domenica 19 aprile 2020

TRA AUMENTO DEL DEFICIT E PATRIMONIALE


Perché la patrimoniale è giusta ed equa | Left
Mentre attendiamo risposte dall'Europa,tra Mes,Eurobond e altri aspetti di un mondo,quello finanziario,che è fatto per arricchire sempre e comunque il ricco ed estorcere denaro ai più poveri,il discorso del come si possano pagare tutti gli stanziamenti necessari sia in campo sanitario che in quello lavorativo per fronteggiare l'emergenza coronavirus,va avanti.
Ma con differenze sostanziali in quanto l'aumento del deficit per ora è la via più facilmente percorribile e che nel breve tempo non avrà ripercussioni tragiche,ipotesi che fino a febbraio di quest'anno era considerata puro tabù ma che invece ora è stranamente fattibile.
La via per una patrimoniale giusta,che il Pd in una maniera molto annacquata ha comunque avuto il coraggio di proporre(vedi il secondo contributo:www.repubblica.it/politica )che è una sorta di contributo di solidarietà per chi percepisce più di 80 mila Euro a scaglioni maggiori in base al reddito,è discussa soprattutto in ambienti extraparlamentari visto che anche forze che dovrebbero parlare di ciò(ad esempio Liberi e Uguali:madn liberi-da-cosa-e-uguali-chi? )e sono al governo se ne stanno zitti(vedi anche:madn il-capitalismo-comandasoluzioni alternative esistono ).
Forse per non aggravare le polemiche subito nate già all'interno della maggioranza stessa con i renziani ed i grillini contrari così come tutta l'opposizione che quando si parla di togliere i soldi ai ricchi parlano la stessa lingua.
Se ne parla nel primo articolo(contropiano la-giusta-patrimoniale-e-i-suoi-nemici ),abbastanza lungo ma l'idea di fondo è quella che non si attacca il reddito ma la ricchezza accumulata,con tanto di cifre e di idea di fondo che chi osteggia questo,i più grandi oppositori a questo tipo di prelievo,sono gli industriali e gli stessi politici finanziati da chi ha le proprie holding con residenza fiscale in paesi come Lussemburgo,Irlanda e Olanda,i paradisi a bassa tassazione che non versano contributi in Italia.

La giusta patrimoniale e i suoi nemici.

di  Coniare Rivolta* 
Siamo ancora nel pieno della tempesta, con l’emergenza sanitaria che continua a mordere. Ma problemi almeno altrettanto drammatici sono all’orizzonte, poiché si apre una fase di crisi economica in cui serviranno tantissime risorse per finanziare le misure di sostegno al reddito, di supporto all’occupazione e di rilancio dell’economia necessarie ad evitare un disastro sociale.

Una domanda sorge spontanea: come paghiamo il conto e chi lo deve pagare? Una delle possibilità ventilate è quella di un’imposta patrimoniale. Ma questa opzione è davvero possibile dentro il quadro istituzionale europeo? Cerchiamo di capirci qualcosa.

Un’imposta patrimoniale è una tassa che colpisce non il reddito delle persone, bensì la loro ricchezza accumulata. L’idea è quella di prendere i soldi lì dove stanno, nelle tasche dei ricchi, anziché sbattere il muso sul muro di gomma che le istituzioni europee hanno posto alla possibilità di ricorrere alla leva del debito.

La patrimoniale viene dipinta come la soluzione ideale per risolvere una vera e propria emergenza, evitando di scontrarci con i problemi sistemici che ci impongono dall’alto la scarsità delle risorse: sfuggire al ricatto del debito evitando di contrarre debito, e andando a prendere quelle risorse, in tempi brevissimi, direttamente a casa dei ricchi, o meglio sul loro conto in banca.

 Un’opzione che avrebbe il doppio effetto positivo di supplire al fabbisogno finanziario necessario e, allo stesso tempo, praticare una redistribuzione delle risorse dall’alto al basso: un potente strumento di gettito fiscale immediato e, contemporaneamente, di giustizia sociale.

Purtroppo, i ricchi sono ricchi anche perché non si lasciano prendere così facilmente e, come ci insegna anche la storia recente del nostro Paese, le imposte patrimoniali implementate fino ad oggi sono ricadute regolarmente sulla testa della classe lavoratrice.

Proveremo a spiegare che ciò avverrebbe verosimilmente anche in questo frangente, e principalmente in virtù della particolare architettura istituzionale dell’Unione Europea. Insomma, come vedremo, l’idea della patrimoniale disegnata per colpire i ricchi si scontra con una cornice istituzionale che è stata costruita esattamente per mettere i ricchi al riparo da qualsiasi rivendicazione: se vogliamo promuovere una giusta patrimoniale, capace di redistribuire risorse dall’alto verso il basso, non possiamo esimerci dal chiamare in causa i massimi sistemi, cioè quei Trattati europei che appaiono oggi, nel dramma dell’epidemia, come una vera e propria camicia di forza imposta al corpo sociale.

Una giusta patrimoniale è un’imposta disegnata in modo da colpire i grandi patrimoni, perché opererebbe una redistribuzione del reddito, sottraendo risorse ai grandi proprietari e restituendole alla collettività attraverso opere e servizi pubblici, a partire dalla sanità.

La ricchezza netta presente in Italia ammonta a 9.300 miliardi di euro, circa quattro volte il debito pubblico del Paese. Questa ricchezza si può suddividere in due categorie principali: la ricchezza finanziaria, consistente in denaro depositato su conti correnti, azioni e obbligazioni, che ammonta a circa 4.300 miliardi di euro; e la ricchezza non finanziaria, essenzialmente patrimonio immobiliare, che rappresenta i restanti 5.000 miliardi.

Per immaginare una giusta patrimoniale dobbiamo analizzare la distribuzione di questa ricchezza, perché vogliamo levare ai ricchi per dare ai poveri, e non possiamo permetterci di colpire quel briciolo di ricchezza diffusa tra la classe lavoratrice.

Un recente Rapport Oxfam sulle disuguaglianze mette in luce un dato inequivocabile: il 10% più ricco della popolazione detiene più della metà di quella ricchezza. Questo significa che la ricchezza nel nostro Paese è pesantemente concentrata nelle tasche di una classe agiata, e dunque esiste un potenziale, circoscritto bersaglio di una giusta patrimoniale.

La base imponibile di tale patrimoniale, cioè il patrimonio di questa classe agiata, ammonterebbe a circa 5.000 miliardi di euro.

Concentriamoci, in quanto segue, sulla sola parte finanziaria di questa ricchezza, pari a circa 2.000 miliardi di euro tra denaro e titoli: si tratta di quella quota del patrimonio che è già liquida o è immediatamente liquidabile, e dunque è idonea a fornire una fonte di gettito fiscale immediato e certo.

Al contrario, il coinvolgimento del patrimonio immobiliare appare molto più farraginoso, perché il valore degli immobili non è immediatamente aggredibile: non si può pagare l’imposta con il patrimonio stesso, e dunque può essere necessario prima liquidare, cioè vendere quel patrimonio, e questo potrebbe generare una serie di ricadute economiche negative, con la corsa alla svendita da parte dei grandi proprietari, lo scoppio di una bolla immobiliare che danneggerebbe anche i piccoli proprietari di prime case.

Infine il rischio di una successiva maggiore concentrazione del patrimonio immobiliare (con le grandi banche pronte, passata la patrimoniale, a fare incetta di immobili svalutati, mentre le famiglie che hanno contratto un mutuo si troverebbero tra le mani una casa dal prezzo sensibilmente inferiore al valore del debito).

Dunque, guardiamo a quei 2.000 miliardi di conti correnti e titoli di proprietà del 10% più ricco del Paese, che appaiono immediatamente aggredibili, e chiediamoci: come andarli a prendere?

Nel rispondere a questa domanda, ci renderemo conto che una giusta patrimoniale appare impraticabile dentro all’Unione europea, perché la libertà di movimento dei capitali, uno dei pilastri del processo di integrazione europea, consente alla grande maggioranza di quei patrimoni di sfuggire a qualsiasi tentativo di redistribuzione della ricchezza operato tramite la leva fiscale.

L’impalcatura ideologica dell’Unione europea vuole che i capitali siano liberi di muoversi, poiché poggia sull’idea che solo il libero agire delle forze di mercato possa condurre alla migliore allocazione delle risorse, generando crescita e benessere.

Dietro questa patina di teoria economica dominante si cela l’interesse del capitale a muoversi liberamente per cercare gli impieghi più profittevoli e fuggire qualsiasi forma di tassazione.

Se dunque ci proponessimo di imporre una patrimoniale capace di colpire i più ricchi, saremmo praticamente certi di arrivare ai loro conti quando i buoi sono già usciti, diretti magari non verso località esotiche, ma verso i porti certi dei paradisi fiscali interni all’Unione europea quali il Lussemburgo, l’Olanda o l’Irlanda, Paesi che hanno incentrato il loro equilibrio economico sul continuo afflusso di capitali esteri attratti proprio dal trattamento favorevole garantito alle grandi ricchezze finanziarie.

Viviamo in un’epoca in cui basta un click per spostare milioni di euro da un capo all’altro del pianeta: una persona qualsiasi può, in pochi minuti, aprire un conto corrente in qualsiasi Paese del mondo e trasferirvi il proprio denaro.

Tuttavia, ciò non basterebbe ad eludere l’imposta, dal momento che il fisco colpisce chiunque abbia la residenza fiscale in Italia: la persona qualsiasi di cui sopra si sarebbe liberata del malloppo senza modificare la base fiscale, procedura articolata e complessa che impone di fornire prove circa il trasferimento all’estero del proprio baricentro economico o sociale (lavoro, impresa, famiglia).

Una strada davvero impervia per una persona qualsiasi, appunto, ma il problema è che noi non stiamo parlando di persone qualsiasi, bensì delle circa 2,5 milioni di famiglie più ricche d’Italia, che hanno – solo per la parte finanziaria, cioè pur escludendo oltre metà del loro patrimonio, costituito da beni immobili – una media di 800.000 euro tra conti correnti e titoli azionari e obbligazionari (dati Banca d’Italia).

Bene, a meno di credere che queste persone abbiano vinto tutte la lotteria, o abbiano accumulato pian piano questi risparmi con umili lavoretti – cioè a meno di credere alle favolette borghesi che le classi agiate amano raccontare – è del tutto evidente che stiamo parlando, per la grande maggioranza, di persone radicate nel mondo degli affari, e dunque già abbondantemente inserite in una fitta rete di società estere, holdings e altre complesse forme di schermatura del patrimonio che sono l’ecosistema naturale delle grandi ricchezze.

Anche assumendo che una piccola parte di queste famiglie danarose sia rappresentata da risparmiatori particolarmente ‘fortunati’ e poco avvezzi a manovre finanziarie, e non quindi da speculatori e squali pronti a sguazzare alla ricerca di paradisi fiscali, non si tratterà in generale di persone qualsiasi.

A loro basterà davvero un click per trasferire fondi da uno dei loro conti, aperto in Italia, ad una società lussemburghese a loro collegata.

Giusto per fare un esempio, la cassaforte della famiglia Agnelli è una società olandese denominata Giovanni Agnelli BV, una scatola (asset mangement company) che controlla la holding Exor, che a sua volta controlla FCA, Ferrari e decine di altre imprese e fondi di investimento, anch’essi ramificati in nodi societari distribuiti in Europa e nel mondo.

Non appena si profilasse all’orizzonte l’ipotesi di un’imposta patrimoniale, pensate che gli Agnelli in persona dovranno mettersi a spostare la loro residenza fiscale altrove? Evidentemente no, gli basterà muovere le loro ricchezze da una scatola societaria all’altra in modo da eludere l’imposizione fiscale.

Insomma, i veri ricchi non hanno bisogno di imbarcarsi su un cargo battente bandiera liberiana per sfuggire al fisco: il loro capitale ha già una rete di conti e società più o meno fittizie su cui muoversi alla velocità di un click per eludere qualsiasi tipo di imposizione patrimoniale.

Pertanto, la stragrande maggioranza di quelli che vorremmo raggiungere con la giusta patrimoniale e che si trovano al di sopra della parte più bassa della piramide dei ricchi sono esattamente gli unici ad avere i mezzi necessari a schivare il colpo. La loro ricchezza, cioè proprio l’obiettivo su cui è puntata l’imposta, è essa stessa la chiave per eludere il fisco senza alcun ostacolo.

Si tratta di una chiave capace di aprire tutte le porte?

La risposta a questa domanda chiama in causa il contesto entro cui è organizzata la nostra economia. Infatti, la possibilità di eludere l’imposta patrimoniale dipende in maniera cruciale dall’assenza di qualsiasi limite al movimento dei capitali. I ricchi avranno pure la loro rete di conti esteri, ma la possibilità di portare il denaro fuori dall’Italia verso una di quelle destinazioni dipende dalla cornice di libera circolazione dei capitali che è stata definitivamente sancita, nel nostro Paese, con il Trattato di Maastricht (1992), dopo un percorso già definito e avviato all’inizio degli anni ’80.

Il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) fornisce la disciplina di dettaglio, e prevede esplicitamente, all’art. 63, il divieto di qualsiasi restrizione alla libera circolazione dei capitali e ai pagamenti internazionali, una regola accompagnata da alcune eccezioni specificate nel successivo art. 65.

Proviamo a capire se tali eccezioni forniscono agli stati strumenti utili ad impedire che i grandi patrimoni sfuggano ad un’imposta patrimoniale.

La prima deroga alla libera circolazione dei capitali è prevista al comma 1, lettera a), laddove si consente agli Stati membri “di applicare le pertinenti disposizioni della loro legislazione tributaria in cui si opera una distinzione tra i contribuenti che non si trovano nella medesima situazione per quanto riguarda il loro luogo di residenza o il luogo di collocamento del loro capitale“.

Partiamo male, insomma, perché questa norma serve esattamente agli scopi opposti rispetto a quelli che ci interessano: garantisce infatti “agli Stati membri la possibilità di praticare una tassazione agevolata per i non residenti al fine di favorire l’afflusso nei loro territori di capitali provenienti dall’estero”.

In pratica, la norma stabilisce la legittimità dei regimi fiscali agevolati per non residenti che hanno garantito a Paesi come il Regno Unito, l’Irlanda e l’Olanda ingenti flussi di capitali esteri.

La seconda deroga è contenuta, sempre al comma 1 dell’art. 65 del TFUE, nella successiva lettera b), e ci dice che sono consentite “tutte le misure necessarie per impedire le violazioni della legislazione e delle regolamentazioni nazionali, in particolare nel settore fiscale e in quello della vigilanza prudenziale sulle istituzioni finanziarie, o di stabilire procedure per la dichiarazione dei movimenti di capitali a scopo di informazione amministrativa o statistica, o di adottare misure giustificate da motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza”.

Sono individuate dunque due distinte fattispecie entro cui appare possibile bloccare il movimento dei capitali: i casi di “violazione” di leggi nazionali – e qui si cita esplicitamente il settore fiscale – ed i casi in cui venga compromesso l’ordine pubblico o la pubblica sicurezza.

Il primo caso, nonostante le apparenze, non ci aiuta in alcun modo, perché colpisce solamente quei movimenti di capitale operati per violare la normativa fiscale, cioè per evadere le tasse. Vale qui la pena ricordare quale sia la distinzione tra evasione ed elusione fiscale: sono entrambi metodi per sfuggire al fisco, ma mentre l’evasione passa per la violazione delle leggi, l’elusione si muove sul crinale della legalità, consistendo in tutte quelle manovre che sfruttano le pieghe della legge per sottrarre base imponibile al fisco.

Ecco, i Trattati europei ci dicono che possiamo fermare i capitali che stanno fuggendo dopo essere stati dichiarati base imponibile, cioè dopo essere stati oggetto di un’obbligazione a pagare.

Ma la stragrande maggioranza dei nostri ricchi, veri gentleman che non vogliono certo sporcarsi la reputazione, si muovono più che agevolmente dentro alle regole, e hanno tutti gli strumenti per spostare il denaro in maniera perfettamente legittima e ben prima che arrivi la cartella del fisco.

I grandi patrimoni finanziari tagliano la corda non appena sentono l’odore di una patrimoniale in lontananza. Si pensi che tra il giugno 2011 e il giungo 2012, cioè quando l’Italia fu investita dalla crisi del debito pubblico che portò al Governo tecnico presieduto da Mario Monti, il Fondo Monetario Internazionale ha stimato un deflusso di capitali dall’Italia pari a circa il 15% del Pil, circa 235 miliardi di euro.

Non si trattava certo di un governo socialista, ma bastarono un dibattito su una Mini-Patrimoniale pari all’1 per mille della ricchezza finanziaria e sentori di instabilità finanziaria per dare il via alla fuga. Immaginatevi cosa potrebbe accadere se si parlasse dell’1 per cento, o addirittura di un’aliquota più alta, quale quella che ci piacerebbe poter introdurre per operare un po’ di sana redistribuzione dei redditi.

Per questo, i movimenti di capitali che vorremmo bloccare noi non rientrano nella prima fattispecie del comma 1, lettera b) dell’art. 65 del TFUE, ma si muovono agevolmente dentro al quadro normativo europeo, anche perché spesso e volentieri assumono la veste di investimenti diretti esteri (IDE).

Questi sono investimenti volti all’acquisizione di partecipazioni ‘durevoli’ (di controllo) in un’impresa estera o alla costituzione di una filiale all’estero, che comporti un certo grado di coinvolgimento dell’investitore nella direzione e nella gestione dell’impresa partecipata o costituita.

 Nella maggior parte dei casi, gli IDE sono destinati alla costituzione di holding companies nei paradisi fiscali: nessun investimento in una reale attività industriale, ma mere scappatoie per i patrimoni in fuga dal fisco.

Prendiamo un dato che vale più di mille parole: le statistiche di Banca d’Italia mostrano come Lussemburgo, Olanda e Regno Unito siano le mete preferite dei capitali in uscita dal nostro Paese. Nel 2018 lo stock di investimenti diretti era pari a 48 miliardi verso il Lussemburgo, 73 miliardi verso l’Olanda contro soltanto 32 miliardi diretti negli Stati Uniti. Pensate forse che il Lussemburgo o l’Olanda abbiano una struttura produttiva capace di attrarre più investimenti produttivi degli Stati Uniti?

Ovviamente, dietro agli IDE si celano meri trasferimenti di fondi, tutt’altro che investimenti produttivi: le autostrade create dall’Unione europea per far viaggiare i capitali in libertà hanno molte corsie e non ammettono ostacoli agli interessi dei più ricchi.

Per quanto riguarda l’ultima deroga, si parla dei casi in cui sia compromessa la pubblica sicurezza o l’ordine pubblico. Si tratta di una fattispecie creata per arginare i movimenti di denaro delle organizzazioni terroristiche e criminali, oppure per tutelare la stabilità finanziaria di un Paese (e dunque dell’intera Unione monetaria, in virtù delle forti interconnessioni tra le economie), come è avvenuto nei casi di Grecia e Cipro. Nulla che possa favorire l’applicazione di una giusta patrimoniale.

In sintesi, i capitali in fuga dalla patrimoniale non starebbero violando alcuna legge, né starebbero compromettendo l’ordine pubblico o la sicurezza pubblica, e quindi avrebbero – come sempre è avvenuto – il semaforo verde da parte delle istituzioni europee.

Eccoci giunti alla conclusione che, purtroppo, nessuna patrimoniale giusta, come nessuna forma di sostanziale redistribuzione, è possibile nel contesto di libera circolazione dei capitali imposto dai Trattati europei.

Tornando all’oggi, promuovere l’introduzione di un’imposta patrimoniale per raccogliere le risorse necessarie e fronteggiare l’epidemia è un nobile segnale del desiderio di provare ad invertire una tendenza che vede la ricchezza concentrarsi sempre di più nelle mani dei pochi.

Rischia, tuttavia, di essere poco più che una lodevole enunciazione di principi, a causa dell’architettura istituzionale dell’Unione europea: se opportunamente disegnata in modo tale da colpire solo i ricchi, l’imposta finirebbe per raccogliere poco o nulla a fronte di una rapida ma ordinata fuga dei capitali.

Per questa ragione, è altamente probabile che si opti per una patrimoniale ben diversa da quella che sogniamo, e cioè per la solita patrimoniale che ricade sulla testa dei lavoratori, sulla quota di ricchezza diffusa tra i piccoli e piccolissimi risparmiatori, quelli che non hanno i mezzi per eludere il fisco. Lavoratori e pensionati che pagano il conto della crisi: è la ricetta dei nostri nemici, non ci stupiamo se il PD la mette sul tavolo, ma evitiamo di portare acqua a quel mulino.

La lotta per una patrimoniale giusta è una necessità, un dovere politico. Per poter condurre questa lotta in maniera coerente e non solo testimoniale, siamo però costretti a muoverci oltre i confini del possibile che ci sono imposti dall’Unione europea. Siamo costretti a mettere in discussione i Trattati, la libera circolazione del capitale e tutti i vincoli che impediscono ai lavoratori di ambire ad una vita migliore.

* Coniare Rivolta è un collettivo di economisti – https://coniarerivolta.org/

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Covid tax, il Pd: "Un contributo di solidarietà da chi ha redditi più alti". Ma arriva la bocciatura di 5Stelle e Italia Viva.

La proposta del gruppo dem alla Camera: "Dovrà versarlo chi guadagna più di 80mila euro all'anno e andrà alle fasce più povere". Le opposizioni: "È una Corona-tax"

Prelevare ai ricchi per dare ai poveri. I parlamentari del Pd propongono un contributo di solidarietà, da parte delle fasce più agiate, per contrastare la povertà in questo periodo di emergenza Coronavirus. "II cittadini con redditi più elevati di 80.000 euro dovranno versare un contribuito di solidarietà che inciderà sulla parte eccedente tale soglia", l'idea di Graziano Delrio e Fabio Melilli, capigruppo del Pd rispettivamente alla Camera e in commissione Bilancio.  "La somma versata sarà deducibile e andrà da alcune centinaia di euro fino a decine di migliaia per redditi superiori al milione. Il gettito atteso è 1,3 miliardi annui". Ma la proposta già spacca la maggioranza con il no secco di Italia Viva e Cinquestelle e scatena le proteste dell'opposizione.

La proposta

La pandemia che si è abbattuta sull'Italia e sugli altri Paesi del mondo ha provocato una crisi economica che ha accentuato le situazioni di povertà. Motivo per cui il governo ha recentemente stanziato 400 milioni di euro per finanziare i buoni spesa che ogni Comune ha destinato alle fasce più deboli.

"Ci sono famiglie che in questi giorni non hanno risorse sufficienti per provvedere all'acquisto nemmeno dei beni di prima necessità: c'è un rischio povertà per un ulteriore milione di bambini", hanno sottolineato Delrio e Melilli. "Un grande e solidale paese come l'Italia non può non porsi il tema di come le classi dirigenti e coloro che dispongono di redditi elevati debbano essere chiamati a contribuire a favore di chi non ce la fa".

Da qui la proposta del gruppo del Pd alla Camera: "Deve essere introdotto nel provvedimento che arriva ora alla Camera un contributo di solidarietà a carico dei cittadini con redditi superiori ad 80.000 euro e che inciderà sulla parte eccedente tale soglia. La somma versata, rispettando i criteri di progressività sanciti dalla nostra Costituzione, sarà deducibile e partirà da alcune centinaia di euro per le soglie più basse fino ad arrivare ad alcune decine di migliaia di euro per i redditi superiori al milione".
   
Le fasce di reddito e il contributo

Il contributo, sarebbe del 4% oltre 80.000 euro, del 5% oltre 100.000 euro, del 6% oltre 300.000 euro, del 7% oltre 500.000 euro, dell'8% oltre un milione di euro. In base alla tabella che accompagna il testo, sarebbero 110 euro l'anno per 200mila contribuenti che guadagnano sopra gli 80mila euro (200 euro lordi, ma con la possibilità di dedurre 90 euro). Da 90.000 a 100.000 euro il contributo sarebbe di 331 euro al netto della deducibilità; 718 euro da 100.000 a 120.000 euro e di 1408 euro da 120.000 a 150.000, aumentando mano mano che cresce il reddito.

Ma la proposta dei parlamentari pd come è stata presa dai vertici del partito? Dal Nazareno fanno sapere che il segretario Nicola Zingaretti era a conoscenza della discussione, all'interno del gruppo Dem, sul contributo di solidarietà, ma che la proposta non sarebbe stata formalizzata in questi termini.

Le reazioni

L'idea di un contributo di solidarietà non piace però agli altri partiti di maggiorana. "Non esiste", la bocciatura lapidaria dei Cinque Stelle. "Questo è il momento di dare, non di mettere le mani nelle tasche", dicono.

Il contributo di solidarietà  "è una loro iniziativa, noi con garbo e spirito unitario abbiamo proposto ai parlamentari di tagliarsi lo stipendio, cosa che il M5s già fa senza ricevere risposta. Ora non è il momento di chiedere ulteriori sacrifici agli italiani, rimaniamo contrari a qualunque forma di patrimoniale", chiarisce il capo politico M5s, Vito Crimi.  "Le risorse - dice - le dobbiamo trovare dentro il Paese, ridiscutendo interventi non necessari come la Tav e attraverso l'Europa, con strumenti nuovi e realmente efficaci". E il sottosegretario grillino Stefano Buffagni: "Se i dem vogliono un prelievo, partano dai loro stipendi".

Contraria anche Laura Castelli, viceministro M5s dell'Economia. "Siamo stati sempre contrari alla patrimoniale, una misura che spacca il Paese - sostiene - oltretutto in questo caso per recuperare un miliardo di euro: per le cifre di cui si parla, nella battaglia anti Covid19, siamo veramente a una cifra poco considerevole". Per il viceministro "il Coronavirus non fa distinzione di reddito, a maggior ragione non è questo il momento di mettere le mani nelle tasche dei cittadini. Piuttosto, chi ha di più e può farlo doni alla Protezione civile, visto che abbiamo detassato le donazioni".

Il presidente di Italia Viva, Ettore Rosato, si sfoga su Twitter: "Ai nostri partner di governo in 24 ore ho sentito no alla riapertura graduale delle imprese, no all'attivazione del sostegno europeo tramite il Mes e si alla patrimoniale. Auguri Italia!".

"Le tasse vanno diminuite, non aumentate. Parlare di patrimoniale per chi guadagna 3.500  euro al mese è assurdo. Il Pd è sempre di più il partito delle tasse", il commento, su Twitter, del presidente dei senatori di Italia Viva, Davide Faraone.

Ostile all'idea di un contributo di solidarietà è anche Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia. "Il messaggio e' chiaro: niente soldi dalla Ue? Li prendiamo dai risparmi degli italiani. Per noi la patrimoniale e' un furto e lo impediremo con ogni mezzo", precisa su Twitter.

"Si scrive contributo di solidarietà, si legge Coronatassa. Il Partito democratico esce allo scoperto, vuole mettere le mani nelle tasche degli italiani per far fronte all'emergenza Coronavirus", attacca la capogruppo Forza Italia alla Camera, Mariastella Gelmini. "Il calcolo - dice - magari verrà fatto con la prossima dichiarazione dei redditi, relativa cioè al 2019, anno nel quale professionisti e partite Iva hanno fatturato e guadagnato regolarmente: tanti che oggi non lavorano dovrebbero anche pagare". Parla di un "vecchio cavallo di battaglia del Pd,il contributo di solidarietà, ossia la patrimoniale", Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia.

sabato 18 aprile 2020

CARLO BONOMI,IL VOLTO NUOVO DI CONFINDUSTRIA


Confindustria, Bonomi designato presidente: "Insieme cambiamo l ...
L'incarico del nuovo presidente di Confindustria Carlo Bonomi avverrà a fine maggio,ma già la designazione con ampio margine sulla "rivale" alla candidatura Licia Mattioli,cosa che non avvenne con i suoi predecessori Squinzi e Boccia,è già segnale dell'unità degli industriali italiani che vogliono ancor più una posizione di comando in questi tempi di difficoltà.
Pur non avendo ancora deciso nulla,già dalla prima intervista si nota comunque che il dna del padrone ce l'abbia nel sangue e nella lingua,quando quasi commosso si offende addirittura nel pronunciare la frase:"non pensavo di sentire più l’ingiuria che le imprese sono indifferenti alla vita dei propri collaboratori"riferendosi ai sindacati.
Un biglietto di visita malaugurante come fu l'esordio di Boccia(madn un-presidente-da-bocciare )di quattro anni fa,quando fu subito d'accordo con l'allora premier Renzi(che secondo Marchionne fu messo al governo da Confindustria)sul job act e sulla linea di un massiccio intervento di multinazionali da ogni dove per risollevare l'industria italiana(i loro tornaconti,mica quelli degli operai).
In linea con l'organizzazione(madn ancora-milioni-di-persone-costrette-al.lavoro e relativi link)la linea del "so tutto io" e la bramosia di indirizzare ancor più la politica del profitto a scapito della salute,vuole una ripartenza rapida in barba alle titubanze fondate degli addetti ai lavori(della sanità)e sostenuti dalla lega soprattutto nel Nord(Assolombarda di cui era presidente,l'ala estremista di Confindustria insegna),dove si è sempre andato avanti e le produttive e mortifere zone industriali che hanno distrutto migliaia di vite non si sono mai fermate.
L'articolo di Contropiano(carlo-bonomi-il-duce-conto-terzi-di-confindustria )spiega l'asset ancor più spinto di Confindustria e le prime parole del concittadino Bonomi,e la sua ascesa nelle gerarchie delle associazioni di rappresentanza degli industriali e il suo specifico lavoro,che consiste nel comprare sistemi medicali per rivenderli a prezzo gonfiato.
Sponsorizzato dalla famiglia Rocca(Techint,Tenaris,Istituto Clinico Humanitas)mdi lui si parla anche nel breve contributo di Crema online(Il+cremasco+Carlo+Bonomi+presidente+di+Confindustria ) dove si spiegano anche altre rappresentanze e partecipazioni in università e aziende.

Carlo Bonomi, “il duce” conto terzi di Confindustria.

di  Dante Barontini 
Confindustria ha scelto il suo nuovo presidente e, in qualche misura – ma molto ironicamente – si potrebbe dire che è “l’uomo giusto al momento giusto”. La sua carriera “imprenditoriale” ruota intorno al suo ruolo dirigente in Synopo, marchio sconosciuto ai più perché – letteralmente – non produce praticamente nulla.

Synopo, come spiega il sito aziendale, “commercializza apparecchiature elettromedicali, servizi di assistenza ed accessori per Aziende Ospedaliere, Istituti di Cura privati, Istituti a carattere scientifico e Studi Medici”. Compra e rivende, insomma, in particolare dispositivi monouso e apparecchiature elettromedicali per la terapia intensiva e la radiologia (dopo aver acquisito il marchio Sidam), oltre a dispositivi per la neurologia, neurochirurgia e riabilitazione prodotti dalla Natus, multinazionale Usa di cui aveva rilevato nel 2013 la filiale italiana.

La biografia stilata da IlSole24Ore (organo di Confindustria) è ovviamente più empatica, e parla dei ruoli già ricoperti nel “sindacato delle imprese”: “da giugno 2017 è presidente di Assolombarda, l’associazione delle imprese che operano nella città metropolitana di Milano e nelle province di Lodi, Monza e Brianza”. Per chi conosce la storia italiana del dopoguerra, Assolombarda è come “i nazisti dell’Illinois”, per quanto riguarda le relazioni industriali e le pretese nei confronti dei lavoratori dipendenti…

Al contrario dei predecessori (Squinzi e Boccia), è stato “designato” dal Consiglio generale con una maggioranza dei due terzi (120 a 67), segno che i vertici delle imprese italiane confidano molto nella sua “linea politica”, specie di fronte alla catastrofe che si è aperta con la pandemia.

Già come presidente di Assolombarda, infatti, si era distinto per fustigare imparzialmente tutti i governi – quello “giallo-verde” come l’attuale – a botte di “meno burocrazia”, “lasciate fare a noi”, “dateci di più”, “tagliateci le tasse” e altri luoghi comuni della retorica padronale.

Le sue prime dichiarazione da Grande Capo sono in continuità esplicita con il suo stile.

«Dobbiamo metterci immediatamente in condizioni operative tali per affrontare con massima chiarezza ed energia la sfida tremenda che è davanti a noi: continuare a portare la posizione di Confindustria su tutti i tavolo necessari rispetto ad una classe politica che mi sembra molto smarrita in questo momento, che non ha idea della strada che deve percorrere il nostro Paese. Non pensavo di sentire più l’ingiuria che le imprese sono indifferenti alla vita dei propri collaboratori. La politica ci ha esposto ad un pregiudizio fortemente anti-industriale che sta tornando in maniera importante in questo Paese», sull’emergenza lockdown. «Sentire certe affermazioni da parte del sindacato mi ha colpito profondamente. Credo che dobbiamo rispondere con assoluta fermezza».

Come?  Incarcerando persino Landini e la Furlan?

Le imprese, al contrario, sanno benissimo dove andare… E lo dicono con esemplare brutalità.

Bisogna riaprire tutte le aziende subito, anche se non è per nulla finita la tremenda “fase 1” dell’epidemia. Il massimo della concessione è puramente verbale (“evitare una seconda ondata di contagio”), ma contraddetta dalla richiesta di riapertura senza limitazione.

Se altri milioni di lavoratori, oltre a quel 55% registrato dall’Istat nel momento di “massimo blocco”, ricominciano a circolare tutti i giorni, prima che il contagio sia stato ridotto entro limiti “controllabili”, è inevitabile che la salute dell’intera popolazione verrà pesantemente compromessa.

Ma chissenefrega, hanno sempre detto dalle parti di Confindustria e a maggior ragione di Assolombarda. Non può essere certo un caso che nessuna area industriale della Lombardia – “feudo” sui cui insiste questo ramo dell’Associazione – sia mai stata dichiarata “zona rossa”. Nemmeno in quelle aree dove il “massacro” è stato particolarmente pesante (la Val Seriana, nella bergamasca, la provincia di Brescia, il cremonese, ecc).

Non che i predecessori al vertice di via dell’Astronomia siano mai stati “buoni” o particolarmente inclini a mediare (a meno di non esservi costretti da un movimento dei lavoratori molto forte), ma tanta iattanza veniva quantomeno mascherata sotto “buone maniere”.

Con Bonomi, invece, si fa largo un modo di intendere il rapporto tra imprese e “politica” (tutta intera, senza particolari distinzioni, anche se è palese uno strettissimo rapporto di dominanza sulla destra leghista) di assoluto comando.

Qui, forse, diventa necessario sapere chi è Carlo Bonomi e quale storia “imprenditoriale” abbia. Non è impossibile trovare notizie – per lui – sgradevoli, perché la sua resistibile ascesa ai vertici confindustriali non è mai stata accolta con favore da tutto l’ambiente.

Diciamo che fino al 2013 non se ne aveva notizia, secondo un’inchiesta de Gli stati generali (non un organo “boscevico”, ma “Un laboratorio innovativo per la comunicazione dove le aziende possano interagire in modo trasparente e governato con i potenziali consumatori e l’opinione pubblica”).

E infatti lo presentano in questo modo quando emerge, nel 2017, come candidato alla presidenza di Assolmbarda: “la storia di Bonomi è invece recentissima e trova la sua cifra nell’audacia finanziaria del private equity applicato al settore biomedicale”.

Segue la ricostruzione delle su “partecipazioni e acquisizioni” per chiarire cosa vada inteso per “audacia finanziaria applicata a…”.

Nel 2013 acquisisce per l’appunto Synopo, filiale italiana di Natus. Due anni dopo “la svolta”, con l’acquisto dell’emiliana Sidam (specializzata proprio in dispositivi monouso o per terapia intensiva). Non lo fa con soldi suoi, ma “grazie ai capitali apportati da Caravaggio Tre srl, che fa capo a Berrier Capital, società di private equity di Vincenzo Alberto Craici”.

Bonomi, nella partecipazione azionaria di Synopo, neanche compare. Per capire il suo ruolo, spiegano, “bisogna risalire di due piani e incrociare due scatole vuote”: Marsupium e Ocean. Solo in quest’ultima, nel 2017, Bonomi risulta essere socio con il 33,3%.

Tradotto dunque in quote della “controllata Synopo”, a quella data, “secondo gli ultimi dati della Camera di Commercio di Milano, il candidato alla presidenza di Assolombarda ha in trasparenza appena il 4,5% dell’azienda che espone sul suo biglietto da visita, la Synopo. Una quota che a monte della piramide societaria corrisponde a un impegno di capitale di soli 31mila euro”.

Con un po’ di buona volontà, la troviamo anche noi, una cifra del genere…

Ocean è una scatola vuotissima. Nel 2014 dichiara ricavi per 1.300 euro, zero l’anno dopo 9.700 nel 2016. Però riesce a finanziare Marsupium con 60.000 (54.000 dei quali presi a prestito da ignoti).

Le controllate, invece, sfornano utili interessanti (Sidam nel 2015 presenta utili per 850.000 euro), ma non da “grande impresa”. Anche l’acquisto di Sidam da parte di Synopo, comunque, avviene solo in parte con “mezzi propri” e per la gran parte con il ricorso alla “leva finanziaria”, tanto che fino al 2018 il pacchetto di controllo di Sidam (il 90%) rimane “in pegno” alla Banca popolare di Milano.

Nonostante questo fuoco di sbarramento, che lo dipinge com un “imprenditore anomalo” soprattutto rispetto alla tradizione lombarda, Carlo Bonomi viene eletto alla guida di Assolombarda ed ora dell’associazione nazionale.

Com’è possibile?

Grazie agli sponsor, naturalmente. Che – spiegano sempre Gli stati Generali – sono concentrati intorno alla famiglia Rocca. Ma sì, proprio quella del presidente uscente (di Assolombarda) Gianfelice Rocca, il patron della Tenaris e del gruppo ospedaliero Humanitas.

In altre parole il “clan” di Bergamo, quel blocco di potere che ha opposto feroce resistenza a qualsiasi istituzione di una “zona rossa” nel proprio regno proprio mentre dipendenti, pensionati e cittadini della zona cadevano a centinaia vittime del coronavirus. Tanto lo guadagnavano anche su questa tragedia, controllando l’ospedale privato Humanitas, in cui intanto altre decine di componenti del personale medico si ammazzavano – non metaforicamente – di lavoro e di Covid-19.

Ecco, personaggi del genere pretendono da oggi anche il comando politico del Paese, come contoterzisti degli “imprenditori veri”, al di sopra e al di là di una “classe politica” perché, tanto, quella che c’è “non ha idea della strada che deve percorrere il nostro Paese”.

Quella per l’inferno.

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Il cremasco Carlo Bonomi è stato designato come nuovo presidente di Confindustria.

Il cremasco Carlo Bonomi è stato designato nuovo presidente di Confindustria. Lo ha deciso il consiglio generale dell’associazione con voto online segreto (123 voti a favore e 60 contro). Bonomi ha avuto la meglio su Licia Mattioli, vicepresidente degli industriali. Il prossimo passaggio sarà l’assemblea privata dei delegati del prossimo 20 maggio.

Ai vertici di Assolombarda

Presidente di Assolombarda dal giugno 2017, Bonomi, classe 1966 e negli ultimi tre anni ha guidato Assolombarda, di cui è stato anche vicepresidente con delega a Credito e finanza, fisco, organizzazione e sviluppo. Nel 2016 il Consiglio di presidenza di Confindustria l'ha nominato presidente del gruppo tecnico per il fisco. È membro del consiglio generale di Confindustria e del consiglio di Presidenza di Confindustria Lombardia. Dal giugno 2017 è membro del Consiglio Generale di Aspen Institute Italia, del Consiglio di Amministrazione di Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) e, dal novembre 2018, del Consiglio di Amministrazione dell’Università Bocconi.

Biomedicale

Presiede il Consiglio di Amministrazione della Synopo spa, società che opera nel settore della strumentazione e dei consumabili per neurologia e delle aziende manifatturiere che controlla: Sidam S.r.l. leader nella produzione di consumabili nella diagnostica per liquidi di contrasto, e BTC Medical Europe S.r.l. nella produzione di consumabili utilizzati in oncologia ed emorecupero post operatorio. Nonché Presidente del Consiglio di Amministrazione di Ocean S.r.l. e Marsupium S.r.l. ed anche Consigliere indipendente di Springrowth S.G.R. S.p.A. Dal novembre 2019 fa parte del Consiglio di Amministrazione di Dulevo International S.p.A..

venerdì 17 aprile 2020

LUIS SEPULVEDA


Storia di Luis Sepúlveda e della malattia che gli insegnò a lottare
L'immenso scrittore Luis Sepulveda ci ha anticipati nel viaggio verso l'ignoto dopo una strenua resistenza contro il coronavirus durata più di un mese,e la sua vita è stata segnata da episodi che hanno fatto la storia del Sudamerica,fece da guardia personale di Salvador Allende e venne imprigionato e torturato,successivamente esiliato dal natìo Cile e peregrinò nell'America latina,prese le armi in Bolivia e Nicaragua
Giunse in Europa e viaggiò come giornalista in tutto il mondo,ebbe la cittadinanza francese e infine la residenza in Spagna,terra da dove suo nonno,anarchico andaluso,fuggì per evitare una condanna a morte.
Il cerchio quindi si è chiuso,ed il compagno militante Sepulveda con le sue azioni e le sue opere,il volto che sembra un misto tra Ernesto Che Guevara e Maradona,non riuscirà più a scrivere del Sudamerica e della necessità di stare accanto gli ultimi,di preservare l'ambiente dove viviamo e di cui siamo ospiti.
Il primo contributo di Contropiano(addio-compagno-sepulveda )parla della sua biografia,delle vicissitudini e del suo stato d'apolide dopo l'esilio,viaggi e aneddoti sulle sue esperienze da cittadino del mondo.
Nel secondo(left il-senso-di-sepulveda-per-lantifascismo )un'intervista dello scorso anno parlando di politica sia spagnola che italiana,dei rigurgiti di movimenti e partiti come Vox,Lega e FdI,della destra presente in sudamerica e dal Cile,del sostegno ai mapuche e agli Shuar dell'Ecuador,fonte d'ispirazione e di vita vivendo in simbiosi con la natura senza sfruttarla,della sua voglia infinita di scrivere e dell'importanza di ognuno di noi di lottare anche nel proprio piccolo,di non rassegnarsi mai e di essere sempre coerenti con i propri pensieri e ideali.
Concludo con un pezzo tratto da libro"L'ombra di quel che eravamo":"La libertà è uno stato di grazia e si è liberi solo mentre si lotta per conquistarla...ti chiederai perché l'ho fatto.Un uomo sa quando arriva alla fine del suo cammino,il corpo ti avvisa,il meraviglioso meccanismo che ti rende intelligente e all'erta comincia a cedere,la memoria tenta tutto il possibile per salvarti e indora quello che vorresti ricordare in maniera oggettiva.Non fidarti mai della memoria perché è sempre dalla nostra parte:abbellisce le cose atroci,addolcisce quelle amare,fa luce là dove c'erano solo ombre.La memoria tende sempre alla finzione...l'unico sparo della mia vita doveva essere un omaggio a me stesso...non esistono i coraggiosi,solo persone che accettano di andare a braccetto con la paura".

Addio, compagno Sepulveda.

di  Maurizio Disoteo 
Ennesima vittima della pandemia, ci ha lasciati Luis Sepulveda, bravo scrittore cileno ma soprattutto compagno combattente. Ci conforti che la poetessa Carmen Yañez, sua compagna amatissima di vita, tanto che Sepulveda la sposò due volte, sia fuori pericolo.

Sepulveda è ben noto nel nostro paese, dove i suoi romanzi hanno avuto grande successo, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, Le rose di Atacama, Patagonia express, Incontro d’amore in un paese in guerra sono diventati dei libri di culto per i lettori italiani, storie che hanno saputo portarli in un Sudamerica affascinante e talvolta desolato, ma mai rassegnato.

Una letteratura certamente anche di memoria, non scevra da un’intima (ma non intimistica) nostalgia. Una nostalgia che certamente Luis Sepulveda aveva vissuto per 31 anni da apolide, dopo che gli era stata tolta la cittadinanza cilena.

Presentatosi una mattina al consolato di Amburgo, dove doveva andare ogni tre mesi per rinnovare il passaporto marcato con la lettera “L”, quello dei cileni che non potevano rientrare nel paese, fu accolto da dei “gorilla” che gli dissero sbrigativamente che lui cileno non lo era più. Solo nel 2017 Sepulveda, quasi per caso, accompagnando sua moglie all’ambasciata di Madrid, apprese che la cittadinanza gli era stata restituita.

Dei “gorilla” e degli sgherri di Pinochet, Sepulveda aveva già esperienza. Militante socialista, molto vicino a Salvador Allende, faceva parte della guardia personale del presidente assassinato dai golpisti. Fu imprigionato e torturato per sette mesi, prima di essere liberato grazie alle pressioni internazionali. Riprese la sua attività come regista di teatro incorrendo dopo qualche tempo in una condanna all’ergastolo, poi commutata in otto anni di prigione e l’espulsione dal paese.

Partì in aereo per andare in Svezia, dove aveva ricevuto asilo politico, ma al primo scalo lasciò tale itinerario per iniziare una lunga peregrinazione tra Uruguay, Brasile e Paraguay che terminò solo quando alla fine fu ospitato da un amico in Ecuador.

In quel paese ebbe un’esperienza importante poiché partecipò a una missione dell’Unesco che lo portò a vivere diversi mesi presso gli indios Shuar, che divennero indirettamente protagonisti del suo primo romanzo, Il vecchio che leggeva storie d’amore.

In quel romanzo il vecchio Antonio José Bolivar Proano serba come ricordo più prezioso della sua vita l’avere vissuto a lungo presso gli Shuar, esperienza che gli ha insegnato il rispetto dei ritmi e dei tempi della natura e della grande foresta, che i gringos invece sanno solo sfruttare e distruggere.

Quell’esperienza, ancor prima dell’uscita del romanzo, portò Sepulveda alla militanza ambientalista con Greepeace, dove si impegnò negli anni ottanta a diversi livelli, prima come membro di uno degli equipaggi dell’organizzazione, poi in ruoli di coordinamento. Da quella militanza nacque poi il libro Il mondo alla fine del mondo.

Nel frattempo, c’era stata la partecipazione alle Brigate Simon Bolivar del Nicaragua, riallacciando un’esperienza combattente che lo aveva già portato in Bolivia nelle fila dell’esercito di Liberazione Nazionale, alla fine degli anni sessanta.

Infine, dal 1989, la carriera di scrittore, giunta dopo varie esperienze giornalistiche, durante la quale ha saputo parlare a lettori molto diversi, anche bambini, con romanzi, racconti di viaggio, fiabe. La scrittura di Sepulveda è semplice, immediata e diretta, proprio per questo efficace e raggiunge con facilità tutti.

Una vita, quella di Sepulveda, ribelle già dall’infanzia, come ci racconta ne La frontiera scomparsa, dove il nonno, anarchico andaluso scappato in Sudamerica per sfuggire a una condanna a morte, lo porta a pisciare sulle porte delle chiese. Ribelle e anche contrastata, poiché Luis nacque in una camera d’albergo dove si erano rifugiati i genitori in fuga da una denuncia del nonno materno che era invece un ricco possidente.

Mi piace concludere questo ricordo proprio con un riferimento al racconto di Sepulveda “Un uomo chiamato Vidal” , dalla raccolta di racconti Le rose di Atacama (Guanda, Parma, 2000). Parlando di Vidal, un sindacalista con cui fece amicizia in un mercato dell’Ecuador, dove quest’ultimo era stato fermato dalla polizia, ricorre alle parole di Brecht “Ci sono uomini che lottano tutta la vita: è di loro che non si può fare a meno”.

Non faremo a meno di Luis Sepulveda, dei suoi libri e del suo messaggio di combattente.

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Il senso di Sepúlveda per l’antifascismo.

di Gabriela Pereyra
Luis Sepúlveda ci ha lasciato. Questa è una delle notizie che non avremmo mai voluto dare. Sono numerose, tutte diverse, mai banali le interviste che negli anni ha rilasciato al nostro settimanale. Questa è l’ultima, dell’ottobre scorso, firmata da Gabriela Pereyra nostra preziosa e instancabile collaboratrice grande amica di Luis. Abbiamo scelto come foto l’abbraccio di Sepúlveda con Carmen Yáñez, sua compagna di vita. A lei e a tutti coloro che gli hanno voluto bene va il nostro abbraccio più sincero. Ciao Luis


«Essere apolide è una delle peggiori situazioni in cui si può trovare una persona. Sei invisibile, non hai nessun diritto, sei l’ultimo della fila. Emozionalmente molesta, danneggia, provoca dolore, ma quando uno sa perché si trova in quella situazione, allora la condizione di apolide non riesce a schiacciarti», descrive così Luis Sepúlveda la dolorosa esperienza della cittadinanza negata dopo essere stato esiliato (e torturato) dal Cile di Pinochet, e i suoi 31 anni da apolide poi raccontati nel libro Storie ribelli (Guanda).

Nel contesto mondiale attuale, come immagini il futuro delle prossime generazioni? Riusciranno loro a provocare i cambiamenti necessari e ormai urgenti?

È una incognita, e io preferisco opinare su ciò che faccio io stesso per cambiare le cose che considero ingiuste. Il futuro è imprevedibile. Mi piace essere ottimista, ma vacillo quando noto che appena quattro gatti assistono a una conferenza di un esperto ambientale mentre uno youtuber ha un milione di follower. A questo punto della partita, l’unica certezza che ho è che nel mondo esiste una minoranza dignitosa, sensibile e incoraggiante.

Cosa sta accadendo in Spagna dopo le ultime elezioni in cui sembra che si fosse provato a fermare il fascismo?

Non è stato fermato per nulla il fascismo. Prima delle elezioni gli eredi del franchismo erano accovacciati nell’ombra, semi nascosti nel Partito popolare. Ora, attraverso Vox, un partito apertamente fascista, sono presenti in Parlamento e in tutte le istituzioni. C’è stata la possibilità di un governo progressista, guidato dal Psoe e da Podemos, ma in questi giorni abbiamo assistito alla real politik, visto che l’ala della destra del Psoe esige una virata al centrodestra e Podemos si è perso in un gioco di egocentrismo inesplicabile. In Europa avanzano le ultra destre. In Italia cresce Fratelli d’Italia e c’è la lega di Matteo Salvini, che, nonostante da ministro abbia attuato politiche inumane, ha comunque grossi consensi. Stiamo assistendo a una ripetizione della storia ma in altre chiavi. Il capitalismo ha generato una crisi economica con un solo obiettivo: imporre precarietà salariale, l’incertezza del lavoro e la negazione dei diritti come normalità. Prima della crisi, la normalità era lottare per migliorare i salari e per ottenere più diritti, ora la normalità è pregare perché i salari non vengano abbassati e perché ci tolgano sempre meno diritti. E siccome bisogna sempre trovare un colpevole, prima erano gli ebrei, ora i colpevoli sono i poveri e coloro che avvertono che il mondo si sta mettendo male, molto male.

Anche l’America Latina passa un momento storico complicato: il Brasile con Bolsonaro, l’Argentina con Macri, il Cile con Piñera. E poi l’Ecuador, la Colombia. E se guardiamo al Centroamerica, non é meglio la situazione, in Honduras, El Salvador, Haiti, Nicaragua…. Che ne pensi di queste ondate di destra neoliberista?

Il loro obiettivo è riuscire a far sì che le persone accettino di essere sfruttate come fosse una cosa normale, che accettino il saccheggio delle risorse e i crimini ambientali come l’unica normalità possibile. Del resto, da molto tempo ormai, la sinistra o parte di essa, ha smesso di pensare che ci possano essere alternative visibili e possibili al neoliberismo.

Che futuro vedi per il Venezuela?

L’unica possibilità per il Venezuela di uscire dallo status quo attuale è che decidano i venezuelani, senza ingerenze esterne. Però in America Latina non è tutto “nero”. Restano ancora delle “isole felici” come Bolivia e Uruguay. Quest’ultimo a fine mese andrà alle elezioni nazionali e bisogna vedere se la sinistra riuscirà a mantenersi al governo.

Conosci bene Pepe Mujica, cosa ne pensi del suo modo di fare politica?

Di Pepe Mujica ciò che ammiro è la capacità di essere anche un grande pedagogo, la sua capacità di parlare chiaro, di dire che siamo maledettamente limitati e che è poco quello che si può fare, perché il capitalismo ha vinto, ma bisogna tentare di fare qualcosa, anche se è poco.

In queste ultime settimane “grazie” agli incendi in Amazzonia si è molto parlato del tentativo di sterminio degli indios brasiliani. Tu e la tua compagna, la poetessa cilena Carmen Yañez siete molto attenti alla situazione di un altro popolo indigeno, il popolo Mapuche. I media mainstream non ci raccontano quasi nulla al riguardo. Puoi dirci qualcosa?

Il conflitto Mapuche è un conflitto nascosto, perché le politiche di sterminio si sono sempre fatte l’ombra cercando di tenere tutti all’oscuro. La società cilena, o per lo meno una grande parte di essa, è di un razzismo atroce. Disgraziatamente in Cile si è imposto il peggio del discorso della ultra destra fascista. Da qui l’odio verso il povero, verso i mapuche, un popolo che rappresenta dei valori che secondo il potere devono essere eliminati. Ma resistono, insieme a una parte della società, la minoranza, che ha ancora memoria.

Sei molto attivo sui social parlando soprattutto di politica. Pensi d’essere in qualche modo un “influencer”? Questa attività come viene accolta da chi ti conosce come romanziere?

Un influencer? No, in assoluto. Faccio conoscere la mia opinione, i miei punti di vista, che sono condivisi per la maggior parte dei miei lettori. Non ho mai nascosto ciò che sono e ciò che penso.

Immagini giornate senza scrivere?

Sì e no. A volte mi piacerebbe dedicarmi a leggere, ad ascoltare musica, guardare film, occuparmi di un piccolo orto, ma la tentazione di scrivere è forte e non ci posso fare nulla.

Cosa ti piace leggere?

Di tutto e in modo caotico, molto caotico.

Dopo il tuo romanzo “La fine della Storia” é arrivata “Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa”. Ci puoi anticipare se stai lavorando a qualcosa di nuovo e di cosa si tratta?

Lavoro tutti i giorni. Ora sto finendo un romanzo che ha come protagonista Belmonte, lo stesso di “Un nome da Torero” e “La fine della Storia”. Lavoro a diversi progetti contemporaneamente e a seconda di come si sviluppano, dopo un certo tempo diventano un libro. Lavoro perché mi piace ciò che faccio, mi piace il mio lavoro.

Sei tradotto in moltissime lingue, dal cinese al greco passando per il turco e lingue slave, ecc. Immagino che sia una soddisfazione essere letto da culture così diverse.

È una enorme soddisfazione. A volte guardo il muro dove sono disposti soltanto i miei libri, nella mia biblioteca, e vedo i dorsi in tante lingue diverse. E dopo aver mormorato “quello sono io ed è ciò che ho fatto”, mi sento bene, soddisfatto con la vita e i suoi risultati.

Hai appeno compiuto 70 anni, come hai festeggiato?

Con la mia famiglia, i miei figli, nipoti, nuore, generi. Dopo con gli amici più vicini. E ci sono anche delle feste programmate a Milano, Parigi e Lisbona. Ci sono volte in cui bisogna mettere il fegato a disposizione degli amici.

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L’intervista di Gabriela Pereyra a Luis Sepúlveda è stata pubblicata su Left dell’11 ottobre 2019

Altri contenuti su Sepúlveda sono disponibili a questo link

giovedì 16 aprile 2020

LA GIUNTA LOMBARDA SOTTO ACCUSA


Gallera e fontana: ma non è che tutta questa efficienza della ...
Come dice una battuta sui social"non si è festeggiata la Pasqua ma la normalità si sta avvicinando visto che la guardia di finanza è entrata al Pirellone",ecco che indagini dopo indagini che,premetto subito difficilmente vedrà dei colpevoli e figurarsi delle condanne,il sistema Lombardia della salute sta crollando sin cominciando dagli errori commessi dagli inizi della pandemia arrivando alle morti nelle rsa.
Sono ben tre i contributi di oggi,sarebbero molti di più in quanto la situazione specifica lombarda,che detiene quasi il 10% delle vittime di tutto il mondo fino ad oggi del coronavirus(a soffermarcisi bene su questo dato c'è da rabbrividire),ed il primo(contropiano licenziamo-la-giunta-fontana )parla in particolar modo della propaganda,del mero marketing del governatore Fontana e dell'assessore Gallera,e del caso lampante del loro lavoro inconcludente con l'ospedale della zona fiera costato più di 20 milioni di Euro,lodato a gran voce grazie anche all'intervento del becero ed inetto Bertolaso,che è stato il classico buco nell'acqua dove dei 550 posti letto dichiarati fino a ieri sono passati 24 pazienti e non tutti assieme allo stesso tempo.
Insomma la grande farsa della sanità privata che ha chiuso tutto all'indomani della pandemia lasciando gravare la prima fase dell'emergenza sulle spalle dei nosocomi pubblici oberati di lavoro all'inverosimile soprattutto nelle quattro province di Lodi,Cremona,Bergamo e Brescia,fin da subito progettate come una sorta di lazzaretto per salvare Milano.
Mentre il primo articolo parla di licenziamento,di dimissioni fin da subito,strada difficilmente percorribile in queste settimane,il secondo(contropiano la-giunta-regionale-della-lombardia-va-commissariata )offre un quadro più percorribile con un commissariamento della regione Lombardia,atto dovuto affinché non si ripetano le cagate fin'ora intraprese dai criminali di questa giunta dove si affrontano i temi delle zone rosse,delle rsa lasciate in balìa degli eventi e dell'inefficienza dei dispositivi di protezione individuale degli addetti ai lavori nel campo della sanità dal medico di base all'infermiere.
Nel terzo(contropiano i-medici-ecco-i-7-errori-commessi-in-lombardia ),visto che Fontana vorrebbe rispondere degli eventuali errori commessi su base di dati certi,ecco altre considerazioni in merito al lavoro necessari o meno con le indicazioni dettate da Confindustria ed alcuni appunti dei Presidenti degli ordini provinciali della Regione Lombardia(FROMCeO)cui farò una breve sintesi.
L'inesattezza dei dati sui numeri dei malati,dei positivi e del numero di tamponi fatti e su chi,oltre al numero dei contagi e delle morti dovute al Covid-19;le letali indecisioni sulle istituzioni delle zone rosse;l'orrore delle morti nelle strutture di ricovero degli anziani;la già citata latitanza nel fornire protezioni agli operatori sanitari;il controllo e gli esami spesso tardivi su persone con sintomi riconducibili al coronavirus che hanno portato a ricoveri che purtroppo non sono serviti ad evitare decessi;la mancanza di controlli con test e tamponi ai dipendenti di ospedali e rsa che hanno contribuito al contagio;la mancanza cronica di posti letto oltre quelli di terapia intensiva frutto di una governance allucinante.
Insomma un riassunto di quello già scritto in questa settimana sulla pandemia in Lombardia e che non sarà l'ultimo post che ne parlerà in quanto le percentuali a livello nazionale(ma anche nel piccolo ci sono parecchie differenze sul regionale)e anche a quello mondiale fan sì che la regione sia tra quelle più colpite in tutto il globo.

Licenziamo la giunta Fontana!

di  M. D. 
Ci siamo già occupati, alcuni giorni fa, della vicenda del nuovo ospedale presso la Fiera di Milano voluto dalla giunta del leghista Fontana per far fronte alla pandemia Covid-19.

A qualche giorno dall’apertura di tale ospedale si confermano le previsioni negative che avevamo formulato. Infatti, in quel nosocomio trovano attualmente ricovero solo sei pazienti in terapia intensiva.

Il numero tanto ridotto di pazienti è dovuto alla carenza di personale sanitario, poiché il Policlinico, che ha preso in gestione la struttura, non è in grado di offrire un’adeguata copertura, essendo i suoi medici e infermieri già duramente impegnati presso la loro sede abituale.

Inoltre, da più parti è stato rilevato che comunque una struttura ospedaliera di sola terapia intensiva è assolutamente anomala e non può funzionare efficacemente senza essere inserita in un contesto in cui sia presente una pluralità di competenze mediche specialistiche che la possano supportare, oltre a servizi di radiologia e laboratori diagnostici e di analisi.

Che la giunta Fontana sia caduta in quest’ultimo grossolano errore non deve stupire. Infatti una tale impostazione deriva dalla gestione aziendalista della sanità, che ha come conseguenza la frammentazione delle strutture ospedaliere e la loro messa in concorrenza l’una con l’altra.

Concorrenza e conseguente competizione che contrappone ospedale a ospedale, reparto a reparto, e persino lavoratori di diversa competenza e specializzazione da quando è stato abrogato il contratto unico dei dipendenti della sanità.

Restano poi aperte almeno altre due questioni. La prima riguarda il fatto che questo ospedale sia stato realizzato e aperto in ritardo, in un momento in cui i ricoveri in terapia intensiva dovuti al Covid 19 sono in calo; la seconda invece è la provvisorietà di tale struttura che molto probabilmente sarà dismessa entro un anno, nonostante i costi molto alti di realizzazione.

I dati economici dell’operazione non sono ancora stati resi noti, ma sembra che il nuovo ospedale Fiera sia costato più di 20.000.000 di euro, una cifra certamente superiore alle donazioni private che gli sono state dedicate e quindi con un esborso di denaro anche pubblico.

Sarebbe stato probabilmente più sensato dedicare tali capitali alla riqualificazione di strutture permanenti attualmente dismesse, che erano state più volte segnalate alla giunta regionale, che però non ha nemmeno effettuato dei sopralluoghi per verificarne lo stato. Tra l’altro, tali strutture avrebbero avuto il vantaggio di poter rimanere in permanenza al servizio della comunità.

Anche il caso di questo ospedale provvisorio conferma la totale incapacità della giunta regionale lombarda a gestire l’emergenza virus, come conseguenza delle sue scelte politiche privatistiche che hanno reso insufficiente e inefficace il sistema sanitario della regione.

Per questo è necessario che salga il grido della richiesta della revoca dei poteri della giunta Fontana, responsabile di oltre 10.000 morti in Lombardia e del conseguente commissariamento della Regione.

La magistratura è già al lavoro, dopo le denunce di centinaia di familiari di morti, ma la condanna di Fontana e Gallera deve essere anzitutto politica.

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La giunta regionale della Lombardia va commissariata!

di  Potere al Popolo   
La Giunta regionale lombarda ha dimostrato, durante tutta la fase di crisi dovuta all’epidemia Covid-19 la sua totale incapacità di gestione sanitaria e politica.

La tanto esaltata “eccellenza” lombarda ha dimostrato il suo totale fallimento che purtroppo è attestato da oltre 10.000 morti sul territorio della regione.

Dalla prima decisione di non voler istituire le zone rosse nella bergamasca e nel bresciano, nonostante nel basso lodigiano e più precisamente a Codogno e zone limitrofe fosse stata istituita dalle amministrazioni locali, sino alla strage di anziani nelle case di riposo provocata dalla decisione di inviare dei pazienti positivi al Covid 19 nelle case di riposo, per giungere alla farsesca operazione pubblicitaria del nuovo ospedale alla Fiera di Milano, la giunta ha dimostrato incompetenza e irresponsabilità. Si tratta di una giunta il cui operato ha aggravato le conseguenze della pandemia lasciando i cittadini disarmati di fronte al pericolo.

Il sistema sanitario lombardo è stato per anni indebolito dai continui trasferimenti di competenze e denaro a strutture private che si sono interessate solo di massimizzare i propri guadagni e speculare sui finanziamenti pubblici. Tale politica ha praticamente dismesso le strutture di assistenza territoriale come ad esempio, i Pronto Soccorso soprattutto nella vasta provincia lombarda, e di prevenzione, la cui mancanza è particolarmente avvertita in questo difficile momento di pandemia.

In tale quadro di abbandono del territorio i medici di base si sono trovati soli a dover fronteggiare la pandemia, senza supporti né indicazioni operative pagando un alto tributo di vittime che avrebbe certamente potuto essere evitato. 

E’ questo il contesto in cui l’emergenza si è manifestata chiamandola impropriamente e non compiutamente sanitaria quando invece è stata e lo è tuttora, ospedaliera. 

La giunta ha anche dimostrato disprezzo per il personale ospedaliero mandato allo sbaraglio senza nemmeno le protezioni più elementari, in strutture ospedaliere stremate che si sono trasformate rapidamente in focolai di contagio piuttosto che luoghi sicuri. 

Emblematico a questo proposito il caso dell’ospedale di Alzano Lombardo, di cui la Regione ha intimato la riapertura, senza alcun provvedimento di sanificazione, quando si erano già verificati casi di contagio al suo interno. 

Purtroppo il personale medico e infermieristico degli ospedali ha pagato tutto questo con la perdita di numerose vite.

Il disprezzo per gli operatori della sanità si è peraltro esteso a tutte le altre categorie di lavoratori poiché si sono volute tenere forzatamente aperte attività produttive senza alcuna misura di sicurezza. Non a caso, proprio le zone dove questo si è verificato con maggiore  rilevanza (le provincie di Bergamo, Brescia, Lodi e Milano) sono state quelle più falcidiate dal Covid-19.

Sappiamo che il comportamento della giunta Fontana è già al vaglio della magistratura che si sta muovendo sia di propria iniziativa che in forza delle denunce presentate da famiglie che hanno perso i propri cari e chiedono giustizia. Tra queste, per esempio, le famiglie degli oltre cento deceduti del Pio Albergo Trivulzio di Milano. 

Nella speranza ma non nell’illusione che tali famiglie ottengano risposta alla loro legittima indignazione, crediamo che la condanna della giunta Fontana debba essere soprattutto politica e non solo giudiziaria. 

Per questa ragione, di fronte a una situazione pesantemente degenerata che ha provocato enormi perdite di vite umane e un danno ancora incalcolabile alla vita dei cittadini chiediamo l’immediata revoca dei poteri alla giunta Fontana e il commissariamento della Regione Lombardia.

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I medici: “I 7 errori commessi in Lombardia”, alla base della strage.

di  Redazione Contropiano   
Almeno 7 errori nella gestione dell’emergenza coronavirus in Lombardia hanno prodotto “la situazione disastrosa in cui si è venuta a trovare la nostra regione, anche rispetto a realtà regionali” vicine. 

Li passa in rassegna la Federazione regionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fromceo), in una nuova lettera indirizzata ai vertici della sanità lombarda. 

Sotto accusa una “evidente assenza di strategie relative alla gestione del territorio” e “l’interpretazione della situazione solo nel senso di un’emergenza intensivologica, quando in realtà si trattava di un’emergenza di sanità pubblica“, in un contesto in cui “la sanità pubblica e la medicina territoriale – sostengono i firmatari – sono state da molti anni trascurate e depotenziate nella nostra regione“. 

“A fronte di un ottimo intervento sul potenziamento delle terapie intensive e semi intensive, per altro in larga misura reso possibile dall’impegno e dal sacrificio dei medici e degli altri professionisti sanitari“, i camici bianchi lombardi elencano 7 criticità “a titolo di esempio non esaustivo“.

Un atto d’accusa senza mezzi termini, che tocca in maniera esclusiva le responsabilità dei vertici della Regione Lombardia. In aggiunta, potremmo portare i servizi della trasmissione Report, RaiTre, che hanno confermato in pieno quanto scritto da Contropiano all’indomani del decreto dell’8 marzo. 

Quando, cioè, tutti si aspettavano la dichiarazione di “zona rossa” per i Comuni della Val Seriana (Bergamo) e altri paesi con tassi altissimi di contagiati. Arrivò invece la fissazione di una “zona arancione” per tutta la Lombardia e altre 14 province del Nord, senza alcuna chiusura né di attività produttive (tranne Bar, ristorante e in genere l'”economia del tempo libero”). 

Ossia senza alcun effetto pratico sulla circolazione del virus, tant’è vero che – al contrario – l'”effetto annuncio” convinse molte persone a “fuggire” dalla regione verso il Sud. Ovviamente tra loro c’erano già molti contagiati – consapevoli e inconsapevoli – contribuendo così a diffondere la pandemia. 

In quella decisione cervellotica del governo Conte noi avevamo “sospettato” – non era un grande sforzo di fantasia – che ci fosse stato un pesante intervento della Confindustria locale (Assolombarda, in pratica “i nazisti dell’Illinois” all’interno dell’associazione padronale nazionale), oltre che della stessa giunta leghista lumbard. 

La quale, nelle stesse ore, emanava una “delibera” che chiedeva alle case di riposo per anziani di ospitare “malati Covid-19 leggeri”, dando il là alla strage che oggi diventa evidente in tutta la sua dimensione, allertando persino una magistratura milanese sempre molto riguardosa nei confronti del potere (ance “mani pulite” fu una resa dei conti interna all’establishment). 

Non basta. Avevamo sempre criticato ferocemente sia la pretesa degli industriali – in particolare quelli bergamaschi e bresciani – di continuare l’attività anche mentre operai, autotrasportatori, ecc, intorno cadevano come mosche in preda al contagio. E altrettanto l’oscena “sanità lombarda”, per metà privatizzata e con il presidio territoriale quasi cancellato per volontà della Lega e della destra in genere fin da prima di Formigoni. 

Da Report abbiamo potuto avere la conferma con le prove. Una delle famiglie più ricche d’Italia, i Rocca, proprietari della Tenaris di Dalmine (tra i principali produttori mondiali di tubature per l’estrazione e trasporto di petrolio), con  sede legale nelle… Antille Olandesi per evadere un po’ di tasse, è anche proprietaria dell’Humanitas, principale ospedale privato di Bergamo. 

E all’esplosione dell’epidemia la proprietà dell’ospedale “ricordava” al governo che la disponibilità di posti letto per malati di coronavirus era naturalmente subordinata allo sforamento “dei tetti di spesa” in precedenza concordati.

Riassumendo: la famiglia Rocca, ha le seguenti responsabilità:
tenendo aperta la Tenaris ha fatto da capofila a tutte le aziende locali che non volevano assolutamente chiudere;

ha facilitato così la diffusione del virus che sta facendo strage nella provincia di Bergamo e soprattutto in Val Seriana;

ha fatto pressione sul governo, insieme a tutta Assolombarda (Bonomi, prossimo presidente di Confindustria) e Confindustria, perché non fosse dichiarata alcuna “zona rossa” nelle aree focolaio;

come proprietaria dell’Humanitas ha guadagnato e sta guadagnando – chiedendo oltretutto un “sovrapprezzo” – sulla stessa diffusione del virus, che sta peraltro falcidiando il personale medico di quelle cliniche, come testimoniato anche su questo giornale.

Siamo abituati da sempre a vedere i padroni dare ordini ai governi, mischiare interesse pubblico e attività private per aumentare con molta facilità i profitti (vogliamo ricordare Benetton, le Autostrade e il crollo di Ponte Morandi?). Ma che questo avvenga, in queste forme infami e stragiste, anche nel pieno di un’epidemia dalle dimensioni planetarie… ecco, questo restituisce davvero l’identità più profonda di una classe dirigente che si può solo spazzare via.

In un Paese normale, questa gente – insieme ai Fontana e ai Gallera, messi lì per eseguirne gli ordini e favorirne gli interessi, verrebbero immediatamente esproriati, incarcerati e mandati a processo. 

Il reato è già previsto dal Codice Penale, all’art. 438:“Chiunque cagiona un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni [1] è punito con l’ergastolo”. Senza neanche citare il secondo capoverso, che riguarda gli stati d’eccezione (come quello in corso!) che prevede invece “la pena di morte”.

Pena drastica, ma certo non sproporzionata, in questo caso. 

Qui di seguito, l’atto d’accusa dei medici della Lombardia.

*****

La Federazione Regionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Lombardia, riunita in data 05/04/2020, ha preso in esame la situazione relativa all’epidemia da COVID19 in corso.

Non è questo il momento dell’analisi delle responsabilità, ma la presa d’atto degli errori occorsi nella prima fase dell’epidemia può risultare utile alle autorità competenti per un aggiustamento dell’impostazione strategica, essenziale per affrontare le prossime e impegnative fasi.

Ricordiamo in generale come, a fronte di un ottimo intervento sul potenziamento delle terapie intensive e semi intensive, per altro in larga misura reso possibile dall’impegno e dal sacrificio dei medici e degli altri professionisti sanitari, sia risultata evidente l’assenza di strategie relative alla gestione del territorio.

Ricordiamo, a titolo di esempio non esaustivo:

1) La mancanza di dati sull’esatta diffusione dell’epidemia, legata all’ esecuzione di tamponi solo ai pazienti ricoverati e alla diagnosi di morte attribuita solo ai deceduti in ospedale. I dati sono sempre stati presentati come “numero degli infetti” e come “numero dei deceduti” e la mortalità calcolata è quella relativa ai pazienti ricoverati, mentre il mondo si chiede le ragioni dell’alta mortalità registrata in Italia, senza rendersi conto che si tratta solo dell’errata impostazione della raccolta dati, che sottostima enormemente il numero dei malati e discretamente il numero dei deceduti.

2) L’incertezza nella chiusura di alcune aree a rischio

3) La gestione confusa della realtà delle RSA e dei centri diurni per anziani, che ha prodotto diffusione del contagio e un triste bilancio in termini di vite umane (nella sola provincia di Bergamo 600 morti su 6000 ospiti in un mese).

4) La mancata fornitura di protezioni individuali ai medici del territorio (MMG, PLS, CA e medici delle RSA) e al restante personale sanitario. Questo ha determinato la morte di numerosi colleghi, la malattia di numerosissimi di essi e la probabile e involontaria diffusione del contagio, specie nelle prime fasi dell’epidemia.

5) La pressoché totale assenza delle attività di igiene pubblica (isolamenti dei contatti, tamponi sul territorio a malati e contatti, ecc…)

6) La mancata esecuzione dei tamponi agli operatori sanitari del territorio e in alcune realtà delle strutture ospedaliere pubbliche e private, con ulteriore rischio di diffusione del contagio.

7) Il mancato governo del territorio ha determinato la saturazione dei posti letto ospedalieri con la necessità di trattenere sul territorio pazienti che, in altre circostanze, avrebbero dovuto essere messi in sicurezza mediante ricovero.

La situazione disastrosa in cui si è venuta a trovare la nostra Regione, anche rispetto a realtà regionali viciniori, può essere in larga parte attribuita all’interpretazione della situazione solo nel senso di un’emergenza intensivologica, quando in realtà si trattava di un’emergenza di sanità pubblica. La sanità pubblica e la medicina territoriale sono state da molti anni trascurate e depotenziate nella nostra Regione.

La situazione al momento risulta difficile da recuperare, ma si vogliono riportare di seguito alcune indicazioni, che, a detta della scrivente Federazione, potrebbero, se attuate, contribuire alla limitazione dei danni, specie nel momento di una ripresa graduale delle attività, prevedibile nel medio-lungo termine.

Per quanto riguarda gli operatori sanitari la proposta è di sottoporre tutti a test rapido immunologico, una volta ufficialmente validato, e, in caso di riscontro di presenza anticorpale (IgG e/o IgM), sottoporre il soggetto a tampone diagnostico. In caso di positività in assenza di sintomi potrebbe essere da valutare la possibilità, in casi estremi con l’attribuzione di specifiche responsabilità e procedure, di un’attività solo in ambiente COVID, sempre con protezioni individuali adeguate. Il test immunologico andrebbe ripetuto con periodicità da definire negli operatori sanitari risultati negativi.

Per quanto riguarda le attività non sanitarie sembra raccomandabile un’estesa effettuazione di test rapidi immunologici per discriminare i soggetti che non hanno avuto contatto con il virus, soggetti che si possono riavviare al lavoro. Per i soggetti nei quali si rileva la presenza di immunoglobuline (IgG o IgM) sembra indicata l’esecuzione del tampone diagnostico. In tal senso si raccomanda di potenziare al massimo tale attività diagnostica e di procedere prima ad indagare i soggetti che risultano urgente riammettere al lavoro, in quanto addetti ad attività ritenute di prioritario interesse, in funzione della disponibilità di tamponi.

La ripresa del lavoro dovrebbe essere subordinata all’effettuazione del test immunologico rapido di screening, non risultando in letteratura alcun termine temporale valido per la quarantena post malattia, anche se decorsa in forma paucisintomatica.

È evidente come tale procedura comporti un rilevante impiego di risorse, soprattutto umane, ed è altresì evidente come la stessa, al momento, sia l’unica atta a consentire la ripresa dell’attività lavorativa in relativa sicurezza.

A tale scopo Regione Lombardia dovrà mettere in campo tutte le risorse umane ed economiche disponibili.

Naturalmente quanto sopra dovrà essere accompagnato dall’uso costante, per tutta la popolazione e in particolare nei luoghi di lavoro, di idonei comportamenti e protezioni.

La ripresa potrà quindi essere solo graduale, prudente e con tempi dettati dalla necessità di mettere in campo le risorse sopracitate. E’ superfluo segnalare come qualsiasi imprudenza potrebbe determinare un disastro di proporzioni difficili da immaginare e come le misure di isolamento sociale siano da potenziare e applicare con assoluto rigore.

Da ultimo, la FROMCeO lombarda ha preso in considerazione la questione, sollevata da molti colleghi, della mancanza di protocolli di terapia sul territorio. Il problema è stato in gran parte determinato anche dalla esigenza di trattare a domicilio pazienti che ordinariamente sarebbero stati inviati in ospedale, ma che non hanno potuto essere accolti per saturazione dei posti letto. FROMCeO raccomanda ai colleghi di non affidarsi a protocolli estemporanei non validati e ad attenersi alle indicazioni di AIFA e di Regione, utilizzando la massima cautela.


Nell’esprimere le considerazioni di cui sopra, FROMCeO ritiene di svolgere le proprie funzioni di organo sussidiario dello Stato ed esprime disponibilità ad un confronto costante con le Istituzioni preposte alla gestione dell’emergenza. Spiace rimarcare come tale collaborazione, più volte offerta, non sia ad oggi stata presa in considerazione.

Cordiali saluti.

I presidenti degli ordini provinciali della Regione Lombardia (FROMCeO)
 Dr. Spata Gianluigi – Como (Presidente FROMCeO)
 Dr. Ravizza Pierfranco – Lecco (Vicepresidente FROMCeO)
 Dr. Marinoni Guido – Bergamo
 Dr. Di Stefano Ottavio – Brescia
 Dr. Lima Gianfranco – Cremona
 Dr. Vajani Massimo – Lodi
 Dr. Bernardelli Stefano – Mantova
 Dr. Rossi Roberto Carlo – Milano
 Dr. Teruzzi Carlo Maria – Monza Brianza
 Dr. Lisi Claudio – Pavia
 Dr. Innocenti Alessandro – Sondrio
 Ordine Provinciale dei Medici Chirurgi e degli Odontoiatri di Varese
 Per i presidenti Dr. Gianluigi Spata Presidente FROMCeO

mercoledì 15 aprile 2020

L'ATTUALITA' DI SACCO E VANZETTI


Emigrazione e immigrazione - Docsity
Anche in questi giorni di lotta e di supplizio,di tragedia e anche di speranza,per alcuni(sia singoli frustrati che mass media)fanno più notizia degli immigrati,dei disperati che rischiano la vita in mare pur di arrivare in uno tra gli Stati più colpiti del contagio del coronavirus,che quelle riguardanti ai decessi e agli ammalati del covid-19.
Nel giorno della condanna a morte degli emigranti italiani Sacco e Vanzetti,la cui storia è stata degna di essere oggetto di film,canzoni e di manifestazioni durante la loro detenzione,la loro storia è strettamente attuale riguardo la diffidenza se non l'odio verso il nuovo,il misterioso.
Etichettati assieme agli altri nostri connazionali nel primo grande esodo verso le americhe dello scorso secolo come sporchi,ignoranti,poco più che bestie e portatori di malattie e facili a commettere fatti criminali e delittuosi,questo razzismo è stato anche il pane offerto dalla politica infame e senza strategie se non quella dell'instaurare l'odio verso il diverso(vedi:madn il-razzismo-e-per-gli-stupidigli-idioti.e gli ignoranti ).
Gli articoli proposti parlano in primis di un breve riassunto di un fatto ben più esteso e radicato nella memoria mondiale di questi migranti accusati ingiustamente di duplice omicidio e rapina (tessere.org/15-aprile-1920-sacco e vanzetti )ne 1920 e giustiziati dopo sette anni,facili capri espiatori poiché italiani,anarchici e pacifisti e riabilitati dopo decenni,e il secondo traccia una breve cronistoria proprio di quando noi eravamo migranti in terre straniere e poi nello stesso paese(con risultati simili)arrivando ai giorni nostri con i nuovi disperati in cerca di una vita migliore,con molti di essi che scappano da guerre.

15 aprile 1920

Omicidio: questa è l’accusa che venne pronunciata il 15 aprile 1920 contro Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, anarchici italiani. Il processo durò circa un anno e si concluse con la condanna a morte dei due, che morirono sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927.

Sacco e Vanzetti vennero accusati di aver ucciso, durante una rapina in una fabbrica di calzature, un cassiere e una guardia armata. La sentenza destò molti sospetti e fece discutere a lungo perché non vi erano prove accusatorie sicure, e, anzi, un pregiudicato portoghese, Celestino Madeiros, confessò di essere lui l’autore del duplice delitto, ma questo non bastò a scagionare i due anarchici.

I motivi della condanna a morte di Sacco e Vanzetti possono essere ricondotti al clima culturale e politico degli anni Venti negli Stati Uniti d’America: gli stranieri erano visti con sospetto e ostilità, e ogni pretesto era buono per accusare gli immigrati di aver commesso qualche crimine. I due pagarono, anche, per le loro idee pacifiste e anarchiche, mal viste nell’America del Nord del primo Novecento, e per la loro provenienza: la minoranza etnica italiana era profondamente osteggiata e rifiutata.

L’opinione pubblica mondiale si mobilitò in favore dei due italiani, con manifestazioni e appelli, e gli stessi Sacco e Vanzetti ribadirono fino all’ultimo la loro innocenza. Tutti questi tentativi, però, si infransero contro il muro intransigente della giurisprudenza statunitense.

«Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — non augurerei a nessuna di queste ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e davvero io sono un anarchico; ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano […] se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già» disse Vanzetti durante il suo ultimo discorso alla corte.

Non rinnegarono mai le loro idee e i loro valori, e morirono con una dignità stoica che li ha fatti diventare, nel corso degli anni, un tassello importante della storia contemporanea italiana.

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Quando gli immigrati da respingere erano gli italiani.

di Giovanni Cerchia
Tra Accoglienza e Pregiudizio, Emigrazione e immigrazione nella storia dell’ultimo secolo: da Sacco e Vanzetti a Jerry Essan Masslo, pubblicato nella collana studi e ricerche della Fondazione Giorgio Amendola, è un volume che raccoglie anni di studio da parte di diversi membri del Comitato scientifico della Fondazione sul tema dell’emigrazione e dell’immigrazione. Un tema che negli ultimi anni ha assunto una prominenza spropositata nel dibattito pubblico italiano, dominato dall’irrazionalità e dall’allarmismo: due aspetti ricorrenti anche nella complessa vicenda emigratoria italiana e che hanno contribuito in maniera drammatica alla tragica conclusione dei due nostri connazionali, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, giustiziati a Charlestown il 23 agosto 1927.

L’Italia infatti è l’appendice mediterranea dell’Europa, un promontorio asiatico dall’assai vago perimetro geografico. La sua collocazione fisica ne fa un naturale punto d’incontro tra culture, genti, tradizioni, lingue, perfino conflitti scatenati per regolare conti e definire equilibri di potenza. Per tutte queste ragioni, l’Italia è un luogo di mescolanza e meticciato inestricabile, inevitabile, sempre prezioso. Un luogo di partenze, di arrivi, poiché gli italiani viaggiano da prim’ancora che l’Italia esistesse, quando gli si apparteneva semplicemente approdando sulle sue coste: magari in fuga dalla Turchia, da Troia in fiamme e con il padre Anchise sulle spalle, passando per l’ospitalità di una principessa tunisina.

Noi siamo questo. Lo siamo sempre stati. Anche quando, sul finire del XIX secolo, in milioni ci siamo riversati nelle Americhe alla ricerca di fortuna o, decenni più tardi, abbandonavano le campagne del Sud per incontrare la catena di montaggio tra Genova, Milano e Torino. Non abbiamo smesso di esserlo quando, diventati un Paese ricco e industrialmente avanzato, centinaia di migliaia di migranti hanno iniziato a guardare all’Italia come i nostri nonni e padri guardavano al porto di New York, alle banchine di Ellis Island, alla Svizzera, alla Germania o ai cancelli di Mirafiori. La tragedia vera, a cui cerchiamo di porre rimedio raccontando le esperienze dei nostri connazionali emigrati, è che spesso il nostro Paese riserva agli immigrati il terribile trattamento subito dai nostri bisnonni e dai nostri nonni emigrati. Con gli stessi pregiudizi, gli stessi sospetti, le stesse ingiustizie.

Questo libro nasce dunque per riflettere sulla drammatica vicenda di Sacco e Vanzetti, usandola come un pretesto per raccontare questa storia più complessa e larga: la vicenda di un Paese denso di problemi e contrasti, ma da sempre un luogo del dialogo e del confronto, dei benvenuti e degli addii. La migrazione, con buona pace dei vecchi e nuovi costruttori di mura, è uno dei principali elementi costitutivi dell’identità nazionale italiana, se non addirittura il principale contributo per la costruzione di un’Europa finalmente unita e pacificata.

Tutto è iniziato da una mostra promossa dalla Fondazione Giorgio Amendola per rammentare i novant’anni dalla sedia elettrica di Charlestown, usando soprattutto i materiali tratti dagli archivi della Boston public library (Fondo Aldino Felicani, Sacco-Vanzetti Collection 1915-1977). Un manufatto espositivo realizzato con grande passione civile e che ha girato l’Italia anche grazie al sostegno dei consigli delle Regioni che hanno dato i natali a Sacco e Vanzetti (la Puglia e il Piemonte), che ha sollecitato dibattiti, studi, approfondimenti, ricerche, relazioni: il saggio introduttivo a mia cura, quello di Lorenzo Tibaldo dedicato al rapporto tra il fascismo e il processo, l’analisi sull’ambiguo rapporto tra razza e identificazione etnica di Augusto Ferraiuolo (lecturer e visiting scholar presso la Boston University), gli studi sul Rhode Island di Caterina Sabino, l’intreccio tra vecchie e nuove migrazioni proposto a Torino da Eugenio Marino, l’intervento svolto a Bari da Vito Antonio Leuzzi. Un bagaglio di conoscenze e di riflessioni arricchite dagli scritti di Massimilano Amato con la sua analisi sulla vicenda processuale, di Francesco Di Legge sulle Little Italies negli anni 20 e 30 del Novecento, di Joe Moscaritolo della Fitchburg State College and University of Massachusetts e di James Pasto, Master Lecturer presso la Boston University.

È sulla base di questo primo corpo di materiali che s’innestano poi le narrazioni sugli sviluppi successivi, in un Paese come il nostro che cambia pelle, si modernizza, attraversa tragedie, talvolta s’incupisce o riscatta le proprie colpe quando meno te l’aspetti. È il caso dell’articolo di Giuseppe Tirelli con una testimonianza sul campo d’accoglienza italiano di Villa Literno (il primo in Italia, realizzato nell’agosto del 1990), di Alberto Tarozzi e ad Antonio Mancini che aprono lo sguardo sugli odierni (troppo spesso sottaciuti) processi migratori lungo la rotta balcanica, della Flai Cgil che ha autorizzato la pubblicazione della sua indagine sul campo a Borgo Mezzanone (ricavato dall’ultimo Rapporto su agromafie e caporalato). Una indagine che descrive l’esistenza di veri e propri ghetti in cui sono confinati lavoratori stranieri in condizioni che ricordano quella delle campagne dell’800 e fine ‘900 dalle quali scappavano persone come Sacco e Vanzetti, che però ritrovavano – tragicamente – condizioni simili negli Stati Uniti.

Non vuole essere, ovviamente, una riflessione esaustiva e organica, ma solo una sorta di diario di viaggio che offre spunti, prospettive di analisi e di ricerca a partire da punti di vista e con metodologie non sempre omogenee. Quello che tiene insieme gli autori e giustifica il loro progetto è la fede nel confronto, l’apertura al dialogo, la curiosità di fronte al cambiamento, l’ostilità alle idee dei primati e dei sacri egoismi nazionali. Perché vengono prima gli esseri umani, poi le bandiere. Perché abbiamo Riace nel cuore. Perché la nostra patria è il mondo intero. Perché i nostri valori sono quelli della Resistenza e della Costituzione repubblicana.

martedì 14 aprile 2020

GIANNI RODARI


100 Gianni Rodari | Nel 2020 si festeggia il centenario di Gianni ...
Il 2020 è sia l'anniversario dei cento anni dalla nascita di Gianni Rodari che quello della sua morte,il quarantesimo,e queste cifre piene fan sì che possa essere un anno dedicato al grande scrittore e giornalista,autore ricordato soprattutto per le poesie e le storie per l'infanzia.
Uno dei primi autori conosciuti grazie alla mia maestra elementare Anna Rozza,che amava Rodari e ora la nostra scuola elementare dei Sabbioni(Crema)è proprio dedicata a lui,e dopo questa parentesi nostalgica propongo un articolo(www.resistenze.org )che lega il suo nome ed il suo pensiero all'adesione al Partito Comunista ma senza per questo volere dogmatizzare la politica nei sui scritti per i bambini(altro discorso per la sua carriera nel giornalismo),solamente fare conoscere,apprezzare e divulgare gli insegnamenti di solidarietà,uguaglianza e di pace che sono propri del corredo genetico della sinistra.
Conosciuto ed apprezzato sia in Italia che nel resto del mondo,soprattutto nell'ex Unione Sovietica,Gianni Rodari era e rimane la fantasia al potere con racconti anche brevi che però rimandano alla quotidianità,al senso dell'amicizia e del rispetto di tutti,soprattutto dei meno fortunati e dei più poveri,parole che sono e resteranno patrimonio di tutti i bambini che seguendo i suoi insegnamenti diventeranno adulti in una maniera migliore.

Gianni Rodari: Un intellettuale comunista.

Organizzazione Comunista per l'Infanzia | pionieridelfuturo.wordpress.com

In occasione dell'anniversario della scomparsa di Gianni Rodari (03/10/1920 - 14/04/1980).

Tratto dal libro di prossima divulgazione Pionieri del futuro - Una proposta pedagogica comunista

Non è facile parlare di Gianni Rodari, perché Gianni Rodari è stato molte cose ed ha inciso profondamente non solo nella cultura italiana, ma nella storia personale di milioni di bambini degli anni '60, '70' e '80, in Italia e nel mondo. 
I suoi libri, che ancora possiamo trovare diffusissimi in tutte le librerie italiani, sono alla base di un modo differente di intendere il rapporto tra adulti e bambini e tra i bambini e quel circolo virtuoso che lega la letteratura per l'infanzia con la vita sociale e la creatività di ognuno.
Tutto questo è stato possibile non solo grazie al grande talento di uno scrittore, uno dei maggiori dell' Italia del '900, ma grazie alla scelta che Rodari fece di militare nel partito comunista.

La sua adesione risale al 1944 e lo vide militante attivo nella lotta partigiana, poi funzionario e giornalista in varie testata legate o vicine al partito.
La sua adesione al progetto comunista visse dentro la storia del Partito Comunista Italiano, dentro ai suoi slanci e alle sue contraddizione e agli attriti. Fu un'adesione leale e che tenne uniti il riserbo e una rara autonomia intellettuale.
 Non era facile essere un intellettuale comunista nel partito comunista italiano, come non è mai facile essere un intellettuale e militare in un partito comunista, perché la lucidità della visione di alcune contraddizioni si deve coniugare al senso di responsabilità e alla consapevolezza delle grandi opportunità che un partito comunista regala alla creatività umana, per la sua capacità non solo di analisi della realtà, ma di organizzazione, di ricaduta reale, tra le masse popolari, di ciò che è possibile realizzare.
 Gianni Rodari riuscì in questo difficile gioco di equilibrio.


Riuscì lì dove fallirono Vittorini e Calvino e soprattutto dove fallirono tanti intellettuali organici al partito, che non seppero mantenere viva la creatività, troppo preoccupati com'erano nel mantenere la loro sfera di influenza, il loro posto nel calderone di un'egemonia culturale comunista che fu più forma che sostanza e che si liquefece con straordinaria velocità nella parabola discendente che vide il PCI trasformarsi in PDS e liquidare l'esperienza comunista.
 Non fu il solo, certamente. Ma fu forse quello che seppe mantenere un'influenza più duratura sulla cultura italiana, proprio grazie alla sua scelta di occuparsi di quella letteratura minore che era la letteratura per l'infanzia. Perché occuparsi dell'infanzia permette ad uno scrittore di proporre ai suoi lettore – fin dai loro primi anni di vita – un rapporto peculiare tra lo strumento linguistico e la realtà.

 Lo strumento linguistico è per l'essere umano il più potente mezzo di creazione e di analisi del reale. Attraverso la parola noi nominiamo la realtà, facendola nostra, pezzo per pezzo e nelle sue relazioni. E sempre attraverso la parola noi possiamo dare intelligibilità ad ogni possibile cambiamento. Tutto ciò che attraverso altre funzioni immaginative possiamo intuire, prende una forma per noi più chiara attraverso la parola, acquista lucentezza. Tanto più quando la parola mantiene la sua capacità di creare immagini. Quando parole e immagini restano legate, si ricrea sempre la possibilità di dare concretezza al cambiamento, di dare una nuova possibilità al futuro, e questo insegnò Rodari ai suoi piccoli lettori; questo era l'intento dei suoi giochi di parole, della sua grammatica della fantasia: svelare tutti gli usi della parola a tutti voleva dire insegnare a immaginare mondi differenti, servendosi di quei ponti che legano le immagini - fatte di visioni, di suoni, di emozioni di ricordi - con le parole.


Le tecniche surrealiste che Rodari utilizzava e di cui scrisse con tanta generosità nella Grammatica della Fantasia, erano volte a questo scopo. Non erano solo un gioco e non erano un gioco come un'altro. Erano il modo che Rodari trovò perché i meccanismi della creatività umana, rivolti ad un cambiamento sociale collettivo e radicale, potessero sopravvivere ad una fase così contraddittoria come fu quella della seconda parte del secolo scorso, nel mondo ed in Italia.
 Furono parte del lascito che Rodari consegnò nelle mani di un'intera generazione e che è ancora vivo. Quel misto di allegria e di fiducia nella nostra capacità di costruire un mondo nuovo insieme agli altri, che riemergere quando torniamo a leggere le sue filastrocche.
 Ed è un mondo che può nascere perché basato su alcuni capisaldi morali, che Rodari tornò sempre ad evidenziare e che sono gli stessi che noi proponiamo: schierarsi contro la sopraffazione dell'uomo sull'uomo, contro lo sfruttamento, l'ignoranza e contro l'arroganza delle guerre, dell'imperialismo.

Gianni Rodari mantenne sempre fede a questa scelta, esprimendola nei modi più adeguati ad una realtà che cambiava e che gli proponeva spazi differenti d'azione. Anche per noi la sfida è questa: trovare la forma adeguata al presente per dare forza alle nostre convinzioni.
 Ma Gianni Rodari, per noi che ci apprestiamo a dar vita ai Pionieri del Futuro, è ancora qualcosa di più: fu l'autore del Manuale del Pioniere e si occupò dell'Associazione Pioniere d'Italia dirigendone il giornalino. Resta dunque uno dei nostri punti di riferimento più prossimi e originali, una fonte di ispirazione preziosissima e continua.

lunedì 13 aprile 2020

IL VIRUS DEL CAPITALISMO

Hart Island, non solo fosse comuni: la nostra società si prepara ...
Dagli albori della pandemia i calcoli i governanti e i padroni li avevano fatti subito,su quanto avesse potuto incidere una fermata della produzione in denaro e le conseguenze in vittime se questa serrata fosse stata attuata ed in che maniera.
In Italia questo è stato disastroso con i manovratori dei burattini che genuflessi al dio denaro per non vedere i loro conti in rosso hanno fatto più che pressioni all'esecutivo soprattutto nelle prime settimane del diffondersi del contagio,e con i lavoratori costretti nuovamente al tragico gioco della vita o dello stipendio(vedi:madn il-denaro-conta-sempre-piu-della persona,anche nell'emergenza ).
L'articolo di Contropiano(criminalita-capitalismo-spiegata-economist )prende spunto da un articolo dal settimanale britannico The Economist che traccia un discorso legato appunto al calcolo della vita umana e dei diversi modi di agire che si sono avuti nel resto del mondo,un paragone impietoso tra Cina e Usa,tra chi si è bloccato in tutto a chi è andato avanti,e le immagini delle fosse comuni ad Hart Island(New York)dove si seppelliscono solitamente gli indigenti e chi non reclama i cadaveri sono piene di deceduti morti di Covid-19.
Anche altri Stati sono messi in questo modo,e come nel nostro i medici si sono trovati davanti alla triste decisione di chi curare o meno,di chi attaccare ad un ventilatore e chi no:scelte orribili che sono costretti a fare sia per l'inefficace dotazione tecnologica che per la gravità dell'emergenza.
Sempre nel contributo altri calcoli riguardo eventuali risarcimenti,costi delle assicurazioni e dell'esigenza di produrre nonostante tutto,cercando sempre il male minore o necessario fermo restando che si sta parlando di vite umane.

La criminalità del capitalismo, spiegata dall’Economist.

di  Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo) 
L’ultimo numero di The Economist, autorevole rivista del capitalismo mondiale, titola il suo editoriale e la copertina, “A grim calculus“. Un calcolo truce.

Quale calcolo? Quello tra due grandezze: il costo di fermare l’economia e quello delle vite perdute per la pandemia da Covid19.

Come il calcolo dell’equilibrio perfetto tra inflazione e disoccupazione, che non esiste, ma che è alla base delle teorie liberiste che hanno dominato il mondo negli ultimi trent’anni, così per il settimanale britannico si possono e si devono misurare, da un lato, la chiusura delle città e delle attività, dall’altro il valore delle vite salvate; perché tutto ha un prezzo.

“Immaginate che ci siano due malati critici ed un solo ventilatore. Questa è la scelta con la quale si potrebbero confrontare gli staff ospedalieri a New York, a Parigi, a Londra… come è già in Lombardia e a Madrid.. l medici dovrebbero dire chi sottoporre al trattamento chi lasciare senza di esso, chi possa vivere e chi probabilmente morire..”

Con questo esordio sulla terribile scelta del medico – senza ovviamente chiedersi perché manchino i ventilatori – l’Economist già annuncia la sua conclusione da eugenetica sociale. Ma prima di arrivarci seguiamo il suo percorso.

“Non attribuiremo una cifra in dollari alla vita umana”. Questa frase del governatore di New York Cuomo viene citata nell’articolo per spiegare che la realtà dei governanti è esattamente opposta.

“Sembra spietato, ma attribuire una cifra in dollari alla vita, o almeno sistematizzare questo modo di pensare, è esattamente ciò di cui i leader avranno bisogno se dovranno farsi strada attraverso i mesi strazianti a venire. Come in quel reparto ospedaliero, i compromessi e gli scambi, (tra dollari e vita) sono inevitabili”.

Si tratta dunque di trovare il giusto scambio tra economia e vita, il “trade off”, questo calcolo è il compito di chi governa.

Per questo il settimanale britannico contesta il primo lassismo di Trump sulla diffusione dell’economia.

“Per due settimane, Trump ha ipotizzato che la cura avrebbe potuto essere peggiore del problema stesso“. Attribuire un valore in dollari alla vita dimostra invece che si sbagliava. Chiudere l’economia causerà enormi danni economici. I modelli però suggeriscono che lasciare che il covid-19 bruci la popolazione significherebbe farne meno, all’economia, ma potrebbe portare a 1 milione di morti in più.

“Si può allora realizzare una contabilità completa, usando il valore ufficiale calibrato per età di ogni vita salvata. Ciò suggerisce che il tentativo di mitigare la malattia vale 60.000 dollari per ogni famiglia americana. Alcuni vedono la stessa formulazione di Trump come un errore. Ma questa è un’illusione confortevole. C’è davvero uno scambio, e per l’America oggi il costo di un blocco è di gran lunga superato dalle vite salvate.”

Capito il concetto? Trump non ha sbagliato a contare in dollari le vite – scelta “giusta” – ma semplicemente ha sbagliato i conti. Se si fosse fatto come inizialmente lui proponeva ci sarebbero stati un milione di morti che, calcolati in termini assicurativi, per il paese più ricco del mondo, sarebbero stati un costo superiore a quello della fermata produttiva. Quindi son i costi superiori della strage ad averla, per ora, ridotta.

Ogni paese fa questi conti, sostiene ancora il settimanale, dalla Cina che blocca tutto anche per danneggiare le industrie estere, all’India che, povera come è, non può certo permettersi lo stesso calcolo del valore della vita degli USA e della UE. Là il costo dei morti sarà presto minore di quello del blocco economico. E la Russia di Putin, vera ossessione delle classi dirigenti euroatlantiche, le sue misure antivirus le prende solo per rafforzare il regime.

Insomma, al di là delle ipocrisie ufficiali, ogni governo, secondo il giornale, giunge a definire “una misura contabile che aiuti a confrontare cose molto diverse come la vita, il lavoro e la contesa di valori morali e sociali in una società complessa. Maggiore è la crisi, più importanti sono tali misurazioni. Quando un bambino è bloccato in un pozzo, prevarrà il desiderio di aiutare senza limiti, e così dovrebbe essere. Ma in una guerra o in una pandemia i leader non possono sfuggire al fatto che ogni corso d’azione imporrà enormi costi sociali ed economici. Per essere responsabile, devi misurarli complessivamente l’uno contro l’altro.”

Ecco allora la conclusione già annunciata all’esordio dell’editoriale della la rivista economica più diffusa : “Alla fine, anche se molte persone stanno morendo, il costo del distanziamento potrebbe superare i benefici. Questo è un lato delle scelte e dei compromessi che nessuno è ancora pronto ad ammettere.” Ma che, anche senza ammetterli, si suggerisce di praticarli.

Come una multinazionale dichiara in esubero quei lavoratori in sovrappiù rispetto ai suoi conti economici e ai suoi guadagni, così uno Stato di mercato alla fine deve rassegnarsi ad abbandonare al male una parte della sua popolazione. Per evitare guai peggiori a tutti gli altri. È il “male minore” che si fa strage.

La nostra società è come il Titanic, non ci sono scialuppe per tutti, quindi c’è chi dovrà essere abbandonato. E guarda caso saranno i passeggeri di terza classe.

L’Economist, con questo suo editoriale, è riuscito ad esprimere, con toni disincantati e privi di ipocrisia, il carattere intrinsecamente criminale e regressivo del capitalismo.

Criminale, perché una società che scarti la vita delle persone in base al calcolo economico lo è per sua natura.

Regressivo, perché questo scarto nasce dalla convinzione che non ci possano mai essere respiratori, cure, cibo, vita dignitosa per tutti.

La feroce competitività capitalista nasce dall’indisponibilità per tutti delle risorse che sono concentrate in un numero ristrette di mani. Da qui il darwinismo sociale, che nella sua forma estrema ha prodotto il nazismo.

Il capitalismo è una giungla dove si calcola quanto costa e chi salvare, un insieme di tecnologia e regressione umana che riemerge ad ogni crisi, pandemica o economica che sia.

Oggi più che mai invece la scienza e le tecnologia ci permetterebbero di salvare e far vivere bene tutti, solo che fossero sottratte alla logica del profitto. Ma sono proprio il profitto e l’accumulazione della ricchezza le sole grandezze economica che il giornale britannico di guarda bene dal mettere in comparazione e scambio, in trade off, perché quelle devono restare sacre e non discutibili.

Dobbiamo in fondo ringraziare questo articolo perché ci ha mostrato con chiarezza e senza giri di parole a quali orrori arriveremo se non rifiutiamo e superiamo il capitalismo.

domenica 12 aprile 2020

CAOS LIBRERIE


Meno di un italiano su due legge almeno un libro all'anno | Gli ...
La ripicca della Lega visto lo smacco ricevuto dal discorso di Conte dell'altra sera che ha sputtanato in maniera ineccepibile due rifiuti umani come Salvini e Meloni,si consuma nella scelta regionale(perché sanno che possono agire in autonomia,proprio come non istituire una zona rossa)di chiudere le librerie,oltre alle cartolerie e vendita di fiori,piante e sementi(vedi:www.illibraio.it ).
Potrebbero rimanere aperte queste ultime,così come in Piemonte,quegli esercizi presenti all'interno degli esercizi commerciali adibiti anche alla vendita di alimentari,ma vedremo da martedì chi aprirà o meno perché il caos regna sovrano.
L'articolo di Contropiano(fontana-e-il-virus-dei-libri )parla dell'allergia del popolo leghista ai libri in generale,in quanto ritenuti ottusi e poco avvezzi ad aprire le pagine di un libro oltre che la propria mente.
E fare ragionare la gente,ossigenare il cervello,non deve piacere proprio a Fontana e compagnia,ed è un dato di fatto che i censori dei libri,quelli come i nazisti che arrivarono a bruciarli nelle piazze(madn se-i-libri-bruciano )hanno molto in comune con chi sta governando la regione lombarda.
Che poi la sicurezza sia al primo posto non v'è dubbio,così come non c'è nessun sospetto sul fatto che più della metà dei lombardi non abbia smesso di lavorare da quando c'è lo stato d'emergenza,e anche chi si lamenta di non trovare un libro da leggere non è che sia stato un lettore anche prima di questa condizione è anch'essa una verità.
Trovo difficile pensare di trovare una casa senza libri,senza alcunché da leggere anche magari una seconda volta,è certamente un occasione per chi non l'abbia mai fatto di prendere in mano un libro e chissà che una volta finita questa situazione da"moda necessaria del momento"non possa diventare una bella abitudine.

Fontana e il virus dei libri.

di  M. D. 
Si sa dell’odio che i bigotti e i fascisti (che almeno un po’ s’accompagnano) hanno sempre avuto per i libri. Quella carta stampata, portatrice d’idee e di possibili ribellioni, a loro proprio non va.

Ce lo racconta Cervantes, nella sua ironica cronaca di quando il barbiere e il curato gettano nel fuoco i libri della biblioteca di Don Chisciotte, causa probabile delle sue insensate gesta.

Assai più tragica la storia dei roghi di libri da parte dei nazisti.

Comunque, la paura delle idee.

Così, quando nell’ultimo decreto, il governo ha deciso di riaprire le librerie il 14 aprile, il presidente della Lombardia Fontana si è opposto e ha confermato, con atto d’imperio, che questi esercizi dovranno rimanere chiusi in tutta la regione. Sembra che questa disposizione sarà condivisa anche dal Piemonte a presidenza Cirio.

Si tratta di una decisione singolare, per un presidente regionale che non ha lesinato la sua condiscendenza alla Confindustria e che non voleva e non vuole chiudere nulla.

Fontana non ha voluto dichiarare zone rosse le valli bergamasche dove si diffondeva il contagio per non disturbare la produzione e altrettanto ha fatto nel bresciano.

E preme sul governo per una riapertura rapida di tutte le attività, in spregio alla salute dei lavoratori. Più della metà dei lavoratori lombardi è stata costretta a presentarsi ogni giorno nella sua impresa.

Tuttavia, Fontana si accanisce sulle librerie. La carta stampata proprio non gli piace. Forse perché teme che possa far riflettere i lombardi sulle giunte corrotte e miserabili di Formigoni, Maroni e sulla sua; o, più dignitosamente, a parte tali miserie, sulle sorti del capitalismo. Oppure per semplice indifferenza alla cultura delle pagine scritte.

Ma quanti libri avrà letto Fontana nei quasi settant’anni della sua vita? O forse teme che dopo lo spettro, si aggiri per l’Europa il virus del comunismo?