mercoledì 9 marzo 2022

ANCORA IL COLORE DELLA PELLE

Il razzismo che l'occidente,chi in maniera evidente,chi subdola e chi inconscia,mostra da sempre nei confronti di chi non è di pelle bianca si sta evidenziando in maniera netta con la questione dei profughi ucraini che stanno fuggendo dalle zone colpite dalla guerra combattuta contro la Russia.
Le immagini sono le stesse di quelle che da anni vediamo con chi proviene dalle sponde mediterranee  e da quelle delle frontiere dell'est che ora spalancano i cancelli dei confini per far passare centinaia di migliaia di persone che hanno negli occhi lo stesso orrore di chi sta vivendo un conflitto sulla propria pelle con tutte le incognite che ciò comporta.
Cambia la pelle,ma sono le stesse madri con i bambini,alcuni anche infanti,che scappano con quello che hanno preso in fretta e furia sperando forse un giorno di tornare nelle terre natie,ma è sotto gli occhi di tutti la differenza di trattamento che ricevono in base se hai i capelli biondi e gli occhi azzurri rispetto a chi ha occhi e capelli neri e soprattutto dello stesso colore la pelle.
L'articolo di Internazionale(guerra-ucraina-razzismo )spiega bene quello che negli ultimi giorni stiamo vivendo tramite la cronaca della guerra con la gente che scappa attraverso i confini ucraini nelle vicine Polonia,Slovacchia,Ungheria,Romania e Moldavia,con una partecipazione solidale che non ha confronti negli ultimi anni se non decenni.
E l'Italia è tra i paesi in prima linea a supportare aiuti umanitari(non sto dicendo che non bisogna aiutare la popolazione ucraina ovviamente,sono sempre i poveri e i disperati le vittime predilette dei conflitti,di tutte le guerre)e purtroppo non solo quelli con l'invio di armi nel nome della pace(madn cercare-la-pace-con-la-guerra ).
Davvero questa gara di solidarietà anche voluta per nobiltà d'animo non l'avevo mai vista e come detto nell'articolo sottostante il fatto è che il mondo occidentale ritiene la propria civiltà al di sopra di quelle del resto del mondo,soprattutto di quella africana ma anche di quella asiatica,viste come territori proprio da terzo mondo abitato da persone sempre in conflitto tra di loro e animate da religiosità differenti.
E poi anche la media vicinanza geografica fa sembrare il conflitto più vicino alle nostre case,non come le lande desertiche di certe nazioni dell'Africa o quelle desolate e sperdute del centro dell'Asia:in sostanza l'occidente è il bene,lo sviluppo e la giustizia mentre il resto del mondo è popolato da pagani e da terroristi pronti a invaderci e rubarci il lavoro e le donne,un film già visto.
Da sottolineare anche il fatto che tra gli stessi profughi ucraini ci sono centinaia di africani,indiani e mediorientali che lavorano o studiano in Ucraina e ai confini di cui sopra sono stati trattati come usano con gli altri profughi non bianchi,maltrattati,discriminati e addirittura picchiati e fatti passare in coda rispetto agli ucraini che abbiamo nell'immaginario(vedi:www.ilpost.it/ucraina-fuga-africani-indiani-razzismo ).

Il racconto della guerra in Ucraina rivela il razzismo occidentale.

Patrick Gathara, Al Jazeera, Qatar.

7 marzo 2022 

Il conflitto in corso in Ucraina tra popolazioni slave russe e ucraine, queste ultime appoggiate da una coalizione tribale di nazioni nell’Europa subscandinava, non ha messo in evidenza soltanto la fragilità della pace nel subcontinente devastato dalla pandemia. Ha svelato anche una squallida sfumatura di eccezionalismo razzista con cui molte persone europee e di discendenza europea tendono a guardare a se stesse. 

È stato impossibile non accorgersi dello shock, all’idea che tutto questo potesse succedere in Europa, mostrato dai giornalisti caucasici che stanno raccontando la guerra scatenata dall’invasione della Russia con il pretesto di sostenere gli alleati etnici nelle enclave tribali di Donetsk e Luhansk, riconosciute come repubbliche indipendenti. 

“Sono così simili a noi. Ecco perché è così scioccante… La guerra non è più qualcosa che colpisce popoli poveri e lontani. Può accadere a chiunque”, ha scritto Daniel Hannan sul Telegraph, nel Regno Unito. “Pensate, siamo nel ventunesimo secolo, siamo in una città europea, e si lanciano missili come se fossimo in Iraq o in Afghanistan”, si lamentava un commentatore alla tv francese. 

Inviato a Kiev, nella capitale ucraina, il corrispondente della rete statunitense Cbs Charlie D’Agata ha dichiarato che l’Ucraina “non è, con il dovuto rispetto, un posto come l’Iraq o l’Afghanistan, in guerra da decenni… Questa è una città relativamente civilizzata, relativamente europea – devo stare attento alle parole che uso – dove non ti aspetteresti né spereresti mai che possa accadere qualcosa di simile”. In seguito si è scusato. 

Un ritratto impietoso.

Queste reazioni scandalizzate naturalmente con sono una novità. Raccontando gli eventi accaduti negli Stati Uniti durante l’amministrazione Trump, soprattutto in occasione delle elezioni del 2020, i giornalisti esclamavano con regolarità che quel caos era una cosa da “terzo mondo”, che non ci si sarebbe potuti aspettare negli Stati Uniti. “Adesso l’America è un paese del terzo mondo”, recitava un titolo della rivista Fortune raccontando il primo sgangherato dibattito presidenziale tra Donald Trump e Joe Biden, destinato a succedergli. 

Il pensiero torna a Chinua Achebe che, recensendo nel 1975 il romanzo di Joseph Conrad Cuore di tenebra, osservava come “per ragioni che sarebbe sicuramente utile indagare dal punto di vista psicologico, l’occidente sembra nutrire profonde preoccupazioni riguardo la precarietà della sua civiltà” e aver bisogno di essere rassicurato di continuo dal paragone con l’Africa. All’Africa possiamo aggiungere l’Iraq, l’Afghanistan e gran parte del sud globale. 

In sostanza, i giornalisti cercano di ribadire l’eccezionalismo e la virtù dell’Europa bianca esternalizzando i mali di quest’ultima verso il mondo “in via di sviluppo”. Ciò che Achebe scriveva dell’Africa può essere esteso a gran parte del mondo non bianco, che “è per l’Europa quello che il ritratto è per Dorian Gray, ossia un contenitore in cui il padrone scarica le sue deformità fisiche e morali così che lui possa andare avanti, dritto e immacolato”. 

Paradossalmente, le deformità morali dell’Europa sono sotto gli occhi di tutti fin dall’inizio dell’invasione russa, essa stessa profondamente immorale e ingiusta. Il trattamento che, stando a quanto riportato, le guardie di frontiera ucraine hanno riservato agli africani, agli indiani e ad altre persone di colore che cercavano di lasciare il paese resterà una macchia indelebile sulla resistenza per altri versi eroica del paese contro l’aggressione. 

Il caldo benvenuto accordato ai profughi ucraini dai vicini dell’Unione europea è in netto contrasto con l’ostilità sperimentata da persone diverse dal punto di vista razziale, giunti da altri paesi sulla soglia dell’Europa. E gli europei non hanno certo fatto mistero dei motivi di questa discrepanza. 

I giornalisti non si rendono nemmeno conto del paradosso delle potenze europee che, mentre accolgono i profughi creati dall’invasione russa, respingono quelli creati dalle sue invasioni.

Il primo ministro bulgaro Kiril Petkov ha dichiarato: “Questi non sono i profughi che eravamo soliti vedere. Queste persone sono europee, perciò noi, insieme a tutti gli altri paesi dell’Ue, siamo pronti ad accoglierli. Queste sono… persone intelligenti, istruite… perciò nessuno dei paesi europei teme l’ondata di immigrati che sta per arrivare”. 

Il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha dichiarato poi che “accetteremo chiunque ne abbia bisogno. La società ucraina è sempre più impaurita e preoccupata. Siamo pronti ad accettare decine, centina di migliaia di profughi ucraini”. Tutto questo mentre il suo paese continua a negare l’ingresso a migranti e richiedenti asilo, in gran parte iracheni, afgani e siriani, lungo il confine con la Bielorussia. 

Nel Regno Unito, che ha valutato la possibilità di respingere i profughi non bianchi verso il Canale della Manica, il primo ministro Boris Johnson pare abbia detto che gli ucraini potranno entrare senza necessità di visto se hanno già dei parenti nel paese. 

Vale la pena notare che quando i giornalisti, sconvolti nel vedere il continente puro immergersi in un fango che ritenevano essere riservato unicamente al resto dell’umanità, si degnano di accennare alle posizioni contraddittorie sui richiedenti asilo, lo fanno solo incidentalmente. Sembra che la parola “razzismo” venga attentamente evitata. 

A quanto pare non si rendono nemmeno conto del paradosso rappresentato dalle potenze europee che, mentre accolgono i profughi creati dall’invasione russa, respingono quelli creati dalle sue invasioni e occupazioni. Così come il fatto che mentre la Russia viene condannata, come è giusto che sia, per aver invaso il paese di qualcun altro, i paesi che più fanno sentire la loro voce sulle leggi internazionali o sulla Carta e sulle risoluzioni delle Nazioni Unite ignorano tranquillamente il fatto che l’Israele dell’apartheid sta facendo esattamente la stessa cosa con i palestinesi. In quel caso niente richiesta di sanzioni o isolamento. Niente celebrazioni del coraggio del popolo di Gaza e dei territori occupati in Cisgiordania che difende la sua libertà contro un brutale occupante. 

Ma d’altronde Israele non ha invaso un paese bianco europeo e noi sappiamo che secondo loro alcuni comportamenti sono accettabili e devono essere messi in conto se diretti verso persone in altri continenti. 

Di fatto nei confronti del nord si ha la stessa reazione del comico John Oliver quando ha saputo che anche l’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush, responsabile della disastrosa invasione dell’Iraq nel 2003, stava condannando Putin. “Aspetta un momento, George. Tu proprio no”, ha detto nella sua trasmissione Last week tonight. “Non sei la persona adatta a farlo, perché questa dichiarazione avrebbe avuto senso solo se alla fine avessi detto ‘Oh m***, adesso capisco. Mi dispiace, adesso chiudo la mia c*** di bocca”. 

Piuttosto che chiudere la bocca, forse sarebbe stato meglio se avessero mostrato un minimo di consapevolezza e coerenza. 

(Traduzione di Giusy Muzzopappa) 

Questo articolo è stato pubblicato sul sito di Al Jazeera.

giovedì 3 marzo 2022

CERCARE LA PACE CON LA GUERRA

A molti saranno parse le affermazioni e più di quelle le decisioni dei governanti italici di poter parlare di pace stanziando soldati e una vagonata di Euro per armare l'Ucraina nel conflitto contro la Russia,e i soliti buonisti che sventolano la bandiera della pace e che praticamente votano l'intero corollario parlamentare hanno le mani sporche di sangue facendo finta di non saperlo.
Nell'articolo proposto(libera una_guerra_scaturita_da_una_pace_armata )c'è la riflessione del Presidente di Libera Luigi Ciotti che senza fare alcun nome spiega in semplici parole di come una guerra nasca per primo dalla fame di potere e di soldi dei potenti di una popolazione che prima ancora di dichiarare conflitti affama la propria gente non combattendo la povertà ma i poveri,usando violenza di tutti i tipi contro i miti e quello che lui chiama i non-conformi.
Un punto di vista spirituale ma anche pratico con l'aumento nell'ultimo periodo di pandemia di produzione e di vendita di armi,che intanto in tutto il mondo è sempre tempo di guerra e di fare affari sulla pelle dei più deboli,in qualunque posto e per qualunque popolo.

Una guerra scaturita da una pace armata.

Una riflessione di Luigi Ciotti: "Una società attraversata dalla competizione e dai conflitti sarà sempre terreno fertile per la guerra."

La guerra reale o minacciata, la guerra di cui ci accorgiamo solo quando si affaccia più vicina a noi e ai nostri interessi, ma che senza tregua insanguina tante regioni del mondo. La guerra che non “scoppia” all’improvviso, ma che – covata da chi se ne avvantaggia – lievita e poi dilaga con forza distruttiva, travolgendo persone, ecosistemi, patrimoni storici e culturali.

Non sono solo gli Stati e le coalizioni a entrare in guerra fra loro. Prima, o nel frattempo, sono i potenti a dichiarare guerra ai propri popoli, i ricchi a lottare non contro la povertà ma contro i poveri, dolenti testimoni della loro ingiustizia, i violenti ad accanirsi contro i miti e i non-conformi, dalle cui mani dipende il futuro del pianeta.

Esiste un rapporto di forze che non è fra gli eserciti schierati, ma fra chi ha il potere della forza e chi, solo, speranza di giustizia. Chi è in condizione di decidere e chi no.

E questo dovrebbe esserci più che mai chiaro oggi. Durante la pandemia sono infatti cresciute a livello planetario – inclusa l’Italia – la produzione e la vendita di armamenti. Mentre il mondo della medicina e della scienza si spendeva per salvare le vite dal Covid, altri spendevano per acquistare strumenti di morte, da mettere in mano a quelle stesse vite salvate. Ecco l’insensatezza della guerra, che inizia ben prima di scoppiare.

Di fronte a tutto questo la pace non può essere promossa in forma di appello generico, né, solo, di fideistica convinzione. Non può ridursi a ciò che don Tonino Bello – che la pace l’ha sempre praticata e non solo proclamata in forme retoriche e rassicuranti – chiamava il “monoteismo della pace”. C’è infatti un legame necessario fra pace e giustizia, fra pace e diritti umani, poiché solo se fondata sul riconoscimento della dignità delle persone la pace è vera e destinata a durare. Altrimenti è una traballante tregua, un accordo contingente mosso da interessi di altro genere.

Oggi dobbiamo allora concepire la pace come una tensione, una costruzione quotidiana che comincia da ciascuno di noi, dai nostri rapporti più prossimi. Una società attraversata dalla competizione e dai conflitti sarà sempre terreno fertile per la guerra. Ma se impariamo a praticare l’ascolto, il confronto, il riconoscimento anche nei riguardi di chi ci appare meno simile e “conforme”, concimeremo campi di pace.

Il nostro pensiero e il nostro impegno vanno a chiunque nel mondo, indipendentemente dalle appartenenze e dai confini, s’impegna per smascherare la guerra non “fredda” ma nascosta, dalla quale esplode quella delle bombe e dei cannoni. Il nostro pensiero e il nostro impegno vanno a chi si mette in gioco in prima persona per vivere e per affermare la pace.

Luigi Ciotti Presidente di Libera - Gruppo Abele

venerdì 25 febbraio 2022

LE LACRIME DI COCCODRILLO DEI BUONISTI

Una visione interessante sulla genesi del conflitto ucraino dove le colpe sono quasi esclusivamente affibbiate alla Russia ed in minor parte alla Nato(l'Ucraina è solo l'agnello sacrificale da quello che ci propinano alla televisione e nella maggior parte dei siti d'informazione on line)ce la da questo articolo di Comune Info a firma di Ascanio Celestini(chi-e-il-colpevole? )dove si fa notare giustamente chi fa la politica con le armi.
E noi siamo dei campioni in questo senso e i due principali indiziati di colpevolezza sono il premier Draghi("ci dobbiamo dotare di una difesa molto più significativa e bisognerà spendere molto di più di quanto fatto finora")ed il ministro della guerra più che della difesa Guerini,ex sindaco di Lodi e punta di diamante del Pd che ha posto al Parlamento ben diciotto programmi di riarmo di cui tredici assolute novità.
Questi personaggi,assieme ad altri e riferendomi soprattutto al partito di Guerini che al tempo della guerra nei Balcani erano al potere con altro nome,sono quelli che difendono i nazisti ucraini e che attaccano senza mezzi termini Putin,non ricordandosi delle nefandezze promosse e sostenute ampiamente negli anni novanta ancora con la Nato che ne fece anche allora di atti orribili(madn settantanni-dinfamia )invitata ad operare nelle basi italiane direttamente da Prodi con il benestare di D'Alema e Fassino.
I numeri parlano chiaro,infatti quest'anno sono ben 26 i miliardi di Euro destinati al ministero della difesa con un aumento di 1,35 miliardi annui,calcolando che il 64% circa di tale somma è destinata a missioni collegate al controllo della difesa dell'approvvigionamento dell'energia proveniente da fonti fossili.

Chi è il colpevole?

di Ascanio Celestini 

Negli ultimi due anni il ministero della difesa (governo Conte II e Draghi) ha chiesto l’approvazione in parlamento di un numero senza precedenti di programmi di riarmo (diciotto). Il 64 per cento della spesa italiana per le missioni militari è destinato a operazioni collegate alla difesa di fonti fossili. Naturalmente il micromondo italiano non è l’unico a fare politica con le armi. La guerra non è un’improvvisa parentesi 

Chi è il colpevole di questa guerra? È la Nato che sta allargando i propri confini? È Vladimir Putin che ha scommesso sulla propria forza e ha tirato la corda puntando sulla debolezza statunitense e sulle divisioni dell’Europa? Io penso che la colpa è prima di tutto di chi fa politica con le armi. E mi pare una disquisizione da salotto decidere chi sia più o meno responsabile.

«La spesa militare, a livello globale, è raddoppiata dal 2000 ad oggi, arrivando a sfiorare i duemila miliardi di dollari all’anno» (dall’appello di cinquanta premi Nobel e scienziati). E se guardiamo in tasca al nostro paese ci accorgiamo che il bilancio del ministero della difesa per il 2022 sfiora i 26 miliardi di euro con un aumento di 1,35 miliardi. «Ci dobbiamo dotare di una difesa molto più significativa e bisognerà spendere molto di più di quanto fatto finora» ha detto Mario Draghi. Ed ecco che un colpevole ce lo abbiamo dentro casa. Fa il presidente del consiglio in Italia.

Un altro si chiama Lorenzo Guerini. Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana Pace e Disarmo ci fa sapere che il nostro ministro della guerra «ha sottoposto all’approvazione del Parlamento un numero senza precedenti di programmi di riarmo: diciotto, di cui ben tredici di nuovo avvio». 

Greenpeace International ci dice che «circa il 64 per cento della spesa italiana per le missioni militari è destinato a operazioni collegate alla difesa di fonti fossili». Negli ultimi quattro anni abbiamo speso 2,4 miliardi di euro nelle missioni militari collegate a piattaforme estrattive, oleodotti e gasdotti che riguardano l’Eni.

Per me è un piccolo capolavoro di indecenza l’articolo che Ernesto Galli della Loggia ha scritto sul Corriere della Sera il 12 luglio 2020 a proposito dell’Egitto. «Abbiamo bisogno del ben volere di Al Sisi perché l’Eni possa continuare non solo ad estrarre dal suo Paese l’ingentissima quantità d’idrocarburi e di gas che estrae ogni anno» e dunque possiamo evitare di chiedere #veritàperGiulioRegeni. Il bravo giornalista ritiene che sia più significativo «intitolare sempre al nome di Giulio Regeni un certo numero di borse di studio (magari chiamando l’Eni a contribuire al loro finanziamento)…».

Allora? Chi è il colpevole di questa guerra?

mercoledì 23 febbraio 2022

NUOVA TAPPA DEL WAR WORLD TOUR STATUNITENSE?

Sono passati ufficialmente più di otto anni dai fatti di Maidan che culminarono nelle proteste di piazza a Kiev e che ebbero nel rogo di Odessa del maggio 2014(vedi:madn il-massacro-di-odessa )la sveglia per la maggior parte del mondo che in Ucraina c'è stata una sommossa che ha portato i neonazisti al potere con Svoboda e con nel cuore la figura di Stepan Bandera il padre del nazionalismo ucraino(vedi:madn il-regime-voluto-dal-golpe-filo occidentale in ucraina ).
La situazione del Donbass,della Crimea e delle Repubbliche di Lugansk e Donetsk va avanti quindi da quasi un decennio,intervallate da periodi di guerra e di sostanziale tregua che sono state raccontate al resto del mondo con clamore o in sordina.
Nelle ultime settimane questa cronaca viene urlata principalmente dagli Usa e dalla Nato con l'Ue spettatrice impotente e soggiogata alle prime due,lo yesman dei guerrafondai e dell'organizzazione che è promotrice del guerrafondaismo degli Stati Uniti e che dovremmo mettercela alle spalle per avere spiragli di pace(madn sempre-piu-necessaria-luscita-dalla-nato ).
L'articolo di Contropiano(mosca-riconosce-le-repubbliche-popolari-del-donbass )parla della decisione russa di riconoscere ufficialmente tramite il consiglio di sicurezza le repubbliche popolari del Donbass e quindi di poter intervenire lecitamente in ottemperanza del decisioni raggiunte con l'accordo di Minsk venute meno.
Poi lo sappiamo tutti che questa guerra è fortemente voluta dai democratici statunitensi che hanno sempre avuto un immenso piacere a dichiarare conflitti e a infliggere"lezioni di democrazia"a tutto il mondo:gli interessi di una nazione basati sul capitalismo non devono coinvolgere tutto il pianeta anche perché è risaputo che a patire veramente gli effetti della guerra sono sempre i soliti poveri innocenti.

Mosca riconosce le Repubbliche popolari del Donbass.

di  Fabrizio Poggi   

Nella tarda serata di lunedì 21 febbraio, Vladimir Putin ha firmato il decreto di riconoscimento delle Repubbliche popolari di Lugansk e di Donetsk quali stati «indipendenti, democratici, sociali e di diritto», da parte della Federazione Russa. Insieme ai leader delle due Repubbliche, Leonid Pasečnik e Denis Pušilin, Putin ha sottoscritto anche un accordo di amicizia, collaborazione e aiuto tra L-DNR e FR, come era stato chiesto dai due leader del Donbass. 

La firma di Putin è arrivata pochissime ore dopo il termine della riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza russo (organo consultivo), svoltasi nel pomeriggio, nel corso della quale praticamente tutti gli intervenuti – Ministri della difesa e degli esteri Sergej Šojgu e Sergej Lavrov, Primo ministro Mikhail Mišustin, Segretario del Consiglio di sicurezza Nikolaj Patrušev, ex Primo ministro e attuale vice presidente del Consiglio di sicurezza Dmitrij Medvedev, ecc.) – si erano pronunciati per il riconoscimento delle Repubbliche popolari.

Di fatto, subito dopo la seduta del Consiglio di sicurezza, al telefono con Emmanuel Macron e Olaf Scholz, Putin aveva loro già annunciato che, a momenti, avrebbe messo la firma in calce al decreto. Ora la cosa è fatta. 

In Donbass si esulta e si parla di data storica. 

Dalle cancellerie europee, invece, come da copione, lamentazioni di «delusione» e annunci di sanzioni europeiste contro Mosca. «Condanna», anche questa scontata, da parte del Segretario generale NATO, Jens Stoltenberg e riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza ONU. 

Alla riunione del Consiglio di sicurezza russo, Lavrov aveva messo alla berlina tutte le uscite occidentali e ucraine in aperto dispregio di ogni accordo e aveva dichiarato che il loro atteggiamento nei confronti del Donbass non lascia a Mosca altra scelta se non quella del riconoscimento delle Repubbliche. 

Mišustin aveva dichiarato che, in effetti, il Governo russo già da mesi stava adottando misure che sottintendessero il prossimo riconoscimento di L-DNR. Medvedev ha tra l’altro ricordato come nel 2008, lui stesso Presidente russo, il riconoscimento di Abkhazija e Ossetija meridionale avesse impedito i massacri di popolazione civile nel corso dell’aggressione portata dall’allora presidente georgiano Mikhail Saakašvili, con l’aperto beneplacito di George Bush. 

Il paragone non sembri così peregrino: i civili in Donbass continuano a morire anche in queste ore sotto i colpi delle artiglierie ucraine, mentre vengono alla luce ancora nuove fosse comuni coi resti di uomini e donne, spesso decapitati, massacrati all’inizio dell’attacco ucraino nel 2014 dalle spedizioni terroristiche dei battaglioni nazisti, così cari ai demo-liturgici di casa nostra.

La riunione del Consiglio di sicurezza russo si è svolta dopo che nei giorni scorsi la Duma aveva approvato pressoché all’unanimità la proposta di riconoscimento di L-DNR. 

Ma, soprattutto, dopo che nella mattinata di lunedì i leader di DNR e LNR, Denis Pušilin e Leonid Pasečnik si erano rivolti ufficialmente a Mosca chiedendo il riconoscimento delle repubbliche anti-naziste (rifiutiamo di definirle “separatiste”, alla maniera dei giornalacci euroatlantici nostrani; ma di questo, più espressamente in altra sede), quale unica via rimasta per porre fine o, quantomeno, dare l’altolà ai nazisti ucraini, che in queste ore stanno attuando l’ennesima sanguinosa offensiva contro il Donbass, con nuove vittime tra la popolazione civile; vittime che vanno aumentando ogni ora che passa.

Nel corso della riunione, Putin aveva comunque tenuto a sottolineare che la decisione avrebbe in ogni caso riguardato il riconoscimento dell’indipendenza delle due Repubbliche popolari, ma non il loro ingresso nella compagine russa.

Ora, la decisione di Vladimir Putin sul riconoscimento delle Repubbliche popolari, che si aggiunge alla concessione – ormai effettiva da alcuni anni e che interessa già oltre 800.000 cittadini di L-DNR – della cittadinanza russa a qualsiasi abitante delle due Repubbliche che lo desideri, non può non portare con sé significative conseguenze, non solo nei rapporti tra Mosca e Kiev, ma soprattutto nelle relazioni tra la Russia e gli sponsor euroatlantici dei nazigolpisti ucraini. 

Ma, a questo punto, già da settimane la scelta appariva quasi obbligata per Mosca, sia per salvaguardare la vita e l’incolumità di propri cittadini e connazionali a ogni effetto, sia per porre un argine alla sfacciataggine di Washington e di Bruxelles, una volta praticamente esaurita la strada della trattativa. 

Nell’intermezzo tra la fine del Consiglio di sicurezza e la firma del decreto, Putin si è rivolto alla nazione, con un discorso di quasi un’ora, per illustrare la situazione e annunciare i passi del Cremlino. Ha messo in guardia Kiev, esigendo «l’immediata cessazione delle azioni di guerra. In caso contrario, ogni responsabilità per la possibile continuazione dello spargimento di sangue ricadrà interamente sulla coscienza del regime al governo sul territorio dell’Ucraina», ha detto. 

Allargando il discorso alla situazione internazionale, ha ricordato come lo scorso dicembre, Mosca avesse proposto a Washington e Bruxelles di concordare garanzie di sicurezza, che escludano un’ulteriore espansione a est della NATO e il dispiegamento di armi da attacco anche in Ucraina. Rimaste senza risposta quelle proposte, ha detto Putin, Mosca «ha tutto il diritto di adottare misure di risposta per garantire la propria sicurezza» e questo è «proprio ciò che faremo».

Da sfondo a tali dichiarazioni, ancora una volta si sono però sprecate anche le imprecazioni di Putin contro i bolscevichi, Lenin, la “dittatura stalinista”, la fondazione dell’URSS come confederazione che, a detta di Vladimir Vladimirovič, sarebbero la causa anche dell’attuale situazione in un Donbass, “regalato” da Lenin all’Ucraina, «a spese di territori storici russi», del vecchio impero russo così caro alla nuova Russia.

Tant’è. Prendiamo atto anche di queste ennesime esternazioni putiniane. Ne parleremo. Ma non ora. 

Sul momento, la questione principale e quasi esclusiva sul tappeto è un’altra. Era chiaro che il «ci hanno fregato», pronunciato da Putin all’indirizzo della NATO, non sembrava ormai più sufficiente. Sembrava arrivato il tempo di porre la domanda: «e allora?». Un primo passo, tutt’altro che da poco, è stato fatto. 

Ora, parafrasando il Lenin così inviso ai nuovi russi, si può dire che la presenza di truppe e mezzi militari russi in Donbass, «di cui a lungo hanno parlato» i media cialtroni euroatlantici, si attua per davvero e mette fine alla pulizia etnica nazigolpista ai danni della popolazione russa e russofona del Bacino del Don, iniziata (come minimo) nel 2014.

mercoledì 26 gennaio 2022

IL CAVALLO DI TROIA

Come previsto già dagli stessi ambienti della destra nelle ore antecedenti alla prima votazione per l'elezione dl nuovo Presidente delle Repubblica la tanto temuta ma allo stesso tempo improponibile candidatura del criminale Berlusconi è stata un fuoco di paglia ma non per questo una mossa pericolosa e forse azzeccata dai reazionari italiani.
Infatti senza nemmeno giocarsi l'ex premier puttaniere la destra(e non solo,buona parte del gruppo misto e il figlioccio Renzi)ha usato Berlusconi come cavallo di troia per fare venire fuori altri nomi abbastanza forieri di cattivi presagi,da Nordio a Pera passando a Tremonti senza tralasciare le quote rosa con la Casellati e la Moratti,magari personalità più spendibili ad un centro(senza sinistra)che fin'ora un nome nemmeno l'ha partorito.
Ebbene Berlusconi proprio per come l'Italia sta andando alla deriva e soprattutto per come ci vedono all'estero sarebbe stato un nome consono per buona parte degli italiani,faccendieri,fancazzisti,arraffatori e bramosi di soldi e poi di potere,davvero un rappresentante degno per molti degli abitanti del belpaese.
L'articolo di Contropiano(berlusconi-ormai-patetico-la-prospettiva-di-draghi )spiega le mosse della destra e pone il nome di Draghi come possibile alternativa ma con molti se e ma,di sicuro l'attuale premier è apprezzato all'estero per via della continuità con la quale rende più poveri quelli che già se la passano male e più danarosi quelli già ricchi,il perfetto garante delle banche e delle lobbies capitaliste che strozzano la gente e avvelenano la terra.

Berlusconi ormai patetico, la prospettiva di Draghi.

di  Mauro Casadio*   

Il campione “dell’italianità” (in verità annacquato in questi anni dal rapporto con la Merkel) e dell’inesistente centrodestra ha prodotto l’ennesima brutta figura, provando a fare di nuovo la “mossa del cavallo” con l’autocandidatura alla presidenza della repubblica che, però, non ha funzionato.

D’altra parte l’ultima volta che ha funzionato veramente è stato solo nel ’94, quando l’imprenditore prese in contropiede tutto il mondo politico italiano dell’epoca.

Questa nuova cantonata di Berlusconi non va ridotta solo all’esigenza di rompere ed invertire una parabola discendente, che per lui oggi è palesemente irreversibile, perché in questo passaggio è riuscito a trascinare sia la Lega che FdI che rappresentano, almeno in teoria, circa il 40% dell’elettorato.

Questo dato nei sondaggi e l’affermazione di un irrazionalismo di massa che si è manifestato sulla vicenda dei “No Vax”, amplificato ad arte dai mass media, ci dice che una larga parte della popolazione italiana vive un rifiuto aprioristico, in gran parte giustificato, verso quelle che sono le istituzioni ed il quadro politico attuale.

Su questo sentimento di “pancia” il centrodestra ha pensato che c’erano le condizioni per cavalcare la tigre e per ricostruire la propria unità candidando Berlusconi, pur sapendo quanto la scommessa fosse rischiosa, e questo si è visto anche dagli atteggiamenti ondivaghi di Salvini e della Meloni. In realtà la rendita di posizione che la destra ha indubbiamente sul piano sociale non riesce a trasferirsi sul piano politico e istituzionale.

Infatti questa destra, abbandonata in questa occasione anche dal killer professionista Renzi, ha due contraddizioni che le impediscono di affermarsi.

La prima è politica. Ovvero, la sua articolazione sociale è ampia e va dai ceti produttivi della piccola e media industria, che fanno riferimento alla Lega, alla piccola borghesia, a settori popolari e di malessere “metropolitano” in particolare al sud, che votano soprattutto la Meloni. Tale divaricazione nella rappresentanza sociale e politica impedisce una ricomposizione e innesta una competizione elettorale che ha minato il tentativo di ricomposizione berlusconiano.

L’altra contraddizione è strutturale e più seria. Ovvero il centrodestra e la stessa destra, in senso stretto, hanno al loro interno  posizioni divergenti sul rapporto da tenere con l’Unione Europea; frattura strategica questa che passa dentro la Lega e che spiega la contraddittorietà delle contorsioni salviniane.

Nelle settimane scorse i portavoce dell’antiberlusconismo, dalla Repubblica al Fatto Quotidiano fino al Manifesto, stavano già scaldando i motori per riprendere la litanìa antiberlusconiana che ha sempre preparato le svolte a destra della cosiddetta “sinistra”.

Qualcuno lo ha fatto per calcolo politico, altri per una visione distorta delle dinamiche politico-istituzionali, ma certo quello che si stava per mettere in moto è la solita coazione a ripetere. Coazione funzionale a compattare contro un nemico esterno e per preparare l’elettorato del centrosinistra a ingoiare un ulteriore numero indefinito di rospi, come invitò a fare lo stesso “Manifesto” in altri tempi.

Dunque, dopo la sceneggiata dell’allegra compagnia del centrodestra, torna al centro la candidatura “seria” di Mario Draghi. Ma anche in questo caso bisogna leggere i sommovimenti che preludono alle scelte che verranno fatte, e che spesso non sono visibili, anche per la cortina fumogena che alza la stampa mainstream.

Il primo e più rilevante di questi è indubbiamente l’intoccabile tutela degli interessi e dei parametri della UE. Forse è sfuggita ai più la dichiarazione che ha fatto il Commissario francese UE Breton il 13 gennaio scorso: “dopo l’Europa della democrazia e l’Europa del mercato, apriamo ora la strada a un’Europa del potere”. Parlare perciò di presidenza della Repubblica, di governo Draghi, di nuovo governo o di elezioni anticipate significa capire in primo luogo il contesto in cui questi “fenomeni” avvengono.

Sembrerebbe, perciò, che ora l’ascesa al Quirinale di Draghi sia inarrestabile. Ma c’è un “Ma”!

Infatti a questo punto si pone il problema, da tutti rilevato, della tenuta di un nuovo governo e del rischio di elezioni anticipate, che farebbero saltare l’equilibrio politico raggiunto con la UE ed i vantaggi avuti con il PNRR. Su questo Berlusconi è stato chiaro: “Draghi deve rimanere al governo per salvare la stabilità e la patria”.

Qui di nuovo si insinua la debolezza della Rappresentanza Politica in un paese in cui la disgregazione sociale si è accentuata grazie alle politiche attuate da tutte i partiti nella cosiddetta Seconda Repubblica.

Detto in termini pratici: avere Draghi presidente della Repubblica e fare un governo diretto da una personalità diversa probabilmente, segnerebbe il ”liberi tutti” e l’occasione di rivincita delle varie forze di centrodestra, uscite scornate da quest’ultimo giro di valzer, per andare alle elezioni e per affrettarsi ad accaparrare più voti possibili sperando di fare un loro governo, coscienti di essere le forze più rappresentative nella società italiana.

Quella cui si sta andando incontro è perciò una contraddizione apparentemente insanabile in cui il centrodestra, uscito politicamente sconfitto, potrebbe rompere i giochi e tentare di risalire la china con un effetto domino che si ripercuoterebbe anche a livelli della UE.

Poiché sappiamo che le vie del signore sono infinite, c’è un altro scenario da prendere in considerazione e che non farebbe saltare i giochi fatti finora. L’opposizione a Draghi presidente non viene solo da Berlusconi, anche se qualcuno pensava che nel ritiro avrebbe rilanciato Draghi, ma anche da  una parte del M5S e forse anche di una parte del PD.

Da alcuni giorni si parla su diversi versanti di “rosa dei candidati super partes”, di candidature femminili ed altre possibili soluzioni… Insomma di soggetti diversi da Draghi, che dovrebbe perciò continuare a fare il presidente del consiglio per garantire la governabilità, ma anche per il banale “tirare a campare” da parte dei parlamentari fino al 2023, interessati a portare a termine la “propria” legislatura, con i conseguenti benefici.

Insomma, la soluzione che si può intravvedere e è quella dell’elezione di un “Re Travicello” che faccia contenti tutti e Draghi che continua fino a fine legislatura, magari con la prospettiva di tornare al suo “naturale” ruolo continentale nel ’24 con l’elezione del nuovo presidente della Commissione Europea.

Non è una previsione, non siamo in grado di farne, ma è una possibilità.

*Rete dei Comunisti

giovedì 30 dicembre 2021

CONFUSIONE TOTALE

E' chiaro ormai a tutti che il governo nel caso della prevista quarta ondata e sicuramente non ultima stia lavorando in maniera confusa e casuale,e nemmeno in questo caso la comunità scientifica se la stia cavandosela all'altezza con scelte fatte a spanne che seppur dettate da modifiche del coronavirus ormai giornaliere non riesce ad azzeccarne due di fila.
Tra quarantene azzerate per l'ordine di Confindustria(madn coronavirus-colpa-nostra(?) ),tracciamenti ormai impossibili da fare,prolungamento delle vacanze scolastiche e caos amplificato dai mass media che fanno terrorismo mediatico con conseguente code agli hub e alle farmacie per i tamponi,l'esecutivo si è dimostrato ulteriormente più preoccupato per l'economia che per la salute dei cittadini quando basterebbe rendere obbligatoria la vaccinazione.
I telegiornali solamente ad inizio mese parlavano con la bocca dei politici di quando siamo belli e bravi in quanto in Italia i casi erano poche migliaia mentre Germania,Francia e Uk erano decine di migliaia,e a meno di un mese ci ritroviamo dall'altra parte in una situazione più caotica degli altri Stati membri europei.
L'articolo di Contropiano(il-governo-nel-pallone-abolisce-di-fatto-la-quarantena )sancisce il totale fallimento a poco meno di due anni dall'emergenza Covid-19 di tutta una politica che fa del profitto l'unico faro cui rivolgersi,con la salute privata che si sta facendo le palle d'oro sulla pelle dei malati e con i comitati scientifici che pure loro hanno colpe sulle varie fasce d'età che vengono via via colpite e con una campagna vaccinale che pur se ha raggiunto un'alta percentuale è ancora ostaggio di tamponi ad ogni variante che salta fuori,e ce ne saranno altre che periodicamente si svilupperanno,e ciò dovuto soprattutto a quelli che non hanno mai accettato il vaccino,che seppur zoppicante rimane l'unico baluardo contro la malattia,in un paese come detto in soqquadro e qui in Lombardia veramente ancora molto peggio.

Il governo nel pallone: abolisce di fatto la quarantena.

di  Dante Barontini   

Allora, diciamola in modo semplice: i governi occidentali, compreso quello italiano, di fronte al moltiplicarsi incontrollabile dei contagi scelgono di diminuire i periodi di quarantena in caso di contatto con portatori accertati del Covid, in qualsiasi variante si presenti.

Lo fanno – e lo dicono apertamente – per impedire che il contagio generalizzato della popolazione porti al sostanziale blocco dell’economia. Visto che, come sta accadendo in molti settori, la necessità di mettersi in isolamento impedisce a un numero crescente di persone di andare a lavorare.

Per di più, un incapace cronico messo a guidare la pubblica amministrazione pretende che i dipendenti pubblici in smart working – quindi a minore rischio di esposizione e di contagio attivo – tornino immediatamente al lavoro “in presenza”. Evidentemente il virus gli piace…

Il ministro dell’istruzione, appoggiato dal super presidente del consiglio, esclude che alla scadenza delle vacanze natalizie gli studenti possano evitare di ammassarsi nuovamente dentro edifici scolastici che dopo due anni non hanno ricevuto alcuna manutenzione adattativa al Covid.

Questo nonostante che i dati riferiscano che ormai il contagio passa soprattutto attraverso le fasce giovanili semi-risparmiate dalla prima variante originale (“Wuhan”).

Qualsiasi virologo o epidemiologo, da due anni a questa parte, ci spiega che per impedire i contagi – e lo sviluppo delle “varianti” – bisogna fare l’esatto opposto. Ma il Pil è sacro e molti scienziati fanno poi come il prof. Mindy in Don’t look up: si adeguano, ammorbidiscono, “conciliano”, trovano compromessi…

Quel che è venuto fuori da un Consiglio dei ministri particolarmente complicato, dopo uno scontro altrettanto duro con e dentro il Cts, è un elenco di misure più cervellotiche non si può. Vediamole: 

“Nuove misure in merito all’estensione del Green Pass Rafforzato (che si può ottenere con il completamento del ciclo vaccinale e la guarigione) e le quarantene per i vaccinati.

Dal 10 gennaio 2022 fino alla cessazione dello stato di emergenza, si amplia l’uso del Green Pass Rafforzato alle seguenti attività:

◦alberghi e strutture ricettive;

◦feste conseguenti alle cerimonie civili o religiose;

◦sagre e fiere

◦centri congressi

◦servizi di ristorazione all’aperto

◦impianti di risalita con finalità turistico-commerciale anche se ubicati in comprensori sciistici

◦piscine, centri natatori, sport di squadra e centri benessere anche all’aperto

◦centri culturali, centri sociali e ricreativi per le attività all’aperto.

Inoltre il Green Pass Rafforzato è necessario per l’accesso e l’utilizzo dei mezzi di trasporto compreso il trasporto pubblico locale o regionale.”

Ognuno di voi può agevolmente trovare altre decine di occasioni altrettanto favorevoli per la circolazione del virus – a cominciare dai luoghi di lavoro – che non sono menzionate.

Ma non è neanche questo l’aspetto più eclatante. La gestione delle quarantene, infatti, sfida contemporaneamente le leggi della logica, quelle della comunicazione e – ovviamente – quelle della salute pubblica.

“Il decreto prevede che la quarantena precauzionale non si applica a coloro che hanno avuto contatti stretti con soggetti confermati positivi al COVID-19 nei 120 giorni dal completamento del ciclo vaccinale primario o dalla guarigione nonché dopo la somministrazione della dose di richiamo.

Fino al decimo giorno successivo all’ultima esposizione al caso, ai suddetti soggetti è fatto obbligo di indossare i dispositivi di protezione delle vie respiratorie di tipo FFP2 e di effettuare – solo qualora sintomatici – un test antigenico rapido o molecolare al quinto giorno successivo all’ultima esposizione al caso.

Infine, si prevede che la cessazione della quarantena o dell’auto-sorveglianza sopradescritta consegua all’esito negativo di un test antigenico rapido o molecolare, effettuato anche presso centri privati; in tale ultimo caso la trasmissione all’Asl del referto a esito negativo, con modalità anche elettroniche, determina la cessazione di quarantena o del periodo di auto-sorveglianza.”

Vedete un po’ voi se è possibile lasciare una materia del genere al caso (alla freddezza e responsabilità dei singoli, magari pressati da datori di lavoro che non vogliono perdere neanche una frazione di prodotto, necessità o menefreghismo vari, ecc). 

Tanto più che vengono considerati “buoni” per uscire dalla quarantena test antigenici rapidi – diventati nel frattempo quasi introvabili, come anche quelli molecolari – che sono valutati “inaffidabili” per la verifica certa, o no, del contagio. E quindi per entrarci. 

Di fatto, e come sempre, si cerca di andare avanti addebitando gli insuccessi inevitabili di una strategia demenziale ad una minoranza altrettanto demenziale che rifiuta il vaccino in nome delle teorie più strane, oltre che per paura. 

I “no vax” sono da questo punto di vista utilissimi, e nessuno si cura di far notare che con l’obbligatorietà vaccinale verrebbe a crollare anche questo diversivo del governo.

Si è tentati di descrivere questo esecutivo come un branco di sciamannati qualsiasi, ma sappiamo bene che questa sciatteria e confusione sono il risultato di scelte sciagurate fatte nel corso degli ultimi due anni. E che ora vengono non solo confermate, ma addirittura aggravate.

Frutto maturo, insomma, di una strategia suicida: “convivere con il virus”.

Abbiamo spesso contrapposto a questa emerita cazzata la strategia molto diversa adottata dalla Cina, ma anche da altri paesi, non necessariamente socialisti (o diversamente socialisti): isolare i focolai al primo manifestarsi, testare tutta la popolazione in quella determinata area, individuazione e tracciamento dei contagiati, isolamento reale – non “fiduciario” – fino a guarigione. Poi, una volta prodotti i vaccini, anche vaccinazione di massa.

All’inizio si poteva fare anche qui, e con i primi focolai era anche stato fatto (Codogno, Vò Euganeo, ecc). Ma immediatamente si alzarono i vampiri di Confindustria, preoccupati di perdere qualche briciola di profitto per qualche mese; impedirono perciò  la dichiarazione di “zona rossa” per Bergamo e la Val Seriana, condannando a morte un numero ancora imprecisato di persone in quella zona e permettendo così al virus di dilagare in tutta Italia.

Non che gli altri paesi occidentali abbiano fatto qualcosa di diverso. Ognuno ha proseguito con il suo personale “io speriamo che me la cavo”, rassegnandosi ad adottare misure di contenimento solo quando gli ospedali arrivavano al limite dell’esplosione.

Oggi le strategie iniziali non sono più possibili. Il virus è ovunque, e muta continuamente. Anche il fatto che la “variante omicron” sia dipinta come “più contagiosa, ma meno letale” – pur in assenza, per il momento, di studi che lo confermino con qualche precisione – viene utilizzato per “allentare” ancora di più le misure di sicurezza.

A conti fatti, per quanto spannometrici (in assenza, ripetiamo, di studi definitivi), se il numero dei contagi si moltiplica per cinque – come detto da autorevoli virologi, per quanto “morbidi” con i rispettivi governi – anche quei “pochi morti in percentuale” che questa variante provoca sono da moltiplicare per cinque. 

Insomma, alla fine, in numeri assoluti – che sono quelli che contano – ospedalizzati e morti saranno più o meno gli stessi: una marea.

Persino l‘Organizzazione mondiale della sanità, che certo non brilla per rigore scientifico, ha dichiarato che la riduzione del periodo di quarantena decisa in alcuni Paesi, tra cui l’Italia, è “un compromesso” tra il controllo dei contagi e la necessità di far andare avanti le economie. 

Se il virus fosse un nemico “ragionevole”, sarebbe anche una scelta logica. Purtroppo non ragiona; si replica all’infinito, finché può. Bisogna combatterlo, non “conviverci”. Altrimenti non ne usciremo mai.

Questo è quel che accade dove “la politica” – con o senza “i migliori” – è un cameriere al servizio delle imprese private, in cui dunque sono le loro esigenze immediate a determinare scelte altrettanto di breve respiro, che producono catene di problemi che si aggrovigliano nel tempo e diventano irrisolvibili con criteri “normali”.

Inutile far notare che dove è invece la politica – e la ricerca scientifica – a dettare l’agenda e le strategia, non stranamente l’economia va molto meglio, nonostante la pandemia, i lockdown e le eccezionali misure di prevenzione adottate anche in casi numericamente minimi.

Un esempio di questi giorni. A Xi’an, a dicembre, sono stati registrati 330 casi di contagio. Per questo i 13 milioni di abitanti della città sono stati messi in lockdown, chiusi in casa, con un esercito di volontari che porta loro da mangiare e un esercito di medici-infermieri che fa il tampone a tutti. 

Con questo metodo, adottato ormai da due anni, si isolano rapidamente i pochi casi, si curano a seconda della gravità in ospedale o a casa, e in meno di un mese quella città torna in genere alla piena – e vera – normalità.

Un metodo che funziona dal punto di vista della salute pubblica (solo 5.000 morti in due anni, in una popolazione di 1,4 miliardi di persone). 

Ma che funziona anche dal punto di vista dell’economia: la crescita cinese ha rallentato nel 2020, anno peggiore per Pechino, ma non è in nessun momento diventata recessione (due trimestri consecutivi negativi). E la ripresa è stata molto forte, molto più anche di quella “miracolosa” fatta segnare – ma solo per quest’anno – dall’Italia (+6,8%).

Ma che strano… Se la popolazione è in salute si produce di più e meglio….

Qualcuno lo spieghi a Confindustria e Draghi. E a tutti i neoliberisti che appestano questo mondo…

venerdì 17 dicembre 2021

LA NATO CONTRO LA CINA E LA RUSSIA

 


L'incontro bilaterale tenutosi negli corsi giorni tra Russia e Cina,rappresentati dai due presidenti Putin e Xi Jinping,ha mostrato agli Usa ed al mondo occidentale atlantista in generale che i due Stati non stanno certo a guardare all'arroganza ed alla presunzione sfociate giornalmente in pure minacce soprattutto dagli Stati Uniti,e che la loro alleanza è sempre più stretta e su vari campi.
Le sanzioni promesse se non un vero e proprio intervento militare contro le due potenze alternative all'influenza della Nato per via di Ucraina e Taiwan,solamente per citare i due ultimi pretesti,non piacciono molto ai due leader che stanchi delle continue vessazioni intensificano la loro collaborazione economica,logistica e sociale,lasciando trapelare il fatto che se ci fossero ingerenze militari dirette sarebbero pronti a rispondere.
L'articolo di Contropiano(vertice-putin-xi-jinping )analizza le strategie proposte e decise nel vertice che penso abbia impressionato le potenze occidentali,che da anni con manovre militari ed alleanze(vedi l'ultima nata Aukus tra Australia,Gran Bretagna e Stati Uniti per cercare di intimorire la Cina),anche se all'interno della stesa Russia e Cina i dubbi e le incertezze esistono e si è cercato di renderle meno pressanti.

Vertice Putin-Xi Jinping. Russia e Cina delineano il loro campo strategico.

di  Alessandro Avvisato   

I leader di Cina e Russia, nel vertice bilaterale di ieri si sono pubblicamente impegnati a rafforzare i loro legami nel contesto di relazioni sempre più tese con il blocco euroatlantico.

Il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo cinese Xi Jinping si sono incontrati mentre entrambi i paesi sono coinvolti nel peggioramento dei rapporti con gli Stati Uniti e i loro alleati. La Russia è accusata di pianificare un attacco totale alla vicina Ucraina, cosa che Mosca ha sempre negato. Si è anche speculato sul fatto che la Cina potrebbe ordinare un’operazione militare per prendere Taiwan, che Pechino insiste a ritenere suo territorio sovrano, nonostante sia stato fuori dal suo controllo negli ultimi sette decenni.

Xi Jin Ping ha descritto Putin come il suo “migliore amico” e uno dei più stretti alleati della Cina sulla scena mondiale, riaffermando che i due paesi sono uniti di fronte alle sanzioni e alla pressione politica occidentale.  Tuttavia, fa notare Russia Today, nonostante la crescente cooperazione militare ed economica, un certo numero di analisti ha sottolineato che le due potenze sono molto meno integrate di blocchi come la NATO.

“La Cina e la Russia devono alzare la voce sulla governance globale e fornire soluzioni pratiche e praticabili per le sfide globali come la lotta contro la pandemia e il cambiamento climatico” ha affermato Xi Jinping osservando che entrambe le parti dovrebbero salvaguardare fermamente l’equità e la giustizia internazionali. “Dovremmo opporci fermamente agli atti egemonici e alla mentalità della Guerra Fredda con il pretesto di ‘multilateralismo e regole'”, ha ribadito Putin.

Putin ha affermato che la Russia è disposta a continuare a rafforzare la cooperazione con la Cina nei settori del commercio, del petrolio e del gas, della finanza, dell’aviazione e dell’industria aerospaziale. collegare l’Unione economica eurasiatica con la Belt and Road Iniziative proposta dalla Cina e rafforzare la cooperazione per combattere la devastante pandemia.

Secondo il ministro degli esteri cinese  i due paesi “sono sempre stati i pilastri della pace e della stabilità nel mondo” e “più il mondo è instabile e turbolento, più la cooperazione tra Cina e Russia sarà decisiva”.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha detto ai giornalisti ha descritto come ora “molto teso”  lo scenario europeo, scenario  che richiede “una discussione tra alleati, tra Mosca e Pechino”. La Russia ha accusato gli Stati occidentali di destabilizzare la regione verso i suoi confini, mentre i politici americani hanno sostenuto che Mosca rappresenta una minaccia esistenziale per l’Europa orientale.

Il funzionario russo ha aggiunto che i due capi di stato percepiscono  una “retorica molto aggressiva sia della NATO che degli USA”. A  ottobre, le navi da guerra russe e cinesi hanno unito le forze per la prima volta per organizzare una missione di pattugliamento nell’Oceano Pacifico. Le esercitazioni sono arrivate poco dopo la rivelazione del patto militare sostenuto da Washington con la Gran Bretagna e l’Australia, noto come ‘AUKUS’, che è stato ampiamente pubblicizzato come progettato per contrastare l’influenza della Cina nella regione.

Cui Heng, un esperto del Centro di studi russi della East China Normal University di Shanghai, ha dichiarato mercoledì al Global Times che “La Cina svilupperà i suoi legami con la Russia in modo pragmatico, soprattutto perché sia ​​Cina che Russia hanno legami difficili con gli Stati Uniti e alcuni altri paesi occidentali”.

Sia la Russia che la Cina stanno cercando sempre più di allontanarsi dall’uso del dollaro USA come valuta principale del commercio internazionale, usando le loro denominazioni per sostenere il crescente volume di scambi tra i due paesi. In questo modo, secondo il ministro degli Esteri russo Lavrov,  i due paesi potrebbero mettersi al riparo dal rischio di sanzioni e rivalità politiche “passando a regolamenti in valute nazionali e in valute mondiali, alternative al dollaro”, aggiungendo che “dobbiamo allontanarci dall’uso di sistemi di pagamento internazionali controllati dall’Occidente”.

Ma l’abbraccio strategico tra Russia e Cina, con motivazioni piuttosto diverse, suscita ancora qualche perplessità, sia in Russia che in Cina.

Secondo Russia Today alcuni analisti sostengono che Mosca rischia di essere “nanizzata” dalle dimensioni dell’economia di Pechino, mentre altri insistono che la crescente influenza della Cina in Asia centrale, anche nelle ex repubbliche sovietiche come il Kazakistan e l’Uzbekistan, potrebbe entrare in collisione con la sfera di interessi della Russia.  Andrey Denisov, ambasciatore russo in Cina, ha scritto a giugno che “credo che un’alleanza formale, specialmente militare-politica, non sia lo schema più ottimale per le relazioni tra due potenze come Russia e Cina”, ma ha anche insistito sul fatto che le due nazioni possono avere relazioni produttive senza intrecciarsi profondamente per combattere un nemico comune.

mercoledì 15 dicembre 2021

TUTTI A PARLARE DELLE DISUGUAGLIANZE

Sulla bocca dei politici,e solo su quella,la parola disuguaglianza troneggia negli ultimi periodi,partendo dai vari esponenti politici di tutte le solfe arrivando al premier Draghi e al Presidente Mattarella,e nessuno escluso parla di questo termine in maniera positiva.
Ma da qui ad agire per allentare la forbice tra i ricchi ed i poveri,tra i potenti e chi non ha nulla,non si è visto ancora niente,nella lunghissima ed eterna campagna elettorale che comprende in queste settimane anche la carica del nuovo Presidente della Repubblica.
L'articolo di Contropiano(la-disuguaglianza-e-una-scelta-politica con relativi schemi)parla dapprima delle disuguaglianze a livello mondiale con il nord e sud del globo che hanno differenze molto forti,e nel proseguo del contributo relativo all'Italia tali divergenze sono allo stesso modo elevate con il potere patrimoniale racchiuso nelle mani di pochi.
L'accozzaglia parlamentare,minoranza compresa,guai a parlare di redistribuzione della ricchezza e di tassazione patrimoniale,anzi si vedono manfrine inaccettabili tra i vari politicanti che si annusano e si leccano come mai capitato prima:vedere i democristiani(più che democratici)lisciarsi il pelo con i fascisti è vomitevole e irriguardoso verso la recente storia italiana.
La logica del profitto,del vogliamoci bene,del portare avanti scelte per il bene comune hanno stancato se non inorridito milioni di italiani che aumenteranno ancor più il numero degli scontenti e dei non votanti alle prossime elezioni vista l'inettitudine e la malafede di chi è stato mandato a decidere le sorti del paese.

La disuguaglianza è una scelta politica.

di  Coniare Rivolta *   

Il 7 dicembre scorso è stato rilasciato il World Inequality Report per il 2022, un rapporto che traccia il quadro della disuguaglianza di reddito e ricchezza a livello internazionale. La situazione che emerge è quella di un mondo caratterizzato da diseguaglianze feroci, sia tra Paesi che all’interno dei Paesi. 

In altre parole, le disparità di reddito e ricchezza sono forti e persistenti sia tra Nord e Sud del mondo, sia tra individui all’interno di ciascuna economia nazionale. Niente di nuovo sotto il sole, purtroppo.

Partiamo da una prima fotografia globale, facendo tuttavia una preliminare distinzione. Con il termine ‘ricchezza’ intendiamo l’ammontare di risorse che, in un determinato momento, un soggetto possiede. 

Con il termine ‘reddito’ intendiamo invece l’ammontare di risorse che, in un preciso intervallo di tempo (generalmente, un anno), giunge nelle mani di un soggetto per effetto del proprio apporto al processo produttivo: un lavoratore, ad esempio, riceverà come reddito il salario derivante dal proprio lavoro; un capitalista riceverà il profitto derivante dalla propria attività d’impresa; il proprietario di un immobile locato percepirà come reddito i canoni di affitto dell’inquilino. 

Certo, seppur stiamo parlando di due concetti differenti, è facile immaginare che le due grandezze si parlino: un basso livello reddito non contribuirà ad accrescere in misura rilevante la ricchezza di un individuo (perché questi non potrà permettersi di risparmiare risorse in ammontare considerevole), e soprattutto non gli permetterà di godere nel presente di un buon tenore di vita, in quanto potrà permettersi un ammontare più basso di beni e servizi.

Bene, il report in questione analizza la disuguaglianza attraverso le lenti di entrambe le dimensioni appena introdotte: reddito e ricchezza. Se, tornando al rapporto (Figura 1), consideriamo la distribuzione dei redditi e della ricchezza su scala mondiale, scopriamo che la metà più povera dei cittadini del mondo (bottom 50% nella figura, in blu) arriva a raggranellare solo l’8% del reddito totale, e a possedere appena il 2% della ricchezza complessiva. 

Dalla parte opposta, il 10% più ricco (top 10% nella figura, in rosso) è oggi in grado di accaparrarsi il 52% del reddito mondiale, e addirittura possiede il 76% della ricchezza. Dati che fotografano una situazione di fortissima disuguaglianza.

A un livello di analisi più specifico, il documento indica che i livelli di disuguaglianza non sono gli stessi nelle diverse aree del mondo. L’Europa, per esempio, mostra ancora una distribuzione del reddito meno diseguale rispetto agli Stati Uniti e, soprattutto, rispetto alle aree più povere del pianeta, come il Medio Oriente (MENA), il Nord Africa e l’Africa Sub Sahariana.

Nonostante la crisi che stiamo vivendo sulla nostra pelle, la situazione è molto peggiore in altre parti del mondo, e parte di questa tendenza è attribuibile alla sopravvivenza di qualche residuo di stato sociale e di tutela del lavoro che in altre parti del globo non sono mai esistite o sono completamente scomparse..

Tuttavia, la vicenda si fa ancora più interessante una volta che si sposta il focus sul livello nazionale delle disuguaglianze, e soprattutto sulle macrotendenze storiche che hanno caratterizzato la dinamica delle disuguaglianze di reddito e ricchezza in Italia.

Partiamo dal primo punto. Anche in questo campo, il Belpaese primeggia. Per quanto concerne la distribuzione del reddito, la metà più povera degli italiani riesce a racimolare appena il 20% del reddito prodotto, mentre il 10% più alto ne raccatta un cospicuo 32%. 

Passando alla distribuzione della ricchezza, la metà che sta in basso detiene una quota che non supera il 10%, mentre al top 10% è riconducibile il 48% della ricchezza complessiva. Quasi la metà! Senza contare che il top 1% (l’uno percento più ricco della popolazione) detiene il 18% della ricchezza nazionale.

Come è stato possibile? Questo è l’aspetto più interessante del rapporto, che consente di cogliere in una singola immagine la storia che ci ha condotto verso questa situazione drammatica. 

Nella Figura 3 è riportato l’andamento, in Italia, della quota di reddito riconducibile al 10% più ricco e al 50% più basso della distribuzione nel corso del secolo scorso e fino al 2020. 

Come si può osservare, fino agli anni ’70, l’andamento è decrescente per i redditi più alti e crescente per la metà più bassa della distribuzione, tanto che in questo decennio avviene un sorpasso, comunque non entusiasmante, con la quota riconducibile al 50% più basso dei redditi che supera quella del top 10%. 

Viceversa, dai primi anni ’80 questa tendenza convergente si inverte in maniera permanente e, dopo il controsorpasso, la distanza continua ad aumentare fino ai giorni nostri. In altri termini, fino agli anni ’70 la parte meno agiata della popolazione era riuscita ad accaparrarsi fette sempre più ampie del prodotto sociale, mentre dagli anni ’80 in poi i più ricchi hanno visto sempre più aumentare i loro redditi.

L’andamento della distribuzione della ricchezza va ancora peggio e questo è bene sottolinearlo, anche in considerazione del fatto che l’Italia è uno dei primissimi Paesi al mondo per rapporto tra ricchezza privata e reddito nazionale. 

Tale indice è esploso dal 250% del 1970 al 650% del 2010 (oggi siamo intorno al 700%) e sta ad indicare che la distribuzione della ricchezza è particolarmente importante per valutare la distribuzione complessiva e dunque le disuguaglianze nel nostro Paese.

Come si spiega questo andamento? Quali politiche si sono consolidate e rafforzate in particolare a partire dagli anni ’80? Il documento esaminato afferma che la disuguaglianza – e la sua crescita – è una precisa scelta politica e non è inevitabile. 

Non a caso, in Italia (e in molti altri Paesi a dire il vero) prende il via da quegli anni un preciso percorso di deregolamentazione del mercato del lavoro e di libera circolazione su scala mondiale di merci e capitali, un copioso processo di finanziarizzazione, un progressivo smantellamento dello stato sociale e una sostanziale riduzione dei diritti dei lavoratori. 

Tali strumenti hanno rappresentato un formidabile dispositivo per le classi dominanti per invertire la tendenza di convergenza nella distribuzione del reddito e della ricchezza, instaurando una nuova fase caratterizzata dalla crescente precarizzazione del lavoro e dall’indebolimento delle organizzazioni sindacali. 

Si tratta di deliberate scelte politiche che hanno contribuito a ridurre la quota del prodotto che va al lavoro, ossia la porzione di reddito che i salariati riescono a portare a casa nel conflitto distributivo, e, in tal modo, ad aumentare anche le disuguaglianze di reddito e di ricchezza: esiste infatti una precisa correlazione tra la quota di reddito che va ai percettori di profitto e quella che va alle fasce più agiate della popolazione (in altri termini, non lo scopriamo oggi che i capitalisti sono di norma più benestanti dei lavoratori). 

Risultato: alla riduzione della quota salari si è accompagnata la parallela crescita della quota profitti, che è stata il motore vero e proprio dell’esplosione delle disuguaglianze a livello internazionale. Questo ragionamento vale specialmente per l’Italia, unico paese tra quelli dell’OCSE, dove dal 1990 al 2020 dove si è registrata una diminuzione (-2,9%) dei salari reali.

Davanti a questo quadro a tinte fosche, che fare? Politiche di redistribuzione (come, ad esempio, aumentare la tassazione su redditi alti e grandi ricchezze per finanziare la fornitura di servizi pubblici ai meno benestanti) sono senz’altro necessarie, ma potrebbero rivelarsi non sufficienti alla luce delle mostruose disuguaglianze esistenti. 

Occorre, pertanto, intervenire sulla la distribuzione primaria dei redditi, ossia garantire ai lavoratori un salario reale più elevato. Solo in questo modo verrebbero sostanzialmente intaccati gli enormi margini di profitto e le rendite che hanno contribuito, negli ultimi 40 anni, a polarizzare la ricchezza nelle mani di pochi. 

Per concludere, il miglioramento delle condizioni di vita per le classi subalterne passa in primo luogo per un aumento dei salari, e, in secondo luogo per forme di redistribuzione ex-post (da sole però non sufficienti), ma soprattutto, specie in un’ottica di lungo periodo, per una trasformazione del sistema economico nella direzione di una pianificazione e di una trasformazione in senso collettivo della proprietà. 

L’esatto contrario di quanto sta accadendo sotto la gestione Draghi, alfiere di un Governo di impronta liberista che mira a privatizzare quel poco che resta dei servizi pubblici, a tagliare la spesa sociale e a promuovere una riforma fiscale i cui frutti più prelibati saranno raccolti dalle classi medio-alte.

* Coniare Rivolta è un collettivo di economisti – https://coniarerivolta.org/

lunedì 6 dicembre 2021

DA MONTI A DRAGHI CON IL COLLE SULLO SFONDO

La discussione sempre più serrata sulla successione di Mattarella in seno alla Presidenza della Repubblica italiana vede il nome di Draghi,attuale premier,come possibile nuovo inquilino del Quirinale con una platea di possibili elettori sempre più ampia.
E vista la principale alternativa,Berlusconi,dopo che lalista degli altri possibili presidenti viene depennata giorno dopo giorno(ieri Prodi),Draghi appare al Pd un male minore,certo sempre un uomo di destra al potere che con un successivo governo potrebbe determinare un probabile cambiamento nel ruolo delle proprie funzioni.
Una virata verso una Repubblica presidenziale con un Presidente con ampi poteri in mano è sempre più sulla bocca di tutti,caldeggiata fortemente dalle destre che da decenni sentono più crescente la voglia di un uomo forte e potente al comando di una nazione,uno che se scelto male può fare solo danni.
E non è nemmeno questione di idee e decisioni,la sola immagine di un leader con in mano tanto potere fa paura qualunque nome possa saltare fuori,è una questione di decenza in uno Stato che storicamente è andato in malora quando un uomo solo ha deciso per tutti.
Nell'articolo di Contropiano(la-troika-vuole-il-quirinale )si parla di questo e di altre storie della politica recente,nel susseguirsi catastrofico dei premier da Monti a Draghi,non che quelli in mezzo che se pur votati siano stati dei fenomeni,in una crisi prolungata di cui non si riesce a vedere nemmeno lontanamente la fine.
Da capire anche i cavilli che e se porteranno alla carica di Presidente Draghi riguardo la successione al governo con marchette politiche disgustose e cambi di poltrone cui siamo abituati e che ne vedremo di ancora peggio.

La Troika vuole il Quirinale.

di  Dante Barontini   

Una crisi costituzionale è il momento in cui le molte differenze – o aperte contraddizioni – tra la “costituzione reale” e quella “formale” di un Paese non sono più mediabili dal normale gioco politico.

In primo luogo perché poteri neanche previsti dall’impianto costituzionale originario sono diventati così forti e pervasivi da non tollerare più il vecchio abito “formale”, e premono senza più molti limiti per farsene cucire addosso uno nuovo, adatto alle proprie esigenze.

In secondo (e di conseguenza) perché i partiti politici non esistono di fatto più, liquefatti – nella propria funzione e ruolo – proprio da quei poteri che hanno scavato gallerie destabilizzanti nel vecchio edificio costituzionale, a forza di “ritocchi” che ne hanno compromesso la struttura.

Molti ricordano la “riforma del Titolo V” – responsabilità assoluta del Pd, o come si chiamava allora quella banda criminale – che ha “regionalizzato” molte competenze dello Stato centrale, a cominciare dalla sanità pubblica. 

L’effetto promesso era una “maggiore vicinanza agli interessi dei cittadini”, il risultato concreto è stato l’opposto (con intere aree del territorio ormai prive di strutture ambulatoriali, ospedaliere, di medicina territoriale).

Un deserto voluto, in cui ha potuto svilupparsi la privatizzazione della sanità e della stessa “politica”, ridotta a complicità con interessi aziendali espliciti o anche innominabili.

Ma neanche quella riforma è stata fatale per la “Costituzione nata dalla resistenza”, per quanto privasse tutti noi di un diritto certo esigibile in egual misura in qualsiasi angolo del territorio nazionale.

Fatali sono state invece due altre “riforme” passate con l’approvazione pressoché unanime di tutte le bande presenti in Parlamento (464 sì, 0 no e 11 astenuti alla Camera, 255 sì, 0 no e 14 astenuti al Senato, in prima lettura).

Quella dell’articolo 81, che ora prevede: «Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali. Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte».

Si tratta dell’obbligo al pareggio di bilancio, che implica l’impossibilità di spendere in deficit per far fronte a situazioni di crisi e dunque vincola ogni possibile scelta politica – con qualsiasi maggioranza di governo – a rispettare un equilibrio ideale che nella realtà non esiste mai.

Ma ancor più decisiva e “distorcente” è la nuova versione dell’art. 119: “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea.”

L’”autonomia” di ogni istituzione della Repubblica italiana, ad ogni livello, è quindi subordinata per Costituzione alle decisioni “superiori” della UE. Una subordinazione che fissa – come si vede con le 528 “condizionalità” del recovery Fund – non soltanto i limiti di bilancio entro cui si possono prendere decisioni diverse, ma anche le priorità nelle decisioni di spesa e di entrate fiscali.

Con queste due norme “costituzionalizzate” l’autonomia del Paese è stata di fatto annullata. Possiamo mettere insieme una squadra per vincere i campionati europei in qualsiasi sport, ma non si può più scegliere quale destino, quali obiettivi, quali priorità sociali vogliamo soddisfare.

Sono vincoli politici imposti per via economica e con la forza dei trattati internazionali (non sottoponibili a referendum!), che inchiodano per sempre le scelte di qualsiasi governo futuro (anche “socialista”, in astratto) al ricettario classico del neoliberismo senza .sfreni adottato come marchio di fabbrica nella UE.

Ma se la politica è vincolata, è chiaro che la presenza di partiti tra loro diversi è un lusso che non ci si può più permettere. Ognuno dovrà e potrà promettere in campagna elettorale solo quello che effettivamente può fare (nulla o quasi, sulle questioni economiche essenziali, decise preventivamente dalla UE) o qualcosa di abbastanza shoccante sulle questioni che costano poco (diritti civili sì o no, trattamento dei migranti, sia regolari che non, politiche securitarie… robetta così, insomma). 

Poi, certo, si può promettere la luna in qualsiasi campo. Ma dopo dieci anni – tanti ne sono passati da quest’ultima riforma costituzionale, fatta su ordinazione durate il governo di Mario Monti – è chiaro anche per un terrapiattista che si tratta solo di chiacchiere.

Ma una classe politica che non ha più la possibilità di decidere nulla sulle questioni strategiche  – politiche economiche e industriali, alleanze militari o diplomatiche, ecc – inevitabilmente decade al livello dell’amministrazione di condominio. Con le “qualità”, la “lungimiranza”, l’”autonomia decisionale” e persino lo stile linguistico di un’assemblea di condominio.

E’ a questo punto che arriva l’investitura di Mario Draghi come monarca pro tempore del vicereame d’Italia. E’ stato un componente fondamentale della Troika che ha distrutto la Grecia con un “esperimento” che doveva valere come monito per tutti i 27 paesi della Ue. A lui non c’è necessità di spiegare pazientemente cosa va fatto e cosa va distrutto….

L’arco temporale da assicurare sono i sei anni di durata del Recovery Fund (con le misure racchiuse nel Pnrr), con impegni che richiedono grande “stabilità” nella governance, altrimenti la “rivoluzione reazionaria neoliberista” prevista da quelle norme fissate in Trattati verrebbe messa a rischio.

Casualmente, questo arco temporale coincide quasi completamente con il nuovo settennato della Presidenza della Repubblica. Ed è meglio, molto meglio, per i poteri multinazionali ed “europeisti”, che il loro esponente Mario Draghi continui a guidare “la transizione” da quello scranno.

Non si può infatti rischiarlo in una normale competizione elettorale (nel 2023, a fine legislatura), perché la società spaventata e incazzosa potrebbe facilmente rovesciare anche su di lui il livore per un impoverimento crescente di cui non si vede il fondo né la fine. Potrebbe insomma fare la fine di Mario Monti, alle elezioni del 2013.

Dal Quirinale, invece, potrebbe continuare a formare governi – con chiunque e/o tutti dentro – per assicurare la continuità di una politica subordinata alle decisioni europee, ovvero del capitale multinazionale qui basato.

L’istituto della Presidenza ha del resto perso, nel corso degli anni, molte delle sue caratteristiche “notarili”, di puro rispetto formale delle decisioni politiche del Parlamento. Le antiche “esternazioni” di Francesco Cossiga furono probabilmente la prima manifestazione di questo mutamento di ruolo che è venuto consolidandosi negli anni. Ma sono nulla rispetto a quello che hanno poi fatto i suoi successori (Ciampi, Scalfaro, Napolitano, Mattarella), che hanno deciso quali governi potevano esser composti e quali invece stoppati, quali sostenuti e quali logorati.

Mario Draghi avrebbe insomma una lunga serie di precedenti cui appoggiarsi per mascherare quella che in ogni caso è una forzatura costituzionale verso il presidenzialismo di fatto.

Con due differenze importanti. 

Draghi al Quirinale significa mettere in pratica un trasferimento palese di poteri e prerogative dal Parlamento alla Presidenza della Repubblica. Rinviando alla prossima legislatura il compito di “formalizzare” questa trasformazione del Presidente in “super-capo del governo”, con una specifica “riforma costituzionale”.

I “precedenti” di protagonismo presidenziale sono stati in fondo tutti “necessitati” dall’impossibilità politica – in determinati momenti – di trovare soluzioni efficaci per tenere insieme interessi sociali in parte di dimensioni “nazionali” e vincoli europei.

L’insediamento di Re Draghi dovrà invece segnare una svolta decisa in direzione della prevalenza dell’”Europa”, come da art. 119.

Per far questo, però, bisognerà fare un’altra piccola serie di forzature costituzionali, alcune delle quali raccolte in un articolo dell’ultra-draghiana Repubblica, che vi riproponiamo. Ma, come detto all’inizio, se tra Costituzione Reale e Costituzione Formale si viene a creare una discrasia violenta, è sempre il potere della realtà a prevalere, scrivendo un “nuovo testamento” che gli stia a pennello.

E’ un golpe dei Palazzi, naturalmente. Una Restaurazione, contro ogni possibile – e necessaria – Rivoluzione. Che mette fuorilegge non tanto Keynes, quanto la Resistenza.

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Quirinale, se Draghi va al colle chi incarica il successore?

L’ipotesi doppia reggenza.

Tommaso Ciriaco – La Repubblica

Allo studio degli uffici tecnici dei vertici istituzionali i complicati incastri in caso di elezione del premier come presidente della Repubblica

ROMA – È una specie di rebus costituzionale. E ruota attorno ad un gigantesco dilemma: che succede se il Parlamento sceglie Mario Draghi come Presidente della Repubblica, creando l’inedita condizione di un premier che deve dimettersi nelle mani del Capo dello Stato a cui deve succedere? E che, nello stesso tempo, ha tra le sue principali prerogative quella di gestire la partita del suo successore a Palazzo Chigi? Un rompicapo difficile anche solo a pronunciarsi. Non a caso, nelle ultime settimane anche gli uffici tecnici dei vertici istituzionali si sono consultati, in modo informale e ufficioso. Scambiandosi opinioni, in linea puramente teorica. E scandagliando le possibili tappe di un percorso ordinato.

È un affascinante garbuglio che non può che richiamare l’attenzione degli esperti del Quirinale e della Camera dei deputati, il ramo del Parlamento chiamato a gestire l’iter dell’elezione del nuovo Presidente. A conoscenza delle possibili soluzioni tecniche sono ovviamente anche gli uffici di Palazzo Chigi. Qualcosa sembra ormai pacifico. Qualcos’altro resta in sospeso, per il momento.

Tre, in particolare, i quesiti a cui provare a dare risposta. Il primo: fino a oggi il presidente del Consiglio dimissionario è sempre rimasto in carica in attesa del giuramento del successore, stavolta le dimissioni di un premier eletto Capo dello Stato diventerebbero immediatamente esecutive? Se così è – e così sembra essere – sarebbe allora il ministro più anziano a succedere immediatamente al premier dimissionario? E soprattutto: chi gestirebbe le consultazioni per il nuovo esecutivo?

Alcuni punti fermi sembrano emergere. E vanno esplorati, partendo da un possibile percorso. Primo passo: il Parlamento elegge Draghi Presidente della Repubblica. Secondo: l’ex banchiere si reca al Quirinale per formalizzare dimissioni immediate. La sua elezione al Colle, infatti, dovrebbe essere considerata tra i casi di “impedimento temporaneo” di un premier, previsto dall’articolo 8 della legge 400 del 1988. Se così fosse, dovrebbe subentrare il ministro più anziano. Si tratta di Renato Brunetta, che guiderebbe il governo come fosse un “reggente”.

A quel punto, si aprirebbe una fase del tutto nuova per individuare il nuovo capo dell’esecutivo. E siamo al secondo bivio: chi guiderà le consultazioni, Mattarella o Draghi? Il percorso più lineare – ma anche tecnicamente articolato – dice: l’ex banchiere. Per farlo, serve una condizione prevista dall’articolo 91 della Costituzione: che abbia prestato giuramento da Presidente della Repubblica. Questo passaggio non potrà però avvenire, stavolta, contestualmente alla sua elezione, perché prima c’è da completare la transizione con Brunetta.

Se inoltre l’elezione di Draghi avvenisse prima del 3 febbraio 2022 – data di scadenza del settenato di Mattarella – occorrerebbero le dimissioni del Presidente per accelerare l’insediamento del nuovo Capo dello Stato. Dimissioni a cui seguirebbe la convocazione delle Camere e il giuramento in Aula. Anche facendo molto in fretta, ci sarebbe probabilmente la necessità di una seconda “reggenza”, quella al Colle. Magari anche solo di poche ore, affidata alla presidente del Senato Casellati.

Un incastro complicatissimo, come detto. A meno che l’elezione di Draghi al Colle non avvenga dopo il 3 febbraio. L’attuale Presidente, infatti – come ha ricordato il costituzionalista Michele Ainis su Repubblica – resta in carica anche oltre la scadenza, fino al giuramento del suo successore. Questo scenario dovrebbe evitare almeno il passaggio delle dimissioni anticipate. Non è escluso, tra l’altro, che Roberto Fico decida di convocare le Camere attorno al 26 gennaio, favorendo questo schema. L’alternativa, già circolata, è che si parta molto prima, tra il 18 e il 20 gennaio. In questo caso, è possibile che si proceda con un solo scrutinio al giorno, anche in chiave anti-Covid. Esiste teoricamente anche un’altra possibilità. Non è però priva di problemi, secondo alcune fonti addirittura insormontabili. Parte da una precondizione: l’accordo politico per eleggere Draghi dovrebbe essere accompagnato da un patto altrettanto solido attorno al nuovo premier.

La maggioranza di unità nazionale, insomma, oltre a votare Draghi assumerebbe contestualmente un impegno politico sul nuovo presidente del Consiglio. Se così fosse, Draghi potrebbe salire al Quirinale per dimettersi. E potrebbe essere il Presidente della Repubblica uscente a convocare immediatamente dopo la personalità a cui conferire l’incarico per Palazzo Chigi. In poche ore, giurerebbe con i suoi ministri. Si eviterebbe la reggenza, che sulla carta potrebbe anche durare mesi. Con il governo in sicurezza, inoltre, si potrebbe attendere anche la scadenza naturale del settennato. Questa strada, però, presenta un ostacolo. Sarebbe il Capo dello Stato uscente – e non quello appena eletto – ad assumere la decisione più rilevante fra quelle che gli spettano: la scelta del premier.

martedì 23 novembre 2021

I POVERI NON HANNO VOCE

Il discorso del Presidente Mattarella di qualche giorno fa incentrato sul lavoro e sulle disuguaglianze che ricchezza,sete di potere ed avidità comportano,non è stato minimamente preso in considerazione dalla politica visto che pure ai sindacati e entrato in un orecchio per essere uscito dall'altro.
Nel contributo di Contropiano(troppo-avidi-e-troppi-poveri )l'analisi dell'editoriale di un giornale che fa parte della borghesia storica italiana anche se ciclicamente ha avuto la pretesa di sporcarsi le mani(Corriere della sera)che commenta le parole di Mattarella che come ogni Presidente della Repubblica tace per quasi un settennato per poi svegliarsi al tramonto del mandato.
Già recentemente si era parlato di salari vergognosi(madn basta-agli-stipendi-ingiusti )cui vanno aggiunti i disoccupati,i ricattati ed il tragico e sempre attuale discorso sulla sicurezza lavorativa,dove non passa un giorno senza una vittima.

Troppo avidi e troppi poveri.

di  Pasquale Cicalese   

Sul Corriere della Sera, ieri, in prima pagina, c’è un’editoriale di Carlo Verdelli: Lavoro e povertà, il disagio che troppi non vedono. 

Verdelli riporta le parole durissime dell’altro giorno del Presidente Mattarella sul tema del lavoro che, dice Verdelli, non hanno avuto eco sindacale, politico o confindustriale, come se dovesse essere nascosto da tutti.

Verdelli riporta il dato per cui la maggior parte dei nuovi lavori è a tempo determinato, sottolineando, secondo le parole di Mattarella, che precarietà e frammentarietà aumentano le disuguaglianze. 

Inoltre riporta il dato che l’Italia negli ultimi 30 anni è stato l’unico paese europeo i cui salari sono diminuiti del 2,9%, con un ulteriore discesa nel 2020 del 6% dovuta alla pandemia. 

Cita il Commissario europeo al lavoro, Nicolas Schmitt, secondo il quale i salari annui italiani sono “molto bassi”. Ancora, riporta il discorso di Mattarella: “è un dovere inderogabile delle istituzioni, a ogni livello, combattere la marginalità dovuta al non lavoro, al lavoro mal retribuito, al lavoro nero, alle forme illegali di reclutamento che sfociano in sfruttamento, quando non in schiavitù inammissibili“. 

Infine Verdelli ricorda uno degli effetti più criminali di tutto questo: i tre morti sul lavoro ogni giorno. 

Di emergenza povertà parlava ieri, su Repubblica, anche Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa SanPaolo, 1350 miliardi di masse gestite, secondo il quale la prima sfida da affrontare, il problema numero 1, è la povertà. 

Ieri ho scritto dell’immane ricchezza e liquidità derivante dalla posizione finanziaria netta estera positiva per 90 miliardi. Una ragazza così ha commentato: “ci tengono a stecchetto.” 

Già, è proprio questo il problema. Ma ormai il panorama di lavoro schiavistico, di lavoro nero, di bassissimi salari, cozza – oltre che con la “sensibilità” generale – con gli interessi economici di una parte della borghesia italiana, che vorrebbe una modernizzazione socioeconomica all’altezza dei numeri del Paese. 

Mattarella ha un’enorme responsabilità per ciò che è accaduto negli ultimi 7 anni; ossia l’aver lasciato correre “gli spiriti animali” del capitalismo nostrano oltre il dovuto, fino a forme di schiavitù. E questo è ora il bilancio della classe dirigente che lui stesso rappresenta. Non è inutile ricordare che a questo processo regressivo non hanno posto alcun freno neanche i sindacati “complici”. 

Siamo immersi nella liquidità, c’è fin troppa ricchezza concentrata in troppe poche mani. Prendere coscienza di tutto ciò, rifiutare lo stato di cose presenti – quando oltretutto editoriali mainstream sono costretti a rilevare l’assurdità e le disfunzioni di questa situazione – è la prima cosa da fare.

venerdì 19 novembre 2021

L'USO POLITICO DEL MIGRANTE

La discussione sempre con toni molto minacciosi come mai accaduto nel passato recente riguardo la questione dei migranti ammassati ai confini europei sta assumendo connotati sempre più politici e sempre meno sociali giocando sulla pelle dei soliti disperati trattati sia come merce di scambio che carne da macello.
E' da ottusi non vedere e capire che dietro il braccio di ferro tra la Polonia e la Bielorussia ci siano interessi che con i flussi migratori non c'entrano nulla,con l'Ue che ha il fiato sul collo degli Usa che combattono la loro guerra contro la Russia cercando di accerchiarla lungo la linea che passa dal Mar Baltico al Mar Nero,gettando benzina sul fuoco ai confine tra la suddetta Polonia e gli Stati baltici,che negli ultimi anni sono le nazioni più avverse ai russi e per questo aiutate maggiormente per trarne benefici.
Che la situazione presso il confine bielorusso e polacco sia drammatica non è messa in dubbio,ma una reazione così velenosa e minacciosa dell'Europa non c'è mai stata per esempio nei confronti della Turchia o della Serbia e della Bosnia,dove sia come numeri che come trattamento dei migranti se ne sono viste di peggio(vedi:madn che-ci-sia-memoria-per-i-lager-di-ieri e di oggi e madn persone-usate-come-arma-di-ricatto ).
L'articolo di Contropiano(la-crisi-al-confine-europeo-mostra-il-vero-volto-della-ue )non parla direttamente dei fatti di cronaca,del gioco al rimpiattino tra le parti,delle minacce e della segregazione dei migranti e neppure dell'uso della violenza da parte delle polizie,ma fornisce per l'appunto uno punto politico che non sempre viene spiegato dai mass media nazionali che incentrano l'attenzione soprattutto sulla spietata Bielorussia ma anche sull'incapacità europea di trovare soluzione adeguate ad un problema che nei prossimi anni sarà sempre più pressante e potenzialmente tragico.

La crisi al confine europeo mostra il vero volto della UE.

di  Rete dei Comunisti   

La crisi apertasi al confine tra Bielorussia, Polonia e Lituania deve essere compresa all’interno delle dinamiche di accelerazione delle frizioni tra i diversi attori di differente taglia che ne sono coinvolti.

È un tassello di un quadro di più ampio respiro in cui si intrecciano differenti aspetti: la volontà della Russia di rispondere al suo accerchiamento da parte della NATO spalleggiando un proprio alleato, una risposta della Bielorussia ai tentativi dell’Unione Europea di delegittimarne il corso politico – a suon di sanzioni – dopo le elezioni dello scorso anno,  la spinta di parte anglo-americana di forzare l’UE ad un atteggiamento più risoluto nei confronti della Federazione Russa e non da ultimo i vari contenziosi che riguardano la Polonia e l’Unione Europea su un’ampia gamma di questioni su cui Varsavia e Bruxelles non sembrano giungere ad un accordo.

Giova ricordare infatti che la Polonia, insieme agli Stati Baltici, sono i più ostili a Mosca e quelli su cui gli anglo-americani puntano di più per minare la coesione all’interno della UE.

In questo rebus, la competizione rispetto alle risorse energetiche che transitano dalla Bielorussia non è affatto secondaria, ma quello che va colto in sé non è il casus belli particolare ma il contesto di accesa competizione che lo genera,  le dinamiche che sviluppa e le conseguenze nei rapporti di forza in un sistema di relazioni in cui è sempre più difficile, per gli attori in campo, governare le contraddizioni scatenate dalla crisi del modo di produzione capitalista.

In generale possiamo affermare che vi è una linea di faglia sempre più marcata che va dal Mar Baltico al Mar Nero che sarà sempre più teatro di sommovimenti, provocazioni, forzature e crisi diplomatiche per mutare gli equilibri dati, ma che per ora non sembrano cambiare radicalmente, anche se non sono da escludere precipitazioni belliche localizzate. 

L’ipotesi di un conflitto armato in questa linea di faglia che si prolunga in un arco di instabilità che arriva fino all’Asia Centrale e che comprende altri attori, in primis la Turchia, è sempre latente come ci dimostrano la guerra civile ucraina e la più recente escalation bellica tra Armenia ed Azerbaijan.

Naturalmente, come in altre occasioni, in questo caso tale contesa si gioca sulla pelle di una parte di quelle popolazioni che hanno subito la guerra guerreggiata o quella economica portata avanti dall’Occidente e dal suo modello di sviluppo: Iraq, Siria, Libano in primis.

L’unica colpa di queste persone “intrappolate” nei boschi che costituiscono i confini naturali tra i tre paesi coinvolti hanno è quella di avere perseguito un progetto di fuga da quei contesti resi sempre più invivibili anche da quegli Stati occidentali che hanno partecipato all’invasione militare, o alla destabilizzazione, dei paesi di provenienza degli immigrati. 

L’Occidente non si vuole accollare alcuna responsabilità rispetto alla gestione delle sue fallimentari campagne militari, in primis riguardo ai flussi di profughi che vengono ospitati per la maggior parte dai paesi confinanti: si tratti dell’Afghanistan, dell’Iraq o della Siria…

Naturalmente questo “effetto boomerang” li tange in maniera molto minore, ma ha comunque fornito una arma diplomatica importante a coloro che la usano come strumento di pressione in più sulle cancellerie europee.

Vogliamo concentrare l’attenzione su un aspetto che riguarda l’ulteriore sconfitta “ideologica” dell’edificio politico dell’Unione che non può più nascondere la sua propensione bellicista ed il suo processo di militarizzazione.

Innanzitutto i media nostrani faticano a relativizzare il cortocircuito, innescato dalla spregiudicata tattica bielorussa, tra la narrazione che l’UE da di sé e la realtà fattuale.

L’editoriale dell’“Avvenire” di questo martedì, a firma di Nello Scavo, coglie in pieno il profilo della fortezza Europa dove si pianta filo spinato e si alzano muri.

L’UE ha costruito un quarto dei muri eretti negli ultimi anni a livello mondiale per ciò che concerne il contenimento delle migrazioni forzate, e negli ultimi 30 anni si è dotata di oltre mille km di recinzioni in via di ampliamento. A questi si devono aggiungere i circa 500 chilometri che la Lituania ha deciso di puntellare con pali d’acciaio e filo spinato, mentre la Polonia ha preso la decisione di erigere un muro al confine bielorusso.

L’agenzia della UE Frontex, che però la Polonia ha deciso di non far intervenire con i suoi effettivi ai propri confini orientali, vedrà incrementati i suoi uomini dai 1.500 attuali a 10mila nel 2027, di cui 7mila distaccati dalle forze dell’ordine nazionali, e avrà nel bilancio un budget superiore alla maggior parte delle agenzie dell’Unione Europea: circa 5,6 miliardi di euro fino al 2027.

Tra i principali beneficiari saranno proprio le aziende dell’apparato militare industriale europeo e consociate, che diverranno organicamente la realizzazione di quegli auspicati campioni europei nella produzioni di beni e servizi.

Che la denuncia venga dalla prima pagina di un quotidiano cattolico, è un segnale di come oramai la pistola fumante dell’imperialismo della UE abbia sempre più difficoltà a nascondersi dietro alla retorica della pace e dell’accoglienza, e della supposta superiorità valoriale.

Ma i progetti di sicurezza ai propri confini e la proiezione della propria potenza all’esterno sembrano viaggiare a braccetto.

Infatti nel 2023 la UE darà vita alle sue prime manovre militari, come è stato rivelato dal quotidiano spagnolo “El Pais” questo lunedì,  acquisendo in via confidenziale il documento che è servito da base di discussione per il confronto tra i Ministri della Difesa e dell’Estero della UE per l’orientamento geostrategico dell’Unione nel prossimo decennio.

Nel documento di 28 pagine si può leggere espressamente che: “a partire dal 2023 organizzeremo in maniera regolare manovre, comprese manovre navali”. Questo è uno dei tanti obiettivi che – se il prossimo marzo verrà adottato questo documento dal Consiglio Europeo – guiderà la politica estera e la difesa della UE.

Sempre secondo questo testo, nel 2025 l’UE potrà contare su una forza d’intervento realmente operativa di 5000 militari, che potrà svolgere missioni di combattimento, e non solo di addestramento, e dal prossimo anno svolgerà manovre anche nel campo cibernetico.

In sintesi sono state messe “nero su bianco” le indicazioni emerse con forza dopo la sconfitta in Afghanistan accelerando il processo della difesa europea e di un ruolo più marcato della sua politica estera nella competizioni globale.

Come Rete dei Comunisti ciò che sta avvenendo ed un ulteriore conferma della necessità di una battaglia a tutto campo contro il polo imperialista europeo e la NATO, e la necessità di prefigurare l’uscita del nostro Paese dalla gabbia dell’Unione e dall’Alleanza Atlantica.