martedì 18 aprile 2017
BOMBARDANDO I VECCHI AMICI
Ci risiamo con una stampa indirizzata,inquadrata e imbeccata dai governi dei poteri forti,Stati Uniti in prima fila,contro i soliti noti,Siria e Corea del Nord in primo piano ma anche l'Iran sta tornando d'attualità.
L'articolo preso da Contropiano(mass-media-la-bomba-moab-la-gabbia-fuoco-dellisis )accenna solamente alla bomba Moab che è quella di impatto più devastante mai creata a parte gli ordigni nucleari,ma analizza bene la strategia del terrore con il parallelo con quella dell'Isis,facendo riferimento particolare ai video di propaganda come quello de prigioniero arso vivo in una gabbia.
Due differenti rappresentazioni che hanno lo stesso fine,e aggiungo che lo sgancio di questo colosso bellico in Afghanistan è stato fatto per distruggere cunicoli e stanze e magazzini sotterranei creati dagli stessi Usa ai tempi dei mujaheddin pagati nelle guerra degli afgani contro l'Unione Sovietica,quelli che poi sarebbero stati lo zoccolo duro di Al Qaeda.
E anche la notizia della morte del "ministro della guerra" di Daesh,Gulmurod Khalimov,durante un raid nei dintorni di Mosul è l'ennesima di un combattente addestrato degli Stati Uniti proprio in un programma del Dipartimento di Stato atto ad insegnare proprio le tecniche anti-terroriste.
Mass media. La bomba Moab come la gabbia di fuoco dell’Isis.
di Sergio Cararo
Effetto terrore. Sembra questo l’obiettivo dichiarato della campagna mediatica coordinata tesa ad amplificare la “deterrenza” dell’uso della superbomba Moab sulle montagne dell’Afghanistan. Al di là dei fattori propriamente militari di questa bomba, trattati in altra parte del giornale, ci interessa invece sottolineare il rapporto tra questi e l’uso dei mass media.
Certo, non sarebbe irrilevante porre alcune domande ai giornalisti e commentatori che si limitano a celebrare gli effetti della bomba. Non si pongono domande su chi stava “sotto” la bomba, prendono per buone le veline che parlano di 26 miliziani dell’Isis uccisi, avallando così la precisione chirurgica di un ordigno che per le sue caratteristiche ne è l’esatta negazione. Ma tant’è, da troppo tempo l’approccio critico, la terza domanda, il lato positivo dello scetticismo (si perché ne esiste anche uno negativo: quello che immobilizza invece di mobilitare) hanno abbandonato le redazioni di giornali e telegiornali. Fortunatamente la gente comincia a fare a meno degli uni e degli altri per ricavare le proprie informazioni, neutralizzando spesso le campagne mediatiche che vorrebbero volgere i fatti in una direzione piuttosto che in un’altra (vedi il referendum costituzionale o la Brexit). Eppure c’è qualche sberla che ancora va assegnata a quegli operatori dei media mainstream che anche in questa occasione, mutuando uno storico controverso come Goldhagen, si sono rivelati come dei "volenterosi carnefici" di Trump, quindi complici.
Qual’è l’obiettivo di questa amplificazione degli effetti della bomba Moab? Amplificare l’effetto deterrenza e insinuare il terrore nei “nemici”, soprattutto nella loro popolazione. Diffondere l’idea e le immagini di una punizione terribile che incombe come prospettiva. Inutile negare che questa fu la filosofia anche degli ordigni nucleari statunitensi gettati su un Giappone ormai sconfitto a “futura memoria” per chi avesse voluto sfidare la potenza che stava emergendo come egemone nella Seconda Guerra Mondiale.
Ma se questo è vero, obiettivi e conseguenze di tale filosofia erano anche le campagne mediatiche diffuse dall’Isis sulle orribili esecuzioni di coloro che in Siria vi si opponevano. L’immagine del prigioniero bruciato vivo dentro un gabbia, dovevano produrre lo stesso effetto di deterrenza e terrore di un bombardamento a tappeto su una città, ma con uno sforzo bellico immensamente minore. L’importante era che quelle immagini circolassero il più possibile, che entrassero nell’immaginario collettivo come orribile punizione e possibile prospettiva.
La superbomba Moab di Trump e la gabbia di fuoco dell’Isis appartengono alla stessa filosofia. Il loro risultato dipende da come e da quanto il sistema mediatico ne amplifica l’immagine e l’effetto terroristico. C’è dunque una responsabilità oggettiva e soggettiva del sistema comunicativo nella loro maggiore o minore efficacia. Ma se il giornalismo o l’informazione sono ridotti a questo, diventa vano ogni tentativo di edulcorare la pillola e parlare di professionalità, etica o quant’altro. Vedere i giornali di questa mattina o i telegiornali di ieri ed oggi è penoso e ributtante, almeno quanto lo sono coloro che hanno lanciato quella bomba o bruciato vivo un uomo chiuso dentro una gabbia. Se il sistema mediatico vuole abituarci a convivere con l’orrore, prima o poi, non potrà che esserne travolto.
LA TURCHIA HA SCELTO ERDOGAN
Erdogan come preventivato vince ma non convince,e la prima certezza di questo esito referendario che ha visto il sì vincere per il 51% è che la Turchia vira verso l'Asia entrando di diritto nello scacchiere in maniera ufficiale nella geopolitica mediorientale abbandonando per ora l'ingresso in Europa,che già prima era giustamente osteggiato e che ora appare come un miraggio.
Un paese spaccato in due con Erdogan che vince soprattutto nella zona centrale conservatrice e che perde nelle grandi città e nella zona curda,con brogli denunciati delle opposizioni e anche da osservatori indipendenti almeno nei seggi dove sono potuti andare.
L'articolo preso da Infoaut(turchia-vince-il-si-alla-riforma-costituzionale-ma-il-paese-si-spacca-a-metà )parla di questo cambiamento che permetterà ad Erdogan di essere il signore e padrone di una nazione importante nella zona più calda di tutto il mondo(vedi:madn pochi-giorni-alla-dittatura-totale-in turchia ).
Turchia, vince il Si alla riforma costituzionale ma il paese si spacca a metà.
In Turchia vince il Si, ma di poco. Con solo il 51% dei voti verrà modificata la Costituzione turca che darà maggiori poteri al Presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan. Le opposizioni denunciano brogli sul 3-4% dei voti che avrebbero fatto la differenza dati i risultati finali. In pratica sarebbero spuntate fuori, secondo le opposizioni al leader dell'AKP, Partito della giustizia e dello sviluppo, alcune schede senza timbro ufficiale, ma ci vorranno altri 10 giorni prima che la commissione elettorale possa pronunciarsi.
Il no ha prevalso soprattutto nelle metropoli come Istanbul (feudo erdoganiano fin dagli anni '90 e un vero e proprio campanello d'allarme per la tenuta dell'AKP), Ankara e Smirne; e dove c'è una grossa prevalenza della comunità curda ovvero nella zona sud est del paese, nonostante le operazioni militari nella zona abbiano precluso il domicilio elettorale a decine di migliaia di sfollati.
Ciò che ha fatto la differenza é stato il voto all'estero. Secondo i dati ufficiali, in nord Europa più del 60 % degli elettori hanno votato si, con punte di oltre il 70% in Olanda, solo i turchi residenti in Svizzera hanno espresso la loro contrarietà al referendum costituzionale. Molti elettori presenti in quei paesi e originari delle zone interne dell'Anatolia (dove il si ha generalmente prevalso) hanno infatti confermato, anche in quest'occasione, il proprio voto conservatore.
La riforma prevede la concentrazione dei poteri in capo ad Erdogan che potrà rimanere al potere fino al 2029. Il potere esecutivo sarà di fatto nelle mani esclusive del Presidente della Repubblica che sostituirà la figura del Premier. Erdogan potrà emettere decreti legislativi e potrà mantenere il legame con il proprio partito che, prima della riforma, doveva essere sacrificato in nome di un compito più grande, super partes, come garanzia democratica. Il parlamento vedrá i suoi poteri ridimensionati e subordinati a quelli del presidente. Inoltre, in caso di emergenza il Presidente della Repubblica potrà decidere per la sospensione o la limitazione dei diritti civili e delle libertà fondamentali. Inutile sottolineare chi sarà a decidere cosa può definirsi emergenza o meno.
Durante le elezioni il clima che si respirava in Turchia era particolarmente pesante si sono registrate aggressioni nelle urne e la presenza di militari che impedivano l'ingresso a chi veniva riconosciuto come possibile elettore del no. Come é risaputo, inoltre, la grave repressione e censura della stampa, soprattutto quella di sinistra dopo il tentato golpe ha fatto in modo di schiacciare la propaganda verso la riforma costituzionale. Secondo l'Osservatorio Balcani e Caucaso sono state analizzate da alcune associazioni indipendenti le ore dedicate dai telegiornali al fronte del no e del si. Erdogan ha avuto una copertura di 53 ore, il suo partito Akp di 83 ore mentre l'opposizione, il partito repubblicano CHP ha trovato spazio per 17 ore e il partito filo curdo Hdp solo 33 minuti. I social media hanno rappresentato il mezzo principale con cui si é dispiegata la propaganda per il no. Sono stati creati centinaia di account con il nome "hayir", no in turco, con l'immagine del pinguino, uno dei simboli della battaglia di Gezi Park. Nei mesi precedenti al referendum era stata incisa una canzone per il no sostenuta dalla comunità curda che é stata subito dichiarata incostituzionale e quindi bandita in ogni luogo pubblico. Il testo recitava "no ad una sola bandiera, no ad una sola nazione, no ad una sola lingua. Vota No".
Continua, inoltre, la campagna #freeturkeymedia per la liberazione di circa 120 giornalisti imprigionati nelle carceri turche e che stanno portando avanti lo sciopero della fame da circa 4 mesi ma con scarsi risultati. Anche la stampa estera viene perseguitata, si trova ancora in carcere un giornalista tedesco mentre da più di una settimana é stato fermato al confine con la Siria il regista e blogger italiano Gabriele del Grande di cui non si hanno notizie certe. Si sta aspettando l'espatrio che però tarda ad arrivare.
L'affluenza alle urne, nonostante gli sforzi di Erdogan di silenziare un intero paese, é stata molto alta e la vittoria del Presidente può essere considerata abbastanza relativa. In termini di consensi la scelta non ha pagato in particolare per gli alleati ultranazionalisti del MHP, con una pesante divisione tra base e dirigenza; e la soffocante unità post-golpe di meno di un anno fa tra AKP, lo stesso MHP e il CHP sembra solo un lontano ricordo. La Turchia non ha appoggiato in maniera netta la riforma costituzionale e considerando il clima che si respira nel paese, milioni di persone hanno votato no e si sono mobilitate per sostenerlo. Nei prossimi mesi questo risultato dovrà avere un risvolto pratico ed Erdogan é consapevole di avere di fronte un paese spaccato a metà di cui una è contraria alla sua figura e all'idea di paese che sta mettendo in pratica.
lunedì 17 aprile 2017
NOTIZIE FALSE E GENTE DI MERDA
Il controllo di social networks e di tutto quello che viene pubblicato è un'impresa ingrata e difficile visti i numerosi contatti che possono arrivare anche in un solo minuto e tutto quello che viene postato e condiviso.
Se n'era già parlato(madn notizie-vere-e-false )ma è sempre meglio rimarcare che come quando camminiamo per strada incontriamo gente diversa con differenti modi di pensare e di agire,con vari livelli d'ignoranza personale che viene per forza mostrata a tutti quando qualcuno utilizza anche solo commentando o condividendo notizie in rete.
Il caso della sorella della presidente della camera Laura Boldrini è l'ennesimo in cui ignoranza e indottrinamento alla falsità ed alla polemica e aggiungerei anche alla cattiveria vengono portate al limite massimo.
Del caso singolo che ho usato come riferimento non voglio nemmeno soffermarmi più di tanto in quando non è nemmeno una notizia,rimando al breve commento preso da Contropiano:fake-news-fake-people- .
Fake news per fake people.
di Marco Ferri *
Fake people… La deresponsabilizzazione totale di ogni singolo individuo – tranne che nei rapporti lavorativi, dove ci si fa comandare senza alzare più nemmeno un sopracciglio (tranne notevoli e generose eccezioni( – ha nei social network l'ambiente perfetto dove assumere i connotati della "normalità", pur essendo a tutti gli effetti pura demenza.
Potremmo sproloquiare a lungo – in fondo inutilmente – sulla sterminata massa di servi decerebrati che è indispensabile a gruppi oligarchici sempre più ristretti (è la "competitività", bellezza!) per mantenere il controllo su una pentola altrimenti sempre pronta all'esplosione. Ma per comprendere i fenomeni complessi serve una cultura altrettanto complessa, capacità critiche nell'interlocutore, olre che nell'analista. Le fake news (quelle dei media mainstream più ancora delle bufale inventate di sana pianta su Internet) producono fake people. Ossia gente che condivide merda senza far caso a nulla, nemmeno al teschio fascistoide messo in bella vista.
Dunque forse è più utile un'invettiva moderata nei toni e fulminante nel merito, che risulti anche comprensibile al demente che è in noi e preme per saltar fuori.
*****
Il reprobo
Repubblica intervista uno di quelli che ha "commentato" il fake sulla sorella di Laura Boldrini. È interessante: dice che è colpa di Facebook che non gli filtra i post; dice che è colpa di chi ha scritto il post che ha commentato e condiviso. Perché gli hanno fatto fare la "figura del cretino".
Caro signore, lei è uno pericoloso.
In altre epoche, avrebbe scelto di salvare Barabba, perché era quello che facevano tutti. Oppure, con la stessa scusa, lei avrebbe gridato "guerra-guerra, sotto il famigerato balcone di Piazza Venezia. Lei sembrerebbe uno di quelli che, come tutti, non sapevano della deportazione degli ebrei. E più recentemente, come tutti, crede che gli extracomunitari vengano a rubare lavoro e welfare.
Lei ha chiesto scusa al presidente Boldrini. Non basta, sa.
Lei consuma volentieri i fake come fossero merendine alla macchinetta.
Lei deve cambiare stile di vita. Meno stronzate grasse di menzogne, più allenamento del cervello.
Lei deve cambiare stile di vita. Meno stronzate grasse di menzogne, più allenamento del cervello.
Adotti uno stile sano nell'uso dei social: la smetta di fare il tifo per gli altri, posti quello che pensa.
Racconti la sua rabbia, si esponga, sostenga le sue opinioni, ne abbia il coraggio. I social non sono i cessi sulle cui mattonelle scrivere di nascosto, come quando aveva i calzoni corti.
Lei ha i capelli bianchi. Li onori con la dignità di un cittadino della Repubblica. Essere su Facebook non sospende i suoi doveri di adulto, cui è demandato il compito del buon esempio.
da Facebook
venerdì 14 aprile 2017
MAJAKOVSKIJ,IL POETA DELLA RIVOLUZIONE
Una delle penne più importanti legate al mondo poetico non solo a livello russo ma a quello mondiale a cavallo della Rivoluzione d'Ottobre del 1917 è sicuramente Vladimir Vladimirovic Majakovskij,che è stato non solo un grande poeta ma anche scrittore,drammaturgo,giornalista e uomo di teatro,un'artista che ha saputo svariare nella sua breve vita in vari campi con molti successi.
Il 14 aprile del 1930 decise di farla finita con un colpo al cuore,naturalmente per cause sue e che potevano forse trovare un perché nello scemare dello spirito rivoluzionario e per pene amorose,ma il suo lascito è stato d'enorme importanza per chi si è cimentato soprattutto nella poesia.
L'articolo preso da Infoaut(storia-di-classe )rende omaggio a questo uomo che ha abbracciato gli ideali aderendo alla rivoluzione bolscevica contro gli zar e successivamente portando in prosa e poesia la voce dei compagni e del proletariato.
14 aprile 1930: muore Vladimir Majakovskij.
Ancora Pietroburgo
Negli orecchi i frantumi di un accaldato ballo
e dal Nord – più canuta della neve- una nebbia
dal volto di cannibale assetato di sangue
masticava gli insipidi passanti.
Le ore incombevano come un volgare insulto,
incombono le cinque e sono poi
le sei – ci sta a guardare dal cielo una canaglia
maestosamente come un Lev Tolstoj.
(1914)
Il 14 aprile del 1930 moriva uno dei più grandi poeti russi, uno dei più grandi poeti rivoluzionari: Vladimir Majakovskij.
Come dichiarato nella poesia pubblicata sotto, "Il flauto di vertebre", egli mise "il punto di un proiettile alla [sua] sorte": si uccise con un colpo di pistola al cuore a soli 37 anni.
Majakovskij con il suo stile unico e sensazionale, con il suo coniugare in un flusso continuo l'impegno politico e l'amore, le sfaccettature personali, malinconiche e passionali della propria esistenza e le passioni vive della lotta ha costruito un nuovo modo di fare poesia.
Una poesia piena e forte molto lontana dal "realismo socialista", ma insieme vicina alla quotidianità delle masse. Dentro e per la classe e dentro e per l'amore, dove la passione rivoluzionaria e quella sensuale non hanno mai smesso di contaminarsi e infuocarsi a vicenda.
E questo si nota nel suo lungo cantare la rivoluzione russa e nel suo rapporto inizialmente organico e poi sempre più conflittuale con un partito che aveva smesso di guardare a quei ragazzi di strada tanto cari al nostro poeta. Insomma Majakovskij come vera avanguardia artistica aveva le proprie radici ben piantate nel sentimento comune delle masse. Nell'essere voce del proprio disagio a volte anche intimo e personale, era voce del disagio di una classe e di un'epoca.
Anche la sua morte è indice di questa sensibilità ipersviluppata, di questo rapporto biunivoco tra il poeta e il popolo (inteso come demitizzato e fuori da qualsiasi ideologia). Majakovskij così capace di esprimere con forza la voce della gente comune è la prima grande vittima del socialismo reale.
Egli si uccise intendendo che a breve anche la rivoluzione che aveva vissuto in prima persona come militante e come poeta, come amante e come filosofo, sarebbe presto rattrappita.
La sua poetica però cambierà per lungo tempo il modo di fare poesia di tutti coloro che condiranno la scrittura all'impegno rivoluzionario. Il suo modo di far vivere passione e rivoluzione attraverserà la letteratura europea e latino-americana di tutto un secolo.
Per concludere pubblichiamo un piccolo scorcio di "La danza immobile" di Manuel Scorsa dove rivive il sentimento di Majakovskij e "il Flauto di vertebre" capolavoro del poeta russo.
–
E lei crede che le rivoluzioni non tradiscano? – chiese l'editore.
– I rivoluzionari, forse. Le rivoluzioni mai.
– E l'amore non tradisce? – chiese Marie Claire.
Guardai girasoli lontani, vicini, prossimi, assenti. Il destino dei girasoli è di ruotare intorno al sole. Il destino degli uomini è di girare intorno all'amore. Guai al girasole o all'uomo impazzito che si ostinano a girare contro il loro sole! Poveri girasoli ciechi che girano e rigirano intorno al nulla, al non-essere!
– L'amore non tradisce mai; certe donne, sì.
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Flauto di vertebre
Prologo
A voi tutte,che piacete o siete piaciute,
icone serbate dall’anima dentro i suoi antri,
in un brindisi alla vostra salute,
alzo il cranio traboccante di canti.
Mi chiedo ancora ed ancora
se non sia meglio mettere il punto
d’un proiettile all’essere mio.
Oggi io darò
per l’appunto
un concerto d’addio.
Raduna, o memoria,
del cervello dentro il vestibolo,
le femmine amate in lunghi filari.
D’occhio in occhio versa il tuo giubilo.
Travesti la notte in antichi sponsali.
Travasa di corpo in corpo il tuo gaudio.
Che questa notte sia memorabile.
Oggi io suonerò il flauto
sulla mia colonna spinale.
1
Miglia di strade io gualcisco in cammino.Dove celare l’inferno che ho in me?
Quale Hoffman divino
creò, o donna perfida, te?
Son anguste le vie per la gioiosa bufera.
Gente vestita di gala attinge ed attinge la festa.
Io penso.
Grumi di sangue, i pensieri
malati e rappresi mi strisciano fuori di testa.
Io,
taumaturgo di tutto quello che è festa
con chi andare alla festa non ho.
Mi scaglierò a terra e la testa
contro
il lastrico sfracellerò!
Ho bestemmiato,
ho urlato che Dio non esiste
e Dio ha evocato una donna dalle voragini amare,
tale che la montagna dinanzi a lei trasalisca,
me l’ha condotta e m’ha detto
d’amare.
Dio è soddisfatto.
Sotto cieli lontani
un uomo come una fiera esala l’estremo sospiro.
Dio si stropiccia le mani.
Dio pensa:
vedrai, Vladimiro!
È da Dio che fu stabilito
che io non indovini il mistero dietro il tuo nome,
che ha pensato di darti un vero marito,
e di spiegare sul pianoforte una musica d’uomo.
Alla soglia della tua alcova venire con passo felpato,
fare la croce sul tuo piumino purpureo:
lo so,
si sentirebbe puzzo di lana bruciata
e dalla carne del diavolo s’alzerebbe fumo sulfureo.
E me fino all’alba
ha sconvolto l’orrore
che tu fossi condotta
verso l’amore e il martirio.
Ho sfaccettato le mie lacrime in versi,
gioielliere in delirio!
Giuocare a carte, sciacquare nel vino
la rauca gola del cuore!
Non ho bisogno di te.
Non voglio.
Tanto lo so,
fra breve
creperò.
Se davvero tu esisti,
o Dio,
o mio Dio,
se fosti tu a tessere il tappeto stellato,
se questo tormento,
ogni giorno moltiplicato,
è per me un tuo esperimento,
indossa
la toga curiale.
La mia visita attendi.
Sarò puntuale,
non tarderò ventiquattr’ore.
Ascoltami,
altissimo Inquisitore!
Chiuderò la bocca.
Sillaba non udirete
dai labbri serrati dentro la morsa dei denti.
Attaccami
alle code di cavallo delle comete,
lacerami
contro le stelle taglienti.
Meglio ancora:
quando l’anima mia
si presenterà al tuo tribunale,
corruga le ciglia ed impiccami
a guisa di criminale
al capestro della Via Lattea.
Fa’ di me quel che ti pare.
Se vuoi, squartami.
La tua mano sarà da me benedetta.
Soltanto,
ascoltami!
Portati via
la maledetta
che mi hai condannato ad amare!
Miglia di strada io gualcisco in cammino.
Dove celare l’inferno che ho in me?
Quale Hoffman divino
creò, o donna perfida, te?
2
Sfuma il cielo,immemore del suo azzurro colore.
Le nuvole son come profughi grigi.
Le dipingerò con le tinte del mio ultimo amore,
vivido come l’incarnato di un tisico.
La mia gioia soffocherà
il ferino ululato
di chi non sa piú che cosa sia la felicità,
di chi la propria casa ha scordato.
Uscite di sottoterra,
uomini delle trincee:
c’è tempo a finire la guerra!
Anche se dura il terrore
della battaglia ubriaca di sangue come Bacco di vino,
non sarà vana una parola d’amore.
Cari Tedeschi,
accorrete!
Io so che avete sul labbro
la Margherita
di Goethe.
Muore
con un sorriso
sulla baionetta il Francese.
Con un sorriso cade giú il trafitto aviatore,
se si ricorda della tua bocca baciata,
e del tuo viso,
o Traviata.
Che m’importa quale rosea linfa
gli uomini rumineranno nel tempo?
Oggi ai piedi d’una nuova ninfa
s’inginocchi ciascuno nel mio tempio!
Io te canterò,
rossochiomata
e dipinta.
Forse di questa età,
di questi giorni piú acuti
che baionette e pugnali,
quando i secoli saranno canuti,
resteremo soltanto tu ed io,
che t’inseguirò di città in città.
Ti nasconderai in grembo all’ombra,
ti rapiranno oltre fiumi e canali:
io ti bacerò traverso alle brume di Londra
con le labbra di fuoco dei fanali.
Se te ne andrai in carovana con lento
passo ove stanno i leoni in agguato,
sotto a te,
agli schiaffi del vento,
si farà sabbia la mia guancia infuocata.
Se un sorriso di simpatia
fiorisca sulla tua bocca
per il torero in ginocchio,
nel tuo palco
getterò come l’occhio
del toro la mia gelosia.
Un giorno,
se varcando con gli occhi assorti
la Senna tu penserai
che si starebbe bene laggiú
sotto il ponte io sarò la corrente,
ti chiamerò nel mio vortice,
digrignando i putridi denti.
Incendierai con un altro al trotto dei vostri cavalli
i viali nei parchi di Pietrogrado e di Mosca:
io tremerò come una luna pallida e gialla
sospeso ignudo nella vertigine fosca.
Avranno
bisogno di me.
Mi diranno:
muori in battaglia!
Il tuo nome
sarà l’ultima goccia di sangue
a rapprendersi sul labbro lacerato dalla mitraglia.
Finirò sul trono
o a Sant’Elena?
Quando avrò regolato
i flutti di questa procella − la vita −
egualmente sarò candidato
all’impero dell’universo
ed ai lavori forzati.
Se m’è destinato d’essere re,
è il tuo piccolo viso
che farò battere al popolo come moneta
nella vena dell’oro vivo!
Oppure laggiú
dove la vita del mondo si sprofonda in tundra e in neve,
dove traffica il fiume col vento del settentrione,
gratterò con l’unghia sul ferro, o Lilly, il tuo nome breve,
e bacerò le catene nelle tenebre della prigione.
Voi che avete dimenticato del cielo l’azzurro colore,
i vostri capelli son rigidi
come il pelo delle bestie feroci.
Al mondo
questo è forse l’ultimo amore,
vivida aurora come l’incarnato d’un tisico.
3
Dimenticherò l’anno, la data, il giorno della settimana.A chiave mi chiuderò, con un foglio di carta soltanto.
Adémpiti, o magia sovrumana
delle sillabe illuminate di pianto!
Appena entrato nella tua abitazione,
oggi mi sono sentito
a disagio.
Avevi nascosto qualcosa nella tua blusa di raso
e s’aggirava nell’aria un lento profumo d’incenso.
Ti ho chiesto se eri contenta.
Mi hai risposto due sillabe fredde:
tanto.
L’inquietudine ha rotto le dighe della ragione,
ed accumulo il cruccio in un delirio di febbre.
Ascolta.
Non è possibile
che tu riesca a celare il cadavere.
Gettami in viso la parola terribile.
Perché non vuoi udire?
Non senti
che ogni tuo nervo contorto
urla come una tromba di vetro:
l’amore è morto −
l’amore è morto…
Ascolta.
Rispondimi senza mentire
(come farò a andare indietro?)…
Come due fosse
in viso ti si scavano gli occhi.
Le due tombe sprofondano.
Non se ne vede piú il fondo.
Cadrò dall’impalcatura dell’ore!
L’anima ho teso come una fune sul precipizio
e v’ho danzato, acrobata-equilibrista,
giocoliere delle parole.
Lo so
che s’è di già consumato l’amore.
Ormai a piú d’un segno vi riconosco la noia.
Ritornami giovane in cuore!
All’anima insegna di nuovo del corpo la gioia.
Lo so,
si paga sempre per una donna.
Che importa? La vestirò,
come dentro una gonna,
invece d’una toeletta
comprata a Parigi,
col fumo della mia sigaretta.
Recherò l’amor mio
per mille strade distanti,
come recavano gli antichi apostoli Dio.
Da secoli t’ho preparato un diadema,
costellato di sillabe vivide
in arcobaleni di brividi.
Come i giganteschi elefanti
che valsero la vittoria di Pirro,
a te io sconvolsi con la zampa del genio il cervello.
Inutilmente: di te
non avrò nemmeno un brandello.
Gioisci,
gioisci,
che finalmente mi hai dato
il colpo mortale!
Io desidero
fuggire al canale
per mettere il capo nella mandibola liquida!
Mi hai offerto le labbra.
Rozze erano ed umide.
Le ho appena sfiorate e m’hanno agghiacciato,
come se in pentimento avessi baciato
un monastero tagliato nella pietra ruvida.
Hanno sbattuto la porta.
Egli è entrato,
rorido dell’allegria delle vie.
Io mi sono spezzato
con un gemito in due.
Gli ho detto:
va bene,
andrò via.
Va bene,
sia tua.
Coprila di cenci, se vuoi
che pieghino sotto la seta le fragili ali di vetro.
Bada che può fuggirsene a nuoto.
Attaccale al collo
una collana di perle come una pietra!
Che notte
stanotte!
Il mio cruccio ho spremuto con forza sempre maggiore.
A sentire le mie risate e i singhiozzi
il muso della mia camera ha fatto una smorfia d’orrore.
Luce riflessa dai tuoi occhi sopra il tappeto,
si levò la tua effigie quasi immagine magica,
come se un altro Biàlik evocasse in segreto
una favolosa regina per la nuova Sion ebraica.
Nel supplizio della Passione
ora piego i ginocchi e la testa
dinanzi a colei che fu mia.
A mio Paragone
Re Alberto,
che ha arreso tutte le sue piazzeforti,
è come se ricevesse regali per la sua festa.
Indoratevi ancora nell’erba e nel cielo sereno!
O vita, rifà primavera dalle tue mille fibre diverse!
Non voglio ormai che un veleno:
bere, sempre bere i miei versi.
Tutto mi rubasti col cuore,
e non mi lasciasti che il fardello della disdetta.
L’anima mi lacerasti come in un rovo.
Accetta il mio dono, o diletta:
forse non inventerò altro di nuovo.
Nei quaderni dei tempi
scrivete la data d’oggi a lettere d’oro!
Adémpiti,
magia simile alla passione di Cristo.
Guardate:
sulla carta son crocifisso
coi chiodi delle parole.
Vladimir Majakovskij
giovedì 13 aprile 2017
MILAN MADE IN CHINA
Dopo una telenovela durata parecchi mesi ecco che il Milan batterà bandiera cinese per non si quanti anni,con la vendita suggellata oggi pomeriggio al nuovo proprietario Yonghong Li per cifre astronomiche,alla faccia dell'italianità sempre sostenuta dall'ex premier puttaniere.
L'articolo di qualche tempo fa preso da Senza Soste(milan-12-punti )metteva in evidenza i continui slittamenti del closing che sembrava mai arrivare,analizzando 12 punti sull'affare tra Berlusconi ed i cinesi molti dei quali oscuri e riconducibili ad un giro di denaro(enorme)forse riciclato ma senza prove tangibili queste rimangono per ora dicerie.
Fatto sta che il signor Li succeduto all'altro signor Bee in Cina è un personaggio riservato(o misterioso,dipende da come si vuole interpretare)che quasi nessuno conosce ma che è noto alla cronaca per una maxi truffa perpetrata negli anni novanta,una continuità sia temporale che imprenditoriale,una sorta di staffetta di presidenti tra pari gradi.
Milan, i 12 punti oscuri della vendita ai cinesi.
tratto da Business Insider
a vendita del Milan è fissata per il 3 marzo 2017: prima della fatidica data la società dovrà convocare l’assemblea degli azionisti che si riunirà quando Sino-Europe farà arrivare i 320 milioni di euro che ancora mancano per chiudere l’operazione. Allora gli amministratori in carica si dimetteranno per lasciare spazio ai nuovi vertici cinesi. Sulla carta sembra solo un passaggio formale, ma la vicenda è molto più complicata di così. E le domande senza risposta sono tante, nella forma e nella sostanza.
1) Perché i cinesi stanno pagando il Milan a rate?
E’ un caso più unico che raro. Fininvest e Sino-Europe, guidata dall’uomo d’affari cinese Yonghong Li, hanno pattuito un prezzo di 740 milioni di euro: 520 milioni alla holding della famiglia Berlusconi, più l’accollo di 220 milioni di debiti. Le trattative di questo tipo vengono solitamente chiuse in un colpo solo: una firma e una transazione bancaria. Certo, i pagamenti possono anche essere dilazionati nel tempo, ma spesso a fronte di una fidejussione bancaria che faccia da garanzia cosicché il controllo delle società passi di mano subito. E’ successo così per l’Inter quando Massimo Moratti vendette a Erick Thohir e poi quando lo stesso Thohir passò la mano ai cinesi di Suning, la scorsa estate. Stessa modalità per la cessione della Sampdoria a Massimo Ferrero da parte della famiglia Garrone (che però alla data dell’ultimo bilancio disponibile continua a garantire per l’attuale proprietario). Percorso identico anche per James Pallotta che ha rilevato la Roma nel 2011. In tutti questi casi di caparra neppure l’ombra. Sono arrivati, invece, i contanti o le garanzie bancarie.
2) Perché i cinesi non si avvalgono di advisor finanziari?
Di solito operazioni di questo genere vengono finanziate da diversi istituti, proprio per la complessità di mettere insieme, rapidamente, le cifre necessarie a chiudere l’affare. I cinesi, invece, non hanno voluto l’aiuto di nessuno dichiarando di avere a disposizione tutto il budget. Eppure non riescono a transare. Evitando di chiedere l’intervento di una banca hanno evitato un controllo dei conti (due diligence) approfondito, come quelli che sono necessari quando nelle trattative sono coinvolti i Pep: persone politicamente esposte, come nel caso di Silvio Berlusconi. Nessuna banca, quindi, e nessuna indagine approfondita sulle parti in causa.
3) Chi è Yonghong Li?
Nessuno lo sa. Prima della sua complicata scalata al Milan non era mai entrato nei radar dei media, ma neppure degli imprenditori e dei diplomatici. Non era noto agli uffici del commercio con l’estero e neppure alle ambasciate. Anche per gli addetti ai lavori del calcio orientale è un mistero. Per Marcello Lippi che in Cina è una divinità si tratta di uno sconosciuto, Fabio Cannavaro ammette di saperne poco. Alberto Forchielli, partner di Mandarin Capital, ha più volte detto che la cordata non esiste. Poche informazioni anche in rete, ma probabilmente dipende anche dal diverso alfabeto. Il Sole 24 Ore, invece, è riuscito a scoprire di una multa comminatagli da parte della Borsa di Shanghai per attività irregolari. Di certo, però, c’è un Yonghong Li tra i Panama Papers: è uno dei tre intestatari di una società offshore a Panama. Potrebbe essere un caso di omonimia, ma il diretto interessato non ha mai smentito. La società, Alkimiaconst Sa, è stata aperta da Mossack Fonseca, lo stesso intermediario che ha creato, Struie una cassaforte di cui si sono serviti sia Silvio Berlusconi sia Flavio Briatore (benché i loro nomi non compaiano direttamente nelle carte panamensi): a rimpierla, invece, era stato l’avvocato britannico David Mills, creatore di un sistema offshore da 775 milioni di euro. L’ipotesi è che Yonghong Li sia l’apripista di altri investitori che non vogliono esporsi.4) Di chi sono i 200 milioni versati a Fininvest?
La prima tranche è stata pagata da Yongyong Li, probabilmente attraverso Crédit Suisse, la banca svizzera coinvolta nei Panama Papers che a maggio dello scorso anno ha annunciato la chiusura dei suoi uffici nel paradiso fiscale centroamericano. La banca – che rifiuta ogni commento – è stata più volte accusata di aver aiutato contribuenti di tutti il mondo a eludere il fisco: negli Stati Uniti hanno pagato una multa da 2,5 miliardi di dollari, in Italia hanno transato 109,5 milioni di euro nell’ambito dell’accusa di aver aiutato 13mila contribuenti a evadere 14 miliardi di euro. La seconda tranche è un mistero. I 100 milioni sono effettivamente arrivati in casa Fininvest, ma prima hanno fatto il giro del mondo: sono partiti da un veicolo (Willy Shine, con una chiara allusione sessuale, come nota l’Oxford Dictionary) con sede alle Isole Vergini Britanniche – lo stesso paradiso fiscale noto a tanti imprenditori italiani, da Berlusconi a Galliani – per arrivare alla sede di Hong Kong di Huarong, l’asset manager controllato dal governo, che li ha poi girati a Fininvest.
5) Perché è stata necessaria questa triangolazione?
Nessuno sa spiegarlo. Huarong, al momento, non fa parte della cordata Sino-Europe, ma avrebbe anticipato l’ultima caparra da 100 milioni (la società non conferma l’operazione, ma il documento pubblicato da Calcio e Finanza riporta la firma di un suo dipendente). La prima versione ufficiale è che Huarong non avesse tutte le autorizzazioni necessarie per superare il controllo dei capitali imposti dal governo cinese. Eppure, il bonifico per Fininvest non è partito dalla Cina, ma dalla sede di Hong Kong di Huarong dove la valuta è il dollaro locale e non il renminbi cinese oggetto di controllo. E, infatti, mentre in Cina è effettivamente in atto una stretta sull’uscita dei capitali, l’ex colonia britannica rimane una zona franca. La secondo spiegazione, invece, è che Huarong non avesse 100 milioni disponibili a Hong Kong, ma è una giustificazione che regge solo fino a un certo punto: il gruppo, infatti, ha un fatturato da oltre 11 miliardi di dollari e asset gestiti per oltre 110 miliardi e negli ultimi due anni ha collocato obbligazioni in dollari americani per quasi cinque miliardi.
6) Dal momento che dicono di avere molti capitali all’estero, perché i cinesi non hanno direttamente creato un veicolo offshore per comprare il Milan?
E’ un’altra domanda senza risposta. Dal momento che l’arrivo di una stretta sui movimenti di capitali era attesa e in parte dovuta alla promozione del Renminbi tra le valute di riserva del Fmi, Sino Europe avrebbe potuto far partire l’operazione direttamente dalle Isole Vergini, invece ha preferito complicarsi la vita.
7) E’ davvero credibile che la stretta sui capitali impedisca di chiudere l’operazione?
Per tutti gli esperti contattati da Business Insider no. Sono strane le lungaggini burocratiche – i tempi per avere le autorizzazioni a completare gli investimenti all’estero sono di circa 50 giorni – ed è strano l’approccio delle parti alla trattativa. Secondo i dati dell’Ice, l’Istituto per il commercio estero, l’interscambio tra Cina e Italia resta costante. Di più: tra il 2006 e il 2015 lo stock di denaro investito dalla Cina all’estero è arrivato a 1.097 miliardi di dollari (145 miliardi solo nel 2015) e il governo ha annunciato di voler aumentare la quota di altri mille miliardi tra il 2016 e il 2020. Se Pechino ha davvero intenzione di investire 200 miliardi di dollari l’anno all’estero, perché fatica ad autorizzare una spesa da 520 milioni, pari allo 0,25% dell’importo annuo? Se il governo – come sbandierato da Sino Europe – ha davvero autorizzato l’acquisizione del Milan perché adesso la ferma? E, in fondo, Huarong è davvero controllata dal governo di Pechino.
8) Perché Sino Europe non comunica la lista dei nomi?
La compagine azionaria di Sino Europe è un mistero. Vuole essere un fondo di private equity, ma si comporta come una piccola società di amici. I nomi messi in circolazione cambiano in continuo: nel calderone è finita anche China Construction Bank – poi uscita dalla lista -, ma la sostanza non cambia, a parole sarebbero tutti soci con fatturati da decine di miliardi. Di più, avrebbero già messo tutto il capitale necessario, ma allora perché non riescono a comprare il Milan nei tempi prestabiliti? Di certo esiste una lista di soggetti interessati all’operazione, ma nessuno è vincolato a investire. Un’altra spiegazione è che grandi venissero resi pubblici, i venditori potrebbero provare a chiedere ancora più soldi.
9) Perché non viene rispettato il protocollo degli affari asiatici?
In Cina l’etichetta è tutto. Prima di parlare di affari è fondamentale conoscersi e i cinesi non amano gli emissari. Vogliono incontrare l’azionista, vogliono conoscere il venditore. Di più: vogliono il loro biglietto da visita per poterlo conservare. E non lo accettano per interposta persona: il biglietto da visita va consegnato con le due mani e un leggero inchino del capo. Tutto questo, invece, non è mai accaduto. Sono stati i cinesi a venire in Italia, mentre pare che Silvio Berlusconi non sia mai stato in Cina a condurre le trattativa. Neppure risulta ci sia stata sua figlia Barbara.10) Perché la data del closing cambia continuamente?
Se davvero Sino Europe ha già raccolto tutti i soldi necessari da tempo, perché non ha chiuso l’affare a settembre, prima che scattasse l’ampiamente atteso controllo dei capitali.
11) Perché il Milan non può spendere per la campagna acquisti di gennaio?
Gli accordi prevedono che tutte le spese sostenute da Fininvest per il Milan a partire dal primo luglio 2016 fino alla data del closing siano rimborsate da Sino-Europe alla famiglia Berlusconi. Compreso, quindi, il calcio mercato. Tanto è vero che in società è entrato Marco Fassone, ad in pectore e uomo forte dei soci cinesi, ma perché allora non vengono aperti i cordoni della borsa in un momento in cui il Milan può ambire a posizioni di vertice? Quali altri garanzie servono per operare sul mercato? Ci sono dei dubbi sul successo dell’operazione? A spazzarli via sarebbe bastata una fidejussione bancaria.
12) E’ possibile che siano soldi di Fininvest?
E’ impossibile dare un risposta. Di certo c’è che alle Isole Vergini Britanniche esiste una delle casseforti riferibili a Silvio Berlusconi, ma è troppo poco anche per avanzare un sospetto. Inoltre, far rientrare dei soldi attraverso la Cina sarebbe un’operazione al quanto azzardata e infatti la holding della famiglia Berlusconi respinge ogni illazione. I fatti accaduti finora, però, indicano che il tira e molla con i cinesi ha già portato a Milano 200 milioni di euro di caparra che resteranno nelle casse della anche se la vendita del Milan non dovesse concludersi.
mercoledì 12 aprile 2017
IL DECRETO BIS MINNITI SULL'IMMIGRAZIONE E' PALESEMENTE INCOSTITUZIONALE
Una cosa da sapere sul decreto Minniti. Che è a rischio costituzionalità
Il decreto Minniti, approvato da Senato e che dalla Camera, che ha già votato la fiducia al governo, contiene alcune norme che ledono gravemente alcuni principi costituzionali.Vengono, innanzitutto, istituite delle sezioni specializzate in materia di richiesta di asilo che appaiono in palese contrasto con quanto previsto dall’art. 102 della Costituzione che fa espresso divieto di costituzione di giudici speciali e straordinari.
Ai più potrà apparire una questione banale, ma la volontà del costituente, ratificata nell’art 102, 2 comma, della nostra carta fondamentale, era quella di impedire il ripetersi di fenomeni come quelli che, durante il fascismo, nel 1926, portarono all’istituzione del tribunale speciale per la difesa dello Stato, per colpire gli oppositori del regime, sostituendosi alla magistratura di ruolo, poco prona, nonostante tutto, ai desiderata del regime.
Il nuovo rito introdotto con il decreto Minniti limita in maniera inaccettabile il contraddittorio fra le parti, prevedendo un rito camerale senza udienza nel quale, al giudice che dovrà decidere, verrà messa a disposizione la registrazione video del colloquio del richiedente asilo davanti alla commissione territoriale, senza che l’immigrato possa essere sentito. Immaginate un processo senza che la persona interessata possa parteciparvi: è un vero e proprio mostro giuridico.
Viene poi abolito l’appello, per ragioni di celerità, a scapito delle garanzie del giusto processo. Si tratta di un vulnus gravissimo allo stato di diritto liberale che apre, peraltro, un precedente per nulla rassicurante: oggi tocca agli immigrati, domani, chissà, magari ai lavoratori piuttosto che ai poveri, dopodomani agli oppositori. Quando si apre un piccolo varco nelle garanzie, il rischio che poi questo stesso varco possa essere utilizzato per introdurre ulteriori limitazioni nei confronti di altri cittadini è evidente, anche considerato il livello e lo spessore della classe politica italiana.
Non mi interessa chi ha votato o meno la conversione di questo decreto. È evidente che la destra del nostro Paese ha vinto culturalmente prima che elettoralmente, stabilendo l’agenda politica ai partiti ad essa avversi e riuscendo a tradurre i suoi slogan in leggi dello Stato. Penso sempre di più che in Italia ci sia bisogno di una sinistra radicale e populista anche perché, come dice un proverbio africano, la notte può essere molto lunga, ma il giorno arriverà di sicuro.
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L’immigrazione in mano al “decreto Minniti”.
di Redazione Contropiano
Il secondo “decreto Minniti”, quello sull’immigrazione, è un salto di qualità pari soltanto al primo decreto dell’identico ministro (sul "decoro e l'ordine pubblico"), e ispirato alla stessa filosofia: le persone sono nulla, i diritti sono una concessione arbitraria, la difesa legale va abolita. O comunque ridotta al minimo.
Ieri la Camera ha dato il via libera a questa abiezione, approvandola in via definitiva e dunque dandole l’aura della “legge”. Un po’ come le leggi razziali, che definivano una sfera giudiziaria a parte per i “non ariani”.
La novità giuridica più grande di questa “legge” è infatti la soppressione di un grado di giudizio per quanto riguarda i ricorsi presentati da migranti. Il caso tipico è quello della richiesta di asilo o di soggiorno. Quando scatta il “niet” dell’autorità di polizia si può ricorrere alla magistratura, ma scompare il grado di Appello. In teoria resta la Cassazione, che però si occupa solo di verificare la legalità formale degli atti che hanno portato al rifiuto. Dunque, non entrando nel merito, basterà mettere tutti i timbri al posto giusto per rendere anche questo grado di giudizio inoffensivo.
Tutto il resto è banale incremento delle procedure di identificazione ed espulsione, potenziamento delle forze di polizia e “efficienza” del meccanismo selettivo.
Vengono istituite – presso ognuna delle 26 Corti d’appello – sezioni specializzate "in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell'Unione europea". Dovranno occuparsi di mancato riconoscimento del diritto di soggiorno per cittadini dell’Unione Europea sul territorio nazionale, nonché dell’eventuale impugnazione del provvedimento di allontanamento per motivi di pubblica sicurezza (sempre nei confronti di cittadini comunitari ma sgraditi).
Più ampia la casistica riguardante gli extracomunitari. Le sezioni si occuperanno infatti di riconoscimento o meno del diritto alla protezione internazionale; di mancato rilascio, rinnovo o revoca del permesso di soggiorno per motivi umanitari; di approvazione o rifiuto del nulla osta al ricongiungimento familiare o del permesso di soggiorno per motivi familiari; di accertamento dello stato di apolidia e accertamento dello stato di cittadinanza italiana.
Ed è qui che si eserciterà il massimo dello sforzo perché le “misure per la semplificazione e l'efficienza delle procedure davanti alle commissioni territoriali” trovino applicazione in tempi brevi, approvando un “nuovo modello processuale” che permette di ridurre a soli quattro mesi il procedimento che si conclude "con decreto che rigetta il ricorso" o "riconosce lo status di rifugiato o di persona cui è accordata la protezione sussidiaria". Soli 30 giorni per ricorrere in Cassazione, poi raus!
Le stesse “commissioni territoriali” vengono potenziate con 250 assunzioni, in modo da sveltire le procedure di fronte al prevedibile aumento delle richieste, conseguenza di fermi più frequenti nelle strade di persone “dall’aspetto straniero”.
Sparisce la parola Cie, entrata ormai nel lessico come sinonimo di lager, ma restano le strutture, che assumono il nome di Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio, di modo che sia chiaro l’esito…). Anzi, aumentano di numero per applicare la scelta politica di avere strutture più piccole (100-150 “ospiti temporanei”), distribuite su tutto il territorio nazionale.
Ogni migrante fermato – dopo uno sbarco o in mezzo a una strada – verrà portato presso presso appositi "punti di crisi" dove dovranno esser fotografati, identificati con impronte digitali. L’evetuale rifiuto del migrante a questo tipo di identificazione sarà equiparato al “pericolo di fuga” e dunque giustificherà la reclusione nei centri Cpr.
Esplicitamente prevista infine la possibilità di impiegare i fermati in “lavori socialmente utili”, ricorrendo a fondi europei e coinvolgendo le imprese del cosiddetto “terzo settore” (chissà come sarà triste Salvatore Buzzi, nel vedersi temporaneamente escluso dalla possibilità di utilizzare questa normativa…).
POCHI GIORNI ALLA DITTATURA TOTALE IN TURCHIA
Nella settimana che porterà al voto sul presidenzialismo turco,o meglio dire verso un più che probabile sultanato e/o califfato nelle mani di un solo uomo,Erdogan,non è che ci si possa aggrappare molto alla speranza che in questo caso le intenzioni di voto ed i sondaggi possano cambiare per determinare clamorosi ribaltoni come avvenuto ultimamente inUsa,Italia e Gran Bretagna.
Erdogan vincerà e la Turchia sarà sempre più in balia della sua sete di potere,fama e sangue e sarà lui a decidere in prima persona eventi come la guerra in Siria o il contenimento dei profughi nei propri confini,oltre che mettere il becco negli scontri geopolitici in tutto il medioriente.
Non sarà certamente una vittoria omogenea su tutto il vasto territorio turco,zone come il Kurdistan lo vedranno sconfitto al referendum mentre in altre il suo trionfo sarà su larga scala e in altri di poco margine,ma comunque sarà il vincitore.
Dei turchi residenti all'estero hanno votato meno della metà dopo la campagna elettorale che ha varcato i confini nazionali e che ha provocato più che tensioni in Germania e soprattutto in Olanda con veri e propri scontri(madn fermare-erdogan ).
Per contrastare questo dittatore che vedrà dopo il 16 aprile la sua posizione ancora più tirannica la soluzione dell'eliminazione fisica è quella che più circola negli ambienti dell'estremismo,ma potrebbe portare ad un nulla di fatto in quanto i probabili successori magari saranno pure peggio,cosa in assoluto non preventivabile perché la cattiveria,il doppiogiochismo e la brama di potere di Erdogan,finanziatore dell'Isis nonostante le sue smentite,è simili a poche nella storia della disumanità.
Articolo preso d Contropiano(turchia-davanti-al-referendum-erdogan ).
Turchia davanti al referendum di Erdoğan.
di Enrico Campofreda
S’approssima il voto popolare sul presidenzialismo turco. Nel fine settimana Erdoğan s’è recato nella tana del lupo: l’Istanbul riottosa, laica, ribelle, colei che con la rivolta del Gezi park ha segnato l’avvìo della terza fase politica del percorso del premier e ora presidente, caratterizzata dallo scontro e dal dominio. Incondizionati.Quella, comunque, è anche la sua tana. Lì ha iniziato l’ascesa al potere, vestendo i panni di sindaco e negli anni una grossa fetta della metropoli cosmopolita s’è fortemente islamizzata. Gli istanbulioti e le tantissime giovani istanbuliote che hanno partecipato alla manifestazione per il sì hanno dato energia alla prova di forza voluta lì predisposta. Ragazze orgogliosamente velate agitavano cartelli con l’immagine del presidente, per nulla preoccupate del soffocamento democratico che lamentano i sostenitori del no.
Sul Bosforo i repubblicani, la gioventù laica di sinistra, la comunità kurda, oppositori storici dell’autoritarismo militare o islamista, secondo i sondaggi opporranno una resistenza in ogni urna, ma rovesciare i pronostici che danno vincente il sì risulterebbe un miracolo. Il padre-oratore ha infiammato i sostenitori dicendo che col voto occorre “Far tremare i cuori di coloro che hanno contaminato quella città 99 anni fa”. Il riferimento è parzialmente criptico. Andando al primo conflitto mondiale l’oggetto è straniero: quella Germania e Olanda che, di recente hanno impedito ai ministri di Ankara d’incontrare i connazionali che sono elettori al referendum di domenica prossima. L’immensa platea ha risposto a tono: “Erdoğan è il nostro eroe, ha risollevato la nazione e il popolo”. “Le trasformazioni in corso rendono il Paese più forte”. “Con un governo forte saremo più tutelati e sicuri contro il terrorismo”.
Per il sultano una magnifica conferma che la linea securitaria trova conforto e sostegno fra la gente. E visto che l’offensiva paga, e forse anche le offese, il presidente ha lanciato un rush finale scoppiettante. Ieri ha rivolto un’esplicita accusa a Kılıçdaroğlu, affermando che nella notte del golpe fallito il leader repubblicano avesse patteggiato coi gülenisti una fuga per abbandonare Istanbul sotto attacco del manipolo putschista.
Dal quartier generale del Chp non sono giunte reazioni esasperate. Avranno pensato che di fronte a sondaggi che vedono in ripresa il fronte del no, è meglio non cedere alle provocazioni per non interrompere il trend con una rissa anche solo verbale. L’entourage erdoğaniano non aspetta altro.
Oggi risponde con un’intervista esclusiva ad Al Jazeera uno degli esponenti del no, Sezgin Tanrikulu. Sostiene che il processo riformatore è nato male: “Le costituzioni devono avere la condivisione di cittadini e forze politiche, noi andiamo al referendum in un clima di polarizzazione, non di compromesso”. “Anche il Chp vede certi difetti del sistema parlamentare, ma le proposte dell’Akp riescono ad acuire i problemi anziché risolverli. Mentre si abolisce il sistema parlamentare, si va a introdurre un modello maniacale senza precedenti. Il sistema parlamentare non è qualcosa d’intoccabile e sacro, però le questioni che la Turchia attraversa non dipendono da esso, ma dal percorso politico che il Paese ha intrapreso. Ad esempio c’è un problema di rappresentanza con una soglia elettorale al 10% che entrò in vigore dopo il golpe del 1980. Questo difetto è stato ampiamente utilizzato dal partito di governo a discapito di rappresentanze minori”.
E aggiunge: “Nella scadenza elettorale l’Akp sta riversando la ricerca del consenso per la propria linea senza affrontare alcune contraddizioni della fase attuale. Punta a un sì incondizionato, nonostante il conflitto coi kurdi sia tornato a infiammare il Paese; nonostante siano riapparsi palesi orientamenti antidemocratici degli apparati statali. Anche i contrasti con Germania e Olanda appartengono a polemiche fra destre politiche che si alimentano a vicenda, sperando di ottenerne vantaggi nell’urna”.
Intanto s’è avviata la consultazione dei turchi all’estero. Su tre milioni ha votato meno della metà, i dati ufficiosi ne contano poco più di 1,2 milioni.
articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it
Sul Bosforo i repubblicani, la gioventù laica di sinistra, la comunità kurda, oppositori storici dell’autoritarismo militare o islamista, secondo i sondaggi opporranno una resistenza in ogni urna, ma rovesciare i pronostici che danno vincente il sì risulterebbe un miracolo. Il padre-oratore ha infiammato i sostenitori dicendo che col voto occorre “Far tremare i cuori di coloro che hanno contaminato quella città 99 anni fa”. Il riferimento è parzialmente criptico. Andando al primo conflitto mondiale l’oggetto è straniero: quella Germania e Olanda che, di recente hanno impedito ai ministri di Ankara d’incontrare i connazionali che sono elettori al referendum di domenica prossima. L’immensa platea ha risposto a tono: “Erdoğan è il nostro eroe, ha risollevato la nazione e il popolo”. “Le trasformazioni in corso rendono il Paese più forte”. “Con un governo forte saremo più tutelati e sicuri contro il terrorismo”.
Per il sultano una magnifica conferma che la linea securitaria trova conforto e sostegno fra la gente. E visto che l’offensiva paga, e forse anche le offese, il presidente ha lanciato un rush finale scoppiettante. Ieri ha rivolto un’esplicita accusa a Kılıçdaroğlu, affermando che nella notte del golpe fallito il leader repubblicano avesse patteggiato coi gülenisti una fuga per abbandonare Istanbul sotto attacco del manipolo putschista.
Dal quartier generale del Chp non sono giunte reazioni esasperate. Avranno pensato che di fronte a sondaggi che vedono in ripresa il fronte del no, è meglio non cedere alle provocazioni per non interrompere il trend con una rissa anche solo verbale. L’entourage erdoğaniano non aspetta altro.
Oggi risponde con un’intervista esclusiva ad Al Jazeera uno degli esponenti del no, Sezgin Tanrikulu. Sostiene che il processo riformatore è nato male: “Le costituzioni devono avere la condivisione di cittadini e forze politiche, noi andiamo al referendum in un clima di polarizzazione, non di compromesso”. “Anche il Chp vede certi difetti del sistema parlamentare, ma le proposte dell’Akp riescono ad acuire i problemi anziché risolverli. Mentre si abolisce il sistema parlamentare, si va a introdurre un modello maniacale senza precedenti. Il sistema parlamentare non è qualcosa d’intoccabile e sacro, però le questioni che la Turchia attraversa non dipendono da esso, ma dal percorso politico che il Paese ha intrapreso. Ad esempio c’è un problema di rappresentanza con una soglia elettorale al 10% che entrò in vigore dopo il golpe del 1980. Questo difetto è stato ampiamente utilizzato dal partito di governo a discapito di rappresentanze minori”.
E aggiunge: “Nella scadenza elettorale l’Akp sta riversando la ricerca del consenso per la propria linea senza affrontare alcune contraddizioni della fase attuale. Punta a un sì incondizionato, nonostante il conflitto coi kurdi sia tornato a infiammare il Paese; nonostante siano riapparsi palesi orientamenti antidemocratici degli apparati statali. Anche i contrasti con Germania e Olanda appartengono a polemiche fra destre politiche che si alimentano a vicenda, sperando di ottenerne vantaggi nell’urna”.
Intanto s’è avviata la consultazione dei turchi all’estero. Su tre milioni ha votato meno della metà, i dati ufficiosi ne contano poco più di 1,2 milioni.
articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it
martedì 11 aprile 2017
UN MOVIMENTO SCHIAVO DEL SUO MARCHIO
Il pasticcio che sembra del tutto personale,come tutte le vicende che ruotano attorno a Grillo ed al suo partito che ormai è diventato un marchio,un brand da copyright,che ha scatenato a Genova con la scomunica alla legittima candidata del M5 stelle Cassimatis(madn grillo-e-la-candidata-genovesee-milanese )potrebbe avere come risultato l'esclusione di quello che adesso non so se definire appunto partito,movimento o marchio alle prossime elezioni comunali di Genova.
Il tribunale infatti ha sospeso l'esclusione della candidata sindaco Marika Cassimatis e della sua lista in quanto il"fidatemi di me"del guru Grillo come preventivato non costituisce proprio nulla nella legislazione italiana.
I due articoli sotto parlano sia della cronaca di un fatto che deve per forza avere strascichi sulle percentuali di voto verso questi inetti della politica(www.senzasoste.it/caos-m5s-a-genova )che un'analisi dai toni caustici di quello che ora si apre non solo a Genova ma in tutta Italia,con un duo allo sbando(Grillo e Casaleggio Jr.)che comanda dittatorialmente un movimento-partito-brand che non riesce a capirci più nulla...da troppo tempo forse fin dal principio(left m5s-a-forza-di-forzare-la-politica ).
Caos M5S a Genova, il candidato viene “scelto” dal giudice.
di Dante Barontini,da Contropiano
L’abisso senza fondo della politichetta italiana ha prodotto l’ultimo mostriciattolo geneticamente modificato. Il giudice Roberto Braccialini ha sospeso l’esclusione della lista di Marika Cassimatis, la candidata del Movimento 5 stelle vincitrice delle Comunarie per la candidatura a sindaco di Genova, poi sfiduciata da Beppe Grillo che imposto una nuova tornata di votazioni online aperte a tutti gli iscritti in Italia.
Nell’immediato, il pasticcio è divertente. La Cassimatis è ora teoricamente il candidato dei Cinque Stelle a Genova, che però non la vogliono e potrebbero negarle l’uso del simbolo (che è poi l’unica ragione per cui dei perfetti sconosciuti al grande pubblico possono ricevere voti ed essere eletti). L’altro “ripescato” al secondo giro di “comunarie”, Luca Pirondini, potrebbe essere escluso dalla corsa alla carica di sindaco, oppure costretto a presentarsi – anche lui – senza la protezione del brand.
Il divertimento finisce qui.
A noi sembra abbastanza chiaro che una simile follia sia il prodotto di due anomalie che solo la “furberia” della classe politica di questo paese è stata capace di partorire. La prima, e più antica, è quella per cui il dettato costituzionale sulla “forma partito” non è mai stato concretizzato in leggi e regolamenti. La Costituzione recita infatti: “Articolo 49. Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Libertà assoluta, così come per le organizzazioni sindacali, che però rinviava alla necessità di definire per legge cosa dovesse essere un partito, quali prerogative, quali verifiche democratiche interne. Il come, in sostanza, non è mai separabile dal cosa.
Com’è noto, invece, ogni partito presente sulla scena ha preferito tenersi le “mani libere”, aggirando qualsiasi ipotesi di regolamentazione che potesse limitare il dispotismo dei capi temporanei; limitandosi così ad una “autoregolamentazione” affidata a statuti interni, regole di appartenenza ed esclusione, poteri di nomina e revoca, collegi dei probiviri, ecc.
Tutto relativamente è andato bene fin quando i partiti sono stati delle organizzazioni relativamente serie, ovvero effettivamente libere associazioni di uomini e donne che condividevano idee, ideologie, programmi, interessi e dunque anche regole per stare insieme. La “seconda Repubblica” ha visto lo spappolamento – grazie anche all’ubriacatura del “sistema maggioritario” – di quelle formazioni, ridotte ad aggregati casuali di clientele legate a gruppi di interesse e capibastone in perenne lotta reciproca. Oppure a “partiti-azienda” con un capo assoluto e tanti nanerottoli starnazzanti, in competizione per un posto a corte.
La seconda “furbata” – sfruttando il vuoto legislativo – è invece tutta farina del sacco del duo Grillo-Casaleggio, che hanno inventato una forma partito-movimento che si regge sul controllo ferreo di una piattaforma informatica che rappresenta “il marchio” (l’unica cosa che conta) e forme di selezione dei “gruppi dirigenti” alquanto casuali (come si è visto con la prima seria infornata di parlamentari pentastellati e ancor più chiaramente con le sofferenze di quasi tutte le amministrazioni comunali conquistate).
Poteri del “garante” superstite e partecipazione democratica degli iscritti si sono così venuti a trovare su una rotta di collisione continua, con ovvia prevalenza del primo (il marchio è tutto, i singoli non contano nulla). Come in tutti i “vecchi partiti”, a ben vedere (non si poteva essere riconosciuti come democristiani o comunisti fuori dai relativi partiti, a insindacabile giudizio dei gruppi dirigenti); paradossalmente con qualche garanzia in più prevista dai partiti “classici”.
Alla fine della fiera, l’aspetto più assurdo – sul piano strettamente politico – è nel fatto che un giudice sia chiamato ad intervenire per decidere chi, tra i vari candidati di una “libera associazione” abbia “diritto” a rappresentare l’insieme dell’associazione; anche in contrasto con la volontà dell’associazione stessa (del suo “garante” o della maggioranza, in questo caso non fa differenza).
Come a dire che “l’associazione politica” non è più totalmente libera, ma sottoposta a un controllo esterno non regolato da nessuna legge (l’articolo 49 della Costituzione non prescrive nulla, se non la libertà). A rischio finisce lo stesso concetto di rappresentanza politica. Non sappiamo se il giudice e i “grillini” se ne siano resi conto. Ma il problema è parecchio serio.
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M5S: a forza di forzare la politica poi la magistratura diventa una segreteria (politica)
GIULIO CAVALLI
GIULIO CAVALLI
Leggere prima di commentare compulsivamente. Vale per tutti: per i piddini antigrillo che in queste ore sono diventati feticisti di quelle stesse Procure che tutti i giorni gli stanno decimendo il partito e, d’altra parte, i piè veloci grillini che commentano partendo dal titolo come fanno gli ultrà che scambiano strisce pedonali per bandiere.
Dunque: che una sentenza possa essere strumentalizzata come ente decisionale ultimo della candidatura a sindaco per un città come Genova mette i brividi. Gli anti-Travaglio in pratica sono diventati per un giorno dei ciucciamanette pur di attaccare il nemico senza rendersi conto della goffaggine messa in scena. Si tenta (male) di convincere una schiera di fideisti che la Cassimatis (bocciata da Grillo e il fantomatico staff) debba essere la candidata del Movimento 5 Stelle. Si racconta, insomma, che un tribunale abbia ordinato a Grillo di perdere. E c’è gente che ci crede, pure. Come se domani Emiliano vincesse le primarie del PD per sentenza (sì, ciao) e Renzi venisse condannato di essere il tesoriere del circolo di Canicattì e niente di più.
Di là invece c’è la questione grillina e la politica fatta come se fosse una partita a burraco tra amici: le regole, ahimè, oltre che scriverle bisogna rispettarle. E così le regole a caso scoreggiate da Grillo in accappatoio diventano (giustamente) contestabilissime di fronte a qualsiasi autorità giudiziaria. Per fare un esempio: se davvero (come scrive il blog di Grillo) le “comunarie” di Genova sono irregolari perché indette con meno di “24 ore di preavviso come stabilito da regolamento” allora sono nulle le liste di Padova, Piacenza e Verona. Solo per citarne qualcuno. Per fortuna non esiste un movimento politico che possa fondarsi sugli umori del proprio capo. Chiunque sia. Se la cialtronaggine impera è normale che la magistratura sembri una segreteria politica.
Facciamo i seri. Su. Politica. Seria.
Buon martedì.
lunedì 10 aprile 2017
RIPASSO SULLE PRIVATIZZAZIONI ITALIANE
Questo proposto oggi è un ripassino sulle privatizzazioni dei beni pubblici dello Stato che in questi ultimi anni hanno raggiunto il top dell'efficienza disgregativa e dispersiva di risorse e di servizi ma che l'indomani del trattato di Maastricht nel 1992 su importanti,basilari regole future in materia politica ed economica in Europa.
Si analizzano cifre e retroscena di incontri tra politici,banche e imprenditori,i nomi sono conosciuti e nell'arco degli ultimi venticinque anni i vari scenari politici susseguitesi si sono sempre messi d'accordo per smantellare il patrimonio pubblico italiano.
L'articolo preso da Contropiano(le-privatizzazioni-distrutto )parla di un deficit pubblico sempre in aumento incontrollato in barba a quello che doveva essere il principale modo di ridurlo,devastazioni di posti di lavoro e conseguente abbassamento degli stipendi,servizi esternalizzati o privatizzati sempre più scadenti e sempre più costosi,progressivo aumento dei compensi di multinazionali a scapito di medie e piccole imprese,sempre maggiori guadagni concentrati nelle mani di sempre più poche persone.
Vedi anche madn sempre-piu-privato-in-entrambe-i-sensi e madn beni-comuni-in-mano-alle-gestioni private .
Come le privatizzazioni hanno distrutto lo Stato.
Se ne parlerà a Roma, giovedi 30 marzo. Il 7 febbraio 1992 a Maastricht fu firmato il Trattato che fissava le regole politiche e i parametri economici e sociali necessari per l'ingresso dei vari Stati nell’ Unione e nell’istituenda moneta unica.
Poco dopo in Italia, il 2 giugno 1992, si teneva una riunione a bordo del «Britannia», lo yacht della corona inglese, appositamente ancorato presso le nostre coste e con a bordo nomi illustri del mondo finanziario inglese: dai rappresentanti della BZW, la ditta di brockeraggio della Barclay's, a quelli della Baring & Co. e della S.G. Warburg. A fare gli onori di casa era la regina Elisabetta II d'Inghilterra.
Erano venuti per ricevere rappresentanti dell'ENI, dell'AGIP, Mario Draghi del ministero del Tesoro, Riccardo Gallo dell'IRI, Giovanni Bazoli dell'Ambroveneto, Antonio Pedone della Crediop, alti funzionari della Banca Commerciale e delle Generali, ed altri della Società Autostrade.
Si trattava di discutere i preparativi per mettere sul mercato finanziario internazionale il patrimonio industriale e bancario pubblico del nostro paese. Draghi avrebbe detto agli ospiti inglesi: "Stiamo per passare dalle parole ai fatti". E così avvenne poco dopo con il Protocollo del 31 luglio 1992 tra il governo Amato e Confindustria, Cgil, Cisl e Uil con il titolo “politica dei redditi, lotta all'inflazione e costo del lavoro” con cui si affermava la necessità che le predette organizzazioni sindacali – in cambio della loro sovvenzionata istituzionalizzazione nei processi di gestione sociale – condividessero lo sforzo del governo per “una immediata azione di freno dell'inflazione e una significativa riduzione del disavanzo statale” (e cioè spostamento del reddito dai salari ai profitti e privatizzazioni) per “riconvergere verso i parametri del trattato di Maastricht”. Da quel momento la svalorizzazione del lavoro con cooptazione della sua rappresentanza, e la privatizzazione di imprese e banche e servizi pubblici, sono state le due inseparabili facce della stessa medaglia appesa sul petto dell’Italia nella costruzione dell’Europa di Maastricht.
Ed infatti il processo di privatizzazione di imprese e banche di proprietà pubblica, avviato in Italia con il primo governo Prodi in vista dell’ingresso nell’Euro, è diventato un caso di studio a livello internazionale per la dimensione delle vendite, nel mondo inferiori solo a quelle del Giappone e del Regno Unito. Ed invece nel corso degli anni 2000 se ha subito un rallentamento (con i vari governi Berlusconi) la quantità di imprese e banche portate dal pubblico al privato, è stato portato il privato nel pubblico con forme crescenti di esternalizzazione nell’erogazione dei servizi e nella gestione del welfare. E ciò irresistibilmente ha viaggiato a prescindere dallo schieramento politico al governo sino a giungere agli esiti più estremi con i cd “Decreti Madia”, tutt’ora ampiamente nell’agenda politica a breve del paese nonostante la recente parziale bocciatura costituzionale.
E dentro questo c’è stato un ventennio di legislazione e contrattazione tesa a costruire un pubblico impiego idoneo a questa ristrutturazione: sempre meno numeroso, sempre meno retribuito e sempre meno sottoposto a processi di riqualificazione delle competenze e delle mansioni, ed invece sempre più deriso e servilizzato, ricattabile, anziano, isolato. E tutto ciò ha portato alla liquidazione del patrimonio pubblico del paese non solo senza alcun beneficio di bilancio (essendo il debito pubblico assai cresciuto da allora) ma con aumento delle tariffe e del costo dei servizi e contestuale riduzione della loro qualità, distruzione di posti di lavoro ed abbassamento degli stipendi dei lavoratori e dei fatturati delle medie e piccole imprese, incremento della corruzione e della diffusione delle mafie, progressiva distruzione della capacità produttiva italiana e concentrazione del capitale in poche ricchissime mani, sempre più quelle di multinazionali.
Il Forum Diritti Lavoro, con Usb, ritiene che venticinque anni dopo sia venuto il momento di un bilancio, e di un rilancio. E vi invita a partecipare al convegno i cui atti diverranno la base per l’uscita del secondo numero della rivista “I Quaderni del Forum Diritti Lavoro” .
L'appuntamento è a Roma giovedi 30 marzo, ore 15,30 Centro Congressi Cavour, Via Cavour 50/A Roma. Interverranno Paolo Maddalena, Arturo Salerni, Carlo Guglielmi, Giorgio Cremaschi, Rita Martufi, Luigi Romagnoli, Lorenzo Giustolisi, Pierpaolo Leonardi, Paola Palmieri, Franco Russo.
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