mercoledì 10 gennaio 2018
ESISTE UN NAZIONALISMO ROSSO?
Tema importante non solamente elettorale è quello dell'Europa,se starci dentro o meno,e se nell'essere ancora presenti se usare ancora la moneta unica dell'Euro o tornare a monete nazionali,alla Lira che in tanti rimpiangono o altri conii.
Ne parla indirettamente,ma ho preso spunto in parte da questo articolo che pubblicizza un incontro che si terrà a Roma sabato prossimo organizzato dalla Rete dei Comunisti(contropiano )in quanto si parla sia di Europa ma anche del resto del mondo,inteso come Palestina.
La sinistra comunista italiana,e sono anni che lo faccio osservare,ha perso quel carattere di solidarietà attiva che viene promossa da sempre meno gente e per sempre più pochi casi concreti,quella mutualità che era parte fondamentale e prerogativa dei movimenti comunisti e socialisti degli scorsi decenni.
Solamente in pochi casi c'è qualcuno che di prima persona organizza incontri,viaggia e porta aiuto o si fa aiutare da compagni e attivisti di altri luoghi,la maggioranza ora al limite ne discute o posta qualche articolo o foto che magari poi nemmeno legge e che riguardano soprattutto Sud e Centro America,qualcosa dell'Africa e dell'Asia ma mica tanto.
Si parla di un Europa che da quando è nata ufficialmente ha usato modalità diverse su questioni nazionali,dalla Spagna alla ex Jugoslavia passando all'Ucraina e alla Gran Bretagna,alcuni metodi decisamente forti e violenti ed altri più soft.
Sappiamo che una divisione di tipo estremo come la secessione in Italia non se ne parla così come come per la Catalogna,e che quella che voleva la Lega negli anni novanta ormai non e proposta nemmeno più dai suoi capi,ma questioni presenti da decenni come quella irlandese e quella basca e catalana sono molto sentite ancora dal movimento antagonista italiano ma non dalla politica di sinistra che vorrebbe(e dovrebbe)racchiudere tutti questi elementi.
Ma che sinceramente non riesce a farlo o per lo meno non in un modo unico ma frammentato in mille sottoinsiemi che si somigliano tutti ma che hanno qualche punto di rottura rispetto ad altri,in una successione lineare di pensiero ma comunque divisa allo stesso tempo.
Catalogna, Donbass, Palestina: la questione nazionale interroga i comunisti.
di Rete dei Comunisti
L’esplosione della vicenda catalana ha dimostrato quanto, nell’Unione Europea del XXI secolo, la questione nazionale sia ancora vigente e prioritaria, smentendo quei profeti che, superficialmente, preconizzavano il tramonto degli stati nazionali in epoca di “globalizzazione”.
La lotta per l’autodeterminazione, di nuovo, rappresenta in vari territori dell’Europa un formidabile motore di mobilitazione popolare e costituisce uno strumento attraverso il quale alcune classi sociali – in particolare la piccola borghesia e le classi subalterne colpite da anni di austerity – manifestano un disagio e un desiderio di rottura nei confronti dell’attuale assetto istituzionale dominato dallo svuotamento della democrazia formale a favore di una governance ordoliberista gestita da istituzioni sovranazionali che non prevedono la legittimazione e il consenso popolare.
In generale si può affermare che, se il processo d’integrazione ha svuotato di sovranità i governi e le istituzioni nazionali, espropriate a vantaggio delle istituzioni comunitarie (formali e informali fa poca differenza), nel continente è in corso ormai da tempo un processo di ricentralizzazione che accentua il carattere autoritario e reazionario degli stati amplificandone le funzioni coercitive e di controllo, sia nei confronti di eventuali ribellioni di natura sociale sia di qualunque altra contraddizione possa mettere a rischio una stabilità interna indispensabile a consentire al polo imperialista europeo di reggere una competizione internazionale sempre più feroce.
La vicenda catalana ha messo, finora, in evidenza la rigidità di una Unione Europea che di fronte al manifestarsi di un conflitto nazionale al suo interno non sa e non può fare altro che sostenere incondizionatamente lo Stato-Nazione di riferimento.
La questione nazionale si pone oggi, nel continente europeo, sia a partire dal recupero della sovranità popolare in quegli stati che fanno parte dell’Unione Europea e che ne sono stati espropriati, come i Pigs, o che pur non facendone parte sono già ingabbiati all’interno del suo spazio economico e normativo – si veda la sponda sud del Mediterraneo – sia in relazione al diritto all’autodeterminazione delle nazioni senza stato che invece proprio negli Stati trovano un muro, una barriera invalicabile sostenuta dall’Unione Europea e dalle sue istituzioni.
Non può sfuggire che uno dei momenti fondativi, costitutivi dell’Unione Europea è stata la disgregazione violenta della Jugoslavia da parte di una Germania che ha soffiato sul fuoco dei nazionalismi pur di assorbire nella sua orbita alcuni territori a spese dell’ex stato federale. Ma quel principio di autodeterminazione della Croazia, della Slovenia e della Bosnia, difeso manu militari dalla costituenda Unione Europea – oltre che dagli Stati Uniti – non è ora riconosciuto da Bruxelles ai catalani mentre rispetto agli scozzesi si dimostra una certa tolleranza dopo la Brexit decisa da Londra.
D’altra parte, l’UE non ha esitato, pur di allargare fino a Kiev la sua area di influenza, a sostenere un golpe reazionario e a sdoganare i fascisti e i neonazisti ucraini appoggiando al contempo una criminale guerra contro le popolazioni russe dell’est del paese il cui il diritto all’autodeterminazione, di nuovo, Bruxelles non vuole riconoscere. In Palestina intanto l’occupazione israeliana si fa ancora più feroce grazie anche alla complicità di un’amministrazione Trump che provocatoriamente ha deciso di riconoscere Gerusalemme come capitale del cosiddetto ‘Stato Ebraico’.
I comunisti hanno, nel corso della loro storia, affrontato la questione nazionale in diversi modi, attraverso diverse chiavi di lettura, a seconda delle epoche, dei contesti, delle necessità concrete del momento. Non si può quindi affermare che esista, all’interno del movimento comunista, un’unica chiave di lettura su questo tema, un modello da applicare sempre e comunque. Ci dobbiamo quindi affidare dall’analisi concreta della situazione concreta, forti dell’analisi e dell’esperienza storica di quei leader e di quei movimenti, in particolare Lenin, che con il diritto delle nazioni all’autodeterminazione si confrontarono direttamente all’interno di un contesto rivoluzionario.
Su questi temi invitiamo tutti a confrontarsi in un incontro che si terrà a Roma il prossimo 13 gennaio dal titolo “I comunisti, l’Unione Europea e l’autodeterminazione dei popoli”.
Nei prossimi giorni, inoltre, il nuovo numero della rivista Contropiano conterrà un documento della Rete dei Comunisti sull’analisi di fase a livello internazionale ed un altro contributo che ricostruisce l’evoluzione del pensiero di Lenin proprio sulla Questione Nazionale.
Rete dei Comunisti
*** ***
I comunisti, l’Unione Europea e l’autodeterminazione dei popoli
Il caso catalano interroga i comunisti sull’attualità della questione nazionale
Sabato 13 gennaio, ore 16.30
Impact Hub Roma, via dello Scalo San Lorenzo 67
Coordina: Giampietro Simonetto – Coordinamento Nazionale Rete dei Comunisti
Relazione di Marco Santopadre – Coordinamento Nazionale Rete dei Comunisti
Interventi di:
Maurizio Vezzosi – giornalista, esperto di Donbass
Bassam Saleh – attivista palestinese
Eleonora Forenza – Europarlamentare PRC
Marco Morra – attivista Laboratorio Casamatta Napoli
Alessandro Giardiello – Sinistra Classe Rivoluzione
All’iniziativa sono invitati a partecipare e ad intervenire: Partito Comunista Italiano, FGCI, Collettivo Genova City Strike, Collettivo Militant, Sinistra Classe Rivoluzione, Associazione Marx XXI, Fronte Popolare, Laboratorio Casamatta, Comitato Palestina nel Cuore…
GLI INCENDI MAFIOSI NEL NORD ITALIA
Gli incendi dolosi divampati negli ultimi giorni nel pavese e nel savonese hanno creato a ragione l'allarme diossina e non solo,perché i materiali andati in fumo non erano solo plastica ma chissà cos'altro ci sarà stato in quegli ammassi di rifiuti stoccati.
Mentre a Corteolona(laprovinciapavese )si stanno cercando ancora il proprietario ed il gestore del magazzino andato distrutto,il che fa capire chi sta dietro a questo che è un altro business in mano alla mafia,a Bragno(genova.repubblica.it )a bruciare è stata una ditta specializzata nello smaltimento dei rifiuti.
In entrambe le situazioni molto allarme giustificato da parte dei sindaci dei paesi limitrofi che hanno chiuso scuole e consigliato la cittadinanza a tenersi chiusa in casa e a non consumare prodotti degli orti.
Le cause dolose degli incendi,anche se si sta ancora indagando,sono praticamente ovvie,soprattutto per quanto riguarda il pavese dove in un anno ben otto magazzini simili a quello andato in fiamme a Corteolona hanno subito lo stesso destino...ma come dissero menti intelligenti nel Nord Italia(Lombardia)la mafia non esiste(vedi:madn lombardi-e-la-lombardia ).
Violento incendio in un'azienda di riciclaggio rifiuti in Valbormida: origine dolosa.
Sul posto squadre di vigili dal fuoco anche da Savona e Genova. Scuole chiuse in diversi paesi, accertamenti dell'Arpal sulla eventuale tossicità dei fumi
di LUCIA MARCHIO'
Violento incendio in un'azienda di riciclaggio rifiuti in Valbormida: origine dolosa
L'incendio alla Rg Riciclaggi
Un violento incendio è divampato ieri sera poco dopo le 21 alla Fg Riciclaggi di Bragno, a Cairo Montenotte. Sono stati i vicini ad allertare i soccorsi perchè hanno visto sprigionarsi dagli impianti una nube di fumo e alzarsi alte fiamme. L'azienda è specializzata nel riciclaggio di rifiuti, opera dal 1996 su una superficie di 14.000 metri quadri sulla riva sinistra del fiume Bormida di Spigno. Le fiamme sono partire da un deposito di rifiuti ed una densa di nubi si è alzata dal deposito in fiamme, ma l'incendio non ha raggiunto il magazzino dove sono stoccati i pneumatici. Secondo i vigili del fuoco, comunque, il rogo sarebbe di origine dolosa. Le indagini sulle cause del rogo sono state avviate dai vigili del fuoco e dai carabinieri: fra le ipotesi al vaglio, quella di un gesto intenzionale, anche perché l'incendio è divampato in un giorno di pioggia. I responsabili della ditta Fg hanno assicurato che nell'area dell'incendio vengono stoccati materiali di carta, di plastica e di legno, ma non sostanze o materiali pericolose ed inquinanti. Nella nottata l'incendio è stato circoscritto, ma le fiamme hanno continuato a divampare a lungo.
Sono sul posto diverse squadre di vigili del fuoco di Cairo, Savona, Genova e Villanova d'Albenga, con le autobotti. Il sindaco di Cairo Paolo Lambertini ha allertato anche l'Arpal perchè la nube che si è sprigionata dall'incendio si è estesa verso Carcare, Ferrania e Savona. Per il momento non è chiaro se si è anche in presenza di un rischio tossico, perchè deve essere accertata la natura dei materiali che stanno bruciando. Si sa che l'incendio ha interessato sicuramente i depositi di carta e legname, ma non quelli dei pneumatici.
I sindaci dei Comuni della zona dove è in corso il violento incendio hanno invitato ad adottare una serie di precauzioni in via cautelativa. Le scuole restano chiuse a Cosseria, Bragno, Ferrania, Cairo Montenotte, Carcare e San Giuseppe di Cairo. Hanno poi raccomandato di evitare di esporre i bambini a fumi e polveri che potrebbero rivelarsi nocivi, anche se al momento non si ha alcuna certezza sulla loro potenziale tossicità, sulla quale si attende il responso dell' Arpal.
I vigili del fuoco questa mattina sono ancora al lavoro e stanno procedendo allo smassamento dei materiali bruciati e ad allontanare tutti i materiali infiammabili dal luogo del rogo. I tecnici Arpal sono al lavoro per valutare l'impatto ambientale, al momento non sono ancora noti i risultati. I sindaci di tutti i Comuni del comprensorio hanno diramato avvisi di non avvicinarsi alla zona e di evitare l'esposizione ai fumi. L'impianto era già stato danneggiato da un rogo nell'ottobre 2015 avvenuto all'esterno di un capannone.
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Corteolona.
Maxi rogo: la Procura indaga per incendio doloso
Corteolona, l’ipotesi: capannone bruciato per nascondere un traffico illecito di rifiuti. I carabinieri cercano proprietario e gestore del magazzino
di Fabrizio Merli e Giovanni Scarpa
CORTEOLONA. Alla procura della Repubblica di Pavia c’è un fascicolo aperto per il maxi rogo di Corteolona. L’ipotesi sulla quale, per il momento, l’autorità giudiziaria sta lavorando è quella di incendio doloso. L’inchiesta è stata affidata al sostituto procuratore della Repubblica, Roberto Valli che, come è normale, non si sbilancia nel rispetto del segreto delle indagini preliminari. L’indagine, per il momento nei confronti di persone ignote, è alle prime battute e gli stessi investigatori stanno mettendo in fila gli elementi raccolti per costruire solide fondamenta all’inchiesta
Corteolona, spento l'incendio partono le indagini
L'incendio a Corteolona è stato spento. Ora tocca alle indagini fare chiarezza su quanto è successo. I carabinieri del comando provinciale di Pavia stanno effettuando gli accertamenti sia sulla proprietà sia quelli tecnici che fanno capo ai vigili del fuoco al termine dei quali l'autorità giudiziaria deciderà con quale ipotesi aprire il fascicolo e a chi delegare le indagini. I vigili del fuoco stanno proseguendo nelle operazioni cosiddette di smassamento.
Incendio a Corteolona, solidarietà al giornalista della "Provincia Pavese" indagato per favoreggiamento
Il cronista interrogato in Procura dalla polizia giudiziaria per aver chiesto informazioni a un sottufficiale dei carabinieri sull’installazione di una telecamera di sorveglianza posizionata nei pressi del capannone
Che l’incendio fosse di origine dolosa lo si era capito praticamente da subito. All’interno del capannone nel quale erano abusivamente collocati i rifiuti, infatti, non aveva alcun impianto elettrico. E l’andirivieni di mezzi notato da chi vive in questa zona nelle settimane precedenti fa propendere per un incendio appiccato da chi, probabilmente, aveva interesse a cancellare le tracce di un “giro” poco chiaro. Ma si tratta, per il momento, di ipotesi che verranno seguite e approfondite dagli investigatori, cioè i carabinieri.
Le indagini del carabinieri.I militari, in stretto contatto con la procura, si stanno muovendo con il gruppo carabinieri forestali (specializzati in tematiche ambientali) e con la compagnia di Stradella, competente per territorio. Attualmente, fanno sapere dal comando provinciale, non ci sono ancora indagati. Il capannone è gestito da una società di compravendita immobiliare di Milano: ma non è stato ancora stabilito se la società milanese si occupa solo di cercare un acquirente, se in aggiunta gestisce a tutti gli effetti l’immobile e se l’edificio appartiene alla stessa immobiliare o ad altri soggetti. Si è affacciata l’ipotesi che fosse in subaffitto, ma il particolare non è stato ancora verificato.
Pavia, 8 roghi in 1 anno.
Dall'esplosione alla raffineria Eni di Sannazzaro nel dicembre 2016 all'incendio all'impianto di smaltimento rifiuti a Mortara del 6 settembre 2017, fino al rogo nel capannone abbandonato di Corteolona del 3 gennaio 2018, si contano 8 roghi nel pavese
Non esistono purtroppo immagini riprese da telecamere di sicurezza nella zona dell’incendio, in grado di documentare i movimenti di camion carichi di rifiuti destinati ad essere stoccati nel capannone. I carabinieri proseguono le analisi delle immagini riprese dalle telecamere stradali della zona, ma finora non ci sono riscontri.
Incendio a Corteolona, il capannone era una discarica abusiva
Spente le fiamme che hanno creato un'emergenza per la paura-diossina. Aperto un fascicolo contro ignoti per incendio doloso. Il prefetto: "Un sito di stoccaggio non noto". Coldiretti: "Rimborsare i danni alle aziende". Alcuni residenti hanno spiegato di aver visto, negli ultimi mesi, camion entrare e uscire scaricando materiale. Il prefetto: "Andate subito da un medico se avvertite infiammazioni alle vie aeree"
La telecamera. Una telecamera puntata sul capannone sospetto però c’era. E non una qualsiasi. A mettere il dispositivo di registrazione erano stati proprio i carabinieri della Forestale. Su preciso ordine della procura di Pavia. Segno evidente che forze dell’ordine e magistratura stavano indagando sul movimento di camion, bilici, ruspe che entravano ed uscivano dal cortile. La telecamera era stata installata su uno dei capannoni adiacenti circa due mesi fa.La telecamera è del modello di ultima generazione, idonea a trasmettere immagini nitide e ad alta definizione sia di giorno, sia di notte. Una postazione che, di fatto, ha potuto riprendere momento per momento camion in entrata ed uscita dal capannone dato poi alle fiamme. Da lì in poi, tutto quello che è successo il via vai di persone, mezzi e materiale in entrata ed uscita dal magazzino è stata quindi filmata. Anche se, sostengono artigiani e abitanti della zona, non c’era bisogno di un tale accorgimento tecnico per vedere cosa succedeva.
Incendio a Corteolona, i sindaci: "Prudenza, non si sa cosa brucia"
Le fiamme si sono sviluppate all’interno di un capannone industriale abbandonato di circa 2mila metri quadri in cemento all’interno del quale erano stoccati da chissà quanto tempo materiali vari, tra cui scarti di materiale plastico. Alcuni residenti hanno però spiegato di aver visto, negli ultimi mesi, camion entrare e uscire scaricando materiale. Mercoledì sera i sindaci del territorio, in prima linea il primo cittadino di Corteolona e Genzone Angelo Della Valle e il sindaco di Inverno e Monteleone Enrico Vignati hanno raccomandato di non uscire di casa se non strettamente necessario, di non sostare all’aperto e non aprire le finestre in attesa di capire che cosa stia bruciando.
I movimenti sospetti. «Movimenti clandestini o notturni? Ma quando mai – racconta uno dei titolari delle attività proprio di via Don Bosco –. Qui facevano tutto alla luce del sole. Anche di giorno. Anzi soprattutto». Secondo alcune testimonianze, persino una ruspa, ancora parcheggiata nel cortile l’altro giorno, sarebbe stata spostata. Qualche ora dopo, le fiamme che hanno avvolto il magazzino. Secondo la ricostruzione di chi abita a poche centinaia di metri dal capannone dato alle fiamme, poco prima di luglio il cancello non era neppure chiuso. «Entravano e uscivano anche con le ruspe – ricordano –. Per non parlare dei bilici e i Tir. A volta bloccavano addirittura la strada, per poter entrare nel piazzale». Il catenaccio sarebbe stato messo dopo l’arrivo dei primi carichi.
Mentre a Corteolona(laprovinciapavese )si stanno cercando ancora il proprietario ed il gestore del magazzino andato distrutto,il che fa capire chi sta dietro a questo che è un altro business in mano alla mafia,a Bragno(genova.repubblica.it )a bruciare è stata una ditta specializzata nello smaltimento dei rifiuti.
In entrambe le situazioni molto allarme giustificato da parte dei sindaci dei paesi limitrofi che hanno chiuso scuole e consigliato la cittadinanza a tenersi chiusa in casa e a non consumare prodotti degli orti.
Le cause dolose degli incendi,anche se si sta ancora indagando,sono praticamente ovvie,soprattutto per quanto riguarda il pavese dove in un anno ben otto magazzini simili a quello andato in fiamme a Corteolona hanno subito lo stesso destino...ma come dissero menti intelligenti nel Nord Italia(Lombardia)la mafia non esiste(vedi:madn lombardi-e-la-lombardia ).
Violento incendio in un'azienda di riciclaggio rifiuti in Valbormida: origine dolosa.
Sul posto squadre di vigili dal fuoco anche da Savona e Genova. Scuole chiuse in diversi paesi, accertamenti dell'Arpal sulla eventuale tossicità dei fumi
di LUCIA MARCHIO'
Violento incendio in un'azienda di riciclaggio rifiuti in Valbormida: origine dolosa
L'incendio alla Rg Riciclaggi
Un violento incendio è divampato ieri sera poco dopo le 21 alla Fg Riciclaggi di Bragno, a Cairo Montenotte. Sono stati i vicini ad allertare i soccorsi perchè hanno visto sprigionarsi dagli impianti una nube di fumo e alzarsi alte fiamme. L'azienda è specializzata nel riciclaggio di rifiuti, opera dal 1996 su una superficie di 14.000 metri quadri sulla riva sinistra del fiume Bormida di Spigno. Le fiamme sono partire da un deposito di rifiuti ed una densa di nubi si è alzata dal deposito in fiamme, ma l'incendio non ha raggiunto il magazzino dove sono stoccati i pneumatici. Secondo i vigili del fuoco, comunque, il rogo sarebbe di origine dolosa. Le indagini sulle cause del rogo sono state avviate dai vigili del fuoco e dai carabinieri: fra le ipotesi al vaglio, quella di un gesto intenzionale, anche perché l'incendio è divampato in un giorno di pioggia. I responsabili della ditta Fg hanno assicurato che nell'area dell'incendio vengono stoccati materiali di carta, di plastica e di legno, ma non sostanze o materiali pericolose ed inquinanti. Nella nottata l'incendio è stato circoscritto, ma le fiamme hanno continuato a divampare a lungo.
Sono sul posto diverse squadre di vigili del fuoco di Cairo, Savona, Genova e Villanova d'Albenga, con le autobotti. Il sindaco di Cairo Paolo Lambertini ha allertato anche l'Arpal perchè la nube che si è sprigionata dall'incendio si è estesa verso Carcare, Ferrania e Savona. Per il momento non è chiaro se si è anche in presenza di un rischio tossico, perchè deve essere accertata la natura dei materiali che stanno bruciando. Si sa che l'incendio ha interessato sicuramente i depositi di carta e legname, ma non quelli dei pneumatici.
I sindaci dei Comuni della zona dove è in corso il violento incendio hanno invitato ad adottare una serie di precauzioni in via cautelativa. Le scuole restano chiuse a Cosseria, Bragno, Ferrania, Cairo Montenotte, Carcare e San Giuseppe di Cairo. Hanno poi raccomandato di evitare di esporre i bambini a fumi e polveri che potrebbero rivelarsi nocivi, anche se al momento non si ha alcuna certezza sulla loro potenziale tossicità, sulla quale si attende il responso dell' Arpal.
I vigili del fuoco questa mattina sono ancora al lavoro e stanno procedendo allo smassamento dei materiali bruciati e ad allontanare tutti i materiali infiammabili dal luogo del rogo. I tecnici Arpal sono al lavoro per valutare l'impatto ambientale, al momento non sono ancora noti i risultati. I sindaci di tutti i Comuni del comprensorio hanno diramato avvisi di non avvicinarsi alla zona e di evitare l'esposizione ai fumi. L'impianto era già stato danneggiato da un rogo nell'ottobre 2015 avvenuto all'esterno di un capannone.
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Corteolona.
Maxi rogo: la Procura indaga per incendio doloso
Corteolona, l’ipotesi: capannone bruciato per nascondere un traffico illecito di rifiuti. I carabinieri cercano proprietario e gestore del magazzino
di Fabrizio Merli e Giovanni Scarpa
CORTEOLONA. Alla procura della Repubblica di Pavia c’è un fascicolo aperto per il maxi rogo di Corteolona. L’ipotesi sulla quale, per il momento, l’autorità giudiziaria sta lavorando è quella di incendio doloso. L’inchiesta è stata affidata al sostituto procuratore della Repubblica, Roberto Valli che, come è normale, non si sbilancia nel rispetto del segreto delle indagini preliminari. L’indagine, per il momento nei confronti di persone ignote, è alle prime battute e gli stessi investigatori stanno mettendo in fila gli elementi raccolti per costruire solide fondamenta all’inchiesta
Corteolona, spento l'incendio partono le indagini
L'incendio a Corteolona è stato spento. Ora tocca alle indagini fare chiarezza su quanto è successo. I carabinieri del comando provinciale di Pavia stanno effettuando gli accertamenti sia sulla proprietà sia quelli tecnici che fanno capo ai vigili del fuoco al termine dei quali l'autorità giudiziaria deciderà con quale ipotesi aprire il fascicolo e a chi delegare le indagini. I vigili del fuoco stanno proseguendo nelle operazioni cosiddette di smassamento.
Incendio a Corteolona, solidarietà al giornalista della "Provincia Pavese" indagato per favoreggiamento
Il cronista interrogato in Procura dalla polizia giudiziaria per aver chiesto informazioni a un sottufficiale dei carabinieri sull’installazione di una telecamera di sorveglianza posizionata nei pressi del capannone
Che l’incendio fosse di origine dolosa lo si era capito praticamente da subito. All’interno del capannone nel quale erano abusivamente collocati i rifiuti, infatti, non aveva alcun impianto elettrico. E l’andirivieni di mezzi notato da chi vive in questa zona nelle settimane precedenti fa propendere per un incendio appiccato da chi, probabilmente, aveva interesse a cancellare le tracce di un “giro” poco chiaro. Ma si tratta, per il momento, di ipotesi che verranno seguite e approfondite dagli investigatori, cioè i carabinieri.
Le indagini del carabinieri.I militari, in stretto contatto con la procura, si stanno muovendo con il gruppo carabinieri forestali (specializzati in tematiche ambientali) e con la compagnia di Stradella, competente per territorio. Attualmente, fanno sapere dal comando provinciale, non ci sono ancora indagati. Il capannone è gestito da una società di compravendita immobiliare di Milano: ma non è stato ancora stabilito se la società milanese si occupa solo di cercare un acquirente, se in aggiunta gestisce a tutti gli effetti l’immobile e se l’edificio appartiene alla stessa immobiliare o ad altri soggetti. Si è affacciata l’ipotesi che fosse in subaffitto, ma il particolare non è stato ancora verificato.
Pavia, 8 roghi in 1 anno.
Dall'esplosione alla raffineria Eni di Sannazzaro nel dicembre 2016 all'incendio all'impianto di smaltimento rifiuti a Mortara del 6 settembre 2017, fino al rogo nel capannone abbandonato di Corteolona del 3 gennaio 2018, si contano 8 roghi nel pavese
Non esistono purtroppo immagini riprese da telecamere di sicurezza nella zona dell’incendio, in grado di documentare i movimenti di camion carichi di rifiuti destinati ad essere stoccati nel capannone. I carabinieri proseguono le analisi delle immagini riprese dalle telecamere stradali della zona, ma finora non ci sono riscontri.
Incendio a Corteolona, il capannone era una discarica abusiva
Spente le fiamme che hanno creato un'emergenza per la paura-diossina. Aperto un fascicolo contro ignoti per incendio doloso. Il prefetto: "Un sito di stoccaggio non noto". Coldiretti: "Rimborsare i danni alle aziende". Alcuni residenti hanno spiegato di aver visto, negli ultimi mesi, camion entrare e uscire scaricando materiale. Il prefetto: "Andate subito da un medico se avvertite infiammazioni alle vie aeree"
La telecamera. Una telecamera puntata sul capannone sospetto però c’era. E non una qualsiasi. A mettere il dispositivo di registrazione erano stati proprio i carabinieri della Forestale. Su preciso ordine della procura di Pavia. Segno evidente che forze dell’ordine e magistratura stavano indagando sul movimento di camion, bilici, ruspe che entravano ed uscivano dal cortile. La telecamera era stata installata su uno dei capannoni adiacenti circa due mesi fa.La telecamera è del modello di ultima generazione, idonea a trasmettere immagini nitide e ad alta definizione sia di giorno, sia di notte. Una postazione che, di fatto, ha potuto riprendere momento per momento camion in entrata ed uscita dal capannone dato poi alle fiamme. Da lì in poi, tutto quello che è successo il via vai di persone, mezzi e materiale in entrata ed uscita dal magazzino è stata quindi filmata. Anche se, sostengono artigiani e abitanti della zona, non c’era bisogno di un tale accorgimento tecnico per vedere cosa succedeva.
Incendio a Corteolona, i sindaci: "Prudenza, non si sa cosa brucia"
Le fiamme si sono sviluppate all’interno di un capannone industriale abbandonato di circa 2mila metri quadri in cemento all’interno del quale erano stoccati da chissà quanto tempo materiali vari, tra cui scarti di materiale plastico. Alcuni residenti hanno però spiegato di aver visto, negli ultimi mesi, camion entrare e uscire scaricando materiale. Mercoledì sera i sindaci del territorio, in prima linea il primo cittadino di Corteolona e Genzone Angelo Della Valle e il sindaco di Inverno e Monteleone Enrico Vignati hanno raccomandato di non uscire di casa se non strettamente necessario, di non sostare all’aperto e non aprire le finestre in attesa di capire che cosa stia bruciando.
I movimenti sospetti. «Movimenti clandestini o notturni? Ma quando mai – racconta uno dei titolari delle attività proprio di via Don Bosco –. Qui facevano tutto alla luce del sole. Anche di giorno. Anzi soprattutto». Secondo alcune testimonianze, persino una ruspa, ancora parcheggiata nel cortile l’altro giorno, sarebbe stata spostata. Qualche ora dopo, le fiamme che hanno avvolto il magazzino. Secondo la ricostruzione di chi abita a poche centinaia di metri dal capannone dato alle fiamme, poco prima di luglio il cancello non era neppure chiuso. «Entravano e uscivano anche con le ruspe – ricordano –. Per non parlare dei bilici e i Tir. A volta bloccavano addirittura la strada, per poter entrare nel piazzale». Il catenaccio sarebbe stato messo dopo l’arrivo dei primi carichi.
martedì 9 gennaio 2018
ATTENTATO POLITICO A DENIZ NAKI
Ha certamente la connotazione politica il tentativo di omicidio per il giocatore curdo Deniz Naki nato in Germania che l'altra notte si è visto affiancare in autostrada da un auto in corsa con gli occupanti che hanno sparato due colpi di pistola proprio sulle strade tedesche dove la conflittualità tra curdi e turchi è simile a quella che esiste in terra mediorientale.
Dopo lo spavento ed essere riuscito ad evitare di finire fuori strada Naki,ex calciatore del St.Pauli e del Paderborn ora in forza in Turchia all'Amedspor,è riuscito ad accostare l'auto e chiamare i soccorsi come riportato dalla cronaca di Infoaut(germania-colpi-di-pistola )e Repubblica(deniz_naki_e_attentato_politico ).
Questo giocatore simbolo del popolo curdo,vessato,squalificato ed arrestato per il suo supporto al Pkk e la sua propaganda per un Kurdistan indipendente oltre che essere bravo con i piedi è un lottatore per i diritti dei curdi come già più volte riportato(madn le-dodici-giornate-deniz-naki ).
Germania. Colpi di pistola contro l'auto del calciatore curdo Naki.
Deniz Naki, calciatore in forza all’ Amed Sk, squadra della città curda di Diyarbakir, è stato vittima di un’aggressione a mano armata mentre percorreva l’autostrada in Germania. Un’auto si è affiancata in corsa e sono stati esplosi due colpi di pistola, danneggiando la vettura, ma lasciando illeso il calciatore della seconda divisione turca.
Deniz Naki, classe 1989, nato in Germania a Dϋren, proviene da una famiglia curda e il legame con le sue origini è rimasto vivo, come testimoniano le sue dichiarazioni in favore dell’emancipazione e l’autodeterminazione del popolo curdo nei confronti della Turchia di Erdogan.
Queste sue forti prese di posizione gli hanno fruttato, la scorsa primavera, una condanna a 18 mesi di condizionale per propaganda filo-curda e sostegno al PKK.
La matrice politica dell’aggressione è stata ventilata in primis dallo stesso attaccante dell’Amed Sk, che denuncia di aver subito già intimidazioni e minacce per aver preso parola in favore del suo popolo.
La Germania è il paese europeo che ospita le più nutrite comunità curde e turche in Europa è quindi terreno esterno dello scontro intestino alla penisola anatolica, tra le forze filo-conservatrici di Erdogan e le istanze indipendentiste del popolo curdo.
Aspettando delucidazioni, esprimiamo solidarietà a Deniz Naki, in un calcio sempre più schiacciato dal politically correct a senso unico e dall’indifferenza, un ragazzo che non ha avuto paura di denunciare in prima persona l’operato dittatoriale e segregativo del governo turco.
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Germania, spari contro auto del calciatore turco Naki: "Attentato politico"
Lo ha evocato lo stesso giocatore in un'intervista alla Welt subito dopo la sparatoria. E' successo di notte, mentre Naki era in viaggio in autostrada a bordo della sua auto
L'ipotesi di un attentato politico è stata ventilata dallo stesso calciatore, che si è espresso pubblicamente contro il regime del presidente turco Recep Tayyip Erdogan e viene considerato da molti turchi un nemico dello stato. Nell'aprile 2017 un giudice turco lo ha condannato a 18 mesi con la condizionale per propaganda filocurda a favore del Pkk. Una condanna che gli ha cambiato la vita, spiega la Welt: gli amici di infanzia hanno preso le distanze da lui e Naki ha ricevuto numerose minacce di morte.
lunedì 8 gennaio 2018
PRIORITA' ELETTORALI
Ma la singolare promessa del togliere le tasse universitarie di Liberi e Uguali non saprei se prenderla come battuta oppure come provocazione,in un mondo dove per fortuna c'è chi è esentato dal pagamento per via del reddito e comunque questo è il minimo problema dove regnano baroni,i testi hanno costi assurdi e anche la fruibilità(numeri chiusi)è alquanto precaria.
Proprio come programma,senza guardare simboli o ideologie,un partito che mette al primo posto l'eliminazione delle tasse universitarie non lo voterò mai,e come me credo anche la quasi totalità degli elettori che si recheranno alle urne a marzo.
Meglio spararla grossa come Berlusconi l'incandidabile(ma c'è Tajani in Europa che spinge Strasburgo per dare il via libera all'ex premier puttaniere)che dice di voler abolire la legge Fornero,decisione che ha molto più appeal di quella di Liberi e Uguali(madn liberi-da-cosa-e-uguali-chi? ).
C'è da dare atto di essersi levati dai piedi il Pd ma contro hanno già il fatto che con lo stesso odiato(proprio negli ultimi mesi)Partito Democratico potrebbero governare nel malaugurato caso che Renzi & co. non tracollino del tutto.
Ho amici e conoscenti che probabilmente voteranno uno dei due gruppi sovra citati,quindi rispetto fino ad un certo limite le loro scelte,ma portarsi dietro cadaveri come Bersani e D'Alema,con persone come Grasso e la Boldrini che occupano ed hanno occupato le Presidenze di Senato e Camera con Renzi,Monti,Letta e Gentiloni senza proferir parola su tutte le schifezze approvate dal Governo(la lista purtroppo è infinita e tragica)non è cosa seria e giusta soprattutto.
Tutta gente che dai governi Prodi ha dato il via alle privatizzazioni e alla liberalizzazione degli orari e dei giorni lavorativi,hanno creato il job act,fatto la guerra alla Jugoslavia,redatto decreti contro la povertà e che hanno sulla coscienza centinaia di morti nel Mediterraneo ora si cerca di rifare la propria verginità in maniera furba e altrettanto vergognosa.
Articolo preso da Contropiano(politica-news ).
Liberi e uguali, i vecchi marpioni del “voto inutile”.
di Alessandro Avvisato
Ci ricordiamo spesso che degli esseri umani va preso sul serio quel che fanno o hanno fatto, mentre non è il caso di credere troppo a quel che dicono di sé o che promettono per il futuro. Con questo criterio nessun “politico italiano” è anche solo minimamente credibile.
Ma il record della falsità – Berlusconi a parte, inarrivabile in questo miserabile sport – spetta sicuramente alla microgalassia di personaggi raccoltisi in “Liberi e uguali”. Ieri si sono riuniti per presentare la propria lista ed elencare i miracoli che faranno una volta eletti ed entrati in un governo (su questo non ci sono dubbi: “saremo responsabili”, escludendo in modo abbastanza obliquo solo il dialogo “con la destra”, senza scendere troppo in dettagli).
Lo spazio politico che hanno individuato come “scoperto” è quello della “sinistra dell’establishment”, ossia quello che avevano dovuto dismettere nei quattro anni di ubriacatura reazionaria renziana (salito al vertice grazie anche al loro concorso, per complicità o dabbenaggine). L’intento è esplicito: riaprire quella finta dialettica tra “centrodestra” e “centrosinistra” che ha avvelenato i pozzi della politica italiana, obbligando un paio di generazioni a lambiccarsi il cervello intorno al “voto utile”. Ovviamente quello indispensabile, decisivo, ultimativo, “per sbarre la strada alla destra” con cui poi si sarebbero fatti accordi e governi.
Questa accolta di personaggi di seconda fila – Pietro Grasso, Maria Cecilia Guerra, Loredana De Petris, Roberto Speranza, Nicola Fratoianni, Pippo Civati, Pier Luigi Bersani, Laura Boldrini, Vasco Errani, Enrico Rossi, ecc (assente solo D’Alema perché “in missione” in Iran) – ha sciorinato il suo bravo “programma”, lo slogan stampigliato sul fondale (“per i molti non per i pochi”, scimmiottando maldestramente Jeremy Corbyn), le promesse che non possono mai mancare. Tipo “aboliremo le tasse universitarie”, “riformeremo la legge Fornero sulle pensioni”, fino alle mirabolanti riforme delle “riforme” del lavoro: “La nostra battaglia sarà far tornare prevalenti i contratti a tempo indeterminato. Serve un nuovo contratto a tutele crescenti, che reintroduca le garanzie tolte dal Jobs Act. Gli altri aboliscono le tasse, noi aboliamo il precariato”.
Ora, non serve la memoria di un elefante per ricordare a questi “personaggetti” che proprio loro – e massimamente Grasso e Boldrini, in veste di presidenti dei due rami del Parlamento – senza battere ciglio né esercitare un minimo di resistenza, ancorché passiva, hanno fatto approvare con il proprio voto favorevole tutte le schifezze che ora giurano di voler abolire. Non c’è stata iniziativa renziana cui si siano opposti, almeno fin quando la forzatura sulla Costituzione non li ha convinti che la loro traiettoria dentro il Pd si era definitivamente conclusa.
Buttati fuori, estromessi, emarginati e derisi, si sono riscoperti “progressisti”, antiberlusconiani (i governi Monti, Letta e la prima parte di quello Renzi li hanno visti votare compatti al fianco degli uomini del Cavaliere Interdetto), ansiosi per le condizioni materiali di giovani e lavoratori. Ma, anche qui, molti possono ricordare la legalizzazione della precarietà contrattuale aperta con il “pacchetto Treu” (addirittura nel 1997, primo governo Prodi), le privatizzazioni che hanno regalato monopoli pubblici ai privati (Autostrade, Telecom, Alitalia, ecc), le “liberalizzazioni” che hanno devastato quasi tutti i comparti del mercato (a cominciare dalle condizioni di lavoro), la guerra di aggressione alla Jugoslavia, le riforme delle pensioni (che hanno vigorosamente falcidiato, alternandosi con Maroni), il “modello Coop” fatto diventare legge con il Jobs Act, il daspo urbani e i decreti Minniti-Orlando, i Cie e l’accordo con il bandito Al Serraj contro i migranti.
Ma anche senza esercitare le virtù della memoria, basta guardare come parlano del rapporto con l’Unione Europea: “L’Italia non potrà avere un futuro fuori dalla Ue, ma la Ue non potrà avere un futuro senza rivedere in profondità i trattati e senza chiudere con l’austerità“. Avanti così, insomma, con giusto un poco di flessibilità in più… Un’illusione destinata a scomparire già a maggio-giugno, quando la Commissione Ue chiederà con forza cogente una “manovra correttiva” molto pesante sui conti pubblici; che loro approveranno per mostrarsi come sempre “responsabili”. Anzi, i più responsabili di tutti…
Non ci sarebbe ragione di occuparsi di questi personaggi squalificati se non cercassero dimostrarsi per quello che non sono: “progressisti”. La loro funzione, come detto, è quella di recuperare consensi fuggiti nell’astensione o nel voto per i Cinque Stelle, e ricominciare il balletto degli ultimi 25 anni. Il giorno che il capitale finanziario deciderà di liberarsi di Renzi, lo sostituiranno con autentica gioia sotto lo slogan “ricostruiamo l’unità dei democratici”.
Il voto per loro, in definitiva, è il voto più inutile. Quasi suicida…
domenica 7 gennaio 2018
IL NUOVO CAPORALATO...COL PERMESSO DEI SINDACATI
La lunga vicenda dell'azienda Castelfrigo di Castelnuovo Rangone in provincia di Modena,nella zona che fu un tempo rossa e che è uno dei principali centri per la trasformazione e la lavorazione delle carni,sta dando importanti lezioni che riguardano i tre principali attori in gioco:gli imprenditori,gli operai ed i sindacati(contropiano ).
Una vertenza lunga di mesi così come da tempo ci sono gli operai che stanno lottando e che hanno aperto una vertenza per via delle condizioni che più che altro è schiavismo e non un rapporto lavorativo propriamente detto.
Il presidio che sta continuando tutt'ora è composto da dipendenti(già ex per l'azienda)che provengono da tutte le parti del mondo,quindi più deboli e maggiormente colpiti dai soprusi aziendali,che non sono solamente della Castelfrigo ma disseminate in decine di altre attività sparse sul territorio e che da almeno una ventina di anni fanno contratti con cooperative che hanno tutto al di fuori che l'interesse dei propri uomini e donne.
Poi ci sono i sindacati,in questo caso la Cisl che ha fatto accordi segreti e che dovrebbe salvare 52 dei 127 operai licenziati(avvisati con una mail),ovviamente quelli con la loro tessera sindacale e quelli che non hanno partecipato ai presidi.
Pastorale emiliana 2 – La vendetta.
di Giovanni Iozzoli *
Eccolo, ci mancava un ingrediente decisivo. Arrivano sulla scena quei sindacati complici che firmano un accordo, separato e truffaldino, per soccorrere il padrone e dividere i sommersi dai salvati. Alla vicenda della Castelfrigo mancava solo questo elemento tradizionale – la corruzione sindacale – per avvicinarsi compiutamente alla Chicago anni Trenta: mafiosi capi di cooperative, narcotrafficanti addetti alle risorse umane, lavoratori schiavizzati, spremuti e buttati sul lastrico e adesso, finalmente, scendono in campo anche i sindacalisti venduti.
Così, se Sergio Leone dovesse decidere di reincarnarsi, tra qualche anno potrà girare un nostalgico “C’era una volta a Castelnuovo Rangone” dove non mancherà nessuno degli stereotipi classici della crime story – senza lieto fine, ovviamente, perché nella terra del maiale niente finisce lietamente: anche se l’assassino è pubblicamente smascherato, continua imperterrito a produrre crimine e impunità.
L’epica lotta dei forzati del prosciutto si avvia verso il suo sentiero finale, con orgoglio, consapevolezza, ma anche con un retrogusto amaro: la Cisl e l’azienda hanno tirato fuori un accordo, tenuto segreto per un mese, che tutela – assai debolmente – 52 dei 127 licenziati; si tratta esattamente del perimetro dei suoi iscritti, oltre a tutti quelli che non avevano partecipato ai due mesi di mobilitazione precedente. Un’attenta cernita. Del resto, il padrone non è tipo da nascondere la mano, era stato abbastanza esplicito già tempo addietro: sceglietevi la tessera giusta o ne pagherete le conseguenze.
La faccenda ha destato scandalo persino sulla stampa locale – troppo smaccata la provocazione, troppo infame il comportamento cislino – finanche il sindaco di Castelnuovo ha dovuto mimare qualche timida ripulsa. Se il “paccotto” di Natale si confeziona con modalità così luride, dove va a finire l’auspicata “mediazione sociale”, l’appello “al dialogo e alla ragionevolezza”, la ricerca di “soluzioni condivise”?
Ma la vicenda Castelfrigo cos’è, se non la riproposizione su scala minore del modello Pomigliano e del metodo Marchionne, a suo tempo pienamente metabolizzato e legittimato dentro la società italiana? Perché il più grande gruppo industriale italiano avrebbe il diritto di spacchettare oscenamente i diritti e i destini dei suoi dipendenti, mentre nel più modesto comparto carni tutto ciò dovrebbe essere evitato?
Perché questa, stringi stringi, è stata la “rivoluzione di Marchionne”, quella a suo tempo salutata come l’avvio di una nuova era: chi sciopera, chi ha la tessera non gradita o anche solo chi è potenzialmente individuato come disturbatore, è pregato di accomodarsi fuori. E alla Castelfrigo, oggi, spaccarsi la schiena e i polsi nelle celle frigorifere (per un contrattino interinale di tre mesi) è diventato un privilegio che si paga con la sottomissione, la presa di distanza dai reprobi, la resa unilaterale davanti al padrone. Questa è l’Italia sordida che abbiamo lasciato dilagare, in questi anni.
Flashback: da più di vent’anni, nel cuore dell’economia modenese, la filiera agroalimentare e il rinomatissimo “distretto carni”, le aziende hanno permesso l’insediamento di cooperative spurie, spesso gestite da malavitosi, grazie alle quali, con un complicato sistema di appalti e subappalti, si può risparmiare il 50% del costo del lavoro e praticare una generalizzata evasione fiscale e contributiva. In questo modo le imprese, grandi marchi o loro importantissimi terzisti, hanno dimostrato in pratica, a mo’ di teorema, che il discrimine tra economia criminale ed economia capitalistica ordinaria, sostanzialmente non esiste. Le mafie non sono un “cancro”, come dice la retorica legalitaria: sono una variante, un’opzione, una potenzialità in più del meccanismo economico.
Tutto ciò negli anni si è consolidato, in questo assai poco ridente angolo di provincia modenese, in forma organizzata e capillare di “sistema”, distribuendo miseria a chi lavora e consentendo margini di competitività ad imprese che per reggere la concorrenza globale farebbero ogni schifezza, anche riempire i polpettoni di carne operaia, se servisse.
Da un paio d’anni, i nuovi schiavi dei prosciuttifici hanno cominciato ad alzare la testa e ribellarsi. Si tratta di lavoratori spesso stranieri, eternamente precari, ogni anno più poveri e ricattabili sulla base dei furiosi cambi appalto che fanno sparire e ricomparire magicamente i formali datori di lavoro. La loro presa di parola, il coraggio della lotta, non era cosa né facile né scontata. E se già in altre aziende, vedi la Alcar, il conflitto aveva prodotto visibilità, è stato alla Castelfrigo che una lotta operaia ha fatto finalmente irruzione nell’agenda politica e costretto tutto il territorio a interrogarsi, con corpose ricadute nazionali.
E anche questo recente accordo truffa, tirato fuori tra Natale e Capodanno, non consentirà di seppellire né la vertenza, né le questioni che essa ha evocato. Finalmente il muro d’omertà diffuso, che aveva sostanzialmente salvaguardato il caporalato criminale per tutelare “le eccellenze produttive locali”, ha cominciato a sgretolarsi. Gazzettieri, amministratori, politicanti, magistrati e semplice opinione pubblica: tutti hanno dovuto toccare con mano che dietro i marchi scintillanti dei banconi degli ipermercati, si poteva leggere una storia durissima e vergognosa di sfruttamento paraschiavistico; la vetrina della qualità gastronomica italiana era chiazzata di sangue – e non in senso metaforico.
Dopo un paio di mesi di incessante mobilitazione davanti ai cancelli dell’azienda di Castelnuovo Rangone, con il protagonismo reale di una compagine determinatissima e disperatamente vitale, che è riuscita a inventarsi giorno per giorno un’enorme volume di iniziative, i centri di potere locali non hanno potuto più ignorare il problema; troppo insistente l’irruzione operaia, troppo clamore, troppi reportage, troppe vergogne nascoste per lunghi, lunghissimi anni, dietro le mura di capannoni che sbandierano il “made in Italy” come garanzia di qualità. Piano piano sono arrivati i pronunciamenti, le prese di distanza, gli ordini ispettivi e istituzionali e le denunce.
Come un novello Candide, il ceto politico da sempre al governo da queste parti, ha manifestato indignazione per una realtà che tutti conoscevano da almeno vent’anni. La verità è che queste terre avevano lungamente alimentato una “congiura del silenzio” degna dell’Aspromonte: l’impresa è sacra, la competizione è selvaggia, il fatturato è inviolabile – chi parla di diritti e contratti è un disfattista, un estraneo imbucato, uno che non afferra la modernità delle filiere, un troglodita.
Questi straordinari ragazzi ghanesi, albanesi, maghrebini, cinesi (sì, evviva, ci sono anche i cinesi in testa alle mobilitazioni, ed è un segnale di novità) che hanno dato corpo questa lotta, inseguendo il padrone persino nei suoi sacri spazi privati, hanno prodotto in sé un mutamento di coscienza straordinaria: la lotta di classe è una scuola politica, culturale e umana che non ha eguali. Ogni santo giorno hanno animato la loro assemblea, accumulato competenze, concesso interviste, discusso da pari a pari con i sindacalisti professionisti a cui non hanno delegato nulla. Mesi che valgono come anni per lavoratori che se – come è scritto nei protocolli firmati ai tavoli regionali – dovessero trovare una nuova collocazione in aziende del territorio, dentro realtà meno piratesche e compromesse, resteranno comunque sentinelle vigili contro il nuovo schiavismo che avanza. Quadri operai, non merce.
Si è detto, senza retorica, che questi proletari, in massima parte stranieri, hanno insegnato molto agli italiani. Però attenzione: anche loro hanno imparato qualche lezione, pure quelli che vivono qui da un quarto di secolo e pensavano di sapere tutto.
Lezione 1
In Italia, oltre alla “cooperative spurie” esistono i “sindacati spuri”. Non si tratta di semplice corruzione (anche se in questi casi, mazzette e marchette non sono mai sgradite). O meglio: stiamo parlando di una corruzione più profonda, ontologica, viene da dire; un sindacato che fa esattamente il contrario di quello che dovrebbe fare, una perversione dei fini che mette in contrasto il nome e la cosa: come se il WWF si mettesse a organizzare safari. Questa espressione, “spuria”, tipica di un italiano desueto e burocratico, significa letteralmente (leggiamo dal Garzanti): “di natura non definita, bastardo”. Naturalmente la natura dei sindacalisti Cisl appare ben definita!
Lezione 2
In Italia non basta aver ragione, non serve che il sindaco o il Governatore della tua Regione o i giornali e la Rai, la Commissione Lavoro di Montecitorio o persino il Santo Padre e l’Onu, ti diano ragione. La vera ragione sta in bilico, ben nascosta dentro il rapporto di forza; la democrazia è solo una favola per anime semplici: patrimonio, fatturato, batterie di avvocati e complicità che contano, questo decide se le ragioni si incarnano in cambiamenti o restano pezzi di carta. Castelfrigo ha subito gravi danni di immagine e forse perso un po’ di commesse. Ma la vicenda dell’accordo separato, conferma che l’arroganza del padrone può anche fare a meno del consenso. È una rivendicazione di autonomia del comando d’impresa, una maligna dichiarazione di indipendenza che racconta bene la brutale ideologia esibita dai padroni oggi: dite pure quello che vi pare, io rispondo con i milioni. Se la vicenda Castelfrigo finirà con qualche sentenza in Tribunale e un po’ di risarcimenti, sarà l’ennesima vittoria delle ragioni d’impresa: la violazione della Costituzione è monetizzabile e con i soldi si compra tutto
Lezione 3
La vicenda Castelfrigo ha effettivamente smosso l’agenda politica e fatto uscire i paguri dal loro guscio. Ma l’ostinazione a non “spingersi troppo oltre”, a rimanere “sul terreno democratico”, una certa fissazione legalista, la scelta in definitiva di non praticare i blocchi dei cancelli, ha impedito che si sperimentasse l’ultimo miglio della lotta, quello in cui, esperite tutte le fasi di pubblica sensibilizzazione, il rapporto di forza diventa nudo e crudo, e si fa la cernita tra amici interessati, tartufi e solidali. I lavoratori hanno il diritto e il dovere di non abbandonare nessuna delle armi in loro possesso, se vogliono vincere.
Lezione 4
Non bisogna confidare nel fatto che i pronunciamenti istituzionali a favore di questa battaglia siano irreversibili: in Italia non esiste la nozione di “irreversibilità”, tutto è riassorbibile, niente passa davvero in giudicato. Peraltro siamo sotto elezioni, i politici italiani sono bestie impudiche e senza ritegno (soprattutto quelli nelle due versione piddine double face – PD e MDP). Le lotte sociali sono viste con sostanziale fastidio, come elementi di disturbo del traccheggiamento quotidiano a cui sono abituati; appena esse rifluiscono, le priorità tornano quelle tradizionali: prima il mercato poi tutto il resto.
Lezione 5
I padroni sanno cos’è la lotta di classe e soprattutto conoscono bene la solidarietà di classe. Confindustria non ha mollato un centimetro, ha considerato i padroni di Castelfrigo “colleghi che sbagliano” da non abbandonare, il fronte imprenditoriale è rimasto stoicamente compatto: si può e si deve difendere l’indifendibile! – molleranno prima loro, si son detti, con le loro pezze al culo e gli affitti in arretrato, piuttosto che noi, pilastri benemeriti del territorio. Una lezione di coerenza, per i proletari.
Lezione 6
Quando Diego – insieme a Chen, Frank e tutti gli altri – sostiene che alla Castelfrigo “stanno scrivendo un pezzo di storia sindacale” sta dicendo la verità, al di là di quali saranno gli esiti finali della vertenza. Il presidio andrà avanti, orgogliosamente, fino a quando tutti i lavoratori esclusi non saranno ricollocati in aziende della provincia (ci sono impegni assunti in tal senso dalla Lega delle Cooperative e da attori importanti del comparto, tutti ansiosi di cancellare l’onta e le polemiche di queste settimane e di ricacciare la polvere sotto al tappeto). Ma adesso è il momento di andare avanti, di non mollare, di spostarsi davanti ai cancelli delle altre decine di Castelfrigo che ammorbano il tessuto economico. Il rischio è che escano dal portone le cooperative “spurie” e rientrino dalla finestra gli appalti interni, tramite Srl “fatte in casa”- con la medesima finalità: non stabilizzare i lavoratori e comprimere il loro costo vivo. Bisogna proseguire, col coltello in mezzo ai denti. Perché è lì, dentro quei contratti farlocchi, dentro quegli stipendi miserabili, dentro lo spezzettamento della base occupazionale, dentro la sacrosanta disaffezione al lavoro, che cova e marcisce l’eterna crisi italiana: nella svalorizzazione cronica del lavoro, nel suo deprezzamento, nella sua marginalità, nel suo scadimento qualitativo e professionale. Quella è la vera cancrena italiana – il lavoro che un tempo fu ricchezza, civilizzazione, mobilità sociale, oggi è maledizione, povertà, cristallizzazione delle gerarchie. Si blatera tanto di ricette economiche e strategie di uscita dalla crisi. Viene da sorridere. Se si vogliono capire le ragioni della crisi, basta dare un’occhiata alla paga oraria in Castelfrigo. Là dentro è scritto l’arcano della crisi. E più si affannano a erodere i salari, a precarizzare le prestazioni, più la crisi, sghignazzando oscena, si avvita su se stessa. L’unica misura anticiclica oggi la potrebbero mettere in campo i proletari scioperando e strappando ricchezza.
Intanto il presepe emiliano traballa e scricchiola sempre di più. La figura operaia, simbolo dell’iconografia para-socialista che per alcuni decenni aveva dato corpo all’ideologia emiliana – l’operaio integrato, l’operaio in ascesa sociale, l’operaio professionale e dalla tuta immacolata, l’operaio con il figlio dottore, l’operaio cooperatore, civico, sentinella del territorio affacciato sulla soglia della sezione, a fronte strada –, quella figura operaia, dicevamo, sta solo nei ricordi sbiaditi e malinconici degli anziani, protagonisti inconsapevoli dell’epopea del compromesso sociale. Il microcosmo della lotta alla Castelfrigo ha squadernato brutalmente, in modo quasi didascalico, la moderna composizione del lavoro produttivo.
I nuovi operai sono figure picaresche, tragicamente povere, sbattute come foglie al vento tra i diversi gironi di un mercato del lavoro pericoloso e inafferrabile. I più esposti e precari, come i forzati delle cooperative spurie, sperano in una stabilizzazione che li consegni a vita alla schiavitù di una busta paga sicura – e per molti è un miraggio chimerico; gli altri, quelli con un impiego e un contratto un po’ più solido, si tengono stretti la ciotola, bestemmiando, ringhiando, pagando bollette, mutui e rette sanguinose che devono garantire il destino di giovani e vecchietti di famiglia, abbandonati dalla ritirata del Welfare.
Annaspano tutti insieme, sgomitando, a tentoni in mezzo alle nebbie padane – giorno per giorno, mese dopo mese, prestito su prestito, nella pallida speranza che Grillo, Salvini, Gesù Cristo o chissà chi altro, riesca a parlare al loro livore, alla paura del futuro, alle loro speranze deluse. Altro che miti socialisti. L’Emilia Romagna, proprio dentro le sue vetrine produttive, sta covando silenziosamente i virus più infidi e pericolosi. C’è qualcuno a sinistra, che trova il coraggio di rimettere le mani dentro questi laboratori tossici?
Da Carmilla online
sabato 6 gennaio 2018
STAMPELLE
Il matrimonio tra i radicali della Bonino e i democristiani di Tabacci è l'emblema di una politica ridotta ai minimi termini dopo i piagnistei degli stessi eredi di Pannella che volevano allearsi col Pd,gli artefici delle raccolte firme necessarie per poter presentarsi alle elezioni visto che non erano presenti in Parlamento.
Nell'articolo di Contropiano(la-strana-coppia-bonino-tabacci )lo schifo per questa alleanza tra il gruppo che ha sempre rappresentato la laicità dello Stato contrapposta alla religiosità che i democristiani hanno sempre messo davanti al loro operato.
Un regalo voluto da Tabacci che certamente avrà delle conseguenze nel caso di un'entrata nelle camere a marzo con le solite poltrone da spartire tra amici di amici in un sistema politico che fa sempre più pena.
La strana coppia Bonino-Tabacci o la politica ridotta a “scambismo”.
di Dante Barontini
La politica ridotta a mercato delle vacche tocca un nuovo record. E come spesso è accaduto in passato a “promuovere” l’ulteriore degrado sono radicali e democristiani, eterni demolitori di ogni valore e serietà.
Tutti i media, nell’ultima settimana, sono stati occupati dal solito vittimismo aggressivo che caratterizza da sempre la micropattuglia radicale: “vogliamo candidarci alle elezioni con il Pd, ma non possiamo raccogliere le firme per farlo”. Cavoli vostri, avrebbe detto qualsiasi persona dotata di cervello. Non avete diritto all’esenzione dalla raccolta (i radicali non avevano un proprio gruppo all’interno del Parlamento appena sciolto), in base alla legge elettorale demente disegnata proprio dal partito con cui vi volete alleare. Quindi, perché vi lamentate?
E dire che il Pd aveva fatto molto per facilitare il ritorno in Parlamento di Emma Bonino e qualcun altro: nella stessa legge elettorale aveva dimezzato il numero delle firme necessarie da 1.500-2.000 a 750-1.000 per ogni collegio plurinominale (63 in tutta Italia). E addirittura con un emendamento alla legge di stabilità (non c’entrava nulla…) le ha ulteriormente dimezzate a 375-500. Il favore legislativo pensato per i radicali finisce per avvantaggiare il tentativo di Potere al Popolo, classico esempio di eterogenesi dei fini; ma qui nessuno se n’è lamentato troppo, pur sapendo che il tempo a disposizione sarà davvero breve (tra gli otto e dieci giorni, se il ministero dell’Interno rispetterà i termini della legge mettendo a disposizione i facsimili con cui raccogliere le firme).
Ma ai radicali piace il posto sicuro, con i voti altrui. Quindi niente firme da raccogliere sotto il simbolo “+Europa” (con il rischio che la gente ti corra dietro per menarti, invece che per firmare) e qualche poltrona garantita con i voti del Pd (presentandosi in coalizione dovrebbe essere più facile…). E quindi hanno messo in scena il più scontato dei plot “chiagne e fotte”.
In loro soccorso è arrivato quel vecchio furbacchione democristo di Bruno Tabacci, che aveva nel cassetto – inutilizzato – il simbolo con cui era entrato nel Parlamento appena sciolto: Centro Democratico.
Non faranno gruppo insieme, si tratta di un vero e proprio regalo.
Ma proprio questo mette in evidenza il degrado assoluto della scena politica mainstream italiana. Un simbolo che non rappresenta nulla viene donato a un gruppo che non rappresenta – socialmente – altro che se stesso e interessi innominabili (basta chiedersi a chi serve avere “+Europa”, dopo 25 anni di arretramento continuo delle condizioni di vita indotto dalle politiche dell’Unione Europea).
Peggio. Un simbolo democristiano viene messo a disposizione di personaggi ufficialmente “laici”, se non proprio atei dichiarati. Insomma, è uno straccio buono a qualsiasi cosa, tanto tra loro si intendono a prescindere dalla finzione della contrapposizione.
E’ il segno più evidente che è proprio ora di strappare questo velo puzzolente e far vale gli interessi della nostra gente…
giovedì 4 gennaio 2018
SIAMO A QUASI CENT'ANNI DI MATRIMONIO SENZA TRADIMENTI

L'amore tra fascismo e polizia,indissolubilmente nato fin dal ventennio dello scorso secolo e proseguito fino ai giorni nostri e durato nonostante i quasi cento anni di distanza,è un connubio che ha fatto orrore e portato tragedie in Italia sin dal collaborazionismo di quegli anni passando nel primo dopoguerra alle stragi degli anni sessanta e settanta arrivando ad episodi meno cruenti ma altrettanto gravi.
Nell'articolo odierno scritto ai tempi dei fatti di Ostia e degli arresti di gentaglia in odore(diciamo pure casi conclamati)di fascismo e criminalità organizzata(un altro matrimonio coi fiocchi:madn di-cappa-e-spada )un sunto di alcuni dei casi prettamente della zona romana di poliziotti e fascisti dove non si sa dove finisca una categoria e cominci l'altra,intenti a fare danni appoggiandosi e parandosi il culo a vicenda(infoaut certi-amori ).
Certi amori non finiscono… polizia e fascisti a caccia di soldi facili.
Mentre i giornali scoprono il savoir faire di Roberto Spada e si slanciano in iperboli per descrivere Nuova Ostia (come al solito il più stupido è Saviano che la paragona a Corleone), passa sottotraccia l’arresto di una banda di rapinatori, tra i quali compaiono un nome “pesante” dell’estrema destra romana e un poliziotto. Il nome pesante è quello di Corrado Ovidi : una vita a cavallo tra la criminalità, le curve dell’olimpico e l’estrema destra in quel crocevia che è per questi ambienti il quartiere San Giovanni negli anni ‘90. La collaborazione di un poliziotto è un fatto molto più ricorrente di quello che gli encomi alle forze dell’ordine possano far pensare.
La rapina “attesa”
Ieri a Villa Adriana di Tivoli la polizia sventa una rapina a un istituto di credito probabilmente grazie a una soffiata. I rapinatori, da quello che dicono i curricula individuali, sono del mestiere e sono organizzati per fare un lavoro pulito: hanno una radio sintonizzata sulle frequenze della Polizia e un membro della banda con una lunga carriere in divisa.
Nonostante questo, non riesce a fuggire nessuno: vengono fermati un secondo prima di entrare in banca e anche i due rapinatori che dovevano aspettare in macchina vengono fermati dopo pochi metri di fuga da ulteriori volanti dislocate nelle vicinanze. La dinamica dei fatti sembra suggerire che la polizia li stava aspettando.
Manuel e Corrado
Il nome illustre tra gli arrestati è quello di Corrado, uno dei due fratelli Ovidi, esponenti di punta di una generazione di militanti di estrema destra che a metà anni’90 scelse la strada della criminalità rinnovando l’egemonia nella branca delle rapine a mano armata costruita dalla galassia di ex Nar già negli anni’80.
La biografia è scandita dalle tappe che segnano la storia di quell’ambiente: la militanza nella sede di via Domodossola nelle fila di Movimento Politico, gli scontri nel’94 a Brescia-Roma con l’opposta fazione (gruppo ultras che per anni avrà come punto di ritrovo via Gallia), le rapine in banca.
Un ambiente da cui viene fuori anche Daniele De Santis, l’assassino di Ciro Esposito, i fratelli Giannotta figli del "reggente" della sezione di Acca Larentia, Manuel Ovidi (attualmente detentuo) e Tatiana Ovidi compagna di Giuliano Castellino (leader romano di Forza Nuova).
Questo ambiente diventa egemone nel corso degli anni 90 nelle due curve dell’olimpico e molto influente nel mondo della criminalità romana. Un ambiente che di fatto costituisce la garanzia all’agibilità politica dell’estrema destra cittadina che, infatti, esprime più volte la sua riconoscenza. In particolare è la giunta Alemanno a contraccambiare il sostegno ricevuto assumendo molti di questi personaggi nelle aziende municipali.
Nemica banca? Amico poliziotto
Nonostante la retorica ribellistica, l’ostentato odio per le divise blu e la sbandierata mentalità la collaborazione tra questi personaggi e le forze dell’ordine è tutt’altro che un’eccezione. Il caso più eclatante è sicuramente quello di Carminati che organizza il famoso furto alle cassette di sicurezza del tribunale di Roma con tre carabinieri e che per anni avrà a disposizione poliziotti “affascinati dalla sua figura”, che lo avvertiranno in tempo delle indagini a suo carico.
E' curioso come nel processo Mafia Capitale siano scomparsi completamente i riferimenti ai collaboratori in divisa del cecato e come nessuno si sia premurato di capire chi fossero i due uomini che il 4 ottobre del 2012 scesero da un Alfa 156 con la targa della polizia per mettere in guardia Carminati due uomini che il 4 ottobre del 2012 scesero da un Alfa 156 con la targa della polizia per mettere in guardia Carminati sulle indagini a suo conto. Due uomini che presumibilmente sono tutt’ora in servizio in Questura.
La Questura di Roma in questi anni è stata più volte coinvolta in inchieste in cui affiorano condotte extralegali degli agenti. La vicenda più eclatante è senza dubbio quella della banda di 4 poliziotti che rapinava ville fingendosi finanzieri quella della banda di 4 poliziotti che rapinava ville fingendosi finanzieri. Anche in questo caso si tratta di una tradizione che ha le sue radici negli anni ’70 con le gesta della famigerata banda di Agostino Panetta.
In queste ore in cui il legame tra gli Spada e Casapound è sulle bocche di tutti nessuno sembra ricordarsi che ad aiutare la famiglia gitana nella sua ascesa criminale è stato anche il commissario di Polizia Antonio Franco. Il clan avrebbe ricambiato i favori del poliziotto, oltre che con i proventi dei video poker, mettendogli a disposizione un appartamento per i suoi incontri privati con Silvia Gonfloni, sua compagna e direttrice di “il Quotidiano del litorale”, che nel 2016 usò le proprie pagine per sostenere Casapound alle elezioni comunali.
Se di chi accende un fumogeno a un corteo sappiamo rapidamente anche il gruppo sanguigno, di queste storie i giornali riportano al massimo qualche trafiletto.
Oltre i complotti, oltre l’invocazione dello stato
Questa digressione che mischia fatti diversi e vicende poco paragonabili tra loro non intende costruire la base per chissà quali ipotesi dietrologiche. La tesi di chi scrive è che, a questo livello di analisi, non è decisivo ricostruire se queste contiguità ambientali siano il frutto di una strategia ordita dai servizi segreti o se invece si tratti di una semplice convergenza di interessi tra esponenti di mondi diversi.
A questo livello ci basta affermare che questa promiscuità tra criminali, membri delle forze dell’ordine ed estrema destra esiste e che, da una parte, ha garantito all’estrema destra l’agibilità politica in diversi contesti e, dall’altra, che la criminalità non è cresciuta nell’assenza delle istituzioni, ma piuttosto grazie alla presenza e con la collaborazione di poliziotti e amministratori locali.
Per questo ci sentiamo di condividere, in queste ore di invocazioni dello stato e della legalità, quanto scritto da Stefano Portelli su NapoliMonitor due anni fa.
“Il disastro per le periferie non è l’abbandono. Nell’abbandono prosperano le attività criminali, ma anche autogestione e mutuo supporto. Gli spazi lasciati liberi dal controllo istituzionale permettono un certo grado di gestione collettiva del territorio, che in alcuni casi può riuscire anche a controllare, o a contenere, la diffusione della criminalità e della droga. Il disprezzo, invece, è il sistematico supporto delle istituzioni alle forze più antisociali e predatorie della città, che usano a proprio vantaggio i bisogni dei settori più deboli, e che quindi desiderano che i loro problemi non siano mai risolti. “
AUTOSTRADE SEMPRE PIU' PESSIME
I notevoli aumenti delle tariffe in vigore per circolare sulle autostrade(ormai ex pubbliche)italiane sono tema di un gioco di rimpiattino tra il governo e i concessionari,che nel corso degli anni sono diventati ben 27,record negativo europeo in quanto al posto di abbassare i prezzi la concorrenza ha favorito l'esatto contrario.
Nell'articolo di Left(gli-accordicchi-sulle-autostrade-vuote )la denuncia di questo fatto che rende le autostrade sempre più vuote(beh a parte il caso Brebemi che non ha avuto mai successo a parte per le tasche degli investitori privati con i soldi pubblici madn chi-guadagnasulle-nostre-spallecon-la brebemi? )e che appesantiscono a dismisura le arterie statali e provinciali che non riescono più a contenere questo aumento di transiti.
Altri articolo proposti sulla svendita delle autostrade pubbliche sono qui:madn privatizzare-regalando-autostrade-per.la gioia degli imprenditori e madn aumenti-autostradali per evidenziare che il fatto degli aumenti e del mangiare denaro pubblico privatizzando questo bene ha fatto solo danni ormai credo irreversibili sia per la qualità del servizio offerto che per la quantità di persone che decidono di scegliere percorsi alternativi.
Gli accordicchi sulle autostrade(vuote).
di Giulio Cavalli
Chissà se un giorno qualcuno avrà la voglia di mettere il naso (e magari anche le mani) negli accordicchi delle concessioni autostradali che anche quest’anno, puntuali come una festività obbligata, hanno beneficiato di un ricco regalo di governo sulla base di piani economici che qui da noi, chissà perché, sembra impossibile riuscire a visionare.
Il tragicomico balletto vede da una parte i concessionari giustificarsi dicendo che gli aumenti “non dipendono da loro ma dalle direttive nazionali” mentre dall’altra, avvinghiati come ci si avvinghia per ballare un lento, il governo risponde che “gli aumenti dipendono dai piani d’investimento delle concessionarie” che (guarda un po’) sono coperti da segreto di Stato. Avete letto bene: le carte che riguardano la gestione delle nostre strade (già lautamente pagate con soldi pubblici) non sono consultabili nonostante l’authority dei Trasporti abbia chiesto più volte di renderli pubblici e nonostante negli altri Paesi europei siano facilmente controllabili (in Francia sono addirittura pubblicati online, per dire).
Così non sapremo mai perché costerà il 53% in più percorrere il tratto stradale che porta da Aosta a Morgex, non sapremo nulla sul +13,9% della Milano Serravalle e niente ci sarà spiegato sul 12,8% di aumento della Strada dei Parchi. Niente, come se il prezzo della mobilità (in un Paese in cui il pessimo trasporto pubblico forza all’uso dell’automobile circa l’80% dei pendolari) fosse una questione che interessa solo lo Stato e la nebulosa giungla dei concessionari (che da noi sono 27, altro pessimo record europeo).
Nonostante i ricorsi e i controricorsi la querelle tra Stato e gestori delle autostrade tutti gli anni si risolve in un’amichevole intesa che pesa tutta sulle tasche dei contribuenti senza nessuna spiegazione logica: le autostrade sono l’ennesima bolla in cui le posizioni di rendita fruttano senza che nessuno s’incuriosisca troppo. E chissà se qualcuno si ricorda della sventolata minaccia di numerosi licenziamenti che i gestori hanno usato per ottenere l’innalzamento al 40% della quota di lavori eseguibili “in house” (cioè senza gara, senza trasparenza) nonostante le norme anticorruzione consigliassero il contrario.
E così anche gestire un’autostrada vuota (come le geniali autostrade lombarde volute da Formigoni) alla fine diventa un affare. Ovviamente per loro. Sempre per loro.
Buon mercoledì.
mercoledì 3 gennaio 2018
TRUMP CONTRO TUTTI
Difficilmente la storia si potrà ricordare di un bullo pericoloso come Trump che in un solo giorno ha battezzato ben quattro nazioni differenti:il Pakistan,la Corea del Nord,l'Iran e la Palestina.
Il tutto tramite i social network condito da battute che potrebbero strappare un sorriso se solo non ci fosse di mezzo una probabile guerra nucleare ed altri scontri praticamente in ogni dove del mondo come scritto nell'articolo del sito d'informazione Pd(democratica trump-corea-iran-pakistan-israele-palestina ).
Nemmeno un Bossi in forma straripante,creatore del celodurismo,avrebbe potuto partorire"qualcuno tra il suo impoverito ed affamato regime vorrebbe informare per favore(Kim)che anche io ho un bottone nucleare,ma il mio è molto più grande e più potente del suo e che il mio funziona".
Bene,anzi male,poi dichiarazione di tagli ai palestinesi(per forza contro i nemici storici di Israele che vuole dire?)e ai pachistani rei secondo lui di foraggiare nuovamente le milizie islamiche e non manca l'Iran con i suoi scontri e la richiesta di un Consiglio Onu(dopo essere usciti dall'Unesco assieme a Israele ed essere stati trombati dall'Onu stessa,vedi:madn unescono ).
Di paragoni sessuali Trump aveva già dato sfoggio lo scorso agosto dichiarando che la Corea aveva missili piccoli non come gli Usa che li hanno grossi,(madn la-corea-del-nord-pensa-guam-e-trump-le spara grosse )ma d'altronde cosa ci si può aspettare da un politico avvezzo a governare con le presunte misure e prestazioni ed i soldi che ne hanno sancito l'ascesa al potere?(Ogni riferimento è puramente casuale madn trump-il-bullo ).
Non solo Kim: tutti gli obiettivi del “celodurismo” trumpiano.
L’inizio del 2018 del presidente americano è stato più aggressivo che mai in politica estera.
Per fortuna che Donald Trump si era presentato in campagna elettorale dicendo che gli Stati Uniti avrebbero dovuto smetterla di fare i gendarmi del mondo e che si sarebbero interessati sempre meno di questioni internazionali per occuparsi di più dei problemi interni. E se avesse promesso maggiore interventismo cosa sarebbe successo?
Neanche il tempo di rientrare alla Casa Bianca dopo le ferie natalizie e il presidente ha già cominciato a delineare la politica estera americana per l’anno nuovo. Con due costanti: Twitter e il “celodurismo” esasperato.
Il dossier più delicato e che continua a fare più rumore è quello della Corea del Nord. Pur apprezzando le aperture reciproche fatte nelle scorse ore da Pyongyang e Seoul, Trump non è riuscito a trattenere i suoi istinti in una partita dialettica con Kim Jong-un dai toni sempre più scadenti e volgari. Lo si era già capito quando si erano dati rispettivamente del “ciccione” e del “vecchio”. La nuova puntata della saga riguarda le “dimensioni” del pulsante nucleare di cui ognuno dispone.
E così, dopo le minacce del leader nordcoreano dei giorni scorsi, The Donald ha risposto su Twitter di “avere un pulsante nucleare più potente, più grande e che funziona molto meglio di quello di Kim“.
Non solo la Corea, però. Nel mirino degli improperi trumpiani, in questo inizio anno, ci sono anche l’Iran e il Pakistan. Il presidente non ha esitato un attimo a prendere la parti del “grande popolo iraniano” in rivolta contro “un regime corrotto e brutale”. Una presa di posizione durissima che nasconde un obiettivo ben preciso (e condiviso con tutti gli apparati che si occupano di politica estera a Washington): limitare Teheran e non farle assurgere lo status di potenza egemone nella regione mediorientale. Non è un caso che l’ambasciatore americano alle Nazioni Unite abbia chiesto una riunione straordinaria del consiglio di Sicurezza per capire cosa stia succedendo in Iran.
Ma Trump ha aggiunto alla lista anche il Pakistan, per molti anni alleato degli Stati Uniti, accusato da Washington di sostenere i gruppi terroristici. “Non ci hanno dato altro che bugie e imbrogli, credendo che i nostri leader sono stupidi“, ha scritto Trump su Twitter, aggiungendo che negli ultimi 15 anni ha ricevuto 33 miliardi di dollari in aiuti economici. Proprio all’inizio della settimana Haley ha bloccato 255 milioni di dollari in aiuti al Pakistan.
E dopo l’azzardo del riconoscimento di Israele come capitale di Gerusalemme, in questo turbolento inizio di 2018, Trump ha avuto parole “tenere” anche per il popolo palestinese: “Paghiamo ai palestinesi centinaia di milioni di dollari all’anno senza riconoscimento o rispetto” da parte loro, ha twittato. “Dal momento che i palestinesi non vogliono più parlare di pace, perché dovremmo pagare loro enormi versamenti in futuro?” ha aggiunto il presidente. Hanan Ashrawi, membro del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), ha risposto sostenendo che i palestinesi non cederanno al “ricatto” degli Stati Uniti. “Trump ha sabotato la nostra ricerca di pace, libertà e giustizia. Ora lui osa accusare i palestinesi delle conseguenze delle sue azioni irresponsabili”.
Insomma, se questo è solo l’inizio, nel 2018 se ne vedranno delle belle (Russia, Cina e leader europei sono avvertiti). E il mondo potrà solo pagare con altra instabilità il bullismo internazionale di Trump.
martedì 2 gennaio 2018
GLI SCONTRI IN IRAN E L'OPPORTUNISMO IPOCRITA OCCIDENTALE
Gli scontri che si stanno verificando in Iran,che siano provocati o accentuati da ingerenze esterne(e lo sono),non sono tollerabili in quanto ledono il diritto di manifestare così come ha detto anche il Presidente Rohani aggiungendo che però non bisogna accanirsi contro palazzi e/o beni pubblici.
Bene,e come è accaduto lo scorso marzo con le proteste anti Putin per le manifestazioni seguite all'arresto della sua nemesi Aleksej Navalnyj(madn le-differenti-liberta-di-espressione )salta fuori l'ipocrisia occidentale che ha i suoi porci comodi a dire che il popolo iraniano può e deve ribellarsi(non è solamente il guerrafondaio Trump a dirlo ma anche l'Ue),visto che Teheran è lontano e non è certo Roma,Atene o Amburgo.
In Europa allora vanno bene la repressione poliziesca,le manganellate,i proiettili di gomma e i lacrimogeni,perché nel mondo occidentale bisogna stare al guinzaglio e anche dopo che ti hanno preso te la fanno pagare cara sia in termini di violenza carceraria che giudiziaria.
L'articolo di Contropiano(iran-proseguono-scontri-malcontento )parla di quello che sta attorno alle manifestazioni di piazza della cosidetta rivoluzione delle uova,dalle vittime alle contromanifestazioni pro ayattollah più che pro Rohani(anche l'estremismo religioso,non si dice,ma pompa per la rivolta che può tornare utile per delaicizzare lo Stato)passando per la ragazza che si è tolta il velo.
Si traccia anche una cronistoria dai tempi dello Scià di Persia ai giorni nostri in quella che poteva diventare una nazione comandata da fanatici religiosi che per qualche tempo erano saliti al potere perché(anche appoggiati dall'occidente)erano ritenuti più concreti rispetto alle sinistre tradizionali e rivoluzionarie.
Iran, proseguono scontri e malcontento.
di Enrico Campofreda
Continuano proteste e rabbia, quella spontanea e quella indotta dai motivi più vari e in luoghi differenti, dalla capitale e dalle grandi città come Mashhad e Isfahan, i centri del culto e del turismo, a località minori (Tonekabon, Abhar nell’area azera del Caspio, e sempre a ovest a Zanjan e Kermanshah, sino alle zone orientali a sud di Mashhad). Le attese della periferia iraniana, rurale e non, si trasformano in accuse per promesse non mantenute, dal presidente, dal governo, dalla politica. Così l’elemento che osservatori esterni e interni notano è un malcontento generalizzato e trasversale di chi è fuori dagli apparati istituzionali: legislativo e amministrativo, militare, teologico. E il quadro non è neppure così definito, perché le piazze della protesta possono essere anche stimolare e agitate dalle fazioni ufficiali: conservatori contro riformisti e moderati, elettori di quest’ultimo blocco, che ha confermato al vertice il chierico diplomatico Rohani, ma sono stufe di non vedere risolti problemi spicci ma essenziali: carovita, corruzione di molti apparati, mancanza di risorse per l’occupazione giovanile. Questioni simili ad altre parti del mondo, ma nella specificità iraniana ancor più particolari.
Perché per almeno due delle ultime generazioni questo Paese è stato un faro: di lotta all’ingerenza dell’imperialismo occidentale, che aveva radici antiche nel golpe anti Mossadeq e repressioni sanguinose di una delle più feroci monarchie della storia mondiale recente, quella dello Shah Reza Pahlavi. Quando il divario fra la ricchezza di pochi e la miseria di milioni di anime rappresentava uno dei tanti sfregi operati dai governi-fantoccio sostenuti dalle Sette Sorelle in Medio Oriente. L’Iran della ribellione anti monarchica di fine anni Settanta visse anche una cruenta lotta interna, fra una sinistra tradizionalista (Tudeh) e rivoluzionaria (mujaheddin) contro un Islam politico che risultava più pragmatico degli avversari laici. Tanto che mullah e ayatollah finirono per catturare consensi sempre maggiori per quella vicinanza al sentire di strati sociali umili che teorici di una sorta di marx-islamismo, come Shariati, avevano introdotto nel movimento prima di contestazione, quindi di ribellione alla dinastia Pahlavi. E al di là del proprio ieratico carisma, Khomeini otteneva consenso e seguito per una pratica politico-organizzativa più leninista di certe posizioni presenti nella sinistra ufficiale.
Uno di questi, l’armata in nuce trasformatasi nei Guardiani della Rivoluzione, ha posto le basi del potere politico clericale, facendo accettare anche forzature come quel velayat-e faqih che non era benvisto da taluni ayatollah, ed è diventato nel tempo una zavorra per il regime che gli aliena l’assenso giovanile. Ecco, due elementi che riecheggiano nel malcontento degli ultimi anni in una nazione in cui i giovani sono tanti e le donne idem: repulsione della teocrazia per il mantenimento di regole che, pur non raggiungendo il fanatismo del sunnismo salafita (tutt’altro, visto che lo sciismo se ne distingue per orientamenti teorici e pratici) mantengono formule che stanno strette anche a ragazze fedeli all’Islam. Inoltre gli attuali ventenni e trentenni, ovviamente anche di sesso maschile, non hanno vissuto sulla pelle i sacrifici compiuti da padri e fratelli maggiori immolatisi per la patria nella guerra contro Saddam. Magari portano, e rispettano, lutti familiari, come testimoniano le immagini dei martiri della causa iraniana in quella guerra presenti in città e angoli sperduti del Paese, ma tutto è mediato. E forse da alcuni, neppure tanto meditato. Certo è che o si appartiene a quella che è stata definita la ‘generazione del fronte’, che ha incrementato il senso di corpo di pasdaran e basij, oppure il pur sempre vivo nazionalismo si stempera o si volatizza.
Si vocifera che fra le insofferenze odierne per il carovita ci siano le considerazioni di chi vede aumentare generi di prima necessità come le uova, e prossimamente anche i carburanti, per sostenere l’impegno militare iraniano su fronti esterni. Non difesa della patria, tuttora sotto minaccia imperialista e sionista, ma difesa dei suoi interessi più generali (i detrattori dicono di potenza regionale in antagonismo soprattutto alla dinastia saudita, ma anche del sultano Erdoğan) nei vari conflitti locali in terra mediorientale, di cui il campo di battaglia siriano è stato, ed è tuttora, il più oneroso. Chi grida di voler pensare al futuro in casa e non alla causa di Gaza può essere sprovveduto, qualunquista o al servizio di quei soggetti che in queste ore gracchiano come corvi più che cinguettare da social network, come fa Trump o tramite interviste ufficiali il suo protetto Netanyahu. E’ chiaro che i nemici dell’Iran – non di Rohani, degli ayatollah o della Rivoluzione Islamica – sbavano per una destabilizzazione di quell’area, ma sostenere che le campagne militari all’estero hanno costi che tolgono risorse interne in una fase di oggettiva difficoltà economica può risultare una cruda verità. Da tempo Rohani si barcamena, forse il terreno sotto i piedi glielo minano proprio i chierici conservatori vicini a Khamenei e oltre la sua guida. Ovvero ad agitare anima e corpo di tanti iraniani sia il desiderio di scuffiare i turbanti e togliersi il velo. Un solo pericolo: che la voglia di nuovo peschi in tendenze e periodi torbidi. C’è chi giura che gli anticorpi esistono, l’incognita resta.
articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it
lunedì 1 gennaio 2018
I MILIARDARI NEL MONDO SEMPRE PIU' RICCHI E POTENTI
Nella prossima campagna elettorale sarà un paradosso che i mass media convenzionali non diano spazio a chi predica la redistribuzione dei redditi ed una tassazione patrimoniale sulle ricchezze posseduto a favore di chi vuole che la forbice tra i ricchi ed i poveri sia sempre più elevata(vedi anche:madn essere-l1-o-il-99 ).
Nell'articolo sotto(contropiano dietro-grande-fortuna-ce-un-crimine )il resoconto annuale che spiega in poche cifre e parole che chi era tra i più miliardari al mondo lo scorso anno hanno fatto affari ancor più proficui spesso calpestando diritti dei lavoratori se non passando direttamente all'interno della cerchia del vero e proprio sfruttamento.
Sottolineando la frase che dà il titolo al pezzo"dietro ogni grande fortuna c’è un crimine"di Balzac è certo che solo questo fatto sia un illecito criminoso in sé con una popolazione sempre più ampia che ha problemi seri di povertà ed è pronta ad essere l'ago della bilancia dei prossimi conflitti sociali globali(in Italia no,nessuno scende in piazza o quasi).
Dietro ogni grande fortuna c’è un crimine.
di Giorgio Cremaschi
Varie testate giornalistiche specializzate in economia hanno stilato la consueta classifica mondiale dei super ricchi. I primi 500 miliardari del pianeta detengono ora un patrimonio complessivo di 5300 miliardi di dollari. Una cifra pari a quanto posseduto dai circa tre miliardi e mezzo di abitanti più poveri di questo pianeta. Cinquecento persone valgono come metà di tutto il genere umano. Credo che neppure all’epoca dei faraoni ci sia stata tanta disuguaglianza.
Il dato interessante è che questi ricconi in un anno hanno visto aumentare del 23% loro patrimonio, ben 900 miliardi in più. Siccome il patrimonio complessivo dell’umanità è cresciuto molto di meno, del 3/4%, vuol dire che questi signori – sì, perché sono quasi tutti maschi – hanno accumulato ricchezza che altri hanno perso. Sono i ricchi a produrre i poveri.
Balzac scrisse che dietro ogni grande fortuna c’è un crimine. Io credo che una simile sciagurata ripartizione della ricchezza sia un crimine in sé. E credo anche che l’assuefazione dell’opinione pubblica alla mostruosità della piramide dell’ingiustizia, che l’approvazione e l’ammirazione verso chi sta in cima ad essa, siano un guasto civile e morale devastante per la nostra società. Una società che sta tornando alla schiavitù.
Con questa ripartizione della ricchezza la democrazia è una finzione ipocrita e solo la rinascita della lotta di classe e del socialismo possono cambiare le cose.
LUGANO ADDIO
E' il caso del cantautore teramano Ivan Graziani,non che era un perfetto sconosciuto durante la sua carriera,ma diciamo che ha raccolto di più dalla sua dipartita avvenuta il primo gennaio del 1997 a 51 anni.
Nell'articolo sotto una breve biografia(ivangraziani.it/biografia/ )che parla degli inizi della sua carriera da musicista,Ivan rimane uno dei chitarristi più bravi in Italia,racchiudendo tutte le sue opere e le apparizioni a Sanremo,non sempre condite da successi che sono stati altalenanti.
La canzone per ricordarlo è una di quelle che secondo me è tra le più appassionate e belle del panorama musicale italiano,Lugano addio:
Po, po, po...
Le scarpe da tennis bianche e blu,
seni pesanti e labbra rosse
e la giacca a vento.
Oh! Marta io ti ricordo così
il tuo sorriso e i tuoi capelli,
fermi come il lago.
"Lugano addio" cantavi,
mentre la mano mi tenevi
"Canta con me" tu mi dicevi
ed io cantavo di un posto che
non avevo visto mai.
Tu, tu mi parlavi di frontiere
di finanzieri e contrabbando
mi scaldavo ai tuoi racconti
"E mio padre sì" tu mi dicevi
"quassù in montagna ha combattuto"
Poi del mio mi domandavi.
Ed io pensavo a casa
mio padre fermo sulla spiaggia,
le reti al sole i pescherecci in alto mare,
conchiglie e stelle
le bestemmie e il suo dolore.
Oh, Marta io ti ricordo così
il tuo sorriso e tuoi capelli,
fermi come il lago.
Po, po, po...
"Lugano addio cantavi"
mentre la mano mi tenevi
"addio" cantavi
e non per falsa ingenuità tu ci credevi
e adesso anch'io che sono qua.
Oh, Marta mia addio, ti ricordo così
il tuo sorriso e tuoi capelli,
fermi come il lago.
Po, po, po…
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Ivan nasce il 6 ottobre 1945 a Teramo.
FIn da bambino mostra una predisposizione per l’arte: tra un disegno e l’altro, dopo qualche tentativo dietro ai tamburi, strimpella la chitarra di suo fratello maggiore Sergio, ascoltando le canzoni alla radio.
Da oltre oceano sta arrivando la musica che rivoluzionerà tutto: il rock’n’roll, e il rock’n’roll con cosa si suona? Con la chitarra. Ivan vince tutte le gare di quartiere, a chi suona meglio e più forte le canzoni di Elvis, Chuck Berry, poi la folgorazione: i Beatles. L’Italia si riempie di complessi beat, e Ivan, che intanto studia ad Ascoli, passa i pomeriggi suonando con un compagno di scuola, Gianni D’Alessandro, pianista in erba figlio di una piccola celebrità abruzzese: Nino Dale, che con i suoi Modernist’s fa ballare in tutti i locali della zona.
A un concorso scolastico viene notato proprio dal famoso capo orchestra, che lo ingaggia ancora minorenne nel suo gruppo, portandolo addirittura fino in Tunisia a suonare nei villaggi vacanze. Questa esperienza sarà una scuola importantissima per Ivan chitarrista autodidatta.
Ma l’amore per l’arte è importante almeno quanto quello per la musica, così decide di iscriversi all’istituto d’arte di Urbino, dove conoscerà la sua compagna per la vita, Anna. E’ il 1966 e Ivan forma il suo primo complesso con un esordiente Velio Gualazzi (papà del celebre Raphael) che dapprima è un duo batteria chitarra e voce dal nome Ivan e i Saggi, poi sfocia in un classico trio con l’aggiunta di Walter Monacchi al basso, così nasce L’Anonima Sound.
Con il suo complesso Ivan suona in tutti i locali, registra quattro 45 giri e partecipa per due volte al famoso Cantagiro. All’alba degli anni settanta arriva la chiamata per il famigerato servizio militare: durante una lunga permanenza all’ospedale militare di Chieti scrive una sorta di diario che, parecchi anni dopo, diventerà un libro: Arcipelago Chieti. È il 1972, e Ivan si trasferisce con Anna a Milano, per cercare di entrare nel circuito discografico e proporre le sue canzoni. Sono anni di gavetta e felice povertà, in cui Ivan registra un 45 in inglese con il nome di Rockleberry Roll, poi un altro singolo a nome Ivan & Transport, fino al primo 33 giri: Desperation, sempre con lo pseudonimo Rockleberry Roll.
Nel 1973 Ivan pubblica un primo LP in italiano, che porta il suo nome: La città che io vorrei. Sempre del 1973 è un curioso album strumentale di cover, TatoTomasoGuitar’s, inciso per festeggiare la nascita del figlio Tomaso. In questi anni Ivan frequenta gli studi della celebre etichetta Numero Uno (quella di Battisti e Mogol) dapprima come centralinista, poi come turnista di studio. Partecipa con la sua chitarra a molte incisioni degli artisti in scuderia, fino ad essere casualmente notato da Lucio Battisti, il quale lo arruola per le incisioni del suo celebre La chitarra, il contrabbasso, etc. Le note che aprono il disco, quelle di Ancora tu, le suona Ivan.
E’ il 1976, ed esce Ballata per quattro stagioni, il primo “vero” album di Ivan, che passa ancora praticamente inosservato, ma rivela agli addetti ai lavori un nuovo personaggio, abile chitarrista, con una voce inarrivabile e un talento da coltivare. Nel disco due gemme, la tolte track Ballata per quattro stagioni e la dolcissima E sei così bella. Ci siamo quasi: complice anche la collaborazione nel disco Ullalla, Antonello Venditti suona e aiuta negli arrangiamenti per il nuovo album di Ivan, I Lupi.
Nel disco c’è finalmente il primo grande vero successo della sua già lunga carriera: Lugano addio. E’ il 1977 e un ispiratissimo Ivan sfornerà un album all’anno fino al 1981, incidendo la maggior parte dei suoi più grandi successi: Pigro (1978), che contiene canzoni come Monnalisa, Paolina e appunto Pigro; Agnese dolce Agnese (1979), che contiene Agnese, Fuoco sulla collina, Taglia la testa al gallo; Viaggi e intemperie (1980), che contiene Firenze, Dada, Tutto questo cosa c’entra con il r’n’r?; Seni e coseni (1981), che contiene Pasqua, Cleo e Signorina.
Del 1982 è il live Parla tu, mentre per un nuovo album bisogna attendere il 1983 con Ivan Graziani, che contiene Signora bionda dei ciliegi e Il chitarrista.
Del 1984 é Nove, che contiene Limiti e Minù Minù. Ivan partecipa al Festival di Sanremo 1985 portando la dolce e sottovalutata Franca ti amo, e l’anno dopo pubblica l’ultimo album per la RCA: Piknic.
Occorrono due anni per un nuovo punto di partenza: il primo disco per l’etichetta Carosello è il grintoso Ivangarage, registrato nello studio casalingo di Ivan, che contiene Noi non moriremo mai, Prudenza mai, Un uomo. Del 1991 è l’album Cicli e tricicli, e tre anni dopo esce con Malelingue, album ispirato che riporterà in luce Ivan, anche grazie alla fortunata partecipazione al Festival di Sanremo 1994 col brano Maledette malelingue. L’anno successivo vede la luce un secondo album dal vivo, contenente anche alcuni brani inediti e intitolato Fragili fiori…Livan, che si pregia della collaborazione dell’amico Renato Zero.
Purtroppo Ivan non farà in tempo a pubblicare le nuove canzoni a cui stava lavorando, venendo a mancare il 1 gennaio 1997.
Alcuni brani rimasti inediti usciranno negli anni successivi e, ad oggi, non si contano le raccolte antologiche e le versioni delle sue canzoni cantate da moltissimi artisti, che continuano ad omaggiare la “chitarra rock della musica italiana d’autore”.
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