e come in occasione della commemorazione al missino ucciso negli anni ‘70 ha risposto con una partecipazione numerosa e con un corteo compatto e determinato.
Auguriamo ai feriti dalla polizia una svelta guarigione e un saluto speciale ai fermati della giornata che ci auguriamo di rivedere presto liberi.
L’antifascismo non è reato, è lotta contro ogni tipo di ingiustizia e ogni tentativo dei neofascisti di uscire dalle fogne.
Tutti liberi!!
Liberi subito!!
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Genova, CasaPound in piazza, scontri tra antagonisti e polizia. Picchiato dagli agenti Stefano Origone, giornalista di Repubblica.
Manganellate, e lacrimogeni, gli antifascisti cercano di sfondare la zona rossa, numerose cariche delle forze dell'ordine. Diversi feriti. Trenta persone al comizio di CasaPound. Il Pd: "Salvini chiarisca"
Manganellate e fumogeni contro i tentativi degli antagonisti di sfondare la zona rossa posta a difesa di piazza Marsala dove nel pomeriggio si è tenuto il comizio di Casapound. La Genova antifascista è scesa in piazza in via Roma davanti alla Prefettura per manifestare contro il primo evento all'aperto delle tartarughe nere, un'iniziativa che nella città medaglia d'oro della Resistenza è stato vissuto come un ulteriore passo dell'escalation dell'ultradestra.
Stefano Origone, cronista di Repubblica che stava seguendo il presidio all'inizio di via Santi Giacomo e Filippo, è stato caricato da un gruppo di poliziotti in tenuta antisommossa. Come ha raccontato lui stesso è stato ripetutamente colpito con manganellate e calci anche quando è caduto a terra e ha urlato "Sono un giornalista": Solo l'intervento di un ispettore della Questura di Genova che lo conosce personalmente ha interrotto l'incredibile pestaggio. Origone ha riportato la frattura di una costola e di due dita di una mano, trauma cranico, contusioni ed ecchimosi su tutto il corpo.
In serata all'ospedale Galliera dove è stato portato Stefano dall'ambulanza sono arrivati il questore Vincenzo Ciarambino e il capo della squadra mobile Marco Calì per accertarsi delle condizioni del nostro collega e manifestargli il loro dispiacere per l'accaduto e assicurare che verrà fatta chiarezza sull'episodio che lo ha coinvolto.
Piazza Marsala è stata blindata all'alba da grate e furgoni della polizia come ai tempi della zona rossa del G8. A poche decine di metri gli antifascisti nel presidio convocato da Cgil, Anpi, Comunità di San Benedetto, Arci e altre associazioni. Oggi a difendere il "fortino" dove sono arrivate alcune decine di militanti di estrema destra, si sono schierati oltre 300 agenti in tenuta antisommossa tra polizia, carabinieri e guardia di finanza.
Alle 18 in piazza Corvetto c'erano circa 4/5 mila persone. Un gruppo di diverse centinaia con davanti lo striscione "Genova antifascista" si è mosso varco il varco di grate e cellulari urlando "Via i fascisti dalla città". Nell'unico spazio aperto hanno tentato di incunearsi ma la polizia ha risposto con manganellate e lacrimogeni. Sono volate bottiglie poi il varco è stato chiuso. Altri tentativi di sfondamento si sono poi succeduti. La reazione della polizia e dei carabinieri è stata decisa. Il presidio antifascista è stato sospinto ad alcune decine di metri all'interno della piazza, lontano dai varchi con le grate.
Alle 18.30 sono partite le cariche della polizia che ha allontanato i manifestanti antifascisti dalla centralissima piazza Corvetto. Diversi contusi, almeno tre feriti portati via con le ambulanze fra le quali il collega di Repubblica, e tre antagonisti fermati e portati in questura.
I trenta partecipanti al comizio di CasaPound sono andati via in auto scortati dalla polizia salendo verso Circonvallazione a Monte.
Oltre alle reti metalliche saranno i mezzi della polizia a chiudere ogni accesso alla piazza. Intanto dopo le scritte sull'asfalto di ieri questa notte davanti alla fontana della piazza è stato collocato un sacchetto di letame con sopra un cartello: "Il fascismo non è un'opinione: è m...da". Il comizio comincerà alle 18 mentre gli antifascisti si sono dati appuntamento a partire dalle 16.30. Previsti forti disagi al traffico in tutta la zona.
Sul caso di Origone, interviene il Pd. Chiedendo a Salvini di chiarire. "Il pestaggio nei confronti del giornalista Stefano Origone - dice il senatore Francesco Verducci - è un fatto gravissimo. Non può accadere in un Paese democratico e in uno Stato di diritto quale è la Repubblica italiana. C'è un escalation di intimidazione nei confronti dell'informazione che va denunciata con la massima nettezza e fermata immediatamente. Il ministro Salvini chiarisca al più presto le responsabilità di quanto accaduto. Piena solidarietà a Stefano Origone e alla redazione di Repubblica".
https://genova.repubblica.it/cronaca/2019/05/23/news/casapound-227001578/?ref=RHPPLF-BH-I227015111-C8-P1-S1.8-T1
giovedì 23 maggio 2019
IL DECRETO INSICUREZZA SLITTA DOPO LE EUROPEE
Il decreto sicurezza bis la cui discussione e successiva approvazione quasi certa,vedrà il suo via libera dopo le elezioni europee perché un voto decisivo che avrebbe potuto avvenire in questi giorni sarebbe stato destabilizzante per il voto europeo,e anche perché oggettivamente lo spazio delle limature minime(visto che l'Onu ha accusato pesantemente di ledere i diritti umani in questa disposizione razzista)che ci sono state non hanno il tempo per essere state lette.
Un decreto che come dice l'articolo di Contropiano(un-decreto-sicurezza-che-fa-impallidire-il-ventennio )è peggio di quelli del tempo del primo fascismo,dove l'odio è presente in tutti gli articoli e gli inasprimenti delle pene per chi aiuta i disperati del mare e per chi manifesta sono abnormi,senza dover dire che non dovrebbero esserci proprio.
L'articolo parla dell'ennesima presa di forza del ducetto Salvini che dall'alto del suo potere e della sua grassa arroganza vuole fare cascare su di un popolo intero,salvando i propri interessi come abolire il reato di abuso di ufficio(contropiano salvini-vuol-abolire-il-reato-di-abuso-di-ufficio-e-depenalizzare-la-mafia-no ).
Un “decreto sicurezza” che fa impallidire il Ventennio.
di Dante Barontini
Un delirio nazista in piena regola. Il “decreto sicurezza 2” che Salvini vorrebbe far approvare dal governo farebbe vergognare persino i gerarchi del Ventennio.
Esageriamo? Nemmeno un po’, ma andiamo con ordine.
I primi tre articoli del provvedimento sono dedicati al tema principale della retorica salviniana: l’immigrazione, e dunque il “contrasto” al questo fenomeno epocale. Il delirio si concretizza in pochi fotogrammi. Il primo articolo aggiunge un solo comma al dl 286 del 1998, teso a impedire il salvataggio in mare di naufraghi, ma solo se “migranti”. In pratica, gli armatori delle navi che dovessero in futuro prestare soccorso verranno multati con una cifra variabile da 3.500 5.500 euro a testa, per ogni persona tratta in salvo. In caso di “reiterazione” del reato (chessò, due salvataggi a distanza di tempo) potrebbe essere sospesa la licenza di navigazione.
Già nell’immaginare che il soccorso in mare possa diventare un “reato” – è un obbligo previsto dagli accordi internazionali e dalla cosiddetta “legge del mare”, in vigore da millenni – c’è qualcosa di profondamente malato. Naturalmente l’aspirante “legislatore” prova a nascondere questa follia dietro frasi in aperta contraddizione tra loro: le imbarcazioni, infatti, “sono tenute ad attenersi a quanto stabilito dalle convezioni internazionali in materia (che impongono il salvataggio, ndr) ed alle istruzioni operative emesse dalle autorità responsabili dell’area in cui ha luogo l’operazione”.
Istruzioni operative che, nel caso ad esempio dei tagliagole rinominati “guardia costiera libica”, consistono nella pura e semplice negazione del dovere di soccorrere i barconi in difficoltà…
E’ l’antico sotterfugio dell’azzeccagarbugli italico: non tocco la regola generale (non era neanche possibile, visto che è internazionale), ma ne rendo impossibile l’applicazione.
Salvini prova – con l’articolo 2 – un piccolo golpe rispetto alle competenze dei ministeri, attribuendo a se stesso (al ministro dell’Interno) il potere di “limitare o vietare il transito e la sosta di navi mercantili o unità da diporto o da pesca nel mare territoriale per motivi di ordine e sicurezza pubblica”. L’incompetenza attuale in materia, ricordiamo, è alla base della inefficacia dei suoi ordini (“chiudere i porti!”). Tocca infatti al ministro delle infrastrutture, ovvero all’impalpabile Toninelli (che, invece di mandare a quel paese l’invasivo “collega”, si limita fin qui a dire che “se ne parla dopo le europee”).
Ma il delirio nazista si precisa con gli articoli successivi, dedicati tutti al contrasto delle manifestazioni dell’opposizione sociale e politica. Ovunque e in qualsiasi forma.
L’articolo 4 prevede il “potenziamento delle operazioni di polizia sotto copertura”, ovvero un maggiore uso di infiltrati e provocatori nei comitati, organismi, partiti, movimenti che i futuri ministri dell’interno riterranno di dover distruggere o invalidare.
Il top viene raggiunto però con l’art. 5, che aggrava e peggiora addirittura il “regio decreto n. 773 del 18 giugno 1931”, ovvero una legge del regime fascista. Va infatti a colpire nientemeno che il diritto di riunione.
Il comma a prevede infatti la reclusione “fino a un anno” coloro che partecipino a riunioni “in cui vengano commessi i reati di devastazione e saccheggio” (peraltro ridefiniti in modo particolarmente “elastico”, cosicché possano essere contestati anche per episodi risibili…). La cosa grave è che il riferimento va a peggiorare una norma (fascista, appunto) per cui “E’ considerata pubblica anche una riunione, che, sebbene indetta in forma privata, tuttavia per il luogo in cui sarà tenuta, o per il numero delle persone che dovranno intervenirvi, o per lo scopo o l’oggetto di essa”. Prevedendo infatti che “Con le stesse pene sono puniti coloro che nelle riunioni predette prendono la parola”!
Al punto che “Il Questore, nel caso di omesso avviso ovvero per ragioni di ordine pubblico, di moralità o di sanità pubblica, può impedire che la riunione abbia luogo e può, per le stesse ragioni, prescrivere modalità di tempo e di luogo alla riunione”.
Ripetiamo: stiamo parlando di riunioni, anche private (in una casa o in una sede, in un teatro), che per il numero dei partecipanti o il tema potrebbe venir vietate o comunque limitate (nell’orario, per esempio) dagli organi di polizia…
Non è finita. Viene peggiorata anche la mortifera Legge Reale del 1975, quella che provocò – tra l’altro – centinaia di morti uccisi dalle varie polizie ai posti blocco, tra automobilisti che se ne accorgevano in ritardo. L’articolo che prevede il divieto di indossare “caschi protettivi” o di “travisamento” trasforma infatti quella che fin qui è una “contravvenzione” in un “reato punibile con la reclusione da uno a due anni”.
Di più. La stessa misura viene applicata a chi “utilizza scudi o altri oggetti di protezione passiva”. Insomma: vi dovete far manganellare senza resistenza o attenuazione dei danni, da qualsiasi poliziotto voglia farlo.
E, visto che c’era, il “legislatore” si preoccupa pure di trasformare in “pericolosi reati” l’uso di “razzi, bengala, fuochi artificali, petardi, strumenti per l’emissione di fumo o di gas visibile”, oltre alle più ovvie “mazze, bastoni, oggetti contundenti”. Con pena da uno a quattro anni!
Che l’ossessione sia quella di impedire manifestazioni, presidi, contestazioni varie – quelle che stanno distruggendo l’icona del “ministro forzuto amato dalle folle” (e “dalle donne”, come da patetico ma fascistissimo libercolo edito con Casapound) – è confermato dall’articolo 8, che si preoccupa di aggravare misure e condanne previste dal codice penale fascista del 1930 (il “Codice Rocco”, mai abrogato dalla Resistenza in poi).
Non c’è molto da commentare… Una lista di pensate naziste, e dunque manifestamente incostituzionali, che in tempi normali non sarebbe stata neppure immaginabile presentare alla discussione pubblica. Ma che invece – complice l’ottusità o l’indifferenza grillina per le libertà politiche – rischia addirittura di iniziare l’iter parlamentare.
Per fortuna, vien da pensare, che la crisi di governo è alle porte. Anche se c’è da essere sicuri che un eventuale “governo tecnico ultra-europeista” – con un programma “lacrime e sangue” di titpo greco – potrebbe tranquillamente apprezzare un po’ di norme naziste “a difesa dell’ordine pubblico”.
C’è l’esempio di Macron, del resto, di che vi lamentate?
P.s. Per chi non riesce a credere che tutto ciò sia vero, ecco la bozza di decreto attualmente in circolazione: SCHEMA DI DECRETO LEGGE sicurezza pubblica-bis.13.5.19
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