venerdì 14 aprile 2017

MAJAKOVSKIJ,IL POETA DELLA RIVOLUZIONE


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Una delle penne più importanti legate al mondo poetico non solo a livello russo ma a quello mondiale a cavallo della Rivoluzione d'Ottobre del 1917 è sicuramente Vladimir Vladimirovic Majakovskij,che è stato non solo un grande poeta ma anche scrittore,drammaturgo,giornalista e uomo di teatro,un'artista che ha saputo svariare nella sua breve vita in vari campi con molti successi.
Il 14 aprile del 1930 decise di farla finita con un colpo al cuore,naturalmente per cause sue e che potevano forse trovare un perché nello scemare dello spirito rivoluzionario e per pene amorose,ma il suo lascito è stato d'enorme importanza per chi si è cimentato soprattutto nella poesia.
L'articolo preso da Infoaut(storia-di-classe )rende omaggio a questo uomo che ha abbracciato gli ideali aderendo alla rivoluzione bolscevica contro gli zar e successivamente portando in prosa e poesia la voce dei compagni e del proletariato.

14 aprile 1930: muore Vladimir Majakovskij.

Ancora Pietroburgo
Negli orecchi i frantumi di un accaldato ballo
e dal Nord – più canuta della neve- una nebbia
dal volto di cannibale assetato di sangue
masticava gli insipidi passanti.
Le ore incombevano come un volgare insulto,
incombono le cinque e sono poi
le sei – ci sta a guardare dal cielo una canaglia
maestosamente come un Lev Tolstoj.

(1914)

Il 14 aprile del 1930 moriva uno dei più grandi poeti russi, uno dei più grandi poeti rivoluzionari: Vladimir Majakovskij.
Come dichiarato nella poesia pubblicata sotto, "Il flauto di vertebre", egli mise "il punto di un proiettile alla [sua] sorte": si uccise con un colpo di pistola al cuore a soli 37 anni.
Majakovskij con il suo stile unico e sensazionale, con il suo coniugare in un flusso continuo l'impegno politico e l'amore, le sfaccettature personali, malinconiche e passionali della propria esistenza e le passioni vive della lotta ha costruito un nuovo modo di fare poesia.
Una poesia piena e forte molto lontana dal "realismo socialista", ma insieme vicina alla quotidianità delle masse. Dentro e per la classe e dentro e per l'amore, dove la passione rivoluzionaria e quella sensuale non hanno mai smesso di contaminarsi e infuocarsi a vicenda.
E questo si nota nel suo lungo cantare la rivoluzione russa e nel suo rapporto inizialmente organico e poi sempre più conflittuale con un partito che aveva smesso di guardare a quei ragazzi di strada tanto cari al nostro poeta. Insomma Majakovskij come vera avanguardia artistica aveva le proprie radici ben piantate nel sentimento comune delle masse. Nell'essere voce del proprio disagio a volte anche intimo e personale, era voce del disagio di una classe e di un'epoca.
Anche la sua morte è indice di questa sensibilità ipersviluppata, di questo rapporto biunivoco tra il poeta e il popolo (inteso come demitizzato e fuori da qualsiasi ideologia). Majakovskij così capace di esprimere con forza la voce della gente comune è la prima grande vittima del socialismo reale.
Egli si uccise intendendo che a breve anche la rivoluzione che aveva vissuto in prima persona come militante e come poeta, come amante e come filosofo, sarebbe presto rattrappita.
La sua poetica però cambierà per lungo tempo il modo di fare poesia di tutti coloro che condiranno la scrittura all'impegno rivoluzionario. Il suo modo di far vivere passione e rivoluzione attraverserà la letteratura europea e latino-americana di tutto un secolo.
Per concludere pubblichiamo un piccolo scorcio di "La danza immobile" di Manuel Scorsa dove rivive il sentimento di Majakovskij e "il Flauto di vertebre" capolavoro del poeta russo.

E lei crede che le rivoluzioni non tradiscano? – chiese l'editore.
– I rivoluzionari, forse. Le rivoluzioni mai.
– E l'amore non tradisce? – chiese Marie Claire.
Guardai girasoli lontani, vicini, prossimi, assenti. Il destino dei girasoli è di ruotare intorno al sole. Il destino degli uomini è di girare intorno all'amore. Guai al girasole o all'uomo impazzito che si ostinano a girare contro il loro sole! Poveri girasoli ciechi che girano e rigirano intorno al nulla, al non-essere!
– L'amore non tradisce mai; certe donne, sì.

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Flauto di vertebre
Prologo
A voi tutte,
che piacete o siete piaciute,
icone serbate dall’anima dentro i suoi antri,
in un brindisi alla vostra salute,
alzo il cranio traboccante di canti.
Mi chiedo ancora ed ancora
se non sia meglio mettere il punto
d’un proiettile all’essere mio.
Oggi io darò
per l’appunto
un concerto d’addio.
Raduna, o memoria,
del cervello dentro il vestibolo,
le femmine amate in lunghi filari.
D’occhio in occhio versa il tuo giubilo.
Travesti la notte in antichi sponsali.
Travasa di corpo in corpo il tuo gaudio.
Che questa notte sia memorabile.
Oggi io suonerò il flauto
sulla mia colonna spinale.
                                                    1
Miglia di strade io gualcisco in cammino.
Dove celare l’inferno che ho in me?
Quale Hoffman divino
creò, o donna perfida, te?
Son anguste le vie per la gioiosa bufera.
Gente vestita di gala attinge ed attinge la festa.
Io penso.
Grumi di sangue, i pensieri
malati e rappresi mi strisciano fuori di testa.
Io,
taumaturgo di tutto quello che è festa
con chi andare alla festa non ho.
Mi scaglierò a terra e la testa
contro
il lastrico sfracellerò!
Ho bestemmiato,
ho urlato che Dio non esiste
e Dio ha evocato una donna dalle voragini amare,
tale che la montagna dinanzi a lei trasalisca,
me l’ha condotta e m’ha detto
d’amare.
Dio è soddisfatto.
Sotto cieli lontani
un uomo come una fiera esala l’estremo sospiro.
Dio si stropiccia le mani.
Dio pensa:
vedrai, Vladimiro!
È da Dio che fu stabilito
che io non indovini il mistero dietro il tuo nome,
che ha pensato di darti un vero marito,
e di spiegare sul pianoforte una musica d’uomo.
Alla soglia della tua alcova venire con passo felpato,
fare la croce sul tuo piumino purpureo:
lo so,
si sentirebbe puzzo di lana bruciata
e dalla carne del diavolo s’alzerebbe fumo sulfureo.
E me fino all’alba
ha sconvolto l’orrore
che tu fossi condotta
verso l’amore e il martirio.
Ho sfaccettato le mie lacrime in versi,
gioielliere in delirio!
Giuocare a carte, sciacquare nel vino
la rauca gola del cuore!
Non ho bisogno di te.
Non voglio.
Tanto lo so,
fra breve
creperò.
Se davvero tu esisti,
o Dio,
o mio Dio,
se fosti tu a tessere il tappeto stellato,
se questo tormento,
ogni giorno moltiplicato,
è per me un tuo esperimento,
indossa
la toga curiale.
La mia visita attendi.
Sarò puntuale,
non tarderò ventiquattr’ore.
Ascoltami,
altissimo Inquisitore!
Chiuderò la bocca.
Sillaba non udirete
dai labbri serrati dentro la morsa dei denti.
Attaccami
alle code di cavallo delle comete,
lacerami
contro le stelle taglienti.
Meglio ancora:
quando l’anima mia
si presenterà al tuo tribunale,
corruga le ciglia ed impiccami
a guisa di criminale
al capestro della Via Lattea.
Fa’ di me quel che ti pare.
Se vuoi, squartami.
La tua mano sarà da me benedetta.
Soltanto,
ascoltami!
Portati via
la maledetta
che mi hai condannato ad amare!
Miglia di strada io gualcisco in cammino.
Dove celare l’inferno che ho in me?
Quale Hoffman divino
creò, o donna perfida, te?
                                                                    2
Sfuma il cielo,
immemore del suo azzurro colore.
Le nuvole son come profughi grigi.
Le dipingerò con le tinte del mio ultimo amore,
vivido come l’incarnato di un tisico.
La mia gioia soffocherà
il ferino ululato
di chi non sa piú che cosa sia la felicità,
di chi la propria casa ha scordato.
Uscite di sottoterra,
uomini delle trincee:
c’è tempo a finire la guerra!
Anche se dura il terrore
della battaglia ubriaca di sangue come Bacco di vino,
non sarà vana una parola d’amore.
Cari Tedeschi,
accorrete!
Io so che avete sul labbro
la Margherita
di Goethe.
Muore
con un sorriso
sulla baionetta il Francese.
Con un sorriso cade giú il trafitto aviatore,
se si ricorda della tua bocca baciata,
e del tuo viso,
o Traviata.
Che m’importa quale rosea linfa
gli uomini rumineranno nel tempo?
Oggi ai piedi d’una nuova ninfa
s’inginocchi ciascuno nel mio tempio!
Io te canterò,
rossochiomata
e dipinta.
Forse di questa età,
di questi giorni piú acuti
che baionette e pugnali,
quando i secoli saranno canuti,
resteremo soltanto tu ed io,
che t’inseguirò di città in città.
Ti nasconderai in grembo all’ombra,
ti rapiranno oltre fiumi e canali:
io ti bacerò traverso alle brume di Londra
con le labbra di fuoco dei fanali.
Se te ne andrai in carovana con lento
passo ove stanno i leoni in agguato,
sotto a te,
agli schiaffi del vento,
si farà sabbia la mia guancia infuocata.
Se un sorriso di simpatia
fiorisca sulla tua bocca
per il torero in ginocchio,
nel tuo palco
getterò come l’occhio
del toro la mia gelosia.
Un giorno,
se varcando con gli occhi assorti
la Senna tu penserai
che si starebbe bene laggiú
sotto il ponte io sarò la corrente,
ti chiamerò nel mio vortice,
digrignando i putridi denti.
Incendierai con un altro al trotto dei vostri cavalli
i viali nei parchi di Pietrogrado e di Mosca:
io tremerò come una luna pallida e gialla
sospeso ignudo nella vertigine fosca.
Avranno
bisogno di me.
Mi diranno:
muori in battaglia!
Il tuo nome
sarà l’ultima goccia di sangue
a rapprendersi sul labbro lacerato dalla mitraglia.
Finirò sul trono
o a Sant’Elena?
Quando avrò regolato
i flutti di questa procella − la vita −
egualmente sarò candidato
all’impero dell’universo
ed ai lavori forzati.
Se m’è destinato d’essere re,
è il tuo piccolo viso
che farò battere al popolo come moneta
nella vena dell’oro vivo!
Oppure laggiú
dove la vita del mondo si sprofonda in tundra e in neve,
dove traffica il fiume col vento del settentrione,
gratterò con l’unghia sul ferro, o Lilly, il tuo nome breve,
e bacerò le catene nelle tenebre della prigione.
Voi che avete dimenticato del cielo l’azzurro colore,
i vostri capelli son rigidi
come il pelo delle bestie feroci.
Al mondo
questo è forse l’ultimo amore,
vivida aurora come l’incarnato d’un tisico.
                                                        3
Dimenticherò l’anno, la data, il giorno della settimana.
A chiave mi chiuderò, con un foglio di carta soltanto.
Adémpiti, o magia sovrumana
delle sillabe illuminate di pianto!
Appena entrato nella tua abitazione,
oggi mi sono sentito
a disagio.
Avevi nascosto qualcosa nella tua blusa di raso
e s’aggirava nell’aria un lento profumo d’incenso.
Ti ho chiesto se eri contenta.
Mi hai risposto due sillabe fredde:
tanto.
L’inquietudine ha rotto le dighe della ragione,
ed accumulo il cruccio in un delirio di febbre.
Ascolta.
Non è possibile
che tu riesca a celare il cadavere.
Gettami in viso la parola terribile.
Perché non vuoi udire?
Non senti
che ogni tuo nervo contorto
urla come una tromba di vetro:
l’amore è morto −
l’amore è morto…
Ascolta.
Rispondimi senza mentire
(come farò a andare indietro?)…
Come due fosse
in viso ti si scavano gli occhi.
Le due tombe sprofondano.
Non se ne vede piú il fondo.
Cadrò dall’impalcatura dell’ore!
L’anima ho teso come una fune sul precipizio
e v’ho danzato, acrobata-equilibrista,
giocoliere delle parole.
Lo so
che s’è di già consumato l’amore.
Ormai a piú d’un segno vi riconosco la noia.
Ritornami giovane in cuore!
All’anima insegna di nuovo del corpo la gioia.
Lo so,
si paga sempre per una donna.
Che importa? La vestirò,
come dentro una gonna,
invece d’una toeletta
comprata a Parigi,
col fumo della mia sigaretta.
Recherò l’amor mio
per mille strade distanti,
come recavano gli antichi apostoli Dio.
Da secoli t’ho preparato un diadema,
costellato di sillabe vivide
in arcobaleni di brividi.
Come i giganteschi elefanti
che valsero la vittoria di Pirro,
a te io sconvolsi con la zampa del genio il cervello.
Inutilmente: di te
non avrò nemmeno un brandello.
Gioisci,
gioisci,
che finalmente mi hai dato
il colpo mortale!
Io desidero
fuggire al canale
per mettere il capo nella mandibola liquida!
Mi hai offerto le labbra.
Rozze erano ed umide.
Le ho appena sfiorate e m’hanno agghiacciato,
come se in pentimento avessi baciato
un monastero tagliato nella pietra ruvida.
Hanno sbattuto la porta.
Egli è entrato,
rorido dell’allegria delle vie.
Io mi sono spezzato
con un gemito in due.
Gli ho detto:
va bene,
andrò via.
Va bene,
sia tua.
Coprila di cenci, se vuoi
che pieghino sotto la seta le fragili ali di vetro.
Bada che può fuggirsene a nuoto.
Attaccale al collo
una collana di perle come una pietra!
Che notte
stanotte!
Il mio cruccio ho spremuto con forza sempre maggiore.
A sentire le mie risate e i singhiozzi
il muso della mia camera ha fatto una smorfia d’orrore.
Luce riflessa dai tuoi occhi sopra il tappeto,
si levò la tua effigie quasi immagine magica,
come se un altro Biàlik evocasse in segreto
una favolosa regina per la nuova Sion ebraica.
Nel supplizio della Passione
ora piego i ginocchi e la testa
dinanzi a colei che fu mia.
A mio Paragone
Re Alberto,
che ha arreso tutte le sue piazzeforti,
è come se ricevesse regali per la sua festa.
Indoratevi ancora nell’erba e nel cielo sereno!
O vita, rifà primavera dalle tue mille fibre diverse!
Non voglio ormai che un veleno:
bere, sempre bere i miei versi.
Tutto mi rubasti col cuore,
e non mi lasciasti che il fardello della disdetta.
L’anima mi lacerasti come in un rovo.
Accetta il mio dono, o diletta:
forse non inventerò altro di nuovo.
Nei quaderni dei tempi
scrivete la data d’oggi a lettere d’oro!
Adémpiti,
magia simile alla passione di Cristo.
Guardate:
sulla carta son crocifisso
coi chiodi delle parole.
Vladimir Majakovskij

giovedì 13 aprile 2017

MILAN MADE IN CHINA

Risultati immagini per closing milan ironia
Dopo una telenovela durata parecchi mesi ecco che il Milan batterà bandiera cinese per non si quanti anni,con la vendita suggellata oggi pomeriggio al nuovo proprietario Yonghong Li per cifre astronomiche,alla faccia dell'italianità sempre sostenuta dall'ex premier puttaniere.
L'articolo di qualche tempo fa preso da Senza Soste(milan-12-punti )metteva in evidenza i continui slittamenti del closing che sembrava mai arrivare,analizzando 12 punti sull'affare tra Berlusconi ed i cinesi molti dei quali oscuri e riconducibili ad un giro di denaro(enorme)forse riciclato ma senza prove tangibili queste rimangono per ora dicerie.
Fatto sta che il signor Li succeduto all'altro signor Bee in Cina è un personaggio riservato(o misterioso,dipende da come si vuole interpretare)che quasi nessuno conosce ma che è noto alla cronaca per una maxi truffa perpetrata negli anni novanta,una continuità sia temporale che imprenditoriale,una sorta di staffetta di presidenti tra pari gradi.

Milan, i 12 punti oscuri della vendita ai cinesi.

tratto da Business Insider
a vendita del Milan è fissata per il 3 marzo 2017: prima della fatidica data la società dovrà convocare l’assemblea degli azionisti che si riunirà quando Sino-Europe farà arrivare i 320 milioni di euro che ancora mancano per chiudere l’operazione. Allora gli amministratori in carica si dimetteranno per lasciare spazio ai nuovi vertici cinesi. Sulla carta sembra solo un passaggio formale, ma la vicenda è molto più complicata di così. E le domande senza risposta sono tante, nella forma e nella sostanza.
1)    Perché i cinesi stanno pagando il Milan a rate?
E’ un caso più unico che raro. Fininvest e Sino-Europe, guidata dall’uomo d’affari cinese Yonghong Li, hanno pattuito un prezzo di 740 milioni di euro: 520 milioni alla holding della famiglia Berlusconi, più l’accollo di 220 milioni di debiti. Le trattative di questo tipo vengono solitamente chiuse in un colpo solo: una firma e una transazione bancaria. Certo, i pagamenti possono anche essere dilazionati nel tempo, ma spesso a fronte di una fidejussione bancaria che faccia da garanzia cosicché il controllo delle società passi di mano subito. E’ successo così per l’Inter quando Massimo Moratti vendette a Erick Thohir e poi quando lo stesso Thohir passò la mano ai cinesi di Suning, la scorsa estate. Stessa modalità per la cessione della Sampdoria a Massimo Ferrero da parte della famiglia Garrone (che però alla data dell’ultimo bilancio disponibile continua a garantire per l’attuale proprietario). Percorso identico anche per James Pallotta che ha rilevato la Roma nel 2011. In tutti questi casi di caparra neppure l’ombra. Sono arrivati, invece, i contanti o le garanzie bancarie.
2)    Perché i cinesi non si avvalgono di advisor finanziari?
Di solito operazioni di questo genere vengono finanziate da diversi istituti, proprio per la complessità di mettere insieme, rapidamente, le cifre necessarie a chiudere l’affare. I cinesi, invece, non hanno voluto l’aiuto di nessuno dichiarando di avere a disposizione tutto il budget. Eppure non riescono a transare. Evitando di chiedere l’intervento di una banca hanno evitato un controllo dei conti (due diligence) approfondito, come quelli che sono necessari quando nelle trattative sono coinvolti i Pep: persone politicamente esposte, come nel caso di Silvio Berlusconi. Nessuna banca, quindi, e nessuna indagine approfondita sulle parti in causa.
3)    Chi è Yonghong Li?
Nessuno lo sa. Prima della sua complicata scalata al Milan non era mai entrato nei radar dei media, ma neppure degli imprenditori e dei diplomatici. Non era noto agli uffici del commercio con l’estero e neppure alle ambasciate. Anche per gli addetti ai lavori del calcio orientale è un mistero. Per Marcello Lippi che in Cina è una divinità si tratta di uno sconosciuto, Fabio Cannavaro ammette di saperne poco. Alberto Forchielli, partner di Mandarin Capital, ha più volte detto che la cordata non esiste. Poche informazioni anche in rete, ma probabilmente dipende anche dal diverso alfabeto. Il Sole 24 Ore, invece, è riuscito a scoprire di una multa comminatagli da parte della Borsa di Shanghai per attività irregolari. Di certo, però, c’è un Yonghong Li tra i Panama Papers: è uno dei tre intestatari di una società offshore a Panama. Potrebbe essere un caso di omonimia, ma il diretto interessato non ha mai smentito. La società, Alkimiaconst Sa, è stata aperta da Mossack Fonseca, lo stesso intermediario che ha creato, Struie una cassaforte di cui si sono serviti sia Silvio Berlusconi sia Flavio Briatore (benché i loro nomi non compaiano direttamente nelle carte panamensi): a rimpierla, invece, era stato l’avvocato britannico David Mills, creatore di un sistema offshore da 775 milioni di euro. L’ipotesi è che Yonghong Li sia l’apripista di altri investitori che non vogliono esporsi.
4)    Di chi sono i 200 milioni versati a Fininvest?
La prima tranche è stata pagata da Yongyong Li, probabilmente attraverso Crédit Suisse, la banca svizzera coinvolta nei Panama Papers che a maggio dello scorso anno ha annunciato la chiusura dei suoi uffici nel paradiso fiscale centroamericano. La banca – che rifiuta ogni commento – è stata più volte accusata di aver aiutato contribuenti di tutti il mondo a eludere il fisco: negli Stati Uniti hanno pagato una multa da 2,5 miliardi di dollari, in Italia hanno transato 109,5 milioni di euro nell’ambito dell’accusa di aver aiutato 13mila contribuenti a evadere 14 miliardi di euro. La seconda tranche è un mistero. I 100 milioni sono effettivamente arrivati in casa Fininvest, ma prima hanno fatto il giro del mondo: sono partiti da un veicolo (Willy Shine, con una chiara allusione sessuale, come nota l’Oxford Dictionary) con sede alle Isole Vergini Britanniche – lo stesso paradiso fiscale noto a tanti imprenditori italiani, da Berlusconi a Galliani – per arrivare alla sede di Hong Kong di Huarong, l’asset manager controllato dal governo, che li ha poi girati a Fininvest.
5)    Perché è stata necessaria questa triangolazione?
Nessuno sa spiegarlo. Huarong, al momento, non fa parte della cordata Sino-Europe, ma avrebbe anticipato l’ultima caparra da 100 milioni (la società non conferma l’operazione, ma il documento pubblicato da Calcio e Finanza riporta la firma di un suo dipendente). La prima versione ufficiale è che Huarong non avesse tutte le autorizzazioni necessarie per superare il controllo dei capitali imposti dal governo cinese. Eppure, il bonifico per Fininvest non è partito dalla Cina, ma dalla sede di Hong Kong di Huarong dove la valuta è il dollaro locale e non il renminbi cinese oggetto di controllo. E, infatti, mentre in Cina è effettivamente in atto una stretta sull’uscita dei capitali, l’ex colonia britannica rimane una zona franca. La secondo spiegazione, invece, è che Huarong non avesse 100 milioni disponibili a Hong Kong, ma è una giustificazione che regge solo fino a un certo punto: il gruppo, infatti, ha un fatturato da oltre 11 miliardi di dollari e asset gestiti per oltre 110 miliardi e negli ultimi due anni ha collocato obbligazioni in dollari americani per quasi cinque miliardi.
6)    Dal momento che dicono di avere molti capitali all’estero, perché i cinesi non hanno direttamente creato un veicolo offshore per comprare il Milan?
E’ un’altra domanda senza risposta. Dal momento che l’arrivo di una stretta sui movimenti di capitali era attesa e in parte dovuta alla promozione del Renminbi tra le valute di riserva del Fmi, Sino Europe avrebbe potuto far partire l’operazione direttamente dalle Isole Vergini, invece ha preferito complicarsi la vita.
7)    E’ davvero credibile che la stretta sui capitali impedisca di chiudere l’operazione?
Per tutti gli esperti contattati da Business Insider no. Sono strane le lungaggini burocratiche – i tempi per avere le autorizzazioni a completare gli investimenti all’estero sono di circa 50 giorni – ed è strano l’approccio delle parti alla trattativa. Secondo i dati dell’Ice, l’Istituto per il commercio estero, l’interscambio tra Cina e Italia resta costante. Di più: tra il 2006 e il 2015 lo stock di denaro investito dalla Cina all’estero è arrivato a 1.097 miliardi di dollari (145 miliardi solo nel 2015) e il governo ha annunciato di voler aumentare la quota di altri mille miliardi tra il 2016 e il 2020. Se Pechino ha davvero intenzione di investire 200 miliardi di dollari l’anno all’estero, perché fatica ad autorizzare una spesa da 520 milioni, pari allo 0,25% dell’importo annuo? Se il governo – come sbandierato da Sino Europe – ha davvero autorizzato l’acquisizione del Milan perché adesso la ferma? E, in fondo, Huarong è davvero controllata dal governo di Pechino.
8)    Perché Sino Europe non comunica la lista dei nomi?
La compagine azionaria di Sino Europe è un mistero. Vuole essere un fondo di private equity, ma si comporta come una piccola società di amici. I nomi messi in circolazione cambiano in continuo: nel calderone è finita anche China Construction Bank – poi uscita dalla lista -, ma la sostanza non cambia, a parole sarebbero tutti soci con fatturati da decine di miliardi. Di più, avrebbero già messo tutto il capitale necessario, ma allora perché non riescono a comprare il Milan nei tempi prestabiliti? Di certo esiste una lista di soggetti interessati all’operazione, ma nessuno è vincolato a investire. Un’altra spiegazione è che grandi venissero resi pubblici, i venditori potrebbero provare a chiedere ancora più soldi.
9)    Perché non viene rispettato il protocollo degli affari asiatici?
In Cina l’etichetta è tutto. Prima di parlare di affari è fondamentale conoscersi e i cinesi non amano gli emissari. Vogliono incontrare l’azionista, vogliono conoscere il venditore. Di più: vogliono il loro biglietto da visita per poterlo conservare. E non lo accettano per interposta persona: il biglietto da visita va consegnato con le due mani e un leggero inchino del capo. Tutto questo, invece, non è mai accaduto. Sono stati i cinesi a venire in Italia, mentre pare che Silvio Berlusconi non sia mai stato in Cina a condurre le trattativa. Neppure risulta ci sia stata sua figlia Barbara.
10)    Perché la data del closing cambia continuamente?
Se davvero Sino Europe ha già raccolto tutti i soldi necessari da tempo, perché non ha chiuso l’affare a settembre, prima che scattasse l’ampiamente atteso controllo dei capitali.
11)    Perché il Milan non può spendere per la campagna acquisti di gennaio?
Gli accordi prevedono che tutte le spese sostenute da Fininvest per il Milan a partire dal primo luglio 2016 fino alla data del closing siano rimborsate da Sino-Europe alla famiglia Berlusconi. Compreso, quindi, il calcio mercato. Tanto è vero che in società è entrato Marco Fassone, ad in pectore e uomo forte dei soci cinesi, ma perché allora non vengono aperti i cordoni della borsa in un momento in cui il Milan può ambire a posizioni di vertice? Quali altri garanzie servono per operare sul mercato? Ci sono dei dubbi sul successo dell’operazione? A spazzarli via sarebbe bastata una fidejussione bancaria.
12)    E’ possibile che siano soldi di Fininvest?
E’ impossibile dare un risposta. Di certo c’è che alle Isole Vergini Britanniche esiste una delle casseforti riferibili a Silvio Berlusconi, ma è troppo poco anche per avanzare un sospetto. Inoltre, far rientrare dei soldi attraverso la Cina sarebbe un’operazione al quanto azzardata e infatti la holding della famiglia Berlusconi respinge ogni illazione. I fatti accaduti finora, però, indicano che il tira e molla con i cinesi ha già portato a Milano 200 milioni di euro di caparra che resteranno nelle casse della anche se la vendita del Milan non dovesse concludersi.

mercoledì 12 aprile 2017

IL DECRETO BIS MINNITI SULL'IMMIGRAZIONE E' PALESEMENTE INCOSTITUZIONALE

Risultati immagini per tribunali speciali fascisti
Il decreto Minniti bis che riguarda l'immigrazione e che viene dopo quello sul decoro urbano e l'ordine pubblico,costituito ad arte solo per rinviare dei problemi e per colpire le fasce di abitanti più povere e disagiate(vedi:madn un-decreto-contro-il-disagio  e i relativi links)è incostituzionale oltre che essere immorale,ma l'integrità esula dall'ordinamento giuridico italiano.Il fatto che possano costituirsi tribunali speciali come al tempo del fascismo e costituire giudici speciali e straordinari va contro una legge costituzionale creata appunto per non ricadere negli errori del periodo dittatoriale fascista quando i sopracitati tribunali speciali per la difesa dello Stato vennero formarti per colpire gli oppositori del regime.Gli articoli pressoché simili presi da Left(una-cosa-da-sapere-sul-decreto-minniti )e da Contropiano(limmigrazione-mano-al-decreto-minniti ),meglio metterli entrambi per avere più chiarezza,parlano non solo di questo ma anche di altri elementi quale l'assenza dell'imputato durante il processo o l'abolizione dell'appello per sveltire le pratiche,non hanno nulla in comune con il nostro sistema di giustizia.
Una cosa da sapere sul decreto Minniti. Che è a rischio costituzionalità
Il decreto Minniti, approvato da Senato e che dalla Camera, che ha già votato la fiducia al governo, contiene alcune norme che ledono gravemente alcuni principi costituzionali.Vengono, innanzitutto, istituite delle sezioni specializzate in materia di richiesta di asilo che appaiono in palese contrasto con quanto previsto dall’art. 102 della Costituzione che fa espresso divieto di costituzione di giudici speciali e straordinari.
Ai più potrà apparire una questione banale, ma la volontà del costituente, ratificata nell’art 102, 2 comma, della nostra carta fondamentale, era quella di impedire il ripetersi di fenomeni come quelli che, durante il fascismo, nel 1926, portarono all’istituzione del tribunale speciale per la difesa dello Stato, per colpire gli oppositori del regime, sostituendosi alla magistratura di ruolo, poco prona, nonostante tutto, ai desiderata del regime.
Il nuovo rito introdotto con il decreto Minniti limita in maniera inaccettabile il contraddittorio fra le parti, prevedendo un rito camerale senza udienza nel quale, al giudice che dovrà decidere, verrà messa a disposizione la registrazione video del colloquio del richiedente asilo davanti alla commissione territoriale, senza che l’immigrato possa essere sentito. Immaginate un processo senza che la persona interessata possa parteciparvi: è un vero e proprio mostro giuridico.
Viene poi abolito l’appello, per ragioni di celerità, a scapito delle garanzie del giusto processo. Si tratta di un vulnus gravissimo allo stato di diritto liberale che apre, peraltro, un precedente per nulla rassicurante: oggi tocca agli immigrati, domani, chissà, magari ai lavoratori piuttosto che ai poveri, dopodomani agli oppositori. Quando si apre un piccolo varco nelle garanzie, il rischio che poi questo stesso varco possa essere utilizzato per introdurre ulteriori limitazioni nei confronti di altri cittadini è evidente, anche considerato il livello e lo spessore della classe politica italiana.
Non mi interessa chi ha votato o meno la conversione di questo decreto. È evidente che la destra del nostro Paese ha vinto culturalmente prima che elettoralmente, stabilendo l’agenda politica ai partiti ad essa avversi e riuscendo a tradurre i suoi slogan in leggi dello Stato. Penso sempre di più che in Italia ci sia bisogno di una sinistra radicale e populista anche perché, come dice un proverbio africano, la notte può essere molto lunga, ma il giorno arriverà di sicuro.

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L’immigrazione in mano al “decreto Minniti”.

di Redazione Contropiano 
Il secondo “decreto Minniti”, quello sull’immigrazione, è un salto di qualità pari soltanto al primo decreto dell’identico ministro (sul "decoro e l'ordine pubblico"), e ispirato alla stessa filosofia: le persone sono nulla, i diritti sono una concessione arbitraria, la difesa legale va abolita. O comunque ridotta al minimo.
Ieri la Camera ha dato il via libera a questa abiezione, approvandola in via definitiva e dunque dandole l’aura della “legge”. Un po’ come le leggi razziali, che definivano una sfera giudiziaria a parte per i “non ariani”.
La novità giuridica più grande di questa “legge” è infatti la soppressione di un grado di giudizio per quanto riguarda i ricorsi presentati da migranti. Il caso tipico è quello della richiesta di asilo o di soggiorno. Quando scatta il “niet” dell’autorità di polizia si può ricorrere alla magistratura, ma scompare il grado di Appello. In teoria resta la Cassazione, che però si occupa solo di verificare la legalità formale degli atti che hanno portato al rifiuto. Dunque, non entrando nel merito, basterà mettere tutti i timbri al posto giusto per rendere anche questo grado di giudizio inoffensivo.
Tutto il resto è banale incremento delle procedure di identificazione ed espulsione, potenziamento delle forze di polizia e “efficienza” del meccanismo selettivo.
Vengono istituite – presso ognuna delle 26 Corti d’appello – sezioni specializzate "in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell'Unione europea". Dovranno occuparsi di mancato riconoscimento del diritto di soggiorno per cittadini dell’Unione Europea sul territorio nazionale, nonché dell’eventuale impugnazione del provvedimento di allontanamento per motivi di pubblica sicurezza (sempre nei confronti di cittadini comunitari ma sgraditi).
Più ampia la casistica riguardante gli extracomunitari. Le sezioni si occuperanno infatti di riconoscimento o meno del diritto alla protezione internazionale; di mancato rilascio, rinnovo o revoca del permesso di soggiorno per motivi umanitari; di approvazione o rifiuto del nulla osta al ricongiungimento familiare o del permesso di soggiorno per motivi familiari; di accertamento dello stato di apolidia e accertamento dello stato di cittadinanza italiana.
Ed è qui che si eserciterà il massimo dello sforzo perché le “misure per la semplificazione e l'efficienza delle procedure davanti alle commissioni territoriali” trovino applicazione in tempi brevi, approvando un “nuovo modello processuale” che permette di ridurre a soli quattro mesi il procedimento che si conclude "con decreto che rigetta il ricorso" o "riconosce lo status di rifugiato o di persona cui è accordata la protezione sussidiaria". Soli 30 giorni per ricorrere in Cassazione, poi raus!
Le stesse “commissioni territoriali” vengono potenziate con 250 assunzioni, in modo da sveltire le procedure di fronte al prevedibile aumento delle richieste, conseguenza di fermi più frequenti nelle strade di persone “dall’aspetto straniero”.
Sparisce la parola Cie, entrata ormai nel lessico come sinonimo di lager, ma restano le strutture, che assumono il nome di Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio, di modo che sia chiaro l’esito…). Anzi, aumentano di numero per applicare la scelta politica di avere strutture più piccole (100-150 “ospiti temporanei”), distribuite su tutto il territorio nazionale.
Ogni migrante fermato – dopo uno sbarco o in mezzo a una strada – verrà portato presso presso appositi "punti di crisi" dove dovranno esser fotografati, identificati con impronte digitali. L’evetuale rifiuto del migrante a questo tipo di identificazione sarà equiparato al “pericolo di fuga” e dunque giustificherà la reclusione nei centri Cpr.
Esplicitamente prevista infine la possibilità di impiegare i fermati in “lavori socialmente utili”, ricorrendo a fondi europei e coinvolgendo le imprese del cosiddetto “terzo settore” (chissà come sarà triste Salvatore Buzzi, nel vedersi temporaneamente escluso dalla possibilità di utilizzare questa normativa…).

POCHI GIORNI ALLA DITTATURA TOTALE IN TURCHIA


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Nella settimana che porterà al voto sul presidenzialismo turco,o meglio dire verso un più che probabile sultanato e/o califfato nelle mani di un solo uomo,Erdogan,non è che ci si possa aggrappare molto alla speranza che in questo caso le intenzioni di voto ed i sondaggi possano cambiare per determinare clamorosi ribaltoni come avvenuto ultimamente inUsa,Italia e Gran Bretagna.
Erdogan vincerà e la Turchia sarà sempre più in balia della sua sete di potere,fama e sangue e sarà lui a decidere in prima persona eventi come la guerra in Siria o il contenimento dei profughi nei propri confini,oltre che mettere il becco negli scontri geopolitici in tutto il medioriente.
Non sarà certamente una vittoria omogenea su tutto il vasto territorio turco,zone come il Kurdistan lo vedranno sconfitto al referendum mentre in altre il suo trionfo sarà su larga scala e in altri di poco margine,ma comunque sarà il vincitore.
Dei turchi residenti all'estero hanno votato meno della metà dopo la campagna elettorale che ha varcato i confini nazionali e che ha provocato più che tensioni in Germania e soprattutto in Olanda con veri e propri scontri(madn fermare-erdogan ).
Per contrastare questo dittatore che vedrà dopo il 16 aprile la sua posizione ancora più tirannica la soluzione dell'eliminazione fisica è quella che più circola negli ambienti dell'estremismo,ma potrebbe portare ad un nulla di fatto in quanto i probabili successori magari saranno pure peggio,cosa in assoluto non preventivabile perché la cattiveria,il doppiogiochismo e la brama di potere di Erdogan,finanziatore dell'Isis nonostante le sue smentite,è simili a poche nella storia della disumanità.
Articolo preso d Contropiano(turchia-davanti-al-referendum-erdogan ).

Turchia davanti al referendum di Erdoğan.

S’approssima il voto popolare sul presidenzialismo turco. Nel fine settimana Erdoğan s’è recato nella tana del lupo: l’Istanbul riottosa, laica, ribelle, colei che con la rivolta del Gezi park ha segnato l’avvìo della terza fase politica del percorso del premier e ora presidente, caratterizzata dallo scontro e dal dominio. Incondizionati.Quella, comunque, è anche la sua tana. Lì ha iniziato l’ascesa al potere, vestendo i panni di sindaco e negli anni una grossa fetta della metropoli cosmopolita s’è fortemente islamizzata. Gli istanbulioti e le tantissime giovani istanbuliote che hanno partecipato alla manifestazione per il sì hanno dato energia alla prova di forza voluta lì predisposta. Ragazze orgogliosamente velate agitavano cartelli con l’immagine del presidente, per nulla preoccupate del soffocamento democratico che lamentano i sostenitori del no.
Sul Bosforo i repubblicani, la gioventù laica di sinistra, la comunità kurda, oppositori storici dell’autoritarismo militare o islamista, secondo i sondaggi opporranno una resistenza in ogni urna, ma rovesciare i pronostici che danno vincente il sì risulterebbe un miracolo. Il padre-oratore ha infiammato i sostenitori dicendo che col voto occorre “Far tremare i cuori di coloro che hanno contaminato quella città 99 anni fa”. Il riferimento è parzialmente criptico. Andando al primo conflitto mondiale l’oggetto è straniero: quella Germania e Olanda che, di recente hanno impedito ai ministri di Ankara d’incontrare i connazionali che sono elettori al referendum di domenica prossima. L’immensa platea ha risposto a tono: “Erdoğan è il nostro eroe, ha risollevato la nazione e il popolo”. “Le trasformazioni in corso rendono il Paese più forte”. “Con un governo forte saremo più tutelati e sicuri contro il terrorismo”.
Per il sultano una magnifica conferma che la linea securitaria trova conforto e sostegno fra la gente. E visto che l’offensiva paga, e forse anche le offese, il presidente ha lanciato un rush finale scoppiettante. Ieri ha rivolto un’esplicita accusa a Kılıçdaroğlu, affermando che nella notte del golpe fallito il leader repubblicano avesse patteggiato coi gülenisti una fuga per abbandonare Istanbul sotto attacco del manipolo putschista.
Dal quartier generale del Chp non sono giunte reazioni esasperate. Avranno pensato che di fronte a sondaggi che vedono in ripresa il fronte del no, è meglio non cedere alle provocazioni per non interrompere il trend con una rissa anche solo verbale. L’entourage erdoğaniano non aspetta altro.
Oggi risponde con un’intervista esclusiva ad Al Jazeera uno degli esponenti del no, Sezgin Tanrikulu. Sostiene che il processo riformatore è nato male: Le costituzioni devono avere la condivisione di cittadini e forze politiche, noi andiamo al referendum in un clima di polarizzazione, non di compromesso”. “Anche il Chp vede certi difetti del sistema parlamentare, ma le proposte dell’Akp riescono ad acuire i problemi anziché risolverli. Mentre si abolisce il sistema parlamentare, si va a introdurre un modello maniacale senza precedenti. Il sistema parlamentare non è qualcosa d’intoccabile e sacro, però le questioni che la Turchia attraversa non dipendono da esso, ma dal percorso politico che il Paese ha intrapreso. Ad esempio c’è un problema di rappresentanza con una soglia elettorale al 10% che entrò in vigore dopo il golpe del 1980. Questo difetto è stato ampiamente utilizzato dal partito di governo a discapito di rappresentanze minori”.
E aggiunge: “Nella scadenza elettorale l’Akp sta riversando la ricerca del consenso per la propria linea senza affrontare alcune contraddizioni della fase attuale. Punta a un sì incondizionato, nonostante il conflitto coi kurdi sia tornato a infiammare il Paese; nonostante siano riapparsi palesi orientamenti antidemocratici degli apparati statali. Anche i contrasti con Germania e Olanda appartengono a polemiche fra destre politiche che si alimentano a vicenda, sperando di ottenerne vantaggi nell’urna”.
Intanto s’è avviata la consultazione dei turchi all’estero. Su tre milioni ha votato meno della metà, i dati ufficiosi ne contano poco più di 1,2 milioni.
 
articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it

martedì 11 aprile 2017

UN MOVIMENTO SCHIAVO DEL SUO MARCHIO

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Il pasticcio che sembra del tutto personale,come tutte le vicende che ruotano attorno a Grillo ed al suo partito che ormai è diventato un marchio,un brand da copyright,che ha scatenato a Genova con la scomunica alla legittima candidata del M5 stelle Cassimatis(madn grillo-e-la-candidata-genovesee-milanese )potrebbe avere come risultato l'esclusione di quello che adesso non so se definire appunto partito,movimento o marchio alle prossime elezioni comunali di Genova.
Il tribunale infatti ha sospeso l'esclusione della candidata sindaco Marika Cassimatis e della sua lista in quanto il"fidatemi di me"del guru Grillo come preventivato non costituisce proprio nulla nella legislazione italiana.
I due articoli sotto parlano sia della cronaca di un fatto che deve per forza avere strascichi sulle percentuali di voto verso questi inetti della politica(www.senzasoste.it/caos-m5s-a-genova )che un'analisi dai toni caustici di quello che ora si apre non solo a Genova ma in tutta Italia,con un duo allo sbando(Grillo e Casaleggio Jr.)che comanda dittatorialmente un movimento-partito-brand che non riesce a capirci più nulla...da troppo tempo forse fin dal principio(left m5s-a-forza-di-forzare-la-politica ).

Caos M5S a Genova, il candidato viene “scelto” dal giudice.

di Dante Barontini,da Contropiano
L’abisso senza fondo della politichetta italiana ha prodotto l’ultimo mostriciattolo geneticamente modificato. Il giudice Roberto Braccialini ha sospeso l’esclusione della lista di Marika Cassimatis, la candidata del Movimento 5 stelle vincitrice delle Comunarie per la candidatura a sindaco di Genova, poi sfiduciata da Beppe Grillo che imposto una nuova tornata di votazioni online aperte a tutti gli iscritti in Italia.
Nell’immediato, il pasticcio è divertente. La Cassimatis è ora teoricamente il candidato dei Cinque Stelle a Genova, che però non la vogliono e potrebbero negarle l’uso del simbolo (che è poi l’unica ragione per cui dei perfetti sconosciuti al grande pubblico possono ricevere voti ed essere eletti). L’altro “ripescato” al secondo giro di “comunarie”, Luca Pirondini, potrebbe essere escluso dalla corsa alla carica di sindaco, oppure costretto a presentarsi – anche lui – senza la protezione del brand.
Il divertimento finisce qui.
A noi sembra abbastanza chiaro che una simile follia sia il prodotto di due anomalie che solo la “furberia” della classe politica di questo paese è stata capace di partorire. La prima, e più antica, è quella per cui il dettato costituzionale sulla “forma partito” non è mai stato concretizzato in leggi e regolamenti. La Costituzione recita infatti: “Articolo 49. Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Libertà assoluta, così come per le organizzazioni sindacali, che però rinviava alla necessità di definire per legge cosa dovesse essere un partito, quali prerogative, quali verifiche democratiche interne. Il come, in sostanza, non è mai separabile dal cosa.
Com’è noto, invece, ogni partito presente sulla scena ha preferito tenersi le “mani libere”, aggirando qualsiasi ipotesi di regolamentazione che potesse limitare il dispotismo dei capi temporanei; limitandosi così ad una “autoregolamentazione” affidata a statuti interni, regole di appartenenza ed esclusione, poteri di nomina e revoca, collegi dei probiviri, ecc.
Tutto relativamente è andato bene fin quando i partiti sono stati delle organizzazioni relativamente serie, ovvero effettivamente libere associazioni di uomini e donne che condividevano idee, ideologie, programmi, interessi e dunque anche regole per stare insieme. La “seconda Repubblica” ha visto lo spappolamento – grazie anche all’ubriacatura del “sistema maggioritario” – di quelle formazioni, ridotte ad aggregati casuali di clientele legate a gruppi di interesse e capibastone in perenne lotta reciproca. Oppure a “partiti-azienda” con un capo assoluto e tanti nanerottoli starnazzanti, in competizione per un posto a corte.
La seconda “furbata” – sfruttando il vuoto legislativo – è invece tutta farina del sacco del duo Grillo-Casaleggio, che hanno inventato una forma partito-movimento che si regge sul controllo ferreo di una piattaforma informatica che rappresenta “il marchio” (l’unica cosa che conta) e forme di selezione dei “gruppi dirigenti” alquanto casuali (come si è visto con la prima seria infornata di parlamentari pentastellati e ancor più chiaramente con le sofferenze di quasi tutte le amministrazioni comunali conquistate).
Poteri del “garante” superstite e partecipazione democratica degli iscritti si sono così venuti a trovare su una rotta di collisione continua, con ovvia prevalenza del primo (il marchio è tutto, i singoli non contano nulla). Come in tutti i “vecchi partiti”, a ben vedere (non si poteva essere riconosciuti come democristiani o comunisti fuori dai relativi partiti, a insindacabile giudizio dei gruppi dirigenti); paradossalmente con qualche garanzia in più prevista dai partiti “classici”.
Alla fine della fiera, l’aspetto più assurdo – sul piano strettamente politico – è nel fatto che un giudice sia chiamato ad intervenire per decidere chi, tra i vari candidati di una “libera associazione” abbia “diritto” a rappresentare l’insieme dell’associazione; anche in contrasto con la volontà dell’associazione stessa (del suo “garante” o della maggioranza, in questo caso non fa differenza).
Come a dire che “l’associazione politica” non è più totalmente libera, ma sottoposta a un controllo esterno non regolato da nessuna legge (l’articolo 49 della Costituzione non prescrive nulla, se non la libertà). A rischio finisce lo stesso concetto di rappresentanza politica.
Non sappiamo se il giudice e i “grillini” se ne siano resi conto. Ma il problema è parecchio serio. 

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M5S: a forza di forzare la politica poi la magistratura diventa una segreteria (politica)
GIULIO CAVALLI
Leggere prima di commentare compulsivamente. Vale per tutti: per i piddini antigrillo che in queste ore sono diventati feticisti di quelle stesse Procure che tutti i giorni gli stanno decimendo il partito e, d’altra parte, i piè veloci grillini che commentano partendo dal titolo come fanno gli ultrà che scambiano strisce pedonali per bandiere.
Dunque: che una sentenza possa essere strumentalizzata come ente decisionale ultimo della candidatura a sindaco per un città come Genova mette i brividi. Gli anti-Travaglio in pratica sono diventati per un giorno dei ciucciamanette pur di attaccare il nemico senza rendersi conto della goffaggine messa in scena. Si tenta (male) di convincere una schiera di fideisti che la Cassimatis (bocciata da Grillo e il fantomatico staff) debba essere la candidata del Movimento 5 Stelle. Si racconta, insomma, che un tribunale abbia ordinato a Grillo di perdere. E c’è gente che ci crede, pure. Come se domani Emiliano vincesse le primarie del PD per sentenza (sì, ciao) e Renzi venisse condannato di essere il tesoriere del circolo di Canicattì e niente di più.
Di là invece c’è la questione grillina e la politica fatta come se fosse una partita a burraco tra amici: le regole, ahimè, oltre che scriverle bisogna rispettarle. E così le regole a caso scoreggiate da Grillo in accappatoio diventano (giustamente) contestabilissime di fronte a qualsiasi autorità giudiziaria. Per fare un esempio: se davvero (come scrive il blog di Grillo) le “comunarie” di Genova sono irregolari perché indette con meno di “24 ore di preavviso come stabilito da regolamento” allora sono nulle le liste di Padova, Piacenza e Verona. Solo per citarne qualcuno. Per fortuna non esiste un movimento politico che possa fondarsi sugli umori del proprio capo. Chiunque sia. Se la cialtronaggine impera è normale che la magistratura sembri una segreteria politica.
Facciamo i seri. Su. Politica. Seria.
Buon martedì.

lunedì 10 aprile 2017

RIPASSO SULLE PRIVATIZZAZIONI ITALIANE

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Questo proposto oggi è un ripassino sulle privatizzazioni dei beni pubblici dello Stato che in questi ultimi anni hanno raggiunto il top dell'efficienza disgregativa e dispersiva di risorse e di servizi ma che l'indomani del trattato di Maastricht nel 1992 su importanti,basilari regole future in materia politica ed economica in Europa.
Si analizzano cifre e retroscena di incontri tra politici,banche e imprenditori,i nomi sono conosciuti e nell'arco degli ultimi venticinque anni i vari scenari politici susseguitesi si sono sempre messi d'accordo per smantellare il patrimonio pubblico italiano.
L'articolo preso da Contropiano(le-privatizzazioni-distrutto )parla di un deficit pubblico sempre in aumento incontrollato in barba a quello che doveva essere il principale modo di ridurlo,devastazioni di posti di lavoro e conseguente abbassamento degli stipendi,servizi esternalizzati o privatizzati sempre più scadenti e sempre più costosi,progressivo aumento dei compensi di multinazionali a scapito di medie e piccole imprese,sempre maggiori guadagni concentrati nelle mani di sempre più poche persone.

Come le privatizzazioni hanno distrutto lo Stato.

Se ne parlerà a Roma, giovedi 30 marzo. Il 7 febbraio 1992 a Maastricht fu firmato il Trattato che fissava le regole politiche e i parametri economici e sociali necessari per l'ingresso dei vari Stati nell’ Unione e nell’istituenda moneta unica.
Poco dopo in Italia, il  2 giugno 1992,   si teneva una riunione a bordo del «Britannia», lo yacht della corona inglese, appositamente ancorato presso le nostre coste e con a bordo nomi illustri del mondo finanziario inglese: dai rappresentanti della BZW, la ditta di brockeraggio della Barclay's, a quelli della Baring & Co. e della S.G. Warburg. A fare gli onori di casa era la regina Elisabetta II d'Inghilterra.
Erano venuti per ricevere rappresentanti dell'ENI, dell'AGIP, Mario Draghi del ministero del Tesoro, Riccardo Gallo dell'IRI, Giovanni Bazoli dell'Ambroveneto, Antonio Pedone della Crediop, alti funzionari della Banca Commerciale e delle Generali, ed altri della Società Autostrade.
Si trattava di discutere i preparativi per mettere sul mercato finanziario internazionale il patrimonio industriale e bancario pubblico del nostro paese. Draghi avrebbe detto agli ospiti inglesi: "Stiamo per passare dalle parole ai fatti".  E così avvenne poco dopo con il Protocollo del 31 luglio 1992 tra il governo Amato e Confindustria, Cgil, Cisl e Uil con il titolo “politica dei redditi, lotta all'inflazione e costo del lavoro” con cui si affermava la necessità che le predette organizzazioni sindacali – in cambio della loro sovvenzionata istituzionalizzazione nei processi di gestione sociale – condividessero lo sforzo del governo per  “una immediata azione di freno dell'inflazione e una significativa riduzione del disavanzo statale” (e cioè spostamento del reddito  dai salari ai profitti e privatizzazioni) per “riconvergere verso i parametri del trattato di Maastricht”. Da quel momento la svalorizzazione del lavoro con cooptazione della sua rappresentanza, e la privatizzazione di imprese e banche e servizi pubblici, sono state le due inseparabili facce della stessa medaglia appesa sul petto dell’Italia nella costruzione dell’Europa di Maastricht.
Ed infatti  il processo di privatizzazione di imprese e banche di proprietà pubblica, avviato in Italia con il primo governo Prodi in vista dell’ingresso nell’Euro, è diventato un caso di studio a livello internazionale per la dimensione delle vendite, nel mondo inferiori solo a quelle del Giappone e del Regno Unito. Ed invece nel corso degli anni 2000 se ha subito un rallentamento (con i vari governi Berlusconi) la quantità di imprese e banche portate dal pubblico al privato, è stato portato il privato nel pubblico con forme crescenti di esternalizzazione nell’erogazione dei servizi e nella gestione del welfare. E ciò irresistibilmente ha viaggiato a prescindere dallo schieramento politico al governo sino a giungere agli esiti più estremi con i cd “Decreti Madia”, tutt’ora ampiamente nell’agenda politica a breve del paese nonostante la recente parziale bocciatura costituzionale.
E dentro questo c’è stato un ventennio di legislazione e contrattazione tesa a costruire un pubblico impiego idoneo a questa ristrutturazione: sempre meno numeroso, sempre meno retribuito e sempre meno sottoposto a processi di riqualificazione delle competenze e delle mansioni, ed invece sempre più deriso e servilizzato, ricattabile, anziano, isolato. E tutto ciò ha portato alla liquidazione del patrimonio pubblico del paese non solo senza alcun beneficio di bilancio (essendo il debito pubblico assai cresciuto da allora) ma con aumento delle tariffe e del costo dei servizi e  contestuale riduzione della loro qualità, distruzione di posti di lavoro ed abbassamento degli stipendi dei lavoratori e dei fatturati delle medie e piccole imprese, incremento della corruzione e della diffusione delle mafie, progressiva distruzione della capacità produttiva italiana e concentrazione del capitale in poche ricchissime mani, sempre più quelle di multinazionali. 
Il Forum Diritti Lavoro, con Usb, ritiene che venticinque anni dopo sia venuto il momento di un bilancio, e di un rilancio. E vi invita a partecipare al convegno i cui atti diverranno la base per l’uscita del secondo numero della rivista “I Quaderni  del Forum Diritti Lavoro” .
L'appuntamento è a Roma giovedi 30 marzo, ore 15,30 Centro Congressi Cavour, Via Cavour 50/A  Roma. Interverranno Paolo Maddalena, Arturo Salerni, Carlo Guglielmi, Giorgio Cremaschi, Rita Martufi, Luigi Romagnoli, Lorenzo Giustolisi, Pierpaolo Leonardi, Paola Palmieri, Franco Russo.

DOMENICA E LA TAPPA DELL'ORRORE EGIZIANA


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La strage egiziana che ha sconvolto ieri l'Egitto e non solo con due attentati presso le chiese copte di Alessandria e di Tanta hanno la stessa mano e la tessa regia di quelle ultime russe e svedese,e prima ancora di moti altri Stati europei e africani o mediorientali di cui si parla meno sempre che se ne parli.
A pagare il prezzo della follia daesh stavolta i cristiani copti diffusi soprattutto in Egitto,Etiopia ed Eritrea,che con la celebrazione della domenica delle palme ha fatto sì che nelle chiese degli attentati dinamitardi i terroristi abbiano potuto trovare il pieno per amplificare il numero delle vittime.
L'articolo preso da Contropiano(egitto-linfinita-domenica-delle-salme )estende il discorso oltre i singoli episodi di ieri allargando l'orizzonte sul tentativo dell'Isis di allargare e di aver approfittato del periodo delle primavere arabe quando l'Egitto fu ad un passo dalla guerra civile ai tempi di Mubarak e di Morsi(vedi:madn ultimatum-egiziano e madn la-sfinge ).

Egitto. L’infinita domenica delle salme.

La domenica delle salme celebrata in Egitto, scegliendo data e simboli precisi: un giorno speciale per il mondo cristiano che agita le palme della pace e luoghi di culto di una comunità religiosa di frontiera qual è quella copta, offrono conferme dei nuovi scenari battuti dall’Isis.Se ne discute da tempo: strappare territori occupati per due anni dallo Stato Islamico, produce ritorsioni e aperture di nuovi fronti di guerra. E’ un copione che somiglia ad altre fasi storiche, sottolineano vari analisti, quello attuato agli inizi del terzo millennio dalla struttura madre del terrorismo islamico, quel qaedismo che colpiva nei territori di suo interesse (Medio Oriente) e in casa del nemico occidentale.
Tutto ciò riaccade dall’inizio del 2015 con l’attentato alla redazione del Charlie Hebdo primo stadio dell’attacco portato al cuore della vita occidentale che ha avuto, e drammaticamente potrà avere, ulteriori episodi sanguinosi che ne destabilizzano la quotidianità. Ma la struttura del Daesh attacca e s’inserisce in ogni terreno fertile per poterne ricavare adesioni e ingigantirne disorientamento e paura. Dalla Siria, Iraq, Libia, aperti campi di battaglia di conflitti tuttora irrisolti e difficilmente risolvibili, viste le ingerenze e gli interessi dei colossi della geopolitica mondiale, s’aggiungono aree dove instabilità e malcontento risultano cronici e ingigantiti dalle pseudo soluzioni in corso.
Pensiamo all’Afghanistan dei governi fantoccio introdotti e sostenuti dagli Stati Uniti, e all’Egitto diviso fra il desiderio di cambiamento che potesse risollevare le condizioni di disagio e miseria di un’ampia fetta della popolazione e l’incertezza della soluzione del governo islamico presto affossata dal golpe militare di Sisi. Due situazioni che nascondono le grandi bugie dei rispettivi establishment propugnatori d’un processo “democratico” in corso con presunzione di sicurezza e stabilità.
Falsità smentite dagli episodi di cronaca, imposti dagli oppositori armati, siano essi talebani o jihadisti locali che proseguono attacchi e attentati, oppure introdotti dal disegno dell’Isis d’inserirsi in ogni crepa dei regimi con cui l’Occidente continua a controllare certi Paesi. Il passo verso l’ennesima sicurezza di facciata annunciato dal presidente Sisi coi tre mesi di stato d’emergenza, che peraltro seguono misure specialissime già in atto dai mesi successivi alla sanguinosa repressione e persecuzione della Fratellanza Musulmana, è solo una sceneggiata.
Proprio quel sangue e quella galera hanno fornito una prima manciata di adesioni al jihadismo locale, su cui il brand del Jihad firmato Isis ha potuto mettere le mani, com’è accaduto nelle situazioni di conflitto aperto. Probabilmente anche i più estremi teorizzatori della pratica di morte applicata alla politica, su ogni fronte, considerano il terrore un’arma con cui soggiogare l’avversario non il fine ultimo.
Sebbene la grande Storia, anche recente, abbia offerto smentite. Una su tutte: il nazismo. Il Daesh degli sgozzatori e dei kamikaze deflagratori, è parso appartenere a queste aberrazioni del pensiero distruttivo ammantato di finalità ideali o religiose. Trova, però, appiglio nelle mille contraddizioni del panorama geopolitico internazionale, un sistema che continua a fornire la materia prima per una guerra all’apparenza insensata. Assurda solo a occhi superficiali o colpevolmente complici oppure unilaterali nelle valutazioni, alla stregua dei combattenti della ‘guerra santa’ e dei loro mentori.
Perché ciò che accade e continua a succedere attorno a noi, è una trita ripetizione di scelte inadeguate per un’esistenza condivisa fra sistemi economici, ceti sociali, etnìe, fedi. Le iniquità, le marginalizzazioni individuali e collettive rappresentano l’asse portante della collera con cui pezzi di mondo si scontrano. Le stesse religioni, che tanti soggetti e comunità riscoprono e indicano come via di comprensione e dialogo, al di là dei buoni uffici di chi in certe fasi come l’attuale le rappresenta, non sembrano poter incidere né sulle scelte del fondamentalismo e fanatismo offerte dalle fedi medesime o da chi si reputa un adeguato esegeta, né sulle linee strategiche di nazioni e culture ispirate da croci, mezzelune o altro.
Anche questo fenomeno non è nuovo, l’umanità ha attraversato periodi bui con le guerre di religione. La fase che viviamo lega vuoti ideali, a certezze radicatissime basate su profitto, sopraffazione, egoismi che fomentano frustrazioni aggressive più che alternative risolutrici. 

domenica 9 aprile 2017

MA CHI FERMA I VERI STATI CANAGLIA?


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Proprio non ce la fanno gli Stati Uniti e l'Europa,l'occidente ed il suo"civile"mondo,a non intrattenere relazioni pubbliche sociali ed economiche con i governi che tutti sappiamo che finanziano il sedicente Stato islamico.
Sono decenni che le petrolmonarchie della penisola araba operano direttamente con i signori della morte(madn le-petrolmonarchie-arabe-vogliono-la.testa di assad )foraggiando senza nemmeno nasconderlo troppo l'Isis(madn le-origini-dei-tagliagola )in questi ultimi anni,e prima Al Qaeda e i talebani creati,cresciuti e coccolati dagli Usa fin dagli anni ottanta.
L'articolo preso da Contropiano(non-ce-alcuna-vera-guerra-al-terrorismo-islamico-parte-usa-ue )è un'intervista al vicedirettore di Famiglia Cristiana che parla della non guerra che si sta facendo al terrorismo,in quanto da quando si è aperta la caccia al terrorista dopo l'undici settembre ben poco si è fatto,anzi nulla,contro l'Arabia Saudita(madn lamicizia-sempre-piu-scomoda-con.l'arabia saudita )e i veri stati canaglia e molto contro i poveretti vari dall'Iraq all'Afghanistan passando per Siria e Libia.

“Non c’è alcuna vera guerra al terrorismo islamico da parte di Usa e Ue”.


Stavolta gli Usa hanno attaccato la Siria. Ne parliamo con Fulvio Scaglione, giornalista, da anni vicedirettore di Famiglia Cristiana. Buongiorno Fulvio, grazie per essere con noi.

Grazie a voi, buongiorno a tutti.
 
Ci siamo svegliati questa mattina con l'attacco, con i 59 missili statunitensi lanciati sulla Siria e quindi con una guerra che è un po' più vicina ancora?
No, io non credo che questo sia il prologo di una terza guerra mondiale, come molti dicono e anche con qualche legittima preoccupazione. Penso invece che sia l'ennesima recita, l'ennesima messa in scena di questa guerra che da sei anni; oltre ad essere un grottesco incredibile massacro, è anche una rappresentazione. Io credo che i russi fossero avvisati di questa operazione americana, che è un'operazione molto mirata, condotta per fare, in realtà, il minimo dei danni e per non dare l'idea che si tratti di una rappresaglia indiscriminata. Credo che questa operazione non sia stata varata da Trump per le ragioni dichiarate. Certamente non è un'operazione che contribuisce ad eliminare il terrorismo, come ha dichiarato Trump. Certamente non è un'operazione che farà cadere il regime di Bashar al-Assad. Credo che Trump avesse bisogno di lanciare un segnale al proprio elettorato e all'opinione pubblica interna americana, un segnale che dica: “non è vero che sono succube dei russi, non è vero che sono disposto a qualunque compromesso per compiacere Vladimir Putin”. Questo il senso. D'altra parte è un'operazione militare che ci dice anche altre cose. Per esempio ha fatto più danno a Bashar al-Assad in una notte Trump di quanti anni abbia fatti in due anni e mezzo Barack Obama all'Isis con i suoi presunti bombardamenti. Anche questa è una cosa da rilevare. Naturalmente resta invariata la situazione nella provincia di Idlib, dove c’è stato l’attacco dell’altro giorno che tanti morti ha fatto; perché, per quanto si faccia sfoggio di sdegno e di pietà, la situazione nella provincia di Idlib resta questa: i “ribelli moderati”, quelli che dovrebbero essere, secondo alcuni, la speranza della Siria del futuro, sono in fortissima difficoltà, perché la prevalenza militare nella provincia è tutta a favore dei jihadisti di Al Nusra, che sono militanti di Al Qaeda. Quindi la situazione lì è quella; cioè che il terrorismo sta avendo la prevalenza netta in questa provincia che ancora sfugge al controllo di Russia e di Assad.
 
Quello che mi colpisce di questa situazione, e di altre in passato, è come non si riesca a capire quali sono le conseguenze di certi atti. L’attacco terroristico globale che stiamo vivendo negli ultimi anni certamente non è scollegato dalle politiche che l’Occidente ha tenuto nell’area per 25 anni. eppure il metodo sembra continuare ad essere lo stesso. Mettiamo mano, facciamo quello che ci serve nel momento contingente, senza nemmeno un briciolo di sguardo di medio o lungo periodo. E’ una lettura possibile?
E’ sicuramente è una lettura possibile. Però io insisto, anche la presunta “guerra al terrorismo” che fu proclamata nel 2001 dopo gli attentati alle torri gemelle è, a sua volta, una rappresentazione. Dal 2000 al 2016 i morti per opera del terrorismo islamico, che è al 95% terrorismo islamico sunnita, sono cresciuti di 9 volte. Quindi non c’è alcun risultato in questa lotta al terrorismo, perché, secondo me, non c’è alcuna vera guerra al terrorismo islamico. Non può esserci nessuna vera guerra al terrorismo islamico finché i paesi occidentali – per primi gli Usa, ma anche Regno Unito, la Francia, l’Italia stessa – sono i migliori amici, i migliori partner commerciali, i migliori alleati militari dei paesi che, in base a tutto ciò che noi sappiamo, sono i principali sponsor e finanziatori e ideologhi del terrorismo. Cioè le petromonarchie del Golfo Persico. Questa non è un’opinione, è un dato di fatto. Tutto ciò che noi di serio, di scientifico, sappiamo, ci dice che i paesi che ispirano e finanziano il terrorismo islamico nel mondo sono quelli: l’Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait. Quelli, e sempre quelli, da 40 anni. D’altra parte questa nostra conoscenza ci è stata confermata anche dalle e-mail di Hillary Clinton, che Wikileaks ha rivelato prima nel 2010 e poi nel 2015. Basta andare a vedere sul sito di Wikileaks, leggersi le cose che la Clinton scriveva ai suoi collaboratori in queste occasioni. E’ la stessa Clinton che dice che i governi di Arabia Saudita e Qatar sono i finanziatori dell’Isis. Quindi, siccome noi non prendiamo provvedimenti contro questi paesi, ma prendiamo provvedimenti contro paesi che hanno magari altre responsabilità, ma non quelle – come abbiamo fatto con l’Iraq, con la Libia, la Siria – è ovvio che nessuna guerra al terrorismo esista realmente e nessun risultato sarà ottenuto.
 
E’ inquietante questa ricostruzione, anche perché molto attinente alla realtà. Cosa ci possiamo aspettare invee nei rapporti tra Stati Uniti e Russia, anche alla luce di quello che lei diceva poco fa: i russi erano stati avvisati dell’imminente attacco.
Io credo che in Medio Oriente e Nord Africa, tra Stati Uniti, Russia, Israele, Siria, ecc. si stia giocando una partita molto complicata. E’ di queste ore, ad esempio, la notizia che la Russia ha deciso di riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale dello stato di Israele; che è una presa di posizione abbastanza clamorosa. E’ la stessa presa di posizione che aveva ventilato Trump, e che era stato criticatissimo per questo. La stessa Israele, peraltro, che ha sostenuto, appoggiato Trump nei suoi bombardamenti contro la Siria. Quindi in tutta quest’area, questa vasta vasta area destabilizzata, si sta giocando una partita tra potenze regionali e potenze globali molto complessa, molto complicata, che evidentemente in parte sfugge anche ai migliori osservatori. E’ una partita di cui, probabilmente, vedremo le conseguenze solo tra qualche tempo.
 
Chiarissimo. Fulvio io ti ringrazio per essere stato con noi e per averci aiutato a fare un po’ di chiarezza in questo quadro così complesso.
Grazie a voi.

sabato 8 aprile 2017

GLI USA ATTACCANO,DAESH RINGRAZIA


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In molti,politici e giornalisti,hanno considerato l'attacco unilaterale statunitense contro lo Stato sovrano della Siria e senza l'avvallo delle nazioni unite,un pretesto per difendere gli interessi Usa in medio oriente proprio come accadde nel 2003 in Iraq quando assieme ai britannici cominciarono la seconda guerra del golfo con le bugie sulle armi di distruzione di massa tenute da Saddam Hussein,fatto poi ufficialmente reso noto lo scorso anno con l'inchiesta detta rapporto Chilcot venuto fuori dopo una lunga inchiesta(vedi:madn blair-bliar ).
Nell'articolo di Contropiano(internazionale-news )oltre che il plauso convinto di Israele,Turchia ed Arabia Saudita(nazioni a delinquere)c'è lo sdegno e le accuse sempre più gravi di Russia e del governo siriano mentre l'Europa tentenna(a parte i pecoroni del governo italiano cui va bene tutto e ben rappresentati dall'inutile Gentiloni)in quanto non è stata avvisata di nulla.
Quel che è certo è la ripresa delle milizie Daesh che tirano il fiato e che già ieri hanno tentato incursioni nei territori vicino ad Homs per difendere meglio la roccaforte di Raqqa,cui vogliono arrivare a liberarla(un bel controsenso)prima gli Usa assieme ai ribelli siriani.

La Siria come l’Iraq nel 2003.

di Stefano Mauro
"L’attacco alla base aerea di Shayrat”- secondo il governatore di Homs, Talal Al Barazi – “ha causato 5 morti e 7 feriti”. Il governatore ha, inoltre, aggiunto che “questo bombardamento è utile solamente ai gruppi jihadisti come Daesh”. Dopo l’intervento missilistico americano, infatti, diversi miliziani dell’ISIS hanno tentato di attaccare postazioni dell’esercito lealista proprio nella regione di Homs, fondamentale per l’avanzata verso Deir Ez Zor e Raqqa.
Le reazioni all’attacco non si sono fatte attendere. Putin ha considerato il bombardamento come “un tentativo americano destinato a distrarre l’opinione pubblica dal massacro di civili commesso dagli USA in Iraq”. Il Cremlino ha etichettato l’episodio come una chiara violazione del diritto internazionale e lo considera come un grave avvenimento che minaccia di peggiorare le relazioni tra Russia e Stati Uniti ed impedirà la formazione di “una reale coalizione internazionale unita contro il terrorismo”.
“Damasco (forte delle recenti vittorie e dell’avanzamento delle sue truppe, ndr) avrebbe avuto solo da rimetterci per un’azione simile ad Idlib, visto che stiamo velocemente recuperando posizioni sui gruppi ribelli”, ha dichiarato ieri il ministro degli esteri siriano Muallem. La Russia ha confermato che “la Siria non possiede più nessun arsenale chimico e l’incidente di Idlib è il pretesto per giustificare l’intervento americano contro obiettivi siriani”.
Nelle stesse ore è emersa la preoccupazioni di alcuni paesi europei. Il rappresentante svedese all’ONU, Olof Skoog, ha classificato l’attacco “come un gesto unilaterale ed una possibile minaccia per la situazione in tutta l’area”. Il diplomatico svedese ha aggiunto di aver rivissuto le stesse apprensioni come nel 2003. La sua, infatti, era un’allusione alla menzogna che Washington e Londra confezionarono sul possesso, da parte di Saddam Hussein, di armi di distruzioni di massa. “Quell’accusa portò, secondo Skoog, “ad un intervento americano unilaterale senza l’egida dell’ONU simile al bombardamento di oggi”.
Un’accusa, “creata ad arte”, che determinò l’invasione dell’Iraq , la disintegrazione del paese e, in quelle condizioni, favorì la nascita del gruppo jihadista “Stato Islamico del Levante e dell’Iraq”, meglio conosciuto oggi come ISIS o Daesh.
L’intervento militare americano è stato accolto favorevolmente da Israele, Arabia Saudita e Turchia. Tel Aviv e Riyadh hanno espresso “pieno sostegno” nei confronti del presidente Trump e della sua azione “punitiva” contro Bashar Al Assad, definito un “vile assassino” dal presidente turco Erdogan. La soddisfazione dei principali alleati degli USA nella regione è doppia visto che sancisce “la ripresa della politica interventista americana”, dopo gli anni di immobilismo da parte del precedente presidente Barack Obama.
Secondo molti analisti, infatti, il neo presidente americano avrebbe cambiato totalmente tattica per affrontare la “questione siriana”, con un intervento diretto da parte delle forze americane e più “truppe sul terreno”. L’avanzata americana verso Raqqa, insieme alle FDS (Forze Democratiche Siriane), viene vista proprio in quest’ottica. Washington sta tentando, infatti, di accerchiare la città sia per far cadere la capitale del califfato di Al Baghdadi, ma, soprattutto, per ostacolare ed evitare che nella corsa alla liberazione di Raqqa arrivino prima le truppe lealiste di Damasco.
Un ultimo tentativo, quello dell’intervento americano, per far fronte alle sconfitte subite sul campo dai gruppi ribelli, manovrati e sostenuti da Arabia Saudita e Turchia. “Una sconfitta dei ribelli significherebbe”, secondo il ministro degli esteri iraniano Zarif, “una sconfitta per i piani americani nell’area e per la sua volontà di smembrare la nazione siriana”. Un segnale ed una minaccia diretta anche nei confronti di Teheran. Proprio in questi giorni, infatti, i media orientali parlavano della costruzione di una nuova base navale iraniana in territorio siriano, con la piena approvazione sia di Damasco che di Mosca. 

venerdì 7 aprile 2017

LA SVEZIA E' BELGIO.O FRANCIA O GERMANIA


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Questo articolo voleva essere incentrato sull'empatia dirottata dalla politica e dai mezzi d'informazione che suscita solidarietà,vicinanza e commozione per fatti tragici,in particolar modo per quello che avviene negli attentati terroristici,ma le notizie che arrivano da Stoccolma aggiungono qualcosa a questo breve commento.
Il primo contributo è preso da Contropiano(russia-vittime-senza-solidarieta-miserie-dellempatia )e parla di come si sia presa alla leggera l'attentato dell'altro giorno nella metropolitana di San Pietroburgo,al contrario quello successo alle 15 di questo pomeriggio e riportato nel secondo articolo preso da Huffington Post(stoccolma-camion-sulla-folla-in-pieno-centro-morti-e-feriti )dove un camion dopo Nizza e Berlino è stato usato come ariete per falcidiare la gente nel centro della capitale svedese.
A pochi minuti dall'attentato che per ora ha provocato tre vittime e numerosi feriti ho contato quattro edizioni straordinarie alcune di queste ancora in onda,per sottolineare il fatto che la Svezia è forse più mediatica oppure ispira maggiore turbamento rispetto alla Russia come avevo segnalato nell'articolo dedicato all'attacco di San Pietroburgo(madn la-russia-non-e-belgioo-francia-o.turchia ,ho tolto Turchia e inserito Germania nel titolo del post odierno per via del camion usato per mietere morte).
Così se si sia trattato di attentato terroristico di matrice estremista islamica l'Isis nel giro di poche ore sta esultando come pochi:aggiungo pure questo contributo sempre riguardo la falsa solidarietà o per meglio dire quella indirizzata anche dopo i fatti siriani(infoaut da-san-pietroburgo-ad-idlib-anche-ad-est-i-morti-sono-i-nostri )mentre la Russia in questi minuti sta facendo entrare nel Mediterraneo una propria nave da guerra.

Russia. Vittime senza solidarietà, miserie dell’empatia.

di Alessandro Avvisato
E’ difficile non rimanere colpiti dalla totale assenza di solidarietà ed empatia verso le vittime dell’attentato terroristico nella metropolitana di San Pietroburgo.
Dopo mesi di identificazione con le vittime degli attentati in Francia, Gran Bretagna, Germania e prima ancora negli Stati Uniti, (je suis…, siamo tutti newyorkesi etc etc.) il mercato dell’empatia sembra improvvisamente interrompersi quando a morire sono cittadini innocenti di paesi al di fuori della cerchia ristretta di quelli occidentali. E’ superfluo rammentare la totale disumanizzazione delle vittime in Medio Oriente, in Iraq, Siria, Palestina oppure quella contabilità con cui si indicano solo se e quante vittime europee ci sono in una strage o una tragedia come lo tsunami in Asia o un incidente ferroviario in India.
Nel caso della Russia però i veicolatori dell’empatia sono recidivi. Pochi ricordano che prima dell’11 settembre 2001, in Russia – a Mosca e Volgodonsk alla fine del 1999 – alcuni palazzi di case popolari furono oggetto di sanguinosi attentati degli jihadisti ceceni, con centinaia di morti tra gli abitanti degli edifici (263). Eppure anche in quel caso non si raggiunse neanche un milionesimo del processo empatico dell’attentato alle Torri Gemelle.
In questa occasione, diversamente che in altre, ad esempio non è stata accesa la Porta di Brandeburgo a Berlino. Quello di illuminare la Porta dopo i maggiori atti di terrorismo, era diventato una scelta distintiva ed enfatizzata dai media, un simbolo di solidarietà ai paesi colpiti e una risposta contro la paura. L'ultima volta la Porta di Brandeburgo era stata illuminata con i colori dell'Union Jack, dopo l'attacco a Londra. Prima ancora, le luci erano state accese dopo gli attentati di Parigi, Bruxelles, Istanbul. Ma per i morti di San Pietroburgo la Porta è rimasta spenta.
Di fronte al recente attentato nella metropolitana di San Pietroburgo, la stragrande maggioranza dei commentatori (su giornali e telegiornali) ha dato stura ad un cinismo senza limiti e senza vergogna. “Nel regime mediatico unificato le motivazioni suggerite erano: Putin se l’è cercata, così impara a bombardare in giro per il mondo; Putin non ha il controllo del territorio e delle sue principali città, segno di debolezza; Putin è l’artefice diretto dell’attentato per sviare l’attenzione dalle proteste liberali della scorsa settimana. Poco da piangere le vittime di San Pietroburgo, il problema è Putin, quindi affari suoi” scrive il blog di Militant raccogliendo i commenti che abbiamo letto o sentito in questi giorni.
Il segretario del Partito Comunista della Federazione Russa, Zuganov ha avanzato una sua chiave lettura dell’attentato a San Pietroburgo: “Richiamo la vostra attenzione sul fatto che l'attacco terroristico è stato effettuato nella città in cui si incontravano i dirigenti di Russia e Bielorussia, per discutere di questioni importanti. A San Pietroburgo era stato appena ospitato il forum dei giornalisti provenienti da tutto il paese, che ha esaminato i problemi più attuali. Sorprendentemente, l'attacco terroristico è stato sferrato proprio nello stesso momento in cui gli studenti terminavano la giornata scolastica. Tutto ciò, a mio avviso, indica che l'attentato è stato ben pianificato ed elaborato dai criminali, che contiene un evidente carattere simbolico” e che “occorre guardare a questo evento sotto tutti i profili”.
In questi anni di menzogne e manipolazioni di guerra, è amaro constatare come l’esistenza di un doppio standard dell’empatia e dell’umanizzazione delle vittime sia diventato strumento di consenso e funzionalità degli apparati. La civiltà liberale occidentale continua a rivendicare a se stessa il massimo della universalità e dell’emancipazione umana. Sono in troppi a omettere che mentre i liberali pontificavano sui diritti dell’uomo per i propri cittadini convivevano allegramente con lo schiavismo nelle colonie.

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Attentato a Stoccolma, camion sulla folla in pieno centro. Morti e feriti.

Terrore nella capitale svedese.

Attentato terroristico a Stoccolma. In pieno centro, nella zona commerciale di Drottninggatan, un camion ha travolto la folla intorno alle 15 di oggi (alle 14.53) lasciando sull'asfalto morti e feriti. I giornali locali parlano di almeno 5 vittime accertate e 8 feriti. Per il premier svedese Stefan Löfven non ci sono dubbi sulla natura dell'attacco terroristico e riferisce che una persona è già stata arrestata. La stessa polizia ha poi parlato della possibilità di un attacco terroristico. L'uomo alla guida del camion avrebbe indossato un passamontagna.
In un'altra zona della città, a Hotorget, sono stati sentiti degli spari.
Secondo alcuni testimoni il camion è di una ditta di birra, la Spendrups, e sarebbe finito dritto contro il grande magazzino e centro commerciale di vendita al dettaglio di moda e altro Ahlens. I titolari della ditta di distribuzione proprietaria del camion avrebbero affermato che il loro veicolo sarebbe stato rubato mentre l'autista era impegnato a scaricare del materiale in un ristorante. Secondo quanto riferito dal direttore della comunicazione del birrificio, Maarten Lyth, l'autista "stava scaricando della merce quando qualcuno è saltato dentro il camion ed è scappato". Lyth, precisando di non essere in grado di dire quante persone abbiano preso possesso del camion, ha detto che l'autista "è illeso ma sotto choc, attualmente è ascoltato dalla polizia"
ll camion ha finito la sua corsa nel centro commerciale Ahlens City. "Ho visto centinaia di persone mettersi a correre per salvarsi la vita. Mi sono girata ed ho cominciato a correre anche io" ha detto una testimone al quotidiano Aftonbladet. Un altro testimone ha riferito: "Stavo camminando verso la strada principale quando un grande camion è spuntato dal nulla. Non sono riuscito a vedere se ci fosse qualcuno alla guida o fosse fuori controllo, ma ho visto che almeno due persone sono state schiacciate. E mi sono messo a correre più forte che potevo".
Centinaia le persone sono fuggite da negozi e uffici nella zona. Bloccate le linee della metro e chiuso per sicurezza il Parlamento oltre che evacuata la stazione ferroviaria.

Secondo le prime ricostruzioni sui media svedesi, il tragitto tra Kungsgatan e Olof Palme Street è coperto di vetri rotti, segni di pneumatico lasciati dal mezzo pesante. I corpi di alcune vittime, secondo un testimone citato dal quotidiano Dagens Nyheter, sono stati coperti con sacchi per la spazzatura. Polizia e vigili del fuoco hanno evacuato la zona zona e stanno compiendo una vasta operazione di 'bonifica' dell'area.