sabato 21 aprile 2018

CONCLAMATA L'UNIONE TRA STATO,POLITICA,MAFIA E FORZE DELL'ORDINE


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E' tutto vero,parafrasando un titolo storico di un quotidiano sportivo del 2006 ecco che non è più presunta la trattativa Stato-mafia ma è conclamata ufficialmente come un cancro che per decenni ha coinvolto politici,forze dell'ordine e criminalità organizzata sotto gli occhi di tutti ma per forza di ciò è stato più difficile ottenere una prima sentenza di una sfilza di condanne per i vertici delle categorie sovra citate.
Piccolo rinfresco di notizie con tre post di anni passati(madn il-travagliato-matrimonio-stato-mafia ,madn ci-voleva-ciancimino-jr? e madn il-referente-mafia-stato )per poter arrivare alla conclusione che le stragi mafiose degli anni novanta che hanno massacrato i giudici Falcone,Borsellino e familiari e scorte sono state ordite dalla collaborazione tra la politica di Forza Italia di Berlusconi con Dell'Utri referente con la mafia e la compiacenza dei vertici dei carabinieri che hanno insabbiato e depistato le indagini.
L'articolo di Contropiano(la-trattativa-stato-mafia )ha ragione a dire che questa è stata una sentenza storica e che siamo stati,e speriamo che non lo saremo mai più,governati da una cricca di criminali con le mani in pasta con mafiosi e forze del disordine,per alcuni non una novità e per altri che ora stanno muti nel migliore dei casi o urlano come bestie ferite reclamando un'innocenza a cui non crede più nessuno.
Già due giorni fa(prima-andreotti-ora-berlusconi )si era parlato di chi ha tessuto i fili della politica e dei rapporti con la mafia per troppi anni,e mentre Andreotti se n'è andato all'inferno solo con presunzioni di colpevolezza,almeno giudiziarie perché moralmente è stato colpevole fino al midollo:ora con Berlusconi ci vuole il coraggio di aprirgli le porte del carcere e buttare via la chiave.

La trattativa stato mafia.

di  Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo) 
La sentenza di condanna per la trattativa tra lo stato e la mafia stragista, è un fatto senza precedenti nella storia del nostro paese.

Siamo di fronte ad un un evento enorme, che rompe il muro che da decenni copre le complicità politiche e istituzionali con la criminalità e l’eversione. Dalla strage di Portella della Ginestra il 1 maggio del 1947, la mafia ha sempre sparso sangue per condizionare la politica e lo stato. E all’interno della politica e dello stato la mafia ha trovato collusioni, connivenze e coperture.

Gli ufficiali dei carabinieri condannati per la trattativa degli anni 90 fanno pensare a tanti altri depistaggi, deviazioni, giochi sporchi precedenti. E la condanna al fedelissimo di Berlusconi, Dell’Utri, segue la lunga lista nera dei politici di governo che sono stati parte e referenti sia del mondo mafioso, sia di quello dello stato deviato.

Anche le stragi fasciste, da quella di Piazza Fontana a Milano nel 1969 a quella di Piazza Loggia a Brescia, a quella della stazione di Bologna, hanno visto coperture ed infami imbrogli da parte di militari, servizi segreti, faccendieri in combutta tra loro. Il deep state, lo stato profondo italiano ha da decenni le mani sporche di sangue.
 La condanna esemplare di Palermo può quindi essere una occasione storica per la nostra democrazia: quella di fare pulizia in tutti gli anfratti del sistema di potere. Bisogna che Berlusconi venga cacciato dal sistema politico italiano.

Ma questa è una misura di igiene politica necessaria, ma non sufficiente. Occorre una operazione verità su tutta la storia della nostra Repubblica, perché un ufficiale dei carabinieri non tratta con la mafia se non ha un contesto e una continuità temporale che lo autorizzino. Non riduciamo questo evento al teatrino della politica di questi giorni. C’è ben altro da sapere, c’è ben altro da combattere e rovesciare.

Lo stato deviato, la mafia, il terrorismo stragista nascono assieme alla nostra Repubblica, con potenti coperture politiche nazionali ed internazionali, americane in primo luogo. È una lunga storia sporca, sporca come la trattativa con cui lo stato ha cercato di convincere la mafia a non mettere più bombe dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino. Adesso basta, dobbiamo, vogliamo sapere tutto.

venerdì 20 aprile 2018

TORNANO I CINEMA IN ARABIA SAUDITA...E LA DEMOCRAZIA QUANDO?


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Sulla carta l'Arabia Saudita è amica dell'occidente per opportunismi e non per una cultura medievale che è ancora ancorata in un paese maschilista all'inverosimile e dove i diritti umani più basilari vengono negati soprattutto alle donne.
Solo il fatto della notizia della riapertura dei cinema dopo 35 anni ci deve far pensare che questa popolazione,o almeno i reali che li comandano,siano solamente dei presuntuosi arricchiti e guerrafondai,(non dimentichiamoci lo Yemen dove siamo complici:madn nello-yemen-si-uccide-col-made-in-italy )e che governano con il terrore una popolazione giovane che anche se vorrebbe ribellarsi sa che andrebbe incontro a punizioni corporali,carcere e morte.
Nemici giurati di Assad(madn ma-chi-ferma-i-veri-stati-canaglia? )assieme a tutte le petrolmonarchie arabe,hanno tacciato il Qatar(madn qatarun-capro-espiatorio )in una sensazionale quanto ipocrita la campagna di finanziamento dell'Isis,proprio loro che sono i principali foraggiatori dell'esercito del terrore islamico,l'Arabia Saudita si conferma nazione falsa che però è d'importanza strategica enorme nonché terra d'investimento da parte degli Stati dell'occidente.
Articolo di Rai news:cinema-arabia-saudita .

Dopo 35 anni riaprono i cinema in Arabia Saudita, Black Panther è il primo film proiettato.

È un evento storico nel Paese, dove nei primi anni '80 la famiglia reale aveva bandito i cinema .

Tra un mese in Arabia Saudita si potrà andare di nuovo al cinema. Il regno ha revocato l'anno scorso un divieto durato 35 anni concedendo alla statunitense AMC Entertainment la prima licenza per gestire sale cinematografiche. Ieri a Riad, nel distretto finanziario King Abdullah, ci sono state le prove generali con una proiezione a inviti cui hanno partecipato uomini e donne. La scelta del film non è stata casuale: Black Panther, blockbuster americano, terzo film di supereroi più visto in assoluto, racconta la storia di T'Challa (Chadwick Boseman), che dopo la morte del padre, re di Wakanda, ritorna a casa, una nazione africana isolata dal mondo però con uno straordinario potenziale tecnologico.

Si tratta di un evento che "segna un momento chiave nella trasformazione dell'Arabia Saudita in una più vibrante economia e società", ha affermato il ministro della cultura e informazione, Awwad Alawwad. Nel corso degli ultimi anni, l'Arabia Saudita ha progressivamente allentato le forti restrizioni alle proiezioni cinematografiche, consentendo lo svolgimento di festival di film locali e proiezioni in cinema improvvisati. Molti religiosi sauditi ancora considerano i film occidentali, e persino i film arabi realizzati in Egitto e Libano, come peccaminosi.

La nuova politica interna
Dietro le aperture sociali a Riad, c'è il principe ereditario Mohammed bin Salman. Il trentaduenne figlio di re Salman, che ha assunto l'incarico nel giugno 2017, recentemente ha messo in discussione anche il rigoroso codice di abbigliamento per le donne, ​per cercare di soddisfare i desideri dei giovani, che formano la maggioranza della popolazione del Paese. Nonostante le riforme introdotte, le ragazze in Arabia Saudita non hanno la possibilità di vivere una vita indipendente: secondo la legge, un membro maschio della famiglia, normalmente il padre, il marito o un fratello, deve concedere il proprio permesso a una donna perché questa possa studiare, viaggiare o eseguire qualsiasi altra attività. "MbS", come è più conosciuto, ha invece una politica molto aggressiva sulle questioni estere e ha avuto un ruolo importante nella devastante escalation della guerra nello Yemen, dove già sono morte oltre 10.000 persone.

Investimenti nella cultura
Il 21 febbraio scorso, l'Autorità per l'intrattenimento generale (GEA) dell'Arabia Saudita ha annunciato il proprio calendario di eventi 2018, che prevede "oltre 5.000 diverse occasioni di intrattenimento dal vivo e eventi culturali progettati per attrarre tutte le componenti della società saudita". Riad investirà 64 miliardi di dollari in 10 anni nel settore dell'intrattenimento: secondo gli analisti, in tre anni, potrebbe ricevere 1 miliardo di dollari di nuove entrate dal settore del cinema ed entro il 2030 il regno arabo potrebbe essere tra i primi 10 maggiori mercati cinematografici del mondo. AMC ha raccolto la sfida: dovrebbe aprire 40 cinema in 15 diverse città nei prossimi cinque anni; i sauditi non dovranno dunque più mettersi in auto e guidare per ore per andare a vedere un film in un Paese limitrofo. Inoltre, a maggio, l'Arabia Saudita parteciperà per la prima volta nella sua storia al Festival di Cannes, presentando una selezione di cortometraggi. - See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/cinema-arabia-saudita-riapertura-primo-film-black-panther-d8a17c5c-1d23-4376-9f0f-d0c626306fd4.html

giovedì 19 aprile 2018

PRIMA ANDREOTTI ORA BERLUSCONI


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I 45 giorni passati senza avere un governo sono ancora al di sotto della media in cui si riesce a formare un esecutivo dopo elezioni avvenute alla scadenza naturale della legislatura,anche se questa è stata scippata di qualche anno con governi non eletti direttamente dal popolo.
Tale media è di 51 giorni ma quello che sta contraddistinguendo questa pausa è il vuoto politico che si sta proponendo,vuoi perché chi ha in mano le redini del gioco ha scarsa conoscenza politica nel senso stretto del termine,vuoi perché ci sono veti e paletti che non vanno modificati e sui quali almeno per ora non si è trovato accordo.
Ancora lontani dai sei mesi tedeschi(madn e-se-accadesse-ancora-pure-in-italia? )che hanno portato ad un governo che elle intenzioni preelettorali non s'aveva da fare,i capricci,per carità leciti sia di Salvini che di Di Maio,vedono vertere ancora sull'innominabile ex premier puttaniere e incandidabile(una figura andreottiana)che però ha fatto sì che la seconda carica dello Stato,da sempre sua fedelissima(madn una-forzidiota-al-senato ),abbia un mandato esplorativo per ricucire gli strappi...comanda ancora lui.

45 giorni di niente.

di Giulio Cavalli   
Provando a semplificare: dice il Movimento 5 Stelle che non se ne fa niente con Silvio Berlusconi (ma in realtà pronunciando “Berlusconi” si riferisce a tutta Forza Italia tranne, chissà perché, alla Casellati che dice la Taverna che va rispettata in quanto “seconda carica dello Stato” ma lo stesso concetto non valeva per Laura Boldrini che per loro evidentemente è peggio degli sgherri di Berlusconi); dice Salvini che non può “scaricare” Berlusconi (e anche lui si riferisce a Forza Italia perché sa benissimo che senza di loro sarebbe poco o niente); il PD dice al Movimento 5 Stelle e alla Lega “fate voi” godendosi lo stallo e sapendo bene che stare all’opposizione sarebbe un inaspettato balsamo contro il crollo dei propri consensi; Fratelli d’Italia, Liberi e uguali (a cui non scappa una parola, un’azione, una novità che sia una) e gli altri piccoli sono praticamente ininfluenti.

Tutto fermo. Tutto bloccato: 45 giorni di niente. E non sono tanto i 45 giorni passati (la media in Italia nel dopoguerra è di 51 giorni dalle elezioni per formare il governo, quindi la straordinarietà dei tempi lunghi è di fatto una falsa notizia) ma piuttosto è l’attacco militare in Siria e i suoi sviluppi, è lo storico processo finito male dei fattorini di Foodora che si sono accorti di vivere in un Paese in cui mancano le leggi per richiedere i diritti, sono gli urlacci di Macron che ora lancia addirittura l’allarme su un tracollo imminente dell’Europa, sono gli ultimi richiami dell’Europa all’Italia per stringere ancora di più la cinghia e sono i dati economici del Paese che andrebbero interpretati e discussi, tutti questi accadimenti danno il senso del niente di tutti questi 45 giorni.

45 giorni in cui i commenti sui fatti nazionali e internazionali (dopo una campagna elettorale in cui anche la cronaca nera era diventato un generale tema di dibattito politico) sono scomparsi. Ci si riduce a dire banalità insipide per non scontentare i potenziali futuri compagni di governo, che sono un po’ tutti. E così la classe dirigente si mostra tutta nella sua piccolezza: sventolare valori in campagna elettorale per essere sempre pronti a smussarli (o smentirli) appena si materializza l’occasione di un posto al sole. Ora tutti buoni, tutti zitti, tutti scodinzolanti.

Avanti così.

Buon giovedì.

mercoledì 18 aprile 2018

TRUMP CON LE SPALLE AL MURO


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Si sa che in politica che,e questo succede in tutto il mondo,quando c'è uno scandalo che colpisce i vertici delle amministrazioni si utilizzano escamotage per deviare l'attenzione sui problemi e le questioni che si sollevano.
Principalmente se fallisce il tentativo di contrastare notizie di scandali come ad esempio migliaia di dollari per fare star zitta una pornostar compagna di letto oppure implicazioni di uno Stato estero nelle campagne elettorali presidenziali,si può creare allarmismo e terrorismo inventandosi nemici come possono essere i capi(li chiamano dittatori)di nazioni come Corea del Nord e Siria.
Nell'articolo(contropiano trump-non-puo-fare-il-presidente )le dichiarazioni,per caso,dell'ex direttore dell'Fbi Comey che interessano molto al procuratore Mueller che ha quasi messo alle spalle il presidente Trump per l'inchiesta Russiagate,che viene indicato come persona,se ce ne fosse stato il bisogno di essere sottolineato,sessista,bugiarda,megalomane e pericolosa per lo Stato che rappresenta.

Trump non può fare il presidente: duro attacco dell’ex capo dell’FBI.

di  Alessio Ramaccioni 
Mentre Donald Trump è impegnato a bombardare la Siria, nuovi elementi vanno a rendere sempre più avvolgente la rete che il procuratore Mueller sta pazientemente tessendo con l’inchiesta Russiagate.

Il 9 aprile l’FBI ha perquisito gli uffici di Michael Cohen, avvocato vicino a Trump. Secondo Mueller, è dimostrabile che il legale sia stato, più o meno “segretamente”, a Praga nel 2016 in piena campagna elettorale.

A fare cosa? Secondo il dossier dell’ex agente segreto britannico Cristopher Steele – peraltro abbastanza controverso – Cohen avrebbe incontrato un uomo dell’entourage di Putin, Kostantin Kosachev. Secondo l’ipotesi investigativa di Mueller, ovviamente l’incontro rientrerebbe tra i “momenti di approccio” durante i quali si sarebbe definito il sostegno russo all’elezione di Trump.

Cohen tra l’altro è coinvolto in un’altra vicenda “calda” che rischia di travolgere ulteriormente l’attuale Presidente USA: quella riguardante la pornostar Stormy Daniels, alla quale l’avvocato avrebbe elargito una mazzetta di circa 130.000 dollari per mettere a tacere l’eventuale racconto di una relazione che la Daniels (al secolo Stephanie Clifford) avrebbe avuto con Trump.

Tra l’altro, alcune indiscrezioni raccontano che una parte dell’entourage di Trump avrebbe più paura di questa inchiesta che del Russiagate: in una società ipocritamente bigotta come quella statunitense, è facile comprendere perché.

Ma i colpi più duri assestati alla credibilità di Trump – mediaticamente parlando – sono arrivati dall’ex direttore dell’FBI James Comey, in carica dal 2013 al 2017 e fatto fuori proprio da Trump.

“Non è moralmente adatto a fare il presidente degli Stati Uniti”, “Può fare enormi danni”, “non incarna né rispetta i valori fondamentali del Paese, a partire dalla verità”, “tratta le donne come fossero pezzi di carne”.

Queste alcune delle considerazioni di Comey nel corso di una intervista all’emittente Abc. L’ex direttore dell’FBI ha aggiunto che è plausibile che Trump abbia e stia provando ad intralciare le indagini, e che è altrettanto possibile che sia ricattabile dai russi, che “potrebbero essere in possesso” di materiale compromettente sul suo conto.

Comey ha sottolineato la tendenza di Trump a mentire, ed ha spesso ribadito la sua inadeguatezza e pericolosità come presidente degli Stati Uniti.

Alla domanda se l’impeachement fosse una soluzione, l’ex federale ha però frenato, ritenendo che la soluzione migliore sarebbe – per lui – far valutare l’operato di Trump dagli americani attraverso lo strumento delle elezioni.

Al netto delle dichiarazioni di Comey – impegnato nella presentazione del suo libro – sul “fronte interno” la situazione non è tranquilla per Donald Trump. L’impressione è che, lentamente ma in modo apparentemente inesorabile, l’indagine di Mueller si stia avvicinando al tycoon, messo in difficoltà anche da inchieste “parallele” ed altrettanto dannose.

Forse, per spiegare i motivi dell’attacco alla Siria, bisogna tenere in considerazione anche queste vicende: creare tensione per spostare l’attenzione di media ed opinione pubblica è un metodo vecchio ma sempre efficace.

martedì 17 aprile 2018

IL G8,LA POLIZIA E IL MANIFESTO


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Il G8 di Genova ha avuto un corollario di avvenimenti così tragici ed importanti che sinceramente delle questioni politiche discusse in qui giorni non si ricorda più nessuno mentre partendo dalla morte di Carlo Giuliani arrivando alla macelleria messicana della Diaz se ne parla tutt'ora(vedi:madn i-morti-siete-voi ).
Molto hanno fatto parlare anche le dichiarazioni del Pm genovese Enrico Zucca sulle torture impunite delle polizie in qui giorni che sconvolsero non solo l'Italia ma il mondo intero con una repressione poliziesca senza pari(madn zucche-piene-e-zucche-vuote ),ed ecco che Il Manifesto,storico giornale di sinistra ora ombra di quel che era,propone una lettera del capo della polizia Gabrielli e si dimentica di mettere la risposta di Giuliano Giuliani.
La presa di posizione piccata del quotidiano ex comunista che parla di una svista lascia il tempo che trova,ma focalizziamo l'attenzione sulla lettera postata qui sotto(contropiano giuliano-giuliani-risponde-al-capo-della-polizia )che fa capire che ci sono ferite ancora aperte e chi ha compiuto tali danni ha ricevuto promozioni e chi ha subito la violenza della polizia se non sta pagando ancora adesso per svariati motivi,fisici,emozionali e giudiziari,ha avuto come risarcimento ben poca cosa per quello che ha subito.

Genova 2001. Giuliano Giuliani risponde al capo della polizia.

di  Giuliano Giuliani 
Lettera non pubblicata dal manifesto… A seguire una precisazione da precisazione di Simone Pieranni, giornalista della testata.

“Domenica scorsa Il Manifesto ha pubblicato una lettera del capo della polizia riferita al G8 di Genova 2001, intitolata “ Una storia da raccontare per intero”. Ho provato a rispondere ma il giornale non ha pubblicato la mia lettera che, per chi ha pazienza, ripropongo qui.

Ho letto con interesse la lettera del capo della polizia: sì, Genova 2001 è proprio una storia da raccontare per intero, cominciando dal fatto più grave, l’omicidio di Carlo Giuliani. E allora non si può non cominciare dalla vergognosa archiviazione, fondata sull’imbroglio dei quattro inaffidabili periti del pm Silvio Franz (sparo per aria e deviazione del proiettile verso il basso), imbroglio smentito non dalle chiacchiere ma dal filmato che riprende la scena. Neanche una parola sull’insensata manovra di quel reparto di carabinieri, sulla responsabilità di chi li comandava, sulla imboscata costruita con una fuga che faceva seguito a una inutile quanto infida manovra contro un gruppetto di manifestanti inoffensivi. Neppure una minima valutazione sul mancato intervento di un intero reparto a favore della jeep (bloccata solo dall’imperizia, se non dalla scelta, di chi la guidava), nonostante il rapporto di forze fosse di cento carabinieri contro trenta manifestanti, che avevano inseguito il reparto.

Sì, raccontiamola per intero la storia di Genova 2001. Valutiamo la cadenza dei tempi della giustizia e le differenze di valutazione da parte di chi è stato chiamato ad amministrarla. L’omicidio di Carlo viene archiviato, senza lo svolgimento di un processo quindi, nel maggio 2003. Si avviano invece i processi contro venticinque manifestanti, incredibilmente considerati i principali responsabili di quanto accaduto a Genova (presidiata da sedicimila appartenenti alle varie forze dell’ordine!), e anche quelli sulla Diaz e Bolzaneto.

Le sentenze di primo grado colpiscono pesantemente i 25 manifestanti, mentre per arrivare a sentenze che affermino la responsabilità di alti dirigenti della polizia occorrerà attendere nel 2012 i responsi della Cassazione (a quanti consideravano l’operazione Diaz una “perquisizione legittima” la sentenza risponderà di atti che “hanno prodotto il degrado dell’onore dell’Italia nel mondo”).

Ma in quel processo uno dei pm era Enrico Zucca, al quale rinnovo ancora una volta tutta la mia solidarietà. Viene accusato perché ha parlato di “torturatori”. Perché, solo per fare uno dei tanti esempi, non è considerabile una tortura manganellare ripetutamente in dodici un innocuo manifestante che scappando è inciampato ed è caduto per terra, come avviene in piazza Manin? Dico di più: è un atto da autentici delinquenti, intollerabile per chi, come me, ha partecipato alla fine degli anni settanta, insieme a tanti giovani poliziotti, alle lotte per ottenere che i poliziotti fossero considerati dei lavoratori, avessero diritto al sindacato, una autentica democratizzazione che liberasse la polizia dalla degradazione della “celere” scelbiana. Un atto che offende la “mia” polizia, per dirla come il compagno e coetaneo Arnaldo Cestaro, il primo a essere massacrato di botte alla Diaz, dove stava cercando di riposare. “Abusi”, per dirla con le parole del capo della polizia, che vanno sanzionati pesantemente.

Condivido il rifiuto di Franco Gabrielli di “continuare a rappresentare il G8 di Genova come una vicenda esclusivamente limitata alla Polizia”. Certo, c’erano anche i carabinieri, o meglio alcuni reparti dell’Arma responsabili delle violenze e dei misfatti compiuti nella giornata di venerdì 20 luglio. Lo ha detto esplicitamente la parte obiettiva della magistratura genovese che si è occupata dei tragici fatti, quando ha parlato di “cariche violente, indiscriminate e ingiustificate”, di atteggiamenti inqualificabili che hanno provocato scontri durissimi protrattisi per ore.

Comportamenti per altro ben presenti ad alti ufficiali presenti a Genova. In una telefonata arrivano a dire che “ci sono problemi a concedere queste forze” (stanno parlando dei paracadutisti), “perché se escono quelli non si sa che c…. succede”! Resta amara la considerazioni che questi giudizi non hanno prodotto non dico una condanna ma neppure un’ammonizione: i carabinieri sono impunibili a prescindere, anche quando uccidono, come nel caso di Carlo, e questo è sicuramente uno dei problemi della nostra debole democrazia.

Grazie agli importanti ruoli ministeriali che gli furono affidati da Giuliano Amato e anche da Mario Monti, De Gennaro esercitò l’uso della promozione “a delinquere” degli alti gradi della polizia (Gratteri, Luperi, Calderozzi, Ciccimarra), che ebbero poi la condanna definitiva per i fatti Diaz (ricordo che l’atto più malvagio fu l’ordine dato a sottoposti di introdurre nella scuola due bombe molotov, che sarebbero servite a incriminare gli ospiti della scuola del reato di terrorismo).

Ma a Gabrielli vorrei ricordare che anche recentemente una promozione mi ha lasciato perplesso. Adriano Lauro è il funzionario che accompagna il reparto dei cc in piazza Alimonda, dove è protagonista di due episodi allarmanti: prima si cimenta nel lancio di sassi contro i manifestanti, poi attribuisce la uccisione di Carlo a un manifestante, “con il tuo sasso… tu lo hai ucciso, pezzo di m….”, completando così l’indegna azione di un carabiniere che con una pietra ha spaccato la fronte di Carlo agonizzante. Lauro è oggi questore di Pesaro”.

Segnalazione di Roberto Silvestri su Facebook.

Simone Pieranni, attualmente giornalista de il manifesto, e protagonista dei fatti di Genova 2001, ha postato su Fb e Twitter la seguente precisazione:.

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Avviso a chi sta sherando la lettera di Giuliano Giuliani che non sarebbe stata pubblicata dal manifesto: a noi quella lettera non è mai arrivata. Ci fosse arrivata l’avremmo ovviamente pubblicata (inutile che ricordi qui quanto il manifesto ha seguito e segue ancora tutto quanto gira intorno al g8)

Contatteremo Giuliano per chiarire naturalmente.

Poi una precisazione: la lettera di Giuliano Giuliani è in risposta a una lettera che il capo della polizia Gabrielli ha mandato al manifesto. Bene si tratta di una risposta a un commento di Lorenzo Guadagnucci pubblicato sul manifesto sulle carriere dei poliziotti del G8.

Aggiungo che due gran coglioni e buona giornata. E vediamo se si shera anche il chiarimento.

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Prendiamo atto – e ne siamo felici – che non c’è stata alcuna ritrosia da parte del giornale. Ricordiamo comunque che la segnalazione via Fb, con tanto di incipit, non è partita da noi, che ci siamo limitati a raccoglierla perché proveniente da fonte professionale (Roberto Silvestri, critico cinematografico di grande esperienza e a lungo redattore dei il manifesto).

Come dovrebbe ormai esser noto, non ci interessa affatto la “concorrenza a sinistra”, ma informare i lettori – per quel che riusciamo a fare – sulle menzogne e le complicità dei vertici del potere.

lunedì 16 aprile 2018

ANCORA BRACCIALETTI PER CONTROLLARE I LAVORATORI


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L'introduzione sperimentale del braccialetto elettronico per controllare i dipendenti per la pulizia stradale di Livorno e Pisa desta preoccupazione e genera molte domande sull'efficacia di questa forma di verifica costante del lavoro degli operai.
Infatti Aamps,l'azienda ambientale di pubblico servizio toscana ha fatto come Tesco e ultimamente Amazon(madn verso-la-robotizzazione-totale )ed ha dotato i suoi operatori che hanno in mano l'appalto attraverso la Avr-Manutencoop di questi braccialetti che sono uno strumento di controllo totale anche se vengono visti dalle aziende che lo adottano per la produttività e l'abbattimento dei costi.
Che a dir la verità è lo stesso,poiché queste cooperative che operano già con budget risicati vedono nel lavoratore la prima spesa da abbattere drasticamente sia con la riduzione salariale che con licenziamenti.
Nel redazionale di Senza Soste(aamps-amazon-vergogna )questa vicenda che assieme all'ingresso tragico nel mondo lavorativo dei job acts ha introdotto la possibilità di utilizzare strumenti di controllo delle attività,cosa che era nemmeno pensabile prima dallo statuto dei lavoratori.

Aamps come Amazon? Vergogna!

Gli "spazzini" livornesi e pisani indosseranno i braccialetti elettronici. Ecco perchè si tratta di una misura pericolosa e vergognosa.

L’introduzione di un braccialetto elettronico per i lavoratori di Avr-Manutencoop, alleanza di imprese che ha in appalto da Aamps i servizi livornesi di pulizia stradale, è sia una vergogna che un pericolo. Dipende da che lato si guarda: se si intuisce il lato pericoloso (per i lavoratori) dell’operazione si vede anche la vergogna (il modo con il quale si cerca di introdurla) se, invece, si vede subito l’aspetto vergognoso della vicenda se ne intuiscono, dopo poco, i pericoli.

Avr, in questa vicenda, è un punto essenziale per capire cosa accade: ha sviluppato un sistema informativo di gestione per assegnare i compiti aziendali e, sul suo sito, afferma di implementare sistemi Iot (internet delle cose, in poche parole internet legata a oggetti di ogni tipo dal frigorifero ai lampioni a strumenti di lavoro) per (testuale) “avere un controllo in tempo reale su cassonetti, automezzi e altre strutture”.

https://www.avrgroup.it/gestioni-manutenzioni-costruzioni/gestioni-e-manutenzioni-stradali/servizi-e-lavori/servizi-di-gestione-delle-strade

E qui si capisce già una cosa: il braccialetto elettronico, del modello per i lavoratori dell’appalto pulizia, è un classico oggetto Iot. In poche parole fa parte del sistema di controllo di cassonetti, automezzi e altre strutture di cui, in questo modo, il lavoratore è integrante e, come dire, saldato. Anche perché questi sistemi servono per abbattere, a volte in modo drastico, i costi. E il lavorare è visto come uno dei costi da ridurre tra i tanti in una logica di riduzione, a pioggia, dei costi. E in quest’ottica non ci sono lavoratori “privilegiati”. Per la partecipazione alla costruzione del catasto digitale delle strade ai laureati in ingegneria si chiedono competenze, per la sede di Navacchio, ma si offre non uno stipendio ma (testuale) “è previsto un rimborso spese di € 500/mese”. Insomma questi ninnoli tecnologici richiedono sfruttamento a monte, dove si costruiscono i prodotti digitali e a valle, dove i lavoratori sono obbligati a usare gli oggetti digitali anzi, Iot.

Quindi, quando il management Avr dice che il braccialetto elettronico non serve per il controllo non dice il vero. Semplicemente sul suo sito già si vanta di implementare IOT per procedure di controllo. Il braccialetto che è in comunicazione col cestino serve, infatti, per controllare entrambi: perché i tempi di svuotamento del cestino dettano quelli dei movimenti del lavoratore in un matrimonio digitale.

Ma quali sono i pericoli per i lavoratori nell’implementazione di questi ninnoli? Quali sono i pericoli, quindi, di tutto questo controllo?

Il sindacato inglese GMB, che nel 2016 ha costretto Uber al riconoscimento dei diritti sindacali pensione compresa, è all’avanguardia nel monitoraggio di questi sistemi di lavoro basati su tecnologie Iot. Come si vede da questo articolo del Guardian

https://www.theguardian.com/technology/2015/aug/18/amazon-regime-making-british-staff-physically-and-mentally-ill-says-union

i lavoratori che usano un braccialetto simile a quello di Avr, ovvero quelli di Amazon, possono soffrire di problemi muscoloscheletrici da sovraccarico biomeccanico, stress, ansia fino, come registrato, a casi di aborto spontaneo nel personale femminile.

I motivi sono molto semplici. Questi prodotti sono comunque sperimentali e con una direttiva molto chiara: prima di tutto fissare i livelli di produttività sul lavoro e di risparmio economico-finanziario, in bilanci sempre ridotti all’osso. POI adattare il lavoratore, o meglio i suoi movimenti, ai sistemi IOT. E qui sarebbe interessante vedere i report delle procedure di sperimentazione del braccialetto da parte degli ingegneri che hanno prodotto l’oggetto per AVR. Su che tipo di movimenti umani hanno lavorato, su quali tempi, che tipo di staff, quali le criticità e le eventuali controindicazioni etc.

Sarebbe un’operazione trasparenza che il Comune di Livorno e Aamps dovrebbero fare: mettere a disposizione questi dati per far entrare nel merito del prodotto, e della organizzazione conseguente del lavoro, sindacati e cittadini. E per questo non bastano certo i post su Facebook.

Sulla legittimità di questo genere di implementazione di oggetti Iot nella organizzazione del lavoro la discussione è accesa. Di sicuro il Jobs Act renziano ha rotto con la situazione precedente, regolata dallo statuto dei lavoratori, che fissava il divieto assoluto di apparecchiature di controllo dell’attività lavorativa.

Oggi, comunque, per un controllo del lavoratore come in Avr sussistono due condizioni dettate esplicitamente anche dal contratto nazionale del settore: la prima è che il controllo sia legato alla produttività, la seconda che ci sia accordo sindacale. Ma, per questo parliamo di legislazione perlomeno controversa, nel secondo comma dell’articolo 4 del Jobs Act si prevede che le garanzie  non si applicano agli strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa (es. smartphone, tablet, personal computer), e agli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze. In questi casi l’installazione non richiede alcun accordo sindacale. C’è da chiedersi quindi se il braccialetto fa parte del sistema della produttività, e quindi regolato da firma sindacale, o degli strumenti utilizzati dal lavoratore per lo svolgimento delle proprie mansioni. Bisogna ricordare che il Ministero del Lavoro, con nota del 18 giugno 2015, ha stabilito che nel momento in cui lo strumento viene modificato (ad esempio, con l’aggiunta di software di localizzazione, come nel braccialetto elettronico), non si considera più rientrante nella categoria del semplice strumento utilizzato dal lavoratore (sul quale comunque di controllo se ne fa..). Ci dovrebbe essere quindi la firma sindacale ma, per tagliare la testa al toro, visto che il capo politico del movimento 5 stelle (così si chiama la carica di Di Maio), ha detto che al governo abolirebbe il Jobs Act, Nogarin potrebbe seguirlo semplicemente rifiutandosi di adottare lo strumento in un appalto Aamps. O quantomeno smuovere i suoi uomini all’interno dell’azienda che dovrebbero controllare le modalità degli appalti-

C’è poi un’altra questione che non è di forma ma proprio di sostanza. Chi gestisce e come i dati prodotti dal braccialetto elettronico? Come sappiamo, da altre esperienze sindacali, i dati possono essere usati come forma di pressione verso il lavoratore. Ma possono essere anche venduti per operazioni di profiling e microtargeting. Conseguenza? Ad esempio, se i dati sono venduti, un lavoratore può magari vedersi rifiutato un prestito perché la banca lo considera improduttivo o a rischio lavoro. O un’assicurazione perché, leggendo i dati, giudicato poco in salute. Non ci vuole molto a capire che il braccialetto elettronico non ci deve essere. Ma anche i sindacati devono saper entrare nel sistema di controllo in tempo reale degli oggetti e degli automezzi tramite oggetti Iot perché, anche senza il braccialetto, il lavoratore lo si può severamente controllare indirettamente dai dati che questi oggetti producono.

Infine bisogna ricordare che il controllo elettronico è controllo sul salario. La produttività controllata digitalmente può significare un abbassamento del salario quando niente (dalle tecnologie, alla loro implementazione, al loro controllo, alla tutela dei dati) è controllato dai lavoratori organizzati.

Un bel problema specie quando l’amministrazione parla di controllo e sicurezza senza sapere bene del contesto di cui sta parlando. Un esempio?

Lo scorso giugno c’è la firma del protocollo di intesa tra il Comune di Livorno e l’UPM per la promozione di quella che viene chiamata Etichetta Trasparente Pianesiana contro i “crimini alimentari”. L’assessore Vece nell’occasione commenta “la firma di questo protocollo rappresenta un importante strumento per la tutela dell’ambiente e dei diritti dei consumatori. Attraverso l’applicazione di questo modello di tracciabilità delle filiere agroalimentari riusciamo a sapere infatti che cosa acquistiamo per la nostra sicurezza alimentare”. Ora il comune in materia di tracciabilità, per la trasparenza, di strada ne deve fare ancora parecchia. Già, perché il fondatore di UPM, l’organizzazione che ha firmato a Livorno il protocollo che permetterebbe la tracciabilità delle filiere contro i crimini alimentari, dall’inizio dell’anno è al centro di un’inchiesta coordinata dall’antimafia di Ancona.

https://www.cronacheancona.it/2018/03/14/mario-pianesi-il-guru-della-macrobiotica-da-tara-gandhi-a-fidel-castro-premi-e-attestati-in-tutto-il-mondo/89794/

Vece, dopo la pompa magna del protocollo del 2017, ha forse tracciato la notizia informando i cittadini su questo? Non ci risulta.

Ecco, tra trasparenza ancora da garantire ai cittadini e diritto alla privacy sul posto di lavoro la partita per il comune si fa in salita e complicata. Sono oneri di governo o, più semplicemente, la realtà dei fatti se si vuol cambiare in meglio questa città. Altrimenti ne esce una città dove l’ammistrazione non è affidabile sul piano nodale della trasparenza e dove le tecnologie, invece di essere occasione per attirare lavoro, diventano un ordigno per spremere il lavoratore fino in fondo.

redazione, 13 aprile 2018

domenica 15 aprile 2018

RIBELLARSI E' GIUSTO


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Anche nella morte avvenuta dopo una lunga malattia,avvenuta il 15 aprile 1980,Jean Paul Sartre mantenne e rispettò il suo stile di vita non conformista rifiutando secondo le sue volontà e di quella dei familiari,di essere tumulato nel Pantheon parigino,onore riservato a pochissimi.
Già nella sua esistenza rifiutò l'onorificenza della Legione d'onore(la più alta della Repubblica francese),la cattedra al Collège de France ed il premio Nobel per la letteratura,poiché secondo lui"nessun uomo merita di essere consacrato da vivo".
Filosofo,scrittore e drammaturgo fu una personalità di rilievo per la cultura francese e mondiale dello scorso secolo,membro della Resistenza francese e del partito comunista,ma allo stesso tempo critico con l'Urss e alcune decisioni sovietiche,fondatore di riviste e di quotidiani e grande sostenitore dell'indipendenza algerina.
La sua linea politica di sinistra ha sempre fatto sì che sostenesse e difendesse le rivoluzioni contro le dittature sudamericane e contro le occupazioni coloniali in tutto il mondo,e appoggiò in prima persona le contestazioni del maggio parigino del'68,legando il suo nome anche a movimenti politici e al marxismo-esistenzialismo per finire negli anni prima della morte ad essersi definito un anarco-comunista.
Articolo di:www.infoaut.org/storia-di-classe .

15 aprile 1980: muore Jean Paul Sartre.

Nella vita, privata e pubblica, il suo anticonformismo non fu di facciata, tanto che forse sarebbe meglio definirlo "non conformismo" rispetto ai valori della società borghese. Disdegnava le occasioni mondane e i salotti colti, preferendovi i tavoli dei caffè di Saint-Germaine. Nel 1945 rifiutò la Legion d'onore, e più avanti la cattedra al Collège de France.

Il 15 aprile del 1980 si spegne a Parigi all'età di 75 anni il filosofo francese Jean-Paul Sartre. Non fu solo filosofo, ma anche romanziere, saggista, drammaturgo. Insieme a Simone de Beauvoir, Maurice Merlau-Ponty e altri fondò nel 1944 la rivista politica, letteraria e filosofica Les Temps Modernes, che fu il veicolo attraverso il quale le sue idee si diffusero in tutta la Francia.
Sul piano politico, Sartre si distinse per il suo attivismo e impegno in diverse cause e battaglie.
Durante la guerra venne catturato dai tedeschi, e una volta liberato, partecipò alla resistenza. Iscritto al Partito comunista francese, lo abbandona nel 1956 all'indomani dell'invasione sovietica dell'Ungheria. Fu strenuo sostenitore della causa del popolo algerino, arrivando a pubblicare nel 1961 il Manifesto dei 121, che proclamava il diritto all'insubordinazione per i francesi mobilitati nella guerra d'Algeria. Inoltre, aderì apertamente all'Organizzazione Jeanson, l'organizzazione clandestina che sosteneva il FLN algerino. Nel 1968 partecipò attivamente alle mobilitazioni del maggio parigino, schierandosi senza indugi dalla parte degli studenti (a differenza di quanto accadde in Germania con Adorno). Negli anni settanta, già malato, si lega al gruppo maoista della Gauche Proletarienne, e ancora nel 1973 fonda insieme a Serge July il quotidiano Liberation. Una sua conversazione con Pierre Victor e Philippe Gavi viene pubblicata nel 1975 da Einaudi con il titolo "Ribellarsi è giusto".   Fu anche il primo scrittore a rifiutare il premio Nobel per la letteratura, che gli venne conferito nel 1964.

sabato 14 aprile 2018

LE MINACCE USA E NATO SI SONO CONCRETIZZATE


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Come ampiamente preventivato quello che non aveva fatto Obama l'ha fato Trump,che assieme a Francia e Gran Bretagna hanno messo cominciato a bombardare,un avvertimento lo chiamano,la Siria in tre zone diverse per punire Assad di avere usato armi chimiche a Douma di cui hanno le prove,che nessuno ha potuto vedere e analizzare ancora(vedi:madn il-mediterraneo-presidiato-dalle-navi.da guerra ).
Per assurdo pur riconoscendo la legittimità di Assad a difendere la sua nazione dalle incursione di terroristi,ricordiamoci bene che gli Usa e la Nato stanno bombardando chi sta combattendo il terrorismo islamico estremista,perché non l'hanno contrastato quando ha usato le armi convenzionali?
Mentre l'Italia ha già troppi problemi interni per capire e comprendere cosa accade al di là dei propri confini,non devono farci ammaliare i discorsi delle destre con Salvini in prima linea che sono contro gli attacchi di Usa & co.,in quanto non conta ancora nulla e se dovesse andare al governo avrebbe il guinzaglio Nato ed Ue al collo e si allineerebbe agli alleati(vedi:contropiano guerra-alla-siria ).
Nell'articolo(contropiano attacco-usa-alla-siria )la cronaca dell'attacco mordi e fuggi e alcune reazioni internazionali:ora anche Putin e l'Iran non dovrebbero dimostrare di essere forti solo con le parole e le risposte alle minacce concretizzate di Trump ma dovrebbero contrattaccare con i risultati nefasti che ciò comporterebbe.

Attacco Usa alla Siria, ma col freno tirato.

di  Redazione Contropiano
Hanno evitato per scaramanzia il venerdì 13 – che nella tradizione anglosassone è il vertice della jella – ma appena passata la mezzanotte Usa, Francia e Gran Bretagna sono partiti all’attacco della Siria.

Come Contropiano aveva anticipato già ieri, i segnali di un incremento anomalo delle attività radar del Muos di Niscemi rivelava che l’attacco era ormai questione di ore.

Il via era stato dato dallo stesso Trump in diretta tv, alle 21 di ieri sera (le 3 in Italia), limitando però fortemente la portata dell’attacco rispetto alle sue stesse dichiarazioni della vigilia: “Il nostro obiettivo è distruggere le capacità di lanciare armi chimiche del regime siriano… andremo avanti il tempo necessario per distruggere le loro capacità”.

Una conferma indiretta di questa “autocensura” è arrivata da Damasco: “sono stati lanciati circa 30 missili, un terzo dei quali sono stati abbattuti”. Secondo fonti ufficiali russe, invece, si è trattato di 103 missili da crociera e aria-terra su obiettivi militari e civili in Siria. Il ministero della Difesa russo, però, aggiunge che 71 di questi missili missili è stato “intercettato e abbattuto” dai sistemi di difesa siriani.

I russi sono stati avvertiti in anticipo e gli attacchi hanno evitato con molta cura anche solo di sfiorare truppe o installazioni con personale russo. Anche qui la conferma arriva da Mosca: “nessuno dei missili degli Usa e dei suoi alleati è entrato all’interno delle aree anti-aeree russe”. Come del resto aveva dichiarato nella notte il segretario di Stato, Mattis, spiegando che i bersagli “sono stati specificatamente individuati per evitare di colpire presidi con forze russe in Siria”.

La giustificazione, ampia e ossessiva, è sempre la solita: bisognava “punire Assad per l’uso di armi chimiche”, anche se il personale Onu presente in Siria avesse ripetutamente smentito di aver rilevato tracce di armamenti chimici nell’area di Douma, dove – secondo la propaganda di Washington, Parigi e Londra – si sarebbe svolto quell’attacco.

Se non seguiranno nella prossima notte altri bombardamenti verrebbe insomma confermata la prima impressione: Trump e gli altri stati servi (sottolineiamo che l’attacco non ha coinvolto la Nato, anche per l’esplicita contrarietà della Germania e di altri paesi) hanno pensato di poter uscire dal cul de sac in cui si erano infilati da soli sferrando un attacco poco più che simbolico.

In una situazione sul campo molto complicata (la Siria “ospita” in questo momento truppe iraniane, russe, turche e statunitensi) il rischio che un’operazione più massiccia coinvolgesse soprattutto truppe di Mosca era fortissimo. E già nei giorni scorsi i russi avevano avvertito che in caso di proprie perdite avrebbero reagito colpendo “le basi di lancio dei missili”: ossia le navi statunitensi, inglesi e francesi al largo della costa siriana o del Libano. Avvertimento a cui, nelle ultime ore, si è aggiunto il monito dell’ambasciatore russo a Washington, Anatoly Antonov: “Le azioni degli Usa e dei loro alleati in Siria non rimarranno senza conseguenze”.

Un’eventualità del genere – non serve un von Clausevitz per capirlo – avrebbe comportato il rischio di avviare una “guerra simmetrica”, ossia tra forze militari qualitativamente equivalenti (anche se l’armamento americano è quantitativamente superiore).

Ricordiamo a tutti i non addetti ai lavori che le guerre statunitensi degli ultimi 30 anni (dalla caduta del Muro in poi) sono state “guerre asimmetriche”, ossia aggressioni unilaterali di una potenza che disponeva di armamento nucleare, marina, aviazione, forze di terra corazzate e non, ecc, contro paesi che invece potevano disporre soltanto di armamenti convenzionali e in quantità limitate (Jugoslavia, Iraq, Somalia, Libia).

Una “guerra simmetrica”, insomma, tra potenze nucleari dà come sempre un solo risultato certo: la mutua distruzione assicurata.

E’ la constatazione che ha preservato il mondo dalla terza guerra mondiale al 1945 ad oggi. E forse, al Pentagono, qualcuno si è rifatto rapidamente due conti, premendo infine delicatamente il pedale del freno.

venerdì 13 aprile 2018

L'ECCIDIO DI VALLUCCIOLE

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Uno degli episodi che meglio hanno caratterizzato ciò che è stato l'orrore dell'occupazione nazifascista in Italia di cui a breve ricorrerà l'anniversario della Liberazione è quanto accaduto a Vallucciole nel Casentino,un paese ormai in rovina dopo che le truppe delle SS la rasero al suolo massacrando 108 persone,donne,bambini ed anziani.
Mentre gli uomini vennero presi e fatti prigionieri dai tedeschi per via di una feroce rappresaglia dopo che alcuni componenti delle truppe si travestirono da partigiani(due furono uccisi)che facevano da avamposto.
Nell'articolo una testimonianza cruda di quello che la ferocia dell'occupante riusciva non solo a pensare ma anche ad attuare:quando gli uomini venivano presi prigionieri le SS uccidevano in vario modo le donne e i bambini nelle case sprangate,e quelli che ancora erano vivi venivano bruciati,mentre gli anziani che non riuscivano a marciare venivano fucilati cammin facendo.
Tutto questo accadde il 13 aprile 1944.
Articolo di:www.infoaut.org/storia-di-classe ,vedi anche favacarpendiem.wordpress.com .


13 aprile 1944: l'eccidio di Vallucciole.

È il pomeriggio del 12 aprile 1944 quando tre SS travestite da partigiani, mandate in avanscoperta,  viaggiano a bordo di un’auto.
Ingaggiato il combattimento, due tedeschi vengono uccisi ed abbandonati nell’auto, mentre il terzo riesce a sfuggire.

La terribile rappresaglia tedesca non tarda ad arrivare: all’alba del 13 aprile reparti italiani e tedeschi investono la zona con quella che sarà la prima strage di civili toscana.

Sono sei-settecento le SS e i repubblichini che prendono parte alla strage, che ha come epicentro la località Vallucciole, ma che si estende poi anche a Stia, Castagno, e tutto il circondario.

Tutt’ora si ignora il numero complessivo delle vittime, ma quel che è certo è che al tramonto del 14 aprile Vallucciole non esiste più: intere famiglie sono state distrutte, le case incendiate, e i cadaveri di 108 tra donne, bambini e anziani, abbandonati tra le macerie.

Questa la testimonianza di Carlo Levi, riuscito a fuggire dal rastrellamento tedesco: “Dovevamo stare immobili. lo avevo il Vanni di fianco a me e guardavamo la casa che era ancora piena di tedeschi. Ma la moglie del Vanni e le bambine dove erano? Erano rimaste in casa e sentivamo gridare. I tedeschi sparavano dentro e fuori. Poi i tedeschi uscirono e sprangarono la porta. Non sentivamo più gridare le bambine, ma vedemmo il fuoco dalle finestre. Allora ci urlarono di metterci in fila e di camminare. Ognuno aveva un tedesco dietro. Il Vanni era davanti a me e si voltava, sotto il peso delle cassette, verso casa: ma ogni volta che egli volgeva il capo il suo tedesco gli dava un colpo sul viso con la punta del bastone ferrato. Cosi camminammo per delle ore. Ad ogni casa ci fermavamo e dappertutto la stessa storia. I tedeschi entravano: gli uomini venivano buttati fuori e caricati con le cassette: la nostra fila si allungava. Nelle case le donne e i bambini venivano ammazzati subito. E le bestie, anche, nelle stalle. E poi davano fuoco. Cambiavano soltanto il modo; qui con la benzina, in un'altra casa con le bombe incendiarie, e massacravano con le bombe, coi fucili, coi mitra, con le mazze, coi coltelli. Un vecchio di settant'anni, il Lucherini, che non si reggeva in piedi, si fermò, il tedesco che gli stava dietro gli sparò subito una scarica alla testa. Dalla loro casa tirarono fuori gli Orai. Lei, signor Nerini, li conosceva, è una famiglia di ciechi dalla nascita: sono tre fratelli tutti ciechi. Quelli provarono a portare le cassette sul sentiero ma come potevano fare? Lo dissero che erano ciechi ma i tedeschi li spingevano a randellate. E quando, prima uno, poi l'altro, poi il terzo caddero con le loro cassette, gli spararono nella testa e li lasciarono lì.”

Nei giorni della strage i tedeschi catturano 17 giovani partigiani ripiegati nel Casentino dalla Romagna. Condotti presso il cimitero di Stia, tutti i prigionieri saranno fucilati. Essi erano: Rino Bagnoli, Mario Berlini, Giorgio Bratti, Zo Casadei, Giorgio Cremonini, Antonio Fabbri, Lelio, Lama, Michele Manaresi, Marcello Marzolini, Gualtiero Righini, Romolo Zaccaroni, Fidelmo Zambianchi, più 5 di cui non è stato possibile procedere all'identificazione.

IL RAPPORTO OCSE SULLE DISUGUAGLIANZE SOCIALI


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L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico(OCSE)ha diramato ieri una serie di risposte in base a delle domande sulle economie di mercato secondo cui l'Italia dovrebbe attuare una politica fiscale di regime patrimoniale per ridurre le disuguaglianze amplificatesi nel corso degli ultimi dieci anni,dall'inizio della grande crisi mondiale che doveva cessare in pochi mesi,poi anni e siamo arrivati al primo decennio.
Infatti in questo periodo un po dappertutto ma in Italia in maniera esponenziale la forbice tra i ricchi sempre più potenti ed i poveri sempre più deboli e numerosi si è allargata in maniera tale da essere arrivati ad una vera e propria emergenza sociale.
Nell'articolo(www.repubblica.it/economia )le raccomandazioni fatte al paese e che purtroppo non sono vincolanti come qualsiasi decisione europea,oltre che le reazioni schifate ed indignate di Confindustria e Confedilizia(poteva essere altrimenti?)che confondono tasse riservate al mondo del lavoro su quelle sui redditi soprattutto quelli dei lavoratori non dipendenti,sempre che non abbiano dei conti in paradisi fiscali.

Ocse, patrimoniale è strada per ridurre le disuguaglianze.

Secondo l'organizzazione parigina l'Italia è tra i Paesi dove negli ultimi dieci anni di crisi sono cresciute di più le diseguaglianze e la ricchezza è andata a concentrarsi nelle classi più elevate della società. "Il 43% è appannaggio del 10% più ricco della popolazione".

di BARBARA ARDU'
ROMA - Che la diseguaglianza sia aumentata nel mondo ormai lo dichiarano a gran voce tutti, anche il Fondo monetario internazionale. Ma che una tassa patrimoniale sulla ricchezza potrebbe essere un soluzione per riequilibrare la situazione in quesi Paesi dove l'aumentato delle differenze è stato elevato, non lo aveva dichiarato apertamente ancora nessuno, almeno a livello istituzionale. Lo fa l'Ocse, che nel rapporto "The Role and Design of net wealth taxes", che indica l'Italia (insieme ad altri tre Paesi) come una nazione dove la disuguaglianza sociale è aumentata di più e dove la concentrazione di ricchezza verso l'alto è diventata sempre più evidente negli ultimi dieci anni di crisi. Una crisi quasi ininterrotta. Tant'è che i livelli pre-crisi non sono stati ancora recuperati. Il 43% della ricchezza - è scritto nel Rapporto - è appannaggio del 10% più ricco della popolazione". Quindi, conclude l'Ocse, "uno dei modi per ridurre più velocemente i divari di ricchezza è l'imposizione della tassa patrimoniale".

L'Ocse ha comparato i dati di sei Paesi che si prestavano bene al confronto (Australia, Canada, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti) e oltre all'Italia, la concentrazione della ricchezza ai vertici della società è cresciuta nei Paesi Bassi, negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Come dire che se anche il Pil è aumentato, quel poco di aumento è andato a finire nelle tasche dei più ricchi, concentrandosi quindi ai piani alti. Così la disparità di ricchezza nella parte inferiore della distribuzione è cresciuta in tutti i Paesi, tranne che in uno, il Regno Unito.

L' Ocse ha esaminato l'utilizzo della patrimoniale - attualmente e storicamente - nei Paesi membri evidenziando tutti i pro e i contro della tassa.

I risultati indicano che, in generale, la necessità di adottare "una tassa sulla ricchezza netta" è minima nei Paesi dove sono applicate su larga scala le tasse sui redditi e sui capitali personali, comprese le imposte sulle plusvalenze, e dove le tasse di successione sono ben disegnate. In questi casi la patrimoniale potrebbe avere effetti addirittura "distorsivi". Al contrario, sostiene l'Ocse, potrebbe funzionare ed essere utile dove la tassa di successione non esiste e dove le imposte sui redditi sono particolarmente basse. "Per esempio - si legge nel rapporto - una tassa sulla ricchezza netta potrebbe avere effetti distorsivi più limitati ed essere più giustificata se utilizzata per favorire la progressività nei Paesi dove l'imposta sui redditi personali è relativamente bassa. In pratica, ciò implica che nei Paesi con sistemi di imposizione duale, che tassano i redditi da capitale a tassi piatti (e spesso bassi) o in Paesi in cui i guadagni in conto capitale non sono tassati, ci può essere una giustificazione più forte a riscuotere un'imposta patrimoniale.  E un'argomentazione simile può valere anche per i paesi che non impongono tasse di successione sulle eredità".

Ma non è finita. Scrive ancora l'Ocse: "oltre alle considerazioni fiscali, potrebbe esserci anche una maggiore giustificazione per un'imposta patrimoniale netta in un Paese che mostra alti livelli di disuguaglianza della ricchezza come un modo per ridurre i divari a un ritmo più veloce". Analizzando l'andamento negli ultimi anni della distribuzione del reddito e della ricchezza a livello internazionale, l'organizzazione sottolinea quindi che "dopo la crisi, sono proseguite le tendenze verso una maggiore disuguaglianza di ricchezza". Che, come sostengono in molti vanno eliminate. In ogni caso, sottolinea l'Ocse, le ragioni di una patrimoniale "non possono essere valutate singolarmente ma dipendono dal sistema fiscale complessivo e dallo scenario complessivo economico e sociale del paese".

Argomento delicato, la patrimoniale, soprattutto in Italia. Così l'idea di tassare rendite ed eredità mette subito in allarme. Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, si affretta a dire che in Italia ci sono già "tasse come Irap e Imu che, chi dovrebbe fare impresa, paga sui capannoni industriali". Al contrario, "penso che, forse, una riforma fiscale che aiuta chi produce, il mondo del lavoro, i lavoratori e le imprese, non i patrimoni delle persone, sia un grande valore". E al numero uno di Confindustria, fa eco Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia. "Informiamo l`Ocse che nel nostro Paese una patrimoniale c'è già - dichiara Spaziani Testa - si chiama Imu-Tasi, vale 21 miliardi di euro l'anno... Rimangono i soldi dei conti correnti e il risparmio finanziario, ma quelli, a differenza degli immobili, prenderanno il largo alle prime avvisaglie di un Governo che dia l'impressione di voler seguire suggerimenti così sciagurati".

giovedì 12 aprile 2018

LA MOBILITAZIONE FRANCESE


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Hanno cominciato i ferrovieri,ma la protesta sindacale francese pian piano sta coinvolgendo altri settori come quello degli aeroportuali,per rimanere in tema di trasporti,che a cadenza settimanale stanno paralizzando non solo la Francia ma un po tutta Europa:inoltre anche i fornitori di energia elettrica e gas,il settore sanitario e le università(tutti lavoratori che offrono il servizio pubblico)cominciano ad organizzarsi seriamente.
Dopo la loi travail voluta nel 2016(madn la-francia-insorge-e-noi-abbiamo-dormito )a caro prezzo e dopo avere visto i risultati europei,Italia in primis,i lavoratori hanno cominciato a tenersi stretto il settore pubblico a scapito delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni volute da El Khomri e successivamente supportate da Macron.
L'articolo(popoff francia-lo-sciopero-dei-ferrovieri-prova-a-battere-macron )anche se ha una settimana circa,parla della mobilitazione francese che comunque negli ultimi giorni si è rafforzata e che pone seri problemi,è questo il fine dello sciopero,alla collettività che però appoggia la lotta ma soprattutto ai vertici politici e a quelli aziendali sia di società pubbliche che private(anche i dipendenti Carrefour cominciano ad incrociare le braccia)che appoggiano i decreti del governo atti a potergli fare i loro comodi a scapito dei lavoratori.

Francia, lo sciopero dei ferrovieri prova a battere Macron.

Francia, i ferrovieri spianano la via. Scioperi anche ad Air France e Carrefour. Per vincere servono autorganizzazione e unità.

di Robert Pelletier
L’inizio dello sciopero dei ferrovieri offre la possibilità di imporre una battuta d’arresto alle politiche di regressione sociale praticate da decenni.

Martedì 3 e mercoledì 4 aprile la mobilitazione dei ferrovieri ha avuto un’ampiezza raramente eguagliata, con un 40 % di scioperanti ufficialmente riconosciuti, fra i quali la quasi totalità dei controllori e dei deviatori e oltre i tre quarti dei conduttori.

Dopo aver tempestato per settimane contro i ferrovieri, il potere e i suoi accoliti inaspriscono i toni. Per il deputato de La République en marche [il partito di Macron] Gabriel Attal «l’importante sarebbe magari uscire dalla scioperocultura»; per Élisabeth Borne, ministro dei Trasporti, «il governo non cederà»; di fronte all’eccezionale mobilitazione dei dirigenti, Guillaume Pépy [amministratore delegato della SNCF, le FFSS francesi] ha promesso un premio di 150 euro a coloro che sono abilitati a sostituire i conduttori. La CGT [Confédération générale du travail, la CGIL francese] denuncia la possibilità di un eventuale ricorso a «ferrovieri del Regno Unito» o di «requisire ferrovieri, per esempio dalla linea D della RER [la rete suburbana dei treni parigini]». E, come ciliegina, la direzione della SNCF ha detto che considererà i giorni di riposo come giorni di sciopero.

Non sono isolati. Ma i ferrovieri non sono isolati. Lo sciopero per aumenti salariali del 6 % ad Air France è arrivato al suo quarto giorno, con dei preavvisi di scioperi per il 7, il 10 e l’11 aprile. Per la difesa del servizio publico dell’energia e contro la sua liberalizzazione si sono mobilitati i lavoratori dei settori fornitori di elettricità e gas. Nell’Île-de-France [la regione parigina], a Marsiglia e in numerose altre località i netturbini sono in sciopero perché venga riconosciuta «la dannosità» del loro lavoro, per uno «statuto unico» pubblico/privato e per il «pensionamento anticipato». I salariati delle EPHAD [case di riposo e cura per anziani dipendenti] e degli ospedali pubblici sono in agitazione e la mobilitazione sta investendo le università. Ed è significativa della collera che sta montando anche nel settore privato l’alta adesione allo sciopero alla Carrefour, per aumenti salariali e contro la soppressione di posti di lavoro.

Una battaglia su più fronti. Le direzioni sindacali devono far fronte alla volontà di Macron di renderle marginali, nella più liberistica delle logiche. La confederazione francese dei lavoratori cristiani (CFTC), la CFE-CGC [sindacato dei quadri dirigenti] e la Confederazione francese democratica del lavoro (CFDT) rifiutano lo scontro per preservare le loro prerogative nel dialogo sociale. Il fallimento della mobilitazione contro la legge El Khomri ha convinto la direzione di Force Ouvrière (FO) a rinunciare a ogni scontro importante. E se Solidaires non ha di questi problemi, che concernono i sindacati più integrati, questo non è il caso della CGT, attraversata da aspri scontri interni e la cui strategia è piuttosto incerta ed esitante. Ma un ennesimo fallimento nei confronti del piano Macron rimetterebbe in discussione l’intero sistema della rappresentanza sindacale.

Al di là dell’ostentazione di intransigenza, l’obiettivo che è al centro dell’apparato governativo è la conquista dell’opinione pubblica. Una conquista che farebbe leva sulle difficoltà incontrate dagli utenti dei servizi pubblici, e che sarebbe facilitata da un indebolimento del movimento, e in particolare dalla defezione, auspicata, dei sindacati più propensi a trattare.

Quale la strategia per vincere? Le assemblee generali dei lavoratori hanno quasi sempre votato all’unanimità lo sciopero di mercoledì [4 aprile]. In queste assemblee e nella base sindacale si sta discutendo delle modalità dell’organizzazione della lotta decise dalle direzioni sindacali sia nella SNCF che negli altri settori.

A fronte della dichiarata volontà governativa di andare fino in fondo, la lotta dei ferrovieri non può trionfare che a due condizioni. La prima di queste, essenziale, è l’autorganizzazione della lotta, la sola in grado di superare ogni divisione e di coinvolgervi il maggior numero possibile di lavoratori. La seconda è quella di costruire, a partire da questa lotta, un fronte di mobilitazione esteso a tutti i salariati attorno alla volontà non solo di salvaguardare i servizi sociali ma anche di combattere la precarizzazione e il degrado del lavoro, i licenziamenti. Discutendo ovunque per decidere a breve termine la centralizzazione delle mobilitazioni e delle manifestazioni.

Il governo vuole infliggere ai ferrovieri la più cocente sconfitta non solo per poter procedere alla privatizzazione della SNCF, e mettere la pietra tombale sullo statuto dei ferrovieri, ma anche per poter proseguire nell’opera di totale demolizione dei servizi pubblici e, su questa scia, accelerare le sue controriforme: indennità di disoccupazione, apprendistato, formazione professionale e pensioni.

Di fronte a queste sfide, l’unità e la solidarietà sono decisive. Un collettivo unitario – formato da Nouveau parti anticapitaliste (NPA), Parti communiste français (PCF),Generation.s, gruppo parlamentare de La France insoumise, Alternative libertaire(AL), Europe Écologie Les Verts (EÉLV), Ensemble, Gauche démocratique et sociale, Nouvelle donne, Parti communiste des ouvriers de France (PCOF), Parti de gauche, République et socialisme – ha rivolto un appello per costruire collettivi in sostegno delle mobilitazioni nella SNCF e nei servizi pubblici.

La costruzione di questi collettivi è un passo che tutti dobbiamo fare nei prossimi giorni. Nei luoghi di lavoro dobbiamo discutere, tutti insieme, su come costruire questo grande movimento che, approfittando della “locomotiva” dello sciopero dei ferrovieri, può far fare marcia indietro a questo governo.

[Testo pubblicato originariamente sul sito del NPA, e ripreso dal sito di A l’encontre il 5 aprile: traduzione di Cristiano Dan

LA FAMIGLIA DI CHEIKH DIOUF RISARCITA(PARZIALMENTE)


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In sordina è quasi sfuggita ai media la notizia che il Ministero dell'Interno italiano dovrà risarcire la famiglia di Cheikh Diouf,il quarantaduenne ambulante senegalese ucciso dal poliziotto Paolo Morra l'ultimo dell'anno del 2009(vedi:madn la-vitae-la-mortedi-un-immigrato-non.vale nulla ).
Sono stati riconosciuti 600 mila Euro di risarcimento solo come danno da perdita parentale e non come richiesto dagli avvocati Santini e Angelelli,anche per il danno economico subito dalla famiglia in Senegal che Diouf manteneva.
Lo stesso Viminale è stato condannato per aver concorso con la propria condotta al delitto perché al Morra,che soffriva di problemi psichici,non era stato sequestrato il fucile che ha provocato il decesso e che invece da disposizioni doveva già essere stato tolto all'ex poliziotto alcuni mesi prima.
Fatto sta che l'assassino ha goduto di parziali elementi condizionali che hanno fatto declassare l'omicidio da volontario a preterintenzionale,articolo di:popoffquotidiano.it .

Diouf ucciso da un poliziotto. Condannato il Viminale.

Senegalese ucciso da un poliziotto, il Viminale condannato a risarcire la famiglia di Cheikh Diouf, 42enne, ucciso 9 anni fa a Civitavecchia.

ROMA – Il Tribunale civile di Roma ha accolto le richieste di Luca Santini e Mario Angelelli, avvocati di Progetto Diritti e legali della famiglia di Cheikh Diouf – 42enne senegalese ucciso nel 2009 da Salvatore Morra (detto Paolo), poliziotto e suo vicino di casa – e ha condannato il ministero dell’Interno a risarcire i familiari della vittima con una somma complessiva pari a 600 mila euro. “Decisione attesa da tempo dalla famiglia e coraggiosa da parte del Tribunale civile che ha riconosciuto una responsabilità del ministero”, ha commentato l’avvocato Luca Santini. Come precisa l’associazione Progetto Diritti, “risultava evidente la condizione patologica in cui versava l’imputato a causa di problematiche di rilievo psichiatrico: il poliziotto aveva ricevuto una diagnosi di nevrosi ansiosa, era stato sospeso temporaneamente dal servizio diverse volte, era stato denunciato dalla figlia per minacce con arma da fuoco e lesioni, aveva a suo carico procedimenti disciplinari”. Nell’aprile del 2008, inoltre, l’Ufficio Porto d’armi della Questura di Roma aveva disposto il sequestro del fucile, con cui poi era stato ucciso Diouf, ma il provvedimento non era mai stato notificato all’interessato. “La Questura aveva riconosciuto che quell’arma non doveva rimanere in possesso di Morra, ma non ha mai eseguito il provvedimento, un elemento che ha avuto un certo peso nella decisione del Tribunale”, ha affermato Santini.

La vicenda risale al 31 dicembre 2009 quando Morra, armato di fucile, si è introdotto nel cortile dell’abitazione di Diouf a Civitavecchia (i due erano vicini) e, mentre Diouf gli andava incontro, gli ha sparato due volte, ferendolo a una gamba e causandogli la recisione dell’arteria femorale e la morte per dissanguamento (la ricostruzione è stata accertata in sede processuale). Diouf abitava in Italia da circa 20 anni e lavorava come ambulante, lavoro che gli permetteva di mantenere la propria famiglia in Senegal: i 6 figli (all’epoca minorenni) avuti dalle 2 mogli e la madre. Nel 2010 Morra era stato condannato a 10 anni per omicidio volontario e all’interdizione dai pubblici uffici. In appello però i fatti erano stati riclassificati: da omicidio volontario a preterintenzionale. Ciò significa che Morra era stato riconosciuto colpevole di lesioni volontarie ma non era stata riconosciuta l’intenzione di uccidere.

Secondo i legali della famiglia, però, oltre alla responsabilità penale dell’imputato, sussisteva anche una responsabilità del ministero dell’Interno. “Chiudere la vicenda accertando solo la responsabilità di chi aveva sparato non era una ricostruzione esaustiva”, ha precisato Santini. Ed è questa la tesi accolta dal Tribunale civile di Roma. Nella sentenza emessa lo scorso 5 aprile, il Tribunale ha riconosciuto una responsabilità del ministero ex articolo 2043 del Codice civile per aver concorso con la propria condotta alla causazione del delitto. “Dal momento che appare logico ritenere che il mantenimento del possesso di un’arma da fuoco in capo a un soggetto affetto da ripetute e persistenti forme di patologia psichica abbia come suo possibile sviluppo logico prevedibile l’uso dell’arma medesima contro la persona altrui”, ha infatti sostenuto il giudice.

La richiesta dei legali è stata però accolta solo in parte. “È stato riconosciuto il danno da perdita parentale, ma non quello economico derivante dal fatto che Diouf con il suo lavoro sosteneva la famiglia in Senegal, famiglia che, in seguito alla sua morte, non ha più ricevuto quel sostentamento”, ha spiegato il legale. Il prossimo passo è l’esecuzione della sentenza. “Se il ministero riconosce la propria responsabilità, la vicenda finisce qui – ha concluso Santini – Se diversamente prosegue in appello, riproporremo la richiesta di risarcimento per il danno economico”. Il termine per presentare appello è di 6 mesi. (lp)

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