martedì 14 marzo 2017

EUROPA NUOVO PARADISO FISCALE

Risultati immagini per evasori fiscali
Una volta per ricercare le migliori condizioni per sfuggire alla morsa fiscale di ogni paese,Italia compresa,si ricorreva a posti dai nomi esotici come le Isole Cayman,Panama,Antigua,mentre negli ultimi anni sempre più nazioni europee come Irlanda.Olanda,Spagna,Belgio ed ora Italia(prossimamente Gran Bretagna)attirano a se i paperoni di tutto il mondo e con essi i criminali di ogni sorta per riciclare il denaro sporco o meno(spesso le categorie coincidono).
Già detto ultimamente(madn servili-con-i-ricchi-e-potenti-con-i deboli )con la flat tax che permetterà l'avverarsi uno dei punti cardine del capitalismo,più sei ricco e meno paghi,ribadendo il fatto che i più poveri sono coloro che puntualmente pagano le tasse e gli altri,se lo fanno,comunque proporzionalmente pagano molto meno.
Articolo preso da Senza Soste(europa-paradiso-degli-evasori )dove si parla di entrate fiscali in aumento ma per le persone fisiche mentre diminuiscono drasticamente quelle indirette per introiti fiscali e plusvalenze,con un forte aumento delle tasse derivate dal gioco d'azzardo,il modo d'investimento più gradito e più subdolo fatto dai poveri.

Europa, il paradiso degli evasori

Gli Stati sono diventati un supermercato per ricchi che per attirare nuovi clienti fa i prezzi più bassi dei supermercati per poveri, che pagano anche per i ricchi.

“Un indizio, però, emerge chiaramente da una tavola pubblicata dal Financial Times, elaborata sui dati della Bce: il Lussemburgo dall’introduzione dell’euro, ha stampato moneta fisica in quantità pari “a Belgio, Irlanda, Olanda e Spagna” messe assieme. Un po’ strano per un Paese così piccolo”. Inizia così un articolo di Wall Street Italia che analizza le politiche fiscali europee
Gli altri paesi europei per non rimanere indietro sono tutti a rincorrere, fino ad arrivare al paradosso che l’obiettivo è far pagare meno a chi ha di più. Basta vedere che l’Italia prova a inseguire offrendo una flat tax tombale ai super ricchi da 100.000 euro per chi vuol mettere la residenza qui. È la corsa allo sgravio fiscale da record nella quale Lussemburgo, Irlanda e Olanda sono difficili da raggiungere. Non a caso Fiat ha la sede fiscale in Olanda. 
Si è aperta la corsa a chi fa evadere meglio le aziende, Brexit o non Brexit (ammesso che quest’ultima prenda una forma compiuta). È il motivo per cui i paesi dell’Est temono le mosse dei paesi più grandi. All’Italia che ha un’alta pressione fiscale e un debito alto resteranno in mano politiche di polizia fiscale e con la pressione fiscale già alta saranno solo voti per le destre. Mentre i soldi veri avranno da scegliere dove andare tra Olanda, Lussemburgo etc….
Mentre la narrazione dei tg e dei politici italiani dà una duplice versione a seconda del proprio elettorato: chi dà la colpa di tutti i mali all’immigrazione e chi invece grida al recupero dell’evasione fiscale in un sistema che di base vuole far evadere i grandi capitali.
Ma prendiamo la situazione specifica dell’Italia. Mentre i capitali, per pagare meno tasse, affluiscono in Irlanda, Olanda, Lussemburgo (ma anche Inghilterra che si candida a sconti spettacolari per le aziende, vedrete) le entrate fiscali italiane sono in crescita. Ma cosa compone questa crescita? Ovviamente l’imposta sulle persone fisiche mentre diminuiscono del 44% gli introiti fiscali per imposte indirette da introiti da capitale e plusvalenze. C’è l’aumento degli introiti da Iva, che è una tassa indiretta e che tutti (ricchi e poveri) pagano con la stessa aliquota e che qualcuno scarica meglio di altri… In aumento gli introiti da gioco d’azzardo quindi sugli investimenti ad alto rischio dei poveri.

Siamo di fronte ad un Paese stagnante, produzione a -2,3% secondo le ultime rilevazioni Istat ma aumento della pressione fiscale. Il fisco è un’altra bestia che non si doma con la retorica del recupero dell’evasione fiscale o del “fisco giusto”. Intanto però paga la parte di società che ha sempre pagato.
Siamo arrivati al punto del capitalismo in cui più sei ricco meno paghi. Gli Stati sono diventati un supermercato per ricchi che per attirare nuovi clienti fa i prezzi più bassi dei supermercati per poveri, che pagano anche per i ricchi.
redazionale 14 marzo 2017

FERMARE ERDOGAN


Risultati immagini per erdogan pericoloso
Il megalomane padrone della Turchia,il sultano Erdogan,personaggio molto pericoloso che sa urlare ma anche colpire in prima persona e non tramite sicari ed aguzzini,ha varcato ogni soglia di umana pazienza e di decenza accusando un giorno sì e l'altro anche tutto e tutti,dentro e fuori i confini di quello Stato che col referendum del 16 aprile potrebbe veramente diventare il suo giardino privato divenendo dittatore assoluto del paese asiatico.
Perché sia storicamente che geograficamente la si deve smettere di collocare la Turchia in Europa e spero che mai ne possa far parte vista la cultura stessa di un popolo che con quella europea proprio non ha nulla a che vedere.
E le continue ingerenze prima in Germania e poi in Olanda che sta facendo sbraitando come una bestia hanno stancato e bene hanno fatto i Paesi Bassi a non scusarsi e proseguire dritti per la loro strada con decisioni che sono spiegate nell'articolo sotto(www.ilpost.it ).
La pericolosità e la pazzia di Erdogan non si spiegano certamente oggi(vedi madn tornando-in-turchia ),sono anni infatti che questo tiranno che si comporta come il bue che da del cornuto all'asino in fatto di nazismo e fascismo,che foraggia l'Isis,fa la guerra con la Russia per poi riavvicinarsi al momento più consono ai suoi interessi,che gioca al ricatto con i migranti per non farli passare nel corridoio balcanico tramite i propri confini,s'inventa golpe e che fa la guerra(quella vera)ai curdi da decenni:deve essere fermato.

La crisi tra Turchia e Paesi Bassi, spiegata

Breve storia di un caso diplomatico che arriva da lontano e riguarda le elezioni olandesi, Geert Wilders, il referendum su Erdoğan e il solito brutto momento dell'UE

«Loro non sanno niente di politica o di diplomazia internazionale… questi avanzi di nazisti, sono dei fascisti!». Questa frase è stata pronunciata sabato dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan durante un comizio a Istanbul. Erdoğan si stava riferendo ai Paesi Bassi, un paese membro della NATO come la Turchia, dopo che il governo olandese aveva ritirato l’autorizzazione precedentemente concessa al ministro degli Esteri turco di tenere un evento elettorale nella città olandese di Rotterdam. Quello che sembrava solo un litigio tra due paesi alleati è diventato negli ultimi tre giorni un caso diplomatico che sta avendo conseguenze significative e potrebbe dare un colpo quasi definitivo al lungo processo di entrata della Turchia nell’Unione Europea. È diventato un caso perché c’è stata una specie di “tempesta perfetta”, tanti eventi che si sono sovrapposti e hanno creato la crisi che vediamo oggi: c’entrano le elezioni politiche olandesi, che si terranno domani, il referendum sui poteri del presidente in Turchia che si terrà il 16 aprile ma anche la crisi dell’Unione Europea, un’organizzazione che sembra sempre più in difficoltà.

Cosa è successo tra Paesi Bassi e Turchia, dall’inizio
Tutto è iniziato sabato mattina, quando il primo ministro olandese Mark Rutte ha deciso di vietare l’ingresso nel proprio paese al ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu. Çavuşoğlu avrebbe dovuto partecipare a un evento organizzato dalla comunità turca di Rotterdam a favore del Sì al referendum che deciderà se rafforzare i poteri del presidente turco, una riforma promossa e sponsorizzata dallo stesso Erdoğan. La decisione del governo olandese non è stata la prima di quel tipo: nei giorni precedenti la Germania aveva cancellato alcuni incontri a scopi elettorali tra i membri del governo turco e cittadini turchi residenti in Germania, dopo che altri paesi europei avevano preso misure simili, provocando la reazione furiosa della Turchia. Durante un comizio elettorale tenuto sabato pomeriggio a Istanbul, Erdoğan ha detto, riferendosi ai Paesi Bassi: «Loro non sanno niente di politica o di diplomazia internazionale… questi avanzi di nazisti, sono dei fascisti!».
Da quel momento la situazione è precipitata. Le autorità turche hanno isolato l’ambasciata e il consolato olandese ad Ankara, così come le residenze dell’ambasciatore olandese, del charge d’affaires e del console generale. Lunedì sera il governo turco ha deciso di bloccare il rientro in Turchia dell’ambasciatore olandese, che al momento si trova in viaggio all’estero. Nei Paesi Bassi è stato impedito alla ministra turca per la Famiglia, Fatma Betel Sayan Kaya, di partecipare alla manifestazione di Rotterdam: Kaya è stata tenuta in custodia dalle autorità olandesi e portata fino al confine con la Germania, poi da lì ha preso un volo per tornare in Turchia. La polizia ha anche reagito a una manifestazione filo-turca iniziata di fronte al consolato turco a Rotterdam, dove ci sono stati degli scontri. I due paesi si sono rifiutati di scusarsi reciprocamente, una mossa che forse avrebbe potuto fermare la crisi, e hanno annunciato l’interruzione dei contatti diplomatici di alto livello. Il quotidiano turco Hurriyet ha scritto, citando fonti diplomatiche, che la Turchia ha intenzione di avviare una causa legale contro i Paesi Bassi per la presunta violazione della Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche: la causa sarà presentata di fronte alle Nazioni Unite, all’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) e al Consiglio d’Europa (che non c’entra con l’Unione Europea).
La situazione è peggiorata lunedì, quando alla crisi legata alla manifestazione a Rotterdam si è aggiunto il rifiuto dei Paesi Bassi di estradare in Turchia alcuni membri del PKK (il Partito dei lavoratori del Kurdistan, che da decenni combatte in Turchia per la creazione di uno stato turco e che è considerato da Ankara un partito fuorilegge) e del DHKP-C (il Fronte rivoluzionario liberazione popolare, un partito di estrema sinistra considerato terrorista anche da Unione Europea e Stati Uniti). Il ministro della Giustizia turco ha commentato la decisione del governo olandese dicendo che nei Paesi Bassi queste organizzazioni terroristiche sono libere di operare e diffondere la loro propaganda. Martedì mattina Erdoğan ha mostrato di non avere alcuna intenzione di abbassare i toni. Ha tirato in ballo il ruolo che gli olandesi ebbero durante il massacro di Srebrenica, in Bosnia Erzegovina, quando nel giro di 72 ore furono uccisi più di 8mila bosniaci musulmani dalle milizie serbo-bosniache. A difesa della popolazione musulmana c’erano anche i soldati ONU olandesi, che però non furono in grado di fermare il massacro. Erdoğan, riferendosi a quell’episodio, ha accusato gli olandesi di avere «un’indole senza alcuna morale».

Perché si è arrivati fin qui
Le tensioni diplomatiche tra due paesi alleati non sono una cosa rara nella politica internazionale, ma solitamente i governi coinvolti trovano un modo per ricomporre il litigio e non fare troppo chiasso. Non è stato così nel caso di Turchia e Paesi Bassi. C’entrano tre cose ugualmente importanti.

1. Le elezioni olandesi
Nei Paesi Bassi si vota domani, mercoledì 15 marzo, e mai nella storia recente del paese c’era stata tanta attenzione sui possibili esiti del voto. Negli ultimi mesi nei Paesi Bassi c’è stata una crescita molto significativa dei consensi per il Partito per la libertà (PVV), movimento xenofobo ed euroscettico guidato da Geert Wilders. Il PVV, che occupa 15 seggi in Parlamento, potrebbe diventare il primo o il secondo partito a livello nazionale, un risultato impensabile fino a qualche anno fa. Come sta succedendo in altri paesi europei, l’emergere di partiti di estrema destra non è rilevante solo per l’esito finale delle elezioni: i leader di questi partiti hanno imposto nel dibattito pubblico alcuni temi oggi molto popolari che prima erano trattati solo marginalmente o comunque non con toni davvero radicali dai principali partiti, come l’immigrazione, in particolare quella proveniente da paesi islamici. Nel dibattito sono state coinvolte anche le altre forze politiche, che spesso per non rimanere indietro, diciamo così, hanno adottato posizioni più estremiste di quelle che avrebbero probabilmente preso in altre circostanze.
In molti credono che il primo ministro olandese Mark Rutte abbia deciso di vietare la manifestazione a Rotterdam per non perdere terreno rispetto a Wilders, che si è mostrato fin da subito contrario ad ospitare in territorio olandese una manifestazione elettorale di un paese straniero, per lo più islamico. Rutte è il leader del partito che guida l’attuale coalizione di governo, il Partito popolare per la libertà e la democrazia (VVD), di centrodestra ed europeista: il VVD sta cercando di recuperare i consensi tra gli elettori di destra e di recente ha alzato molto i toni sul tema dell’immigrazione.

2. Il referendum in Turchia
Il 16 aprile in Turchia si terrà il referendum confermativo su una legge che Erdoğan sta cercando di far passare da anni. Se dovesse vincere il Sì, posizione sostenuta dal governo, al presidente turco verrebbero dati molti più poteri di quelli che già possiede e la Turchia si trasformerebbe di fatto in un sistema presidenziale, e secondo alcuni autoritario. L’unico modo per capire il comportamento della Turchia nella crisi con i Paesi Bassi – e il motivo di una tale escalation – è tenere a mente quanto questo referendum sia importante per Erdoğan e per il suo futuro come capo praticamente incontrastato della Turchia (e ricordare che solo pochi mesi fa Erdoğan ha superato un tentato colpo di stato).
Nelle ultime settimane il governo turco ha organizzato diverse manifestazioni elettorali in Europa per convincere le persone con doppia nazionalità – per esempio turca-olandese, turca-tedesca, turca-francese – a votare Sì al referendum di aprile. Si stima che nei Paesi Bassi vivano circa 400mila turchi, molti dei quali hanno doppia nazionalità e quindi diritto di voto in Turchia. Ma non c’è solo questo. Secondo alcuni analisti Erdoğan starebbe alimentando le polemiche con diversi paesi europei per due motivi. Primo, perché i movimenti turchi in Europa che appoggiano Erdoğan sono molto vicini al più grande partito nazionalista presente in Turchia, il Partito del movimento nazionalista (MHP); l’MHP è sempre stato piuttosto diffidente nei confronti di Erdoğan, ma da un po’ di tempo le cose sono cambiate e oggi la sua leadership è favorevole a dare al presidente più poteri. Non tutti però sono d’accordo e i recenti toni aggressivi di Erdoğan potrebbero avere avuto come obiettivo principale il compattamento dell’MHP attorno al Sì al referendum. Il secondo motivo è legato al fatto che in politica individuare un nemico in tempi di campagna elettorale funziona sempre, e funziona ancora di più in un paese come la Turchia abituato ad avere a che fare con storie di complotti e poteri oscuri. Erdoğan aveva già usato ampiamente questa tattica per le elezioni parlamentari del 2015, quando aveva riaperto il conflitto con i curdi del PKK dopo una lunga tregua, e ha continuato a usarla negli ultimi anni, accusando costantemente il suo avversario Fethullah Gülen di tramare un colpo di stato contro di lui. Ora il nuovo nemico è diventato l’Europa.

3. La debolezza dell’Europa e le tensioni con la Turchia
Non è proprio una notizia di oggi che l’Unione Europea non stia passando uno dei suoi migliori momenti. La debolezza delle istituzioni europee si è sovrapposta ad alcune grandi crisi che avrebbero messo sotto pressione anche un’organizzazione più solida e funzionante. Tra le crisi più significative per l’Europa degli ultimi anni ci sono state l’aumento dei flussi migratori e la rinnovata aggressività della Russia sui confini europei orientali e in altre zone del mondo. In entrambe queste crisi si è inserita la Turchia. Nel novembre 2015 il governo turco ha firmato un importante accordo con l’Unione Europea per gestire l’immigrazione proveniente dal Medio Oriente e diretta verso l’Europa tramite la cosiddetta “rotta balcanica”. Oggi la Turchia minaccia di stracciare l’accordo in risposta al caso di Rotterdam e agli altri episodi simili accaduti nel corso dell’ultima settimana in diversi paesi europei. Il governo turco sta anche rivalutando il suo sistema di alleanze internazionali: negli ultimi mesi, e in particolare dopo il fallito colpo di stato contro Erdoğan, la Turchia si è riavvicinata progressivamente alla Russia prendendo posizioni in contrasto con le politiche della NATO (in particolare degli Stati Uniti, che sono i leader indiscussi dell’alleanza).
Tutti questi episodi hanno inevitabilmente aumentato la diffidenza tra Unione Europea e Turchia e hanno allontanato la possibilità che il processo per far entrare la Turchia nella UE possa andare avanti regolarmente, almeno in tempi relativamente brevi. Allo stesso tempo la debolezza delle istituzioni europee, condizionata anche dall’azione dei partiti euroscettici come quello di Wilders, sta impedendo alle istituzioni europee di fare bene il loro lavoro: fermare sul nascere una crisi diplomatica di questo tipo, tra un paese membro e un altro che avrebbe dovuto diventarlo presto.

lunedì 13 marzo 2017

CAOS AL SOLE 24 ORE


Risultati immagini per sole 24 ore indagati
Il caso della guardia di finanza nella sede del giornale principe in Italia per la diffusione delle notizie per quanto riguarda l'economia è una notizia che potrebbe far ridere ma se si parla comunque di posti di lavoro a rischio non c'è molto da essere allegri.
Lo sciopero ad oltranza dei giornalisti del Sole 24 Ore in un clima dove si sta decidendo in queste ore il futuro della direzione(comunque l'ormai ex direttore Napoletano in aspettativa per sei mesi con la nomina ad interim Gentili)con la riunione del consiglio di amministrazione che entro tre settimane sceglierà il nome del nuovo direttore.
I giornalisti al quarto giorno di sciopero proprio per allontanare Napoletano(quindi domani il quotidiano dovrebbe essere in edicola)sono competenti come scritto nell'articolo preso da Contropiano(news/politica )anche se il Sole 24 Ore è un giornale di nicchia con un target fisso di lettori.
Più che loro ed il loro lavoro il dito è puntato contro la proprietà(tutti sanno che è Confindustria)e gli amministratori che a vario titolo sono stati indagati per false comunicazioni e per appropriazione indebita per aver gonfiato i numeri degli abbonamenti digitali per mantenere alte le tariffe pubblicitarie per le inserzioni.

Sole24Ore, la finanza in redazione è vestita da guardia.

di Redazione Contropiano
I“moralizzatori” sotto inchiesta, perquisiti per quella che a tutti gli effetti può essere definita una mezza truffa.
Succede al Sole24Ore, primo giornale economico italiano, e probabilmente anche il miglior giornale di questo paese. Zeppo di giornalisti davvero competenti, capaci di riportare le notizie per quel che sono. Soprattutto in materia di economia e finanza, con grandi momenti anche nella politica estera.
Purtroppo proprietà (Confindustria) e amministratori sono un po’ meno rispettosi delle regole dello Stato e soprattutto sono finiti in rosso fisso, perdendo oltre 50 milioni solo negli ultimi sei mesi (dati della relazione semestrale obbligatoria per tutte le aziende quotate in borsa). Non proprio un successo per chi esercita il ruolo di maestro dell’informazione economica e finanziaria, distribuendo pagelle a destra e a manca su come andrebbero gestiti i conti pubblici, le aziende a partecipazione statale o comunque pubblica.
E stamattina la vergogna deve aver avvolto come un drappo rosso la sede centrale, quando la Guardia di finanza si è presentata per eseguire le perquisizioni ordinate dal magistrato nei confronti di Benito Benedini (ex presidente del Gruppo editoriale), Donatella Treu (ex amministratore delegato), e l’attuale direttore Roberto Napoletano. Il reato contestato dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale è false comunicazioni sociali. Altri dirigenti del gruppo, o di società collegate, sono invece indagati per appropriazione indebita. Come un funzionario pubblico qualsiasi…
Al centro dell’indagine la società Di Source Limited, sospettata di aver gonfiato le cifre degli abbonamenti online per poter mantenere un alto livello di prezzi per gli spazi pubblicitari (nell’editoria l’appetibilità di un media per l’advertising è ovviamente dipendente dalla sua diffusione). Indagati in questo filone dell’inchiesta l'ex direttore dell'area digitale del gruppo, Stefano Quintarelli, (ora deputato di Scelta Civica), suo fratello Giovanni, Massimo Arioli (l'ex direttore finanziario), Alberti Biella (ex direttore dell'area vendite), Filippo Beltramini, Stefano Poretti (commercialista).
La crisi generale dell’editoria ha coinvolto pesantemente anche un giornale molto specializzato, rivolto a un pubblico fatto prevalentemente di imprenditori, professionisti, studiosi di economia e dintorni. Il valore delle azioni oggi segna una una perdita del 95 per cento del valore rispetto a sette anni fa.
I dati di diffusione – anche secondo alcuni giornalisti del quotidiano – sarebbero stati falsificati almeno a partire dal 2012. Oltre 100mila abbonamenti digitali fasulli sarebbero stati “sottoscritti” da società riconducibili a manager ed ex manager del gruppo.
Un caso da manuale della distanza che può intercorrere tra la capacità di predicare e quella di razzolare…

domenica 12 marzo 2017

ENNESIMI TAGLI AL SOCIALE

Risultati immagini per tagli alla politica sociale
E' noto che la politica dei proclami e degli slogan di questo governo non è morta con Renzi,ed anzi con quell'altro pagliaccio di Gentiloni si fa sempre più aggressiva e arrogante,come l'ultimo in ordine di tempo che riguarda il reddito d'inclusione(madn servili-con-i-ricchi-e-potenti-con-i.deboli ).
Il giorno prima infatti in sordina è passato l'enorme taglio alle politiche sociali(meno 211 milioni di Euro passando da 311 a 99)e a quello riservato per le non autosufficienze(meno 50 milioni passando da 500 a 450)che comporterà disagi ancor maggiori agli asili nido,all'assistenza domiciliare,ai centri antiviolenza(proprio l'otto marzo),al sostegno per i disabili e all'aiuto agli anziani.
Nell'articolo preso da Senza Soste(confermato-maxi-taglio )tutte le cifre e le dichiarazioni dei protagonisti,da chi questi tagli li ha fatti alla voce della varie associazioni che lavorano negli ambiti del sociale i cui non devono essere tagliati ma incrementati:dal 2004 si sono ridotti al 5% i soldi stanziati per le politiche sociali da 1884 a 99 milioni di Euro.

Confermato il maxi-taglio alle politiche sociali e al fondo per la non autosufficienza.

tratto da https://ilmanifesto.it
Austerità.Il Fondo Politiche sociali perderà oltre 200 milioni, 50 in meno alla non auto-sufficienza. Saranno colpiti asili nido, centri anti-violenza, assistenza domiciliare, sostegno ai disabili e agli anziani. E oggi il Senato approverà una legge contro la povertà che esclude sette cittadini su dieci
Mentre il ministro del lavoro e del Welfare Giuliano Poletti definisce «uno strumento universale» la legge contro la povertà che esclude sette poveri assoluti su dieci che sarà approvata oggi dal Senato, in un question time alla Camera ieri il ministro per gli affari regionali Enrico Costa ha confermato il taglio di 211 milioni di euro al fondo delle politiche sociali (ridotto da 311 a 99 milioni) e di 50 milioni a quello sulle non autosufficienze (450 da 500). In questo modo il governo colpirà gli asili nido, le famiglie in difficoltà, i centri antiviolenza, l’assistenza domiciliare e il sostegno a disabili e anziani.
La decisione è stata presa dalle regioni e dal ministero dell’Economia ed è stata confermata nei giorni scorsi dal sottosegretario al lavoro Luigi Bobba in risposta a un’interrogazione di Donata Lenzi (Pd). «Un atto gravissimo» avevano denunciato il forum del terzo settore, la Federazione italiana superamento handicap (Fish) e la federazione delle associazioni nazionali sulla disabilità (Fand). «È la definitiva cancellazione del disagio sociale dall’agenda politica – attacca Gianmario Gazzi, presidente del consiglio nazionale degli assistenti sociali – Una mossa inqualificabile, tutta monetaria e frutto delle alchimie di bilancio. Un ultimo pessimo regalo fatto proprio l’8 marzo nella festa delle donne. Saranno proprio le donne a pagare il prezzo più alto di una crisi economica che porta per loro disoccupazione e precariato. Sulle loro spalle si scaricherà il ruolo di supplenza delle istituzioni in termini di welfare familiare reso più gravoso dall’assenza di una rete di servizi».
«Un teatrino ridicolo e vile». Così i deputati del movimento 5 Stelle hanno definito la condotta omissiva e imbarazzata degli esponenti del governo incalzati nelle ultime due settimane dalle associazioni, a seguito dell’intesa Stato-regioni che ha stabilito il taglio. «Solo la scorsa settimana – sostiene M5S – Bobba si era detto assolutamente contrario ai tagli. Il Mef però li ha approvati. Ed è partito lo scaricabarile. Il governo non ha niente da dire anche sul taglio da 422 milioni al fondo sanitario nazionale». «Non c’è che dire, un gran regalo per l’8 marzo – sostiene Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana – e per chi è costretto al lavoro di cura familiare o ha bisogno di conciliare il lavoro con la famiglia. Le statistiche sul disastro sociale del paese evidentemente non le leggono».
Costa ha provato a giustificare una situazione imbarazzante per il governo nel giorno dello sciopero delle donne e a poche ore dall’approvazione del poco più che simbolico provvedimento contro la povertà. «Il fondo per le non autosufficienze per il 2017 è comunque superiore alle risorse stanziate nel 2016, malgrado la riduzione di 50 milioni». Una posizione che non giustifica la marcia indietro su un fondo che era stato incrementato con 50 milioni dalla legge di stabilità e di altrettanti dal decreto legge di fine anno sul Mezzogiorno.
Il taglio al fondo sociale è drammatico. L’accanimento dei vari governi dal 2004 a oggi è evidente. Tredici anni fa il finanziamento ammontava a 1.884 milioni di euro. Nel 2012 era stato tagliato al punto da arrivare a 43,7 milioni per poi risalire nel 2013 a 344 milioni. Nel 2015 lo si è reso «strutturale» con una dotazione annua di 300 milioni. Oggi, nel pieno di una crisi più dura di sempre, è stato di nuovo tagliato a 99 milioni, il 5% rispetto al fondo disponibile nel 2004.
articolo originale
10 marzo 2017

GRAZIE NAPOLI


Risultati immagini per salvini napoli
Ci voleva una reazione da parte di tutta la città di Napoli e credo che a ragione ci sia stata per contrastare la politica razzista ed inguardabile della merda di Salvini e della sua lega che è un movimento apertamente fascista e populista anche se riesce ad ottenere alle urne ancora discreti successi.
Cercando voti tra l'elettorato meridionale che per tanti anni ha denigrato e combattuto,infatti a Napoli ma non solo non se lo sono scordati,il pezzo di merda Salvini cerca visibilità cercando di ricostruirsi una verginità dal Po in giù dietro la facciata del nazionalismo e del"prima gli italiani"quando fino a poco tempo fa(e anche ora intimamente)ha sempre considerato il sud ed il suo popolo,quando voleva essere garbato,alla stregua degli africani.
L'articolo preso da Contropiano(politica-news )parla della sacrosanta protesta anche violenta dei napoletani in un clima surriscaldato da settimane con il sindaco De Magistris che voleva impedire il comizio dello stronzo Salvini ma che è stato concesso dall'altra merda Minniti(vedi napoli-salvini-non-spazio-nonostante-la-prefettura e minniti-impone-la-presenza-salvini-napoli ).
Ieri intanto sono stati condannati con pene non eccessivamente pesanti i compagni che nel marzo del 2015 contestarono Salvini a Torino,un segnale di quello che potrebbe accadere a Napoli nei prossimi giorni(processo-mai-con-salvini-a-torino-10-condanne-e-poliziotto-con-bodycam-inquisito ).

Napoli in piazza. La polizia, tanto per cambiare,carica.

di Redazione Contropiano
Preparata da giorni e giorni di iniziative, assemblee, prese di posizione, occupazioni simboliche e reali, Napoli si è riversata nelle piazze per rifiutare la presenza di Salvini. Nonostante la surreale sortita del ministro dell’interno, l’ex Pci-Pds-Ds-Pd Minniti, che ha imposto all’ente gestore della Mostra d’Oltremare di confermare lo spazio del Palacongressi – occupato ieri – a disposizione del provocatore fascioleghista.
In una splendida giornata di sole, ragazzi, lavoratori, gente dei quartieri, si è presentata a migliaia in piazza Sannazzaro, percorrendo poi la Galleria delle Quattro Giornate che collega Mergellina con Fuorigrotta,
A conferma che Salvini è odiato anche dalle sue parti, nel corteo sono presenti tifosi della curca dell’Atalanta e anche i rappresentanti dei centri sociali di Bergamo. Tra i cori intonati anche 'Un giorno all'improvviso', molto comune negli stadi, e soprattutto 'Bella Ciao'.
Il sindaco della cittù si è schierato nettamente con i manifestanti e contro l’ukaze gorvantovo di Minniti: "Lo Stato ha deciso di far prevalere il capriccio di Salvini di voler fare la sua manifestazione alla Mostra d'Oltremare", ha dichiarato Luigi De Magistris. L'ex pm spiega: "Nessuno ha tolto il diritto di parola a Salvini, che in alcune sue dichiarazioni fa apologia del fascismo, ma non possiamo consentire che un'articolazione del Comune sia nella sua disponibilità". La Mostra l’Oltremare, infatti, è parte del patrimonio comunale, ma il ministro non ha ritenuto necessario neanche avvertire il sindaco per chiedere il suo parere. Come per il commissariamento di Bagnoli, insomma, voluto da Renzi per fare un favore a Caltagirone (editore tra l’altro de Il Mattino, di Napoli, il giornale che pochi giorni fa ha invitato ufficialmente Salvini per una intervista-forum, scatenando le prime contestazioni di piazza).
La manifestazione della Lega "si poteva fare ovunque con le medesime garanzie di ordine e sicurezza. Questo reiterare in modo pervicace l'idea di volere la Mostra contro la volontà dell'Amministrazione e della maggioranza non aiuta. Io e la mia Amministrazione siamo convintamente democratici e a difesa della Costituzione, motivo per cui siamo contro Salvini''. "Sono metodi utilizzati all'epoca dell'emergenza rifiuti per le discariche ma non voglio ritenere che la Mostra sia una discarica e non posso ritenere che Salvini sia considerato un rifiuto proveniente dal Nord", in merito all'ordinanza prefettizia sull'iniziativa di Salvini. "Respingiamo dal punto di vista politico e istituzionale il provvedimento emesso dal Governo". Secondo de Magistris, c'era "la possibilità di contemplare tutte le esigenze individuando un'altra location".
Molto solare e allegro l’inizio dell manifestazione, invece, Con una ruspa in bella mostra per ricordare al fascioleghista che, se proprio insiste, anche Napoli e tutto il Mezzogiorno sono pronti ad asfaltarlo. Intanto negandogli i voti che si illude di poter trovare attraverso le vecchie clientele democristiane e camorristiche che stanno mollando – ance loro – il Pd napoletano.
Al segretario della Lega, Matteo Salvini, "consegneremo oggi un foglio di via popolare" hanno annunciato rappresentanti dei collettivi in una improvvisata conferenza stampa, in piazza del Plebiscito, dinanzi alla Prefettura di Napoli. A scendere in piazza "sarà innanzitutto il popolo; un popolo che Salvini a Napoli non lo vuole".
Poi il corteo si è mosso in direzione della Mostra d’Oltremare, presidiata da centinaia di agenti in assetto anti-sommossa all'ingresso di Viale Kennedy e lungo le altre vie laterali. Salvini, davanti a una platea riempite solo grazie a qialche pullman di pugliesi e calabresi non si sa come "precettati" (non si trovava, alle ore 18, neanche una foto sui media mainstream), spara le sue scemenze e nessuno se lo fila. In piazza anche assessori comunali come Alessandra Clemente, Ciro Borriello, consiglieri comunali, e il presidente del consiglio comunale Sandro Fucito. Presente anche il presidente della terza municipalità Ivo Poggiani.
Quando il corteo si è affacciato in piazzale Tecchio sono partiti lacrimogeni e getti con gli idranti, nell’inutile tentativo di “convincere” i manifestanti antifascisti a retrocedere. La risposta è, come spesso accade , improvvisata con quel che ci si trova tra le mani in strada: sassi, bastoni ricavati da qualche cartellone, petardi e fumogeni da stadio.
Col passare dei minuti le cariche sonodiventate più dure. E a dimostrazione di un piano preparato a tavolino, sono partite squadre di agenti evidentemente addestrate per una sorta di "caccia all'uomo".
A memoria di manifestante napoletano, "è la prima volta che un corteo viene inseguito per chilometri, con idranti e lanci di kacrimogeni"…

venerdì 10 marzo 2017

SERVILI CON I RICCHI E POTENTI CON I DEBOLI


Immagine correlata
Le ultime manovre in materia finanziaria di questo governo imbarazzante ma nessuno che lo urli in piazza come avviene nel resto dell'Europa e nel mondo ma questa è un'altra storia,da un giorno all'altro ci propone una flat tax per i super ricchi ed un'elemosina per le famiglie quello successivo.
Nell'articolo preso da Left(flat-tax-e-reddito-di-inclusione-deboli-con-i-super-ricchi-e-debolissimi-con-i-poveri )sia parla quindi della tassa fissa da centomila Euro che dovrebbe richiamare evasori da tutto il mondo travestiti da ricconi potenti che riuscirebbero a svignarsela dai paesi d'origine per approdare nel nuovo paradiso fiscale italiano che non chiede nulla sulla massa di denaro che a dirla breve verrebbe riciclato e pulito da noi.
Centomila Euro per i sempre più ultramilionari sono poca cosa,una cifra forfettaria che a loro sta benissimo e che ingrasserebbe il fisco nostrano alla ricerca di rape da spremere,e siccome queste non danno più denaro(parlando dei lavoratori dipendenti che le tasse le pagano di sicuro e che malgrado loro continueranno ad essere munti)ci si è inventati questo.
Il reddito d'inclusione,comunque nell'immobilismo generale degli ultimi anni se non decenni.di per se non sarebbe male in quanto andrebbe ad aiutare le famiglie e le persone più anziane o con pochi anni all'arrivo alla pensione,meglio se con figli(i single non verranno ancora considerati)se non fosse per il fatto che gli assegni che si dovrebbero staccare verranno fagocitati dagli aumenti per i tagli alla scuola,alla sanità e ai trasporti pubblici.
Reddito foraggiato da ben 1,6 milioni di Euro che potrebbero addirittura arrivare a 2 se integrati dai fondi europei come detto dal mago pancione Poletti,senza dimenticarci che in un batter d'occhio sono stati stanziati 20 milioni di Euro per salvare le banche(madn banchesocializzare-i-debitiprivatizzare i guadagni ).
Un poco come gli 80 Euro(madn dove-sta-linganno? )che a voler vedere fanno comodo ma che poi se mi tagli la spesa pubblica devo pagarne il doppio per rivolgermi al privato o a chiunque possa sopperire alle lacune di quello che dovrebbe essere erogato e servito senza pagamenti,il discorso lascia basiti e inculati.
Per altre info anche questo link può essere utile:infoaut tra-inclusione-ed-esclusionequale-reddito-per-quale-cittadinanza? .

Flat tax e reddito di inclusione. Deboli con i super-ricchi e debolissimi con i poveri.

di Raffaele Lupoli
Prova a spillare una mancia a qualche riccone, fa “beneficenza” ad alcuni poveri, e intanto taglia i fondi per il sociale. Così, in continuità con il governo Renzi da cui queste misure sono ereditate, anche la gestione Gentiloni di assicurare diritti e rimuovere disuguaglianze non discute, mentre propone ai Paperoni stranieri di stabilire la residenza in Italia in cambio di una tassazione definita “flat” e celebra come “misura universale” una forma parziale di sostegno al 30% degli italiani che vivono in povertà assoluta, come la definisce l’Istat.
La tassa fissa per i Paperoni
Ma mettiamo in fila i fatti. Per attrarre in Italia i milionari stranieri presumibilmente in fuga dal Regno Unito dopo Brexit, gli si propone di prendere la residenza da noi facendogli pagare per 15 anni non una aliquota unica in base al loro reddito (in questo caso si tratterebbe di vera flat tax) ma una somma prestabilita e uguale per tutti a prescindere da quanto siano ricchi e da quanto guadagnino. Versando 100mila euro l’anno sui redditi prodotti all’estero (su quelli prodotti in Italia si applica invece la tassazione “ordinaria”) possono avere la residenza e auspicabilmente fare un po’ di shopping a Borsa Milano e nel made in Italy. Viene da domandarsi, dunque, cosa ne pensi non tanto il contribuente medio tassato al 27% ma piuttosto il multimilionario italiano che magari vede arrivare come vicino di casa un imprenditore straniero concorrente, il quale per le attività all’estero paga soltanto 100mila euro mentre lui, il collega italiano con attività nel nostro Paese, paga l’aliquota massima del 43% prevista per chi ha redditi superiori ai 75mila euro. A parte i dubbi di costituzionalità e il criterio di progressività che ne esce quantomeno ammaccato, basta considerare l’entità degli introiti attesi per comprendere le ricadute risibili della misura: le stime più ottimistiche parlano di 100 milioni di euro ma probabilmente non si andrà oltre i 70, mentre ad esempio se si facessero pagare le tasse ai big della Rete e dell’economia digitale parleremmo di decine di miliardi in arrivo.
Il reddito d’inclusione
Fino a qui, il nostro consueto essere deboli con i forti. Vediamo ora cosa mettiamo in campo con e per i deboli. Partiamo dall’ultima misura approvata ieri al Senato e annunciata con rullo di tamburi, il cosiddetto Rei, reddito di inclusione legato al tanto atteso disegno di legge delega di contrasto alla povertà (ora mancano i decreti attuativi, che dovrebbero consentire alla misura di essere operativa entro settembre). Il Rei viene riconosciuto in base all’Isee e i beneficiari aderiscono a un progetto individualizzato composto da sostegno economico, erogato attraverso la social card, e servizi alla persona in cambio dell’impegno alla “buona condotta” e ad accettare eventuali proposte di lavoro che dovessero giungere dai centri per l’impiego.
Per quest’anno i fondi stanziati, e cioè un miliardo di euro più 600 milioni legati al riordino di misure già esistenti e presunte “risorse europee” per 400 milioni evocate dal ministro Poletti, riescono ad assicurare il sostegno – da 250 a 480 euro ogni mese – a meno di un terzo dei 4,6 milioni di persone che vivono in povertà assoluta, circa 400mila famiglie (senza voler considerare gli 8,3 milioni di persone in povertà relativa). Intorno ai 2 milioni anche lo stanziamento per il 2018, quando dovrebbe partire una progressiva estensione del Rei. Il decreto attuativo atteso a giorni stabilirà qual è la soglia di reddito che dà diritto al contributo, ma è evidente che questi 1,77 milioni di nostri concittadini e di stranieri residenti da un certo periodo (ancora non definito: Poletti parla di “almeno 5 anni”), da un lato riceveranno l’assegno e dall’altro vedranno ridotte molte prestazioni alle quali prima avevano acceso gratuitamente o in forma agevolata, e questi tagli varranno anche per gli altri 2,9 milioni di persone in povertà assoluta che però non hanno diritto all’assegno mensile.
I tagli al sociale
Di cosa stiamo parlando? Dei 213 milioni tagliati al Fondo per le politiche sociali, che perde due terzi della dotazione passando da 313 a 99,7 milioni: un colpo d’ascia (siamo al 5% della dotazione del 2004) che fa presagire, ad esempio, tagli all’assistenza domiciliare, agli asili nido e ai centri antiviolenza. Sono 50 invece i milioni di euro decurtati al Fondo per le non autosufficienze: disabili gravissimi e anziani indigenti vedranno ridotti i servizi erogati. Se il governo non interviene, il fondo ora conterà sui 450 milioni fissati in legge di Bilancio, perché la Conferenza Stato-Regioni ha fatto saltare l’ulteriore stanziamento di 50 milioni previsto il mese scorso con il decreto legge sul Sud.
Insomma, come Left ha più volte ribadito, siamo ancora lontani da forme di reddito minimo: il Rei è una necessaria ma insufficiente misura di sostegno alle fasce più povere della popolazione, e si fonda sulla estensione di uno strumento preesistente, il cosiddetto Sia, il sostegno di inclusione attiva erogato attraverso la carta acquisti prepagata eredità della social card di Tremonti. Nulla di universale e nulla di particolarmente innovativo rispetto all’impegno ad accettare proposte di lavoro che magari arrivassero. Ancora una volta un approccio che – com’è accaduto con i vari bonus e i condoni renziani – piuttosto che sul riconoscimento di diritti di base per tutti e sulla giustizia redistributiva, è fondato sulle strizzate d’occhio in tema di tasse e sulla “carità” ai più poveri, e nemmeno a tutti. Ancora una volta, una politica debole coi super-ricchi e debolissima, quasi inconsistente con i poveri.

ARRIVANO QUELLI CHE SALVANO IL MONDO(A GIOCHI QUASI FINITI)


Risultati immagini per raqqa usa curdi
Fate largo che ora stanno arrivando le truppe di terra statunitensi pronte ad entrare a Raqqa a giochi quasi avvenuti e per salire all'ultimo sul carro del vincitore ma con la voglia di farlo al posto di guida,dopo anni di battaglia casa per casa compiuta dai curdi,dai russi e dalle truppe siriane di Assad.
Si era già detto della situazione della città di Mosul lo scorso ottobre con un titolo eloquente di un post(madn mosul-e-le-bandierine-da-piantare )quando la cittadina nord irachena era ormai sotto l'assedio più totale e i media erano più occupati a raccontare dei presunti bombardamenti degli alleati con obiettivi sbagliati per cacciare l'Isis piuttosto che le nefandezze di questi ultimi.
Invece da quando sono intervenuti gli Usa a fianco dei ribelli siriani nella cittadina del nord della Siria tutte le atrocità comprese vittime e feriti che presentano segni di esposizioni ad armi chimiche queste sono sicuramente di origine Daesh.
Che nella zona compresa tra Raqqa e Mosul,nord Siria e nord Iraq(vedi la cartina)sta lentamente perdendo territorio(occupando dal 40 al 15% delle province)grazie agli interventi che da anni curdi,russi e siriani governativi stanno combattendo con gravi perdite.
Adesso che sono arrivati i liberatori del mondo pronti a dividere la posta in gioco,non la libertà delle popolazioni sotto assedio da anni ma gli appalti per le ricostruzioni ed il controllo di una zona strategica che corrisponde al territorio di tradizione curdo,assieme a Turchia e ai ribelli siriani anti Assad,ci sarà una guerra nella guerra dove l'Isis potrà giocarsi le ultime anche se remote possibilità di lanciare offensive.

Tra Mosul e Raqqa scontro finale con l’Isis? Truppe statunitensi in Siria.

di redazione
L’Isis controllerebbe ormai solo il 15 per cento del territorio della provincia irachena di Mosul. A dichiararlo alla testata russa Sputnik è l’ambasciatore iracheno a Mosca, Haidar Hadi. “Due anni fa Daesh controllava il 40 per cento del territorio iracheno, attualmente controlla solo il 15 per cento della provincia di Mosul”, ha detto Hadi. Fonti della Difesa americana dichiarano invece che lo sceicco Al Baghdadi, ritenuto la guida dell’Isis “Ha probabilmente lasciato Mosul prima che la città e Tal Afar venissero isolate dalle forze irachene”, ha spiegato il responsabile statunitense a condizione di anonimato. Secondo le stime ONU, circa 750​.000 persone restano intrappolate nella zona ovest della roccaforte jihadista, mentre almeno 45mila sarebbero riusciti a fuggire dalla città.
A Mosul, dodici persone, tra cui donne e bambini, sono state ricoverate nei giorni scorsi con gravi sintomi di esposizione ad armi chimiche. La denuncia arriva dall’Oms che ha attivato con le autorità sanitarie locali “un piano di emergenza per trattare in modo sicuro uomini, donne e bambini che possono essere esposti a sostanze chimiche altamente tossiche”, ha detto l'agenzia delle Nazioni Unite in un comunicato. Questa volta ad essere accusati di aver usato armi chimiche sono i miliziani jihadisti dell’Isis arroccati nella città. Una versione che che cambia continuamente a seconda degli scenari. Se ad attaccare le roccaforti dell’Isis sono i russi o le truppe governative le accuse si rovesciano su queste ultime, se ad attaccare sono gli Usa, la narrazione dell’orrore si dispiega sui miliziani dell’Isis.
Gli Usa di Trump adesso si apprestano infatti ad intervenire massicciamente sul piano militare in Iraq ma anche ridosso in Siria. La Cnn riferisce che un gruppo di marines statunitensi è gia' arrivato nel nord della Siria per sostenere le forze turche e le milizie anti-Assad che si apprestano a lanciare l'offensiva verso la città siriana di Raqqa in mano all'Isis. Il problema è che anche i guerriglieri curdi intendono liberare Raqqa per consolidare il loro progetto di confederazione democratica, una ipotesi questa osteggiata dalla Turchia che, insieme agli USA e ai ribelli siriani, vorrebbe battere sul tempo i curdi.
I marines giunti in Siria – riporta il Washington Post – erano gia' dispiegati nella regione sulle navi Usa nel Golfo Persico. Secondo la Reuters altri soldati Usa arriveranno prossimamente nella regione, per l’intervento militare sul territorio siriano.

giovedì 9 marzo 2017

GLI INGLESI E LE REGOLE DEL RUGBY

Risultati immagini per ruck inghilterra italia
All'antivigilia che ci dirà molto probabilmente le nostre residue chance di esserci guadagnati (speriamo di no)il cucchiaio di legno a questo Sei nazioni di rugby,un rimando all'ultimo match disputato nel tempio della palla ovale di Twickenham è doveroso perché c'è stata una scena che esula dal mondo sportivo e varca la soglia del gioco per entrare nel vissuto quotidiano.
Lungi da me essere un esperto di rugby e delle sue regole che nell'articolo sotto sono spiegate bene almeno per il singolo caso della ruck(contropiano.org )che tanto ha fatto fare figuracce in tutto il mondo agli inglesi,il colloquio tra l'arbitro francese Poite ed il capitano Haskell rimarrà negli annali di questo sport.
Perché farsi spiegare le regole da chi ha inventato questo sport è stata una bella lezione di umiltà inflitta dalla nazionale italiana ad una squadra oggettivamente tra le migliori al mondo,e che dopo puntualmente ci ha superato causa un nostro crollo prettamente fisico,ma senza capire la tattica di gioco sul ruck per almeno tre quarti di gara in quanto noi non finivamo in fuorigioco perché non si faceva raggruppamento(rimando sempre sotto per maggiori info sulla regola).
Gli inglesi sono rimasti scandalizzati per questo modo di giocare degli italiani senza fare mischia ma schierandosi in difesa(dopotutto potevano partire e lanciarsi in meta)senza dimenticarci che anche loro grazie alla tattica nel 2003 vinsero uno storico campionato del mondo grazie al piede d'oro di Wilkinson con la squadra inglese che giocava non per fare meta ma per proteggere e liberare il loro mediano d'apertura per drop e per fargli battere calci di punizione.
Che dire,anche nella vita se si gioca,si lotta o si lavora con la testa china e con una chiusura mentale, chiunque con un semplice ragionamento può farci fritti e se proprio non riusciamo nel nostro intento almeno se ne esce a testa alta.

Ma che mischia è questa? Spunti su tattica e istituzioni dall’Italia del rugby.



Domenica 26 febbraio si è giocata una partita di rugby che certamente rimarrà negli annali, con l'Italrugby (squadra di modesta capacità e con un curriculum più di sconfitte che di vittorie) che è riuscita effettivamente a contendere la vittoria all'Inghilterra (che si combatte il primo posto nel ranking mondiale con la Nuova Zelanda), per poi capitolare soltanto negli ultimi 15 minuti. Quello che ha sorpreso di più però non è stata tanto la nuova capacità anche offensiva dell'Italia (fino a ieri quasi assente) che aveva anche portato all'intervallo in vantaggio sugli avversari, ma un'innovativa tattica difensiva che, dopo avere sconvolto sul campo la squadra inglese, da giorni regna come argomento di discussione unico su tutte le riviste specialistiche, oltre che su tutti i giornali del Regno Unito. E quello che è diventato il chiodo fisso di tutti i rugbisti può dare degli spunti interessanti anche a chi non è appassionato direttamente di questo sport (o addirittura potrebbe farlo appassionare).
 
La regola
Per spiegare molto brevemente ciò che è successo, senza entrare in eccessivi tecnicismi: il rugby (da non confondere con il football americano, quello con le armature) è uno sport di contatto in cui la regola fondamentale, e per i non addetti la più bizzarra, è che il pallone si può passare soltanto all'indietro. Questo comporta un complicato sistema di regole sul fuorigioco quando si formano le mischie, cioè assembramenti di giocatori delle due squadre che spingono per contendersi il pallone, con gli altri giocatori che devono stare dalla propria parte del campo: da una parte gli attaccanti pronti a giocare quando la palla viene passata dalla mischia ai giocatori fuori, dall'altra parte i difensori pronti a correre avanti per placcare gli avversari.
 
La partita
Che qualcosa non funziona se ne accorgono presto i tifosi inglesi, accorsi come al solito in massa allo stadio di Twickenham, “il Tempio del Rugby”, già gustandosi l'attesa mattanza dei giocatori azzurri: durante una “ruck” (una mischia con giocatore attaccante e pallone a terra, e non in piedi) il mediano italiano supera la mischia e va a disturbare il mediano inglese, che non riesce a fare uscire la palla dalla mischia per passarla ai trequarti. Il pubblico rumoreggia contro l'arbitro gridando al fuorigioco, i giocatori inglesi non capiscono cosa sta succedendo e si perdono per il campo. Anche molti tifosi italiani pensano di avere sbagliato canale e di stare guardando un altro sport, quando vengono svegliati dalla voce squillante di Vittorio Munari, storico ed espertissimo commentatore di rugby: “Non è ruck! Non c'è il fuorigioco!”. Cosa stava succedendo? I giocatori italiani dopo il placcaggio non cercavano di contendere il pallone andando a spingere, ma si schieravano subito in difesa, evitando così di formare la ruck, per cui non formandosi nessuna linea del fuorigioco, potevano superarla.
giocatori inglesi hanno impiegato quasi tutta la partita a capire una regola ovvia, andando ripetutamente a chiedere spiegazioni all'arbitro, fino alla conversazione che rimarrà nella storia del rugby, tra il capitano (l'unico giocatore a cui è permesso di parlare) Haskell e il referee francese Romain Poite.
H: “Sir, posso capire una cosa? Sulla cosa della ruck, cosa dobbiamo fare per fare sì che sia una ruck?”
P: “Non posso dirlo, io sono l'arbitro, non sono un allenatore. Probabilmente troverete la soluzione con il vostro allenatore che è più portato di me a dirvi cosa dovete fare”.
Haskell: "Sir, can I just get some clarity? On the ruck thing, what do we need to do for it to be a ruck?"
Poite: "I can't say, I'm the referee, I'm not a coach. You will probably find the solution with your coach who is more able to tell you what you have to do than I am."
Haskell: "We just want to know what the actual rule is."
Poite: "If there's no ruck, there is just an area around the tackle on the ground."
La partita è poi finita 36-15 per l'Inghilterra, ma che soddisfazione vedere la nazione che ha inventato il rugby andare a chiedere spiegazioni sul regolamento. E con questa faccia.

reazioni e i commenti
“Se questo è rugby posso andare in pensione, ma questo non è rugby” e “Io preferirei stare a casa piuttosto che giocare partite come questa”: questi i commenti evidentemente risentiti dell'allenatore inglese Eddie Jones nella conferenza stampa post-partita.
Di tutt'altro avviso sono le dichiarazioni rilasciate dall'allenatore irlandese dell'Italia Conor O'Shea e, soprattutto dell'allenatore sudafricano della difesa Brendan Venter, il vero stratega della tattica “no-ruck-no-fuorigioco”, galvanizzati dall'avere quasi sfiorato l'impresa di battere l'Inghilterra a casa sua, se solo “non avessero finito il gas” nell'ultima parte del match.
Anche l'Economist ha dedicato un lungo articolo sulla vicenda dal titolo “A rucking mess” (gioco di parole con “a fucking mess”: un fottuto casino). Ma quasi tutti gli articoli e commenti più o meno specialistici si sono concentrati a dare una lettura di questa particolare tattica come se si fosse riusciti a sfruttare una “zona grigia” all'interno del regolamento del rugby che, data la sua complessità, consente e spesso incoraggia innovazioni e pensieri “outside the box”: d'altra parte, la nascita stessa di questo sport avviene quando il giovane universitario William Webb Ellis della cittadina di Rugby durante una partita di football prende il pallone in mano, e incomincia a correre.
 
Cavillo giuridico”, tattica o strategia?
Ma quanto è corretta la lettura sulla zona grigia del regolamento, che gli inglesi, palesemente feriti nell'orgoglio, chiedono già di andare a sistemare per evitare che questa tattica si ripeta, rovinando l'antico e nobile gioco del rugby? Solo pochi articoli hanno spostato l'accento dall'interpretazione del regolamento a una profonda analisi della tattica stessa della ruck. Il discorso è molto semplice: se la difesa non fa la mischia, sia il giocatore placcato a terra sia tutta la squadra in attacco dietro di lui hanno tutta la libertà di riprendere il pallone e continuare sulla stessa linea di attacco, proprio visto che in quel punto la difesa manca! L'Inghilterra ha capito questa banalità molto tardi, in tempo certo per vincere la partita, ma non abbastanza per avere dovuto subire una lezione da novellini in mondovisione. Se infatti avessimo visto applicare questa tattica su quei campi di provincia dove i ragazzi incominciano a giocare (la vera bellezza del rugby) qualunque giovane pilone non ci avrebbe pensato due volte a recuperare il pallone e andare – come si dice – dritto per dritto!
Perché dunque a una delle squadre più forti del mondo sono occorsi ben 60 minuti per reagire a una sorta di “tattica del caos” a cui non avrebbe abboccato nessun giocatore under-15?
Evidentemente una squadra così avanzata e tecnica come l'Inghilterra (ma probabilmente sarebbe successo a quasi qualunque altra squadra) si allena e gioca dando per scontate le reazioni degli avversari, e in questo senso hanno affrontato la ruck non come un vero contendersi il pallone, ma come una fase di gioco all'interno della loro tattica di attacco più che come una dinamica reale della partita. In questo senso la ruck inglese è un'istituzione vuota: va fatta perché normalmente è così che si fa, è così che si è imparato a fare, e non perché ce ne sia veramente bisogno.
Alle accusa mosse all'Italia si può rispondere proprio guardando alla storia dell'Inghilterra nel periodo di Johnny Wilkinson, il mediano di apertura con il superpotere di non sbagliare un calcio piazzato (altro modo nel rugby per fare punti oltre alla meta): i calci di Wilkinson guidarono l'Inghilterra per diversi anni, con l'apice nella vittoria della Coppa del Mondo del 2003, la prima vinta da una squadra europea, o meglio, la prima non vinta da una delle “three nations” Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda. Wilkinson in quel mondiale segnò il record di ben 113 punti tutti al piede (tra conversioni, punizioni e drop) senza segnare nemmeno una meta; l'intera squadra giocava intorno a lui, evitando che si esponesse nel gioco aperto per preservarlo, e spostando l'azione in zone del campo da cui lui poteva segnare calciando (cioè più o meno da ogni punto della metà campo avversaria). Così si cambiava radicalmente l'impostazione di gioco, che per natura di questo sport è totalmente corale, e il cui obiettivo primo è segnare la meta, per impostare l'intera strategia al servizio del piede di Wilkinson. Per dare un'idea, nel torneo l'Inghilterra segnò “solo” 36 mete, rispetto alle 43 dell'Australia (sconfitta in finale) e addirittura delle 52 della Nuova Zelanda. Insomma, per tutto il tempo di grazia in cui l'Inghilterra poteva contare sul monopolio dell'incredibile arma di Wilkinson, aveva cambiato completamente la sua visione strategica di gioco, finalizzata non a segnare mete ma calci, in un gioco non più centrato sulla squadra ma su un unico giocatore. Al tempo molti puristi storsero il naso per questa strategia, ma a nessuno venne in mente di cambiare le regole sui punteggi.
L'Italia ha fatto anche meno: non si è nascosta dentro una falla del sistema, ma bensì ha sfruttato l'eccesso di tecnicismo dell'Inghilterra che entrava in ruck senza nemmeno sapere perché.
Il gioco è bello quando dura poco, ma a volte si può usare la superiorità dell'avversario per batterlo. O almeno, per insegnargli una bella lezione.

L'IRLANDA,L'ABORTO E LA FOSSA COMUNE DI TUAM


Risultati immagini per tuam baby
La notizia del ritrovamento di una fossa comune piena di bambini avvenuta a Tuam in Irlanda,ha avuto molta spettacolarizzazione ma dietro non c'è nessuna esecuzione macabra o scenario da film horror con suore assassine o con episodi satanici.
Certo le"sorelle"della Bon Secours sono state protagoniste e colpevoli di episodi non tanto consoni agli insegnamenti della chiesa cattolica(piuttosto ai dettami di qualche setta),ma escludendo forse pochissimi casi di diretta responsabilità nella morte dei 796 bambini ritrovati(cosa tra l'altro nemmeno fondata secondo le prove che si hanno adesso)si parla di decessi avvenuti tra il 1925 ed il 1961 avvenuti per cause naturali.
Che sono avvenuti in una struttura di accoglimento per le madri rimaste incinta senza essere state sposate(nessuna casa famiglia od orfanotrofio),una"struttura di protezione"a pagamento e se questo non veniva effettuato per la povertà delle ragazze e delle donne esse erano costrette a lavori forzati fino al pagamento del dovuto.
I bambini nati venivano dati in adozione e nel lasso di tempo sopra indicato i decessi,e successivamente i certificati di morte emessi e ritrovati a spese di una cittadina di buon cuore di Tuam,con i relativi cadaveri non corrispondevano alla tomba presente in vari cimiteri locali.
Infatti dopo l'istituzione di una commissione d'inchiesta la gran maggioranza di quei loculi risultavano vuoti e grazie a segnalazioni di ossa rinvenute nei pressi di dove sorgeva questa vera e propria workhouse si è fatta la scoperta di questa fossa comune indegna come luogo di sepoltura di tutti quei bambini.
Ma l'articolo preso da Contropiano(passato-nero-pesa-sullirlanda-cattolica )non parla solo di questa vicenda(Tuam era solamente una delle quattordici strutture simili presenti in Irlanda)ma della cultura fortemente religiosa della terra verde che vede impedito tuttora l'aborto se non per evitare la morte della madre.
E di come le giovani o meno madri irlandesi che vogliano abortire siano costrette come in alcune regioni italiane ad emigrare in cliniche gallesi ed inglesi oppure ordinare la pillola abortiva in internet,o di come la pena per praticato aborto sia passibile di una condanna fino a quattordici anni.

Il passato nero che pesa sull’Irlanda cattolica.

di Vincenzo Maccarrone
Venerdì scorso la cittadina irlandese di Tuam (Galway) è finita sui giornali di tutto il mondo dopo che una commissione governativa ha confermato la presenza di un numero rilevante di resti umani nei pressi della Casa per donne e per bambini gestita dall’ordine suore del Bon Secours fra il 1925 al 1961.
La casa non era, come hanno scritto molti quotidiani internazionali ed italiani, un orfanotrofio o una casa famiglia: era una struttura dove venivano mandate le donne incinte senza marito, e dunque in una condizione disonorevole. Come racconta in un articolo uscito sulla rivista americana Jacobin Sarah-Anne Buckaln, ricercatrice in storia presso l’università di Galway, il “servizio” offerto dalla Casa era a pagamento, e le donne più povere erano costrette a lavorare fino a due anni per ripagare il debito. Dopo il parto i bambini venivano dati in adozione, a volte senza il consenso delle madri, oppure rimanevano nella casa. Quello che la commissione ha confermato è che ad un numero imprecisato fra i bambini deceduti non è stata data una sepoltura degna, ma sono stati lasciati in una tomba comune senza nome nei pressi della struttura.
Il caso era balzato agli onori della cronaca nel 2014, grazie all’infaticabile lavoro di ricerca effettuato da una cittadina di Tuam, Catherine Corless, ex impiegata e storica dilettante. Dopo che a metà degli anni ’70 alcuni ragazzini che giocavano nel luogo dove originariamente sorgeva la Casa (poi abbattuta) aveva sostenuto di aver ritrovato alcune ossa umane, la Corless aveva iniziato una difficile raccolta di informazioni.
Dopo aver inutilmente contattato le suore della Bon Secours e gli enti locali, la donna era riuscita ottenere, pagandoli di tasca sua, i certificati di morte di 796 bambini deceduti nel periodo in cui la Casa era aperta. Confrontandoli con i registri dei cimiteri locali, la Corless si era accorta che quasi nessuno dei deceduti risultava esservi seppellito. Il caso sarebbe rimasto esclusivamente locale se il parente di uno dei bambini deceduti, venuto a conoscenza delle ricerche, non si fosse messo in contatto con un giornalista. In breve la vicenda assunse rilevanza internazionale e, sotto il peso della pressione mediatica, il governo irlandese fu costretto a istituire una commissione d’inchiesta, che la settimana scorsa ha confermato quanto si sospettava da tempo.
E’ una notizia importante, checché ne scrivano alcune testate online o perfino siti che si proclamano orgogliosamente anti-bufale (qui e qui un paio di esempi). Se infatti nel 2014 le scoperte della Corless erano state messe in discussione, anche dalla responsabile della compagnia di comunicazione che curava le pubbliche relazioni delle suore della Bon Secours, oggi l’evidenza è tale che perfino il Vescovo di Tuam ha dichiarato che “le rilevazioni di Tuam ci fanno provare vergogna”.
Rimane ancora da indagare se il numero di morti fosse superiore alla media del periodo, così come è da chiarire la vicenda della ex fossa biologica dell’edificio in cui sarebbe stata sepolta almeno una parte dei corpi, fatto che aveva ovviamente destato molto scandalo nel 2014. I rilievi della commissione hanno confermato che vi si trovavano effettivamente dei resti, ma è ancora da chiarire se la fossa sia mai stata in operazione in precedenza, quando l’edificio svolgeva la funzione di workhouse, e se le suore ne fossero a conoscenza.
Va ricordato che la Casa di Tuam era solo una delle 14 strutture simili in Irlanda, e la pressione sta montando per indagare se queste tumulazioni ben poco cristiane siano avvenute anche in altri luoghi. Siamo quindi solo agli inizi di una vicenda che potrebbe assestare un altro colpo all’egemonia della Chiesa Cattolica in Irlanda, già segnata dai numerosi scandali di pedofilia emersi negli ultimi anni, e dalla vicenda delle “lavanderie delle Maddelene”, strutture semicarcerarie in cui erano rinchiuse a lavorare gratuitamente donne considerate per vari motivi “deviate”.
Ma l’influenza della chiesa resta forte e a dimostrazione di questo l’Irlanda è fra i pochissimi paesi a non avere ancora diritto all’aborto (che è permesso solo nei casi in cui la madre è in pericolo di vita), il che ogni anno costringe migliaia di donne irlandesi a recarsi a proprie spese in Inghilterra e Galles (dove l’aborto è legale), o ad ordinare la pillola abortiva su internet. Domani il gruppo parlamentare di opposizione People Before Profit – Anti Austerity Alliance presenterà un emendamento per ridurre la pena per praticato aborto (oggi punibile fino a 14 anni di carcere) alla simbolica sanzione pecuniaria euro, nell’attesa di una riforma al sistema che però il debole governo guidato da Enda Kenny continua a ritardare. Per questo anche in Irlanda l’8 marzo sarà un giorno di sciopero e di manifestazioni in tutto il paese.

mercoledì 8 marzo 2017

DONNE IN CARCERE

Risultati immagini per Susanna Berardi, a Maria Cappello, a Barbara Fabrizi, a Rossella Lupo e a Vincenza Vaccaro
In questa giornata che era nata come data di un ricordo di una strage di donne,una ricorrenza costituita come lotta e che oggi viene miseramente festeggiata come qualsiasi altra festa comandata,il post odierno lo voglio dedicare a cinque donne in carcere che rappresentano tutte quelle persone che pur avendo commesso degli errori continuano a lottare giorno dopo giorno,chi da mesi e chi da anni,molti,troppi anni.
L'articolo preso da Infoaut(www.infoaut.org )di un mese esatto fa lo riprendo perché è una denuncia non  solo nei confronti dei due "giornalisti" de La Repubblica(Massimo Lugli e Clemente Pistilli)m a di un sistema carcerario che punisce e basta,dove le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità come dice la Costituzione che forse i due di sopra erano d'accordo a votare affinché si potesse cambiare.
Susanna Berardi,Maria Cappello,Barbara Fabrizi,Rossella Lupo e Vincenza Vaccaro,tutte compagne detenute da decenni e che ora sono a Latina sono state denigrate senza aver la possibilità di replicare senza scendere nei particolari delle loro decisioni e se per quello senza nemmeno essere intervistate da loro,classico esempio di giornalismo spazzatura.
Che in questa giornata vi sia un pensiero per loro e per tutte le compagne detenute non solo in Italia ma in tutto il mondo,a chi ha sbagliato,a chi ha sofferto e a chi è in carcere per la propria ideologia politica e per la lotta che continuano a portare avanti anche da dietro le sbarre,perché come dice la scritta sopra"Nessuna gabbia potrà spegnere il nostro bisogno di libertà".

Sull’articolo di Repubblica, sulle 5 brigatiste “irriducibili”.

Il 31 gennaio scorso il quotidiano Repubblica ha pubblicato un articolo su cinque brigatiste, nominandole le “irriducibili”. Cinque donne rinchiuse da oltre 30 anni nel carcere di Latina. L’articolo, oltre all’essere errato in alcune parti, è estremamente speculativo e denigrante della vita delle cinque compagne.
Per queste ragioni ci sentiamo in dovere di rispondere con un testo a cura di Antonello Tiddia, estrapolandone parti sostanziali:
Sul numero di Repubblica del 31 gennaio, due giornalisti, vogliosi di avviarsi in una carriera di arrampicatori, Massimo Lugli e Clemente Pistilli ci raccontano di 5 donne, brigatiste irriducibili, le definiscono, rinchiuse in una sezione di alta sicurezza nel carcere di Latina da oltre 30 anni. […]
Ci sarebbero tante riflessioni da fare, sul perché della prigione, sulla logica punitiva che guida le azioni, per lo più vendicative, dello Stato di questo paese. Ci sarebbe da riflettere che lo fa in nome di tutti noi, infliggendo punizioni di una violenza inaudita come la sottrazione della libertà, nonostante la carta costitutiva della attuale repubblica imponga un obbligo: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità” (art. 27 della Costituzione). E nel trattamento di queste donne si potrebbe discutere molto quanto sia disumano il modo in cui vengono trattate.
“Irriducibili. Chiuse nel loro passato di sangue, si aggrappano con tutte le forze a ideali ormai frantumati, usano il linguaggio degli anni di piombo, si chiamano "compagne" tra loro e rifiutano, con ostinazione incrollabile, qualsiasi rapporto con le istituzioni e con quello che continuano a definire "lo Stato borghese".[…] Si chiamano Susanna Berardi, Maria Cappello, Barbara Fabrizi, Rossella Lupo e Vincenza Vaccaro, hanno tutte una condanna all'ergastolo sulle spalle e un curriculum fatto di arresti, sparatorie, omicidi e rivendicazioni. Sono sulla sessantina, non parlano con nessuno che rappresenti, in qualche modo, un'istituzione e, a guardarle, sembrano tranquille signore che si avviano alla terza età e che, in qualche modo, cercano di curare aspetto e forma fisica (qualcuna non rinuncia a truccarsi). Per il resto, chiusura totale.”
Troppo facile giocare col sarcasmo sprezzante, troppo comodo schernire chi non può rispondere, né dire la propria. È il solito gioco sporco di quei giornalisti che deridono vite umane perché non si sono adeguate agli schemi meschini su cui i tanti imbrattacarte hanno ritagliato la propria misera esistenza servile alle volontà del potere. Non solo vengono derise queste donne, senza cercare di conoscere né capire il loro portato ideale, ma l’insulto va oltre:
“Potrebbero uscire dal carcere, in semilibertà o ottenere facilmente benefici di legge o permessi temporanei con una semplice domanda ma nessuna di loro lo fa. Vagheggiano la lotta armata, inneggiano alla rivoluzione, si trincerano dietro slogan ormai sbiaditi dal tempo nonostante la stragrande maggioranza dei loro ex compagni, quelli che avevano imbracciato le armi come tanti altri di una generazione perduta, siano ormai liberi, tra pentiti, dissociati, graziati, collaboratori di giustizia.”
Potrebbero informarsi, i signori giornalisti, leggere qualche libro, per sapere le attività, gli obiettivi e gli ideali di quella che definiscono “generazione perduta” che da tempo ha raccontato e analizzato i propri percorsi per far conoscere cosa voleva raggiungere e per cosa si batteva.
È vero, la gran parte dei quelle e quelli che attraversarono quei miseri luoghi senza vita né tempo che sono le galere, oggi sono liberi. Ma non perché siano pentiti o dissociati, o graziati o collaboratori di giustizia, questo è un falso. La gran parte ne è uscita con la schiena dritta e a testa alta, senza rinnegare il proprio percorso collettivo, senza dar nulla in cambio, da compagne e compagni, utilizzando le leggi esistenti. Certo, sono usciti dopo 30 anni, o giù di lì, trascorsi in quei luoghi disumani e hanno ripreso il loro posto nella conflittualità sociale che caratterizza la realtà attuale. Queste cinque compagne ritengono di non avvalersi di quelle leggi, hanno le loro ragioni.
“Nadia Fontana, la direttrice del carcere, rifiuta educatamente, ma fermamente, qualunque colloquio con i cronisti. Eppure le sette recluse "politiche", almeno ideologicamente, non hanno mai deposto le armi e sono ancora un pericolo.”
Se da giornalisti volete affrontare questi argomenti, bene, chiedete che sia data parola a queste prigioniere, a Susanna Berardi, a Maria Cappello, a Barbara Fabrizi, a Rossella Lupo e a Vincenza Vaccaro. I dirigenti delle carceri vi diranno che non è possibile che la parola è a loro negata, bene, allora dovete battervi per ottenere che sia data a queste cinque compagne la parola perché siano loro a raccontare le loro scelte, non voi per loro. Se non siete capaci di far questo, continuate a crogiolarvi nella vostra ignoranza, ma fatelo in silenzio.
Le compagne oramai sono in carcere da oltre 30 anni e devo dire con molto rammarico che anche il nostro silenzio è stato assordante. Ci sono compagne e compagne che in questi anni si stanno di nuovo mobilitando, hanno raccolto contributi per le compagne e i compagni in carcere (prigionieri politici) che hanno mandato a Latina, Terni (dove tra l’altro i compagni hanno comprato una stampante), a Nadia Lioce a L’Aquila (il vaglia è rimasto bloccato oltre un anno dal giudice di sorveglianza ma finalmente è arrivato), a Siano (ora i compagni di Siano sono tutti a Alessandria).
Ricordiamo anche che dei prigionieri tre sono in regime speciale di 41 bis. Nadia Lioce, Marco Mezzasalma e Roberto Morandi, con limitazioni, divieti… e ci sono alcune campagne a cui invito a partecipare come Pagine contro la tortura.

Articolo Osservatoriorepressione

Articolo Repubblica

martedì 7 marzo 2017

C'E' ANCORA SPERANZA


Risultati immagini per scuola vercelli razzismo
In un paese in cui i rigurgiti razzisti non sono mai stati sopiti del tutto e varcata ormai da tanto la soglia del terzo millennio un segnale importante arriva dai giovani italiani e stranieri che vivono quotidianamente fianco a fianco sui banchi di scuola e anche al di fuori del contesto scolastico.
La notizia dell'esperimento messo in atto in una scuola di Vercelli,con genitori,insegnanti ed alunni non di origini italiane già informati,in cui è girata una circolare della preside dove questi ultimi(anche comunque i figli con un solo genitore di origine non italiana)avrebbero con effetto immediato potuto seguire le lezioni solo in aule differenti.
Levata di scudi da parte degli alunni italiani a protezione dei compagni,proteste a voce e con i fatti volendo poi impedire fisicamente l'allontanamento di chi comunque fa parte del loro mondo a prescindere dal colore della pelle o della religione differente.
Un risultato positivo riportato da molti media(qui la versione presa da Left:scuola-media-di-vercelli )e che fornisce una speranza per combattere lo spettro del razzismo su cui soffiano e puntano molti politici(anche se fosse solo uno sarebbe già troppo)e gruppi di destra più o meno estrema che vogliono concentrare la propria propaganda sui più piccoli.
Ma sia l'integrazione che sta avvenendo con le nuove generazioni che l'integrità dei bambini e dei ragazzi è la loro forza per respingere gentaglia come Salvini,Meloni,Adinolfi e via di seguito(noi più vecchietti sappiamo già che sono delle merde,devono saperlo anche loro).

La lezione ce la danno gli alunni da quella scuola media di Vercelli.

Giulio Cavalli
E' andata così:in classe è arrivata un circolare urgente firmata dalla preside che diceva: «A partire da oggi con effetto immediato, gli alunni con entrambi o anche solo un genitore di origine non italiana seguiranno le lezioni scolastiche in un’aula diversa rispetto a quella del resto della classe». In fondo c’era anche la firma, il timbro, i numeri incomprensibili del protocollo e tutte quelle altre cose che rendono terribilmente serie le comunicazioni a scuola.
È successo a Vercelli, ieri, con la complicità di genitori e insegnanti: alla scuola media Pertini di Vercelli è andata in scena una finta operazione razzista per vedere la reazione degli studenti di fronte a un ordine ingiusto. La decisione non è stata accettata: gli studenti hanno alzato la voce, alcuni hanno impedito fisicamente che i compagni stranieri venissero portati fuori dalla classe e alcuni si sono organizzati per stendere una protesta formale al ministero.
Le insegnanti si dichiarano «confortate dal risultato dell’esperimento». I ragazzi hanno affidato le proprie riflessioni ad alcuni post-it pubblicati su Facebook: c’è chi scrive di «agitazione, tristezza, paura, incredulità», chi racconta di avere proposto di spostarsi tutti insieme perché «siamo tutti studenti, non esistono stranieri» e chi (tra gli stranieri) si è sentito rassicurato perché sa che «c’è qualcuno che tiene a me».
Cosa hanno di straordinario questi studenti? Nulla: sono puliti, naturali, umani. O forse, meglio, sono straordinariamente non intaccati dalla rabbia, dalla disperazione, dalla paura e dalla bava che c’è qui fuori, tra gli adulti. E il punto di rottura, quel dirupo in cui la naturale solidarietà si schianta, il momento della vita che convince ad avere il diritto di essere feroci, quel secondo in cui scatta nella testa il bullone per cui l’autodifesa è possibile solo con la strage dei bisogni degli altri, quel punto lì è il nodo che ci interessa trovare, analizzare e estirpare. È un compito da esploratori degli umani bisogni e del comune sentire. Sarebbe la politica, anche. Quella maiuscola.
Buon martedì.