sabato 21 ottobre 2017

IL REFERENDUM IN LOMBARDIA E VENETO

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Domani ci sarà il quesito referendario in due tra le regioni più ricche e popolose dell'Italia,e dalle 7 alle 23 si potrà votare in Lombardia ed in Veneto per avere maggiore legittimazione per trattare con lo Stato in materia di autonomia e di trattenute fiscali in loco.
Essendo un referendum consultivo non ci sarà bisogno della maggioranza in Lombardia mentre per il Veneto è richiesto il 50% più uno dei votanti aventi diritto(a differenza della Lombardia l'iniziativa non è passata con una mozione votata a maggioranza qualificata dal Consiglio regionale).
Nei due articoli proposti due modi differenti di vedere ed interpretare questi quesiti:nel primo uno schieramento di sinistra del Veneto(Sanca)che è propenso per il si(popoff referendum )e nel secondo un invito più per l'astensione che per un no(contropiano limbroglio-del-referendum-lombardo-veneto ).
Partendo dal fatto che quando c'è una consultazione popolare votare è la scelta più giusta,che sia elezione,referendum o voto consultivo,la vittoria del si appare scontata mentre ci sarà curiosità sulla percentuale dei votanti.
Personalmente andrò al voto e probabilmente sarà un si anche se contro le indicazioni dei partiti a me più affini ma che non hanno ancora capito e colto l'occasione di espandere la propria politica oltre muri creatisi e momentaneamente invalicabili,non riuscendo a capire le migliori opportunità per gli abitanti di queste regioni che non necessariamente voglia dire di abbandonare le altre zone dell'intero Stato.

Referendum Veneto, Sanca: l’autonomia non è di destra.

Referendum Veneto. Intervista con gli indipendentisti di Sanca: «Siamo di sinistra e sostenere che chi vota il 22 stia con Zaia è nel migliore dei casi fuorviante»

da Vicenza, Enrico Baldin

Prendere in mano il processo di autonomia senza lasciare al solo Zaia la facoltà di dialogare col governo centrale. Pare essere questa la linea guida con cui Sanca (che in Veneto significa sinistra, ndr) sta facendo in queste settimane campagna per il SI al referendum del 22 ottobre. «Dobbiamo assicurarci che la voce di sinistra per l’autonomia sia rappresentata» dice ai microfoni di Popoff il vicepresidente di Sanca Veneta, il vicentino Stefano Zambon, che è anche membro del bureau (la segreteria) della EFAy, la giovanile della European Free Alliance. Con Zambon ci sono anche rappresentanti catalani, baschi, corsi, scozzesi ecc. Zambon si dice convinto che l’autonomia non sia affatto un tema di destra. Lo abbiamo intervistato.

Zambon, Sanca è di sinistra ma in questo caso sta con Zaia. Non avete le idee un po’ confuse?

Tutt’altro, abbiamo le idee chiarissime. Siamo di sinistra e abbiamo a cuore il futuro della nostra terra e comunità. Sostenere che chi vota il 22 stia con Zaia è nel migliore dei casi fuorviante. Esattamente come quando coloro che votarono No al referendum costituzionale del 4 dicembre vennero accusati di stare coi fascisti.

Siete perché il Veneto abbia maggiori forme di autonomia. In questo la vostra posizione è la stessa di Zaia?

Zaia vuole l’autonomia per mantenere le cose come stanno ora, per uno status quo. Noi vogliamo un’autonomia per rivoluzionare il Veneto. In queste settimane, col comitato VIVA (costituito da persone e soggetti di sinistra per il SI, ndr), abbiamo organizzato eventi in città venete per spiegare che solo con l’autonomia possiamo davvero mettere al centro della politica veneta gli interessi di chi lavora e vive in Veneto.

Sinistra è da sempre sinonimo di equità e solidarietà. Non pensa che una reale autonomia sottrarrebbe risorse destinate alle aree più povere del paese?

No perché lo stesso Stato italiano si è dimostrato incapace di garantire quell’equità e solidarietà, favorendo invece sprechi, clientelismo e malaffare. Il residuo fiscale veneto è una “rapina sociale” che ha dirottato risorse che potevano essere destinate a fronteggiare le tante situazioni di estrema povertà presenti in veneto. Responsabilizzare l’autogoverno delle Regioni può essere la soluzione a questo.

Ma anche in Veneto si sono visti sprechi, corruzione e malaffare. Credo non ci sia bisogno di elencarli.

Non vogliamo solo una maggiore responsabilizzazione della politica. Vogliamo una maggiore responsabilizzazione dei Veneti e dei cittadini. Accorciare la distanza tra politico e cittadino aiuta quest’ultimo a controllare maggiormente la gestione della cosa pubblica.

A proposito di sprechi. In molti polemizzano coi soldi usati per istituire questo referendum, quando invece si sarebbe potuto intavolare una trattativa col governo senza consultazioni. Che ne pensa?

La democrazia ha i suoi costi, che non possono essere barattati per efficienza economica. Sennò la nostra sarebbe una tecnocrazia autoritaria come quella di Singapore. E poi il referendum veneto costa 14 milioni, sarebbe costato meno se il governo non avesse più volte rifiutato di fare l’accorpamento in election day. Il miglior modo per non sprecare quel denaro è andare a votare. Astenersi è sprecare il denaro.

Ma se vincesse il Sì, dal 23 ottobre voi che cosa fareste al posto di Zaia?

Andremmo a chiedere che il Veneto si prenda la responsabilità di tutte le materie di legislazione concorrenti tra Stato e Regione.

E poi?

E poi ci aspettiamo che il sentimento a favore dell’autogoverno aumenti, portandoci a spingere perché le materie di competenza vadano oltre l’articolo 117 della Costituzione. Ci aspettiamo che anche i settori progressisti della società veneta portino i loro contenuti: rinvigorire la democrazia veneta decentralizzando, con una cessione di poteri ai municipi e alle città metropolitane. E investire in sanità, educazione, infrastrutture, garantendo equità e pari opportunità tra tutti i cittadini veneti.

Ma voi di Sanca vi sentite di dare il mandato a Zaia di condurre le trattative per aumentare il grado di autonomia del Veneto? Ritenete che Zaia sia la persona giusta per avviare il dialogo col governo centrale?

Ovviamente non riteniamo Zaia la persona giusta. Dobbiamo però renderci conto che se oggi il tema dell’autonomia e la negoziazione sono in mano a Zaia, questo è in larga parte a causa di una sinistra veneta asservita alle segreterie nazionali e incapace di trattare un tema tanto caro ai Veneti. La sinistra oggi deve prendere il timone della situazione, deve mettere la giusta pressione e portare i suoi contenuti.

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L’imbroglio del referendum lombardo-veneto.

di Giorgio Cremaschi
Le stesse forze politiche che, contrapposte, si candidano al governo del paese e che si scontrano sulla nuova legge elettorale, sostengono unanimi i referendum per l’autonomia che si terranno in Lombardia e Veneto il 22 ottobre.

Non è vero dunque che le due consultazioni siano un puro patrimonio leghista, anche se così vengono presentate. In Lombardia il referendum è stato approvato da tutto il centrodestra e dai cinque stelle. Il Partito democratico, inizialmente contrario, ha poi cambiato posizione: il sindaco Sala di Milano, il futuro candidato alla regione ora sindaco di Bergamo, Gori, insieme a tanti altri si sono pronunciati per il SI.

Nel Veneto il PD si è astenuto sul referendum, poi ha dato indicazione per il SI, tutte le altre formazioni politiche hanno la stessa posizione dei loro omologhi lombardi. In sintesi in Lombardia e Veneto Renzi, Berlusconi, Di Maio e persino Meloni, almeno tramite i loro referenti locali, sono d’accordo con il referendum di Salvini, Maroni e Zaia. È l’unità regionale totale. Che ora il PD vorrebbe estendere anche in Emilia Romagna ed in Puglia, con analoghe consultazioni.

In Lombardia e Veneto le sole voci fortemente contrarie vengono dalla sinistra non rappresentata nei parlamentini regionali, da movimenti sociali, da sindacati di base come USB, voci troppo flebili per rompere la monotonia di una campagna elettorale inquietante, dove è in campo solo il SI sostenuto con ingenti finanziamenti dalle istituzioni regionali.

Ma se sono tutti d’accordo i principali schieramenti politici delle due regioni, a che serve il referendum? La domanda ha una risposta scontata da parte dei presidenti regionali: il voto serve a far contare il popolo. É vero? Assolutamente no.

I due quesiti referendari non fanno domande precise, le uniche sulle quali il pronunciamento popolare potrebbe davvero decidere e contare. Avete presente il nostro referendum costituzionale, quello sulla Brexit, quello greco sul memorandum della Troika, quello sulla indipendenza della Catalogna? Ecco, quelle consultazioni con il voto del Lombardo-Veneto non c’entrano nulla. Quelli sono stati pronunciamenti con domande chiare che esigevano altrettante risposte chiare; e infatti la politica poi ha fatto molta fatica a reggere il responso popolare, anzi a volte lo ha rinnegato proprio.

Questo rischio, per i referendum sull’autonomia, non si corre: essi non chiedono nulla e quindi, quale che sia, la risposta popolare ad essi nulla conterà. Per quelle forze politiche italiane abituate a tradire i propri programmi un minuto dopo averli varati, questo voto è perfetto. Tutti impegnati senza veri impegni.

Il quesito veneto è semplicissimo: volete più autonomia? Quello lombardo, evidentemente frutto di qualche consulenza giuridica più meditata, accenna al rispetto dell’unità nazionale, della Costituzione e esplicita la richiesta di maggiori risorse.

Quali? Qui c’è l’ imbroglio.

L’Italia ha il fiscal compact, quello che Renzi e Salvini dicono di voler cambiare, direttamente inserito nella Costituzione. La modifica dell’articolo 81 è un atto devastante della nostra democrazia, compiuto quasi alla unanimità dal parlamento precedente a quello attuale. Assieme alla costituzionalizzazione dell’austerità ci sono poi il patto di stabilità che distrugge l’autonomia di spesa degli enti locali e il controllo diretto della UE sui bilanci pubblici.

Come si fa a chiedere più autonomia per le regioni, se tutto il meccanismo di governo imposto dalla austerità europea nega ogni libertà di spesa a tutte le istituzioni della Repubblica?

Maroni e Zaia sono al governo delle due regioni più ricche del paese, che assieme hanno un quarto della popolazione. Immaginate una loro iniziativa istituzionale per cancellare il fiscal compact e il patto di stabilità. Questa sì che avrebbe bisogno del consenso del popolo, proprio perché si tratterebbe di imporre allo Stato una diversa politica economica, anche in conflitto con i vincoli UE.

Ma la Lega nord e tutte le principali forze politiche italiane sono oggi “europeiste”. Meglio quindi chiedere una autonomia che in realtà non è permessa a nessuno, meglio fare domande che non vogliono dire nulla nel sistema economico governato dalla troika. Meglio un referendum finto che impegnarsi davvero in un conflitto col potere centrale. Questo si fa sui venti migranti ospitati a San Colombano, non sulle spese per lo stato sociale.

I referendum lombardo e veneto non propongono alcuna revisione reale delle spese dello Stato e delle regioni, alludono soltanto a più soldi al nord e meno al sud; ma anche in questo imbrogliano, perché con il vincolo europeo di bilancio – che Maroni e Zaia accettano – neanche una redistribuzione iniqua delle risorse potrebbe essere fatta. Si taglia dappertutto e basta.

Dunque il quesito sull’autonomia è fasullo, però dietro di esso se ne nasconde uno vero, che non a caso ha raccolto grande consenso nel mondo imprenditoriale. La domanda nascosta è: visto che l’austerità istituzionale vincola rigidamente il bilancio della regione, possiamo riconquistare autonomia privatizzando?

Trasporti, servizi sociali, istruzione e soprattutto la sanità nelle due regioni a guida leghista sono sempre più regalati al mercato. I milioni di malati cronici della Lombardia saranno affidati ad un gestore privato che avrà il compito di amministrare le loro cure, naturalmente trovando il modo di farci profitti. In Veneto l’appalto ai privati della costruzione e della gestione di uno dei più grandi ospedali della regione è diventato un bengodi senza precedenti per gli affari. La regione Lombardia è più sollecita della ministra Fedeli nell’offrire alle aziende il lavoro gratis degli studenti nell’alternanza scuola lavoro.

Il “Si” chiesto da Maroni e Zaia serve dunque prima di tutto a questo: ad approvare la connessione sempre più stretta tra politica ed affari e la privatizzazione dello stato sociale e dei servizi pubblici, ove Lombardia e Veneto sono all’avanguardia.

I due referendum autonomisti sono un imbroglio a diversi strati di inganni, il cui solo scopo è creare consenso al sistema di potere che governa le due regioni più ricche d’Italia. Che tutte le principali forze politiche delle due regioni siano d’accordo, è solo un ulteriore segno del degrado della nostra democrazia.

venerdì 20 ottobre 2017

LA CINA TRA COMUNISMO E LIBERISMO


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Il diciannovesimo congresso del Partito Comunista Cinese,numericamente la più grande organizzazione politica al mondo con i suoi 90 milioni di iscritti,molto probabilmente sceglierà alla fine dei lavori nuovamente l'attuale segretario generale e Presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping insignito della carica.
Una Cina sempre più forte ma che ha ancora delle diseguaglianze e la povertà è diffusa in alcune sue zone,un territorio enorme con una popolazione di oltre un miliardo e trecento milioni di abitanti:l'attuale leader continua la sua lotta contro una corruzione ancora forte e percepita dalla popolazione oltre che evolversi sul piano industriale creando innovazione e non solo copiando o essere complice del capitalismo globale che bisogna ammetterlo toglie lavoro in altri luoghi del pianeta.
Anche il problema dell'inquinamento ora viene preso molto sul serio visto che negli ultimi anni le morti per l'eccessivo smog e per un aria irrespirabile soprattutto nelle metropoli sono aumentate a dismisura,e si sta cercando di porre limiti a questo disastro che ha carattere globale.
A margine si parlerà sicuramente della questione nord coreana e delle alleanze sempre più fitte con la Russia per rompere l'egemonia americana su scala mondiale ed un aumento delle capacità e degli armamenti di un esercito che non ha gli stessi parametri di altri.
Articolo preso da Contropiano(internazionale news )cui aggiungo questo(infoaut cosa-ci-dice-il-discorso-di-xi-jinping-sulla-cina-e-il-mondo-del-futuro ).

Lo stato del Partito nella Cina globale. Il Congresso del Pcc.

di  Michelangelo Cocco* 
Il Partito comunista che autorevoli politologi hanno dato più volte per spacciato si appresta a celebrare il 19° congresso, a quasi cento anni dalla sua fondazione nel 1921 a Shanghai. E, contrariamente alle profezie di sventura, l’ascesa della Cina e i cambiamenti nell’assetto internazionale gli stanno restituendo un rinnovato protagonismo.

A tenere banco in queste ore sono soprattutto le previsioni sui nomi dei cinque nuovi membri del potentissimo Comitato permanente del Politburo che verranno scelti per affiancare il presidente Xi Jinping e il premier Li Keqiang. “Questo non è Game of Thrones!” ha sbottato il Quotidiano del popolo contro i media occidentali, tutti concentrati sul toto leader.

In effetti ciò che andrebbe analizzato con più attenzione, al di là dei pur rilevanti giochi della élite al comando, è la capacità del Pcc – nato avanguardia rivoluzionaria di intellettuali e militari e cresciuto fino a trasformarsi in una organizzazione di 90 milioni di iscritti che tiene assieme padroni e lavoratori – di gestire i processi di trasformazione in un paese di 1,4 miliardi di abitanti non ancora completamente uscito dalla povertà e segnato da profonde differenze regionali e diseguaglianze crescenti.

Ebbene negli ultimi cinque anni trascorsi tra il 18° congresso e quello che si apre dopo domani (oggi per chi legge, ndr) nella Grande sala del popolo di Pechino, il Partito si è auto inflitto una gigantesca mani pulite per combattere i tarli del malaffare; ha affrontato l’altrettanto perniciosa catastrofe ambientale; ha intrapreso un cambiamento di modello produttivo per portare l’economia cinese al livello di quelle più avanzate.

La Commissione centrale di vigilanza ha punito decine di migliaia di funzionari corrotti di ogni grado, stroncando la carriera anche ai principali avversari politici di Xi. Il governo centrale ha varato leggi e imposto direttive che hanno ridotto l’inquinamento atmosferico. I massicci investimenti in automazione e ricerca e sviluppo stanno trasformando l’ex fabbrica del mondo in un paese capace di sfornare brand innovativi, soprattutto nel settore hi-tech, e lanciarli sui mercati internazionali.

Sotto la guida di Xi il Pcc ha mostrato una straordinaria reattività nel circoscrivere e affrontare problemi potenzialmente esiziali per il Partito-Stato.

Il tutto è stato fatto con metodi autoritari che si iscrivono nella millenaria tradizione di governo del Paese e nella storia del Partito unico che lo governa ininterrottamente dal 1949.

D’ora in avanti sarà ancora più interessante seguire il vento che soffia a Pechino, in un mondo sempre più caratterizzato dal risorgere dei nazionalismi, nel quale si affermano leadership forti come quelle di Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan o longeve come quella di Angela Merkel, mentre Donald Trump mette a nudo le difficoltà strategiche degli Stati Uniti.

E Xi Jinping?

Nei suoi primi cinque anni da segretario generale ha attaccato la burocrazia, combattuto e ridotto al silenzio le fazioni all’interno del Pcc, ha creato e si è messo a capo di una serie influenti di comitati direttivi e ha diffuso il suo pensiero politico utilizzando tutti i media a disposizione, ha ristretto ulteriormente gli spazi di libertà a disposizione della società civile.
 Un accentramento indiretto del potere nelle mani del segretario generale, senza tuttavia un vero e proprio strappo alle regole non scritte del Partito riformato da Deng Xiaoping.

La leadership cinese affronta quotidianamente una realtà più instabile di quella che hanno davanti il presidente russo e suoi oligarchi, quello turco alfiere del neo-ottomanesimo e la cancelliera tedesca delle grandi e piccole coalizioni.

Chi guida la Cina di oggi è infatti costretto a fare i conti con la contraddizione tra un Partito-Stato che continua a garantire una parte rilevante di benessere e a rivendicare il controllo sull’economia, e un sistema produttivo al centro dei veloci e imprevedibili processi di globalizzazione.

Xi Jinping, la cui popolarità non accenna a diminuire, lo sta facendo con abilità, conciliando patriottismo, confucianesimo, maoismo e liberoscambismo, e alimentando l’aspirazione del popolo a far parte di una nazione finalmente “ricca e forte”, un traguardo rincorso da tutti i governi che si sono succeduti fin dal tentativo di riforma della dinastia Qing nel primo decennio del secolo scorso.

È questo il cosiddetto “sogno cinese” di Xi, che ha bisogno di un Partito più efficiente e verticistico.

Il 19° Congresso ci dirà se il Partito è disposto ad investire questo presidente di ulteriori poteri nel tentativo di realizzarlo.

*Direttore del Centro Studi sulla Cina Contemporanea, articolo ripreso da Cinaforum.it del 16 ottobre

RENZI,VISCO E LA BANCA D'ITALIA


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Il pasticcio delle banche ha provocato una sofferenza in Italia sia dal punto di vista sociale che economico,con la gente normale arrabbiata sia nel caso di una perdita diretta dei risparmi di una vita che quella indignata e solidale con tali soggetti,ma anche traumatizzata per via delle ingenti somme di denaro pubblico usato per salvare gli istituti di credito finiti gambe all'aria.
E'anche una questione morale quindi,e la decisione di Renzi e del Pd di non volere la riconferma di Visco alla guida della Banca d'Italia ha sollevato parecchio polverone in quanto lo stesso giullare fiorentino ha visto la sua ascesa ed il suo declino proprio grazie alle banche come spiegato nell'articolo preso da Contropiano(la-rabbia-renzi-la-sinistra-bankitalia ).
Dove inoltre non ci si spiega la levata di scudi a protezione dello stesso Visco che è complice di un tracollo che ha visto la collettività pagare di tasca propria gli errori e gli sperperi di una classe dirigenziale che ha avuto ed ha tutt'ora un occhio di riguardo verso tutte le banche.
Che alla faccia dell'interesse nazionale come dice Mattarella(che assieme a Draghi e Gentiloni vogliono una riconferma di Visco)sono pronti ancora ad elargire somme importanti perché voluto dall'Ue in un mercato sempre più internazionale.
Nel frattempo Renzi mette le mani avanti dicendo che non sarà una sua colpa o passo falso politico se Visco fosse riconfermato,con la sinistra contro di lui che d'un tratto apprezza Visco e tutte le nefandezze da lui compiute.

La rabbia di Renzi e la sinistra Bankitalia.

di  Giorgio Cremaschi 
Matteo Renzi deve sicuramente la sua ascesa politica al sistema bancario. Ricordiamo fra tutte la sponsorizzazione della sua figura e poi della sua controriforma costituzionale fatta dalla Banca Morgan e le dichiarazioni sfacciate proriforma di Draghi alla vigilia del voto referendario. .

Però Renzi deve alle banche anche una delle cause della sua discesa, con i risparmiatori traditi di Banca Etruria e delle altre banche fallite che inseguono lui ed i suoi fedelissimi ovunque li incontrino.

Ora la rabbia dell’ex presidente del consiglio si rivolge a Visco, con il PD che ne chiede la non riconferma alla guida della Banca d’Italia.

Che la posizione di Renzi e dei suoi sia ridicola e strumentale salta agli occhi di chiunque abbia ancora un minimo di discernimento. Però salta agli occhi anche la altrettanto penosa levata di scudi della intellettualità e della sinistra antirenziana, a difesa del governatore di Bankitalia. Che è sicuramente corresponsabile del disastro del sistema bancario italiano, ma che non ci sta a fare il capro espiatorio. Sopra di lui Draghi, la BCE e la UE, assieme naturalmente a tutto il sistema bancario italiano sono altrettanto responsabili. E con essi tutti i governi che si sono succeduti in questi venti anni, nessuno escluso.

Quindi chi volesse usare la rottura tra Renzi e Visco per far finalmente luce e pulizia nel disastro bancario del paese, che probabilmente è solo ad un nuovo inizio come ci dice la Borsa, dovrebbe prendere la palla al balzo per chiedere chiarezza, giustizia, e cambiamento.
 Invece, dopo le parole di Mattarella sull’interesse nazionale, ipocrite visto che tutto il nostro sistema bancario è sul mercato multinazionale e la Troika decide tutto; dopo quelle parole la sinistra antirenziana è insorta a difesa di Bankitalia.

I fieri repubblicani, nel senso del quotidiano La Repubblica, si son lanciati contro Renzi, anch’essi nel nome dell’interesse nazionale. Da Bersani, a Montanari leader del Brancaccio, al redivivo Veltroni, tutti a dire viva Visco. Si attende comunicato di Pisapia che evidentemente non si è connesso in tempo.

Che pena, che ridicolo e poi ci si chiede perché in Italia la parola “sinistra” abbia oramai in Italia un significato popolare sinistro.

mercoledì 18 ottobre 2017

MALTA E I SUOI SEGRETI


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Ha destato profondo cordoglio la morte della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia che ha sempre svolto il suo lavoro come dev'essere,un servizio utile alla comunità alla ricerca delle verità anche se queste possono essere scomode a qualcuno.
Evidentemente questo è stato il motivo dell'attentato stile mafia da lei subito con l'esplosione della sua auto ritrovata a decine di metri dalla carreggiata in prossimità della sua abitazione.
Oltre al giornalismo sulla carta stampata nelle più importanti testate maltesi e la collaborazione con altre europee,Daphne aveva un blog,Running Commentary,che denunciava lo stato elevato di corruzione nelle isole maltesi,piccolo regno dove rifugiare denaro soprattutto proveniente dalla Gran Bretagna,e le sue inchieste avevano portato a scossoni importanti che hanno portato ad elezioni anticipate lo scorso giugno.
Già nel 2016 diede la notizia di un coinvolgimento di politici panamensi nei Panama Papers,e successivamente(la causa delle elezioni anticipate di cui sopra)svelò che una società panamense fosse stata di proprietà della moglie di Joseph Muscat,bersaglio preferito della giornalista assassinata.
Il suo zelo e la sua professionalità le sono state fatali e la sua morte è stato il tentativo finale,forse,per mettere a tacere tutti gli scandali di questo piccolo staterello che ha un'enorme importanza strategica sia dal punto di vista militare che energetico(vedi anche il caso del Vaticano:madn smom ).

Malta, l’isola del tesoro uccide la cronista.

di  Enrico Campofreda 
“Ci sono truffatori ovunque si guarda. La situazione è disperata”, scriveva Daphne Caruana Galizia di ciò che vedeva in un’isola piccina ed esotica, seppur per storia e lingua legata al continente. Quell’isola, Malta, nei mesi scorsi era definita da un’inchiesta de L’Espresso, “l’isola del tesoro”; non per richiami letterari bensì per intrighi politico-finanziari che ne oscurano l’orizzonte.

Sugli intrecci fra politica e criminalità, che in troppi casi si legano indissolubilmente, indagava e scriveva Daphne con la caparbietà della cronista, l’intuito dell’investigatrice, il coraggio della commentatrice civile. Era l’immagine della giornalista che interpreta il mestiere come servizio, non come vetrina autoreferenziale.

Era. Perché Daphne, cinquantatre anni, è stata fatta saltare in aria sulla sua auto, sicuramente da una delle mani cui intralciava gli intrallazzi. Intrallazzi enormi, se si è scomodato qualcuno capace di far brillare l’auto come si fa in Medioriente o fra le cosche della mafia siciliana. Roba da terrorismo, servizi e criminalità globale.

Di nemici la giornalista maltese ne aveva un’infinità. Lei vedeva, fiutava, ricercava e scriveva. L’aveva fatto per Sunday Times of Malta e per il Malta Indipendent, ora lo faceva su Running Commentary un blog veloce come il titolo, tagliente come il suo argomentare puntuto.

Ora il premier laburista Muscat, uno dei bersagli fissi di Caruana Galizia, perché implicato in mille vicende a dir poco ombrose che ne cadenzano il percorso politico, afferma che non avrà pace “finché giustizia non sarà fatta”. Dichiarazione che somiglia a quelle che nel Belpaese si ascoltavano dopo gravissimi fatti di sangue per bocca di uomini di governo.

Di motivi per far brillare, com’è accaduto, l’automobile della cronista nella campagna presso Bidnija, ce n’erano diversi. Il più grosso, che ha portato copiosi capitali sui conti panamensi di Michelle Muscat – una sorta di Leila Trabelsi Ben Ali o di Anna Moncini Craxi – proveniva dalla figlia del chiacchieratissimo ed eterno presidente dell’Azerbaijan Aliyev. Pari a un milione di dollari.

La divulgazione di notizie e le inchieste giornalistiche che vedevano Daphne in prima fila avevano prodotto qualche fastidio a Muscat, così durante il periodo di conduzione del semestre europeo si dimise o, per opportunità, venne costretto a farlo. I regali, più o meno occulti, provenienti dall’Azerbaijan coinvolgono diversi soggetti attorno all’affare più grosso che il paese del Caspio s’appresta a fare con l’Unione Europea: la Trans Adriatic Pipeline.

Quel gasdotto, dopo aver attraversato tutta l’Anatolia, porta il gas azero per circa 900 km sul suolo greco, albanese, il Mar Adriatico e, per un tratto di otto chilometri, italiano. Oltre a trovare un sostegno nello Stato turco, che ne trae vantaggi di dazio e rifornimenti di metano a bassissimo costo, Aliyev ha cercato di attirare i partner europei interessati direttamente o indirettamente. Ambasciatore d’affari per conto della British Petroleum, che realizzerà le condotte sul territorio greco, albanese e italiano è l’ex premier laburista Tony Blair, di casa a Malta e nella stessa casa del primo ministro maltese.

Nelle ricerche giornalistiche di Daphne il cerchio non si chiudeva solo su quest’evidente incrocio d’interessi. C’erano altri canali, alcuni noti e denunciati dalla passione civile della giornalista, altri su cui lavorava con l’ausilio del figlio Matthew, impegnato nell’International consortium of investigative journalism.

Alcune tracce pubblicate, altre da sviluppare. Perché nonostante la passionalità e l’irruenza caratteriale Caruana Galizia, oltre ad affermarne con coscienza la deontologia, sapeva benissimo come comportarsi secondo le normative giornalistiche. Muscat gli aveva rifilato una querela, seguendo il costume più utilizzato da chi vuole tagliare le gambe alle inchieste. Quindici giorni fa la cronista rivelava d’aver ricevuto minacce. Ieri è giunta puntuale la morte.

articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it

martedì 17 ottobre 2017

IL FRANCHISTA RAJOY COMINCIA A FARE RASTRELLAMENTI IN CATALUNYA


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Che la Spagna debba fare ancora i conti col franchismo è una cosa risaputa,ed il gesto di ieri di arrestare due leader dell'indipendentismo catalano del calibro di Jordi Sanchez e Jordi Cixart(a capo rispettivamente di Anc-Asamblea Nacional Catalana e di Omnium)fanno parte del modo di gestire situazioni come quella della Catalunya e della sua indipendenza.
Osteggiata dicono dalle parole scritte dai fascisti nella Costituzione spagnola con grande soddisfazione delle forze centriste spagnole,PP,Psoe Ciudadanos,la monarchia e pure l'Ue,mentre Podemos parla ancora di dialogo e chiede un passo indietro ai catalani.
Nell'articolo preso da Contropiano(spagna-la-procura-chiede-larresto-dei-leader-catalani )la decisione della giudice Lamela dell'Audiencia Nacional di imprigionare a Madrid i due leader promotori delle due più grandi organizzazioni culturali della società civile indipendentista catalana,associazioni che promuovono la lingua locale e che già durante il franchismo furono dichiarate illegali.
Il leader di Ominum ha già fatto sapere che il lavoro della diffusione della cultura,della lingua e degli ideali della Catalunya proseguiranno anche in clandestinità se il governo di Madrid andrà avanti con il pugno di ferro anche oltre l'ultimatum prorogato di qualche giorno da Rajoy(contropiano rajoy-vuole-la-resa-della-catalogna-altri-tre-giorni-ultimatum ).

Spagna. La procura fa arrestare i leader catalani.

di  Redazione - Andrea Quaranta * 
La procura spagnola ha chiesto l’arresto dei leader di Anc e Omnium, le grandi organizzazioni della società civile indipendentista, Jordi Sanchez e Jordi Cixart, accusati di “sedizione” per le manifestazioni pacifiche del 20 e 21 ottobre a Barcellona. Si prevede che la giudice Carmen Lamela prenda una decisione al riguardo questa sera. La magistrata ha lasciato in libertà vigilata oggi il capo dei Mossos, Josep Lluis Traero, per il quale la procura aveva chiesto la stessa misura cautelare, tra cui il ritiro del passaporto e l’obbligo di firma ogni 15 giorni. Respinta quindi la richiesta di arresto avanzata dalla procura.

L’ordine è stato e seguito in serata. Jordi Sanchez è a capo di Anc (Asamblea Nacional Catalana), mentre Jordi Cuixart guida Omnium. Si tratta delle due più grandi associazioni dell’indipendentismo catalano. Quindi la scelta di Madrid sembra decisamente quella di contrapporsi direttamente alla popolazione, puntando a decapitarne i “corpi intermedi” e le strutture di autorganizzazione sociale, prima ancora delle organizzazioni politiche e le istituzioni locali.

Sembra chiaro, a qusto punto, che la democrazia, in Spagna, torna a essere un sogno.

Il tutto, è bene ricordarlo, con l’approvazione esplicita dell’Unione Europea, quella roba che doveva garantire lo sviluppo pacifico e generale del continente, senza più guerre e dittature.

L’articolo di Andrea Quaranta apparso stamattina su https://catalunyasenzarticolo.wordpress.com.

Il tribunale spagnolo decreta il carcere preventivo per gli indipendentisti Cuixart e Sànchez.

Ieri sera la giudice dell’Audiencia Nacional Carmen Lamela ha disposto il carcere preventivo per il presidente di Òmnium Jordi Cuixart e per quello dell’Assemblea Nacional Catalana (ANC) Jordi Sànchez. Il reato contestato è quello di sedizione e si sarebbe consumato il 10 settembre scorso nelle strade di Barcelona, invase fino all’alba da migliaia di manifestanti indignati per gli arrresti dei funzionari della Generalitat impegnati nell’organizzazione del referendum d’autodeterminazione. Malgrado le provocazioni della polizia, quel giorno non ci sono stati incidenti e la protesta si è svolta pacificamente.

Ciononostante il giudice ravvede nei fatti gli estremi di una situazione di “sollevazione collettiva e violenta”, così come è letteralmente definito il reato di sedizione, punibile fino a 15 anni e con la possibilità di mantenere la detenzione preventiva per 4. La sproporzione tra i fatti e l’accusa è evidente ma non sorprende: si inquadra perfettamente nella strategia del PP, interamente basata sulla provocazione e sulla repressione. Una strategia che riporta allo scoperto le radici impresentabili del blocco politico sociale erede diretto del franchismo e che ripercorre impunemente la tradizione: tra il 1963 e il 1967 infatti, la storica associazione culturale catalana Ômnium venne chiusa dal generalissimo.

Lo ha ricordato Jordi Cuixart in un messaggio videoregistrato preventivamente, previsto nell’eventualità dell’arresto e diffuso ieri sera, nel quale afferma: “se necessario torneremo a lavorare nella clandestinità, nella profonda convinzione delle nostre radici pacifiche e democratiche che ci hanno sempre caratterizzato come entità”. Òmnium ha immediatamente preso posizione a difesa di Cuixart affermando che “non si può imprigionare tutto un popolo”, mentre Jordi Sànchez, anch’egli in un messaggio previdentemente registrato prima di recarsi all’Audiència Nacional, dalla quale è uscito in una camionetta della polizia assieme a Cuixart, senza poter rilasciare dichiarazioni, ha fatto appello all’”unità, civismo, fiducia in noi stessi e mobilitazione permanente che ci deve portare alla Repubblica”.

La detenzione dei due lider indipendentisti nel carcere di Soto del Real (Madrid) segna il ritorno in auge in Spagna dei prigionieri politici, con la firma del governo del PP, il sostegno della corona, l’avallo del PSOE e il compiacimento di Ciudadanos. Davanti all’unanimismo anticatalanista è sempre più difficile scorgere la Spagna democratica, tollerante e progressista che invoca Podemos. La Spagna per la quale varrebbe la pena, secondo la formazione di Pablo Iglesias, fermare il processo di costruzione della Repubblica catalana, sembra oggi più che mai una pia illusione. Davanti alle detenzioni per motivi politici e al ricorso già annunciato all’art.155 della costituzione spagnola per destituire il Governo della Generalitat (democraticamente eletto) e liquidare così la maggioranza parlamentare indipendentista, Podemos continua a invitare al dialogo, fedele a una curiosa interpretazione della solidarietà internazionalista. Nel frattempo, ieri altre grandi imprese catalane (ad esempio Codorniu) hanno trasferito la propria sede sociale a Madrid, nell’intento di spaventare e ricattare il popolo catalano. Che, come afferma la sinistra anticapitalista e indipendentista della CUP, può contare solo su se stesso: sul fronte internazionale l’UE si è mostrata in questi giorni tra l’indifferenza per la causa catalana e l’aperto sostegno alla monarchia spagnola (e alle grandi imprese da sempre contrarie all’indipendenza). Nella vicenda catalana, l’UE sembra agire finora come un blocco unico, un polo imperialista che non mostra né crepe visibili né voci critiche significative e che pare caratterizzarsi, a Bruxelles come nei parlamenti nazionali, per il conformismo e la sudditanza al grande capitale finanziario.

lunedì 16 ottobre 2017

BATTISTI RISPOLVERATO PER TACERE SUI LAVORI PARLAMENTARI


Risultati immagini per cesare battisti temer
Dopo qualche giorno durante i quali il caso di Cesare Battisti si è sgonfiato ecco che sorge spontaneo un parallelo con l'ultima volta in cui l'ex appartenente ai Pac(Proletari armati per il comunismo)era stato bersagliato a cavallo tra il 2010 ed il 2011 in un periodo politico,proprio come questo,dove meno notizie trapelano dal Parlamento e meno se ne discute e ci si può indignare,il solito giochetto dello sbattere il mostro in prima pagina per evitare di parlare di qualcos'altro ben più grave.
A tal proposito ripropongo un post di quei tempi(madn accanimento-terapeutico-giudiziario )dove i riferimenti al passato e al presente di Battisti sono spiegati in maniera semplice e dove si può capire che già da molti anni polizia,magistrati e pentiti hanno giocato sporco con false accuse e torture vere ed è evidente che in almeno tre dei quattro capi d'imputazione per omicidio che pendono sulla sua testa sono praticamente carta straccia in quanto i colpevoli sono già stati individuati e processati.
L'articolo proposto(contropiano caso-battisti )parla delle ultime vicende e dell'arresto di Battisti al confine con la Bolivia e della bella faccia che il golpista Temer vuole fare sul piano internazionale provando ad estradarlo in Italia,cosa che potrebbe essere più complicata di quello che possa apparire con buona pace per i vari Alfano e Di Maio.
Altro articolo sull'accanimento mediatico è questo(senzasoste.it/si-chiama-battisti-non-eichmann/ )e se il caso dovesse concludersi con il ritorno in patria non gradito da Battisti bisognerebbe imbastire altri processi per diradare la nebbia attorno a quelli svoltisi ai tempi viziati da evidenti irregolarità e testimonianze estorte con la tortura oppure di dubbia veridicità.

Caso Battisti. Temer, il governo PD e Luigi Di Maio.

di  Achille Lollo 
Negli ultimi tre mesi, il governo brasiliano, presieduto dal golpista Michel Temer, ha chiesto a tutti i suoi amici, soprattutto quelli della stampa, di aumentare la pressione sull’ex presidente Lula, per tentare di abbassare gli indici di preferenza del leader del PT, poiché tutti gli istituti di statistica lo danno per vincitore nelle prossime elezioni del 2018. Una previsione che fa naufragare il sogno di Temer circa una tranquilla rielezione.

Per questo motivo il “pool” dei magistrati federali guidati dal giudice di Curitiba, Sergio Moro, hanno nuovamente iniziato a spulciare la vita dell’ex-presidente, per trovare un nuovo elemento con cui poterlo finalmente accusare di corruzione e quindi escluderlo dalle liste  elettorali del PT (Partito dei Lavoratori).  Fu, quindi, in quest’ambito, che nelle sale del Ministero della Giustizia brasiliana fu sollevata l’idea di tentare di riaprire il Caso Battisti, per alimentare la campagna denigratoria mediatica nei confronti di Lula, attaccando soprattutto la sua reputazione, più volte presentato dall’onnipotente TV Globo come il capo della corruzione politica ed anche il protettore dell’ex-terrorista italiano, Cesare Battisti.

Infatti, il 30 dicembre 2010, il Presidente Lula, in ottemperanza alle norme della giurisprudenza brasiliana, rigettava la richiesta di estradizione del governo italiano, firmando la concessione dell’asilo politico e il relativo visto di permanenza, che il ministro della Giustizia, Tarso Genro aveva in precedenza proposto.

Questa decisione divenne uno dei principali cavalli di battaglia dei media brasiliani, che si avvalsero della durissima posizione espressa dal governo italiano presieduto da Silvio Berlusconi, e che in seguito fu mantenuta e ampliata dai governi di centro-sinistra formati dal PD, soprattutto quando, nel 2015, nelle aule giudiziarie della Cassazione scoppiò il caso “Henrique Pizzolato”.

Pochi ricordano, ma questo ex-sindacalista italo-brasiliano, divenuto in seguito direttore del marketing del Banco do Brasil, in realtà fu una delle tante vittime dei giudici federali che con l’inchiesta “Mensalao” riuscirono a smontare tutta la struttura dirigenziale del PT. Per questo motivo, il Pizzolato si rifugiò in Italia. Purtroppo, nel 2014, dopo che la Corte di Appello di Bologna aveva riconosciuto i suoi diritti, il “caso Pizzolato” divenne la pedina di un complesso gioco diplomatico.

Infatti, le ”antenne” del governo PD di Matteo Renzi, in Brasilia e in Sao Paulo, subito dopo l’annullamento della sentenza della Corte di Appello di Bologna da parte della Corte di Cassazione, dichiararono che il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, avrebbe concesso l’estradizione di Henrique Pizzolato, poiché in questo modo, il governo italiano stava creando le prospettive politiche per ripresentare la richiesta di estradizione per Cesare Battisti. Da tener presente che l’ipotesi di uno scambio fu lanciata nel momento di maggior crisi politica del governo brasiliano di Dilma Rousseff, e nel momento in cui il presidente della Camera dei deputati brasiliani, Eduardo Cunha, ratificava la richiesta di Impeachment nei confronti della presidentessa Dilma. 

Quindi, con la decisione del ministro Andrea Orlando di concedere l’estradizione di Henrique Pizzolato e in seguito con la realizzazione del golpe istituzionale nei confronti di Dilma Roussef, il “Caso Battisti”, divenne un argomento importante per il nuovo governo brasiliano.

I sogni del presidente Michel Temer

Le “antenne” del governo italiano in Brasile, vale a dire i diplomatici, gli esecutivi delle multinazionali tricolori e logicamente gli uomini dei servizi segreti, fin dal primo momento in cui Michel Temer divenne illegalmente presidente del Brasile, esercitarono una continua pressione su tutti i membri del suo governo, ricordandogli il “favore” fatto con l’estradizione di Henrique Pizzolato.

Una pressione che toccò i punti nevralgici del governo di Michel Temer, quando l’ex-presidente, Inàzio Lula da Silva, dopo aver brillantemente superato l’interrogatorio del giudice Sergio Moro, diventò il candidato ideale dell’opposizione, con un altissimo appoggio popolare. Per questo, per il presidente golpista, Michel Temer, riaprire il “Caso Battisti” in termini politici significava riconquistare uno spazio nei media, dando una prova di autorità, oltre dimostrare di voler smontare non solo le riforme economiche sociali del governo Lula, ma anche la sua legittimità giuridica. Nello stesso tempo con il “Caso Battisti” il governo di Temer, grazie soprattutto all’Italia, sperava di far dimenticare l’illegalità commessa con l’Impeachment e mascherare la sua natura golpista al servizio di Washington, presentandosi come un legittimo difensore del diritto!

Quindi, nella presidenza cominciarono a essere convocati autorevoli giuristi, mentre la Polizia Federale e l’ABIN (servizio segreto) ricevettero l’ordine di rafforzare i controlli su Cesare Battisti. Vale a dire, pedinamenti, registrazioni telefoniche, controllo della corrispondenza elettronica e gli immancabili tentativi d’infiltrazione.   Operazioni di (pseudo) intelligenza – alcune delle quali realizzate in modo maldestro e in collaborazione con le “antenne” tricolori – che richiamarono l’attenzione di Cesare Battisti, che comunicò ai suoi avvocati quello che stava succedendo.

Le “proposte” del governo italiano

Per soppiantare interamente la decisione del 30 dicembre del 2010 dell’ex-presidente Lula, e quindi attualizzare il procedimento di estradizione nei confronti di Cesare Battisti, era necessario che lo stesso fosse arrestato per reati di terrorismo o per traffico di stupefacenti. E’ chiaro che era impossibile ricreare le condizioni per attribuire a Battisti un reato di terrorismo. Però, una volta arrestato diventava possibile affermare che “….negli effetti personali di Cesare Battisti era stato trovato un barattolo con una polvere bianca, che gli inquirenti stanno analizzando…!” 

Infatti, questo è stato il sottotitolo che alcuni giornali e televisioni (brasiliane e italiane) hanno subito pubblicato, dopo che Cesare Battisti fu arrestato dalla polizia Federale Brasiliana poco prima di attraversare la frontiera con la Bolivia il giorno 4 ottobre. Articoli che avevano l’obiettivo di creare nell’opinione pubblica l’immagine negativa dell’ex terrorista diventato trafficante. Cioè i media, “immediatamente” hanno inventato uno scenario in cui Battisti diventa un autentico criminale che il Brasile può estradare in qualsiasi momento proprio per il fatto di essere stato arrestato in flagrante con la cocaina.  Molti giornali hanno poi informato che la Polizia Federale avrebbe estradato Cesare Battisti per l’Italia direttamente dall’aeroporto di Corumba!

Sembra una strana casualità ma il comando del CAOP (gruppo operativo aereo della Polizia Federale) aveva ricevuto l’ordine di inviare nell’aeroporto di Corumba uno dei due aerei Embraer ERJ-145LR, che normalmente stazionano in Brasilia!

A questo punto si pongono tre domande: Com’è possibile che in alcune redazioni di giornali italiani e brasiliani siano stati scritti articoli che affermano che Cesare Battisti stava con quantità di droga e con ingenti valori da riciclare in Bolivia? Perché alcuni giornalisti hanno avuto accesso a questo eventuale scenario “Top Secret” dei servizi segreti italiani e della Polizia Federale brasiliana?

Considerato che Cesare Battisti viaggiava in compagnia di un avvocato e di un altro testimone, al momento del suo arresto, forse è venuta meno l’opportunità di denunciare il ritrovamento di uno zainetto con il solito chilo di cocaina?

Perché i giornali o le televisioni, italiane e brasiliane, che avevano presentato Battisti nelle vesti del trafficante, subito dopo la sua liberazione, hanno cominciato a dire che, in realtà esisterebbe un accordo tra i due governi per realizzare l’estradizione. Infatti, se il governo italiano avesse garantito che la condanna all’ergastolo inflitta a Cesare Battisti sarebbe riformulata con una pena di 30 anni (non si sa da chi e come), immediatamente il governo brasiliano autorizzerà l’estradizione!

Luigi Di Maio, opportunista dell’ultima ora o “progressista bifronte”?

Il 6 ottobre, cioè 48 ore subito dopo l’arresto di Battisti, l’ANSA pubblicava la seguente notizia “….Insiste sulla necessità che Battisti “sconti assolutamente la pena per quello che ha fatto” anche il vicepresidente della Camera e candidato premier del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio…”. Una dichiarazione che con un forte e netto “assolutamente”, permette a Luigi Di Maio di inquadrarsi perfettamente al lato degli uomini del potere. Cioè, è un modo per dimostrare alle eccellenze del mercato – cioè quelle che rappresentano il potere – che sulle grandi questioni lui, il candidato premier del Movimento 5 Stelle, è come Gentiloni.

Questo “assolutamente” , ricorda quello che Di Maio disse sulla NATO e sulla continuità di questa dipendenza dell’Italia, quando l’M5S andrà al potere. Infatti, Di Maio fu intervistato subito dopo che un “disastrato” pentastellato aveva prospettato possibili rotture tra l’Italia e la NATO. E anche in questo caso Di Maio mostrò l’altra faccia. Quella che fa profonde critiche a personaggi del sistema, anche se poi non contesta mai l’essenza del sistema. Forse è per questo che Di Maio è il principale difensore di Virginia Raggi, che con il suo progressismo bifronte, subito dopo essere eletta ha decretato la fine o quasi di tutti quei centri sociali storici che esercitando differenti attività erano diventati importanti centri di aggregazione popolare.

A questo punto mi chiedo cosa dirà il futuro premier penta stellato Luigi di Maio quando Inàzio Lula da Silva sarà rieletto: userà nuovamente l’“assolutamente”, o, come vorranno le eccellenze del mercato, riconoscerà che il Brasile è uno stato sovrano con leggi e nome giuridiche proprie?

UN CONSERVATORE PER L'AUSTRIA


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Quando nel maggio dello scorso anno ci fu l'elezione a Presidente dell'Austria di Van Der Bellen per pochi voti sul neonazista Hofer,ci fu un sospiro di sollievo da parte dell'Europa visto che lo spettro di un leader dell'estrema destra avrebbe fatto presagire ad una possibile uscita austriaca dall'Ue(madn il-segnale-che-arriva-dallaustria ).
A distanza di quasi un anno e mezzo la consultazione per le politiche vedono nel rappresentante dei conservatori popolari Kurz la persona che dovrebbe essere il cancelliere e quindi il premier che potrebbe,col 31,4% dei voti,allearsi proprio con i neonazisti del Fpoe di Strache seconda forza con il 27,4% appena sopra ai socialdemocratici al 26,7% circa(i risultati esatti si avranno giovedì).
Nell'articolo preso da Contropiano(sebastian-kurz-futuro-cancelliere )un breve riassunto della vita politica del giovane Sebastian Kurz che ha vinto queste elezioni,in un contesto chiaramente dominato dal tema dei migranti e della paura del terrorismo,un volano sul quale le destre hanno giocato abilmente portando a casa la maggioranza dei voti,con un futuro cancelliere antieuropeista che comunque chiede l'aiuto dell'Ue quando gli fa comodo.

Chi è Sebastian Kurz, futuro cancelliere austriaco, millennial di successo.

di  Alberto Tarozzi * 
Com’è evidente, questo quadretto del neogovernante austriaco è stato scritto poche ore prima del voto. E risulta pienamente utile.

*****

Ancora poche ore e le urne austriache decreteranno con quasi matematica certezza il cancellierato del giovanissimo ministro degli esteri austriaco Sebastian Kurz. L’Italia dovrà dunque instaurare rapporti di buon vicinato con un leader rampante, nato solo 50 giorni dopo il nostro Di Maio, nel 1986, in piena era millennials.

Qualche tratto in comune col nostro aspirante premier: assenza di laurea, giacca attillata, camicia bianca e sorriso quasi perenne. Più a denti stretti quello di Kurz, che non può sfoggiare una dentizione smagliante pari al nostro Luigino e però, in compenso, non disdegna scravattarsi e aprire con disinvoltura il primo bottone della camicia.

A dirla tutta Sebastian, pur essendo più giovane, vanta un curriculum internazionale di un certo successo.

Non che abbia lasciato tracce profonde: molte agenzie manco se ne sono accorte, però lui, per il 2017, è il Presidente dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, l’OSCE, nell’anno di competenza dell’Austria, dove se ne trova il quartier generale.

In tale veste le sue parole d’ordine sono state la deradicalizzazione dei giovani e la volontà di risoluzione dei conflitti nei territori dell’OSCE; vale a dire contribuire a ripristinare la fiducia per la risoluzione dei conflitti nei territori OSCE, nell’est dell’Ucraina, in Georgia, Nagorno-Karabakh e Transnistria, parole di Kurz alle Nazioni Unite.

In materia non risulta che i primi 10 mesi del suo mandato abbiano fatto registrare successi strabilianti. Tra l’altro alcuni progetti Osce in territorio bosniaco paiono non avere inciso sul numero dei foreign fighters di quel paese. Calma piatta, come ci si poteva aspettare da un Popolare austriaco, forza notoriamente conservatrice.

Ma è sul punto del come effettuare la deradicalizzazione, che significa poi concentrare l’attenzione sul terrorismo internazionale, che Kurz si è fatto notare, più ancora che come responsabile Osce, sul piano delle relazioni internazionali, così come su quello delle strategie dei popolari nel suo paese.

In quel di Vienna e dintorni si è adoperato per spostare a destra, riuscendoci, l’asse del proprio partito. Il capitolo più significativo di tale operazione è stato rappresentato dalle proposte di politiche di respingimento degli immigrati forzati, intesi come fonte di radicale pericolo.

E’ significativo che la maggioranza, che probabilmente uscirà dalle urne, sancirà l’alleanza dei Popolari con la destra estrema che fu di Haider e con la consegna della vicecancelleria al Partito xenofobo che la rappresenta. Per i Popolari è infatti previsto oltre il 30% dei voti e per l’estrema destra il 25 % e rotti, che col proporzionale, consentono a Kurz di governare senza soccorsi più o meno di centrosinistra. Di conseguenza, sul piano interno, sicura spaccatura con la socialdemocrazia locale, che quindi, vedova di Grossekoalition, uscirà dal governo austriaco dopo tempi immemorabili. E nell’angolo pure i Verdi, in preoccupante sopore e divisi in tre dopo la battaglia vinta contro la destra per la Presidenza della Repubblica.

Sul piano delle relazioni internazionali stop agli arrivi dei migranti e grinta dura alle frontiere, sempre e ovunque, a prevenire fonti di destabilizzazione e terrore. Alla faccia della idealpolitik dell’Osce, tutta diritti umani e volemose bene (almeno a parole). Su questo terreno Kurz si era già manifestato ai tempi in cui la Merkel si era adoperata nel chiudere la rotta dei Balcani. Molto bene, secondo lui, la chiusura, ma ancora meglio bloccare il transito anche ai migranti residui di stanza in Slovenia. Della serie Europa sì, ma solo quando mi fa comodo. Una considerazione che Angela non parve gradire, mentre incontrò simpatie in quel di Budapest, innescando amorosi sensi tra Kurz e Orban.

Antieuropeista, orientato a destra e che altro? Per quanto ci riguarda ne abbiamo già goduto un assaggio significativo.

In Italia Kurz è soprattutto noto per una ipotesi che non ci ha rasserenato: carri armati al Brennero a garanzia che l’Italia non scaricasse sull’Austria i migranti forzati in transito: magari fornendo loro furbeschi permessi di soggiorno a raffica, come propose a suo tempo Maroni determinando il blocco francese a Ventimiglia e come aveva riproposto la improvvida Bonino, suscitando analoghi propositi ritorsivi a Vienna.

Va detto che, allora, questo gorgheggiante Di Maio allo jodel (canto tipico tirolese e più in generale germanofono) fece fare bella figura al nostro Alfano che segnalò come il flusso in entrata in Italia dei migranti, via Tarvisio e via Brennero, stesse quasi superando quello in uscita, grazie ai pakistani che vengono da noi dopo che il mitteleuropa danubiano li ha scaricati. In quell’occasione apparve quasi comica la minaccia di Kurz all’Italia: “Bloccate i migranti a Lampedusa o blocco il Brennero”. Pare che qualcuno alla Farnesina abbia sussurrato ”Bravo furbo, così i Pakistani te li tieni tu”:

Ma non è il caso di fare troppo gli spiritosi, il nostro sembra abbastanza suscettibile e non è il caso di irritare il vicino prima del tempo.

 da Facebook

sabato 14 ottobre 2017

GLI USA PERDONO I COLPI


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A rotazione Trump se la prende un po con tutti,dalla Siria alla Corea del Nord,dal Messico allo Yemen accanendosi in questi giorni con l'Iran e con l'accordo stipulato non in maniera bilaterale ma con il consiglio di sicurezza Onu a Vienna(madn le-reazioni-demenziali-di-israele all'accordo nucleare iraniano )in materia di energia nucleare.
Il presidente degli Stati Uniti come suo solito starnazza proclami e minacce contro Rohani ed il suo popolo e l'articolo di Contropiano(internazionale-news )parla di questo ennesimo scontro provocato da lui in prima persona e le pronte reazioni sia iraniane che europee con un documento unito tra Gran Bretagna,Francia e Germania e la dura reazione pure di Mosca.
Naturalmente Gentiloni,già inutile ai tempi di quand'era Ministro degli esteri,come un pappagallo ripete ore dopo quello che hanno detto prima gli altri,così per non sbagliare,e mantiene le dichiarazioni a favore del proseguimento dell'accordo,così come si sapevano i plausi di Israele e quello dell'Arabia Saudita nemici acerrimi dell'Iran.
Così come detto ieri sull'uscita Usa dall'Unesco(madn unescono )gli Usa perdono colpi sul piano internazionale facendo accrescere il potere russo e cinese e facendo resuscitare addirittura l'Unione Europea,anche dopo la dichiarazione della Nato(quindi degli Usa stessi scavalcando Trump)della pericolosità di un eventuale conflitto con la Corea del Nord.

Trump alza la tensione contro il resto del mondo. Il nucleare iraniano è un pretesto.

di  Sergio Cararo
Decostruendo il discorso con cui il presidente Usa ha minacciato di disdire l’accordo internazionale sullo sviluppo nucleare iraniano, sembra effettivamente di trovarsi di fronte alla fiaba del lupo e l’agnello di Fedro. Ossia un lupo alla ricerca di un pretesto qualsiasi per poter divorare l’agnello. La stessa sensazione devono averla ricavata anche il resto dei governi, inclusi i partner degli Stati Uniti.

Come leggere diversamente le parole dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherini, la quale ha dichiarato che “l’Ue tutelerà l’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran il 14 luglio del 2015”? “Nessun presidente, nessun paese al mondo può mettere fine a questo accordo – ha sottolineato la Mogherini pochi minuti dopo l’annuncio di Trump, aggiungendo che: “Per ora l’accordo funziona, è stato attuato e continuerà ad essere attuato. Lo posso confermare e mi aspetto che tutte le parti rispettino questo accordo”. Una fotografia della situazione certificata anche dalla Commissione Onu incaricata di verificare il rispetto dell’accordo da parte dell’Iran.

Anche i governi di Londra, Parigi e Berlino (membri del gruppo 5+1), da parte loro, hanno fatto sapere che restano “vincolate” all’accordo. “Restiamo vincolati al JCPOA (la sigla dell’accordo del luglio 2015, ndr) e alla sua piena applicazione da tutte le parti”, è scritto addirittura in un comunicato congiunto della premier britannica May, della cancelliera tedesca Merkel e del presidente francese Macron. “Preoccupazione” è stata espressa dal presidente del Consiglio italiano Gentiloni (tagliato fuori in questa occasione dal comunicato congiunto degli altri leader europei) per il quale “preservare l’accordo, unanimemente fatto proprio dal Consiglio di Sicurezza nella Risoluzione 2231, corrisponde a interessi di sicurezza nazionali condivisi”. Del resto è cosa nota che subito dopo l’accordo del 2015 siano ripartiti alla grande i contratti commerciali tra i paesi europei e l’Iran, ponendo fine alle sanzioni che li avevano congelati per anni, ma tenendone fuori gli Stati Uniti ancora vincolati alla posizione oltranzista israeliana.

Prevedibile anche la reazione negativa di Mosca che ha denunciato la strategia annunciata da Trump nei confronti dell’Iran, definendola una “retorica aggressiva e minacciosa”, sottolineando che l’accordo con Teheran sul nucleare resta valido.

Ben diverse le prevedibili reazioni positive di Israele. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, unico nel mondo insieme all’Arabia Saudita,  si è infatti congratulato con Trump per la sua “coraggiosa decisione”,

Si sono fatte sentire anche le reazioni dell’Iran, affidate direttamente al presidente iraniano Hassan Rohani, il quale ha usato invece toni molto decisi nei confronti del presidente Usa. “Trump non è bravo in geografia e neanche in geopolitica – ha detto Rohani – l’accordo è stato ratificato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, è un documento delle Nazioni Unite. Come è possibile che un presidente cancelli unilateralmente l’accordo? Trump pensa di poterlo fare, ma questo non è un accordo bilaterale e lui non può fare quello che vuole”.

Trump sembra essersi infilato in un bel casino e lo ha fatto con le sue stesse mani. Il presidente americano ha deciso infatti di non uscire dall’intesa firmata del 2015, ma ha annunciato di essere  pronto a cancellarla e di esprimere la sua decisione “di non certificare” il rispetto da parte dell’Iran dell’accordo sul nucleare firmato nel 2015 da Barack Obama, dalle autorità di Teheran e dagli altri membri del cosiddetto 5+1, ovvero Usa, Regno Unito, Francia, Russia, Cina e Germania. Una scelta, quella di Trump, che darà al Congresso la responsabilità di decidere se imporre nuovamente le sanzioni revocate, cosa che potrebbe mettere fine all’intesa.

Una intesa sulla quale continua a pesare il convitato di pietra rappresentato dall’arsenale nucleare israeliano, l’unico realmente esistente in Medio Oriente, ma mai sottoposto a controlli, verifiche, ispezioni perché Israele in questi decenni si è limitata a… negare la sua esistenza e a non sottoscrivere il Trattato di Non Proliferazione nucleare. E nessuno è mai andato o chiesto a Tel Aviv di dare spiegazioni. Un doppio standard inaccettabile per chiunque e sul quale l’Iran si è dimostrato fino ad oggi anche troppo accomodante.

venerdì 13 ottobre 2017

STUDENTI-OPERAI:SFRUTTATI OGGI E PRECARI DOMANI


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In circa settanta città italiane oggi si è tenuto lo sciopero degli studenti che la"buona scuola",questo mostro creato dal governo Renzi,ha voluto trasformare in manovalanza a basso costo per le aziende che ne hanno fatto domanda.
Che sono di tutti i tipi e annoverano molte mansioni,pericolose in qualche caso anche per i veri professionisti visti i casi di recenti infortuni proprio tra gli studenti lavoratori,e che tolgono tempo e denaro a chi compie il suo mestiere(vedi Autogrill)decurtando straordinari e stipendio.
Il primo articolo parla della teoria e del perché centinaia di migliaia di studenti oggi siano scesi nelle strade e nelle piazze italiane o davanti alle imprese che usufruiscono di questa manna ricevuta dal cielo-governo,complici anche il Miur e le Camere di commercio(left alternanza-scuola-lavoro ).
Nel secondo invece la fresca cronaca di questa giornata che ha visto momenti di tensione in qualche città ma senza che si scatenassero veri e propri scontri con la polizia(contropiano stop-alla-truffa )che vedono nel mirino l'attuale Ministra Fedeli in una sporca storia cominciata già da troppo tempo(madn la-garanzia-giovani-ed-il-business della disoccupazione )e che dovrebbe vedere quest'anno circa un milione e mezzo di studenti essere costretti a donare allo Stato e alle imprese dalle 200 alle 400 ore ciascuno di lavoro gratis.

Alternanza scuola lavoro: sciopero degli studenti “operai”. Il 13 ottobre in 70 città.

di Francesca Picci
Pubblichiamo un contributo di Francesca Picci, coordinatrice nazionale dell’Unione degli studenti che il 13 ottobre ha indetto uno sciopero dell’alternanza scuola – lavoro

Ci stanno rubando il tempo. La scuola di oggi è sempre più un’istituzione totale che pervade ogni istante, che controlla e punisce, che non lascia spazio alla crescita collettiva, al confronto. Nella scuola di oggi gli studenti perdono la coscienza di sé, viene insegnato loro che l’unico obiettivo è il conseguimento del risultato, il voto, la rendita. Anche il tempo di vita, sempre più subordinato a quello di studio e ad un’organizzazione asfissiante delle giornate, è ingabbiato. Ci hanno rubato il tempo lasciando tante e tanti indietro, in un paese con 1,1 milioni di minori in povertà assoluta e con il 17% di dispersione scolastica, la scuola di oggi è quella che non dà risposte ma, al contrario, crea e riproduce disugualianze.

Ci stanno rubando il tempo senza possibilità di replica, nell’assenza di processi decisionali, di democrazia, come nell’approvazione legge 107, meglio nota come “Buona Scuola”, e in quella delle deleghe in bianco. Oggi più che mai abbiamo bisogno di liberare il nostro tempo, per liberarci dalla scuola autoritaria e riacquisire potere decisionale. La scuola – azienda pensata dal governo Renzi sta annullando la funzione sociale dell’istruzione, svilendo il ruolo dei docenti e assimilando lo studente ad una merce che, in quanto tale, è possibile sacrificare sull’altare del profitto per le grandi aziende italiane e multinazionali.

Dall’approvazione della “Buona Scuola”, oltre 600.000 studenti frequentanti il triennio delle scuole medie superiori sono stati impiegati nelle 200 e 400 ore obbligatorie di “alternanza scuola-lavoro”. Questo provvedimento, portato avanti dall’allora governo Renzi come un’innovazione epocale per il mondo della scuola, non è stata che l’estensione di quanto già sperimentato dal 2005 col decreto ministeriale numero 77, voluto dall’allora ministra dell’Istruzione Letizia Moratti, per gli studenti degli istituti tecnici e professionali. Inserita nel quadro delle riforme renziane, quella della Buona Scuola ha tuttavia dei nessi inequivocabili con altre leggi, come il Jobs act, che, attraverso l’introduzione del contratto a tutele crescenti e l’apprendistato a 15 anni, identifica anche l’alternanza scuola – lavoro come una politica attiva sul lavoro. Infatti, spesso gli studenti sono inseriti direttamente in produzione, senza passare da un ambiente protetto che ne possa garantire la formazione e la preparazione adeguata. Attraverso gli sgravi fiscali alle aziende che assumono studenti precedentemente da loro attivi nel percorso di alternanza scuola – lavoro, si sta infatti dopando l’esito dell’occupazione giovanile, sacrificando la formazione e creando nuove forme di lavoro gratuito, e di questo provvedimento Confindustria ringrazia.

L’alternanza scuola – lavoro, da essere uno strumento ulteriore della didattica, volto teoricamente a favorire l’integrazione del “saper fare” nella scuola italiana attraverso una metodologia che alterni ore di applicazione pratica all’orario curriculare, è diventata un’offerta di manodopera a costo zero per le aziende. Questo meccanismo è oggi il principale “cavallo di battaglia” di chi sostiene le politiche neoliberali e la loro efficacia. Chiaro è lo sguardo verso cui è diretta questa lettura: il modello duale tedesco con la sua precanalizzazione al mondo del lavoro. Questo è dimostrato dai continui rimandi e contatti sempre più frequenti con la Germania, come anche velatamente testimoniato dalla “fiera” Didacta che si è tenuta lo scorso settembre a Firenze. Inizialmente pensata come la più grande fiera sull’alternanza scuola – lavoro, è stata da subito un fallimento annunciato, e trasformata subito in un’iniziativa di “formazione” rivolta ai docenti. Ma sul piano del rafforzamento di questa impostazione subalterna al mercato del lavoro la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli non demorde, rilancia anzi sugli “stati generali dell’alternanza scuola – lavoro” di dicembre. Viene subito da chiedersi cosa ci sarà da esibire in tale occasione: saranno forse i “campioni dell’alternanza”? Ovvero le multinazionali come McDonald’s o Intesa San Paolo? O forse le centinaia di aziende nostrane che all’occasione licenziano i lavoratori per favorire il lavoro dequalificato, ma comunque gratuito, degli studenti in alternanza scuola- lavoro?

A studiare questa grande innovazione sorgono spontanei alcuni interrogativi e, dunque, si aprono innumerevoli contraddizioni. Rendere obbligatorie 200 ore per i licei e 400 ore per gli istituti tecnici e professionali, in un paese dal tessuto produttivo incapace di assorbire l’immediata massificazione dell’alternanza scuola – lavoro è un’evidente forzatura. Inoltre questa stessa divisione tra 200 e 400 ore nasconde un intrinseco classismo che vede ancora le scuole divise in classe dirigente, i licei classici e scientifici, e in lavoratori specializzati, gli istituti tecnici e professionali. Un’idea, dunque ferma a cinquant’anni fa e che intende paralizzare la società senza porre le basi per elevare il sistema d’istruzione italiano. Ben 400 ore in tre anni, dunque il doppio di quelle dei licei, equivalgono ad un’esponenziale impennata dei casi di sfruttamento coatto.

Come racconta l’indagine pubblicata nel mese di maggio 2017 dall’Unione degli studenti, infatti, ben il 57% degli studenti intervistati ha svolto percorsi non congruenti con il loro percorso di studi, e su 15.000 studenti ben il 40% ha riscontrato una violazione diretta dei diritti minimi sanciti nella circolare di “chiarimento” del ministero dell’Istruzione. Se a questo aggiungiamo che l’obbligatorietà delle ore non è sostenuta da un finanziamento che garantisca la sostenibilità economica di questi percorsi, ne avremo un quadro decisamente drammatico. A confermare questi dati e allarmare ulteriormente sono i casi limite emersi recentemente, anche grazie allo sportello “Sos alternanza estiva” dell’Unione degli studenti, che ha visto giungere denunce oltre ogni immaginazione: dal caso dello studente di Parma chiamato per trasportare ombrelloni sotto il sole per tutta la giornata, al caso di Milano in cui ben 200 studenti hanno sostituito i lavoratori in una struttura alberghiera durante la stagione estiva.

A partire da questo anno scolastico i numeri degli studenti interessati a questi percorsi si moltiplicano e ad essere impiegati nei percorsi di alternanza sono oltre un milione e mezzo di studenti, senza diritti né tutele, senza garanzie sulla loro formazione, senza prospettive reali di essere inseriti in un diverso mercato del lavoro o di poter avere gli strumenti per metterlo in discussione. L’urgenza di uno statuto delle studentesse e degli studenti capace di difenderci è testimoniato anche dai casi di Monza, in cui quattro studentesse hanno subito molestie sessuali durante l’alternanza, un caso che ha fatto emergere l’incapacità della scuola di tutelare le sue stesse studentesse esponendole maggiormente ad un gravissimo atto di violenza maschile.

O ancora, il caso più recente dello studente di La Spezia feritosi gravemente mentre guidava un carrello elevatore indica come spesso non vengano rispettate neanche le più basilari norme di sicurezza sul lavoro, come anche la precarissima assicurazione Inail per gli studenti che, per esempio, non copre il trasferimento dall’azienda a casa. Eppure, nei piani alti del ministero, c’è qualcuno che si permette di sbeffeggiare il tema dei diritti, rimandando ulteriormente l’approvazione di una “Carta dei diritti e dei doveri degli studenti in alternanza” che peraltro, oltre ad essere estremamente carente, in quanto non garantisce la gratuità dei trasporti come obiettivo minimo, non è neanche stata sottoposta ad una consultazione studentesca.

Ma per gli studenti la formazione, la salute, i diritti, non valgono una carta al ribasso, per chi vive sulla sua pelle questa nuova forma di sfruttamento c’è un orizzonte di diritti e conquiste ancora da attraversare. Se vogliamo che siano i saperi a modificare l’esistente, allora nelle scuole e nelle università è necessario interrogarsi su nuove forme di produzione sostenibile, su una diversa organizzazione del lavoro. Come si può pensare che a fare formazione siano aziende che inquinano il territorio, come nel caso dell’Ilva di Taranto, o che hanno licenziato lavoratori come nel caso dello stabilimento sardo che ha completato la sua stagione estiva con i soli studenti in alternanza scuola – lavoro. Come dimenticare, ancora, le innumerevoli aziende che sono sotto indagine per infiltrazioni mafiose?

A tutto questo non basta rispondere con qualche dichiarazione, interventi spot ed una “carta” al ribasso sui diritti. Riteniamo vergognoso l’accordo stipulato tra Miur e Camere di commercio per l’erogazione di voucher alle imprese e vogliamo fermare immediatamente questo processo di accumulazione economica sulla nostra formazione. Non basta l’apprensione della ministra Valeria Fedeli, serve immediatamente uno Statuto dei diritti delle studentesse e degli studenti, un codice etico per le aziende che ne sancisca dei parametri di qualità, perché finché sarà Confindustria a “segnalare” le aziende virtuose con il suo bollino blu, allora esisterà sfruttamento e riproduzione di disuguaglianze.

C’è bisogno di ribaltare questa visione, di riscriverne da zero presupposti e obiettivi, di partire da una contestazione che ponga degli interrogativi, quelli capace di aprire un dibattito nel paese, una mobilitazione di massa.

Per questo il 13 ottobre l’Unione degli studenti ha convocato il primo sciopero dall’alternanza scuola – lavoro, uno sciopero che, per la prima volta nella storia del movimento studentesco, si configura come uno sciopero di 24 ore. Una provocazione che ci spinge ad osare, a dire sin da subito che quello che vogliamo sono i nostri tempi di vita, ma anche il “nostro tempo” inteso come la necessità di decidere sulle nostre vite, sul nostro futuro e sul futuro della scuola. Non ci asterremo solo dalle 5 ore curricolari, ma anche dalle ore pomeridiane occupate dall’alternanza, perché sia chiaro a tutti che questo modello non è un metodo didattico, non è pensato per la scuola, bensì per il mercato del lavoro.

Lo studente in alternanza scuola – lavoro oggi è l’anello più debole della catena produttiva, ma è anche quello che può spezzarla.

Per questo lo sciopero del 13 ottobre non riguarda solo gli studenti, riguarda chi lavora e chi no, chi è sfruttato e chi vuole liberarsi dallo sfruttamento e dal ricatto, riguarda chi ha conquistato i suoi diritti in anni di lotte e mobilitazioni e se li è visti togliere tutto d’un colpo dal Jobs act, riguarda chi i diritti non li ha mai visti. La forza dello sciopero dell’alternanza non sta solo nelle migliaia di studenti e studentesse che inonderanno le piazze del paese, ma nella sua capacità di essere immediatamente generale, di essere uno sciopero di tutti e per tutti perché vuole aprire ad una nuova fase mobilitativa in questo paese, per la riconquista della dignità e per il riscatto di tutti gli oppressi.

È proprio da questo nesso, dalla volontà di far emergere il conflitto latente tra oppressi e oppressori che nasce l’idea di uno sciopero “de e sulla” alternanza scuola – lavoro, non la sola manifestazione degli studenti, bensì un processo che sta vivendo nelle scuole, nella rabbia degli studenti che esprimono ogni giorno il loro dissenso nelle assemblee pubbliche. Così il 13 ottobre lo abbiamo pensato come uno “sciopero alla rovescia”, perché è il tempo di ribaltare un’idea statica della società tutta, perché vogliamo trasformare la scuola ma anche ciò che la circonda. Lo faremo attraverso l’astensione dall’alternanza – sfruttamento, indossando delle tute blu nelle piazze per simboleggiare la perdita del nostro status di studenti e l’assunzione di quello di “lavoratori”, ma anche con un’attivazione che ci vedrà impegnati nel pomeriggio del 13 ottobre. Nessuno potrà far finta di niente, vogliamo mostrare cosa significa “imparare a saper fare”, vogliamo farlo con la riqualificazione urbana, con opere artistiche per la riappropriazione dei nostri spazi, vogliamo, per quel giorno, essere noi a prenderci il nostro tempo e restituirne altro anche alla comunità tutta, proprio come fecero gli operai nel secondo dopoguerra, uno “sciopero alla rovescia” che vuole ricostruire l’alternativa sociale, verso una stagione di risveglio collettivo e nuove conquiste.

Qualcosa si sta muovendo, e nelle scuole già si sente l’adrenalina di un’idea che può fare la storia, si moltiplicano le assemblee pubbliche, le adesioni e la solidarietà anche dei lavoratori e mentre Confindustria pensa ad ulteriori sgravi fiscali, mentre il ministero si prepara a concedere le briciole per provare a pacificare il mondo dell’istruzione, c’è chi già pensa allo sciopero “oltre lo sciopero”, alle nuove forme di partecipazione e trasformazione che ne possono derivare. Tanta determinazione, ed una sola promessa: questo non è che l’inizio.

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Stop alla truffa dell’alternanza scuola-lavoro. Migliaia di studenti in piazza.

di  Rino Condemi 
Oggi in molte città italiane sono scesi in piazza migliaia di studenti medi. Il target della mobilitazione è la truffa dell’alternanza scuola-lavoro, vero e proprio perno della “Buona Scuola” voluta dal governo Renzi e manifestazione clamorosa di quella subalternità ai modelli aziendalisti di “istruzione” imposti dall’Ocse e dalla dottrina ordoliberista tedesca.

E’ una giornata di mobilitazione importante perché coglie il cuore del problema, ossia l’obiettivo dichiarato delle elite dominanti di distruggere ogni ruolo emancipatore dell’istruzione pubblica e la sua trasformazione in un reparto del mondo delle imprese per la formazione ideologica e pratica dei giovani ad un futuro fondato sulla precarietà, i multilavori, i bassi salari.

Accade poi che nella fregola di “mettere al lavoro” gli studenti, accadano incidenti “sul lavoro”, come è accaduto al diciassettenne che, spostato in un’azienda nautica di La Spezia nel periodo di formazione didattica, si è fratturato una tibia quando il muletto su cui lavorava si è ribaltato.

Lo hanno compreso bene a Napoli gli studenti del coordinamento Kaos che hanno effettuato dei blitz dentro le sedi di alcuni delle 16 grandi aziende che hanno firmato il protocollo per l’alternanza scuola – lavoro. “Si tratta di prestazioni di lavoro gratuito e nulla più” – ha spiegato Marco Curcio del Coordinamento KAOS. Tra i giovani studenti che hanno messo in atto i blitz contro le filiali di Zara, Banco di Napoli e Mc Donald’s con cartelli e striscioni.

A Roma il corteo studentesco partito dalla Piramide si è diretto al Ministero in viale Trastevere.

La Rete degli studenti medi ha realizzato una inchiesta con interviste a quattromila studenti iscritti alla quarta superiore (17,6 per cento iscritti alle professionali, 26,7 per cento agli istituti tecnici, 55,7 per cento ai licei). Dai dati risulta che il 48 per cento dei 17-18enni dà una valutazione positiva all’esperienza, il 33 per cento è fortemente critico. Uno su due, ancora, ha assicurato che la scuola lo ha seguito, solo uno su quattro è soddisfatto invece dell’attenzione da parte dell’azienda. Mentre solo il 27,1 per cento degli studenti intervistati ha sentito l’Alternanza adeguata ale sue attitudini, perlopiù si tratta di studenti iscritti ai tecnici e ai professionali, ovvero quelle realtà che l’alternanza scuola-lavoro la praticano già da anni.

Possiamo dire che con le manifestazioni di oggi gli studenti hanno messo il dito nella piaga. Un dito che se usato con coerenza può smascherare anche le molte ambiguità sull’alternanza scuola-lavoro. Una di queste attiene proprio al sindacato, e in particolare alla Cgil (che insieme alla Cisl era stata tanata per l’enorme utilizzo dei voucher contro i quali aveva chiesto un referendum). A denunciarlo è l’Usb -scuola che in nota sottolinea come alcuni giorni fa, presso la sede della Cgil di Monza, in Via Premuda, è stato presentato il progetto di alternanza scuola-lavoro che coinvolgerà circa 200 ragazzi a partire dal prossimo ottobre. Tre sono gli istituti brianzoli che prenderanno parte all’iniziativa della CGIL: l’Europa Unita di Lissone, il Martin Luther King di Desio e il Majorana di Cesano Maderno. Iniziative simili della Cgil si stanno diffondendo in tutta Italia. “Come giudicare un comportamento così scorretto e ipocrita? Sostenere la lotta degli studenti a parole, usare gli studenti come manodopera gratuita nei fatti? Non possiamo che usare la parola “vergogna” verso un sindacato come questo” sottolinea la nota della Usb.

UNESCONO


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La decisione degli Usa di uscire dall'Unesco(l'organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione,la scienza e la cultura),seguiti a distanza di poche ore da Israele,come dice l'articolo preso da Contropiano(stati-uniti-israele-lasciano-lunesco )non è che sia un fatto di proporzioni storiche.
Anzi si dà una bella spallata agli Stati Uniti che già in epoca Obama dopo l'annessione della Palestina come Stato membro dell'agenzia Onu(2011)di fatto non finanziavano più l'Unesco ma decisero di mantenere lo stesso i propri membri per pesare sulle decisioni politiche.
Il burattino Israele,già contro molte decisioni e risoluzioni dell'organizzazione(madn quando-i-neuroni-latitano ),sceglie di lasciare e plaude all'iniziativa Usa che formalizza la sua esclusione proprio per il presunto pregiudizio anti-israeliano.

Stati Uniti e Israele lasciano l’Unesco. E’ veramente un problema?

di  Sergio Cararo 
Donald Trump ha deciso il ritiro formale degli Stati Uniti dall’Unesco – l’organizzazione delle Nazioni Unite con quasi 200 paesi membri preposta a promuovere la collaborazione scientifica, culturale e nell’educazione – denunciandone il suo «pregiudizio anti-israeliano». Gli Usa avevano già smesso di finanziare nel 2011 l’agenzia delle Nazioni Unite dopo la sua decisione di includere la Palestina come stato membro, ma avevano deciso di mantenere il proprio ufficio nella sede centrale di Parigi per cercare di continuare ad avere un peso politico sulle sue decisioni. Insomma volevano contare ma senza pagare. Secondo fonti citate dall’agenzia Associated Press, la decisione è stata presa in seguito alle recenti risoluzioni dell’Unesco che hanno condannato Israele e gli insediamenti nei territori occupati in Cisgiordania, risoluzioni che Washington considera anti-israeliane ma che il resto del mondo considera pienamente legittime.

Non è una sorpresa che anche Israele abbia deciso di ritirarsi, come ha annunciato il governo di Tel Aviv in un comunicato. “Il capo del governo” Benjamin Netanyahu “ha dato disposizione al ministero degli Esteri di preparare l’uscita di Israele dall’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura) parallelamente agli Stati Uniti”, si legge nella nota. “La mia personale raccomandazione al premier Benjamin Netanyahu – aveva detto l’ambasciatore israeliano nell’organismo, Carmel Shama-Hacohen – è quella di restare incollati agli Usa e lasciare immediatamente l’Unesco”.

L’ultimo “peccato” commesso dall’Unesco agli occhi di Washington e Tel Aviv, era stato commesso quando a luglio aveva dichiarato il centro storico di Hebron, nei Territori Palestinesi Occupati da Israele della Cisgiordania, come World Heritage Site, cioè un sito patrimonio dell’umanità non riconoscendone l’occupazione israeliana. A Hebron una minoranza di coloni israeliani appoggiati dall’esercito, controlla e vessa quotidianamente la maggioranza degli abitanti palestinesi della città, anche nei luoghi religiosi storici.

Oggi sul Corriere della Sera, uno degli esponenti più influenti della lobby sionista in Italia, Paolo Mieli, cura non casualmente un lungo editoriale nel quale prende la questione alla larga, accusando soprattutto l’Italia (uno degli stati più complici e asserviti ai diktat israeliani) di eccessiva indulgenza verso l’elezione di un esponente del Qatar a direttore generale dell’Unesco. Di fatto invitando l’Italia a seguire Usa e Israele nell’abbandono dell’organizzazione internazionale. E’ un particolare curioso, perché la stessa solerzia non era stata dimostrata da Mieli quando l’Arabia Saudita era stata nominata presidente di turno della Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite. Nè dalla sua penna sono mai stati messi in discussione gli abusi pluridecennali dell’occupazione coloniale israeliana contro i palestinesi.

C’è però un dettaglio che sfugge ai sionisti “de noantri” ma anche alle autorità statunitensi ed israeliane. Oggi gli Usa non sono più decisivi per le sorti delle organizzazioni e delle relazioni internazionali, sono importanti certo per il loro peso specifico, ma il mondo ormai non coincide più – come dal dopoguerra agli anni ‘90 – con gli interessi e le scapricciate di Washington, tantomeno con quelle di Tel Aviv, è un mondo che tende fortemente al policentrismo. Se ne dovranno fare una ragione, entrambi.

giovedì 12 ottobre 2017

CHI GIOCA SULL'ILVA


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Il ministro Calenda negli scorsi giorni non ha nemmeno intrapreso un minimo dialogo con i possibili acquirenti dell'Ilva di Taranto,attualmente in amministrazione straordinaria,che fanno riferimento al colosso mondiale nel settore delle acciaierie ArcelorMittal.
Il motivo che il governo vuol far credere è quello che la multinazionale pronta ad una fusione con TyssenKrupp non abbia fornito garanzie sui salari e sugli scatti d'anzianità dei lavoratori,ma la vera causa è che Gentiloni,Calenda e Renzi vogliono il licenziamento coatto di tutti i lavoratori con la nuova assunzione con i parametri dell'articolo 18 rinnovato in peggio col job act.
Per poi parlare di esuberi e di tagli che possono essere pattuiti a tavolino come se le persone,contando anche i lavoratori dell'indotto,fossero pedine da muovere sullo scacchiere di un compromesso dove sia chi vende e chi compra avrà da guadagnarci,mentre gli operai saranno gli unici a perderci.
Dopo anni di ricatti(madn altro-ricatto-nel-mondo-del-lavoro ),in un azienda dove infortuni anche mortali sono frequenti,la nazionalizzazione è la strada da seguire dopo che il governo nel corso di questi anni di attesa e di angoscia ha svenduto non solo l'Ilva ma altri patrimoni nazionali non solo nel settore del lavoro.
Articolo di Contropiano:interventi .

Ilva: o nazionalizzazione o schiavitù.

di  Giorgio Cremaschi 
Fieramente il ministro Calenda ha rinviato l’incontro per L’Ilva, accusando il compratore Mittal di non mantenere i patti. Ma quali patti e con chi? Con il governo, che candidamente ammette che i salari offerti dalla multinazionale non corrisponderebbero a quelli pattuiti. Governo che invece sarebbe completamente d’accordo sul licenziamento di tutti i lavoratori del gruppo e sulla loro riassunzione uno per uno, senza contratto e senza articolo 18. Cioè con il costante ricatto del licenziamento verso persone che stanno in una fabbrica già oggi carica di infortuni e omicidi. .

4000 disoccupati e 10000 schiavi, questo il succo del piano condiviso tra ArcelorMittal, Marcegaglia e governo, con la sola differenza su quanto tagliare nelle retribuzioni.

Solo uno sprovveduto, un ipocrita o un venduto può stupirsi di tutto questo. Quando si affidano le vite delle persone a sciacalli ed avvoltoi, non ci si può aspettare che essi non svolgano il proprio compito. Lo avevamo detto con chiarezza già alla fine di agosto con gli operai della USB a Taranto, che da tempo denunciavano come sarebbe andata a finire con il governo delle svendite.

Perché non bisogna mai dimenticare che il primo responsabile è il governo, Gentiloni, Calenda e Renzi nei rispettivi ruoli. L’Ilva è stata guidata malissimo dalla gestione commissariale governativa, che aveva il solo scopo di tenerla in piedi con il fil di ferro, fino alla svendita finale. Ricordate la lotta di lavoratori e cittadini contro l’inquinamento mortale e le contrapposizioni tra diritto al lavoro e diritto alla salute?

Ecco, in continuità e persino in peggioramento rispetto alla gestione Riva, quella governativa ha negato entrambi quei diritti. E alla fine c’è stata la farsa dell’asta che ha premiato la multinazionale francoindiana con Marcegaglia come attaché. Un film già visto con Piombino e con tante altre imprese strategiche per il paese: quello di un governo che svende il patrimonio di noi tutti e che lascia inevitabilmente che sia il compratore a decidere tutto.

All’Ilva ci sarebbero le condizioni e la necessità della nazionalizzazione. Essa é il solo strumento che permetterebbe di fare investimenti produttivi, di risanare l’ambiente, di dare un futuro al lavoro. Si tratta cioè di decidere che, se l’Italia ha bisogno di siderurgia e ne abbiamo bisogno, allora lo stato garantisce che ciò avvenga. Invece il governo ha piegato lo stato agli interessi peggiori del mercato, a quelli di avvoltoi e sciacalli multinazionali.

Lo stato è diventato il complice degli affaristi, il servo del saccheggio, lo scafista della schiavitù del lavoro. Le acciaierie di Piombino dopo diverse svendite sono ferme. All’Ilva gli stessi tecnici della gestione commissariale non avevano dato credibilità al piano Arcelor Mittal, mentre i responsabili della salute pubblica ne avevano denunciato l’assenza di impegni per il risanamento. Inoltre tutti sapevano che la grande multinazionale si sta fondendo con la tedesca TyssenKrupp e che in tutto il mondo sono in corso tagli di personale e chiusure di stabilimenti.

Se c’era una cessione da non fare era proprio quella che invece il governo ha voluto a tutti i costi. Perché il nostro è un governo che ha fatto delle privatizzazioni e del servilismo verso le multinazionali la propria bandiera. Bandiera che sventola quando va dai padroni tedeschi e UE: visto come siamo stati bravi e ubbidienti? Noi non siamo neppure come Macron, noi lo stato lo usiamo solo per favorirvi!

E non facciano ora le gioconde i dirigenti di Cgil Cisl Uil. Essi sapevano perfettamente dall’inizio come sarebbe andata la vicenda Ilva, così come andranno Alitalia, Piombino e tante altre aziende che il mercato vuol saccheggiare e chiudere. Ma la parola nazionalizzazione per i leader confederali è tabù, così come lo è per la cosiddetta sinistra, che piange sui licenziamenti e non propone nulla per fermarli.

Ai lavoratori Ilva in lotta va dunque tutta la nostra solidarietà e un piccolo consiglio: non fidatevi di chi non ha il coraggio della verità. O nazionalizzazione o schiavitù, questa è la realtà, il resto è solo solo fumo e malafede.

PS : aggiungo la foto dei miei amici e compagni Sergio Bellavita e Franco Rizzo, che prima di salire al ministero come USB, si son fatti fotografare con questo cartello e per questo sono stati identificati dalla Digos. Naturalmente io tolgo il punto interrogativo…