mercoledì 19 luglio 2017

MA CHE REFERENDUM?

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Il referendum voluto dalla destra venezuelana che in pratica non conta nulla di ufficialmente ammesso dalla Costituzione,viene paragonato sia come impostazione che come risultati con relativi brogli alle primarie del Pd soprattutto nell'ottica di numeri poco credibili(madn primarie+pd+brogli ).
Infatti Contropiano(/internazionale-news )fornisce dati sull'elettorato(anche dei venezuelani che risiedono all'estero),sul numero di cabine e di seggi e della tempistica che non stanno ne in cielo ne in terra,oltre che il risultato ampiamente pronosticabile.
Circa un mese fa(madn la-cia-caracas )si era nuovamente parlato delle forti ingerenze Usa negli affari di Caracas e della voglia smaniosa di controllare tutte le ricchezze e le risorse dello Stato sudamericano,e con tutta la campagna contro il Presidente Maduro e il suo governo sta avendo risultati.

La matematica inventata del “referendum” della destra venezuelana. Cose che neanche le primarie del PD…

In occasione del plebiscito illegale e non previsto dalla Costituzione celebrato nella giornata di domenica dalla MUD si sono visti brogli macroscopici, che forse al lettore italiano ricorderanno qualcosa: le primarie del Partito Democratico
Questo articolo esce in contemporanea su Contropiano e L’Antiplomatico.
Brogli e menzogne. Questo il filo rosso che lega l’insana alleanza tra l’opposizione golpista venezuelana e il Partito Democratico. 
In occasione del plebiscito illegale e non previsto dalla Costituzione celebrato nella giornata di domenica dalla MUD si sono visti brogli macroscopici, che forse al lettore italiano ricorderanno qualcosa: le primarie del Partito Democratico. La competizioni elettorali interne del partito di Renzi puntualmente segnate da brogli. 
Secondo i dati forniti dalla stessa MUD, c’erano 14.000 cabine elettorali in 2.000 seggi aperti per 9 ore. Dunque: 7.186.170 voti/14.000 cabine elettorali/9 ore = 57 voti ogni ora per cabina.
Vale a dire 1 voto ogni minuto e 5 secondi per ogni cabina elettorale, comprese le operazioni di identificazione. Siamo ai confini della realtà.
Uno dei leader dell’opposizione, Henrique Capriles, aveva dichiarato che «la proiezione sulla partecipazione per il 16 luglio è di 11 milioni di persone». 

In realtà, nonostante i comprovati brogli, il dato sulla partecipazione si è attestato a 7.186.170 elettori, che rappresentano appena il 37.3% del corpo elettorale. 
L’ex presidente del Consiglio Nazionale Elettorale, Jorge Rodríguez, ha spiegato che il numero reale dei votanti è stato di 2.395.390 persone, perché l’opposizione ha moltiplicato per tre i voti delle persone a cui ha sommato i 930.000 voti nulli. 



Rodríguez ha inoltre fatto notare che l’opposizione ha dichiarato il voto di 693.000 residenti all’estero, quando nel registro elettorale vi sono solamente 101.000 persone.
Un esempio di irregolarità? Una persona è riuscita a votare ben 17 volte in seggi diversi. In una conferenza stampa con i responsabili del processo elettorale organizzato dall’opposizione, un giornalista ha chiesto se questo fosse possibile. 
La risposta di uno dei responsabili, Benjamin Scharifker, è stata affermativa.
Forse basta solo questo dato a squalificare un plebiscito illegale che ha l’unico scopo di giungere alla formazione di un governo parallelo e impedire l’installazione dell’Assemblea Nazionale Costituente, voluta da Maduro per superare con la pace e il dialogo le tensioni create dall’opposizione golpista.
Il plebiscito della MUD, viste anche le analogie, ha lo stesso valore delle primarie farlocche organizzate dal Partito Democratico. 
Quanto sta accadendo in Venezuela è uno scenario visto e rivisto nella storia recente. Ex Jugoslavia, Iraq, Libia, Siria. Anche se il parallelo forse più corretto è quello con l’Ucraina del colpo di stato del febbraio del 2014. A Caracas, come a Kiev, le premesse del golpe sono state prodotte dalle corporazioni mediatiche e il fascismo storico (in Ucraina sono neo-nazisti dichiarati, in Venezuela sono “guerriglieri di Dio” che combattono con i scudi crociati come al tempo delle crociate e danno alle fiamme chavisti e neri) si è presto mischiato con il fascismo moderno, quello delle corporazioni finanziarie che in nome della produttività, competitività e flessibilità distruggono diritti sociali, Welfare e libertà. Olio di ricino tradizionale e olio di ricino moderno (austerità): il cocktail più micidiale di oggi è un pericolo non solo per Ucraina e Venezuela, ma per tutto il mondo.
L’obiettivo in Venezuela è chiaro: trasformare il paese in una nuova Siria e prendere possesso delle riserve di petrolio e oro più grandi al mondo. Il PD (e purtroppo il nostro governo a quanto pare) come in Ucraina sono dalla parte del fascismo finanziario e di quello storico. Intanto l’Italia, paese allo sbando, discute in Parlamento di un ‘golpe’ organizzato da Maduro con l’Assemblea Costituente (sic!) mentre vengono tessute le lodi del golpista Leopoldo Lopez, sulla cui coscienza pesano i 43 morti causati nel 2014 dal piano eversivo ‘La Salida’. 

martedì 18 luglio 2017

LA FRANCIA NON FA I CONTI COL COLONIALISMO


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Il giovane presidente francese Macron nei giorni scorsi ha parlato del futuro dell'Africa nell'ottica della situazione della migrazione tralasciando tutto quello che il suo paese ha fatto con secoli di colonialismo durante i quali(e non solo nel continente nero)la Francia così come tutte le potenze coloniali e imperialiste ha sfruttato risorse,territori e persone(thesocialpost.it bufera-macron-dichiarazioni-africa-discutere ).
L'articolo di Contropiano(macron-la-la-presunta-superiorita )dà la voce all'Africa ed a un suo uomo che non parla da schiavo ma che fornisce elementi di discussione dopo che la Francia ha mietuto con le sue occupazioni e le sue guerre centinaia di migliaia di morti oltre che lo sfruttamento delle ricchezze di un territorio che rimane sempre in uno stato di difficoltà e di estrema povertà per la stragrande maggioranza dei suoi abitanti.

Macron, o la presunta superiorità dell’uomo (francese?) europeo.

di Aboubakar Soumahoro 
Il presidente francese Emmanuel Macron sostenendo che “l’Africa ha avuto problemi di civilizzazione” conferma ciò che fu la colonizzazione dal punto di vista del degrado culturale dei suoi protagonisti e promotori.
Perché la presunta civilizzazione “superiore” portata dalla Francia sul continente africano, dal punto di vista storico, si legge attraverso la colonizzazione con i vari crimini che essa ha portato con se. Basta ricordare le rivolte finite nel sangue in Camerun con oltre 120 000 morti. Parliamo dei “tiratori” africani spinti in prima fila sotto le bombe dei nazisti mentre gli altri militari, di pelle bianca, risultavano in seconda e terza fila.
Noi siamo quella civiltà che venne repressa, sempre dalla Francia a Setif in Algeria con oltre 45 000 morti nel 1945. Siamo quell’Africa che l’esercito francese colonialista massacrava con oltre 100 000 morti in Madagascar nel 1947. Vogliamo anche parlare dell’uccisione di contadini, donne e giovani durante l’opera detta civilizzatrice francese in giro per l’Africa (Senegal, Costa D’Avorio, Mali, Ghana, Guinea, ecc ecc)?
Ecco oggi la stessa politica francese, da non confondere con il popolo francese nel suo insieme, ha venduto armi per 6,6 miliardi di euro nel solo 2016, e l’Africa risulta una delle principali piazze di questa economica bellica.
Questa è anche la civiltà portata dalla Francia di sua maestà tra noi africani della presunta civiltà inferiore. Una presunta civiltà inferiore che per la sua dimensione di umanità e di rifiuto di ogni forma di subalternità, si è ribellata con dignità contro i vari saccheggi delle sue risorse umane e naturali.
La decolonizzazione per noi, con la costruzione di mentalità nuova, continua ne sia sicuro Signor Presidente. La storia non può essere scritta e manipolata da chi ha costruito quella mostruosità che è la colonizzazione.

sabato 15 luglio 2017

INCENDI,BUROCRAZIA E CRIMINALI

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Nelle ultime settimane l'allarme e l'emergenza incendi in Italia e soprattutto nelle regioni centromeridionali si fa sempre più serio e difficile da affrontare per una serie di fattori diretti ed indiretti.
La mancanza cronica di personale e di mezzi(che ci sono ma vedremo più avanti),i continui tagli alla spesa pubblica eliminando il corpo forestale dello Stato col decreto Madia(madn decreto-madiaburocrazia-e-derive antidemocratiche ),l'insensatezza criminale dei piromani pagati dalla criminalità organizzata,un politica sugli incendi che non è più preventiva ma repressiva sono i fattori che hanno portato parecchie regioni a vedere centinaia di ettari andati a fuoco oltre che abitazioni e la conta delle prime vittime.
L'articolo di Contropiano(litalia-brucia )parla dell'ordine dei carabinieri che impedisce alle migliaia di guardie forestali confluite nel loro corpo di poter intervenire a fianco dei vigili del fuoco,delegando solamente a questi ultimi un lavoro enorme che prima compivano assieme.
Inoltre tutte le attrezzature del corpo forestale dello Stato(non solo quelle antincendio)sono rimaste inutilizzate nei vari depositi per la mancanza di decreti dopo la suddetta riforma Madia,un intoppo burocratico che si somma alla già nota carenza di personale per quanto riguarda i vigili del fuoco.

L’Italia brucia ma il governo vieta a ex guardie forestali di intervenire.

L’Italia brucia ma un documento inchioda il governo e la sua irresponsabilità. A rivelarlo è l’Usb sul suo sito pubblicando una circolare del 7 luglio del Comando dei Carabinieri con il quale si indica alle ex Guardie Forestali – forzatamente integrati nei Carabinieri grazie alla Legge Madia – dal non intervenire più in caso di incendi ma di limitarsi ad avvisare i Vigili del Fuoco. Sull’emergenza incendi (così come su quella invernale) pesano poi le divaricazioni burocratiche che lasciano a terra molti degli elicotteri della ex Guardia Forestale portati “in dote” ai Carabinieri.
Eppure dalle zone interessate dai devastanti incendi di questo periodo, si levano quotidianamente gli allarmi per l’insufficienza di uomini e mezzi. Sono pochi i Vigili del Fuoco, sono pochi i volontari…. e sono pochi i Forestali… Anzi i Forestali ormai non ci sono più, perché il loro Corpo è stato sciolto dal governo. Si tratta di oltre settemila dei quasi ottomila effettivi che sono passati armi e bagagli nell’Arma dei Carabinieri, mentre le loro competenze sono state accollate ai Vigili del Fuoco. Non bastasse, il loro prezioso patrimonio di mezzi sul fronte della lotta agli incendi boschivi, giace praticamente inutilizzato nei capannoni, bloccato dalla burocrazia, cioè dalla mancanza di decreti attuativi della riforma Madia. Classica storia all’italiana.
Le vette dell’assurdo sono però raggiunte dalla disposizione di servizio del 7 luglio scorso, emanata dal comando generale dei Carabinieri, in cui si chiarisce una volta per tutte cosa devono fare in caso di incendio boschivo gli ex Forestali entrati nell’Arma: niente.

Come si può leggere nel documento qui sopra, firmato dal generale Antonio Ricciardi, in caso di incendio bisogna chiamare i Vigili del Fuoco e poi andarsene. Al limite, ma proprio al limite, si interviene per soffocare “piccoli fuochi”. Trattandosi di comunicazioni burocratiche, si attende una disposizione di servizio che definisca meglio il concetto di “piccoli fuochi”: una fiammella? Una vampa di un paio di metri? Chissà…


Al di là delle battute, è chiarissimo il cambiamento in peggio nella lotta agli incendi boschivi. Se ne occupino i Vigili del Fuoco, che hanno già miliardi di grattacapi. Gli ex Forestali, tutti oggi dotati di pistola di ordinanza, si dedicheranno alle indagini. Come ha anche rivendicato il ministro dell’Ambiente Galletti ai microfoni di Rai News: “Noi vogliamo che i carabinieri siano impegnati nell’attività d’indagine”. Un cambiamento totale di politica: una volta si parlava di prevenzione, ora di repressione. E l’Italia può continuare a bruciare, mentre gli elicotteri e le ex Guardie Forestali dovranno correre dietro ai ladri di polli.

venerdì 14 luglio 2017

GLI INTERMINABILI TEMPI D'ATTESA NELLA SANITA'

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Il problema delle liste d'attesa in Italia è una questione annosa,vergognosa e letale,in quanto la maggior parte dei cittadini cui servono accertamenti clinici e diagnostici non possono permettersi i grandi esborsi che la sanità privata,quella su cui puntano da anni i diversi governi(madn la-sanita-assicurata ),offre e dispone anche e soprattutto con medici che operano in strutture pubbliche.
L'articolo preso da Contropiano(diagnostica-specialistica )offre suggerimenti che i più non conoscono e che permettono di poter effettuare visite mediche specialistiche entro 30 giorni e per gli esami diagnostici entro 60 giorni così come la legge dice.
Se l'Asl o l'Ats o Asst di competenza non riesce tramite il Cup a gestire o sopperire alle richieste,il paziente può rivolgersi presso strutture private e ottenere il rimborso della differenza tra il ticket(se dovuto)e l'effettiva somma della prestazione dall'ente territoriale tramite la modulistica presente nel contributo stesso.
Perché nonostante i proclami,e parlo di Regione Lombardia,di poter ottenere visite specialistiche per i casi di malattie croniche o di controllo per malattie pregresse come ad esempio nel settore oncologico entro sei mesi(cioè ben oltre i limiti temporali previsti dalle leggi)questo non succede ed i tempi di attesa ad esempio per controlli a distanza di un anno,si superano abbondantemente in troppi casi anche l'anno e mezzo.
E' specificato anche che il medico curante ha la possibilità di inserire nell'impegnativa che serve per la prescrizione di esami e di visite,che è tenuto secondo la gravità dello stato di salute a segnare dei codici di priorità che possono essere da meno di 72 ore,entro i dieci giorni e differibile entro i limiti di legge tra i 30 e i 60 giorni,anche se quasi sempre segnano che l'esame è programmabile(cioè si va ad attendere mesi o anni)oppure non c'è nessuna specifica di priorità.
C'è da dire che ora i medici della mutua di qualche decennio fa non esistono più purtroppo,quelli odierni ora delegano a specialisti praticamente tutto,non visitandoti nemmeno e basandosi solo su quello che viene detto dal paziente,facendolo entrare nel limbo delle lunghe,infinite attese.

Diagnostica specialistica, si può evitare di attendere anni.

Le liste di attesa negli ospedali pubblici, o nei centri convenzionati con il nostro Servizio Sanitario Nazionale, per fare un esame diagnostico, per una visita medica specialistica sono molto spesso interminabili, lunghissime. Noi sappiamo che una persona affetta da patologia deve avere una risposta in tempi rapidissimi, è una questione fondamentale per la sua salute, per la sua esistenza. Non si può quindi attendere che la patologia si aggravi.
La maggioranza delle persone non ha possibilità di rivolgersi a una struttura privata, pagando quindi di tasca propria, per fare una visita medica, o un esame specialistico quali a esempio una TAC, o una Risonanza Magnetica Nucleare, o una Ecografia. La legge parla chiaro e le prestazioni mediche alle quali una persona, un paziente, ha diritto entro tempi sicuri e prestabiliti sono trenta giorni per una visita medica specialistica e sessanta giorni per gli esami diagnostici.
Se questi tempi non vengono rispettati, la persona può e deve pretendere che la stessa prestazione venga prestata dal medico in forma privata, cioè in intramoenia, senza costi aggiuntivi, senza un costo aggiuntivo al ticket che ha già pagato.
Bisogna dire che i limiti temporali di 30 e 60 giorni non sono validi nel caso si tratti di esami d’urgenza, dove non è indispensabile andare al Pronto Soccorso.
In questi casi le prestazioni devono essere prestate, dal momento della richiesta, entro 24 ore o, a seconda dei casi, entro sette giorni dalla presentazione della richiesta.
Va specificato che tale richiesta non deve essere fatta per telefono e tanto meno online, ma direttamente allo sportello della struttura ospedaliera; se una persona è affetta da malattie cardiovascolari, o da tumori, il tempo per l’attesa di un esame diagnostico non deve essere superiore ai trenta giorni. Esiste, per il medico che prescrive tali visite, o accertamenti diagnostici, un CODICE DI PRIORITA’.
Codice U cioè urgente per ottenere la prestazione entro le 72 ore.
Codice B cioè breve per ottenerla entro 10 giorni.
Codice D, o differibile, per ottenere entro 30 giorni la visita specialistica, e 60 giorni per gli esami diagnostici.
Codice P per tutto ciò che è programmabile.
Il Decreto Legislativo numero 124/1998 è molto chiaro e il comma 10 fissa in maniera molto precisa le regole per le liste d’attesa.
«Le regioni disciplinano i criteri secondo i quali i direttori generali delle aziende unità sanitarie locali ed ospedaliere determinano, entro trenta giorni dall’efficacia della disciplina regionale, il tempo massimo che può intercorrere tra la data della richiesta delle prestazioni di cui ai commi 3 e 4 e l’erogazione della stessa. Di tale termine è data comunicazione all’assistito al momento della presentazione della domanda della prestazione, nonché idonea pubblicità a cura delle aziende unità sanitarie locali ed ospedaliere.»
L’articolo 3 al comma 13 così specifica:
«Qualora l’attesa della prestazione richiesta si prolunghi oltre il termine fissato dal direttore generale ai sensi dei commi 10 e 11, l’assistito può chiedere che la prestazione venga resa nell’ambito dell’attività libero-professionale intramuraria, ponendo a carico dell’azienda unità sanitaria locale di appartenenza e dell’azienda unità sanitaria locale nel cui ambito è richiesta la prestazione, in misura eguale, la differenza tra la somma versata a titolo di partecipazione al costo della prestazione e l’effettivo costo di quest’ultima, sulla scorta delle tariffe vigenti. Nel caso l’assistito sia esente dalla predetta partecipazione l’azienda unità sanitaria locale di appartenenza e l’azienda unita’ sanitaria locale nel cui ambito è richiesta la prestazione corrispondono, in misura eguale, l’intero costo della prestazione.»
Come si legge tutto è abbastanza chiaro e vantaggioso, questa regolamentazione è conosciuta da pochi e né ospedali, nè tantomeno strutture ASL tendono a chiarire e informare le persone dei loro diritti. La persona, il malato in causa, deve presentare una domanda, una richiesta fatta semplicemente in carta semplice per “prestazione in regime di attività libero-professionale intramuraria”. Tale richiesta va indirizzata al Direttore Generale dell’Azienda Sanitaria di appartenenza. La richiesta, dove si forniscono anche i propri dati, deve specificare se si tratta di visita specialistica, o di un preciso esame diagnostico, e riferire che il CUP ha comunicato l’impossibilità di effettuare la prenotazione richiesta (indicare esattamente la data ricordandovi i tempi prescritti per le visite e per gli esami dignostici), specificando che la prestazione ha carattere di urgenza.
Ricordate (repetita iuvant) che tale prestazione deve essere a carico del Servizio Sanitario Nazionale ai sensi del Decreto Legislativo 124/1998 articolo 3 comma 3, chiedendo una immediata comunicazione. In mancanza di prenotazione nel regime di attività libero-professionale intramuraria il malato, la persona effettuerà tale prestazione privatamente, e farà il preavviso per una successiva richiesta di rimborso alla ASL.
Nel caso che tale visita o esami diagnostici abbiano carattere di urgenza e il malato non possa attendere, la persona, il malato DEVE IMPORSI e chiedere alla struttura ospedaliera che gli venga garantita una visita specialistica medica in intramoenia, SENZA IL PAGAMENTO, OLTRE AL TICKET, DI ALCUNA ALTRA SOMMA DI DANARO.
In caso contrario il malato può rivolgersi privatamente chiedendo, in seguito, il rimborso dell’ASL.
Per presentare la vostra istanza al Direttore Generale dell’Azienda Sanitaria oppure all’Azienda Ospedaliera si dovrà compilare un modulo simile al seguente e spedirlo con raccomandata:
Al Direttore Generale
dell’Azienda Sanitaria (o Ospedaliera)………
Oggetto
: Istanza per prestazione in regime di attività libero-professionale intramuraria.
Il sottoscritto ………………, nato a ……….. il……………, residente a …………….., in Via ……………., Cod. Fisc.: ….. Premesso-‐che in data ….. gli è stato prescritto il seguente accertamento diagnostico (o visita specialistica): ………;
-‐che in data … il CUP ha comunicato l’impossibilità di prenotare la prenotazione richiesta prima del ……;
-‐che in data …………. con lettera raccomandata ricevuta il ………………………., il sottoscritto richiedeva che la prestazione richiesta venisse resa in regime di attività libero-professionale intramuraria con onere a carico del SSN ai sensi del D.Lgs. 124/98, art. 3, comma. 13;
-‐che a tale richiesta codesta Azienda non ha dato alcun riscontro;
-‐che la prestazione richiesta, per la sua natura di urgenza incompatibile con i tempi di attesa previsti, si è dovuta effettuare privatamente, in data ……….., presso ………;
-‐che per la suddetta prestazione il sottoscritto ha anticipato la somma di euro ……come da fattura che si allega;
Chiede
che la somma anticipata gli sia rimborsata da codesta Azienda, al netto di quanto eventualmente dovuto a titolo di ticket.
Luogo e data ……
Firma dell’interessato
Prof. Roberto Suozzi
Medico-chirurgo
Farmacologo Clinico

giovedì 13 luglio 2017

A PROCESSO GLI ASSASSINI DI STEFANO CUCCHI

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Ad inizio anno i tre carabinieri accusati del pestaggio che ha provocato la morte di Stefano Cucchi nel 2009 erano già stati sospesi dal loro lavoro(madn troppo-poco-sapendo-come-vanno-le-cose ),preludio al rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale,mentre per altri due l'accusa è di falsa testimonianza.
Nell'intervista riportata da Contropiano(stefano-cucchi )al legale della famiglia Cucchi emerge anche la volontà di denunciare chi fece le perizie e le consulenze per la difesa che si sono rilevate di parte,in quanto i risultati dell'autopsia e dei successivi esami falsati per cambiare la causa della morte ora sono un'arma ritorta conto loro.
Nell'attesa del nuovo processo che dovrebbe cominciare il 13 ottobre il sostegno massimo alla sorella Ilaria e a tutti i familiari,gli amici e le persone che col loro lavoro in questi otto anni non si sono mai arresi per fare emergere la verità.

Stefano Cucchi, “finalmente un processo che cerca la verità”.

La vicenda processuale relativa all’uccisione di Stefano Cucchi ha segnato questa settimana una novità importante. L’intervista a Fabio Anselmo, avvocato della famiglia, permette di chiarire cosa è avvenuto ed è stata realizzata da Radio Città Aperta.
Buongiorno avvocato
Buongiorno a voi.

A otto anni di distanza dalla morte di Stefano Cucchi finalmente qualcosa si muove. Possiamo dire questo?
Beh, direi che si muove non qualcosa… Direi che siamo in un momento assolutamente decisivo, che è stato il rinvio a giudizio dei responsabili del gravissimo pestaggio su Stefano, subito dopo il suo arresto. L’inchiesta, assolutamente mirabile, che inchioda alle proprie responsabilità gli imputati, è esitata nel doveroso rinvio a giudizio che, devo dire, era dato per scontato anche dagli stessi difensori degli imputati, da quello che ho capito…
In effetti noi ci siamo sentiti alcuni mesi fa, quando fu resa nota l’ultima perizia; e già in quell’occasione in effetti lei ci aveva detto che c’era ottimismo rispetto ad un rinvio a giudizio per i carabinieri coinvolti. Ricordiamo sono cinque persone, tre – mi corregga se sbaglio – con l’accusa di omicidio preterintenzionale, mentre due per aver testimoniato il falso durante gli altri processi.
Sì. Mi pare tre, perché uno dei tre accusati del pestaggio è accusato anche di avere detto il falso. Se ricordo bene a memoria, è così. Comunque non c’è differenza. Leggendosi le carte, studiando le carte del processo, si capisce chiaramente come è andata. Credo che le prove raccolte dalla procura di Roma sono formidabili rispetto agli autori del pestaggio. Infatti gli avvocati, da quello che ho capito, puntano molto l’attenzione sul contestare il nesso causale tra questo pestaggio e la morte di Stefano, facendo leva su quelle perizie, quelle consulenze contestatissime, che hanno portato a due annullamenti da parte della Corte di Cassazione per quanto riguarda la causa di morte di Stefano. Ma quelle due perizie, quelle consulenze dell’ufficio di procura, hanno dei nomi e dei cognomi. E noi li citeremo a giudizio come testimoni in questo processo, assolutamente. Io non vedo l’ora. Non vedo l’ora perché la verità è emersa. “Elle tre” (una delle vertebre, la terza lombare, ndr) aveva la sua frattura acuta prodotta dal pestaggio, che nella tac fatta dai periti risulta occultata, perché la vertebra è tagliata. E questo era stato messo nero su bianco dal presidente dell’associazione italiana di radiologia. I periti dell’incidente probatorio, pur nelle varie polemiche e contestazioni, alla fine hanno ammesso che l’unica causa di morte che ha dei riscontri obiettivi. Si parla tanto dell’epilessia, ma gli stessi periti dicono che non hanno nessun riscontro obiettivo. E lo dicono ben precisamente nella loro perizia. Quindi l’unica causa di morte che invece ha riscontri oggettivi è quella della vescica neurologica che si è determinata a seguito del violentissimo pestaggio, ossia delle fratture alla schiena di Stefano, che è esitata in un globo vescicale .. Questo è quello che abbiamo sempre sostenuto in questi otto anni durissimi.
Questo è stato un elemento decisivo per il rinvio a giudizio, il fatto che la perizia evidenziasse una relazione tra le percosse e appunto la successiva – cito testualmente – “acuta distensione vescicale” riscontrata poi sul corpo di Stefano. E’ giusto?
Assolutamente. Noi abbiamo finalmente dei giudici in un processo che non è più un processo storto, con imputati sbagliati, con delle forzature evidenti come era quello originario; che ha creato tanti danni e tante polemiche e che non a caso ha subito due annullamenti da parte della Suprema corte di Cassazione. Noi finalmente abbiamo un processo dritto, fisiologico, naturale. Gli autori del violentissimo pestaggio dovranno risponderne al processo. Avranno tutti i loro diritti di difesa, li eserciteranno più che legittimamente. Ci misureremo, finalmente, in un’aula di Corte d’Assise con un processo impostato in maniera corretta.
E questa è sicuramente una buona notizia. Il processo dovrebbe avere il via il 13 ottobre prossimo, giusto?
Sì, esatto.
Secondo lei quali potrebbero essere i tempi, se esiste la possibilità di prevederlo?
Questo no. La possibilità di prevedere i tempi noi non ce l’abbiamo … Io vedo che però lo Stato vuole fare questo processo e lo vuole fare senza perdere tempo, senza pregiudicare i diritti di difesa, ma senza perdere tempo.
E questo sarebbe importante…
E’ molto importante, non scherziamo; di tempo ne abbiamo già perso troppo.
Sono passati otto anni Un’ultima domanda. Non ha molto a che fare con il campo giuridico, però so che lei è ovviamente in contatto con Ilaria. Come sta Ilaria, come ha preso questo notizia?
Ilaria è una donna meravigliosa, è una donna stupenda, devo dire che non finirà mai di stupirmi. E’ una donna che ha saputo, da sola, affrontare tutto e tutti, superare ogni umiliazione, ogni sconfitta, mai – dico mai – perdendo la grande dignità che la contraddistingue e contraddistingue anche la sua famiglia. Ilaria chiaramente è emozionata. Ha una situazione, dal punto di vista emotivo, estremamente delicata perché chiaramente, finalmente, si troverà di fronte, in un’aula di giustizia, i responsabili della morte di suo fratello. E, soprattutto, non sarà più sola insieme a me, ma finalmente ha lo Stato al suo fianco, impersonato dalla Procura della Repubblica di Roma. E finalmente avrà un processo dove si spera non verrà processata lei stessa, la sua famiglia, Stefano, ma verranno processati gli autori di questo violentissimo pestaggio.
Ed è quello che ci auguriamo tutti. Grazie, avvocato, per il suo contributo…
Grazie a voi…

FIANO GLI CAGA IN TESTA A CORSARO

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Se si continua a sorridere o a lasciare che offese personali che sono molto di più,sono attacchi antisemiti e razzisti ed il fatto che li rendano ancora più grave è l'esser stati pronunciati da un deputato,si ritorna ai tempi in cui politici come Matteotti venivano uccisi dalle squadracce fasciste.Il caso scandaloso di Massimo Corsaro,un coglione che parla di presunte teste di cazzo,che è passato dall'Msi ad An fino al Pdl e ai""ricostruttori"di Fitto,di aver scritto che Emanuele Fiano nasconde dietro le sue sopracciglia il segno della circoncisione.Fiano,di origine ebraica e fermo sostenitore dell'antifascismo e dell'antisemitismo,per ora non replica,avvezzo a questi trattamenti da quando è in politica e forse anche prima,relatore dell'ultima proposta di inasprire sanzioni contro chi commetta il reato di apologia del fascismo e del nazismo,negli scorsi anni si era già prodigato per impedire la presentazione alle elezioni delle liste di Ca$$a Povnd,Alba D'orata,e Fogna Uova ne 2012(madn no-nazi-in-politica ),contro le ronde nere nel 2009(madn aaaronda-cercasi ),contro il dipartito Buonanno nel 2015 dopo la sua telenovela della pistola puntata in tv che avrebbe anticipato i tempi(madn pistole-e-pistola ),per aver impedito la Woodstock nera al teatro Manzoni a Milano nel 2013(madn nazzzi-rock )e il licenziamento a Lallio di una donna in stato vegetativo nel 2011(madn licenziamento-scandaloso ).Insomma cosa ci faccia nel Pd lo sa ancora solo lui,che è l'unica pecca che mi sento di dire a questo uomo,che è una persona e non vigliacco e una merda come il suo collega Corsaro.Articolo di Left:il-gerarca-corsaro-contro-fiano/ .
Eccolo qui l'esempio:il gerarca Corsaro contro Fiano.
A vederlo viene voglia di non crederci:
Il deputato Massimo Corsaro, piccolo fascistello nostalgico, passato dai Berluscones ai sostenitori di Fitto (rendetevi conto, Fitto) riesce in una sola frase ad essere stupido, schifoso, antisemita e volgare. Un capolavoro che nemmeno il peggior comico riuscirebbe a condensare in una sola frase.
Fiano, da parte sua, avrebbe la colpa di essere estensore di una legge contro la propaganda fascista (legge che personalmente ritengo piuttosto pasticciata) ma soprattutto di essere ebreo e circonciso: così il gioco viene facile.
Al di là della personale solidarietà per Fiano (e tutto il disgusto per Corsaro) la vicenda è l’esempio lampante di una “moda di manganello” che piuttosto che nuove leggi avrebbe bisogno di punizioni esemplari con le leggi che già ci sono. Questo post è un reato. Chiaro. Semplice.
Ora serve solo uno Stato che abbia la capacità di punirlo.
Ecco qua.
Buon giovedì.

mercoledì 12 luglio 2017

LE PRESSIONI SULL'ITALIA NEL MARASMA LIBICO


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Le imposizioni più che le richieste del resto dell'Europa ma soprattutto degli Usa nella prima persona di Trump,di un maggiore e nuovo impegno dell'Italia nei confronti della Libia o meglio del territorio spezzettato comandato da diversi clan,sono una causa persa già da ora per la nostra inefficacia in politica estera e per gli oneri enormi che vengono richiesti.
Investimenti certo miliardari e che non solo i vari alleati ci chiedono ma che molte multinazionali nostrane spingono perché vengano spesi,Eni in primis,ma che allo stato attuale delle cose sono irrealizzabili.
L'articolo preso da Contropiano(libia-maggior-impegno )parla innanzitutto nella sfera politico-militare in quanto il fantomatico governo di unità nazionale che stiamo appoggiando con al comando Al-Serraj in realtà occupa poco o nulla,e tra le varie fazioni che si contendono le ricche risorse naturali ci questo povero Stato(oltre che il traffico dei migranti),il maresciallo Haftar dell'esercito nazionale libico è quello più potente.
Grazie anche all'aiuto dell'Egitto e della Russia che vuole espandere la sua politica interventista oltre la Siria e che può intervenire di prepotenza in una zona dove dal 2011 poco e nulla è cambiato,nonostante i proclami propagandistici italiani di conquiste come l'apertura di una nostra ambasciata a Tripoli(vedi anche:madn caos-libico ).

Libia: maggior impegno per far cosa? Guerra e petrolio.

di Franco Astengo
Breve riassunto della situazione libica: notizie tratte da vari siti web e organi di stampa.
Mettiamo a confronto queste notizie:
11 Luglio (ieri)
L’Esercito Nazionale Libico (LNA) del maresciallo Khalifa Haftar si aggiudica un altro successo nella “battaglia del Fezzan” combattuta nella regione desertica meridionale libica contro le milizie di Misurata e i loro alleati legati indirettamente al governo riconosciuto dalla comunità internazionale di Fayez al-Sarraj.
Ieri le truppe di dell’uomo forte del governo laico di Tobruk, il generale Khalifa Haftar, hanno conquistato la base aerea di Al-Jufra, 500 chilometri a sud di Tripoli e i centri di capoluogo Hun e Sukna, cittadine fra i 30 mila e i 10 mila abitanti e situati a circa 250 km in linea d’aria a sud di Sirte, dove sono state trovati depositi di munizioni e veicoli. LNA controlla ora i centri nevralgici militari del Fezzan dopo che il 25 maggio le truppe di Haftar avevano preso il controllo della base aerea di Tamenhant vicino a Seba.”
Chi appoggia Haftar?
Haftar s’è costruito un ruolo da uomo forte nella Cirenaica, un riferimento non solo militare ma anche politico-diplomatico per chiunque voglia veicolare la soluzione della crisi libica passando da Oriente. È così che l’Egitto si appoggia a lui per tessere le proprie mire in Libia: è un segreto ormai svelato dalla storia la volontà del Cairo di allargare la propria influenza in Cirenaica, area che gli egiziani considerano quasi di proprietà, ricca di interessi strategici ed economici.”
( N.B. : L’Egitto di Al – Sisi, quello dell’assassinio Regeni tanto per capirci)
Inoltre:
Il coinvolgimento della Russia nella guerra libica è cresciuto negli ultimi mesi ed è interessante per almeno tre ragioni. Primo: potrebbe cambiare effettivamente i rapporti di forza tra i gruppi che stanno combattendo, soprattutto se i russi dovessero cominciare a impiegare le forze speciali e addestrare gli uomini di Haftar. Secondo: perché rischia di diventare un motivo di scontro diplomatico tra Italia e Russia, visto che il governo italiano è impegnato a difendere il potere di Serraj (con risultati peraltro non particolarmente brillanti). Terzo: perché mostra come il governo russo abbia intenzione di continuare a perseguire una politica estera aggressiva e interventista, confermando quello che si era già visto in Siria.
Come si è mossa (stupidamente) l’Italia:
Qualsiasi esecutivo, dotato di un minimo senso di realpolitik, si sarebbe mosso con i piedi di piombo nel mutato contesto internazionale.
Ormai da tempo è emerso come Faiez Al-Serraj, appoggiato dall’Italia che continua a puntare su di un ipotetico “governo di solidarietà nazionale”, controlli solo qualche edificio di Tripoli e che le milizie siano libere di fare il bello ed il cattivo tempo nella capitale. Insistere nell’appoggio al ridicolo “governo d’unità nazionale”, è non solo ridicolo, ma addirittura controproducente per gli interessi italiani.
Il premier Paolo Gentiloni ed il Ministro degli Interni Marco Minniti, due prodotti dell’establishment atlantico uscito clamorosamente sconfitto alle elezioni americane dell’8 novembre, hanno invece la brillante idea di muoversi come se nulla fosse cambiato, col risultato di aumentare esponenzialmente i danni alla già traballante posizione dell’Italia nel Mediterraneo. Gli esiti dell’azione del duo Gentiloni-Minniti sono così catastrofici che, ex-post, c’è da chiedersi se un un sano vuoto di potere a Roma non fosse e non sia preferibile.
L’Italia non solo continua così  con l’appoggio  al  ridicolo “governo d’unità nazionale”. Non pago, Minniti (che pare svolgere contemporaneamente il compito di ministro dell’Interno e degli Esteri essendo il titolare della Farnesina impegnato nella eterna campagna elettorale del suo collegio di Agrigento) avvalla in contemporanea la riapertura del’ambasciata italiana a Tripoli, chiusa dal 2015: “Libia, riapre l’ambasciata italiana a Tripoli” scrive la Repubblica, che etichetta la mossa di Minitti come “una scommessa rischiosa”7.
Il termine più adatto non è però “rischiosa”, ma semplicemente “idiota”: il governo Gentiloni, del tutto incapace di comprendere i mutamenti internazionali in atto, aumenta le puntante in Libia e lo fa scommettendo tutto il capitale politico italiano sulla fazione politicamente più debole, coll’effetto collaterale, tutt’altro che secondario, di alienarsi le simpatie del governo di Tobruk e di Khalifa Haftar, sempre più forti dopo il sostegno russo e la vittoria di Donald Trump.
Mentre la situazione “migranti”, che discende direttamente dallo stato di cose in Libia, diventa sempre più difficile da controllare la notizia di oggi è questa (Titoli da “Repubblica”)
Traffico di migranti. L’America in campo.
Si pensa a un sostegno al governo libico per arginare il fenomeno illegale dei barconi dei disperati”
Come dovrebbe avvenire questo sostegno ?
Si prevede una nuova linea politica e militare sulla Libia che potrebbe espandere significativamente il coinvolgimento americano”:
E’ dalla guerra di Cuba del 1899 (senza arrivare al Viet Nam,a  Grenada, a Panama, Al Libano, all’Afghanistan, all’Iraq, alla Siria) conosciamo benissimo il significato delle frase “espandere significativamente il coinvolgimento americano”: tanto più che è facile il collegamento con la presenza russa in appoggio ad Haftar.
Cosa viene chiesto all’Italia?
A parte che c’è già chi scrive di “imposizione” e non di “richiesta” l’ipotesi è quella di “ una missione militare, con compiti di addestramento per far nascere un embrione di esercito nazionale libico.” E si aggiunge, impudentemente : “ la presenza delle truppe occidentali potrebbe garantire anche un deterrente contro le fazioni armate”. Prevedibili gli stessi brillanti risultati di Afghanistan, Iraq, Siria.
E’ troppo facile trarre conclusioni da tutto questo ambaradan: siamo di fronte ad una nuova escalation bellica favorita da una politica estera sciagurata portata avanti in particolare proprio dall’Italia che ha sempre (stoltamente) rivendicato un ruolo da protagonista in Libia, memore dei propri trascorsi coloniali e in presenza di corposi interessi economici: ENI E NON SOLO, ma anche Finmeccanica, Salini – Impregilo, Unicredit.
Ancora una volta siamo di fronte a scelte sciagurate assunte di fronte a situazioni drammatiche e in assenza di un dibattito politico e di un serio confronto pubblico.
Questioni delle quali nessuno sembra interessarsi: tutti con la testa rivolta non solo alle questioni di cucina politica interna ma verso impossibili sponde europee.
L’UE è sul piano del totale disinteresse: Lady PESC non serve proprio a niente e l’unica preoccupazione rimane quella di come fermare i migranti.
Può anche darsi che qualcuno punti sulla VI flotta a presidio del mar libico per bloccare i russi: una soluzione ideale per portare vicino alle nostre coste il rischio di confronto bellico: però i barconi dovrebbero fermarsi e lo scopo sarebbe così raggiunto.

martedì 11 luglio 2017

CONFUSIONE SULL'ANTIFASCISMO IN CASA PD

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Negli ultimi giorni si è parlato molto di antifascismo,sempre giusto e doveroso un ripasso della storia passata e presente e dare una rispolverata alla Costituzione è un atto di impegno civico che dovrebbe essere quotidiano.
Anche perché saltano fuori coloro che appoggiano il fascismo o che essendo di nessuna parte(a sentirli)per l'appunto allora sono fascisti,ma anche chi si autoproclama antifascista ha un poco di confusione non nel difendere la lotta e la nascita della Repubblica italiana con la Resistenza,ma nell'applicare questi insegnamenti.
L'articolo preso da Contropiano(pd-truffa-antifascismo )parla della salvaguardia dell'antifascismo in Italia da parte dei maggiori rappresentanti del Pd,Renzi in testa,ma  racconta anche delle pratiche fasciste che Minniti attua,dei rapporti col governo ucraino,della volontà di cambiare in peggio la legge che tutela gli scioperi.
Con la legge Fiano in discussione che porterebbe ad inasprire le sanzioni per chi compie il reato di apologia del fascismo e del nazismo,che a dispetto delle lamentele e delle critiche comunque propone qualcosa di nuovo e di meglio rispetto a chi vorrebbe abrogare la legge Mancino e chi non propone nulla.
Tra deliri balneari di fascisti a Chioggia e Ostia,con evidenti e seri problemi mentali il primo e con la solita arroganza del branco dei secondi,con i grillini che si mostrano sempre più di estrema destra contro la legge Fiano"liberticida"e con Salvini che vuole la fine della legge Mancino come detto sopra(le altre compagini di destra non le nomino nemmeno intanto si sanno i loro intenti reazionari)ci mettono davanti agli occhi un paese in conflitto interno dove bisogna trovare soluzioni a problemi partendo soprattutto dalla sinistra,ma questi sono altri discorsi da riprendere più avanti.

Pd-truffa: antifascismo elettorale e fascismo vero sul diritto di sciopero.

di Giorgio Cremaschi
In pochi giorni il PD di Renzi, ma anche il sistema politico e mediatico che lo sostiene, hanno innalzato bandiere di segno opposto, sugli stessi temi, quasi contemporaneamente. Mentre in parlamento i piddini, in realtà senza grande impegno, sostengono lo Ius Soli, Renzi fa suo lo slogan di Salvini: Aiutiamoli a casa loro. Del resto le leggi Minniti nemmeno la Lega le avrebbe potute superare in ferocia.
Il renziano di ferro Fiano presenta una legge contro l’apologia del fascismo e del nazismo, ma intanto il governo Gentiloni intensifica i rapporti col governo Ucraino che con ministri fascisti e la presidente Boldrini esprime solidarietà e condivisione in un incontro con uno dei leader neonazisti di quel paese. E i fascisti venezuelani per il PD sono combattenti per la libertà.
Mentre il governo concorda con la UE la prossima finanziaria lacrime e sangue, magari differite a dopo le elezioni, Renzi chiede di bocciare il fiscal compact, sostenuto da quel partito che il 25 aprile ha sfilato a Milano mascherato da blu UE E che resta fanatico dell’Euro.
Ovviamente i fascisti ed i razzisti dichiarati, così come i fanatici dell’europeismo più ottuso, insorgono nelle rispettive competenze, facendo così pienamente la parte loro assegnata nel teatrino renziano.
La realtà è che nulla di tutto questo dovrebbe essere preso sul serio perché il PD è passato dal culto del bipolarismo elettorale alla politica bipolare cioè alla schizofrenia delle sue posizioni. Nulla è serio e coerente nel PD, tranne l’attacco ai diritti del lavoro. Così c’è un progetto su cui Renzi e il palazzo politico mediatico stanno lavorando alacremente e senza contraddizioni: colpire il diritto di sciopero. Qui Marchionne, Renzi, Berlusconi e la grande stampa si trovano uniti, e sono benedetti dalle istituzioni europee e dai governi che stanno facendo altrettanto. Colpire il diritto di sciopero mentre si scatenano le politiche di austerità è il più autentico atto di fascismo che si possa fare oggi. E lo fanno quelli che vogliono colpire l’apologia del fascismo di ieri.

lunedì 10 luglio 2017

LA MARCIA DELLA GIUSTIZIA IN TURCHIA

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A culmine di una lunga marcia per la giustizia cominciata più di tre settimane fa ad Ankara,a Istanbul migliaia di persone sono scese in piazza in maniera pacifica per protestare contro il califfato turco di Erdogan che con l'ultimo referendum ha messo fine alla parola democrazia(madn la-turchia-ha-scelto-erdogan ).A quasi un anno di distanza dal finto golpe(madn sarebbe-stato-un-golpe-giusto-se-vero )che fece quasi trecento morti e che diede inizio all'epurazione di centinaia di cittadini,politici,sindacalisti e insegnanti sospettati di cospirare contro il sultano Erdogan,la Turchia con questa protesta curata ad occhio da centinaia di poliziotti e con i carri armati dell'esercito fa sentire la propria voce e l'indignazione di una grande fetta del suo popolo.Articolo preso da Left(left.it/redazionale ).
Turchia,la forza della marcia pacifista contro Erdogan.
La coraggiosa “rivolta contro l’ingiustizia” dei turchi si è conclusa domenica a Istanbul. La lunga marcia di protesta di centinaia di migliaia di persone contro il regime teocratico-militare del presidente Erdogan è durata più di tre settimane, 25 giorni, e si è snodata per quasi 500 chilometri. Tutti coloro che si sono uniti al fiume dei manifestanti lo hanno fatto per partecipare alla “Adalet Yuruyusu”, la marcia per la giustizia, iniziata ad Ankara, al parco Guven, il 15 giugno scorso.
«Nessuno deve pensare che questa marcia sia finita: questa marcia sta iniziando. Questa è la nostra rinascita, la rinascita del nostro paese, per i nostri figli. Ci rivolteremo contro l’ingiustizia» ha detto Kemal Kilicdaroglu, 68 anni, leader del partito repubblicano, il CHP, il cui partito è il maggior organizzatore dell’evento.
La marcia si è conclusa a poichi giorni da un anniversario drammatico: quello del colpo di Stato che l’anno scorso ha sconvolto il destino di decine di migliaia di turchi. Il 15 luglio sarà un anno dal giorno in cui morirono 249 persone e dall’inizio delle epurazioni del presidente autocrate. Licenziati in migliaia, arrestati in 50mila, in una vita sospesa altre decine di centinaia: adalet, per tutti loro, la folla urla “adalet”, agita la parola scritta rosso su bianco, colori della bandiera turca, e sono molte a sventolare alla marcia, proprio come alle manifestazioni governative.
Dopo 450 chilometri di strada insieme, i manifestanti – gli organizzatori parlano di un milione di partecipanti- si sono salutati a Maltepe, nella parte asiatica di Istanbul, una tappa finale simbolica, nei pressi del carcere dove è rinchiuso il deputato socialdemocratico Enis Berberoglu, condannato a 25 anni per “rivelazione di segreto di Stato”, colpevole di aver denunciato la vendita di armi dalla Turchia alla Siria con camion dei servizi segreti di Ankara.
«Siamo qui, milioni di noi vogliono un nuovo contratto sociale». Prima di concludere, Kilicdaroglu ha lanciato verso il cielo turco una colomba bianca.

domenica 9 luglio 2017

BELFAST,IL CALCIO E GLI SCONTRI

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Il prossimo 13 luglio sarà una data speciale per la città di Belfast non solo per la farsa della marcia dei pagliacci orangisti che si terrà il giorno prima,ma anche perché ci sarà il turno preliminare di Champions League tra il Linfield ed il Celtic Glasgow.
La prima squadra lealista che addirittura tranne rare eccezioni non voleva cattolici tra le sue fila ed il team con i sostenitori filo repubblicani d'Irlanda e più di sinistra non solo in Scozia ma nel resto d'Europa,con scintille che potrebbero infiammare sia prima che dopo il match.
Senza Soste(conflitto-irlandese )prende la palla al balzo descrivendoci le squadre di Belfast in una nazione dove il calcio non è molto seguito ma che comunque ha tifosi passionali e le sfide e soprattutto i derby tra cattolici e protestanti,repubblicani e unionisti,sono state sempre occasione per violenti scontri.

Il conflitto irlandese e le squadre di Belfast.

Il prossimo 13 luglio si giocherà la partita del preliminare di Champions League fra Linfield e Celtic. Una partita che ha mille significati politici e che è considerata ad altissimo rischio visto che il giorno prima ci sarà la consueta marcia orangista, The Twelfth, l'anniversario della battaglia di Boyne del 1690 e che ha generato spesso violenti scontri. Per capire meglio riproponiamo questo nostro articolo di qualche tempo fa che racconta Belfast ed il conflitto irlandese attraverso le sue squadre di calcio

Troubles and football
Prendete una città di quasi 500 mila abitanti, un manipolo di squadre semiprofessioniste e una media spettatori complessiva inferiore a quella di una qualsiasi squadra di Eccellenza del nostro campionato. Pochi sostenitori ma buoni, particolarmente caldi e viscerali, tifosi di squadre ognuna delle quali ha una storia particolare da raccontare. Perché la città non è una qualsiasi e ogni squadra di quelle che andremo a trattare riveste un ruolo non solo sportivo ma anche sociale, religioso e politico. La città in questione è la più conflittuale, insanguinata e divisa che il mondo occidentale abbia conosciuto nel secolo scorso. This is Belfast.
Belfast e la questione irlandese
Belfast è la capitale dell’Irlanda del Nord sin dalla sua creazione, ovvero dal 1920, ed è la città che è stata maggiormente insanguinata dalla violenza britannica e unionista contro la popolazione nazionalista. Sebbene siamo portati ad identificare il conflitto tra irlandesi repubblicani e cattolici da una parte e britannici, unionisti e protestanti dall’altra in maniera più o meno esclusiva attraverso i Troubles (il conflitto civile durato dal 1969 circa fino alla fine degli anni ’90), il conflitto coloniale dura in realtà ormai da più di 800 anni. Una guerra civile i cui protagonisti giocano dei ruoli ben definiti: da una parte invasori e carnefici, gli unionisti, e dall’altra segregati e vittime, i repubblicani. Da un lato i coloni britannici che a partire dal XVII secolo si sono stanziati in Irlanda del Nord, le forze paramilitari lealiste come la Ulster Volunteer Force (UVF) e la Ulster Defence Association (UDA), e l’esercito inglese, Dall’altro la comunità irlandese, l’Irish Republican Army (IRA) e altri gruppi armati di resistenza quali l’INLA. Un conflitto che anche geograficamente ha spezzato in due la città: il cuore unionista stanziato a Shankill Road e quello repubblicano a Falls Road. Una guerra totale e totalizzante più di quanto non dicano le quasi 1600 persone uccise in città tra il 1969 ed il 2001.
Linfield FC
Sebbene l’interesse e il tifo calcistico degli abitanti di Belfast sia tutto riversato verso Celtic o Rangers a seconda dell’appartenenza alla comunità repubblicana o unionista, ogni Bealfeirstian tifoso di calcio che si rispetti ha a cuore anche per delle squadre locali.
Il Linfield è di gran lunga la squadra più titolata dell’intera Irlanda del Nord e gode del privilegio di giocare a Wind­sor Park, il celebre stadio che ospita tradizionalmente anche le partite della Nazionale. Il Linfield è anche la squadra più sfrontatamente lealista. Fu fondato nel lontanissimo 1866 a Sandy Row, in una zona di Belfast solitamente ostile ai cattolici, da una comunità di operai protestanti del sud di Belfast, unionista e affiliata, specialmente durante i Troubles, con l’UDA e l’Orange Order. La prima uniforme di gara ricalca in tutto e per tutto quella dei Glasgow Rangers.
All’interno del club vige la regola non scritta di non tesserare giocatori cattolici o comunque non protestanti. Questo è ed è stato rispettato negli anni in maniera molto ferrea, salvo pochissime eccezioni.
Il club è seguito da un ristretto gruppo di fedeli e accaniti sostenitori. Tra gli ultimi disordini che vedono protagonisti i sostenitori del Linfield citiamo quelli datati marzo 2012. A Derry, città tristemente famosa per il secondo Bloody Sunday, quello del 1972, va in scena il ritorno dei quarti di finale della Setanta Cup, competizione che coinvolge squadre di entrambe le federazioni calcistiche dell’isola. Avversario è l’odiatissimo Derry City FC che dal 1985 ha chiesto e ottenuto di essere affiliato alla lega calcistica irlandese (a tal proposito si rimanda all’articolo “La bella favola del Derry City FC”, Senza Soste n. 33, dicembre 2008 ). I tifosi del Linfield hanno intonato cori anticattolici, a favore del Bloody Sunday e contro il papa e gli scandali di pedofilia con cui convive la Chiesa. I tifosi del Derry hanno risposto con canti a favore dell’IRA e altro ancora. La tensione all’interno dello stadio ha raggiunto un tale livello che a fine gara si è reso necessario l’intervento delle forze dell’ordine per impedire uno scontro che sembrava ormai inevitabile.
Ma episodi ben più gravi sono successi in passato. Le tensioni settarie, maggiore causa dei conflitti durante le partite del campionato nordirlandese, raggiunsero il culmine in occasione del Boxing Day del 1948 disputatosi a Windsor Park tra Linfield e Belfast Celtic. Ma di questo ne parleremo in seguito.
Nel 1997, il match contro il Coleraine fu sospeso dopo che un tifoso scagliò due bottiglie sul terreno di gioco a seguito dell’espulsione di due giocatori del Linfield. Nel maggio del 2005 ci sono stati problemi di ordine pubblico a Dublino in occasione della finale di Setanta Cup tra Linfield e Shelbourne. Nello stesso mese ai tifosi del Linfield è stata vietata la trasferta al The Oval per la sfida contro il Glentoran, perché il mese prima duri scontri avevano coinvolto entrambe le tifoserie. Nel 2008, tre sostenitori dei blues furono arrestati a Dublino, con l’accusa di reati contro l’ordine pubblico durante il match di Setanta Cup contro il St. Patrick’s Athletic. Nel maggio dello stesso anno un giocatore del Linfield, fu colpito da un razzo lanciato dalla tribuna dei sostenitori del Cliftonville, mentre pochi giorni dopo è stato ancora l’intervento della polizia a sedare una rivolta in occasione del Boxing Day contro il solito Glentoran.
Nel Regno Unito, il Linfield è conosciuto insieme a Glasgow Rangers e Chelsea con l’appellativo di “The Blues Brothers”, termine riconducibile al colore blu delle maglie delle squadre ma anche al fatto che si tratta di tre club protestanti, quindi lealisti e a favore della regina d’Inghilterra. Durante i loro match si sente cantare spesso l’inno britannico “God Save the Queen” e le tribune del tifo organizzato sono ricche di vessilli e bandiere che ricordano il Regno Unito e l’Irlanda del Nord.
Ad ogni partita che la nazionale gioca a Windsor Park il Linfield percepisce il 15% degli incassi. Sebbene lo stadio sia proprietà dei Blues, questo è motivo di forti discussioni, dato che si tratta di ricavi extra che consentono al club di avere un tetto ingaggi nettamente superiore a quello di per sé già molto limitato delle altre squadre della lega.
Glentoran FC
Fondato nel 1882, quindi quattro anni prima del Linfield, il Glentoran è legato da sempre all’ambiente più ope­raio e proletario della città. Il Glentoran ha vinto molti meno titoli del Linfield ma a livello europeo ha avuto maggior successo. Alcuni dei momenti più esaltanti, perlomeno nel ricordo dei tifosi, vengono da campagne europee terminate nella rituale eliminazio­ne onorevole. Come quando in Coppa dei campioni furono eliminati dal Benfica di Eusebio ma solo dopo un doppio pareggio oppure quando raggiunsero i quarti di finale in Coppa delle Coppe contro il Borussia Moenchengladbach. Questo non affievolisce di certo la rivalità con l’odiatissimo Linfield per la supre­mazia della città, e più in generale del calcio nordirlandese.
Linfield e Glentoran giocano un “Belfast’s Big Two” ogni 26 dicembre (quello che gli inglesi chiamano il “Boxing Day”) ed è l’occasione in cui il poco seguito campionato nordirlandese fa registrare le massime presenze allo stadio e le tv che trasmettono l’evento riportano i massimi ascolti. La rivalità, in questo caso è soprattutto sportiva: anche il Glentoran è nato da protestanti, ma dal punto di vista politico i propri tifosi sono più moderati di quelli del Linfield. In più, dal 1949 ha trovato terreno fertile anche tra i cattolici, molti dei quali rimasero privi di una squadra per cui tifare soprattutto in chiave anti Linfield e il Glentoran è l’unica squadra che a livello di successi ha provato a tenergli testa negli ultimi 65 anni. Ma anche tra Linfield e Glentoran non sono mancati momenti di violenza. Su tutti si ricordano gli incidenti della finale di coppa nazionale del 1983 (2) e quelli del marzo dello scorso anno (3).
Belfast Celtic
Sapete perché il Glentoran ha richiamato tifosi cattolici a partire dal 1949? Perché nel 1949 si scioglie il club nordirlandese più prestigioso, il Belfast Celtic, il club di tutti (o quasi) gli irlandesi nazionalisti di Belfast. Il club fu fondato il 14 marzo 1891 ispirandosi al Celtic di Glasgow e adottandone gli stessi colori. La squadra disputava le sue partite al Celtic Park, stadio inaugurato nel 1901 e soprannominato dai tifosi locali The Paradise. La sua storia è stata costellata da una serie infinita di incidenti tra i propri sostenitori e quelli delle tifoserie lealiste. Nel 1920 la squadra viene esclusa dalla Irish League e non poté partecipare al campionato sino al 1924. Pronti, via e dopo pochi mesi un altro grave incidente durante la semifinale di Irish Cup contro il Glentoran: una persona portò una pistola allo stadio e iniziò a sparare sulla folla. Era un periodo molto difficile per l’Irlanda: era in pieno svolgimento la guerra d’indipendenza irlandese e nell’ottobre di quell’anno si verificò la prima Bloody Sunday (4); l’incidente avvenuto durante la partita, unito al fatto che tra la tifoseria del Celtic vi era una larga componente di irlandesi nazionalisti cattolici, comportò un allontanamento della squadra dalle competizioni.
Ma è il Boxing Day del 1948 che segnerà la fine del glorioso Belfast Celtic. Nel finale di partita contro gli acerrimi nemici del Linfield al Windsor Park, i tifosi di casa invasero il campo e si avventarono sui giocatori del Celtic ferendone seriamente alcuni. Quelli del Celtic fecero altrettanto dando vita a tafferugli epici sul campo di gioco. La notte stessa la dirigenza del celtic decise di ritirare la squadra dal campionato. La stagione successiva i dirigenti del club decisero di rinunciare a partecipare al campionato per risolvere i problemi interni ed economici del club. Le questioni interne non furono però risolte e il club non disputò più una partita ufficiale. Il mitico Celtic Park venne utilizzato come cinodromo sino al 1980, poi venne abbattuto per lasciar spazio a strutture commerciali. Nel 2003 è stata creata la Belfast Celtic Society un’organizzazione che ha lo scopo di preservare e diffondere la conoscenza storica del club.
Donegal Celtic
Nel 1970 nasce il Donegal Celtic, club considerato il naturale ereditiero del Belfast Celtic tanto da sposarne colori sociali e divisa. Prese il nome dalle strade del quartiere che si rifacevano tutte a paesi e città della contea irlandese del Donegal. Durante i suoi primi anni la prima squadra non riuscì mai ad emergere dalle categorie amatoriali soprattutto per problemi politici mentre al contrario le squadre giovanili mietevano successi a livello nazionale.
Nel 1990 il Donegal Celtic ha vissuto una delle giornate più difficili. Il destino volle che nel sorteggio di Irish Cup i biancoverdi fossero accoppiati al Linfield, gara unica da giocare a Windsor Park. Successe il finimondo. Dal momento che il Donegal giocava nelle serie inferiori, le forze di sicurezza sottostimarono il pericolo di incidenti. Nello stadio che portò alla dissoluzione del Belfast Celtic, le stesse dinamiche si riprodussero tali e quali 42 anni dopo. Circa un migliaio di persone seguì il Donegal a Windsor e le due tifoserie dettero luogo a una battaglia fuori e dentro lo stadio. E come accadde nel 1948 anche in questa occasione un tifoso del Linfield fece invasione di campo prendendo a pedate un giocatore con la maglia a strisce verticali biancoverde (5).
Negli anni successivi la federazione calcistica nordirlandese, in mano ai lealisti, continuò a discriminare il Donegal Celtic e solo grazie alla Commissione di uguaglianza dell’Irlanda del Nord il Donegal riuscì nel 2002 a debuttare tra i semiprofessionisti. Nel 2006 viene finalmente promossa nella massima serie. Adesso milita in seconda serie.
Cliftonville FC
Ma oggi la squadra più seguita dai repubblicani di Belfast (dopo il Celtic Glasgow, ovviamente) è il Cliftonville. Nata nell’omonimo quartiere nel lontano 1879, è uno dei due club più antichi dell’Irlanda del Nord. Disputa i match interni nello stadio Solitude, che contiene 3.700 spettatori. Nella sua storia ha conquistato 4 campionati nazionali, 8 Irish Cup e 2 Coppe di Lega ma l’evento più importante della sua lunghissima storia, anche per i connotati sociali e politici connessi, è probabilmente la doppia sfida giocata contro il Celtic Glasgow lo scorso anno nel 2° turno preliminare di Champions League. Due bellissime feste tra due tifoserie gemellate che hanno di fatto realizzato i sogni del Cliftonville: affrontare in una competizione così importante il club a cui società, giocatori e tifosi si ispirano.
I supporters del Cliftonville hanno una grande rivalità nei confronti delle tre squadre sostenute dalla comunità protestante, Linfield, Glentoran e Crusaders, che vedremo in seguito. Vantano anche un gruppo squisitamente “ultras”, la Red Army, politicamente schierati all’estrema sinistra e composta in passato da attivisti del Sinn Fein.
I tifosi, oltre che far parte del board, fanno le pulizie allo stadio, scrivono i programmi e partecipano in vari altri modi alla vita del club. Ma quel che rende davvero particolare la storia di questo club è che il Cliftonville ha radici protestanti, ma i Troubles degli anni ‘70 e i conseguenti cambiamenti demografici di Belfast hanno portato intorno al Solitude i cattolici repubblicani (Belfast nord ha infatti registrato in quegli anni un quarto dei morti dei Troubles). Oggi il Cliftonville ha una forte politica anti-settarismo.
Crusaders FC
Chiudiamo con i Crusaders, club filounionista che con il Cliftonville disputa il “derby del nord di Belfast”. Gli stadi dei due club sono separati da appena 1500 metri e le due tifoserie vivono una rivalità che ha toccato il suo culmine durante i soliti Troubles quando andarono più volte in scena seri incidenti tra le due fazioni. Oggi i rapporti tra le due tifoserie sono meno problematici
Tito Sommartino
articoli usciti su Senza Soste cartaceo n. 90 e 91 (febbraio-marzo 2014)
NOTE
(2) www.youtube.com/watch?v=dh12j3rSSsA
(3) www.youtube.com/watch?v=C0xpFNp7hYs
(4) Il 21 novembre 1920 l’esercito britannico, per rappresaglia dopo che quella mattina 19 agenti segreti britannici erano stati uccisi dai membri della squadra di Michael Collins, aprì il fuoco sulla folla nello stadio di Croke Park, a Dublino, durante la partita di calcio gaelico fra le contee di Dublino e Tipperary. Morirono 14 spettatori e il giocatore del Tipperary Michael Hogan, a cui ora è dedicata una tribuna. Nello stesso giorno, tre uomini, due membri dell’organizzazione di Collins ed un terzo creduto inizialmente anch’esso membro dell’organizzazione, vennero uccisi (come riferirono le autorità “mentre cercavano di scappare”) nella caserma in cui erano stati rinchiusi in stato di arresto la sera precedente.
(5) www.youtube.com/watch?v=rwWplifLsR4
vedi anche
Paradise lost: la leggenda del Belfast Celtic

sabato 8 luglio 2017

ARCHIVIAZIONE PER IL CASO ALPI-HROVATIN

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Faccio mio l'appello della madre di Ilari Alpi dopo l'archiviazione del caso sulla morte di sua figlia e dell'operatore Miran Hrovatin,ammazzati con una vera e propria esecuzione nel marzo del 1994 a Mogadiscio per le loro inchieste sul traffico d'armi e rifiuti tossici(vedi:madn misteri-ditalia-in-somalia ).Una vergogna che non se ne sia parlato ha detto la signora Luciana dopo la sentenza della procura di Roma,solo Raitre,rete per la quale Ilaria e Miran lavoravano,ha avuto la decenza di dare risalto alla notizia.L'articolo di Left(morta di caldo )spiega riassumendo le ultime vicende di questa ennesima pessima figura della giustizia italiana con capri espiatori,insabbiamenti e false testimonianze per coprire i veri colpevoli di questo assassinio.
Ilaria Alpi è morta di caldo,quindi.
di Giulio CavalliNello scorso ottobre l’unico imputato per l’omicidio della giornalista Rai Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, avvenuto a Mogadisco il 20 marzo del 1994, è stato scagionato e rimesso in libertà dalla Corte d’appello di Perugia. E fa niente che Hashi Omar Hassan si sia fatto già 17 dei 26 anni di condanna. Dopo la tardiva assoluzione la madre di Ilaria, Luciana, disse: “Eppure, nessuno è riuscito a porre fine alle troppe bugie, ai troppi depistaggi che hanno caratterizzato questa vicenda. Io sono stanca – ha detto ancora Luciana Alpi – sono sola dopo aver perso mio marito sei anni fa e non sto neanche tanto bene. Parlerò con il mio avvocato per decidere che cosa fare. Personalmente ho l’impressione che gli inquirenti non siano mai stati interessati a scoprire la verità.”
Se c’è un omicidio e l’assassino era sbagliato significa che manca un pezzo di verità. Anzi, a ben vedere, significa che qualcuno ha avuto tutto l’interesse perché si accusasse la persona sbagliata per coprire quelle giuste e colpevoli. La morte di Ilaria Alpi ha un cattivo odore che parte da molto lontano.
E invece ieri la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione. Tutto nel cassetto. A firmarla è stata il pm Elisabetta Ceniccola, magistrato che assunse la titolarità degli accertamenti dopo che il gip Emanuele Cersosimo, nel 2007, respinse una richiesta di archiviazione sul duplice omicidio disponendo ulteriori accertamenti.
C’è un testimone falso che disse di essersi inventato le accuse “perché gli italiani avevano fretta di chiudere il caso”, c’è qualcuno che ha pagato il falso testimone per inventarsi tutto quanto ma, a quanto pare, non ci sono depistaggi. Niente di niente.
Di ufficiale sulla morte di Ilaria e Milan rimangono le parole del presidente della commissione parlamentare d’inchiesta Carlo Taormina che ebbe l’ardire di dichiarare il 5 settembre 2012«Ilaria Alpi è morta a causa di una rapina. Era in vacanza non stava facendo nessuna inchiesta, la commissione che presiedevo lo ha accertato. Ho un documento che manterrò privato per rispetto alla sua memoria che racconta tutta un’altra storia».
Oppure è morta di caldo. Del terribile caldo di Mogadiscio. E siamo a posto così.
Buon mercoledì.

venerdì 7 luglio 2017

DONNARUMMA:ARRICCHITO,PRIVILEGIATO...E IGNORANTE


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Ci sono problemi ben più stingenti ed importanti di parlare di un calciatore il cui idolo è il fascista Gigi Buffon(già tutto questo è un programma)ma una piccola riflessione sul modo di essere e di fare del portiere del Milan Donnarumma è d'obbligo per rispetto di milioni di suoi coetanei che non hanno la fortuna(mi verrebbe più da dire invece sfortuna)di essere come lui,soprattutto a livello economico.
La decisione di questo arricchito e privilegiato giovane di non sostenere gli esami per la maturità per andare in vacanza a Ibiza facendo aspettare i lavori di tutti quelli che l'hanno atteso per i motivi sportivi cui era legato è innanzitutto una vergognosa mancanza di rispetto nei confronti degli studenti e del personale docente oltre che un cattivissimo esempio per una generazione di bambini più piccoli.
Le dichiarazioni prese dal Corriere(donnarumma-maturita )vedono l'indignazione non solo del personale scolastico ma anche una deriva che porta la scuola italiana ad essere snobbata pensando che essere bravi a giocare a pallone possa essere la via del successo(sempre finanziario)in un mondo,quello del calcio,fatto di persone anche laureate e che hanno dedicato lo stesso impegno in campo che sui libri:ma attenzione anche zeppo di calciatori che fanno dell'ignoranza una dote di bagaglio ben poco lusinghiera.
Un personaggio artefatto che in questo tiramolla che francamente ci ha ancora oggi rotto i coglioni sul suo ingaggio e sul futuro,certamente imbeccato anche dal quell'avvoltoio del suo procuratore Raiola,comunque non ha mai avuto il fegato di dire la sua mostrandoci quello che è:una marionetta ricca di denaro ma povera di spirito.

Donnarumma e la maturità, i prof lo strigliano: «Mancanza di rispetto»

La presidente della commissione: «La sua richiesta ha rallentato gli esami per gli altri». La lettera della ministra Fedeli: «Non mollare, fai l'esame».

La sua decisione di non presentarsi agli Esami di Stato, per volare con un jet privato in vacanza a Ibiza, ha indispettito i professori che lo attendevano al varco: «Un comportamento che rappresenta una grave mancanza di rispetto per la scuola, per la Commissione e per gli studenti delle classi coinvolte», ha commentato Elda Frojo, presidente della Commissione d’esame di fronte alla quale Gianluigi Donnarumma doveva sostenere l’esame di maturità per diplomarsi, da privatista, in ragioneria all’istituto paritario Leonardo da Vinci di Vigevano.
Gli altri candidati
«Il signor Donnarumma - ha detto l’insegnante, preside all’istituto professionale Pollini di Mortara (di chiara fede interista, come denuncia l’immagine di copertina del suo profilo Facebook, in cui campeggia Javier Zanetti) - ha chiesto di sostenere le prove suppletive. Il Miur, giustamente, cerca di incoraggiare coloro che si dedicano allo sport ma vogliono comunque proseguire negli studi. Nel caso del signor Donnarumma si è ritenuto che la partecipazione ai Campionati Europei under 21 giustificasse la richiesta. Chiaramente questo ha comportato un rallentamento dei lavori: i colloqui d’esame sono stati interrotti per consentire all’ormai ex candidato di sostenere le prove scritte». «Faccio presente - ha sottolineato la presidente della Commissione - che oltre al signor Donnarumma ci sono 57 candidati che stanno affrontando l’esame, alcuni dei quali hanno problemi familiari gravi. Eppure sono venuti ad affrontare le loro prove».

«Non mollare»
Una strigliata a Gigio è arrivata anche dal ministro dell'istruzione, che ha preso carta e penna e ha scritto un lettera - pubblicata su La Gazzetta dello Sport - al calciatore, invitandolo a sostenere l'esame con convinzione il prossimo anno. «Gambe e testa possono stare insieme, sport ad alto livello e studio non sono incompatibili - lo ha esortato Valeri Fedeli -. Anzi. Hanno molto in comune: ambedue richiedono impegno, costanza, passione, fatica. Il tuo sarebbe un esempio prezioso per tutte quelle giovani e quei giovani che vedono in te e in altri sportivi un modello da seguire».

Inseguire contratti e fama
In precedenza era stato il sottosegretario all'Istruzione Gabriele Toccafondi a criticare il rifiuto di Donnarumma, definendolo «immotivato». «La scuola è utile per la vita, forma la coscienza critica, serve per crescere. Non è semplicemente una percorso per trovare lavoro, è molto di più». «I personaggi famosi, come Donnarumma, devono comprendere - prosegue Toccafondi - che c'è un messaggio che passa dal loro comportamento che i più giovani guardano e osservano. Non voglio gettare la croce su un ragazzo di 18 anni, tutta la vicenda mi fa chiedere da cosa sono mossi i vari procuratori che consigliano e supportano i calciatori». Toccafondi ha poi ricordato che il Miur tre anni fa ha deciso di sostenere gli studenti atleti inserendo norme che consentono a tutti i ragazzi «che hanno la volontà, che non sono consigliati male», di poter finire la scuola. «Il 25% delle ore di lezione si possono svolgere attraverso un metodo E-learning, il docente registra la sua lezione in diretta in classe e il ragazzo la può seguire in altro luogo e momento, le società sportive mettono a disposizione un tutor che segue il ragazzo quando non è a scuola e il consiglio di classe a inizio anno certifica il percorso individuale per il ragazzo studente e atleta, non un privilegio ma la possibilità di studiare e continuare a coltivare il proprio talento sportivo» spiega il sottosegretario per il quale tuttavia «tutte queste novità sono nulle se continuano a esserci personaggi che consigliano di lasciare la scuola e inseguire contratti e fama».

Bocciato dai coetanei
Anche i coetanei bocciano il «no» alla maturità di Donnarumma: in un sondaggio di Skuola.net giudicano sbagliata la sua scelta 7 studenti su 10. Solo il 29% lo difende. Tre ragazzi su 5 hanno detto che, al posto del giocatore, avrebbero sostenuto lo stesso gli esami. E un altro 7% ci avrebbe pensato bene prima di «abbandonare». Pubblico diviso a metà sui possibili effetti che la decisione di gigio potrà avere sugli altri studenti. Per il 52% potrebbe diventare un cattivo modello, lo spunto per non impegnarsi più di tanto negli studi; per il 48%, al contrario, ognuno continuerà a pensare con la propria testa. E lui, cosa farà? Ci proverà il prossimo anno o archivierà l'ipotesi diploma? Il 55% crede che rimanderà nuovamente l'esame; il 48%, però, spera in un ripensamento.