venerdì 8 dicembre 2017
GLI SCIOPERI GRECI PER POTER SCIOPERARE
La Grecia,come sappiamo da anni,è stata la prima cavia ed allo stesso tempo la prima vittima designata dalla trojka dell'Ue,Fmi e Bce,e soprattutto il popolo greco ha subito i diktat tedeschi,quelli che si sono approfittati di tutto ciò che era pubblico acquistando a buon mercato aeroporti e quello che c'era da guadagnarci.
La misura è ormai colma,dopo le promesse di Tsipras(madn il-discorso-di-tsipras-strasburgo ),sul quale molta politica di sinistra nostrana deve recitare il mea culpa,anche la stessa Usb di cui si riporta il comunicato sotto(contropiano grecia-lavoratori-sfondano-porta-ministero )che fino a poco tempo fa incensava il leader di Syriza per poi buttarlo giù dalla torre.
Anche se ritengo che Tsipras,ormai nel ginepraio in cui si è messo vittima del suo stesso entusiasmo ancora una persona capace e messa alla corda e costretto all'austerità dai potenti europei,abbia deciso scelte che non hanno subito portato alla netta rottura con l'Unione Europea:le manifestazioni e gli scioperi come quello che ha portato all'abbattimento delle porte del ministero del lavoro greco,sono la conseguenza di tali decisioni o meglio dire non decisioni.
Grecia. Lavoratori sfondano porta Ministero. “Il diritto di sciopero non si tocca”.
di Unione Sindacale di Base
La notizia che il governo Syriza sta per varare delle leggi che attaccano il diritto di sciopero, ha ricevuto l’immediata risposta del movimento sindacale di classe greco.
I link di seguito prodotti rimandano a video e foto della manifestazione promossa dal PAME ad Atene. Una manifestazione militante molto determinata che aveva chiesto di incontrare il Ministro del Lavoro, una volta che questo ha rifiutato di incontrare la delegazione , la testa del corteo ha buttato giù a spallate l’ingresso del Ministero che, come hanno gridato i manifestanti, rappresenta i padroni e non i lavoratori.
Il corteo ha fatto tappa davanti al parlamento greco dove ha lasciato una grande scritta che recita “Giù le mani dal nostro diritto di sciopero” per poi piombare rumorosamente sulla residenza del Primo Ministro Alexis Tsipras, la reazione particolarmente violenta della polizia però non ha scompaginato la dimostrazione ottenendo il temporaneo ritiro del disegno di legge contro il diritto di sciopero.
In una nota il PAME denuncia l’ennesimo attacco ad una manifestazione di lavoratori con manganelli e bombe lacrimogene da parte di quello che non nasconde di essere uno dei Governi più sottomessi alla Troika.
La mobilitazione promossa dal PAME così estesa e compatta ha ottenuto il temporaneo ritiro del disegno di legge antisciopero. Il sindacato di classe greco ha invitato i lavoratori a mantenere alta la mobilitazione perché il Governo Syriza ha fatto spaere che intende ripresentare una legge che limiti l’arma storica del movimento operaio.
L’appuntamento è per il 14 dicembre giorno dello sciopero generale dei lavoratori greci a cui va tutta la nostra solidarietà e sostegno.
Il comunicato della Unione Sindacale di Base
La durissima risposta dei lavoratori greci ha costretto il sedicente governo progressista di Syriza a una precipitosa retromarcia sulla stretta al diritto di sciopero, obbligando il ministro del Lavoro a ritirare l’emendamento che alzava dal 20 al 50% la percentuale di adesioni necessaria per proclamare uno sciopero.
Migliaia di militanti del Pame, il sindacato di classe aderente al Wftu, sono scesi in piazza martedì 5 dicembre ad Atene, scontrandosi con la polizia schierata a difesa del ministero del Lavoro, che ha aggredito i manifestanti facendo largo uso di lacrimogeni e spray.
La decisa reazione della classe operaia organizzata ha costretto il governo a ritirare l’emendamento, sventando così l’attacco ai diritti dei lavoratori. Quella di martedì è solo l’ennesima azione di Tsipras, sempre più marionetta nelle mani della Troika, del FMI e della UE, contro la popolazione greca. Un’azione venuta solo pochi giorni dopo i duri scontri in coincidenza con le prime aste di abitazioni confiscate a chi non riesce più a pagare i mutui a causa dei tagli a stipendi e pensioni seguiti ai diktat del capitalismo internazionale. Il Pame ancora una volta si è messo alla guida dei lavoratori, dimostrando che le lotte pagano e che non è più tempo di confronto passivo. Per questo il Pame ha confermato lo sciopero generale nazionale di 24 ore per giovedì 14 dicembre, chiamando a una grande risposta di massa alle politiche di Syriza genuflesse ai voleri del capitalismo. USB si schiera a fianco del Pame e solidarizza con tutti i greci vessati e umiliati da anni di diktat.
mercoledì 6 dicembre 2017
CAOS IN HONDURAS GRAZIE ALLA COMPLICITA' USA:L'ITALIA TACE
C'è una differenza tra i fatti che caratterizzarono il periodo elettorale in Honduras nel 2009 rispetto al giorno d'oggi,ma il risultato è che il candidato appoggiato dagli Usa(quelli che portano la pace e la giustizia nel mondo)ha sempre vinto e solamente con metodi illegali e dittatoriali.
Nel corso degli ultimi dieci anni è successo che il Presidente eletto Manuel Zelaya(madn il-golpe-in-honduras ),a quattro mesi dalla scadenza del mandato,fu deposto ed estradato in Costa Rica dall'allora Presidente del Congresso Roberto Micheletti(madn micheletti-il-berlusconi-honduregno )che rimase al potere fino all'elezione del nazionalista Porfirio Lobo dopo che gli squadroni della morte terrorizzarono e non solo tutti i sostenitori di Zelaya.
Nel 2014 venne il momento,sempre con l'aiuto degli Stati Uniti che hanno forti interessi economici nello stato centroamericano,Juan Orlando Hernandez(Joh),che è stato rieletto due domeniche fa sempre con brogli elettorali marchiani come spiegato nell'articolo di Infoaut(cosa-sta-succedendo-in-honduras )a scapito del legittimo vincitore Salvador Nasralla dopo le denunce di Zelaya e di tutte le opposizioni.
Ciò ha comportato scontri e rivolte nella capitale Tegucigalpa e in tutto il paese con la polizia che ha già ucciso una dozzina di manifestanti nel silenzio più assordante dei media italiani:esecuzioni come quella che portò alla morte l'attivista per i diritti degli indigeni honduregni Berta Caceres(madn lassassinio-di-berta-caceres ).
Cosa sta succedendo in Honduras?
Non è Venezuela, per questo i media internazionali non ne parlano, ma l’Honduras vive la crisi più grande dopo il colpo di stato del 2009, quando il presidente eletto, Manuel Zelaya, fu espulso dal governo con un golpe militare pianificato dal Partido Nacional e appoggiato dagli Stati Uniti. Questa volta le elezioni sono state truccate per mantenere al governo Juan Orlando Hernàndez, nonostante l’incostituzionalità della sua candidatura. Così il Paese si ritrova a vivere un altro incubo dopo le persecuzioni, la criminalizzazione della protesta, gli assassinati selettivi ( come quella dell’attivista Berta Càceres), i saccheggi dei territori e dei beni comuni, la corruzione e l’impunità. L'approfondimento di cronachelatinoamericane.
Mappa del conflitto in Honduras
I fatti
Nonostante sia vietato dalla costituzione, Juan Orlando Hernadèz cerca la rielezione come presidente. Sulla sua testa e su quella del partito pendono gravi accuse di corruzione, spreco di soldi e vincoli con il narcotraffico.
Il 26 di novembre si sono svolte le elezioni sotto l’ombra della frode elettorale, perché un milione di persone morte sono comparse nelle liste dei seggi abilitate per il voto. Nonostante questo la giornata si svolse senza particolari incidenti. Una volta chiuse le urne è cominciato il conteggio dei voti in forma aleatoria, come nelle scorse elezioni ci si aspettava che il conteggio veloce delle schede riflettesse la tendenza del voto nelle prime tre ore, la trasmissione dei dati era continua.
Dopo aver contabilizzato più del 50% del totale dei seggi era evidente che il candidato oppositore Salvador Nasralla stava vincendo di 5 punti, staticamente si poteva confermare che era lui il vincitore. Vari partiti annunciarono di avere copie di tutti i seggi e che i loro conti lo confermavano. Il presidente del Tribunale Elettorale, alleato di Juan Orlando Hernandèz, annunciò che non poteva dichiarare nessun vincitore fino a quando non sarebbero stati contabilizzati tutti i seggi. Il candidato dell’altro partito d’opposizione Luis Zelaya riconobbe Nasralla come vincitore.
Il tribunale elettorale smise col conteggio aleatorio dei seggi e cominciò a registrare solo i seggi dove Juan Orlando aveva vinto. Così piano piano la tendenza cominciò a cambiare. I seggi che davano Nasralla come vincitore vengono separati per essere “monitorati”, iniziano i sospetti che si stia mettendo in atto una truffa elettorale.
Cominciano le anomalie nel centro operativo del Tribunale Elettorale, il sistema “cade” varie volte e cominciano a circolare nei social network immagini di schede adulterate, senza le firme dei membri dei tavoli e altre falsificate. Il Ministero Pubblico perquisisce un ufficio del Partido Nacional dove si stavano falsificando schede.
Perfino gli osservatori elettorali rimangono sorpresi quando succede qualcosa di statisticamente impossibile, si inverte la tendenza e Juan Orlando Hernàndez passa in avanti superando Nasralla di 1.5 punti. La frode elettorale è evidente, la cosa strana è che le percentuali dei risultati delle elezioni dei deputati e dei sindaci non sono mai cambiate da domenica. La frode si concentra sulla presidenza.
Dopo sette giorni il 95% delle sezioni era stato scrutinato, ma il Tribunale Elettorale non si era ancora pronunciato ufficialmente. Lunedì dopo otto giorni il Tribunale Elettorale dichiara la fine dei conteggi e la vittoria di Juan Orlando Hernàndez, la differenza tra questo e Nasralla è di 52.347 voti, questa decisione genererà una crisi politica e istituzionale nel paese.
Da mercoledì 29 le basi dell’Alianza de Oposiciòn e altri cittadini indignati stanno protestando in molte città. Sono indignati per la frode elettorale che garantisce impunità a Hernàndez e al suo partito[1].
Le proteste
Dopo giorni di incertezza e in mancanza di risultati ufficiali le proteste contro la truffa si sono prese le strade. Giovedì sono cominciati invece i blocchi stradali, copertoni sono stati bruciati e si sono verificati i primi scontri con la polizia che come risposta ha fatto largo uso di gas lacrimogeni, pallottole di gomma e proiettili. Venerdì la situazione è precipitata, le principali vie di Tegucigalpa sono state bloccate. Si sono verificati saccheggi e incendi di varie attività commerciali non solo nella capitale ma anche a San Pedro Sula al grido di “ fuera JOH[2]”. Vari caselli autostradali sono stati dati alle fiamme. Scontri si sono verificati anche a La Ceiba, Progreso, Lima y Sigualapeque[3].
Nel quartiere “El Pedregal” di Tegucigalpa un bambino di 12 anni è stato ferito da un proiettili sparato dalla polizia militare,più di 21 persone sono state soccorse negli ospedali della capitale.
Il Coprifuoco
Di fronte all’insurrezione del Paese, il governo ha dichiarato il coprifuoco e ha sospeso i diritti costituzionali per dieci giorni per permettere alla polizia e ai militari di reprimere i manifestanti e provare a farli desistere, ma la rabbia è tanta. La gente è stanca, sembra di rivivere il colpo di stato del 2009, questa volta attraverso le urne. I manifestanti denunciano il furto della previdenza sociale, la sospensione di vari giudici della Corte Suprema di Giustizia, la rielezione vietata dalla costituzione, ma soprattutto la frode e la mancanza di risultati immediati.
Il coprifuoco è di 12 ore al giorno e coincide con il fatto che i risultati elettorali fino a domenica non erano stati resi pubblici, questo equivale a un colpo di stato istituzionalizzato per proteggere Hernàndez e i gruppi di potere che finora hanno governato l’Honduras. Le strade del Paese sono militarizzate, ma nonostante questo migliaia di honduregni le hanno occupate per ribadire la propria rabbia[4].
Situazione irreversibile
Ad oggi si contano 12 morti, centinaia di feriti, 500 arresti. Nonostante il coprifuoco, le proteste non si fermano. Come già successe in Paraguay e in dimensioni più piccole in Ecuador, il fantasma della truffa elettorale e la violazione della costituzione evidenziano il menefreghismo dei governi nei confronti della popolazione e fino a dove sono disposti ad arrivare per mantenersi al potere.
Lo scontento generalizzato e la profonda rabbia accumulata sono conseguenza dalla situazione economica e dalle politiche di austerità dei governi. I pilastri della democrazia crollano davanti alla sfiducia generalizzata nelle istituzioni e all’impossibilità di questa di garantire lo svolgimento delle elezioni in totale normalità.
Davanti alla truffa elettorale, l’unica soluzione possibile secondo i manifestanti è quella di prendersi le strade e bloccare il paese. Il colpo di stato e la sconfitta del 2009 è stata una lezione per il popolo dell’ Honduras. Ironicamente quella volta i militari spaccarono l’ordine costituzionale con la scusa di evitare che Zelaya facesse un referendum per considerare la rielezione, la doppia morale del potere. Ora la società è più organizzata, c’è più comunicazione e capacità d’articolazione tra le organizzazioni di base e quelle per i diritti umani.
Vari gruppi si sono pronunciati, tra questi la Piattaforma di Movimenti Sociali e Popolari dell’Honduras ha dichiarato il suo rifiuto categorico al processo elettorale truffa che vuole legittimare il modello di repressione e morte orchestrato da Juan Orlando Hernàndez[5]. Allo stesso tempo invita tutte le organizzazioni, comunità e municipi alla mobilizzazione permanente contro l’imposizione e l’illegalità della rielezione. Invita le comunità anche a difendere i territori dalla militarizzazione e dalla repressione. La Mesa Nacional de Derechos Humanos denuncia l’uso eccesivo della forza, la stessa che si sta trasformando in terrorismo di stato con attacchi ai manifestanti e ai giornalisti.
Il ruolo degli Stati Uniti e degli organismi internazionali come l’OEA e l’Unione Europea, nonostante all’inizio fosse incognito, ora, dopo l’annuncio della vittoria di Hernandèz, è chiaro: cercare di legittimare l’illegalità della rielezione presidenziale e garantire il riconoscimento internazionale delle elezioni truffa. Allo stesso modo denunciano apertamente i disordini di questa settimana e chiedono che i risultati vengano rispettati, ignorando le ragioni politiche per cui tanta gente è scesa nelle strade.
Dopo una settimana di fuoco e l’annuncio della vittoria di Hernàndez bisogna vedere cosa succederà nei prossimi giorni. Lunedì pomeriggio le forze speciali della polizia “Los Cobras” e alcuni reparti anti sommossa si sono dichiarati in sciopero e si rifiutano di reprimere il popolo, hanno anche lanciato gravi accuse al governo e agli Stati Uniti, organizzatori secondo loro, della truffa elettorale[6]. In serata invece è uscito un comunicato della polizia di scontento contro il governo[7].Si parla anche di elementi dell’esercito in stato di agitazione.
Questa settimana ci sarà il riconteggio di 5.000 schede, ma l’Alleanza contro la Dittatura[8] ha dichiarato che non parteciperà a questa farsa perché le schede da controllare sarebbero 18.000.
Sempre per questa settimana il Partito Libertà e Rifondazione ha convocato uno sciopero generale che ha l’intento di bloccare le principali autostrade del paese. I movimenti sociali invitano il popolo a creare comitati di approvvigionamento e a organizzare la distribuzione visto che gli alimenti iniziano a scarseggiare. Invitano a non ascoltare quei settori che cercano di smobilitare il popolo in cambio di favori politici. Chiedono le dimissioni immediate di Hernàndez e che si installi un governo provvisorio composto dai movimenti e le forze democratiche del Paese, in attesa che Salvador Nasralla assuma la presidenza[9]. Quello che è sicuro è che una ferita si è aperta nella società honduregna e che sarà difficile da chiudere, questo è solo l’inizio[10].
[1] https://desinformemonos.org/fraude-pueblo-levantado-honduras/
http://www.plataformamovimientosocial.org/manifestantes-realizan-toma-indefinida-de-la-carretera-ca-13/http://www.plataformamovimientosocial.org/manifestantes-realizan-toma-indefinida-de-la-carretera-ca-13/
[2]Juan Orlando Hernàndez
[3] https://www.youtube.com/watch?v=9cNqwbKXuXo ,
https://www.youtube.com/watch?v=Ta7kjVcOTkE
https://www.youtube.com/watch?v=q7FkvRtmgbs
[4] https://desinformemonos.org/miles-hondurenos-desafian-toque-queda/
[5] http://www.plataformamovimientosocial.org/pmsph-comunicado-urgente-sobre-el-proceso-electoral-hondureno-2017/http://www.plataformamovimientosocial.org/pmsph-comunicado-urgente-sobre-el-proceso-electoral-hondureno-2017/
[6] https://www.youtube.com/watch?v=FfTXDSPA82M
https://www.youtube.com/watch?v=MVyulgV4h0g
[7] https://www.facebook.com/unetvhn/photos/a.897401963721852.1073741829.752294238232626/1408528459275864/?type=3&theater
[8] Alleanza di sinistra che ha sostenuto il candidato Salvador Nasralla.
[9] https://www.facebook.com/notes/plataforma-del-movimiento-social-y-popular-de-honduras/comunicado-plataforma-del-movimiento-social-y-popular-de-honduras/509739966064730/
[10] http://www.latribuna.hn/2017/12/04/libre-anuncia-paro-nacional-esta-semana/http://www.latribuna.hn/2017/12/04/libre-anuncia-paro-nacional-esta-semana/
LIBERI DA COSA E UGUALI A CHI?
L'ultimo nome dell'infinita schiera della sinistra a sinistra del Pd è quella di Pietro Grasso,Presidente del Senato e fondamentalmente una brava persona,ma da questo a passare leader e candidato premier per le prossime elezioni ne passa di acqua sotto i ponti.
Perché per anni ha sostenuto un governo liberticida e solo verso la sua fine ha avuto un briciolo di coscienza per togliersi dal Pd e da tutte le politiche reazionarie che la destra non è riuscita a fare nei decenni Berlusconi.
Vista l'offerta politica che c'è in giro a dir la verità non sarebbe male come Presidente del Consiglio solo se vi sarà una netta contrapposizione alla politica che ha contrassegnato gli ultimi anni,ma presentando il movimento"Liberi e Uguali"non ha nemmeno messo in discussione tematiche come il job act,nessun accenno a scuola e sanità pubbliche,decreti Minniti,hai voglia di parlare di patrimoniali,c'è stato solo una traccia sul tema di diminuire le disuguaglianze e stop.
Gli articoli proposti(www.infoaut.org/editoriale e contropiano ultimo-arrivo-grasso )parlano del nuovo che sa di vecchio,di nomi come Bersani,D'Alema,Vendola,Civati,Bassolino,Fassina,tutti già ampiamente trombati ovunque siano stati e l'accozzaglia di questo contenitore dei vari Articolo 1- Movimento Democratico e Progressista,Sinistra Italiana,Possibile e Civismo non da nessuna garanzia di rottura col recente passato:la sinistra è tutt'altra cosa,non è un buen retiro per politicanti alla canna del gas alla ricerca del vitalizio e della pensione.
Il grosso Grasso matrimonio di Liberi e Uguali.
Puntuale come un orologio svizzero, nella giornata di domenica è partito il rush elettorale della nuova formazione annunciata come a “sinistra” del PD. Eppure questa sembrerebbe più una stampella del PD a tutti gli effetti, con tanti personaggi politici della Seconda Repubblica relegati in secondo piano dal maquillage renziano che tentano di tornare a "pesare" dopo la sconfitta nelle lotta di potere contro il boy-scout di Rignano. Spazio per tutti allora dentro “Liberi e Uguali”, e un magistrato attualmente Presidente del Senato al suo comando.
In un asse politico dove sull'onda degli effetti delle politiche renziane tutti i partiti si sono man mano spostati a destra (incantando ora taluni, elettori e non, con basse operazioni elettorali di brain washing nel caso della retorica della manifestazione “antifascista” che si svolgerà il prossimo 9 dicembre a Como), la corsa alle poltrone non poteva mancare di un polo aggregativo comodo per tutti quei volti che rappresentano non solo la decennale sconfitta di qualsivoglia istanza progressista, ma lo stesso rinnegamento di queste.
L'unione è sancita in nome di tornaconti personali ed elettoralistici, unendo soggetti politici prima strumentalmente avversi e caratterizzati da un atteggiamento votato al puro opportunismo. Nonchè dall'ostilità di fronte ad ogni forma di propagazione e sedimentazione di opposizione sociale in questo Paese: parliamo di Vendola, Bassolino, Fassina, Bersani, Civati, D'Alema.. e Grasso.
Pare non mancare nessuno questa volta dentro la compagine salottiera che ha esordito attaccando “la sterilità dei movimenti di protesta” nel Paese..ma del resto, che altro se non puntare il dito ci si potrebbe aspettare da un magistrato in politica? Ci sarebbe quasi da chiedersi se col beneplacito della segreteria democratica, che potrebbe preferire un soggetto coagulante a lei vicino e meno scomodo rispetto ai correntismi che si sono creati negli ultimi anni.
Tant'è che a rappresentare questa non-alternativa già di per sé stantia c'è un uomo di Stato di 72 anni che alla sua prima uscita da leader non ha attaccato le politiche piddine e i suoi previsibili effetti collaterali, dal Jobs Act al Piano Casa ai dispositivi imposti da Minniti, che hanno impoverito ed escluso ancor di più chi viveva già in condizioni di difficoltà in questo Paese. Ma ha ben pensato di porsi diametralmente contro i movimenti sociali in nome dell'ennesimo soggetto “nuovo”, in cui questo aggettivo sta per autoreferenziale tendente all'immutabile, in definitiva conservatore evidente dello status quo.
Se il buongiorno si vede dal mattino, non ci sarà nemmeno bisogno di troppa fantasia politica né di contenuti altamente antagonisti per fare emergere le contraddizioni di questa coalizione di Liberi e Uguali.. a prima.
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Ultimo arrivò Grasso. Il sistema politico prova a blindarsi.
di Dante Barontini
Con la presentazione di “Liberi e uguali”, con un altro leader preso dall’antimafia, si completa il quadro dell’”offerta politica” di regime.
Per spiegare bene questa definizione conviene soffermarsi un attimo sulla descrizione puntuale di questo quadro.
Fin qui il pilastro del sistema partitico italiano è stato il Pd, che con l’ascesa di Matteo Renzi sembrava in grado di monopolizzare o quasi il consenso, tenendo insieme parte dei ceti popolari storicamente impiccati alla rappresentazione della “sinistra” socialdemocratica di provenienza Pci diventata nel tempo il nerbo dell’establishment liberista italiano; con la benedizione e la direzione discreta dell’Unione Europea.
Tutto appariva curato con estrema attenzione: a) un leader giovane e spiazzante, abile nel “rottamare” velocemente un quadro dirigente inchiodato ad antiche guerre tra clan, usurato da sconfitte clamorose e vittorie dimezzate; b) un’immagine di conseguenza “giovane”, efficientista, iper-modernista, social, post-ideologica, europeista e ultraliberista, ma con su stampigliato il marchio “di sinistra”; c) un’insieme di “riforme” sociali e istituzionali scritte a Bruxelles e imposte con la forza di un caterpillar a un Parlamento di nominati ansiosi solo di completare la legislatura; d) sindacati complici e totalmente immobili davanti alla demolizione del sistema dei diritti su cui avevano fondato la propria legittimità.
In effetti il capitale multinazionale europeo e quel che resta dell’imprenditoria “nazionale” non potevano sperare di meglio. Negli anni di Renzi – così come era in parte avvenuto in quelli di Prodi e D’Alema – sono passate senza colpo ferire “riforme” che non erano riusciti a far approvatre dai governi Berlusconi (dall’abolizione dell’art. 18 alla precarizzazione totale dei contratti di lavoro, fino al limite dell’eliminazione del diritto di sciopero).
Poi il contafrottole di Rignano ha voluto esagerare, mostrando ansie di monopolio del potere che difficilmente – in un paese frammentato anche a livello di “classi dirigenti” – possono essere vincenti. Soprattutto, il programma di “riforme” suggeritogli dalla Ue ha impoverito e scombussolato molto rapidamente una quota rilevante di popolazione, in età di lavoro e non, che gli si è rivoltata progressivamente contro. Fino ad esplodere in un “NO” liberatorio al referendum costituzionale dello scorso anno, segnando l’inizio della sua rapidissima parabola discendente.
Il redivivo Berlusconi deve la sua nuova centralità proprio al fallimento dell’allievo più giovane (e squattrinato, al confronto). Forza Italia è stata salvata dalla messa in liquidazione per l’evidente improponibilità come alternative di governo delle due altre “forze” di destra (Meloni e Salvini). La prima incapace di uscire dal solco del neofascismo ripulito un po’ troppo ruspante, l’altro impossibilitato a proporsi come forza “nazionale”, nonostante tutti gli sforzi fatti – dal sistema mediatico – per sollevarlo dall’eredità nordista, razzista, antimeridionale.
L’estrema destra, da CasaPound in giù, è solo uno fantoccio gonfiato a stagioni alterne per spaventare i “democratici perbene”. Se si pensa a quanti giornalisti di obbedienza “democratica” (in senso renziano) si son dati da fare per sdoganare qualche squadraccia contigua alla malavita più o meno organizzata (Ostia è solo uno degli esempi possibili) si vede chiaramente un disegno unitario: il “disagio sociale” deve avere quelle fattezze, di modo che lo si possa esorcizzare come “pericolo”, ma mai riconoscerlo come problema da risolvere. Il neofascismo, solito servo ottuso del capitale, assume senza sforzo questa funzione ancillare e rassicurante il potere.
Il Movimento 5 Stelle – utilissimo nello smantellamento del vecchio sistema partitico – si è rivelato però inattendibile alla prova del governo. Dunque, nonostante la virata centrista e neoliberista imposta dalla scelta di Luigi Di Maio come temporaneo “leader” pubblico, non ha struttura e qualità per diventare forza di governo. Tanto più che la sua unica prova di credibilità popolare sta nel non allearsi con nessun’altra forza. Il giorno che dovesse piegarsi a un governo di coalizione, anche in posizione egemonica, romperebbe la muraglia che l’ha fin qui tenuto al riparo del “rancore popolare” nei confronti della “politica”, sapientemente costruita come l’unico problema di questo paese in crisi. Uno strumento inservibile, insomma, sia per gestire l’ordine economico-sociale attuale, sia per cambiarne i connotati fondamentali (non ha e non ha mai avuto un “programma” per rappresentare interessi sociali precisi).
Mancava una struttura politica in grado di riportare all’ovile dell’establishment quel poco o tanto di disagio sociale o idealità progressista che ancora è presente in larghe fette della società italiana, svuotando i possibili bacini elettorali di formazioni “a sinistra”. A questo – e a nient’altro – serve la formazione che sbandiera Pietro Grasso come “candidato premier”. A blindare il sistema politico intorno all'”europeismo” servile.
Il quadro delle “alternative” sullo scaffale della politica parlamentare è dunque ora completo. Noi notiamo che tutte queste diverse etichette sono apposte su scatole di forma differente, ma di identico contenuto. E ciò che le rende sostanzialmente uguali è proprio ciò di cui non parlano: il recinto delle decisioni da prendere, chiunque componga il prossimo governo italiano, è rigidamente fissato dagli organismo sovranazionali, a cominciare dall’Unione Europea.
Di questo, sono tutti consapevoli; anche perché sia Moscovici che Dombrovskis – commissario europeo all’economia e vicepresidente della Commissione – oltre a Jirky Katainen (neopresidente dell’Eurogruppo) hanno spiegato per giorni che la legge di stabilità del governo Gentiloni, pur non rispettando integralmente gli impegni fissati nei trattati, è stata lasciata passare per evitare di alimentare i sentimenti “euroscettici” nella popolazione. Ma a maggio, hanno promesso, calerà la mannaia sui conti pubblici per cominciare a ridurre il debito pubblico (dal 133 al 60%, in venti anni) come previsto dal Fiscal Compact.
Il problema è che “l’offerta politica” non vede presente nessuna forza che si preoccupi minimamente di contrastare le istituzioni sovranazionali. Anche chi ci aveva costruito una fetta di consenso (grillini, leghisti, fascisti in genere – ripuliti o meno) ha da tempo accantonato ogni critica all’euro o alle regole di Bruxelles. Non a caso i “più estremisti” cercano di acchiappare voti agitando lo spettro dell’”invasione extracomunitaria”. Un terreno su cui, peraltro, un ministro come Minniti si mostra assai più radicale e spietato.
L’offerta politica si presenta perciò priva di differenze rilevanti, sul piano ideale e programmatico. E allora le idee o i programmi finiscono sullo sfondo, coperti da un po’ di artifici retorici e soprattutto dalle facce. Renzi, Grasso, Berlusconi, Di Maio, Salvini e Meloni sono puri nomi che dovrebbero far “identificare” gli elettori con qualcosa che non si può neanche dire chiaramente.
Sono nomi fatti per ingannare. Basta dirne una sola: si presentano come candidati premier a una elezione con sistema proporzionale, che garantirà – secondo tutte le previsioni – un “governo di coalizione” che nessuno di loro potrà guidare. Parlano come se vigesse un sistema maggioritario, con schieramenti contrapposti (e concorrenza al centro…), mentre sono tutti già preparati a sedersi intorno allo stesso tavolo, con esclusioni minime (Salvini e Meloni da un lato, Grasso dall’altro, Di Maio in ogni caso) a seconda di quale coalizione avrà la prevalenza formale. Ma l’asse centrale del nuovo esecutivo – fatte salve sorprese così eccezionali da non poter essere neppure immaginate – sarà rappresentato da Pd e Berlusconi, con le aggiunte che si renderanno necessarie per fare una maggioranza.
E’ per questo motivo che “il Brancaccio” è fallito. Doveva rappresentare la solita cerniera tra “sinistra di governo” e “sinistra radicale”, per raccogliere voti che sarebbero altrimenti andati persi; ma le frattaglie post-piddine hanno valutato del tutto inutile scendere a patti (impossibili da rispettare, peraltro) con Rifondazione. Si sente in sottofondo la voce di D’Alema che ripete ancora una volta “tanto per noi dovranno votare, no?”
Chi nutre nostalgie per quel percorso non ha capito – o non vuole? – che un intero modo di “far politica”, dannoso e suicida, in voga da 25 anni a questa parte, è giunto al capolinea. E’ morto e non può essere resuscitato neanche dal dr. Frankenstein.
Il nostro blocco sociale ha un bisogno vitale di rappresentanza politica, di una identità collettiva nazionale in grado di far convergere lotte territoriali, sindacali, politiche quasi sempre di carattere solo locale o settoriale. Secondo ogni logica, la eventuale ricerca di una rappresentanza elettorale dovrebbe discendere dal consolidamento di quell’identità collettiva.
Ma in Italia – da sempre – le cose avvengono secondo una logica bizzarra. E dunque ci troviamo davanti alla possibilità di far emergere la trama di una rappresentanza politica nel vivo di una battaglia “solo” elettorale, grazie alla proposta avanzata dai compagni di Je So Pazzo (#poterealpopolo).
Perché accada è fondamentale che ciò che abbiamo chiamato il vivo non si faccia trascinare sottoterra dal morto.
Per questo e null’altro Eurostop è della partita.
martedì 5 dicembre 2017
LA CORSICA E IL SILENZIO DI PARIGI
L'effetto Catalunya investe in pieno la vicina Francia visto che le elezioni territoriali(primo turno)sono ampiamente in mano ai nazionalisti di Pè a Corsica che già un paio di anni fa nelle elezioni regionali(madn il-ballottaggio-in-franciae-in-corsica )ottennero ottimi risultati che sono stati rinnovati.
Personaggi come il separatista Talamoni,attuale presidente del consiglio regionale,e l'autonomista Simeoni,a capo della giunta regionale,da quando hanno unificato i rispettivi partiti e il Flnc(Fronte di Liberazione Nazionale Corso)ha abbandonato la lotta armata nel 2014 hanno ottenuto successi enormi anche se la stampa continentale non ha messo in risalto questa affermazione come scritto nell'articolo di Left(corsica-gli-indipendentisti-trionfano-alle-elezioni-e-parigi-sta-in-silenzio ).
I corsi,da sempre con una forte identità nazionale,da sempre considerano la Francia nazione occupante,i loro usurpatori e colonialisti mentre la loro cultura ha radici più italiane che francesi:il 45% al primo turno sono un grande bottino per il proseguimento nella lotta per l'indipendentismo e per far sentire la propria voce a Parigi.
Corsica, gli indipendentisti trionfano alle elezioni. E Parigi sta in silenzio.
La testa di moro sul telo bianco e nero sventola su un fiume di nazionalisti che gridano ripetutamente slogan indipendentisti. L’effetto domino spagnolo è arrivato fino a qui. Nell’Europa che si disgrega come una galassia di autonomismi velleitari, la prossima Catalogna si trova in Corsica. Bombe esplose, sparatorie, arresti. Per anni l’indipendentismo dell’isola è stato solo questo. Invece due giorni fa la manifestazione elettorale che ha riunito i nazionalisti era pacifica, i corsi hanno abbandonato la violenza degli anni passati, si sono consolidati come autonomisti e hanno vinto le elezioni.
«Non abbiamo dimenticato niente, la Francia ha portato il nostro Paese nel buio». Jean Guy Talamoni, presidente dell’Assemblea corsa, ha infiammato gli universitari tra le montagne di Corte, parlando dell’unico destino dell’isola: l’indipendenza. L’economia della Corsica è debole e per lo più basata sul turismo, «perché siamo stati impoveriti dalle politiche che loro, i colonizzatori, ci hanno imposto». Guardano indietro, molto indietro fino a Pascal Paoli, eroe dell’indipendenza del 18esimo secolo, di cui Talamoni è un esperto conoscitore.
I nazionalisti dell’isola di oggi non sono come quelli in madrepatria e nemmeno come quelli di Marine Le Pen, che con il suo Fronte Nazionale, qui non riesce ad attrarre elettori. I francesi in questi raduni sono “i colonizzatori”, il movimento armato corso, il Flnc, ha abbandonato ufficialmente le armi solo nel 2014, ma i manifestanti vogliono che 40 anni di lotta non siano passati invano. A dirlo, sono soprattutto i giovanissimi, che all’epoca non erano ancora nati. «Siamo corsi, non francesi».
I nazionalisti hanno vinto almeno la metà dei voti nel primo round delle elezioni territoriali di domenica, ma la notizia non è questa. È che la voce che urla autonomia si fa sempre più alta e forte e prima o poi arriverà fino a Parigi. Il governo francese sta ignorando questo movimento e la reazione delle autorità francesi è stata uniforme e silenziosa. Quasi muta. C’è stato qualche titolo di giornale, ma nessuna dichiarazione ufficiale dell’Eliseo. Ci sono solo quelle del presidente Emmanuel Macron in Africa e quelle del ministro dell’Interno, ma riguardavano i migranti.
«Non è indipendenza, è ostilità» ha detto Gilles Simeoni, il vecchio sindaco di Bastia, una delle due città più grandi dell’isola, ora a capo del consiglio esecutivo della Corsica, leader dell’ala nazionalista autonoma. È stato anche l’avvocato di Yvan Colonna, arrestato nel 1998 per aver ucciso un prefetto, Claude Erignac, un omicidio considerato un gravissimo atto di violenza anti-statale in un conflitto per l’autonomia durato 40 anni. Colonna per gli abitanti dell’isola è “prigioniero politico”, una categoria non riconosciuta da Parigi, che ha messo dietro le sbarre negli anni almeno 30 nazionalisti. Simeoni è la faccia pulita per gli elettori, che ha promesso di mettere fine al clientelismo che domina le politiche dell’isola.
Autonomia fiscale, autonomia nel sistema educativo, un programma per ripopolare le aree interne impoverite e abbandonate dell’isola. Tutto questo chiedono i nazionalisti, ma la risposta non arriva da oltremare. «Lo Stato è silente e paralizzato, la gente dice: almeno quando avevamo le bombe, ci ascoltavano», ha detto Simeoni, che ha vinto con il 45% dei voti all’ultima tornata elettorale con la lista Pe a Corsica, per la Corsica, battendo i candidati repubblicani, della destra, Jean Chales Orsucci, candidato di Macron e U rinnovu, movimento autonomista radicale. Ma ancora nessuna reazione: la Francia della terraferma sta guardando da un’altra parte.
AMICHETTI DEL CUORE
Già nel maggio 2001 presso il commissariato di polizia Città Studi in via Cadamosto a Milano era stata esposta una bandiera con la croce celtica(madn che-succede-milano ),ed il bis documentato(chissà cosa rimane di nascosto e di segreto)sempre da un'immagine comparsa nella caserma Baldissera a Firenze recante sul muro un vessillo del secondo Reich(comunque usata da gruppo neonazi)è l'ulteriore prova della vicinanza tra le forze dell'ordine ed i gruppi di estrema destra che escono dalle fogne in tutta Italia.
D'altronde le indagini richieste dalla Pinotti,ministra della difesa e teoricamente al comando di militi,poliziotti e carabinieri,risulterebbero inutili fin dalla partenza in quanto già pronte all'insabbiamento o comunque ad essere eseguite in un clima lavorativo certamente contaminato.
I due articoli,il primo incentrato proprio sul caso fiorentino permeato di falsa ignoranza e d'ipocrisia da vendere in quanto il protagonista non sa o non vuole sapere che la bandiera in questione fa parte dell'ampio e copiato qua e la simbolismo nazifascista(carabiniere-nazista-la-fiera-degli-ipocriti )sono entrambi di Contropiano.
Nel secondo(quegli-aiutini-degli-apparati-ai-fascisti ),tra l'altro,una missiva,un'informativa direttamente dello stesso ministero della Pinotti che nell'aprile 2015 quando era già in carica col governo Renzi,nel quale si da la dritta al Tribunale civile di Roma a trattare con i guanti le teste di merda di Ca$$a Povnd nei vari procedimenti a loro carico in quanto vicini alla popolazione in povertà vittima del degrado,un ulteriore sdoganamento istituzionale che ha permesso l'ultimo mediatico.
Il carabiniere nazista e la fiera degli ipocriti.
di Alessandro Avvisato
L’ipocrisia del potere è sempre intollerabile. Quando poi riguarda l’ideologia con cui vengono nutriti i suoi “difensori armati” la cosa diventa apertamente un incentivo.
La notizia è stata data con l’”ohibò” di prammatica dai media “perbene”: Una bandiera di guerra del Secondo Reich, appesa in una delle stanze della caserma Baldissera di Firenze, che ospita il VI Battaglione carabinieri Toscana e gli uffici del comando regionale. Da sotto la finestra — che corrisponderebbe a quella di una camerata — affacciata sui trafficatissimi viali di circonvallazione, a poche centinaia di metri dal Ponte Vecchio, è bastato attendere il buio per filmare in maniera nitida uno dei simboli utilizzati durante le manifestazioni dai gruppi nazisti e xenofobi di tutta Europa, comprese anche alcune curve estremiste.
Andiamo con ordine, comunque. Non c’è dubbio che lo “scandalo” è stato sollevato da fuori della caserma, da un passante che ha fotografato la bandiera (non uno stemmino o un gagliardetto, insomma una cosa di piccole dimensioni che potrebbe anche passare inosservata). Solo a quel punto è scattata la ricerca del “colpevole” di quello che – per il codice penale italiano in vigore – è un reato: apologia di fascismo. Se un “difensore dell’ordine” non conoscesse la differenza tra un reato e un’opinione sarebbe già grave, perché ci sarebbe da preoccuparsi sulla sua capacità di “far rispettare la legge” (se l’ignora, come fa?).
Ma è fin troppo evidente che non si tratta della goliardata di un singolo carabiniere. «In questa caserma sono di stanza centinaia di carabinieri e alti ufficiali, come è possibile che nessuno si sia accorto di niente?», si domanda Matteo Calì, autore della fotografia. Diciamo dunque che varie centinaia di carabinieri, compresi sottufficiali e ufficiali, hanno visto la bandiera e l’hanno considerata “normale”.
Un singolo carabiniere con simpatie naziste è un problema. Un intero reparto è qualcosa più che inquietante.
Non si può neanche sostenere che ci sia dell’ingenuità. La bandiera del Secondo Reich, infatti, non sarebbe storicamente una bandiera nazista (ovvero del Terzo), ma – come riporta anche il Corriere della Sera – “la bandiera viene utilizzata nelle manifestazioni dei gruppi neonazisti e xenofobi in Germania come nel resto dell’Europa e ha fatto, secondo quanto si dice nel video, la sua comparsa anche in alcune curve di qualche stadio italiano. Spesso è al fianco dei simboli del nazismo, della svastica nera che era il simbolo della Germania di Adolf Hitler, nelle manifestazioni”.
C’è insomma piena consapevolezza che esporre la bandiera del Terzo Reich è un reato, dunque si ripiega su quella del Secondo per “sminuire” la portata dell’eventuale contestazione (che avrebbe doverosi risvolti penali). Le simpatie naziste vengono insomma appena appena velate dalla simbologia di Cecco Beppe.
Sono ovviamente seguite le prese di posizione indignate, tipo la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, che ci ha tenuto a far sapere di aver “già chiesto al Comandante generale Tullio Del Sette — ha concluso Pinotti — chiarimenti rapidi e provvedimenti rigorosi verso i responsabili di un gesto cosi vergognoso”.
Il problema è però che tutti omettono di ricordare che si tratta solo dell’ennesimo caso del genere. A Milano, a febbraio di quest’anno, era successa la stessa cosa. E lì avevano avuto persino la faccia tosta di sostenere che si trattava di “un reperto di sequestro” (il che, tecnicamente, aggrava il reato, perché dichiari sapere che lo stavi commettendo).
Siccome non siamo ingenui e ricordiamo tutto, al contrario della stampa mainstream, vorremmo far scorrere il film che inizia subito dopo la Liberazione e arriva ai nostri giorni. Ossia dalla scelta – democristiana e statunitense – di mettere alla guida delle Scuole di formazione della polizia italiana Guido Leto. Che poteva vantare un curriculum criminale – capo della polizia segreta fascista, nel Ventennio – sufficiente a decretarne la condanna a morte, come un Eichmann o un Goering qualsiasi.
Qui no. La “continuità dell’apparato statale”, dal fascismo ad oggi, è tale da non consentire a nessuno di “sorprendersi” nello scoprire che una buona fetta del personale delle cosiddette “forze dell’ordine” è ideologicamente fascista. Glielo insegnano fin dal reclutamento…
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Quegli “aiutini” degli apparati di Stato ai fascisti.
di Federico Rucco
(che aveva acquisito la siciliana Banca Nuova ed ora è stata acquisita da Banca Intesa) ci sono i conti correnti dei servizi segreti (L’Aisi in particolare) adibiti a pagare i bonifici per “giornalisti, conduttori di programmi di informazione e intrattenimento su televisione pubbliche e private”.
La domanda che sorge spontanea è: c’è una relazione tra questa attività di “influenza” dei servizi segreti sui media e il fatto che i fascisti negli ultimi mesi siano stati così amplificati e sdoganati sulle televisioni pubbliche e private?
La risposta a questa domanda richiederebbe di conoscere i nomi e i cognomi dei giornalisti e dei conduttori televisivi che hanno ricevuto i soldi dai servizi segreti. In secondo luogo diventa decisivo sapere il “perchè” e per “fare cosa” i servizi segreti hanno pagato gli operatori dei mass media.
Ma per cercare di definire un contesto di questa operazione di “influenza” sulla società, occorre riconnettere tra loro diversi pezzi che, letti separatamente, non rendono l’idea di una operazione in corso negli ultimi tre anni.
Qual’è l’obiettivo di questa operazione che, a nostro avviso, ha tra i suoi ideologi e sponsor gli apparati dello Stato? L’obiettivo sta diventando piuttosto evidente. Per esempio veicolare l’idea che il crescente disagio sociale possa e debba esprimersi politicamente solo attraverso i gruppi neofascisti, negando, omettendo e ostacolando (anche con la repressione preventiva del modello Minniti) ogni altra possibilità di espressione politica riconosciuta e riconoscibile nelle forze della sinistra antagonista.
Chi ha il mandato istituzionale di garantire “la sicurezza”, ha ben chiaro quale sia e quanto sia esplosiva la situazione sociale nel paese. Il recente rapporto della Commissione parlamentare sulle periferie, ad esempio, ci restituisce il dato di almeno quindici milioni di persone che vivono nelle periferie delle aree metropolitane e dei centri urbani in condizioni di crescente impoverimento, degrado ed esclusione sociale.
Le scelte dei governi che si sono succeduti e si succederanno, sono consapevolmente mirate ad acutizzare e cristallizzare questo enorme disagio sociale (con qualche palliativo come la truffa della Rei che rende permanente lo stato di povertà invece di combatterlo), ma ne temono le conseguenze e le possibilità di ricomposizione politica sul piano dei conflitto di classe.
Negli anni scorsi abbiamo segnalato con forza come in una delle relazioni annuali dei servizi segreti al Parlamento, venisse sottolineata la loro preoccupazione per il successo “politico” manifestatosi con le due giornate di lotta del 18 e 19 ottobre 2013 (sciopero generale dei sindacati di base e manifestazione di massa insieme ai movimenti sociali e alle organizzazioni politiche) e la successiva soddisfazione per il fallimento del risultato politico che si era palesato.
Nelle relazioni dei servizi segreti, quando il disagio sociale viene organizzato da forze della sinistra antagonista si parla di “strumentalizzazione dei problemi sociali”. Ma la visione cambia radicalmente quando il medesimo disagio sociale viene invece espresso dai gruppi neofascisti.
Assistiamo così dal 2011 in poi ad una costruzione politica e mediatica del ruolo e dei gruppi neofascisti priva di ogni allarme (riservato e amplificato invece nei confronti dei movimenti di sinistra).
Nella relazione presentata dai servizi segreti nel febbraio del 2017, riferendosi ai gruppi fascisti si scrive che: “Le formazioni più rappresentative, che ambiscono a un accreditamento elettorale, hanno incentrato l’attività propagandistica, rivolta soprattutto ai contesti giovanili e alle fasce sociali più disagiate, su argomenti di richiamo come la sicurezza nelle periferie degradate dei centri urbani, le problematiche economico-abitative “degli italiani” e l’occupazione”.
Ed ancora si sottolinea che: “In particolare l’emergenza migratoria, ritenuta tra i temi più remunerativi in termini di visibilità e consensi, ha ricoperto un ruolo centrale nelle strategie politiche delle principali organizzazioni che, nel tentativo di cavalcare in modo strumentale il fenomeno, facendo leva sul malessere della popolazione maggiormente colpita dalla congiuntura economica e dalla contrazione del welfare, hanno sviluppato un’articolata campagna propagandistica e contestativa (manifestazioni, presidi, attacchinaggi, flash mob) contro migranti e strutture pubbliche e private destinate all’accoglienza, influenzando indirettamente anche la costituzione di “comitati cittadini” di protesta.
Insomma i fascisti vengono dipinti più o meno come degli attivisti sociali attenti ai problemi degli “italiani” impoveriti dalla crisi. Certo qui e là ci sono delle “scappatelle” come la caccia ai bengalesi nei banglatour dei giovani di Forza Nuova a Roma, lo squadrismo sistematico nelle città del Nordest, i gruppi paramilitari beccati in Liguria e Abruzzo. Viene accuratamente evitato di segnalare le ripetute ed evidenti connessioni tra gli ambienti neofascisti e la malavita (a Roma sicuramente, ma non solo).
Di tutto questo però non vi è mai traccia nella striminzita paginetta dedicata ai fascisti (rispetto alle 12 dedicate alla sinistra) nelle relazioni sulla sicurezza del paese che i servizi segreti presentano al Parlamento.
Ma la ciliegina sulla torta l’ha segnalata a gennaio 2016 fa il sito Insorgenze.net, rivelando un documento riservato del ministero degli Interni, in cui lo sdoganamento dei fascisti come “bravi raagazzi” viene scritto nero su bianco in una informativa. La prosa del documento, sottolinea giustamente Insorgenze. Net, appare del tutto inusuale per una nota informativa degli organismi di polizia, e lascia trasparire una chiara empatia, quasi una sorta di compiacimento che rasenta l’agiografia quando si valorizzano le capacità politiche del gruppo (Casa Pound, ndr) “facilitato nella concomitante crisi delle compagini della destra radicale e dalla creazione di ampi spazi politici che Casa Pound è pronta ad occupare”.
La stessa nota informativa del Ministero degli Interni si sbrodola quando descrive “l’impegno primario di Casa Pound volto alla tutela delle fasce deboli attraverso la richiesta alle amministrazioni locali di assegnazioni di immobili alle famiglie indigenti, l’occupazione di immobili in disuso, la segnalazione dello stato di degrado delle strutture pubbliche per la riqualificazione e la promozione del progetto Mutuo Sociale”. C’è da rimanere allibiti di fronte al fatto che la stessa attività di rivendicazione, occupazione di immobili in disuso, segnalazione del degrado di strutture pubbliche, quando viene condotta da movimenti di sinistra venga criminalizzata e repressa senza alcuna remora.
Per dare una idea e fare i dovuti confronti, oggi La Stampa ci racconta che, secondo il Viminale, dal 2011 al 2016 contro i fascisti ci sono stati “10 arresti e 240 deferimenti all’autorità giudiziaria”. Nello stesso periodo contro i militanti e attivisti della sinistra ci sono stati 852 arresti; 15.602 denunce; 385 fogli di via; 221 decreti di sorveglianza speciale; 139 obblighi di firma; 71 obblighi di dimora, in larghissima parte per reati legati a lotte sociali, sindacali, ambientali, antimilitariste cioè picchetti antisfratto, occupazioni di case, blocchi stradali, picchetti, sostegno a immigrati e rifugiati, manifestazioni No Tav, No Muos e contro la militarizzazione in Sardegna. Una bella differenza no?
In compenso i rarissimi casi di azioni di polizia o giudiziaria contro i fascisti, consentono a questi ultimi di poter ricorrere a quel “vittimismo aggressivo” che manifestano sistematicamente quando “le prendono” dagli antifascisti militanti..
Un dettaglio quest’ultimo emerso con la dovuta rilevanza, quando in alcuni quartieri popolari della periferia est di Roma, i fascisti sono stati affrontati e respinti con estrema e incoraggiante determinazione.
Del resto, la relazione annuale dei servizi segreti al Parlamento, non sottovaluta affatto questa acutizzazione dello scontro tra fascisti e antifascisti nel territorio, cioè sul versante “sociale” più che ideologico, soprattutto nelle periferie. Da almeno tre anni i servizi di intelligence segnalano che “Sul piano previsionale, si ritiene, infine, che continueranno a verificarsi episodi di contrapposizione (provocazioni, aggressioni e danneggiamenti di sedi) con frange dell’estrema sinistra, per effetto sia della mobilitazione concorrenziale su tematiche sociali, da parte di entrambi gli schieramenti, sia delle visioni contrapposte in tema di immigrazione”
Torniamo così all’obiettivo mirato di questa operazione degli apparati dello Stato di sdoganamento politico e mediatico dei fascisti: consegnare la rappresentanza politica della rabbia, del degrado e del disagio sociale alla destra e in particolare a gruppi neofascisti come Casa Pound.
Si spiegano allora le ormai sempre più frequenti comparsate televisive dei fascisti, le “curiosità giornalistiche”, la partecipazione ai dibattiti nelle sedi neofascisti in nome del “confronto democratico” (vedi Mentana e Formigli), in sostanza la legittimazione e la costruzione politico/mediatica di una presenza dei fascisti nello scenario come espressione del “disagio sociale”, ritagliandogli esattamente – come dice l’informativa del Ministero degli Interni – “l’ampio spazio politico che Casa Pound è pronta ad occupare”. Una operazione studiata a tavolino, fin nei minimi dettagli e con le disponibilità finanziarie per realizzarla.
Una ragione di più per confermare l’antifascismo militante e permanente come una componente indissolubile dell’intervento politico, sociale e sindacale nei territori e nei luoghi di lavoro.
lunedì 4 dicembre 2017
IL PROCESSO DI BURGOS
Il due agosto 1970 l'uccisione del macellaio dei baschi Meliton Manzanas fu preso come pretesto per il primo grande processo contro la formazione per l'indipendentismo e la libertà di Euskal Herria dell'Eta cominciato il 3 dicembre dello stesso anno.
I capi d'imputazione per i sedici in giudizio erano esemplari e voluti dall'élite franchista,con in prima persona il primo spagnolo volato nello spazio Carrero Blanco all'epoca il vice presidente e primo ministro di fatto(madn lultima-esecuzione-nel-nome-di-franco )del Caudillo.
Durante il mese di dicembre ed i sei giorni del processo vi furono proteste in tutti i Paesi Baschi,in Spagna e nel resto dell'Europa,soprattutto contro Franco e la sua dittatura che purtroppo avrà ancora alcuni anni di esistenza mentre le condanne a morte inflitte furono sei con 752 anni di reclusione complessivi,salvo poi essere tramutate in ergastolo proprio per le sollevazioni popolari.
Articolo preso da Infoaut(il-processo-di-burgos )e consiglio questo:https://es.wikipedia.org/wiki/Proceso_de_Burgos .
4 Dicembre 1970: il processo di Burgos.
Il capo della Brigada Social (polizia politica) della provincia di Guipuzcoa, Meliton Manzanas, giace sul pianerottolo di casa sua colpito a morte da alcuni proiettili, dietro di lui c’è un giovane con barba, baffi e lunghe basette che impugna una pistola. Neanche due mesi prima la polizia di Francisco Franco aveva assassinato Francisco Saverio "Txabi" Etxebarrieta, dirigente di Euskadi Ta Askatasuna, tentando di soffocare nel sangue la lotta per l’indipendenza e l’autodeterminazione del popolo basco.
L’uccisione di Manzanas, la prima compiuta da ETA, rappresenta la morte del peggiore dei torturatori fascisti presenti nel territorio di Euskadi, di un uomo formatosi alla scuola della Gestapo e che aveva cominciato ad operare durante la seconda guerra mondiale occupandosi di consegnare alle SS tedesche gli ebrei che avevano trovato rifugio oltre il confine spagnolo.
"Melitòn Manzanas - dice un alto prelato basco - era il macellaio del nostro popolo. E' stato condannato a morte ed è stato giustiziato. E' impossibile trovare un basco che lo pianga. Il suo zelo nella persecuzione non conosceva limiti. Numerose dita di ribelli rimaste senza unghie offrono ancora una discreta testimonianza del suo attaccamento al dovere. Era, se vogliamo, un malato."
In seguito alla morte del torturatore Manzanas lo stato spagnolo decise che si doveva fare il processo all'ETA e si dovevano condannare, tutti in una volta, il maggior numero di attivisti possibile. Venne dunque istituito a Burgos "il grande processo contro l'ETA", così come l'hanno definito gli stessi giudici spagnoli o, più alla buona, "el sumarìsimo" (il sommarissimo).
In realtà, il processo si sarebbe svolto ugualmente anche senza l’uccisione di Manzanas, dal momento che per Franco diventava sempre più un problema politico doversi confrontare con il fermento sociale di Euskal Herria in opposizione ai “30 anni di pace” propagandati dal regime spagnolo.
Il 3 dicembre 1970 iniziò il processo contro 16 prigionieri baschi, tra i quali due sacerdoti, accusati di numerosi capi di imputazione che andavano dall’omicidio, al terrorismo, alla ribellione militare, al possesso illegale di armi. Xavier Izko venne incolpato dell'assassinio materiale di Meliton Manzanas, mentre Teo Uriarte, Jokin Gorostidi, Xabier Larena, Unai Dorronsoro e Mario Onaindia furono imputati di «incitamento all' omicidio». In base ad una legge franchista, i reati politici furono assimilati alla ribellione militare e vennero giudicati da Consejos de Guerra, cioè da tribunali militari. Per i responsabili di terrorismo e di ribellione era prevista la pena di morte e fu chiaro fin dal primo momento che la sentenza era scontata.
Il processo si svolse a porte aperte per giornalisti e uditori di tutto il mondo grazie alla massiccia mobilitazione spagnola e internazionale che, nelle settimane precedenti, aveva costretto il Caudillo a ritrattare su alcune condizioni, nella convinzione che sarebbe bastato mostrare al mondo la crudeltà di ETA per far passare l’opinione pubblica dalla parte del governo spagnolo.
In un clima di forte militarizzazione (gli imputati presenziarono al processo perennemente con le manette ai polsi), le udienze del Tribunale militare si susseguirono non senza problemi e forti scontri verbali e non tra gli avvocati difensori e i giudici affiancati dalla polizia. Il secondo giorno giunsero voci di scioperi, manifestazioni e negozi chiusi in segno di solidarietà in tutto il paese basco: c'era una grossa manifestazione a Cestona, dove la caserma della Guardia Civil era stata assediata ed erano stati costretti a far giungere rinforzi dai paesi vicini per mettere in fuga gli assedianti. Si raccontava di barricate a Tolosa e nella periferia industriale di San Sebastiàn, di gruppi molto numerosi di fedeli che si chiudevano nelle chiese in segno di silenziosa protesta.
Nel frattempo ETA decise di rapire il console della Germania occidentale a San Sebastian, Eugen Beihl, facendo sapere che avrebbe subito la stessa sorte degli imputati.
Il 26 dicembre, dopo aver atteso la fine dell’interrogatorio dell’ultimo dei prigionieri baschi, tutti gli imputati si alzarono in piedi al grido di «Baschi liberi». Mario Onaindia sostenne di considerarsi «prigioniero di guerra», poi balzò sul banco dove si trovava il procuratore militare provocando la reazione di numerosi agenti di polizia che fecero barriera dinanzi agli imputati. Nella confusione, un poliziotto estrasse la pistola ma un collega lo convinse a rimetterla nel fodero mentre un ufficiale, membro della Corte, sguainò una sciabola. La sala venne sgombrata e la Corte si ritirò. Le richieste di pena formulate poco dopo furono di condanna a morte per sei imputati e condanne complessive a 752 anni di reclusione per tutti e sedici.
Nonostante l’esito negativo, il 28 dicembre ETA decise di liberare Eugen Beihl e il 31 Franco fu costretto a commutare le pene di morte in ergastoli, schiacciato dalle pressioni delle piazze e ormai screditato sul piano internazionale.
domenica 3 dicembre 2017
SALVINI E L'ESTREMA DESTRA
Quell'essere insignificante di Salvini,che non sa più come vendersi per racimolare qualche voto,ha subito il rimbrotto del senatur Bossi,che per inciso nella vita politica italiana e della Lega conta più nulla anche se è ancora il presidente,per la questione proprio della ricerca di voti nell'estrema destra.
Dopo i selfie con i giocatori del Napoli(gazzetta napoli-selfie-salvini-non-abbiamo-accettato-sue-scuse)che tanto hanno fatto arrabbiare e giustamente una città è un popolo allargato comprendendo l'intero sud per via di questioni razziste che non devo nemmeno ricordare,le continue difese di Salvini verso i gruppi neonazisti e neofascisti,ultimo caso quello di Como(contropiano fascisti-nessun-rispetto)non fanno piacere a Bossi che ha sempre fatto dell'antifascismo un punto fermo dei suoi programmi,forse l'unico in senso positivo.
La tirata di orecchi al sempre più gravido Salvini,ripeto politico spregevole e uomo di merda,dovrebbe far ricredere almeno un parte di un movimento che ha rimane pur sempre un contenitore di personaggi per lo più xenofobi e razzisti,articolo di ecn.org skinheads-bossi-contro-la-lega .
Skinheads. Bossi contro: "La Lega non cerchi quei voti". Salvini: "Sono solo dei ragazzi".
'Sono di una famiglia di antifascisti veri, combattenti, non chiacchieroni', ha detto il fondatore della Lega a Chignolo Po dove si è svolta una riunione della minoranza di partito per far pressione su Salvini. Renzi commenta: spero Salvini abbia capito.
"Il mondo è pieno di matti, diciamo che quei voti la Lega non deve cercarli", ha detto Umberto Bossi, presidente della Lega, sul caso degli skinheads di Como al suo arrivo alla riunione della minoranza del partito a Castello di Chignolo Po, in provincia di Pavia.
Così il fondatore della Lega si è espresso sull'irruzione delle 'teste rasate', martedì sera, che ha interrotto una riunione della rete solidale 'Como senza frontiere', quando un gruppo di simpatizzanti di estrema destra ha forzatamente bloccato l'incontro sui migranti. Gli investigatori hanno già individuato tutti i partecipanti al blitz.
"Io sono di una famiglia di antifascisti, antifascisti combattenti non chiacchieroni: mia cugina è morta sul Monte Rosa", ha tenuto a ricordare Bossi. "La penso come Spinelli, che considerava lo Stato Nazione il male assoluto anche se penso che qualcosa di buono lo abbia fatto come contenitore della democrazia", ha concluso.
Nella riunione di Chignolo Po la minoranza interna contesta la svolta 'nazionalista ' impressa da Matteo Salvini, che non nasconde le sue ambizioni di comando nazionale all'interno del centrodestra.
Il raduno, convocato a vent'anni dalle elezioni del Parlamento padano sempre nel Castello di Chignolo Po, è stato organizzato proprio per fare pressioni su Salvini affinché non trascuri la questione identitaria settentrionale e mantenga la parola 'Nord' nel simbolo elettorale della Lega. L'incontro è stato pianificato dall'assessore lombardo Gianni Fava, ex sfidante di Salvini che, al congresso per la segreteria, si fermò al 17 per cento. Oltre che da Umberto Bossi e dall'ex governatore del Piemonte Roberto Cota, l'appuntamento è stato pubblicizzato anche da Roberto Maroni, su Twitter, dove c'è il link al manifesto dell'iniziativa, che riprende lo storico manifesto del Carroccio della Padania ritratta come gallina delle uova d'oro a beneficio di Roma "ladrona".
Il commento di Matteo Renzi "Chi lo avrebbe mai detto? Alla fine persino Umberto Bossi deve spiegare a Salvini che con le provocazioni dei naziskin non si scherza: adesso che glie lo ha detto il Senatur, speriamo lo capisca. Rinnovo l'invito sabato prossimo a Como. Chi nega la storia, nega il futuro #avanti", scrive su Twitter il segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi.
Salvini: solo ragazzi con un volantino "Per buonisti, sinistri e giornalisti il problema dell'Italia sono dieci ragazzi di destra che leggono un volantino. Per me invece il problema sono le migliaia di clandestini che picchiano, rubano, stuprano, spacciano. E poi parlano di fake news", dichiara Matteo Salvini replicando al segretario del Pd, Matteo Renzi. "Mentre la sinistra sabato manifesterà a favore di un'immigrazione clandestina che porta problemi a tanti e soldi a pochi, domenica prossima a Roma scenderanno in piazza migliaia di italiani che chiedono il rispetto delle regole, ordine, espulsioni, tranquillità e un'immigrazione sotto controllo", aggiunge il segretario della Lega.
http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Irruzione-a-Como-Umberto-Bossi-Lega-Nord-skinheads-Roberto-Corta-Gianni-Fava-Roberto-Maroni-571aa9d7-ced9-46fe-b221-168f21ad6fde.html
sabato 2 dicembre 2017
IL GESTO DI PRALJAK,ANCORA AMATO IN CROAZIA
Le immagini del gesto estremo dell'ex generale croato Slobodan Praljak che si è suicidato bevendo una dose letale di veleno entrata chissà come nelle aule del Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra dell'Aja,che qualche giorno prima ebbe la conferma della prigione a vita per Mladic(madn mladic-condannato-allergastolo ),hanno fatto il giro del mondo per la loro drammaticità e teatralità.
Personaggio discusso e ancora amato in Croazia come Mladic in Serbia,prima della guerra era stato ingegnere,regista e filosofo per poi passare alla politica e alla carriera militare che lo ha portato ad essere protagonista negativo in una pagina ancora buia della storia e poco conosciuta ai più nel contesto nella guerra dei Balcani(www.ilpost.it slobodan-praljak ).
Una storia tragica e vergognosa che mi permetto di sintetizzare in poche righe:dapprima nel 1991 la Bosnia,abitata da bosgnacchi musulmani,croato-bosniaci e serbo-bosniaci,con le prime due parti prima e dopo alleate per combattere i serbi.
L'anno successivo e per circa 11 mesi le tensioni tra i due alleati sfociarono in una vera e propria guerra nella guerra con le forze croate che volevano strappare un pezzo della Bosnia per annetterla alla Croazia,che uccisero e deportarono migliaia di bosniaci musulmani per poi riunirsi contro il nemico comune serbo.
Come detto un pezzo storico taciuto e ancora oggi mai sanato,e l'articolo seguente di Left oltre che al caso del suicidio di Prajlak(il terzo avvenuto durante i processi)parla dei 24 anni di questo speciale Tribunale e che sono agli sgoccioli,un modo imposto giustamente dalla comunità internazionale per ristabilire almeno della giustizia verso popolazioni annientate contro le quali si sono compiuti atti inenarrabili.
I crimini nella ex Jugoslavia: 24 anni di udienze per il Tribunale dell’Aja
E ora, dopo il suicidio dell’ex comandante croato Praljak, si cerca di capire, si rifà la storia. E ritorna quella storia, infinita e tragica, della guerra nella ex Jugoslavia. Ritorna proprio a un mese dalla chiusura del Tribunale penale internazionale dell’Aja per i crimini nella ex Jugoslavia. Ventiquattro anni per indagare e giudicare.
Con i capelli bianchi, il viso rubizzo, si alza in piedi. Il giudice intima: “Stop and sit down”. Si sieda e la smetta. Lui comincia a parlare di se stesso in terza persona: «Slobodan Praljak non è un criminale di guerra. Io rifiuto il giudizio della corte». Lo ha detto in croato. Senza esitare apre la bocca e beve. «Io ho bevuto il veleno». Sono le sue ultime parole. Gli occhi del giudice dell’Aja sono sgranati. Era l’atto finale di un processo durato decenni, con centinaia di testimoni, migliaia di ore di ricerca al tribunale internazionale per i crimini dell’ex Yugoslavia. Non ha vinto la pena della giustizia, la condanna a venti anni di prigione, ma la morte. Il suicidio.
Praljak, l’ex comandante croato della guerra balcanica, si è suicidato davanti agli occhi del giudice Serge Brammertz e del resto del mondo. L’aula della Corte, da culla della giustizia, è improvvisamente diventata una scena del crimine per la polizia e gli investigatori dei Paesi Bassi. “Please, the courtains” dice il giudice. Come a teatro, il sipario che divide l’aula dal pubblico, dove sedevano le vittime e i testimoni, è stato calato, dopo che la fiala di veleno è stata svuotata d’un colpo. Prima della guerra, era questo che faceva Praljak: lo scrittore, il regista, a teatro e per il cinema. Il sangue balcanico e la storia lo hanno reso un generale. Poi un imputato: di pulizia etnica, incitamento all’odio religioso, detenzione.
Nessuno sa ancora come è riuscito ad ottenere l’ampolla di veleno che si è portato alle labbra in un solo gesto convinto del braccio e ha ingoiato in un sorso, in una stanza ad altissima sicurezza. Se l’ha ottenuto lungo il percorso dalla prigione al tribunale, se famiglia, amici, avvocati sono riusciti a farglielo avere, nonostante i controlli della sicurezza durante le ore di visita. Il processo è stato sospeso, il generale è morto a 72 anni nell’ospedale olandese dove non sono riusciti a salvarlo, perché l’effetto del liquido è stato quasi istantaneo.
È il terzo suicidio del tribunale dell’Aja, la terza volta che un prigioniero sotto processo per la guerra degli anni 90 si toglie la vita, ma è la prima volta che un imputato lo fa nella maniera più plateale possibile. Negli ultimi 24 anni sono stati soprattutto i serbi ad ascoltare in cuffia il giudizio della corte, una decina i croati, nessuno delle forze bosniache, nonostante tutti abbiano partecipato, croati compresi, alla pulizia etnica orchestrata da ogni lato, su terra bosniaca quando la disintegrazione dell’utopia di Tito cominciò.
Praljak era entrato nell’esercito croato come volontario, era diventato comandante nel 1991, appena il Paese dichiarò l’indipendenza, per essere spedito a capo delle forze che combattevano in Bosnia. Da quella stessa aula è uscito pochi giorni fa Mladic, tra quegli stessi banchi doveva sedersi Franjo Tudjman, presidente croato, che è morto nel 1999, prima che il tribunale riuscisse ad emettere una sentenza. Durante il lungo assedio di Mostar, una delle città più multietniche dell’ex Yugoslavia, lo scrittore armato è stato una delle figure chiave nella distruzione della città bombardata, la cui caduta fu propagandata in Croazia come una vittoria nazionale. Quando il ponte del XVI secolo andò in pezzi, il simbolo di pietra diventò quello della distruzione di uno Stato intero, mentre i croati imprigionavano diecimila non-croati, soprattutto musulmani, ma anche serbi e rom, per stuprare, torturare e uccidere anche vecchi e bambini.
Il vecchio ponte di Mostar, lo Stari Most, ora è nuovo, riedificato in base allo stesso disegno originale nel 2004, come se gli obici del 1993 non l’avessero mai distrutto. L’ordine di farlo saltare in aria lo diede l’uomo che ha bevuto il veleno all’Aja. Ieri notte per le strade gelate della Croazia la gente marciava con il suo ritratto illuminato dalle candele, come se si trattasse di un martire. Perché la verità, nonostante i vent’anni passati, non è ancora una. Comincia l’ultimo giorno per il tribunale, istituito dalle Nazioni Unite nel 1993. Con 161 atti d’accusa, i giudici hanno sentito più di 5.000 testimoni e emesso 103 condanne, di cui 78 con molto anni di detenzione e 5 ergastoli, ma anche 19 sentenze assolutorie. Il suicidio di Praljak quasi come atto finale, aleggerà sugli ultimi trenta giorni di attività, poi la Corte chiuderà i battenti e il sipario calerà per sempre sulla guerra.
venerdì 1 dicembre 2017
GERUSALEMME OCCUPATA
Già non basta la partenza del Giro d'Italia in Israele,ci devono pure minacciare di togliere i finanziamenti(almeno l'avessero fatto realmente)per via della dicitura Gerusalemme ovest dal programma presentato appena sabato scorso.
Per loro Gerusalemme la capitale è solo una,la parte est che è quella della Palestina per loro non esiste perché per gli israeliani non credano che esistano i palestinesi se non per occupare da cinquant'anni il loro territorio.
Nell'articolo di Senza Soste(israele-minaccia-giro-esegue )le minacce dei ministri dello sport e del turismo Regev e Levin e subito i cagnolini di Rcs organizzatrice delle kermesse ciclistica in men che non si dica hanno subito eseguito il cambio di dicitura obbedendo al diktat dei foraggiatori economici che vogliono politicizzare all'inverosimile uno degli eventi sportivi più seguito in Italia e nel mondo.
Vedi anche contropiano ministri-israeliani-furibondi e madn il-giro-ditalia-2018-non-deve-partire da israele .
Israele minaccia, il Giro esegue. Tolto “Ovest” da Gerusalemme.
Israele/Palestina. Nel sito della corsa era stata aggiunta una dicitura più vicina al diritto internazionale.
Articolo di Michele Giorgio tratto da Il Manifesto
La Rcs Sport, organizzatrice del Giro d’Italia 2018 che partirà da Gerusalemme, piazza lo scatto vincente, supera in volata Donald Trump, e arriva prima alla proclamazione di fatto della Città Santa unita sotto la sovranità esclusiva di Israele. Mentre circolano insistenti le voci di un imminente riconoscimento Usa di tutta Gerusalemme capitale di Israele, inclusa la sua parte Est, palestinese, occupata da 50 anni, ieri gli organizzatori della celebre corsa a tappe hanno rimosso dal sito ufficiale del Giro la dizione “Ovest” accanto a Gerusalemme per indicare la sede della cronometro inaugurale prevista il prossimo 4 maggio. «Quella dicitura non ha alcuna valenza politica», ha comunicato Rcs Sport, «indica soltanto l’area logistica della città in cui si svolgerà la corsa. È stata subito rimossa da ogni materiale del Giro».
Sono bastate le proteste di due ministri israeliani e la minaccia di ritirare i cospicui fondi del governo Netanyahu per il Giro, per indurre l’organizzazione e il direttore della corsa, Mauro Vegni, a rimuovere all’istante la dizione “Ovest”. «Non esistono Gerusalemme Ovest e Gerusalemme Est ma un’unica Gerusalemme capitale di Israele», hanno tuonato i ministri della cultura e dello sport Miri Regev e del turismo Yariv Levin. «Quelle pubblicazioni sono una infrazione delle intese col governo israeliano e se non saranno cambiate – hanno minacciato – Israele non parteciperà all’evento». Israele, si dice, avrebbe messo a disposizione del Giro 10 milioni di euro e altri due milioni per la partecipazione del campione britannico Chris Froome.
«Lo sport non fa politica», avranno pensato quelli della Rcs Sport, o, peggio ancora, avranno pronunciato banalità del tipo «Lo sport avvicina i popoli in conflitto». Ma in questa terra tutto è politica. Lo dimostra proprio l’idea del governo Netanyahu di usare il ciclismo del livello più alto per un’iniziativa internazionale di pubbliche relazioni volta a celebrare Israele e il 70esimo anniversario della sua fondazione. Gerusalemme, proclamata tutta capitale di Israele con atti unilaterali non riconosciuti, è il simbolo della questione israelo-palestinese. Se Israele ripete che farà mai compromessi su Gerusalemme, i palestinesi reclamano diritti su almeno una parte, quella Est, della città in cui vivono da secoli. Tutto ciò i capi del Giro d’Italia non lo hanno tenuto in conto. Vegni si giustifica sostenendo di aver concordato il percorso della crono inaugurale tenendo conto delle linee guida della Farnesina per evitare «polemiche politiche». Piuttosto avrebbe dovuto coinvolgere anche i rappresentanti dei palestinesi se davvero, come afferma, intendeva organizzare un evento sportivo per i due popoli. Invece li ha coscientemente ignorati, assieme alle risoluzioni internazionali, per non irritare Israele e per assicurare al Giro i milioni di dollari promessi dal governo Netanyahu.
Il quotidiano Israel HaYom ieri riferiva che Regev e Levin accusano gli organizzatori della corsa di aver ceduto alle pressioni degli attivisti filo-palestinesi e di aver introdotto la dizione “Gerusalemme Ovest” per rimarcare che la città è composta da una parte ebraica e una palestinese. Almeno in parte è vero. Più di 120 organizzazioni per i diritti umani, sindacati, associazioni per il turismo etico, gruppi sportivi e religiosi hanno firmato un appello per invitare il Giro a non andare in Israele in considerazione, scrivono, delle «sue gravi e crescenti violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani dei palestinesi». Tra i firmatari ci sono anche il linguista Noam Chomsky, i giuristi John Dugard e Richard Falk, l’attore e drammaturgo Moni Ovadia, l’ex vice presidente del Parlamento Europeo Luisa Morgantini, Fiom-Cgil e Usb nonchè le reti Pax Christi, la Comunità di San Paolo ed Ebrei Contro l’Occupazione. Il 25 e il 26 novembre in tutta Italia si sono svolti cicloraduni di protesta. Manifestazioni che con ogni probabilità hanno indotto gli organizzatori della corsa ad aggiustare il tiro almeno sul sito e il canale youtube del Giro 2018. Poi è giunta l’istantanea e clamorosa retromarcia dopo le proteste di Israele.
Debole la reazione palestinese. L’ambasciata di Palestina a Roma ha diffuso un breve comunicato in cui, ricordando lo status internazionale di Gerusalemme, si rammarica per la politicizzazione del Giro d’Italia e rivolge una critica leggera a Rcs Sport e a Vegni che, secondo i diplomatici palestinesi, agirebbero in contrasto con la politica dello Stato italiano.
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