sabato 11 aprile 2020

L'AIUTO "DISINTERESSATO" DI TRUMP ALL'ITALIA


Dagli Usa 100 milioni $ di aiuti sanitari e chirurgici all'Italia ...
La mossa statunitense per rimodulare le proprie alleanze con l'Italia passa dal discorso che il presidente Trump ha fatto rivolto al nostro governo e di conseguenza agli italiani,che stando ferma la priorità verso gli Usa si parla di investimenti importanti anche se le cifre e le modalità(ed i ricatti e/o le contropartite)non sono state rese note anche se la cifra sarebbe di 100 milioni di dollari in aiuti sanitari e chirurgici.
L'articolo di Contropiano(trump-promette-aiuti-allitalia-ma-e-tutta-geopolitica )parla di questo che è evidente si tratti di aiuti con molti interessi dietro,visto che soprattutto la Cina fin da subito si è prodigata a fornire supporti e gli Stati Uniti non vogliono che ci si"affezioni"troppo ai cinesi in particolar modo dal punto di vista economico.
Il discorso si allarga anche al Mediterraneo(lato europeo certamente)perché oltre all'Italia anche la Spagna e in maniera meno pesante la Francia(la Grecia non la considerano nemmeno in quanto già depredata)i danni economici legati anche alla stagione turistica praticamente azzerata si vedranno nel prossimo futuro,ed un secondo piano Marshall può interessare questi Stati visto che per ora le loro domande all'Ue hanno ricevuto picche come risposta.

Trump promette aiuti all’Italia, ma è tutta geopolitica.

di  Francesco Piccioni 
Prende il via il “Grande Gioco” che ha per posta l’egemonia del Mediterraneo.

Col fiuto dello speculatore senza inibizioni, Donald Trump ha firmato nella notte un “memorandum” inviato ai segretari di Stato, Tesoro, Difesa, Commercio, Sanità e Sicurezza Nazionale; ai consiglieri per la sicurezza nazionale e l’economia; all’agenzia per la gestione dei disastri naturali Fema, all’Export-Import Bank, all’Agenzia per lo Sviluppo internazionale, e all’International Development Finance Corporation.

Oggetto: aiutare l’Italia nella lotta all’epidemia di coronavirus e, in prospettiva, nel rilancio della propria economia.

I più filo-americani tra i giornali italiani – per esempio La Stampa, tornata sotto il controllo della famiglia Agnelli insieme a tutto il Gruppo Repubblica-L’Espresso – già sogna un nuovo “piano Marshall” e prova a venderlo come in preparazione. Balle…

In realtà, quel “memorandum” non contiene cifre, non mette in campo iniziative economiche. E’ poco più di una “promessa”, con l’indicazione a tutte le strutture cui è stato inviato di trovare, nell’ambito delle proprie competenze, le modalità per “aiutare l’Italia”.

Più in dettaglio. Il Dipartimento di Stato (il ministero degli esteri) e l’Usaid vengono incaricati di individuare le strutture italiane più adatte a veicolare eventuali aiuti, incluse Ong e associazioni religiose.

I ministri della Sanità, Sicurezza Nazionale e il capo della Fema dovranno invece vedere se nei loro magazzini c’è qualcosa (equipaggiamenti e materiali) che possano essere girati all’Italia. Ma con l’ovvio vincolo preferenziale: “senza compromettere le necessità nazionali americane”.

Il Pentagono, infine, potrà mobilitare i militari di stanza nel nostro paese per il trasporto e la costruzione di ospedali da campo, trasporto di materiale logistico vario, in coordinamento con le forze armate italiane impegnate in quei compiti.

Infine viene nominato il “supporto tecnico e di business”, ma rigorosamente senza impegni finanziari precisi.

Il perché di questa mossa – tanto apparentemente generosa, quanto indeterminata e pubblicitaria – è dichiarato con sconcertante franchezza:

«La Repubblica italiana, uno dei nostri alleati più vicini e antichi, è stata devastata dalla pandemia del Covid 19, che ha già preso 18.000 vite, portato il sistema sanitario sull’orlo del collasso, e minaccia di spingere la sua economia in una profonda recessione. Il governo italiano ha richiesto l’assistenza degli Stati Uniti. Nonostante la prima e principale responsabilità del governo degli Stati Uniti sia verso il popolo americano, andare in soccorso dell’Italia aiuterà a combattere l’epidemia del Covid 19 e mitigare l’impatto della crisi, dimostrando simultaneamente la leadership degli Usa davanti alle campagne di disinformazione cinese e russa, diminuendo i rischi del ritorno dell’infezione dall’Europa negli Stati Uniti, e mantenendo critiche filiere di produzione e distribuzione».

A questo punto il “Grande Gioco” nel Mediterraneo diventa esplicito. Proprio grazie alla pandemia, tutte le principali potenze – e soprattutto quella statunitense – hanno visto la spaventosa debolezza strategica dell’Unione Europea, incapace di uscire dagli schemi e dai trattati disegnati per fasi “normali”

Tutti hanno colto che i principali Paesi del Mediterraneo – Italia e Spagna; della Grecia non parla più nessuno, ma non sta messa meglio – sono in gravissime difficoltà ora e a maggior ragione lo saranno, sul piano economico, ad epidemia superata. Anche perché ogni settimana di semi-arresto produttivo si porta via una fetta rilevante di Pil (già sforbiciato dalla cancellazione dell’industria del turismo e di tutta l’economia del “tempo libero”: ristorazione, bar, pub, discoteche, teatro, cinema, concerti, ecc) e quindi più dura nel tempo, più duro sarà il saldo negativo da cui “ripartire”.

La Ue ad egemonia tedesca non si muove nella logica dei “piani Marshall”, ma in quella della “competizione interna”. Per cui la crisi di un Paese viene vista come opportunità per assumerne il controllo, parziale o totale, ridisegnandone ancor più il modello produttivo in funzione del proprio.

Abbiamo definito spesso questa impostazione come suicida proprio in relazione alle dichiarate ambizioni con cui la Ue è nata ed è stata costruita: diventare un polo imperialista in grado di competere a livello globale con altre aree macroeconomiche e geopolitiche (Usa, Russia, Cina, fondamentalmente).

Le due riunioni dell’Eurogruppo, finite con la pesante sconfitta dei “mediterranei”, e l’ormai prossimo incontro “risolutivo” dei capi di Stato e di governo, se non cambiano improvvisamente le cose, rischiano di aprire una faglia difficilmente controllabile sul medio-lungo periodo.

Nessuno, infatti, può farsi illusioni sull’obbedienza duratura di uno o più Paesi sottoposti a un processo di impoverimento improvviso, senza precedenti per dimensioni e gravità, cui non si presta nessun aiuto sostanziale (anzi: gli si vogliono imporre “condizionalità” che equivalgono a una procedura di esproprio).

Recita un proverbio mediorientale che un uomo che sta per annegare, se ha accanto nell’acqua soltanto un serpente, si aggrappa pure a quello.

E questa rischia di essere la sorte dei Paesi euromediterranei nei prossimi mesi e anni, sic stantibus le “politiche europee”.

Di fronte all’evidente rischio di annegamento si sono già fatti avanti Russia e Cina, entrambi con aiuti in medici, virologi, infermieri, medicinali. La Cina, che ha sicuramente la maggior disponibilità di “liquidi” sul pianeta e una capacità di progettazione-pianificazione oggi praticamente unica, sta offrendo da tempo la “Via della Seta”, cui ha aggiunto ultimamente una “Via della Salute”.

La mossa di Trump è la risposta Usa per tentare di conservare un vecchio ed obbediente alleato. Ha solo un paio di difetti: offre “doni in natura”, in quantità oltretutto limitata, e non è affatto certa di poter risolvere la propria devastazione interna. Per il virus e per l’inchiodata all’economia (16 milioni di disoccupati in più, in sole tre settimane, non sono un biglietto da visita da “superpotenza senza rivali”).

Si balla, signori. Allacciate le cinture!

venerdì 10 aprile 2020

LAVORATORI E CLIENTI NEI SUPERMERCATI A PASQUETTA


Coronavirus, il governo: tutti i supermercati aperti nel weekend ...
Una decisione sulla possibile apertura di Pasquetta nei supermercati lombardi c'è,ed è quella che si apra con orari differenti rispetto alle diverse sigle,tendenzialmente mezza giornata ma c'è pure chi terrebbe aperto addirittura pure a Pasqua.
L'articolo proposto(www.cremaonline.it 'Supermercati+siano+chiusi )riguarda prettamente la città di Crema e l'appello della sindaca Bonaldi e del consigliere regionale cremasco Piloni è quello di chiudere per motivi molto validi quali due giorni di riposo di fila per i lavoratori,evento che non capita quasi mai a meno di clamorose congiunzioni astrali,e quello pratico di evitare che la gente scorrazzi in giro aumentando le problematiche dei controlli dei soggetti preposti alla verifica delle misure restrittive.
Queste ultime già che ci sono imposte è doveroso che si rispettino,cosa che evidentemente non accade ancora e parlando relativamente di supermercati(tabaccherie,edicole,farmacie affrontano comunque situazioni simili)lo è sotto gli occhi di tutti i lavoratori:c'è gente che utilizza la scusa per fare la spesa per uscire di casa,punto e basta.
Non tutta ovviamente ma si vedono persone presenti ogni giorno,e le coppie che nei primi giorni giravano separate navigando a vista come si suol dire ora sono assieme spudoratamente,con uno o due carrelli non fa differenza.
E ci sono assembramenti come se fosse un sabato qualunque soprattutto in reparti quali ortofrutta,freschi e freschissimi e le zone alimentari in generale,la distanza di un metro(come minimo)gli uni dagli altri è pura utopia e lo stress e la fatica degli addetti si accumula e talvolta incide col lavoro ed i rapporti interpersonali.
Questo nella quotidianità,ci sono lavoratori in questo periodo che se la passano decisamente peggio ma ne è già stato scritto e detto,questo post odierno che ricalca la falsa riga di uno precedente(madn il-lavoro-nei-supermercati-in-questo specifico periodo )parla solamente della situazione nei supermercati.
Il punto del lavorare o meno a Pasqua e Pasquetta,aggiungerei pure le domeniche anche se ultimamente un paio sono state chiuse anche per sanificare gli ambienti,è una semplice questione di rispetto per se stessi e per gli altri.
Da un lato il cliente vive lo stesso con due giorni di serrata dei negozi di alimentari in genere,è già successo,dovrà essere paziente e festeggiare queste feste con quello che riesce a comprare nei giorni precedenti,se non ci sarà il pane fresco non sarà una tragedia,anche perché non ci saranno al desco né amici né parenti,almeno si spera:inoltre come detto precedentemente non è in giro e non si creano ulteriori problemi di affollamenti e di rischi di contagi.
Dall'altro lato il lavoratore,che comunque non è obbligato a lavorare e questo lo sottolineo,se ne sta a casa tranquillo a riposare,a mangiare,a festeggiare o facendo quel che gli garba,ma si sa che ci saranno due categorie di addetti che andranno a lavorare.
La prima è la schiera di lavoratori a contratto determinato,gli stagionali,la maggior parte cassiere che nella speranza di avere un giorno la possibilità di ottenere un posto fisso si sacrificheranno(molte di esse richiamate nella turnazione settimanale quando in realtà in periodi tranquilli lavorano solo la domenica)e verranno al posto di lavoro diciamo per mantenere la fiammella della speranza accesa.
La seconda categoria dei lavoratori che lavoreranno è quella che anche in periodi non drammatici come questi fa la fila e si litigano il posto a reparto per venire al lavoro lo stesso(evidenzio pure questo,lavorare è altro),cosa che in questo periodo la ritengo una mossa azzardata anche perché sarà un'accozzaglia di gente che"non vedo l'ora di andare a casa per paura del virus"e"ci sono giorni che starei a casa per non essere contagiato/a"e che sono anche i primi che senza coerenza accettano di fare ore di straordinario nonostante la paure di infezioni ma evidentemente non di ottenere(così,il guadagno è altra cosa più profonda)soldi in più:si può dire in tutta onestà in questo caso a scapito della propria salute.
Se la prima categoria si può anche in fondo giustificare in quanto lavoratori e lavoratrici precari che un giorno finita l'emergenza magari potrebbero venire assunti stabilmente la seconda è da condannare senza mezzi termini,di leccaculo e"maiaure"(termine dialettale cremasco che contraddistingue chi sta sul posto di lavoro anche se non si ha nulla da fare o se c'è qualcosa da fare lo si scansa,soprattutto in orario straordinario)ce n'è zeppo il mondo ed i posti di lavoro.
Termino aggiungendo pure che il 25 aprile dovrebbe essere chiuso e non solamente per via dello stau quo,ma perché ricordiamoci che è la festa della Liberazione(ma cadrà di sabato,altri due giorni di fila chiusi!?...vedi:madn le-feste-sacre-al-lavoro ).

'Regione Lombardia chiuda i supermercati a Pasqua e Pasquetta', cresce la richiesta.

Cresce e si allarga il numero di persone che sottoscrivono la richiesta avanzata dai sindacati alla Regione Lombardia affinché i supermercati vengano chiusi domenica 12 e lunedì 13 aprile, come “come forma di ringraziamento per questo periodo di lavoro intenso a causa del coronavirus. Le lavoratrici e i lavoratori della grande distribuzione sono da più di quattro settimane in prima linea e in condizioni di grandi difficoltà nel garantire ai cittadini l’approvvigionamento di generi alimentari. Nonostante la paura per la propria salute e quella dei propri cari e le forti pressioni dovute all’assalto a volte insensato ai supermercati”.

La politica.

Al riguardo il sindaco di Crema, Stefania Bonaldi, sostiene che la chiusura di supermercati ed ipermercati a Pasqua e Pasquetta è sacrosanto. Mi auguro che dopo ordinanze su tantissime materie e discipline, ordinanze che condivido tutte perché le restrizioni salvano vite, diciamolo con forza, arrivi anche questa”. Dello stesso avviso il consigliere regionale Matteo Piloni: “Lo dobbiamo ai lavoratori che in queste difficili settimane hanno dovuto continuare a lavorare fuori casa, a contatto con altre persone, per garantire un servizio essenziale. Chiudere i supermercati renderebbe anche più facile alle forze dell’ordine controllare gli spostamenti in due giornate in cui sarà più difficile, ma importantissimo, continuare a verificare il rispetto delle misure restrittive. Hanno già deciso la chiusura regioni come Sicilia, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna. Lo si faccia anche il Lombardia”.

giovedì 9 aprile 2020

SEMPRE PIU' NECESSARIA L'USCITA DALLA NATO


FUORI L'ITALIA DALLA NATO!!! FIRMA QUI LA PETIZIONE | La Via di Uscita
Saltuariamente salta fuori la domanda nono solo sulla convenienza a rimanere nell'organizzazione della NATO(vedi:madn settantanni-dinfamia )ma quantomeno se tale congrega di assassini(noi compresi,un bel posto in prima linea ce l'abbiamo)e guerrafondai abbia la necessità di esistere(alcuni direbbero esistere ancora,molti sarebbero del parere se mai fosse stata utile).
Ma visti i tempi con la caduta del blocco sovietico per quello che era dopo la seconda guerra mondiale ecco che due calcoli si dovrebbero farli,nell'articolo di Contropiano(ma-se-chiediamo-aiuto )sono poste cifre riguardo le nostre spese militari e quanto destiniamo annualmente alla Nato,numeri enormi che da sempre diciamo che sarebbe meglio spendere in situazioni più critiche e vicine a noi soprattutto in queste settimane.
Facendo un giro in rete perché le cifre non corrispondono mai,diciamo che 80 milioni di Euro compresi sia gli emolumenti destinati agli Stati membri del Patto Atlantico che quelli per gli armamenti nostrani e spese per l'esercito e simili siano sull'esatto milioncino in più e meno,e la percentuale dell'incidenza sul Pil sia attorno all'1% abbondante sono un'enormità di miliardi di Dollari(le cifre raccolte sono di questa valuta e di Euro).
I primi aiuti nell'emergenza coronavirus giunti da Cuba,Russia e Cina,paesi alieni alla Nato,mentre l'Ue latita ancora oggi nonostante le belle promesse,ecco che la"santa alleanza militare"è un lusso che non ci conviene mantenere visto che sono soldi buttati via,che arricchiscono in primo modo gli Usa,guarda caso quella che sputtana alla grande le nazioni sovracitate,e che davvero sarebbero indispensabili a tutto fuorché alla guerra.

Ma se chiediamo aiuto a Cuba, alla Cina, alla Russia, cosa ci stiamo a fare nella NATO?

di  Angelo Baracca 
Il nostro paese sta colando a picco non per l’attacco di eserciti poderosi armati fino ai denti, ma di un nemico microscopico, invisibile, pervasivo. Per gli eserciti, siamo membri della NATO, abbondiamo di basi militari e bombe atomiche sul nostro suolo, siamo coinvolti in mega-esercizi militari (solo messi in ginocchio dal virus ci siamo ritirati dall’ultima, bellicosa esercitazione). Siamo anche nella UE. Ma nessuno dei nostri “alleati”, i quali per lo statuto dell’OTAN (perché siamo il solo paese latino che usa l’acronimo NATO, che in italiano non vuole dire nulla) sono tenuti a intervenire se fossimo attaccati militarmente, proprio nessuno, ha mosso un dito mignolo per aiutarci in questo tragico frangente (pur tenendo conto che molti hanno le loro gatte da pelare).

E allora? Allora abbiamo chiesto aiuto ai “nemici”! Le giravolte sono tradizionalmente il nostro forte. In tempo di guerra guerreggiata sarebbe alto tradimento. Ed ecco, riceviamo soccorso da Cuba, dalla Cina, dalla Russia: il peggio immaginabile per l’OTAN! Ma allora sembra veramente singolare che nessuno ponga una buona volta la domanda: MA COSA CI RESTIAMO A FARE NELL’OTAN-NATO?

A me sembra incredibile, paradossale, che a nessuno venga questo dubbio.

Perché – vediamo – che cosa ci “costa” essere membri dell’OTAN-NATO? Se per lo meno fosse gratis, ma invece ci costa, e molto salato: soldi e mezzi che, proprio in questa occasione, servirebbero maledettamente al nostro servizio sanitario!

Per renderci conto di “OTAN-NATO quanto ci costi?!” è sufficiente un paragone elementare, che però non ho mai sentito fare da nessuno.

Proprio ai nostri confini ci sono due paesi che non aderiscono all’OTAN-NATO, non San Marino o Monaco, non paesi sottosviluppati (con tutto il rispetto): l’Austria e la Svizzera. Mamma mia, forse correrà un brivido per la schiena, che rischi corrono a non avere l’«ombrello» dell’OTAN-NATO! E invece no. Anche nei periodi peggiori dei sanguinosi attentati ne sono rimasti fuori: perché? Oibò, un dubbio, non sarà perché non hanno contingenti militari all’estero, nelle zone delle (nostre) guerre?

Ma se fosse solo questo (e già non è poco, anche perché le missioni militari all’estero ci costano non pochi soldini). Diamo un’occhiata al loro budget militare, tenendo conto che l’Italia ha una spesa militare di oltre 26 miliardi di dollari, che è circa 1,3% del nostro PIL.

Per l’Austria, il PIL è stato all’incirca di 418 – 456 miliardi di dollari nel 2017 e 2018, a fronte di una spesa militare di circa 3,140 miliardi nei rispettivi anni: all’incirca lo 0,7% del PIL, grosso modo la metà rispetto all’Italia. E si che da qualche anno l’Austria si è data governi decisamente di destra.

Per la Svizzera, con un PIL di circa 740 miliardi di Dollari nel 2018, ha speso per la Difesa circa 4,7 miliardi di dollari, ossia circa 0,64% del PIL.

Gli austriaci e gli svizzeri tremeranno alla sola idea di subire un attacco militare (si, ma da chi?!).

Certo questo paragone è semplicistico: bisognerebbe esaminare in dettaglio la struttura dei sistemi militari di questi paesi, ad esempio in Svizzera ha una singolare struttura (brevemente da Internet: Fondamentalmente l’Esercito svizzero è organizzato secondo il principio di milizia e si basa sull’obbligo di prestare servizio militare per tutti i cittadini svizzeri; “La Svizzera non ha un esercito, la Svizzera è un esercito”. Può certo non piacere).

Si deve aggiungere che l’OTAN-NATO ci chiede da tempo di aumentare la spesa militare, arrivando almeno al 2% del PIL, che vorrebbe dire spendere 40 miliardi per la Difesa: col che saluteremmo per sempre il rilancio della Sanità, dei Servizi Sociali, dell’Istruzione, della Ricerca! Ma poveri, malati e ignoranti va benissimo per l’OTAN-NATO, purché armati fino ai denti, contro chi non si sa … oppure si sa benissimo, contro i soli paesi che oggi ci aiutano! Ci confermiamo voltagabbana.

PS – Del resto ecco come il segretario generale dell’OTAN-NATO Jens Stoltenberg si dimostra premurosa verso gli alleati: diciamo in coro “Ma quant’è buono lei!”

mercoledì 8 aprile 2020

MARCO BONOMETTI


Confindustria Lombardia on Twitter: "📌 Domani il Presidente Marco ...
Mi ha lasciato di sasso l'intervista al presidente di Confindustria Lombardia Marco Bonometti,sembrava una boutade alla Lercio ma invece incuriosito dall'articolo di Left(contare-i-morti-contare-i-soldi )sono andato al sito di Tpi(che è il secondo contributo(confindustria-lombardia-zone-rosse-in-regione )pensando che nei commenti ci fossero delle esagerazioni ed invece leggendo l'intervista mi sono reso amaramente conto che tutto era reale,anzi surreale.
Non vorrei aggiungere troppo a quello scritto sotto,i commenti sono superflui e c'è solamente da leggere con i propri occhi che esistono realmente personaggi come questi legati al dio denaro,alla produzione e all'arricchimento sulle spalle di persone,contando i soldi a scapito dei morti.
Uno che rivendica a distanza di un mese l'accordo con regione Lombardia affinché il territorio della Val Seriana non venisse dichiarato zona rossa perché avrebbe creato un danno d'immagine per il resto della regione e della nazione oltre che al blocco della produzione industriale è da ergastolo.
Uno che farnetica che la causa del numero così elevato di vittime a Nembro,Alzano Lombardo e paesi limitrofi stia nel fatto,in quella zona maledetta dall'uomo e non dalla natura o dal caso,che vi sia una presenza massiccia di animali negli allevamenti è da ricovero e poi da smaltire.
L'anno scorso è stato pure indagato per finanziamenti illeciti assieme all'eurodeputata Laura Comi in una presunta rete di corruzione,ma si sa che questi maiali cadono sempre in piedi(vedi anche: madn fontana-e-galleradai-tamponi-ai.tamponati(nel cervello e nell'anima) ).

Contare i morti, contare i soldi.

di Giulio Cavalli
Ieri è uscita un’incredibile intervista di Francesca Nava a Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, che rivendica con fierezza la mancata chiusura del bergamasco (la famosa “zona rossa” arrivata troppo in ritardo su cui stanno litigando il governo e il presidente della Lombardia Fontana).

Spiega Bonometti che loro di Confindustria erano “contrari a fare una chiusura tout court così senza senso” e di averne parlato direttamente con la Regione: “Ci siamo confrontati, ma non si potevano fare zone rosse. Non si poteva fermare la produzione”, spiega. Un piccolo particolare, il senso di quell’incontro, che è sfuggito all’assessore lombardo Gallera che poteva semplicemente dirci che si sono ritrovati a contare i soldi e a contare i morti. Se c’era bisogno di qualcuno che scivolasse sull’argomento per raccontare apertamente la verità l’abbiamo trovato.

“Però ora non farei il processo alle intenzioni, bisogna salvare il salvabile, altrimenti saremo morti prima e saremo morti dopo”, dice Bonometti, come se i decessi tra Alzano e Nembro siano solo numeri su cui tirare una riga. Stupisce (no, in realtà non stupisce) anche l’indelicatezza con cui viene trattato un argomento così umanamente doloroso: non c’è niente, ci sono solo numeri, numeri, numeri.

E se qualcuno ha bisogno di conferme sull’attendibilità del personaggio ecco l’ultima chicca: alla giornalista che gli chiede come si spiega questi numeri enormi di contagio nelle zone densamente industriali risponde che la colpa è “una presenza massiccia di animali e quindi c’è stata una movimentazione degli animali che ha favorito il contagio”.

Buon mercoledì.

---------------------------------------------------------------------------------------------------------------

“In Lombardia non si potevano fare zone rosse, non si poteva fermare la produzione”: parla a TPI il presidente di Confindustria Lombardia.

Intervista a Marco Bonometti, leader degli industriali lombardi: "Con la Regione ci siamo confrontati. Per fortuna non abbiamo fermato le attività essenziali, altrimenti i morti sarebbero aumentati. Perché così tanti decessi qui? Ci sono molti allevamenti, la movimentazione degli animali ha favorito il contagio".

Di Francesca Nava
Confindustria Lombardia: intervista al presidente Bonometti.

“Abbiamo chiesto liquidità immediata al Governo e la sospensione delle scadenze fiscali, perché esiste il rischio reale che il 50 per cento delle aziende lombarde che rappresento non riapra mai più. Sembra che siamo stati ascoltati”. Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, commenta a caldo a TPI l’approvazione di ieri del decreto “liquidità” e l’annuncio del governo di un intervento “poderoso” da 400 miliardi di euro alle imprese. “Tuttavia mi riservo di leggere a fondo il decreto – aggiunge il capo degli industriali lombardi – per capire se le nostre richieste sono state recepite fino in fondo. Non vorrei fossero solo annunci”. È passato oltre un mese da quando Bonometti (era il 29 febbraio) parlava di “danno di immagine” con “l’Italia isolata” e con la zona rossa “che crea danni economici anche alle altre aziende” e sono passate oltre tre settimane da quando ha pubblicato un documento per ribadire il no alla chiusura delle industrie. A un mese dal lockdown nazionale deciso dal Governo il presidente degli industriali lombardi accetta di fare il punto con noi.

Quante imprese stanno lavorando ora in Lombardia?

Delle 13.900 aziende che rappresento, solo il 30 per cento sta continuando a lavorare.

Immagino che abbia letto i dati Istat, con gli incrementi del 1.000-2.000 per cento dei decessi nelle zone della mancata zona rossa. Secondo lei è stato un errore non aver chiuso subito Alzano Lombardo e Nembro, non aver interrotto le attività produttive?

Le polemiche le facciamo alla fine. Adesso serve salvare le vite umane e salvare l’economia. Il vero errore è stato quello di lasciare che la gente andasse in giro, andasse nei bar, nei ristoranti, nelle discoteche.

Oggi però in Lombardia sono molti quelli che si muovono ancora per lavoro ed erano molti di più quelli che lo hanno fatto prima della chiusura totale.

Dovrebbero andare a controllare questi movimenti, perché per esempio il codice di autoregolamentazione che ci siamo dati per salvaguardare la salute dei dipendenti è proprio quello di utilizzare i guanti, le mascherine, il distanziamento.

Abbiamo ricevuto molte segnalazioni di aziende che non mettono in sicurezza i propri dipendenti e li costringono a lavorare senza le protezioni adeguate.

Se le aziende non sono in grado di mettere in sicurezza i propri lavoratori non possono lavorare. Noi abbiamo fatto di tutto per dotare le aziende dei dispositivi, però se una azienda non ha i requisiti che ci siamo dati non può lavorare. Noi di Confindustria Lombardia ci stiamo muovendo per procurare e garantire il fabbisogno a tutti, con lo sblocco delle dogane, con la centrale che è stata fatta a Milano per individuare i fornitori di mascherine e di tutti i dispositivi. Lo abbiamo fatto sia per l’industria, sia per la sanità privata. Lo Stato su questo tema però ha sbagliato, le mascherine non ci sono, è chiaro che c’è stato un buco.

Lei come se li spiega tutti questi morti in Lombardia e soprattutto nella bergamasca?

Ci sono diverse le ragioni: innanzitutto qui c’è una presenza massiccia di animali e quindi c’è stata una movimentazione degli animali che ha favorito il contagio, parlo degli allevamenti, e questa potrebbe essere una causa.

In che senso, mi scusi?

Gli animali non sono considerati veicolo di contagio di questo virus.
Se non sono stati ritenuti veicolo di contagio, non c’è spiegazione, anche se un’altra causa è che si tratta di zone densamente popolate da industrie e quindi la movimentazione delle merci e della gente ha certamente favorito. Non all’interno delle fabbriche, però, perché le fabbriche sono considerate per noi i luoghi più sicuri.

Considerando questo intenso scambio commerciale che lei mi conferma, soprattutto in Val Seriana, non crede che sarebbe stato meglio chiudere tutto come a Codogno per limitare il contagio, in particolare dopo l’allarme lanciato dall’Istituto Superiore di Sanità i primi di marzo?

Per fortuna che non abbiamo fermato le attività essenziali, perché sennò i morti sarebbero aumentati. Le faccio un esempio: il problema dell’ossigeno, il problema delle aziende farmaceutiche, che stanno lavorando a pieno ritmo. Lo sbaglio è stato di non considerare nel codice Ateco anche le filiere dei servizi essenziali. Io ho sempre sostenuto che bisognava salvaguardare le vite umane e dall’altra parte salvaguardare la produzione essenziale, che permetteva di dare il sostentamento di salute e sicurezza ai cittadini. La verità è che buona parte di questa classe politica è incompetente. Basti pensare che per fare gli acquisti ci sono ancora le gare. Bisognava fare come prima cosa un commissario con pieni poteri.

Lei mi conferma che i primi di marzo ci sia stata in Regione una riunione con i rappresentanti delle industrie lombarde, il presidente Fontana e alcuni tra i principali imprenditori della bergamasca per parlare proprio della zona rossa?

Ci siamo confrontati, ma non si potevano fare zone rosse. Non si poteva fermare la produzione. Le faccio un esempio: se oggi la Dalmine non lavorasse, io ho insistito per tenerla aperta, le bombole per l’ossigeno non ci sarebbero. Ma le bombole per l’ossigeno sono una filiera che parte dall’acciaio, alla calandratura, dalla saldatura, alla meccanica. Per fortuna che sono rimaste aperte certe attività. Se non ci fossero state le imprese aperte con l’utilizzo e lo sfruttamento dell’ossigeno che diamo agli ospedali, la gente sarebbe morta.

Quindi lei rivendica la sua contrarietà a creare una zona rossa in Val Seriana?

Noi eravamo contrari a fare una chiusura tout court così senza senso.

Eravate contrari a un chiusura modello Codogno, per intenderci?

Codogno è un paesino, capisce che non fa testo.

Insomma, non proprio, Codogno ha più abitanti di Alzano e di Nembro, ovviamente non ha la loro densità di fabbriche e di industrie.

Appunto. Però ora non farei il processo alle intenzioni, bisogna salvare il salvabile, altrimenti saremo morti prima e saremo morti dopo.

martedì 7 aprile 2020

UNA SPERANZA PER PADRE GIGI MACCALLI E NICOLA CHIACCHIO


Padre Gigi Maccalli è vivo - La Provincia
A più di un anno e mezzo dal rapimento avvenuto in Niger nel settembre 2018 si hanno buone notizie per Padre Pierluigi Maccalli,che è stato filmato per pochi secondi assieme ad un altro italiano,Nicola Chiacchio,un turista anch'egli rapito qualche anno fa ma di cui non si hanno molte notizie e forse rapito in Mali.
Il video in cui appaiono in discrete condizioni potrebbe essere del 24 marzo scorso se la data riferita dal missionario cremasco sia veritiera,una notizia che riapre una speranza per una loro liberazione da parte dei jihadisti che li hanno sequestrati(vedi:madn il-rapimento-di-padre-pierluigi-maccalli ),anche se ad oggi le notizie che trapelano su eventuali richieste non ci sono,articolo di:crema.laprovinciacr.itpadre-gigi-macalli-e-vivo .

Padre Gigi Maccalli è vivo.

Il gruppo di jihadisti che lo ha rapito ha contattato direttamente il quotidiano Avvenire, con un video di pochi secondi del quale è stato diffuso un fotogramma

MADIGNANO (6 aprile 2020) - Padre Gigi Maccalli è vivo. Il gruppo di jihadisti che lo ha rapito ha contattato direttamente il quotidiano Avvenire, con un video di pochi secondi del quale è stato diffuso a testimonianza della fondatezza della notizia, questo fotogramma. Pochi secondi in cui padre Gigi Maccalli, missionario cremasco rapito in Niger il 17 settembre 2018 conferma la propria identità e provenienza. Con padre Maccalli compare Nicola Chiacchio, di cui si sanno poche cose: è stato rapito alcuni anni fa, probabilmente in Mali, mentre viaggiava nella regione come turista.

«Mi chiamo Pier Luigi Maccalli, di nazionalità italiana, oggi è il 24 marzo - inizia il breve audio pervenuto ad Avvenire -. Mi chiamo Nicola Chiacchio». Il giornale dei vescovi riferisce che «come ulteriore prova di vita, abbiamo richiesto un fermo-immagine del video: i due ostaggi sono seduti uno di fianco all’altro. Maccalli a sinistra con gli occhiali scuri, la sua abituale barba bianca e folta, e un vestito tradizionale. Chiacchio, anche lui vestito tradizionalmente e con la barba lunga».

Maccalli, religioso della Società delle Missioni Africane (Sma), originario della Diocesi di Crema, era stato sequestrato la sera del 17 settembre 2018 nella missione di Bomoanga, a circa 150 chilometri dalla capitale nigerina, Niamey. Da allora non si avevano più notizie sulla sua sorte. Chiacchio, di cui si sanno poche cose, è stato rapito alcuni anni fa, probabilmente in Mali, mentre viaggiava nella regione come turista.

lunedì 6 aprile 2020

FONTANA E GALLERA:DAI TAMPONI AI TAMPONATI(NEL CERVELLO E NELL'ANIMA)


Sanità: Fontana, Gallera e la favola del mago - MALPENSA24
Parlare di Fontana e di Gallera,rispettivamente presidente della regione Lombardia e relativo  assessore al welfare,sinceramente non mi piace così con mi piacciono alcune disposizioni che la regione sta adottando,che non ha fatto o che ha accolto con un ritardo che ha provocato centinaia di morti evitabili,vedi la Valle Seriana dove il ritardo di sei giorni d'istituire una zona rossa stile Codogno per tenere aperte le numerose attività lavorative e che ha causato un danno epocale.
Negli articoli proposti alcuni degli errori macroscopici che questi incapaci sono riusciti a compiere e che stanno continuando a fare,come lo spostamento di pazienti non gravi colpiti dal Covid-19 nelle case di riposo e delle residenze sanitarie assistenziali che hanno in alcune zone azzerato generazioni di anziani,aggravato dal fatto che sono riusciti a spostare malati a strutture i cui operatori e pazienti erano(ancora oggi in alcuni casi)sprovvisti di protezioni.
Il tanto elogiato sistema lombardo(madn sanita-e-santità ),il fiore all'occhiello della sanità italiana è ridotto a colabrodo grazie ai tagli lineari del governo e alle corsie preferenziali che hanno indirizzato i pochi soldi disponibili verso le strutture private,è allo stremo e tutto il mondo lo ha visto,salvato solamente dall'abnegazione degli addetti sanitari delle strutture pubbliche,ridotti a lavorare senza protezioni o con dispositivi ampiamente al di sotto della necessità,con un numero impressionante di loro deceduti o contagiati(contropiano la-strage-di-anziani ).
La questione delle morti,del loro aumento percentuale vertiginoso come si vedono nei dati del secondo contributo(left.it ),decessi sommersi che sono per la maggior parte se non tutti dovuti al coronavirus,deceduti nelle case di cura p a casa propria cui non sono stati eseguiti tamponi nemmeno dopo il decesso,sono una questione per loro di numeri e basta,non di tragedie evitabili.
Gli stessi tamponi che tutt'ora vengono eseguiti con solerzia a politici e vip,mentre anche chi ha sintomi oppure è venuto a contatto con casi conclamati di ammalati viene imposta una quarantena come restrizione,con centinaia di migliaia di persone asintomatiche che lavorano ogni giorno e che si spostano sia in Lombardia che in tutta Italia.
Il Veneto ha già numeri diversi sia come decessi che contagiati(fatte le debite proporzioni con la regione accanto)così come i tamponi sono stati eseguiti con maggiore continuità:la Lombardia vuole insabbiare i contagiati,con gli ospedali ancora al collasso nonostante i nuovi presidi ospedalieri spuntati fuori un poco ovunque e col grave ritardo col quale si è aperto(solo oggi)quello della zona fiera di Milano,una montagna che ha partorito un topolino.
C'è pure il fastidioso gioco allo scaricabarile delle colpe tra il governo centrale e quello regionale,ma visto che la sopravvalutata sanità è gestita dalla Lombardia bisogna prendersi pure le proprie responsabilità.
Non fa una grinza un emendamento al decreto 1766 contro rivalse agli operatori sanitari per i decessi avvenuti in situazioni d'emergenza e di orrore direi,che ha la prima firma di Salvini e che vorrebbe allargare lo scudo penale a politici come Fontana e Gallera,che se il mondo fosse giusto fino in fondo sarebbero giudicati da un tribunale popolare,ma ci accontenteremo di un lungo periodo di meritata galera per come hanno gestito,stanno gestendo e che purtroppo continueranno a fare.

Quelle morti (quasi) invisibili. Cosa è successo in Lombardia?

di Quinto Tozzi
Sono centinaia e forse migliaia i decessi a domicilio (e nelle case di cura per anziani), oltre l’ecatombe negli ospedali. Cerchiamo di capire come mai

Che la diffusione dell’epidemia nella popolazione fosse ben più ampia dei numeri ufficiali desunti dai tamponi è ormai cosa nota. Stanno invece giungendo conferme che anche il numero dei deceduti per Covid-19 in alcune aree geografiche è ben più alto delle cifre ufficiali. L’Istat al riguardo ha pubblicato i dati sulla mortalità sino al 20 marzo 2020 di un migliaio di comuni italiani (v. articolo su Left). Dati che utilizzati per elaborazioni statistiche consentono di meglio comprendere gli anomali picchi di mortalità segnalati da alcuni sindaci e ripresi dalla stampa locale. Tra i tanti che si sono cimentati anche il prestigioso Istituto Cattaneo di Bologna con uno studio su: “Gli effetti della pandemia da Covid-19 sulla mortalità. Analisi di 1084 comuni italiani”. Colpiscono, tra i molti dati, l’aumento dei decessi rispetto alla media del quinquennio precedente (molto superiore alle cifre ufficiali): a Bergamo sono aumentati del 266%, seguono Piacenza con il 178%, Pesaro 167%, Cremona 134%, Parma 80%, Brescia 78%; le altre città raramente superano il 40%; Milano fortunatamente al 16,3%. Lo studio così conclude: “Il numero di decessi riconducibili a Coronavirus in Italia risulta comunque il doppio di quello a cui si arriva sulla base dei numeri relativi ai pazienti deceduti positivi al test per Covid-19, comunicati dalla Protezione Civile. È plausibile, quindi, che i decessi aggiuntivi non attribuiti a Covid-19 riguardino persone decedute in casa, e sulle quali non è stato eseguito il test di positività”. Perché si sono verificati centinaia e forse migliaia di decessi a domicilio oltre l’ecatombe dell’ospedale e la prevedibile e normale mortalità della popolazione? Cosa è stato fatto o non fatto per prevenirli? In assenza di altre cause massive di morte perfettamente concomitanti (terremoti, guerre, tsunami o terribili maledizioni) l’unica spiegazione logica e plausibile, come conclude la ricerca, è che fossero anch’essi dovuti al Covid-19 e, aggiungiamo noi, che ci sia stato un insuperabile e persistente motivo che ha impedito loro di fare il tampone e andare in ospedale. Cerchiamo di chiarire e dare qualche spiegazione.

Normalmente i pazienti con sintomi si rivolgono al medico di base il quale eventualmente segnala il caso alla ASL che decide se procedere o no con un tampone. Se il paziente fa il tampone, se questo è positivo, se ha sintomi importanti va in ospedale altrimenti resta a casa variamente controllato; se peggiora va in ospedale. Evidente che in questo percorso ci sono troppi se. Il più cruciale è che se il paziente non fa il tampone, pur avendo i sintomi, non è considerato un Covid-19 e resta fuori dall’intero circuito. Se la strategia della regione, come affermano i numeri, è fare pochi tamponi è più difficile entrare nel circuito ospedaliero e territoriale e le situazioni sempre possibili ma eccezionali possono diventare, come accaduto, quasi la norma. Inutile dire che lasciare a casa un paziente positivo ma non diagnosticato significa per prima cosa ridurre le sue probabilità di sopravvivenza ma anche condannare alla positività la famiglia ed i contatti (ed essere una delle principali cause dell’esplosione dei contagi); esattamente il contrario di quello che si dovrebbe fare. Ovviamente è quasi impossibile sapere ora quanti sono i pazienti senza tampone; lo si può intuire, come stiamo facendo ora, contando, dopo, i morti.

Fare pochi tamponi ha altre gravi conseguenze: sottostima il numero dei positivi giornalieri (cosa che può far mediaticamente comodo e dipende da quanti tamponi vengono fatti, a chi, e dispersi su quale popolazione). Pochi tamponi rendono l’ospedale fortemente permeabile ai contagi dei pazienti e del personale; sul territorio, come detto, questa “strategia” limita enormemente la possibilità di individuare i pazienti con Covid-19. L’OMS ha da tempo sollecitato a fare più tamponi. Quando si parla di numero di tamponi viene comunemente commesso l’errore di riferirsi al loro numero assoluto e non rapportarli alla popolazione (tamponi / 100.000 abitanti). È questo indicatore che svela e rende palese e inconfutabile la scelta iniziale della Lombardia di fare pochi tamponi. Varie fonti, elaborando i dati ufficiali, evidenziano che per un periodo sono stati fatti quasi la metà dei tamponi rispetto al Veneto.

È ampiamente noto che il famoso modello lombardo di sanità è da decenni fortemente ospedalocentrico con un territorio debole e fragile. Lo stesso modello è stato utilizzato per affrontare l’epidemia: grande potenziamento degli ospedali e residuale attività territoriale. Non si è capito che è sempre il territorio che protegge l’ospedale da flussi massicci e contemporanei di pazienti. Non si è capito che non si fronteggia una epidemia solo aumentando i pur indispensabili posti letto negli ospedali. Non si è capito che non basta il prezioso distanziamento sociale (che previene le infezioni). Non si è capito che è sul territorio che si intercettano e bloccano i malati prima che diffondano il virus; e se non lo si fa questi muoiono a casa. Non si è capito che fare pochi tamponi è un gravissimo errore. Ciò ha portato al collasso degli ospedali nonostante i sacrifici incommensurabili del personale. Ciò ha contribuito a questi morti prima invisibili. È il fallimento di buona parte della politica sanitaria regionale; fallimento che ha sempre ed inevitabilmente un costo esoso in vite umane.

Un approccio quasi opposto e decisamente più efficace, come dimostrano i numeri, ha avuto il Veneto che, avendo un territorio più forte, ha puntato subito su un energico e capillare contrasto territoriale. Inconsistenti le usuali scuse addotte della Lombardia; Codogno e Vò hanno iniziato insieme ma pochissimo dopo è arrivata la fiammata della bergamasca e la domanda vera e ineludibile è: perché si è perso così tanto tempo per decretare la zona rossa? C’entra forse il non voler chiudere le centinaia di fabbriche del posto? Scaricare la responsabilità sul governo centrale è troppo comodo e non regge più; se la gestione della sanità è regionale lo è inevitabilmente anche la responsabilità.

Possibile che la regione che si vanta di essere la più avanzata sul versante sanitario commetta errori tecnici e strategici di tale portata? Possibile che perseveri nonostante la criticità delle evidenze? Abbondano in Lombardia le competenze per capire da subito quanto stava accadendo. Molte e scomode sono domande che pretendono una risposta onesta. Altrimenti, finita questa storia, le risposte verranno comunque date ai numeri. Lo si deve quantomeno a tutti quei morti (quasi) invisibili, e probabilmente evitabili.

*

Quinto Tozzi, già cardiologo intensivista ospedaliero; già direttore ufficio Qualità e rischio clinico dell’Agenzia sanitaria nazionale (Agenas)

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

La strage di anziani nelle case di riposo? Chiedete a Fontana perché…

di  Redazione Contropiano 
La delibera della giunta Lombarda – la numero XI/2906, 8 marzo 2020 – chiedeva alle Ats, le aziende territoriali della sanità, di individuare nelle case di riposo dedicate agli anziani strutture autonome per assistere pazienti Covid 19 a bassa intensità. Come mettere un cerino in un pagliaio.

«Chiederci di ospitare pazienti con i sintomi del Covid 19 è stato come accendere un cerino in un pagliaio: quella delibera della giunta regionale l’abbiamo riletta due volte, non volevamo credere che dalla Regione Lombardia potesse arrivarci una richiesta così folle».

Luca Degani è il presidente di Uneba Lombardia, l’associazione di categoria che mette insieme circa 400 case di riposo lombarde. La sua è un’accusa precisa di cui dà conto in un’intervista a Il Quotidiano del Sud. Tira in ballo le responsabilità dell’assessore alla Sanità Giulio Gallera e del presidente Attilio Fontana. Altri direttori e altri responsabili di Rsa hanno scelto il silenzio o si sono rifugiati nella retorica del lutto. Una forma di protezione dal dolore. Che accomuna tutti, infermieri, medici, personale. Nel tempo si erano stabiliti legami non solo professionali. C’è chi, a causa del Coronavirus, ha perso pazienti, chi amici, chi colleghi.

«Dipendiamo per un buon 30% dai finanziamenti della Regione -riprende Degani – logico che molti abbiano paura di perderli. Non parlano e io li capisco, Ma noi, che facciamo parte del Terzo settore e siamo non profit, certe cose dobbiamo dirle: i nostri ospiti hanno una media di 80 anni, sono persone con pluripatologie. Come potevamo attrezzarci per prendere in carico malati spostati dagli altri ospedali per liberare posti-letto? Ci chiedevano di prendere pazienti a bassa intensità Covid e altri ai quali non era stato fatto alcun tampone. Il virus si stava già diffondendo. Stavamo per barricarci nelle nostre strutture, le visite dei parenti erano già state vietate».

Il fuoco è divampato all’improvviso e l’incendio non si è ancora spento, facendo strage di anziani. Una mattanza tenuta segreta, separata dalla contabilità quotidiana della Protezione civile.

La delibera della giunta Lombarda – la numero XI/2906, 8 marzo 2020 – chiedeva alle Ats, le aziende territoriali della sanità, di individuare nelle case di riposo dedicate agli anziani strutture autonome per assistere pazienti Covid 19 a bassa intensità.

Il presidente di Uneba spiega: «Dopo la delibera abbiamo chiesto chiarimenti, maggior parte delle nostre strutture non hanno dato seguito alla richiesta della regione. Ma c’è chi l’ha fatto e poi si è pentito. Come potevamo accettare malati ai quali non era stato fatto alcun tampone né prima né dopo? Senza dire, che il nostro personale sarebbe stato comunque a rischio. Si sono infettati medici e sanitari in strutture molto più attrezzate della nostra. Non ci hanno dato i dispositivi di protezione ma volevano darci i malati… insomma».

Ipotizzare la presenza di pazienti Covid è ritenuto – si legge nella lettera inviata alla Regione – «estremamente complesso, difficile e potenzialmente rischioso». Le Rsa ospitano, infatti, per lo più anziani che hanno già malattie gravi e conclamate. Che non possono essere più assistiti a domicilio. In totale dispongono di 70mila posti letto, tra privati, (80%), enti vari e strutture pubbliche.

Non tutti, però, purtroppo, hanno detto di no. C’è chi li ha presi i malati. Chi ha rischiato di far entrare il l virus dalla porta principale.

Tutto questo non sarebbe venuto fuori se il direttore sanitario di una Casa di riposo milanese – intervistato da Irene Benassi durante la trasmissione Agorà, su Rai3 – non avesse accennato alla “strana” richiesta della giunta lombarda.

Quando il dietrofront è partito era ormai troppo tardi, «la necessità di liberare rapidamente posti letto di Terapia Intensiva e Sub Intensiva e in regime di ricovero ordinario degli ospedali per acuti» – come si legge nella delibera, ha prevalso su tutto. Forse anche sul più comune buon senso.

In molte case di riposo lombarde ancora si aspettano le mascherine. C’è chi ha provato a ordinarle senza aspettare la Regione e la Protezione civile. È riuscito a ottenerle camuffando l’ordine d’acquisto e la bolla di accompagnamento per evitare il sequestro e i controlli in dogana! Mascherine provenienti dall’Azerbaijan ma in realtà prodotte in Cina e spacciate per tessuti: cosa bisogna fare per salvarsi la vita.

 * da Vita  Per chi fosse tentato di “minimizzare” la responsabilità del duo lumbard che sfortunatamente dirige questa Regione, ricordiamo che secondo l’art. 438 c.p.:“Chiunque cagiona un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni[1] è punito con l’ergastolo”.

E inviare nelle case di riposo (“soggiorni”, non ospedali) degenti contagiati in modo conclamato da Covid-1 è certamente una “diffusione di germi patogeni”, oltretutto in ambienti chiusi e in presenza di soggetti particolarmente esposti. Persino i “positivi” che vengono fermati fuori dell’abitazione rischiano la stessa imputazione.

E si capisce dunque perché un vasto arco di parlamentari – in primo luogo della Lega, primo firmatario Salvini, guarda caso – abbia presentato pochi giorni fa un emendamento al decreto 1766 che allarga lo “scudo penale” per errori commessi dai sanitari nella lotta all’epidemia (doveroso, in questi casi) ai molto più vaghi “soggetti preposti alla gestione della crisi sanitaria derivante dal contagio”.

Che, oggettivamente e senza malizia alcuna, sembra attagliarsi perfettamente agli amministratori della Regione Lombardia.

domenica 5 aprile 2020

COMUNQUE SI LAVORA


Covid-19 - Sicurezza dei lavoratori
In  un periodo di costante diminuzione degli addetti impegnati al lavoro dopo che nelle prime settimane praticamente ogni attività risultava indispensabile ai fini economici(madn ancora-milioni-di-persone-costrette-al.lavoro )ci sono state numerosi cambi d'indirizzo in alcuni settori,soprattutto nel chimico(e cosmetico)e nel tessile,per la produzione di mascherine,da domani indispensabili in Lombardia se si vuole uscire(domani c'è il rischio di trecentomila persone che potrebbero invadere le farmacie per ritirarle gratis)e gel disinfettanti.
L'articolo di Contropiano(quel-poco-che-funziona-in-mano-ai-lavoratori )parla del fallimento della politica e dei mercati fornendo percentuali negative su alcuni comparti economici(vengono però omessi quelli in forte rialzo)e del bisogno di misure straordinarie per aiutare le persone che sono a casa,per la produzione ci sarà tempo dopo come gli aiuti per non fare chiudere le aziende.
La stessa produzione che viene dal basso e che il padronato e la già citata in maniera altamente spregiativa Confindustria mentre piangono e minacciano vedono che i lavoratori comunque anche in condizioni precarie sia di orari,di paghe e di dispositivi di protezione,mandano avanti un paese che sta zoppicando e che purtroppo è in buona compagnia.

Quel poco che funziona è in mano ai lavoratori.

di  Leo Essen 
Gli studenti di medicina si laureano anzitempo ed entrano in corsia per aiutare i medici più anziani, i chirurghi si offrono per aiutare gli anestesisti e gli pneumologi. Succede a New York e a Cremona.

I sarti che cucivano camicie o mutande scelgono di imbastire mascherine, a Bocchigliero come ad Albany. Nelle fabbriche che producono ventilatori il genio militare affianca il genio civile, a Valsamoggia come nella Contea di Westchester. I medici volontari allestiscono ospedali inseme agli Alpini, a Bergamo come a Madrid.

Negli ospedali la sanità si libera di certe rigide gerarchie che qui e là la governavano. Manca poco che questi lavoratori, rendendosi conto della situazione sopravvenuta, diano un calcio al vecchio mondo di politici e direttore generali, prendendosi in carico direttamente questo settore.

A marzo, in Italia, le vendite di automobili sono scese dell’85,4%, quelle di veicoli industriali del 50,2% e quelle di veicoli commerciali del 73,4%. Nel settore del cemento 800 imprese e 8 mila posti di lavoro (il 25% del comparto) rischiano di scomparire. Le vendite di libri sono calate del 75%. Il settore del turismo – alberghi, ristoranti, compagnie aeree e di navigazione, eccetera – che in Italia occupa all’incirca il 13% della forza lavoro, è a terra, e lo rimarrà per un periodo prolungato. I consumi sono ridotti al minimo.

Secondo i dati diffusi da Stackline, nel commercio al dettaglio, il consumo di borse e valige è calato del 77%, quello di abiti da uomo del 64%, di abiti da sposa del 63%, quello di lampadari de 47%.

Negli Stati Uniti, al 2 aprile, 6,6 milioni di lavoratori hanno chiesto il sussidio di disoccupazione; la settimana prima 3,3 milioni. Siamo solo all’inizio.

Secondo le stime della Fed i disoccupati negli Usa potrebbero raggiungere la cifra di 47 milioni, e il tasso di disoccupazione raggiungere il 32%.

Larrilou Carumba, 47 anni, è stata licenziata all’inizio di marzo dopo otto anni come governante al Marriott di San Francisco. «Ho fatto domanda per la disoccupazione la prima settimana, ma mi ci sono voluti quattro giorni», ha detto. «Giorno e notte ho provato ad accedere, ma il sito web ha continuato a bloccarsi». La scorsa settimana è stata informata che la sua domanda è stata approvata, ma non ha ancora ricevuto il sussidio.

 Stessa cosa in Italia. Ma i detrattori guardano il dito e non la luna, guardano il sistema che non funziona, e non i milioni di disoccupati che chiedono aiuto, tutti insieme, adesso.

Nell’immediato è giusto mettere nelle mani di questi lavoratori disoccupati e delle loro famiglie una somma di denaro. Bisogna regolare il flusso e far arrivare il denaro nella mani giuste. Ma nel lungo periodo il denaro non risolve i problemi.

In questi giorni ci siamo resi conto che nessuna somma di denaro, per quanto grande, anche sparsa con l’elicottero, può comprare mascherine che non vengono prodotte, può comprare ventilatori polmonari che non vengono prodotti, può far comparire medici che non sono stati istruiti.

La raccolta fondi milionaria per la costruzione rapida dell’ospedale della Fiera Milano, con i suoi mille letti, poi diventati 24, poi diventati zero – perché non ci sono respiratori e non ci sono medici, e nemmeno il vicino Piemonte è disposto a distaccarli dai suoi ospedali – è la prova, se ce ne fosse bisogno, che il denaro è necessario, ma non è sufficiente, che il mercato e i politici hanno fallito.

Che non è sufficiente affidarsi a salvatori della patria, che non è sufficiente alcun intervento di geni della finanza o geni del software o imprenditori illuminati o mecenati; che il libero mercato funziona, forse, fintanto che le cose vanno bene.

Abbiamo letto La Ciociara di Moravia, abbiamo letto Furore di Steinbeck, non ci facciamo illusioni sulle politiche monetarie, non ci facciamo illusioni che la produzione possa riprendersi mettendo soldi in mano alle imprese. Le imprese non hanno interesse a produrre in queste condizioni.

Riponiamo la nostra speranza nelle mani delle sarte e dei sarti che cuciono mascherine, dei lavoratori che producono valvole e respiratori, persino nei lavoratori di una fabbrica di armi, la Beretta, i quali hanno iniziato a produrre valvole per i respiratori di emergenza.

Il mondo della produzione è già nelle mani dei lavoratori. Bisogna solo rendersene conto, e trarne le conseguenze. Bisogna appropriarsene e programmarlo direttamente.

sabato 4 aprile 2020

HELIN BOLEK


Ölüm orucundaki Grup Yorum üyesi Helin Bölek yaşamını yitirdi ...
Fanno molto impressione le ultime immagini in vita della cantante e musicista,nonché attivista politica Helin Bolek del complesso turco Grup Yorum,da ben 288 giorni in sciopero della fame(ha resistito così tanto perché ricoverata in maniera coatta in quanto in prigione)per protestare contro i divieti imposti al suo gruppo musicale di potere suonare in concerto e distribuire i loro dischi(articolo di Contropiano:il-governo-turco-ha-ucciso-helin-bolek ).
L'ospedalizzazione è avvenuta dopo che era stata incarcerata assieme ad altri membri del Grup Yorum mentre ora c'è apprensione per il chitarrista Ibrahim Gokcek nello stesse condizioni di sciopero da 291 giorni,già condannato all'ergastolo.
Tali pene gravissime sono state comminate per via dell'opposizione politica al sultano Erdogan e per i testi delle loro canzoni scritte nelle lingue parlate in Turchia(compreso il curdo)e di chiara ispirazione socialista,tant'è che in uno Stato che ha ancora pretese di entrare in Europa con la carta del ricatto ad oltranza(vedi:madn l'attacco e le minacce di Erdogan )tale status equivale a quello di essere terrorista.
Già si era parlato del Grup Yorum quando un avvocato italiano(madn larresto-di-gianfranco-castellotti-in turchia )era stato arrestato ad Istanbul assieme ad altri sette turchi proprio per avere seguito il processo ai componenti del Grup Yorum ai tempi in carcere già da un anno.

Il governo turco ha ucciso Helin Bolek.

di  Maurizio Disoteo 
E’ deceduta in un ospedale, in cui era ricoverata contro la sua volontà, la cantante e musicista turca Helin Bolek, componente del complesso Grup Yorum. Aveva 28 anni e, in carcere da tempo, aveva intrapreso da 288 giorni lo sciopero della fame per ottenere la liberazione di tutto il gruppo musicale Grup Yorum e la fine del divieto a cui è sottoposto, di tenere concerti e distribuire dischi. Giunta allo stremo, era stata trasferita dal carcere a un ospedale, dove ha continuato a rifiutare cibo e cure.

Fondato nel 1985 da un gruppo di studenti universitari, il Grup Yorum ha sempre proposto canzoni d’ispirazione socialista, legandosi sia alle lotte del popolo turco sia a quelle internazionali.

Il suo stile coniuga testi d’impegno politico con la tradizione musicale turca. In totale il complesso ha pubblicato 23 album e tenuto centinaia di concerti in Turchia ma anche in diversi paesi europei. I suoi concerti erano diventati momenti di incontro dell’opposizione turca al regime di Erdogan.

Dopo varie persecuzioni giudiziarie, dal 2015 al Grup Yorum è stato vietato di tenere concerti e incidere dischi e i suoi componenti sono stati incarcerati e sottoposti a centinaia di processi con l’accusa di far parte di gruppi “terroristi”, definizione che il governo Erdogan notoriamente usa per legittimare la detenzione di molti oppositori politici. Tra le loro colpe, anche quella di proporre canzoni in tutte le lingue parlate in Turchia, compreso il curdo.

L’ultimo concerto del Grup Yorum risale al 2018 e fu tenuto via internet. Dopo quel concerto, si scatenò una serie di assalti e attentati alla sede del gruppo, in un centro sociale di un quartiere popolare di Istanbul, che portò alla distruzione del materiale del Grup Yorum.

Ora si teme per la vita del chitarrista Ibrahim Gokcek, anch’egli del Grup Yorum condannato all’ergastolo sulla base di testimonianze anonime e inventate, che è in sciopero della fame da ben 291 giorni.

Lo sciopero della fame è purtroppo l’unica forma di protesta possibile per gli oppositori politici incarcerati in Turchia, dove è noto che i detenuti sono privati di ogni diritto alla difesa o contatto con l’esterno.

Tra l’altro, proprio in questi giorni si discute della sorte dei detenuti turchi, particolarmente esposti al rischio di contagio da Covid-19 a causa delle pessime condizioni igieniche e abitative delle carceri. Il governo turco sta valutando per questo la liberazione di diverse centinaia di detenuti, ma da questo beneficio saranno esclusi i prigionieri politici.

venerdì 3 aprile 2020

TRUMP PAGA PER LA TESTA DI MADURO


Sanzioni, trumpismo e ipocrisia imperiale – THINGS CHANGE / LE ...
Da diversi giorni il governo statunitense,per voce e per volontà personale di Trump,sta più che minacciando la Repubblica Bolivariana del Venezuela ed in particolar modo il suo Presidente Nicolàs Maduro.
Certamente in questo periodo farebbe meglio a vedere in casa propria in una situazione che sta colpendo terribilmente gli Usa ma si sa che deviare in qualche maniera l'attenzione dal problema principale del coronavirus allenta la situazione che è già sfuggita di mano così come nella maggioranza dei paesi del mondo.
Il redazionale di Contropiano(nicolas-maduro-contro-laggressione-al-venezuela )oltre che la solidarietà al popolo venezuelano che è in una situazione come il resto delle nazioni in emergenza sanitaria aggravata dal fatto che il Venezuela sta subendo sanzioni pesanti che bloccano di fatto approvvigionamenti alimentari,medicinali e sanitari,propone la lettera di Madura che ha scritto a tutti i governi del pianeta ed ai loro capi di Stato.
Per ora di risposte non si sono sentite,il Presidente ringrazia coloro che l'hanno letta e nel mio piccolo la rigiro affinché abbia una minima diffusione,mentre Trump offre 15 milioni di dollari per la sua cattura,mentre la cronaca parla di un grande movimento di armi al confine colombiano per fortuna intercettato che erano destinate all'assassinio di Maduro(non solamente più comunista ma anche terrorista e trafficante di droga)ed al conseguente colpo di Stato,il tutto giostrato dalla Cia e dal compiacente governo colombiano sottomesso agli Stati Uniti oltre che dal burattino e autoproclamato presidente Guaidò(madn guaidonomen-omen ).

Nicolás Maduro contro l’aggressione al Venezuela.

di  Redazione Contropiano
Incapace nel far fronte alla tragedia sanitaria e sociale che si sta aggravando negli Stati Uniti, dove crescono esponenzialmente i contagi e i decessi per chi non può permettersi le cifre stellari della sanità privata, dove più di 6 milioni di persone hanno fatto domanda per la disoccupazione all’inizio di questa settimana, Donald Trump cerca di distogliere l’attenzione mediatica interna ed internazionale lanciando un nuovo attaccato contro il Venezuela ed il governo.

Oltre ad accusare in maniera infame ed ingiustificata il Presidente Maduro e alti funzionari di Stato di terrorismo e di traffico di stupefacenti (anche gli asini sanno che il traffico parte dalla Colombia e altri “alleati” Usa in America Latina), Donald Trump ha dichiarato di essere disposto ad offrire 15 milioni di dollari per la cattura del Presidente venezuelano.

É bene ricordare che il popolo Venezuela è vittima delle brutali ed illegali sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti, un blocco che impedisce le forniture di attrezzature mediche e l’approvvigionamento di alimenti.

Il procuratore generale del Venezuela afferma che è stata emessa una citazione ufficiale per Juan Guaidó, burattino di Washington e presidente “autoproclamato”, chiamato a fornire dichiarazioni al giudice circa il tentato colpo di Stato e il piano di assassinio contro il presidente Maduro programmato per la fine del mese di marzo.

Guaidó è implicato nel caso dopo le accuse fatte in questi giorni dal capo dell’operazione militare, Clíver Alcalá. Infatti, il 23 marzo, è stato sequestrato nel territorio colombiano al confine con il Venezuela un arsenale di armi destinato ai gruppi paramilitari che si addestrano per l’assalto armato e violento contro le autorità venezuelane.

Il presidente venezuelano Maduro ha risposto alle accuse infondate formulate dall’amministrazione Trump in questo video (https://www.youtube.com/), presentando anche la strategia e i successi del governo nel contenimento dell’epidemia da Covid-19 volti a difendere la salute e il reddito del popolo venezuelano.

*****

Lettera di Nicolás Maduro contro l’aggressione al Venezuela

Ai Capi di Stato e di Governo del mondo,

Vi invio i miei più cordiali saluti in occasione della denuncia dei gravi eventi in corso contro la pace e la stabilità del Venezuela, in un momento in cui la preoccupazione degli Stati e dei Governi dovrebbe concentrarsi sulla protezione della vita e della salute dei propri abitanti, vista l’accelerazione della pandemia del Covid-19.

Come è pubblicamente noto, il 26 marzo il governo degli Stati Uniti ha annunciato un’azione estremamente grave contro un gruppo di alti funzionari dello Stato venezuelano, tra cui il sottoscritto, in qualità di Presidente costituzionale della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Tale atto consisteva nella presentazione di un’accusa formale davanti al sistema giudiziario statunitense, che non solo è di per sé illegale, ma pretende di essere la base per una falsa accusa di traffico di droga e terrorismo, con il solo scopo di inscenare una presunta giurisdizione delle autorità venezuelane.

Questa farsa statunitense comprende l’insolita offerta di una ricompensa internazionale a chiunque fornisca informazioni sul Presidente venezuelano e sugli alti funzionari, portando a pericolose tensioni nel continente; ritengo quindi necessario rintracciare i fatti che rivelano il perverso complotto dietro le accuse del Dipartimento della Giustizia.

 Il giorno prima, il 25 marzo, la Repubblica Bolivariana del Venezuela ha denunciato all’opinione pubblica nazionale e internazionale lo sviluppo, sul territorio colombiano, di un’operazione il cui scopo era quello di attaccare la vita del Presidente della Repubblica, la sua famiglia e gli alti funzionari dello Stato, così come attaccare obiettivi civili e militari nel nostro paese, riferendo come leader militare di questa operazione il signor Cliver Alcalá, ex-generale delle Forze Armate Venezuelane.

Questa denuncia è stata fatta con piena responsabilità, dopo aver preso la conoscenza il 24 marzo di un’operazione di controllo stradale a nord della Colombia, vicino al confine con il Venezuela, durante la quale la polizia di questo paese ha sequestrato molte armi da guerra in un veicolo civile.

L’indagine ha rivelato che si trattava di armi sofisticate destinate ad un gruppo di ex militari e paramilitari venezuelani e colombiani impegnati ad allenarsi nei campi situati nel territorio della Colombia.

Il 26 marzo, il suddetto Cliver Alcalá, in una dichiarazione ad un media colombiano – dalla sua residenza nella città di Barranquilla in Colombia – ha confermato la sua partecipazione ai fatti denunciati e ha confessato di essere il leader militare di l’operazione, rivelando che le armi sono state acquistate per ordine del signor Juan Guaidó, deputato nazionale, che si fa chiamare Presidente ad interim del Venezuela e agisce come operatore di Washington in Venezuela. Alcalá ha anche ha confermato che le armi erano destinate ad un’operazione militare con l’obiettivo di assassinare funzionari di alto livello dello Stato e del Governo e mettere in scena un colpo di Stato in Venezuela.

Il signor Alcalá ha detto che le armi sono state acquistate attraverso un contratto firmato da lui stesso e dal signor Juan José Rendón, consigliere politico del Presidente Iván Duque, e che ciò era noto alle autorità del governo colombiano.

Di fronte a questa ammissione, la risposta insolita del governo degli Stati Uniti è stata la pubblicazione delle gravi accuse menzionate all’inizio della presente lettera, includendo in modo stravagante il nome del signor Alcalá tra le autorità del Venezuela, come se non fosse un mercenario sotto contratto degli Stati Uniti per realizzare un’operazione terroristica contro il governo venezuelano.

Per poterlo affermare, non ho bisogno di altre prove che la presunta cattura di Alcalá da parte delle forze di sicurezza colombiane e la sua resa immediata alle autorità della DEA degli Stati Uniti in un curioso un atto in cui il detenuto, senza manette, stringeva la mano a chi lo avrebbe catturato sulla passerella dell’aereo che lo avrebbe portato su un volo speciale VIP per gli Stati Uniti, dimostrando che tutta questa messa in scena è in realtà solo il recupero di quello che loro considerano un agente americano.

Va notato che l’operazione armata frustrata era stata originariamente progettata per essere eseguita alla fine di questo mese, mentre tutto il Venezuela sta lottando contro la pandemia da COVID-19, giustamente la battaglia principale che riguarda attualmente l’umanità.

Una lotta che la nostra nazione sta portando avanti con successo, essendo riuscita a fermare la curva di contagio grazie al rafforzamento delle precauzioni sanitarie e alla messa in quarantena generale della popolazione, con un basso numero di contagi e di decessi.

Per tutti questi motivi, il governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela avverte il vostro governo delle azioni sconsiderate e pericolose intraprese dall’amministrazione di Donald Trump, che, nonostante la spaventosa accelerazione dell’aumento del CODIV-19 che colpisce il popolo degli Stati Uniti, sembra determinata a rafforzare la sua politica di aggressione contro gli Stati sovrani della regione e in particolare contro il popolo venezuelano.

Durante la pandemia, il governo degli Stati Uniti, invece di concentrarsi sulle politiche di cooperazione globale nel campo della salute e della prevenzione, ha rafforzato le misure coercitive unilaterali e ha respinto le richieste della comunità internazionale di revocare o alleggerire le sanzioni illegali che impediscono al Venezuela di avere accesso alle medicine, alle attrezzature mediche e agli alimenti.

Allo stesso tempo, ha vietato i voli umanitari dagli Stati Uniti verso il Venezuela per rimpatriare centinaia di venezuelani coinvolti nella crisi economica e sanitaria nel paese del Nordamerica.

Il Venezuela, nel denunciare questi gravi fatti, ribadisce la sua ferma volontà di mantenere relazioni di rispetto e di cooperazione con tutti i Paesi del mondo, ancor più in questa circostanza senza precedenti che obbliga i governi responsabili a lavorare insieme e a mettere da parte le loro differenze di fronte alla pandemia di COVID-19.

Di fronte a queste gravi circostanze, chiedo il vostro inestimabile sostegno di fronte a questa insolita e arbitraria persecuzione, portata avanti da una rinnovata versione del rancido Maccartismo che si è scatenato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Allora a piacimento hanno etichettato i loro avversari come comunisti per perseguitarli, oggi lo fanno nelle capricciose categorie di terroristi o trafficanti di droga, senza alcuna prova.

La condanna e la neutralizzazione oggi di questi attacchi ingiustificabili contro il Venezuela sarà di grande aiuto per evitare che domani Washington lanci campagne simili contro altri popoli e governi nel mondo. Dobbiamo rimanere fedeli ai principi della Carta delle Nazioni Unite per evitare che l’unilateralismo sregolato ci porti al caos internazionale.

State certi che il Venezuela rimarrà saldo nella sua lotta per la pace e che, in ogni circostanza, questa prevarrà. Nessuna aggressione imperialista, per quanto feroce possa essere, ci distoglierà dal cammino sovrano e indipendente che abbiamo forgiato da 200 anni, né dal sacro obbligo di preservare la vita e la salute del nostro popolo di fronte alla terribile pandemia globale di COVID-19.

Vi ringrazio in anticipo per la considerazione che avete dimostrato leggendo questa lettera, e confido che vi sarà utile per informare correttamente il vostro governo. Colgo l’occasione per rinnovarvi le assicurazioni della mia massima considerazione.

Nicolás Maduro

Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela

Caracas, 29 marzo 2020

giovedì 2 aprile 2020

SURE,SCIUR


Ursula von der Leyen nominata presidente della Commissione Ue ...
La Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen ci ha messo la faccia,per ora solamente quella a nome dell'Unione Europea,per le tardive e false scuse per non avere aiutato l'Italia per gli effetti devastanti che da più di un mese sta affliggendo la società e l'economia.
Parlando di un Piano Marshall con milioni di Euro pronti per aiutare i cittadini europei,adesso che la pandemia si sta diffondendo in quasi tutta la zona,non ci sono ancora modi ben definiti per erogare questo denaro e a chi,coronabond,Mes,titoli e obblighi di Stato sono i mezzi per ottenere liquidità in breve tempo,e con lo stesso allucinante ritardo si sono accorti che mai come ora l'Ue rischia l'implosione.
La netta distinzione tra gli stati del nord e del sud Europa(siamo sempre i terroni di qualcuno)e il distacco sia solidale che economico ha portato la maggioranza degli italiani in questo momento a dubitare fortemente di questa alleanza non più santa:tradotto se oggi dovessimo votare un'Italexit sono sicuro che ci sarebbe un'uscita con percentuali molto elevate.
Per ora gli aiuti sono arrivati da paesi fuori dall'Unione Europea,anzi fuori anche dalla Nato(vedi:madn la-lezione-cinese )mentre altri apprezzati supporti sono giunti da altri luoghi a titolo diciamo prettamente nazionale e offerti da associazioni e Ong.
Altro capitolo la Banca centrale europea con la Presidente Christine Lagarde come evidenziato nella frase tratta dall'articolo di Contropiano(scuse-finte-e-disastri-veri )"seguire il denaro"che ben si presta alla situazione e che si usa nelle indagini criminali(se non si parla di questo allora di che si parla?)e salta fuori che chi comanda in Europa,la Germania,non è così messa bene come si vuole fare vedere.
L'industria automobilistica che sta crollando unita ad una situazione bancaria che ci si è accorti è basata sul nulla,su denaro che esiste in maniera virtuale,potrebbero mettere in ginocchio il colosso tedesco,e quando questo succede capitano catastrofi a livello mondiale come se non bastasse quello che si sta passando.
Il progetto presentato dalla Von der Leyen e chiamato Sure,sicurezza,e che dovrebbe tutelare i posti di lavoro e soprattutto fornire denaro sonante per gli stipendi dei lavoratori,nel mio dialetto si pronuncia sciùr,(signore,ma anche ricco)sperando bene che tali futuri aiuti non vadano nelle tasche di chi non ne ha bisogno e merito.

Scuse finte e disastri veri. La recita di von der Leyen non incanta nessuno.

di  Dante Barontini 
Che rapporto c’è tra le “scuse” porte da Ursula von der Leyen all’Italia, le trattative frenetiche intorno alle proposte di intervento “comune” per attutire l’impatto del coronavirus sulle economie europee e lo stato dei grandi istituti finanziari europei?

Se si vuol capire qualcosa, diciamo spesso, non bisogna mai seguire le parole dei vertici dell’establishment continentale (o statunitense), ma seguire il denaro (follow the money, dicono gli anglosassoni).

Quei disinformatori professionali di Repubblica o del Corriere hanno presentato la lettera della presidente della Commissione Europea (il “governo” Ue) quasi come un atto di contrizione, giocato su classici e facili luoghi comuni, per quanto concretissimi (le sofferenze, le vittime, ecc), che dovrebbe far ben sperare per un atteggiamento più “morbido” della Germania e dunque della Ue sul dossier “condivisione” dei costi della crisi.

«Oggi l’Europa si sta mobilitando al fianco dell’Italia», anche se «purtroppo non è stato sempre così». Anzi, «bisogna riconoscere che nei primi giorni della crisi, di fronte al bisogno di una risposta comune europea, in troppi hanno pensato solo ai problemi di casa propria».

Ma quando si passa dalle frasi di circostanza alle misure concrete il discorso cambia. Drasticamente, ma sempre con parole di miele.

«L’Europa (la Ue, ndr) vuole dare una mano stanziando nuove risorse per finanziare la cassa integrazione. 100 miliardi di euro in favore dei Paesi colpiti più duramente, a partire dall’Italia, per compensare la riduzione degli stipendi di chi lavora con un orario ridotto. Questo sarà possibile grazie a prestiti garantiti da tutti gli Stati membri, dimostrando così vera solidarietà europea».

Con quale meccanismo? Domanda normale, in una comunità economica affollata di trattati vincolanti che non si vuole rimettere in discussione.

Si chiama “Sure”, ed era stato presentato dalla stessa Von der Leyen via video. Fin dal primo sguardo, però, si capisce che questo strumento si limiterà a consentire ad ogni Stato di finanziare la cassa integrazione per le aziende in crisi nel proprio Paese, salvando temporaneamente il posto di lavoro e parzialmente il reddito dei loro dipendenti.

Se infatti si tratta di un fondo finanziato pro quota da tutti i singoli Stati, in una situazione in cui tutti i Paesi si trovano grosso modo nelle stesse condizioni (chi più, chi meno, ma con tempistiche differenti che vanno tendenzialmente a convergere verso effetti pressoché uguali per tutti), è matematico che ognuno si semplicemente riprenda i soldi che vi ha messo. Spicciolo più, spicciolo meno.

Dov’è allora questa “concreta solidarietà europea”? Assente, come sempre…

Idem per la questione irritante del possibile utilizzo del Mes (Meccanismo europeo di stabilità) che ormai perfino Conte e Gualtieri definiscono inadatto a risolvere uno “shock simmetrico” (uguale per tutti), in quanto pensato per affrontare quelli “asimmetrici”, che riguardano un singolo paese in condizioni “normali”. L’esempio è la Grecia del 2015, e quindi….

Però diversi leader tedeschi, economisti e anche i Verdi di Germania cominciano a dire chiaramente che se affondano tutti i partner europei – a cominciare dai firmatari della lettera che chiede l’istituzione di “coronabond” comunitari condivisi – e soprattutto Paesi “pesanti” come Italia, Spagna, Francia… Berlino non ha speranze di poter evitare la catastrofe. E non solo perché buona parte dell’export tedesco è infra-europeo.

Con più precisione, Francesco Ninfole su Milano Finanza – citando tra gli altri alcuni dati del Cer – fa notare che il sistema bancario tedesco, da anni in gravi difficoltà, stavolta rischia di fare il botto: Banche, il tallone d’Achille della Germania nella crisi.

I conti sono presto fatti. “Gli istituti in Germania mostravano già nel terzo trimestre 2019 una redditività del capitale pari a zero, inferiore anche a quello delle banche greche (3,2%, mentre è al 6,6% la media europea). I 20 maggiori gruppi tedeschi hanno anche un altro primato negativo, quello del rapporto tra costi e ricavi, vicino all’84%: un dato più alto di quelli francesi (72%), italiani (64%) e spagnoli (53%)”.

Traducendo: per colpa di un modo di far banca rimasto quasi “antico” (molti sportelli, tanti dipendenti, ecc), le banche tedesche guadagnano meno delle altre. In più, hanno avuto negli ultimi 30 anni un profilo speculativo molto più azzardato, al limite dell’incoscienza.

“Le banche in Germania hanno il problema dei titoli illiquidi”. Ossia titoli che non si vendono perché nessuno li vuole più e dunque non valgono nulla anche se risultano tra gli “attivi” al prezzo con cui sono stati comprati; è come pensare di esser ricchi perché si possiede una villa rasa al suolo da un terremoto.

“Solo il 19% degli asset al fair value è liquido” (ossia ha un accettabile valore di mercato), “contro una media Ue del 30% (le italiane sono al 64%, le francesi al 27%). Difficile immaginare che questi valori non diminuiscano quest’anno”.

La più grande di queste banche è ovviamente Deutsche Bank, autentico zombie che da anni è sul punto di schiantare ed è ancora in vita solo perché “troppo grande per fallire”.

E cosa possono fare, lassù, per tamponare questo tsunami che si aggiungerebbe a quello da coronavirus?

“C’è chi pensa ora che la Germania, magari approfittando della sospensione delle regole Ue sugli aiuti di Stato, possa intervenire ancora (dopo I 250 miliardi iniettati prima del 2013 e l recente salvataggio di NordLb) per rafforzare alcune banche. Probabilmente senza il burden sharing imposto in passato agli istituti italiani”.

A “regole europee” vigenti, infatti, le banche si possono “salvare” solo tramite il bail in (fottendo azionisti, obbligazionisti e correntisti sopra i 100.000 euro); oppure tramite il più vecchio e meno drastico burden sharing (qualsiasi aiuto pubblico a una banca deve innanzitutto essere esaminato ed approvato dalla Commissione Europea, ma soprattutto deve essere erogato solamente in seguito alla riduzione del valore nominale delle azioni e delle obbligazioni subordinate, o la conversione in capitale di queste ultime).

Ci perdonerete i tecnicismi, ma erano necessari per comprendere che le “regole europee” non discendono dalle tavole della legge della “scienza economica” (che peraltro “prevede il passato” e non indica alcuna strada nei tempi “eccezionali”), ma dai concreti interessi di “sistemi Paese”.

A conti fatti, insomma, una delle ragioni per cui Germania e Olanda (e altri paesi del fronte “austero”) non sono disponibili a “condividere” il rischio finanziario con altri Paesi non sta tanto nella pallida eventualità che questi facciano “le cicale” invece di combattere l’epidemia e poi far ripartire l’economia. Ma nello stato comatoso di una sistema bancario “allegro”, che ha speculato sui prodotti derivati e sul capitale fittizio di Wall Street rimettendoci anche le mutande.

E per quanto “surplus” abbia accumulato lo Stato tedesco in questi ultimi 20 anni, giocando sui meccanismi differenziali dell’”austerità” a scapito dei partner più deboli, resta pur sempre una goccia nell’oceano di “titoli illiquidi” che ha allagato quelle banche.

E che probabilmente trascinerebbe nel gorgo anche un sistema industriale fondato ancora sull’automobile…

mercoledì 1 aprile 2020

SI RAGIONA IN SOLDI E NON IN VITE UMANE


Confindustria tifa Renzi – Wall & Street
In una situazione sempre di enorme emergenza e che non terminerà a breve grazie a misure del governo che non sono ancora soddisfacenti per porre un'emorragia al diffondersi del virus(non lo dico solamente io che conto una mazza ma gli addetti ai lavori,scienziati,epidemiologi e virologi),c'è chi vuole addirittura riaprire quello che poco o tanto,dipende dai punti di vista,era stato completamente chiuso o fortemente limitato.
Lasciando perdere tutti quelli che con fare schizoide dall'aprire tutto e riempire le strade a chiudere il necessario per non rovinare gli interessi di pochi(i vari Sala e Gori,Zaia e Salvini solo per citare più parti politiche)ecco che arriva il Renzi pensiero che appunto è quello di appoggiarsi a vicenda a Confindustria e che ragionano e parlano in soldoni(si perdono più di 13 miliardi di Euro al giorno con le attività chiuse)e non in termini di vite umane.
Anche se nell'articolo proposto da Contropiano(pazzi-pensano-riaprire-piena-epidemia )non c'è menzione alcuna del giullare fiorentino,tra le righe il suo riferimento e al compare Vincenzo Boccia è evidente,così come i numeri sommersi che non sono conteggiati nel computo effettivo dei contagi e delle morti per coronavirus,con riferimenti agli Stati esteri dove ci sono stragi in corso(vedi Usa che minimizzano e sono pronti a sacrificare sempre i poveri cristi)e l'esperienza cinese tramite le parole di Qiu Yunqing,l' infettivologo cinese a capo della delegazione che ha visitato degli ospedali nel nord Italia.
Risultato? Penso che sia stato molto di manica larga a non insultarci,non parlo dei medici e degli altri operatori sanitari, ma delle scelte del governo e delle regioni,evidenziando lacune oceaniche per quel che riguarda le strutture in sé e per i dispositivi di protezione utilizzati all'interno degli ospedali e delle cliniche e i turni massacranti di lavoro.

I pazzi che pensano a “riaprire” in piena epidemia…

di  Dante Barontini 
Non siamo né virologi né epidemiologi, ma non ignoriamo qualcosa di organizzazione e circolazione sociale. Così fin dall’inizio – e con più forza dalla sera dell’8 marzo – abbiamo provato a spiegare a tutti perché quella della “zona arancione larga” era una follia criminale.

Quel giorno il governo Conte decise di non chiudere la Val Seriana (buona parte della zona industriale bergamasca) in cui erano stati accertati grossi focolai di infezione, su pressione esplicita della Lega e di Confindustria, che fino a quel giorno avevano promosso le campagne mediatiche sul “non si ferma” (da Torino a Milano, complice il piddino Sala).

Non era quella zona l’unica che avrebbe dovuto essere dichiarata “rossa”, imponendo la chiusura totale di ogni attività e il divieto di ingresso e uscita. Ma si sarebbe trattato di zone territorialmente ristrette, tutto sommato “circondabili” con un dispiegamento di forze dell’ordine relativamente impegnativo ma non impossibile.

Il governo Conte scelse invece di fare “arancione” tutta la Lombardia più altre 14 province del Nord, tra le proteste inascoltabili del leghista Zaia perché vi erano comprese tre province venete.

“Zona arancione” non significava niente, perché un territorio così immenso non era “cinturabile”. Per di più i leghisti lumbard anticiparono alla stampa il contenuto del decreto che stava per essere firmato, mettendo così in moto una fuga precipitosa di migliaia di persone verso il Sud e altre regioni fin lì quasi immuni.

Peggio ancora, dopo pochi giorni il governo ha esteso a tutta Italia la stessa normativa, lasciando però aperte circa 800.000 aziende produttive, molte delle quali certamente non definibili “essenziali” al fine di combattere il virus e far rifornire la popolazione di alimenti e medicinali.

Scrivemmo allora: Se tutto il territorio è “zona rossa”, allora non c’è nessuna “zona rossa”.

Era lampante che si trattava di una strategia molto diversa da quelle adottate in Cina, Corea, Taiwan, ecc. Dove erano state chiuse totalmente zone relativamente piccole (nelle dimensioni cinesi, almeno), mentre il resto del Paese proseguiva la vita in modo quasi normale pur tra grandi cautele, misure di distanziamento e protezioni individuali obbligatorie. Paesi che dunque producevano – sia pure amputati di parti rilevanti – e quindi potevano supplire in qualche modo al deficit che si veniva a creare; ma senza diffondere il contagio.

In una logica “da Paese”, ossia che antepone l’interesse generale della popolazione a quello di gruppi privatistici ristretti, quella scelta era ed è l’unica possibile per “confinare” efficacemente un’epidemia.

La stessa invasione della privacy con sistemi di tracciamento degli spostamenti individuali, associata alla possibilità-necessità di seguire ora per ora lo stato di salute di contagiati in quarantena a casa, non sollevava obiezioni né nelle popolazioni interessate, e neppure nei media occidentali.

Ed è utile sottolineare infatti come Corea del Sud e Taiwan non siano affatto definite “dittature comuniste”…

In tutto l’Occidente neoliberista, a cominciare dall’Italia – primo Paese “invaso” dal virus (anche se la posizione della Germania sembra assai meno limpida di quanto non ammette l’”etica protestante”) – si è invece preferita una strategia chiaramente “zoppa”. Si è infatti cercato di “contemperare” le esigenze sanitarie (chiusura drastica di alcune zone) con la priorità considerata assoluta: continuare a produrre, a qualsiasi costo.

E lo stesso hanno fatto, resistendo oltre ogni limite, Gran Bretagna, Spagna, Francia, Germania, Stati Uniti (dove quel criminale di Trump giudicherebbe un successo avere “solo” 100.000 morti!). Lo schema mentale – gli interessi materiali – neoliberista fa fare le stesse cose anche se poi ognuno le fa per conto proprio… E sono stronzate che producono stragi.

Perché una cosa è produrre – come nella Cina “fuori Wuhan” o la Corea “fuori Daewoo” – in condizioni di semi-sicurezza, tutt’altra è continuare a farlo nel bel mezzo dei focolai del coronavirus, con milioni di persone che escono di casa, si stipano su autobus, metro, treni, e poi negli spogliatoi delle fabbriche, nelle mense, nelle officine.

Milioni di persone che circolano, contagiano o vengono contagiati, e poi rientrano in casa, dove contagiano familiari di qualsiasi età.

Certo, le progressive e spesso insensate “ordinanze” che vietano la circolazione delle persone non al lavoro hanno diminuito statisticamente le possibilità di contagio rispetto a una situazione totalmente “free”. Ma se non si bloccano mai  quella valanga di attività “non essenziali” possiamo star sicuri che il virus non verrà mai estirpato. Almeno fino a quando non sarà stata sperimentata una cura efficace disponibilità in quantitativi di massa, oppure scoperto un vaccino (anche qui: in decine di milioni di dosi).

Ripetiamo di non essere né virologi né epidemiologi. Ma ci sembra di non aver detto, né oggi né quasi un mese fa, qualcosa di diverso – e dunque sbagliato – rispetto a quanto prova a spiegare il professor Qiu Yunqing, infettivologo cinese di 57 anni, al vertice della delegazione di tredici esperti che ha appena visitato alcuni ospedali del nord Italia.

Qui di seguito l’articolo con cui Il Fatto sintetizza l’intervista da lui concessa a Repubblica. Nelle stesse ore in cui quel giornale varava la “campagna per riaprire le attività”! E non è neanche l’unico…

Siamo in mano a dei pazzi criminali che per due soldi in più sterminerebbero tutti…

*****

Coronavirus, l’infettivologo cinese: “Per fermare il contagio bisogna chiudere tutto. Servono più tutele per i vostri medici”

Un mese di distanziamento sociale “rigido” con tutte le serrande abbassate: fabbriche, uffici, negozi. Tutto chiuso. “E il contagio si fermerebbe”. Lo afferma, in un intervista a ‘la Repubblica’, il professor Qiu Yunqing, infettivologo cinese di 57 anni, al vertice della delegazione di tredici esperti che ha appena visitato alcuni ospedali del nord Italia.

Da quel che ha potuto osservare, dice, servirebbe “un vero blocco collettivo delle attività, come si è fatto in Cina. Con rifornimenti alimentari per quartieri, o blocchi di palazzi. Serve il controllo rigido della diffusione del contagio, altrimenti non finiranno mai le persone da curare, ed è così che gli ospedali vanno in tilt. Non vi sono altre misure, lo dico perché noi l’abbiamo sperimentato. Ci tengo che il messaggio passi al vostro Paese”.

Qiu Yunqing è il vicedirettore dell’ospedale universitario della regione di Zhejiang: confrontando la situazione nelle strutture italiane, commenta “i livelli di protezione sono sicuramente inferiori ai nostri. Parlo di maschere, di tute protettive in Tyvek. Le maschere generiche non bastano, l’impressione è che gli operatori non siano abbastanza tutelati. Forse per mancanza di risorse effettive, o, all’inizio, di mancata comprensione del problema. Come è successo a Wuhan, nel primo periodo c’è stata una situazione simile: non si sapeva cosa fosse, questo virus, e non c’era la possibilità di avere risorse”.

E serve anche più personale, per dare il cambio ai medici provati da turni troppo lunghi: “Una malattia come questa richiede tute pesanti, quindi il lavoro è fisicamente ancora più faticoso – spiega l’infettivologo – Non si può reggere un turno di 8 ore, bisogna a scendere a 4, 6 ore. Quindi ci vuole più gente, un terzo in più del solito“.

Un’ultima osservazione riguarda il noto problema delle terapie intensive. “Lì ho visto delle criticità – osserva – Le strutture di degenza sono spesso vecchie, e questo complica molto. Non è una critica, noi abbiamo creato ospedali nuovi, ma anche gli altri nostri ospedali erano recenti, costruiti ai tempi della Sars, quindi con criteri nuovi su organizzazione di spazi e lavoro. Difficile farlo in strutture datate”.

Di fronte all’emergenza attuale, aggiunge, “nessun ospedale, neanche il più moderno, può resistere all’afflusso gigantesco di pazienti, come sta succedendo in Italia”. Bisogna evitare che le situazioni ‘sommerse’ – di chi è a casa, o è asintomatico – esplodano. “I malati vanno intercettati prima. Servono cliniche dove si ricoverano i positivi, anche se asintomatici. Li si monitora, e si può intervenire in tempo, se si aggravano. Ma non devono stare a casa senza controlli, né devono andare al pronto soccorso. Devono stare in questi posti finché non si negativizzano. Nel frattempo bisogna tracciare i loro contatti, e controllarli”. Come? “Con l’analisi dei movimenti, se un malato è stato in un autobus, bisogna rintracciare tutti gli occupanti – conclude – Si deve fare una ricerca anamnestica dettagliata“.