venerdì 13 maggio 2016

PASSA COL TRUCCO LA LOI TRAVAIL

Della loi travail francese ne avevo già parlato lo scorso mese al culmine degli scontri che avevano interessato tutta la Francia e Parigi in particolare,e proprio ieri la capitale è stata il centro delle proteste ma anche degli scontri avvenuti dopo l'approvazione definitiva di questo pacchetto di favori agli imprenditori e ai padroni simile al job act nostrano e che avevo riassunto qui:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/search?q=loi+travail .
Un insieme di leggi come detto a favore del datore di lavoro e contro i lavoratori,soprattutto i più in difficoltà come i giovani,i prossimi alla pensione e quelli precari:mentre il governo "socialista" esulta l'opposizione guidata dal resuscitato Sarkozy non sono riusciti con il loro voto a sovvertire l'esito del voto che avrebbe segnato pure la fine del governo Valls..
Ma il tutto passato usando un escamotage comunque legale nella Repubblica semipresidenziale francese che ha permesso di saltare a piè pari il voto dell'assemblea nazionale per permettere il raggiungimento dello scopo grazie all'assenso diretto del governo.
 
Francia: governo impone ‘Loi Travail’, notte di proteste e scontri.
Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.orga

Una “negazione della democrazia” e “un insulto al popolo”. Rispondendo all’appello del movimento “Nuit debout” ieri sera decine di migliaia di persone sono scese nelle piazze delle principali città della Francia per protestare contro il colpo di mano del governo, che ha deciso di evitare il passaggio parlamentare per l’approvazione della contestatissima riforma del lavoro che aumenta la precarietà e rende i licenziamenti più facili.
Le proteste contro la controriforma del lavoro – ribattezzata ‘legge El Khomri’ dal nome della ministra del Lavoro – sono iniziate il 9 marzo e hanno avuto il loro punto più alto il 31 marzo scorso, quando quasi un milione di persone sono scese in piazza in tutta la Francia. Alcuni sindacati sono entrati nella contesa con scioperi e altre mobilitazioni, anche se il movimento di protesta ha chiesto, in particolare alla CGT, un atteggiamento più coraggioso e combattivo dopo l’accordo raggiunto dal governo con una sigla più moderata, la Cfdt.
Ma dopo quasi due mesi di manifestazioni, proteste e scioperi, ieri il premier socialista Manuel Valls, dopo aver riunito in seduta straordinaria il Consiglio dei Ministri ed aver ottenuto il via libera, ha annunciato il ricorso all’articolo 49.3 della Costituzione, che consente all’esecutivo di aggirare il voto dell’Assemblea nazionale, dopo essersi reso conto che non solo le opposizioni ma anche una parte dei parlamentari socialisti non erano disponibili a votare a favore di quello che è stato ribattezzato, viste le similitudini, “il jobs act” francese.
Una scelta gravissima, che esautora il parlamento e che in passato era stata adottata raramente. Durante il mandato di Francois Hollande – il presidente allo stato meno popolare della storia della Francia del dopoguerra – l’escamotage concesso dalla Costituzione presidenzialista per permettere al governo di legiferare bypassando il Parlamento è stato utilizzato solo una volta, per approvare la cosiddetta legge Macron che liberalizzava gli orari dei negozi e di alcuni settori produttivi.
La reazione della piazza è stata immediata, con alcune delle manifestazioni che sono state attaccate dalle forze dell’ordine alle quali il governo ha imposto la mano dura mentre in altri casi sono state le frange più radicali del movimento soprannominato ‘Nuit Debout’ – Notte in piedi – a passare all’attacco.
A Parigi un migliaio di persone ha manifestato davanti all’edificio dell’Assemblea Nazionale ed ha bloccato la circolazione sul ponte della Concorde, di fronte a un imponente schieramento di polizia. Circa duemila persone sono scese in piazza a Tolosa, dove si sono verificati scontri con la polizia, con lanci di pietre a cui gli agenti hanno risposto con i gas lacrimogeni: feriti alla testa due manifestanti, mentre la polizia ha “dovuto smentire” – affermano le agenzie di stampa – di aver usato i manganelli. E ancora in centinaia hanno manifestato a Lione, a Lilla, a Marsiglia, a Strasburgo e a Tours, dove la circolazione di bus e tram è stata bloccata per un’ora e mezza dai manifestanti. Due diversi cortei hanno attraversato Nantes, ed anche in questa città si sono verificati scontri. Una part dei manifestanti ha assaltato il municipio governato da un sindaco socialista, e hanno lanciato bottiglie contro la polizia, che ha risposto con i lacrimogeni. Verso mezzanotte per una mezz’ora è stata vera guerriglia tra i manifestanti che tentavano di costruire una barricata e gli agenti in assetto antisommossa. E ancora proteste a Rennes e scontri a Caen, dove secondo la polizia una quarantina di persone avrebbero “saccheggiato” gli uffici locali del Partito socialista. A Grenoble si sono verificati alcuni scontri dopo una manifestazione di quasi un migliaio di persone. E ancora a Montpellier scontri e un fermo.
Ieri nella capitale sono scesi in piazza con un corteo spontaneo anche gli cheminots, i ferrovieri, che protestano per le dure condizioni di lavoro. Contro di loro la polizia ha usato gas urticanti. Nei giorni scorsi, sette sindacati (Cgt, Fo, Fsu, Solidaires, Unef, Fidl, Unl) hanno indetto per domani la quinta giornata di mobilitazione e proteste dall’inizio della mobilitazione. 
Nuove manifestazioni sono già in corso mentre scriviamo ed altre sono state annunciate nel pomeriggio ed in serata, mentre le opposizioni hanno presentato una mozione di sfiducia nei confronti dell’esecutivo. Tutto dipenderà dal comportamento dei socialisti dissidenti: se andranno fino in fondo nella loro critica nei confronti delle misure liberiste del governo Valls e voteranno la sfiducia per Hollande e per il Primo Ministro sarebbe un duro colpo. Alcuni dirigenti del Partito Socialista hanno avvertito che i deputati del gruppo che voteranno a favore della ‘mozione di censura’ delle opposizioni verranno espulsi immediatamente.
Intanto, approfittando del clima di tensione frutto dell’intransigenza del governo, il Senato di Parigi ha votato il prolungamento fino al prossimo luglio dello stato d’emergenza proclamato a metà novembre dopo gli attacchi nel centro della capitale.
11 maggio 2016

giovedì 12 maggio 2016

SI SPARA SULLA CROCE ROSSA?

L'articolo che parla della Croce Rossa Italiana e soprattutto delle cose che non vanno piuttosto di quelle che funzionano,non vuole essere per niente una critica verso le decine di migliaia di operatori volontari che prestano il loro tempo libero per aiutare il prossimo ma è un contributo per condannare chi la gestisce e chi lucra sulla salute dei cittadini.
Ci sono in Italia circa 150 mila persone che a seconda della propria disponibilità donano il loro tempo a contributo di diverse operazioni che non sono solo quelle che l'immaginario collettivo riconducono al soccorso con l'ambulanza per incidenti o per il trasporto dei malati presso ospedali per esami o trasferimenti.
Ebbene il costo annuale di quello descritto sopra,ambulanze,benzina,ed il servizio di assistenza è di circa 150 mila Euro all'anno mentre la cifra per il pagamento degli stipendiati della Cri è di 200 mila Euro all'anno,un esercito di paraculi che dai 5 mila è passato attualmente a 4 mila dipendenti.
E tra questi ci sono amici di amici,politici,bacia balaustre,parenti di gestori e di consulenti che mangiano soldi statali sulla pelle degli ammalati in un giro di affari e di debiti milionario e che in pochi denunciano,solo qualche volontario e qualche sindacato che non stanno al gioco dell'ennesimo carrozzone all'italiana che anche tra parentesi gestiscono i lager moderni che si chiamano Cie.
Questo ennesimo esempio dell'Italia che sperpera alle spalle di tutti i contribuenti ha creato nell'ultimo decennio un buco di un miliardo di Euro di soldi pubblici,e come al solito dopo che si è munto lo Stato fino alla fine da qualche anno di è deciso di intraprendere una privatizzazione di un pezzo storico della sanità non solo italiana ma mondiale rendendo il servizio della Cri meno efficiente sia per i cittadini che per le migliaia di volontari che sono i primi a dover trovare dei limiti nel loro lavoro quotidiano che vede tagliati mezzi e risorse.
Articolo preso da Infoaut(http://www.infoaut.org/index.php/blog/varie/item/16987-lo-stipendificio-della-croce-rossa-e-la-sua-privatizzazione ).

Lo stipendificio della Croce Rossa e la sua privatizzazione.

I mali della Croce Rossa sono molti, a cominciare dall’impegno che essa porta avanti gestendo quei luoghi chiamati oggi CIE, carceri dove vengono rinchiusi migranti che hanno solo la colpa di essere entrati in Italia “illegalmente”. Tuttavia per anni la Croce Rossa oltre che assolvere una funzione d’assistenza, è stata in realtà un gigantesco welfare sociale sia per il personale civile che per quello militare. Il solito carrozzone all’italiana, dispensatore di poltrone e potere con soldi pubblici, a spese di chi fa del volontariato il proprio credo, almeno 150.000 in Italia, impegnati nei servizi di primo soccorso e delle ambulanze. Un esercito di lettighieri, autisti e operatori sui mezzi di soccorso che donano gratis il loro tempo, salvo ricevere un indennizzo che arriva a contare al massimo come un buono pasto. Alle loro spalle un’armata di mangia soldi che avrebbe dovuto fare scandalo sin dal primo momento, un sistema clientelare che gestiva l’accesso a Mamma Croce Rossa con assunzioni per chiamata diretta, raccomandazioni molto spesso sottaciute persino da una parte del sindacato.
I conti della CRI iniziano a essere paurosamente in rosso almeno dal 2004, commissari nominati dai governi di turno hanno fatto il resto, ennesimo caso di come molte volte la cura sia peggiore del male. Sostanzialmente il susseguirsi dei vari commissari, dall’era Berlusconi fino ai giorni nostri, ha fatto in modo che la musica non cambiasse. Tanto per dare l’idea, la Croce Rossa era arrivata a possedere persino 25 auto blu con due autisti per auto in servizio h24, a disposizione della dirigenza. Il commissario attuale è riuscito a spendere qualcosa in meno dei suoi predecessori, ma la musica rimane sempre la stessa.
Lo Stato, almeno fin dal 2005, ha continuato a puntellare la CRI con almeno 180 milioni di euro all’anno, cifra utilizzata solo per pagare gli stipendi di almeno 5 mila dipendenti, dislocati tra uffici e sedi centrali e provinciali. Un carrozzone che nel giro di dieci anni ha bruciato ben 1 miliardo di euro, se si conta che l’ultimo bilancio risale al 2004. Praticamente anche in questo caso la CRI era diventata l’ennesimo bancomat per i soliti: commissari, super dirigenti, consulenti esterni, ecc. ecc.
Un ente che nonostante tutte le sue ombre è stato la stampella anche per buona parte di quei servizi che il Servizio Sanitario nazionale non riusciva a garantire, vittima anch’esso di tagli e privatizzazioni che oggi più di ieri stanno riducendo un diritto inalienabile a un lusso per chi potrà permetterselo, una sanità all’americana.
5mila dipendenti ridotti a 4 mila sono state alcune delle sforbiciate dell’attuale commissario Francesco Rocca, anch’esso elemento di un sistema che vuole privatizzare tutto al grido di "Privato è bello, privato è meglio”. Come se un ente pubblico non possa far quadrare i conti allo stesso modo del privato. Chiaramente il tutto a spese dei cittadini/ne, salvando i veri colpevoli ai piani alti non solo della CRI ma anche del governo. Solo per il personale, dati della Corte dei Conti, si spendevano 208 milioni di euro nel 2005, cioè più della metà dell’intera spesa corrente dell’ente che vale poco meno di 400 milioni. Il risultato finanziario del 2010 ha avuto un negativo di ben 9 milioni di euro. Non è cambiato molto negli anni più recenti, dove in parte la spesa si è assestata intorno ai 208 milioni di euro nel 2011 e cosi via. Per le ambulanze, la benzina e tutto ciò che serve a far funzionare il servizio di assistenza si spendono mediamente 150 milioni di euro, mentre solo per il pagamento dell'esercito degli stipendiati se ne vanno almeno 200 milioni.
Il solito carrozzone ben oleato, anche da una parte di quel sindacalismo che oggi tenta di portare a casa qualche risultato con le giuste proteste di una parte del personale crocerossino, che subirà un taglio non da poco unito al ricatto di una privatizzazione che bussa alla porta con contratti di lavoro peggiorativi. La privatizzazione costerà lacrime e sangue, sia sulla pelle dei semplici cittadini che sui lavoratori e volontari. Perché se è vero che il male della CRI è sempre stata la testa, rimane anche vero che il corpo, quello che sul campo, nel bene o nel male assiste milioni di persone, non è da buttare via. Anzi il personale sanitario in esubero (1500/2000 dipendenti) potrebbe essere impiegato altrove, magari nel Servizio Sanitario Nazionale, oggi sempre più in carenza di organico e finanziamenti.
Se da un lato il salasso per i lavoratori e lavoratrici è tutto in divenire, per i volontari il discorso è diverso, peggiore semmai. Turni di lavoro massacranti a spese non solo del soccorritore ma anche del cittadino, con conseguente calo di sicurezza per entrambi.
Il pericolo di questa privatizzazione sarà l’effetto domino che essa creerà all’interno dell’ambito d’intervento che alla CRI è stato dato: i servizi ai cittadini. Il passaggio da pubblico a privato è già in atto, l’inizio è datato 2012, molte onlus e cooperative da quel momento stanno occupando il posto della CRI lungo tutta la penisola, un mercato ricco di opportunità. A rischio sono anche i semplici servizi come ambulanze, servizio emergenza 118, prestazioni d’assistenza, così come i presidi sanitari lungo tutto la penisola. La chiusura e la privatizzazione da questo punto di vista saranno la nuova “emergenza sanitaria” scatenata dal governo a spese della salute di tutti e tutti. Com’è accaduto ad esempio per il Centro educazione motoria di Roma (gestito dalla Cri e finanziato, cumulando ritardi su ritardi, dalla Regione Lazio), che ha già licenziato 25 persone. Oggi si lavora con un organico ridotto per offrire il delicato servizio della riabilitazione motoria ai diversamente abili.
Purtroppo anche i già citati CIE sono i primi della lista. Sempre a Roma, una struttura gestita fino al 2014 dalla Croce Rossa al costo di 60 euro a persona, è stata ceduta ad un consorzio italo-francese dall’anno successivo, grazie alla solita gara al massimo ribasso. L’appalto del servizio è stato vinto al prezzo di 28,8 euro pro-capite. La cifra però non copre il costo per il personale finora impiegato. Di conseguenza la forza lavoro è stata più che dimezzata, per non parlare delle condizioni di chi è detenuto in queste strutture.
Giri d’affari milionari che hanno saputo dare prova di come politica e malavita possano andare a braccetto sotto la luce del “sole”, Mafia Capitale ne è l’ultimo esempio.
In conclusione la Croce Rossa Italiana è riuscita a essere quello che la politica ha sempre voluto: un carrozzone che nella sua attività ha potuto sostenere da una parte le mancanze di un Servizio Sanitario Nazionale sempre più assente, e dall’altro uno stipendificio per i soliti noti. La via migliore sarebbe la riappropriazione della validità delle maestranze all’interno della CRI: medici, infermieri, autisti e operatori sui mezzi di soccorso, avrebbero sicuramente un bel da fare all’interno della Sanità pubblica.

TRUMP DAVVERO PEGGIO DELLA CLINTON?

L'articolo odierno di Repubblica ripreso da Contropiano(http://contropiano.org/interventi/2016/05/12/la-clinton-non-fosse-meglio-trump-079008 )parla ormai dell'annunciato fin dall'inizio scontro finale tra il repubblicano Donald Trump e la democratica Hillary Clinton che si contenderanno a fine anno la poltrona più importante al mondo.
Perché se ormai da qualche giorno Trump corre da solo Bernie Sanders sta ancora lottando e pure vincendo qualche tappa all'avvicinamento della data dove si annunceranno i vincitori delle rispettive primarie.
La domanda del giornalista pone sta nel fatto che la Clinton sarebbe davvero la migliore scelta rispetto ad un Trump marcatamente razzista e sessista,arrogante ma anche vincente grazie ad una campagna elettorale a spron battuto di milioni di dollari.
Perché se da un lato non è detto che i sostenitori d Sanders,lui in prima persona ma anche i democratici di sinistra e gli indipendenti,votino la Clinton in una sorta di votare il male minore,Trump avrebbe pressoché tutti i repubblicani pronti a sostenerlo.
Un Trump che fa del nazionalismo il suo punto cruciale,pronto addirittura a sciogliere la Nato,ridurre drasticamente gli interventi militari Usa nel resto del mondo,imporre dazi ai prodotti stranieri e riportare a casa le multinazionali americane.
Una sorta di accelerazione del Ttip che non avrebbe nemmeno senso proseguire ad averlo,un cambio epocale dell'economia statunitense pronta ad ergere muri il che non va proprio giù ai vertici più altri che vedono i propri economisti ed esperti di finanza in disaccordo con i suoi progetti.
Perché vedendola in chiave italiana pensando una simile contrapposizione con una Clinton-Renzi ed un Trump Salvini-redivivo Berlusconi che farebbe rizzare i peli,si è proprio convinti che la politica spacciata come"di sinistra"sia davvero peggio di una dichiaratamente di destra?

E se la Clinton non fosse meglio di Trump?

di Carlo Formenti.
La gara presidenziale americana assume contorni sempre più definiti: da un lato Trump, che ha sbaragliato i contendenti, malgrado l’apparato Repubblicano abbia speso fino all’ultima goccia di energia (e di milioni, inutilmente bruciati in tambureggianti campagne negative contro il magnate populista) per sbarrargli la strada, dall’altro lato la Clinton che prevarrà quasi certamente su un Bernie Sanders assai più amato dalla base Democratica e dagli indipendenti, ma impossibilitato a sfuggire alla trappola di dispositivi e regole elettorali appositamente studiati per imporre la volontà dei vertici del partito (e delle lobby che lo foraggiano).
Questa contesa si prospetta come uno scontro fra un outsider sempre più isolato e una grande coalizione fra Democratici “istituzionali”, Repubblicani decisi a espellere il corpo estraneo che si è insinuato nelle loro fila, Democratici di sinistra e indipendenti rassegnati a votare la Clinton come il minore dei mali (scelta che lo stesso Sanders, salvo sorprese, finirà per appoggiare). Ma gli eventi imboccheranno davvero una via così semplice e lineare? E soprattutto: siamo sicuri che l’ascesa al potere di un nuovo membro della dinastia Clinton sarebbe il minore dei mali?
Per tentare una risposta, partiamo dagli argomenti con cui la stampa americana (ma anche quasi tutta la stampa occidentale, schierata contro il pericolo populista) spiega ai lettori che una vittoria di Trump “sarebbe un disastro sia per i Repubblicani che per l’America”. A finire sotto accusa sono in primo luogo le idee razziste, sessiste e omofobe di Trump? Ebbene no. Benché questi temi siano ovviamente ricorrenti, l’attenzione si focalizza con più decisione su economia e politica estera.
Nell’appena citato articolo dell’Economist, per esempio, il “disastro” paventato consiste nel fatto che Trump: 1) per difendere gli interessi dei colletti blu massacrati dal processo di globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia, promette di stoppare gli accordi internazionali di libero scambio e costringere le multinazionali a tornare e a investire in patria, sotto minaccia di pesanti sanzioni; 2) propone di reintrodurre dazi a protezione dell’economia nazionale; 3) promette di imporre regole più stringenti a Wall Street, per impedire che si ripetano i disastri del 2008 e che i cittadini siano chiamati a pagarne i danni al posto delle banche che li hanno provocati; 4) parla di ridurre l’impegno militare degli Stati Uniti all’estero, arrivando addirittura a prospettare lo smantellamento della NATO, considerata un anacronismo dopo il crollo del Muro.
Carlo Formenti
da http://temi.repubblica.it/micromega-online/e-se-la-clinton-non-fosse-meglio-di-trump

mercoledì 11 maggio 2016

MARIA ELENA BOSCHI


Guardando indietro tra i personaggi che hanno avuto la non proprio felice posizione nell'etichetta di questo blog dei neuro deliri il ministro Boschi credo sia la più giovane anche se dentro come Cota e Capezzone(vi ricordate ancora di loro vero?)è impregnata della vecchi politica fatta di nepotismo e di
raccomandazioni,di affari di famiglia(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2015/12/affari-di-famiglia.html )e di annunci benevoli.
Infatti il redazionale di Senza Soste la vede proprio come l'annunciatrice cortese del governo Renzi che sa dosare benevolenza e veleno nelle sue dichiarazioni ultime che hanno riguardato Nogarin,Cuperlo ma anche i magistrati e le riforme.
Giovane e pericolosa visto che con la sua età potrebbe coincidere una lunga carriera politica che visto com'è cominciata non promette di certo bene per il futuro degli italiani,articolo di Senza Soste(http://www.senzasoste.it/nazionale/fenomenologia-di-maria-elena-boschi ).

Fenomenologia di Maria Elena Boschi.

A cinquantacinque anni dalla celebre Fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco, maturano i tempi per una Fenomenologia di Maria Elena Boschi. Magari in modo che non venga accolta come l’originale: come una sorta di pietra miliare dell’accusa di arroganza intellettuale contro il sapere comune. Del resto l’accusa di arroganza, oggetto contundente usato alla meglio nei confronti della critica, è l’ultima arma di chi vuol sottrarsi all’analisi dei propri comportamenti. Questa accusa è stata infatti rispolverata da Matteo Renzi, il mentore politico del ministro Boschi, nei confronti di tutto il sapere giuridico che ha messo a critica la sua riforma costituzionale low cost–low concept. Infatti, si sa, Renzi ama sfuggire ai giudizi articolati. L’epiteto di “parrucconi”, verso i giuscostituzionalisti, che tra l’altro credevamo scomparso dalla fine degli anni ’60, se può essere quindi usato da Renzi figuriamoci dalla ministro Boschi. Il punto è che la ministro Maria Elena, oltre a promuovere le “riforme”, si adatta già benissimo ad una delle considerazioni che Eco faceva sulla tv dei primi quiz e che torna comoda anche nella politica: siamo in una situzione in cui è l’annunciatrice la vera star piuttosto che la persona annunciata o lo spettacolo stesso. Ci si faccia, infatti, caso: grazie ad una comunicazione a reti unificate, che insiste sul primato della comunicazione di governo, lo spettacolo è Boschi che annuncia una polemica, un personaggio, un passaggio parlamentare. Non vi è mai un rapporto rovesciato.
Certo si dirà: il processo dove oggetto e contenuto scompaiono in tv, a favore del primato dell’annunciatrice è patriarcale, prepolitico e prefemminista prima, con Mike Bongiorno, e patriarcale, postpolitco e postfemminista poi con Berlusconi (un tempo socio di Mike Bongiorno, tra l’altro). Renzi e il suo casting semmai vengono dopo. Non è propriamente così. Nella Boschi, come in tutto il renzismo, scompaiono i tratti sovraordinari dei personaggi televisivi. Vince, come nella Fenomenologia di Mike Bongiorno, l’ordinario ed è quello che fa spettacolo. L’ordinario di una Italia graziosa, ordinata, sveglia e compita che la Boschi interpreta come annunciatrice, quindi personaggio tra i principali, del renzismo (malattia senile, e provinciale, del liberalismo ma qui si andrebbe lontani). Il confronto tra la Boschi e la Carfagna, sul ruolo di annuciatrice protagonista dello spettacolo del politico, è infatti pienamente della prima, mentre alla seconda tocca solo quello del modello tutto da sgrezzare. Alla sua nomina da ministro Mara Carfagna aveva tutto un passato da arrivista della politica il cui percorso, dalla lap-dance ai vertici di Forza Italia, ne impediva l’identificazione come beata angelica dei percorsi istituzionali. Identificazione invece pienamente riuscita con la Boschi la quale non è però beata angelica perché santa ma perché graziosa, ordinata, sveglia e compita. Un modello, prefemminista e da epoca Mike, che ha ancora efficacia comunicativa, presa popolare –presso l’elettorato anziano e chi giovane si rispecchia, oggi, in questa tipologia- che rende possibile il pieno funzionamento di Maria Elena Boschi nel personaggio (sovrano) dell’annunciatrice.
Maria Elena Boschi, come il Mike Bongiorno di Eco, accetta tutti i miti della società e tutte le convenzioni sociali. Rispetta tutti per poter parlare con una semplicità che non deve apparire banalità. Ma come un qualcosa che sta al di sopra delle parti, con serenità olimpica e sovrana. Ed è a quel punto che tutta la banalità del linguaggio della Boschi –sempre educato, rispettoso e civile- rivela la sua forza velenosa. Quella che le permette di emettere sentenze, cortesi quanto condensate al curaro, contro gli avversari politici. Cuperlo? Ha il diritto di fare quello che vuole (cortesia) ma sta votando come Casa Pound (curaro). Le riforme? Le abbiamo discusse tutti assieme (cortesia) e adesso chi è contrario blocca il paese (curaro). Il sindaco di Livorno? Ha il diritto di comportarsi come vuole (cortesia) ma se fosse stato un sindaco Pd i 5 stelle per lui avrebbero chiesto le dimissioni (curaro). Le nuove leggi sulle intercettazioni? Nessuno vuole bloccare la magistratura (cortesia) ma servono leggi migliori (curaro, del genere sottile). Si potrebbe proseguire fino all’infinito, o partire dal giorno della nomina della Boschi, o mettere in campo le categorie della retorica per analizzare meglio le modalità di argomentazione del ministro delle riforme. E’ forse però meglio ricordare che, in questo modo di argomentare, la Boschi è degna figlia di un bancario: svolge una serie di partite doppie (mettendo sempre in ogni precisa voce quanto dovuto) per saldare sempre positivamente il bilancio a proprio favore. Il saldo consiste nelle quote di veleno da distribuire agli avversari, spettacolarizzate dai media, che la esaltano nel ruolo di annunciatrice. Certo, per i risparmiatori di Banca Etruria non c’è stata nè cortesia nè curaro, solo indifferenza, solo la difesa del padre ma, si sa, anche le annunciatrici hanno una famiglia. E’ un tratto che completa la loro umanità tricolore e popolare.
Corradino Mineo, senatore fuoriuscito dal Pd, al momento di staccarsi dal partito disse, alludendo ai rapporti tra Boschi e Renzi nel consiglio dei ministri: “so quanto Renzi è subalterno a una donna bella e decisa”. Se questa fonte venisse confermata l’anima politica del renzismo reale si rivelerebbe per come é: una forma dello spettacolo la cui centralità è tutta schiacciata sull’annunciatrice. Per mettere in secondo piano le banalità che dice (e gli orrori di una società italiana alla paralisi). Del resto come per Mike il vero successo dei quiz è stato l’uso disinvolto e cortese delle banalità, per la Boschi questo genere di successo traghetta in politica. Con l’aggiunta di quelle dosi di veleno usate da chi sa che la politica spettacolo è solo un gioco di trame di corte compiuto con altri mezzi. Quelli della diretta.
redazione, 11 maggio 2016

martedì 10 maggio 2016

GIANPAOLO BELLINI


Preso da un sito diciamo neutro in fatto di tifoseria come quello dedicato al calcio di Delinquenti del pallone(http://www.delinquentidelpallone.it/gianpaolo-bellini-la-bandiera-della-dea/ ),nome magari più adatto a Pinilla che al grande capitano Gianpaolo Bellini che domenica scorsa ha dato l'addio calcistico nello stadio dove ha condiviso le gioie ed i dolori di una lunga carriera tutta dedicata all'Atalanta.
Ed ha salutato il pubblico di Bergamo in delirio con un gol sotto la Curva Nord dedicata a Federico Pisani che ci ha lasciati troppo presto in un pomeriggio totalmente incentrato su questa sua ultima partita casalinga.
Trent'anni passati con la stessa maglia ormai cucita addosso ed una fascia di capitano persa e ritrovata in questi tre decenni di totale amore verso la Dea,e alla fine della partita contro l'Udinese una standing ovation da brividi e un breve discorso di Gianpaolo Bellini da Sarnico,bandiera dell'Atalanta.
Tutto il resto avanza.
 
 
 
«Fare ancora un gol a Bergamo, sotto la curva nord. Non chiedo altro».
Si può rispondere in tanti modi alla solita domanda di circostanza del giornalista di turno. “Cosa vorresti fare prima di appendere le scarpette al chiodo?” Gianpaolo Bellini non ha dubbi. D’altra parte cosa di meglio potrebbe avere? Non può vincere scudetti, né Champions League, la strada che si è scelto non glielo ha mai concesso né presumibilmente lo concederà a chi tenterà di seguirne le orme.
C’è qualcosa però che non si può spiegare e che Gianpaolo, siamo sicuri, non baratterebbe con nessun trofeo o riconoscimento al mondo. Quel qualcosa non ha prezzo, ma racchiude in sé la speranza di ogni ragazzo che inizia a dare calci ad un pallone che rotola. Si chiama orgoglio, e per Gianpaolo è quello di rappresentare la propria gente e la propria città ovunque sventoli un vessillo della Dea.
Non deve essere facile lontano dai riflettori, spesso dimenticato come una vecchia maglietta sgualcita lasciata in un cassetto ma sempre lì, guai a chi la tocca. Per l’immaginario collettivo le bandiere sono sempre i Maldini, Zanetti, Totti, gente che ha legato il proprio nome indissolubilmente ad una squadra blasonata. Poi qualcuno si ricorda di lui, di Giampaolo Bellini e dei suoi trent’anni di vita vissuti accanto a una Dea.
Scordarselo, per certi versi, è anche la cosa più naturale del mondo. In un calcio in cui tutto va verso l’apparire piuttosto che l’essere Gianpaolo si sente un pesce fuor d’acqua. Non ama mostrarsi davanti alle telecamere, se non per metterci la faccia come portavoce dello spogliatoio quando richiesto, men che mai alzare la voce. Non è un calcio che gli appartiene, distante dai suoi canoni di professionista serio, umile e schivo. Se vogliamo è rimasto il ragazzo che andava a giocare all’oratorio e chiedeva ai più grandi se poteva unirsi a loro, in punta di piedi.
Eppure moltissime cose sono cambiate da quando, a soli sei anni, nel 1986, ha esordito nelle giovanili bergamasche. Sono passati allenatori, giocatori, sono cambiate serie (sempre rimanendo tra A e B) ma nulla che abbia fatto ammainare questa romantica bandiera che ci ricorda che poche cose al mondo sono belle quanto giocare e rappresentare la squadra della propria città.

Oggi Gianpaolo Bellini  è sposato, ha un figlio di nome Federico e le primavere sulle spalle sono ormai 36. A fine anno ha deciso che la sua bandiera verrà riposta al caldo, lontano dalle intemperie e accessibile solamente scavando nei  ricordi. Questa è l’ultima stagione per Bellini, quella che si augura di concludere con il boato della Nord, per l’ultima volta.
Si diventa grandi, anche se quando mi guardo allo specchio mi vedo ancora come un ragazzino. Però è chiaro che sono cambiate molte cose. Questo è un momento bellissimo della mia vita, il matrimonio con la nascita di Federico è un’esperienza di vita stupenda che ti fa vivere il quotidiano in modo diverso da prima. Se poi il mister mi dovesse chiedere di entrare, come sedici anni fa, a marcare qualcuno? Sono a disposizione perché l’Atalanta viene sempre prima di tutto.
Nonostante l’età, le frenetiche campagne acquisti, il suo ruolo tecnico apparentemente più marginale Edy Reja glielo ha chiesto più volte, quest’anno, di marcare qualcuno. Perché nei momenti di difficoltà, quali indubbiamente sono quelli che sta attraversando la squadra nerazzurra, ci si aggrappa alle poche certezze che si hanno. Bellini potrà commettere errori, potrà aver perso il vigore degli anni migliori ma se c’è uno su cui poter mettere la mano sul fuoco che darà tutto per la maglia, bè quello è proprio lui. Potete starne certi.
Nessuno più di lui ha vestito quella maglia in gare ufficiali, nessuno più di lui può sapere quanto soffra un tifoso a vedere quei colori annaspare, fin quasi ad affondare.
Nel corso della sua carriera gli è stato chiesto di ricoprire praticamente tutti i ruoli della retroguardia, Gianpaolo non ha fatto una piega, ha abbassato la testa dicendo: “purché mi possa rendere utile, va bene tutto”.
Certe volte si sarà guardato indietro, avrà ripercorso con la mente gli anni migliori della propria carriera, che lo hanno portato anche a collezionare 15 presenze in Nazionale Under 21, pensando a quel che sarebbe stato con dei colori diversi addosso, non gli sono certo mancate le possibilità.
Un’ombra scura gli ha segnato il volto , in quegli istanti di pensieri impuri. Vaffanculo a tutto, io sono la Storia dell’Atalanta, non voglio altro. Non chiedo altro. Solo un ultimo, grandissimo, boato della Nord.
Paolo Vigo
 

sabato 7 maggio 2016

TRE RIFIUTI ALLA MAGLIA DELLA ROJA

Derby Ikurrina
Quella raccontata dal blog Minuto Settantotto(http://minutosettantotto.altervista.org/storia-di-tre-rifiuti/?doing_wp_cron=1460815575.2681229114532470703125 )è la storia tutta ambientata nello stato spagnolo di tre calciatori che hanno rifiutato la maglia della nazionale della roja con modalità e in periodi differenti ma con in fondo al cuore il senso di appartenenza alle proprie origini di luoghi che da sempre combattono per il loro indipendentismo.
Partendo dal capitano della Real Sociedad più vincente di sempre,Inaxio Kortabarria,si arriva al centrale del Barcellona colto che scriveva libri e articoli,Oleguer Presas,passando per
Nacho della SD Compostela protagonista di una stagione strepitosa con un club avvezzo a categorie inferiori.
Nelle loro storie controversie con la Spagna,intimidazioni,fischi ma anche la gloria per avere scelto di non indossare la maglia nazionale spagnola nonostante qualche anno fa ciò poteva comportare lunghe squalifiche nel nome di Euskadi,Galicia e Catalunya.
 
Storia di tre rifiuti.
 
di Edoardo Molinelli
Dire no alla nazionale è da qualche anno una specie di moda. C’è chi lo fa per prolungare la propria carriera nei club, chi aspetta una chiamata più importante, chi non va d’accordo col commissario tecnico e preferisce starsene a casa. Qualche tempo fa le cose non stavano esattamente così. Rinunciare alla nazionale era una scelta difficile, ricca di conseguenze extrasportive, e i giocatori autori del “gran rifiuto” si contavano sulle dita di una mano. Specialmente in Spagna.
Nel paese iberico, si sa, esistono da sempre notevoli problemi di unità nazionale. La dittatura tenne unite con la forza comunità che insieme non volevano stare, ma dopo la morte di Franco la situazione cambiò; nel giro di tre anni le sempre maggiori spinte autonomiste portarono alla costituzione delle Comunidad autónomas. Anche nel calcio si registrò un netto cambio di rotta. Prima del 1975 rifiutare la convocazione in nazionale era semplicemente impossibile, cosa che spiega le presenze anche di noti indipendentisti (uno per tutti, il portiere dell’Athletic José Ángel Iribar, che fu anche membro di Herri Batasuna); dopo quella data le maglie si allargarono, anche se la Ley del Deporte introdotta nel 1990 stabilì che non presentarsi in nazionale dopo una convocazione avrebbe comportato una squalifica di almeno un anno. Un deterrente nient’affatto trascurabile, ma che da solo non basta a spiegare il numero irrisorio di convocazioni rifiutate negli ultimi 25 anni.
Bisogna considerare come molti atleti, anche chiaramente indipendentisti, abbiano sfruttato la nazionale per ottenere visibilità e cercare di vincere trofei: atteggiamento umanamente comprensibile ma molto criticato, specie da coloro che detestano le autonomie regionali. Nonostante tutto, dal 1975 a oggi ci sono stati tre casi di calciatori “spagnoli” che hanno deciso di non indossare la maglia della Roja. Uno per ognuno degli stati non riconosciuti che lottano maggiormente per la propria indipendenza: Catalunya, Euskadi e Galicia.

Inaxio Kortabarria – Euskadi
Il capitano della miglior Real Sociedad di sempre, che vinse due campionati consecutivi (1980/81 e 1981/82) e arrivò alle semifinali della Coppa dei Campioni del 1982/83, fin da giovanissimo fu un convinto sostenitore della sinistra indipendentista basca. A quei tempi non era raro che i giocatori di Euskadi manifestassero una propria coscienza politica, specie in relazione al tema dell’indipendenza, e Kortabarria era uno dei più impegnati; come racconta il suo ex compagno Joxean De la Hoz Uranga detto Trockij (il giocatore più politicizzato di quella Real Sociedad) nel libro Calciatori di sinistra, non era raro trovarlo alle manifestazioni politiche che si svolgevano numerose a Donostia. Venne convocato per la prima volta dalla Spagna nel 1976, in piena Transizione (il processo di passaggio dalla dittatura alla democrazia, comunque gestito dagli uomini del regime), e indossò la maglia della Roja per quattro volte. Dal 1977, però, non fu più chiamato. Dopo che il paese acquisì stabilmente un governo di tipo democratico, Kortabarria disse chiaro e tondo al c.t. Kubala di non voler più difendere i colori della Spagna: lui era per l’indipendenza di Euskal Herria e non gli interessava giocare con la nazionale spagnola. Ora era libero di scegliere, e aveva deciso di restare fedele ai propri ideali. Kubala dovette così rinunciare al difensore più forte di quella generazione, che senza dubbio avrebbe potuto partecipare da protagonista a numerosi tornei internazionali. Fu il primo giocatore della storia a lasciare la Roja per motivi politici. In compenso, indossò in due occasioni la camiseta verde dell’Euskal Selekzioa.
Non poteva andare diversamente per l’uomo che il 5 dicembre del 1976, insieme al Txopo Iribar, scrisse una pagina fondamentale della storia dei Paesi Baschi. Quel giorno ad Atotxa, lo stadio dell’Erreala, si giocava il derby con l’Athletic Club; i due capitani, Kortabarria e Iribar appunto, portarono in campo l’ikurrina, la bandiera basca, che ancora era ritenuta illegale. Poco più di un mese dopo, il 19 gennaio 1977, il suo uso fu nuovamente autorizzato. La foto di Kortabarria e Iribar che entrano con l’ikurrina sul prato di Atotxa è una delle icone più celebri dell’indipendentismo basco.


Nacho – Galicia
José Ignacio Fernández, detto Nacho, fu uno dei grandi protagonisti del miracolo della SD Compostela. Il club di Santiago aveva passato praticamente tutta la propria esistenza tra Tercera e Segunda B, ma all’inizio degli anni ’90 fu promosso prima in Segunda e quindi in Primera, dove approdò nel 1995. Per quattro anni la piccola squadra galiziana mantenne la categoria, per poi retrocedere nel 1998 e finire inghiottita dai debiti nel 2004 (ora milita in Segunda B). Nacho, terzino sinistro, si trasferì dal Celta nel 1992 e partecipò in prima persona alla gran cavalcata del Compos nella Liga. La stagione 1995/96 fu senza dubbio la migliore della storia del club: alla fine del girone di andata la SD Compostela era seconda dietro all’Atletico Madrid, quindi perse un po’ di smalto nel ritorno ma concluse comunque con un ottimo decimo posto. Solido in difesa e dotato di gran proiezione offensiva, Nacho giocò splendidamente e il suo nome finì sulla bocca di tutti, perfino su quella del c.t. Javier Clemente. Nel novembre del 1995 il selezionatore dichiarò che il terzino gli piaceva molto e che lo avrebbe sicuramente chiamato nelle partite successive, con l’obiettivo di portarlo al campionato europeo che si sarebbe giocato in Inghilterra a fine stagione. I media galiziani ben conoscevano il sentimento nazionalista di Nacho e non persero l’occasione; la TV Galega lo intervistò in merito a una sua possibile convocazione, la prima in assoluto per un giocatore del Compos, e la sua risposta fu chiara: “Non me interesa xogar con Espanha“. Nacho aggiunse che in Spagna c’erano molte persone che si identificavano con la nazionale e che potevano rappresentarla, cosa che gli pareva bellissima, ma che la sua ambizione non era quella. Apriti cielo. Il giocatore gallego fu messo nel mirino e per alcuni mesi non si parlò che dei suoi sentimenti anti-spagnoli. La storia finì quando Clemente, peraltro nazionalista basco, telefonò a Nacho prima dell’amichevole di aprile tra Spagna e Norvegia; i due si chiarirono e il c.t. non inserì il nome del giocatore nella lista dei convocati, evitandogli la squalifica prevista in caso di rifiuto. Il caso si sgonfiò e Nacho finalmente fu lasciato in pace. Quel ragazzo umile, che utilizzava abitualmente il galiziano per esprimersi e frequentava manifestazioni e movimenti sindacali, aveva un sogno: giocare con la rappresentativa della Galicia, il suo Paese, dove aveva passato tutta la propria carriera rinunciando anche a offerte importanti. Non ci riuscì, ma nel 2005 sedette accanto a Fernando Vázquez nella vittoria della rinata selezione gallega contro l’Uruguay.
“Este país (la Spagna, ndr) es muy dado a hablar de democracia, y cuando alguien manifiesta una opción personal totalmente pacífica, como hice yo, es atacado con el arma que se emplea ahora: los medios de comunicación”.

Oleguer Presas – Catalunya

Se negli ultimi anni c’è stato un giocatore lontano da tutti gli stereotipi tipici del calciatore, questi è Oleguer Presas. Un ragazzo che nel 2006, quando giocava titolare in uno dei migliori club del mondo, il Futbol Club Barcelona, scrisse un libro, Camí d’Ítaca, insieme all’amico poeta Roc Casagran. Un libro profondo, nel quale alternava il racconto delle 24 ore successive alla vittoria della Liga 2004/05 a riflessioni personali sulla società, sulla politica, sul catalanismo, sull’immigrazione, sul neoliberismo. Un’opera lontana anni luce dalle barzellette di Totti o dalle mille autobiografie degli idoli del momento. Oleguer, laureato in Economia alla Universitat Autònoma de Barcelona, è sempre stato un uomo di sinistra (è noto il suo appoggio alla CUP), fortemente compromesso con la causa dell’indipendenza della Catalunya. Una testa pensante, capace di partecipare a un saggio sul “no” alla costituzione europea e di scrivere nel febbraio del 2007 un articolo sullo sciopero della fame del membro di ETA Iñaki de Juana Chaos, nel quale condannò l’ipocrisia dei governi di ogni colore, il trattamento di favore riservato ai terroristi di destra e i problemi della giustizia spagnola; dopo la pubblicazione del pezzo la marca Kelme ruppe il contratto di sponsorizzazione con lui, dichiarando di voler equipaggiare sportivi e non politici. Oleguer fu duramente attaccato da Salva Ballesta, che dichiarò di rispettare di più una merda di cane, e da allora venne regolarmente fischiato negli stadi più nazionalisti di Spagna. Non si lamentò mai di questi trattamenti, consapevole di poter rappresentare un megafono importante, con la sua popolarità, per le cause in cui credeva; disse soltanto di essere triste perché la maggioranza delle persone che lo criticavano non aveva neppure letto il suo articolo, negandogli in tal modo la possibilità di confrontarsi in modo costruttivo.
La carriera di Oleguer, centrale fisico e dai piedi abbastanza ruvidi, riflette in modo preciso le sue convinzioni. Fino a 24 anni militò nel calcio di secondo piano, tra Gramenet e Barcelona B, e fu solo nel 2004 che arrivò in prima divisione con la maglia blaugrana. La sua parabola con il Barça fu breve ma ricca di successi: in quattro stagioni vinse due campionati, una supercoppa e soprattutto la Champion’s League 2005/06, disputando da titolare la finale con l’Arsenal. Fu allora che Luis Aragonés, selezionatore della Spagna, lo chiamò per una stage di preparazione in vista del Mondiale 2006. Oleguer si presentò per non incorrere in una squalifica, ma tornò quasi subito a casa. Aveva parlato con il c.t. e gli aveva spiegato di non essere abbastanza motivato per rappresentare la Roja, verso la quale non sentiva il necessario senso di appartenenza. Non fu più chiamato. Con la sua vera nazionale, la Catalunya, giocò un totale di 6 partite .
Nel 2008 si trasferì in Olanda, all’Ajax, e nel 2011 si ritirò dal calcio giocato a 31 anni appena compiuti. Non si divertiva più, e comunque aveva sempre avuto altre inquitudes, come le definì lui stesso. Un degno finale per chi era stato tutto fuorché un semplice giocatore di calcio.

venerdì 6 maggio 2016

MARONI VS FORMIGONI

La richiesta di risarcimento ai danni di Formigoni per il processo sul caso della Fondazione Maugeri dove l'ex governatore lombardo è stato accusato di aver preso mazzette per indirizzare fondi regionali presso l'istituto sanitario pubblico pavese(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2014/04/formigoni-sta-peggio-di-molti.html ),è l'ennesima richiesta di denaro al Celeste.
L'articolo preso da Repubblica(http://milano.repubblica.it/ )parla di questi 5,6 milioni di Euro chiesti dall'attuale governatore della regione Lombardia Maroni che stavolta chiede a ragione(non come imposto al Comune di Crema per l'ex scuola di Cielle dei Sabbioni di cui la foto sopra...ma questa è un'altra storia)come risarcimento per la compensazione dei danni subiti dalle casse regionali.
Poi si torna sui 49 milioni di Euro sequestrati a Formigoni,che dichiarava comunque di possedere poco o niente,dei suoi viaggi,della sua villa stratosferica in Sardegna e dell'amicizia col faccendiere Daccò,che anche lui dovrà risarcire ma stavolta l'agenzia delle entrate,tre milioni e mezzo di Euro per danni patrimoniali e d'immagine.

Processo Maugeri: ville, barche e denaro, Maroni chiede 5,6 milioni di danni a Formigoni.

La stima fatta in aula dall'avvocato Aiello che ha presentato "il conto della corruzione" emerso nel corso del dibattimento.

Il governatore di oggi contro il governatore di allora. Roberto Maroni contro Roberto Formigoni. La Regione Lombardia, parte civile nel processo a Milano a carico di Roberto Formigoni sul caso Maugeri, ha chiesto, attraverso il suo legale, Domenico Aiello, un risarcimento danni per 5 milioni e 619 mila euro a carico dell'ex governatore lombardo: a tanto ammonterebbero i danni subiti dalle casse regionali per la vicenda. Formigoni è imputato di associazione per delinquere e corruzione insieme ad altre nove persone. Il legale, nel suo intervento in aula, ha spiegato che "sul sistema corruttivo" ci sono "riscontri processuali", chiarendo comunque che la sanità lombarda "rimane un'eccellenza". L'avvocato ha aggiunto: "Se c'è stato un accordo corruttivo, immediatamente deve esserci una pronuncia di risarcimento danni a favore della Regione Lombardia".

Il pm: "La tesi dei regali è ridicola"

"Tre utilità accertate". Secondo il legale della Regione, il dibattimento ha accertato "tre diverse utilità" che sarebbero andate come "prezzo" della presunta corruzione "al pubblico ufficiale", ossia all'ex presidente della Regione Lombardia, per il quale i pm di Milano Laura Pedio e Antonio Pastore nella scorsa udienza hanno chiesto una condanna a 9 anni di carcere. L'avvocato Aiello ha precisato che "non sto chiedendo qua i 61 milioni di euro che dalla Fondazione Maugeri sarebbero andati ai presunti intermediari, né i 9 milioni che dal San Raffaele sarebbero andati sempre agli intermediari, ma come provvisionale immediatamente esecutiva chiediamo 5 milioni e 619mila euro di presunte utilità.


Le barche, la villa, i biglietti. Utilità verso Formigoni che il legale ha diviso in tre generi: i 3,7 milioni di euro per l'utilizzo delle imbarcazioni messe a disposizione dal faccendiere Pierangelo Daccò tra il 2007 e il 2011; 1.3 milioni di maxi-sconto sull'acquisto di una villa in Sardegna che era di Daccò; una terza parte di utilità costituita da soldi "consegnati in contanti a cui si aggiungono 600mila euro per il finanziamento di una campagna elettorale e l'acquisto di biglietti". Per un totale, appunto, di oltre 5,6 milioni di euro, più basso comunque rispetto ai circa 8 milioni contestati dall'accusa a Formigoni, anche perché il legale della Regione ha escluso dal calcolo "tutti quei benefici che riguardano la promozione per finalità politiche", come il pagamento di cene. Tra l'altro, il legale ha spiegato che se l'amico del 'Celeste', Alberto Perego, anche lui imputato e ritenuto una sorta di 'prestanome' dell'ex Governatore, non dovesse essere ritenuto beneficiario di parte delle utilità "le voci delle imbarcazioni e della villa a carico di Formigoni vanno ridotte del 50%".

"Danno d'immagine". L'avvocato della Regione, inoltre, ha chiesto che i giudici riconoscano anche il risarcimenti danni "legato al profitto del reato", che però non ha quantificato (non indicando nemmeno provvisionali). E ha chiesto anche il riconoscimento del "danno all'immagine", oltre che il sequestro conservativo sulle somme già sotto sequestro preventivo "affinché parte di quel denaro sia reintegrato nel servizio pubblico". Il legale, che ha parlato dei riscontri processuali sul "mercimonio corruttivo", ha anche voluto distinguere, però, tra la posizione "del pubblico ufficiale" e quella dei dirigenti della Regione sotto processo, sottolineando che la sanità lombarda comunque "rimane un'eccellenza e io non butto via il bambino con l'acqua sporca".

Il Fisco chiede 3 milioni e mezzo a Daccò. Una provvisionale di 3 milioni e mezzo di euro è stata chiesta dall'Agenzia delle Entrate per danni patrimoniali e di immagine al faccendiere Pierangelo Daccò, all'ex assessore Antonio Simone e all'ex direttore finanziario di Fondazione Maugeri imputati a Milano, assieme a Formigoni. Anche questa richiesta è stata avanzata in aula dall'avvocato Gabriella Vanadia che ha ritenuto di differenziare le posizioni di Daccò e Simone rispetto a quella di Passerino, tenendo conto che la Fondazione ha già saldato il conto con il fisco. Per tanto nel chiedere ai tre di versare la cifra ha precisato che l'ex direttore amministrativo dovrà concorrere fino alla cifra di 750 mila euro. Il legale, nel sottolineare
che i tre imputati hanno arrecato all'Agenzia danni patrimoniali per evasione fiscale e per lo sviamento dell'attività di accertamento e danni di immagine, ha chiesto il risarcimento in sede civile e la loro condanna in sede penale.

giovedì 5 maggio 2016

LA PROTESTA DEI NATIVI AMERICANI

L'articolo odierno preso da Infoaut(http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/16820-north-dakota-nativi-americani-occupano-i-terreni-destinati-a-un-progetto-di-oleodotto )parla della protesta che da parecchie settimane sta animando gli Stati dove dovrebbe passare il Dakota access pipeline,un oleodotto che attraverserà trasversalmente gli stati de Nord e del Sud Dakota per arrivare nell'Illinois passando per l'Iowa.
Parecchi nativi americani,le briciole di quelli rimasti dopo il massacro dell'uomo bianco che ha invaso i suoi territori annientando persone e culture di decine di tribù,stanno manifestando per impedire che questo impianto colossale passi attraverso le riserve poste nelle zone.
In gioco ci sono le loro tradizioni si sta minando il loro ambiente,oltre che a terre sacre come cimiteri che potrebbero essere attraversati dall'oleodotto c'è anche del grande fiume Missouri a rischio,in quanto si verrebbero a dissestare terreni di primaria importanza per i nativi.
Tutto ciò in un'ottica governativa statunitense che ha sempre trattato queste popolazioni come carne da macello e come occasione di arricchimento e di sfruttamento.

North Dakota, nativi americani occupano i terreni destinati a un progetto di oleodotto.

Sabato 2 aprile diverse centinaia di nativi americani appartenenti alla Standing Rock Nation dei Sioux, insieme con altre nazioni indiane del nord degli Stati Uniti, hanno protestato contro la costruzione di un nuovo oleodotto, il Dakota Access Pipeline.
Il progetto, su cui non esiste alcuno studio di impatto ambientale, prevede l'attraversamento della riserva Dakota e il passaggio sotto il fiume Missouri, unica fonte di acqua potabile per tutta la riserva. Oltretutto, all'interno della riserva si prevede il passaggio su di un cimitero della linea che trasporterà 450 mila barili di petrolio al giorno. Questo fatto la dice lunga sull'atteggiamento, mai cambiato, del governo USA nei confronti dei nativi americani.
I manifestanti, tutti a cavallo, si sono recati in corteo fino ai terreni dove dovrebbe passare l'oleodotto, occupandoli e promettendo che la loro lotta andrà avanti ad oltranza, perchè come ha dichiarato uno dei membri della riserva: "Non abbiamo bisogno del petrolio per vivere ma dell'acqua, e l'acqua è un diritto umano, non un privilegio...  Stanno scavando a 500 metri dalla tomba di mio figlio, di mio padre e di mia zia, che ho sepolto solo la settimana scorsa. Io amo la mia terra e, se l'oleodotto andasse in porto, sarebbe finita. Dobbiamo combattere con ogni mezzo per proteggere l'acqua".

E' stato costruito un accampamento proprio nel punto in cui l'oleodotto dovrebbe attraversare il fiume, che rimarrà a oltranza con lo scopo di bloccare i lavori e che dovrà funzionare anche da campo base per future azioni di protesta.
Il gruppo è composto, oltre che dai membri della Standing Rock Nation, da Cheyenne River Lakota e Rosebud Sioux.

mercoledì 4 maggio 2016

TTIP:E' TUTTO VERO

Il doppio contributo odierno parla nuovamente del Ttip(Trensatlantic Trade and Investment Partnership)con la conferma di tutto quello che si dice da qui a due anni e anche più non sono solo le farneticazioni di milioni di cittadini me compreso che vedono questo trattato come l'inizio della fine non solo degli scambi commerciali ma anche del lavoro e della qualità della vita,ma pura verità.
Saltata fuori dopo diciamo delle indagini e dei suggerimenti pervenuti a Greenpeace Olanda che è riuscita a fornire un malloppo di 248 pagine scritte con parecchi termini tecnici e burocratici e prontamente tradotto per i comuni mortali per farci capire che qui è in atto un accordo che favorirà solo le multinazionali e le imprese.
A danno ovviamente della qualità dei prodotti commerciati,in primis quelli agricoli,un ulteriore peggioramento del clima,una diminuzione del reddito e dei diritti sindacali con un conseguente impoverimento della società che già in questi anni non è che se la passi tanto bene.
Ulteriore controprova ce la da il secondo articolo in cui Germania e Francia per i motivi sopra elencati stanno seriamente pensando di uscire da questo patto transatlantico tra Usa ed Ue,contestando di fatto punti come il fallimento del Cop21 parigino se dovesse essere approvato il Ttip che porterebbe ad un degrado ambientale maggiore e con la difesa dei propri prodotti agricoli che verrebbero sopraffatti da cibo spazzatura magari con diciture truffaldine ma venduti a prezzo estremamente minore.
Mentre divampano le critiche l'Italia continua con entusiasmo a sostenere questo patto che prevede lo spostamento di parecchie multinazionali ed imprese al di là dell'Atlantico(anche qui come se non stesse già accadendo abbastanza)come è già successo con quel padrone-predone di Marchionne con la sua Fiat-Fca.
Perché il Ttip è il trionfo del profitto sulla pelle delle persone sia in fatto di occupazione che in quello di salute sia ambientale che prettamente fisico,un abominio voluto dai pochi soliti noti che per la brama di potere e di successo sono pronti a marciare sui nostri cadaveri.
 
Ttip leaks: Greenpeace Olanda rivela i testi segreti del Ttip.
Avevamo ragione: confermati rischi per clima, ambiente e sicurezza dei consumatori
I cittadini hanno diritto di sapere: Greenpeace Olanda pubblica oggi su www.ttip-leaks.org parte dei testi negoziali del TTIP per garantire la necessaria trasparenza e promuovere un dibattito informato su un trattato che interessa quasi un miliardo di persone, nell’Unione Europea e negli USA. È la prima volta che i cittadini europei possono confrontare le posizioni negoziali dell’UE e degli USA.
Questi documenti svelano che noi e la società civile avevamo ragione a essere preoccupati: con questi negoziati segreti rischiamo di perdere i progressi acquisiti con grandi sacrifici nella tutela ambientale e nella salute pubblica!
Dal punto di vista della protezione dell’ambiente e dei consumatori, quattro gli aspetti seriamente preoccupanti:
  • Tutele ambientali acquisite da tempo sembra siano sparite
Nessuno dei capitoli che abbiamo visto fa alcun riferimento alla regola delle Eccezioni Generali (General Exceptions). Questa regola, stabilita quasi 70 anni fa, compresa negli accordi GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) della World Trade Organisation (WTO – in italiano anche Organizzazione Mondiale per il Commercio, OMC) permette agli stati di regolare il commercio “per proteggere la vita o la salute umana, animale o delle piante” o per “la conservazione delle risorse naturali esauribili”. L’omissione di questa regola suggerisce che entrambe le parti stiano creando un regime che antepone il profitto alla vita e alla salute umana, degli animali e delle piante.
  • La protezione del clima sarà più difficile con il TTIP
Gli Accordi sul Clima di Parigi chiariscono un punto: dobbiamo mantenere l’aumento delle temperature sotto 1,5 gradi centigradi per evitare una crisi climatica che colpirà milioni di persone in tutto il mondo. Il commercio non dovrebbe essere escluso dalle azioni sul clima. Ma non c’è alcun riferimento alla protezione del clima nei testi ottenuti.
  • La fine del principio di precauzione
Il principio di precauzione, inglobato nel Trattato UE, non è menzionato nei capitoli sulla “Cooperazione Regolatoria”, né in nessuno degli altri 12 capitoli ottenuti. D’altra parte, la richiesta USA per un approccio “basato sui rischi” che si propone di gestire le sostanze pericolose piuttosto che evitarle, è evidente in vari capitoli. Questo approccio mina le capacità del legislatore di definire misure preventive, per esempio rispetto a sostanze controverse come le sostanze chimiche note quali interferenti endocrine (c.d. hormone disruptors).
  • Porte aperte all’ingerenza dell’industria e delle multinazionali
Mentre le proposte contenute nei documenti pubblicati minacciano la protezione dell’ambiente e dei consumatori, il grande business ha quello che vuole. Le grandi aziende ottengono garanzie sulla possibilità di partecipare ai processi decisionali, fin dalle prime fasi.
I documenti mostrano chiaramente che mentre la società civile ha avuto ben poco accesso ai negoziati, l’industria ha avuto invece una voce privilegiata su decisioni importanti.
Il rapporto pubblico reso noto di recente dall’UE ha solo un piccolo riferimento al contributo delle imprese, mentre i documenti citano ripetutamente il bisogno di ulteriori consultazioni con le aziende e menzionano in modo esplicito come siano stati raccolti i pareri delle medesime.
I documenti pubblicati da Greenpeace Olanda constano di 248 pagine in un linguaggio legale tecnicamente complesso: 13 capitoli di “testo consolidato” del TTIP più una nota interna dell’UE sullo stato del negoziato (Tactical State of Play of TTIP Negotiations – March 2016). Greenpeace Olanda ha lavorato assieme al rinomato network di ricerca tedesco di NDR, WDR and Süddeutscher Zeitung. Fino ad ora i rappresentanti eletti avevano potuto vedere parte di questi documenti in stanze di sicurezza, con guardie, senza consulenti esperti e senza poterne discutere con nessuno. Con questa pubblicazione, milioni di cittadini hanno la possibilità di verificare l’operato dei propri governi e discuterne con i loro rappresentanti.
Chi ha cura delle questioni ambientali, del benessere degli animali, dei diritti dei lavoratori o della privacy su internet dovrebbe essere preoccupato per quel che c’è in questi documenti. Il TTIP, si svela per ciò che davvero è: un grande trasferimento di poteri democratici dai cittadini al grande business. 
Per fermare il TTIP, tutelare i diritti e i beni comuni e costruire un altro modello sociale ed economico, equo e democratico, ti aspettiamo sabato 7 maggio 2016 a Roma per un grande appuntamento nazionale!
ENTRA IN AZIONE CON NOI: FIRMA E CHIEDI DI BLOCCARE IL TTIP!
 
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Ttip.Germania e Francia suonano il de profundis?
 
di Marco Santopadre.
Ad esser maliziosi – ma neanche troppo – ci sarebbe da sospettare che a Greenpeace Olanda quelle 248 pagine di documenti finora segreti sul contenuto dei negoziati tra le due sponde dell’oceano sul Ttip, gliele abbia fornite una delle parti in causa. Forse quella che proprio in questi giorni sta insistentemente recitando il ‘de profundis’ del Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti?
Già alla fine della scorsa settimana il ministro tedesco dell’economia e numero due del governo di Berlino, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, aveva sentenziato: “Se gli americani resteranno su questa posizione, noi non avremo bisogno di un trattato di libero scambio e il Ttip sarà destinato a fallire”.
Ma poi è arrivata la tegola dei cosiddetti “ttip leaks”, cioè dei documenti resi pubblici dalla sezione olandese di Greenpeace che hanno mostrato nero su bianco quanto molti, nonostante il carattere segreto delle trattative, sospettavano o sapevano. Il trattato, che mira formalmente a istituire una zona di libero scambio tra Usa e Ue, riducendo i dazi doganali per le aziende e approvando nuove leggi che favoriscano il mercato attraverso l’eliminazione delle differenze normative e amministrative, rappresenta un attacco senza precedenti ai diritti dei lavoratori, alla protezione dei consumatori e dell’ambiente, alla sopravvivenza di centinaia di migliaia di agricoltori, allevatori e produttori europei.
E – la cosa più importante dal punto di vista dell’establishment dell’Unione Europea – un passepartout a disposizione delle multinazionali statunitensi per invadere i mercati continentali senza freni e senza regole, producendo un danno enorme alle grandi imprese europee che pure nel Ttip vedevano uno strumento per aumentare la loro penetrazione bypassando leggi e regolamenti nazionali. E naturalmente per incrementare i profitti. Secondo uno studio del Center for Economic Policy Research di Londra, infatti, il Trattato permetterebbe un incremento dei ricavi annui di 120 miliardi di dollari per le multinazionali europee e di 95 miliardi per quelle a stelle e strisce. Ma, si accusa da più parti, si tratta di stime gonfiate, e comunque non al passo con l’evoluzione – o meglio, l’involuzione – del negoziato, che ha visto man mano aumentare le pretese statunitensi.
E così dopo i tedeschi, sono ora i francesi – l’altra gamba del processo di integrazione europeo – ad intervenire sulla questione, in maniera netta, dura. Un vero e proprio stop. «Allo stato attuale del confronto, la Francia dice di no all’intesa. Perché non siamo per un sistema di libero scambio senza regole. Non accetteremo mai che vengano messi in discussione i principi essenziali della nostra agricoltura, della nostra cultura. E che non ci sia una totale reciprocità nell’accesso agli appalti pubblici» ha tuonato ieri il presidente Francois Hollande. Prima di lui il premier Manuel Valls aveva espresso «inquietudine per l’andamento del negoziato». Lunedì il ministro al Commercio estero Matthias Fekl, figura emergente del partito socialista e titolare del dossier, era stato assai più chiaro: «L’Europa propone molto e riceve molto poco in cambio. Questo non è accettabile. Alla luce dell’atteggiamento attuale degli Stati Uniti, mi sembra che lo stop alle trattative sia l’opzione più probabile». Ma già a metà aprile lo stesso Hollande aveva avvertito che «Se non ci sarà una totale reciprocità, se non ci sarà sufficiente trasparenza, se ci sarà un pericolo per gli agricoltori, se gli europei non avranno libero accesso alle gare pubbliche mentre gli Stati Uniti potranno avere accesso a tutto in Europa, allora non lo accetterò».
In controtendenza invece il governo italiano, che per bocca del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Sandro Gozi, ha ribadito il ‘Ttip-entusiasmo’ dell’esecutivo Renzi, più sensibile ai richiami e all’influenza di oltreoceano: “Gli accordi sono una grande opportunità per le nostre imprese, ci aiuteranno a far crescere i Pil dei Paesi europei”.
Ma la diffusione degli scottanti documenti, che provano i pesanti ricatti e le pressioni da parte degli Usa per avere il via libera ai propri interessi su tutto il fronte, non poteva che legittimare chi, all’interno degli apparati dell’Unione Europea, pensa ormai di chiudere tutta la faccenda in un cassetto. I negoziati, che vanno avanti dal 2013, sono di fatto ad un punto morto. Di fronte allo scarso entusiasmo delle rispettive opinioni pubbliche sia i socialisti francesi che i socialdemocratici tedeschi potrebbero ora pensare di cavalcare lo stop al Ttip in nome di una posizione ‘protezionistica’ che potrebbe costituire un buon argomento di campagna elettorale per due partiti in crisi nera.
E anche da parte statunitense, fanno notare in molti, gli ostacoli aumentano. Se Barack Obama, come sembra scontato, non riuscirà a portare a casa il risultato – la firma del Ttip – entro la fine del suo mandato, non è detto che chi lo sostituirà nello Studio Ovale sia così propenso a riprendere i negoziati. Per motivi diversi, a volte opposti, infatti sia il repubblicano ultrà Donald Trump sia il democratico ‘socialista’ Bernie Sanders hanno espresso la propria contrarietà a proseguire la trattativa. La popolarità dell’accordo transatlantico è sempre più in ribasso, e non solo in Europa. Secondo la fondazione tedesca Bertelsmann il consenso sul Ttip sarebbe passato dal 55% al 17% in Germania e dal 53% al 15% negli Stati Uniti, le cui imprese avrebbero in realtà tutto da guadagnarci dalla costituzione di quella che in molti definiscono una ‘Nato economica’.
E’ in questo clima notevolmente sfavorevole che a giugno si terrà il prossimo round di negoziati tra la Commissione Europea e gli inviati di Washington – quello precedente si è chiuso il 29 aprile – mentre sabato prossimo a Roma è prevista una manifestazione nazionale contro il Ttip e lo strapotere delle multinazionali. Lo scatto di reni dei governi europei sembrerebbe dare ragione a chi, da sempre, si oppone ad un trattato che concederebbe ancora più potere alle imprese e alle lobby. Ma non è il caso di abbassare la guardia, dando credito a dichiarazioni come quella rilasciata poche ore fa dal ministro socialista francese Matthias Fekl: “Noi vogliamo difendere le nostre piccole e medie imprese, l’agricoltura, l’ambiente. Non avrebbe alcun senso aver partecipato al COP21 (il vertice mondiale sul clima, ndr) di Parigi a dicembre per poi, pochi mesi dopo, firmare un patto che lo contraddice”.
La verità è che i governi e l’establishment dell’Unione Europea non sono affatto preoccupati per l’ambiente, i diritti dei consumatori e dei lavoratori, bensì dalla possibilità che la firma del Ttip consenta alle multinazionali statunitensi di dilagare in Europa a danno degli interessi e dell’egemonia delle grandi imprese continentali.
Occorrerà tenerne conto adeguatamente, sabato, scendendo in piazza a Roma, consci che se pure Bruxelles metterà fine ai negoziati con una potenza competitrice come sono gli Stati Uniti, l’Unione Europea il suo ‘ttip’ lo sta già costruendo e imponendo all’interno dei propri confini.
Leggi anche: Greenpeace svela: Ttip, la dittatura di multinazionali e oligarchie

martedì 3 maggio 2016

IL PRINCIPINO FANCAZZISTA APRE LA FOGNA

 
Le dichiarazioni gravemente offensive del rampollo di casa Savoia,il pressoché fancazzista Emanuele Filiberto nipote di colui che non solo stese il tappeto rosso a Mussolini ma che condivise scelte politiche,sociali e di guerra con l'ex dittatore fascista,sono uno smacco per l'intero popolo italiano e l'ennesima pagina vergognosa della monarchia dell'ex regno cacciata dall'Italia a calci in culo.
Perché il triumvirato Stato Regno Chiesa del ventennio,sempre che la storia che mi hanno insegnato a scuola non sia stata ribaltata da qualche reazionario nostalgico,collaborò alacremente per portarci in guerra anche con silenzi assensi di comodo,con tutti i risultati nefasti che conosciamo ancor oggi.
Perché dire che le associazioni partigiane sono un costo ma soprattutto le risposte allo sdegno che si è creato che vanno molto oltre la querelle tra il principino e Alessandro Gassman sui social network è un fatto di inaudita gravità e violenza e poi detta da un discendente diretto che per decisione del popolo italiano avrebbe dovuto stare al di fuori dei nostri confini è scandaloso.
Articolo preso da Senza Soste(http://www.senzasoste.it/rete/emanuele-filiberto-frutto-marcio-di-un-errore-storico ).
 
Emanuele Filiberto, frutto marcio di un errore storico… .

Che ci siano in circolazione personaggi discendenti da famiglie che una volta regnavano, si può capire. La Storia spazza via gli assetti istituzionali, non sempre si occupa dei dettagli. A quelli dovrebbero provvedere gli uomini, che sono sicuramente più distratti, e quindi a volte si distraggono, si commuovono, cercano un compromesso che tranquillizzi altri uomini.
Che certi personaggi discendenti da famiglie di macellai possano anche parlare, invece, è cosa che non si dovrebbe neanche ammettere. Specie se hanno mostrato di non aver appreso la lezione della Storia.
Il caso di questi giorni, a cavallo tra date simbolo come il 25 Aprile e il Primo Maggio, è rappresentato dall’erede vanesio dei Savoia, quell’Emanuele Filiberto riammesso in Italia da una classe politica corrotta fin nel midollo e sdoganato televisivamente da tal Fabio Fazio, che lo aveva usato come pupazzo di rappresentanza inviato su campi di tennis e dintorni.
Un suo tweet contro i partigiani («con le loro associazioni costano al contribuente 3 milioni di euro») è stato letto dall’Anpi di Brescia, che ha giustamente denunciato l’episodio. In fondo, che un parassita millenario come un Savoia provi a dare del parassita ai lavoratori che hanno cacciato a suon di mitraglia la sua famiglia, i nazisti e sicari fascisti, è sicuramente intollerabile.
Tanto più se questo esangue rametto dell’ex casa regnante, come un bambino qualsiasi, non si sforza neppure di elaborare un pensiero proprio, ma si limita a ripostare un tweet di “riscatto nazionale”, bufalificio fascista che può essere “sgamato” già da nome.

Preso in castagna, lo scarsamente dotato rampollo regale si è esibito in un numero classico dell’italietta arruffona, reso ormai celebre dall’ex ministro Scajola (“mi hanno comprato casa a mia insaputa”), degradandolo però a un più banale: “Qualcuno è entrato nel mio account e ha mandato articolo su partigiani volendo cavalcare la diatriba sulla mia visita a Noto! Mi dispiace!”.
Come se qualcuno dovesse davvero sforzare la propria intelligenza per hackerare un accont da cui partono solo stronzate aristocratico-fasciste.
Non pago dell’autodifesa fantozziana, “l’erede” si è barricato dietro «il ruolo di mia nonna durante la guerra accanto ai partigiani», infangando così l’unico esponente della sua famiglia che abbia mostrato un soprassalto di umanità.
Ma quel che ha mandato veramente in bestia ogni essere umano pensante è stato il suo invito a “studiare la storia”. Lamentandosi, addirittura, di quanto sia “Incredibile vedere la violenza di certe persone… Il rimanere bloccati su dei preconcetti storici senza voler ascoltare l’altro!”. Preconcetti storici? Si tratta solo di giudizi a posteriori, perché – per l’appunto – la storia della famiglia Savoia è ormai passata in giudicato con sentenza inappellabile. Per non dire della “violenza”, pratica su cui effettivamente gli ex sovrani hanno ben poco da imparare (rileggetevi, per esempio, la storia del lager di Fenestrelle, http://www.brigantaggio.net/Brigantaggio/Storia/Altre/VARIE/0029_Lager.PDF).

Il web ha esondato una marea di insulti irripetibili, ma tutti ampiamente meritati. La risposta migliore è però arrivata dal collettivo Wu Ming, che della Storia ha fatto un oggetto di studio in molti sensi esemplare: foto e documenti in cui i Savoia festeggiano con Hitler o Goering, nonché il loro ruolo nell’approvazione delle leggi razziali.
«Studiare sì – scrivono quelli di Wu Ming – ma studiamo tutto».
Non possiamo che concordare. Del resto, là dove gli uomini hanno fatto seriamente la storia della liberazione umana, le famiglie regnanti non hanno avuto aggio di tornare in circolazione. Se volevate sapere perché, guardate la faccia di Emanuele Filiberto. I popoli che non hanno tagliato la testa ai re, sono rimasti sudditi…
2 maggio 2016

UN CONTENITORE PIENO DI VUOTO

Il clamore più o meno avvertito in Italia per le dichiarazioni pro fasciste della consigliera comunale di Ragusa Giovanna Sigona del Movimento 5 stelle e la successiva espulsione voluta senza mezzi termini dai rappresentanti siciliani,è l'ennesima prova ed atto che il contenitore di idee e di persone del nuovo che dovrebbe avanzare poi così tanto fresco non lo è.
Perché l'ho sempre detto perché sin da tempi lontani(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2009/07/entomologia-politica.html )Grillo secondo non solo il mio punto di visto è solo un fascista mancato,o meglio un nostalgico del ventennio che ha smesso la camicia nera vestendosi con abiti populisti.
Ne sono stati conferma articoli e proclami sbandierati contro i rom,gli immigrati,alcuni magistrati,certi politici scomodi,sempre presi dall'organo di propaganda ufficiale del M5S che è il suo blog.
E senza tante critiche pena l'esclusione e l'allontanamento che in Parlamento è già accaduto per molti personaggi eletti tra le sue liste che hanno preferito fare le valigie per svariati motivi.
E nel calderone detto prima ci si trovano ex fascisti,ex comunisti,delusi di Forza Italia,della Lega e del Pd,arraffatori di cariche e poltrone,ciarlatani ma anche da gente onesta non dimentichiamocelo,che però deve convivere con altra che sta invecchiando assieme a una linea che non ha ancora portato a nessun cambiamento tangibile,proprio risultati zero.
Articolo preso da ecn.org(http://www.ecn.org/antifa/article/4997/ragusa-consigliera-grillina-inneggia-al-fascismo-su-facebook-m5sespulsa-ci-dissociamo8221 ).

Ragusa, consigliera grillina inneggia al fascismo su Facebook. M5s: “Espulsa. Ci dissociamo” .

Giovanna Sigona nei giorni scorsi ha pubblicato una serie di post celebrativi di Mussolini e contro la festa della Liberazione. Dopo le distanze il gruppo locale ha preso le distanze: "Azione che condanniamo"

È stata espulsa. Le esternazioni filofasciste della consigliera M5s Gianna Sigona, in carica presso il Comune di Ragusa dal 2014, non sono passate inosservate: nella politica cittadina come nell’opinione pubblica nazionale.

I busti di Mussolini e le immagini con lo slogan “non festeggio il 25 aprile” e “noi eravamo fascisti, poi siamo rimasti fascisti e rimarremo sempre fascisti”. A pubblicare le foto e le frasi sul proprio profilo Facebook è stata Giovanna Sigona, che siede nel consiglio comunale della città amministrata dal grillino Federico Piccitto. Dopo le polemiche sollevate nei giorni scorsi dai giornali locali, il Movimento 5 stelle ha preso le distanze: “Apprese le gravi dichiarazioni della consigliera comunale”, si legge in una nota, “inerenti l’esaltazione dell’ideologia fascista nel rispetto della Costituzione e della legge Italiana, il M5s si dissocia apertamente e condanna tali affermazioni reputandole ancor più gravi per il ruolo istituzionale che la stessa rappresenta”.

I vertici palermitani fanno sapere che l’espulsione è già stata decisa e approvate mentre da Ragusa arriva la secca reprimenda: “Il nostro ruolo da cittadini – ha scritto inoltre il sindaco della città Federico Piccitto, in una nota pubblicata su Facebook – è di servizio ai cittadini. Non è quindi accettabile alcuna valutazione di merito di fronte a situazioni del genere. Si deve agire e basta”. E sulla sua permanenza della Sigona al Comune, il sindaco aggiunge: “Prima di ogni cosa viene il rispetto per le istituzioni. Le dimissioni dalla carica di consigliere comunale sarebbero il riflesso naturale di tale rispetto”.

La grillina è autrice di una serie di post sui social network in cui esalta il fascismo. In occasione del 25 aprile ha inoltre pubblicato un’immagine in cui rivendicava la scelta di non festeggiare la Liberazione: “Io non festeggio”, si legge sul manifesto pubblicato, “l’Italia non è libera. Il 25 aprile 1945 è iniziata l’occupazione. Siamo una colonia americana”. La Sigona inoltre ha poi pubblicizzato l’immagine di alcuni busti in pietra lavica di Mussolini che, ha spiegato nei commenti, ha realizzato personalmente.

Non nuova a gaffes di questo tipo, la Sigona aveva già fatto discutere in passato per aver proposto in consiglio comunale di allontanare gli immigrati dal centro della città. “Portate gli extracomunitari fuori dal centro storico, spostateli da qualche altra parte”, aveva detto in aula nel 2015, suscitando polemiche tra i banchi e sulla stampa locale.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/29/ragusa-consigliera-grillina-esalta-fascismo-su-facebook-m5s-ci-dissociamo/2682142/