lunedì 9 gennaio 2017

SI RITORNA AL 40%

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I numeri resi noti oggi sulla disoccupazione giovanile che è tornata alla soglia del 40% non mentono e mettono in chiaro la difficile situazione che nonostante la propaganda dei nuovi posti di lavoro è sempre più grave.
A questo si aggiunge chi un lavoro ce l'ha ma è precario,non gode di tutti i diritti e che è sottopagato e che non viene conteggiato nel computo della percentuale riportata,che in certe zone italiane è addirittura superiore alla metà del 50%.
L'articolo preso è di Contropiano(loccupzione-giovanile )cui aggiungo due esempi di due lavoratrici non più giovani ma che come quelli che potrebbero essere i loro figli versano in situazioni di disagio e di precarietà(entrambi di Senza Soste ryanair-offre-lavoro-impossibile e lettera-lavoratrice-licenziata-almaviva ).

La disoccupazione giovanile torna al 40%.

Il referendum del 4 dicembre lo aveva in qualche modo detto: quelle del governo Renzi sull'occupazione, specie giovanile, erano chiacchiere, “bufale” in senso tecnico, propaganda. Che oltretutto veniva percepita immediatamente come tale dai diretti interessati, in primo luogo proprio i giovani.
I dati relativi all'occupazione nel mese di novembre, resi noti stamattina dall'Istat, confermano in pieno la “percezione sociale” e sbugiardano definitivamente il sia il passato governo che quello fotocopia oggi in carica.
Nel mese di novembre, infatti, la stima degli occupati risulta – sì – in lieve crescita rispetto a ottobre (+0,1%, pari a +19 mila unità), ma l'aumento riguarda quasi esclusivamente le donne e le persone ultracinquantenni. Aumentano, in questo mese, gli indipendenti e i dipendenti permanenti, calano i lavoratori a termine. Il tasso di occupazione è pari al 57,3%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a ottobre.
Messi così non sembrerebbero dati pessimi, se non confermassero una situazione più che paradossale: gli ultra cinquantenni (e ultrasessantenni) obbligati a restare al lavoro oltre i limiti della logica produttivistica, e tutto il mondo precarissimo del lavoro “a termine” (sottopagato e senza diritti esigibili) a subire le oscillazioni della domanda di lavoro. E infatti sono proprio questi ultimi a calare per primi quando la congiuntura economica segna un rallentamento o una contrazione.
Su base trimestrale, nel periodo settembre-novembre, si registra invece un lieve calo degli occupati rispetto al trimestre precedente (-0,1%, pari a -21 mila). Il calo interessa gli uomini, le persone tra 15 e 49 anni e i lavoratori dipendenti, mentre si rilevano segnali di crescita per le donne e gli over 50.
Concentrando l'attenzione sui disoccupati, invece, si vede che l'aumento è molto sensibile (+1,9%, pari a +57 mila), specie perché avvenuto in un solo mese e perché va a sommarsi al calo dello 0,6% registrato nel mese precedente. Anche qui si conferma la distorsione sistemica creata da cosiddetta “riforma Fornero”: l'aumento è attribuibile a entrambe le componenti di genere e si distribuisce tra le diverse classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Di conseguenza il tasso di disoccupazione ufficiale (senza qui entrare nel merito dell'attendibilità dei criteri statistici adottati a livello europeo, per cui se lavori un'ora nella settimana in cui avviene la rilevazione sei “occupato”) è pari all'11,9%, in aumento di 0,2 punti percentuali su base mensile.
E questo nonostante il calo della stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,7%, pari a -93 mila), ovvero di quanti avevano smesso di cercare un lavoro. Il tasso di inattività scende infatti al 34,8%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali. Ma bisogna dirselo chiaramente: gli “inattivi” sono disoccupati a tutti gli effetti, dunque il totale dei senza lavoro (pur essendo in età lavorativa) sfiora ormai il 47%.
Su base annua si conferma la tendenza all'aumento del numero di occupati (+0,9% su novembre 2015, pari a +201 mila). La crescita tendenziale è attribuibile quasi esclusivamente ai lavoratori dipendenti (+193 mila, di cui +135 mila i permanenti) e si manifesta sia per le donne sia per gli uomini, concentrandosi esclusivamente tra gli over 50 (+453 mila). Nello stesso periodo aumentano i disoccupati (+5,7%, pari a +165 mila) e calano gli inattivi (-3,4%, pari a -469 mila). In questo caso, però, il calo degli “inattivi” è una conseguenza demografica dell'invecchiamento della popolazione: si esce cioè dalle stime di inattività solo perché si superano il 64 anni.
Il dato che non emerge in questo tipo di rilevazione (concentrata esclusivamente sulla dicotomia occupati/non occupati, e relative forme legali) è quello salariale: la “sensazione sociale” è che quando pure si riesce a lavorare, lo stipendio sia molto basso. Dunque, a un'apparente “stabilità occupazionale”, con lievi oscillazioni in alto e in basso, corrisponde invece una massa salariale in diminuzione spalmata su un numero ampio di persone al lavoro.
Ma è soprattutto la condizione giovanile quella che annienta le retoriche governative. Dice l'Istat: A novembre il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi (occupati e disoccupati), è pari al 39,4%, in aumento di 1,8 punti percentuali rispetto al mese precedente. Dal calcolo del tasso di disoccupazione sono per definizione esclusi i giovani inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, nella maggior parte dei casi perché impegnati negli studi. L’incidenza dei giovani disoccupati tra 15 e 24 anni sul totale dei giovani della stessa classe di età è pari al 10,6% (cioè poco più di un giovane su 10 è disoccupato). Tale incidenza risulta in aumento di 0,7punti percentuali rispetto a ottobre. Il tasso di occupazione dei 15-24enni diminuisce di 0,1punti percentuali, mentre quello di inattività cala di 0,6 punti.
Quattro giovani su dieci non lavorano, cinque su dieci studia, solo uno è al lavoro. E grazie al Jobs Act probabilmente non viene neppure retribuito…
Il rapporto completo dell'Istat: CS_Occupati-e-disoccupati_novembre_2016

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Ryanair offre lavoro impossibile. Il racconto di una aspirante hostess

Il racconto di una 45enne aspirante hostess sulle condizioni di lavoro low cost.

La realtà va molto oltre la propaganda. Stiamo parlando di Ryanair, la compagnia di massimo successo nel low cost aereo internazionale, che è un esempio lampante di quella che viene chiamata “caduta del valore dei salari”. L’offerta di lavoro, sia nei rapporti che negli importi, è arrivata, in Italia come in Europa, al punto dove chi governa ha voluto portarla scientificamente, con normative ben precise e scandite nel tempo. Ucciso il lavoro come fattore di coesione sociale ed opportunità, si è intensificata la competizione per il posto di lavoro. Così quando l’offerta scarseggia, il disoccupato è disposto a lavorare per meno, molto meno e chi offre il lavoro lo sa. Specialmente se opera in uno Stato dove il Governo di turno pubblicizza il basso costo del lavoro per attirare investimenti internazionali, vale a dire quelli che desiderano tanta stabilità politica e bassa inflazione. Finita la propaganda sul paradiso realizzato con la crescita dell’occupazione, la ripresa del PIL ed il glorioso recupero verso un’inflazione al 2%, esiste la vita del comune essere umano che vive in questo mondo e che deve lavorare. E qui iniziano i drammi per chi vive del proprio lavoro e il giubilo di quei grandi e piccoli interessi che hanno lavorato alacremente per far cadere in basso il costo del lavoro e per far aumentare rendite e profitti. Dagli anni ’90, il trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale è stato imponente, guarda caso proprio dal decennio a partire dal quale la “competitività” è diventata un valore normativo ed ha iniziato ad ispirare il processo di trasformazione del mercato del lavoro. Partendo da questo contesto abbiamo parlato con una nostra concittadina che ci ha raccontato la sua esperienza come aspirante hostess per Ryanair.
Cosa ti ha spinto a partecipare alla selezione di Ryanair e cosa ti aspettavi?
L’estrema difficoltà nel trovare un’occupazione decente e con un minimo di stabilità all’età di 45 anni dove spesso, specialmente in ambito aeroportuale, sei spinta a partecipare a corsi specifici per la sicurezza relativa allo svolgimento del ruolo di hostess, senza nessun impegno all’assunzione una volta finito il corso anche dimostrando buone capacità. Ci sono molte compagnie che non assumono personale di 45 anni mentre ce ne sono altrettante che offrono corsi a pagamento senza limite di età. Avendo già lavorato per un periodo in Ryanair sapevo che non sarebbe stata un’offerta allettante ma la scarsità di lavoro mi ha portato a ritentare.
Pur essendo stata selezionata perché non hai accettato?
La selezione è andata bene per la padronanza della lingua inglese ma al momento di trattare l’offerta con l’Agenzia Interinale di turno ho capito che il lavoro sarebbe stato un COTTIMO dove l’effettivo impegno lavorativo pagato si limitava alle ore volate e non per le fasi preliminari prima del volo e durante gli eventuali scali o soste tecniche. La compagnia non dà più una certezza sullo scalo di partenza e sul rientro a fine turno a tal punto che uno può trovarsi a Londra o a Oslo dovendo affrontare gli alti costi di residenza rispetto a quanto possano essere quelli di Pisa o comunque dove uno generalmente vive. Gli stipendi da 1.000 a 1.400 € (40/32 ore settimanali alternate EFFETTIVAMENTE volate) non comprendono il corso che costa 4.000 € da fare a Francoforte (decurtabile in quota parte mensile di 360,00 € dallo stipendio), il nolo della divisa per 30 € mensili, una propria polizza assicurativa, senza copertura in caso di malattia, dovendoti portare il tuo cibo e la tua acqua. Il rapporto di lavoro è regolato dalla legislazione irlandese e la busta paga la percepisci direttamente attraverso la rete bancomat sul territorio europeo con obbligo di aprire un conto corrente presso la loro stessa banca. Queste condizioni sono impossibili da accettare se specialmente l’aeroporto assegnato è diverso da quello prossimo alla tua abitazione. Il rischio di andare in rimessa è altissimo e non esistono tutele.
Chi altro ha accettato?
Nessuno dei selezionati ha potuto accettare, a queste condizioni. Siamo considerati degli strumenti di business.
Jack RR
articolo tratto da Senza Soste cartaceo n.120 (novembre 2016)

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Lettera di una lavoratrice licenziata Almaviva al governo

Due documenti scritti da lavoratori e lavoratrici Almaviva che spiegano le loro ragioni contro le falsificazioni di governo, giornali e Tv.

Egregia Viceministra Teresa Bellanova
Sono una LICENZIATA Almaviva, una dei 1666, a breve compirò cinquantun’anni. Non tema, non sono qui a rivolgerle la classica supplica, tra l’altro non è la madonna di Pompei che, a crederci, forse sarebbe riuscita a fare qualcosa di diverso per quelli come me. Le scrivo perché, in seguito alla fine della vertenza che ha prodotto 1666 lettere di licenziamento, sento la prepotente necessità di interpretare, decodificare e spiegare le ragioni di noi lavoratori ma anche, e soprattutto, farle delle domande, cercare di comprendere perché la politica abbia consentito tutto questo.
Del mio ex-datore di lavoro non vorrei parlare. In fondo l’imprenditore non è che un incrocio tra un istrione e un camaleonte, pronto a piangere miseria sia nei periodi buoni sia nei cattivi. È il Padrone, anche se nella forma parole del genere sono state abolite dal nostro vocabolario nella sostanza ci sono rimaste e con radici profondissime. Il profitto è il suo unico scopo e, per quanto vergognose, le sue richieste, destituite di etica, buonsenso e umanità, esprimono una volontà comprensibile considerandone la provenienza. È come pretendere dal lupo di diventare vegetariano, oltretutto da un lupo giovane e anche un po’ pigro che fino a oggi ha beneficiato di bocconi facili, in una sorta di riserva naturale in cui il “foraggio” gli è stato fornito a ogni ululato, a ogni ringhiosa minaccia. Ci sarebbe poi da riflettere sull’eventualità che questo lupo sia stato realmente nutrito per salvare le pecore o per salvare lui solo, in quanto componente di un “branco” non meglio identificato.
Altro velo pietoso ma direi più una densa, spessissima coltre, è quella che bisogna stendere sui sindacati confederali, che in barba alla loro stessa essenza di paladini dei lavoratori hanno creato le condizioni ideali perché questo scempio giungesse a compimento. Un lento lavorio che si compie da anni, un fenomeno carsico che sta erodendo pian piano ogni diritto e che anche lo scorso 22 dicembre è stato fedele a sé stesso. Per loro davvero non ci sono parole!
E IL GOVERNO?
Quest’ultima vertenza è nata male e ha partorito mostri della cui nocività sarà difficile stabilire la portata. Le ho già detto che ho cinquant’anni e un po’ di memoria storica. Nel paese in cui sono nata, nel lontano 1966, le richieste di un Marco Tripi sarebbero state considerate inaccettabili. Nel paese in cui sono nata e cresciuta non si sarebbe consentito a un’azienda di affamare i propri dipendenti come è successo a noi che dopo la stabilizzazione saremmo dovuti passare, tutti, a sei ore (accordo mai rispettato!). O crede che ci siano persone contente di fare settanta chilometri al giorno per poco più di 600 euro al mese? Nel paese in cui sono nata e cresciuta la richiesta di bloccare gli scatti di anzianità, di azzerare i livelli, di applicare il controllo individuale sarebbe stata irricevibile. E lei è la rappresentante di un governo di sinistra?! È stata sempre presente, sin dal primo giorno in questa vertenza ma con quale scopo, quale obiettivo?! A parte la proposta “ a scatola chiusa” sulla quale non mi soffermo, quali erano concretamente le sue intenzioni? Non sente di aver fallito? Non crede di doverne rispondere?
Lo sconforto è vedere che alla fine si sta realizzando il vaticinio di George Orwell, e allora visto che ci troviamo, legittimate il Grande Fratello nelle aziende, introducete l’ipnopedia negli asili nido, sottoponete tutti a test di valutazione del Q.I. e gli scemi metteteli tutti nei call-center! Le sembro eccessiva? Ci rifletta, è quello che sta succedendo e lei ne è complice. Nemmeno nel peggiore dei miei incubi avrei potuto vedere un governo scendere a patti così scellerati. Addirittura il nostro NO lo avete considerato da irresponsabili?! Secondo lei, allora, qual è il senso di responsabilità? Ha affermato che il nostro era un NO ideologico. Noi siamo stati ideologici? Lei di certo non ha avuto un comportamento ideale. Con quel termine ha voluto dire che la nostra chiusura è stata condizionata da idee preconcette. Cosa c’era di preconcetto nel nostro NO? Forse non sapevamo a che tipo di fine saremmo stati destinati, perciò ci ha definiti irresponsabili? Forse qualcuno, a partire da lei, ci aveva prospettato qualcosa di diverso dalla nostra totale riduzione in schiavitù? Avevamo tutti gli elementi per fare delle valutazioni e il NO è scaturito da un giudizio non da un pre-giudizio. I conti li abbiamo fatti e non tornavano e non stia a guardare quelli che poi hanno virato verso un sì tardivo quanto infamante, sono da comprendere e dovrebbero essere ancor più messi sotto l’egida di un garante che, ahimè, è mancato.
A cosa servirà per i colleghi di Napoli questa proroga fino a marzo? Lo sa che per molti (anche per coloro che hanno votato “sì” al referendum) questo procrastinare sottende la speranza di andare a casa con un ammortizzatore, con delle tutele maggiori rispetto al nulla che ci è stato riservato? O crede che ci siano tanti cretini disposti a finire nelle fauci dell’imprenditore di cui sopra, pronto a mettere le mani su una classe di lavoratori negletti e annichiliti?
In un mondo ideale ( E NON IDEOLOGICO!) questa storia avrebbe visto un governo che avrebbe innanzitutto ponderato la liceità delle posizioni dell’azienda e, dopo il “gran rifiuto” fatto per tutto tranne che per viltà (e Dante mi perdoni se lo porto in un inferno molto meno appassionante del suo), si sarebbe fatto carico dei lavoratori con degli ammortizzatori validi traghettandoli verso altre opportunità attraverso percorsi di formazione e riqualificazione professionale.
Anche la mente più ideologica, con tutti i pregiudizi del caso, non sarebbe stata in grado di prevedere quello che è accaduto. Milleseicentosessantasei persone buttate in strada con l’avallo del governo e dei sindacati nazionali. Lo scrivo perché devo leggerlo per crederci.
Avrebbe dovuto fargli chiudere i battenti, avrebbe dovuto mandare i nostri imprenditori a fare i negrieri in altri paesi, avrebbe dovuto agire come se l’Italia fosse un paese civile, anche lei avrebbe dovuto dire NO e si sarebbe dovuta occupare delle pecore, essere il nostro pastore e fare fuori il lupo. Invece non è andata così!
Come faccio a farle capire con quante altre voci potrebbero essere pronunciate le parole che ho scritto finora? Immagini un coro di 1666 persone, immagini che ognuno sia un solista, ci metta in un teatro…non si sente nulla, ci hanno fatto tacere e lei ha fatto buio in sala, rendendoci anche invisibili.
Anna Rosaria Forno, licenziata Almaviva
2 gennaio 2016
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E’ veramente una vergogna il livello di falsificazione al quale si è giunti nei media con la vicenda Almaviva. Si fanno apparire i lavoratori che hanno lottato contro condizioni di lavoro indegne e contro un ricatto bello e buono come i responsabili dei licenziamenti. Come dire che i partigiani sono stati responsabili dell’occupazione nazista e dei suoi crimini. Diamogli allora voce!Questo il comunicato che hanno scritto come “Lavoratrici e lavoratori Almaviva contro lo sfruttamento”.
Siamo avviliti e schifati per il modo in cui giornali e telegiornali stanno vendendo la nostra storia all’opinione pubblica. Quasi non crediamo sia possibile che l’unica versione servita al popolo italiano sia quella dell’azienda, del Governo o al massimo delle dirigenze sindacali. 1666 lavoratori vanno a casa dopo anni di lavoro e mesi di battaglie e la loro voce non viene praticamente ascoltata.
Perché non sono i mesi di sacrifici, di contratti di solidarietà, di salario perso a forza di scioperi, gli anni di lavoro che vanno in fumo con una semplice lettera di licenziamento. Non è questo il nostro principale dolore in questo momento. Sono queste inaccettabili menzogne a ferirci davvero, quelle che vorrebbero tramutare la vittima in colpevole.
Quelle che vorrebbero far ricadere la colpa di questo licenziamento di massa sugli stessi che lo subiscono e non su un’azienda che l’ha sempre voluto, che da anni usa questa minaccia per intascare soldi e commesse pubbliche, che da anni vessa i propri dipendenti e li mette gli uni contro gli altri. Un’azienda che mentre chiude le sedi di Roma e Napoli dove i lavoratori sono più anziani e le costano di più perché hanno ancora dei diritti, non si fa scrupolo di delocalizzare in Romania e chiedere ore di straordinario nelle sedi di Milano e Rende.
Perché la vera notizia di oggi doveva essere quella per cui in questo paese pieno di ricatti, di paura, di un servilismo alimentato da piccole promesse e illusioni, qualcuno, nonostante il prezzo, ha provato a dire NO: no a un accordo che altro non era che l’ennesimo attacco alla nostra dignità di lavoratori ed ai nostri diritti conquistati in anni di lavoro. Questa la proposta “indecente” avanzata da azienda e Governo, proposta che prevedeva la rinuncia agli scatti di anzianità maturati, controllo individuale e cassa integrazione. Tutte condizioni che se accettate avrebbero decurtato stipendi già miseri, reso ancora più insopportabile la nostra vita lavorativa e reso noi lavoratori ancora più vessati ed umiliati.Tutte proposte, guarda caso, avanzate dall’associazione padronale di categoria (ASSTELL) per il rinnovo del contratto nazionale dei dipendenti delle telecomunicazioni.
La pezza che ha provato a metterci il Governo consisteva soltanto in una proroga della trattativa di altri tre mesi. Uno stillicidio pagato con le tasche dei contribuenti in forma di cassa integrazione, per imporre poi lo stesso taglio del costo del lavoro e il controllo individuale che avevamo dichiarato inaccettabile e quindi concludere il tutto comunque con i licenziamenti. E per far passare questa schifezza, che nei titoli dei giornali era già “salvataggio” ancor prima che la trattativa si concludesse, hanno fatto una forzatura inaccettabile: quella di separare le vertenze di Napoli e Roma, che finora avevano corso insieme, per metterle l’una contro l’altra.
E ora vorrebbero mascherarsi dietro i formalismi procedurali e con questi assolvere ancora una volta dalle sue responsabilità un’azienda da sempre arrogante e spietata!
La verità è che Almaviva voleva il plebiscito e non l’ha ottenuto. Perché è vero che la paura si è fatta strada, assecondata dalle dirigenze sindacali che, anziché rafforzare quelli che resistevano, l’hanno pure alimentata con raccolte firme e un referendum che non aveva nulla di democratico, che chiamava libero un voto svolto sotto ricatto. Per una volta però questo non è bastato. Perché nonostante questo, in quel referendum, il 44% dei lavoratori ha comunque detto NO. Noi capiamo i nostri colleghi del SI, quelli disposti alla fine ad accettare e non gli facciamo una colpa delle loro decisioni. I colpevoli dei ricatti non solo quelli che cedono, ma quelli che li architettano. Capiamo adesso la loro delusione, molto di più quanto non lo facciano quelli che li hanno provati a sfruttare contro di noi, che si sono gettati come sciacalli sulle incertezze e difficoltà di noi tutti, le difficoltà che chiunque proverebbe di fronte a una lettera di licenziamento. Perché nonostante le nostre scelte diverse noi siamo e ci sentiamo nella stessa condizione.
Però nonostante gli enormi sacrifici che questa comporta, rivendichiamo con orgoglio di aver messo un punto, un freno all’arroganza di chi chiama “responsabilità” accettare di essere servi pur di lavorare. Perché a tutto c’è un limite, ancora siamo uomini e non ancora schiavi, nonostante le politiche di questi governanti che ora voglio apparire salvatori ci stiano portano in questa condizione.
Per questo hanno provato a infamarci, perché abbiamo dimostrato che la loro arroganza non può tutto. E questo non lo riescono proprio a tollerare. Perché ci tengono ad apparire più forti di quanto siano e hanno il terrore che anziché farci la guerra tra noi per le briciole che ci concedono potremmo cominciare a unirci e lottare.
Per noi, infatti, la lotta non si conclude qui.
Lavoratori e lavoratrici Almaviva contro lo sfruttamento
30 dicembre 2016

sabato 7 gennaio 2017

IL MOVIMENTO SBANDA A DESTRA

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C'è un problema di fondo nella politica del movimento cinque stelle,ultimamente passato all'esame e mai riuscito a cavarselo con una sufficienza,anzi,con delle gravi lacune in un programma politico sempre più conforme alla destra piuttosto che ad un gruppo di persone che alla prima ora si dichiarava di nessuna ideologia classica.
Nel primo contributo preso da Senza Soste(http://www.senzasoste.it )vi è un editoriale che accusa proprio Grillo in prima persona in quanto vate del movimento e padrone assoluto cui tutti devono prostrarsi,con attenzione all'attacco diretto ai giornalisti ed all'informazione,certamente una bella strigliata la si deve dare visto che siamo al settantasettesimo posto al mondo per libertà d'informazione(madn censura-o-non-censura )
Nel secondo di Contropiano(bufale-malainformazione-cane-si-morde-la-coda )si ribadiscono linee già espresse in un precedente post(madn i-grillini-sono-diventati.garantisti )con un fuggi fuggi di esternazioni e di politiche di tagli e di espulsioni che riguardano sia gli adepti che altre categorie con i migranti per primi.

Codice etico, economia e immigrazione: tutti i problemi del settarismo di Grillo.

Grillo: dall’espulsione degli iscritti a quella degli immigrati.

Sul codice etico recentemente approvato dal Movimento 5 Stelle è stata prodotta una muraglia di commenti che poco ha a che vedere con due temi centrali. Il primo riguarda la politica istituzionale che, ancora come 25 anni fa, si definisce rispetto all’elettorato per il modo con il quale si comporta quando appare un’inchiesta sulla stampa o in tv. Siccome in un quarto di secolo l’asse della politica è cambiato, e di parecchio, non sarebbe male se emergesse l’interrogativo su cosa oggi è veramente centrale. Lo stesso Grillo subisce questa situazione. Nel messaggio di fine anno cita uno studio su cosa potrebbe essere l’Italia nel 2050, qualche giorno dopo riprende la routine di sempre: le manette, gli avvisi di garanzia, gli onesti etc. Delle due l’una: o si colgono gli scenari di enorme novità, citati dallo stesso Grillo, cominciando a cambiare l’agenda della politica italiana giorno dopo giorno, oppure nel 2042, non lontano dal 2050, la centralità della politica sarà quella di oggi, la stessa del 1992: i mariuoli, le manette, l’occhiuta severità del magistrato, la moralità dei partiti, i costi della politica, i codici etici. Auguri, viene da dire.
Il problema è che il Movimento 5 Stelle è espressione di uno choc mai risolto, proveniente da diverse pulsioni, nell’ideologia italiana. Quello choc convulsamente reattivo alle ristrutturazioni degli anni ’80, e alla caduta del muro, che immaginava il ritorno ad una mai esistita società equilibrata tramite un’ondata di moralizzazione, pauperismo della politica, tecnicismi e riforme istituzionali. Se si vanno a vedere i dibattiti dell’epoca, il nucleo ideologico del Movimento 5 Stelle è quell’ideologia italiana, il cui nocciolo duro dell’ideologia milanese della Casaleggio sul né di destra né di sinistra affonda negli anni ’80, lo ritroviamo attorno alle polemiche su come si devono comportare i partiti in caso di avviso di garanzia. In un paese, quello di oggi, che ha perso tutto (ricchezza, tecnologie, sapere, assetto sistemico) i toni del dibattito sulla moralità accendono i più settari, e alla Casaleggio lo sanno, ma non spostano di un millimetro i problemi che l’Italia ha davanti. Nemmeno quelli di funzionamento della politica: quella si risana con il dosato, e innovativo, riequilibrio della distribuzione dal potere e delle risorse verso il basso, qualcosa di più complicato di votare online, non con i codici puntualmente reinterpretati dalle cerchie di potere. Tra l’altro la politica al servizio della democrazia ha bisogno di investimenti, tanti, per poter costruire qualcosa di utile. Non è un caso infatti, che il culmine dell’interesse privato in politica, Donald Trump, abbia rinunciato allo stipendio. L’interesse pubblico richiede investimenti pubblici in politica. Che gli stipendi dei parlamentari vadano diminuiti è chiaro, ed è merito del M5S aver puntato l’indice sul problema, che l’investimento pubblico in politica debba esser potenziato non è chiaro per nulla.
Il M5S è fermo all’ideologia anni ’80 dell’unico investimento produttivo come quello nelle piccole medie imprese. Anche qui, auguri: una politica povera, oppure a costo zero, o è ostaggio dei Trump oppure non ha sviluppato quel livello di competenze complesse, che è diverso dal mondo delle professioni, in grado di sostenere l’innovazione economica e le emergenze sociali.
L’altro punto importante del codice etico di Grillo riguarda la questione del potere decisionale del fondatore del movimento.  E, si badi bene, la cosa non riguarda solo il Movimento 5 Stelle. E nemmeno più di tanto il paragone tra il codice etico pentastellato e quello degli altri partiti (molto meno restrittivo, ad esempio un De Luca non potrebbe essere governatore della Campania o Errani non potrebbe fare il commissario all’emergenza terremoto). Il punto è che il modo con il quale si governa un partito, un movimento, prefigura quello con il quale si governerà un paese. E se il codice etico è quello che si è letto sul blog di Grillo vediamo un movimento governato, per statuto, dall’arbitrio di una volontà superiore. Una volontà che non è regolata da nessuna norma statutaria ed è quindi, anche formalmente, indiscutibile. Insomma, il riconoscimento del potere carismatico, di Grillo, per meriti di spettacolo e di storica audience televisiva.
Dare del fascista a Grillo però significherebbe non conoscere né il suo movimento né la società italiana. Il M5S assorbe tendenze, e linguaggi, molto differenti: è qualcosa che è composto dall’idea di democrazia radicale online che i pentastellati esprimono e dall’arbitrio della volontà del fondatore, dalla presenza egemone di una azienda mediale (la Casaleggio) e dai cicli di mobilitazione dal basso in rete. Certo, in ultima istanza il potere è regolato dal principio del capo ma tra questo e quanto avviene dal basso in un movimento, come sempre, i conflitti non mancano o si riaccendono all’improvviso.
Altro elemento, oltre a questo intreccio tra potere personale e movimento dal basso, che caratterizza il Movimento 5 Stelle è l’approccio settario alla politica. Rappresenta il rovescio del “né di destra né di sinistra”, inclusivo dal punto di vista dei contenuti. Il Movimento 5 Stelle, come è noto, rifiuta infatti alleanze, in un tipico approccio settario rispetto ad altri partiti, movimenti e sindacati. Verso i quali il rapporto non può che essere episodico o strumentale ma mai di piena, pubblica interlocuzione politica. Non stupisca: il settarismo è universalistico. Assorbe i contenuti di tutti, parlando per tutti, e reputandosi l’unica voce in grado di farlo (“nella società italiana noi siamo i migliori”, ha detto lo stesso Grillo nel discorso di capodanno).
Altro elemento tipico di settarismo è la dinamica, a volte forsennata, delle espulsioni: ogni elemento, a torto o a ragione, di differenziazione dall’ordine interno finisce fuori dal movimento. Senza essere moralisti ma clinici, tra principio del potere personale in ultima istanza e settarismo può tutto questo servire a governare questo paese? No. Il Movimento 5 Stelle si sta confermando quello che appariva qualche anno fa: ottimo per distruggere uno scenario istituzionale asfissiante, inutile per governare. Fino a quando, naturalmente, non ci sarà in piedi la speranza di avere un marchingegno elettorale che permetta, ad una forza che al massimo può toccare un terzo dell’elettorato, di vincere un bonus elettorale che regala la maggioranza assoluta. Dopo, per questo settarismo un po’ frutto dell’identitarismo un po’ dell’ingegneria elettorale, i problemi ci saranno, eccome.
Il principio dell’espulsione, come abbiamo visto, ampiamente praticato per iscritti e parlamentati non risparmia poi gli immigrati. Almeno a parole visto che nemmeno la Lega con Maroni ministro degli Interni è riuscita a praticare le parole d’ordine dell’“espulsione immediata dei clandestini” chiesta da Grillo. E non per lassismo: viene da dire che l’unica soluzione praticabile, se si volessero prendere alla lettera le parole di Grillo, sarebbe quella di spedire delle navi in disarmo al largo delle acque internazionali con i cosiddetti clandestini. Naturalmente una cosa del genere non è certo delle corde del Movimento 5 Stelle. Il che fa vedere come, quando Grillo parla, l’unica cosa che conta è l’affermazione che sposta il consenso dell’elettorato. Il resto si vedrà. Intanto parlando di come si potrebbero espellere gli iscritti, e come i clandestini, si preserva un’idea di gruppo autentico, di società liberata dagli intrusi che, come politica di brand, paga.
Intanto, dopo aver registrato l’impraticabilità dell’economia alla Di Battista, registriamo che Grillo non riesce neanche a parlare di una economia in grado di sfruttare positivamente, e socialmente, i flussi migratori. Non solo, rispetto alle retoriche della Lega di diversi anni fa (il peloso “aiutiamoli a casa loro”) Grillo rappresenta una regressione. Non crede nella politica internazionale, non appare interessato nemmeno alla cooperazione come foglia di fico. Vuole solo espulsioni rapide. Magari, come ha scritto sul blog, assumendo migliaia di laureati per certificare prima possibile chi ha diritto di rimanere (in una galera, visto l’approccio) e chi no. Il fatto che i laureati siano, in questo scenario, assunti per operazioni di schedatura, invece che per l’innovazione economica e sociale, qualifica da solo l’approccio al problema.
Al momento il Movimento 5 Stelle esprime un principio settario che non ha gran senso nella società italiana. La nostra è una società differenziata che funziona per alleanze e va in asfissia se qualcuno, a vario titolo, invoca il primato nell’esercizio del potere. O meglio, il settarismo può andar bene ad una parte della società italiana senza farsi carico di un progetto reale di trasformazione, consumandosi nell’immediato della veste identitaria.
Se le cose continuano così, il Movimento 5 Stelle potrà quindi ancora fluttuare come titolo ad alto rischio della politica italiana, gonfiandosi quando tutti scommettono contro i partiti al governo, trovandosi però a sgonfiare di fronte ai problemi veri.  Ottimo quindi per far saltare il banco, inutile per fare qualcosa di nuovo. Un rischio che appare del tutto concreto. Tra una regolazione del principio di espulsione interna ed una proposta di espulsione per “gli esterni”.

redazione, 7 gennaio 2017

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Bufale e malainformazione. Il cane si morde la coda.

Tutti i media mainstream, con l'immancabile Repubblica a guidarne le fila, si sono scagliati contro le ultime dichiarazioni-boutade di Grillo su una "giuria popolare" per controllare la veridicità delle notizie pubblicate – appunto – dai media.
Questo attacco durissimo è l'esempio perfetto dello stato di salute dell'informazione italiana, schiacciata tra spirito di corpo e funzione propagandistica del potere esistente.
Infatti, tralasciando per un momento la “qualità” della dichiarazione di Grillo, non si può certo estrapolarla dal contesto in cui è stata fatta, cioè una critica (e per questo presumibilmente più una provocazione che un'intenzione seria, anche se delle intenzioni del comico non si può mai essere sicuri) all'idea di Pitruzzella di una legge europea “anti-bufale”, che prevederebbe una sorta di “Ministero della Verità”, di un'agenzia che monitori il web e censuri le notizie non idonee.
La notizia si è così magicamente trasformata: non è più Grillo che reagisce (alla sua maniera, cioè totalmente confusionaria) a quello che potrebbe essere un attacco alla libertà di informazione, essendo evidentemente più che ambigua un'agenzia con il potere di decidere cosa è bufala e cosa no, ma sarebbe Grillo stesso a proporre una sorta di censura dell'informazione.
Questo episodio mostra chiaramente quale sia il cortocircuito informativo, e propone molte riflessioni su diversi punti caldi.
Primo punto, nessun giornale si è preoccupato del fatto che una task-force anti-bufala possa avere degli effetti deleteri per la libertà di informazione. Secondo punto, quando una persona fa notare con una provocazione questo problema, diventa lui il pericolo della libertà di informazione.
Perché questo? Una semplice reazione di difesa del corpo giornalistico, che si vede da una parte rubare il lavoro da giornali on-line più o meno attendibili, e dall'altra parte venire anche accusati dai "populisti cattivi" di fare malainformazione?
Ma la “bufala” è propriamente l'altra faccia della medaglia di una cattiva informazione: meno sono credibili i media “istituzionali” o mainstream, tanto più le persone saranno portate a cercare fonti di informazioni alternative, non sempre riuscendo a discernere fra quelle vere e quelle false.
Prima di lanciarsi in una crociata per la vittoria del vero contro il falso l'apparato giornalistico tutto dovrebbe cospargersi il capo di cenere. Infatti, come tra le altre cose ricorda il cattivissimo Grillo, l'Italia si trova ancora al 77mo posto nella classifica mondiale per la libertà di informazione: se durante il periodo berlusconiano questo misero piazzamento veniva infatti imputato all'enorme conflitto di interessi del Cavaliere e il suo totale controllo della televisione, oggi bisognerebbe interrogarsi più seriamente sul ruolo dei giornali e i loro inestricabili rapporti con la politica.
D'altra parte la malainformazione si può notare nelle notizie che ci vengono fornite ogni giorno e che sono in così netta contraddizione con quello che poi i lettori vivono sulla loro pelle: come quando i giornali riportano le entusiastiche stime del governo su crescita e occupazione, senza analizzarle né spiegarle; salvo, qualche giorno, dopo fornendone altre assai diverse ma più veritiere fornite da un'altro istituto statistico e, anche qui, senza problematizzare minimamente il perché di questi dati diversi; quando censurano completamente scioperi e manifestazioni che pure tantissime persone vivono sulla loro pelle, per poi dare eccessivo risalto a ogni striscione appeso da questo o quel gruppuscolo neofascista; quando, nella copertura di drammatiche vicende come le guerre che ci circondano, prediligono la narrazione emotiva attingendo da fonti ampiamente inattendibili rispetto a una visione più ampia sulle cause del conflitto e, soprattutto, stando sempre bene attenti a omettere qualsivoglia responsabilità del nostro governo (o dei nostri alleati).
Spesso viene definito il ruolo del giornalismo come “cane da guardia del potere”, cioè come cane da guarda che controlla il potere. Interessante però che l'espressione possa avere anche il significato opposto: il cane da guarda di proprietà del potere.
Chi dovrebbe controllare chi, dunque? I media di oggi sono controllori del potere o per il potere? Cosa succede se il potere si erge a controllore dell'informazione?
Lo stato di salute dell'informazione riflette quello del funzionamento democratico, e ad oggi è terribilmente preoccupante, ma ancora più preoccupante è chi fa squillare le trombe a favore una cura volta a restringere ulteriormente le libertà di espressione e partecipazione.

venerdì 6 gennaio 2017

SAVIANO DOVREBBE STARE ZITTO TUTTO IL 2017 DOPO LE PAROLE DI DE MAGISTRIS


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E ci risiamo,proprio Saviano non ce la fa a sottrarsi dalle telecamere e dai palcoscenici della spettacolarizzazione dei drammi altrui,quelli dove riesce bene a districarsi e che lo fanno arricchire,quelli dai quali si è tolto per accomodarsi con tanto di scorta in lidi lontani e da dove continua a sparare merda da tutte le parti come nel caso ultimo della morte di Fidel Castro(madn tornando-sulla-morte-del-lider-maximo ).
Uno dei massimi leader del luogo comune,un populista anch'egli in questo periodo storico zeppo di personaggi così a volte diversi ma così pateticamente uguali(madn maestri-della-demagogia )stavolta è stato zittito dal sindaco di Napoli De Magistris che come nel caso delle primarie del Pd napoletane(madn napolidalle-scarpe-di-lauro-chi-le vuole fare a de magistris )invia una lettera aperta ai suoi concittadini anche se il destinatario ufficiale è proprio Saviano.
Il testo è scritto col cuore in mano e nel leggerlo lo scrittore di Gomorra dovrebbe starsene zitto almeno per tutto il 2017 perché nello scritto semplicemente non può far altro che farsi un esame di coscienza profondo come oceano in quanto in fondo lui tiene alla camorra che tanto lo fa arricchire nonostante le minacce presunte che gli sono state fatte anni fa.
Effettivamente Napoli e la sua gente stanno tentando di riemergere dallo stato di difficoltà e di malessere,anche con buoni risultati nel campo culturale e turistico,e non detto ma scritto tra le righe la popolarità di Saviano e la grandezza del suo conto in banca sono direttamente proporzionali ai successi dei criminali camorristi e alle sconfitte dello Stato nella battaglia contro questo sistema che se non esistesse ne farebbe uno sfaccimm come ce ne sono tanti in tutto il paese.
Articolo di Contropiano(http://contropiano.org ).

“Caro Saviano non speculare più sulla nostra pelle”.

di Luigi De Magistris*
Caro Saviano, mi occupo di mafie, criminalità organizzata e corruzione da circa 25 anni, inizialmente come pubblico ministero in prima linea, oggi da sindaco di Napoli. Ed ho pagato prezzi alti, altissimi. Non faccio più il magistrato per aver contrastato mafie e corruzioni fino ai vertici dello Stato. Non ti ho visto al nostro fianco. Caro Saviano, ogni volta che a Napoli succede un fatto di cronaca nera, più o meno grave, arriva, come un orologio, il tuo verbo, il tuo pensiero, la tua invettiva: a Napoli nulla cambia, sempre inferno e nulla più. Sembra quasi che tu non aspetti altro che il fatto di cronaca nera per godere delle tue verità. Più si spara, più cresce la tua impresa. Opinioni legittime, ma non posso credere che il tuo successo cresca con gli spari della camorra. Se utilizzassi le tue categorie mentali dovrei pensare che tu auspichi l'invincibilità della camorra per non perdere il ruolo che ti hanno e ti sei costruito. E probabilmente non accumulare tanti denari. Ed allora, caro Saviano, mi chiedo: premesso che a Napoli i problemi sono ancora tanti, nonostante i numerosi risultati raggiunti senza soldi e contro il Sistema, come fai a non sapere, a non renderti conto di quanto sia cambiata Napoli ? Ce lo dicono in tantissimi. Tutti riconoscono quanto stia cambiando la Città. Napoli ricca di umanità, di vitalità, di cultura, di turisti come mai nella sua storia, di commercio, di creatività, di movimenti giovanili, di processi di liberazione quotidiani. Prima città in Italia per crescita culturale e turistica. Napoli che ha rotto il rapporto tra mafia e politica. Napoli dei beni comuni. Napoli del riscatto morale con i fatti. Napoli autonoma. Napoli che rompe il sistema di rifiuti ed ecomafie. E potrei continuare. Caro Saviano, come fai a non sapere, come fai a non conoscere tutto questo ? Allora Saviano non sa i fatti, non conosce Napoli e i napoletani, allora Saviano è ignorante, nel senso che ignora i fatti, letteralmente: mancata conoscenza dei fatti. Non credo a questo. Sei stato da tanto tempo stimolato ad informarti, a conoscere, ad apprendere, a venire a Napoli. Saviano non puoi non sapere. Non è credibile che tu non abbia avuto contezza del cambiamento. La verità è che non vuoi raccontarlo. Ed allora Saviano è in malafede ? Fa politica ? È un avversario politico ? Non ci credo, non ci voglio credere, non ne vedrei un motivo plausibile. Ed allora, caro Saviano, vuoi vedere che sei nulla di più che un personaggio divenuto suscettibile di valutazione economica e commerciale? Un brand che tira se tira una certa narrazione. Vuoi vedere che Saviano è, alla fin fine, un grande produttore economico? Se Napoli e i napoletani cambiano la storia, la pseudo-storia di Saviano perde di valore economico.
Vuoi vedere, caro Saviano, che ti stai costruendo un impero sulla pelle di Napoli e dei napoletani? Stai facendo ricchezza sulle nostre fatiche, sulle nostre sofferenze, sulle nostre lotte. Che tristezza. Non voglio crederci. Voglio ancora pensare che, in fondo, non conosci Napoli, forse non l'hai mai conosciuta, mi sembra evidente che non la ami. La giudichi, la detesti tanto, ma davvero non la conosci. Un intellettuale vero ed onesto conosce, apprende, studia, prima di parlare e di scrivere. Ed allora, caro Saviano, vivila una volta per tutte Napoli, non avere paura. Abbi coraggio. Mescolati nei vicoli insieme alla gente, come cantava Pino Daniele. Nella mia vita mi sono ispirato al magistrato Paolo Borsellino al quale chiesero perché fosse rimasto a Palermo, ed egli pur sapendo di essere in pericolo rispose che Palermo non gli piaceva e per questo era rimasto, per cambiarla.
Chi davvero – e non a chiacchiere – lotta contro mafie e corruzione viene dal Sistema fatto fuori professionalmente ed in alcuni casi anche fisicamente. Caro Saviano tu sei un caso all'incontrario. Più racconti che la camorra è invincibile e che Napoli è senza speranza e più hai successo e acquisisci ricchezza. Caro Saviano ti devi rassegnare: Napoli è cambiata, fortissimo è l'orgoglio partenopeo. La voglia di riscatto contagia ormai quasi tutti. Caro Saviano non speculare più sulla nostra pelle. Sporcati le mani di fatica vera. Vieni qui, mischiati insieme a noi. Ai tanti napoletani che ogni giorno lottano per cambiare, che soffrono, che sono minacciati, che muoiono, che sperano, che sorridono anche.
Caro Saviano, cerca il contatto umano, immergiti tra la folla immensa, trova il gusto di sorridere, saggia le emozioni profonde di questa città. Saviano pensala come vuoi, le tue idee contrarie saranno sempre legittime e le racconteremo, ma per noi non sei il depositario della verità. Ma solo una voce come altre, nulla più. E credimi, preferisco di gran lunga le opinioni dei nostri concittadini che ogni giorno mi criticano anche, ma vivono e amano la nostra amata Napoli. Ciao Saviano, senza rancore, ma con infinita passione ed infinito amore per la città in cui ho scelto di vivere e lottare.
* Sindaco di Napoli

DA TROTSKY OSTRACIZZATO ALLE DIVISIONI INTERNE DEI GIORNI NOSTRI


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Esattamente novantun'anni fa nell'Unione Sovietica nata dalla rivoluzione d'ottobre che vede quest'anno il proprio centenario,cominciò l'ufficiale allontanamento dalla vita politica di Lev Trotsky,giunta all'apice con l'esilio concretizzatosi nel 1929.
Nell'articolo di Infoaut(storia-di-classe )che ricorda questa data quando il rivoluzionario russo venne rimosso dall'incarico ministeriale vi si trova pure un'analisi e molti riferimenti che vanno dalla fallita rivoluzione del 1905 fino alla morte avvenuta per volere di Stalin nel 1940 in Messico.
Ma la pubblicazione di questo post vuole essere contestualizzata alla situazione che vive il comunismo e di conseguenza il socialismo ai nostri giorni in un periodo di forti cambiamenti e di difficoltà a trovare un collante per unire in un unico raggruppamento le forze di sinistra.
Perché sia a carattere locale che nazionale siamo ben distanti dal trovare una linea unica,anche nel resto del mondo come scritto nell'articolo di ieri(presidenziali-francesi-e-marine-le-pen )la corsa all'Eliseo vede la gauche divisa tra quattro candidati col rischio di non arrivare nemmeno ad un eventuale ballottaggio a scapito del centro e dell'estrema destra.
A livello locale(Crema)si è smarrita la bussola ma già da parecchio tempo con divisioni interne sempre più pressanti e senza secondo me una soluzione radicale che doveva essere già decisa anni addietro.
Invece in tutta Italia c'è ancora la solita e autodistruttiva scelta di dividersi in partiti e partitini che mai raggiungeranno una percentuale per poter arrivare in Parlamento con qualsiasi legge elettorale che venga spero al più presto decisa.
Un lungo lamento di vari schieramenti che è già lì da vedere nella storia partendo dalla successione a Lenin quando morì nel 1924 con le varie correnti che portarono non solo alle rotture interne ma a omicidi e imprigionamenti.
La lotta di classe deve essere solo di sinistra perché i vari fascismi perché a differenza dei nomi e dei protagonisti che possono rientrare sotto quello di leghisti,grillini o caccapovndisti,sono più che mai pronti ad approfittarne per togliere linfa vitale alle ideologie di sinistra che a dispetto dei detrattori non sono per niente morte.

6 gennaio L'esilio di Trotsky.

6 gennaio 1925: inizia con la rimozione di Leon Trotsky dall'incarico ministeriale la serie di provvedimenti presi dal governo stalinista nei confronti del politico, che culminerà con il 17 gennaio 1929, quando egli viene esiliato insieme ad alcuni compagni del soviet di Pietrogrado ad Alma Ata. Così inizia la lunga diaspora che condurrà Trotsky fino alla morte in Messico il 20 agosto del 1940 assassinato da un agente stalinista in incognito. La vicenda di Trotsky è dal punto di vista autonomo molto interessante per una serie di aspetti e innanzitutto perché sancisce il fallimento di un certo tipo di socialismo reale e delle sue strutture politiche e sociali. Molti sono gli interessanti spunti che lasciò a chi attraversa in un'ottica marxista i movimenti, ma molti furono anche gli errori di valutazione che pesarono profondamente sia sul destino della rivoluzione russa, sia sui partiti comunisti istituzionali che staccandosi dalla sfera d'orbita sovietica aderirono a questo modo di intendere la lotta di classe. Come sempre sta a noi dare una lettura critica e attualizzata, in rapporto con le dinamiche storico-sociali che attraversiamo di alcune linee di tendenza intuite da Trotsky. Interessanti sono ad esempio gli approfondimenti sulla teoria della Rivoluzione permanente, molto meno le pratiche dell'entrismo nei partiti socialisti.
Trotsky insieme a Lenin leader della rivoluzione russa è stato molto presto visto dai burocrati del socialismo reale, oppressivo e mortificante come un pericolo, un pericolo capace di scatenare le contraddizioni palesi che attraversavano la teoria del "socialismo in un paese solo" e del capitalismo statale di cui era intrisa la ormai tradita rivoluzione bolscevica. Una paura che era lo stesso volto dei padroni dei paesi attraversati dalle lotte operaie e del proletariato.
Dal punto di vista autonomo e antagonista Trotsky ci insegna che una rivoluzione è sempre perfettibile e che le contraddizioni insite allo sfruttamento capitalista non sono conciliabili con il socialismo e con le sue espressioni. Ci insegna anche con i suoi errori che tentare di cambiare dall'interno una forma partito di stampo terzointernazionalista che è a sua volta rappresentazione del potere istituzionale e borghese è impossibile. Anzi anche questa va distrutta e delegittimata.


Presentiamo ora un documento di Danilo Montaldi su Lev Trotsky.

CURVA DISCENDENTE:TROTZKY, TROTZKISMO, TROTZKISTI Negli anni 1926-'28 il movimento operaio internazionale subisce una crisi i cui caratteri si presentano in una forma del tutto nuova. Non è più una crisi legata ad una battaglia perduta e sanguinosamente repressa, quale era stata la Comune di Parigi, non è più il fallimento della rivoluzione come nel 1905 in Russia, esperienze l'una e l'altra che serviranno di base alla ripresa politica del proletariato. Questa volta si tratta di qualche cosa di infinitamente più tragico in quanto è proprio questo stesso patrimonio, l'unico, se si eccettuano le ereditarie catene, che viene saccheggiato e manomesso precisamente da che usurpava in quegli anni la rappresentanza dell'avanguardia nel Paese che per primo aveva ceduto all'assalto vittorioso della Rivoluzione.
Le ragioni dell'arretramento politico degli operai vanno ricercate nell'impossibilità di mantenere il controllo in una situazione che si va sempre più evolvendo, tanto in Russia che nel resto del mondo, a svantaggio della classe nel suo complesso.
L'affermazione dell' "Opposizione di Sinistra" è legata strettamente all'evoluzione della lotta di classe in Russia che si esprime ancora in quegli anni in termini di contrasti ideologici prima di scendere sul terreno della lotta politica aperta fino all'eliminazione fisica di chi non aveva saputo rinunciare, in un modo non formale, alla tradizione e alle lezioni dell'Ottobre 1917. Il nuovo corso dell'economia sovietica, vale a dire il consolidamento della NEP e i primi piani di industrializzazione che in queste condizioni non porteranno ad altro che alla nascita di un capitalismo statale ed allo sfruttamento sempre più vasto del proletariato, induceva gli strati dirigenti della politica russa a forgiare nuove teorie e nuove tattiche che, coerenti con l'impegno della "Difesa dell'URSS", sono in netto contrasto con gli interessi della Rivoluzione mondiale. Di conseguenza i movimenti dissidenti dell'Internazionale si vanno sempre più intensificando. Sotto l'incalzare degli avvenimenti le coscienze individuali, i gruppi d'avanguardia sono costretti a definire la loro condotta, a cercare una loro giustificazione, e con questo stesso a proporre la validità della loro particolare esperienza sul piano più vasto della lotta del proletariato.
Lev Trotzky pur dibattendosi tra le infinite difficoltà che il ritorno alla vita d'esilio gli imponeva di superare, seppe improntare il movimento d'opposizione della sua personalità di vecchio combattente delle lotte sociali.
Da quando il ministro zarista Miljukov lo aveva usato con disprezzo per la prima volta, il termine "trotzkismo" aveva fatto molta strada, ma solo ora si presentava come una tendenza che si andrà sempre più definendo nel senso del movimento operaio. La Rivoluzione, immensa divoratrice di esperienze e di uomini non dovrà tardare molto a sottoporre all'esame delle situazioni la consistenza e la necessità. In questa fase il proletariato si presenta sotto la guida di una direzione che ha ormai smarrito il senso di una lotta di classe e di conseguenza fin dall'inizio è votato a sicura sconfitta.
gli avvenimenti cinesi non sono che il prologo sanguinoso di una lunga serie di disfatte. Lo slancio rivoluzionario delle masse viene soffocato dal mostruoso sviluppo di un capitalismo in crescita, i cui rappresentanti costituiscono la direzione del movimento.
La crisi apertasi nel senso del capitalismo nel 1917 stava per concludersi ancora una volta a svantaggio della classe oppressa: il mondo operaio europeo viveva gli ultimi fremiti operai in Germania dove, strada per strada si sparavano gli ultimi colpi disperati di tre lustri di lotte civili iniziate vittoriosamente a Kronstadt sotto la guida del partito bolscevico. Se la borghesia tedesca aveva represso nel 1919 Spartacus , il cui sangue sigilla i documenti costitutivi della Terza Internazionale, non aveva pertanto saputo li berrai altrettanto facilmente delle intime contraddizioni che tessevano il suo contenuto di classe, anche se in quegli anni stava finalmente generando "l'atteso rimedio" che non tarderà, quando si sfogherà nella violenza del suo terrorismo, ad essere benedetto non solo dagli strati più reazionari della popolazione, ma da tutti coloro che avevano ancora qualche superstizione da salvaguardare nella generale catastrofe dei sedicenti "valori tradizionali". La Germania della disfatta militare ed economico sfogava l'avvilimento in cui si concretizzava la sua vita quotidiana nell'istinto di conservazione, e si vennero a creare la premesse per la distruzione sistematica di tutte le istituzione del proletariato: a questo infatti si riduce la funzione essenziale del fascismo.
Fu l'assalto più brutale e completo nei confronti della classe operaia. Fu Hitler.
Di fronte ad una socialdemocrazia che si vedeva derubare del suo capitale eletto - la media borghesia -, e che non solo sui era già infinite volte rivelata incapace di guidare il proletariato nella lotta ma che sperava in una "pacificazione del popolo tedesco" puntando tutto su questa parola d'ordine lanciata alla sua giusta ora da quegli strati dell'opinione pubblica che si nutrono al contrario delle profonde divisioni sociali come un ultimo tranello nel momento in cui lo scontro si stava preparando più sanguinoso, lo stalinismo trova il bel tempo di forgiare la teoria del "socialfascismo", il più aberrante bubbone cresciuto sulla ideologia marxista.
"Il fascismo è l'organizzazione di lotta della borghesia che si appoggia sull'aiuto attivo della socialdemocrazia. La socialdemocrazia è oggettivamente l'ala moderata del fascismo" aveva detto l'antidialettico Stalin aggiungendo che " il fascismo e la socialdemocrazia non sono nemici, ma gemelli". Thälmann, allievo di tale maestro, ne applicò gli insegnamenti al punto che ripudiava la massa industriale tedesca, che dal tempo delle prime lotte sociali aveva sempre costituito la speranza del marxismo, e che come entità fisica rimaneva perlopiù inquadrata nei sindacati riformisti, creò a parte un sindacato di disoccupati che come tutti sanno non potranno mai costituire l'avanguardia del proletariato poiché nelle condizioni in cui si trovano sono assai vicini sentimentalmente alla classe avversa di cui subiscono più direttamente l'assalto.
La tattica disastrosa dell'Internazionale ha a sua scusante il fatto che gli interessi proletari e il proletariato stesso diventavano sempre più estranei alla politica dei dirigenti burocrati, i quali, date le nuove strutture economiche che si andavano a creare in Russia, erano costretti a portare altrove la lotta, ai fini della loro stabile affermazione. Le contraddizioni tattiche dell'Internazionale provengono tutte da questa origine.
Non vogliamo tornare a ripetere la storia ben nota dei fatti tedeschi dal 1928 al 1932, ma vedere unicamente in che modo il trotzkismo non seppe opporsi allo smarrimento in cui caddero i militanti e la classe e richiamare gli uni e l'altra ai loro compiti essenziali nei quali si raccoglie il senso stesso della loro esistenza fisica. Abbiamo detto "trotzkismo" appositamente perché sarà proprio in questa situazione che, sotto i colpi di maglio della lotta di classe, si andrà forgiando il movimento che diverrà la Quarta Internazionale. Ed è proprio qui che subisce la prova generale che ormai lunghi anni di vita gli impongono. Una prova fallita
Il Partito Comunista Tedesco non aveva saputo cogliere il momento di contraddizione, di divisione nel campo della borghesia, non aveva saputo metterlo a frutto al fine di mobilitare il proletariato, tutto il proletariato e lanciarlo alla conquista del potere.
Ben presto questa occasione mancata tornerà a totale vantaggio della borghesia che saprà riunirsi in vista della vittoria, eliminando dalla vita nazionale quelle forze che, se l'avevano rappresentata fino a ieri, sono oggi superate dai tempi. Così come ieri in Italia la socialdemocrazia viene messa in condizioni del tutto nuove e deve difendersi: deve abbandonare il terreno delle lotte parlamentari sotto la pressione della reazione incombente, ed è costretta a dover subire giorno dopo giorno l'offesa di chi non riconosce più diritti agli avversari politici.
Non era buona ragione per sollecitare un fronte unico con quei partiti che se non erano stati la causa principale della nascita del fascismo, pure non avevano nemmeno tentato di opporglisi nettamente come la situazione richiedeva.
Invece Trozky seguirà proprio questa sfida rifacendosi a quanto era accaduto in Russia nell'agosto 1917 al tempo di Kornilov, contro il quale Lenin sostenne un fronte dei partiti socialisti. Precedente che non era possibile riesumare per varie ragioni. Al giornale dei comunisti di sinistra "Rote Kämpfer" il quale ricordava che Kornilov rappresentava forze completamente diverse da quelle che si fanno sostenitrici di Hitler, Trozky non sa rispondere altro che con l'ironia. E sfoggiando la sua arte di polemista continua a sostenere una tesi che se rappresenta un tentativo di di comprendere le situazioni secondo un "metodo", che era stato ripudiato dai teorici dello stalinismo, non riuscirà meno dannoso, appunto perché il marxismo è usato come metodo e non dialetticamente, ai fini della questione maggiore che era messa in gioco: la Rivoluzione.
Vero è che Hitler giunto al potere eliminò ben presto il "kornovilismo tedesco" delle associazioni dei generali monarchici, che anch'esso era "rimasto indietro" con i tempi, e quindi era nocivo alla politica del nazismo. E non fu una eliminazione pacifica. Naturalmente Trozky non giunse mai a sostenere una identità di scopi nell'azione comune del fronte unico. Ma "marciare separati e battere insieme" significa rimanere sonni al momento opportuno. Bisognava dunque premunirsi nei confronti di questo pericolo, dato che la funzione della socialdemocrazia nell'azipne diretta si esaurisce ben presto: l'esperienza italiana insegni. Di fronte al fascismo che ha preventivamente battuto la socialdemocrazia sullo suo stesso terreno soffiandole la piccola borghesia per rilanciarla arrabbiata e delusa contro le organizzazioni del proletariato, massa di manovra ispirata dai grandi affari, solo il partito di classe aveva dimostrato di saper portare la lotta per l'emancipazione dei lavoratori fino alle sue naturali conseguenze. Dopo il fallimento del fronte unico in Germania nell'aprile del 1922 alla conferenza di Berlino, fallimento che fu sancito dalla "Pravda", e dopo l'insegnamento della lotta in Italia, non era necessario rifare a ritroso le esperienze già scontate, ma passare, nella misura in cui era possibile, al riarmo della classe e all'offensiva sul fronte borghese. Il Partito Comunista d'Italia era stato il primo a dover subire l'attacco fascista, era stato il primo a dover tentare il fronte unico con quelle forze "socialiste" che a un certo momento firmeranno con il patto di pacificazione il proprio suicidio, ma è rimasto anche il solo ad esprimere nelle Tesi di Roma l'insegnamento che aveva saputo trarre dalla amara situazione oggettiva. Se per il Partito Comunista d'Italia il fronte unico comportava soprattutto azione comune di tutte le categorie organizzate nei  sindacati, non significa che nella formulazione delle tesi che sostenevano questa posizione vi fosse un particolare "vizio" sindacalista, ma che era stato impossibile raggiungere le premesse per il fronte unico sul terreno politico con quelle forze dalle quali il giovane partito si era salvato a tempo. Ora, l'avanguardia militante si riprometteva, secondo l'insegnamento di Lenin, di saper trasformare la lotta sindacale in lotta politica che ne è in fondo il suo naturale sviluppo. Staccatosi dal "glorioso" Partito socializza proprio nel 1921 mentre la battagli si andava facendo sempre più dubbiosa ("l'unità sta nella scissione", aveva proclamato il vecchio Maffi a chi col ricatto dell'unità del partito voleva evitare che si concretizzasse lo slancio del proletariato rivoluzionario) il Partito comunista non poteva, così come suggeriva Zinov'ev, solidarizzarsi con la compromessa socialdemocrazia: ascrivere il valore dell'atteggiamento scelto in nome di qualcosa che non fosse la Dittatura del proletariato significava arretrare e convalidare la sconfitta sul terreno ideologico prima, su quello pratico di conseguenza. . Dopo Lenin, l'organizzazione del marxismo non può dividere la sua strada con nessuno, questa era stata la lezione che il proletariato italiano aveva creduto trarre dall'Ottobre russo dove la Rivoluzione si era compiuta nonostante i partiti socialisti. Naturalmente si passò oltre le evidenze. Nessuno volle esaminare oggettivamente quella situazione: si parlò ancora una volta di "ultrasinistrismo" e di "malattia infantile". Ai metallurgici di Torino precipitati negli altoforni, ai contadini della Valle Padana uccisi nei luoghi stessi del loro lavoro, si aggiungeranno ora anche gli operai martirizzati di Essen e di Amburgo. L'avanguardia proletaria del Partito Comunista Tedesco dovrà arretrare colpo per colpo mentre il "fronte" dei disoccupati nel quale la politica dei dirigenti ha voluto isolarla, si sfascerà con la stessa inerzia con la quale si era formato. Solo qua e là gruppo di rivoluzionari raccolti attorno a qualche giornale sanno mettere a frutto queste esperienze negative per la futura nascita del movimento del lavoro.

giovedì 5 gennaio 2017

PRESIDENZIALI FRANCESI E MARINE LE PEN

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Il prossimo aprile la Francia sarà chiamata ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica e la campagna elettorale è già stata messa in moto e l'articolo odierno preso da Left(servire-il-popolo-le-pen )parla prevalentemente delle strategie della leader del partito di estrema destra del Front National,Marine Le Pen.
Che con un modo di presentarsi più affabile che tuttavia non nasconde minimamente la sua faccia di merda,questa razzista così come nel resto d'Europa fa del populismo e dell'istigazione all'odio il proprio cavallo di battaglia(da sempre).
L'articolo si districa tra la cura proposta dalla Le Pen per la Francia che si basa da un distaccamento con garanzie dall'Europa(mantenendo comunque l'Euro come moneta),da un attenzione mirata al popolo tant'è che la campagna la vuole fare a stretto contatto della gente,il ritorno alle regioni tradizionali,l'abolizione della ius soli per i figli dei migranti ed un protezionismo delle aziende e dei lavoratori francesi in stile Trump.
Come un Grillo o un Salvini qualsiasi i suoi propositi possono essere un copia incolla con i programmi dei due leader massima espressione dei movimenti politici populisti in Italia:nella sua presentazione alla stampa leccando parecchio il culo ai giornalisti intervenuti che anche se spesso la trattano non benissimo sono liberi di farlo,anche se ha sottolineato le cantonate prese rispetto al voto Brexit e la certa elezione della Clinton.
Interessante è l'intreccio con la Russia di Putin che potrebbe ed in linea di massima sta già foraggiando la costosa campagna elettorale che la potrebbe portare al secondo turno che sarebbe un enorme successo ma che difficilmente la potrebbe far insediare all'Eliseo in qualsiasi testa a testa che fosse con Fillon del centro destra oppure Valls(non è ancora il candidato ufficiale dei socialisti)o l'outsider Macron,mentre la sinistra gioca a farsi del male non trovando la quadra su di un candidato unico.
Per finire viene anche sottolineato come la linea politica di Putin in Europa sia indirizzata allo smantellamento dell'Unione stessa appoggiando leader antieuropeisti e nazionalisti come Farage,la stessa Le Pen,Orban e Hofer,e chi verrà appoggiato o che viene già aiutato in Italia?

«Servire il popolo».Le Pen presenta la sua ricetta, nazionalismo, Stato, xenofobia.

« In nome del popolo». Lo slogan di Marine Le Pen non lascia spazio a equivoci, così come la promessa di fare una campagna elettorale per le elezioni di aprile che sia un incontro diretto con i francesi. La candidata del Front National si è presentata alla stampa per il lancio ufficiale della campagna e comincia proprio con un elogio della libertà di stampa e con una critica alla Turchia che imprigiona i giornalisti.
Un modo abile per parlare del modo in cui la sua campagna verrà seguita e descritta, un modo di aprire una nuova stagione e di fornire una immagine lontana da quella del padre Jean Marie, questo è il momento di fare il salto definitivo, se davvero vuole provare ad arrivare al secondo turno e essere competitiva. «Le nostre relazioni sono a volte complicate – dice Le Pen ai giornalisti – spesso non mi riconosco nelle vostre descrizioni, non me stessa, non le mie idee, non il mio partito. Ma è la libertà e io la difendo. So che non vi siete messi a fare questo mestiere per commentare l’ultima battuta». Le Pen chiede «neutralità dell’analisi, perché i francesi hanno bisogno di una esposizione rigorosa della campagna elettorale».
Le Pen chiede quindi oggettività ma sa anche bene che la sua cattiva immagine con i media può essere una forza: come segnala bene il post di Beppe Grillo sui tribunali del popolo, sparare sulla stampa e essere nemici dei media può essere un plus con l’opinione pubblica scontenta, disillusa e sospettosa nei confronti di ogni potere e istituzione – che si tratti della Tv di Stato, dei grandi giornali o degli eletti. Al contempo, si tratta di riuscire nell’operazione di dédiabolisiation (la de-demonizzazione) del partito nato dalla nostalgia della Francia di Vichy.
E infatti Le Pen ammonisce: «La stampa sorpresa dalla Brexit e da elezioni di Donald Trump. Forse perché vuole quel che vuole vedere e non ciò che c’è. Spero che la campagna elettorale sia coperta in maniera oggettiva dai media, e per questo sono attenta alla libertà di stampa». Un colpo al cerchio e uno alla botte: la leader della destra francese è allo stesso tempo rassicurante, vuole essere una candidata normale, ma anche la outsider. Ed è su quel filo che deve camminare. Marine sa che arrivare al secondo turno è nelle sue corde, ma sa anche che questa è l’occasione di una vita, sua dell’estrema destra francese, per riuscire ad arrivare all’Eliseo: i 4 candidati alle primarie della sinistra sono tutte facce stranote e interne all’establishment, il candidato del centrodestra è una vecchia conoscenza dei francesi e, al momento, solo Emmanuel Macron, con la sua candidatura «né di destra, né di sinistra» è in grado di presentarsi come una figura nuova, di rottura.
E così le parole sono estreme, ma non troppo e l’insistenza è quella su un partito di facce pulite e nuove (che è un po’ una bugia). «Il nostro non è carrierismo politico ma passione e amore, non ci rassegniamo alle sofferenze del nostro popolo. E non faremo marketing politico all’inseguimento dei sondaggi…Io parlo a tutti i francesi, in un momento cruciale in cui si deve scegliere un nuovo presidente e, auspicabilmente una nuova voce per la Francia». Popolo, popolo e ancora popolo: nella conferenza stampa, negli slogan, la leader della destra europea, che vuole organizzare un vertice e coordinarsi con tutti i partiti del continente che portano avanti idee simili alle sue (sovranità, stop immigrazione, basta Europa), fa continuamente riferimento ai francesi in quanto popolo sovrano e unito. Le Pen parla di una campagna che sarà innovativa, minuziosamente preparata e con strumenti tecnologiche nuovi, e più comizi che mai. «Voglio incontrarmi con il popolo francese, per il quale mi batto». Il popolo.
Tra i temi che Le Pen tocca ci sono le riforme istituzionali e l’abolizione delle regioni “artificiali” e ritorno alle regioni tradizionali. Suona un po’ Le Pen il vecchio? Già, basta con i confini imposti da Parigi, via con i bretoni, gli alsaziani, i baschi e così via. Cucina, vestiti tradizionali e vecchie care tradizioni locali, per Diana! E poi l’idea di un aumento della democrazia diretta: più referendum, ma più vicini al popolo e riduzione del numero dei parlamentari – questa è presa a prestito in Italia.
Infine un cavallo di battaglia: sovranità economica perché, «Come ha dimostrato Trump ottenendo la rinuncia di Ford a una fabbrica in Messico, la volontà paga, il protezionismo funziona». Se c’è la volontà le cose si fanno e «i francesi hanno un potere politico che non usano perché si sentono impotenti». Quella di Trump è una forzatura: la Ford non ha rinunciato a spostare uno stabilimento in Messico per paura delle minacce di Trump, ma perché sta rivedendo le strategie, punta all’auto elettrica e a quella senza autista e i centri di ricerca sono in Michigan, nei pressi dello stabilimento che avrebbe dovuto chiudere e che rimarrà aperto.
L’idea più forte di Le Pen, coniugata con una forte difesa dello Stato, è quella del “patriottismo economico”, «impossibile sotto l’Unione sovietica europea», come spiega un video su YouTube che risponde alle domande dell’elettore medio (“Perché sostieni Marine?”) e che sembra fatto per alfabetizzare, dare talking points ai militanti che si devono preparare ad affrontare una campagna nuova.
Se questa è la bandiera da sventolare ai comizi, c’è anche il passo indietro sull’euro. Parlando a una radio, infatti, Marine ha fatto marcia indietro rispetto all’addio alla moneta unica. Spiegando di come, nel caso di elezioni, il popolo francese voterà per un referendum sulla “Frexit”, Le Pen ha aggiunto che nel caso di addio all’Europa la Francia dovrà mantenere il franco agganciato alla moneta unica – come era con l’Ecu. I risparmiatori, impauriti dalle fluttuazioni, vanno rassicurati. Il dato interessante è che anche altri partiti No Euro, cresciuti talmente tanto da poter aspirare a candidarsi al governo del Paese, abbiano scelto di attenuare le proprie posizioni. Un conto è dire qualsiasi cosa quando si deve crescere alimentando la rabbia contro la crisi, altro è avere a che fare con la fluttuazione delle monete una volta al governo: l’interdipendenza economica europea è un fatto difficilmente aggirabile, specie da parte delle tre-quattro economie più forti.
Le Pen promette anche di mantenere le 35 ore volute dai socialisti e di cancellare lo ius soli, reintroducendo: il popolo francese deve restare tale, basta figli di immigrati che diventano cittadini. E questa è una proposta, detta in toni non salviniani, che è musica per le orecchie della parte razzista del popolo francese. E su questo non c’è bisogno di rassicurare nessuno.
E come finanzierà la campagna Marine? Perché concorrere alla presidenza, su due turni e per davvero costa soldi. Tanti. Il Front National si è visto rifiutare prestiti da banche europee e americane e così ne ha chiesti a un fondo in mano a Jean-Marie, il papà, fondatore espulso dal Fronte dopo aver pronunciato frasi che fanno a pugni con la de-demonizzazione («l’Olocausto è un dettaglio della storia»). Fin qui tutto bene.
Meno bene la richiesta di prestito a un fondo russo, che è fallito, passando a una gestione pubblica, che sembra aver chiesto i soldi indietro. La questione è controversa: i soldi dovrebbero essere restituiti tra qualche anno e il Front paga regolarmente gli interessi. Certo è che dalle corrispondenze del Cremlino hackerata da Anonymous si evince un certo favore della Russia putiniana verso Le Pen, che quando Mosca decise di annettersi la Crimea, riconobbe la legittimità di quel gesto unilaterale. Le Pen «va ringraziata» si legge in un dispaccio. Pochi mesi dopo è arrivato il prestito. In generale, la stampa francese ha rintracciato diversi legami tra il governo russo e il partito di estrema destra francese. Un segnale di come Putin stia cercando di costruire una rete di legami internazionali con i partiti populisti e di destra in giro per l’Europa.
Tra quattro settimane le primarie della sinistra indicheranno il candidato, l’ex premier socialista Valls sembra essere in netto vantaggio, ma alle primarie del centrodestra era in vantaggio Juppé e poi ha stravinto Fillon. Potremmo aspettarci sorprese. Quanto ai sondaggi nazionali, al momento il duello più probabile al secondo turno sembra quello Fillon-Le Pen. Macron è terzo, il candidato di sinistra Méleénchon quarto e qualsiasi candidato socialista quarto. Ma la campagna sta entrando nel vivo solo adesso e i candidati di sinistra hanno presentato le loro proposte negli ultimi due-tre giorni. Nei duelli (Valls-Le Pen, Fillon-Le Pen, Macron-Le Pen), la candidata di centrodestra perde sempre. Si vota ad aprile, la campagna è cominciata.

mercoledì 4 gennaio 2017

LA SOLIDARIETA' AI MIGRANTI DEV'ESSERE LA NORMALITA' E NON L'ECCEZIONE

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Quando si parla di tema migranti,clandestini o meno,profughi o richiedenti asilo,i social networks danno il peggio di se con commenti che sono quasi sempre di stampo razzista diretto o quello che io reputo più pericoloso che è quello"indiretto",di sponda e che di solito parte con"io non sono razzista ma..."e che racchiude gente di tutti i ceti sociali,prevalentemente credenti e che frequentano la chiesa ma che degli insegnamenti di fratellanza,solidarietà e carità evidentemente non hanno capito nulla.
Fortunatamente c'è anche chi appoggia queste categorie di persone(non bestie,scimmie,portatori di malattie o stupratori di donne)che è un fatto che dovrebbe essere la normalità e non l'eccezione in un paese democratico e solitamente accogliente e con una storia di massicce migrazioni come il nostro,
Comunque con presenze di reminiscenze fasciste,personaggi come Salvini,informazioni date da quotidiani come Libero o Il giornale e pseudo giornalisti che insozzano schermi televisivi come quelli di Rete4 oppure tv locali come Antennatre e Telelombardia,lo Stato italiano tanto libero e democratico non lo è.
Esempio ultimo la rivolta nel centro di accoglienza di Cona,nel veneziano,con la protesta dura dei migranti cominciata per la morte della venticinquenne ivoriana Sandrine Bakayoko sembra per trombosi polmonare dopo aver atteso in vano l'intervento di un'ambulanza per otto ore.
E' stata proprio questa la scintilla della sommossa di questo centro studiato per qualche decina di ospiti e che al momento del disordine ne accoglieva 1400,un sovraffollamento addirittura maggiore se raffrontato a quello carcerario visto che questi centri assieme ai già invocati Cie sono spesso delle prigioni(madn da-un-lager-verso-un-altro e madn violenza-contro-chi-non-vuole-piu ).
Il primo articolo preso da Infoaut parla di cronaca e degli operatori costretti a rintanarsi in un container per sfuggire alla rabbia degli ospiti/detenuti(rivolta-dei-migranti-nel-cie-di-cona )mentre quello successivo di Contropiano(sandrine-morta )parla delle prime parole del presidente della commissione parlamentare voluta per questi fatti che se realmente proferite sembrano comunque abbastanza imparziali in quanto c'è la condanna sia per la sommossa e per il fatto che si sia protratta a lungo come pure c'è l'inaccettabilità di non aver potuto far arrivare soccorsi con un'ambulanza ad una donna in difficoltà e poi morta per otto ore.

Rivolta dei migranti nel Cie di Cona. Operatori costretti a barricarsi negli uffici. 

Scoppia la protesta nel Cie di Cona in provincia di Venezia dove oltre mille profughi, durante la notte di lunedì, hanno impedito l'uscita dalla struttura a 25 operatoti che si occupano dei richiedenti asilo. I 25 dipendenti della cooperativa Edeco – Ecofficina prima di finire in due inchieste per truffa – si erano barricati all'interno di alcuni container e uffici mentre all'esterno la rabbia dei migranti prendeva forma e la protesta si trasformava in rivolta.
La protesta era scoppiata già nel primo pomeriggio per la morte di una giovane donna ivoriana, trovata senza vita in bagno. Le cause del decesso sono dovute, secondo i medici che hanno eseguito l'autopsia, ad una trombosi polmonare. I migranti denunciano che i soccorsi sono arrivati in estremo ritardo all'interno dell'ex base missilistica, fattore che ha scatenato la rivolta bruciando mobili e suppellettili. Solo intorno alle due di notte i 25 operatori trovano il coraggio di uscire lasciando la struttura.
Altre proteste a Verona dove un gruppo di richiedenti asilo hanno bloccato la circolazione rovesciando cassonetti per denunciare le pessime condizioni dell'ostello in cui vivono.
Le rivolte scoppiate in queste ultime ore, ci parlano ormai di condizioni inaccettabili all'interno delle prigioni chiamate Cie o Cara che siano. Forme di rifiuto radicali da parte dei migranti che non accettano più di vivere in condizioni estremamente disagiate, dove un malore si può trasformare in qualcosa di molto più serio perché mancano le medicine, dove le condizioni igieniche sono carenti e il cibo scarseggia.
Grazie alla rivolta di Cona è emersa la realtà dei fatti di quello che prima veniva definito dall'amministrazione albergo a 5 stelle, ma non solo. La dura protesta dei migranti è riuscita a mettere in difficoltà le politiche securitarie e xenofobe del nuovo governo Gentiloni che vorrebbe un Cie per ogni regione e che oggi le perplessità di alcuni esponenti politici mettono in discussione. Certo niente di rivoluzionario, semplicemente invece dei Cie si invocano più espulsioni come da sempre sostenuto dal manovratore di ruspe Salvini che ancora ieri dava fiato alle trombe sulla solita propaganda becera della Lega, chiusura dei Cie ed espulsioni di massa.
Ma a parte le uscite del gruista Salvini, il dato da rilevare è che le rivolte dei migranti mettono in difficoltà le scellerate politiche di controllo che vorrebbero più carceri sul territorio nazionale.

Ad oggi i Cie rimasti attivi, ma che grazie alle rivolte sono stati ridimensionati notevolmente per posti disponibili, sono quelli di Torino, Roma, Brindisi e Bari (quest'ultimo chiuso da mesi dopo l'ultimo incendio).

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Sandrine è morta aspettando per ore l’ambulanza.

di Redazione Contropiano
Sandrine Bakayoko, la giovane ivoriana di 25 anni morta nel Centro di accoglienza di Cona, ha aspettato per ore l'ambulanza. Era rinchiusa nel centro da agosto del 2016, quando era riuscita ad arrivare in Italia. "È inaccettabile che occorra attendere fino a 8 ore per avere sul posto un'ambulanza che presti i dovuti soccorsi a una migrante, che poi purtroppo ha perso la vita. Ed è ancora più inaccettabile la reazione di coloro che hanno tenuto a lungo assediato i 25 addetti del centro liberati solo a tarda notte". Ad affermarlo è il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza, Federico Gelli, il quale ha annunciato che "quanto prima la nostra Commissione si occuperà del caso cercando di fare piena luce sui drammatici fatti di Cona ma appena possibile ascolteremo anche il ministro dell'Interno Minniti"
La Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza, di identificazione ed espulsione, e sulle condizioni di trattamento dei migranti, aprirà infatti un'inchiesta sulla vicenda del centro di prima accoglienza di Cona, in provincia di Venezia, dove è scoppiata una rivolta dopo la morte di Sandrine all'interno del centro. E la Commissione ha annunciato anche di voler ascoltare il ministro dell'interno Marco Minniti, per capire "se predisporre i Cie, centri di identificazione ed espulsione, in ogni regione sia realmente la risposta giusta all'emergenza immigrazione", ha spiegato il presidente della Commissione di Inchiesta sui Migranti, Federico Gelli, perché "i Cie rischiano di creare altri ghetti, meglio l'accoglienza diffusa nei Comuni".
"Con lui vogliamo capire se predisporre i Cie, centri di identificazione ed espulsione, in ogni regione sia realmente la risposta giusta all'emergenza immigrazione". Gelli ricorda che in Italia ci sono 10 Cie di cui però solo 4 operativi e "l'esempio del Cpa di Cona, passato in poco più di un anno da 50 a 1400 ospiti, ribadisce l'inadeguatezza di queste strutture che troppo spesso diventano ghetti difficili da gestire".
"Nei Centri d'accoglienza, le persone sono spesso ridotte a delle merci o pacchi postali tra sfruttamento sociale e lavorativo. Il tutto costruito su un sistema che genera disumanizzazione e ghettizzazione dei profughi" denuncia Aboubakar Soumahoro, portavoce in Italia della Coalizione dei San Papiers e attivista dell'Usb, "Ecco perché ogni vita persa in quei luoghi è sulla coscienza morale e politica dello Stato e delle sue articolazioni territoriali. Verità e Giustizia per Sandrine"!

martedì 3 gennaio 2017

I GRILLINI SONO DIVENTATI GARANTISTI?OH,YES(MAN)


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Le ennesime votazioni on line che il movimento 5 stelle sta svolgendo sul sito del padrone Beppe Grillo in queste ore fanno gongolare l'ormai epurato dalla setta del comico genovese Federico Pizzarotti,uno dei primi eretici cacciato con forconi e torce infiammate virtualmente nel mondo di internet.
L'articolo preso da La Stampa(la-rivincita-di-pizzarotti )parla di questa mezza vittoria del sindaco di Parma che fu uno dei primi a cercare di far ragionare gli iscritti ed i simpatizzanti del movimento,e il suo tentativo venne in modo totalitario messo alla berlina e per questo fu cacciato in malo modo.
Ora che il voto per avere un codice di comportamento in caso di coinvolgimento in vicende giudiziarie,visto da molti come un parafulmine per un possibile prossimo avviso di garanzia per il sindaco di Roma Virginia Raggi,assume un carattere da coda in mezzo alle gambe ed un ritorno al passato verso un garantismo consono e auspicato da tutte le forze politiche che Grillo ha da sempre demonizzato.
Forse questo tentativo di porre un altro codice oltre alle decisioni del direttorio viene direttamente dall'erede Casaleggio oppure da un senso pratico di un movimento che come detto è sotto il giogo di un tiranno(vedi:madn non-avrai-altro-dio-allinfuori-di-me )e che vede sempre più persone impegnate in politica invischiate in casi ed atteggiamenti in sintonia con la criminalità.

La rivincita di Pizzarotti: nel M5S tanti “yes man”

«Quando il M5S mi aveva sospeso illegittimamente mancava un regolamento sulle sospensioni e uno sul codice di comportamento.

Ha dovuto attendere sei mesi, ma alla fine, dalla sponda del fiume, Federico Pizzarotti è convinto di veder passare il cadavere del suo nemico. Il Movimento 5 Stelle, dal quale è stato messo alla porta senza troppi complimenti, ora adotta un codice comportamentale che incarna perfettamente quella serie di regole e procedure che lui, invano, aveva chiesto fino all’ultimo.

«Quando il M5S mi aveva sospeso illegittimamente - ha scritto infatti oggi il sindaco di Parma su Facebook - mancava un regolamento sulle sospensioni e uno sul codice di comportamento. Nelle controdeduzioni che mi erano state chieste lo feci notare: impossibile e illegittimo sospendermi se mancano i regolamenti per farlo. Da parte dei vertici silenzio assoluto, lo stesso da parte del direttorio, ora rottamato senza neppure una spiegazione. Oggi, a distanza di ben sei mesi - è l’amara considerazione -, è arrivata la conferma di quanto ho sempre fatto notare. Il punto è semplice: chi fa notare le incongruenze e i gravi errori di una forza politica non è un traditore, né un infiltrato, ma una persona che con onestà intellettuale dice le cose esattamente come stanno, proponendo giuste soluzioni e senza aver paura delle conseguenze di tenere la testa alta. Chi tace, piega la testa e non sa formulare un benché minimo pensiero critico è solo uno yes man. E oggi - ha concluso - continuo a vedere molti yes man, ma pochi politici con una loro coerenza e una loro autonomia».

Una «rivincita» che, in meno di un’ora, vede concentrare sul suo profilo Fb oltre 1.300 commenti e 181 condivisioni animando un accesissimo dibattito tra sostenitori delle ragioni del sindaco e gli `ortodossi´ del movimento. Un confronto a cui Pizzarotti non si sottrae, aggiungendo così altre rivendicazioni al suo post iniziale.

A chi - ad esempio - gli contesta una mancanza di cautela nella gestione della sospensione («è arrivata la conferma che se tu fossi stato un po’ più calmo le cose sarebbero andate a posto da sole» gli scrive un militante), il primo cittadino di Parma replica serafico: «Lei evidentemente fa parte di quelli a cui va tutto bene. Metti il direttorio, togli il direttorio, metti i probiviri, vota il regolamento, non passa il regolamento ma basta non parlarne più.... e così via...». Meno pacata è stata invece la risposta a chi lo ha accusato di insultare «e a sopravvalutare oltremodo il suo pensiero e quello dei suoi accoliti» con l’aggravante di aver dato tutto in pasto ai mass media: «Io non insulto, sono stati altri», ha precisato Pizzarotti. «Si vada a vedere il doppio peso nelle dichiarazioni su di me o su Raggi e Muraro. E non dovrei farlo notare? Io ho sempre detto cose poi avverate, ma darmi ragione evidentemente era difficile. Servono yes man come piacciono a lei. Su - chiosa - lei girerebbe in maglietta a dicembre se il blog dicesse che c’è caldo»

CAPODANNO COL BOTTO


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L'esplosione davanti ad una libreria affiliata come tante altre"associazioni culturali"agli estremisti di destra di Ca$$a Povnd che ha ferito seriamente un artificiere viene fatta passare come un atto di terrorismo paragonabile secondo le merde fasciste del nuovo millennio ai gesti dei miliziani Isis dimenticandosi il fatto che sono la stessa feccia fascista che mettevano le bombe nelle piazze e nei treni.
Le indagini sono in corso ed i responsabili di questo atto che sembra politico,per ora escluse beghe interne anche se non sono rare ritorsioni tra adepti per motivi legati alla criminalità ed allo spaccio di droga,ma lo scoppio dell'ordigno sembra che originariamente non dovesse recare danno se non materiali alla libreria stessa.
L'artificiere della polizia che ha perso un occhio ed una mano,evidentemente ha sottovalutato o non è stato capace ad ottemperare al proprio mestiere con la dovuta sicurezza e perizia,e pur non conoscendolo personalmente fa parte comunque di una categoria da sempre legata ai fascisti di Cagapovnd e addirittura quasi sempre alla difesa loro e dei loro luoghi di incontro quando emergono dalle fogne.
Effettivamente i sindacati di polizia si sono schierati apertamente contro i presunti esecutori di questo gesto di avvertimento,a fianco dei loro amici fascisti che come detto vengono all'occorrenza protetti e fiancheggiati.
Per la cronaca faccio riferimento a questo link(www.ecn.org firenze-ordigno-contro-casapound )mentre l'articolo sottostante preso da Infoaut(casapoundbrrr-che-paura )ribadisce semplicemente che organizzazioni come quella di Di Stefano e di Iannone semplicemente se venisse applicata la Costituzione non dovrebbero nemmeno esistere e che l'antifascismo può e deve lottare contro questi abomini retaggio del revisionismo storico nazifascista e legittimati da politici e polizia.

Casapound....brrr che paura!!

Un 2017 che comincia con l’indignazione fascista di CasaPound espressa dal suo leader Simone Di Stefano, in merito all’esplosione avvenuta a Firenze alle 5:30 della notte di capodanno, quando un artificiere del corpo di polizia ha perso un occhio e una mano nel tentativo di disinnescare un ordigno fuori da una libreria che fa riferimento a CasaPound.
Di Stefano si espone con una dichiarazione che potremmo definire un piagnisteo alla ricerca di consensi politici da parte dei partiti. Una lamentatio che tenta di recuperare agibilità politica da sempre gli è negata da tutto il mondo antifascista che in Italia continua ad essere presente e attivo.
Ovviamente non manca la solidarietà del sindaco di Firenze e del sindacato di polizia Silp Cigl. I sindacati dovrebbero tutelare i lavoratori e non ammiccare ai fascisti. Quanto è accaduto rientra nei rischi di un mestiere sicuramente pericoloso: l'artificiere.
Di Stefano arriva a definire quanto avvenuto un atto terroristico, esprimendo tutta la sua indignazione in merito. Forse però, preso dalla strumentalizzazione di tale accaduto, si è dimenticato gli omicidi e le aggressioni operate da CasaPound. Era successo sempre a Firenze per mano di Gianluca Casseri, un pistoiese di 50 anni, militante di Casa Pound, che nel dicembre del 2011 aveva ucciso due senegalesi, Samb Modou e Diop Mor, con una 357 magnum.
Un altro omicidio firmato Casa Pound è stato quello per mano dell’ultras fascista Amedeo Mancini ai danni del nigeriano Emmanuel Chidi Namdi di fronte alla moglie e ad un amico. Non possiamo dimenticare la grande aggressione avvenuta a gennaio del 2015 a Cremona quando cinquanta fascisti erano entrati all’interno del Csa Dordoni e muniti di spranghe avevano colpito diversi compagni, riducendo Emilio Visigalli al coma e a diverse complicazioni fisiche particolarmente gravi. Solo dal 2012 ad oggi sono decine le aggressioni firmate CasaPound.

Il più grande disprezzo va ovviamente a CasaPound, ai suoi sostenitori, a quei politici che l’hanno sempre difesa e a tutti quelli che non si sono mai schierati a sostegno della chiusura delle diverse sedi fasciste italiane. In questo paese l’antifascismo è un valore fondante che ci portiamo dietro e alimentiamo dalla storica resistenza italiana. Pertanto oggi quello che viene sbandierato come un atto terroristico, non è che la constatazione che CasaPound continua aessere obbiettivo dell antifascismo militante

domenica 1 gennaio 2017

RIVOLUZIONE O RIFORME?

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La domanda del titolo del post è stata oggetto di studi,discussioni,di trattati e di libri già nel corso dello scorso secolo ma anche ancor prima,un dilemma che vuole mettere davanti ad una scelta di cambiamento che sembra la classica domanda del meglio l'uovo oggi o la gallina domani rischiando di non avere nessuna delle due.
L'articolo preso da Contropiano(cambiare-le-cose )propone un esame di un sondaggio svolto dieci giorni dopo l'esito referendario di dicembre e le classi sociali alla domanda se in Italia ci sia bisogno di una rivoluzione per poter dare una svolta decisionale si sono praticamente divise.
I ceti bassi,la maggioranza della popolazione,è propensa a cambi radicali propri di atti rivoluzionari, mentre quelli alti sono più indirizzati non tanto a mantenere lo status quo ma comunque per un cambiamento ma a piccoli passi con l'attuazione di riforme.

Sondaggio. Per cambiare le cose la rivoluzione è meglio delle riforme?

Il grande maestro Mario Monicelli ci regalerebbe un sorriso leggendo la notizia. Lui che in una intervista storica disse che affidarsi alla speranza era sbagliato e che in Italia le cose andavano male perchè non c'era stata una rivoluzione, si sentirebbe meno solo e maggiormente compreso. Un sondaggio dell'istituto demoscopico di Trieste, SWG svolto tra il 15 e il 16 dicembre scorso, ha rilevato alcuni dati estremamente interessanti nelle risposte degli intervistati. La domanda posta era la seguente:
"Alcuni ritengono che per cambiare veramente le cose in Italia ci vorrebbe una rivoluzione, altri pensano che occorra andare sulla strada delle riforme. Quale delle due posizioni condivide maggiormente"?
  • Il 53% dei “ceti bassi” della popolazione e il 35% di quelli alti ritengono che “per cambiare veramente le cose in Italia ci vorrebbe una rivoluzione”. Che siano sufficienti le riforme sono invece convinti il 24% dei ceti bassi e il 55% dei ceti alti. Non si pronunciano rispettivamente il 23% e il 10%.
  • Le emozioni che si provano più spesso in questo periodo” per i ceti bassi sono di gran lunga il “disgusto” e la “rabbia”.
  • Alla domanda “secondo lei il nostro Paese, in questi anni, si sta modernizzando o sta regredendo”, solo l'8% dei ceti bassi e il 24% dei ceti alti ha risposto che si sta modernizzando, mentre rispettivamente il 78% ha risposto che sta regredendo.
  • Alla domanda “quali sono i due principali nemici del benessere degli italiani” per i ceti bassi al primo posto sono “i poteri forti”, al secondo i “corruttori”, al terzo le “banche” e solo, distanziato, all'ultimo posto il “populismo”.
La cautela sui sondaggi è doverosa. ma i dati emersi hanno alle spalle i risultati del referendum del 4 dicembre avvenuto dieci giorni prima del sondaggio effettuato. La composizione sociale di chi ritiene che una rivoluzione sarebbe una soluzione più  efficace delle riforme, corrisponde a quella rivelatasi decisiva per la sconfitta del Si e la vittoria del No, ossiai settori popolari. I dati del sondaggio confermano come con la disoccupazione che avanza, con l'arretramento dello stato sociale, con l'aumento delle disuguaglianze e con la forbice sempre più ampia tra la ricchezza di pochi e la povertà di tanti, spingono settori sociali verso una maggiore radicalità.
La convinzione della maggioranza di coloro che vivono più pesantemente di altri questa condizione (quelli che vengono definiti nel sondaggio come i “ceti bassi” e che ormai comprendono gran parte della popolazione italiana) è sempre più orientata verso soluzioni ben diverse da quelle prospettate dai partiti tradizionali o dalla vecchia ideologia dominante in Italia e in Europa. Del resto anche la Corte Costituzionale, in una sua recentissima sentenza, ha affermato che prima del pareggio di bilancio vengono i bisogni primari, che sono diritti costituzionali.
Si vanno determinando oggettivamente condizioni di enorme interesse per rimettere in campo progetti tesi ad un cambiamento radicale della situazione. Mettere mano alla soggettività politica capace di interpretarle e organizzarle sul piano di una rottura con segno progressista, è diventata una urgenza dalla quale non ci si può più sottrarre. E' in tale scenario che assume una importanza strategica l'assemblea nazionale di Eurostop già convocata a Roma per sabato 28 gennaio. Contenuti e forme di un soggetto politico adeguato verranno discussi nel merito per dare risposta ad una domanda semplice ma ormai ineludibile: se non ora, quando?
per il sondaggio vedi: http://www.termometropolitico.it/1239789_sondaggi-politici-swg-per-i-ceti-bassi-serve-la-rivoluzione.html