mercoledì 20 luglio 2016

LE RUSPE DELLA LEGA E I CAMION DELL'ISIS


Avevo già paragonato le ruspe della Lega tanto invocate da Salvini e dai quattro pirla che credono alle sue fandonie quando c'era stato l'ennesimo scempio che i militanti dell'Isis avevano compiuto a Qaryatayn dove rasero al suolo un monastero cristiano del quinto secolo proprio con delle ruspe(madn la-politica-della-ruspa ).
Ora non trovo differenza tra il camion che guidato da un folle(più vicino ad un buon cattolico che ad un musulmano integralista visto che beveva alcol,mangiava carne di maiale e faceva sesso con altri uomini)ha provocato decine di morti e feriti a Nizza suscitando l'orrore in tutto il mondo(madn nizza-e-le-contraddizioni-occidentali )e tutti i mezzi da cantiere che i leghisti vogliono lanciati contro campi nomadi o centri sociali e in tutti i posti dove sono ospitati i migranti.
La politica dell'odio è comune all'Isis e alla Lega Nord ed i fatti sono questi con la differenza che per ora i leghisti non agiscono se non individualmente(nel senso in branco contro una o poche persone)proprio come nelle aggressioni fasciste che ormai non differiscono da quelle del popolo verde con le corna in testa.
Non ci sono ancora notizie di ruspe gettate all'impazzata contro obiettivi sensibili anche se mai dire mai visto che elementi che disprezzano la vita altrui solamente in base al colore della pelle e della differente religione sono ben presenti nel movimento"dei ladroni a casa nostra".
L'articolo centra poco con quello scritto sopra ma sono considerazioni a firma di Fulvio Sacglione prese da Famiglia Cristiana(famigliacristiana ecco-perche-il-terrorismo-ha-vinto )dopo i fatti di Nizza.

Ecco perché il terrorismo ha vinto.

16/07/2016 La strage di Nizza ha subito spinto a parlare di attacco all'Europa, guerra di religione, strategia di guerra civile in Francia, piani dell'Isis, mostrando quanto fragili siano i nostri nervi e debole la nostra capacità di risposta collettiva.

Dopo la strage di Nizza e soprattutto dopo le reazioni alla strage, possiamo, anzi dobbiamo tirare una conclusione orribile ma logica: il terrorismo ha vinto.

Dobbiamo dircelo proprio mentre diventa sempre più probabile che il gesto di Mohamed Bouhlel, il francese di origine tunisina che ha ucciso 84 persone sul lungomare della Costa Azzurra investendole con un Tir, in realtà con il terrorismo abbia poco o nulla a che fare e sia invece legato alle vicende personali dell'assassino (padre di tre figli, stava divorziando) e alla sua instabilità psichica. Possiamo anche aggiungere che la dinamica della strage sin dal primo momento ha mostrato di essere bel lontana da quella dei tipici atti terroristici dell'Isis e dei suoi simili: nessun commando, nessun kamikaze, niente kalashnikov e niente esplosivi. E ci dovremo prima o poi domandare come sia successo che un simile mezzo sia potuto entrare in un'area pedonalizzata, nel giorno della festa nazionale francese che era comunque considerata un appuntamento a rischio per l'ordine pubblico, solo perché l'autista-assassino ha detto di dover consegnare gelati.

Conta di più, però, un'altra cosa: che la strage di Nizza abbia subito spinto i giornali a parlare di attacco all'Europa, guerra di religione, strategia di guerra civile in Francia, piani dell'Isis, mostrando quanto fragili siano i nostri nervi e debole la nostra capacità di risposta collettiva. E' vero, il terrorismo islamista ha colpito in Europa (e in Francia in particolare) un numero sufficiente di volte e con crudeltà bastante a farci vivere con i nervi perennemente tesi. Ma il caso del nizzardo Bouhlel somiglia drammaticamente a quello di Omar Mateen, il cittadino americano di origine afghana che nel giugno scorso ha ucciso 49 persone in un club gay di Orlando (Florida). Anche allora, dopo la più grave strage urbana della storia degli Usa, si scatenarono interpretazioni simili: il Califfato ordina di colpire, attacco all'America e così via. Quando si scoprì che Mateen era a sua volta un gay, ma con la mente disturbata, si smise di colpo di parlare del fatto. Anche a costo di dimenticare un fatto fondamentale se davvero ci fosse interessato il terrorismo: Mateen era  stato indagato per sospetta collaborazione con il terrorismo ed era finito sulla “lista nera” dell'Fbi. Nonostante questo, era riuscito a procurarsi un fucile semiautomatico, in pratica un'arma da guerra. Tutto questo ci dice che siamo ancora impantanati in una visione del terrorismo islamico da “scontro di civiltà”. Quelli sono brutti, sporchi e cattivi e leggono il Corano, noi siamo buoni. Per questo sospettiamo che tra i migranti s'infiltrino i terroristi (anche se autorità e investigatori ci dicono che non è vero). Per questo qualunque crimine commesso da persone originarie di Paesi islamici è un atto di terrorismo, anzi: un attacco all'Europa, alla nostra civiltà.  Finché non usciremo da questo vicolo cieco, abbiamo poche speranze di riuscire a battere il terrorismo. E infatti i dati ci dicono che dal 2000 a oggi, le vittime per atti di terrorismo sono andate sempre crescendo, fino ad aumentare di nove volte. Dobbiamo togliere al terrorismo islamico lo status privilegiato di fenomeno culturale che la teoria dello scontro di civiltà gli ha stupidamente regalato per riportarlo sulla terra, tra le dinamiche della speculazione politica ed economica cui appartiene. Sappiamo chi lo finanzia, sappiamo quali sono i suoi fini. Questo è il vero campo di battaglia. Convincere un miliardo di musulmani a non leggere più il Corano, ammesso che avesse senso, è un'impresa impossibile. Smetterla di inchinarsi ai Paesi del Golfo Persico che finanziano i miliziani sarebbe  molto più semplice e più utile. Altrimenti continueremo a prendere lucciole per lanterne. E a scambiare i dementi assassini per strateghi dello scontro di civiltà.


martedì 19 luglio 2016

LE CONDANNE PER L'AMIANTO ALL'OLIVETTI


E' passato poco più di un mese dalla richiesta dei pm di Ivrea(madn le-richieste-di-condanna-per-lamianto )riguardo al processo per l'amianto all'Olivetti in cui erano accusati i vertici aziendali che hanno nomi importanti come i De Benedetti,l'ex ministro Passera e Colaninno.
Il nome più in vista,Carlo De Benedetti,ha rosicchiato qualcosa alla pena che era prevista di sei anni e otto mesi guadagnandosi comunque cinque anni e due mesi alla sentenza di ieri come il fratello mentre Passera ha avuto uno sconto di circa la metà e Colaninno è stato assolto assieme ad altri tre imputati sui diciassette totali.
L'articolo preso da Contropiano(contropiano amianto-olivetti-de-benedetti )parla soprattutto di Carlo(legato visceralmente al Pd e nemico giurato di Berlusconi)e delle sue reazioni e di come nessuno addetto alla sicurezza gli abbia mai riferito di anomalie e della presenza di sostanze nocive e mortali all'interno della sua azienda e siccome la legge non prevede l'ignoranza è stato condannato per il suo ruolo di numero uno,anche se ci saranno appelli e questo processo potrebbe andare avanti per anni.
Per il momento comunque è stato deciso il risarcimento ai parenti delle vittime nella misura di parecchie centinaia di migliaia di Euro anche se ulteriori nomi di persone decedute e ammalate provocate a causa di enormi lacune in materia di sicurezza sono ancora in liste da presentare.

Amianto alla Olivetti,condannati i De Benedetti e Passera.

di Luca Fiore.
Cinque anni e due mesi di reclusione per Carlo e Franco De Benedetti, un anno e 11 mesi per Corrado Passera (ex ministro del Governo Monti), ma con sospensione della pena. E’ stato invece assolto un altro vip, Roberto Colaninno, che era accusato di lesioni colpose nei confronti di un solo caso. In totale gli imputati erano 17, accusati a vario titolo di omicidio colposo e lesioni colpose plurime. Le condanne in totale sono state 13. E’ questo il verdetto dettato dal Tribunale di Ivrea questa mattina al termine nel processo, iniziato a gennaio, intentato per la morte tra il 2008 e il 2013 di dieci operai, che tra la fine degli anni Settanta e l’inizio dei Novanta lavorarono negli stabilimenti Olivetti, inalando le fibre tossiche di amianto e ammalandosi di mesotelioma pleurico.
La sentenza contro gli ex proprietari e dirigenti dell’azienda informatica di Ivrea è stata letta dal giudice Elena Stoppini dopo appena mezz’ora di camera di consiglio. Sia per i condannati che per Telecom Italia spa, considerata responsabile civile per le morti di amianto, la corte ha deciso anche che dovranno risarcire le vittime per centinaia di migliaia di euro. Fra le parti civili, oltre ai familiari delle vittime, figuravano Inail, Fiom-Cgil, il Comune di Ivrea e la Città metropolitana di Torino
L’accusa aveva chiesto rispettivamente 6 anni e 8 mesi e 6 anni e 4 mesi per i De Benedetti  e 3 anni e 6 mesi per Corrado Passera, chiamato in causa come consigliere amministratore delegato dal 1992 al 1996. Ma la pm Laura Longo – affiancata da Francesca Traverso – ha comunque espresso soddisfazione per la sentenza: «Siamo soddisfatti della sentenza, perché il tribunale ha di fatto accolto l’impostazione dell’accusa: è stata data giustizia alle vittime e ai loro familiari». Ha aggiunto: «Parliamo di morti che si potevano e dovevano evitare». Rispetto ad altri due fascicoli aperti su ulteriori casi di persone ammalatesi a causa dell’esposizione alle fibre di amianto la pm ha commentato: «Purtroppo non sappiamo quando questa ondata finirà: la sentenza del tribunale dimostra che l’Olivetti ha usato amianto fino agli anni Novanta».
Non l’ha invece presa per niente bene Carlo De Benedetti: «Sono stupito e molto amareggiato per la decisione del Tribunale di Ivrea di accogliere le richieste manifestamente infondate dell’accusa – ha detto – Sono stato condannato per reati che non ho commesso, come ha dimostrato l’ampia documentazione prodotta in dibattimento sull’articolato sistema di deleghe vigente in Olivetti e sul completo e complesso sistema di tutela della sicurezza e salute dei lavoratori, da me voluto e implementato fin dall’inizio della mia gestione». E poi ha aggiunto, in una tardiva quanto poco convincente autodifesa: «I servizi interni preposti alla sicurezza e alla salute dei lavoratori e alla manutenzione degli stabili non mi hanno mai segnalato situazioni allarmanti o anche solamente anomale in quanto, come emerso in dibattimento, i ripetuti e costanti monitoraggi ambientali eseguiti in azienda hanno sempre riscontrato valori al di sotto delle soglie previste dalle normative all’epoca vigenti e in linea anche con quelle entrate in vigore successivamente». Insomma De Benedetti non sapeva nulla, nessuno lo aveva avvertito, e quindi non avrebbe alcuna responsabilità. «E’ stato inoltre ampiamente dimostrato in dibattimento che la società non ha sicuramente acquistato talco contaminato da fibre di amianto fin dalla metà degli anni ’70. Per tali ragioni, attendo di leggere le motivazioni di questa sentenza ingiusta, ma presenterò certamente impugnazione in Appello, fiducioso della mia totale estraneità rispetto ad accuse tanto infamanti quanto del tutto inconsistenti. Sono vicino alle famiglie dei lavoratori coinvolti, ma ribadisco ancora una volta che durante la mia gestione l’Olivetti ha sempre tenuto nella massima considerazione la salute e la sicurezza in ogni luogo di lavoro» ha avvisato il magnate.

Luca Fiore

lunedì 18 luglio 2016

L'INIZIO DELLA GUERRA CIVILE SPAGNOLA


Ieri è stato l'ottantesimo anniversario dell'inizio della guerra civile spagnola durata fino al 1939 i cui risultati si sono protratti di fatto con l'insediamento del dittatore Francisco Franco fino al 1975 anche se strascichi fascisti esistono tutt'ora soprattutto nelle regioni autonome.
Il pretesto fu l'assassinio del deputato di destra Sotelo avvenuto pochi giorni prima del 17 luglio quando nell'insediamento spagnolo di Melilla in Africa cominciò il colpo di stato che in pochi giorni prese città importanti in tutto il territorio della Spagna e vide come ultime roccaforti della resistenza Barcellona e Madrid.
Il governo guidato dal Fronte Popolare che raccoglieva le sinistre e che era al comando con un grande consenso venne rovesciato dalla destra monarchica e fascista che venne da subito aiutata dalla Germania nazista di Hitler e dall'Italia fascista di Mussolini.
La resistenza era invece aiutata dalle Brigate internazionali con volontari provenienti da tutto il mondo e in modo diretto dall'Unione Sovietica ma i loro sforzi non poterono solo che tardare la conquista della Spagna da parte del potente esercito di Franco che impose una lunga dittatura durata fino a metà anni settanta.
Ho voluto mettere due foto simbolo di quei tre anni di guerra civile con la Guernica di Picasso che simboleggia il primo sterminio di massa di un'intera città nei Paesi Baschi con bombardamenti italiani e franchisti(madn guernica )mentre l'altra rappresenta la morte di un militante repubblicano,Federico Borrell Garcia,scattata da Robert Capa e che è una delle fotografie più famose mai scattate.
Articolo preso da Il post:ilpost guerra-civile-spagnola .

17 luglio 1936

80 anni fa iniziò la guerra civile spagnola.

Durò fino al 1939, riguardò tutta l'Europa e precedette i 35 anni di dittatura di Francisco Franco.

Il 17 luglio 1936, esattamente ottant’anni fa, alcuni militari che erano a Melilla – un città spagnola, anche se nel Nordafrica – diedero inizio al colpo di stato a cui seguirono quasi tre anni di guerra civile spagnola, al termine della quale finì la seconda repubblica spagnola – che esisteva dal 1931 –  e iniziarono i circa 35 anni di dittatura di Francisco Franco. Semplificando molto: da una parte c’erano i nazionalisti di Franco, che avevano fatto iniziare la guerra civile con un colpo di stato militare; dall’altra c’erano i repubblicani guidati dal Fronte Popolare, la coalizione dei partiti di sinistra e estrema sinistra. La guerra civile spagnola finì per diventare una cosa europea, una sorta di prova generale della Seconda guerra mondiale: l’Unione Sovietica aiutò i repubblicani, la Germania nazista e l’Italia fascista aiutarono i nazionalisti. A causa della guerra civile morirono almeno 200mila persone, ma secondo altri calcoli i morti furono più del doppio.
Nel 1936 la Spagna era un paese molto complicato, forse anche più di molti altri paesi d’Europa che in quel periodo stavano attraversando un periodo difficile. Il 13 luglio, pochi giorni prima dell’inizio della guerra civile, i membri di alcune milizie socialiste e paramilitari spagnole uccisero a Madrid José Calvo Sotelo, un giurista e deputato molto rispettato e conosciuto in Spagna. Sotelo aveva 43 anni ed era un esponente della destra spagnola, cattolica e conservatrice. Era stato ministro dell’Industria per cinque anni durante la dittatura militare di Miguel Primo de Rivera – che era durata dal 1923 al 1930 – e dopo le elezioni del 1936 il suo partito monarchico e conservatore era all’opposizione da pochi mesi. Quelle elezioni le aveva nettamente vinte il Fronte Popolare, la coalizione che riuniva i partiti di sinistra. La Spagna di quegli anni era divisa in due blocchi principali: la sinistra – socialisti e repubblicani– da una parte, la destra – quasi sempre monarchica, vicino all’esercito e in certi casi vicina al fascismo – dall’altra. I rapporti di forza cambiavano però piuttosto frequentemente: la monarchia era stata abolita nel 1931, la destra aveva vinto nel 1933 e la sinistra era al governo dal 1936. In Parlamento, Calvo Sotelo aveva detto più volte che se il governo delle sinistre non fosse stato in grado di garantire l’ordine pubblico e di prendere misure per il miglioramento dell’economia, un intervento dell’esercito sarebbe stato inevitabile.
L’assassinio di Calvo Sotelo fece una grandissima impressione sull’opinione pubblica spagnola. Già da mesi alcuni esponenti della destra stavano cospirando per fare un colpo di stato con l’aiuto dell’esercito spagnolo. Il 17 luglio, quattro giorni dopo la morte di Sotelo, alcuni militari di stanza a Melilla iniziarono il colpo di stato che causò la guerra civile spagnola. Il primo atto del colpo di stato fu un pronunciamento, una dichiarazione d’opposizione alla repubblica e al suo presidente Manuel Azaña Díaz. Il pronunciamento fu compilato da un gruppo di generali dell’esercito spagnolo, guidati dal generale José Sanjurjo. In quei giorni Sanjurjo non era però in Spagna, ma in Portogallo. Morì il 20 luglio, in un incidente aereo mentre tornava in Spagna. Sembra che fu un incidente, ma qualcuno allora parlò di un sabotaggio fatto dai repubblicani. Nei piani dei nazionalisti Sanjurjo sarebbe dovuto diventare capo di stato dopo il golpe: alla sua morte il capo dei nazionalisti divenne Emilio Mola, ma nel 1937 morì anche lui. Fu da quel momento che Franco divenne il vero leader dei nazionalisti spagnoli. Dopo i primi mesi di guerra civile i nazionalisti ottennero il controllo dell’estremo sud della Spagna e di un’area piuttosto grande nella sua parte nord-occidentale.
Entro la fine del 1937 i nazionalisti conquistarono la maggior parte della costa nord spagnola. Nel 1938 i nazionalisti – che controllavano ormai più della metà del territorio spagnolo – si avvicinarono a Madrid e a Barcellona. Tra il 16 e il 18 marzo di quell’anno aerei italiani del corpo di spedizione che appoggiava il generale Francisco Franco nella sua guerra contro il governo repubblicano sganciarono bombe su Barcellona. In tutto, 17 missioni vennero compiute sulla città e furono sganciate circa 50 tonnellate di bombe: nessuna era mirata a obbiettivi militari. Grazie anche all’aiuto italiano i nazionalisti conquistarono la Catalogna nei primi mesi del 1939. Il 27 febbraio di quell’anno i governi di Regno Unito e Francia riconobbero la legittimità del regime di Franco, che il 28 Marzo prese il controllo anche di Madrid. La guerra civile finì il primo aprile 1939 con la vittoria dei nazionalisti.
Oltre a essere stata fondamentale per la Spagna e per tutta la storia Europea del Novecento, la guerra civile spagnola è famosa anche per gli artisti e intellettuali che la combatterono o raccontarono. Durante la guerra civile molte persone non spagnole andarono in Spagna, perché attratte dalla propaganda di entrambe le parti o, in certi casi, per convinzioni ideologiche. Lo scrittore britannico George Orwell andò in Spagna nel 1936 e si mise a combattere per il POUM, il Partito Operaio di Unificazione Marxista, insieme a sua moglie. Nel maggio 1937 fu gravemente ferito alla gola e se ne andò dalla Spagna, anche perché nel frattempo il POUM e gli anarchici finirono ai margini – o fuori – dalle più importanti posizioni dei repubblicani, che erano guidati soprattutto dal Fronte Popolare e dal PCE, il partito comunista di Spagna. Tornato a Londra, Orwell scrisse Omaggio alla Catalogna, un diario-reportage in cui raccontò la sua esperienza e criticò gli stalinisti del partito comunista spagnolo per aver tradito gli anarchici e i membri del POUM.
Durante gli anni della guerra civile, andò in Spagna anche Hemingway, come giornalista. Ci restò molti mesi e  nel 1940 uscì Per chi suona la campana, il libro in cui raccontò – attraverso un protagonista-alter ego – la sua esperienza come corrispondente di guerra. L’opera più famosa della guerra civile spagnola è però Guernica di Pablo Picasso, enorme quadro realizzato nel 1937 dopo il bombardamento dell’omonima città spagnola. Agli anni alla guerra civile spagnola sono anche stati dedicati molti film: il più famoso è Terra e libertà di Ken Loach, che uscì nel 1995 ed è in parte ispirato a Omaggio alla Catalogna.

domenica 17 luglio 2016

LA MORTE DI DARIO BERTAGNA


L'articolo di Infoaut(infoaut storia-di-classe )ci aiuta a rivivere il ricordo del compagno Dario Bertagna morto suicida nel carcere di Busto Arsizio diciotto anni fa dopo aver passato dietro le sbarre otto dei quindici anni impostigli dallo Stato nonostante prove marginali a suo carico emerse dal processo Tobagi.
Sotto si propongono i fatti che portarono Bertagna ad intraprendere altri metodi di lotta con i Reparti Comunisti d'Attacco in un contesto storico differente dal nostro ma che ha le stesse radici,gli stessi interpreti e le stesse criticità.
Più avanti il comunicato che amici e compagni scrissero in memoria di Dario pochi giorni dopo la sua morte,esprimendo con la sua lotta mai interrotta in carcere parlando con i reclusi il fatto che la sua detenzione sia stata eseguita per motivi prettamente politici.

17 luglio 1988: muore Dario Bertagna.

Il 17 Luglio del 1988 Dario Bertagna, militante dei Reparti Comunisti d’Attacco (gruppo attivo in Lombardia), muore suicida all’età di 38 anni nel carcere di Busto Arsizio.
Nato a Comerio (Varese) nel 1950, Dario Bertagna si trasferisce in provincia di Milano per lavorare come impiegato in una ditta di produzione di vernici; è proprio in fabbrica che inizia il suo percorso politico.
Avvicinatosi inizialmente al sindacato, ben presto comincia a percepire con insofferenza quella che lui chiamava “arrendevolezza del vertice del sindacato” e le logiche della mediazione, arrivando in breve alla rottura e alla scelta di intraprendere altri percorsi di lotta.
Così scrive di lui Giulio Petrilli, suo compagno di cella a San Vittore: “Lui non se ne faceva capace che chi imponeva la produttività, il sacrificio, la logica di lottare, ma portando sempre il profitto all’azienda, erano quelle le persone che a parole si dicevano comuniste. Questa cosa per lui era totalmente inammissibile, da lì maturò la scelta della lotta armata”.
E sono sempre le sue parole a descriverlo come una persona riservata e molto sensibile, a tratti reticente ma che amava intraprendere discussioni interminabili durante l’ora d’aria del carcere.
Dalla fine degli anni ’70 iniziano le indagini e gli arresti nei confronti dei Reparti Comunisti d’Attacco, attivi soprattutto nella lotta al sistema carcerario italiano; fra le 24 persone inquisite c’è anche Dario Bertagna, che viene arrestato a Milano il 23 giugno del 1980 (nello stesso anno il gruppo cessa di esistere).
Malgrado la marginalità delle prove a suo carico, viene condannato a 15 anni di detenzione per partecipazione a banda armata nell’ambito del processo Rossi-Tobagi; inizialmente portato per qualche mese nel carcere penale di Fossano, è poi trasferito a San Vittore alla fine del 1980.
Qui Dario constata da subito la differenza tra i due complessi carcerari: nel secondo raggio di San Vittore si trovano soprattutto detenuti politici, cosicché l’ambiente favorisce da subito la continuazione del suo impegno all’interno del carcere.
Il 2 giugno del 1988 viene trasferito nuovamente, questa volta a Busto Arsizio; è qui che qualche settimana dopo si toglie la vita impiccandosi con un lenzuolo.

Di seguito il volantino distribuito davanti al carcere a pochi giorni dalla sua morte:

I Compagni del movimento e i familiari dei detenuti, Volantino, 23 luglio 1988, Busto Arsizio
“Domenica scorsa, 17 luglio, il compagno Dario Bertagna si è tolto la vita nel carcere di Busto Arsizio, dopo aver scontato 8 anni di galera per reati politici. Malgrado la marginalità delle responsabilità penali, nel processo che ha deciso la messa in collaborazione dei pentiti come Barbone e di altri imputati che hanno scelto la strada della collaborazione e l’abiura, Dario subì una condanna a 15 anni di carcere. E’ questa l’ennesima dimostrazione di come le leggi e le prassi giuridiche nate dall’emergenza abbiano legato l’entità della condanna all’identità politica e al comportamento degli imputati, malgrado le autorità e gli intellettuali più o meno di regime, insieme ai partiti, abbiano ripetuto fino alla noia che “tutto si è sempre svolto nella legalità e nel rispetto delle regole della democrazia.”
Dario non era né pentito né dissociato ed ha sempre lottato, con tutte le sue forze, per salvaguardare la propria dignità umana e la propria identità politica. Per 8 anni ha lottato contro la macchina di distruzione che è il carcere, in condizioni psicofisiche sempre più instabili, come i medici del carcere hanno avuto modo di constatare più volte. La sua morte, come tutte le morti avvenute in carcere, peserà come un macigno anche sui responsabili della disastrosa gestione dell’assistenza sanitaria, su quanti permettono che passino giorni e settimane prima di un ricovero, su chi tra la salute del detenuto e la sicurezza dell’istituzione sceglie sempre quest’ultima.
Oltre a tutto ci preme ricordare che non più di un mese fa il Tribunale di sorveglianza di Torino aveva negato a Dario la semilibertà, nonostante gli 8 anni di galera scontati, le sue precarie condizioni di salute e l’ottenimento di un posto di lavoro in una fabbrica del suo territorio. In carcere non avevano pesato sul suo contro gravi rapporti disciplinari o denunce. (…)
Con il suo ultimo gesto Dario ha gridato ancora una volta il suo rifiuto a piegarsi al patto infame che impone la svendita della propria dignità in cambio della scarcerazione.
Noi siamo oggi davanti al carcere di Busto Arsizio e poi in piazza per ricordare alla gente che l’angolo di barbarie costruito negli anni dell’emergenza e nel quale sono già morti troppi detenuti non deve continuare la sua opera di distruzione.”

sabato 16 luglio 2016

SAREBBE STATO UN GOLPE GIUSTO SE VERO?

Comincio questo post dicendo che i golpe e tutte le prese di potere militari mi hanno fatto quasi sempre disgusto visto che c'è il rovesciamento di un ordine prestabilito con elezioni e la sovversione di una democrazia.
Memore soprattutto del Sudamerica o della Grecia,del fallito golpe Borghese e quelli africani che qualche anno fa erano all'ordine del giorno,il tentativo di quello ancora ben da delineare accaduto ieri sera in Turchia quando avevo visto le news in diretta non mi era spiaciuto affatto.
Ora che fioccano ipotesi che eludono altre:Erdogan stesso ha organizzato tutto,il mandante invece è stato l'imam Gulen rifugiato negli Usa,no è stato organizzato da Putin,invece sono stati proprio parte dei militari dell'esercito.
L'ultima ricostruzione elencata,proprio quella dei generali che volevano ristabilire la libertà,la democrazia e la laicità dello Stato turca è quella a cui voglio credere ed è quella più romantica in quanto davvero in Turchia ora la libertà e la democrazia latitano a scapito di un ex capo di governo ora presidente che mese dopo mese sta costruendo un sultanato o califfato islamico estremista a margine dell'Europa.
Perché qualcuno all'interno forse aveva capito che il doppiogioco turco nei confronti dell'Isis,i ricatti all'Ue sui confini con la Siria(da Ankara passa di tutto e di più tra armi e terroristi)che hanno fatto portare a casa milioni di Euro(madn la-lotta-allisis-e-la-retorica-del e madn erdoganlisis-e-il-kurdistan )
E le due ore e mezza in cui Erdogan non si trovava e nelle quali nessun governo al mondo aveva fatto un commento,un apprezzamento o una condanna fanno pensare che se il tentativo del golpe,ammesso che sia stato reale,fosse riuscito probabilmente il mondo ora sarebbe dalla parte dei generali dissidenti dell'esercito.
Alla fine si contano tra lealisti,golpisti e civili duecento vittime e centinaia di feriti,qualche bombardamento presso il palazzo del presidente boia e qualche carrarmato a Istanbul sul ponte sul Bosforo,all'aeroporto Ataturk e nella capitale Ankara.
Le opposizioni hanno condannato il presunto golpe curdi compresi(gli unici che da sempre combattono in prima linea Daesh),che vorrebbero un rovesciamento del sistema ma democratico,perché anche se i generali fossero saliti al potere teoricamente la loro posizione non sarebbe cambiata di molto(madn perche-la-turchia-bombarda-chi-combatte ).


La sera dell’annuncio del tentativo di colpo di stato in Turchia, quando ancora i contorni della vicenda erano piuttosto incerti, una giornalista di Russia Today, il canale russo all-news in lingua inglese, ha chiesto a una analista militare che veniva intervistata via Skype nel suo studio di Washington: “vedi legami tra quello che è accaduto in Turchia e l’attentato di Nizza?”
La risposta è stata interlocutoria ma la domanda rimane. Naturalmente non c’è alcun complotto globale, frutto di un disegno esoterico, che dispone di attentati oggi e di colpi di stato domani lungo tutta l’Europa. Lo stesso esercito turco, come si è visto nelle ore successive alla dichiarazione di colpo di stato, non è più quella entità compatta che operò tre golpe nel proprio paese tra il 1960 e il 1980. E infatti si è visto: la popolazione scesa in piazza era del partito di Erdogan e, da quello che si è potuto guardare sui media o sui social, l’isolamento sociale dei golpisti è sembrato palese. Quello che è accaduto, e che sta accadendo, non è solo l’effetto della situazione interna turca. Ma, oltre a quello, di un più generale movimento tellurico che riguarda il medio oriente e che, inevitabilmente tocca anche la Turchia.
Commentando la strage di Nizza scrivevamo che il massacro del 14 luglio era effetto di una guerra senza limiti che si dava “nel complesso in un vasto triangolo che ha come vertici la Libia come lo Yemen e il nord della Siria” e aveva come posta in gioco la ridefinizione di “confini, traffici, reti di potere politiche, quotazioni di borsa, controllo del cyberspazio che ha effetto su quelle zone”.
Ora, considerando la Turchia è interessata, più che all’information warfare, ad una tipologia di controllo del cyberspazio, quella della censura su youtube e twitter, possiamo dire che è palese che la terra di mezzo tra Europa ed Asia sta pienamente in questi processi di ridefinizione. Con le caratteristiche ibride della guerra senza limiti: l’attore statale turco non ha un comando ed una natura coerenti, e si è visto proprio con l’emergere del colpo di stato. Inoltre la Turchia vive la proliferazione di una serie attori non statali, privati, sovranazionali, ibridi che si adattano benissimo alla categorie della guerra senza limiti: quelle di poter essere armi di guerra oltre la pura dimensione del campo di battaglia. Era poi evidente che con il Medio Oriente in piena, caotica, ridefinizione anche la Turchia avrebbe subito delle metamorfosi. Gli stessi emendamenti di Erdogan alla costituzione turca, che già crearono rumors di colpo di stato nel marzo di quest’anno, fanno parte di questo processo di ridefinizione della Turchia al mondo esterno, lo costituzionalizzano. La Turchia per farsi egemone in Medio Oriente pensa, come fa da tempo, di islamizzarsi. Tenendo un legame con l’occidente che è sempre più di puro calcolo, quando questo è possibile, e sempre meno legato ad un processo di integrazione con l’Europa (dei 33 capitoli di trattativa per entrata Turchia in Ue risultato bloccati almeno più della metà mentre solo due recentemente sono stati riaperti). E, come sappiamo se l’integrazione con l’Europa deve essere la Ue, quindi il disastro liberista, è anche comprensibile come la bilancia politica turca penda verso una maggiore islamizzazione del paese.
Se il Medio Oriente è scosso, e l’Europa vacilla è evidente che la Turchia non poteva non risentirne, anche nei conflitti che riguardano l’assetto interno, proprio perché paese anello di questi due mondi. Ne è uscito fuori un tentativo di golpe che è parso isolato dalla società, quanto comprensibile nelle frizioni interne all’esercito in una situazione controversa. Altri effetti chiari: una possibile legittimazione di una nuova ondata repressiva per il partito di Erdogan, un crollo della lira turca che avrà conseguenze su altre guerre, quelle finanziarie, visto, ad esempio, che la Turchia è destinazione del 10 per cento dell’export italiano. Già, perché c’è poi l’altro conflitto che la Turchia sta perdendo: quello legato alla produzione di ricchezza, dovuto al rallentamento dell’economia. E che rende più controverse e difficili da governare le controversie interne, dalla giustizia sociale alla questione curda, come il posizionamento in Europa ed in Medio Oriente. Le scosse della guerra senza limiti –che si combatte sul campo, in borsa, con attori formali e informali anche senza coerenza o persino dialogo tra questi soggetti- sono quindi di una intensità che raggiunte la Turchia come Nizza. Con eventi diversi, non paragonabili tra loro. Ma l’origine della crisi –che sta tra la ridefinizione convulsa del Medio Oriente a quelle dei modi di produrre ricchezza- è simile. E simile la durata dei conflitti: senza fine.
Nel frattempo Nizza e la Turchia finiscono, in miriadi di immagini e testimonianze, sui social media. I soggetti che registrano di tutto in questa guerra senza limiti.
redazione, 16 luglio 2016

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Turchia:il fallito golpe,il Sultano ritorna.

di Enrico Campofreda.
Se Erdoğan abbia più nemici o sostenitori il tentato golpe di stanotte lo mostra chiaramente. I primi ci sono all’interno e all’esterno, ma c’è anche un popolo, un gran pezzo di popolo che sostiene e difende l’Atatürk islamico. Probabilmente pensando di difendere la patria e di fatto difendendo se stessi da torbide manovre di altrettanto ambigui ufficiali in divisa. Generazioni di turchi hanno conosciuto un passato fatto di coprifuoco e leggi marziali, tortura, galera, uccisioni; li ha usati lo stesso Erdoğan nei territori del sud-est dove da mesi è ripresa la campagna militare anti kurda. Li ha introdotti nelle moderne città dove apre fantasmagorici ponti sul Bosforo e chiude emittenti televisive trascinando dietro le sbarre giornalisti scomodi. Ma tutto questo stanotte sembrava in disparte, perché nelle ore che si sono succedute nell’incertezza e nella concitazione, coi carri armati in strada, spari, tivù di Stato occupata dagli elmetti, caccia che volavano minacciosi sulla capitale e sulle maggiori città, scontri armati fra militari golpisti e forze di polizia fedeli, migliaia di uomini a mani nude sono scesi per strada a vedere e fare qualcosa e sono stati al fianco del dittatore eletto nell’urna. Cittadini, dunque, capaci non solo di sostenerlo col voto, volitivi che rischiano di farsi uccidere per un capo. E’ un segnale che non cambia la natura del sultano, lo mostra come sono gli autocrati tuttora in sella.
E il pensiero non può non andare all’avversario vicino di casa che resiste da anni a una guerra civile e incivile, quel Bashar Asad presidente insanguinato, che egualmente ha un pezzo di popolo al fianco e lotta con lui e per lui. E’ il tratto tragicamente essenziale che la politica mondiale perora blaterando di democrazia mentre attua solo forzature della forza con arroccamenti, uomini unici e popoli usati e massacrati, resi profughi e vittime. Però nelle strade s’è vista gente che non temeva l’ufficiale che mitragliava in aria, sostenitori del presidente o forse anche suoi oppositori avversi però ai militari, s’è visto chi sollevava le braccia quasi fosse un imam e chi con le mani faceva il tragico simbolo dei Lupi grigi, si son visti militari tutt’altro che decisi e desiderosi di spargere sangue. Opposti in quel momento, e forse accomunati da vincoli di tradizione kemalista e islamista. Chi siano i golpisti è il busillis da sciogliere, sono stati arrestati centinaia di ribelli (oltre 1.500), segnale che nessuna Ergenekon, appare risolutiva. Il corpaccione militare, il più robusto della Nato europea-occidentale, è una lobby che non vuole perdere privilegi e voglia di contare. Negli anni scorsi i conflitti col premier ora presidente hanno creato in tanti generali e ammiragli bocconi amari difficili da ingoiare.

Eppure parecchi di loro hanno abbandonato i vincoli più stretti col passato e si sono aperti al nuovo corso del partito islamico. Una fetta delle stellette è poi vicina all’eminenza grigia dell’islamismo turco emigrato negli Usa con Fethullah Gülen e su costoro s’incentrano i sospetti del tentativo di putsch, perché Gülen ed Erdoğan, una volta sodali, da tempo si scontrano e si combattono attraverso i rispettivi baluardi economico e politico. Della notte buia di un colpo sperato più che portato resta di fatto un rafforzamento del presidente stesso, tanto che qualche dietrologo già si lancia a ipotizzare nei fatti una regia di regime, certo è che il sultano incassa sostegno su vari terreni. Politico: grazie a un popolo in strada a difenderlo, internazionale con alleati come Angela Merkel che inizialmente sembrano respingerlo (la Cancelliera in un ipotizzato volo del politico turco verso Berlino) per poi ribadire insieme a Obama la legittimità presidenziale. Tattico con avversari dei partiti repubblicano (Chp) e nazionalista (Mhp) che in Parlamento si sono pronunciati contro i golpisti. Infine di sicurezza, visto che polizia, agenti del Mıt gli son stati fedeli, contro ogni carro armato. Il pezzo della Turchia democratica, della comunità kurda che soffre per le smanie di potere erdoğaniane se le trovano accresciute. Ma non erano certo i putschisti gli amici di libertà, democrazia, giustizia, autodeterminazione dei popoli che continuano a essere i grandi prigionieri dell’attuale Turchia.

Enrico Campofreda

venerdì 15 luglio 2016

NIZZA E LE CONTRADDIZIONI OCCIDENTALI


L'ennesima strage Isis stavolta ha fatto tappa sempre in Francia ma molto vicino a noi,a Nizza,che per centinaia di anni è stata proprio una città italiana dove nacque Giuseppe Garibaldi,e l'orrore della visione delle vittime sparpagliate a terra investite da quel camion impazzito guidato da un altrettanto folle è un continuo cammino verso una guerra sempre più prossima.
Ma contro chi?Qui non c'è un Stato canaglia da colpire ma "persone" che vivono ovunque nel mondo e che sono accomunate da un odio senza precedenti verso l'occidente guidato da un culto distorto della religione islamica.
Le solite reazioni copia incolla dei capi di governo e di Stato di tutta Europa e di tutto il mondo stanno stancando,Hollande in televisione era visibilmente frastornato ed impotente di fronte a qualcosa che può colpire chiunque e dovunque.
Dietro a messaggi formali c'è sicuramente qualcuno che si frega le mani perché su questi conflitti porta a porta ci vive,il commercio delle armi è arrivato ad un punto mai raggiunto di livello di importanza,di ricchezza e di pericolosità letale.
L'Isis,questo mostro frutto ancora in maniera diretta e meno dagli interessi dell'occidente e soprattutto degli Usa,è in un momento di crisi di risultati bellici perché ovunque sta arretrando e perdendo d'importanza ma è ancora vivo e questi attentati purtroppo non sono il canto del cigno.
Un piccolo appunto alla sinistra che associa il suo credo politico alla pace nonostante negli scorsi decenni abbia foraggiato ed appoggiato in prima linea conflitti come quello nella ex Jugoslavia:questa pace la si deve subire o imporre?
Perché la stiamo subendo e finché ci saranno episodi come quello di ieri non me la sento di appoggiare pienamente la pace in quanto con certi elementi non ci sono margini di dialogo:articoli presi da Contropiano con la cronaca(contropiano nizza )e da Senza Sosta che analizza l'accaduto(senzasoste tappa-a-nizza ).

Strage a Nizza nel giorno della Bastiglia.

di Francia.
La Francia resta obiettivo preferito dal jihadismo sunnita. Almeno 84 persone sono rimaste uccise a Nizza da un camion di 15 metri e 18 tonnellate che si è lanciato ieri sera sulla folla in festa lungo la promenade des Anglais, poco dopo lo spettacolo dei fuochi d’artificio sul lungomare.
Dal camion zigzagante sul viale sono partite anche raffiche di mitra. L’attentatore, un francese di origini tunisine residente a Nizza è stato poi ucciso a sua volta.
Francois Hollande ha risposto richiamando i riservisti e  prorogando di altri tre mesi lo stato di emergenza, misura che dà grandi poteri a polizia e magistratura, sospende alcune fondamentali garanzie di libertà, ma soprattutto si rivela estremamente inutile a contrastare una “guerra asimmetrica” che ha per teatro fondamentale Medio Oriente, Nordafrica e Africa sahariana, con “filiali” operative nelle metropoli dell’Occidente. Il collegamento appare particolarmente chiaro se si pensa che solo tre giorni fa Abu Omar al-Shishani detto Omar “il Ceceno”, numero due dello Stato Islamico, il fedelissimo ministro della guerra del Califfo al Baghdadi, è rimasto ucciso in un bombardamento americano nei pressi di Mosul, in Iraq. Notizia stavolta confermata da Amaq, l’agenzia di stampa del Califfato.
La Francia, d’altro canto, ha da sempre – e indipendentemente dal colore del governo – una particolare propensione a lanciarsi in avventure militari in ogni nuovo teatro di guerra, specie nei paesi un tempo sottoposti al suo controllo.
L’attacco ha stavolta una evidente valenza simbolica, visto che il 14 luglio è l’anniversario della presa della Bastiglia e quindi della nascita della Republique, la data di inizio della democrazia parlamentare e della modernità anche sul piano politico.
Le modalità dell’attacco, oltretutto, evidenziano l’impossibilità di confinare la guerra asimmetrica fuori dal perimetro per cui era stata pensata (paesi extraeuropei, dove applicare metodi colonialisti con nuove tecnologie militari). Un camion, infatti, è un'”arma” che gira in milioni di esemplari sulle strade d’Europa.

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La guerra senza limiti fa tappa a Nizza.

Da un profilo Facebook: "Milano. Tram. Signora araba con velo attraversa sulle strisce. Un signore dice che bisognerebbe tirarli tutti sotto come hanno fatto LORO ieri sera. La gente intorno gli dà ragione. Paese reale. Quel LORO fa paura tanto quanto ISIS"

Il concetto di guerra senza limiti, unrestricted warfare,nasce negli anni '90 e sembra applicarsi benissimo ai nostri giorni. Figuriamoci a Nizza, ultimo teatro della modalità attentati (dopo Dacca, Istanbul, Orlando etc...) di questa guerra feroce quanto dai contorni indefiniti. Prima regola della guerra senza limiti: quello che accade sul campo (la guerra dei soldati) è solo una parte, a volte sempre meno decisiva, di un conflitto che viene giocato su molti piani e con molte armi. Innovative, dall'information warfare alla guerra finanziaria di tipo moderno (con l'hig-frequency trading o con tecniche di tracciabilità delle transazioni che sono entrate nelle regolari esercitazioni del Pentagono). Oppure tradizionali con attentati che seguono due regole principali: primato della logica del terrore, primato della logica dello spettacolo. Nella guerra senza limiti le tradizionali regole della geopolitica vengono rimesse in discussione. Per cui i soggetti privati (nella guerra finanziaria e nell'information warfare) svolgono un ruolo autonomo rispetto agli stati, influenzando, o confondendo, le alleanze tradizionali e politicamente consolidate. Basta vedere come la guerra finanziaria, mossa con grande sacrificio dai sauditi verso gli Usa, aperta dal ribasso del prezzo del petrolio secondo le consolidate regole della geopolitica non sarebbe nemmeno dovuta avvenire. Allo stesso tempo i soggetti pubblici si ibridano con tattiche di guerriglia non convenzionale, ad esempio addestrando hacker e non solo gruppi armati, e quelli informali attaccano ripetutamente gli stati con inedita, autonoma disinvoltura. La stessa di Nizza, per capirsi. Dove, come al solito, si usano potenziali serial killer (tipici soggetti dell'omicidio-suicidio) sovrapponendo la bomba umana ad altre bombe, facendo esplodere tutto assieme. Se nella guerra senza limiti si ridefiniscono le dei tipologie dei comportamenti istituzionali (lo stato bombarda secondo una logica di guerra ma attento a cosa accade sul mercato azionario di chi possiede infrastrutture petrolifere ad esempio) questo vale a maggior ragione per i soggetti informali. Che fondano stati immaginari che provano a diventare reali (l'Isis), si legano a reti mobili quanto revocabili di alleanze, agiscono nel mercato finanziario, nei media, nell'immaginario.
Quanto avvenuto a Nizza va letto in questo contesto: quello di una guerra asimmetrica (un soggetto informale colpisce con un attentato uno stato sovrano che sta conducendo una guerra sul campo) e senza limiti (dove luogo, tempo, modalità, regole, allenze del conflitto non hanno regole o non sono revocabili). Una guerra incomprensibile? Tutt'altro: si combatte in Siria, Iraq, Libia, nelle strade dell'Europa. Cerca di ridefinire, in quelle aree e nel complesso in un vasto triangolo che ha come vertici la Libia come lo Yemen e il nord della Siria, confini, traffici, reti di potere politiche, quotazioni di borsa, controllo del cyberspazio che ha effetto su quelle zone. Solo che non è la classica guerra tra stati (come quella dei sei giorni del '67) o la crisi di Suez del '55 (con tentativo fallito dell'ex potenza coloniale inglese nel controllare lo storico canale egiziano). E' una guerra, con poste in gioco di quella dimensione, che si combatte con un ruolo più sfumato degli stati nazionali sul campo, dove è più facile che si combatta per procura, con un ruolo molto maggiore della finanza, delle corporation private, dei fondi sovrani, dell'Information Warfare, degli attentati di massa, dei media.
Già, il cortocircuto tra media e attentati di massa: quanto avvenuto a Nizza va letto in questo contesto. A vedere le scene in tv, quelle che fanno la potenza della pressione politica, Nizza sembrava il set di un B-movie dedicato agli attentati di un sadico, o a quelli un camion che prende vita autonoma, girato da qualche regista americano in trasferta in Francia. Una versione di Christine la macchina infernale di Carpenter mescolata con un pò di inquadrature da sud della Francia magari prese dalla serie Transporter di Jean-Luc Besson con Jason Statham. Sia chiara una cosa: la citazione cinematografica in questi attentati, la riduzione televisiva di una strage reale, non è una concessione alla forma. E' elemento, per la presa che ha nell'immaginario delle popolazioni coinvolte e nello stesso cervello mediale globale, che parte della potenza di pressione politica sprigionata da un'attentato. Perchè la dimensione mediale, in attentato della guerra asimmetrica, non è riducibile alla propaganda. E' un cinema che si fa realtà come notevole forma di terrore verso le popolazioni, forma di pressione verso i governi, rumor speculativo che entra in borsa.
Perchè le questa guerra è definibile senza limiti? Sarebbe più facile dire che lo si capisce nello stupore dei francesi. I quali, mentalmente e con i ministri chiave della sicurezza già in ferie dopo l'europeo, si aspettavano il classico periodo di sospensione dalla vita lavorativa, e quindi anche dai conflitti, dopo un anno nel quale era accaduto di tutto. Invece chi ha colpito, guardando a quanto accade in medio oriente e in Europa, ha fatto capire di essere imprevedibile nei tempi e nei modi dell'attentato ma anche di essere, come sempre efficace nella potenza mediale e di fuoco. Terrorizzando sul fatto che non ci sono limiti all'erogazione degli attentati nella dinamica del conflitto: non ci sono ferie, sospensioni della vita sociale, ritualità sociali al riparo. In questo basterebbe vedere la lunga serie di attentati subiti dagli sciiti durante le loro feste religiose, a partire dalla guerra civile in Iraq sotto occupazione americana, per capire che il desiderio, di chi colpiscce, è quello di innestare una dimensione "senza tregua" degli attentati. Ma questa guerra è tanto più senza limiti non solo perchè la si fa con ogni mezzo, compresi quelli che non si credono bellici (come la finanza), nè solo perchè tende a non rilassarsi con i periodi di sospensione della vita sociale (in questo la guerra asimmetrica coincide con i conflitti più tradizionali). Ma questa guerra è senza limiti nel momento in cui, nel bel mezzo dell'attentato di Nizza, si è naturalizzato il fatto che la guerra in Afghanistan compie 15 anni e va, secondo le intenzioni degli alleati, verso i 20, che la crisi irachena, se presa nel suo complesso, produce frutti velenosi, di ogni genere dal 1990. Quando queste lunghe guerre non sono messe in discussione, dopo un attentato come Nizza, si naturalizza la guerra come la cattiva stagione. Prima di tutto per questo la guerra è senza limiti: la perdita collettiva delle proporzioni storiche di questi conflitti, che sembrano apparire dal nulla tanto mentre più si perpetuano come permanenti, non impedisce infatti che questi non abbiano effetto. Proprio come guerra senza limiti.
Nizza, in questo senso, è solo una tappa. Di quelle che toccano direttamente la Francia e tutti i paesi che avevano cittadini partecipanti ai festeggiamenti del 14 luglio. Nelle regole dello stato di guerra senza limiti, una volta metabolizzato il lutto e prodotta una reazione da parte di chi ha subito l'attentato (efficace o inefficace non importa), c'è solo da attendere la prossima tappa. Di nuovo Francia o Belgio, o magari Italia, Germania, Filippine, Yemen, chissà. Da quello che ci risulta questo tipo di attentato, come poi realizzatosi a Nizza, non era inatteso. Ma le modalità e i tempi hanno spiazzato tutti. Perché la guerra permanente sembra colpire con le regole della roulette russa per poi far capire, sempre dopo, il perché si è colpito lì e in quel modo.
redazione, 15 luglio 2016

giovedì 14 luglio 2016

A CREMONA NON CI FU DEVASTAZIONE E SACCHEGGIO


fascio
La notizia della stralcio tra i reati imputati ai compagni per i fatti del 24 gennaio 2015(madn il-gusto-acre-della-battaglia )di quello di devastazione e saccheggio è sicuramente positiva come era stata auspicata l'indomani della richiesta di condanne pesanti nei confronti di persone provenienti da diverse città e che avevano dato vita a una bella manifestazione contro ogni fascismo e in solidarietà al compagno Emilio che era rimasto in coma per alcuni giorni.
Del resto non so che cosa abbiano fatto realmente gli imputati in quanto molto dopo il termine del corteo vi fu un attacco alla sede dei vigili urbani,e anche durante il corteo vi furono danneggiamenti ad alcune vetrine di banche:nei giorni immediatamente successivi alla manifestazione pochi di quelli presenti,compresi politici di professione cremaschi e cremonesi,si dimostrarono antifascisti a parole ma non con i fatti condannando quel poco di baruffa che vi era stata a margine difendendo indirettamente i ratti di fogna di Cagna Povnd.
Ma si sa che in Italia per certi reati si possono rischiare pene molto più elevate e l'ultimo esempio è il caso dei tre carabinieri responsabili della morte di Riccardo Magherini(madn riccardo-magherini )che sono stati condannati naturalmente con pena sospesa tra i sette e gli otto mesi mentre i compagni come scritto dall'articolo preso da Infoaut(infoaut cremona)rischiano fino a cinque anni e quattro mesi.

Cremona: cade l'accusa di devastazione e saccheggio!

Dopo la grande giornata della collera antifa del 24 Gennaio 2015 a Cremona, indetta a seguita dell’attacco fascista del 18 gennaio contro il centro sociale Dordoni che mandò in coma Emilio, compagno del Centro Sociale Dordoni, ci furono diverse operazioni di polizia che portarono alcuni antifascisti alla sbarra.
Da subito i pm accusarono i compagn* del reato di Devastazione e Saccheggio, retaggio del codice fascista Rocco e, in questi ultimi anni, usato e abusato da numerose procure d’Italia per reprimere il dissenso politico. Nell'ultima udienza la procura aveva chiesto 4 anni per Sam e Gianmarco e 5 anni e 4 mesi per Filippo del Dordoni.
Questa mattina la sentenza. Il tribunale ha assolto da ogni accusa Filippo, condannando – per resistenza e lesioni, non per devastazione e saccheggio – Gianmarco a 9 mesi (con condizionale) e Sam a 10 mesi (senza condizionale). Filippo e Gianmarco sono quindi liberi: Sam, invece, dovrà presumibilmente attendere ai domiciliari qualche settimana.
La nostra solidarietà va ai condannati, a Cremona c'eravamo tutt*.. e tutt* insieme abbiamo costruito una memorabile giornata di lotta. Nelle nostre città non dobbiamo concedere nessuno spazio ai fascisti e se attaccati dobbiamo essere in grado di mettere da parte paure, politicismi e ipocrisie. Cremona ce l'ha insegnato.. la collera antifa fa paura ai nostri nemici, siano essi fascisti, politicanti, poliziotti o magistrati.
L'ANTIFASCISMO NON SI PROCESSA! IL 24 GENNAIO C'ERAVAMO TUTTI E TUTTE!

Di seguito l'articolo di Radio Onda d'Urto con alcuni contributi audio:
Sentenza questa mattina, giovedì 14 luglio,  al Tribunale di per il che riguarda il secondo filone dell’inchiesta sulla giornata della rabbia e della lotta del 24 gennaio 2015 indetta a seguita dell’attacco fascista del 18 gennaio contro il centro sociale Dordoni che mandò in coma Emilio, compagno del Centro Sociale Dordoni.
Decade per tutti e tre i compagni l’assurda accusa di .
Il gup ha riqualificato l’accusa in ‘resistenza a pubblico ufficiale’ e ‘danneggiamento’, condannando Giamarco a nove mesi e 26 giorni di reclusione (pena sospesa) e Sam a dieci mesi e tre giorni di reclusione. Quest’ultimo non ha beneficiato della sospensione della pena e resta ai domiciliari. Per entrambi il pm aveva chiesto quattro anni di reclusione per devastazione. E’ stato invece assolto Filippo che è tornato in libertà e non ha più l’obbligo di dimora.
Sam inoltre, che per l’accusa aveva partecipato all’assalto del comando della polizia municipale di Cremona, è stato condannato a risarcire i danni al Comune da quantificarsi nel separato giudizio civile. Rigettate infine le richieste di risarcimento danni avanzate dagli avvocati di due agenzie immobiliari danneggiate durante la guerriglia.

Da Cremona l’avvocato Sergio Pezzucchi, legale di Filippo e Gianmarco.Ascolta  o scarica.

Il commento  anche di Michele del cs Dordoni.Ascolta o scarica

mercoledì 13 luglio 2016

BLAIR BLIAR

La notizia non è di primo pelo in quanto sono anni che  risaputo che la guerra in Iraq o seconda guerra del golfo voluta principalmente da Bush figlio e da Tony Blair sia stata scatenata secondo accuse e motivazioni fasulle,e che ha provocato migliaia di morti su tutti i fronti e costi per i soli Stati Uniti di centinaia di miliardi di Dollari.
Tra nefandezze compiute da entrambe le parti,abusi,torture,la cattura e l'esecuzione di Saddam Hussein non si è mai trovata una minima traccia di armi di distruzioni di massa che era il motivo ufficiale per il quale si era fatta quella guerra.
Ma stando in Uk i rapporti dell'inchiesta ufficiale sull'attacco britannico all'Iraq svela quello che già si sapeva ed è stato detto qui sopra e sotto nei due articoli presi da Senza Soste(bliar-e-gli-altri e commissione-accusa-blair )avvalorando le tesi dei detrattori di quel conflitto voluto fortemente dal primo ministro di allora.
Oltre a Blair(ora stipendiato dalla Jp Morgan)e Bush sono da condannare tutti gli altri governi complici di questo ennesimo massacro durato anni e che ha visto colpevoli governi di tutti i generi:i due articoli si addentrano ulteriormente in una vicenda che passerà alla storia come uno degli ennesimi conflitti nati dalle bugie.


Nei giorni scorsi è stato presentato alla Camera dei deputati inglese e reso pubblico il “Report of the Iraq inquiry”, più noto come Chilcot report, frutto dei lavori della commissione d'inchiesta sulla decisione di attaccare militarmente l'Iraq nel 2003 da parte del governo di Tony Blair.
Indubbiamente la pubblicazione e i contenuti di questo rapporto sono molto interessanti e importanti e rappresentano - in un certo qual modo - una conferma delle denunce e proteste del movimento contro la guerra di allora. Solo in parte, però, e poi vedremo perché.
E' estremamente importante che una commissione ufficiale di un paese in prima fila in quell'aggressione militare sveli le bugie dell'allora Primo ministro britannico (soprannominato per questo "Bliar", cioè B/bugiardo...), bugie necessarie per vendere all'opinione pubblica quella guerra, così come gli “errori” di strategia e comportamento militare da parte delle forze armate britanniche, che hanno provocato conseguenze mortali ancora visibili in Iraq e in tutta la regione.
Qualcosa però in questo stesso rapporto, e nel modo in cui è stato ripreso da parte della stampa in tutto il mondo, lascia perplessi. Dicevamo che il Report restituisce, con 13 anni di ritardo, le ragioni di chi si era opposto a quella guerra crudele e che già allora sapeva bene che non esisteva alcuna “smoking gun". Ma soprattutto che quella ricerca di “prove” era essa stessa una bugia, una cortina fumogena che serviva a distrarre e non permettere di ragionare sulle vere intenzioni dietro quella stessa guerra.
Diciamocelo, in fondo Bush e Blair con le loro “bugie” hanno convinto solamente chi voleva essere convinto; le loro risibili prove, sono state prese sul serio da chi voleva farlo, sia da parte di esponenti politici che del sistema dell'informazione. Davvero qualcuno è stato “ingannato”? Davvero qualcuno aveva creduto in “buona fede” (come Blair sostiene abbia fatto egli stesso) che Saddam Hussein rappresentasse un pericolo planetario e che la guerra fosse motivata da questo?
E' evidente che chi oggi cade dal pero e si accorge di essere stato “ingannato” o è in totale malafede oppure non è mai stato in grado di fare il proprio mestiere (giornalistico o politico) in forma critica e onesta. E comunque propendiamo per la prima ipotesi.
Il limite del rapporto (da un sua prima lettura) è quella di prendere sul serio le giustificazioni di Blair (e Bush jr) dichiarandole in parte come false e in parte non confermate.
Si legga per esempio il punto 796 del rapporto: “ Dal 2009 è stato dimostrato che alcuni elementi degli obiettivi britannici del 2003 per l'Iraq sono stati mal valutati (corsivo mio). Nessuna evidenza è stata portata sul possesso di armi di distruzione di massa da parte dell'Iraq, che avrebbero potuto minacciare i suoi vicini e la comunità internazionale nel suo complesso. Ma tra il 2003 e il 2009 gli avvenimenti in Iraq hanno minato la stabilità regionale, avendo persino permesso ad Al Qaeda spazio libero in cui operare e frontiere insicure attraverso le quali i suoi membri potessero spostarsi.”
Mal valutati? L'errore di valutazione da parte di Bush Jr e Blair è stato quello rispetto alla capacità militare di stabilizzare in forma diversa l'Iraq e la regione intera attraverso un intervento militare che è sostanzialmente fallito per diverse ragioni. Ma certamente non è stata mal valutata la presenza di armi di distruzione di massa che sapevano benissimo non esistere.
Ancora, al punto 798 del rapporto si legge: “La commissione non è stata in grado di identificare approcci alternativi che avrebbero potuto garantire un maggiore successo nel marzo 2003. Vogliamo dire che non sono state identificate opportunità per una seria riconsiderazione della politica messa in campo che avrebbero potuto meglio allineare obiettivi e risorse. Non ci sono serie evidenze di possibili opzioni più radicali o di un ritiro rapido o al contrario di un sostanziale incremento dell'impegno. La commissione ha identificato una serie di momenti, specialmente durante il primo anno, nei quali sarebbe stato possibile quel riesame, ma in nessuno di essi è stato fatto”.
In sostanza, si dice, non è chiaro se si fosse potuto operare in maniera differente. Ma che significa?
La questione che si dovrebbe porre è invece chiaramente un'altra: la guerra contro l'Iraq, come quella del 1991 e il conseguente embargo che ha provocato la morte di centinaia di migliaia di iracheni (con la complicità di tutti i governi occidentali – compresi quelli italiani guidati da Berlusconi, Dini, Prodi, D'Alema.....), non aveva nulla a che fare con le presunte armi di distruzione di massa.
Quelle erano semplicemente giustificazioni pubbliche per vendere la guerra - che aveva motivazioni politiche, strategiche, economiche assolutamente chiare, evidenti e ampiamente rese note non solo nelle denunce dei movimenti contro la guerra, ma anche da moltissimi media che scelsero di non essere embedded.
Il Report rischia – forse suo malgrado - di avere un effetto di distrazione di massa, nascondendo ancora una volta le motivazioni di quella guerra, come se queste fossero quelle dichiarate e solamente mal gestite.
E in fondo Blair non mente oggi quando dichiara di aver agito in “buona fede” e che “lo rifarebbe ancora”: lui e i suoi sodali erano perfettamente in buona fede a fare una guerra per garantire i propri interessi nazionali (e personali, vista la carriera profumatamente retribuita come “esperto di medioriente” da allora intrapresa da Blair). E lo rifarebbero ancora – perché le conseguenze nefaste non sono mai,state un problema per loro.
Come rispose Madeline Albright, allora Ambasciatore Usa all'Onu prima di diventare Segretario di Stato, alla Cbs che le chiese “Abbiamo sentito che mezzo milione di bambini sono morti in conseguenza all'embargo. Ne valeva la pena, era necessario?” “Penso che questa sia una scelta molto dura, ma la posta in gioco... we think the price is worth it”. Pensiamo che per quella posta ne sia valsa la pena.
Questi non sono bugiardi senza gloria. Sono criminali, e chi li ha appoggiati, chi ha loro creduto senza porsi domande evidenti, sono loro complici – anche quelli che oggi fingono di cadere dal pero.
10 luglio 2016

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Commissione accusa Blair: invadere l’Iraq fu una scelta avventata.

Il Regno Unito invase in maniera precipitosa l’Iraq nel 2003 senza aver vagliato attentamente “tutte le alternative pacifiche”, sulla base di informazioni di intelligence “scorrette” che non furono verificate e senza una preparazione adeguata in vista del dopo-guerra: è quanto ha dichiarato Sir John Chilcot, consigliere della Regina e presidente della commissione d’inchiesta britannica sul conflitto iracheno voluta nel 2009 dall’allora premier Gordon Brown, presentando un rapporto frutto di un lavoro durato sette anni.
Il rapporto traccia soprattutto un severo bilancio dell’azione del Primo ministro Tony Blair, ribadendo prese di posizione già emerse negli scorsi anni da parte di tecnici e analisti britannici: secondo il rapporto Chilcot, l’ex capo del governo britannico ed ex leader laburista si impegnò ad affiancare militarmente il presidente statunitense George Bush “ad ogni costo” senza soppesarne la politica.
“Abbiamo concluso che il Regno Unito decise di partecipare all’invasione dell’Iraq prima di vagliare tutte le alternative pacifiche per ottenere il disarmo del Paese”, ha detto Chilcot, sostenendo che “l’azione militare all’epoca non era inevitabile”.
Secondo il rapporto l’allora capo del governo di Londra presentò all’opinione pubblica prove sul fatto che Saddam Hussein avesse armi di distruzione di massa «con una certezza che non era giustificata». «Nel marzo 2003 non c’era una minaccia imminente di Saddam Hussein» contro l’Occidente e quindi, secondo il rapporto, si poteva usare una «strategia di contenimento» sebbene non si potesse escludere la necessità di un conflitto «ad un certo punto».
Chilcot ha criticato il fatto che Londra si sia basata su delle informazioni di intelligence “scorrette” che non furono verificate adeguatamente, tralasciando l’ipotesi, assai probabile, che quelle informazioni furono fabbricate proprio per fornire a Blair e a Bush la giustificazione per una delle tante guerre di aggressione capitanate da Gran Bretagna e Stati Uniti. A detta del coordinatore della Commissione Blair avrebbe contribuito a minare l’autorità delle Nazioni Unite, sottolineando che il Consiglio di sicurezza dell’Onu sostenne all’epoca di proseguire le ispezioni e la sorveglianza ma non fu ascoltato dai due capi di stato.
Chilcot ha poi criticato la mancanza di preparazione del governo britannico: “Nonostante gli avvertimenti, le conseguenze dell’invasione sono state sottovalutate. La pianificazione e i preparativi per un Iraq del dopo Saddam furono completamente inadeguati”, ha aggiunto Chilcot riferendosi tra le altre cose al fatto che nell’invasione morirono 179 soldati britannici.
“Il governo ha fallito nel non tenere nel debito conto le dimensioni del necessario compito di stabilizzare, amministrare e costruire l’Iraq e le responsabilità che avrebbero pesato sul Regno Unito”, ha proseguito il presidente della commissione, che anche in questo caso si è limitato ad una critica di natura ‘tecnica’, non arrivando ad affermare che era proprio la destabilizzazione del Medio Oriente ciò che Usa e Gb cercavano di imporre attraverso l’invasione dell’Iraq e il suo spezzettamento in tre entità. Gli sforzi profusi da Londra “non sono mai stati all’altezza della sfida” presentata, ha aggiunto.
Pur rimanendo all’interno del recinto ideologico secondo il quale le potenze occidentali vanno comunque considerate i legittimi gendarmi del mondo, Chilcot ha preso di mira la gestione della missione bellica, affermando che le risorse militari impegnate in Iraq sono state deboli e inadatte. “Abbiamo constatato che il ministero della Difesa si mostrò lento nel rispondere alla minaccia rappresentata dai congegni esplosivi improvvisati e che i ritardi registrati per fornire mezzi blindati adeguati non avrebbero dovuto essere tollerati”, ha detto.
Più dura la critica a Blair per quanto riguarda le terribili conseguenze della destabilizzazione dell’Iraq dopo la fine ufficiale della guerra: «Era stato messo in guardia che un’azione militare avrebbe aumentato la minaccia di Al Qaeda al Regno Unito e agli interessi britannici – ha detto Chilcot – Era stato avvertito che un’invasione avrebbe potuto far finire le armi e le capacità militari irachene nelle mani dei terroristi». «Sono morti più di 200 cittadini britannici come conseguenza di quel conflitto, e molti di più sono rimasti feriti – ha sottolineato Chilcot – l’invasione e la conseguente instabilità hanno causato, dal 2009, la morte di oltre 150mila iracheni, probabilmente molti di più, la gran parte civili. Più di un milione hanno dovuto lasciare le loro case. E tutto il popolo iracheno ha sofferto enormemente».
Dopo la pubblicazione del rapporto, comunque, questa mattina un gruppo di manifestanti ha accolto a colpi di slogan Tony Blair davanti alla sua abitazione di Londra. “Blair ha mentito, migliaia di persone sono morte”, “Tony Blair, criminale di guerra”, hanno gridato alcuni dei manifestanti che non hanno dimenticato il reale ruolo di Tony Blair. La richiesta unanime nei cori e nei cartelli esposti è stata quella di «incriminare» l’ex premier laburista per crimini di guerra commessi entrando in un conflitto che non aveva basi legali. Su cartelli e striscioni la scritta «Bliar», un gioco di parole col cognome dell’ex premier fuso col termine inglese «liar», ovvero bugiardo. Altre centinaia di persone hanno manifestato sempre contro Blair e la guerra davanti al centro conferenze in cui sono stati rivelati i risultati della Commissione di inchiesta, durata sette anni.
L’ineffabile e arrogante Tony Blair, da parte sua, ha diffuso un comunicato nel tentativo di difendere la sua sempre più debole posizione, anche rispetto al precedente rapporto che già lo aveva messo in cattiva luce. Nel documento l’ex premier insiste di aver preso la decisione di invadere l’Iraq “in buona fede” e “per quelli che ritenevo fossero i migliori interessi del Paese” e promette di “assumersi la piena responsabilità di eventuali errori”. “Ritengo di aver preso la giusta decisione e il mondo è migliore e più sicuro”, ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa l’ex primo ministro britannico che ha affermato di non essersi pentito per aver rovesciato Saddam Hussein nel 2003 e di non aver affatto ingannato il parlamento. “Indipendentemente dall’esistenza o meno delle armi (di distruzione di massa, ndr), è stato comunque meglio rimuovere Saddam Hussein perché il mondo è un posto migliore senza di lui. Inoltre, nel 2010 l’Iraq era relativamente stabile, l’Is è nato dalle rivolte iniziate in Siria” ha detto l’ex primo ministro mentendo spudoratamente.
Pochi giorni fa Tony Blair, impegnato in una strenua battaglia per rimuovere dalla leadership del Partito Laburista il suo rivale Jeremy Corbyn, aveva sollecitato il coinvolgimento di un “serio statista” per negoziare l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. In un articolo sul Telegraph, l’ex premier britannico ha ribadito che “un ministro per la Brexit” euroscettico sarebbe la scelta sbagliata per portare avanti negoziati con l’Ue. E naturalmente, seppur in maniera implicita, Blair ha proposto sé stesso nella veste del ‘serio statista’.
7 luglio 2016

martedì 12 luglio 2016

L'ANNUNCIATA STRAGE FERROVIARIA PUGLIESE

Sono molti i siti di informazione alternativa e di controinformazione che dopo la strage avvenuta in Puglia nella tratta ferroviaria tra Andria e Corato,tra le province di Bari e Bat,si trovano nella "scomoda" situazione di commentare un avvenimento che avevano previsto da tempo e che mai avrebbero voluto toccare.
Perché da anni siti come Contropiano(strage-ferroviaria-puglia )che si occupano di spiegare come davvero stanno le cose sanno che la Tav,le privatizzazioni e i tagli lineari ai servizi pubblici hanno in loro possibilità di devastanti tragedie umane e sociali come accaduto in tarda mattinata nel mezzo della campagna pugliese.
Per ora venti morti e decine di feriti anche gravi,appelli a medici e infermieri di recarsi negli ospedali della zona e anche ai cittadini per donare sangue in una corsa contro il tempo dove i tagli alla sanità pubblica hanno fatto fiorire società private di autoambulanze che per azzerare i costi e con questi i servizi hanno pochissimi mezzi a disposizione che affrontano decine di chilometri di distanza.
Ma la nota più negativa e vergognosa sono gli investimenti per il Tav a scapito di quelli per la sicurezza e il ricambio di vagoni ormai desueti che hanno guasti più giorni la settimana(vedi la Mantova-Cremona-Milano)e che portano poi a incidenti come quello odierno.
Perché è certo che si tratti di errore umano visto che la linea ha solamente un binario,e l'articolo dice come sia semplice poter fornire mezzi di sicurezza anche spendendo poco ma così non avviene grazie ad investimenti dirottati verso opere inutili e costose e privatizzando Ferrovie della Stato(questa tratta è gestita da Ferrovie Nord Barese).
Concludo allegando links che parlano in ordine del presidente Fs Moretti(ex sindacalista che si è cercato la poltroncina d'oro)e dell'altra strage di Viareggio,dell'inutilità della Tav e delle privatizzazioni italiane(madn morettiil-suo-stipendio-e-il-ricordo-di.viareggio - madn velocita-eccessive-inutili - madn lo-stato-e-i-conti-pubblici-dei-comuni ).

Strage ferroviaria in Puglia,tra investimenti mancati e tagli alla sanità.

di Redazione Contropiano.
Una strage. Come altre che le Ferrovie dello Stato ormai quasi completamente privatizzate non smettono di produrre.
Un numero al momento imprecisato di morti – almeno 20 – e feriti (siamo già oltre i 35), tra gli olivi della Puglia, in un tratto a binario unico tra Andria e Corato, al confine tra la provincia di Bari e quella di Bat (Barletta-Andria-Trani, un’invenzione dei tempi che avere un provincia portava prestigio e poltrone).
Uno scontro frontale tra due treni locali, poco dopo le undici di stamattina, appartenenti alle Ferrovie Nord Barese (il risultato di una recente privatizzazione), su uno dei tanti tratti in “cantierizzazione” per arrivare ad avere il doppio binario. Un treno per pendolari e studenti universitari, fortunatamente senza gli studenti liceali, perché l’anno scolastico è terminato da poco.
Lo scontro, ripetiamo, è avvenuto in aperta campagna ed è giustificabile soltanto con la mancata accensione del segnale di blocco in una delle due stazioni da cui provenivano i treni. Le prime ricostruzioni “aziendali” parlano – come sempre di “errore umano”, tacendo vergognosamente delle ragioni per cui un errore umano può prodursi in determinate condizioni. Parliamo infatti di un sistema di trasporto su rotaia, dunque con percorso obbligato, su cui possono essere installate tecnologie e sensori a costi ormai bassissimi. Ma non lo si fa, per “risparmiare” sui costi.
Al contrario, da oltre venti anni Fs (già sotto la gestione “privatizzante” di Mauro Moretti, ex segretario della Filt Cgil traslocato quasi in una notte da quella carica a quella di amministratore delegato della Rete Ferroviaria Italiana, poi asceso alla carica di amministratore delegato di Fs e ora nello stesso ruolo in Finmeccanica-Leonardo) l’azienda ha imposto il ritorno all’”agente unico”, ovvero a un solo macchinista per treno, con il solo ausilio dell’”uomo morto”, un vecchio meccanismo a pedale che costringe il macchinista a distribuire la sua concentrazione tra la guida del treno e il pedale da premere ogni tot secondi. In queste condizioni di lavoro “l’errore” diventa statisticamente inevitabile. Basta moltiplicare le ore di guida di “macchinisti soli”, contrattualmente fissate ma con straordinario obbligato, per il numero di tratte a binario altrettanto unico. Ci si aggiunga una giornata torrida, a oltre 40 gradi all’ombra, è si vedrà che queste probabilità crescono esponenzialmente. Quando basterebbero pochi sensori per bloccare automaticamente la marcia dei treni molto prima di ogni possibile impatto.
Ma la stessa logica è stata applicata alla sanità, quindi al sistema dei pronto soccorso e dei servizi di autoambulanza, quasi completamente privatizzato. Qui la politica dei tagli alla spesa pubblica ha rarefatto i punti di assistenza sanitaria, il personale disponibile per i soccorsi e contemporaneamente allungato i percorsi che le autoambulanze – in numero minore – debbono coprire.
Come segnala la rivista dei ferrovieri “Ancora in Marcia!”:
Non sappiamo al momento quali sistemi di circolazione e distanziamento dei treni siano in uso su questa linea, sulla quale il controllo e la vigilanza è svolto direttamente dal Ministero dei trasporti, come per altre linee ferroviarie ‘secondarie’ definite correntemente “ex concesse”.

lunedì 11 luglio 2016

LA SPAGNA APPLICA LE SENTENZE DI STRASBURGO?


Una sentenza che dopo anni dal pronunciamento della Corte europea per i diritti umani di Strasburgo(madn dottrina-parotnograzielo-dice-leuropa ) sulle torture praticate dalla Spagna nei confronti dei prigionieri politici baschi,può aprire una nuova stagione di annullamento di processi dove non siano stati presi in attenzione per l'appunto le denunce degli indagati che abbiano subito violenze fisiche e psicologiche.
Questo è accaduto lo scorso mese all'Audiencia Nacional di Madrid dove è stata annullata una condanna a quindici anni al membro del'Eta Iñigo Zapirain Romano proprio perché non si è tenuto conto della sua denuncia:comunque è bene non esultare troppo in quanto lo stesso imputato è stato condannato in maniera definitiva assieme ad altri compagni dello stesso commando per centinaia di anni di carcere(in Spagna non esiste l'ergastolo ma è solo un dettaglio).
Articolo di contropiano .

Annullata condanna a membro dell'Eta,tribunale non indagò su torture.

di Redazione Contropiano.
Lo scorso 14 giugno il Tribunale Supremo di Madrid ha annullato una delle condanne inflitte al militante dell’ETA (“Paesi Baschi e Libertà”) Iñigo Zapirain Romano  perché il tribunale speciale antiterrorismo, l’Audiencia Nacional, non ha svolto indagini sulle denunce di tortura da parte dell’imputato. La sentenza presuppone una novità assoluta nella tradizione giuridica spagnola ammettendo per la prima volta esplicitamente le raccomandazioni del Tribunale Europeo dei Diritti Umani sull’obbligatorietà delle indagini sulla tortura come disposto dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani e dalla Convenzione sulla Prevenzione della Tortura.
L’organo supremo della magistratura ha così annullato la sentenza di condanna a 15 anni di carcere per Iñigo Zapirain Romano, ritenuto colpevole dall’Audiencia Nacional di Madrid di aver collocato un ordigno esplosivo vicino agli uffici dell’Inem in un quartiere di Bilbao nel 2006. Ora quindi il tribunale speciale antiterrorismo dovrà rifare il processo, nel quale sono stati condannati per lo stesso attentato anche due componenti dello stesso commando dell’ETA, Beatriz Etxebarria Caballero (‘Kot’) e Saioa Sánchez Iturregui (‘Hintza’).
A dettare la sentenza – che non è stata ancora resa pubblica ma i cui contenuti sono stati anticipati dal quotidiano spagnolo Publico – è stato il giudice del Tribunale Supremo Joaquín Jiménez García, che per ben 18 anni, proprio durante gli anni più duri dello scontro tra Stato e guerriglia basca negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, ha esercitato a Donostia e Bilbao.
La sentenza annullata fu emessa l’11 dicembre del 2015 dai magistrati Concepción Espejel, Julio de Diego e José Ricardo de Prada che negarono la richiesta della difesa di Zapirain (con l’eccezione del terzo giudice) di ammettere la perizia di due psicologi sulle conseguenze delle torture inflitte quattro anni prima, al momento dell’arresto, da parte della polizia al detenuto.
L’arresto di Zapirain e della sua compagna Beatriz Etxebarria Caballero avvenne infatti il 1 marzo del 2011 a Bilbao. Il caso fu oggetto di una sentenza specifica da parte del Tribunale Europeo dei Diritti Umani (risalente al 7 ottobre del 2014) che intervenne dopo che i due militanti dell’ETA denunciarono di essere torturati e le loro denunce furono archiviate. Nella sentenza il Tribunale Europeo non arriva ad affermare che nel caso specifico ci fossero prove inoppugnabili di torture inflitte ai due detenuti, ma evidenzia che i tribunali spagnoli sistematicamente ignorano le denunce in merito da parte dei prigionieri politici.
Iñigo Zapirain, insieme a Beatriz Etxebarria e a Daniel Pastor Alonso, erano membri del Commando Otazua e sono stati già condannati a 485 anni di carcere per l’omicidio del brigadiere Luis Conde nel 2008; ad altri 3.860 anni di carcere ciascuno per l’attentato contro il quartier generale di Burgos della polizia del 2009 e ad altri 45 anni per l’assassinio dell’agente di polizia Eduardo Puelles.
Ma la decisione del Tribunale Supremo del mese scorso stabilisce un importante precedente in materia giuridica. Lo Stato Spagnolo è stato condannato ben otto volte per la violazione degli obblighi internazionali che prevedono una indagine in presenza di una denuncia per torture. Sette di queste condanne si riferiscono ad altrettanti militanti baschi arrestati e posti in stato di ‘incomunicaciòn’ (isolamento assoluto fino a cinque giorni, periodo in cui le forze di sicurezza possono praticare impunemente gli abusi nei confronti dei prigionieri), tra questi l’ex direttore del quotidiano basco Egunkaria, Martxelo Otamendi. L’ultima sentenza da parte del Tribunale Europeo dei Diritti Umani contro Madrid risale allo scorso 31 maggio quando lo Stato Spagnolo è stato condannato per non aver indagato sulle torture denunciate da Xabier Beortegi, arrestato nel 2011 nell’ambito di una retata contro militanti della sinistra indipendentista basca.
Anche il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha condannato la Spagna, nel 2013, per l’assenza di una indagine completa, esaustiva e imparziale sulla denuncia realizzata da Maria Cruz Achabal Puertas, e l’anno precedente da Orkatz Gallastegi Sodupe.

domenica 10 luglio 2016

UNIONI E DIVISIONI TRA POLONIA E UCRAINA


Nel mezzo del vertice Nato che si tiene i questi giorni a Varsavia e che tenta di avvicinare le ex nazioni sotto l'egida comunista negli scorsi decenni facendone basi sempre più attive per gli interessi Usa,c'è stato un episodio che ha fatto venire qualche dubbio visto la vicinanza dell'elettorato che ultimamente sta contraddistinguendo la Polonia e l'Ucraina.
Entrambe guidate da governi nazionalisti di destra,con l'Ucraina che ha una forte deriva neonazista che ha fatto sì che la presenza della propria delegazione non sia stata accolta con un caloroso benvenuto per dei fatti legati all'ultimo conflitto mondiale.
Infatti il governo polacco sta facendo pressioni per far sì che la data dell'undici luglio sia eletta a giornata della ricorrenza del genocidio compiuto dalle truppe nazista ucraine che con le azioni di Roman Šuchevič e soprattutto di Stepan Bandera,un eroe in patria,che assieme all'altro sterminarono in un solo giorno centomila persone(vedi:madn brutta-gente-al-governo-in-ucraina ).
E mentre in patria a Kiev Poroshenko(madn poroshenko-affama-i-suoi-sudditi )continua a celebrare la figura di Bandera capo della divisione Ss Galizien, responsabile dell'eccidio di centinaia di migliaia di persone e della deportazione di un numero equivalente di ebrei,comunisti e zingari verso i campi di sterminio nazisti,voleva in Polonia deporre una corona proprio sul luogo dell'eccidio di cui sopra.
Questo non è andato proprio giù alla Sejm,la camera bassa del Parlamento polacco,che nonostante la sua maggioranza che tende pesantemente a destra ha impedito questo gesto del leader ucraino in una sorta di ipocrisia politico sociale di un paese che non ha ancora chiuso i conti col suo tragico passato.
Articolo di Contropiano:contropiano.org .

Lo schiaffo dei nazionalisti polacchi ai neonazisti ucraini.

di Marco Santopadre.
Ieri, nel giorno stesso dell’apertura del vertice Nato in Polonia, Varsavia ha dato a modo suo il benvenuto all’ospite che, mentre alla vigilia si pavoneggiava con un “non sarà l’Ucraina a sperare in un aiuto della Nato, bensì la Nato potrà contare sull’aiuto ucraino”, oggi siede sulle panche degli invitati appena appena sopportati: il senato polacco ha definito “genocidio” i massacri dei polacchi di Volynija, sterminati dai  filonazisti ucraini di OUN-UPA nel 1943-1944 e ha invitato la Sejm, la camera bassa, a stabilire l’11 luglio quale ricorrenza nazionale in ricordo delle “vittime del genocidio”. L’11 luglio del 1943 rappresentò infatti il culmine della campagna di sterminio condotta dai nazionalisti ucraini: quel giorno, reparti di OUN-UPA di Stepan Bandera e Roman Šuchevič attaccarono contemporaneamente circa 100 villaggi polacchi, provocando oltre centomila vittime, in gran parte donne, bambini e vecchi. Nel 2013, in occasione del settantesimo anniversario della carneficina, la Sejm, pur con una maggioranza destro-nazionalista, aveva adottato una risoluzione che definiva quei fatti “pulizia etnica con elementi di genocidio”.
Nel 2015, la Rada ucraina riconosceva l’attività di OUN-UPA come “lotta per l’indipendenza ucraina”, istituiva le feste nazionali del 1 gennaio e del 14 ottobre: data di nascita di Stepan Bandera e della formazione dell’UPA.
Da parte sua, l’allegro Petro, non si capisce se per celia o perché ne fosse davvero convinto, aveva espresso la volontà, già che era in Polonia, di andare a deporre una corona al monumento che ricorda le vittime di quei massacri. Al momento, le agenzie non danno però notizia se Petro si sia davvero deciso al passo. Si sa invece che a Varsavia, il 7 luglio, si era tenuto un corteo, durante il quale i manifestanti avevano proclamato che “qualsiasi culto di Stepan Bandera e dell’UPA è uno sputo in faccia ai polacchi”. Questo, nel momento in cui il consiglio municipale di Kiev decideva di rinominare la Prospettiva Moskovskaja in Prospettiva Bandera.
Chissà se il burlesco Petro troverà mai il coraggio di andare a deporre una corona di fiori in omaggio alle diecimila vittime fatte nel Donbass dalle truppe ucraine e da quei battaglioni neonazisti che, di Stepan Bandera e della “Divisione SS Galizia” si ostentano eredi. Proprio oggi l’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs dell’ONU ha reso noto che, lo scorso mese di giugno, nel Donbass si è registrato il tragico record di vittime civili dall’agosto 2015 a oggi: 12 morti e 57 feriti in un solo mese. Un record purtroppo al ribasso, dal momento che, secondo Il Centro per i diritti umani della DNR, solamente tra il 2 e l’8 luglio, le artiglierie ucraine ha fatto 17 morti e 12 feriti, tra vittime civili e militari.
FP