“Unire le sinistre per battere i fascisti” è stato uno degli slogan che erano nell'aria nel periodo del primo governo Conte quando la schiacciante prevalenza di Salvini sui grillini ci ha fatto temere di una secca deriva all'estremismo di destra in Italia,ma ora che il posto del razzista milanese è stato preso da Zingaretti la solfa non è cambiata.
In questi giorni a Roma una delegazione del fascista Guaidò(madn guaidonomen-omen )che si è eletto autoproclamandosi presidente del Venezuela è stata ricevuta sia da Fratelli d'Italia(e su questo non c'erano dubbi ideologici)che dal Pd,con tanto di foto celebrative di questi incontri.
Guaidò,narcotrafficante fantoccio degli Stati Uniti,ammiratore del vicino Bolsonaro,è riuscito ad entrare nel cuore anche dei piddini che ho sempre detto che col vecchio Pci non c'entrano nulla,che dalla sua trasformazione ha sempre perso elettori della sinistra mescolandosi con quelli che sono fuggiti da una Democrazia Cristiana allo sbando dopo tangentopoli,penetrando nell'anima di questo partito chi di"rosso"e di "sinistra"non ha mai avuto nulla fin dalla sua nascita.
Articolo di Contropiano:il-pd-e-un-partito-di-destra-che-sta-coi-fascisti .
Il Pd è un partito di destra che sta coi fascisti.
di Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)
Ieri una delegazione e dei peggiori golpisti venezuelani, quelli che a differenza di altre forze di opposizione rifiutano il dialogo con il governo legittimo, quelli che rappresentano ricconi e multinazionali predatrici, quelli che esaltano gli attentati, quelli che si fanno forti della pirateria internazionale che sequestra i fondi dello stato, quelli che hanno come leader quel Guaidò felice di farsi fotografare con mafiosi e terroristi, quelli che hanno come riferimento e modello Bolsonaro; ieri questo gruppo di fascisti è stato ricevuto con grandi onori da Fratelli d’Italia e dal PD.
Lasciamo perdere il partito di Meloni, che sta ovviamente coi suoi simili nostalgici di Pinochet. Parliamo invece del PD che in Italia ancora si proclama antifascista e persino di sinistra e così imbroglia direttamente o indirettamente, tramite alleanze complici, un bel po’ di italiani.
Il PD ha accolto festosamente i mascalzoni venezuelani e ha fatto una bella foto con loro, quando persino Trump, senza il cui sostegno Guaidò e compagnia sarebbero già finiti nel nulla, comincia a chiedersi se siano ben spesi i milioni di dollari che ogni giorno finanziano i golpisti. Dubbio che invece non hanno nel partito di Zingaretti, che festeggia con una bella foto l’appoggio ai fascisti venezuelani.
Quando verranno a chiedervi di “unire le sinistre per battere i fascisti” ricordatevi di questa foto. Unire le forze per battere i fascisti è una buona cosa, purché tra quelli da battere sia incluso anche il PD, un partito di destra che in giro per il mondo traffica coi peggiori fascisti.
Per approfondire lo schifo: https://www.italiachiamaitalia.it/venezuela-delegazione-guaido-incontra-dirigente-pd/
venerdì 10 luglio 2020
mercoledì 8 luglio 2020
IL PAESE DALL'INDIGNAZIONE DI CINQUE MINUTI
L'affidamento della gestione del nuovo ponte di Genova ora Piano ed ex Morandi che crollò a Genova il 14 agosto 2018 che provocò la morte di 43 persone e che verrà inaugurato a breve,sarà ancora affidato ad Aspi,autostrade per l'Italia,costola di Atlantia il gruppo dei Benetton(vedi:madn benettonun-gruppo-di-criminaliimpuniti )che finirono sotto accusa nei primissimi momenti che passarono dalla strage e che man mano vennero non dico riabilitati ma tollerati.
Arrivando addirittura ad essere premiati con questa decisione presa dalla ministra delle infrastrutture De Micheli(ricordiamocelo,Pd),nonostante tutta l'indignazione che il governo di allora,almeno una parte quella pentastellata quando c'era ancora l'alleanza con i leghisti,nei giorni quando Toninelli(predecessore della De Micheli)disse che nessuna concessione autostradale sarebbe mai più stata nelle mani dei privati.
Ebbene ecco che a distanza di nemmeno due anni come scritto nell'articolo di Contropiano(ai-benetton-senza-vergogna-affidato-anche-il-ponte-piano-0129860 )non solo la concessione ai Benetton di quel tratto di autostrada oltre a quelli già posseduti e non curati,avuti solo per avere profitto senza manutenzione,ma un emendamento inserito nel"decreto legge Rilancio"che aumenta di due anni per riprendersi dagli effetti negativi del lockdown degli aeroporti romani(gestiti sempre da loro):inoltre è emerso che nella relazione dell'anti corruzione la spesa annuale per la manutenzione del ponte Morandi era(dal 2007)di soli 33mila Euro l'anno,uno scandalo e una vergogna,evidentemente non per tutti.
Ai Benetton, senza vergogna, affidato anche il “Ponte Piano”.
di Alessandro Avvisato
Hanno la faccia come il culo. Espressione cruda, tipica del “Il Male” nei suoi anni migliori. Ma adeguata alle circostanze.
La gestione del nuovo “Ponte Piano”, che ancora non ha sostituito il crollato Ponte Morandi (43 morti!), va nuovamente ad Autostrade per l’Italia, gallina dalle uova d’oro di Atlantia, proprietà della famiglia Benetton.
Come se nulla fosse mai successo…
L’incredibile notizia è stata confermata dalla ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli, del Pd (è bene sottolinearlo, per chi ancora classifica questa banda come “sinistra”).
La quale naturalmente ha cercato di stemperare la reazione scandalizzata – autentica in molti, recitata in altrettanti – assicurando che “La gestione va al concessionario, che oggi è Aspi, ma sulla vicenda c’è ancora l’ipotesi di revoca”.
La ministra, in pratica, vuol far credere che si tratti di una “scelta obbligata” fin quando tutta la Genova–Ventimiglia resterà in gestione ai Benetton.
Balle. Il regime delle concessioni autostradali – una follia tutta italiana – è fatto in modo tale da consentire che singoli tratti vengano gestiti da società diverse, senza per questo prevedere interruzioni (caselli per il pedaggio) tra un tratto e l’altro. Dunque la gestione del nuovo ponte poteva tranquillamente essere affidata all’Anas (società pubblica, ossia statale) senza aprire nessuna “gara” e, soprattutto, senza affidarla a chi aveva lasciato crollare la struttura preesistente.
Tanto più che in questi giorni tutta la tratta autostradale ligure è sostanzialmente bloccata da una lunga serie di cantieri di “verifica” della condizione di ponti e gallerie. Più d’uno ha sospettato che questa improvvisa “ansia di verifica” dei Benetton fosse una forma di pressione diretta sul governo, tramite il disagio degli automobilisti e il quasi blocco del porto di Genova (da cui stanno fuggendo le società cinesi di trasporto merci).
Fatto sta che la tempistica sembra confermarlo, con la società che da stamattina sta cercando di smantellare almeno parte dei cantieri per ripristinare una circolazione accettabile.
Due altre notizie rendono quella principale assolutamente intollerabile. Nel “dl Rilancio”, infatti, è comparso all’improvviso un emendamento all’art. 202 che proroga di due anni – fino al 2046 – la concessione statale su Aeroporti di Roma (Fiumicino e Ciampino, AdR). Motivazione: recupero danni per il lockdown. Naturalmente AdR è gestita dai Benetton.
La seconda è però decisamente più grave.
Il nuovo presidente dell’Anac (autorità anti-corruzione), Francesco Merloni, ha presentato infatti una relazione al Parlamento in cui si riferisce, tra l’altro, quale sia stata la spesa per la manutenzione di Ponte Morandi dal 2007 al momento del crollo: 440.000 euro. Appena 35mila euro l’anno.
Con quella cifra, diciamolo chiaro, non si riesce neanche a coprire neanche la spesa per la vernice antiruggine da stendere sui tondini di ferro emergenti dal calcestruzzo. Quindi si può dire senza tema di smentita che Autostrade ha lasciato marcire Ponte Morandi per pura fame di profitto. Dobbiamo infatti calcolare che quella cifra (33.000 euro) Aspi le incassa forse con il normale traffico sul ponte di un paio d’ore…
Ma la relazione dell’Anac dice molto di più.
Sul viadotto poi crollato era stato effettuato “l’accertamento, già negli anni ’90, di un evidente stato di ammaloramento della struttura. Infatti, a fronte di un forte stato di degrado, gli interventi di tipo strutturale sono stati effettuati solo fino al 1994, quindi, da parte del precedente concessionario, Iri“. Ossia dall’ente pubblico, che viene ancora dipinto come “meno efficiente” del privato…
Di lì in poi, niente…
Non basta. Nonostante l’Anac sia un organismo quasi-giudiziario, dotato di poteri praticamente equivalenti, “Abbiamo avuto una interlocuzione molto faticosa. Questo è un problema: non siamo abituati come Autorità ad avere questo tipo di resistenze dalle amministrazioni. In vicende di questo genere la tempestività dello scambio di informazioni è essenziale. E quindi dobbiamo segnalare come criticità il fatto che anche in un’occasione così drammatica, non ci sia stata quella collaborazione piena da parte della società“.
“È dunque evidente che Autostrade per l’Italia S.p.A. ha mostrato, in generale, una scarsa o nulla propensione alla condivisione di informazioni con soggetti deputati al controllo o, comunque, a garantire un presidio di trasparenza nell’interesse ed a tutela di tutta la collettività“.
Di fatto, Autostrade si è datata a lungo da fare per nascondere documenti e informazioni.
La “riservatezza” dei Benetton, però, è solo l’aspetto “difensivo” di un potere oscuro. Quello vero, “offensivo”, è invece la sua rete di appoggi politici, che hanno consentito alla società – teoricamente sub judice e a rischio di revoca della concessione – di ottenere provvedimenti a favore inseriti con appositi emendamenti nel recentissimo “decreto sblocca-cantieri”.
La ragione di tanta potenza sta nel suo essere parte di un “oligopolio”, frutto di una spartizione di un bene pubblico – le austostrade, con la minuscola, sono state costruite con soldi pubblici e restano di proprietà statale – da parte di un ristrettissimo numero di “gestori”.
I quali evitano accuratamente di farsi “concorrenza” – per esempio offrendosi per gestire altre tratte al posto dei loro “colleghi” – e si concentrano soprattutto sull’ottenimento, ogni anno, anche con inflazione zero, cospicui aumenti delle tariffe. Che lo Stato, ossia “la politica”, autorizza sempre senza fiatare.
Non ci sono parole che non siano già state spese. Questa gentaglia deve semplicemente essere spazzata via, con tutti i loro complici.
Arrivando addirittura ad essere premiati con questa decisione presa dalla ministra delle infrastrutture De Micheli(ricordiamocelo,Pd),nonostante tutta l'indignazione che il governo di allora,almeno una parte quella pentastellata quando c'era ancora l'alleanza con i leghisti,nei giorni quando Toninelli(predecessore della De Micheli)disse che nessuna concessione autostradale sarebbe mai più stata nelle mani dei privati.
Ebbene ecco che a distanza di nemmeno due anni come scritto nell'articolo di Contropiano(ai-benetton-senza-vergogna-affidato-anche-il-ponte-piano-0129860 )non solo la concessione ai Benetton di quel tratto di autostrada oltre a quelli già posseduti e non curati,avuti solo per avere profitto senza manutenzione,ma un emendamento inserito nel"decreto legge Rilancio"che aumenta di due anni per riprendersi dagli effetti negativi del lockdown degli aeroporti romani(gestiti sempre da loro):inoltre è emerso che nella relazione dell'anti corruzione la spesa annuale per la manutenzione del ponte Morandi era(dal 2007)di soli 33mila Euro l'anno,uno scandalo e una vergogna,evidentemente non per tutti.
Ai Benetton, senza vergogna, affidato anche il “Ponte Piano”.
di Alessandro Avvisato
Hanno la faccia come il culo. Espressione cruda, tipica del “Il Male” nei suoi anni migliori. Ma adeguata alle circostanze.
La gestione del nuovo “Ponte Piano”, che ancora non ha sostituito il crollato Ponte Morandi (43 morti!), va nuovamente ad Autostrade per l’Italia, gallina dalle uova d’oro di Atlantia, proprietà della famiglia Benetton.
Come se nulla fosse mai successo…
L’incredibile notizia è stata confermata dalla ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli, del Pd (è bene sottolinearlo, per chi ancora classifica questa banda come “sinistra”).
La quale naturalmente ha cercato di stemperare la reazione scandalizzata – autentica in molti, recitata in altrettanti – assicurando che “La gestione va al concessionario, che oggi è Aspi, ma sulla vicenda c’è ancora l’ipotesi di revoca”.
La ministra, in pratica, vuol far credere che si tratti di una “scelta obbligata” fin quando tutta la Genova–Ventimiglia resterà in gestione ai Benetton.
Balle. Il regime delle concessioni autostradali – una follia tutta italiana – è fatto in modo tale da consentire che singoli tratti vengano gestiti da società diverse, senza per questo prevedere interruzioni (caselli per il pedaggio) tra un tratto e l’altro. Dunque la gestione del nuovo ponte poteva tranquillamente essere affidata all’Anas (società pubblica, ossia statale) senza aprire nessuna “gara” e, soprattutto, senza affidarla a chi aveva lasciato crollare la struttura preesistente.
Tanto più che in questi giorni tutta la tratta autostradale ligure è sostanzialmente bloccata da una lunga serie di cantieri di “verifica” della condizione di ponti e gallerie. Più d’uno ha sospettato che questa improvvisa “ansia di verifica” dei Benetton fosse una forma di pressione diretta sul governo, tramite il disagio degli automobilisti e il quasi blocco del porto di Genova (da cui stanno fuggendo le società cinesi di trasporto merci).
Fatto sta che la tempistica sembra confermarlo, con la società che da stamattina sta cercando di smantellare almeno parte dei cantieri per ripristinare una circolazione accettabile.
Due altre notizie rendono quella principale assolutamente intollerabile. Nel “dl Rilancio”, infatti, è comparso all’improvviso un emendamento all’art. 202 che proroga di due anni – fino al 2046 – la concessione statale su Aeroporti di Roma (Fiumicino e Ciampino, AdR). Motivazione: recupero danni per il lockdown. Naturalmente AdR è gestita dai Benetton.
La seconda è però decisamente più grave.
Il nuovo presidente dell’Anac (autorità anti-corruzione), Francesco Merloni, ha presentato infatti una relazione al Parlamento in cui si riferisce, tra l’altro, quale sia stata la spesa per la manutenzione di Ponte Morandi dal 2007 al momento del crollo: 440.000 euro. Appena 35mila euro l’anno.
Con quella cifra, diciamolo chiaro, non si riesce neanche a coprire neanche la spesa per la vernice antiruggine da stendere sui tondini di ferro emergenti dal calcestruzzo. Quindi si può dire senza tema di smentita che Autostrade ha lasciato marcire Ponte Morandi per pura fame di profitto. Dobbiamo infatti calcolare che quella cifra (33.000 euro) Aspi le incassa forse con il normale traffico sul ponte di un paio d’ore…
Ma la relazione dell’Anac dice molto di più.
Sul viadotto poi crollato era stato effettuato “l’accertamento, già negli anni ’90, di un evidente stato di ammaloramento della struttura. Infatti, a fronte di un forte stato di degrado, gli interventi di tipo strutturale sono stati effettuati solo fino al 1994, quindi, da parte del precedente concessionario, Iri“. Ossia dall’ente pubblico, che viene ancora dipinto come “meno efficiente” del privato…
Di lì in poi, niente…
Non basta. Nonostante l’Anac sia un organismo quasi-giudiziario, dotato di poteri praticamente equivalenti, “Abbiamo avuto una interlocuzione molto faticosa. Questo è un problema: non siamo abituati come Autorità ad avere questo tipo di resistenze dalle amministrazioni. In vicende di questo genere la tempestività dello scambio di informazioni è essenziale. E quindi dobbiamo segnalare come criticità il fatto che anche in un’occasione così drammatica, non ci sia stata quella collaborazione piena da parte della società“.
“È dunque evidente che Autostrade per l’Italia S.p.A. ha mostrato, in generale, una scarsa o nulla propensione alla condivisione di informazioni con soggetti deputati al controllo o, comunque, a garantire un presidio di trasparenza nell’interesse ed a tutela di tutta la collettività“.
Di fatto, Autostrade si è datata a lungo da fare per nascondere documenti e informazioni.
La “riservatezza” dei Benetton, però, è solo l’aspetto “difensivo” di un potere oscuro. Quello vero, “offensivo”, è invece la sua rete di appoggi politici, che hanno consentito alla società – teoricamente sub judice e a rischio di revoca della concessione – di ottenere provvedimenti a favore inseriti con appositi emendamenti nel recentissimo “decreto sblocca-cantieri”.
La ragione di tanta potenza sta nel suo essere parte di un “oligopolio”, frutto di una spartizione di un bene pubblico – le austostrade, con la minuscola, sono state costruite con soldi pubblici e restano di proprietà statale – da parte di un ristrettissimo numero di “gestori”.
I quali evitano accuratamente di farsi “concorrenza” – per esempio offrendosi per gestire altre tratte al posto dei loro “colleghi” – e si concentrano soprattutto sull’ottenimento, ogni anno, anche con inflazione zero, cospicui aumenti delle tariffe. Che lo Stato, ossia “la politica”, autorizza sempre senza fiatare.
Non ci sono parole che non siano già state spese. Questa gentaglia deve semplicemente essere spazzata via, con tutti i loro complici.
martedì 7 luglio 2020
REGGIO EMILIA DOPO SESSANT'ANNI
Sessant'anni fa la strage di Reggio Emilia con i suoi cinque martiri e le centinaia di feriti segnò una tra le prime pagine della violenta repressione poliziesca voluta dall'allora premier Tambroni,il cui governo vide l'appoggio determinante dell'Msi per la prima volta al potere dal dopoguerra,i cui risultati si notarono in tutta Italia con diverse manifestazioni finite nel sangue.
L'articolo ripercorre quella lunga giornata(infoaut 7-luglio-1960-i-morti-di-reggio-emilia )in cui morirono Lauro Ferioli,Marino Serri,Ovidio Franchi,Emilio Reverberi e Afro Tondelli,tutti tra i diciannove ed i quarant'anni,tutti lavoratori con i più grandi ex partigiani.
E proprio questo fatto,una piazza stracolma di operai parecchi dei quali antifascisti militanti con dall'altro lato una polizia tra le cui fila e soprattutto tra i funzionari molti ex fascisti con i più giovani indottrinati oppure già nostalgici per loro motivi che successe che verso il pomeriggio la polizia cominciò a provocare incidenti duranti i quali si sparò a passo d'uomo come successo nei giorni prima a Roma e Licata e succederà dopo a Palermo e Catania provocando altre cinque vittime.
In questo post sono presenti gli episodio più violenti dello Stato che uccide(madn quando-e-lo-stato-ad-ammazzare )dove Reggio Emilia è proprio in cima agli eventi che provocarono vittime ammazzate in alcune che furono vere e proprie esecuzioni a sangue freddo e che videro gli assassini scamparsela impunemente.
7 luglio 1960: i morti di Reggio Emilia.
E' il 7 Luglio del 1960 e a Reggio Emilia ormai da diversi mesi l'insofferenza verso il governo Tambroni si sta traducendo in un crescendo di scioperi e manifestazioni, puntualmente caricati dalla polizia che altrettanto puntualmente viene respinta dalla rabbia popolare.
Non fa eccezione la manifestazione antifascista del giorno precedente a Porta San Paolo, al termine della quale, però, alcuni agenti lanciano un funesto messaggio: "La prossima volta, invece di farci picchiare, gli spareremo in faccia".
Il clima di tensione viene ulteriormente confermato da alcune indiscrezioni riferite al segretario emiliano del Pci, Renato Nicolai, a cui viene comunicato che la Questura di Reggio Emilia ha ricevuto precise disposizioni da Roma in merito all'atteggiamento da tenere durante lo sciopero generale indetto per il 7 Luglio in seguito ai fatti di Licata (dove due giorni prima la linea dura imposta da Tambroni ha già ucciso il venticinquenne Vincenzo Napoli) e Porta San Paolo: per i poliziotti l'ordine è di arrivare in assetto da guerra e di "dare una lezione" ai manifestanti.
Il comizio del Pci previsto per quel giorno in una sala di Piazza della Libertà si trasforma così in una manifestazione di massa a cui affluiscono decine di migliaia di persone; mentre molti stazionano al di fuori della sala straripante di gente, alcune motociclette sfilano per il centro con cartelli che recitano "Abbasso il fascismo", "Viva la Resistenza", "Via il governo Tambroni".
La polizia assedia a lungo la piazza e le vie adiacenti, in attesa di un pretesto qualsiasi per iniziare le violenze ma il momento sembra non arrivare; così, quando sono ormai le 16, la Questura decide di attaccare e dà ordine di disperdere gli scooteristi coi cartelli: nel giro di pochi secondi partono cariche e lacrimogeni e nella piazza invasa dal fumo la gente corre tra idranti e caroselli, riparando nelle strade circostanti.
Dopo un primo momento di smarrimento, però, i manifestanti si organizzano e rientrano nella piazza respingendo polizia e blindati con una fitta sassaiola.
Ma ecco che ad un tratto nel fragore della lotta si sente un rumore inusuale, inaspettato, un colpo secco: la polizia spara sui manifestanti.
Il primo a cadere è Lauro Ferioli, muratore di 22 anni, colpito in pieno petto mentre si lancia incredulo verso la polizia in un disperato tentativo di fermarli.
Marino Serri, 40 anni, operaio ed ex partigiano, ha assistito alla scena e col volto rigato da lacrime di rabbia si espone gridando "Assassini, assassini!" ma non fa in tempo a concludere perché una nuova raffica colpisce a morte anche lui.
Ovidio Franchi, operaio di 19 anni, è ferito all'addome; si aggrappa ad una serranda mentre un compagno cerca di soccorrerlo ma un agente sopraggiunge e con disgustosa freddezza spara su entrambi, uccidendo Ovidio.
Segue Emilio Reverberi, 39 anni, anche lui operaio ed ex partigiano; ed infine Afro Tondelli, operaio di 35 anni, assassinato da un poliziotto inginocchiato e concentrato nel prendere la mira.
Gli spari si susseguono per quaranta minuti, almeno 500 i colpi esplosi in mezzo allo sgomento ed al terrore che serpeggiano per la piazza.
Pasquale Alvarez, uno dei feriti, riporterà in seguito: "Fischiavano le pallottole da tutte le parti. Era tremendo, indescrivibile. La folla, per fuggire alle cariche forsennate delle camionette che inseguivano la gente sotto i portici, mi ha spinto verso via Crispi. Credevo sparassero in aria. Poi ho visto un ragazzo cadere. Più tardi ho saputo che era Franchi".
La folla continua a lottare eroicamente per due ore; a fine giornata si contano 5 morti e centinaia di feriti tra i manifestanti.
Non paghi della violenza cieca ed inaudita esercitata in piazza, gli agenti si schierano poi di fronte agli ospedali per impedire ai donatori di sangue di accedere alle strutture e costringendoli quindi a nascondersi a bordo di ambulanze fingendosi feriti.
Il Vicequestore Giulio Cafari Panico, accusato di omicidio colposo plurimo, e l'agente Orlando Celani, imputato d'omicidio volontario per aver sparato ad Afro Tondelli, vengono entrambi assolti nel 1964, il primo per non aver commesso il fatto, il secondo per insufficienza di prove.
Nei giorni successivi molte altre città italiane sono teatro di proteste e ovunque vengono applicati con freddezza i dettami di Tambroni, che portano alla morte di Francesco Vella, Giuseppe Malleo, Andrea Gangitano e Rosa La Barbera a Palermo e di Salvatore Novembre a Catania.
Ma il sangue versato, a Reggio Emilia come altrove, non fa che accrescere la rabbia che percorre l'Italia intera e che porterà Tambroni alle dimissioni prima della fine di Luglio.
I fatti del 7 Luglio sono stati ricordati da Fausto Amodei nella canzone "Per i morti di Reggio Emilia":
Compagno cittadino fratello partigiano
teniamoci per mano in questi giorni tristi
Di nuovo a reggio Emilia di nuovo la' in Sicilia
son morti dei compagni per mano dei fascisti
Di nuovo come un tempo sopra l'Italia intera
Fischia il vento infuria la bufera
A diciannove anni e' morto Ovidio Franchi
per quelli che son stanchi o sono ancora incerti
Lauro Farioli e' morto per riparare al torto
di chi si è gia' scordato di Duccio Galimberti
Son morti sui vent'anni per il nostro domani
Son morti come vecchi partigiani
Marino Serri e' morto e' morto Afro Tondelli
ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti
Compagni sia ben chiaro che questo sangue amaro
versato a Reggio Emilia e' sangue di noi tutti
Sangue del nostro sangue nervi dei nostri nervi
Come fu quello dei Fratelli Cervi
Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso
e' sempre quello stesso che fu con noi in montagna
Ed il nemico attuale e' sempre ancora eguale
a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna
Uguale la canzone che abbiamo da cantare
Scarpe rotte eppur bisogna andare
Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli
e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli
Dovremo tutti quanti aver d'ora in avanti
voialtri al nostro fianco per non sentirci soli
Morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa
fuori a cantar con noi Bandiera Rossa!
L'articolo ripercorre quella lunga giornata(infoaut 7-luglio-1960-i-morti-di-reggio-emilia )in cui morirono Lauro Ferioli,Marino Serri,Ovidio Franchi,Emilio Reverberi e Afro Tondelli,tutti tra i diciannove ed i quarant'anni,tutti lavoratori con i più grandi ex partigiani.
E proprio questo fatto,una piazza stracolma di operai parecchi dei quali antifascisti militanti con dall'altro lato una polizia tra le cui fila e soprattutto tra i funzionari molti ex fascisti con i più giovani indottrinati oppure già nostalgici per loro motivi che successe che verso il pomeriggio la polizia cominciò a provocare incidenti duranti i quali si sparò a passo d'uomo come successo nei giorni prima a Roma e Licata e succederà dopo a Palermo e Catania provocando altre cinque vittime.
In questo post sono presenti gli episodio più violenti dello Stato che uccide(madn quando-e-lo-stato-ad-ammazzare )dove Reggio Emilia è proprio in cima agli eventi che provocarono vittime ammazzate in alcune che furono vere e proprie esecuzioni a sangue freddo e che videro gli assassini scamparsela impunemente.
7 luglio 1960: i morti di Reggio Emilia.
E' il 7 Luglio del 1960 e a Reggio Emilia ormai da diversi mesi l'insofferenza verso il governo Tambroni si sta traducendo in un crescendo di scioperi e manifestazioni, puntualmente caricati dalla polizia che altrettanto puntualmente viene respinta dalla rabbia popolare.
Non fa eccezione la manifestazione antifascista del giorno precedente a Porta San Paolo, al termine della quale, però, alcuni agenti lanciano un funesto messaggio: "La prossima volta, invece di farci picchiare, gli spareremo in faccia".
Il clima di tensione viene ulteriormente confermato da alcune indiscrezioni riferite al segretario emiliano del Pci, Renato Nicolai, a cui viene comunicato che la Questura di Reggio Emilia ha ricevuto precise disposizioni da Roma in merito all'atteggiamento da tenere durante lo sciopero generale indetto per il 7 Luglio in seguito ai fatti di Licata (dove due giorni prima la linea dura imposta da Tambroni ha già ucciso il venticinquenne Vincenzo Napoli) e Porta San Paolo: per i poliziotti l'ordine è di arrivare in assetto da guerra e di "dare una lezione" ai manifestanti.
Il comizio del Pci previsto per quel giorno in una sala di Piazza della Libertà si trasforma così in una manifestazione di massa a cui affluiscono decine di migliaia di persone; mentre molti stazionano al di fuori della sala straripante di gente, alcune motociclette sfilano per il centro con cartelli che recitano "Abbasso il fascismo", "Viva la Resistenza", "Via il governo Tambroni".
La polizia assedia a lungo la piazza e le vie adiacenti, in attesa di un pretesto qualsiasi per iniziare le violenze ma il momento sembra non arrivare; così, quando sono ormai le 16, la Questura decide di attaccare e dà ordine di disperdere gli scooteristi coi cartelli: nel giro di pochi secondi partono cariche e lacrimogeni e nella piazza invasa dal fumo la gente corre tra idranti e caroselli, riparando nelle strade circostanti.
Dopo un primo momento di smarrimento, però, i manifestanti si organizzano e rientrano nella piazza respingendo polizia e blindati con una fitta sassaiola.
Ma ecco che ad un tratto nel fragore della lotta si sente un rumore inusuale, inaspettato, un colpo secco: la polizia spara sui manifestanti.
Il primo a cadere è Lauro Ferioli, muratore di 22 anni, colpito in pieno petto mentre si lancia incredulo verso la polizia in un disperato tentativo di fermarli.
Marino Serri, 40 anni, operaio ed ex partigiano, ha assistito alla scena e col volto rigato da lacrime di rabbia si espone gridando "Assassini, assassini!" ma non fa in tempo a concludere perché una nuova raffica colpisce a morte anche lui.
Ovidio Franchi, operaio di 19 anni, è ferito all'addome; si aggrappa ad una serranda mentre un compagno cerca di soccorrerlo ma un agente sopraggiunge e con disgustosa freddezza spara su entrambi, uccidendo Ovidio.
Segue Emilio Reverberi, 39 anni, anche lui operaio ed ex partigiano; ed infine Afro Tondelli, operaio di 35 anni, assassinato da un poliziotto inginocchiato e concentrato nel prendere la mira.
Gli spari si susseguono per quaranta minuti, almeno 500 i colpi esplosi in mezzo allo sgomento ed al terrore che serpeggiano per la piazza.
Pasquale Alvarez, uno dei feriti, riporterà in seguito: "Fischiavano le pallottole da tutte le parti. Era tremendo, indescrivibile. La folla, per fuggire alle cariche forsennate delle camionette che inseguivano la gente sotto i portici, mi ha spinto verso via Crispi. Credevo sparassero in aria. Poi ho visto un ragazzo cadere. Più tardi ho saputo che era Franchi".
La folla continua a lottare eroicamente per due ore; a fine giornata si contano 5 morti e centinaia di feriti tra i manifestanti.
Non paghi della violenza cieca ed inaudita esercitata in piazza, gli agenti si schierano poi di fronte agli ospedali per impedire ai donatori di sangue di accedere alle strutture e costringendoli quindi a nascondersi a bordo di ambulanze fingendosi feriti.
Il Vicequestore Giulio Cafari Panico, accusato di omicidio colposo plurimo, e l'agente Orlando Celani, imputato d'omicidio volontario per aver sparato ad Afro Tondelli, vengono entrambi assolti nel 1964, il primo per non aver commesso il fatto, il secondo per insufficienza di prove.
Nei giorni successivi molte altre città italiane sono teatro di proteste e ovunque vengono applicati con freddezza i dettami di Tambroni, che portano alla morte di Francesco Vella, Giuseppe Malleo, Andrea Gangitano e Rosa La Barbera a Palermo e di Salvatore Novembre a Catania.
Ma il sangue versato, a Reggio Emilia come altrove, non fa che accrescere la rabbia che percorre l'Italia intera e che porterà Tambroni alle dimissioni prima della fine di Luglio.
I fatti del 7 Luglio sono stati ricordati da Fausto Amodei nella canzone "Per i morti di Reggio Emilia":
Compagno cittadino fratello partigiano
teniamoci per mano in questi giorni tristi
Di nuovo a reggio Emilia di nuovo la' in Sicilia
son morti dei compagni per mano dei fascisti
Di nuovo come un tempo sopra l'Italia intera
Fischia il vento infuria la bufera
A diciannove anni e' morto Ovidio Franchi
per quelli che son stanchi o sono ancora incerti
Lauro Farioli e' morto per riparare al torto
di chi si è gia' scordato di Duccio Galimberti
Son morti sui vent'anni per il nostro domani
Son morti come vecchi partigiani
Marino Serri e' morto e' morto Afro Tondelli
ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti
Compagni sia ben chiaro che questo sangue amaro
versato a Reggio Emilia e' sangue di noi tutti
Sangue del nostro sangue nervi dei nostri nervi
Come fu quello dei Fratelli Cervi
Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso
e' sempre quello stesso che fu con noi in montagna
Ed il nemico attuale e' sempre ancora eguale
a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna
Uguale la canzone che abbiamo da cantare
Scarpe rotte eppur bisogna andare
Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli
e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli
Dovremo tutti quanti aver d'ora in avanti
voialtri al nostro fianco per non sentirci soli
Morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa
fuori a cantar con noi Bandiera Rossa!
lunedì 6 luglio 2020
NON SIAMO TUTTI SULLA STESSA BARCA,NON ANDRA' TUTTO BENE.
I disillusi che credono ancora,anche a questo giro con la questione coronavirus che stiamo tutti sulla stessa barca e quelli dell'andrà tutto bene,sono chiacchieroni che se da un lato,quello del ricco,ridono ogni volta che dicono tali fesserie,mentre il povero lo dice forse con speranza ma senza entusiasmo.
Il capitalismo,il non distribuire la ricchezza anche e soprattutto in periodi di emergenza,la fanno ancora da padrone anzi aumentando le differenze di classe e portando sempre più vicini allo stremo in tempi più accelerati chi ha poco o nulla.
Mentre ovviamente il ricco ne approfitta aumentando a dismisura i propri guadagni sulle spalle dei molti che vengono affossati:nell'articolo di Contropiano(la-favola-del-capitalismo-finanziario )il concetto è espresso facendo riferimenti alla storia più o meno recente del capitalismo finanziario.
La favola del capitalismo finanziario.
di Franco Ferlini
Siamo di fronte ad una crisi catastrofica del capitalismo finanziario che attualmente viene oscurata con la pandemia del covid. Senza voler dire che il covid-19, o quale altro numero abbia, non esista e che non sia in alcuni casi pernicioso, in realtà la grancassa della sistema comunicativo ha fatto sì che questa pandemia abbia coperto come un fumogeno la situazione di crisi generale verso cui si muove il sistema capitalistico basato sulla finanziarizzazione del profitto.
La finanziarizzazione del profitto, ovvero la ricerca del profitto speculativo tramite operazioni finanziarie, non è altro che il tentativo del capitale di sottrarsi allo scontro dI classe nei luoghi della produzione materiale.
Questo è quello che è avvenuto nel lontano 1973, ed è ben rappresentato dal grido di Gianni Agnelli, il più importante industriale italiano e personaggio di grande rilevo internazionale: “Profitto zero!”, cui segui lo spostamento del suo interesse alle speculazioni di Borsa.
Ma cosa stava all’origine del grande sommovimento sociale che sconvolse così radicalmente i rapporti tra capitale e lavoro in tutti i paesi capitalistici, dagli Stati Uniti all’Italia?
Fu lo stesso grande sviluppo della capacità produttiva che riversava quantità di merci crescenti e che portava alla società dei consumi di massa. Tutti dovevano e dunque potevano consumare.
Le lotte salariali erano nello stesso tempo rivendicazione di poter partecipare alla distribuzione di questa enorme massa di beni e affermazione del diritto ad una riduzione del carico di lavoro reso possibile dalla accresciuta produttività.
Il fatto che queste lotte fossero di massa e in tutti i paesi capitalistici indicava la necessità di un salto epocale, che riguardava l’insieme della società, dai diritti delle donne e delle minoranze al superamento dei regimi coercitivi. manicomiali, carcerari scolastici e persino familiari. I consumi corrodevano la vecchia società.
Invece di affrontare i temi posti dal suo stesso sviluppo il capitalismo cercò di portare indietro l’orologio della Storia, con una guerra di classe non solo contro il salario, ma contro le stesse condizioni di vita delle popolazioni, fino alla creazione di grandi sacche di povertà e di disoccupazione..
L’attacco al salario si manifestò sin dall’inizio con iniziative di scomposizione delle concentrazioni operaie. Deregulation,
smembramento e frantumazione delle grandi fabbriche, subfornitura, sviluppo informatico, attacco ai sindacati e alla spesa pubblica di integrazione salariale, aggiornamento del sistema fiscale, inasprimento penale, critica al consumismo ed “austerità”, politica dei sacrifici.
Ma non era sufficiente, per l’annichilimento del potere operaio nelle fabbriche: era necessario chiuderle o ridimensionarle spostando la manifattura all’estero.
Ed è quello che fecero inizialmente negli USA, poi nell’Unione Europea (delocalizzzione).
Già nel 1971, chiusa la guerra nel Vietnam, Nixon aveva riaperto le relazioni con la Cina e nel 1972 vi si era recato in visita di Stato. Iniziarono così le trattative per portare la manifattura Usa in Cina.
Nel gennaio 1979 vennero riallacciate ufficialmente le relazioni diplomatiche e nel 1980 Den Xiao Ping inaugurò la prima Zona Economica Speciale a Shenzen. Sempre nel 1979 negli Stati Uniti venne smantellato il controllo dei cambi per favorire la libertà di movimento dei capitali.
Lo spostamento della produzione in Cina produsse negli Usa disoccupazione e miseria in vaste zone, soprattutto nel Nord Est, che posero le autorità americane nella necessità di sostenere i consumi anche in mancanza o insufficienza di reddito.
Le banche furono spinte a concedere crediti con più larghezza e senza troppo curarsi della solvibilità del debitore, pressate e assistite dal governo federale e dai fondi di garanzia da esso predisposti.
La lotta contro il potere operaio implicava inoltre la rottura della coesione sociale che le lotte avevano prodotto e a questo fine venne impiegato ogni mezzo, lecito, illegale e persino terroristico.
Il principale obiettivo era la demarcazione dei redditi, favorendo da un lato l’arricchimento dei ceti medi e l’immiserimento, dall’altro, dei lavoratori sempre più working poor. La politica della disuguaglianza e della produzione di poveri.
Avviata da Alan Greenspan, la stampa illimitata di dollari che finivano soprattutto in Borsa, alzando in continuazione il valore dei titoli, produceva profitti valutari che arrivavano alla vasta massa di ceti medi. Con questi dollari, cui non corrispondeva una produzione di merci, si sostenevano i consumi con importazioni crescenti
Peraltro, ai bilanci familiari delle classi medie affluivano dollari anche con la crescita di valore delle abitazioni, che poteva essere monetizzato con un ulteriore ipoteca.
L’edilizia era uno dei pochi settori produttivi non esportabili in Cina e al suo sostegno intervenne il governo federale con proprie garanzie, che consentivano alle banche di concedere mutui (subprime) anche a chi non poteva dimostrare di essere in grado di pagarne le rate.
In questo contesto la possibilità di prestito era praticamente incondizionata e le banche commerciali, liberate dai vincoli che dal 1933 aveva impedito loro il ricco mercato degli affari, si gettarono animosamente nel vortice della speculazione.
In Borsa il leverage consentì l’acquisto di titoli con capitali presi a prestito, facendo salire i valori da cui tutti cercarono di trarre il massimo profitto. L’euforia era tale che imperversavano i “titoli spazzatura” con cui degli abili speculatori si impadronivano delle aziende produttive facendone spezzatino e licenziandone i lavoratori.
La finanziarizzazione del capitalismo, ovvero il tentativo di produrre profitti dalla speculazione finanziaria, pose al centro degli affari la speculazione, e l’abbondanza di dollari della Fed portò alla nascita di grandi ricchezze personali. Non c’era limite all’arricchimento nel mondo di Wall Street e dintorni.
Lo scatenamento delle forze “belluine” del capitale non ha prodotto “sviluppo”, ma solo una enorme accumulazione del debito finanziario; mentre la Cina, divenuta la fabbrica del mondo, da paese sottosviluppato, in quarantanni, è oggi una potenza economica mondiale che insidia il primato statunitense.
Il tentativo di nascondere le cause delle crisi di vario genere ed entità generate dal finanzcapitalismo ha spinto gli economisti a trovare spiegazioni negli errori, nella avidità, nell’assenza o nei difetti dei regolamenti e nella corruzione dei regolatori.
Elisabetta II, nel 2008, chiese come mai gli economisti non avevano previsto la crisi. La risposta stava nel non detto, e non dicibile, della guerra di classe e nel sogno di sostituire il capitalismo fondato sulla legge del valore con un capitalismo finanziario fondato sul valore dei titoli.
Il capitalismo, con la guerra al salario, faceva però guerra a se stesso e non poteva che perderla. Adesso negli Stati Uniti si tenta di riportare indietro le manifatture esportate dal 1980 in Asia; ha tentato Obama, con scarso successo, e ha tentato Trump con i dazi e i trattati bilaterali. Ma con altrettanto scarso successo perché il divario salariale, seppur decrescente, non lo consente.
Come scriveva Marx, il nemico del capitalismo è il capitalismo stesso.
Il capitalismo,il non distribuire la ricchezza anche e soprattutto in periodi di emergenza,la fanno ancora da padrone anzi aumentando le differenze di classe e portando sempre più vicini allo stremo in tempi più accelerati chi ha poco o nulla.
Mentre ovviamente il ricco ne approfitta aumentando a dismisura i propri guadagni sulle spalle dei molti che vengono affossati:nell'articolo di Contropiano(la-favola-del-capitalismo-finanziario )il concetto è espresso facendo riferimenti alla storia più o meno recente del capitalismo finanziario.
La favola del capitalismo finanziario.
di Franco Ferlini
Siamo di fronte ad una crisi catastrofica del capitalismo finanziario che attualmente viene oscurata con la pandemia del covid. Senza voler dire che il covid-19, o quale altro numero abbia, non esista e che non sia in alcuni casi pernicioso, in realtà la grancassa della sistema comunicativo ha fatto sì che questa pandemia abbia coperto come un fumogeno la situazione di crisi generale verso cui si muove il sistema capitalistico basato sulla finanziarizzazione del profitto.
La finanziarizzazione del profitto, ovvero la ricerca del profitto speculativo tramite operazioni finanziarie, non è altro che il tentativo del capitale di sottrarsi allo scontro dI classe nei luoghi della produzione materiale.
Questo è quello che è avvenuto nel lontano 1973, ed è ben rappresentato dal grido di Gianni Agnelli, il più importante industriale italiano e personaggio di grande rilevo internazionale: “Profitto zero!”, cui segui lo spostamento del suo interesse alle speculazioni di Borsa.
Ma cosa stava all’origine del grande sommovimento sociale che sconvolse così radicalmente i rapporti tra capitale e lavoro in tutti i paesi capitalistici, dagli Stati Uniti all’Italia?
Fu lo stesso grande sviluppo della capacità produttiva che riversava quantità di merci crescenti e che portava alla società dei consumi di massa. Tutti dovevano e dunque potevano consumare.
Le lotte salariali erano nello stesso tempo rivendicazione di poter partecipare alla distribuzione di questa enorme massa di beni e affermazione del diritto ad una riduzione del carico di lavoro reso possibile dalla accresciuta produttività.
Il fatto che queste lotte fossero di massa e in tutti i paesi capitalistici indicava la necessità di un salto epocale, che riguardava l’insieme della società, dai diritti delle donne e delle minoranze al superamento dei regimi coercitivi. manicomiali, carcerari scolastici e persino familiari. I consumi corrodevano la vecchia società.
Invece di affrontare i temi posti dal suo stesso sviluppo il capitalismo cercò di portare indietro l’orologio della Storia, con una guerra di classe non solo contro il salario, ma contro le stesse condizioni di vita delle popolazioni, fino alla creazione di grandi sacche di povertà e di disoccupazione..
L’attacco al salario si manifestò sin dall’inizio con iniziative di scomposizione delle concentrazioni operaie. Deregulation,
smembramento e frantumazione delle grandi fabbriche, subfornitura, sviluppo informatico, attacco ai sindacati e alla spesa pubblica di integrazione salariale, aggiornamento del sistema fiscale, inasprimento penale, critica al consumismo ed “austerità”, politica dei sacrifici.
Ma non era sufficiente, per l’annichilimento del potere operaio nelle fabbriche: era necessario chiuderle o ridimensionarle spostando la manifattura all’estero.
Ed è quello che fecero inizialmente negli USA, poi nell’Unione Europea (delocalizzzione).
Già nel 1971, chiusa la guerra nel Vietnam, Nixon aveva riaperto le relazioni con la Cina e nel 1972 vi si era recato in visita di Stato. Iniziarono così le trattative per portare la manifattura Usa in Cina.
Nel gennaio 1979 vennero riallacciate ufficialmente le relazioni diplomatiche e nel 1980 Den Xiao Ping inaugurò la prima Zona Economica Speciale a Shenzen. Sempre nel 1979 negli Stati Uniti venne smantellato il controllo dei cambi per favorire la libertà di movimento dei capitali.
Lo spostamento della produzione in Cina produsse negli Usa disoccupazione e miseria in vaste zone, soprattutto nel Nord Est, che posero le autorità americane nella necessità di sostenere i consumi anche in mancanza o insufficienza di reddito.
Le banche furono spinte a concedere crediti con più larghezza e senza troppo curarsi della solvibilità del debitore, pressate e assistite dal governo federale e dai fondi di garanzia da esso predisposti.
La lotta contro il potere operaio implicava inoltre la rottura della coesione sociale che le lotte avevano prodotto e a questo fine venne impiegato ogni mezzo, lecito, illegale e persino terroristico.
Il principale obiettivo era la demarcazione dei redditi, favorendo da un lato l’arricchimento dei ceti medi e l’immiserimento, dall’altro, dei lavoratori sempre più working poor. La politica della disuguaglianza e della produzione di poveri.
Avviata da Alan Greenspan, la stampa illimitata di dollari che finivano soprattutto in Borsa, alzando in continuazione il valore dei titoli, produceva profitti valutari che arrivavano alla vasta massa di ceti medi. Con questi dollari, cui non corrispondeva una produzione di merci, si sostenevano i consumi con importazioni crescenti
Peraltro, ai bilanci familiari delle classi medie affluivano dollari anche con la crescita di valore delle abitazioni, che poteva essere monetizzato con un ulteriore ipoteca.
L’edilizia era uno dei pochi settori produttivi non esportabili in Cina e al suo sostegno intervenne il governo federale con proprie garanzie, che consentivano alle banche di concedere mutui (subprime) anche a chi non poteva dimostrare di essere in grado di pagarne le rate.
In questo contesto la possibilità di prestito era praticamente incondizionata e le banche commerciali, liberate dai vincoli che dal 1933 aveva impedito loro il ricco mercato degli affari, si gettarono animosamente nel vortice della speculazione.
In Borsa il leverage consentì l’acquisto di titoli con capitali presi a prestito, facendo salire i valori da cui tutti cercarono di trarre il massimo profitto. L’euforia era tale che imperversavano i “titoli spazzatura” con cui degli abili speculatori si impadronivano delle aziende produttive facendone spezzatino e licenziandone i lavoratori.
La finanziarizzazione del capitalismo, ovvero il tentativo di produrre profitti dalla speculazione finanziaria, pose al centro degli affari la speculazione, e l’abbondanza di dollari della Fed portò alla nascita di grandi ricchezze personali. Non c’era limite all’arricchimento nel mondo di Wall Street e dintorni.
Lo scatenamento delle forze “belluine” del capitale non ha prodotto “sviluppo”, ma solo una enorme accumulazione del debito finanziario; mentre la Cina, divenuta la fabbrica del mondo, da paese sottosviluppato, in quarantanni, è oggi una potenza economica mondiale che insidia il primato statunitense.
Il tentativo di nascondere le cause delle crisi di vario genere ed entità generate dal finanzcapitalismo ha spinto gli economisti a trovare spiegazioni negli errori, nella avidità, nell’assenza o nei difetti dei regolamenti e nella corruzione dei regolatori.
Elisabetta II, nel 2008, chiese come mai gli economisti non avevano previsto la crisi. La risposta stava nel non detto, e non dicibile, della guerra di classe e nel sogno di sostituire il capitalismo fondato sulla legge del valore con un capitalismo finanziario fondato sul valore dei titoli.
Il capitalismo, con la guerra al salario, faceva però guerra a se stesso e non poteva che perderla. Adesso negli Stati Uniti si tenta di riportare indietro le manifatture esportate dal 1980 in Asia; ha tentato Obama, con scarso successo, e ha tentato Trump con i dazi e i trattati bilaterali. Ma con altrettanto scarso successo perché il divario salariale, seppur decrescente, non lo consente.
Come scriveva Marx, il nemico del capitalismo è il capitalismo stesso.
venerdì 3 luglio 2020
PAGHEREMO TUTTI PER I DUE ASSASSINI?
Se i due assassini in divisa,i vergognosi marò che uccisero due pescatori indiani nel febbraio del 2012(madn noneroima-errori )dovessero essere condannati in Italia e riconosciuti colpevoli ma dietro aver agito su degli ordini,toccherà pagare il risarcimento alle famiglie colpite dallo Stato,cioè da tutta la collettività.
Infatti la sentenza dell'Aia dove hanno esultato in massa per la sovranità del processo dall'India all'Italia infatti sancisce la colpevolezza dei marò che ormai erano prezzemolini nei quotidiani e nei telegiornali,ripescati ad hoc quando non c' niente di meglio di cui sparlare.
Ci sono già quelli che parlano dei riscatti pagati dallo Stato per chi è stato rapito in ogni dove del mondo,fatti che c'entrano nulla con la vicenda degli assassini in divisa,mentre è doveroso ricordare fatti come il Cermis o Ustica,cjui è ricorso recentemente l'anniversario con i soliti blabla dei politici per arrivare ad una verità che non giungerà mai,articolo di Contopiano:italia-condannata .
Italia condannata, giustizia per i pescatori indiani uccisi dai “due marò”.
di Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)
“L’Italia ha violato la libertà di navigazione e dovrà pertanto compensare l’India per la perdita di vite umane, i danni fisici, il danno materiale all’imbarcazione e il danno morale sofferto dal comandante e altri membri dell’equipaggio del peschereccio indiano Saint Anthony“. Corte de L’Aia.
Tutti i mass media ed il palazzo esultano perché il tribunale internazionale ha riconosciuta la nostra sovranità nel giudicare i marò che uccisero due pescatori indiani.
Dimenticano che l’Italia, nella stessa sentenza, è stata giudicata COLPEVOLE di questi omicidi e condannata a risarcire tutte le vittime di questa azione delittuosa.
La giustizia italiana ora dovrà stabilire se i due marò hanno violato le consegne e quindi sono responsabili, oppure se obbedivano ad ordini ed è lo stato italiano il colpevole.
Non vedo cosa ci sia da esultare, c’è da vergognarsi e da ricordare Valentine Jelastine e Ajeesh Pink, i pescatori uccisi in violazione della legge internazionale. A tutte le vittime di questa colpevole azione dell’Italia va la nostra solidarietà e per loro vogliamo giustizia.
P.S. I politici di palazzo che esultano per “l’immunità” dei due marò, dovrebbero pensare un momento ai 20 italiani uccisi nel 1998 sulla funivia del Cermis, in trentino, per colpa della manovra folle ed illegale di un aereo militare USA.
I piloti furono considerati immuni dalla giustizia italiana, giudicati negli Stati Uniti e lì assolti.
STATE DALLA PARTE DELLE VITTIME.
Infatti la sentenza dell'Aia dove hanno esultato in massa per la sovranità del processo dall'India all'Italia infatti sancisce la colpevolezza dei marò che ormai erano prezzemolini nei quotidiani e nei telegiornali,ripescati ad hoc quando non c' niente di meglio di cui sparlare.
Ci sono già quelli che parlano dei riscatti pagati dallo Stato per chi è stato rapito in ogni dove del mondo,fatti che c'entrano nulla con la vicenda degli assassini in divisa,mentre è doveroso ricordare fatti come il Cermis o Ustica,cjui è ricorso recentemente l'anniversario con i soliti blabla dei politici per arrivare ad una verità che non giungerà mai,articolo di Contopiano:italia-condannata .
Italia condannata, giustizia per i pescatori indiani uccisi dai “due marò”.
di Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)
“L’Italia ha violato la libertà di navigazione e dovrà pertanto compensare l’India per la perdita di vite umane, i danni fisici, il danno materiale all’imbarcazione e il danno morale sofferto dal comandante e altri membri dell’equipaggio del peschereccio indiano Saint Anthony“. Corte de L’Aia.
Tutti i mass media ed il palazzo esultano perché il tribunale internazionale ha riconosciuta la nostra sovranità nel giudicare i marò che uccisero due pescatori indiani.
Dimenticano che l’Italia, nella stessa sentenza, è stata giudicata COLPEVOLE di questi omicidi e condannata a risarcire tutte le vittime di questa azione delittuosa.
La giustizia italiana ora dovrà stabilire se i due marò hanno violato le consegne e quindi sono responsabili, oppure se obbedivano ad ordini ed è lo stato italiano il colpevole.
Non vedo cosa ci sia da esultare, c’è da vergognarsi e da ricordare Valentine Jelastine e Ajeesh Pink, i pescatori uccisi in violazione della legge internazionale. A tutte le vittime di questa colpevole azione dell’Italia va la nostra solidarietà e per loro vogliamo giustizia.
P.S. I politici di palazzo che esultano per “l’immunità” dei due marò, dovrebbero pensare un momento ai 20 italiani uccisi nel 1998 sulla funivia del Cermis, in trentino, per colpa della manovra folle ed illegale di un aereo militare USA.
I piloti furono considerati immuni dalla giustizia italiana, giudicati negli Stati Uniti e lì assolti.
STATE DALLA PARTE DELLE VITTIME.
giovedì 2 luglio 2020
LIONE RIAFFERMA L'ENNESIMO NO AL PROGETTO TAV
Da anni ormai il governo francese ha accantonato il progetto della Tav da Lione a Torino,rendendosi conto che questa opera creerebbe più danni che vantaggi,fatto già evidenziato dalla famosa analisi dei costi e dei benefici del febbraio 2019 anche in Italia(madn tavla-certificazione-di-una-perdita-di risorse enorme ),ciò nonostante la maggior parte dei politici italiani vuole proseguire ancora dissipando enormi soldi ad altri progetti ben più importanti ed urgenti.
L'articolo in questione(contropiano il-nuovo-sindaco-di-lione-tav-opera-inutile-va-fermata )racconta che il neoeletto sindaco di Lione Gregory Doucet,che ha vinto contro il candidato della destra che aveva puntato molto sulla linea ad alta velocità,vuole un potenziamento della linea già esistente e non valorizzata al meglio e di tutte quelle nazionali e regionali.
Cosa che dovrebbe accadere anche in Italia dove ci sono tratte come quella ad esempio tra Mantova-Cremona-Crema-Milano che è tra le più vergognose non solo della Lombardia,con vagoni fatiscenti e ritardi cronici.
Un forte e chiaro segnale che mette una pietra sopra dal lato francese al progetto Tav affossando questa inutile grande opera,mentre in Italia nonostante la certificazione dell'antieconomicità dell'impresa tutta la destra ed il Pd puntano i piedi per spartirsi una pioggia di miliardi europei assieme ai loro contatti malavitosi.
Il nuovo sindaco di Lione: “Tav opera inutile, va fermata”.
di NoTav.info
Il colpo è devastante. Dopo la sonora bocciatura della Corte dei conti europea arriva il giudizio severissimo del neo-sindaco di Lione, il verde Gregory Doucet, eletto sabato scorso con 52,5 % dei suffragi imponendosi al primo turno contro il suo principale avversario, il candidato della destra Etienne Blanc, che aveva basato una buona parte della sua campagna proprio sul sostegno al megatunnel transfrontaliero.
In un’intervista rilasciata a la Stampa, Doucet viene subito interrogato sulla sua opinione sul TAV e la risposta non lascia spazio a dubbi: «Fra le nostre città esiste già un’infrastruttura ferroviaria, che è sufficiente, ed è su quella che dovremmo investire. La Francia ha iniettato troppi pochi fondi sul trasporto merci su rotaia a livello nazionale. E ora vogliono farci credere che con la Tav rilanceremo l’attività. Ma è assurdo».
Interrogato su come fare per togliere i tir dalla strade Doucet risponde svelando la banale verità che in Italia tutti i giornali si sono speciosamente adoperati a nascondere negli anni con cartine taroccate e altre amenità: «Se valorizzata, la linea che già corre fra Lione e Torino è sufficiente per i treni che vi devono circolare. Ecco, investiamo prima lì».
Ovviamente il giornalista del quotidiano torinese prova a propinare la solita cantilena berciata ossessivamente assieme ai suoi colleghi italiani qualche mese, la spudorata menzogna che racconta che i lavori sono a uno stadio troppo avanzato per essere fermati (quando invece sono stati scavati solo i tunnel esplorativi), ma il sindaco replica lapidario «Non bisogna insistere su un progetto sbagliato. È la scelta peggiore. Bisogna fermare la Tav».
Un giudizio senza appello che speriamo contribuirà a dare il colpo definitivo allo sgangherato progetto di una seconda linea ad alta velocità tra Torino-Lione.
Che una presa posizione così netta venga dal primo sindaco eletto tra le file dei verdi in una grande città francese può stupire solo in Italia. I verdi francesi come tutti gli omologhi partiti ecologisti europei sono da anni opposti al TAV. Solo da noi una propaganda spudorata ha provato a far passare come rispettosa dell’ambiente un’opera che disboscherà oltre 5.000 alberi in Val Clarea, distruggerà una vasta porzione di habitat alpino mettendo in pericolo specie protette ed emetterà 10.000 tonnellate di CO2 perforando un massiccio in cui la presenza di amianto è certificata da tutti gli organi competenti.
La soluzione individuata da Doucet è la stessa proposta dai tecnici notav negli ultimi 20 anni, dati e numeri alla mano, per un report modale da gomma a ferro che non devasti la Val di Susa con costi economici ed ecologici insostenibili. La Torino-Lione esiste già e non è “un tunnel di montagna” come continua a insistere la propaganda sitav, ma una galleria mista merci/passeggeri ammodernata nel 2011 e utilizzata oggi soltanto al 30% delle sue capacità.
Ora che questa semplice verità viene pronunciata anche da questo neo-sindaco laureato alla scuola di business di Rouen così “calmo, costruttivo, l’aria rassicurante” da sedurre persino il giornale della famiglia Agnelli speriamo che la cosa sia chiara a tutti.
Il TAV va fermato adesso, per fortuna per una volta nella sciagurata storia della repubblica siamo ancora in tempo per evitare quello che è ormai un disastro annunciato!
L'articolo in questione(contropiano il-nuovo-sindaco-di-lione-tav-opera-inutile-va-fermata )racconta che il neoeletto sindaco di Lione Gregory Doucet,che ha vinto contro il candidato della destra che aveva puntato molto sulla linea ad alta velocità,vuole un potenziamento della linea già esistente e non valorizzata al meglio e di tutte quelle nazionali e regionali.
Cosa che dovrebbe accadere anche in Italia dove ci sono tratte come quella ad esempio tra Mantova-Cremona-Crema-Milano che è tra le più vergognose non solo della Lombardia,con vagoni fatiscenti e ritardi cronici.
Un forte e chiaro segnale che mette una pietra sopra dal lato francese al progetto Tav affossando questa inutile grande opera,mentre in Italia nonostante la certificazione dell'antieconomicità dell'impresa tutta la destra ed il Pd puntano i piedi per spartirsi una pioggia di miliardi europei assieme ai loro contatti malavitosi.
Il nuovo sindaco di Lione: “Tav opera inutile, va fermata”.
di NoTav.info
Il colpo è devastante. Dopo la sonora bocciatura della Corte dei conti europea arriva il giudizio severissimo del neo-sindaco di Lione, il verde Gregory Doucet, eletto sabato scorso con 52,5 % dei suffragi imponendosi al primo turno contro il suo principale avversario, il candidato della destra Etienne Blanc, che aveva basato una buona parte della sua campagna proprio sul sostegno al megatunnel transfrontaliero.
In un’intervista rilasciata a la Stampa, Doucet viene subito interrogato sulla sua opinione sul TAV e la risposta non lascia spazio a dubbi: «Fra le nostre città esiste già un’infrastruttura ferroviaria, che è sufficiente, ed è su quella che dovremmo investire. La Francia ha iniettato troppi pochi fondi sul trasporto merci su rotaia a livello nazionale. E ora vogliono farci credere che con la Tav rilanceremo l’attività. Ma è assurdo».
Interrogato su come fare per togliere i tir dalla strade Doucet risponde svelando la banale verità che in Italia tutti i giornali si sono speciosamente adoperati a nascondere negli anni con cartine taroccate e altre amenità: «Se valorizzata, la linea che già corre fra Lione e Torino è sufficiente per i treni che vi devono circolare. Ecco, investiamo prima lì».
Ovviamente il giornalista del quotidiano torinese prova a propinare la solita cantilena berciata ossessivamente assieme ai suoi colleghi italiani qualche mese, la spudorata menzogna che racconta che i lavori sono a uno stadio troppo avanzato per essere fermati (quando invece sono stati scavati solo i tunnel esplorativi), ma il sindaco replica lapidario «Non bisogna insistere su un progetto sbagliato. È la scelta peggiore. Bisogna fermare la Tav».
Un giudizio senza appello che speriamo contribuirà a dare il colpo definitivo allo sgangherato progetto di una seconda linea ad alta velocità tra Torino-Lione.
Che una presa posizione così netta venga dal primo sindaco eletto tra le file dei verdi in una grande città francese può stupire solo in Italia. I verdi francesi come tutti gli omologhi partiti ecologisti europei sono da anni opposti al TAV. Solo da noi una propaganda spudorata ha provato a far passare come rispettosa dell’ambiente un’opera che disboscherà oltre 5.000 alberi in Val Clarea, distruggerà una vasta porzione di habitat alpino mettendo in pericolo specie protette ed emetterà 10.000 tonnellate di CO2 perforando un massiccio in cui la presenza di amianto è certificata da tutti gli organi competenti.
La soluzione individuata da Doucet è la stessa proposta dai tecnici notav negli ultimi 20 anni, dati e numeri alla mano, per un report modale da gomma a ferro che non devasti la Val di Susa con costi economici ed ecologici insostenibili. La Torino-Lione esiste già e non è “un tunnel di montagna” come continua a insistere la propaganda sitav, ma una galleria mista merci/passeggeri ammodernata nel 2011 e utilizzata oggi soltanto al 30% delle sue capacità.
Ora che questa semplice verità viene pronunciata anche da questo neo-sindaco laureato alla scuola di business di Rouen così “calmo, costruttivo, l’aria rassicurante” da sedurre persino il giornale della famiglia Agnelli speriamo che la cosa sia chiara a tutti.
Il TAV va fermato adesso, per fortuna per una volta nella sciagurata storia della repubblica siamo ancora in tempo per evitare quello che è ormai un disastro annunciato!
mercoledì 1 luglio 2020
SANTO SUBITO!
Non badiamo alle cialtronate dei forzitalioti che gridano alla vendetta più che alla giustizia ed ai loro latrati con in primis le reti Mediaset a volere la riabilitazione e la santificazione subito:Berlusconi era ed è un criminale,con tanto di compravendita di magistrati e di parlamentari,altro che magistratura politicizzata contro di lui(sarebbe casomai il contrario visto che gli è andata male una volta sola e per un reato di secondo piano),quest'infame è uno delle cause della rovina dell'Italia attuale.
Certamente la magistratura sta subendo attacchi perché troppe toghe si comportano da farfallone(vedi:madn toghe-alla-sbarra ),e le accuse a volte giustificate non possono fare arretrare il giudizio indietro di un passo verso l'ex premier puttaniere trombeur di minorenni,colluso con la mafia se non parte attiva di essa,corrotto e corruttore.
L'articolo di Contropiano(berlusconi-e-magistrati-due-torti-non-fanno-una-ragione )parla di queste nuove intercettazioni che però hanno già un'anno,riesumate ad hoc in periodo elettorale,con le parole di un giudice guarda caso morto recentemente,in un contesto amichevole dove si parla di pressioni e forzature per condannare San Silvio da Arcore.
Berlusconi e magistrati. Due torti non fanno una ragione.
di Sergio Cararo
La notizia di oggi sembra essere l’assenza della notizia dalle prime pagine dei giornali. Il riferimento è la vicenda esplosa – “a orologeria”, è proprio il caso di dire – sulla condanna di Berlusconi in Cassazione per frode fiscale. Quella sentenza interdì e marginalizzò il fondatore di Mediaset e Forza Italia dalla vita politica per alcuni anni.
Mentre per tutta la giornata di ieri i parlamentari e i giornalisti di Forza Italia hanno fatto il diavolo a quattro per imporla in cima all’agenda politica, oggi pare proprio che l’operazione stia riuscendo molto parzialmente. E già questo è un primo segnale da cogliere.
Balza agli occhi come la tardiva rivelazione di un colloquio tra Berlusconi e il giudice che ha materialmente scritto le motivazioni della sua condanna in Cassazione, presenti anomalie e forzature piuttosto rilevanti.
In primo luogo, Forza Italia starnazza intorno alla politicizzazione della magistratura. Ma come definire un giudice che – anche se per rivelare un suo disagio e le sue scuse postume – si scambia telefonate nel merito dei processi in cui è (o è stato) attivo con un protagonista della politica come Berlusconi? Se è vero che la magistratura risponde ai diversi input della politica, lo stesso Berlusconi e Forza Italia non possono chiamarsi fuori da tale schema. Insomma: la magistratura è politicizzata, ma ogni politico ha i suoi magistrati di riferimento.
In secondo luogo, il giudice “pentito” di aver scritto quella sentenza è deceduto nel maggio 2019, mentre il colloquio con Berlusconi è ancora precedente. Come mai si è atteso oltre un anno per portare alla luce quella registrazione? La sua rivelazione non avrebbe potuto più nuocere alla rispettabilità del magistrato, ormai defunto. E’ vero che le vie delle strategie difensive degli avvocati di Berlusconi sono imperscrutabili, ma la dissonanza balza agli occhi.
In terzo luogo è evidente che, una volta archiviata la stagione della Seconda Repubblica nata dalle inchieste giudiziarie, sia iniziato il redde rationem tra poteri forti (economici, politici, europei ed internazionali) e quello che possiamo definire il “partito trasversale dei pubblici ministeri”.
Una magistratura realmente indipendente sarebbe in grado di fronteggiare questa resa dei conti: una magistratura screditata da tanti episodi di collusione, da Palamara in giù, viene invece messa efficacemente sulla graticola e indebolita agli occhi dell’opinione pubblica.
Si ha la netta impressione – ma qui dobbiamo affidarci al fiuto più che alle prove provate – che stiano agendo forze che puntano a un nuovo scasso sistemico del quadro politico italiano, analogo per dimensione a quello di Mani pulite.
Abbiamo scritto, anche recentemente, che l’Italia è tornata ad essere terra di contesa tra interessi strategici divergenti statunitensi, europei, russi e forse anche cinesi. Essere di nuovo collocati in questa scomodissima posizione espone la classe dirigente e le scelte strategiche di questo paese a ingerenze, entrate a gamba tesa, alla “rottura di qualche braccio”, come dicono in gergo i servizi di intelligence.
La condanna di Berlusconi in Cassazione per frode fiscale ha segnato la fine di un epoca, quella che già era stata indicata nella lettera della Bce (firmata da Draghi e Trichet) nel 2011 e che sostanzialmente preparava l’uscita di scena della variabile Berlusca di fronte alla brusca normalizzazione imposta dalle istituzioni europee all’Italia.
La sostituzione del Cavaliere con Monti, patrocinata dai poteri forti europei e da Napolitano, sotto diversi punti di vista, come scrisse fin troppo schiettamente Alan Freeman nel suo libro, fu un golpe interno alla classe dirigente. Non la vittoria della democrazia sul Caimano.
Per molti aspetti l’offensiva tesa a indebolire il potere giudiziario in Italia coincide con l’entrata in campo di un’altra e imprevista dissonanza, per quanto quasi inconsapevole: il M5S.
Al loro posto, visto il pressing per costringerlo ad accettare il Mes, cominceremmo a preoccuparci.
Certamente la magistratura sta subendo attacchi perché troppe toghe si comportano da farfallone(vedi:madn toghe-alla-sbarra ),e le accuse a volte giustificate non possono fare arretrare il giudizio indietro di un passo verso l'ex premier puttaniere trombeur di minorenni,colluso con la mafia se non parte attiva di essa,corrotto e corruttore.
L'articolo di Contropiano(berlusconi-e-magistrati-due-torti-non-fanno-una-ragione )parla di queste nuove intercettazioni che però hanno già un'anno,riesumate ad hoc in periodo elettorale,con le parole di un giudice guarda caso morto recentemente,in un contesto amichevole dove si parla di pressioni e forzature per condannare San Silvio da Arcore.
Berlusconi e magistrati. Due torti non fanno una ragione.
di Sergio Cararo
La notizia di oggi sembra essere l’assenza della notizia dalle prime pagine dei giornali. Il riferimento è la vicenda esplosa – “a orologeria”, è proprio il caso di dire – sulla condanna di Berlusconi in Cassazione per frode fiscale. Quella sentenza interdì e marginalizzò il fondatore di Mediaset e Forza Italia dalla vita politica per alcuni anni.
Mentre per tutta la giornata di ieri i parlamentari e i giornalisti di Forza Italia hanno fatto il diavolo a quattro per imporla in cima all’agenda politica, oggi pare proprio che l’operazione stia riuscendo molto parzialmente. E già questo è un primo segnale da cogliere.
Balza agli occhi come la tardiva rivelazione di un colloquio tra Berlusconi e il giudice che ha materialmente scritto le motivazioni della sua condanna in Cassazione, presenti anomalie e forzature piuttosto rilevanti.
In primo luogo, Forza Italia starnazza intorno alla politicizzazione della magistratura. Ma come definire un giudice che – anche se per rivelare un suo disagio e le sue scuse postume – si scambia telefonate nel merito dei processi in cui è (o è stato) attivo con un protagonista della politica come Berlusconi? Se è vero che la magistratura risponde ai diversi input della politica, lo stesso Berlusconi e Forza Italia non possono chiamarsi fuori da tale schema. Insomma: la magistratura è politicizzata, ma ogni politico ha i suoi magistrati di riferimento.
In secondo luogo, il giudice “pentito” di aver scritto quella sentenza è deceduto nel maggio 2019, mentre il colloquio con Berlusconi è ancora precedente. Come mai si è atteso oltre un anno per portare alla luce quella registrazione? La sua rivelazione non avrebbe potuto più nuocere alla rispettabilità del magistrato, ormai defunto. E’ vero che le vie delle strategie difensive degli avvocati di Berlusconi sono imperscrutabili, ma la dissonanza balza agli occhi.
In terzo luogo è evidente che, una volta archiviata la stagione della Seconda Repubblica nata dalle inchieste giudiziarie, sia iniziato il redde rationem tra poteri forti (economici, politici, europei ed internazionali) e quello che possiamo definire il “partito trasversale dei pubblici ministeri”.
Una magistratura realmente indipendente sarebbe in grado di fronteggiare questa resa dei conti: una magistratura screditata da tanti episodi di collusione, da Palamara in giù, viene invece messa efficacemente sulla graticola e indebolita agli occhi dell’opinione pubblica.
Si ha la netta impressione – ma qui dobbiamo affidarci al fiuto più che alle prove provate – che stiano agendo forze che puntano a un nuovo scasso sistemico del quadro politico italiano, analogo per dimensione a quello di Mani pulite.
Abbiamo scritto, anche recentemente, che l’Italia è tornata ad essere terra di contesa tra interessi strategici divergenti statunitensi, europei, russi e forse anche cinesi. Essere di nuovo collocati in questa scomodissima posizione espone la classe dirigente e le scelte strategiche di questo paese a ingerenze, entrate a gamba tesa, alla “rottura di qualche braccio”, come dicono in gergo i servizi di intelligence.
La condanna di Berlusconi in Cassazione per frode fiscale ha segnato la fine di un epoca, quella che già era stata indicata nella lettera della Bce (firmata da Draghi e Trichet) nel 2011 e che sostanzialmente preparava l’uscita di scena della variabile Berlusca di fronte alla brusca normalizzazione imposta dalle istituzioni europee all’Italia.
La sostituzione del Cavaliere con Monti, patrocinata dai poteri forti europei e da Napolitano, sotto diversi punti di vista, come scrisse fin troppo schiettamente Alan Freeman nel suo libro, fu un golpe interno alla classe dirigente. Non la vittoria della democrazia sul Caimano.
Per molti aspetti l’offensiva tesa a indebolire il potere giudiziario in Italia coincide con l’entrata in campo di un’altra e imprevista dissonanza, per quanto quasi inconsapevole: il M5S.
Al loro posto, visto il pressing per costringerlo ad accettare il Mes, cominceremmo a preoccuparci.
martedì 30 giugno 2020
LA GUERRA CIVICA FRANCESE
Dopo le discussioni politiche che hanno implicato anche delle leggi scritte e che vogliono il secondo turno del ballottaggio la settimana successiva al primo turno elettorale,in Francia si è svolto il secondo turno delle municipali dopo il primo che era avvenuto il 15 marzo in piena emergenza coronavirus.
In questi mesi c'è chi voleva votare o meno,chi voleva ripetere il primo turno e chi ha fatto caccia di elettori per affrontare al meglio questa seconda tornata elettorale:il risultato un alta percentuale di astensionismo arrivata quasi al 60%,vuoi per la situazione pandemica ma soprattutto per il problema della rappresentanza politica che in Francia più di altre nazioni si fa sentire.
Sfiduciati dalle alternanze delle destre e del centrosinistra al potere a questo giro sono stati i verdi i vincitori e Macron lo sconfitto,se si vuole riassumere il tutto in poche parole,con tutti gli altri che hanno perso dei comuni anche importanti ma ne hanno guadagnati altri,come evidenziato nel contributo preso da Contropiano(elezioni-comunali-in-francia-disfatta-per-macron )cui aggiungo questo(repubblica pronti_15_mld_per_la_trasformazione_ecologica )dove il premier sempre più in difficoltà promette investimenti pesanti per sviluppare l'economia seguendo la via ecologica.
Elezioni comunali in Francia, disfatta per Macron.
di Giacomo Marchetti
Domenica 28 giugno si è svolto il secondo turno delle elezioni municipali in Francia, segnate dalla scarsa affluenza al voto con un un tasso d’astensione attorno al 60%.
Già durante il primo turno, il 15 marzo, meno di un elettore su due (il 44,3%) si era recato alle urne, contro il 63,5% delle precedenti elezioni municipali nel 2014.
Un astensione storica per questo tipo di elezioni locali, ma non per ciò che concerne la disaffezione al voto nella Francia recente, in cui il primo partito delle classi popolari è per così dire da tempo quello “astensionista”.
Alle elezioni europee della scorsa estate – sebbene si fosse registrato un aumento dei votanti – solo una persona su due, circa, si era recato alle urne, avvicinando la partecipazione del 1994 – al 52,7% – con un 8,3% in più rispetto 2014.
Nel 2009 i votanti erano stati solo il 40,6% degli aventi diritto.
Tra il 1990 e il 2014, tra i paesi della UE, la Francia è stata in testa per il tasso medio di astensione (40%), decisamente avanti rispetto al gruppo mediano (Olanda, Spagna, Germania). Inoltre era il solo paese in cui la “non partecipazione” al voto ha conosciuto una progressione lineare.
Certamente ci sono delle ragioni “congiunturali” che contribuiscono a spiegare in parte l’astensione, come la situazione sanitaria e il lungo lasso di tempo tra i due turni, dovuto al lockdown; ma è innegabile che anche le elezioni comunali, per lungo tempo sfuggite al “dégagisme”, ne sono state travolte.
Tutti gli attori politici s’interrogano su questa crisi del sistema della rappresentanza e dei suoi tradizionali vettori ,che ora ha toccato l’unica istituzione della quinta repubblica che ne era stata risparmiata. C’è chi lo fa “strumentalmente” per coprire la propria débâcle (come LREM, l’organizzazione politica creata da Macron) o il proprio parziale insuccesso – come Marine Le Pen del RN (ex FN) – oppure in maniera più sincera, come Jean-Luc Mélenchon, leader di LFI. In un intervento diffuso su “You Tube” ha evocato un “un nulla civico”.
“La massa del popolo francese è in guerra civica”, ha spiegato.
Un paradosso apparente vista la vivacità delle mobilitazioni che ha caratterizzato nell’ultimo anno la Francia, riprese subito dopo la fine del “Lock-down”.
Al primo turno delle elezioni presidenziali del 2017, proprio gli Insoumis.es erano riusciti in parte a colmare questo deficit di “rappresentanza” tra le classi popolari, sfiorando il 20% e giungendo ad un passo dal ballottaggio, offrendo un output politico in particolare alle mobilitazioni contro la “lois travaille” – il “job act” francese – voluta dal presidente socialista Hollande.
Sembra un secolo fa.
La LFI era riuscita insieme ad altre formazioni – tra cui il PCF – a dare vita ad un’opposizione “a geometria variabile”, che talvolta aveva incluso sia i socialisti che i verdi, ed a fungere da “delegato politico” dei vari movimenti che si sono fin qui succeduti: dai “gilets jaunes” alle recenti riforme contro la riforma pensionistica, così come a quelle del personale sanitario.
Non è pero riuscita a capitalizzare – così come la destra – il sentimento di sfiducia nei confronti dell’attuale compagine governativa ed in generale l’approfondirsi della frattura tra élite e classi popolari, né a darsi una struttura organizzativa che le permettesse di radicarsi.
Paradossalmente ha conosciuto una “parabola discendente” di cui è un sintomo la diluizione della propria presenza nelle elezioni municipali dentro coalizioni più ampie. A parte il ruolo di primo piano giocato a Marsiglia e che ha contribuito al successo di “Primetemps Marseilleise”, forse la nota più positiva dell’intero panorama elettorale per modalità di costruzione, programmi e capacità di interpretare una aspettativa di cambiamento.
La batosta per LREM è pesantissima, e dimostra come in questi tre anni la creazione politica di Macron non sia stata capace di radicarsi, nonostante alla sua creazione abbiano contribuito sia notabili locali del Partito Socialista – come il più volte ex sindaco di Lione e poi ministro, Gérard Collomb – sia membri della vecchia nomenclatura gaullista.
“En Marche!” ha dilapidato ben presto il suo consenso, divenendo sempre più solo espressione delle classi medio-alte, e ha progressivamente “virato a destra”. A nulla è servita la sua alleanza in questo secondo turno con i gaullisti di Les Républicains di Laurent Wauquiez, che non ha sbarrato la strada all’“onda verde”.
Gli unici “successi” di quest’asse politico sono stati a Le Havre, dove il primo ministro E.Philippe ha conquistato la città, e a Tolosa…
A Parigi, dove è stata confermata Anne Hidalgo, la capolista di Lrem, Agnès Buzyn, ha fatto meno del 15% e non siederà in consiglio comunale; a Lione Collomb è stato sconfitto, così come a Strasburgo.
I verdi – EELV – sono i veri vincitori di questa competizione elettorale. I sindaci provenienti dalle loro fila sono stati spesso eletti con l’appoggio di ampie coalizioni – come a Tours, Bordeaux o Lione – o andando contro i socialisti, come a Strasburgo.
Sono sintomo della necessità di una transizione ecologica che è cresciuta in questi anni nel corso di importanti mobilitazioni specifiche e circoscritte, così come di più ampie mobilitazioni di massa – “gli scioperi per il clima”, prima del fenomeno Greta, erano nati in Belgio e Francia – ed una interessante convergenze nel corso della marea gialla sintetizzata dallo slogan. “fine del mese, fine del mondo: stessa lotta”.
Lo tsunami verde è la traduzione di questa spinta sul piano della rappresentanza politica locale. Qualcosa di analogo a ciò che è avvenuto in Germania ed in Belgio tra le giovani classi medie urbane scolarizzate.
Un risultato anche della pandemi,a come sembra suggerire J. Fourquet, direttore di un dipartimento dell’istituto di rivelazioni statistiche IFOP: “la griglia di lettura dell’epidemia si è costituita attorno all’ecologia, con degli interrogativi riguardo ai nostri modi di vita e di consumo che mettono troppo a dura prova i nostri ecosistemi”.
Il passaggio di fase è interessante, perché pone quello che era un “partito d’opinione” – EELV, conosciuto più che altro per gli exploit alle europee (avevano ottenuto il 13,5% circa alle ultime elezioni) e l’ambiguo politicismo della sua storica direzione – al governo di importanti amministrazioni che saranno il banco di prova concreto per le politiche ecologiche: Lione, Strasburgo, Bordeaux, Poitiers, Bencançons, Tours, Annecy, per non citare che i principali.
A Lione conquistano città e “area metropolitana”, in cui gestiranno 3 miliardi di budget di una delle più potenti collettività francesi che concentra su di sé affari sociali, infrastrutture ed alloggi.
Prima di conquistare Grenoble nel 2014 con Eric Piolle – confermato con ampissimo margine – i verdi non avevano mai governato una città con più di 100 mila abitanti, a parte Montreuil tra il 2008 ed il 2014.
Al suo interno si scontrano due orientamenti differenti: gli “autonomi” alla Y. Jadot, che preferiscono “correre da soli” e che possano vantare successi di questa strategia e deplorare le sconfitte altrui, e i “rassembleurs”, fautori di una strategia di coalizione che possono vantare successi importanti.
È abbastanza evidente la frattura generazionale tra la vecchia classe dirigente “ecologista” e le nuove generazioni di sindaci.
Sono divenuti il nuovo “ago della bilancia” a sinistra, come ha ben compreso il leader del PS O. Faure.
“Qualcosa sta nascendo” – ha affermato il leader socialista – “un blocco sociale ed ecologista”.
I socialisti hanno dimostrato una certa “resilienza” in queste elezioni dopo una crisi, che sembrava irreversibile, successiva alla Presidenza Hollande, la diaspora in direzione di Macron di molti suoi esponenti e la mancata presentazione di un candidato nel 2017.
Confermano Parigi – esito per nulla scontato fino a poco tempo fa – e conquistano Lille sfidando gli ecologisti, e vincono – dopo essere giunti ad un accordo con i verdi al secondo turno – a Rennes e Nantes. Riconquistano dei comuni che erano loro bastioni, persi nel 2014, e ne conquistano di nuovi come a Nancy, od in ampie alleanze come a Montpellier.
Dopo l’exploit del 2014, la destra di LR conferma sostanzialmente le sue posizioni a livello locale, con due “pezzi da novanta” persi come Marsiglia – probabilmente – governata per 25 anni, Bordeaux e canta in parte vittoria.
“È tre anni che inanelliamo sconfitte”, ha dichiarato Christian Jacob, patron di LR che ha parlato di “vittoria”. Ma sembra più il tentativo di dare un nuovo slancio ad un progetto politico le cui direttive a livello centrale sono sempre più cooptate da LREM.
L’ex FN, ora RN, conquista un comune importante come Perpignan, con più di 100 mila abitanti, ma subisce comunque sconfitte come a Lunel, Vauvert…
I numeri parlano chiaro e fanno terra bruciata su tutte le chiacchiere sul pericolo dell’“onda nera” di cui hanno straparlato a lungo i media nostrani.
Nel 2014 aveva conquistato 1438 seggi in 463 comuni, stavolta solo 840 in 258, e governeranno in meno di una decina di comuni.
Il PCF vede ridimensionato il successo del primo turno, come a Montreuil – nella prima periferia parigina – perdendo alcuni suoi bastioni storici come a Saint-Denis e Aubervilliers, ma riconquistando Bobigny, sempre nella regione parigina.
Un risultato, nel complesso, fatto più di ombre che di luci, in cui perdono a Le Havre ed Arles, oltre a Saint-Denis, le città più importanti di questa battaglia.
Sono più di 20 i comuni sopra i 3.500 abitanti “persi” dai comunisti, mentre sono una quarantina quelli conservati o conquistati.
Queste elezioni – che si concluderanno con un “terzo turno” tra gli eletti, a Marsiglia, che decideranno il futuro sindaco della seconda città dell’Esagono – ci consegnano un quadro complesso della società francese uscita dalla pandemia.
Un governo senza consenso; i vettori della politica, sia tradizionali che “nuovi” – tranne i verdi e alcune coalizioni politiche molto variabili – incapaci di catalizzare la disaffezione per l’establishment compresi, ai poli opposti, La France Insoumise e l’ex Front National – ora RN –, con un marcato scetticismo nei confronti della UE, come certifica un recente sondaggio condotto da un think tank del Consiglio Europeo citato dal “The Guardian”.
Il 58% degli intervistati in Francia pensa che l’UE sia stata irrilevante nella crisi pandemica – ponendo questo paese al primo posto per sfiducia nella UE – mentre il 61% dei francesi pensava, a fine aprile, che il proprio governo non fosse stato all’altezza nell’affrontare l’emergenza e si sentiva più disilluso rispetto a prima dell’arrivo del Covid-19.
Non proprio un dato incoraggiante un governo che si pone come perno fondamentale del rilancio dell’Unione.
In questi mesi c'è chi voleva votare o meno,chi voleva ripetere il primo turno e chi ha fatto caccia di elettori per affrontare al meglio questa seconda tornata elettorale:il risultato un alta percentuale di astensionismo arrivata quasi al 60%,vuoi per la situazione pandemica ma soprattutto per il problema della rappresentanza politica che in Francia più di altre nazioni si fa sentire.
Sfiduciati dalle alternanze delle destre e del centrosinistra al potere a questo giro sono stati i verdi i vincitori e Macron lo sconfitto,se si vuole riassumere il tutto in poche parole,con tutti gli altri che hanno perso dei comuni anche importanti ma ne hanno guadagnati altri,come evidenziato nel contributo preso da Contropiano(elezioni-comunali-in-francia-disfatta-per-macron )cui aggiungo questo(repubblica pronti_15_mld_per_la_trasformazione_ecologica )dove il premier sempre più in difficoltà promette investimenti pesanti per sviluppare l'economia seguendo la via ecologica.
Elezioni comunali in Francia, disfatta per Macron.
di Giacomo Marchetti
Domenica 28 giugno si è svolto il secondo turno delle elezioni municipali in Francia, segnate dalla scarsa affluenza al voto con un un tasso d’astensione attorno al 60%.
Già durante il primo turno, il 15 marzo, meno di un elettore su due (il 44,3%) si era recato alle urne, contro il 63,5% delle precedenti elezioni municipali nel 2014.
Un astensione storica per questo tipo di elezioni locali, ma non per ciò che concerne la disaffezione al voto nella Francia recente, in cui il primo partito delle classi popolari è per così dire da tempo quello “astensionista”.
Alle elezioni europee della scorsa estate – sebbene si fosse registrato un aumento dei votanti – solo una persona su due, circa, si era recato alle urne, avvicinando la partecipazione del 1994 – al 52,7% – con un 8,3% in più rispetto 2014.
Nel 2009 i votanti erano stati solo il 40,6% degli aventi diritto.
Tra il 1990 e il 2014, tra i paesi della UE, la Francia è stata in testa per il tasso medio di astensione (40%), decisamente avanti rispetto al gruppo mediano (Olanda, Spagna, Germania). Inoltre era il solo paese in cui la “non partecipazione” al voto ha conosciuto una progressione lineare.
Certamente ci sono delle ragioni “congiunturali” che contribuiscono a spiegare in parte l’astensione, come la situazione sanitaria e il lungo lasso di tempo tra i due turni, dovuto al lockdown; ma è innegabile che anche le elezioni comunali, per lungo tempo sfuggite al “dégagisme”, ne sono state travolte.
Tutti gli attori politici s’interrogano su questa crisi del sistema della rappresentanza e dei suoi tradizionali vettori ,che ora ha toccato l’unica istituzione della quinta repubblica che ne era stata risparmiata. C’è chi lo fa “strumentalmente” per coprire la propria débâcle (come LREM, l’organizzazione politica creata da Macron) o il proprio parziale insuccesso – come Marine Le Pen del RN (ex FN) – oppure in maniera più sincera, come Jean-Luc Mélenchon, leader di LFI. In un intervento diffuso su “You Tube” ha evocato un “un nulla civico”.
“La massa del popolo francese è in guerra civica”, ha spiegato.
Un paradosso apparente vista la vivacità delle mobilitazioni che ha caratterizzato nell’ultimo anno la Francia, riprese subito dopo la fine del “Lock-down”.
Al primo turno delle elezioni presidenziali del 2017, proprio gli Insoumis.es erano riusciti in parte a colmare questo deficit di “rappresentanza” tra le classi popolari, sfiorando il 20% e giungendo ad un passo dal ballottaggio, offrendo un output politico in particolare alle mobilitazioni contro la “lois travaille” – il “job act” francese – voluta dal presidente socialista Hollande.
Sembra un secolo fa.
La LFI era riuscita insieme ad altre formazioni – tra cui il PCF – a dare vita ad un’opposizione “a geometria variabile”, che talvolta aveva incluso sia i socialisti che i verdi, ed a fungere da “delegato politico” dei vari movimenti che si sono fin qui succeduti: dai “gilets jaunes” alle recenti riforme contro la riforma pensionistica, così come a quelle del personale sanitario.
Non è pero riuscita a capitalizzare – così come la destra – il sentimento di sfiducia nei confronti dell’attuale compagine governativa ed in generale l’approfondirsi della frattura tra élite e classi popolari, né a darsi una struttura organizzativa che le permettesse di radicarsi.
Paradossalmente ha conosciuto una “parabola discendente” di cui è un sintomo la diluizione della propria presenza nelle elezioni municipali dentro coalizioni più ampie. A parte il ruolo di primo piano giocato a Marsiglia e che ha contribuito al successo di “Primetemps Marseilleise”, forse la nota più positiva dell’intero panorama elettorale per modalità di costruzione, programmi e capacità di interpretare una aspettativa di cambiamento.
La batosta per LREM è pesantissima, e dimostra come in questi tre anni la creazione politica di Macron non sia stata capace di radicarsi, nonostante alla sua creazione abbiano contribuito sia notabili locali del Partito Socialista – come il più volte ex sindaco di Lione e poi ministro, Gérard Collomb – sia membri della vecchia nomenclatura gaullista.
“En Marche!” ha dilapidato ben presto il suo consenso, divenendo sempre più solo espressione delle classi medio-alte, e ha progressivamente “virato a destra”. A nulla è servita la sua alleanza in questo secondo turno con i gaullisti di Les Républicains di Laurent Wauquiez, che non ha sbarrato la strada all’“onda verde”.
Gli unici “successi” di quest’asse politico sono stati a Le Havre, dove il primo ministro E.Philippe ha conquistato la città, e a Tolosa…
A Parigi, dove è stata confermata Anne Hidalgo, la capolista di Lrem, Agnès Buzyn, ha fatto meno del 15% e non siederà in consiglio comunale; a Lione Collomb è stato sconfitto, così come a Strasburgo.
I verdi – EELV – sono i veri vincitori di questa competizione elettorale. I sindaci provenienti dalle loro fila sono stati spesso eletti con l’appoggio di ampie coalizioni – come a Tours, Bordeaux o Lione – o andando contro i socialisti, come a Strasburgo.
Sono sintomo della necessità di una transizione ecologica che è cresciuta in questi anni nel corso di importanti mobilitazioni specifiche e circoscritte, così come di più ampie mobilitazioni di massa – “gli scioperi per il clima”, prima del fenomeno Greta, erano nati in Belgio e Francia – ed una interessante convergenze nel corso della marea gialla sintetizzata dallo slogan. “fine del mese, fine del mondo: stessa lotta”.
Lo tsunami verde è la traduzione di questa spinta sul piano della rappresentanza politica locale. Qualcosa di analogo a ciò che è avvenuto in Germania ed in Belgio tra le giovani classi medie urbane scolarizzate.
Un risultato anche della pandemi,a come sembra suggerire J. Fourquet, direttore di un dipartimento dell’istituto di rivelazioni statistiche IFOP: “la griglia di lettura dell’epidemia si è costituita attorno all’ecologia, con degli interrogativi riguardo ai nostri modi di vita e di consumo che mettono troppo a dura prova i nostri ecosistemi”.
Il passaggio di fase è interessante, perché pone quello che era un “partito d’opinione” – EELV, conosciuto più che altro per gli exploit alle europee (avevano ottenuto il 13,5% circa alle ultime elezioni) e l’ambiguo politicismo della sua storica direzione – al governo di importanti amministrazioni che saranno il banco di prova concreto per le politiche ecologiche: Lione, Strasburgo, Bordeaux, Poitiers, Bencançons, Tours, Annecy, per non citare che i principali.
A Lione conquistano città e “area metropolitana”, in cui gestiranno 3 miliardi di budget di una delle più potenti collettività francesi che concentra su di sé affari sociali, infrastrutture ed alloggi.
Prima di conquistare Grenoble nel 2014 con Eric Piolle – confermato con ampissimo margine – i verdi non avevano mai governato una città con più di 100 mila abitanti, a parte Montreuil tra il 2008 ed il 2014.
Al suo interno si scontrano due orientamenti differenti: gli “autonomi” alla Y. Jadot, che preferiscono “correre da soli” e che possano vantare successi di questa strategia e deplorare le sconfitte altrui, e i “rassembleurs”, fautori di una strategia di coalizione che possono vantare successi importanti.
È abbastanza evidente la frattura generazionale tra la vecchia classe dirigente “ecologista” e le nuove generazioni di sindaci.
Sono divenuti il nuovo “ago della bilancia” a sinistra, come ha ben compreso il leader del PS O. Faure.
“Qualcosa sta nascendo” – ha affermato il leader socialista – “un blocco sociale ed ecologista”.
I socialisti hanno dimostrato una certa “resilienza” in queste elezioni dopo una crisi, che sembrava irreversibile, successiva alla Presidenza Hollande, la diaspora in direzione di Macron di molti suoi esponenti e la mancata presentazione di un candidato nel 2017.
Confermano Parigi – esito per nulla scontato fino a poco tempo fa – e conquistano Lille sfidando gli ecologisti, e vincono – dopo essere giunti ad un accordo con i verdi al secondo turno – a Rennes e Nantes. Riconquistano dei comuni che erano loro bastioni, persi nel 2014, e ne conquistano di nuovi come a Nancy, od in ampie alleanze come a Montpellier.
Dopo l’exploit del 2014, la destra di LR conferma sostanzialmente le sue posizioni a livello locale, con due “pezzi da novanta” persi come Marsiglia – probabilmente – governata per 25 anni, Bordeaux e canta in parte vittoria.
“È tre anni che inanelliamo sconfitte”, ha dichiarato Christian Jacob, patron di LR che ha parlato di “vittoria”. Ma sembra più il tentativo di dare un nuovo slancio ad un progetto politico le cui direttive a livello centrale sono sempre più cooptate da LREM.
L’ex FN, ora RN, conquista un comune importante come Perpignan, con più di 100 mila abitanti, ma subisce comunque sconfitte come a Lunel, Vauvert…
I numeri parlano chiaro e fanno terra bruciata su tutte le chiacchiere sul pericolo dell’“onda nera” di cui hanno straparlato a lungo i media nostrani.
Nel 2014 aveva conquistato 1438 seggi in 463 comuni, stavolta solo 840 in 258, e governeranno in meno di una decina di comuni.
Il PCF vede ridimensionato il successo del primo turno, come a Montreuil – nella prima periferia parigina – perdendo alcuni suoi bastioni storici come a Saint-Denis e Aubervilliers, ma riconquistando Bobigny, sempre nella regione parigina.
Un risultato, nel complesso, fatto più di ombre che di luci, in cui perdono a Le Havre ed Arles, oltre a Saint-Denis, le città più importanti di questa battaglia.
Sono più di 20 i comuni sopra i 3.500 abitanti “persi” dai comunisti, mentre sono una quarantina quelli conservati o conquistati.
Queste elezioni – che si concluderanno con un “terzo turno” tra gli eletti, a Marsiglia, che decideranno il futuro sindaco della seconda città dell’Esagono – ci consegnano un quadro complesso della società francese uscita dalla pandemia.
Un governo senza consenso; i vettori della politica, sia tradizionali che “nuovi” – tranne i verdi e alcune coalizioni politiche molto variabili – incapaci di catalizzare la disaffezione per l’establishment compresi, ai poli opposti, La France Insoumise e l’ex Front National – ora RN –, con un marcato scetticismo nei confronti della UE, come certifica un recente sondaggio condotto da un think tank del Consiglio Europeo citato dal “The Guardian”.
Il 58% degli intervistati in Francia pensa che l’UE sia stata irrilevante nella crisi pandemica – ponendo questo paese al primo posto per sfiducia nella UE – mentre il 61% dei francesi pensava, a fine aprile, che il proprio governo non fosse stato all’altezza nell’affrontare l’emergenza e si sentiva più disilluso rispetto a prima dell’arrivo del Covid-19.
Non proprio un dato incoraggiante un governo che si pone come perno fondamentale del rilancio dell’Unione.
lunedì 29 giugno 2020
ANCORA STRAGI FAMILIARI
La lunga scia di sangue degli ultimi giorni che hanno visto l'assassino in famiglia hanno visto l'apice col delitto avvenuto in Valsassina dove il padre per ripicca verso la moglie che l'aveva lasciato ha ucciso i due figli per poi lanciarsi da un viadotto,ma anche a Palazzo Pignano(qui in zona nel cremasco)e ultimamente a Grosseto i mariti hanno ammazzato le proprie mogli.
Pagine tristemente già viste(vedi:madn numeri-che-parlano-da-soli-sui.femminicidi ),cui si aggiungono titoli giornalistici che parlano di tragedie anche dove il fato non ha nessun motivo d'essere tirato in ballo,omicidi premeditati"coscienziosamente"ed attuati con lucidità,altro che follie.
C'è pure chi perdona e cerca di capire il perché di questi gesti,un pensiero vergognoso e direi penoso,tipicamente maschilista e che presuppone stupidità se non cattiveria:le uniche vittime sono i morti ammazzati,non gli assassini padri o mariti disperati o meno,i veri perdenti della vita.
Articolo di Left:uomini-incompiuti-solo-dopo-separati .
Uomini incompiuti (solo dopo, separati).
di Giulio Cavalli
Un esempio fulgido l’abbiamo avuto con il titolo de Il Mattino. I fatti, intanto: Mario Bressi decide di punire la moglie che ha deciso di lasciarlo uccidendo i loro due figli e togliendosi la vita. Un infanticidio che in fondo è un femminicidio ancora più vigliacco: uccidere i figli per condannare una moglie è un gesto che nasconde tutta la ferocia possibile. Bressi prima di compiere il suo gesto, nella perfetta premeditazione di chi vuole provocare l’inferno, ha anche scritto alla ex moglie.
Torniamo al titolo de Il Mattino: «Il dramma dei papà separati», titolano piuttosto stupidamente. Ovviamente la narrazione è sempre la stessa, quella patriarcale dell’uomo ferito che viene giudicato per il suo dolore come se potesse essere una giustificazione. I figli ammazzati alla fine sono colpa della donna, ovviamente.
Si alza lo sdegno e Il Mattino ci riprova, corregge e scrive «Devastato dalla separazione» dimostrando che la stupidità è banale ma è anche soprattutto ripetitiva. Vengono sommersi ancora una volta dagli insulti, ci riprovano: «Papà separato, ha ucciso i figli nel sonno» dimostrando di non capirci proprio niente.
C’è solo il dramma dell’uomo, del forte, del padrone che ha deciso di togliere i figli per rivendicarne il possesso dopo avere perso il possesso della moglie. Non esistono i drammi dei bambini uccisi nel sonno, non uccide la distruzione di una madre punita in un modo così orribile. Niente. Tutti gli altri dolori che non siano quelli del maschio sono effetti collaterali tristi, certo, ma solo consequenziali.
E in fondo si tratta sempre degli stessi stoltissimi maschi, quelli costruiti in serie secondo le logiche peggiori della fallocrazia, quelli che vengono lasciati e non si chiedono mai cosa hanno sbagliato ma che trovano comodo, vigliacchi come sono, dire che lei “ha rovinato la famiglia”, che lei “si è venduta per un pompino”, che lei la rovineranno, gliela faranno pagare e sono felici solo la vedono sola, povera e pazza.
Sono uomini che non hanno fatto i conti con se stessi, incapaci di vedersi completi al di là della punta del proprio organo riproduttivo (su cui sono solitamente fissati) e che non transigono sul fatto di potere avere di fianco persone che si autodeterminano con le proprie scelte. Uomini che di facciata sembrano puliti e che spesso hanno mostri pelosi (che le loro ex mogli hanno provato a curare).
Non parliamo del dramma di padri separati (e ce ne sono tanti anche di padri separati che vivono drammi veri, senza bisogno di arrivare all’omicidio) quando ci sono di mezzo assassini. Il dramma vero è quello di certo giornalismo che si appiattisce sulla banalità del male. E come sono ripetitivi e banali tutti questi fallocrati che cercano la giustificazione per giustificare l’ingiustificabile. Mentre il bene, al contrario, si rinnova ogni giorno, si sceglie tutti i giorni e si reinventa se serve per non soffocare.
Buon lunedì.
Pagine tristemente già viste(vedi:madn numeri-che-parlano-da-soli-sui.femminicidi ),cui si aggiungono titoli giornalistici che parlano di tragedie anche dove il fato non ha nessun motivo d'essere tirato in ballo,omicidi premeditati"coscienziosamente"ed attuati con lucidità,altro che follie.
C'è pure chi perdona e cerca di capire il perché di questi gesti,un pensiero vergognoso e direi penoso,tipicamente maschilista e che presuppone stupidità se non cattiveria:le uniche vittime sono i morti ammazzati,non gli assassini padri o mariti disperati o meno,i veri perdenti della vita.
Articolo di Left:uomini-incompiuti-solo-dopo-separati .
Uomini incompiuti (solo dopo, separati).
di Giulio Cavalli
Un esempio fulgido l’abbiamo avuto con il titolo de Il Mattino. I fatti, intanto: Mario Bressi decide di punire la moglie che ha deciso di lasciarlo uccidendo i loro due figli e togliendosi la vita. Un infanticidio che in fondo è un femminicidio ancora più vigliacco: uccidere i figli per condannare una moglie è un gesto che nasconde tutta la ferocia possibile. Bressi prima di compiere il suo gesto, nella perfetta premeditazione di chi vuole provocare l’inferno, ha anche scritto alla ex moglie.
Torniamo al titolo de Il Mattino: «Il dramma dei papà separati», titolano piuttosto stupidamente. Ovviamente la narrazione è sempre la stessa, quella patriarcale dell’uomo ferito che viene giudicato per il suo dolore come se potesse essere una giustificazione. I figli ammazzati alla fine sono colpa della donna, ovviamente.
Si alza lo sdegno e Il Mattino ci riprova, corregge e scrive «Devastato dalla separazione» dimostrando che la stupidità è banale ma è anche soprattutto ripetitiva. Vengono sommersi ancora una volta dagli insulti, ci riprovano: «Papà separato, ha ucciso i figli nel sonno» dimostrando di non capirci proprio niente.
C’è solo il dramma dell’uomo, del forte, del padrone che ha deciso di togliere i figli per rivendicarne il possesso dopo avere perso il possesso della moglie. Non esistono i drammi dei bambini uccisi nel sonno, non uccide la distruzione di una madre punita in un modo così orribile. Niente. Tutti gli altri dolori che non siano quelli del maschio sono effetti collaterali tristi, certo, ma solo consequenziali.
E in fondo si tratta sempre degli stessi stoltissimi maschi, quelli costruiti in serie secondo le logiche peggiori della fallocrazia, quelli che vengono lasciati e non si chiedono mai cosa hanno sbagliato ma che trovano comodo, vigliacchi come sono, dire che lei “ha rovinato la famiglia”, che lei “si è venduta per un pompino”, che lei la rovineranno, gliela faranno pagare e sono felici solo la vedono sola, povera e pazza.
Sono uomini che non hanno fatto i conti con se stessi, incapaci di vedersi completi al di là della punta del proprio organo riproduttivo (su cui sono solitamente fissati) e che non transigono sul fatto di potere avere di fianco persone che si autodeterminano con le proprie scelte. Uomini che di facciata sembrano puliti e che spesso hanno mostri pelosi (che le loro ex mogli hanno provato a curare).
Non parliamo del dramma di padri separati (e ce ne sono tanti anche di padri separati che vivono drammi veri, senza bisogno di arrivare all’omicidio) quando ci sono di mezzo assassini. Il dramma vero è quello di certo giornalismo che si appiattisce sulla banalità del male. E come sono ripetitivi e banali tutti questi fallocrati che cercano la giustificazione per giustificare l’ingiustificabile. Mentre il bene, al contrario, si rinnova ogni giorno, si sceglie tutti i giorni e si reinventa se serve per non soffocare.
Buon lunedì.
sabato 27 giugno 2020
LA SCUOLA CHE VERRA'
L'autonomia regionale e dei distretti scolastici sembra essere il punto fermo degli indirizzi del decreto scuola per il nuovo anno scolastico con ancora tanti dubbi da dissipare che sono stati rimandati pure loro a settembre e dopo l'approvazione di chi compete in materia sanitaria e scientifica.
Perché dal 14 settembre 2020 pare che il distanziamento degli alunni di un metro sia cosa certa mentre l'uso delle mascherine e di altri accorgimenti a tutela della salute saranno discussi alla vigilia delle riaperture,col problema principale del numero degli studenti che già prima del coronavirus erano in sovrannumero rispetto alla grandezza delle classi.
Poi ovviamente uno stimolo in più a privatizzare ma anche ad esternalizzare la didattica(si premerà ancora su quella a distanza anche se non necessaria in barba alle esigenze lavorative dei genitori))sono presenti nelle linee guida del governo annunciate ieri,dove ogni scuola o meglio distratto sceglierà dove potere ospitare gli alunni che fisicamente non potranno rimanere n classe,oppure gestire le attività extra scolastiche con eventuali presenze di controllo di persone che non sono preposte a farlo.
Insomma quello descritto nell'articolo di Contropiano(linee-guida-per-il-rientro-a-scuola )è ancora un cantiere ma con direttive che vanno nel canale solcato della privatizzazione e flessibilità sia per i docenti che per gli studenti,con vaghi riferimenti a quelli disabili e che necessitano di insegnanti di sostegno,con un nulla di fatto nei termini delle nuove assunzioni.
Linee guida per il rientro a scuola: esternalizzazione, privatizzazione, flessibilità.
di Maurizio Disoteo
Mentre in tutta Italia si svolgono e si annunciano manifestazioni di lavoratori e genitori che richiedono priorità alla scuola e la definizione di un chiaro quadro di ripresa dell’attività formativa, il Ministero ha diramato la bozza delle Linee guida che dovranno essere seguite da settembre per la riapertura degli istituti.
La lettura di tale bozza chiarisce subito che il Ministero non ha alcuna intenzione di seguire l’unica strada sensata per una ripresa che rappresenti anche un miglioramento dell’offerta formativa: una massiccia assunzione in servizio di docenti e personale ATA che consenta una sostanziale diminuzione del numero di alunni per classe e un’adeguata vigilanza anche nei momenti comunitari meno strutturati.
La bozza demanda molte delle decisioni a costituendi “Tavoli regionali” presso gli Uffici Scolastici regionali e a Conferenze dei servizi degli enti locali, con la partecipazione di organizzazione private, soprattutto in materia di reperimento e gestione di spazi alternativi a quelli attualmente disponibili nelle scuole.
Il documento, infatti, decentra molte delle responsabilità sulle istituzioni locali, ultimo anello delle quali sono i singoli istituti, in base al principio dell’autonomia scolastica. I dirigenti avranno molta discrezionalità, anche se non hanno mancato di far sapere che ne vorrebbero di più, forse totale.
Qualcuno ha scritto che in realtà, le Linee guida sarebbero un documento ispirato al principio del “fate come vi pare”, nell’incapacità del Ministero a dare un indirizzo unitario chiaro.
In realtà, la situazione è più complessa. Infatti, il rimando al principio dell’autonomia scolastica non è causale ma assai pertinente perché essa è il primo mattone, posato alla fine degli anni novanta, dal governo Prodi, per la messa in concorrenza, la privatizzazione e l’aziendalizzazione delle scuole. Un disegno proseguito poi dai tanti governi succedutisi ma che ha trovato il suo punto più alto con la “buona scuola” renziana e a cui oggi il governo Conte vuole dare un’ulteriore spinta, forse definitiva, con il pretesto dell’emergenza. L’autonomia resta la trave portante di tale processo.
In questa chiave va letto il richiamo, fondamentale, al principio di sussidiarietà e di corresponsabilità educativa, con l’auspicata collaborazione con enti e istituzioni private e del terzo settore (quindi comunque private, anche se no profit).
Un principio, quello della sussidiarietà, che ha già provocato enormi guasti al sistema sanitario, che spesso anticipa, nelle riforme privatistiche, la scuola.
Un esempio chiaro è ciò che accadde a partire dalla legge De Lorenzo del 1992 e gli altri provvedimenti che portarono a includere il privato nel sistema sanitario nazionale, parallelamente a quanto accadde nella scuola tra il 1997 e il 2000, anno quest’ultimo in cui fu istituito dal governo D’Alema il sistema nazionale d’istruzione. In tale sistema confluirono le scuole dichiarate paritarie, con relativi cospicui finanziamenti alle stesse, in spregio alla Costituzione ma soprattutto con l’assunzione del privato in un sistema pubblico.
Il principio della sussidiarietà, nelle Linee guida, ha un’accezione molto ampia, estesa anche al personale educativo, poiché agli operatori, facenti parte di organizzazioni di volontariato o di cooperative d’animazione che nelle scuole si occupano oggi di attività integrative (musica, sport, teatro e arte in generale), ma che non hanno responsabilità sulle classi e agiscono in genere in compresenza con i docenti, potranno essere affidati anche compiti di sorveglianza e vigilanza sugli alunni.
Questa decisione pone gravi problemi di natura legale e sindacale, poiché si affiderebbero in questo modo dei minori a personale non abilitato all’insegnamento, dipendente da istituzioni terze rispetto alla scuola e impiegato in assenza di un qualunque quadro normativo. Resta poi da chiedersi quali garanzie pedagogiche dovrebbero offrire le organizzazione a cui fanno capo tali operatori, per esempio sulla loro laicità.
Una soluzione pericolosa, però probabilmente utile al Ministero per evitare di assumere docenti e creare una fascia di docenti di serie B, mal retribuiti, assolutamente precari, senza contratto pubblico e reali diritti, pur se con grandi responsabilità. Una proposta, comunque, che tende a esternalizzare una parte del servizio scolastico affidandolo a privati.
Tutto ciò sembra essere funzionale alla “riconfigurazione della classe in più gruppi d’apprendimento”, escamotage per dire che non si vogliono formare classi meno numerose. Diventa sospetta, in questo contesto, anche l”articolazione modulare di gruppi di alunni provenienti da diverse classi o da diversi anni di corso”.
Far lavorare insieme bambini e ragazzi anche di età diversa, far imparare loro la cooperazione è una cosa educativamente interessante e che è già stata praticata in scuole sperimentali, tuttavia deve rispondere a un preciso progetto pedagogico, con premesse teoriche e conseguenze pratiche specifiche, non improvvisata per far fronte all’esigenza di classi aggregate e disaggregate come in un grande gioco di costruzioni.
Ancor più inquietante la questione dell’accorpamento, possibile, nella scuola secondaria, di materie affini. Una flessibilità che può significare per gli studenti perdita di ore di lezione e di saperi specifici.
Sempre per quanto riguarda la scuola secondaria di secondo grado, si scopre inoltre che già si progetta di ricorrere ancora alla “didattica digitale a distanza”, per supplire evidentemente alla mancanza di spazi e di personale.
Del resto, che il Ministero punti ancora molto sulla didattica a distanza, rendendola permanente, è testimoniato dal fatto che sono previste specifiche formazioni sul tema per i docenti (naturalmente via webinar!) e che le Linee guida per la didattica digitale integrata dovranno entrare a far parte dei PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa). Dietro a tutto ciò sta un’enorme truffa ideologica, quella di far coincidere digitale (a distanza) e innovazione pedagogica, cosa per nulla scontata, anche in base ai risultati di quest’anno, dove la didattica a distanza ha dimostrato tutto il suo portato di discriminazioni e di accrescimento delle disuguaglianze.
Quanto agli insegnanti, questi ultimi sono trattai come persone che non hanno diritti sindacali e orari di lavoro. Entrate scaglionate, estensione dei giorni di attività didattica, “rimodulazione” delle ore d’insegnamento (cioè riduzione a 40 minuti con aggravio del numero di classi e di lavoro collegiale), formazione in sevizio incentrata solo sulle tecnologie digitali, uso di mezzi propri per la didattica a distanza sono temi che mettono in discussione lo statuto professionale e l’orario di lavoro e non possono essere decisi per decreto.
Per quanto riguarda gli alunni disabili, le Linee guida sono molto generiche e trattano solo di dispositivi di protezione, tuttavia citano la possibilità di accomodamenti ragionevoli per garantire a tali allievi la presenza quotidiana in aula.
Quali potranno essere questi accomodamenti non si sa, ma certo l’accento posto sulla loro presenza quotidiana a scuola sospettare che essa, per gli altri studenti, non ci sarà.
Perché dal 14 settembre 2020 pare che il distanziamento degli alunni di un metro sia cosa certa mentre l'uso delle mascherine e di altri accorgimenti a tutela della salute saranno discussi alla vigilia delle riaperture,col problema principale del numero degli studenti che già prima del coronavirus erano in sovrannumero rispetto alla grandezza delle classi.
Poi ovviamente uno stimolo in più a privatizzare ma anche ad esternalizzare la didattica(si premerà ancora su quella a distanza anche se non necessaria in barba alle esigenze lavorative dei genitori))sono presenti nelle linee guida del governo annunciate ieri,dove ogni scuola o meglio distratto sceglierà dove potere ospitare gli alunni che fisicamente non potranno rimanere n classe,oppure gestire le attività extra scolastiche con eventuali presenze di controllo di persone che non sono preposte a farlo.
Insomma quello descritto nell'articolo di Contropiano(linee-guida-per-il-rientro-a-scuola )è ancora un cantiere ma con direttive che vanno nel canale solcato della privatizzazione e flessibilità sia per i docenti che per gli studenti,con vaghi riferimenti a quelli disabili e che necessitano di insegnanti di sostegno,con un nulla di fatto nei termini delle nuove assunzioni.
Linee guida per il rientro a scuola: esternalizzazione, privatizzazione, flessibilità.
di Maurizio Disoteo
Mentre in tutta Italia si svolgono e si annunciano manifestazioni di lavoratori e genitori che richiedono priorità alla scuola e la definizione di un chiaro quadro di ripresa dell’attività formativa, il Ministero ha diramato la bozza delle Linee guida che dovranno essere seguite da settembre per la riapertura degli istituti.
La lettura di tale bozza chiarisce subito che il Ministero non ha alcuna intenzione di seguire l’unica strada sensata per una ripresa che rappresenti anche un miglioramento dell’offerta formativa: una massiccia assunzione in servizio di docenti e personale ATA che consenta una sostanziale diminuzione del numero di alunni per classe e un’adeguata vigilanza anche nei momenti comunitari meno strutturati.
La bozza demanda molte delle decisioni a costituendi “Tavoli regionali” presso gli Uffici Scolastici regionali e a Conferenze dei servizi degli enti locali, con la partecipazione di organizzazione private, soprattutto in materia di reperimento e gestione di spazi alternativi a quelli attualmente disponibili nelle scuole.
Il documento, infatti, decentra molte delle responsabilità sulle istituzioni locali, ultimo anello delle quali sono i singoli istituti, in base al principio dell’autonomia scolastica. I dirigenti avranno molta discrezionalità, anche se non hanno mancato di far sapere che ne vorrebbero di più, forse totale.
Qualcuno ha scritto che in realtà, le Linee guida sarebbero un documento ispirato al principio del “fate come vi pare”, nell’incapacità del Ministero a dare un indirizzo unitario chiaro.
In realtà, la situazione è più complessa. Infatti, il rimando al principio dell’autonomia scolastica non è causale ma assai pertinente perché essa è il primo mattone, posato alla fine degli anni novanta, dal governo Prodi, per la messa in concorrenza, la privatizzazione e l’aziendalizzazione delle scuole. Un disegno proseguito poi dai tanti governi succedutisi ma che ha trovato il suo punto più alto con la “buona scuola” renziana e a cui oggi il governo Conte vuole dare un’ulteriore spinta, forse definitiva, con il pretesto dell’emergenza. L’autonomia resta la trave portante di tale processo.
In questa chiave va letto il richiamo, fondamentale, al principio di sussidiarietà e di corresponsabilità educativa, con l’auspicata collaborazione con enti e istituzioni private e del terzo settore (quindi comunque private, anche se no profit).
Un principio, quello della sussidiarietà, che ha già provocato enormi guasti al sistema sanitario, che spesso anticipa, nelle riforme privatistiche, la scuola.
Un esempio chiaro è ciò che accadde a partire dalla legge De Lorenzo del 1992 e gli altri provvedimenti che portarono a includere il privato nel sistema sanitario nazionale, parallelamente a quanto accadde nella scuola tra il 1997 e il 2000, anno quest’ultimo in cui fu istituito dal governo D’Alema il sistema nazionale d’istruzione. In tale sistema confluirono le scuole dichiarate paritarie, con relativi cospicui finanziamenti alle stesse, in spregio alla Costituzione ma soprattutto con l’assunzione del privato in un sistema pubblico.
Il principio della sussidiarietà, nelle Linee guida, ha un’accezione molto ampia, estesa anche al personale educativo, poiché agli operatori, facenti parte di organizzazioni di volontariato o di cooperative d’animazione che nelle scuole si occupano oggi di attività integrative (musica, sport, teatro e arte in generale), ma che non hanno responsabilità sulle classi e agiscono in genere in compresenza con i docenti, potranno essere affidati anche compiti di sorveglianza e vigilanza sugli alunni.
Questa decisione pone gravi problemi di natura legale e sindacale, poiché si affiderebbero in questo modo dei minori a personale non abilitato all’insegnamento, dipendente da istituzioni terze rispetto alla scuola e impiegato in assenza di un qualunque quadro normativo. Resta poi da chiedersi quali garanzie pedagogiche dovrebbero offrire le organizzazione a cui fanno capo tali operatori, per esempio sulla loro laicità.
Una soluzione pericolosa, però probabilmente utile al Ministero per evitare di assumere docenti e creare una fascia di docenti di serie B, mal retribuiti, assolutamente precari, senza contratto pubblico e reali diritti, pur se con grandi responsabilità. Una proposta, comunque, che tende a esternalizzare una parte del servizio scolastico affidandolo a privati.
Tutto ciò sembra essere funzionale alla “riconfigurazione della classe in più gruppi d’apprendimento”, escamotage per dire che non si vogliono formare classi meno numerose. Diventa sospetta, in questo contesto, anche l”articolazione modulare di gruppi di alunni provenienti da diverse classi o da diversi anni di corso”.
Far lavorare insieme bambini e ragazzi anche di età diversa, far imparare loro la cooperazione è una cosa educativamente interessante e che è già stata praticata in scuole sperimentali, tuttavia deve rispondere a un preciso progetto pedagogico, con premesse teoriche e conseguenze pratiche specifiche, non improvvisata per far fronte all’esigenza di classi aggregate e disaggregate come in un grande gioco di costruzioni.
Ancor più inquietante la questione dell’accorpamento, possibile, nella scuola secondaria, di materie affini. Una flessibilità che può significare per gli studenti perdita di ore di lezione e di saperi specifici.
Sempre per quanto riguarda la scuola secondaria di secondo grado, si scopre inoltre che già si progetta di ricorrere ancora alla “didattica digitale a distanza”, per supplire evidentemente alla mancanza di spazi e di personale.
Del resto, che il Ministero punti ancora molto sulla didattica a distanza, rendendola permanente, è testimoniato dal fatto che sono previste specifiche formazioni sul tema per i docenti (naturalmente via webinar!) e che le Linee guida per la didattica digitale integrata dovranno entrare a far parte dei PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa). Dietro a tutto ciò sta un’enorme truffa ideologica, quella di far coincidere digitale (a distanza) e innovazione pedagogica, cosa per nulla scontata, anche in base ai risultati di quest’anno, dove la didattica a distanza ha dimostrato tutto il suo portato di discriminazioni e di accrescimento delle disuguaglianze.
Quanto agli insegnanti, questi ultimi sono trattai come persone che non hanno diritti sindacali e orari di lavoro. Entrate scaglionate, estensione dei giorni di attività didattica, “rimodulazione” delle ore d’insegnamento (cioè riduzione a 40 minuti con aggravio del numero di classi e di lavoro collegiale), formazione in sevizio incentrata solo sulle tecnologie digitali, uso di mezzi propri per la didattica a distanza sono temi che mettono in discussione lo statuto professionale e l’orario di lavoro e non possono essere decisi per decreto.
Per quanto riguarda gli alunni disabili, le Linee guida sono molto generiche e trattano solo di dispositivi di protezione, tuttavia citano la possibilità di accomodamenti ragionevoli per garantire a tali allievi la presenza quotidiana in aula.
Quali potranno essere questi accomodamenti non si sa, ma certo l’accento posto sulla loro presenza quotidiana a scuola sospettare che essa, per gli altri studenti, non ci sarà.
giovedì 25 giugno 2020
I PROFITTI DELLA GRANDE DISTRIBUZIONE
E' successo a Pisa ma poteva capitare in tutta Italia,ma anche in tutto o quasi il mondo soprattutto quello consumista e capitalista occidentale,ed è capitato in un supermercato Esselunga così come in un qualsiasi altro grosso nome della grande catena di distribuzione.
Che nei mesi Covid 19 hanno avuto ricavi ottimi,così come gli aumenti dei prezzi che hanno fatto lievitare soprattutto frutta e verdura e i detergenti per la pulizia della casa e per l'igiene,a fronte di condizioni lavorative del personale peggiorate sempre più.
Con milioni di persone che non hanno avuto lo stipendio,che in molti casi stanno aspettando la cassa integrazione e col palliativo tentativo dello Stato di porre rimedio al classico"cosa portare in tavola"con insufficienti buoni spesa.
L'articolo di Infoaut(precariato-sociale )parla sì dei carrelli ribaltati davanti alla direzione dell'Esselunga in Toscana ma anche della spremitura dei produttori agricoli con i prezzi del latte e delle derrate agricole ai limiti dell'indecenza,dei trasportatori,del facchinaggio e dei corrieri costretti a turni massacranti,e le percentuali di guadagno della gdo(la grande distribuzione organizzata)che fa lievitare il prezzo finale del prodotto.
Dentro i carrelli vuoti dell’Esselunga.
Che nella pandemia Covid 19 non fossimo tutti sulla stessa barca era chiaro dall’inizio.
Ma che dopo tre mesi di lockdown gli unici a guadagnare fossero le catene della grande distribuzione organizzata, di fronte a milioni di persone improvvisamente ritrovatesi a fare i conti con gli stenti dalla mancanza di cassa integrazione o a stipendio ridotto, rappresenta un vero e proprio pugno nello stomaco.
Il governo Conte a marzo vara un decreto con il quale consegna 400 milioni di euro per buoni spesa e pacchi alimentari, che non riescono a sfamare neanche la metà dei richiedenti, ma in compenso quelle risorse pubbliche finiscono in tasca ai supermercati. Che beneficiano della quarantena forzata anche aumentando vertiginosamente i prezzi delle merci che “tirano”: frutta e verdura, ma anche prodotti dell’igiene intima e per la pulizia domestica. Gli incassi salgono del 20 per cento a livello nazionale. E il “popolo” che fa? Aspetta che l’Inps dia un segno di vita, si stressa telefonando centinaia di volte agli uffici pubblici per fare domande per i bonus, fruga gli ultimi risparmi, si indebita con amici e parenti. Ma soprattutto “rinuncia”. C’è una grande privazione di massa che segna i nervi di tutti coloro che sono stati discriminati dall’utilizzo dei fondi pubblici. Le grandi imprese, le società commerciali e finanziarie, gli “ultimi padroni” si lamentano col governo, e ottengono iniezioni economiche per miliardi di euro, libertà di “non pagare”, sconti e detrazioni, mano libera nello sfruttare i dipendenti, anche a costo della salute pubblica. Invece chi campa della sua fatica è stato condannato ad una attesa fatta di ulteriore sacrifico.
Anche a Pisa, come in tutta Italia, per tre mesi la risposta sotterranea ma fortissima è stata quella di organizzare tre punti di distribuzione di quartiere e condivisione di tutto quello che è stato possibile raccogliere, di cibo e altri oggetti. Più di centocinquanta nuclei familiari, circa 450 persone, si sono conosciute in queste attività e ognuno a suo modo ha contribuito per non lasciare nessuno senza la spesa in tavola. Ci sono persone che già erano abituate a lottare per ottenere dai servizi sociali quei contributi necessari a pagare le tante cose indispensabili rese care da mercato. Ma ce ne sono tantissime nuove che, in attesa di cassa integrazione, non si erano mai ritrovate a fare i conti con questa penuria. Le raccolte alimentari stanno continuando, ma il numero e la varietà dei bisogni crescono rapidamente, nel mentre che lo Stato continua ad evitare di coprire le spese sociali della popolazione.
La grande distribuzione in questi mesi di Corona virus ha scoperto la fragilità del suo ruolo. Quello che sembrava un tempio del consumo, dove le persone incantate da pubblicità e obbligate dalle regole del commercio multinazionale spendevano e compravano, si è rivelato un gigante dai piedi d’argilla. Le proteste dei dipendenti, cassieri e magazzinieri, per lo sforzo non ripagato ma anzi peggiorato a causa di turni estenuanti e retribuzioni magre. Lo sfruttamento dei braccianti, che hanno iniziato a scioperare e rivendicare documenti e condizioni sociali dignitose. I facchini delle logistica che hanno continuato sempre a lavorare col rischio di contrarre il Covid 19 per spostare le milioni di merci necessarie; i produttori agricoli schiacciati dalle aste al ribasso della catene commerciali costretti a buttare via i prodotti; le difficoltà legate ai trasporti nella crisi della mobilità indotta dal rischio contagio. Anelli di una catena che si mostra per tutta la propria nocività e alla fine dei conti pericolosità di un modello fatto per sviluppare i fondi d’investimento, più che per “nutrire” la popolazione.
Era ovvio che prima o poi qualcuno iniziasse direttamente a porre il problema. Infatti ieri pomeriggio verso le 17 si è svolta dentro al grande centro commerciale di Pisanova una “strana” dimostrazione. Circa cento persone hanno preso i carrelli della spesa entrando nell’Esselunga. Si è formata una lunghissima fila di “carrelli vuoti” che si sono posizionati prima di fronte alle casse e poi di fronte al box informazioni. Le richieste talmente semplici e di buon senso da sorprendere la massa dei consumatori presenti erano: non sprecare più nulla, ma redistribuire. Abbassare i prezzi delle merci necessarie rendendoli fruibili a tutta la popolazione. Contribuire con i guadagni della Grande Distribuzione al pagamento dei Buoni Spesa e dei Pacchi Alimentari.
I carrelli vuoti sono usciti dalle corsie piene di merci, ma la normale tentazione di prendere il necessario non potendo però acquistarlo è stata combattuta questa volta non con lo spirito di sacrificio individuale, col “magone” allo stomaco di chi per l’ennesima volta rinuncia “perché non può permetterselo”. È esplosa, questa volta. I carrelli vuoti si sono ribaltati e ammassati di fronte agli uffici della direzione. La fila si è scomposta cambiando lo scenario da tempio del consumo ad agorà pubblica. Una cosa bellissima. Non più fretta e stress, ma per due ore i consumatori hanno scioperato dal loro “compito”. Hanno preso parola tante voci che hanno raccontato il proprio vissuto e scoperto le ingiustizie subite in questi mesi, in questi anni. “Un kg di clementine ha 2,20 euro di prezzo al supermercato. La Grande Distribuzione Organizzata lo paga 0,67, risparmia sulla forza lavoro e sui costi di trasporto.” “I fatturati sono aumentati del 19 per cento in questi ultimi due mesi”. “A Pisa 700mila euro di soldi pubblici sono finiti in tasca ai supermercati con i buoni spesa, nel mentre diecimila persone hanno potuto usufruire del buono solo una volta, ed altre migliaia sono state escluse”. Il numero e il contenuto della presenza sociale ha spiazzato letteralmente le cattive abitudini del supermercato, il “corri, scegli, paga e vai via”. Le decine di persone hanno manifestato non carità ma pretesa di cambiamento di un rapporto tutto sbilanciato a favore dei pochissimi proprietari del mercato. “Non è possibile speculare sulle disgrazie altrui”, questo era il ricorrente motivo della indignazione pubblica.
Ma a ratificare l’inizio di un movimento è la percezione di sostegno, complicità e riconoscimento che è avvenuto dentro l’atrio del centro commerciale, da parte di centinaia di altri consumatori che hanno applaudito, preso il volantino, discusso coi presenti. Non considerare più un problema individuale quello di avere difficoltà a comprare le cose necessarie, quello di compromettere la qualità della spesa, quello di fregarsene delle conseguenze degli acquisti su chi lavora. Non considerare più normale che i prezzi vengano alzati, ma discutere, monitorare, reclamare e contestare la falsa natura delle regole del commercio. Non considerare più normale accettare di vivere lo spazio urbano secondo i ritmi imposti dal portafoglio, e decidere invece di fermarsi e di socializzare, di farsi delle domande e soprattutto di avere delle risposte.
Le risposte ieri però dal vertice dell’Esselunga non sono arrivate. A un certo punto sono spuntati militari, e personale di polizia in borghese della digos, chiamate per verificare quanto stava accadendo. Hanno preso semplicemente atto che tantissime famiglie hanno iniziato a pretendere giustizia da chi in questi mesi ha continuato a buttare via ogni sera quintali di cibo, da chi ha aumentato i prezzi nel mentre migliaia di persone campano con le collette alimentari, da chi non ha dato un euro dei milioni che ha a disposizione per contribuire al benessere della comunità.
Queste risposte non sono arrivate ieri sera, ma c’è da scommettere che le domande aumenteranno.
Da Riscatto
Che nei mesi Covid 19 hanno avuto ricavi ottimi,così come gli aumenti dei prezzi che hanno fatto lievitare soprattutto frutta e verdura e i detergenti per la pulizia della casa e per l'igiene,a fronte di condizioni lavorative del personale peggiorate sempre più.
Con milioni di persone che non hanno avuto lo stipendio,che in molti casi stanno aspettando la cassa integrazione e col palliativo tentativo dello Stato di porre rimedio al classico"cosa portare in tavola"con insufficienti buoni spesa.
L'articolo di Infoaut(precariato-sociale )parla sì dei carrelli ribaltati davanti alla direzione dell'Esselunga in Toscana ma anche della spremitura dei produttori agricoli con i prezzi del latte e delle derrate agricole ai limiti dell'indecenza,dei trasportatori,del facchinaggio e dei corrieri costretti a turni massacranti,e le percentuali di guadagno della gdo(la grande distribuzione organizzata)che fa lievitare il prezzo finale del prodotto.
Dentro i carrelli vuoti dell’Esselunga.
Che nella pandemia Covid 19 non fossimo tutti sulla stessa barca era chiaro dall’inizio.
Ma che dopo tre mesi di lockdown gli unici a guadagnare fossero le catene della grande distribuzione organizzata, di fronte a milioni di persone improvvisamente ritrovatesi a fare i conti con gli stenti dalla mancanza di cassa integrazione o a stipendio ridotto, rappresenta un vero e proprio pugno nello stomaco.
Il governo Conte a marzo vara un decreto con il quale consegna 400 milioni di euro per buoni spesa e pacchi alimentari, che non riescono a sfamare neanche la metà dei richiedenti, ma in compenso quelle risorse pubbliche finiscono in tasca ai supermercati. Che beneficiano della quarantena forzata anche aumentando vertiginosamente i prezzi delle merci che “tirano”: frutta e verdura, ma anche prodotti dell’igiene intima e per la pulizia domestica. Gli incassi salgono del 20 per cento a livello nazionale. E il “popolo” che fa? Aspetta che l’Inps dia un segno di vita, si stressa telefonando centinaia di volte agli uffici pubblici per fare domande per i bonus, fruga gli ultimi risparmi, si indebita con amici e parenti. Ma soprattutto “rinuncia”. C’è una grande privazione di massa che segna i nervi di tutti coloro che sono stati discriminati dall’utilizzo dei fondi pubblici. Le grandi imprese, le società commerciali e finanziarie, gli “ultimi padroni” si lamentano col governo, e ottengono iniezioni economiche per miliardi di euro, libertà di “non pagare”, sconti e detrazioni, mano libera nello sfruttare i dipendenti, anche a costo della salute pubblica. Invece chi campa della sua fatica è stato condannato ad una attesa fatta di ulteriore sacrifico.
Anche a Pisa, come in tutta Italia, per tre mesi la risposta sotterranea ma fortissima è stata quella di organizzare tre punti di distribuzione di quartiere e condivisione di tutto quello che è stato possibile raccogliere, di cibo e altri oggetti. Più di centocinquanta nuclei familiari, circa 450 persone, si sono conosciute in queste attività e ognuno a suo modo ha contribuito per non lasciare nessuno senza la spesa in tavola. Ci sono persone che già erano abituate a lottare per ottenere dai servizi sociali quei contributi necessari a pagare le tante cose indispensabili rese care da mercato. Ma ce ne sono tantissime nuove che, in attesa di cassa integrazione, non si erano mai ritrovate a fare i conti con questa penuria. Le raccolte alimentari stanno continuando, ma il numero e la varietà dei bisogni crescono rapidamente, nel mentre che lo Stato continua ad evitare di coprire le spese sociali della popolazione.
La grande distribuzione in questi mesi di Corona virus ha scoperto la fragilità del suo ruolo. Quello che sembrava un tempio del consumo, dove le persone incantate da pubblicità e obbligate dalle regole del commercio multinazionale spendevano e compravano, si è rivelato un gigante dai piedi d’argilla. Le proteste dei dipendenti, cassieri e magazzinieri, per lo sforzo non ripagato ma anzi peggiorato a causa di turni estenuanti e retribuzioni magre. Lo sfruttamento dei braccianti, che hanno iniziato a scioperare e rivendicare documenti e condizioni sociali dignitose. I facchini delle logistica che hanno continuato sempre a lavorare col rischio di contrarre il Covid 19 per spostare le milioni di merci necessarie; i produttori agricoli schiacciati dalle aste al ribasso della catene commerciali costretti a buttare via i prodotti; le difficoltà legate ai trasporti nella crisi della mobilità indotta dal rischio contagio. Anelli di una catena che si mostra per tutta la propria nocività e alla fine dei conti pericolosità di un modello fatto per sviluppare i fondi d’investimento, più che per “nutrire” la popolazione.
Era ovvio che prima o poi qualcuno iniziasse direttamente a porre il problema. Infatti ieri pomeriggio verso le 17 si è svolta dentro al grande centro commerciale di Pisanova una “strana” dimostrazione. Circa cento persone hanno preso i carrelli della spesa entrando nell’Esselunga. Si è formata una lunghissima fila di “carrelli vuoti” che si sono posizionati prima di fronte alle casse e poi di fronte al box informazioni. Le richieste talmente semplici e di buon senso da sorprendere la massa dei consumatori presenti erano: non sprecare più nulla, ma redistribuire. Abbassare i prezzi delle merci necessarie rendendoli fruibili a tutta la popolazione. Contribuire con i guadagni della Grande Distribuzione al pagamento dei Buoni Spesa e dei Pacchi Alimentari.
I carrelli vuoti sono usciti dalle corsie piene di merci, ma la normale tentazione di prendere il necessario non potendo però acquistarlo è stata combattuta questa volta non con lo spirito di sacrificio individuale, col “magone” allo stomaco di chi per l’ennesima volta rinuncia “perché non può permetterselo”. È esplosa, questa volta. I carrelli vuoti si sono ribaltati e ammassati di fronte agli uffici della direzione. La fila si è scomposta cambiando lo scenario da tempio del consumo ad agorà pubblica. Una cosa bellissima. Non più fretta e stress, ma per due ore i consumatori hanno scioperato dal loro “compito”. Hanno preso parola tante voci che hanno raccontato il proprio vissuto e scoperto le ingiustizie subite in questi mesi, in questi anni. “Un kg di clementine ha 2,20 euro di prezzo al supermercato. La Grande Distribuzione Organizzata lo paga 0,67, risparmia sulla forza lavoro e sui costi di trasporto.” “I fatturati sono aumentati del 19 per cento in questi ultimi due mesi”. “A Pisa 700mila euro di soldi pubblici sono finiti in tasca ai supermercati con i buoni spesa, nel mentre diecimila persone hanno potuto usufruire del buono solo una volta, ed altre migliaia sono state escluse”. Il numero e il contenuto della presenza sociale ha spiazzato letteralmente le cattive abitudini del supermercato, il “corri, scegli, paga e vai via”. Le decine di persone hanno manifestato non carità ma pretesa di cambiamento di un rapporto tutto sbilanciato a favore dei pochissimi proprietari del mercato. “Non è possibile speculare sulle disgrazie altrui”, questo era il ricorrente motivo della indignazione pubblica.
Ma a ratificare l’inizio di un movimento è la percezione di sostegno, complicità e riconoscimento che è avvenuto dentro l’atrio del centro commerciale, da parte di centinaia di altri consumatori che hanno applaudito, preso il volantino, discusso coi presenti. Non considerare più un problema individuale quello di avere difficoltà a comprare le cose necessarie, quello di compromettere la qualità della spesa, quello di fregarsene delle conseguenze degli acquisti su chi lavora. Non considerare più normale che i prezzi vengano alzati, ma discutere, monitorare, reclamare e contestare la falsa natura delle regole del commercio. Non considerare più normale accettare di vivere lo spazio urbano secondo i ritmi imposti dal portafoglio, e decidere invece di fermarsi e di socializzare, di farsi delle domande e soprattutto di avere delle risposte.
Le risposte ieri però dal vertice dell’Esselunga non sono arrivate. A un certo punto sono spuntati militari, e personale di polizia in borghese della digos, chiamate per verificare quanto stava accadendo. Hanno preso semplicemente atto che tantissime famiglie hanno iniziato a pretendere giustizia da chi in questi mesi ha continuato a buttare via ogni sera quintali di cibo, da chi ha aumentato i prezzi nel mentre migliaia di persone campano con le collette alimentari, da chi non ha dato un euro dei milioni che ha a disposizione per contribuire al benessere della comunità.
Queste risposte non sono arrivate ieri sera, ma c’è da scommettere che le domande aumenteranno.
Da Riscatto
martedì 23 giugno 2020
I NUMERI IMPRESSIONANTI DEI CONTAGIATI NEL MONDO
Mentre l'Italia finalmente ha numeri,sia sommersi che non,in calo rispetto alle ultime settimane riguardo i malati ed i decessi per coronavirus,il resto del mondo sta negli ultimi giorni affrontando un aumento record dei casi,soprattutto in America del Sud,col Brasile in testa con cifre impressionanti.
Proprio lo stato amazzonico assieme a Gran Bretagna e Usa è uno di quelli col più alto numero di contagiati e di vittime,frutto come già detto in precedenza(madn il-trio-degli-incapaci )delle politiche poco lungimiranti dei tre leaders,Bolsonaro,Johnson e Trump che hanno sottovalutato la situazione così come avevamo fatto noi dopo l'esempio della Cina.
L'articolo(contropiano epidemia-raccontata-quella-reale )riflette su questo e sulla nostra di situazione,con oltre 35mila vittime accertate,molte di meno di quelle che non saranno mai certificate come conseguenza del Covid 19,con ancora molti limiti si conoscenza su questa pandemia che vede litigare gli stessi scienziati sulla presunta perdita di virulenza e sulle cure da attuare.
L’epidemia raccontata e quella reale.
di Massimo Zucchetti
Lo so, che dopo sei mesi non se ne può più.
Ieri comunque è stato il giorno peggiore da sempre dell’epidemia, con oltre 180.000 contagiati. Di cui quasi un terzo (55.000) in Brasile. Contagiati “ufficiali”, diagnosticati con test. Non so dire quanti siano quelli reali.
Quando ci ripetiamo il giusto mantra “oramai il virus ha perso potenza”, raccontiamocela giusta:
“L’epidemia in Italia si è estremamente ridotta. I nuovi contagiati hanno spesso carica virale molto bassa, sono comunque poche centinaia, mentre nei giorni peggiori erano parecchie migliaia. I morti sono poche decine al giorno, mentre a fine marzo erano 800. Tra l’altro, buona parte di questa retroguardia è in una sola regione”.
Poi magari, con spirito internazionalista, uno potrebbe aggiungere:
“Questo non vuol dire che il virus in sé si sia indebolito, come provano il picco di contagi nel mondo ieri, e le parecchie migliaia di morti ogni giorno. Preoccupa anche la crescita dei contagi in molte nazioni di Sud America, Africa e Asia che sembravano quasi indenni, e dove le possibilità di cura sono scarse.”
Poi, guardando il passato recente, onestamente si potrebbe dire:
“L’Italia l’ha pagata molto cara (quasi 35.000 morti registrati, probabilmente 45/50mila reali vedendo i dati ISTAT di marzo/aprile) ma grazie al lockdown, ai miracoli della nostra Sanità, e al comportamento responsabile della grande maggioranza dei cittadini, l’abbiamo sfangata nonostante alcuni politici regionali e una frangia di imbecilli ed irresponsabili di vario tipo abbiano fatto del loro peggio per far andar male le cose”.
Poi, per quanto mi riguarda, il distanziamento sociale è stata una bella novità, tanto è vero che in forma magari meno accentuata continuo e continuerò a praticarlo.
Proprio lo stato amazzonico assieme a Gran Bretagna e Usa è uno di quelli col più alto numero di contagiati e di vittime,frutto come già detto in precedenza(madn il-trio-degli-incapaci )delle politiche poco lungimiranti dei tre leaders,Bolsonaro,Johnson e Trump che hanno sottovalutato la situazione così come avevamo fatto noi dopo l'esempio della Cina.
L'articolo(contropiano epidemia-raccontata-quella-reale )riflette su questo e sulla nostra di situazione,con oltre 35mila vittime accertate,molte di meno di quelle che non saranno mai certificate come conseguenza del Covid 19,con ancora molti limiti si conoscenza su questa pandemia che vede litigare gli stessi scienziati sulla presunta perdita di virulenza e sulle cure da attuare.
L’epidemia raccontata e quella reale.
di Massimo Zucchetti
Lo so, che dopo sei mesi non se ne può più.
Ieri comunque è stato il giorno peggiore da sempre dell’epidemia, con oltre 180.000 contagiati. Di cui quasi un terzo (55.000) in Brasile. Contagiati “ufficiali”, diagnosticati con test. Non so dire quanti siano quelli reali.
Quando ci ripetiamo il giusto mantra “oramai il virus ha perso potenza”, raccontiamocela giusta:
“L’epidemia in Italia si è estremamente ridotta. I nuovi contagiati hanno spesso carica virale molto bassa, sono comunque poche centinaia, mentre nei giorni peggiori erano parecchie migliaia. I morti sono poche decine al giorno, mentre a fine marzo erano 800. Tra l’altro, buona parte di questa retroguardia è in una sola regione”.
Poi magari, con spirito internazionalista, uno potrebbe aggiungere:
“Questo non vuol dire che il virus in sé si sia indebolito, come provano il picco di contagi nel mondo ieri, e le parecchie migliaia di morti ogni giorno. Preoccupa anche la crescita dei contagi in molte nazioni di Sud America, Africa e Asia che sembravano quasi indenni, e dove le possibilità di cura sono scarse.”
Poi, guardando il passato recente, onestamente si potrebbe dire:
“L’Italia l’ha pagata molto cara (quasi 35.000 morti registrati, probabilmente 45/50mila reali vedendo i dati ISTAT di marzo/aprile) ma grazie al lockdown, ai miracoli della nostra Sanità, e al comportamento responsabile della grande maggioranza dei cittadini, l’abbiamo sfangata nonostante alcuni politici regionali e una frangia di imbecilli ed irresponsabili di vario tipo abbiano fatto del loro peggio per far andar male le cose”.
Poi, per quanto mi riguarda, il distanziamento sociale è stata una bella novità, tanto è vero che in forma magari meno accentuata continuo e continuerò a praticarlo.
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