lunedì 19 novembre 2018
MINNITI IL MIGLIOR CANDIDATO PER LA DESTRA...NO PER IL PD
Non c'è limite al peggio in casa Pd,già decimato dall'ultima consultazione elettorale e che ora ha aperto la fase congressuale con le dimissioni da segretario di Martina e la campagna elettorale intestina che vedrà candidato anche l'ex ministro dell'interno che è di destra almeno come quello attuale(vedi:madn mai-piu-minniti-al-potere ).
L'articolo di Contropiano(se-lalternativa-di-sinistra-e-lestrema-destra-rispunta-minniti )parla di uno dei gesti più vergognosi di quando fu ministro del governo Gentiloni,lo sgombero dei rifugiati in Piazza Indipendenza a Roma la scorsa estate(madn accoglienza-dei-rifugiati-roma ),ma non dimentichiamoci il decreto liberticida e anticostituzionale,quello dei salotti buoni dei centri città con relativo allontanamento di poveri e disperati.
Se l’alternativa “di sinistra” è l’estrema destra: rispunta Minniti.
di Sergio Scorza
“Devono sparire, peggio per loro. Se tirano qualcosa spaccategli un braccio”. Questo fu l’ordine che alti funzionari agli ordini dell’allora ministro degli interni del governo Gentiloni, Marco Minniti, impartirono alle forze dell’ordine che, il 19 agosto 2017, stavano sgomberando gli sgomberati. Avvenne in piazza Indipendenza, a Roma, a pochi passi dalla stazione Termini, dove erano accampati da cinque giorni centinaia di rifugiati e richiedenti asilo eritrei, mandati via da un palazzo occupato da tempo in via Curtatone.
L’operazione di sgombero si concluse con il ferimento di 5 persone e 4 arresti.
L’operazione fu avviata all’alba, quando la polizia in assetto antisommossa si presentò in piazza Indipendenza per disperdere i rifugiati eritrei che stavano ancora dormendo o si erano appena svegliati, usando idranti e manganelli.
«Sono venuti questa mattina presto e ci hanno detto di andarcene. Ci hanno picchiato», raccontò tra le lacrime una ragazza eritrea. «Hanno picchiato diverse persone, anche delle donne», raccontò un rifugiato eritreo che al momento dello sgombero si trovava al primo piano del palazzo insieme a una cinquantina di persone, tra cui venti bambini. Una violenza inaudita documentata anche da un video di Repubblica, dai medici di MSF e da tanti testimoni presenti.
Ecco, Marco Minniti ha ufficializzato stamattina la sua candidatura alla guida del #PD. L’ex ministro dell’Interno di Paolo Gentiloni si presenta come “autonomo e indipendente da tutte le correnti”, ma è il candidato alla segreteria di Matteo Renzi e del suo gruppo cui viene affidato il compito di compattare attorno a sé anche altri pezzi del partito. O come volete chiamarlo…
domenica 18 novembre 2018
UNA RAZZISTA PER I DIRITTI UMANI
L'ennesima persona saltata fuori dal nulla,anzi in questo caso verosimilmente da un fogna,e che avrà un ruolo importante nonostante una storia di studi e soprattutto sociale praticamente corrispondente allo zero,è la tal Stefania Pucciarelli che sarà a capo della commissione per i diritti umani.
Nell'articolo di Left(vilipendio-di-diritti-umani )una critica giusta e dura nei confronti non solo di questa figura vergognosa della politica italiana,ma anche a chi ce l'ha messa come presidente di quella commissione visti i precedenti di odio razziale e discriminatorio che hanno alzato un polverone su tale scelta.
Che poi sono i leghisti ed i grillini da sempre a braccetto quando bisogna sparare sui più deboli,un continuo di intenti che non è nato solo da questo esecutivo ma da molto tempo prima,altro che matrimonio contro natura,questi ci sguazzano stando assieme al potere.
Vilipendio di diritti umani.
di Giulio Cavalli
Ci sono due correnti di pensiero in giro tra quelli che si ostinano a non sopportare la bruttura che infondono alcuni atti di questo governo: c’è chi dice che non bisogna cadere nella tentazione di rispondere alle provocazioni per non dare più risalto del dovuto ai provocatori e c’è chi invece ritiene alcune pessime decisioni (e azioni) di questo governo ben più di semplici provocazioni e ritiene necessario ribattere. Sempre. Colpo su colpo. Senza cedere alla fatica. Personalmente non amo la tanatosi degli opossum, fingersi morti aspettando che passi, e allora tocca parlare di Stefania Pucciarelli, eletta ieri presidente della commissione per la tutela dei diritti umani con i voti, badate bene, di Lega e 5 Stelle.
Le competenze, innanzitutto, in tema di meritocrazia: Stefania Pucciarelli (il suo curriculum è qui) è in possesso di licenza media e si dichiara casalinga. Nessun elitarismo, per carità, ma su un tema così spesso, vasto e impegnativo sarebbero molti ad avere le vertigini ritrovandosi in ruolo di tale responsabilità. Lei no. Stefania Pucciarelli si dichiara orgogliosa e emozionata, pronta a lavorare “pancia a terra”.
Ma chi è Stefania Pucciarelli? È una leghista appassionata di ruspe (ma va?) che esultava lo scorso 8 novembre per l’abbattimento di un campo nomadi abbattuto “finalmente – scrive Pucciarelli – per ristabilire la legalità”. Poco male, direte voi. Aspettate. La scorsa estate sul suo profilo Facebook aveva pensato bene di mettere un mi piace su un commento di un suo fan sui migranti che recitava testualmente così: «Certe persone andrebbero eliminate dalla graduatoria dal tenore di vita che hanno. E poi vogliono la casa popolare. Un forno gli darei». È indagata per odio razziale. Poi ovviamente (come è loro abitudine) ha detto di essersi sbagliata. Come al solito. Benissimo. È famosa per le sue battaglie contro i “finti profughi” (chissà come li riconoscerà poi, quali abilità d’indagine nascosta): “spreco di soldi per i migranti” aveva dichiarato fiera lo scorso 23 agosto meritandosi addirittura un articolo su “Città di Sarzana”.
E poi. Il 23 settembre scorso ha applaudito le ronde di Casa Pound parlando di “isteria e ipocrisia antifascista segno di una sinistra finita”. E poi. Ha definito un “palese atto di egoismo e inaccettabile pretesa” il dibattito sulla genitorialità degli omosessuali. Ha applaudito le azioni di polizia contro “i questuanti” nella città di Sarzana. Non è finita: nel luglio 2012 scrisse che “se uno deve pagare per essersi difeso, è meglio che la mira la prenda per bene” riferendosi alla vicenda di Ermes Mattielli, il cittadino veneto condannato per avere sparato a dei ladri.
Ne ha anche per gli alleati grillini: “Ora capisco perché le zecche dei centri sociali non vanno a tirar sassi nei comizi del Pd e dei 5 Stelle: in loro hanno trovato chi li tutela” scrisse nel 2015 quando il Movimento 5 Stelle si dichiarò a favore dell’introduzione del reato di tortura (ah, bei tempi andati).
Cos’è la nomina di una persona così in una commissione del genere? Vilipendio ai diritti umani. Vilipendio alla dignità delle cariche pubbliche. Una schifezza perpetrata in un lurido tempo con il colpevole assenso degli alleati. E forse sarebbe il caso di chiamare le cose con il loro nome: questo non è populismo, questo è letame che puzza dello stesso odore di altri pessimi tempi.
Come scrisse Arthur Schnitzler «Quando l’odio diventa vile si mette in maschera, va in società e si fa chiamare giustizia». Oppure presidente di commissione.
Buon giovedì.
mercoledì 14 novembre 2018
RUSPE A ROMA
L'assalto al presidio romano dove decine di migranti con l'aiuto e l'assistenza dell'associazione Baobab sono stati accolti,(contropiano roma-la-polizia-assalta-il-presidio )è l'ennesima dimostrazione della sindaca Raggi che tanto si dice contro il fascismo ma che nei fatti segue i dettami del ministro di tutto Salvini,non facendo nulla per impedire lo sgombero di questo spazio che tra l'altro accoglieva molte persone cacciate dalla stazione Tiburtina mesi fa.
Mentre i fascisti del terzo millennio di CagaPovnd se ne stanno agiati nella loro fogna dorata(vedi:madn sgombero-cantine-e-fogne )la questura capitolina ha deciso per la politica della ruspa senza aspettare l'esito del dialogo del comune di Roma con la stessa associazione per collocare questi disperati,forse un tentativo della Raggi di pararsi il culo e dire che in fondo il suo ruolo è stato scavalcato da altri per motivi di pubblica sicurezza.
La verità è che lei ed il suo movimento non vedono per nulla di buon occhio queste situazioni di solidarietà e queste situazioni al limite della legalità(o al di fuori come piace dire al capo coglione leghista),più volte si sono dimostrati contro gli ultimi e pieni di un razzismo represso che spesso sfocia in atti come questo,non c'è da stupirsi quindi del loro accoppiamento con la Lega in questo esecutivo.
Roma. La polizia assalta il presidio di piazzale Maslax, gestito da Baobab.
di Redazione Contropiano
Dall’alba di stamattina un imponente quanto inutile spiegamento di forze di polizia sta sgomberando il presidio di piazzale Maslax, a Roma. Qui, da qualche tempo, erano finite un centinaio di persone assistite dall’associazione Baobab, dopo un altro sgombero nella zona della stazione Tiburtina.
Gli agenti hanno bloccato gli ingressi al presidio, impedendo sia l’uscita che l’entrata a chiunque.
Un messaggio twitter di Baobab informa che “Stanno sgomberando il presidio di piazzale Maslax. Ci sono circa 100 persone che ancora dormono in strada non ricollocate dal Comune. Raggiungeteci”.
A quanto pare, la questura ha deciso di intervenire senza attendere gli sviluppo di del dialogo in corso con il Comune di Roma, o forse per impedire che si potesse verificare una soluzione da quella indicata dal cosiddetto ministro dell’inferno: sgombero sempre, di tutto e comunque.
La scorsa settimana l’assessore alle politiche sociali, Laura Baldassarre, aveva iniziato a predisporre una road map per consentire agli aventi diritto “di essere accolti presso le strutture di Roma Capitale”. Un calendario di pochi giorni, che la polizia ha deciso di stroncare prima ancora che diventasse operativo.
Le forze dell’ordine, stando a quanto riportano gli attivisti di Baobab, avrebbero chiuso i cancelli e circondato il campo non consentendo a nessuno di entrare né di uscire.
Sono partiti due bus con 60 persone verso l’ufficio immigrazione di via Patini. Altri bus arriveranno. Ci sono almeno altre 70 persone al campo. Il Comune è presente solo con la sos, ma non offre nessuna soluzione alternativa.
lunedì 12 novembre 2018
L'ATAC NON SARA' PRIVATIZZATA
Il flop per il referendum indetto dai radicali e dal Pd,supportati da Forza Italia e Confindustria per privatizzare l'azienda municipale Atac che si occupa di trasporto pubblico,non era una certezza fino a mezzogiorno di ieri quando solo il 4% degli aventi diritto al voto si era recata alle urne.
Serviva il quorum di almeno un terzo dei votanti,si è arrivati nemmeno alla metà con il 16,3% e se non proprio l'esultanza almeno un compiacimento di chi era contrario,per motivi diversi visto la variegata composizione di chi era per il no,che ora però pressano il comune affinché svolga un lavoro di costante miglioramento sia dal punto di vista occupazionale che del parco mezzi.
Articolo di Contropiano:roma-il-referendum .
Roma. Il referendum per la privatizzazione dell’Atac fa flop. Sconfitta l’operazione Radicali/Pd.
di redazione di Roma
A Roma si è votato domenica sul referendum voluto da Radicali e Pd che chiedeva la privatizzazione dell’Atac, l’azienda municipalizzata dei trasporti pubblici. Ma alle urne si sono presentati solo il 16% degli aventi diritto al referendum. Il dato non è sufficiente per il raggiungimento del quorum (almeno il 33,3% degli aventi diritto al voto). Complessivamente hanno votato circa 386.900 cittadini su 2.363.989 iscritti al voto. I municipi dove l’affluenza è stata più alta sono quelli più ricchi (e dove con molta probabilità sono pochi quelli che ricorrono ai mezzi pubblici), al 25.25%, come il secondo municipio di Trieste-San Lorenzo-Parioli e il primo municipio ossia il centro storico. Quello dove si è votato meno è il sesto, quello più periferico di Tor Bella Monaca. Tra i votanti, il Sì avrebbe raggiunto il 70%.
Per il Si alla privatizzazione dell’Atac, oltre ai Radicali, si erano schierati il Pd, FI, Unindustria e il quotidiano La Repubblica. Per il No si erano pronunciati M5S, Lega, LeU, Potere al popolo e sindacati di base.
Qui di seguito il comunicato emesso dall’Usb alla luce dei risultati del referendum
Bocciato il referendum consultivo promosso dai radicali sulla privatizzazione del trasporto pubblico pubblico di Roma. Un vero e proprio fallimento di partecipazione: per tutta la giornata si sono registrati bassi livelli di affluenza, tanto che il quorum del 33% richiesto per convalidare il referendum è stato un miraggio fin dalla rilevazione delle ore 12, quando aveva votato il 4% degli aventi diritto, saliti alle 16 all’8,95%. Un segno inequivocabile che il referendum è stato respinto e con esso la volontà dei radicali di strumentalizzare il malcontento dei cittadini. È tempo adesso che l’amministrazione comunale faccia la sua parte, chiedendo alla Regione Lazio e al Governo finanziamenti adeguati e lavorando seriamente ad un progetto di ripubblicizzazione al 100% di tutto il trasporto pubblico romano, che preveda la reinternalizzazione di tutte le attività e di tutti i lavoratori.
domenica 11 novembre 2018
TAV:LO SVILUPPO E IL PROGRESSO MADE IN 'NDRANGHETA
Ieri c'è stata la grande mobilitazione del movimento Si Tav,per il presunto ed autoreferenziato progresso e sviluppo,e c'erano assieme i soliti affiliati Pd e Forza Italia(uniti anche oggi per privatizzare il trasporto pubblico a Roma),ma anche gli industriali,la 'ndrangheta,la Lega e i sindacati(articolo di Contropiano:movimento-si-tav-lo-promuove-pure-la-ndragheta ).
Un calderone vergognoso cui è stato dato parecchio risalto mediatico nonostante gli stessi attivisti non è che siano poi stati così tanti e anche per il fatto che questo movimento a favore dello scempio di un territorio siano stati assoldati dalla mafia calabrese,e così come la storia c'insegna ecco che quando si parla di grandi opere la criminalità organizzata,complici politici assecondanti e corrotti,ci arriva a piè pari(madn ennesimi-arresti-per-le-grandi-opere ).
Movimento sì Tav? Lo promuove pure la ‘ndrangheta.
di Redazione Contropiano
Che la ‘ndrangheta e altre mafie siano sempre state mooolto interessate ai lavori per le “grandi opere infrastrutturali” non è un segreto. Decine di inchieste, nel dopoguerra, hanno certificato che dove ci sono sbancamenti, ruspe, piloni e trasporto materiali – insomma: nelle “grandi opere” – le cosche infilano sempre le mani. E sempre negli stessi modi. Ossia tramite amministratori locali, nazionali, funzionari, partiti di destra e “democratici”, ecc.
Adesso veniamo a sapere che le cosche promuovono anche “movimenti politici”, sfruttando esattamente lo stesso personale che deve garantire loro appalti e subappalti. Movimenti “sì tav”, ovviamente, proprio come quelli che a Torino sono scesi in piazza per sostenere l’inutile sventramento della Val Susa, con pubblica apparizione di dirigenti Pd, Pdl, qualche leghista e naturalmente “imprenditori apolitici” (di quelli che pagano chiunque governi, per capirsi).
La notizia viene dai magistrati che stanno indagando sui subappalti della Tav per il “terzo valico”, tra Piemonte e Liguria. E agli atti risultano anche intercettazioni tra affiliati al clan calabrese Raso-Gullace-Albanese, originario di Cittanova. Oltre alle solite chiacchiere su come arraffare pezzi di finanziamenti pubblici tramite amici degli amici, c’è la rivelazione: “Guarda che sto facendo un movimento: Sì Tav!”, dice tal Francesco Sofio allo zio Orlando, impaziente e incazzato con “i politici” che tardano a dare seguito alle promesse, che “intascano i nostri voti” e poi si negano al telefono.
Una novità, questa della “’ndrangheta movimentista”, pienamente confermata dall’ordinanza del gip Barbara Bennato, costretta a sottolineare il ruolo positivo – di contrasto all’opera e dunque anche della malavita nella sua scia – del Movimento No Tav locale: “Sfruttando il difficile inizio dei lavori, ostacolato dalle iniziative intraprese dal comitato No Tav per il Terzo Valico, oltre che dai ricorsi alla giustizia amministrativa contro i provvedimenti di esproprio dei terreni interessati dai costituendi cantieri, Sofio Orlando, oltre a impegnarsi ‘politicamente’ per infiltrarsi nei lavori relativi all’infrastruttura, si è schierato a favore del movimento Sì Tav per accelerare l’inizio dei lavori”.
Al centro della vicenda si colloca tal Libero Pica, “consigliere comunale Pdl di Novi Ligure nonché dipendente della ditta ‘Itinera spa’, sedente a Tortona, operante nel settore dell’edilizia industriale e stradale, con numerose partecipazioni in altre aziende, collegata al consorzio Co.Ci.V. general contractor per la costruzione del Terzo Valico”. L’azienda Itinera ora si difende definendolo “solo un fattorino”, per giunta immediatamente licenzito. Ma ci vuol poco a ripulirsi così, dopo che l’indagine ormai è arrivata a destinazione con la accolta delle prove.
Il fatto decisivo per noi resta quello evidenziato: il tentativo di inventarsi un “movimento sì tav” – come quello che sta giostrando per Torino stamattina – non può che far felici certi interessi inconfessabili, fino e oltre il limite delle mafie. Pdl, Pd e Lega dovrebbero saperlo bene…
In fondo il movimento No Tav lo dice fin dall’inizio. E anche molte altre inchieste gli hanno dato – involontariamente, certo, e anche controvoglia – dato ragione. Con qualche interessante “coinvolgimento” di alcuni dei peggiori esempi di “sì tav” antemarcia…
Qualche link per rinfrescare la memoria:
http://www.nuovasocieta.it/tav-e-ndrangheta-i-ros-inguaiano-esposito-il-senatore-non-ho-ricevuto-avvisi-di-garanzia/
https://www.linkiesta.it/it/article/2012/03/01/no-tav-il-leader-alberto-perino-denuncia-minacciato-dalla-ndrangheta/5366/
https://www.ilblogdellestelle.it/2016/07/ndrangheta_ad_a.html
https://www.lastampa.it/2015/09/25/cronaca/esposito-favor-la-ndrangheta-per-partecipare-alla-tav-KaK5PVS6PskY92gYjoXjvM/pagina.html
http://www.notav.info/post/tav-aderenze-politiche-di-imprenditore-coinvolto-in-processo-per-mafia-per-lui-interventi-del-senatore-esposito/
http://contropiano.org/news/politica-news/2014/07/04/ndrangheta-procura-e-stampa-tutti-contro-i-no-tav-025052
sabato 10 novembre 2018
VERDINI IL COLLEZIONISTA DI CONDANNE
Fino a non molto tempo fa senza Denis Verdini era impossibile fare politica,da ex braccio destro di Berlusconi a stampella indispensabile del governo Renzi l'ex senatore era un personaggio di estrema importanza nello scacchiere politico italiano,uno pronto a cambiare sponda per i propri interessi personali ma scaricato da tutti quando è risultato molto più che impresentabile.
Dopo essere stato salvato a più riprese sia dalle leggi di Forza Italia che del Pd,sempre in sintonia per commettere danni e magagne,dallo scorso anno(madn mazzata-per-verdini? )sono pesati i nove anni di condanna chiesti per vari reati come corruzione e truffa ed ora la condanna a 4 mesi e 4 anni di reclusione per bancarotta sono un altro tassello per questo mestierante della politica,importante sì ma con un nome non altisonante come quello dei suoi ex complici che se la sono cavata meglio.
L'articolo preso dal Corriere(bancarotta-ancora-condanna )parla di quest'ultimo caso che ha visto implicato l'ex senatore di Ala e la sua banca fallita che aveva cercato di aiutare imprenditori legati alla sua cerchia.
Bancarotta, ancora una condanna per Denis Verdini: 4 anni e 4 mesi
Era accusato di aver provocato il crac di un'impresa edile collegata alla banca dell'ex senatore di Ala. E' la terza condanna in pochi mesi per l'ex parlamentare.
di Marco Gasperetti
FIRENZE – Ancora una condanna per Denis Verdini, ex senatore di Ala e ancor prima braccio destro di Silvio Berlusconi in Forza Italia. Stavolta Verdini è stato riconosciuto colpevole di bancarotta preferenziale dal tribunale di Firenze che lo ha condannato a 4 anni e 4 mesi di reclusione. Il processo faceva riferimento al fallimento di una società di costruzioni di Campi Bisenzio che aveva avuto rapporti con il Credito cooperativo fiorentino, la banca (fallita) dell’ex senatore. Insieme a Verdini sono stati condannati anche Marco e Ignazio Arnone, titolari dell’impresa edile fallita, con pene rispettivamente di 2 anni e 4 mesi e 3 anni e 4 mesi.
Nella requisitoria il pm Luca Turco aveva chiesto sei anni per Verdini e un anno e tre mesi per gli altri due imputati. Secondo l’accusa gli Arnone avrebbero dirottato gran parte dei proventi dell’appalto alla banca di Verdini con l’obiettivo di ridurre la loro l'esposizione debitoria. Accusa sempre negata da Verdini. Denis Verdini ha subito ultimamente tre condanne per altrettanti crac. Oltre a quella di stasera, 7 novembre, l’ex parlamentare è stato condannato a 5 anni e sei mesi sempre dal tribunale di Firenze per il fallimento della Ste, la Società toscana edizioni, che editava `il Giornale della Toscana´ e precedentemente a 6 anni e 10 mesi per il crac del Credito cooperativo fiorentino, fallita nel 2012.
Durante il processo di oggi Verdini ha chiesto ai giudici di fare una dichiarazione spontanea nella quale ha ricordato che i fatti «si sono verificati mentre la era in corso alla banca un'ispezione di Banca d'Italia e un successivo commissariamento», e sottolineando che «i lavori erano stati assegnati a clienti di vecchia data della banca, furono fatti e la banca li pagò».
venerdì 9 novembre 2018
ESULTARE PER UN DECRETO PEGGIORATIVO PER LA SOCIETA'
Il tanto discusso decreto sicurezza a firma Lega e Cinque Stelle come nella prassi degli ultimi governi ha dovuto sottostare al voto di fiducia,strumento liberista abusato più volte e votato più su un maxiemendamento che su un testo ufficiale.
Un decreto che destabilizza ancor più la questione migranti e che non pone fine ma anzi creerà ancora più situazioni limite con migliaia di rifugiati e richiedenti asilo che non vedranno accolte le loro richieste che diventeranno clandestini e più propensi a commettere atti contro la legalità.
Da sottolineare che questo provvedimento contrastato dal Pd è nato da personaggi come Minniti,Orlando ed Esposito,precursori di questo insieme di leggi razziste e al limite delle norme costituzionali se non oltre.
Nell'articolo di Left(via-libera-a-insicurezza-disuguaglianza-repressione )non solo ciò che concerne la situazione immigrazione ma un deciso indebolimento dei diritti sociali di protesta che vengono anzi criminalizzati,con un occhio particolare anche alla lotta alla mafia che con delle norme diventerà più forte potendo acquistare nuovamente i beni a loro tolti.
Vedi anche:madn un-decreto-figlio-di-quello-di-minniti .
Via libera a insicurezza, disuguaglianza, repressione: il Senato approva il decreto di Salvini.
di Checchino Antonini
Scontatissimo via libera del Senato al decreto sicurezza grazie al voto di fiducia. I voti a favore sono stati 163, i no 59. E già sabato prossimo, 10 novembre, un segnale di sfiducia arriverà dal corteo nazionale di Roma contro il razzismo, le disuguglianze e questo decreto liberticida. Ma nella maggioranza il clima non è dei migliori anche per via delle tensioni sul tema della prescrizione, e mentre Palazzo Madama sospendeva il dibattito per stabilire la fiducia, a Montecitorio è stata una convulsa giornata di scontri parlamentari. Tanto che fonti 5S fanno trapelare, magari alzando i toni ad arte, che se la Lega non sarà leale sulla prescrizione, il decreto sicurezza sarà a rischio. Tensione tra Lega e M5s, culminata nella serata di martedì con il fallimento di un vertice a tre tra Conte, Di Maio e Salvini, annunciato da fonti di Palazzo Chigi e poi negato brutalmente dal leader leghista. «Ma quale vertice? Io stasera ho un vertice con rigatoni, ragù e Champions League», ha dichiarato Salvini con il consueto spessore di statista.
Il vicepremier leghista era appena atterrato dal Ghana, probabilmente convinto di poter festeggiare il voto definitivo sul decreto a lui più caro, quello che prevede una stretta significativa sui migranti e una repressione mai vista contro i movimenti sociali, da quelli che rivendicano il diritto all’abitare a quelli che danno vita a forme non violente di conquista della visibilità come i blocchi stradali. Nel decreto, infatti, si ereditano le aspirazioni autoritarie bipartisan di parecchi dei governi che si sono avvicendati nel nuovo secolo. L’idea di trasformare il blocco stradale nel reato di sequestro di persona deriva da una proposta di legge di Stefano Esposito, Pd, uomo bandiera del partito della Tav, ossessionato dal fatto che i suoi concittadini da oltre vent’anni resistono alla devastazione del territorio della Val Susa e alla repressione di quella che chiamano la “procura con l’elmetto”, quella di Torino. Già il suo predecessore Minniti, con il collega Orlando, aveva varato pacchetti sicurezza e immigrazione che servivano anche a limitare la libertà di movimento e l’agibilità politica, ad esempio con i fogli di via preventivi a militanti e sindacalisti, e anche diverse procure negli anni avevano provato a cucire ipotesi di associazione a delinquere contro movimenti che volevano “estorcere” diritti. Il decreto, approvato all’unanimità dal governo, rivendicato da entrambi i colori di questa maggioranza politica, riesce a coronare quel sogno anticostituzionale.
Nel corso della giornata di ieri, per ben due volte, Salvini aveva previsto il via libera ma lo scontro d’Aula, le proteste delle opposizioni, i ritardi della bollinatura del maxiemendamento, e chissà, forse anche le polemiche sulla prescrizione, hanno fatto slittare il voto ad oggi. Ma Salvini festeggia lo stesso: «Con questo decreto si sarà più seri, più europei, più rigorosi e selettivi, per me è motivo di vanto». Per tutta la giornata Nicola Molteni, sottosegretario all’Interno e braccio destro del ministro, ha seguito con attenzione il complicato iter del provvedimento. Da giorni si parlava di fiducia, strumento largamente abusato da tutti i governi di questo ciclo liberista e iperliberista. I senatori di Forza Italia hanno adottato una forma inedita di protesta: al momento del voto nominale, passando sotto il banco della Presidenza hanno recitato questa formula: «Sono presente ma non voto». I senatori forzisti (come i post-fascisti di Meloni) vogliono così evidenziare il loro dissenso al governo, ma non al decreto che avrebbero approvato, se non ci fosse stata la fiducia. Scontata l’uscita dall’emiciclo dei quattro 5S cosiddetti ribelli.
«Il gruppo di Liberi e Uguali voterà no a questa fiducia chiesta dal Governo – dice in aula la capogruppo di LeU Loredana De Petris nelle dichiarazioni di voto – voi con l’eliminazione della protezione umanitaria, con la riduzione del sistema di accoglienza, con l’induzione alla irregolarità e clandestinità non produrrete più legalità, state spingendo migliaia di persone verso un limbo di illegalità». E denuncia «la violazione sistematica dell’articolo 3 della Costituzione che è l’architrave perché riconosce l’uguaglianza» e anche «l’articolo 10» che conforma l’Italia alle leggi internazionali. Inoltre rivolta alla Lega: «Avete l’interesse personale di voler aumentare le pulsioni antirazziste in questo Paese». «Voterò contro il decreto Salvini e vi spiego brevemente il perché. Dovrebbe risolvere il problema dell’immigrazione, ma lo complica», scrive Pietro Grasso, senatore di LeU, in un post su facebook: «Negare la protezione umanitaria trasformerà decine di migliaia di immigrati regolari in clandestini. Potenzia le forze dell’ordine, ma su giustizia e contrasto alla mafia si fanno passi indietro. Lo scandalo, ad esempio, non è la vendita dei beni confiscati ma che il ricavato non sia interamente destinato a progetti di utilità sociale. E il Senato è ostaggio delle liti della maggioranza».
Nel corso della discussione alla prima Commissione Affari costituzionali, gli emendamenti Anci riguardanti l’immigrazione non sono stati accolti mentre tra gli emendamenti del governo accolti, i comuni segnalano in particolare quello che abolisce di fatto i riferimenti alle linee guida dello Sprar e alla presentazione della domanda di contributo, ridimensionando ulteriormente il Sistema.
«Il rischio è quello che si riduca la qualità degli standard di accoglienza dei progetti Sprar e l’entità del contributo ai progetti, abbassando quindi la quantità di servizi che possono essere offerti ai beneficiari, rischiando di omologare i servizi Sprar a quelli erogati nei Cas».
Ricapitolando i contenuti: si va dall’abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari (sostituito da permessi speciali temporanei, prolungati per motivi sanitari) all’allungamento da 3 a 6 mesi del trattenimento nei Centri per i rimpatri; dalla possibilità di trattenere gli stranieri da espellere anche in strutture della pubblica sicurezza, dilatando la possibilità di abusi in divisa, in caso di indisponibilità dei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), alla possibilità di revocare la cittadinanza italiana per “terrorismo”. Nel maxiemendamento che ha sostituito il testo ci sono novità tra l’altro sulla videosorveglianza, gli sgomberi degli immobili occupati abusivamente, il Fondo per la sicurezza urbana, l’utilizzo dei droni. Il procuratore antimafia userà la polizia penitenziarie per raccogliere informazioni nelle carceri. Ma il fulcro è sui richiedenti asilo: per quelli che compiono gravi reati è prevista la sospensione dell’esame della domanda di protezione ed è possibile l’obbligo di lasciare il territorio nazionale. In caso di condanna in primo grado è previsto che il questore ne dia tempestiva comunicazione alla Commissione territoriale competente, «che provvede nell’immediatezza all’audizione dell’interessato e adotta contestuale decisione». Il decreto riserva esclusivamente ai titolari di protezione internazionale e ai minori non accompagnati i progetti di integrazione ed inclusione sociale previsti dallo Sprar (Sistema protezione e richiedenti asilo e rifugiati). Questi ultimi, la cosiddetta accoglienza diffusa nei Comuni, sono ridimensionati. I richiedenti asilo troveranno invece accoglienza nei Cara. Ci sono poi tutta una serie di altre misure, dal taser (la pistola elettrica) anche ai vigili urbani alla stretta sui noleggi di auto e furgoni per evitare che vengano usati dai jihadisti contro la folla, come avvenuto a Nizza, Londra e Berlino. Inoltre un Daspo urbano più severo. Si stanziano quasi 360 milioni fino al 2025 per «contingenti e straordinarie esigenze» di Polizia e Vigili del fuoco «per l’acquisto e potenziamento dei sistemi informativi per il contrasto del terrorismo internazionale», compreso il rafforzamento dei nuclei Nbcr (nucleare, biologico, chimico e radiologico). Dei 360 milioni, 267 sono per la pubblica sicurezza e 92 per i pompieri. I Comuni con più di 100 mila abitanti potranno dotare 2 poliziotti municipali di taser in via sperimentale per un periodo di sei mesi. I poliziotti locali, inoltre, se «addetti ai servizi di polizia stradale» e «in possesso della qualifica di agente di pubblica sicurezza» possono accedere al Centro elaborazione dati (Ced) delle forze di polizia. Il decreto amplia le zone dove può scattare il Daspo urbano, includendo i «presidi sanitari», le zone di particolare interesse turistico, le «aree destinate allo svolgimento di fiere, mercati pubblici spettacoli». Previsti anche il Daspo per coloro che sono indiziati per reati di terrorismo e una stretta sulle occupazioni. I blocchi stradali tornano ad essere sanzionati penalmente e non più in via amministrativa. E ancora, l’utilizzo del braccialetto elettronico sarà possibile anche nei confronti degli imputati dei reati di maltrattamento in famiglia e stalking. Infine il potenziamento dell’Agenzia per i beni confiscati. Il provvedimento ne consente la svendita, col rischio che tornino alle cosche, estende di ulteriori 70 unità la pianta organica dell’agenzia ed individua le aziende confiscate «di rilevante interesse socio-economico» che necessitano di supporto per il proseguimento dell’attività.
giovedì 8 novembre 2018
UN ANNO DALL'INDIPENDENZA UNILATERALE CATALANA,MADRID PRESENTA IL CONTO
Sono passati poco più di dodici mesi dalla proclamazione di indipendenza unilaterale della Catalunya(madn e-repubblica ),mai accettata dalla Spagna e mai ufficializzata dall'Unione Europea,che Madrid sta chiedendo pesanti condanne per gli imputati al processo che vedono parecchi leader del movimento di autodeterminazione catalano alla sbarra.
Si parla di pesanti condanne che arrivano fino ai 25 anni per la guida di Esquerra Republicana Junqueras e altre di decine di anni oltre a multe,e che comprendono anche i vertici dei mossos d'esquadra(la polizia autonoma catalana),con accuse che vanno dalla ribellione al tradimento.
Nell'articolo di Marco Santopadre,uno dei più profondi ed attenti conoscitori della questione catalana,(contropiano.org/news/internazionale-news )tutto quello che c'è da sapere su questo momento storico di vendetta del governo spagnolo nei confronti di Barcellona oltre al nuovo profilo politico del governo iberico in un periodo d'ingovernabilità con le forze politiche basche e catalane che possono essere l'ago della bilancia per il futuro dell'esecutivo stesso.
Madrid chiede condanne tombali per gli indipendentisti catalani.
di Marco Santopadre
Entra nel vivo il processo contro i leader indipendentisti catalani e si manifesta quello spirito di vendetta nei confronti della dirigenza di Barcellona che ha contraddistinto l’operato degli organismi e delle istituzioni spagnole negli ultimi due anni.
Venerdì scorso la Procura Generale dello Stato guidata dalla ‘progressista’ Maria José Segarra (indicata dal governo socialista) ha infatti chiesto una raffica di condanne draconiane, per un totale di 210 anni di reclusione, nei confronti di 18 leader politici e sociali promotori del referendum per l’indipendenza del Primo Ottobre e della dichiarazione unilaterale di indipendenza del 27 ottobre 2017.
L’accusa ha chiesto 25 anni di carcere e l’inabilitazione per l’ex vicepresidente e leader di Esquerra Republicana Oriol Junqueras, 16 anni e l’inabilitazione per l’ex ‘ministro’ degli Interni Joaquim Forn e per altri quattro ex consiglieri del governo catalano: Josep Rull, Jordi Turull, Raül Romeva e Dolors Bassa.
Il pubblico ministero accusa del gravissimo reato di ribellione anche l’ex leader dell’Assemblea Nazionale Catalana Jordi Sànchez e il presidente di Òmnium Cultural, Jordi Cuixart, e l’ex presidente del Parlament Carme Forcadell, e chiede per tutti loro una condanna a 17 anni di carcere e l’inabilitazione. La tesi accusatoria è che avrebbero incitato la popolazione a ribellarsi contro lo Stato e le forze dell’ordine. “Il piano secessionista contemplava – dicono i procuratori dello stato – l’utilizzo di tutti i mezzi necessari per raggiungere l’obiettivo, incluso, di fronte alla certezza che lo Stato non avrebbe accettato la situazione, l’uso della violenza necessaria per assicurare il risultato criminale preteso” anche attraverso l’utilizzo dei Mossos d’Esquadra, la polizia autonoma catalana che nelle settimane precedenti il voto venne commissariata e i cui vertici sono anch’essi sotto processo per il loro atteggiamento tollerante nei confronti di un referendum dichiarato illegale e duramente represso dalle istituzioni statali.
Per ovviare al fatto che il delitto di “ribellione” dovrebbe essere utilizzato soltanto contro i promotori di una protesta violenta (il che ha spinto la magistratura tedesca e di altri paesi dell’UE a respingere le richieste di estradizione dell’ex presidente Puigdemont e di altri esponenti catalani rifugiatisi all’estero), la Procura parla dell’uso di una “forza intimidatrice” esercitata attraverso le continue e massicce mobilitazioni promosse in particolare dalle due grandi associazioni indipendentiste, l’ANC e Òmnium. A riprova di questo “uso violento delle masse” la Procura cita il fatto che il presidente di Omnium Cultural, Jordi Cuixart chiese, ai manifestanti “la stessa determinazione mostrata durante la guerra civile attraverso l’uso dell’espressione ‘¡no pasarán!” nel corso delle proteste popolari contro l’ondata di arresti realizzati il 20 settembre dalle forze di sicurezza statali e dai militari.
Una pena di un anno e otto mesi di reclusione, l’inabilitazione e una multa di 30 mila euro vengono richieste dalla Procura dello Stato nei confronti dei componenti della Presidenza del Parlament sciolto d’autorità dal governo centrale dopo la proclamazione d’indipendenza. Lluís Corominas, Anna Simó, Lluís Guinó, Joan Josep Nuet e Ramona Barrufet sono accusati di disobbedienza per aver messo in votazione o permesso la discussione di provvedimenti legislativi sospesi dal Tribunale Costituzionale. Analoga richiesta nei confronti dell’ex deputata della CUP (sinistra indipendentista) Mireia Boya.
Un’altra tranche del processo riguarda i vertici della polizia autonoma catalana. La Procura dell’Audiencia Nacional di Madrid ha chiesto 11 anni di carcere per Josep Lluis Trapero, l’ex comandante dei Mossos, accusato anch’egli del delitto di ‘ribellione’. La stessa pena – fino a venerdì il reato contestato era quello di sedizione, meno grave – chiesta per l’ex direttore dei Mossos Pere Soler e per l’ex segretario generale del Dipartimento alla Sicurezza della Generalitat César Puig. Quattro anni vengono richiesti per l’intendente Teresa Laplana, accusata invece di ‘sedizione’. Anche in questo caso i fatti più gravi, insieme alla tolleranza dimostrata dai Mossos nei confronti del referendum illegale, risalirebbero alle manifestazioni di massa del 20 e 21 settembre, quando gli agenti della polizia autonoma avrebbero agito in complicità con i “capi della ribellione contro le legittime autorità statali”.
Alla fine del processo la Procura dovrà confermare il mantenimento o meno delle accuse rese note venerdì, il cui alleggerimento è stato invano chiesto da vari cattedratici di diritto e da alcuni esponenti politici. Nel caso di una conferma, i leader catalani sarebbero accusati di “ribellione” così come avvenne nel caso dei golpisti guidati nel 1981 dal colonnello della Guardia Civil, il fascista Tejero.
Da parte sua l’Avvocatura Generale dello Stato ha comunicato che non accuserà i leader indipendentisti catalani di “ribellione” ma “solo” di sedizione e malversazione di fondi pubblici. L’organismo che difende gli interessi dello Stato ha comunque chiesto la condanna di Oriol Junqueras a 12 anni di reclusione, e pene inferiori per gli altri ex ministri dell’esecutivo catalano. Comunque una enorme sproporzione rispetto al fatto che oggetto del procedimento penale sono decisioni politiche adottate da esponenti politici ed istituzionali nell’esercizio delle loro funzioni e sostenuti da un’ampia maggioranza parlamentare (in territorio catalano, ovviamente) ma che hanno scatenando le ire dell’estrema destra spagnola (PP. Ciudadanos, Vox) oggi mobilitata nelle località basche di Pamplona e Altsasua per ‘sostenere le forze dell’ordine’ in quella che appare l’ennesima provocazione nazionalista spagnola.
Il fatto che a governare a Madrid da alcuni mesi siano i socialisti, sostenuti da Podemos, e non più la destra postfranchista, non sembra cambiare molto gli equilibri, dimostrando per l’ennesima volta che il problema della Spagna non è il Partito Popolare ma il “regime del ’78” (il sistema politico, istituzionale e ideologico partorito dal processo di autoriforma del franchismo) nel suo complesso.
Le accuse dell’avvocatura dello Stato, pur meno ingenti di quelle della Procura, sembrano esplicitare la posizione di un esecutivo socialista che non può e non vuole rinunciare a considerare le rivendicazioni catalane una questione di ordine pubblico piuttosto che una richiesta politica da affrontare e risolvere attraverso il negoziato.
La posizione del governo e degli organi giudiziari da esso dipendenti potrebbe chiudere definitivamente la strada all’approvazione della legge di bilancio varato dal PSOE e da Podemos. Le due formazioni non hanno infatti la maggioranza in Parlamento e almeno per quanto riguarda il Congresso i voti dei partiti baschi e catalani sono fondamentali. Ma né ERC né il PdeCAT del President Torra potranno facilmente tenere in piedi Sanchez in mancanza di una inversione di rotta sul tema dei prigionieri politici. Al Senato saldamente in mano al Partito Popolare (149 seggi su 266 totali) l’asse PSOE-Podemos non ha invece alcuna speranza di affermarsi. Da questo punto di vista la bozza di Finanziaria varata dall’esecutivo Sanchez e contenente alcune misure economiche e sociali in controtendenza con la logica dell’austerity e dei sacrifici a senso unico degli ultimi dieci anni potrebbe essere letta come un bluff. Il provvedimento si troverebbe la strada sbarrata ma concederebbe alle due formazioni attualmente al governo di potersi presentare alla prossima tornata con un “ci abbiamo provato”, nella speranza di aumentare i propri consensi.
Ma tutti gli istituti demoscopici indicano che la più o meno consistente ascesa dei socialisti avverrà a scapito di Podemos, con una parte dell’elettorato del movimento guidato da Iglesias che tornerà alla casa madre socialista. Nel campo avverso si registra una sfrenata competizione tra il Partito Popolare, in discesa netta, e l’altro movimento liberista e nazionalista Ciudadanos, che invece dovrebbe aumentare nettamente il proprio peso. Ma anche qui il saldo sembra essere vicino alla zero: i voti persi dal PP andrebbero quasi tutti a C’s, e per la prima volta un partito esplicitamente neofascista come Vox potrebbe ottenere abbastanza voti da fare il suo ingresso alle Cortes. E questo nonostante il netto spostamento a destra del Partito Popolare, guidato ora da quel Pablo Casado che rappresenta le pulsioni più reazionarie della formazione nata dall’ala dura del franchismo, quella che alla fine degli anni ’70 rifiutò la cosiddetta “Reforma”.
Un generale spostamento a destra, in senso nazionalista, liberista e autoritario, del panorama politico spagnolo, che i socialisti non sembrano in grado di controbilanciare, e che potrebbe costringere le attualmente disorientate e sparpagliate formazioni catalane a ricompattarsi di fronte alla mancanza di un qualsiasi spiraglio di trattativa da parte dello Stato e delle sue istituzioni.
mercoledì 7 novembre 2018
TUTTI FELICI PER LE ELEZIONI DI META' MANDATO USA
Le elezioni di metà mandato statunitensi non hanno visto la tanto prevista e in certi casi auspicata netta vittoria dei democratici che però hanno riconquistato la Camera dei Deputati mentre i repubblicani si sono tenuti anche con un certo aumento il Senato,ma questo scenario potrebbe mettere lo stesso in difficoltà Trump sia a livello personale che politico.
Nel primo contributo(contropiano internazionale-news )c'è più una geografia del voto,sottolineando il fatto che gli stati dell'Ovest devono ancora essere conteggiati ma comunque senza grosse sorprese finali,e la puntualizzazione che si sono votati anche diversi governatori oltre che tutti i deputati e un terzo dei senatori.
Nel secondo(infoaut midterm-usa-nessuna-sorpresa )una sorta di commento disilluso nel quale tutti gioiscono,un poco come accaduto nelle ultime elezioni italiane dove anche chi prende batoste è felice lo stesso di non averne prese troppe,e le rivalse legittime dei democratici che ora hanno i mezzi per indagare Trump per tutte le situazioni fumose nelle quali è implicato.
Usa. I Democratici si riprendono la Camera. Boom di elette, ma l’onda anti Trump non sfonda.
di Rino Condemi
Negli Stati Uniti procede il conteggio per le elezioni di metà mandato, ma dai dati è ormai certo che i Democratici Usa hanno riconquistato la Camera dei Deputati, mentre il Senato resta in mani repubblicane. Per Trump si tratta di un primo serio rovescio dopo che fino ad oggi aveva potuto godere dell’appoggio di entrambe le camere del Congresso Usa.
I Democratici ora sono in grado di bloccare i progetti di legge a firma repubblicana e di tenere il presidente sulla graticola con indagini sulle sue zone grige finanziarie e sulle interferenze russe nelle elezioni 2016. Non è escluso inoltre che possano lanciare un procedimento di impeachment.
Con le elezioni di medio termine erano in gioco i 435 seggi della Camera (dove il mandato ha durata biennale) e 35 dei 100 seggi del Senato (dove invece si resta in carica sei anni. Due di questi seggi, però, saranno occupati solo per due anni perché si tratta di elezioni speciali, necessarie per le dimissioni dei senatori in carica. Inoltre 36 Stati su 50 hanno votato anche per eleggere il proprio governatore.
I risultati mostrano che i Democratici hanno conquistato seggi in circoscrizioni repubblicane in Colorado, Florida, Kansas, Minnesota, New Jersey, Pennsylvania, Texas e Virginia. I Repubblicani hanno mantenuto (anzi lievemente incrementato) la maggioranza al Senato e vinto di stretta misura alcune sfide individuali per i governatori, come in Florida.
Alla Camera dei rappresentanti si è avuto il numero più alto di candidate elette. Anche la deputata più giovane del Congresso è una donna. Alexandria Ocasio-Cortez, con i suoi 29 anni, sarà la più giovane rappresentante del parlamento americano nella storia. I media italiani sottolineano soltanto questo dato “esteriore”, ma omettono di spiegare in cosa consista la sua “agenda radicale”, con cui ha conquistato il Bronx e New York: il socialismo. Declinato all’americana, ovviamente, come fa Bernie Sanders (per l’ennesima volta rieletto nel Vermont), ma si tratta pur sempre dello sdoganamento ufficiale di una parola – e un immaginario politico – fin qui assolutamente vietato e maledetto negli Stati Uniti.
Tra gli scranni siederanno per la prima volta due rappresentanti native americane: Sharice Davids e Debra Haaland.
Veronica Escobar e Sylvia Garcia, entrambe democratiche, saranno le prime ispaniche a rappresentare alla Camera lo stato del Texas.
Nei sondaggi prelettorali si era ventilata l’impressione di una “ondata blu” dei Democratici. I dati mostrano un risultato parziale. La Camera è stata riconquistata ma l’ondata blu non c’è stata.
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Midterm USA: nessuna sorpresa.
Prime considerazioni sul voto americano di midterm.
I Democratici hanno riconquistato la maggioranza alla Camera, mentre i Repubblicani hanno mantenuto quella al Senato. E' questo il risultato delle elezioni di midterm americane, più importanti di altre volte poiché test sulla presidenza Trump a due anni dalla sua per molti inaspettata elezione.
I democratici avranno il controllo dei lavori dell'assemblea legislativa e potranno eventualmente anche avviare ( ma non concludere, causa mancata maggioranza al Senato ) le procedure di impeachment verso Trump. Quest'ultimo manterrà però il potere di nomina di alcuni ruoli-chiave in ambito governativo, come ad esempio la Corte Suprema dove recentemente è stato eletto Brett Kavanaugh nonostante le accuse di violenza sessuale che gli erano state rivolte da una donna in un dibattimento che è stato tra gli elementi più discussi della campagna elettorale.
Proprio questo è un primo dato: non c'è stata un'ondata di sostegno femminile ai Democratici, o quantomeno è stata fortemente limitata. L'elettorato femminile che ha votato Trump sembra averlo riconfermato, dimostrando ancora una volta che l'economia domina sulle politiche identitarie al momento del voto. Le quote di sostegno ai Dem da parte di donne, giovani, minoranze etniche sono cresciute rispetto al 2016 ma non al punto di poter parlare di un vero e proprio processo mobilitativo.
E' proprio l'economia ad aver probabilmente assicurato a Trump i voti necessari: in questo momento i dati sulla disoccupazione sono ai minimi storici e per la finanza le cose non sono mai andate così bene in termini di profitti, a dieci anni dalla crisi globale. Il tycoon, che proprio sul riportare il lavoro in America ha costruito la sua vittoria del 2016 e questa campagna elettorale, ha puntato tutto su questo tema e sull'ostilità manifesta verso stati come la Cina e l'Iran, contro cui sono appena state reimposte le sanzioni cancellate nel 2015 con l'accordo sul nucleare.
Sul lungo periodo però, le previsioni sull'economia Usa sono fosche, sia per le conseguenze della guerra commerciale con la Cina, sia per gli effetti di lungo periodo dei tagli alle tasse per quanto riguarda il debito del paese, sia per i tagli al welfare per le fasce medio-basse della popolazione effettuati nei primi due anni di governo, che ne ridurranno probabilmente la propensione al consumo.
Su questo il fatto che uno Stato come il Michigan, che ospita la “Motor City” Detroit, sia tornato ai Dem può essere visto come un primo segnale della disillusione verso le politiche di Trump sul lavoro e sul ritorno della produzione manifatturiera negli Stati Uniti. Quella di Trump in questi due anni è stata una bolla in ambito economico che non è detto duri fino al 2020. Su questo dato probabilmente si giocherà la prossima campagna elettorale.
Inoltre la differente guida tra le due camere rallenterà l'azione di governo di Trump nei prossimi due anni, per quanto in passato chi si è trovato in questa situazione abbia sempre descritto gli avversari come “ostruzionisti” provando a scaricare la colpa dell'inazione. Dall'altra parte infatti molte figure del rinnovamento democratico hanno perso elezioni che si pensava potessero essere loro appannaggio in stati come ad esempio la Florida. E Trump senza dubbio è riuscito a mobilitare la sua base, assicurandosi la tenuta al Senato e evitando ogni prospettiva di “onda blu”.
Lo scenario sembra dunque non aver riservato nessuna particolare sorpresa, in un contesto globale dove da un lato l'ondata trumpiana prende forza con l'elezione di Bolsonaro in Brasile, dall'altro le convulsioni dei pro-Brexit iniziano a gettare luce sul consenso popolare alle dinamiche di isolazionismo e protezionismo. Prossima tornata elettorale rilevante per capire le tendenze a livello globale, le elezioni europee del 2019.
martedì 6 novembre 2018
SALVINI FORTE CON I DEBOLI
Ieri a Roma ennesima presa di posizione con la forza del ministro di tutto Salvini che ha voluto sgomberare il liceo Virgilio di Roma per un'improbabile motivo di ordine pubblico quando la sera o al massimo oggi gli stessi studenti avevano già deciso di lasciare l'edificio per conto loro.
Con questo gesto autoritario da regime poliziesco e dittatoriale ha voluto mettere il puntino sulle i e dare prova muscolare contro qualche decina di studenti che sono stati identificati dalla Digos e scortati all'uscita,mentre se si tratta di combattere i veri poteri forti della criminalità e dell'illegalità fa spallucce.
L'articolo proposto(infoaut salvini-sgombera )parla degli avvenimenti e soprattutto di ciò che ha portato a questa occupazione e autogestione che sta coinvolgendo molte scuole romane a staffetta e si pensa fino a Natale nonostante gli evidenti impedimenti che ora si sono palesati.
L'Opposizione studentesca d'alternativa ha stilato un comunicato(contropiano sgomberato-il-virgilio-mobilitiamoci-contro-repressione-e-guardie-nelle-scuole )dove condanna l'incursione poliziesca e descrive i motivi della legittima occupazione per protestare contro una scuola azienda che non comincia certo con questo governo ma che me prosegue l'intento tagliando sempre più fondi,favorendo l'istruzione privata e lasciando migliaia di studenti in edifici fatiscenti e a rischio di crolli.
Salvini sgombera il liceo Virgilio a Roma.
Gli studenti del Virgilio sarebbero usciti da scuola lunedì. Lo sgombero di oggi è stata un'operazione muscolare del Ministero dell'Interno targato Salvini. E' ridicolo parlare di un problema di ordine pubblico.
I veri problemi degli studenti restano. Continuare a ricordarlo ed essere un problema per le istituzioni sarà fondamentale nelle prossime giornate.
Questa mattina la questura di Roma ha sgomberato il liceo di Roma Virgilio, occupato da qualche giorno degli studenti e le studentesse. In protesta contro il governo e le politiche razziste del ministero degli interni gli studenti delle scuole di Roma hanno deciso di occupare i licei a staffetta. La prima scuola ad occupare è stata il liceo Mamiani.
Questa mattina alle sette gli studenti si sono ritrovati la polizia davanti al portone che con un piede di porco hanno provato a sfondare il portone. Due blindati a chiudere tutti gli accessi su via Giulia e un folto dispiegamento di agenti della Digos. Dopo diversi tentativi e grazie all'infame menzogna di una trattativa, la polizia è entrata nell'edificio. Sono state identificate 70 persone. Gli studenti e le studentesse del Virgilio si troveranno questo pomeriggio in assemblea per discutere di come muoversi nei prossimi giorni.
Questa è la politica della sicurezza di Salvini. Il ministro degli interni non sopporta che qualcuno possa contestare le sue politiche soprattutto se a farlo sono migliaia di studenti della Capitale che hanno in programma di occupare le scuole ogni settimana fino a Natale. Il Virgilio rappresenta a Roma (e in Italia) il simbolo delle occupazioni studentesche. Sono anni che in tutti modi e da più parti questa esperienza viene attaccata. L'anno scorso è stata la volta della bufera mediatica costruita intorno alle fake news dello spaccio di droga e di un video hard girato dentro al liceo. Nel giro di qualche giorno le accuse si rivelarono tutte false e l'attenzione mediatica si sciolse come neve al sole. Quest'anno sono le politiche di Salvini ad emergere prepotentemente con la sua guerra alle esperienze - più simboliche - che esprimono una visione differente rispetto a quella del governo. E' quello che è successo sulla questione dell'accoglienza con l'arresto di Mimmo Lucano a Riace. E' quello che è successo questa mattina sulle problematiche dei licei e degli istituti.
La verità è che questi interventi del Ministero dell'Interno, targato Salvini, sono tutt'altro che risolutori. Gli studenti che occupano le scuole vivono problematiche profonde, dalla fatiscenza degli edifici allo sventramento delle risorse all'istruzione. In un periodo storico in cui l'istruzione sembra essere una tematica distante per il governo (da pochi giorni è noto che nella legge di bilancio è previsto l'ennesimo tagli di qualche decina di milione). Reprimere gli spazi di partecipazione e di confronto non è una soluzione. Semplicemente serve a nascondere la polvere sotto il tappeto. Questa è una realtà di fatto che non può essere cancellata. Gli interlocutori delle problematiche sociali non può essere la polizia e il ministero dell'Interno, ma chi effettivamente ha il potere e la possibilità di intervenire. Definire l'occupazione del Liceo Virgilio un problema di ordine pubblico è una buffonata. Gli studenti sarebbero usciti volontariamente da scuola tra lunedì e martedì. Quello che è successo oggi è solo la volontà di fare la voce grossa da parte della questura e di Salvini.
Quello che dovrà essere messo in discussione nei prossimi giorni è questo impianto securitario. Rendere tangibile a tutti che i problemi non vengono risolti con l'intervento muscolare delle forze dell'ordine. Rendere evidente che i problemi restano tutti là dove stavano. Riaprire gli spazi di discussione e di critica politica che vengono chiusi è una necessità. Generalizzare i problemi lo è altrettanto. Schierarsi contro queste politiche miopi di Salvini è una responsabilità non solo di chi oggi è stato attaccato, ma di tutti i soggetti sociali che hanno l'ambizione di cambiare la società. E' una responsabilità di tutti dimostrare a Salvini che il tentativo di soffocare un'esperienza gli può esplodere in mano. Il liceo Virgilio per anni si è fatto carico di aprire spazi di democrazia, plurali e aperti, per la città. Ricordarsene e schierarsi al fianco degli studenti è importante.
lunedì 5 novembre 2018
LA GESTIONE AMBIENTALE ITALIANA
La lunga sequela di eventi catastrofici avvenuti in Italia e frutto delle precipitazioni che hanno colpito tutto lo Stato è figlia di una situazione di cattiva gestione e programmazione ambientale che ancora non ha trovato soluzione e che nonostante appelli di studiosi in materia e la diretta visione dei danni provocati non rientra nelle proposte politiche dei partiti al governo(e anche di molti altri).
In un periodo dove i verdi in Europa stanno ottenendo risultati positivi l'Italia è rimasta al palo come coscienza ecologica e i risultati li abbiamo tutti sotto gli occhi,con devastazioni annunciate ed altre frutto di abusivismo e del continuo sfruttamento del suolo e di una manutenzione dell'ambiente praticamente ridotta allo zero.
Mentre il Ministro dell'ambiente Costa critica aspramente Salvini che come al solito parla a vanvera di cose che non conosce(tutto fondamentalmente),del suo"ambientalismo da salotto"e di non avere ancora una visione strategica proiettata al futuro ma solo all'oggi,tamponando qua e la e non proponendo dei piani a lungo termine.
Articolo un poco pippotto di Contropiano:piove-governo-ladro .
Piove governo ladro, sicuramente. Ma il tema vero è l’alternativa di società!
di Michele Franco*
La realtà sociale della natura, la scienza umana della natura, la scienza naturale dell’uomo sono espressioni equivalenti!
Karl Marx, Manoscritti economici e filosofici, 1844
Piove, governo ladro è sempre stato un efficace adagio popolare che ha saputo rappresentare i dolori ed i lutti, particolarmente dei ceti sociali subalterni, a fronte delle avversità della natura, dei guasti e dei danni provocati da cataclismi e tragedie ascrivibili, a vario titolo, ai meccanismi di funzionamento dell’eco/sistema climatico e naturale.
Prima la saggezza contadina e, successivamente, l’insieme dei ceti popolari hanno sempre riconosciuto in questa puntuale affermazione la maledizione adatta da scagliare contro i re, i potenti e i governi in ogni latitudine del pianeta.
La recente ondata di maltempo abbattutasi sull’Italia e le rovinose conseguenze che sta provocando sia sul versante della perdite di vite umane e sia su quello dell’ulteriore manomissione dell’assetto idrogeologico ed ambientale dei territori non sfugge a questa sacrosanta invettiva e conferma – tragicamente – come le scellerate politiche degli ultimi decenni hanno contribuito a rendere la vita umana e l’equilibrio ambientale più esposto e precario a fronte delle dinamiche della natura.
Bene – quindi – fanno tutti coloro che imputano alle varie filosifie dell’austerity la matrice vera dell’insieme dei disservizi e delle diversificate scelte in materia di urbanistica, di ambiente e di politiche territoriali che hanno – di fatto – creato quelle condizioni materiali in cui lo scatenamento di una ondata di maltempo stagionale (tutto sommato normale e sicuramente prevedibile nell’abituale passaggio dall’autunno all’inverno) comporta, automaticamente, morte, distruzione di intere zone del paese e danni per miliardi di Euro.
Non ci stancheremo mai – anche solo per onorare i morti di queste ore – di imputare ai governi nazionali, ai perversi dispositivi della governance europea ed al sapiente intreccio tra affarismo e speculazione le cause principali da cui dipendono l’incuria delle montagne, dei corsi d’acqua, delle aree urbane ed il progressivo smantellamento/privatizzazione di tutti i servizi di prevenzione e tutela territoriale.
Non ci stancheremo mai di protestare contro il ridimensionamento del corpo dei Vigili del Fuoco, contro la gestione privatistica e clientelare della Protezione Civile, contro i tagli alle spese ambientali e mai smetteremo di mobilitarci per rivendicare verità e giustizia per i tanti “disastri” che si sono succeduti nel nostro paese e che, spesso – troppo spesso – vengono classificati e poi derubricati come “fenomeni naturali ed imprevedibili”.
Ma gli avvenimenti di questi giorni e di queste ore devono sollecitarci ad una riflessione più ampia – oltre la comprensibile emotività – che sappia indurci ad un ragionemento sistemico e di prospettiva.
Sempre più su tutto l’arco delle contraddizioni sociali ed, ancora di più, su temi e questioni che riguardano il complesso rapporto tra Capitale e Natura dobbiamo essere in grado di svolgere una duplice funzione: da un lato l’instancabile denuncia dell’insieme dei fattori immediati e strutturali che sono la prima causa dei disastri e delle negative conseguenze derivanti dall’impatto di questi avvenimenti ma, dall’altro, dobbiamo iniziare a prospettare una alternativa di modello di società e di relazioni umane la quale è, necessariamente, in antitesi con gli attuali rapporti sociali vigenti.
Sono questi i momenti topici in cui una soggettività comunista agente deve far valere, e verificare praticamente, la propria concezione del mondo e la funzione storica (e non solo immediata) che vuole interpretare. Un urgente compito pratico in grado di aprire quei varchi ideali e di possibile, quanto praticabile, rottura con l’ordine sociale dominante, con le sue leggi di funzionamento e con le sue antistoriche leggi e normative.
Viviamo (male) in un mondo in cui i fenomeni di distruzione ad opera del capitale di ogni forma di legame con la natura, con l’uomo e con le compatibilità sociali sono sempre più immanenti e pervasivi. Spesso ci annoiamo persino a leggere le cronache di questi disastri a dimostrazione dell’opacizzazione delle nostre coscienze e dei fenomeni di narcotizzazione e persuasione dell’opinione pubblica da parte degli opion maker della comunicazione deviante.
La crescita economica quantitativa senza sviluppo sociale equilibrato – con buona pace di tutta la mistificazione ambientalistica che fa da formale cornice alla dominante narrazione capitalistica – è sempre più la linea di condotta di un Modo di Produzione che, al Nord come al Sud del mondo (fatto salvo le diverse accentuazioni e particolarità con cui si manifesta nelle diverse aree del pianeta), scandisce i tempi e le forme del dominio del capitale.
La parossistica ed antisociale corsa al massimo profitto (in un oggettivo contesto globale che resta irrimediabilmente segnato da una crisi sistemica del capitale e da un costante calo del saggio di profitto, come affermano gli stessi indicatori statistici borghesi) sta stressando e facendo saltare tutti i correttivi e le “camere di compensazione” che gli strateghi del capitale avevano elaborato nel corso del tempo per controllare/governare/funzionalizzare tale dinamica.
Il corso generale della crisi, le sue convulsioni finanziarie (ma anche quelle che attengono alla cosiddetta sovra/struttura) si sono, prepotentemente, messe in moto con una velocità sorprendente (se paragonata a quella di qualche decennio fa) e stanno facendo addensare avvenimenti e processi materiali sempre meno affrontabili e risolvibili dall’armamentario teorico e politico del riformismo, del compatibilismo e delle scelte politiche di pacifica conciliazione tra “interessi diversi”.
Infatti – per restare al tema – lo stesso pensiero ambientalista (pur declinato nelle varie forme) è irrimediabilmente in crisi perché, pur individuando i fenomeni che intende criticare e la loro innegabile pericolosità, non è poi in grado di delineare una alternativa possibile ed una efficace controtendenza sociale che superi l’aspetto dell’impotente quanto generica denuncia.
In tale sfrenato gorgo – tipico della competizione globale tra capitali e potenze imperialistiche – nulla sfugge a questa dinamica di accelerazione temporale e concettuale. Tanto meno possono sfuggire ambiti e contesti che sono riconducibili all’intrigato rapporto tra lo sviluppo delle forze produttive, il loro caotico ingolfamento/ingarbugliamento e le conseguenti ed inevitabili ricadute sul piano dei rapporti tra Capitale ed Ambiente e tra la Natura e la Specie Umana nel suo complesso.
Eppure proprio in una fase storica come quella che viviamo – caratterizzata da un poderoso sviluppo delle conoscenze e dell’evoluzione del lavoro umano e mentale – in cui la qualità della vita ed il benessere degli uomini potrebbero enormemente giovarsene stiamo assistendo alla classica delle distorsioni e delle degenerazioni del capitale che il marxismo ha ampiamente previsto e descritto fin dall’esordio di questa fenomenologia alla fine dell’Ottocento.
La frammentazione e la parcellizzazione delle conoscenze scientifiche, l’appoccio settoriale alle problematiche ed, in primo luogo, la sfrenata ricerca del profitto ad ogni costo stanno – particolarmente attorno ai temi ed agli snodi che afferiscono all’ambiente, al disegno delle città e dei territori e, soprattutto, nella corretta comprensione dei meccanismi di modifica del clima e degli equilibri stagionali – favorendo quell’anarchia del capitale che è sempre stata foriera di lutti e tragedie nella storia dell’umanità degli ultimi secoli.
Ritorna – dunque – il tema, il rompicapo culturale e politico e la vera e propria sfida della nostra contemporaneità: quale alternativa di sistema, quale modello economico, quali strumenti economici e pratici per riequilibrare ed armonizzare il rapporto tra Uomo e Natura e tra sviluppo delle forze produttive e la necessità di nuovi paradigmi economici e sociali per la conservazione della specie umana.
I lutti e le distruzioni di questi giorni nel nostro paese – per restare alla stringente attualità – ma anche le periodiche tragedie che si consumano nel mondo ripropongono un interrogativo da cui non possiamo scansarci e su cui dobbiamo prendere posizione pena lo scivolamento in un “economicismo spicciolo” che minerebbe le ragioni di una politica e di una prospettiva comunista a tutto tondo.
Il futuro dell’umanità, l’affrontamento delle gradi (ed inedite) contraddizioni della nostra epoca non possono essere lasciate nelle mani delle virtù salvifiche del mercato, del profitto, del primato dei dati borsistici o nella impossibile “razionalità capitalistica” a cui si affidano gli apologeti di questo sistema.
Quasi 30 anni di sbornia ultraliberista, decenni di elucubrazioni sulla “fine della storia” ed infinite chiacchiere sull’esaurimento delle “nefaste utopie del Novecento” hanno provocato un deserto culturale che fa il paio con le politiche di massacro sociale, di degrado generalizzato e di imbarbarimento dei rapporti sociali e/o naturali.
Occorre – da parte dei comunisti e del variegato arco di forze che si richiamano all’opposizione al capitalismo – riprendere ed attualizzare dibattiti e ricerche su temi cruciali, come quello della Pianificazione Economica e Sociale e della critica allo Sviluppismo a tutti i costi, utili a porre rimedio all’attuale stadio di gravità delle situazioni climatiche, ambientali e di funzionamento organico delle nostre, complesse, società.
Non si tratta di una boutade propagandistica o, peggio ancora, ideologistica ma – mai come in simili contesti sociali e storici – occorre riaffermare, riqualificare e praticare una serrata decostruzione ai fondamentali del capitalismo che nel consumarsi di queste tragedie mostra la sua essenza criminale e criminogena.
Un esercizio necessario non solo per tutelare, veramente, l’ambiente, il lavoro e le forme di vita ma anche per consolidare l’idea/forza di una alternativa di sistema che per quanto ci riguarda non può essere che il Socialismo.
*Rete dei Comunisti
venerdì 2 novembre 2018
MANIPOLAZIONE DELLA STORIA
La campagna elettorale perenne che in un paese a rischio di demenza sociale come l'Italia,oltre ai soliti ritornelli e slogan,sta proponendo una pericolosa manipolazione storica che per forza di cose ricade nel periodo fascista e ne apprezza ed elogia molti dei suoi contenuti,che ovviamente fanno parte della storia e che sono frutto di ignoranza e razzismo.
L'articolo di Left(contro-i-fascisti-di-oggi-e-la-manipolazione-della-storia )si parla certo di Salvini che è l'animale da palcoscenico che va per la maggiore in questo momento,ma si fanno accenni anche al Brasile ed alla Francia,del ritorno dei peggiori fascismi in tutta Europa e della legittimità che questi hanno sempre più.
Un vero e proprio sdoganamento cominciato ormai da anni e che è sempre più tragico e criminale,con azioni di brutalità sempre maggiori e con le polizie a dare manforte a questi ratti di fogna:un connubio soprattutto verso Ca$$a Povnd che vedono in Salvini un eroe,triste come il vuoto che c'è nelle loro teste.
Contro i fascisti di oggi e la manipolazione della storia.
di Simona Maggiorelli
Il fascista Bolsonaro ha preso il potere in Brasile. Il neo presidente (che si dichiara a favore della tortura e dice che Pinochet avrebbe dovuto uccidere più persone) ha subito ringraziato Matteo Salvini per il sostegno. Del resto il ministro dell’Interno, si sa, è sodale di una intera pletora di leader di ultra destra, a cominciare da Marine Le Pen (leader del Front national che nel simbolo evoca la fiamma tricolore del Movimento sociale italiano di Rauti).
Salvini ama citare Mussolini («tanti nemici tanto onore») così come il motto dannunziano e fiumano «me ne frego», già diffuso tra gli Arditi durante la prima guerra mondiale e poi diventato storico slogan squadrista. «Nazismo e fascismo erano figli dell’immane carnaio della prima guerra mondiale, tragico esito delle tensioni accumulatesi nel sempre più esasperato approdo nazionalista della costruzione degli Stati nazionali, degli irredentismi, della competizione coloniale, fino alla sacralizzazione della guerra e dei caduti, del milite ignoto e dell’altare della patria», ha scritto lo storico Massimo Firpo.
Senza approfondimento, da figlio delle tv di Berlusconi, Matteo Salvini è un “campione” di citazionismo postmoderno e, con indifferenza, passa dal revival degli agghiaccianti motti del ventennio alla rivendicazione dei caduti della Grande guerra.
In nome di Dio, patria e famiglia.
Lo ha fatto da ministro dell’Interno e da vice presidente del Consiglio all’ultimo raduno di Pontida. E l’aveva già fatto all’indomani della vittoria del nazionalista xenofobo Victor Orbán alle politiche in Ungheria. Con un rapido cambio di casacca, rispetto alla sua originaria fede federalista e padana, il legista Salvini ha voluto dare un preciso messaggio politico andando al sacrario militare di Redipuglia, «per rivolgere una preghiera per i ragazzi che sono caduti durante la Prima guerra mondiale per difendere i confini e il futuro dei loro figli». La celebrazione in chiave patriottica e nazionalista della Prima guerra mondiale è da sempre un tratto identitario di CasaPound. Il Primato nazionale riporta fieramente recenti parole di Salvini: «Quest’anno ricorre il centenario della Prima guerra mondiale dove molti nostri nonni morirono sul Piave per difendere i confini perché dicevano “non passa lo straniero!”. Adesso non solo passa lo straniero, ma lo andiamo a prendere a casa sua. Io sarò all’antica ma se i confini dell’Italia hanno un senso io l’esercito lo uso per difenderli».
Il messaggio è chiaro, la manipolazione della storia lo è altrettanto. Della Prima guerra mondiale non interessa tanto l’ecatombe di poveri fanti, mandati a morire sul fronte. Conta il mito delle pistolettate, dell’azione brutale. D’accordo con Di Maio, Salvini scava trincee contro i migranti, erge muri contro chi è più indifeso e vulnerabile. Si attacca al campanile e si trincera in un sovranismo autoritario che, lungi dal proporre una riforma dell’Unione europea in senso democratico, diventa chiusura autarchica e antistorica. I patrioti di CasaPound ringraziano e con loro altri gruppi eversivi di destra. Si sono apertamente dichiarati seguaci di Salvini e Di Maio i militanti di formazioni di ultra destra che, inneggiando a Mussolini e al nazifascismo, sono andati in pellegrinaggio a Predappio (dove storici vicini al Pd come Flores hanno pensato bene di musealizzare la casa di Mussolini invece di costruire un museo dell’antifascismo).
Legittimati e sdoganati dagli intendimenti di Salvini («radere al suolo i campi rom») e da provvedimenti xenofobi e repressivi del governo giallonero (decreto sicurezza e immigrazione, legittima difesa, ventilato taglio pensioni per gli ebrei vittime delle leggi razziali), esponenti di formazioni neofasciste si lanciano in aggressioni a mano armata e azioni squadriste. Pensiamo alla strage tentata da Traini a Macerata. Ma pensiamo anche a quel che è accaduto il 21 settembre a Bari quando un manipolo di CasaPound ha attaccato con mazze e tirapugni pacifici antirazzisti, tra cui alcune donne, che rientravano da una manifestazione contro Salvini. Per fermare questa inaccettabile onda nera, per denunciare la pericolosa deriva nazionalista e fascista che stiamo vivendo sotto il governo giallonero il 10 novembre noi di Left saremo in piazza a Roma. Insieme a moltissimi altri (vedi l’intervento di Stefano Bleggi di Melting Pot Europa) pretendiamo che sia contrastata e condannata l’apologia del fascismo che nell’ordinamento giuridico italiano, è un reato.
Pretendiamo la messa al bando di tutte le formazione neofasciste. Le leggi ci sono e vanno applicate. L’eurodeputata Eleonora Forenza (Gue/Ngl), con altre due deputate, Ana Miranda (Verts/Ale) e Soraya Post (S&D), ha proposto una risoluzione che condanna le violenze neofasciste e promuove la messa al bando delle organizzazioni neo fasciste e neo naziste. Con 355 voti a favore, 90 contrari e 55 astenuti il 25 ottobre è stata approvata dal Parlamento europeo. Le donne che durante la Prima guerra mondiale erano costrette a tacere e a cucire divise per mariti, padri, figli, le donne che Mussolini voleva ridurre a macchine da guerra nel dare figli alla patria, tornano a farsi partigiane, invitando tutti a uscire dal silenzio.
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