martedì 7 marzo 2017

ERGASTOLO PER IL RESPONSABILE DELLA STRAGE DI GORNJ VAKUF

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Sembrerebbe aver trovato la parola fine,un briciolo di giustizia,la vicenda vecchia di ormai quasi un quarto di secolo che vide tre volontari italiani impegnati a far recapitare aiuti umanitari della Caritas di Brescia nella devastata ex Jugoslavia.
Guido Puletti,Sergio Lana e Fabio Moreni vennero giustiziati per ordine di Hanefija Prjic detto Paraga,un comandante fascista bosniaco che intercettò i due mezzi che stavano dirigendosi nella cittadina bosniaca di Zavidovici il 29 maggio del 1993.
Arrestato due anni fa in Germania è stato processato e condannato a Brescia,dove sono uscite altre informazioni che hanno visto direttamente interessata la presidenza bosniaca con gli interessi d'insabbiamento da parte dei servizi segreti della Nato e dell'Italia.
L'articolo di Radio Onda d'Urto parla brevemente della cronaca della strage di Gornj Vakuf(www.radiondadurto.org )mentre il successivo di ecn.org(ergastolo-per-il-fascista-bosniaco )parla maggiormente anche delle vite dell'esule argentino trentanovenne Puletti,del coetaneo cremonese Moreni e del giovane ventenne di Gussago Lana,con altri due pacifisti che riuscirono a fuggire a morte certa cercando rifugio nei boschi.

STRAGE DI GORNJ VAKUF: ERGASTOLO PER PARAGA, ORDINO’ L’UCCISIONE DEI VOLONTARI.

Il tribunale di Brescia ha condannato all’ergastolo il comandante bosniaco Hanefija Prjic, detto , per la strage di Gornj Vakuf, avvenuta il 29 maggio 1993, quando vennero uccisi tre volontari italiani di una spedizione umanitaria, il compagno esule argentino e i due pacifisti Sergio Lana e Fabio Moreni; Agostino Zanotti e Cristian Penocchio riuscirono invece a fuggire in modo rocambolasco ed a salvarsi. Il convoglio era diretto a Zavidovici, cittadina bosnica musulmana, per consegnare aiuti e soprattutto per riportare in Italia diverse decine di profughe,  donne e bambini.
Restano però ancora da chiarire diversi importanti interrogativi, a partire da quelli fondamentali: perchè ci fu questa strage? Ci sono responsabilità a livelli più alti rispetto a Paraga? In questa intervista  Ilario Salucci dell’Associazione Guido Puletti prova a fornire elementi di riflessione per formulare ipotesi sulle motivazioni di questo agguato mortale, aiutandoci a capire chi fosse Paraga e rispondendo nettamente anche alle insinuazioni avanzate dalla difesa dell’ex comandante bosniaco sulla natura poco chiara della spedizione umanitaria, sulla possibilità che fosse stata strumentalizzata, che ci possa essere stato un intreccio con il traffico di armi. ASCOLTA O SCARICA

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24 anni dopo, condannato a Brescia “Paraga”, fascista bosniaco che ordinò l’esecuzione di tre volontari italiani, tra cui Guido Puletti, di un convoglio umanitario

E’ stato condannato all’ergastolo davanti al gip del tribunale di Brescia Carlo Bianchetti Hanefija Prjic, detto Paraga (il nome del leader dei neonazisti croati). Si tratta del comandante paramilitare bosniaco che ha dato l’ordine di eseguire la strage di Gornji Vakuf, del 29 maggio 1993, quando vennero uccisi tre volontari italiani: Sergio Lana, Fabio Moreni e Guido Puletti che facevano parte di un convoglio umanitario insieme a Agostino Zanotti e Cristian Penocchio che riuscirono a scappare nei boschi e quindi evitare la morte. Paraga era stato arrestato dalla polizia tedesca il 27 ottobre 2015 all’aeroporto di Dortmund in esecuzione di un mandato di cattura europeo spiccato dal Gip di Brescia. Il suo gruppo paramilitare prendeva ordini direttamente dalla presidenza Bosniaca e nelle fasi successive alla strage sono risultati evidenti il coinvolgimento e i depistaggi da parte dei servizi Nato e italiani.

Guido Puletti, 39 anni, italo-argentino, militante comunista, per la precisione trotskista, era nato il 29 giugno 1953 a Buenos Aires, in Argentina. Alla fine degli anni sessanta, studente, si avvicina ai gruppi della sinistra peronista e dal 1973 svolge anche lavoro sindacale. Nello stesso anno pubblica una raccolta di poesie dal titolo Itinerarios.

Il 20 settembre 1977 viene sequestrato dall’esercito argentino, chiuso in un campo di concentramento e torturato. Dopo due settimane viene liberato e alla fine di ottobre esplulso dal paese. Arriva in Italia dove si ferma per un breve periodo. Nel 1981 inizia la sua carriera di giornalista scrivendo articoli per la pagina culturale del quotidiano Bresciaoggi. Nel 1988 va a New York per lavorare come redattore della pagina esteri de Il Progresso italoamericano. Il suo interesse si concentra sugli sconvolgimenti politici e sociali nell’Europa dell’Est e per questo si reca in Germania e in Cecoslovacchia alla fine del 1989. Su questi avvenimenti scrive molti articoli, reportages e saggi. Nel 1990 va in Croazia dove è scoppiata la guerra; nel settembre 1991 partecipa alla Carovana della Pace Zagabria-Belgrado-Sarajevo. Negli anni successivi compie diversi viaggi in Bosnia centrale per portare aiuti umanitari. Il 29 maggio del 1993 il convoglio di cui faceva parte viene fermato e derubato. Guido Puletti, Sergio Lana e Fabio Moreni vengono uccisi a sangue freddo. Nel 1996 la casa editrice “Datanews” ha pubblicato il libro Il mondo che non c’è, un’antologia di scritti di Guido Puletti curata da Cinzia Garolla e Francesco Germinario. Nel 2003, l’Arcilettore edizioni pubblica Il tempo cattivo della storia, a cura di Cinzia Garolla. In Italia venne colpito da cancro ed operato. Del suo esilio, della sua prigionia, delle sue torture e della sua devastante malattia, Guido non ne parlava mai. A lui sono dedicati diversi circoli di Rifondazione comunista.

A volte partiva da solo, altre volte in gruppo, ma comunque, per Fabio Moreni, 39 anni proprio come Puletti, non era il primo viaggio in Bosnia. Imprenditore di Cremona, laureato in informatica, dottore in scienze delle comunicazioni, la sua vita fu caratterizzata da un inarrestabile cammino di fede, che lo spinse a recarsi nella Bosnia allora segnata dalla guerra, da volontario, percorrendo un paio di volte al mese tra le 20 e le 25 ore di tragitto, pur di portare personalmente alla povera gente viveri, indumenti e medicinali.

Aveva solo 20 anni, Sergio Lana, la terza vittima di quell’eccidio: perito elettronico, 20 anni, figlio unico di una famiglia da anni impegnata nel volontariato, viveva a Gussago e si preparava a svolgere il servizio civile presso la Caritas di Brescia. Portava sempre con se un cartoncino che citava il motto di un famoso statista americano: “non serve a nulla cercare di immaginarsi di come saremo tra qualche tempo; magari non ci saremo più. Quindi, la cosa più intelligente da fare, è dare in ogni momento il meglio di sé”.
Gornji Vakuf, il luogo della strage Gornji Vakuf, il luogo della strage

Il 29 maggio 1993, verso le 4 di pomeriggio, un convoglio di aiuti della Caritas Bresciana, proveniente da Spalato, stava percorrendo la strada da Gornji Vakuf per portare aiuti agli abitanti della cittadina bosniaca di Zavidovici, da tempo assediati in un’area in cui era forte la tensione tra gruppi etnici. Su due automezzi viaggiavano cinque volontari: Fabio Moreni e Sergio Lana, su un camion con contrassegni della Croce Rossa; Agostino Zanotti, Guido Puletti e Christian Penocchio, su un fuoristrada con contrassegni “Press” e “Caritas”. In viaggi precedenti era stata stabilita l’evacuazione di donne e bambini della zona per sottrarli alla guerra in corso. Era stato redatto un elenco dettagliato ed erano stati ottenuti i permessi delle autorità croate, musulmane e dell’Onu. I camion trasportavano viveri, documenti, certificazioni e una grossa somma di denaro, indispensabile per il buon esito della complicata operazione di soccorso ed evacuazione.

Ad una curva della strada chiamata Diamond Route, il convoglio venne fermato da un gruppo di miliziani armati di una banda militare bosniaco-musulmana, agli ordini del comandante “Paraga” Hanefija Prijc, un trentenne di media statura e carnagione scura, con un berretto verde con una spilla con la mezzaluna e la stella. Gli automezzi furono dirottati sulla montagna: ai volontari vennero sequestrati i passaporti, il carico ed i beni personali. Dopo un breve tragitto furono costretti a salire su un trattore ed il sequestro continuò con un nuovo spostamento fino a una miniera abbandonata nei boschi di Gornji Vakuf.

In quel momento divennero chiare le intenzioni del commando: ucciderli tutti.

E’ dedicata a Guido, Sergio e Fabio la onlus Gruppo 29 Maggio ’93 con il suo impegno nella raccolta e distribuzione di generi alimentari e di prima necessità, affianca e supporta associazioni, gruppi e comunità che si occupano di combattere la povertà attraverso il sostegno a famiglie in difficoltà economiche, promuovendo solidarietà e pace.
il boia Paraga il boia Paraga

Ecco una delle poesie di Guido: Quando tornano i ricordi

sogno che interminabilmente / cambio treni nella nebbia / diceva e appena ti si udiva agitavi / le mani il cuore gridavi / di nuovo ho presentito stazioni / dove non si ferma nessuno / perché in questo stesso momento partivi / tra cigolii rumori della pelle / che in realtà erano una specie / di silenzio di smarrimento fin dentro / e già cominciavi ad essere questa immagine / che costantemente fugge dietro i finestrini / abbracci impazienti / fantasie di te molto prima / che iniziasse questa storia / o che era già cominciata / a giudicare dai modi in cui ti cercavo / questa maniera di sentire la solitudine / di presentire i miei viaggi che sarebbero stati i tuoi / sogno che finalmente trovo / un luogo mormoravi quasi / e chiudevi gli occhi sul mio petto / su tutto quello che si pensa sia una donna / una certa tenerezza un brivido particolare / nel fare e disfare la vita / ma non si farebbe in tempo / adesso il tuo sguardo stanco / si perde tra un rendez-vous e l’altro / quelli a cui non arriveresti mai / in città definitivamente estranee / troppa storia è passata / e ancora non sappiamo dove si trova il nostro luogo

http://popoffquotidiano.it/2017/03/02/ergastolo-per-lassassino-di-guido-puletti-lana-e-moreni/

lunedì 6 marzo 2017

LE NUOVE MISURE PER LE MEDIE IMPRESE

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Le dichiarazioni sotto riportate del presidente di Confindustria Vincenzo Boccia durante un suo intervento a Napoli sabato scorso parlano del costo del lavoro e sono condite da numeri che dovrebbero tranquillizzarci un pochino nel confronto con altri stati europei ma che nella realtà sono svianti e preoccupanti.
Perché da bravo imprenditore parla sì di una(possibile)crescita di medie imprese ma che sarebbero finanziate e godranno di future agevolazioni a scapito della collettività con nuovi tagli per foraggiare,ad esempio,i recuperi dell'Iva non incassati proprio da chi l'ha evasa.
L'articolo preso da Contropiano(news-economia )fornisce dati ed esempi diramati dall'Istat in uno scenario di deflazione nel quale anche a fronte di sovraproduzione e sensibili cali dei prezzi al dettaglio si nasconde un calo dell'offerta e conseguenti licenziamenti e aumento della disoccupazione(madn torna-lincubo-deflazione),tutti fattori che Boccia però ha omesso.

L’Istat scopre il gioco della “produttività”: salari in picchiata, e basta.

“(…) a partire dal 2014 si segnala un sostanziale recupero della competitività di prezzo attraverso il costo del lavoro, favorito anche dai provvedimenti di decontribuzione attuati in Italia. Ciò ha portato a una parziale riduzione del cospicuo differenziale con la Germania accumulato negli anni precedenti, che aveva continuato ad ampliarsi anche nei primi anni della crisi. Al terzo trimestre del 2016, rispetto allo stesso periodo del 2014, il costo del lavoro per l’insieme delle attività economiche è diminuito dell’1,3 per cento in Italia e dello 0,2 per cento in Spagna, mentre in Francia e in Germania è aumentato rispettivamente del 2,6 e del 5,2 per cento. Nella manifattura, in particolare, in Italia si è avuta una riduzione pari al 2,4 per cento, a fronte di aumenti dello 0,7 per cento in Spagna e Francia e del 3,1 in Germania”. ISTAT, Rapporto sulla competitività dei settori produttivi – Edizione 2017, pag. 21
“Siamo un Paese che si avvia ad avere più medie imprese”. Vincenzo Boccia, Presidente Confindustria, in Ipe Napoli triplica il numero degli iscritti Il sole 24 ore, 4 marzo 2017.

Alla fine la bestemmia è stata detta. Coperta dai media e dai centri studi, l’Istituto di Statistica italiano, il maggior centro d’analisi quantitativa del Paese, nel suo ultimo rapporto pubblicato il 3 marzo scorso parla ripetutamente, a proposito dell’Italia degli ultimi quattro anni, di “svalutazione interna”, vale a dire deflazione salariale e diminuzione di prezzo di beni e servizi, a tal punto che la competitività di prezzo dell’Italia rispetto alla Germania ha avuto una performance pari a 6,5 punti percentuali a livello generale e del 5.5% nella manifattura. Ora si annuncia un ulteriore taglio del cuneo fiscale di 5 punti percentuali, 2,5 a favore delle imprese e 2,5 al mondo del lavoro (una buona scusa per le imprese per non fare aumenti) attraverso il recupero Iva (evaso al 30% proprio dalle imprese) e mediante la fatturazione elettronica, come annunciato in questi giorni dal governo Gentiloni.  Col che si avrebbe un ulteriore diminuzione del differenziale di competitività rispetto alla Germania che cumulata arriverebbe a 9 punti percentuali, in attesa che i nuovi contratti nel privato, e nel pubblico…, facciano il resto. Una riduzione di 2,5 punti del cuneo fiscale alle imprese equivarrebbe ad un ulteriore riduzione dell’Irap (coperta da cosa? Tagli agli enti territoriali e alla sanità?)  mentre la fatturazione elettronica equivale ad un aumento dei prezzi dei fornitori interni e delle vendite al dettaglio, con un ulteriore diminuzione della domanda interna a favore degli esportatori. Tale misura colpirebbe contoterzisti, piccoli dettaglianti e la vasta area delle professioni, andando ad intaccare la base elettorale che fu di Berlusconi e co.
Non si creda, dunque, agli industriali, soliti al coro “chiagne e fotti”: in Italia il tasso di profitto (presumibilmente al lordo delle tasse) è sistematicamente più alto della media della zona euro. Era al 45% nel 2008 , cade al 40% nel pieno della crisi e risale al 42% nel 2016, ma sempre più alto della zona euro dove nello stesso periodo era rispettivamente al 43% e al 41%. Enorme è la massa di profitto che gli industriali incassano: se vediamo infatti i tassi di investimento, nella zona euro sono pari  al 22% in Italia al 19% (era al 23% nel 2008).
La differenza abissale  tra tasso di profitto e tasso di investimento rimarca quanta ricchezza viene prelevata nelle aziende e confluisce nel patrimonio personale degli industriali e dei loro familiari. E non è poi questione di domanda, almeno a livello parziale: sebbene la domanda interna, espressa nei termini di fatturato, si sia contratta del 10% negli ultimi anni a causa della svalutazione interna e delle manovre recessive, quella estera è aumentata di più del 20%.
Ne sono prova due componenti rilevate dall’istituto di statistica: la quota di mercato mondiale dei beni italiani è passata dal 2,7% al 3% negli ultimi 5 anni, un recupero che non si vedeva da 20 anni, ed è una controtendenza alla caduta del saggio di profitto. Inoltre, il grado di utilizzo degli impianti è pari al 2007, vale a dire al periodo pre-crisi.
E’ dunque questione di bassa produttività? Quei bolscevichi dell’Istat la pensano diversamente: “il valore aggiunto a prezzi correnti delle imprese manifatturiere tra il 2008 e il 2014 è aumentato del 14,5 per cento in Germania, diminuendo dell’1,1 per cento in Francia, del 4 per cento in Italia e del 23 per cento in Spagna. In ragione delle differenze nelle dinamiche occupazionali, in questo periodo la produttività apparente del lavoro in Italia – dove il numero degli addetti si è ridotto del 17 per cento (da 4,4 a 3,7 milioni) – è cresciuta del 16,2 per cento, più rapidamente che negli altri paesi”. In pratica nelle industrie italiane ci sono stati 700 mila tagli e 194 mila imprese, soprattutto  micro e piccole, hanno chiuso ma il valore aggiunto è diminuito di molto meno, segno di un’intensificazione dei ritmi di lavoro, di un allungamento della giornata lavorativa  e di una produttività oraria enormemente accresciuta che nelle aziende tra 49 e 250 addetti, afferma l’Istat, è superiore alla stessa Germania.
Il centro studi Confindustria queste cose non le dirà mai, continuando con la cantilena del “costo del lavoro”. I recenti accordi nel settore metalmeccanico, nel commercio nel legno arredo, nel tessile, ecc. cristallizzano una strategia confindustriale volta a recuperare nel giro di 5-10 anni tutta la competitività di prezzo perduta dall’introduzione dell’euro nei confronti del partner tedesco, aumentando a dismisura la quota di mercato mondiale. Si gioca sul differenziale inflazionistico, tramite quella che la stessa Istat definisce "una onerosa svalutazione interna”(pag. 15), sulla deflazione salariale, sul protezionismo fiscale e sul recupero della produttività, elementi che si stanno già realizzando.
In caso di riavvio del commercio mondiale, sottotono negli ultimi due anni, non poche imprese italiane si troveranno ad affrontare una carenza di impianti, visto che già oggi il grado di utilizzo di essi è a livelli medio alti. Ciò potrebbe innescare una corsa ai capannoni. Già oggi si segnala una crescita della domanda di capannoni del 18,5% lungo l’asse Torino-Milano-Bergamo-Trieste fino alla fascia emiliana. Sono soprattutto le aziende patrimonialmente più strutturate, export oriented e del settore metalmeccanico e della logistica. L’aumento della domanda di capannoni da parte di aziende export led è un chiaro sintomo che si vuole fare dell’Italia una copia della Germania, dove il 51% del pil è dato dall’export, mentre in Italia attualmente è al 30%. Si vuole, dunque, aumentare enormemente questa quota, attraverso quel che l’Istat stessa definisce “svalutazione interna”.
Si è dunque distrutto capitale in eccesso, spesso scadente, anche per via della concorrenza mondiale, e quel che rimane estrae plusvalore in una misura maggiore al periodo pre crisi e, da qui, grazie alla conquista di quote mondiali derivanti dalla competitività di prezzo, dovuta alla svalutazione interna, si aumentano i volumi e la stessa futura base produttiva.
Svalutazione salariale e conquista del mercato mondiale, dove nei prossimi 10 anni il 90% della crescita sarà in paesi extra europei, sono le due controtendenze alla  caduta del saggio di profitto che utilizzano gli industriali. I quali possono essere ritenuti veri e propri rentiers visto che la ricchezza aziendale derivante viene spremuta ai fini delle ricchezze personali e non viene reinvestita.
Alla decontribuzione degli oneri, e dunque al minor costo del lavoro, così come agli investimenti, con Industria 4.0., ci pensa lo Stato con la fiscalità generale. Loro intascano e basta, facendo dire ai loro portavoce sui loro giornali che bisogna recuperare competitività. Negli anni novanta, nei Dipartimenti di Economia, girava un libro dell’economista David Landes, A che servono i padroni? Domanda attualissima.

sabato 4 marzo 2017

LAVORO E REDDITO DI CITTADINANZA

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Le misure che si vorrebbero adottare per contrastare la povertà che colpisce sempre più persone in Italia sono molto diverse e criticate tra le varie fazioni politiche,o almeno tra quelle più potenti e pubblicizzate.
Lo schema qui sopra può essere utile tra il reddito di cittadinanza proposto dai pentastellati al lavoro a saltelli di Brunetta(tre mesi alternati tra lavoro e disoccupazione),arrivando al lavoro di cittadinanza di Renzi tornato "illuminato" dagli States e il"piano Marshall"per le famiglie con assegno ed introduzione all'occupazione di Berlusconi.
L'opzione di Grillo in soldoni è quella più costosa mentre le due differenti di Forza Italia molto meno e quella di Renzi economicamente si discuterà a breve al Lingotto a Torino:qui sotto due articoli che parlano quasi esclusivamente proprio di quest'ultima idea renziana con particolare riferimento alla robotizzazione ed all'aumento costante della tecnologia che toglie manovalanza e crea sempre più disoccupazione anche se non tutti sono di questo avviso.
C'è da dire che le proposte si possono fare ma alcune sono proprio campate in aria e c'è molta gente in Italia che galleggia e che proprio anche se il lavoro glielo dai si scansa e preferisce vivere di sussidi:secondo me una scelta buona è quella del reddito di cittadinanza ma effettivamente costa molto e sarebbe il paradiso della categoria di cui sopra,mentre le altre sono il proseguimento sociale del lavoro precario.
Articoli presi da Senza Soste(lavoro-cittadinanza )e Contropiano(lavoro-reddito ).

Lavoro di cittadinanza, non scherziamo.

Il nostro articolo su disoccupazione e robotizzazione del lavoro in un contesto in cui Renzi ripropone i lavori socialmente utili.

A fine dicembre, poco dopo la vittoria di Trump il New York Times, testata che non può essere certo definita tecnofoba, pubblicò un articolo dal titolo eloquente: “più della Cina è la tecnologia a distruggere i posti di lavoro”. Segno sicuramente della direzione editoriale delle polemiche antiTrump della testata, che vuol preservare la connection Usa-Cinese messa in discussione da The Donald, ma anche della inevitabilità della discussione sulla distruzione tecnologica dei posti di lavoro. Bisogna anche ricordare che esistono posizioni differenti, che sostengono tesi contrarie, legate all’idea che, in fondo, ancora oggi tramite le tecnologie si producano più posti di lavoro di quelli che si perdono. Quello che, poi, è sempre accaduto dalla rivoluzione industriale, anche se in modo non lineare: aumento della produttività grazie alle tecnologie, distruzione di posti di lavoro storicamente consolidati, saldo finale positivo, in termini di posti di lavoro prodotti, alla fine del ciclo di ristrutturazione. E magari, almeno per quanto riguarda il ‘900, con l’aggiunta di diversi tipi di conflitto distesi lungo tutto il ciclo di ristrutturazione. C’è un altro aspetto da considerare nel rapporto attuale tra innovazione tecnologica e lavoro: la mutazione delle professioni.  La CNN un paio di anni fa aveva pubblicato delle statistiche non banali sulla questione. A partire dal 1992, su statistiche di Inghilterra e Galles, il combinato tra finanziarizzazione della società e immissione tecnologica aveva causato un crollo numerico in alcune professioni di massa come i metallurgici (-70%) o i tessili (-79%) creando nuove professioni di massa nel settore home e welfare care (+ 183%) e facendo crescere esponenzialmente le professioni a contatto con l’élite decisionale (business analyst + 365 %) e il numero degli effettivi al livello di comando del capitale, i manager finanziari (+132). Certo il modello inglese è unico, per quello che riguarda il lavoro nei servizi finanziari, ma questi dati ci spiegano come, nell’arco di una generazione, cambi di molto il panorama del lavoro.
Questo per dire cosa:
1) per la prima volta, proprio negli anni ’10 del nostro secolo, si è rotto l’ottimismo tecnologico. Quello che voleva l’immissione di tecnologie del lavoro come un elemento in grado sia di “migliorare” il lavoro che di aumentarlo. Non che nei decenni passati non siamo mancati testi sulla fine della società del lavoro, o richieste come le 35 ore, ma per la prima volta l’ottimismo è stato rotto dalle grandi aziende tecnologiche che si interrogano sugli stessi effetti del loro operato;
2) Si prova a rispondere, alla rottura dell’ottimismo tecnologico, con la riproposizione dello stesso schema del ‘900. Ovvero l’idea che all’immissione delle tecnologie, dopo un periodo di contrazione dei posti di lavoro, segua comunque un medio-lungo periodo dove i posti di lavoro aumentano;
3) la composizione del lavoro sociale cambia comunque nella transizione come nella contrazione del lavoro. Nessuna società è uguale, o simile, rispetto al momento in cui parte una ristrutturazione tecnologica. Dal punto di vista politico è un problema perché ci si trova sempre in una compresenza di proposta politica retrodatata e di teorie politiche confuse che cercano di afferrare un nuovo che evocano senza capirlo.
Ci sono anche versioni meno radicali, in un senso o in un altro, di queste prognosi sul futuro del lavoro. Sempre il New York Times, che cerca di offrire un dibattito a più voci (del resto l’ascesa di Trump non offre alternative al capire l’innovazione), nel gennaio di quest’anno ha pubblicato un articolo che fa il punto su posizioni più sfumate sul tema
Nel link si possono trovare gli indirizzi per arrivare all’ultimo rapporto McKinsey e allo storico articolo di Osborne e Frey del 2013. Dove si sosteneva che, con l’evoluzione tecnologica in corso, almeno il 47% dei lavori conosciuti in occidente era in pericolo. Nel rapporto McKinsey si sostiene che la velocità di questo genere di sostituzione del lavoratore con la robotica è meno accelerata di quanto comunemente si pensi. E che comunque è più facile intravedere un futuro, di medio periodo, dove le tecnologie accompagnano il lavoro umano piuttosto che sostituirlo. La perdita di posti di lavoro c’è, quindi, ma non accelerata. Si apre quindi una discussione sulle tipologie di lavoro sostituibili dalle tecnologie o integrabili con esse.
In questo scenario, che non è tanto americano ma globale, è emersa la proposta, che sarà esposta più a fondo la prossima settimana alla convention del Lingotto di Torino, del lavoro di cittadinanza. L’artefice, neanche a dirlo, è Matteo Renzi. Ma di cosa stiamo parlando? Semplice, di un po’ di LSU (Lavori Socialmente Utili) di vecchio conio e di borse, vedremo con quale tipologia di finanziamento, a sostegno delle imprese e di qualche settore pubblico. A parte che per sostenere il progetto si parla di un piano Juncker all’italiana, una forma di forte indebitamento pubblico col privato che andrà analizzata, è evidente una cosa. Si tratta di un lavoro di cittadinanza che non può entrare in concorrenza con il Jobs Act, architrave del mondo del lavoro secondo Renzi. La sua portata in termini di miglioramento delle condizioni sociali del lavoro è quindi inesistente. In uno scenario come quello descritto, dove comunque la società viene investita in forti mutazioni nella composizione sociale e delle tipologie di lavoro è proprio questo tentativo di equilibrio tra Jobs Act e nuovi LSU che è nocivo. Perché fa permanere i lavoratori in condizione di precarietà nel pieno di forti mutazioni tecnologiche. Insultandoli, se rivendicano il reddito di cittadinanza, come coloro che vogliono “la rendita”. A parte il fatto che, guardando le cronache di quello che appare dall’appalto Consip, sembra proprio che a casa Renzi con la rendita, quella vera, ci sia una certa familiarità. Il punto è che il lavoro di cittadinanza, rispettoso del Jobs Act, nessun lavoratore è al riparo con la precarietà generata dalle rivoluzioni tecnologiche in corso. A prescindere se queste siano più lente o impetuose.
redazione, 1 marzo 2017

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Lavoro e reddito: una questione di produzione!
Di ritorno dalla California, Renzi si imbatte nella difesa del lavoro, come principio sui cui la Repubblica italiana si fonda, con questa argomentazione respinge l’idea del reddito di cittadinanza che al contrario del lavoro è, secondo lui, incostituzionale. Un atteggiamento che rasenta il paradosso, ma anche una non banale dose di approssimazione su argomenti chiave: il lavoro, il reddito, l’autodeterminazione individuale e collettiva, la libertà.
Paradossalmente Renzi parla di lavoro come diritto costituzionalmente garantito nonostante le riforme adottate dal suo governo in materia di lavoro e occupazione siano ben distanti dai principi fondamentali della Carta.
 
Il lavoro e la costituzione.
A partire dalle periferie del mercato del lavoro, quello gratuito, in appalto o a voucher in cui sono negati i diritti previsti dall’art 36 della Costituzione in base al quale “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. […] Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”. La frantumazione del mondo del lavoro perseguita, volontariamente, per mezzo delle riforme di flessibilizzazione e liberalizzazione disinnesca altri ben più profondi principi costituzionali. Parliamo dell’articolo 3 che dota la Repubblica dell’obiettivo dell’eguaglianza sostanziale, o giustizia sociale che dir si voglia, e si adopera per eliminare tutti quegli ostacoli che impediscono “l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione economica” oltre che politica e sociale. Dove però l’organizzazione economica a cui i padri costituenti facevano riferimento è antitetica a quella che poggia sullo sfruttamento e più in generale sulle tendenze del capitalismo contemporaneo. Così la precarizzazione dei lavoratori non è solo un fattore di instabilità economica, ma, attraverso la mercificazione del rapporto di lavoro, disinnesca la capacità dei lavoratori, organizzati o meno, di incidere sulle scelte aziendali, sull’organizzazione del lavoro in termini di salari, tempi di lavoro ma anche investimenti quindi di partecipare allo sviluppo economico del Paese. Un paradigma che investe non solo le periferie e i bassifondi del mercato del lavoro, ma anche quello che un tempo ne poteva essere considerato il centro, cioè un rapporto di lavoro stabile portatore pieno di diritti.
Il divorzio tra costituzione e diritto del lavoro vive anche in altri provvedimenti cardine del Jobs Act, ad esempio il demansionamento in base al quale il lavoratore può essere relegato a mansioni inferiori mediante una decisione unilaterale del datore di lavoro purché supportata da una «modifica degli assetti organizzativi aziendali». In questo caso, ad essere manomesso è l’articolo 35 della Carta Costituzionale secondo cui “la Repubblica cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori”. Decisione unilaterale che non riguarda solo il demansionamento ma investe molti aspetti del rapporto di lavoro a partire dal diritto di licenziamento anche senza giusta causa e soprattutto senza diritto al reintegro per il lavoratore. In sintesi, da un lato, alle imprese è attribuita piena discrezionalità su tutti i fronti: quanto e quale lavoro, quale produzione e quali processi produttivi. Dall’altro lato, l’impresa non è più tenuta ad essere responsabile della tenuta democratica del Paese, contrariamente a quanto sancisce l’articolo 2 della Costituzione: “La Repubblica richiede […] l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.
Il lavoro di cittadinanza
Se questa è la prospettiva perseguita dalle riforme promosse dai governi e approvate dai Parlamenti che si sono succeduti negli ultimi decenni, tra cui quello presieduto da Matteo Renzi, l’evocazione di un “lavoro di cittadinanza” apre a valutazioni inquietanti. Infatti, il divorzio tra Costituzione e diritto del lavoro si è tramutato non soltanto in una deflazione salariale senza precedenti, la quale erode progressivamente la quota salari sul totale del reddito nazionale aumentando le diseguaglianze socio-economiche, ma ha permesso che la competitività del tessuto imprenditoriale fosse fondata sul costo del lavoro e non invece sulla qualità dei prodotti e dei processi produttivi. Ad oggi, come mostra il rapporto European Job Monitor 2016 dell’Eurofound, le posizioni lavorative create tra il 2011 e il 2015 si concentrano nel venti percento dei lavori retribuiti peggio. Una dinamica che persiste e che riguarda ormi tutte le forme di lavoro. Se in parte questa tendenza è legata a un’occupazione in settori scarsamente qualificati e qualificanti per il lavoro, come il turismo, il commercio al dettaglio, la logistica, dall’altro rimane intatta la deflazione salariale anche all’interno di comparti industriali i quali tuttavia scontano lo scarso investimento in innovazione di cui si è appena detto.
A ben vedere nell’attuale condizione del tessuto produttivo, il lavoro di cittadinanza non può che tradursi nella distribuzione di un dovere al lavoro senza il riconoscimento di alcuna dignità per i lavoratori. Tanto nel settore privato quanto in quello pubblico che oggi promuove lavoro di scarsa qualità e con sempre minori diritti, come dimostra l’uso intensivo dei voucher e del ricorso al lavoro gratuito, ormai sempre meno mascherato da volontariato, da parte delle amministrazioni pubbliche.
Le dichiarazioni dell’ex Presidente del Consiglio ed ex Segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, vanno allora collocate più in un attacco alla proposta di reddito di cittadinanza del M5S che in una rinnovata, benché confusa, idea della centralità del lavoro e della sua dignità come fattore di riassorbimento delle crescenti diseguaglianze. L’enfasi posta sui meccanismi di redistribuzione del reddito e della ricchezza come risposta all’aumento delle diseguaglianze sembra raccogliere ampio consenso in larghi strati delle forze politiche e dell’opinione pubblica. Una discussione che a ben vedere non appassiona, invece, l’ex capo del governo, più attento a non urtare gli umori del blocco sociale che lo ha sostenuto e con cui continua ad interloquire, da Confindustria alle grandi banche d’affari.
Reddito come redistribuzione non si occupa del chi come e cosa produrre
Nel frattempo, da destra a sinistra emergono opinioni comuni sulla necessità di introdurre misure che allevino le disparità interne al mercato del lavoro e che riducano i differenziali tra la parte più ricca della popolazione e ampie fasce di società condannate ad un regime di bassi salari e disoccupazione. Nella molteplicità delle posizioni sul tema è possibile distinguere due impostazioni: da una parte chi rivendica l’introduzione di misure di sostegno al reddito che rispondano ai periodi di disoccupazione e non lavoro e quindi inserite in una riforma degli ammortizzatori sociali; dall’altra chi attribuisce al diritto al reddito una funzione di emancipazione individuale non legata al “lavoro”, quindi reddito come diritto universale di base: come architrave di un nuovo patto sociale e costituzionale.
È indubbio che l’introduzione di una misura universalistica di sostegno al reddito è necessaria e consentirebbe di dare una risposta immediata alla vulnerabilità sociale di intere fasce di lavoro povero e di persone prive di occupazione, oltre a rappresentare uno strumento di difesa contro il ricatto di lavoro sottopagati e privi di tutele.
Senza entrare nel merito delle due opzioni, è utile sottolineare come entrambe tendano a separare la questione “redistributiva” dalla dimensione più propriamente distributiva, legata quindi al controllo dei processi di produzione e alle implicazioni che queste assumono nel determinare l’ammontare di reddito prodotto e la sua allocazione primaria. Un tema che appare invece centrale nel leggere le trasformazioni che attraversano gli assetti produttivi – il cosa e come si produce – e le dinamiche di accumulazione capitalistica – dove va il reddito prodotto tra salari e profitti.
Detto altrimenti, entrambe le impostazioni esulano dall’includere nella propria analisi domande sul chi, come e cosa produrre, relegando il tema del controllo degli investimenti e più in generale il problema dell’organizzazione del lavoro e degli assetti proprietari a fatto secondario. I processi di privatizzazione e il trasferimento al mercato degli oligopoli privati di interi settori strategici, dal trasporto all’energia, dalle telecomunicazioni e al settore del credito perdono di importanza, quando non addirittura estromessi dalla discussione.
Ne emerge una prospettiva comune in cui il piano delle lotte nei luoghi di lavoro è scisso dalle scelte politiche. Viene separato cioè il terreno della rivendicazione di potere nell’allocazione dei fattori della produzione, capitale e lavoro (salari e profitti), dalla riforma dello stato e dei suoi rapporti con il mercato (a chi spettano le decisione sul chi e come e quanto produrre). La redistribuzione del reddito diventa speculare all’ideologia della “fine del lavoro” che, prefigurando la scomparsa del lavoro vivo attraverso l’introduzione della tecnologia, finisce per sciogliere la portata dello scontro tra capitale e lavoro in una dimensione esclusivamente riproduttiva, cioè di gestione del tempo liberato dal lavoro tra consumo e vita privata. Ma così facendo si finisce per ignorare gli assetti che a monte producono le diseguaglianze di potere, tra chi vende la propria forza lavoro e chi ne acquista la proprietà, tra chi decide cosa produrre e chi solo il diritto di consumare.
Un discorso che appare altresì miope al cospetto della realtà italiana. Quando si parla della fine del lavoro in Italia, bisogna guardare in faccia la realtà: l’assenza di domanda di lavoro dovuta alla sottoutilizzazione degli impianti nel presente e futuro prossimo e allo stesso tempo a un impoverimento della produzione stessa. Situazione che deriva dal crollo della capacità produttiva italiana, oltre il 20% nell’ultimo decennio, accompagnato da un crollo del 30% degli investimenti, mai recuperato e non dall’automazione sfrenata dei processi produttivi.
Consumo come unica fonte di autonomia
Nel momento in cui il reddito viene elevato a strumento necessario e sufficiente per l’emancipazione, l’unico terreno di liberazione appare quello del consumo. Naturale conseguenza è la netta separazione tra chi detiene il capitale e comanda la produzione e chi consuma. Scompare l’idea che possa esistere una soggettività collettiva, la classe sociale, che si forma nel conflitto produttivo e prova a rovesciarne gli attuali assetti proprietari e di organizzazione sociale.
In quest’ottica, l’emancipazione attraverso il consumo, in un modello capitalistico dominato dalla proprietà privata, è presto esaurita. A maggior ragione in un contesto in cui i bisogni sono eterodiretti a vantaggio dei produttori attraverso gli oligarchi della grande distribuzione. Considerazioni che si traducono sul piano dell'organizzazione sociale in fenomeni di individualizzazione e frammentazione dei soggetti più vulnerabili, agendo in controtendenza rispetto a processi di ricomposizione sociale e di lotta politica.
Lo sanno bene quegli imprenditori, come Bill Gates, che oggi si dicono disposti a tassare i robot per risarcire i lavoratori espulsi dai processi produttivi a causa della tecnologia. Siamo di fronte a un compromesso necessario per i capitalisti che necessariamente devono garantire a loro stessi prima ancora che al resto della popolazione, la possibilità di consumo, cioè di sbocco per le proprie merci, materiali e immateriali che siano.
Rimanendo sul piano strettamente italiano, l’impoverimento della struttura produttiva e il crollo degli investimenti hanno aggravato un altro fondamentale aspetto relativo alla produzione: la dipendenza tecnologica dall’estero. L’Italia non soltanto è importatrice netta di materie prime, ma oggi anche di tecnologia su un ampio spettro di settori. Questa forma di subalternità produttiva non può essere scissa dalla capacità anche solo redistributiva – di usare la tassa sui robot per finanziare reddito – in un contesto globalizzato e di piena mobilità dei capitali.
 
Disoccupazione tecnologica: liberazione dal lavoro o distribuzione del lavoro e controllo proprietà’
A John Maynard Keynes si deve la definizione di disoccupazione tecnologica, intesa come processo che avrebbe stravolto il rapporto tra macchine e lavoro umano, nella direzione della riduzione dei posti di lavoro attraverso l’intensificazione del progresso tecnologico. L’intuizione di Keynes acquista, nella fase attuale del capitalismo globalizzato, particolare interesse, attirando la curiosità del mondo accademico e delle forze politiche. Un primo elemento che andrebbe approfondito rispetto al rapporto tra processi di automazione e aumento dei livelli di disoccupazione riguarda la trasformazione settoriale del mercato del lavoro e la polarizzazione sempre più profonda tra lavoro dequalificato e lavoro ad alto contenuto di competenze. In questo senso, guardando al contesto italiano, risulta evidente che l’innovazione tecnologica in ampi settori dalla grande distribuzione al delivery non abbiano affatto ridotto la domanda di lavoro da parte delle imprese, ma abbia invece allargato le differenze interne al mercato del lavoro, spingendo sempre più verso una domanda di lavoro a bassi salari e privi delle tutele sindacali minime. Il mutamento pare quindi più legato alla composizione e alla qualità della domanda di lavoro piuttosto che alla dimensione numerica e quantitativa.
 
Non si spiegherebbe diversamente il ricorso massiccio a forme di lavoro, già richiamate in precedenza, ad alta intensità di sfruttamento, come testimoniato dall’impennata dei voucher, dei tirocini, del lavoro in appalto e del lavoro gratuito. Nel contesto del nostro paese questi elementi assumono ancora più pregnanza, tenuto conto dei bassi tassi di investimento pubblico e privato in ricerca e sviluppo, allargando la domanda di lavoro in settori a basso valore aggiunto.
La tendenza alla compressione dei diritti del lavoro spiega l’emergere di contraddizioni sempre più ampie tra processi di automazione e composizione della forza lavoro, evidenziando una non linearità tra robotizzazione e perdita dei posti di lavoro. Lungi dal richiedere meno lavoro, l’introduzione di macchinari ad alto contenuto tecnologico sembra dar ragione a Marx, che vedeva nell’introduzione delle macchine un’intensificazione del comando sui tempi di lavoro e sulle condizioni normative e salariali del lavoro. Il tema che sembra ineludibile diventa quindi quello del controllo e del governo dei processi di innovazione tecnologica, nella direzione di una diversa combinazione dei fattori produttivi. Anche qui, il conflitto sull’organizzazione del lavoro e quindi sull’allocazione degli investimenti, diventa il terreno necessario per imprimere una direzione alternativa ai processi di accumulazione. Ed è in questo quadro che misure di redistribuzione dell’orario di lavoro possono svolgere una funzione di controllo sulla domanda di lavoro, riducendo lo spazio dell’impresa nell’utilizzo di forza lavoro a basso costo e priva di tutele giuridiche e sindacali.
Contro la tendenza delle imprese ad utilizzare contratti di lavoro precari ed alta intensità di sfruttamento, oramai indipendentemente dalle fluttuazioni del ciclo economico, la riduzione dell’orario consente di determinare un vincolo sull’organizzazione del lavoro – quanto e in quanti si lavora – e sulla combinazione dei fattori produttivi – quali investimenti. Una prospettiva diametralmente opposta rispetto ad una tendenza manifestatasi prima con il decreto Poletti e poi con il Jobs Act che hanno assicurato all’impresa piena disponibilità nel controllo della forza lavoro. L’introduzione di politiche di redistribuzione del tempo di lavoro consentirebbero inoltre di gestire nell’ottica dei lavoratori e delle lavoratrici il governo dei processi tecnologici, i quali senza un processo decisionale collettivo, che coinvolga quindi anche i lavoratori, diventano terreno fertile per i vecchi e nuovi capitani d’industria, interessati unicamente ad aumentare i profitti a discapito dei salari.

Solo riunendo le ragioni di un protagonismo nella sfera della produzione con le rivendicazioni di un tempo liberato dal dominio del mercato è possibile aprire una prospettiva alternativa ad un modello di società che continua ad escludere larghi strati sociali dal pieno godimento di diritti civili, politici e sociali.

venerdì 3 marzo 2017

COLPA (SOLO) D'ALFREDO?

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La storia della Romeo Gestioni sembra quella dell'imprenditore che dal nulla costruisce un impero in costante crescita(del 65% in soli quattro anni)in decisa controtendenza rispetto le società simili.
Appalti milionari prima con i comuni di Roma e di Napoli,la continua ascesa nel mondo dei potenti,soldi elargiti in campagne elettorali che vanno da rappresentanti di An fino a quelli del Pd,donazioni ad associazioni e fondazioni fanno di Alfredo Romeo una persona ambigua che infatti è indagato per corruzione nello scandalo Consip(madn ce-molto-di-piu-dietro-agli-appalti consip )ancora lontano dalla conclusione del lavoro della magistratura.
L'articolo di Contropiano(news-economia )che parla di Romeo(che non ho ancora detto ma che ha fatto carriera con i soldi pubblici),parla dei misteri che presto potranno essere svelati sul come e sul perché vinca appalti in ogni dove e sul come abbia avuto successo in tali gare milionarie:enigmi anche sulle persone,che se risulti essere colpevole di corruzione,gli abbiano dato una mano ma anche due.
Alfredo Romeo. Imprenditore di “successo” dando e prendendo soldi pubblici.
Valutata con i parametri dei risultati aziendali, la Romeo Gestioni spa dell’imprenditore Alfredo Romeo sembrerebbe una storia di successo. Adesso è di nuovo finita nella bufera con l’accusa di corruzione nel maxi-appalto per le forniture alle amministrazioni pubbliche tramite la Consip. Conoscere questa storia è però illuminante per comprendere la natura e la sostanza del capitalismo e degli imprenditori “ di successo” nel nostro paese.
La Romeo Gestioni, la società ha gestito fino al 2012 il patrimonio immobiliare del Comune di Napoli, gestione per il quale è finita sotto inchiesta nel 2007 ed ora nuovamente nel 2016.
Relativamente all’appalto per la gestione del patrimonio del Comune di Roma (revocato nel 2014), il contratto con Romeo risale al 2005, durava 7 anni e da quella scadenza si va avanti a proroghe del servizio, che riguarda appunto la manutenzione ordinaria (4 milioni) ma anche l’aspetto gestionale come attività contabile e contenziosi amministrativi (6 milioni) e rimborsi, per esempio la spesa di inoltro bollette (1 milione). Nel 2008 il sindaco Alemanno sottrasse al gruppo dell’imprenditore napoletano il contratto pluriennale di 720 milioni di euro per la manutenzione stradale prendendo spunto dalle vicende giudiziarie dell’imprenditore a Napoli, ma confermò a Romeo il contratto di affidamento sopracitato, siglato dall’amministrazione Veltroni il 30 settembre 2005 per la durata di 7 anni.
L’imprenditore Alfredo Romeo, arrestato mercoledi, ha finanziato destra e sinistra a colpi di migliaia di euro. 25.000 euro per sostenere le elezioni politiche di Italo Bocchino (An), 40.000 euro per Alleanza Nazionale, 50.000 euro per Goffredo Bettini (Pd) per le elezioni politiche del 2013, 50.000 euro per Francesco Rutelli (Pd) per le elezioni comunali 2008, 230.000 euro a Nicola Zingaretti (Pd) per le elezioni provinciali dei 2008, 98.000 euro per i Democratici di Sinistra nel 2006, 30.000 euro per Nicola Latorre (Pd) per le politiche del 2013.
Ma la lista è ancora più lunga se torniamo indietro nel tempo. Nel 2009, in occasione del processo che lo vedrà condannato in primo e secondo grado e poi assolto in Cassazione. venne fuori la lista dei finanziamenti erogati da quattro società che fanno capo a Romeo (Romeo Gestioni, Isvafim spa, Romeo Partecipazioni srl, Romeo Alberghi srl).
I finanziamenti riguardano il biennio 2007 – 2008. La relazione degli amministratori giudiziari contiene, tra l’altro, due finanziamenti di 60mila e 50mila euro, erogati dalla Romeo Alberghi al Comitato per Rutelli.
Altri soldi erano venuti fuori anche per il Comitato che sosteneva l’allora candidato alla presidenza della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti: 110mila euro dalla Isvafim.
Altri 90mila euro sono finiti dalla Romeo Partecipazioni alla associazione Liberinsieme, indicata dagli amministratori giudiziari «espressione del Pd». Molto inferiore invece il finanziamento per una cena che si tenne al Palazzo dei Congressi dell’Eur, organizzata dal comitato provvisorio del Pd: 5mila euro. Mentre una bella sommetta la incassò la Fondazione di Iniziativa
Mezzogiorno Europa Onlus: 32mila euro. La Fondazione è presieduta da Andrea Geremicca, una delle menti più lucide dell’ex Pci, ex parlamentare ed ex assessore all’Edilizia pubblica e privata, ai tempi della prima giunta rossa al comune di Napoli, con sindaco Maurizio Valenzi.
Soldi anche alla Fondazione Sant’Egidio (32mila euro) e alla Fondazione A voce de’ criature, (18mila euro), promossa dal parroco anticamorra don Luigi Merola, fino a qualche tempo fa, in servizio a Forcella. Quindicimila euro
anche per il centro studi Nomisma, versati in due tranche da 7.500 euro l’una.
Nonostante le sue disavventure giudiziarie, la Romeo Gestioni continua ad avere un successo fuori dal comune. Ne dà conto oggi il Sole 24 Ore segnalando come il fatturato sia aumentato di ben il 65% (224 milioni) in soli 4 anni, decisamente in controtendenza con la situazione di altre società analoghe.Anche l’utile netto è cresciuto di 10 milioni di euro negli ultimi quattro anni, arrivando a 29 milioni nel 2015. Una società concorrente – il gigante Manutencoop – nello stesso anno e con un fatturato cinque volte superiore alla Romeo, nel 2015 ha chiuso in perdita e i suoi utili nell’anno precedente erano solo di 12 milioni di euro (un terzo di quelli della Rome Gestioni). Sarà una coincidenza, ma il governo Renzi si è insediato esattamente quattro anni fa, un lasso di tempo che coincide con gli straordinari successi nei bilanci della Romeo Gestioni. Secondo La Repubblica, un alto ufficiale dei servizi segreti si incontrò con Alfredo Romeo per assicurargli che era nella lista di “dieci intoccabili”.
Un imprenditore di successo, dunque, ma ancora una volta sempre e solo con i soldi pubblici. Anche per l’appaltone della Consip, i soldi non sarebbero arrivati “dai mercati” (quelli a cui occorre inchinarsi e con cui ci sfracassano ogni volta che si parla delle esigenze popolari) ma da quella spesa pubblica contro cui si accaniscono con un mano tutti i castigatori, magari pronti ad allungare l’altra per prendersi la loro parte. Un capitalismo d'ombra e imprenditori parassiti dunque.
Infine ma non importanza. Nei giorni scorsi abbiamo ricordato come nel 2014 Alfredo Romeo querelò Contropiano per diffamazione. Due giorni prima della pubblicazione di un nostro articolo che lo definiva condannato (e tale era stato in primo e secondo grado), Alfredo Romeo era stato assolto in Cassazione. Abbiamo, giustamente, riconosciuto l’errore e corretto la notizia ma la querela non risulta cancellata e tuttora pendente. Essendo allergici al giustizialismo non proviamo alcuna goduria nell’invocare le manette per alcuno. Ma che l’onorabilità di qualcuno possa ritenersi offesa da Contropiano quando le circostanze sono quelle che abbiamo ricostruito appare decisamente irricevibile.

ORBAN COME HITLER


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Lo xenofobo leader ungherese Viktor Orbàn parla apertamente di differenze etniche tra le persone che risiedono nel paese magiaro come faceva Hitler parlando degli ebrei quando faceva propaganda antisemita agli albori della sua carriera politica.
Questo novello baffetto ha da sempre incentrato la propria ideologia politica sull'odio ed il razzismo(madn orban-il-nazionalpopulista )e la cacciata dei migranti,o meglio ora la totale impossibilità di varcare i confini ungheresi dotati di filo spinato mentre si sta costruendo un'altra barriera ai confini serbi,un personaggio cui l'Europa non dice nulla nonostante la carica emotiva suscitata dagli scatti dei paesi balcanici con migliaia di migranti ritratti come gli internati dei lager nazisti(madn immagini-colori-uguali-quelle-in-bianco e nero ).
Ed è proprio il silenzio istituzionale che è ancora peggio di quello che si compie in Ungheria,forse perché come già ribadito più volte è sotto al protettorato economico e commerciale della Germania,in un clima politico dove il vento del razzismo e dell'ignoranza soffia sempre più forte.
Articolo di Left:viktor-orban-ci-vuole-omogeneita-etnica .

Viktor Orbàn: “Ci vuole omogeneità etnica”.

Prima di tutto, «ci vuole omogeneità etnica». Sono le parole utilizzate qualche giorno fa dal Primo ministro ungherese, Viktor Orbàn, durante un incontro presso la Camera di commercio ungherese a Budapest.
Orbàn, consapevole della “problematicità” dell’espressione utilizzata, ha addirittura sottolineato: «Non sarebbe stato possibile dire tanto qualche anno fa», ma il corso degli eventi «ha dimostrato che troppa disomogeneità crea problemi»Come riporta Euractiv, il Primo ministro ha poi suggerito che la crescita economica non dipende esclusivamente dalla “competitività”.
Durante il suo intervento,Orbàn ha fatto riferimento alle così dette “società parallele”, «poco desiderabili», e alla necessità – confermata dalla carenza di manodopera nel Paese – di favorire l’immigrazione: «Non voglio che l’Ungheria scivoli verso una situazione in cui i lavori di scarsa qualità vengano eseguiti soltanto dagli stranieri», prima di concludere: «Dobbiamo cavarcela da soli, dalla pulizia dei sanitari, fino alla scienza nucleare».
Intanto, lungo il confine meridionale del Paese, continuano i lavori per la costruzione di una seconda barriera con la Serbia. Ieri, Die Welt ha nuovamente denunciato trattamenti disumani nei confronti dei migranti che cercano di arrivare nel Paese.
Ma l’estrema rigidità nei confronti dei richiedenti asilo non è di casa soltanto a Budapest. Due giorni fa, durante una conferenza stampa che faceva seguito a un incontro fra diplomatici tedeschi e austriaci, il Ministro degli interni austriaco, Sebastian Kurz, ha ribadito la linea dura di Vienna contro i migranti.
Leggi anche:
IrlandaEuObserverLa Brexit riavvicina la Repubblica irlandese e l’Irlanda del Nord. E qualcuno parla di una riunificazione simile a quella tedesca degli anni novanta
PoloniaEuractiv Continua lo scontro fra l’Europa dell’est e la Germania sulla tassa per il transito dei veicoli pesanti lungo le autostrade tedesche

giovedì 2 marzo 2017

MAZZATA PER VERDINI?


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In un paese neanche troppo perfetto,diciamo una nazione normale dove la democrazia è consolidata e che è il collante tra i suoi abitanti e non è solo di facciata,sarebbe bello vedere i condannati fare gli anni di galera inflitti e meritati.
Ma l'Italia,ed in questo caso per i parlamentari intoccabili o comunque persone ad essi legate,questo è abbastanza impossibile,ce lo insegna la storia con Andreotti e Berlusconi,ed il caso odierno di oggi,Denis Verdini il venditore di se stesso per una poltrona di più,difficilmente e grazie al nuovo garantismo nato nel Pd(per forza di cose visto il numero di indagati)di cui è stato sostenitore si apriranno le porte del carcere.
L'articolo di Contropiano(politica-news )da un taglio personale con l'implicazione in prima linea della famiglia Renzi tramite banche,favoritismi politici e aziende legate alle proprietà di Verdini e come detto prima sarebbe bello e giusto vederli tutti assieme dietro le sbarre.
Per un analisi più di cronaca della condanna a 9 anni per i reati del crac del Credito cooperativo fiorentino(venti anni di presidenza di Verdini)e truffa ai danni dello Stato per i fondi dell'editoria(il Giornale di Toscana,sempre lui presidente con Renzi padre titolare della società di distribuzione)rimando a questo link:www.ilfattoquotidiano.it processo-credito-fiorentino .
Guarda anche madn pronto-un-altro-salvagente-per-verdini? .

Verdini condannato a 9 anni, un altro cazzotto a Renzi.

di Redazione Contropiano
Un periodaccio, per Matteo Renzi… Denis Verdini è stato condannato oggi a nove anni di reclusione. Questa la pena in primo grado decisa dal collegio del tribunale di Firenze presieduto dal giudice Mario Profeta al processo per il crac del Credito Cooperativo Fiorentino. I pubblici ministeri Luca Turco e Giuseppina Mione avevano chiesto 11 anni.
Ad integrazione della condanna, anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, il che mette apertamente in discussione la sua carica di senatore dell Repubblica. I nove anni risultano dalla somma di due diversi reati: 7 per il crac del Credito cooperativo fiorentino e 2 per truffa ai danni dello Stato per i fondi dell'editoria.
Non male per un “costituente” che aveva messo la sua esperienza al servizio della riforma costituzionale firmata Renzi e Boschi…
Ma la condanna è un vero problema per il “giglio magico” che fin qui aveva supportato in ogni passaggio il contafrottole di Rignano sull’Arno. I due anni per “ truffa ai danni dello Stato per i fondi dell'editoria” sono infatti relativi alla gestione del Giornale di Toscana, che riceveva fondi destinati ai giornali di partito o gestiti da cooperative di giornalisti pur non avendo i requisiti indispensabili. Il Giornale in questione era in realtà di proprietà di Verdini.
E che c’entra questo con Renzi? Purtroppo per lui c’entra, perché il Giornale di Toscana veniva distribuito da una società – la Chil Post – che aveva per titolare Tiziano Renzi, padre del futuro premier quando ancora la giovane promessa della politica italiana era soltanto un dipendente della stessa società. Anzi, ci fu qualche polemica quando – due settimane prima di diventare presidente della Provincia di Firenze, candidato sicuro appoggiato da Pd e cattolici – venne assunto con la qualifica di “dirigente”. Un escamotage che scaricava sullo Stato la spesa per i contributi previdenziali del giovane figlio fortunato.
Insomma, abbastanza per dire che la fulminea carriera di Matteo sia stata in qualche modo auspicata, suggerita, consigliata, dal duo Tiziano-Verdini, che sicuramente il giovane conosceva bene.
E’ nota anche l’importanza del gruppo parlamentare Ala per garantire i voti necessari a tenere in piedi il governo sempre a rischio guidato da Matteo, Ora i giochi sono diventati più complicati. Sembra scontata una richiesta di destituzione di Verdini dalla carica di senatore, anche se i tempi della legislatura sembrano abbastanza stretti per arrivare a un voto che metterebbe in fortissimo imbarazzo il governo e il Pd.
Di certo, se mai fosse stato vero che “il futuro a volte torna”, non sembra questa la volta buona…

CAMBIANO I PARTITI MA IL MARCIUME E' SEMPRE IL SOLITO


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Il problema delle tessere nel Pd non è una novità per quanto riguarda sia i numeri che circolano,sia la possibilità di farle(vi fu iscritto anche un certo Benito Mussolini di Predappio,deceduto appeso)che i favoritismi che possono scaturire negli ambiti lavorativi e sociali,in questo caso soppiantando la vecchia Democrazia Cristiana(giorno dopo giorno capiamo sempre più che il Pd è una costola della vecchia politica Dc piuttosto che del vecchio Partito Comunista).
Che in una cittadina come Crema significa correre parallelamente a quella di Comunione e Liberazione in fatto di carriere messe sui binari più favorevoli in tutti gli ambiti,dal privato al pubblico arrivando alle cooperative,ma il caso della mia città è a parte in quanto per l'appunto cielle anche se in ribasso è sempre comunque un buon cavallo su cui puntare.
Non voglio colpevolizzare troppo il Pd in quanto avere la tessera anche in partiti del centrodestra comporti allo stesso metodo clientelare e mafioso fatto di conoscenze che permettono ai soliti noti,si tratti di amicizie o nepotismo poco importa,di avere lavori e carriere privilegiate rispetto ai comuni mortali.
L'articolo preso da Left(left.it )si sofferma sull'ultimo caso di Napoli e del circondario con decine di tessere pagate dai medesimi conti correnti e il sospetto grave di infiltrazioni mafiose tra i rappresentanti di quelle zone tra le cosche e i politici,ma già ci furono casi simili negli ultimi anni per le primarie non dimenticandoci le astuzie di Achille Lauro:cambiano gli attori e le stagioni ma il marciume è sempre il solito.

Il problema del PD non sono le tessere ma i favori.

Giulio Cavalli
Chissà se Emanuele Fiano (spedito di gran carriera a Napoli nel ruolo di pezza) capirà in fretta che il problema non è l’impennata di iscrizione (come continua blandamente a ripetere il flebile Orfini, con la solita energia da trovarobe di bottega) ma piuttosto il “modo” in cui quelle iscrizioni sono state coltivate.
Ma davvero crediamo che lo scandalo delle tessere PD sia nell’impennata dei tesserati (a proposito: è successo qualche settimana fa per il congresso di Sinistra Italiana, per dire) e non nelle frasi terrificanti registrate nel video di Repubblica? L’anziana signora registrata dice di tesserarsi «per far salire un’altra volta a lui quando ci saranno le elezioni» riferendosi al capobastone del PD Michel Di Prisco, ex presidente della municipalità già caduto in uno scandalo simile nel 2011 in occasione delle primarie poi annullate.
Un’altra dice: «per esempio io voglio un piacere da Ciruzzo? Mi devo fare la tessera per lui». e l’altra risponde: «me lo fa Michel? mi devo fare la tessera per Michel», Quindi per favore non ci prenda in giro Orfini dicendoci che “le tessere sospette sono state bloccate” evitando di parlare piuttosto di una politica che si basa sul favore personale.
Se in un quartiere di una città qualsiasi la tessera di un partito viene vista come il passepartout per avere il diritto di chiedere un favore è il progetto politico che fallisce, mica la banale regolarità di un congresso. E l’ex segretario (candidato in pectore) dovrebbe fare qualche sforzo in più per dirci cosa ne pensa. Perché la simulata sommersione non è credibile. E, anzi, c’è anche papà Renzi indagato qui fuori a pelo d’acqua.
Il resto sono liturgie. Le solite.
Buon giovedì.

mercoledì 1 marzo 2017

FILLON,FOSSI STATO IN ITALIA SAREBBE SUCCESSO NULLA


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Il motivo per cui il candidato Presidente della Repubblica francese François Fillon verrà convocato dai giudici pochi giorni prima di sua moglie,farebbe sì notizia ma susciterebbe scandalo solo per un paio di giorni e dopo la polvere tutta sotto al tappeto.
Ma oltralpe procurare per la moglie e i figli un falso impiego retribuendoli con denaro pubblico in un incarico da assistente parlamentare è quasi un delitto e solitamente ciò comporta a dire addio alla politica in maniera definitiva.
La corsa all'Eliseo(madn benoit-hamon-alle-presidenziali )potrebbe subire scossoni con un ripescaggio all'ultimo minuto di Juppé che aveva perso le primarie per il centrodestra,con evidenti preoccupazioni per l'Europa o per lo meno per il suo estabilishment che vedono la scissionista Le Pen,nel caso lo scandalo prosegua su questi toni,seria candidata per il ballottaggio.
Anche se perdente con chiunque passi il turno dalla parte opposta sempre se i francesi non si siano bevuti il cervello:articolo redazionale di Contropiano(internazionale-news ).

Francia. Fillon a un passo dal ritiro, trema la Ue.


La notizia mette in ambasce soprattutto la tecnostruttura di Bruxelles. Improvvisamente, stamattina, il candidato della destra gollista alle presidenziali, Francois Fillon, ha annullato all'ultimo minuto e all'insaputa del suo entourage la visita programmata al salone dell'agricoltura di Parigi. Lo stesso Fillon ha annunciato una conferenza stampa. Tra i suoi collaboratori circolano addirittura voci di ritiro dalla campagna. Viene invece smentito il fermo della moglie, protagonista del caso che sta stroncando la carriere del più credibile avversario di Marine Le Pen.
François e Penelope Fillon hanno però entrambi ricevuto una convocazione dei giudici rispettivamente per il 15 e 18 marzo. Quindi l’inchiesta non si è fermata, anzi a questo punto sembra costringere il campione dei gollisti a un fragoroso e devastante ritiro. Lo stesso Fillon sarebbe in queste ore chiuso in riunione con gli altri big del suo partito; non certo per decidere le tappe del tour elettorale o le parole d’ordine della campagna.
Alcuni giornali, tra cui Le Figarò, parla esplicitamente di un “piano B” che prevederebbe la sostituzione in corsa del candidato, recuperando il secondo classificato nelle primarie della destra, Alain Juppé. Fillon per il momento ribadisce la sua intenzione di non ritirarsi, ma con il passare delle ore si va accentuando la pressione del partito per una decisione diversa. L’accusa, per i criteri francesi, è grave: avrebbe procurato un impiego fittizio alla moglie e ai figli, quali assistenti parlamentari, pagandoli con soldi pubblici.
Va sottolineato che in Francia, contrariamente a quanto siamo abituati a vedere in Italia, un politico sospettato di reati o interesse personale in atti amministrativi è bruciato per sempre. Nel 2005, Hervé Gaymard, il ministro dell’Economia nel governo Sarkozy, fu costretto a dimettersi per aver affittato (non possedeva un appartamento a Parigi) un appartamento di 600 metri quadrati, considerato “troppo lussuoso e grande” per la sua famiglia, comprensiva di 9 figli…
Sconvolgente, sempre per i criteri etici della politica francese (dove certo non mancano i corrotti, ma quando vengono presi saltano in due minuti), la resistenza opposta da Fillon: «Non cederò, non mi arrenderò, non mi ritirerò. Perché al di là della mia persona viene sfidata la democrazia. Non si tratta di me e della presunzione di innocenza, ma di voi», ha detto rivolgendosi ai cittadini francesi. «Sarò all’appuntamento della democrazia», definendo questa indagine è un «assassinio politico». Una sortita "berlusconiana" che in bocca a un possibile presidente della Republique era impensabile fino a qualche anno fa.
L’accusa rivolta a Fillon, per due volte primo ministro, è molto più grave. Al punto che Patrick Stefanini, direttore della campagna elettorale di Fillon, avrebbe presentato le sue dimissioni al candidato. Segno che considera la partita persa e indifendibile il candidato.
Naturalmente il ritiro, con questa motivazione alle spalle, produrrà sconquassi nell’elettorato della destra "republicana", fornendo argomenti d’acciaio alla campagna di Marine Le Pen e degli altri candidati (il centrista Macron e il “socialista” Hamon). Ma a beneficiarne, come esponente “anti-sistema” dovrebbe essere soprattutto la prima.
Con il sistema eleetorale francese, che prevede il ballottaggio al secondo turno, sembra comunque difficile che la destra fascista di Le Pen possa vincere contro qualsiasi candidato emerga dagli scieramenti in campo. Far convergere i voti contro i lepenisti è infatti considerato un dovere civico elementare. Certo, però, una Le Pen con percentuali altissime indebolirebbe di molto il pilastro francese del duopolio che regge l’Unione Europea.
Per questo, e in vista di ulteriori “strette” sulla cessione di sovranità dagli Stati alla Ue, la rovinosa caduta di Fillon, è vista con timore sia a Bruxelles che a Berlino, oltre che ai piani alti delle multinazionali europee.

LA MORTE ASSISTITA E LE SUE DIFFERENZE


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Si riapre periodicamente in Italia,paese che dovrebbe essere laico senza ingerenze di carattere religioso,il dibattito sulla morte assistita,cosa che avviene quotidianamente o quasi e che riemerge dal limbo del silenzio in casi di personaggi più o meno famosi o che portano avanti la loro dignitosa battaglia richiamando attorno a sé molta mediaticità.
Il famoso caso di Eluana Englaro(madn eluana-e-morta-diciassette-anni-fa )che tanto fece parlare in Italia nei mesi prima del febbraio 2009,il caso Welby,la violenza verbale del centro destra di allora e di oggi,la miopia della chiesa,sono tutte cause scatenanti di inutili polemiche quando il silenzio e la pietà dovrebbe regnare.
Perché non si parla di lasciare morire i depressi o i delusi,chi è senza lavoro e non riesce a mantenere la famiglia o solo se stessi,si tratta di casi specifici di malattie senza nessuna via di ritorno e di guarigione,si parla di morire in libertà e senza più soffrire.
Nell'articolo preso da Left(left.it )sono elencati sommariamente i diversi casi della dolce morte,dall'eutanasia al suicidio assistito all'eutanasia passiva al testamento biologico,e da come i paesi europei e mondiali tollerino o legalizzino tali scelte.
Sul testamento biologico,dove in alcuni comuni italiani sono passate linee guida ma dove a livello nazionale tutto è fermo e quindi ad oggi questa è una strada impossibile da praticare,avrei le mie riserve sul fatto che si possa arrivare finalmente a poter decidere cosa fare nel caso si fosse impossibilitati a decidere se avere cure o meno.
Infatti la commozione del caso Fabo non credo che come in quello Englaro potrà protrarsi per lungo tempo,e che tanta gente che oggi è a favore di una delle quattro vie sotto descritte,anche solo la scelta"soft"del testamento biologico,avrà dubbi e metterà paletti o non riterrà prioritaria la scelta delle direttive anticipate.
Così come è capitato personalmente ai tempi dell'esperienza come consigliere comunale a Crema dove il mio gruppo voleva trattare assieme alla maggioranza questo tema tutti assieme ma ai tempi Pd e Sel non ritennero preminente la stesura di una sola bozza di regolamento sul testamento biologico.

Eutanasia, suicidio assistito, testamento biologico. Le differenze e il nostro ritardo.

di Simona Maggiorelli
Fabiano,Dj Fabo, è stato costretto ad andare in Svizzera per ottenere il suicidio assistito, dopo che un incidente l’ha obbligato a letto, cieco, tetraplegico, e perennemente assistito dai familiari.  In Italia è divampato un dibattito in cui i termini di eutanasia, suicidio assistito e biotestamento vengono spesso usati in maniera intercambiabile.  Che differenza c’è? Qual è il quadro normativo in Europa e nel mondo? Ecco uno scenario  sintetico:

Eutanasia è porre fine alla vita di un paziente, consenziente, che ne ha fatto richiesta, per il quale non si attestano possibilità di guarigione o di condurre una vita in modo dignitoso, secondo il suo personale intendimento. Attualmente in Italia l’eutanasia costituisce reato e rientra nelle ipotesi previste e punite dall’articolo 579 (Omicidio del consenziente) o dall’articolo 580 (Istigazione o aiuto al suicidio) del Codice Penale. Al contrario, la sospensione delle cure – intesa come eutanasia passiva – costituisce un diritto inviolabile in base all’articolo 32 della Costituzione in base al quale: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.  Grazie alla campagna “Eutanasia Legale” promossa dall’associazione Luca Coscioni, il 3 marzo 2016, per la prima volta nella storia del Parlamento italiano è iniziato il dibattito sull’ eutanasia. Ma è fermo da allora nelle commissioni congiunte Giustizia e Affari sociali della Camera, bloccato dopo una sola seduta. Nell’ordinamento italiano l’eutanasia e il suicidio assistito sono atti entrambi punibili dagli articoli 575, 579, 580 e 593 del codice penale. Nel mondo: l’eutanasia è permessa per uno stato di “costante ed insopportabile sofferenza fisica e psichica del paziente”, in Belgio, Lussemburgo, Olanda, e in Oregon, negli Stati Uniti. In Cina, dal 1998, gli ospedali sono autorizzati dalla legge a praticare l’eutanasia ai malati terminali. E qui si apre una questione importante: la situazione di un malato terminale è completamente diversa da quella di una persona affetta da depressione che invece va curata con interventi  psicoterapeutici adeguati.

Eustanasia passiva: si tratta di interruzione di terapie ormai inutili e di farmaci, avviene come sedazione profonda con antidolorifici potenti che agiscono sul cuore. Per esempio la morfina che accelera la morte. Nel mondo: Negli Stati Uniti, la Corte suprema ritiene legittima l’eutanasia passiva e il governo federale ha autorizzato i singoli stati a regolamentare questa materia. In Canada, l’eutanasia è vietata ma, in alcune province, è tollerata la forma passiva. In Finlandia, in Ungheria e in Norvegia l’eutanasia passiva è legale, a condizione che l’interessato presenti un’apposita istanza. In Portogallo si possono autorizzare atti per l’interruzione dei trattamenti terapeutici. In Svezia e in Germania l’eutanasia attiva è vietata, ma è accettato il suicidio assistito.

Suicidio assistito:  Avviene con un aiuto medico ma senza intervenire nella somministrazione delle sostanze, che la persona assume da sé.  Si tratta di sostanze che portano ad addormentarsi e rapidamente a morire. In questi casi per esempio, la morfina causa, come effetto secondario, la diminuzione dei tempi di vita.  In Italia oltre al coraggioso lavoro di Marco Cappato e della Associazione Luca Coscioni, c’è anche quello di  Exit Italia che ha base a Torino e conta 3.800 iscritti in Italia. Riceve in media 40 email di richiesta a settimana Nel mondo: In Svizzera, è tollerato il suicidio assistito. In Francia la legge relativa ai diritti dei malati terminali riconosce loro la possibilità di richiedere una “degna morte”: sono praticabili le cure palliative e l’eutanasia passiva.

Testamento biologico (o direttive anticipate, volontà previe di trattamento), è l’espressione della volontà da parte di una persona in pieno possesso delle sue facoltà mentali, in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell’eventualità in cui dovesse trovarsi nella condizione di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte. In Italia, come è noto non c’è ancora una legge. Nel mondo: Quasi tutti i Paesi europei hanno una legge sul fine vita. In Inghilterra e Galles per esempio una persona può fare una dichiarazione anticipata di trattamento o nominare un curatore in base al Mental Capacity Act del 2005.  Il Bundestag tedesco ha approvato il 18 giugno 2009 una legge sul testamento biologico. Negli Usa la maggior parte degli stati  riconoscono le volontà anticipate o la designazione di un curatore sanitario.