lunedì 13 aprile 2015

LA MORTE DI EDUARDO GALEANO

Breve commento all'articolo che parla del decesso per malattia di Eduardo Galeano,lo scrittore uruguaiano tra i più grandi di quelli contemporanei del sudamerica,che ha parlato della sua terra e dei suoi conflitti,della gente che vi ci abita e delle lotte,ma anche di calcio con un tocco ironico.
Nelle sue opere ha pure scritto dello sfruttamento dell'America latina da parte dei potenti del mondo e degli Usa in particolar modo,e per questo e altro è stato costretto ad emigrare in Spagna quando in Argentina(paese dov'è emigrato dall'Uruguay quando per via del golpe nel piccolo Stato sudamericano)aveva un taglia sulla sua testa fornita dal dittatore Videla.
Propongo un link che parla di un suo libro che parla di calcio,uno dei suoi lavori più leggeri ma non per questo privo d'interesse(http://www.storiedicalcio.altervista.org/galeano_splendori.html )e quello di Wikipedia(http://it.wikipedia.org/wiki/Eduardo_Galeano ).

È morto Eduardo Galeano, il cantore de "Le vene aperte dell'America Latina"

Sergio Cararo - tratto da http://contropiano.org

Lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano è morto questa mattina a Montevideo dopo essere stato ricoverato in ospedale alcuni giorni fa. Galeano si era aggravato la scorsa settimana, dopo aver combattuto negli ultimi anni contro il cancro al polmone. Lo scrittore che tra i primi ha denunciato "Le vene aperte dell'America Latina" in un libro memorabile, il 1 ° marzo scorso aveva ricevuto nella sua casa il presidente boliviano, Evo Morales, a testimonianza del debito che tutti gli uomini e le donne che hanno lottato per l'emancipazione latinoamericana avevano contratto con questo grande scrittore.
Eduardo Galeano è nato a Montevideo il 3 settembre 1940. Narratore, giornalista e saggista, è stato avviato nel giornalismo come fumettista e giornalista. I suoi disegni sono stati firmati con lo pseudonimo Gius. Da sempre interessato alla situazione politica contemporanea, è stato l'autotore di testi come Cronaca di una sfida (1964), Guatemala, chiave latino-americana (1967) e Stories (1967).
Tra le sue opere più direttamente segnate dall'approccio politico, "Sette immagini di Bolivia" (1971), "La violenza e lo smaltimento" e "Cronache Latina", ma soprattutto il suo saggio più famoso e ambizioso, a metà strada tra storia e giornalismo "Le vene aperte dell'America Latina", ripubblicato, tradotto in quasi 20 lingue, ammirato, applaudito, in vasti settori del continente latinoamericano e non solo.
Nel 1973, nel clima che preparava il colpo di stato militare in Uruguay, andò in esilio a Buenos Aires, dove ha fondato e diretto la rivista "Crisi" nei suoi primi 40 numeri. Poi, dopo il golpe militare anche in Argentina, è andato a vivere in Spagna nel 1976. Nel 1978 ha vinto ha vinto il premio la Casa de las Americas con "Giorni e notti di amore e guerra" (1978). Negli anni ottanta realizzò una trilogia di accento epico, Memoria del fuoco, di cui ogni volume è uscito con un sottotitolo: "Nascite" (1982), "Volti e Maschere" ( 1984) e "Il secolo del vento" (1986). Nei primi mesi del 1985, con il ripristino della democrazia è tornato in Uruguay dove ha scelto di vivere fino ad oggi. Con Eduardo Galeano è morto un grande della letteratura e della storia.
 Come altri intellettuali latinoamericani, in questi anni si è schierato a sostegno dei processi rivoluzionari a Cuba e più recentemente in Venezuela ma anche a difesa di Gaza bombardata e della Palestina.
13 aprile 2015

domenica 12 aprile 2015

LE MULTINAZIONALI DELLA MALNUTRIZIONE

L'Expo deve ancora cominciare,e già questo blog si era occupato dei dilemmi di una manifestazione a livello planetario così importante e che fa davvero da vetrina ad un paese intero,che le occasioni di polemizzare e di esprimere dissenso fioccano un po' ovunque,vuoi per la corruzione dilagante,vuoi per i ritardi nei lavori oppure per il reale significato che questi sei mesi possono offrire.
Oggi,col contributo preso da Senza Soste,si parla di quest'ultimo argomento,sul tanto reclamato slogan di Expo 2015 "Nutrire il pianeta" che richiama ovviamente la produzione agroalimentare mondiale e il tema basilare dell'approvvigionamento delle risorse per poter sfamare il pianeta.
E' assurdo avere milioni di persone affamate e che muoiono d'inedia e altrettanti milioni di persone che sono sovralimentate e che muoiono per le conseguenza di ciò:Expo dovrebbe fare dei passi in avanti enormi per poter pareggiare questo paradosso.
Poi l'articolo prende in esame le multinazionali presenti e che del resto finanziano con miliardi di Euro il progetto milanese,che fanno dalla malnutrizione e del consumismo la loro bandiera,ma questo è un altro discorso da imbastire e qui sotto ci sono elementi per poter cominciare a farlo.

L'Expo dei polli.
Piero Maestri - tratto da http://www.communianet.org

"Nutrire" il pianeta o nutrire le multinazionali dell'agrobusiness?" era il titolo dell'incontro organizzato alla fabbrica recuperata Rimaflow con la presenza del leader dei Sem Terra Joao Pedro Stedile nel novembre scorso. Per gli organizzatori dell'incontro il punto di domanda era evidentemente un artificio retorico, consapevoli che Expo2015 rappresenta una grande occasione per le multinazionali e le più importanti imprese dell'agroalimentare dei paesi economicamente più forti.
Condividiamo questa consapevolezza e questa opinione, ma dobbiamo sottolineare che il gioco di Expo2015 è più sottile, nascosto e quindi pericoloso.
La costruzione materiale e immateriale che è sorta intorno al tema guida dell'Expo si propone di diffondere l'idea che sia possibile "nutrire il pianeta" anche (o soprattutto) con il contributo delle multinazionali dell'agrobusiness, quindi garantendo e sostenendo il loro profitto.
Ma c'è di più. Expo2015 si affida alla "collaborazione tra i diversi stakeholder della comunità internazionale" (dal sito expo2015.org), fingendo di mettere sullo stesso piano governi, organizzazioni internazionali, imprese e multinazionali e "società civile". In questo modo si cerca di far passare l'idea che le soluzioni ai grandi problemi dell'umanità (accesso al cibo, all'acqua, ambientali ecc.) risiedano nelle grandi innovazioni tecnologiche e scientifiche e quindi in un idilliaco avvento di società "green" e collaborative.
Inutile dire che non si pongono problemi riguardo al controllo delle risorse, alla loro distribuzione "equa", insomma ai rapporti sociali globali.
Senza voler entrare nel merito di questo aspetto (anche se lo faremo prossimamente), un'operazione analoga avviene da tempo con la diffusione dell'ideologia food che procede (come scrive Wolf Bukowski nel suo ultimo "La danza delle mozzarelle", Edizioni Alegre) "fantasticando di una trasformazione sociale a partire dal modo di fare la spesa e cucinare... illusione consolatoria per i consumatori (che pensano di poter fare finalmente qualcosa di buono, pulito e giusto) i innocua per il capitale (anzi potenzialmente profittevole...)", per evitare di assumere che "il capitalismo è un crimine di cui è indispensabile contrastare tanto le manifestazioni concrete e presenti (l'iniquità) quanto i sogni (lo sviluppo infinito)".
Tornado ad Expo2015, sono diversi gli esempi di questa illusione collaborativa e di questa propaganda dell'equità e delle "magnifiche sorti e progressive" assegnate a scienza e tecnologia, ovviamente considerate neutre rispetto ai rapporti sociali di capitale.
In primo luogo all'interno del sito vengono ospitate esperienze teoricamente differenti o quasi "alternative", per mostrare la diversità e la ricchezza delle risposte possibili. Così all'interno del sito potremo mangiare da Mc Donald's - Official Sponsor di Expo 2015, protagonista del progetto "Fattore Futuro”, "nato con l’obiettivo di accompagnare e aiutare i giovani agricoltori nello sviluppo delle loro aziende, che ha ricevuto il Patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali; oppure possiamo scegliere di andare a comprare cibo di qualità, alimentare e politico-culturale, da Eataly, la creatura del frizzante Oscar Farinetti, vincitrice (senza gara) di un appalto per "due padiglioni da 4mila metri quadrati ciascuno, in cui funzioneranno 20 ristoranti, uno per regione italiana. Italy is Eataly: sarà il nome di quello che è stato presentato come “il più grande ristorante che mente (e pancia) umana abbia mai pensato”.
Farinetti vs McDonald's? Non è così: i due marchi sono complementari, sia sul piano del target a cui si rivolgono, sia sul piano della comunicazione della loro partecipazione a Expo2015: entrambi si fanno paladini di soluzioni "concrete" per sostenere il "nutrire il pianeta".
D'altra parte, sul piano culturale e ideologico il fast food si prende una rivincita sullo slow food (di cui Farinetti è uno dei maggiori profeti, oltre che distributore e co-proprietario di alcuni dei "presidi"): non perché si afferma una sua superiorità, ma perché irride una presunta e spocchiosa superiorità dell'altro - nel momento in cui quest'ultimo, che era nato programmaticamente come alternativa al sistema dannoso del primo, ne accetta ora una complementarietà all'interno di Expo.
Un altro esempio della confusione ideologica che Expo vuole diffondere riguarda il tema dell'acqua. Mentre in tutti i documenti si racconta la favola del diritto al libero accesso all'acqua, la multinazionale Nestlè (che sarà anche protagonista del padiglione elvetico, per "far scoprire al visitatore il rapporto che c’è tra l’uomo e il cibo") attraverso la san Pellegrino vince l'appalto come "acqua ufficiale" di Expo2015 - nella città che vanta (con buone ragioni) la qualità della sua "acqua del sindaco" e che dovrebbe sostenere la consapevolezza della necessità di ridurre lo spreco causato dalla diffusione di bottigliette di acqua in plastica. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una resa da parte di chi si pone sul piano dell'alternativa possibile, che diventa semplicemente un comportamento sullo stesso piano di quello che si vorrebbe modificare. Siamo ben al di là dei "piccoli passi": siamo alla resa alle ragioni del capitale multinazionale, ancora una volta egemone e vincente persino sul piano ideologico.
Ancora, possiamo parlare della questione Ogm. Anche in questo caso chi organizza Expo2015 sta molto attento a non spingere sul pedale di un'introduzione libera e senza regole degli Ogm. Si limita a voler aprire la strada ad un "ripensamento scientifico", e ad un possibile scambio globale con i paesi della periferia. In questo senso ci sembrano significative le parole di Corrado Passera (al tempo amministratore delegato di Intesa San paolo, principale sponsor di Expo2015) citate ancora da Bukowski: "noi siamo posizionati nel mondo dei prodotti agro-alimentari con una serie di prodotti unici, riconoscibili, non replicabili...", che quindi dobbiamo difendere e promuovere per i consumi internazionali, evitando di "contaminarli" (ideologicamente) con gli Ogm. Allo stesso tempo "in talune parti del mondo si deve spingere a trovare strumenti che permettano di rendere la produzione mondiale più sostenibile sia in termini di qualità, sia in termini di prevedibilità anche in condizioni avverse". In questo modo si prone uno scambio alle aziende italiane e alle multinazionali: manteniamo il più possibile l'Italia libera da Ogm e i suoi prodotti appetibili per la nuova classe media globale, mentre si continui a spingere per Ogm e brevettazioni nei paesi della periferia.
Questa è la compagnia in cui si trova a operare Vandana Shiva nel suo ruolo di "Ambassador" per Expo2015! Perché, come da manuale della collaborazione programmatica, "Ad Expo, a discutere di agricoltura e di ambiente, non dobbiamo lasciare solo le multinazionali della chimica e dei semi": peccato che queste siano ben piazzate nei posti chiave dell'organizzazione del "grande evento".
Questi esempi della propaganda "collaborativa" di Expo2015 si trovano anche in un'altra grande operazione ideologica: quella rappresentata dalla Cascina Triulza e da "Expo dei popoli", diverse tra loro ma sullo stesso piano della "presenza della società civile" all'interno o collateralmente ad Expo2015.
In questo caso dobbiamo essere chiari. Molte delle organizzazioni e Ong che partecipano a queste operazioni sono onestamente e quotidianamente impegnate per un diverso modello di sviluppo. Non è rispetto al loro impegno che verte la nostra critica, quanto sulla loro scelta di contribuire alla diffusione dell'illusione rappresentata da Expo2015, lavorando, implicitamente o esplicitamente, alla direzione di una conciliazione degli interessi e comunque nell'accettazione del tavolo formato dai "diversi stakeholder" come luogo possibile per affermare quel diverso modello di sviluppo. Non c'è bisogno di essere anticapitalisti per capire che quel tavolo è una truffa e che l'alternativa non può passare dalla collaborazione con le multinazionali o con illusioni "green".
Expo dei popoli dichiara fin dalla prima riga del suo manifesto programmatico: "L’assegnazione a Milano e all’Italia dell’Expo 2015 “Nutrire il Pianeta Energia per la vita” ci offre l’opportunità di condividere, in primo luogo con la comunità milanese, ma poi con tutti gli interlocutori che a livello globale accetteranno il confronto, idee e proposte su un tema strategico per il futuro dell’umanità. L’Expo 2015 sarà l’occasione, secondo quanto dichiarato, per condividere con i popoli del mondo intero esperienze, progetti e strategie per nutrire il pianeta e per garantire energia per la vita alle future generazioni".
A parte la considerazione, per noi importante, che organizzazioni che si vogliono impegnate per i diritti globali dovrebbero porre un po' più attenzione al contesto di un evento che produce "debito, cemento e precarietà"....
Sarebbe come pretendere di far un "controvertice", al G8 piuttosto che ad altre istituzioni neoliberiste, all'interno o parallelamente al vertice stesso, "opportunità" per parlare dei propri progetti. In questo caso si sceglie la strada dell'integrazione nel discorso collaborativo - che tra le Ong ha peraltro grande presa (pensiamo alla loro partecipazione alla ridicola truffa degli "obiettivi del Millennio", che servono a raccontare la storia di governi impegnati a risolvere il problema della povertà mondiale mentre promuovono politiche che distruggono società e ambiente a livello globale).
Ma, ci viene detto, "non si può dire sempre di no", dobbiamo saper cogliere la sfida della proposta. A parte che siamo convinti che ci siano "no che aiutano a crescere", di fronte ad un evento come Expo2015, il cui segno prevalente è quello della promozione degli interessi delle multinazionali e che perpetua la logica di sistema, il no dovrebbe essere un punto di partenza per parlare chiaro, senza fingere che sia altro e senza sostenerne le logiche interne. Perché Expo2015 potrà anche contribuire a migliorare le statistiche sulle performance produttive globali, ed in particolare dei profitti di multinazionali e imprese dell'agrobusiness, ma sicuramente non sosterrà una diversa distribuzione di queste risorse e nemmeno una promozione dell'agricoltura contadina e di consumo consapevole. Insomma, siamo ancora nelle statistiche di Trilussa: anche se aumenterà il consumo di polli, rimarrà sempre vero che di fronte al pollo a testa, "c'è un antro che ne magna due".
27 marzo 2015

sabato 11 aprile 2015

LE PROMOZIONI PROFESSIONALI DEGLI AGUZZINI DELLA DIAZ

Breve introduzione all'articolo preso da Infoaut che riprende il post di tre giorni fa riguardo la sentenza della Corte europea per i diritti umani che ha sanzionato l'Italia per le torture della caserma Diaz durante il G8 di Genova e che ha sollecitato il paese a provvedere al'approvazione di leggi contro la tortura,ed in questo senso qualcosa si sta muovendo(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2015/04/la-sentenza-europea-sulle-torture.html ).
Come già detto in molti post precedenti questo odierno racconta le promozioni nella carriera dei principali accusati del massacro della Diaz,dove tutti gli imputati hanno avuto benefici di professionalità e di stipendio pagati dallo Stato per il loro "servizio" ai cittadini.

Diaz, le promozioni dei responsabili in questi anni.


Che fine hanno fatto i responsabili della macelleria alla Diaz? Molti sono stati condannati [in verità pochissimi, e quasi tutti prescritti, nrd]. Altri assolti. E c'è chi ha persino fatto carriera. Un esempio? Il capo della polizia Gianni De Gennaro che fu nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Mario Monti e nel 2013 presidente di Finmeccanica. Voluto da Enrico Letta e confermato da Matteo Renzi.
Il Manifesto ha ricostruito le vicende dei responsabili.
I TRE SUPER POLIZIOTTI. Nel 2014 il tribunale di siorveglianza ha stabilito gli arresti domiciliari per tre condannati per i fatti della Diaz: Fran­ce­sco Grat­teri, Spar­taco Mor­tola e Gio­vanni Luperi.
Gratteri er ail numero uno dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Venne riconosciuto da un ragazzo tedesco. Nel frattempo era diventato capo dell'antiterrorismo italiano e poi questore di Bari.
DALLA DIAZ ALLA VALSUSA. Mor­tola era a capo della Digos di Genova. Nel 2010 guidò le cariche No Tav in Valsusa. È finito ai domiciliari perché accusato di avere massacrato un minorenne. Fu lui a guidare l'azione restando però all'esterno della scuola mentre le finte molotov venivano sistemate all'interno dell'edificio. Nel frattempo era stato nominato questore di Alessandria, questore vicario a Torino.
UN FUTURO NEL SISDE. Luperi guidava l'Ucigos, l'ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali. Da indagato divenne capo dell'Aisi, ex Sisde. Fu lui a consegnare alla Digos le molotov.
Oltre a questi tre super poliziotti, vanno poi citati: Ansoino Andreassi, vicecapo vicario della polizia, divenne vicedirettore del Sisde. Da pensionato, è considerato un esperto di terrorismo internazionale.
Gilberto Caldarozzi, nel 2001 era vicequestore e vicecapo dello Sco, di cui nel 2011 divenne capo.
Vincenzo Canterini, comandante del VII nucleo speciale mobile è stato condannato a cinque anni. Nel 2005 divenne questore.
Filippo Ferri, capo della mobile de La Spezia fu trasferito a Firenze sempre a guidare la squadra mobile.
Oscar Fiorillo era nel 2001 questore di Genova. Successivamente venne trasferito a Napoli. Ora è a capo di Polferi, Polstrada e Polizia postale.
Da Lettera43

venerdì 10 aprile 2015

SICURI DI ESSERE SICURI?

L'articolo preso da Contropiano(http://contropiano.org/politica/item/30123-milano-terrore-al-tribunale-ucciso-un-magistrato )parla ancora dei primi momenti dopo la sparatoria che ieri a Milano presso il Palazzo di Giustizia ha provocato la morte di tre persone ed il ferimento di altrettante.
La vittime ammazzate per vendetta da Claudio Giardello,accusato di  bancarotta,sono un coimputato nel processo Giorgio Erba,il giudice fallimentare Fernando Ciampi e l'avvocato presente nel ruolo di testimone Claris Appiani.
A parte l'allucinante impresa del Giardello,entrato armato come niente fosse in un tribunale nonostante la presenza ai varchi d'ingresso di professionisti della sorveglianza oltre a quella di carabinieri all'interno,presenza fissa la loro,c'è da dire che la sicurezza ha fallito totalmente.
I ministri della giustizia Orlando e quello dell'interno Alfano si arrampicano sugli specchi parlando di falle nella sicurezza e che comunque la videosorveglianza abbia funzionato e abbia permesso di catturare l'omicida,a Vimercate a chilometri di distanza.
Naturalmente chi dovrà pagare per questo triplice omicidio non so se lo farà,non so se ci saranno dimissioni di chi avrebbe dovuto tutelare la sicurezza dei cittadini in luoghi come un tribunale,che non sono solo luoghi dove possono circolare criminali più o meno pericolosi,ma dove lavorano centinaia di persone dagli avvocati ai segretari,dagli addetti ai lavori di manutenzione e di pulizia ai giudici.
E poi ci si chiede se siamo al sicuro da possibili attacchi terroristici di varia natura,soprattutto da parte dell'estremismo islamico,ma da situazioni di tutti i giorni come rapine e furti,come omicidi e truffe,è evidente che le forze dell'ordine non sono preparate oppure non sono attente nel minore dei casi.
E' evidente che manca una preparazione,le forze dell'ordine sono capaci solo a manganellare alle manifestazioni,a fermare chi ha rubato un pezzo di pane,ad arrestare un minorenne con un grammo di hashish...i dati sono chiari che quando ci sono rapine ed omicidi si beccano i criminali e gli assassini solo quando sono proprio degli idioti totali o quando ci sono delle confessioni,sennò la già misera percentuale di successo nel trovare i colpevoli scenderebbe ancora di più.


Milano.Terrore al tribunale.Uccisi magistrato e testimoni.


L'agenzia Ansa riferisce che un magistrato è stato ucciso da un imputato all'interno del Tribunale di Milano, ma le vittime potrebbero essere più di una. Ci sarebbe un'altra vittima e sembra che si tratti del testimone ad un processo. L'uomo che ha aperto il fuoco, Claudio Giardiello, è un imputato italiano accusato di bancarotta. Il magistrato sarebbe stato ucciso nel suo ufficio al secondo piano del tribunale. Il Palazzo di Giustizia di Milano è stato evacuato, molti erano già fuggiti e le forze dell'ordine hanno invitato tutti gli altri presenti ad uscire. Ora centinaia di persone sono sulla strada davanti alle diverse uscite del tribunale. Al terzo piano del tribunale di Milano sono arrivati soccorritori del 118 e sono presenti numerosi poliziotti e carabinieri con le armi in pugno. L'uomo che ha sparato avrebbe colpito due o tre persone, di cui una sarebbe morta. L'uomo sarebbe ancora in fuga all'interno del Palazzo di Giustizia. Fuori dal Palazzo di giustizia si sono radunate centinaia di persone, tra dipendenti e persone impegnate in processi. ''Appena ho sentito gli spari - ha detto una impiegata 40enne - e ho visto la gente fuggire mi sono chiusa all'interno della Cancelleria. Ho avuto tanta paura e ho cercato di lasciare al più presto il palazzo''. Il magistrato ucciso è il giudice della seconda sezione fallimentare del Tribunale di Milano Fernando Ciampi.  Il testimone, colpito in aula durante l'udienza, è Lorenzo Alberto Claris Appiani. Era stato l'avvocato di Claudio Giardiello e oggi era in aula come testimone nella causa per bancarotta contro l'uomo che lo ha ucciso sparandogli al torace. La terza vittima è Giorgio Erba, che sarebbe un coimputato di Giardiello. Uno dei feriti è Davide Limongelli, socio di Giardiello nella società "Magenta Immobiliare" di Milano, presente in aula a sua volta come coimputato. 

mercoledì 8 aprile 2015

LA SENTENZA EUROPEA SULLE TORTURE ITALIANE

La Corte europea dei diritti umani ha finalmente sentenziato e condannato l'Italia per le colpe dei funzionari della polizia e dei celerini per i fatti della tristemente famosa scuola Diaz dietro la denuncia formale presentata da uno dei manifestanti massacrati di botte,l'ora settantenne Arnaldo Cestaro,che mai si era arreso alle ingiustizie subite da lui e da centinaia di partecipanti ai cortei del G8 di Genova del 2001.
Sono passati quattordici anni da quei fatti,dopo che già l'Italia stessa condannò definitivamente gli allora vertici dalla polizia italiana mentre i reati per gli agenti presenti furono prescritti nel 2012(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2012/07/la-sentenza-sulla-macelleria-messicana.html ).
Ricordando i nomi più altisonanti dei condannati,passando da De Gennaro e Mortola arrivando ai ministri Scajola e Fini,e tutti loro ebbero ancora una grande carriera politica e lavorativa addirittura con promozioni,oggi si contribuisce a dare un risarcimento morale a tutte le persone massacrate e colpevolizzate con prove fabbricate dal peggio che la sbirraglia nazionale abbia saputo proporre nel dopoguerra.
La sentenza europea ha avuto anche la forza finalmente di fare intraprendere la strada verso il riconoscimento del reato di tortura in Italia,che manca e che quindi non può essere riconosciuto e perseguito,anche dopo varie richieste di petizioni(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2012/07/per-il-reato-di-tortura-in-italia.html )e dopo che già Amnesty International aveva bacchettato il belpaese per questi soprusi nel 2010(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2010/06/amnesty-bacchetta-l-italia.html ).
Articolo preso da Senza Soste cui aggiungo un commento preso da Contropiano(http://contropiano.org/politica/item/30102-la-tortura-in-italia-quarant-anni-di-finti-tonti ).

La Corte Europea condanna l’Italia per l’irruzione alla scuola Diaz: "Fu tortura” .

La Corte europea dei diritti umani che ha condannato l’Italia per l’irruzione alla scuola Diaz di Genova il 21 luglio 2001. Quanto compiuto dalle forze dell’ ordine italiane alla Diaz “deve essere qualificato come tortura” ed evidenzia nella condanna anche il fatto che l’Italia in tutti questi anni non ha mai legiferato per inserire il reato di tortura nel codice penale.
La notte del 21 luglio 2001, al termine del G8 di Genova, centinaia di agenti della Polizia fecero irruzione nella scuola, dove dormivano i manifestanti. A seguito della “macellaria messicana” furono arrestate 93 persone, con l’accusa di appartenere al “black bloc”, oltre 60 rimasero gravemente ferite a seguito del pestaggio. La posizione dei 93 fu poi archiviata dalla Procura di Genova qualche anno più tardi, mentre il processo contro dirigenti e agenti protagonisti dei pestaggi si è concluso nel 2012 con 25 condanne. Il processo ha inoltre accertato che la polizia creò prove false per incastrare i manifestanti, a cominciare da due bottiglie molotov portate nella scuola dagli stessi poliziotti e poi esibite alla stampa tra gli oggetti sequestrati. Per quella vicenda, nel 2012, la Corte di Cassazione, ha condannato in via definitiva alcuni dei più alti funzionari della Polizia italiana. Prescritti invece i reati contestati ai celerini.
Il provvedimento Corte europea dei diritti umani nasce da un ricorso presentato da Arnaldo Cestaro, manifestante veneto che all’epoca aveva 61 anni e che rimase vittima del violento pestaggio da parte della polizia durante l’irruzione nella sede del Genova Social Forum. Nel ricorso, l’uomo, afferma che quella notte fu brutalmente picchiato dalle forze dell’ordine tanto da dover essere operato, e da subire ancora oggi ripercussioni per alcune delle percosse subite. Cestaro sostiene che le persone colpevoli di quanto ha subito sarebbero dovute essere punite adeguatamente ma che questo non è mai accaduto perché le leggi italiane non prevedono il reato di tortura o reati altrettanto gravi.
I giudici hanno deciso all’unanimità che lo stato italiano ha violato l’articolo 3 della convenzione sui diritti dell’uomo, che recita: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”. La Corte di Strasburgo ha stabilito che il trattamento che gli è stato inflitto deve essere considerato come “tortura”, ma nella sentenza i giudici sono andati oltre, sostenendo che se i responsabili non sono mai stati puniti, è soprattutto a causa dell’inadeguatezza delle leggi italiane, che quindi devono essere cambiate. Inoltre la Corte ritiene che la mancanza di determinati reati non permette allo Stato di prevenire efficacemente il ripetersi di possibili violenze da parte delle forze dell’ordine.
«Meno male che almeno su questo la Corte Europea non ha fatto altro che riconoscere la sentenza della Cassazione. Posso solo esprimere un giudizio di soddisfazione per il fatto che la Corte abbia riconosciuto che l’Italia aveva toccato il fondo» il primo commento di Giuliano Giuliani, padre di Carlo, il ragazzo ucciso durante gli scontri di piazza tra manifestanti e forze dell’ordine nell’ambito del G8.
Per Enrica Bartesaghi, presidente del Comitato “Verità e Giustizia per Genova”, l’associazione che riunisce i familiari delle vittime dei pestaggi durante il G8 si tratta di «un precedente che ci dà una risarcimento morale per le torture avvenute».
“Torture alla Diaz. C’è una giustizia in Europa. Non in Italia“. a dichiararlo è Patrizio Gonnella presidente di Antigone che sottolinea che: ” C’è una giustizia in Europa. Non in Italia. A quattordici anni dalle brutalità della Diaz è arrivata la sentenza di condanna da parte della Corte europea dei diritti umani. Come già aveva scritto nero su bianco la Corte di Cassazione in Italia non si può punire per tortura in quanto manca il crimine. Così i giudici di Strasburgo ci hanno condannato per violazione dell’articolo 3 che proibisce la tortura e ogni forma di trattamento inumano o degradante ma anche perché a causa dell’assenza del delitto nel nostro codice in Italia vi è l’impunità per torturatori. Nei prossimi giorni la Camera discuterà la proposta di legge approvata oramai molti mesi fa al Senato. Non è il migliore dei testi. E’ incoerente rispetto al dettato Onu, eppure bastava tradurre dieci righe dall’inglese in italiano. Alla scuola Diaz e al carcere illegale di Bolzaneto si è ritenuto che si potesse instaurare uno stato di eccezione. Il film Diaz di Daniele Vicari ha il merito di avere fatto conoscere a molti giovani di oggi, che nel 2001 erano poco più che bambini, cosa accadde a Genova in quei giorni. Una vergogna nazionale. Uno Stato che non si è costituito parte civile nei procedimenti penali a Genova nei casi Diaz e Bolzaneto, ad Asti per le violenze in carcere, a Roma nel caso della morte di Stefano Cucchi, a Ferrara nel caso Aldrovandi, a Lecce nel caso Saturno etc. etc.. Non solo. Gli imputati in questi procedimenti penali hanno spesso fatto passi in avanti nella carriera nel corso del processo, o quanto meno non hanno subito alcuna sanzione disciplinare. Il messaggio è in questi casi devastante. E’ un messaggio inequivocabile di legittimazione e incentivazione alla perpetrazione di pratiche illegali di tortura. Un messaggio che serve a segnare la forza del potere punitivo incontenibile rispetto a ogni anelito illusorio e ingenuo di legalità democratica. Se queste sono le reazioni dei vertici istituzionali – solidarietà pubblica oppure impunità per i torturatori – di conseguenza non si può ragionevolmente e correttamente sostenere che la tortura sia una questione di mele marce. La tortura non è mai una questione di mele marce salvo non venga incrinato quello spirito di corpo che dal basso arriva sino all’alto e che si propaga dal singolo poliziotto sino alle più alte cariche istituzionali. La tortura e i torturatori si insinuano là dove trovano spazio e terreno fertile, là dove il sistema consenta che alberghi. La tortura è possibile se non trova resistenze istituzionali, contrasto, sanzioni, giudizio pubblico. La lotta alla tortura richiede, oltre alla previsione di un reato imprescrittibile che la punisca, anche una amministrazione dello Stato disposta a sanzionare in tutte le sedi i presunti torturatori. Richiede anche forze di polizia il cui lavoro non sia ispirato al machismo ma alla prevenzione sociale. Richiede infine la rinuncia allo spirito di corpo e la dismissione di squadre e corpi speciali. Il crimine, anche quello più spietato, lo si deve sconfiggere nella legalità e con gli strumenti ordinari del diritto.”
A quattordici anni di distanza dalla ‘macelleria messicana’ la sentenza della Corte Europea certifica solo quello che i movimenti, nella completa solitudine, hanno impresso nella coscienza collettiva del paese. L’impunità di cui hanno goduto, a tutti i livelli, le forze dell’ordine è lo stesso che gli ha permesso di ancora di uccidere, pestare, violentare negli anni successivi a Genova, nelle strade e nelle carceri. Mentre gli unici a pagare per le giornate genovesi sono stati solo i 10 manifestanti condannati e ancora “sequestrati” nelle carceri con l’utilizzo di veri e propri residuati giuridici, come l’accusa di devastazione e saccheggio.
7 aprile 2015

venerdì 3 aprile 2015

L'IRAN E IL NUCLEARE

La notizia del possibile nulla osta ad un programma nucleare iraniano monitorato come non mai dal resto del mondo sta allarmando Israele infuriata con gli Usa per un possibile attacco atomico,e anche l'Arabia Saudita e i suoi Stati satellite non sono proprio contenti vista la volontà di egemonizzare lo scacchiere mediorientale per il commercio dell'oro nero e per gli ultimi interventi di invasione nello Yemen contro i musulmani sciiti,notoriamente in maggioranza in Iran.
Essendo stato in Iran e avendo premura per le sorti del popolo iraniano che stimo,non posso che essere soddisfatto per la scelta che a giugno dovrebbe essere formalizzata,soprattutto per la conseguente fine dell'embargo economico,ma allo stesso tempo non condivido assolutamente le scelte di approvvigionamento energetico nucleare che hanno scelto.
Tale proposito,veicolato dal fatto che il sottosuolo iraniano è ricco di uranio,secondo me è una scommessa col fuoco nel senso che l'investimento nelle centrali nucleari non è un bene per l'ambiente e per la natura,vedi soprattutto le immani conseguenze degli incidenti di Cernobyl e Fukushima,in una nazione dove quando la terra trema lo fa seriamente.
Articolo preso da Infoaut cui aggiungo questo sulla lunga sfida a distanza tra Israele e Iran(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2012/08/verso-la-terza-guerra-mondiale.html )e altri due che parlano dei rischi del nucleare che rimandano al referendum del giugno 2011(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2011/06/tutti-votare.html )e(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2011/01/pubblicitaregressosul-nucleare.html ).

Svolta sul nucleare iraniano. Israele e Arabia Saudita furiosi


Alessandro Avvisato - tratto da http://contropiano.org


Le potenze del gruppo “5+1” e l’Iran hanno raggiunto un’intesa su un accordo parziale sul nucleare di Teheran. Lo hanno annunciato ieri a Losanna, leggendo un comunicato congiunto, il ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif e l’alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri, Federica Mogherini, parlando di un “passo decisivo” dopo più di un decennio di negoziati.
Il Segretario di Stato Usa John Kerry ha commentato su Twitter parlando di “un grande giorno, nel momento in cui le potenze mondiali e l’Iran hanno concordato i parametri per risolvere i principali problemi sul suo programma nucleare”; ed ha aggiunto: “Presto si torna al lavoro per un accordo finale”. Accordo che dovrebbe essere firmato non oltre il prossimo 30 giugno.
Alcuni diplomatici occidentali hanno dichiarato di non sapere esattamente quanta parte dell’intesa verrà resa pubblica. Secondo una fonte , l’Iran e le potenze del gruppo “5+1” avrebbero concordato che circa due terzi della capacità di arricchimento del materiale nucleare iraniano verrà “smantellata” (diluita o portata all’estero) e monitorata per 10 anni, se le parti raggiungeranno un accordo globale entro il 30 giugno.
Il ministro iraniano Zarif ha affermato che l’Iran continuerà l’arricchimento dell’uranio presso il sito di Natanz, ma non nel sito di Fordow. L’intesa prevedrebbe un meccanismo per la revoca di tutte le sanzioni adottate in questi anni contro l'Iran.
Scontata e durissima la reazione negativa israeliana all’intesa-quadro raggiunta a Losanna. “E’ una pessima intesa, che porterà ad un accordo negativo e pericoloso – ha detto giovedì sera una fonte del governo di Tel Aviv – Se si arriverà a un accordo sulla base di queste linee-guida, si tratterà di un errore storico che renderà il mondo un posto molto più pericoloso. L’intesa-quadro fornisce legittimità internazionale al programma nucleare iraniano, il cui unico scopo è notoriamente quello di produrre bombe nucleari. L’Iran avrà ancora ampie capacità nucleari. Continuerà ad arricchire l’uranio. Continuerà la sua ricerca e sviluppo delle centrifughe. Non chiuderà neanche uno dei suoi impianti nucleari, compresa la struttura sotterranea di Fordow”. Secondo Tel Aviv dunque è un’intesa che “si inchina ai dettami iraniani e che non porterà a un programma nucleare per scopi pacifici, ma a un programma nucleare militare” scrive il sito ufficiale Israele.net. L’alternativa a un cattivo accordo – ha dichiarato una fonte governativa israeliana – non è la guerra, ma un accordo diverso, un accordo che smantelli in modo sostanziale l’infrastruttura nucleare dell’Iran ed esiga che l’Iran cessi la sua aggressione e il suo sostegno al terrorismo nella regione e in tutto il mondo”.
Non è ottimista la valutazione di Michele Giorgio il quale oggi scrive su Il Manifesto che “Il successo del negoziato a Losanna tra il gruppo del 5+1 e Tehran e l’accordo finale, ormai a portata di mano, da siglare entro la fine di giugno, non contribuiranno ad allontanare la possibilità di una nuova e più devastante guerra in Medio Oriente”. Secondo Michele Giorgio “Le importanti concessioni fatte dall’Iran – che in cambio della fine delle sanzioni economiche e diplomatiche ha accettato di arricchire l’uranio in un solo impianto (Natanz) – non placheranno chi mira a mantenere il controllo strategico della regione. Israele boccia l’accordo e, lo ha ripetuto anche ieri, non rinuncia all’opzione militare, ossia ad un attacco aereo contro le centrali atomiche iraniane”.
Ma l'accordo sul nucleare iraniano, sul quale la Casa Bianca ha obiettivamente investito molto, si configura come uno snodo della complessa partita a scacchi che si sta giocando in Medio Oriente. “Il problema del riavvicinamento tra Usa e Iran è questo: i due hanno un nemico in comune, il Califfato, ma alleati e interessi da proteggere sono diversi” scrive oggi Alberto Negri su il Sole 24 Ore. “Oggi gli Stati Uniti devono calmare Israele e accontentare gli alleati sunniti, senza che diventino troppo potenti, e allo stesso tempo hanno bisogno dell’Iran sciita per combattere il jihadismo e puntare alla stabilizzazione della Mesopotamia. La collaborazione non sarà facile e verrà contrassegnata comunque da un’ambiguità di fondo” sottolinea lucidamente Negri.
Il rafforzamento della posizione iraniana indebolisce infatti quella del crescente “polo islamico” in via di consolidamento intorno all'asse Egitto-Arabia Saudita e che sta dando “prova di sè” con l'escalation militare nello Yemen contro i ribelli Houthi, sciiti e dunque legati a Teheran. Da anni ormai agisce nella regione una sorta di convergenza di interessi tra Arabia Saudita e Israele. Nessuna delle due, finora, ha sparato un colpo contro l'Isis. Al contrario hanno espresso il medesimo interesse non solo contro l'Iran ma anche contro Hamas a Gaza o la Fratellanza Musulmana in Egitto. Dal canto loro gli Stati Uniti conducono un gioco teso a impedire che in Medio Oriente si consolidi una potenza prevalente sulle altre, dunque oggi si gioca l'opzione sciita (network iranino) contro quella sunnita (network saudita). Un divide et impera che rinvia la resa dei conti degli Usa con il proprio declino relativo come potenza egemone e che rappresenta l'incubo, il pericolo e la "mission" dei neoconservatori e dei likudzik statunitensi.
Su questo leggere l'interessante analisi di Alberto Negri su il Sole 24 Ore di oggi: Svolta geopolitica in Medio Oriente
3 aprile 2015
***
Iran, c’è l’accordo sul nucleare
di Michele Paris - tratto da www.altrenotizie.org
Con un annuncio congiunto della numero uno della politica estera UE, Federica Mogherini, e del ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, giovedì è stato finalmente confermato il raggiungimento di una bozza di accordo preliminare per la risoluzione della questione del programma nucleare della Repubblica Islamica.
L’intesa è stata siglata quasi due giorni dopo il superamento della data limite del 31 marzo, auto-imposta dalle parti in trattativa, a indicare sia la serietà delle questioni ancora da risolvere sia il fatto che un punto di incontro era comunque a portata di mano. Nelle ore precedenti l’accordo erano iniziate a circolare voci di un possibile naufragio dei negoziati, anche se l’esito finale ha chiarito che queste indicazioni erano prevalentemente di natura tattica per esercitare pressioni sulla delegazione iraniana.
I toni dei commenti dei rappresentanti dei governi occidentali a Losanna nel pomeriggio di giovedì sono stati in alcuni casi addirittura euforici, come ad esempio quello del ministro degli Esteri britannico, Philip Hammond, secondo il quale l’accordo è andato “al di là di quanto molti di noi credevano possibile 18 mesi fa”. Il documento sottoscritto giovedì, ha aggiunto Hammond, “è una buona base per quello che, credo, potrebbe essere un accordo molto positivo”. Il presidente Obama ha a sua volta salutato una “storica intesa” che potrebbe rendere “il mondo più sicuro”L’entusiasmo occidentale è facilmente comprensibile alla luce del testo dell’accordo diffuso alla stampa. I punti principali indicano infatti ampie concessioni da parte iraniana, a cominciare dall’accettazione di ispezioni intrusive del proprio programma nucleare da parte degli ispettori internazionali.Inoltre, Teheran limiterà le attività di arricchimento dell’uranio a un solo impianto – Natanz – dove rimarranno operative appena 5 mila centrifughe, sulle 19 mila attualmente installate, e oltretutto di prima generazione, non quelle più moderne già a disposizione.
Se le richieste trapelate dagli Stati Uniti in passato indicavano un numero non superiore a mille, alcuni mesi fa lo stesso ayatollah Khamenei aveva affermato l’intenzione di mantenere attive tutte e 19 mila le centrifughe disponibili.Sulla controversa struttura di Fordow, invece, l’Iran ha acconsentito a trasformarla da un centro di arricchimento a un impianto per la ricerca, dove non sarà presente “materiale fissile”. Fordow risultava molto controverso, in quanto costruito all’interno di una montagna nei pressi della località di Qom e quindi non raggiungibile da eventuali bombardamenti americani o di Israele.La terza struttura presa in considerazione è infine quella di Arak. Qui, il reattore nucleare sarà modificato in modo da rendere impossibile la produzione di plutonio utilizzabile per la costruzione di armi nucleari.
Per quanto riguarda le tempistiche, il periodo teoricamente necessario all’Iran per mettere assieme abbastanza materiale fissile da utilizzare per la realizzazione di un’arma (“breakout time”) sarà di un anno - come voluto da Washington - e le condizioni perché rimanga tale saranno valide per almeno dieci anni.
Dalle notizie diffuse nelle prime ore dopo l’annuncio dell’accordo non sembra esserci completa sintonia sulla questione forse più delicata, cioè le modalità della revoca delle sanzioni economiche che pesano sull’Iran.Secondo i governi occidentali le misure punitive verranno sospese ma potrebbero essere riapplicate se Teheran non dovesse rispettare i termini dell’accordo. Zarif ha invece sostenuto di fronte alla stampa che le sanzioni approvate negli anni scorsi dalle Nazioni Unite, dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea saranno cancellate a seguito dell’implementazione dei contenuti dell’accordo.
Come previsto dal piano delle trattative, e come hanno ricordato le parti coinvolte, quella siglata giovedì è solo un’intesa preliminare che fissa le questioni fondamentali su cui dovranno basarsi le trattative dei prossimi tre mesi per la definizione dei dettagli tecnici e non solo.
Entro il 30 giugno prossimo dovrà essere approvata una versione definitiva dell’accordo, per giungere al quale ci sarà ancora molto lavoro da fare anche su temi delicati. Ad esempio, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU dovrà stabilire quali saranno le modalità delle ispezioni nelle strutture nucleari iraniane, mentre ancora nulla sarebbe stato deciso sulla spinosa questione delle possibili “dimensioni militari” che il programma nucleare iraniano avrebbe avuto in passato, almeno a detta degli Stati Uniti.
Le prossime settimane dovrebbero in ogni caso registrare un allentamento delle pressioni esercitate dagli ambienti contrari all’accordo e allo sviluppo più che legittimo del programma nucleare civile dell’Iran. Allo stesso tempo, tuttavia, i “falchi” del Congresso USA e il governo Netanyahu in Israele potrebbero sfruttare qualsiasi frizione durante la fase finale delle trattative per ostacolare ulteriormente il processo di distensione.
Già giovedì, infatti, da Washington e Tel Aviv sono giunte condanne per quella che il premier israeliano ha definito, assurdamente, l’autorizzazione concessa “al regime criminale iraniano di un percorso verso la costruzione di armi atomiche”.Il reale percorso della Repubblica Islamica verso il nucleare, ratificato da un eventuale accordo definitivo con i P5+1, dipenderà piuttosto da quanto la sua leadership sarà disposta ad accettare le condizioni dettate da Washington, non tanto per il rispetto di ciò che è stato sottoscritto a Losanna bensì per desistere dal rappresentare una qualsiasi minaccia agli interessi strategici americani in Medio Oriente.
2 aprile 2015

giovedì 2 aprile 2015

DANNI,DEBITI E UTOPIE

Partiamo subito dal presupposto che la richiesta di Tsipras e del popolo greco di poter essere risarciti dai danni della seconda guerra mondiale dai tedeschi è praticamente irrealizzabile e quindi la Grecia non vedrà nemmeno un Euro dei tot di miliardi reclamati.
Ma questo è un altro esempio di come il leader greco non guardi in faccia a nessuno e non si faccia mettere i piedi in testa da nessuno,come spiega l'articolo preso da Contropiano(http://contropiano.org/internazionale/item/29614-tsipras-vuole-i-danni-di-guerra-dalla-germania ).
Quello successivo,che parla sempre dell'ennesima diatriba tra la Germania e la Grecia,parla invece di come i tedeschi se la cavarono ampiamente dopo la WW2 in materia economica e spiega come tale enorme debito che comprendeva sia quelli per i danni di guerra della prima guerra mondiale e i soldi presi in prestito dopo la seconda fu cancellato,il tutto con gli accordi sul debito di Londra,il patto siglato nel 1953.(http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2015/3/10/44106-ecco-come-leuropa-cancello-il-debito-della-germania/ ).

Tsipras vuole i danni di guerra dalla Germania.


A chiedere che vengano restituiti i crediti o i danni siamo buoni tutti. Bisogna vedere se poi abbiamo la forza di farceli restituire. Però nulla vieta di prendersi la soddisfazione di replicare, a chi rompe quotidianamente le scatole gridando "il debito va ripagato", che allora ci devono ripagare i danni di guerra.
Se la querelle riguarda però Grecia e Germania, al centro di un durissimo scontro intorno alle "regole" di gestione dell'Unione Europea (a ai conseguenti "impegni" che Atene dovrebbe prendere per far fronte al proprio spaventoso debito pubblico), allora la questione prende un'altra piega.
Il Parlamento greco ha approvato stamattina, all'unanimità, la proposta del presidente dell'assemblea, Zoe Constantopoulou. La mozione approva la creazione di una Commissione incaricata di chiedere formalmente danni di guerra causati dai tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale.
Vsto che c'erano, i parlamentari greci pretendono anche la restituzione del "prestito forzoso" imposto da Hitler; una cifra che, rivalutata con il tasso di inflazione annuo degli ultimi 70 anni, ammonta ormai a 70 miliardi di euro. Un capitolo a parte riguarda anche le antichità trafigate dai nazisti e oggi costituenti buona parte della capacità attrattiva del Pergamon Museum di Berlino.
L'impegno ad "andare fino in fondo" nella richiesta è stato fatto proprio dal neo presidente del consiglio, Alexis Tsipras. Anche l'impressione generale - per una banale questione di rapporti di forza - è che "il fondo" sia raggiunto già alla partenza.
Il portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert, è stato comunque costretto a convocare una conferenza stampa per annunciare che secondo Berlino "la questione delle riparazioni di guerra è chiusa politicamente e giuridicamente". E che in ogni caso la richiesta greca "non avrà alcuna influenza sul negoziato in corso con Atene".
Dalla Grecia, comunque, arrivano altri segnali di battaglia. Il ministro della Giustizia Nikos Paraskevopoulos ritirato fuori una sentenza emessa dall'Areios Pagos, il Tribunale Supremo della Grecia, nel 2000, ma mai eseguita, che prevede la confisca dei beni tedeschi in territorio greco.
A noi sembra chiaro che nemmeno un euro derivante da questo capitolo tornerà mai Atene. Ma è una dimostrazione di "indocilità" che vale per il fronte interno (non a caso il voto del parlamento è arrivato all'unanimità) e quello esterno. Chi pensa che Atene stia col cappello in mano, come un Vendola qualsiasi, non ha capito che questi qui, se non altro, "ci provano". Poi, è una banalità ricordarlo, i rapporti di forza sono quel che sono....


------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------


Ecco come l’Europa cancellò il debito della Germania.

Gli accordi sul debito di Londra (1953) dimostrano che i governi europei sanno come risolvere una crisi da debito coniugando giustizia e ripresa economica. Ecco quattro lezioni esemplari, utili nell’attuale crisi del debito greco.  
Il 27 febbraio 1953 fu siglato a Londra un accordo che cancellava la metà del debito della Germania (all’epoca la Germania Ovest). 15 miliardi su un totale di 30 miliardi di Deutschmarks*.
Fra i paesi che accordarono la cancellazione c’erano gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Francia, assieme a Grecia, Spagna e Pakistan (paesi che sono oggi fra i più importanti debitori). L’accordo copriva anche il debito di privati e società. Dopo il 1953, altri paesi firmarono l’accordo per cancellare il debito tedesco: l’Egitto, l’Argentina, il Congo Belga (oggi Repubblica Democratica del Congo), la Cambogia, il Cameroun, la Nuova Guinea, la Federazione di Rodesia e il Nyasaland (oggi Malawi, Zambia e Zimbabwe). (1)
Il debito Tedesco risaliva a due periodi storici: gli anni precedenti la prima guerra mondiale e quelli immediatamente successivi alla seconda. Circa la metà derivava da prestiti che la Germania aveva contratto durante gli anni ’20 e i primi anni ’30 (prima dell’ascesa dei nazisti al potere), e che furono usati per pagare i danni di guerra imposti nel 1919 dal trattato di Versailles. Si trattava del lascito delle colossali riparazioni dei danni di guerra imposte al paese dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale.
L’altra metà del debito era legata alle spese di ricostruzione dopo il secondo conflitto mondiale.
Nel 1952, il debito della Germania detenuto da paesi esteri ammontava al 25% circa del reddito nazionale. Si tratta di un debito relativamente contenuto rispetto alle cifre di oggi: Spagna, Grecia, Irlanda e Portogallo hanno tutte un debito verso creditori esteri superiore all’80% del PIL. La Germania Ovest doveva affrontare enormi spese per la ricostruzione, ma le riserve di valuta estera erano scarse. La delegazione tedesca alla conferenza sostenne con successo la tesi che i rimborsi del debito sarebbero cresciuti vertiginosamente nell’immediato futuro, e che ciò avrebbe gravemente ostacolato la ricostruzione. In seguito all’annullamento del debito, la Germania Ovest visse un ‘miracolo economico’ trainato da una vasta opera di ricostruzione, e forti incrementi del reddito e delle esportazioni. Questa stabilità contribuì alla pace e alla prosperità in Europa.
I creditori della Germania Ovest erano ben disposti a stabilizzare il quadro politico ed economico del paese, per rafforzare un ‘bastione contro il comunismo’. Questo sottinteso politico spinse i creditori ad affrontare con un approccio illuminato la questione del debito; approccio purtroppo assente nelle crisi di debito degli ultimi trent’anni – America Latina e Africa (anni ’80 e anni ’90); estremo oriente (metà anni ’90); Russia e l’Argentina (alla soglia del millennio) e oggi l’Europa. In tutte queste crisi, la Germania si è trovata fra i creditori, com’è crudamente emerso nel corso della crisi europea del debito.
Oltre all’entità del debito cancellato, molti altri aspetti degli accordi sul debito di Londra furono di sicuro vantaggio per la Germania; i principî che li ispirarono potrebbero essere applicati al caso degli attuali paesi debitori.
1) Imposizione di limiti espliciti al rimborso del debito
Innanzitutto fu abilmente richiesto (e ottenuto) che il rimborso del debito della Germania Ovest procedesse solo in caso di eccedenza commerciale. In caso di deficit commerciale, non sarebbe stato effettuato nessun pagamento. In altre parole, il governo avrebbe rimborsato il debito unicamente con risorse effettivamente disponibili, invece di ricorrere a nuovi prestiti o utilizzando riserve di valuta estera. Questo meccanismo evitò una nuova recessione o una lunga stagnazione. Inoltre, nell’ipotesi di una bilancia commerciale in passivo, la Germania Ovest era autorizzata a limitare le importazioni.
Se i paesi creditori volevano recuperare i loro prestiti, erano quindi indotti ad importare merci dalla Germania. Il meccanismo che permise di procedere in questo senso fu la rivalutazione contro il marco delle divise dei paesi creditori: con un marco ‘debole’ le merci prodotte in Germania erano più convenienti sui mercati esteri. L’effetto fu una rapida crescita delle esportazioni tedesche, che permise al paese di ripagare il debito residuo. D’altra parte, i paesi creditori riorientarono di fatto le loro politiche economiche interne, spingendo verso maggiori importazioni (e quindi sostenendo i consumi), invece di costringere i debitori ad applicare politiche di austerità. [Quest’ultima è la via scelta dalla Germania attuale, che parallelamente insiste sul mercantilismo e deprime i consumi interni, n.d.t.]
Deficit, surplus e debito
Se un paese esporta più di quello che importa, ha un eccedenza commerciale (o surplus). Ciò comporta un reddito in eccesso, che non è speso in beni importati. Quest’eccesso servirà a riassorbire debito, oppure si trasformerà in credito verso altri paesi, che a loro volta s’indebiteranno.
Se un paese è in deficit commerciale, importa più di quanto esporta. È quindi costretto a contrarre dei debiti con altri paesi, o a mettere in vendita il suo patrimonio.
I debiti tra paesi sono insomma causati da (o causano a loro volta) deficit e surplus nelle bilance commerciali. Perché un paese possa essere in surplus, deve esisterne un altro con un deficit. Più le bilance commerciali sono in equilibrio, più stabile è l’economia mondiale.
Perché un debito possa essere rimborsato, i paesi debitori devono essere in surplus, e i paesi creditori devono trovarsi in deficit commerciale. È molto difficile per i paesi debitori raggiungere un eccedenza di bilancia commerciale, se i creditori non sono disposti ad accettare disavanzi.
Non è teoricamente possibile che tutti i paesi siano in surplus, a meno che il pianeta Terra non si metta a commerciare con un altro pianeta.
La bilancia commerciale della Germania Ovest fu ampiamente in attivo durante il periodo di rimborso del debito, e così la clausola limitativa non venne mai applicata. Ma la sua sola esistenza permise di ricostruire l’economia tedesca e sostenere le esportazioni, creando un potente incentivo ad acquistare merci provenienti dalla RFT, e permettendo la svalutazione del marco rispetto alle altre divise.
La competitività della Germania e la svalutazione del marco segnarono tutto il periodo del rimborso del debito, e finirono per vincolare gli altri paesi dell’Eurozona con la creazione dell’euro negli anni ’90. Negli anni ’50 e ’60, le eccedenze commerciali della Germania Ovest permisero il rimborso del debito; negli anni più recenti, hanno invece contribuito ad aumentare il debito di altri paesi, come la Grecia, l’Irlanda, la Spagna ed il Portogallo.
Grazie alla cancellazione del debito e alla riduzione dei tassi d’interesse, i pagamenti assorbiti dal rimborso costituivano il 2,9% delle esportazioni nel 1958 (il primo anno del risarcimento) e si ridussero con la crescita del surplus. A titolo di confronto, l’FMI e la Banca Mondiale considerano ‘sostenibili’ per i paesi più poveri rimborsi del debito dell’ordine del 15%-25% del valore delle esportazioni.
Nel 2015, l’FMI prevede che la Germania avrà un’eccedenza commerciale pari al 5,8% del PIL, quando invece potrebbe importare merci dai paesi creditori, per aiutarli ad uscire dalla crisi. [Il surplus commerciale tedesca ha violato ripetutamente i criteri della Macroeconomic Imbalance Procedures  — MIP. Ma per ora le sanzioni non sono state applicate alla Germania, n.d.t.]
Inoltre, come prima ricordato, i rimborsi attuali del debito sono molto più elevati (in termini di percentuale rispetto al valore delle esportazioni) di quanto pagato dalla Germania Ovest al ritmo massimo dei pagamenti. Attualmente, i rimborsi del governo greco sono dell’ordine del 30% delle sue esportazioni (2).
Situazioni simili si presentano per i paesi più indebitati del sud del mondo: il Pakistan, le Filippine, El Salvador e la Jamaica spendono fra il 10% e il 20% per cento delle loro esportazioni per ripianare i loro debiti esteri (3). Questi valori non comprendono i rimborsi dei debiti privati.
2) Coinvolgimento di tutti i tipi di creditori
Tutti i creditori furono coinvolti nel programma di ristrutturazione, sia gli stati, sia i privati, ai quali furono applicati gli stessi criteri. Questo per limitare gli effetti dei contenziosi eventualmente aperti dai privati per disparità di trattamento.
Ben diverso è stato l’approccio delle ristrutturazioni del debito più recenti. Il programma di normalizzazione del debito dei paesi poveri (Heavily Indebted Poor Countries initiative, HIPC), che ha cancellato 130 miliardi di dollari di debiti a 35 paesi fra i più poveri del mondo (anni 2000), ha riguardato unicamente i debiti verso istituzioni internazionali o paesi terzi. I soggetti privati non sono stati coinvolti nell’accordo. Di conseguenza, paesi fra i più poveri al mondo, come Sierra Leone, Zambia, Repubblica Democratica del Congo, sono stati citati in giudizio presso tibunali occidentali dai ‘Vulture funds’ (fondi speculativi ‘avvoltoio’), per montanti colossali, che non sono in grado di rimborsare.
Alla fine del 2001, l’Argentina si dichiarò insolvente sul proprio debtio, semplicemente perché era troppo elevato da rimborsare. Molti dei creditori privati sottoscrissero un nuovo accordo, che prevedeva uno sconto del 70% sul debito nominale. Alcuni creditori, fra i quali ‘fondi avvoltoio’ che avevano riacquistato parti del debito nel pieno della crisi, e a condizioni molto convenienti, esigono oggi -in sede legale- il rimborso totale del debito all’Argentina, oggi non più insolvente.
Nel giugno 2014, la corte suprema USA confermò il giudizio del tribunale di New York in favore di due fondi speculativi (NML Capital e Aurelius Capital) che esigevano 1,3 miliardi di dollari di debiti contratti dall’Argentina durante la crisi del 2001. Il giudizio stabiliva che l’Argentina avrebbe dovuto dapprima rimborsare i debiti verso i due fondi prima di procedere a qualsiasi altro indennizzo. Il rifiuto di ottemperare dell’Argentina comportò un nuovo default sul debito e a uno stallo che dura ancora oggi.
In Grecia sono avvenute nel 2011 due ristrutturazioni, che hanno portato ad una riduzione del debito nominale di più del 50% per 9 creditori privati su 10. Malgrado questa ‘riduzione’ il valore del capitale da recuperare restava comunque superiore al prezzo di vendita dei diritti creditorî sul mercato. E i creditori insittetero perché il nuovo debito fosse sottoposto – nella maggior parte dei casi – al diritto britannico. Con limiti evidenti sul controllo futuro del proprio debito da parte del governo greco.
Per di più, i creditori che detenevano il ‘vecchio’ debito sotto legislazione non greca (britannica o elvetica) sono rimasti fuori dall’accordo, e sono attualmente in grado di esigere il pagamento completo della somma originaria, più del doppio dei creditori ‘ristrutturati’. Molti di questi debiti sono detenuti da fondi speculativi che hanno comprato il debito a prezzi stracciati, e che stanno quindi speculando, con vasti profitti, a danno del popolo greco. Inoltre, i prestiti accordati alla Grecia per ricoprire il suo debito negli ultimi due anni lo hanno di fatto trasferito da creditori privati verso soggetti istituzionali, l’FMI e i governi dell’UE. Questa parte non ha subito alcuna riduzione, e quindi il debito detenuto da creditori esteri è oggi ben al di là del 100% del PIL.
 
3) Applicare la ristrutturazione a tutti i debiti, non solo quelli verso i governi.
Gli accordi sul debito di Londra furono applicati a tutti i debiti contratti dalla Germania Ovest: verso privati, governi e società estere. Comprendeva quindi i debiti dei privati e delle società tedeschi, oltre al debito pubblico.
La maggior parte della crisi del debito odierna è scaturita da debiti inizialmente a carico di società private, soprattutto banche. Per esempio, i prestiti contratti  dal settore privato in Irlanda hanno spinto nel 2007 il debito totale del paese al 1000% del PIL. Il governo irlandese, invece, ha potuto approfittare di un avanzo di bilancio in quegli stessi anni, e il suo debito totale (detenuto sia da risparmiatori irlandesi, sia da creditori esteri)  era ‘appena’ l’11% del PIL nel 2007. Perché un’economia esca dalla stagnazione causata da debito eccessivo, devono essere ristrutturati tanto il debito detenuto dai privati quanto quello detenuto dai governi.
4) Negoziati piuttosto che sanzioni
Se la Germania Ovest non avesse voluto, o non fosse stata in grado di rimborsare il debito, l’accordo prevedeva consultazioni fra il debitore e i creditori, sotto la supervisione di un organismo internazionale terzo. Un approccio del tutto diverso da quello che ha ispirato i ‘negoziati’ più recenti sul debito, nei quali i governi e le istituzioni creditrici (il Club di Parigi, l’FMI, la BCE) hanno imposto i termini dell’accordo ai paesi debitori, obbligandoli a instaurare politiche di austerità e liberalizzazioni sui mercati. Come ci si poteva aspettare, la Germania Ovest non ebbe ulteriori problemi di debito, e anche questa clausola non venne mai applicata.
Il caso Grecia: spezzare le catene
Ispirandosi all’antica idea del Giubileo, in occasione del quale i debiti erano annullati, gli schiavi erano liberati, e la terra ridistribuita, la Jubilee Debt Campaign lancia un appello per un nuovo ‘Giubileo del debito’ per risolvere l’attuale crisi economica globale. Quest’iniziativa costituirebbe il quadro per rompere l’attuale spirale della crisi debitoria e bancaria in Europa, e alleggerire il fardello perpetuo che grava sui paesi del sud del mondo.
In altre parole:
- Cancellare i debiti ingiusti dei paesi più indebitati;
- Promuovere una tassazione giusta e progressiva, piuttosto che ricorrere a nuovi prestiti;
- Uscire dalla logica di nuovi prestiti che spingono i paesi poveri nella voragine del debito
La Grecia è indiscutibilmente fra i paesi che più hanno bisogno di una cancellazione del debito. Dopo più di quattro anni di austerità, il debito greco è salito dal 133% al 174% del PIL. Il salario minimo è caduto del 25%, la disoccupazione giovanile è oltre il 50%. E più del 20% della popolazione è sotto la soglia di povertà. È necessario che i creditori di Atene capiscano la lezione dell’accordo sul debito tedesco del 1953, e spezzino le catene del debito che attanagliano oggi la Grecia.
Traduzione: Faber Fabbris
___________
Note
* La cancellazione del debito riguardò la Germania Ovest, che aveva ereditato la totalità del debito tedesco verso i paesi occidentali dopo la seconda guerra mondiale. Si trattò quindi dell’annullamento del debito della Germania pre-bellica, anche se le trattative furono fatte con la sola Germania Ovest.
1. Questa, e molte altre informazioni utilizzate nell’articolo, sono tratte da: Kaiser, J. (2003).  Debts are not destiny! On the fiftieth anniversary of the London Debt Agreement .Erlassjahr.de (Jubilee Germany), ed altri due testi da Erlassjahr.de :  Double standards applied  e  About the London Debt Accord for Germany, 1953 .
2. IMF, World Economic Outlook database.
3. World Bank, World Development Indicators database.

mercoledì 1 aprile 2015

PAESE PROPAGANDA E PAESE REALE

La domanda è sorta spontanea da quando il gatto e la volpe Renzi & Poletti,il premier che non è mai stato votato ed il ministro del lavoro che non ha mai lavorato in vita sua,hanno vantato l'assunzione di 79 mila nuovi lavoratori e subito dopo l'Istat ha detto che la percentuale dei disoccupati è aumentata dello 0,1% a febbraio.
Chiaro che c'è una discrepanza nei dati ed ovviamente gli affabulatori Renzi & Poletti sono nel torto e hanno raccontato ancora balle ampiamente diffuse dai servili e complici mezzi d'informazione,solo che a questo giro di ruota ci sono state polemiche e qualcuno ha gridato fuori dal coro sia in televisione che sul cartaceo.
L'articolo di Infoaut cui aggiungo questo più ricco di dati(http://www.senzasoste.it/politica/disoccupati-in-aumento-renzi-mente-e-tutti-lo-capiscono )parlano dei 79 mila posti di lavoro che sono in realtà richieste informative delle aziende per ottenere gli sgravi fiscali oppure trasformazione di contratti già in essere,passati dal tempo determinato a quello indeterminato a tutele crescenti(job act dove ti lasciano a casa quando vogliono),in pratica una riassunzione con ancor meno diritti e un decurtamento dello stipendio. 
In realtà ci sono stati 44 mila posti di lavoro in meno(tra gennaio e febbraio),è questo il dato che è emerso da quelli in mano all'Istat e che sono da ritenersi quelli reali e veritieri,con un'ulteriore aumento della percentuale di disoccupazione dei giovani e degli inattivi,ormai quelli che ci hanno messo una pietra sopra ed il lavoro non lo cercano più.

Lavoro: i prodigi di Renzi smentiti dalla realtà.

I dati Istat sono una doccia fredda per il governo Renzi e per il ministro del lavoro Poletti: la disoccupazione in Italia è ancora in crescita raggiungendo il 12,7% complessivo e il 42,6% per i giovani.
Il 26 marzo il ministro Poletti dichiarava trionfalmente che nei primi due mesi del 2015 erano stati creati 79mila nuovi contratti, il 38,4% in più rispetto rispetto allo stesso periodo del 2014. Ovviamente la notizia era stata assai seguita dai media, soprattutto perché sia il ministro che Renzi assicuravano fosse il segnale che l'#ItaliaRiparte.

Peccato che i dati veri usciranno dopo il 20 aprile. Nel frattempo il bollettino dell'Istat descrive un paese diverso da quello che ci racconta la propaganda del governo. Il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato del 1,3% a Febbraio, i giovani occupati tra i 15 e i 24 anni sono diminuiti del 3,8% (con buona pace della ), per le donne l'aumento è dello 0,9%. Per gli uomini la disoccupazione diminuisce leggermente, ma solo perché aumenta l'inattività (lo stato in cui si rinuncia a cercare un lavoro, che quindi non viene contato nella disoccupazione). Le riforme del governo non hanno quindi mantenute le promesse di creare più occupazione e di risollevare le prospettive di vita della maggioranza della popolazione.

Poiché il consenso di Renzi si basa soprattutto sulla sua capacità di vendere una promessa di miglioramento (o quantomeno galleggiamento...) nella crisi, per la compagine governativa è necessario che, tramite tweet e conferenze stampa, venga sfruttata ogni minima occasione per rafforzare questa illusione. 

D'altronde dal punto di vista dell'opinione pubblica l'ultimo periodo non è dei migliori per il governo (in generale per il sistema dei partiti ed istituzionale). Sebbene i media mainstream siano sempre disposti a dimenticare una volta consumato il valore commerciale di una notizia, i continui casi di corruzione che colpiscono esponenti del PD e del mondo delle cooperative rosse cominciano a far sentire il loro peso sulla credibilità del governo: la recente preoccupazione per gli incompiuti lavori di Expo2015 accompagnata dalle inchieste sugli appalti che coinvolgono il partito del premier, il caso Mafia Capitale e il coatto commissariamento del PD romano, le dimissione del ministro Lupi (il ministro delle grandi opere, degli appalti e dei Rolex), solo per fare alcuni esempi.

Così Poletti e Renzi si sono trovati a forzare numeri e statistiche perché dicessero quello che di cui l'immagine del governo aveva bisogno: la ripresa è vicina, il Jobs Act funziona e fa del bene, la Garanzia Giovani è una manna dal cielo. Anche se la realtà è che le riforme sono servite soprattutto a distruggere le rimanenti tutele di una parte del mondo del lavoro, a sancire la precarietà e il ricatto come fattori stabili della vita. 

Da parte loro i media mainstream (semplicemente servili, agenti secondo logiche di sistema o entrambi?) non sembrano interessati a minare troppo la credibilità del governo nonostante le ampie possibilità. L'illusione va mantenuta, perché ancora non si vedono alternative credibili nel quadro istituzionale in grado di portare avanti le riforme neo-liberiste richieste dai gruppi di potere internazionali.

Quello che si vive nel paese reale è ovviamente diverso da quello che si racconta: disoccupazione galoppante, precarietà di massa oramai assunta come unico orizzonte di vita realistico. Nonostante in diverse occasioni si è potuta vedere l'espressione di una contrapposizione diffusa alle condizioni di vita presenti, cosi come alle istituzioni,sembra andare di pari passo la disponibilità a dare credito alle promesse del governo, non tanto per un'adesione al progetto renziano, quanto (ed è qua che si aprono le possibilità) più per l'attuale incapacità di pensare alternative credibili all'esistente.