venerdì 10 febbraio 2017

TUTTI IN CAMPO CON LOTTI


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A metà degli anni ottanta il cartone animato giapponese"Tutti in campo con Lotti"veniva trasmesso in Italia,e si vede che al ministro allo sport Luca Lotti che all'epoca era ancora un pischello gli hanno registrato l'intera serie rimanendo ammaliato dallo sport per i ricconi per eccellenza tant'è che assieme ai soliti noti del Coni si straccia le vesti per il torto subìto dal compagno di partito il Presidente del Senato Grasso.
Nonostante il progetto di stanziare 97 milioni di Euro per la"famosa"Ryder Cup sia passato in commissione il buon Grasso proprio non ce l'ha fatta a chiudere un occhio e nemmeno l'altro alla votazione in Senato visto che ha stoppato senza mezzi termini l'emendamento che doveva passare assieme al già abominevole per conto suo Decreto salva banche(madn banchesocializzare-i-debitiprivatizzare i guadagni ).
Il ministro Lotti,già indagato ed interrogato per la vicenda sugli appalti Consip(vedi:madn ce-molto-di-piu-dietro-agli-appalti consip )se la prende con i rovina feste delle Olimpiadi piuttosto che dello stadio della Roma,e si danna l'anima affinché il progetto già costato 60 milioni di euro possa andare avanti per dare da magnare a lui e a tutti i furbetti del quartierino:storia già vista,avanti un altro grazie.
Articolo preso da Left(se-non-hanno-piu-pane-che-giochino-a-golf ).

«Se non hanno più pane, che giochino a golf».

Giulio Cavalli
Niente,non ce la fanno. Ci siamo anche dovuti ricordare che Luca Lotti è ministro ascoltandolo ieri mentre frignava per convincerci che la Ryder Cup (il torneo internazionale di golf che è già costato 60 milioni di euro inseriti nella legge di Bilancio del novembre scorso e che ne prevedeva altri 97 in un emendamento inserito nel Decreto Salva Banche in discussione in questi giorni) rischia di saltare per colpa, dice Lotti, di “quelli che già in passato hanno gioito per altre significative rinunce” riferendosi al M5S che ha sollevato il caso.
E fa niente se è stato il presidente del Senato Grasso (suo compagno di partito) a dichiarare l’emendamento irricevibile: in effetti cosa c’entri il golf con il decreto “salva banche” (già orripilante di suo senza bisogno di tanti aiutini) sfugge a molti. Un emendamento che del resto fotografa perfettamente l’insopportabile protervia di un governo che si crede furbo nello sperare di non essere scoperto: la marchetta Ryder Cup hanno provato a inserirla nella legge di Bilancio (oltre ai 60 milioni già detti) ma è stato stralciato durante il lavoro in Commissione (sarebbe stato l’ultimo atto del governo Renzi, non proprio una genialata, eh); poi ci riprovano con il Decreto Fiscale ma gli va male; nel decreto “salva banche” riesce a passare indenne in Commissione ma ora si ferma di fronte a Grasso. Quando la perseveranza diventa diabolica si chiama impunità.
Dice Lotti che l’evento porterebbe almeno 400 milioni di euro tra guadagni diretti e indiretti ma se qualcuno gli fa notare che la questione non è la Ryder Cup ma il losco atteggiamento di chi vorrebbe fare lo scaltro simulando trasparenza ha risposto: «Oggi in Senato il presidente Grasso non ha bocciato l’emendamento nel merito, e questo in molti fanno finta di non capirlo». Che vuol dire, sappiatelo, che ci riproverà nel prossimo Milleproroghe. Perché ormai è una questione personale, per lui. Mica per il golf. Una sfida personale. Come quell’altro.
Buon giovedì.

giovedì 9 febbraio 2017

PROVE TECNICHE DI REGIME


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L'editto del vice presidente della Camera dei Deputati Luigi Di Maio,quindi una figura che dovrebbe essere al di sopra delle parti e parlare con saggezza e non al di sopra delle righe,che è una lista nera dei giornalisti che stanno invisi a lui e al Movimento 5 stelle presentata al Presidente dell'ordine nazionale dei giornalisti,è l'ennesima prova del fascismo strisciante che ìmpera sottovoce ed in maniera subdola all'interno di un gruppo che ha già strizzato l'occhio troppe volte a metodi e personaggi dell'ideologia nazifascista(madn il-movimento-sbanda-destra ).
I nominativi dei giornalisti,chi più e chi meno meritevole di ramanzine o di oggettiva poca professionalità e morale(c'è dentro pure uno come Sallusti!)sono stati elencati in quelle che ricordano le liste nere del ventennio,che in modo più o meno segreto circolavano tra la polizia speciale e gli assassini del regime che all'occasione provvedevano a sostenute ingestioni di olio di ricino condite da manganellate e in parecchi casi all'eliminazione fisica dei menzionati.
Con tanto di testate,date e nomi,con una breve descrizione delle frasi incriminate da colui che è un esempio più lampante e allo stesso tempo pericoloso del nepotismo politico,padre fascista(come quello di Di Battista,una coincidenza?)e un presente di piagnistei e di discorsi che escono dal seminato del rispetto dei modi e dei tempi politici che è proprio della rappresentanza della destra e dei movimenti come il suo e della Lega,abituati ad urlare e non a discutere.
Articolo preso da L'Espresso(giornalisti-sgraditi-la-lista-di-maio )che altro non fa che riportare la lettera che ci fa fare passi indietro di molti,di troppi anni.

Giornalisti sgraditi, la lista Di Maio.

L'esponente del M5S compila l'elenco dei cronisti e degli opinionisti contro i quali, dice «è tempo di reagire!». Tra loro spicca il nome di Emiliano Fittipaldi, colpevole di aver rivelato fatti incontestabili: dal ruolo di Marra in Campidoglio alle polizze di Romeo.

L'esponente del M5S Luigi Di Maio ha scritto sulla sua pagina Facebook un post dal titolo «È ora di reagire!», in cui dice di aver  consegnato una lettera al presidente dell'Ordine dei giornalisti e aggiunge: «La campagna diffamatoria nei confronti del MoVimento 5 Stelle deve finire. (...) E' tempo di reagire!»

Qui di seguito, la lettera di Di Maio al Presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, Enzo Iacopino

"Gentile Presidente,
la libertà di stampa è un valore irrinunciabile per ogni Paese democratico. Ma altrettanto irrinunciabile è il rispetto della verità a cui ogni giornalista, per deontologia ed etica professionale, dovrebbe attenersi. In questi giorni abbiamo assistito a uno spettacolo indegno da parte di certa stampa, che ha usato la vicenda di una polizza a vita intestata a Salvatore Romeo, e il cui vero beneficiario è lui stesso tranne nell'ipotesi estremamente improbabile della sua morte, per infangare e colpire in maniera brutale la sindaca Virginia Raggi e l’intero Movimento 5 Stelle. L’operazione di discredito nei confronti della Raggi è iniziata ben prima che il Movimento 5 Stelle vincesse le elezioni a Roma: lo sapevamo ed eravamo preparati a questo, ma oggi si è toccato un limite che è nostro dovere denunciare.
Da osservatore attento avrà seguito la vicenda sulla polizza e saprà: 1) che la Raggi non ha mai preso un soldo; 2) che appresa dai magistrati la notizia della polizza, ha immediatamente richiesto che il suo nome venisse rimosso dal documento; 3) che la Procura stessa ha precisato che nella vicenda non si ipotizza alcun reato e che la polizza non è da considerarsi uno strumento di corruzione. Su gran parte dei Tg e dei giornali usciti il 3, il 4 e il 5 febbraio, però, gli italiani hanno letto un’altra storia, costruita non su fatti documentabili, ma su menzogne e notizie letteralmente inventate. E anche quando la Procura è intervenuta per ristabilire la verità, i giornali hanno continuato con le ipotesi, i sospetti, i dubbi e le insinuazioni. Nessuno sino ad oggi ha chiesto scusa né a Virginia Raggi, né al Movimento 5 Stelle, né ai lettori.
Lei Presidente mi invita a non generalizzare un’intera categoria, ma a segnalarle i casi di comportamenti deontologicamente scorretti. Eccoli qui di seguito, con nomi e cognomi. Giudichi Lei se questa è informazione.
Emiliano Fittipaldi (L’Espresso) a L’Aria Che Tira (La7) il 3 febbraio: "Qualcuno ipotizza addirittura che i soldi di Romeo non siano soldi suoi, ma soldi in conto terzi che qualche esterno ha cercato di utilizzare per fare voto di scambio e per scalare il M5S dall'esterno".

Corriere della Sera, 3 febbraio, Fiorenza Sarzanini, titolo “La provvista da 90 mila euro e la pista che porta alla compravendita di voti”: Il sospetto è che almeno una parte di quei soldi provenissero da chi aveva deciso di puntare tutto sulla giovane avvocatessa [...] Dunque servissero a comprare voti. E siano soltanto una parte dei finanziamenti occulti giunti al Movimento 5 Stelle a Roma”.

La Repubblica, 3 febbraio, Carlo Bonini, titolo “Tesoretti segreti e ricatti, che legano il nuovo potere ai vecchi padroni di Roma”: Marra sapeva bene di come trafficasse la Raggi per conto di Romeo” [...] Se infatti quelle tre polizze erano una "fiche" puntata su una delle anime del Movimento cinquestelle romano quella "nero fumo", quella che doveva garantirsi un serbatoio di voti a destra perché prevalesse sulla cordata […] se erano la contropartita per sigillare un patto politico”.

Il Giornale, 3 febbraio, Alessandro Sallusti: “se è stata una tangente postdatata - ipotesi più probabile - parliamo di reato di una certa rilevanza”.

QN-Carlino-Nazione-Giorno, 3 febbraio, Elena Polidori, titolo "La pista dei soldi". “Si indaga su altre assicurazioni a beneficio di politici del movimento".

Il Messaggero, 3 febbraio, Valentina Errante/Sara Menafra, titolo “Una polizza inguaia la Raggi. C’è la pista dei fondi elettorali”: “La pista dei fondi coperti della campagna elettorale. (...) Spunta un conto aperto da Romeo nel 2013. L'ombra dei voti comprati". "Quel legame inspiegabile con i suoi fedelissimi, favoriti contro ogni morale grillina, adesso sembra trovare davvero una chiave di lettura. E' il peccato originale di Virginia Raggi (...). Almeno in un caso ci sarebbe stato un accordo: soldi (...)".

La Stampa, 3 febbraio, Edoardo Izzo: “Potrebbe emergere un'ipotesi di corruzione dietro le irregolarità emerse nell'inchiesta sulle nomine che coinvolge la sindaca di Roma Virginia Raggi".

Corriere della Sera, 4 febbraio, Fiorenza Sarzanini/Ilaria Sacchettoni: “Quelle [...] potrebbero dunque rappresentare una sorta di fondo concesso in garanzia a chi poi poteva concedergli favori”.

QN-Carlino-Nazione-Giorno, 4 febbraio, Elena Polidori, titolo "Raggi, l'inchiesta porta ad Ama"

Il Messaggero, 4 febbraio, Valentina Errante/ Sara Menafra: "Un meccanismo che potrebbe rappresentare un modo per tenere unita l'organizzazione a cinque stelle con un patto economico, oltre che politico”.

All’elenco si aggiungono gli articoli pubblicati oggi da Corriere della Sera e Repubblica, in cui io stesso vengo tirato in ballo,nonostante avessi già smentito tutto a dicembre 2016, con illazioni diffamatorie che non trovano riscontro nei fatti:

Corriere della Sera, 7 febbraio, Fiorenza Sarzanini: “Soprattutto quel che successe l'estate scorsa quando Marra sostiene di aver deciso di lasciare l'incarico in Campidoglio e di essere stato convinto a rimanere durante l'incontro con Luigi Di Maio. Che cosa gli disse il parlamentare grillino per fargli cambiare idea? Quali garanzie gli offrì, visto che lui stesso ha detto di averlo ricevuto alla Camera su richiesta della sindaca?”

Repubblica, 7 febbraio, Carlo Bonini, titolo ‘la scia dei "quattro amici" porta al ruolo di Di Maio’: “il garante fu l'uomo che il M5S candida a guidare il Paese, Luigi Di Maio. Già, è Di Maio il convitato di pietra di questa storia. […] Fu Di Maio a convincere Marra a non abbandonare prematuramente il suo lavoro di badante della Raggi [...] E fu ancora Di Maio, quale garante di quella scelta politica, a difendere il rapporto privilegiato ed esclusivo dei «quattro amici al bar» di cui oggi nulla resta”."

mercoledì 8 febbraio 2017

VOTI DI SCAMBIO:STANGATA PER L'EX ASSESSORE LOMBARDO ZAMBETTI


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I calcoli si fanno da soli,50 Euro per 4000 voti comprati alla 'ndrangheta fanno 200 mila Euro,e per questo fatto accaduto nel 2010 per le elezioni regionali lombarde l'ex assessore alla casa del Pdl Domenico Zambetti,altro amicone di Formigoni e ora passato all'oblio da Berlusconi & co. viste le vicissitudini legali cominciate nell'ottobre 2012 col suo arresto,è stato condannato dal tribunale di Milano.
Una condanna pesante di tredici anni e mezzo,che certamente non saranno effettivi,in un processo che ripercorre una tranche delle infiltrazioni mafiose in Lombardia soprattutto legate alla 'ndrangheta che tanta strada ha fatto nel milanese e poi capillarmente in tutto il nord Italia nonostante le famosi esternazioni di Maroni,quello che la mafia al nord non esiste(madn la-mafia-non-esiste-in-lombardia ).
Condanne fino a sedici anni e mezzo come al referente di una cosca e 12 al fratello dell'ex sondaggista dell'ex premier puttaniere con qualche assoluzione,come scritto dal sito de Il fatto quotidiano(ndrangheta-lombardia )che riporta tutti gli imputati e la cronistoria dei fatti accaduti.

‘Ndrangheta in Lombardia, 13 anni e mezzo all’ex assessore Domenico Zambetti per voto di scambio.

I giudici hanno inflitto pene fino a 16 anni e mezzo di carcere. Assolto Alfredo Celeste, ex sindaco di Sedriano, il primo Comune del milanese sciolto per mafia. Inflitti 12 anni ad Ambrogio Crespi, fratello di Luigi, l'ex sondaggista di Berlusconi, e 16 anni e mezzo a Eugenio Costantino, referente della cosca Di Grillo-Mancuso.

Il Tribunale di Milano ha condannato l’ex assessore regionale lombardo Domenico Zambetti a 13 anni e mezzo con l’accusa di aver comprato quattromila voti alla ‘ndrangheta per le regionali del 2010. I giudici hanno inflitto pene fino a 16 anni e mezzo di carcere. Assolto Alfredo Celeste, ex sindaco di Sedriano, il primo Comune del milanese sciolto per mafia. Inflitti 12 anni ad Ambrogio Crespi, fratello di Luigi, l’ex sondaggista di Berlusconi, e 16 anni e mezzo a Eugenio Costantino, referente della cosca Di Grillo-Mancuso. Assolto il chirurgo Marco Scalambra, accusato di aver raccolto voti a favore di Celeste in vista delle comunali del 2009 perché il fatto non sussiste.
Il pm della Dda di Milano Giuseppe D’Amico, ora sostituito nel processo dal collega Paolo Storari, aveva chiesto dieci anni di reclusione per Zambetti, 17 anni per Costantino (con lui l’ex assessore, stando all’accusa, avrebbe stretto il “patto di scambio”), 8 anni e una multa di 4mila euro per Ciro Simonte, 6 anni e mezzo per il chirurgo Scalambra e 3 anni e mezzo per Celeste, insegnante di religione ed ec primo cittadino, e 6 anni per Crespi, quest’ultimo autore di un documentario proiettato anche al Festival del cinema di Venezia e dal titolo ‘Spes contra Spem’, che ha come protagonisti gli ergastolani del carcere milanese di Opera. “Non ho proprio un’idea di cosa sia la mafia, secondo me non esiste, proprio non esiste. Se io sono uno ‘ndranghetista, allora la mafia non esiste, è tutta un’invenzione”. ha detto Costantino, dopo la lettura della sentenza.
Durante la requisitoria, tenutasi per cinque udienze e conclusasi il 5 novembre 2015, l’accusa sostenne che un “grave patto di scambio politico-mafioso” stretto da “un esponente di spicco della Regione Lombardia”, Zambetti, con i presunti affiliati alla ‘ndrangheta Eugenio Costantino e Giuseppe D’Agostino, aveva “falsato il risultato di elezioni importanti come le Regionali del 2010″. Zambetti, all’epoca esponente del Pdl e assessore della giunta Formigoni, era stato arrestato con l’accusa di aver comprato un pacchetto di 4mila preferenze – decisivo per la sua elezione con 11.217 voti nelle Regionali 2010 – pagando 200mila euro a due colletti bianchi della ‘ndrangheta. Nella sua requisitoria, il pm aveva evidenziato la “completa disponibilità dell’assessore ad accontentare” una volta eletto “le richieste di Costantino e D’Agostino” e la “compromissione” tra un “esponente di spicco della Regione Lombardia e gruppi mafiosi”.
Prima che i giudici si ritirassero in camera di consiglio Celeste aveva fatto dichiarazioni spontanee: “Alle 4,45 del 9 ottobre 2012, il circo mediatico ha sostituito il processo, la moralità ha sostituito la legalità e la gogna ha preso il posto della garanzia”. Dichiarazioni “con un marchio che mi fa tremare le mani“. “Sono stato accusato di avere fatto promesse mai realizzate – ha detto Celeste – e mai, comunque, proferite dalla mia persona”. Inoltre ha ricordato di aver rifiutato, già negli anni ’80 come pubblico amministratore, “le scelte facili, allora molto diffuse. Ho detto dei no e li ho pagati cari”, con un altro processo da cui è uscito assolto.  Celeste era accusato di corruzione per avere favorito un imprenditore legato alle cosche. “Ringrazio i giudici per il loro coraggio – ha detto in lacrime Celeste che ora fa il professore di religione -. Per me è un grande giorno. A causa di questo processo era stato sciolto il Comune di Sedriano e oggi si dimostra che era uno scioglimento illegittimo. Oggi posso dire di avere denunciato il ministero dell’Interno per falso ideologico”.
Lo scorso 16 ottobre la Cassazione aveva confermato sette condanne, a pene comprese tra i 3 anni e i 14 anni e 8 mesi di carcere, per altrettanti imputati nel procedimento che, nell’ottobre del 2012, aveva portato in carcere, tra gli altri, proprio Zambetti. L’ex assessore lo scorso 30 gennaio è stato condannato a 3 anni e 4 mesi nell’ambito del processo sui contratti fantasma al Pirellone. Il Tribunale ha inflitto 3 anni e 8 mesi di reclusione all’ex consigliere lombardo del Pdl Angelo Giammario, 3 anni e 4 mesi per l’ex capogruppo Pdl in Regione Paolo Valentini e 2 anni e 4 mesi per Luca Daniel Ferrazzi, ex assessore lombardo all’Agricoltura e attualmente consigliere regionale della Lista Maroni. Le accuse, a vario titolo erano, truffa e falso e per fatti contestati tra il 2008 e il 2012.

IL DISGUSTO PER LA POLIZIA DI PARIGI

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Quello accaduto nei giorni scorsi in Francia nel quartiere periferico parigino della Rose-des-Vents ha dell'incredibile se non fosse che la violenza poliziesca nelle banlieue da due decenni è talmente giunta a punti di non ritorno che quello che accade difficilmente può essere recepito come veritiero dalla maggior parte della gente.
Controlli a tappeto ulteriormente aggravati dallo stato d'emergenza in vigore su tutto il territorio nazionale da più di un anno per il terrorismo,razzismo delle forze dell'ordine,diseguaglianza sociale che crea città ghetto da tenere ben distante dal salotto cittadino e tensioni sociali portate agli estremi fanno da cassa d'amplificazione che quasi a cadenza prefissata portano una città,o almeno la sua periferia,al centro del sciacallaggio mediatico francese ed internazionale.
Negli articoli di Infoaut(francia-ragazzo e conflitti-globali )l'aggressione ad un giovane ragazzo,nero,di quattro agenti che hanno massacrato il ventiduenne stuprandolo con un manganello per strada durante un controllo che di normale non ha nulla,e le reazioni della banlieue che da pacifica si è fatta violenta per le provocazioni poliziesche che mandano militari in assetto da guerra e che tagliano la corrente nelle zone calde facendo cadere interi isolati nel buio sopprimendo quindi sia l'illuminazione e pure i trasporti pubblici.

Francia: ragazzo picchiato e stuprato con un manganello durante un fermo di polizia.

La notizia risale ad una settimana fa, quando quattro agenti della polizia francese hanno fermato un ragazzo nel quartiere della Rose-des-Vents. Uno dei tanti controlli che avvengono ogni giorno e ogni ora in una Parigi che vive ormai uno stato d’emergenza permanente.
Una polizia che ha colto la palla al balzo per affermarsi come giocatore di punta nel reprimere qualsiasi tentativo di rompere proprio questo “stato emergenziale” che gli garantisce di operare come e dove vuole, in una condizione di totale tranquillità, sostenuta in pieno dal Governo Hollande; dove un fermo di polizia si può tranquillamente trasformare in una vera e propria sevizia nei confronti del malcapitato. 
In questo caso il giovane ventiduenne, Theo, fermato dagli agenti, è finito nell’ospedale di Aulnay con il volto tumefatto, lesioni al cranio e gravi ferite. Sin da subito agli occhi dei medici si è palesata la violenza subita durante il fermo, che non veniva riportata solo dalle sue parole ma da ciò che successivamente hanno constatato.
Il ragazzo, come denunciato anche dalla famiglia e dai verbali dei medici, ha riportato soprattutto “importanti lesioni che corrispondono chiaramente all’introduzione di un manganello di un agente nel retto del giovane” quindi “una ferita longitudinale profonda 10 cm nel canale anale e del retto inferiore e una sezione del muscolo sfintere.” Da qui la denuncia sporta dalla famiglia per le violenze subìte dal ragazzo.
A conferma delle parole, le immagini delle telecamere di videosorveglianza della polizia municipale, ma anche diverse testimonianze di semplici cittadini. I quattro agenti del settore specializzato Brigata di Aulnay-sous-Bois “hanno condotto palesemente un arresto violento” dicono i testimoni: “due poliziotti lo tenevano fermo e altri due lo colpivano ripetutamente, ad un certo punto un colpo di bastone telescopico, portato orizzontalmente ha trafitto i pantaloni del giovane”.
Presi in custodia dall’Ispettorato generale della polizia nazionale, i quattro agenti si trovano ora indagati per violenza volontaria, uno di loro per stupro. 
Sin da subito è arrivata la solidarietà nei confronti di Theo da parte degli abitanti della banlieue di Aulnay, che ha continuato nei giorni con cortei all’interno della banlieue: alcune auto sono state incendiate, il tutto muovendosi al grido di “Tout le monde déteste la Police”.
La risposta del Prefetto è stata chiedere di rafforzare i controlli, mentre il ministro dell’interno Bruno Le Roux ha disposto la sospensione temporanea dal servizio dei 4 e chiesto che si faccia piena luce sui fatti.
Certo è che quanto accaduto non è un episodio sporadico di violenza da parte della polizia. Sono ancora recenti le ferite che hanno subito le diverse centinaia di manifestanti che, nella scorsa primavera, hanno protestato contro le politiche sul lavoro stabilite dal Governo Hollande. Spesso e volentieri i manifestanti sono stati colpiti da lacrimogeni sparati ad altezza uomo, così come da pallottole di gomma e granate di disaccerchiamento.

Questo genere di violenza è sicuramente condiviso dagli Stati vicini come da quelli lontani. Inutile dire che questi rapporti di forza sono destinati a modificarsi e che la rabbia prodotta dalla violenza subita è sempre maggiore e destinata a prendersi il dovuto spazio di risposta.

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A Aulnay-Sous-Bois la polizia spara.

Riportiamo questa traduzione fatta da un compagno attualmente in Francia della ricostruzione di Nantes Revoltèè di quanto successo qualche giorno fa in Francia, con lo stupro poliziesco di Theo avvenuto nel contesto di una sempre maggiore militarizzazione dei territori, che nel recente passato ha portato ad altre pagine orrende come l'omicidio di Adama Traorè.
Una notizia che sarebbe dovuta essere LA notizia dei media di oggi: la polizia, nella notte fra il 6 e il 7 febbraio, spara proiettili veri contro gli abitanti di Aulnay-sous-Bois.
Il contesto:
Mentre monta la rabbia in seguito alla testimonianza di Théo, ragazzo 22enne stuprato in strada a colpi di manganello dai poliziotti che lo hanno fermato per un controllo, alcune madri del quartiere organizzano un presidio pacifico nel pomeriggio di lunedì 6 febbraio, qualche centinaio di persone vi partecipa tranquillamente.
Prontamente lo Stato decide di dispiegare contro i manifestanti plotoni di CRS (sbirri antisommossa), tutti ben intruppati, di passamontagna e fucile spara flash-ball (LBD) [quello che ha ferito e fatto perdere occhi ai manifestanti durante il movimento contro la Loi Travail per intenderci], che, “tranquillamente” invitano i manifestanti , prima di disperdere il presidio, a seguirli in commissariato.
Quando cala la notte il prefetto di Seine-Saint-Denis, sotto ordine diretto del ministro dell'Interno socialista, decide di versare benzina sul fuoco, mettendo in campo una provocazione inaudita: l'illuminazione pubblica di Aulnay viene tagliata e il quartiere rimane al buio; i bus vengono soppressi. Centinaia di poliziotti, muniti di fucili d'assalto HK G36 e fucili di precisione Tikka 3, tutti in dotazione nel quadro dello Stato d'Urgenza, ormai da 14 mesi in vigore in Francia, sono dispiegati e pattugliano il quartiere e nella penombra tengono sotto tiro un gran numero di giovani. Un elicottero sorvola la zona e illumina i palazzi. Il quartiere è letteralmente militarizzato. Aria di guerra.
In questo clima scoppiano sporadici scontri con i poliziotti, comunque di leggera intensità visto l'enorme spiegamento di forze dell'ordine. Dei cassonetti dell'immondizia sono dati alle fiamme, così come un fast food e alcune auto. I rivoltosi sono immediatamente sedati a colpi di granate assordanti. I passanti che filmano la polizia subiscono minacce fisiche. Non c'è praticamente alcun giornalista.
Alcuni abitanti segnalano di aver trovato veri proiettili sparati dalle armi in dotazione ai poliziotti. Vengono raccolti da terra numerose cartucce 9mm in acciaio, si parla di “spari in aria,e in direzione della folla”. Un giornalista indipendente di Tiranis News fotografa le munizioni ritrovate.
Oggi, martedì 7 febbraio, il sindacato Alliance e la prefettura confermano i colpi d'arma da fuoco. Vengono definiti “spari d'avvertimento”. Malgrado l'ingente dispiegamento di fdo, i proiettili di gomma, le granate, l'elicottero, dei poliziotti avrebbero avuto bisogni di estrarre la loro arma di servizio per disperdere qualche decina di rivoltosi?
In realtà, quello che è successo ieri a Aulnay-sous-Bois è un'ulteriore dimostrazione della militarizzazione messa in campo per il mantenimento dell'ordine. Da 20 anni, con le Flash-balls, poi i fucili LBD40, i poliziotti sono riabituati a sparare, a premere il grilletto contro la folla, a mirare verso le persone. Non è più un caso eccezionale. Migliaia di proiettili di gomma sono sparati ogni anno in Francia, ferendo e mutilando altrettante persone nelle periferie, durante le manifestazioni o fuori dagli stadi.
A Beaumont-sur-Oise quest'estate la polizia aveva già estratto i fucili d'assalto contro i rivoltosi senza però utilizzarli. A Aulnay lo Stato si assume la responsabilità di utilizzare armi da fuoco col pretesto di mantenere l'ordine. Ecco la quadratura del cerchio. E siamo sotto un governo socialista..
Nantes Revolteè

Fonti:

-Aulnay-sous-Bois:la prefettura conferma gli spari di veri proiettili come avvertimento

https://www.buzzfeed.com/davidperrotin/aulnay-sous-bois-la-prefecture-de-police-confirme-des-tirs-a?utm_term=.nfD6pL3zz

- Spari di veri proiettili da parte della polizia nella notte tra il 6 e il 7 febbraio

http://www.liberation.fr/direct/element/des-tirs-de-sommation-de-la-police-dans-la-nuit-de-lundi-a-mardi-a-aulnay-sous-bois_57608/

- Taranis News

http://taranis.news/2017/02/aulnay-sous-bois-nuit-demeute-et-probables-tirs-a-balles-reelles/

martedì 7 febbraio 2017

MUSLIM O TRUMP BAN?


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Torniamo a parlare di Donald Trump e della lunga serie di promesse fatte durante la campagna elettorale per le presidenziali e prontamente,almeno nelle intenzioni,mantenute o che sta cercando di portare a compimento.
Dopo la questione del muro sul confine messicano(madn il-muro-di-trump )ecco che un altro suo fermo cavallo di battaglia razzista,quello contro i musulmani di tutti gli stati(ops non tutti)e le provenienze e del loro divieto d'ingresso nel territorio statunitense.
Già cassato dalla Corte d'Appello e da un giudice di Seattle che ha proibito ciò che Trump voleva negare,visto che questo proposito va oltre tutte le carte dei diritti internazionali in quanto si fa differenze per il credo religioso,una cosa sancita dalla quasi totalità delle nazioni,il neopresidente s'infuria e dice che la colpa di prossimi accadimenti terroristici sarà solo colpa di questi giudici.
L'articolo preso la Left(ordine-legale-anti-islam )parla di questa decisione della Corte ma anche della possibilità dello stesso Presidente di poter scegliere elementi della Corte Suprema in una sorta di autoproclamata dittatura e di come tante aziende Usa non approvino il tentativo di Trump di mettere al bando i musulmani dall'Iraq,Iran,Somalia,Yemen,Libia,Sudan e Siria(forse quelli dell'Arabia Saudita finanziatori dell'Isis che Trump a parole dice di odiare tanto vanno bene).

Ordine anti-Islam: Trump furioso con i giudici. Tutti contro di lui.

di Martino Mazzonis
L’ordine esecutivo firmato da Donald Trump che impedisce l’ingresso ai cittadini di sette Paesi e che discrimina i musulmani rispetto ai cristiani rimarrà sospeso almeno fino alla giornata di oggi e continua a essere il centro dello scontro politico tra l’amministrazione repubblicana e il mondo.
Entro oggi infatti i due Stati che ne discutono la legittimità e la Casa Bianca dovranno produrre i loro argomenti legali di fronte a una corte d’appello. Prima gli uni e poi gli altri, in risposta agli argomenti dei primi. A quel punto la Corte deciderà se fissare un’udienza o proseguire nella sospensione dell’ordine, come già deciso al momento in cui gli è arrivata la richiesta di valutare l’ordine del giudice di Seattle che sospendeva la validità dell’ordine esecutivo. A seconda di cosa deciderà la Corte d’appello, Trump (o una delle 17 entità, tra Stati e associazioni che hanno contestato la legalità dell’ordine) porteranno il caso davanti alla Corte Suprema.
L’amministrazione ha reagito con rabbia alla decisione del giudice di Seattle e a quella della Corte d’Appello: Trump, come sempre su twitter, ha definito il giudice ha parlato di “cosiddetto giudice” e sostenuto che questi mette il Paese in pericolo e che se dovesse capitare qualcosa la colpa sarà del potere giudiziario. Non esattamente una risposta che rende giustizia all’equilibrio dei poteri previsto dalla costituzione americana.
Uno dei primi fronti di scontro politico parallelo a quello dell’ordine esecutivo è la nomina del giudice Gorsuch alla Corte Suprema. Visto il braccio di ferro in corso tra giudici e presidenza, il tema dell’indipendenza del potere giudiziario sarà al centro del dibattito sulla sua conferma: ritiene il giudice nominato che il presidente stia abusando degli ordini esecutivi? È pronto Gorusch a valutare in maniera indipendente questa modalità di governare? A differenza di casi in cui le domande poste al giudice nominato sono teoriche, qui ci si trova di fronte a un caso concreto che riguarda il presidente che ha scelto Gorusch. E che si è lasciato andare a insulti contro il potere giudiziario e le sue scelte che non sono abituali – un comunicato della casa Bianca, poi modificato, parlava di sentenza “scandalosa”.
Non è finita qui. Oltre alle manifestazioni di protesta che continuano in tutto il Paese, c’è un documento legale depositato presso la Corte d’appello che valuterà il caso firmato da 97 colossi dell’high tech, da Google a Facebook, da Apple a Uber, passando per Yelp, twitter, Mozilla. Manca solo Amazon – per ragioni oscure, visto che nemmeno Jeff Bezos sembra essere tenero con Trump. Queste compagnie hanno migliaia di dipendenti stranieri, sono forti anche grazia alla possibilità di reclutare il meglio che c’è al mondo e difendono un’idea che è un po’ parte del loro modo politically correct di presentarsi al mondo: multinazionali che rispettano le differenza di genere, religione, colore della pelle e che non discriminano. Resta il fatto che una mossa così unitaria da parte della Silicon valley è un brutto segnale per Trump.
L’ordine esecutivo è arrivato anche al Super Bowl che si è giocato a Houston e che, per la cronaca, i New England Patriots hanno vinto dopo una rimonta di 24 punti mai capitata prima nella finale annuale del football americano. Molti degli spot pubblicitari mandati in onda nell’intervallo alludevano direttamente alla scelta di Trump di discriminare le persone. AirBnB e Budweiser in maniera più diretta (lo spot della birra mostra la storia dell’immigrato tedesco, come la famiglia Trump, che ha fondato il marchio, con allusioni al viaggio dei rifugiati e al razzismo, mentre il portale di affitto stanze e appartamenti spiega “noi affittiamo a tutti”).
Ce n’è abbastanza per sapere che la scelta di emanare un ordine esecutivo così controverso e scritto male potrebbe rivelarsi un colossale errore. Aver distinto tra cristiani e musulmani, aver scelto alcuni Paesi e non altri e aver incluso (in un primo momento) anche i possessori di carta verde, sono tutte forzature dettate dall’ideologia. E potrebbero rivelarsi un boomerang. A meno che, come sostiene qualcuno, la decisione di alzare un polverone sul tema immigrazione dai Paesi islamici, non sia il frutto di una strategia di Steve Bannon, la mente di Trump, che potrebbe aver deciso di creare una controversia su una questione per far passare in secondo piano molte altre scelte fatte in queste ore. Mentre l’America si accapiglia attorno ai diritti di chi vive e lavora negli Usa, l’amministrazione Trump comincia infatti compie una serie di strappi in politica estera e comincia a demolire le regole imposte alle banche dopo la crisi finanziaria del 2008 – la legge Dodd-Frank. Un tema altrettanto cruciale e una scelta in totale contraddizione con la retorica anti poteri forti usata durante la campagna, che vedeva Hillary Clinton come la marionetta delle banche.

MA DAVVERO E' TUTTA COLPA DEGLI INSEGNANTI?


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Che da ciò che leggiamo quotidianamente sui social piuttosto che da quello che sentiamo dal più semplice discorso da bar o con i colleghi al lavoro finendo a quelli televisivi,l'ignoranza la sta facendo da padrona(madn ignoranti-e-felici )e se da un punto di vista staccare la spina possa dirsi lecito e anche ritemprante,c'è chi il collegamento neuronale col proprio cervello proprio non lo riesce a fare.
Nell'articolo preso da Left(non-sparate-sugli-insegnanti )e in questo suggerito di Contropiano(accademici-preoccupati )alcune riflessioni,proposte e ricerche di ogni sorta di causa ed effetto sulle dichiarazioni di docenti che puntualmente escono sulla stampa sullo stato pessimo della conoscenza della lingua italiana ed in maniera particolare di quella scritta.
Le colpe che vedono gli insegnanti elementari come causa principale di questo impoverimento lessicale sono pesanti e non sempre legittime,si punta l'indice contro persone e non contro un sistema che vuole la scuola un'azienda e non un luogo d'insegnamento con gli studenti visti come clienti(madn azienda-scuola).
Gli stessi docenti universitari che fanno parte della classe dirigente italiana e che spesso e volentieri poggiano il loro deretano sui banchi parlamentari,e che non protestano se gli ultimi governi hanno praticato tagli lineari alla scuola pubblica con i pochi finanziamenti erogati indirizzati verso l'istruzione privata-paritaria(esempi:madn cantiere-scuola e madn la-maturita-firmata-dal-regime ).
Se da un lato scrivere è diventato un hobby più che un motivo e strumento lavorativo e di comunicazione,non si può certo addossare la colpa ad una classe lavorativa che vive sempre sul chi va la,sul precariato salariale e sull'incertezza di non avere linee guida che cambiano quando i ministri vanno e vengono.
In questo sistema che non conosco direttamente la memoria a breve termine vale di più che su quella basata sul ragionamento del pensiero come insegnata ai miei tempi,non tantissimi ma comunque parecchi anni fa,con strumenti di applicazione degli insegnamenti basati sulla compilazione di quiz che sono la fossa per sviluppare meglio l'intelligenza che ognuno di noi,nel bene o nel male,possiede.

Non sparate sugli insegnanti: se gli studenti non sanno scrivere le cause sono molte.

di Donatella Coccoli
E' stata una domenica di passione quella di ieri per gli insegnanti italiani. Sono finiti sul banco d’accusa come non accadeva da molto tempo. Una sferzata di giustizialismo  ha attraversato tutti i media dopo l’appello “Contro il declino dell’italiano a scuola” lanciato dal Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità – questo il nome completo – sottoscritto poi da 600 docenti universitari. La sintesi è questa: “Gli studenti italiani arrivano all’università senza sapere né leggere e scrivere. Non sono capaci di fare discorsi secondo una logica compiuta, sono un branco di analfabeti”. Con l’ovvia conclusione implicita: colpa dei docenti, troppo lassisti, troppo accondiscendenti, troppo permissivi. In particolare nel testo della lettera rivolta alla ministra dell’Istruzione Fedeli, le critiche sono rivolte ai docenti del primo ciclo, in gran parte maestre. Si sollecitano quindi più attività nell’ambito della scrittura – dettato, riassunto, scrittura corsiva ecc. – che però sono già contenute nelle Indicazioni nazionali del 2012 e che forse gli estensori dell’appello non hanno letto.
Ma è davvero così giustificata questa impennata contro gli insegnanti?
Nel mare magnum dell’indignazione collettiva Massimo Cacciari, che pure anche lui aveva firmato l’appello, su Repubblica ha fatto notare che «la colpa non è tanto degli studenti né degli insegnanti ma di chi ha smantellato la scuola disorganizzandola». Ora, che il problema esista, è un fatto, dimostrato anche dalle statistiche Ocse che ci collocano sempre agli ultimi posti (in media, ma poi se vediamo nei dettagli, in certe regioni le cose vanno meglio). Ma forse il problema andrebbe analizzato nei dettagli e con più approfondimenti, senza sparare così, tout cort, sugli insegnanti che ormai è come sparare sulla Croce Rossa.
Va detto che la ribellione in rete è stata istantanea. Tantissimi i post di insegnanti che si sono sentiti trattati a dir poco come “delinquenti”, che distruggono le nuove generazioni. Che dire? È facile prendersela con gli insegnanti quando per decenni si è contribuito a delegittimare l’istruzione pubblica. Ma rimanendo ai fatti, vogliamo ricordare qualche tappa passata delle politiche scolastiche italiane? Così, tanto per rinfrescare la memoria. Otto miliardi (8) di euro di tagli sotto il duo Gelmini-Tremonti. Mai visto prima un simile disincentivo da parte dello Stato per la scuola pubblica. E questo mentre gli altri Paesi europei invece, pur nella crisi del 2008, hanno investito nell’istruzione. Ma prima ancora della mannaia tremontiana c’era stato il feeling del centrodestra per le tre i (Impresa, inglese e Internet), prima ancora la parificazione delle scuole private con quelle pubbliche (ahimè con il ministro ex comunista Luigi Berlinguer).
E poi, negli anni, a seguire, la riduzione delle ore di italiano nelle scuole medie e superiori, la scomparsa di certe materie come la storia dell’arte…
E poi non dimentichiamo cosa è arrivato dopo, con il governo di centrosinistra Renzi. Sissignori, è arrivata la Buona scuola, che non a caso è stata applaudita anche da Forza Italia perché ha completato l’opera gelminiana. Con un premier che alla lavagna spiegava le magnifiche sorti e progressive del preside manager e della scuola come azienda. Ma Renzi è solo l’ultimo protagonista di una storia che comincia da lontano. Un lungo cammino verso la delegittimazione della professione dell’insegnante, della riduzione della sua libertà d’insegnamento.
Esageriamo? Allora proviamo a scorrere una “giornata tipo” di un prof. Tra registri elettronici da riempire – così i genitori da casa possono seguire l’andamento scolastico dei figli e forse saranno meno aggressivi o forse non faranno ricorsi per le eventuali bocciature -, o le valutazioni Invalsi che fanno perdere tempo prezioso perché bisogna allenare gli studenti alle risposte standard per i quiz. E poi un’infinità di procedure burocratiche, tra Bes, Dsa, moduli per l’auto valutazione della scuola ecc. ecc. E poi cosa accade? Ti prendono altre ore di insegnamento, perché c’è l’alternanza scuola-lavoro – anche giusta ma forse da organizzare in un altro modo – e quindi, via, 200 ore nel triennio dei licei e 400 negli istituti tecnici. La scuola deve preparare al lavoro, la scuola non ha studenti ma clienti, dice il profeta della meritocrazia Roger Abravanel, molto in auge nel clima pre Buona scuola. Le competenze vengono ridotte, finalizzate all’unico scopo di imparare una professione. Con una miopia incredibile, perché è proprio in una situazione complessa come questa che stiamo vivendo che occorre un sapere complesso, come quello umanistico per esempio, da affiancare certo, a quello scientifico, per troppo tempo, questo è vero, vituperato in Italia. Come ha detto il filologo Luciano Canfora che ha firmato l’appello, bisognerebbe ritornare a studiare l’analisi logica e a tradurre dalle lingue, quelle antiche e quelle moderne per imparare a scrivere bene e anche a costruire un discorso con un minimo di logica. Qualche prof in rete si è lamentato anche per la novità contenuta in una delle deleghe della legge 107 che sono in esame nelle commissioni parlamentari. “Ma come? Adesso vogliono anche portare all’esame studenti con gravi insufficienze e poi ci accusano di non fare bene il nostro lavoro?”.
Che cosa sia la professione di insegnante lo spiega molto bene Franco Lorenzoni, il maestro di Giove (Terni) autore di un bel libro (I bambini pensano grande, Sellerio) che su Internazionale ha raccontato la sua avversità ai voti decimali alle scuole elementari. A un tipo di valutazione “fredda” che blinda il bambino in una gabbia da cui con difficoltà esce.
Sentite cosa scrive dell’essere insegnante: «Il nostro è un mestiere artigiano in cui dobbiamo avere la pazienza e il coraggio di mettere a punto gli strumenti del nostro operare ogni volta, perché ogni gruppo di bambini o ragazzi è un organismo complesso, composto da difficoltà e potenzialità sempre nuove, per affrontare le quali non ci sono ricette belle e pronte».
Contro l’abolizione dei voti decimali alla primaria si era schierato prontamente il Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. Ma cos’è il Gruppo di Firenze? Intanto è nato nel 2005, fondato da Andrea Ragazzini, Sergio Casprini, Giorgio Ragazzini e Valerio Vagnoli, un preside e tre insegnanti in pensione. Le loro attività si possono scorrere nel sito. Convegni, incontri, appelli, lettere aperte ai docenti e ai politici. Nel 2008 una lettera del Gruppo di Firenze sulla necessità di un partito trasversale sul merito e la responsabilità prima delle elezioni politiche viene letta dalla ministra Gelmini nella prima audizione alla Camera dichiarando poi di fare suo il contenuto. Nel corso degli anni i membri del Gruppo di Firenze hanno alternato una dura critica alle occupazioni degli studenti alla protesta contro gli schiamazzi notturni in città. Le iniziative del gruppo di Firenze hanno sempre trovato molta attenzione da parte dei presidi. Eppure, sono proprio i presidi i primi, sostengono molti insegnanti, a impedire una valutazione troppo severa degli studenti da parte dei prof. “Ma come mai tutte queste insufficienze?” si sentono dire in tanti ai consigli di classe. È ovvio, tante bocciature non fanno fare una bella figura alla scuola e ormai siamo in un clima di scuola-azienda, di mercato…
Insomma,è molto semplice scaricare la colpa sui prof, quando le responsabilità sono di un intero sistema. Lo sosteneva anche Tullio De Mauro: se la scuola italiana non va bene dipende anche dall’assenza di una cultura di base. Per questo il grande linguista da poco scomparso, sosteneva a spada tratta la necessità di un’educazione permanente per gli adulti. Il ragionamento era semplice: se in una famiglia non si legge un libro, non si sente mai parlare di cinema o di teatro, è difficile che uno studente possa colmare il gap culturale solo con la scuola. Ma dell’educazione degli adulti o della promozione della cultura o della semplice lettura i vari governi succedutisi negli anni se ne sono bellamente disinteressati. E forse a poco serve che la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli oggi su Repubblica lanci la proposta di «attivare uno studio vivo del suo pensiero didattico». Tullio De Mauro, per la cronaca, era uno strenuo oppositore della Buona scuola.

sabato 4 febbraio 2017

LE TANTE MORTI DI FEDERICO

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Quando parlo della vicenda di Federico Aldrovandi mi viene sempre una rabbia dentro che è difficile da spiegare,non osando nemmeno equipararla a quella che hanno provato o che provano ancora i sui familiari ed i suoi amici,e le vicende giudiziarie legate all'efferato assassinio del giovane ferrarese ammazzato dai quattro porci in divisa qui sopra in foto,lo continuano ad ammazzare più volte.
Nell'articolo preso da Infoaut(aldrovandi-indulto-amministrativo )l'ultima sentenza che prevede come atto finale l'ammenda di 128 Euro da pagare a testa per le merde in divisa responsabili del suo massacro e della sua morte,a fronte dei 467mila per danno erariale e d'immagine,una cifra che di certo non riporterà in vita nessuno e che non ha fatto scontare nemmeno una parte della condanna iniziale per i colpevoli.
Quattro sbirri col culo parato da tutti,dal ministero degli interni al sindacato di polizia(madn a-calci-in-faccia ),ad una certa informazione di servitori dello Stato a tutti coloro che non si sono pronunciati su questo abuso e che sono loro complici.
In un periodo in cui circolano parecchi giustizieri della notte,in cui ci si fa giustizia da se,non sono certamente giorni(e notti per l'appunto)in cui si possano fare sonni tranquilli.

Aldrovandi: indulto amministrativo ai 4 poliziotti assassini.

"Vittime del dovere”. Così sono stati definiti i quattro poliziotti responsabili della morte di Federico Aldrovandi.
Un modo per attenuare le responsabilità degli agenti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, riconosciuti colpevoli di omicidio colposo durante un controllo di polizia.
Quella a cui si è appellato e anche con successo l’avvocato dei quattro colpevoli è una legge che dà diritto a benefici agli appartenenti alle forze dell’ordine caduti o rimasti invalidi nella loro lotta alla criminalità organizzata o al terrorismo!
Per i quattro poliziotti, nel luglio 2013, la Procura aveva chiesto al Ministero un rimborso per “danno erariale e danno di immagine”, una rivalsa pari all’intera somma pagata alle parti civili dopo il processo di primo grado. Valeva a dire quasi due milioni di euro e quindi 467.000 euro a testa per i quattro responsabili.
In primo grado i quattro agenti erano stati condannati a risarcire lo Stato, ma solo di un terzo di quei 1.870.000 euro chiesti dall’accusa. E così, anziché 467.000 euro a testa, Enzo Pontani e Luca Pollastri, l’equipaggio di Alfa 3, il primo a intervenire in via Ippodromo e quindi il primo a ingaggiare la violenta colluttazione con il diciottenne, erano poi stati chiamati a risarcire 224.512,18 euro ciascuno. Monica Segatto e Paolo Forlani, l’equipaggio della seconda volante Alfa 2, invece erano stati chiamati a pagare 56.128,05 euro ciascuno.
Questa sentenza era andata in appello ed il ricorso era stato favorevole al punto che i poliziotti si erano visti ridurre ulteriormente la pena pecuniaria: 150mila euro complessivi, spartiti in 67mila a testa per Pontani e Pollastri e 16mila per Segatto e Forlani.
Il “maxi-sconto” è dovuto ad un’eccezione presentata dall’avvocato della Segatto, Eugenio Pini, che ha fatto ricorso all’articolo 1 commi 231 e seguenti della legge 266 del 2005, la cosiddetta “vittime del dovere”.
La normativa prevede “con riferimento alle sentenze di primo grado pronunciate nei giudizi di responsabilità dinanzi alla Corte dei Conti per fatti commessi antecedentemente alla data di entrata in vigore della presente legge, i soggetti nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di condanna possono chiedere alla competente sezione di appello, in sede di impugnazione, che il procedimento venga definito mediante il pagamento di una somma non inferiore al 10 per cento e non superiore al 20 per cento del danno quantificato nella sentenza. La sezione di appello, con decreto in Camera di Consiglio, sentito il procuratore competente, delibera in merito alla richiesta e, in caso di accoglimento, determina la somma dovuta in misura non superiore al 30 per cento del danno quantificato nella sentenza di primo grado, stabilendo il termine per il versamento. Il giudizio di appello si intende definito a decorrere dalla data di deposito della ricevuta di versamento presso la segreteria della sezione di appello”.
La sentenza dunque ha revocato anche il sequestro conservativo dei beni dei poliziotti e ha dichiarato inammissibile l’appello del procuratore generale della Corte dei Conti dell’Emilia-Romagna contro la sentenza.

Pertanto l’unica ammenda da scontare per i poliziotti che restano i responsabili della morte di un innocente, ammonta a 128 euro di giudizio.

LE POLIZZE DELLA DISCORDIA

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Non passa giorno senza che gli immacolati adepti del Movimento 5 stelle non parlino di complottismo e di accanimento mediatico,ma per un caso o due va bene,ma se gli altarini che parlando solo di Roma,lo voglio sottolineare,escono a cadenza quasi quotidiana,vuol proprio dire che i pasticci ed i problemi a relazionarsi con le altre forze politiche e con gli italiani sono veramente gravi,oltre che mandare alle ortiche la tanto decantata trasparenza e legalità(i fari della Raggi in campagna elettorale).
E non bastano gli appelli a destra e manca su social e televisioni di paventare stupore od incredulità alle notizie che fioccano e che fanno del Comune di Roma sempre più una barzelletta,che già non bastavano Alemanno e Marino per far ridere,o piangere che è più appropriato,non solo l'Italia.
Le grane della giunta Raggi(madn le-capitali-ditalia-senza-pace )non hanno termine e fanno un baffo a quelle che avevano portato alle dimissioni di Marino sfiduciato dal suo partito,e dopo aver trombato un candidato alle comunarie del 2016 per gli stessi motivi per cui è indagata la Raggi ha la faccia tosta di dire di non saperne niente su tutto e tutti,l'importante è che sia stato avvisato il capo setta Grillo(madn non-avrai-altro-dio-allinfuori-di-me ).
Gli articoli presi da Contropiano(roma-la-raggi-consapevole )e Left(la-polizza-di-romeo )parlano degli ultimi scandali dell giunta con Marra e Romeo che sono dei corrotti e degli approfittatori come in qualsiasi altro partito o movimento o lega(non proprio tutti)che si dica,che fanno polizze(il secondo)sulla vita come "investimento"(questa cosa me la devono spiegare:perche-le-polizze-vita-non-sono-il-tuo-miglior-investimento ),un poco come il caso Scajola con la casa al Colosseo"non so proprio chi me l´abbia pagata"(madn claudio-scajola )...ma intanto se lo sa Beppe nun c'è problema!

Roma. La Raggi, consapevole o “a sua insaputa”, sta facendo seri danni.

Nel quadro delle indagini sulle nomine dei dirigenti al Comune di Roma, la Procura ha interrogato ieri fino a tarda sera la Sindaca Virgina Raggi. Nelle maglie dell'indagine è emersa una nuova pagina anomala e fino ad ora sconosciuta: l’esistenza di una polizza assicurativa a nome della Raggi sulla vita di Salvatore Romeo, il funzionario comunale elevato a capo della segreteria politica della sindaca. Inizialmente il beneficiario della polizza indicato da Romeo non era Virginia Raggi ma un’altra persona (l'ex fidanzata, ndr). Nel gennaio del 2016 Romeo muta il beneficiario. Il soggetto che può incassare la somma accumulata diventa così Virginia Raggi, la quale di lì a poco si presenterà alle cosiddette “comunarie”, (le primarie online interne al M5S) per essere poi candidata alla carica di sindaco di Roma.
A febbraio Virginia Raggi si candida contro Marcello De Vito (allora capogruppo comunale del M5S) e lo batte, diventando così il candidato ufficiale del M5S a sindaco di Roma. Si è appreso che la Procura di Roma ha aperto un fascicolo anche sulla vicenda del presunto dossier che avrebbe contribuito a sconfiggere Marcello De Vito alle primarie del M5S nella corsa alla Campidoglio, spianando così la strada alla candidatura della Raggi a sindaco. Un episodio e una modalità decisamente inquietanti, soprattutto alla luce di quello che sta emergendo. Quattro mesi dopo infatti Virginia Raggi viene eletta sindaco sconfiggendo al ballottaggio Roberto Giachetti del Pd. Tre settimane dopo nomina il funzionario comunale Salvatore Romeo come capo della sua segreteria politica.
Con il nuovo incarico, la retribuzione di Romeo passa da 39 mila euro annui a 110mila euro. A quel punto l’Autorità Anticorruzione emette un parere che consiglia – ma non obbliga – il Comune di Roma, (come per altri casi) a fissare un tetto alla retribuzione del neodirigente. Dando seguito alla segnalazione dell'Anac, la Raggi riduce la retribuzione di Romeo da 110 mila a 93mila euro lordi, comunque una retribuzione due volte e mezzo superiore rispetto al precedente stipendio da dipendente comunale. Slavatore Romeo lascerà il suo incarico il 17 dicembre 2016 a seguito l’arresto dell’amico Raffaele Marra, finito in carcere con l’accusa di corruzione. Marra, insieme a Romeo, al fratello Michele e alla stessa Raggi, sono i soggetti di una chat privata denominata “Quattro amici al bar” abbondantemente monitorata e spiata dalla magistratura che comincia a indagare sulle nomine (e le dimissioni lampo) dei dirigenti comunali nella nuova amministrazione Raggi. Interrogata dai magistrati, la Raggi ha affermato di non sapere nulla della polizza assicurativa a suo nome e dunque che è stata accesa “a sua insaputa” (obiettivamente una linea difensiva che abbiamo già sentito in altre occasioni e da altri personaggi politici di potere).
Fin qui, se si va a vedere nel merito, materia di rilevanza penale ce n'è ancora poca (abuso d'ufficio e falso nel peggiore dei casi) e certamente non sufficiente a giustificare l'accanimento giustizialista e mediatico contro la Raggi di giornali espressione dei poteri forti come Corriere della Sera, La Repubblica e la Stampa. A questo si attengono anche le poche dichiarazioni ufficiali del M5S: "Per Roma non esiste nessun piano B. Il comportamento che Virginia Raggi e il MoVimento 5 Stelle devono tenere nel caso di vicende giudiziarie è esplicato nel codice etico e nel codice di comportamento che hanno firmato i portavoce eletti in consiglio comunale a Roma. Siamo vicini a Virginia in questo momento difficile e la giunta ha la nostra fiducia" si legge in un post del M5S pubblicato sul blog di Beppe Grillo.
Emerge invece una questione di rilevanza politica e morale che non attiene sicuramente – né deve farlo mai e per nessuno – ai tribunali.
Sembra ormai assodato che i “Quattro amici al bar” hanno agito come gruppo di pressione prima dentro il M5S riuscendo a far candidare la Raggi a sindaco, e poi hanno agito come gruppo di potere dentro la nuova amministrazione comunale orientando nomine di dirigenti ed elevando retribuzioni consistenti. Insomma un modello di comportamento apertamente in contrasto con le ragioni sociali su cui il M5S è nato ed ha incassato successi politici ed elettorali.

Torniamo a sottolineare come il mantra sull'onestà e sulla legalità sia fuorviante e contraddittorio. La prima perchè l'onestà non ha solo una valenza giudiziaria, la seconda perchè troppo spesso entra in contrasto con i princìpi di giustizia sociale. Infine e per emtrambi, perchè arrivare ad amministrare una grande, complessa, disuguale area metropolitana come Roma senza averne una visione politica a tutto campo, diventa una capitolazione o un suicidio.
Nel primo caso la pressione dei poteri forti sulla e nella Capitale (quel “mondo di sopra” tenuto tuttora al riparo dalle inchieste su Mafia Capitale), non ha esitato a giocare sporco per addomesticare o liquidare la nuova giunta comunale. Costruttori, affaristi, faccendieri, ma anche multinazionali straniere, vogliono mettere a profitto Roma in ogni aspetto della sua vita economica e sociale: dalle Olimpiadi allo Stadio di Tor di Valle, dai Piani di Zona ai Punti Verde Qualità, dal turismo di massa agli studios di Cinecittà, dalle privatizzazioni delle municipalizzate alla gestione dei grandi eventi.
Nel secondo caso perchè i “Quattro amici al bar” non si sono resi conto che il clima nelle amministrazioni pubbliche è cambiato e “monitorato”, per cui certe spregiudicatezze non passano più inosservate. Il problema è che la complicità reciproca e l'avventurismo di questo gruppo di “amici” sta facendo cuocere sulla graticola e compromette la credibilità del M5S come fattore di discontinuità rispetto alle amministrazioni del passato. Difficile credere che tutto possa andare avanti come se nulla fosse. Il tappo sulla pentola a pressione imposto da Grillo e Casaleggio o salta, consentendo un dibattito aperto nella e con la base del M5S, oppure può diventare una lapide.
I sondaggi possono anche confermare i consensi alla giunta Raggi tra i cittadini romani, soprattutto perchè le alternative del passato o quelle momentaneamente futuribili fanno ancora più schifo. Ma è una rendita di posizione che non può durare ancora a lungo. Soprattutto se a incalzare le contraddizioni della giunta comunale non saranno più o solo i poteri forti ma i movimenti sociali e sindacali metropolitani che su una visione alternativa di Roma hanno proposte da avanzare, gambe sociali per concretizzarle e nessuna intenzione di fare sconti a nessuno.
Per martedi prossimo, 7 febbraio, questi movimenti (Carovana delle Periferie, Decide Roma, Forum Salviamo il Paesaggio, Unione Sindacale di Base) hanno convocato una seconda assemblea popolare in Campidoglio. In quella precedente del 4 ottobre, il cerchio magico di Raggi, Marra, Romeo impose il veto alla partecipazione e al confronto. Ma il clima è cambiato e la posta in gioco su Roma ormai ha assunto una valenza tutta politica e sul piano nazionale.

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La polizza di Romeo inguaia Raggi e tutto il Movimento.

Luca Sappino
La vicenda è disarmante in ogni caso. Fosse vero che Raggi non sapeva niente della polizza sarebbe dimostrata ancora una volta, dopo il caso Marra, un’allarmante incapacità di scegliere i collaboratori, avendo dato le chiavi della propria segreteria a un assicuratore seriale dotato di così scarsa cultura istituzionale da non porsi neanche il problema dell’opportunità di certi investimenti.
Se invece quello di Romeo è un gesto che nasconde una relazione affettiva (l’aveva già fatto con una precedente fidanzata), grave è averlo promosso, triplicandogli lo stipendio, senza almeno render pubblico il legame, evidentemente più profondo della sola comune militanza.
Infine: se invece Raggi sapeva, ha acconsentito, taciuto e poi promosso (ringraziato), beh, non ci sarebbe chiarimento possibile – posto che un chiarimento sia possibile – e chiedendo le dimissioni del proprio sindaco, il Movimento dovrebbe aprire una seria riflessione sulla selezione della propria classe dirigente.
Sulla classe dirigente, sì, e non solo sui candidati, sugli eletti: perché i partiti (o movimenti, come vi pare!) sono organizzazioni che richiedono esperienze professionali, dirigenti interni per il loro funzionamento e dirigenti interni o di area per affrontare le diverse sfide amministrative o istituzionali. E se di gente strana (a volte simpaticamente strana), di ignoranti, di complottisti, di mitomani o anche di furbacchioni o disonesti – vedremo cos’è Romeo – ce ne è in tutti i partiti, se i tuoi finiscono così spesso ai vertici il problema non è solo di Virginia Raggi. Il problema è anche di Roberta Lombardi, per capirci, che denuncia da mesi il “raggio magico”; il problema è anche di quelli che – son sicuro – saranno prontissimi a scaricare Raggi per salvare il Movimento, quando e se sarà impossibile fare altrimenti.
Troppo facile.

venerdì 3 febbraio 2017

LE COLPE USA AL CERMIS

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Con un articolo del 2012 che,dietro l'immunità totale dei colpevoli coinvolti c'è una piena confessione di uno dei responsabili della strage del Cermis,si vuole ricordare il diciannovesimo anniversario della morte di venti persone presenti sulla funivia il cui cavo venne tranciato da un jet americano.
Nel pezzo sottostante preso da L'espresso(cermis-il-pilota-confessa )ecco le dichiarazioni del pilota che con scuse varie come guasti all'altimetro e carte topografiche errate,tenta invano di difendere se stesso e gli altri marines coinvolti di stanza alla base di Aviano.
Che nella loro ultima missione prima di tornare a casa per divertimento e per una bravata volarono rasenti al suolo senza la minima accortezza che infatti si tramutò nell'abbattimento del cavo della funivia che da Cavalese porta al monte Cermis(già teatro di un disastro vent'anni prima con 42 vittime).
Le convenzioni Nato e la sottomissione atavica dell'Italia nei confronti degli Stati Uniti portarono ad un nulla di fatto nelle inchieste e nel processo agli imputati estradati e giudicati negli Usa,in un incidente che è una strage provocata e non una tragedia che mai ha visto la parola giustizia.

Cermis, il pilota confessa.

Il 3 febbraio di 14 anni fa un aereo militare Usa spezzò il cavo di una funivia uccidendo 20 persone. Ora uno dei marine che erano ai comandi ammette che quel volo era una sorta di gita per divertirsi. E che subito prima dell'incidente stava facendo riprese panoramiche con la sua videocamera. In un nastro distrutto il giorno dopo.

di Gianluca Di Feo
Ridevano e filmavano le montagne, il «paesaggio splendido» del lago di Garda. Mentre il loro aereo violava le regole, volando troppo basso e troppo veloce, loro giravano un video ricordo delle Alpi: un souvenir per il pilota, all'ultima missione prima di tornare negli Stati Uniti. E poco dopo sono andati a tranciare la funivia del Cermis, uccidendo venti persone.

È questa l'agghiacciante ricostruzione del dramma di Cavalese, realizzata da un'inchiesta di National Geographic grazie alla testimonianza inedita dei protagonisti: gli investigatori americani che tentarono invano di far condannare i responsabili. E il navigatore dell'aereo assassino, che per la prima volta parla e descrive quel video turistico distrutto per impedire che si arrivasse alla verità: «Ho bruciato la cassetta. Non volevo che alla Cnn andasse in onda il mio sorriso e poi il sangue delle vittime».

Giustizia non c'è stata, sepolta dalla ragione di Stato. Di quei venti uomini, donne e ragazzi morti mentre andavano a sciare per una folle esercitazione bellica non è importato a nessuno. Le autorità americane non hanno fatto nulla per punire i responsabili del volo che il 3 febbraio 1998 ha tranciato la funivia di Cavalese facendo precipitare nel vuoto una cabina piena di sciatori. La loro unica preoccupazione era tenere alto l'onore dei Marines, a cui apparteneva l'equipaggio, e sopire le attenzioni italiane per evitare di perdere la base di Aviano. Ma che l'assoluzione del pilota sia una vergogna adesso lo dicono apertamente anche gli investigatori militari statunitensi che aprirono l'istuttoria, poi estromessi dal corpo militare più famoso del mondo: «Non c'è stata giustizia».

Il documentario di National Geographic, che andrà in onda il 31 gennaio alle 21.25 sul canale 403 di Sky, fa luce su tutti i punti oscuri della tragedia. E da forza a un sospetto: il jet volava così in basso per girare un video ricordo. Non c'era nessuna giustificazione operativa o tecnica che giustificasse la scelta di violare i limiti di quota e di velocità. A ricostruire la spedizione è un detective del Naval investigative criminal service: il reparto federale che indaga sui crimini della Marina statunitense reso celebre dalla serie televisiva Ncis. Fu Mark Fallon a scoprire quello che l'equipaggio aveva taciuto. Dopo l'atterraggio d'emergenza gli ufficiali consegnarono una piccola telecamera portatile con dentro un nastro vuoto. Perché portarla a bordo se non è stata usata? Tra i sedili, l'investigatore ha trovato un frammento di cellophane, parte della bustina che avvolge le videocassette vergini.

Solo sei mesi dopo la strage, i due tecnici di bordo - dietro la garanzia dell'immunità - hanno raccontato che al momento dell'atterraggio di emergenza i due ufficiali non hanno abbandonato subito l'aereo, nonostante perdesse fiotti di carburante. E allora comandante e navigatore hanno confessato di essere rimasti sul jet per sostituire il nastro girato durante il volo con una cassetta vergine. Il giorno dopo il documento è stato bruciato. Cosa conteneva? «Avevo ripreso le Alpi e il lago di Garda, filmando il comandante Richard Ashby. Poi l'ho rivolta verso di me e ho sorriso», ricorda l'ormai ex capitano Joseph Schweitzer: «L'ho fatto perché non volevo che alla Cnn si vedesse il mio sorriso e poi il sangue».

I responsabili hanno dichiarato che le riprese non hanno influenzato la condotta della missione letale: la quota troppo bassa dipendeva da un malfunzionamento dell'altimetro, l'apparecchio che indica l'altezza dal suolo. Ma il detective del Ncis Fallon, oggi anche lui in pensione, non gli crede: ha verificato che il sistema era a posto. E ha ripercorso il tragitto del velivolo, interrogando le persone che lo videro passare: nonostante spesso avessero notato i jet, mai avevano assistito a un volo così vicino al suolo. Ma a Fallon e il suo staff federale venne tolta la direzione dell'indagine, affidata a una commissione dei Marines incaricata di condurre un'istruttoria sotto segreto. Nella storia statunitense non era mai accaduto prima.

All'epoca, il disastro diventò subito un affare di Stato. In Italia il governo di centrosinistra guidato da Romano Prodi aveva preso un posizione formalmente dura. Ma gli accordi Nato impongono che i militari responsabili di crimini durante il servizio vengano processati nel loro paese. E il presidente Bill Clinton promise giustizia. Invece gli investigatori di professione come il team del Ncis furono prima affiancati e poi estromessi da una commissione dei Marines, «senza nessuna esperienza di inchieste». La paura che la reazione italiana portasse a chiudere la base di Aviano, fondamentale per controllare la Jugoslavia, fece saltare la segretazione. Ma una volta allontanate le attenzioni italiane, l'unica preoccupazione è stata tutelare gli aviatori americani, che stavano per affrontare il conflitto del Kosovo: l'unico della storia vinto con il solo uso delle forze aeree.

Un altro degli investigatori, anche lui un ufficiale statunitense oggi in pensione, analizza il comportamento dell'equipaggio: «Vengono addestrati a riconoscere la distanza a vista, è la prima regola per un pilota dei Marines. Non poteva compiere un errore del genere». L'inchiesta poi ha rivelato altri retroscena surreali: la funivia di Cavalese non era segnata sulle mappe usata dai militari statunitensi, che da almeno tre anni in quei cieli quasi tutti i giorni simulavano i raid da compiere sulla Bosnia. Quasi incredibile la spiegazione: «I responsabili della cartografia avevano ricevuto le informazioni sulla funivia ma l'aggiornamento era stato inavvertitamente rimosso».

Il risultato finale - a detta degli stessi investigatori statunitensi intervistati da History Channel - resta scandaloso: nel marzo 1999 il pilota Richard Ashby dell'aereo è stato assolto per la condotta del volo, nonostante sia stato provato che gli strumenti erano in funzione e si trovasse sotto la quota minima autorizzata. Due mesi dopo Ashby e Schweitzer sono stati degradati e rimossi del servizio per "l'intralcio alla giustizia" creato con la distruzione del video-ricordo.

Al solo Ashby è stata inflitta una condanna a sei mesi di carcere: dopo quattro è stato rilasciato per buona condotta. Ma la questione del video distrutto resta la chiave della verità. I due ufficiali cambiarono la cassetta prima di sapere di avere causato una strage. Furono informati del massacro solo dopo essere arrivati negli hangar. Cosa volevano nascondere? Spiega il detective Fallon: «A noi insegnano che se viene distrutta una prova, ciò dimostra la colpevolezza». L'ex capitano Schweitzer ricorda: «Quando ci hanno detto che avevamo ucciso così tante persone ho pianto come un bambino. Mi sono chiesto perché noi siamo vivi e loro sono morti». La stessa domanda rimasta ancora oggi senza risposta.

mercoledì 1 febbraio 2017

PRONTA UN'ACCUSA PER TRUMP?

Risultati immagini per trump impeachment
E' un'ipotesi che negli Usa sta prendendo sempre più piede quella di un possibile impeachment per il neo eletto presidente Donal Trump,e le accuse che giungono contro lui riguardano i suoi affari
internazionali come argomentazione più valida.
Seguono a questa di un palese conflitto d'interessi,il che non vuol dire che Trump sia corrotto,altri capi d'accusa come quello delle innumerevoli cause aperte e quella meno probabile della collusione con il governo russo con Putin che ne tira i fili.
L'articolo preso da Left(donald-trump-rischio-impeachment )spiega le varie tipologie di probabili imputazioni,supportate anche da raccolte firme,e i soli due casi in cui la Camera dei Rappresentanti abbiano ricordo a tale garanzia,Andrew Johnson nel 1868 e Bill Clinton nel 1999(un repubblicano ed un democratico),prevista per rimuovere chi sia stato sospettato di aver abusato del proprio potere.

Come mandare a casa Trump con l’impeachment.

di Giorgia Furlan
Si è insediato appena dieci giorni fa Donald Trump e già c’è chi spera (e scommette) sull’impeachment. Mentre in strada imperversavano le proteste contro i primi provvedimenti e le dichiarazioni razziste del presidente milionario, dalla marcia delle donne alle manifestazioni contro il bando dei musulmani dagli Usa, online è comparso ImpeachDonaldTrumpNow.org un portale web realizzato su iniziativa di Free Speech for People e RootsAction (entrambe associazioni della sinistra liberale) che ha raccolto ormai ben 500mila adesioni. Se l’obiettivo di ImpeachDonaldTRumpNow è dare corpo a un movimento civile, questa non è l’unica presenza in rete a puntare sull’impeachment di Trump, anche il sito di scommesse Paddy Power (non certo per una questione di civismo) valuta 4 a 1 la possibilità che il presidente appena insediato finisca sotto accusa entro i primi sei mesi.

Ma è davvero possibile che Donald Trump venga imputato?

Come funziona l’impeachment e in che casi potrebbe essere applicato?
L’impeachment è un particolare istituto giuridico stabilito dall’articolo 2, sezione 4 della Costituzione degli Stati Uniti che i padri fondatori avevano inserito come sistema giuridico di garanzia per rimuovere dall’incarico esponenti pubblici (Presidente, vice-Presidente e Ufficiali pubblici) sospettati di aver commesso un abuso nell’esercizio del loro potere. Funziona così: la Camera dei Rappresentanti è la promotrice del procedimento di impeachment contro un pubblico ufficiale, qualora questa valuti a maggioranza che ci siano i presupposti per un processo, la palla passa al Senato che ha il ruolo di giudice, per condannare l’accusato sarà necessaria la maggioranza dei due terzi dei presenti. Ad oggi solo due presidenti degli Stati Uniti hanno subito questo tipo procedimento: il repubblicano Andrew Johnson nel lontano 1868 e Bill Clinton nel 1999. Per Clinton l’imputazione era di Spergiuro, Bill era stato accusato infatti di aver mentito sulla sua relazione con Monica Lewinsky, all’epoca stagista alla Casa Bianca, e di aver esercitato pressioni e ostacolato la giustizia per occultare i fatti.

Perché Donald Trump potrebbe subire l’impeachment?

Secondo i movimenti per i diritti civili Free Speech for People e RootsAction, promotori della campagna web, il presidente Trump rifiutandosi di lasciare da parte i sui interessi commerciali è in una posizione di palese conflitto di interessi e violazione della “Foreign ” e della “Domestic Emoluments Clause” della Costituzione oltre che con lo Stock Act federale. Secondo le clausole sugli emolumenti sopra citate infatti un «persona che detiene una qualsiasi carica per il governo degli Stati Uniti» non dovrebbe accettare «alcun dono, stipendio, carica o titolo, o qualsiasi altro da governi di uno stato straniero». Anche se la causa per impeachment dunque è estremamente rara, interessi d’affari come quelli di Donald sono qualcosa che, prima della sua elezione, non avevano mai caratterizzato un presidente degli Stati Uniti e presentano, secondo gli esperti, non pochi punti critici che potrebbero portare alla messa in stato d’accusa di Trump. Donald infatti, grazie ai suoi affari internazionali, riceverebbe di fatto dei compensi personali ricavati da agenti e Stati stranieri, mentre svolge il ruolo di presidente degli Stati Uniti (qui un report che spiega bene di cosa si tratta). Mentre c’è chi sottolinea come il fatto che business men, leader stranieri ecc che soggiornano nelle proprietà di Trump, hotel e resort, costituiscano un enorme conflitto d’interessi per la presidenza (noi che abbiamo avuto Silvio Berlusconi al governo per anni capiamo bene di cosa si tratti), i legali del milionario si appellano al fatto che la parola “emolumenti” della Costituzione non va interpretata in un senso così ampio e che il fatto che Donald abbia degli interessi commerciali (e dei ricavi sostanziosi derivati da questi interessi) non implica necessariamente che sia corrotto o di parte nello svolgimento della sua funzione pubblica.
Ciò che è certo è che un caso del genere non si è mai verificato nella storia degli Stati Uniti e che il rischio è effettivamente elevato.
Ma il conflitto d’interessi non è l’unico capo d’accusa che potrebbe portare Trump ad un processo di impeachment, il nuovo presidente infatti ha varcato la soglia dello studio ovale portando con sé dozzine di cause aperte e anche questo lo rende estremamente vulnerabile.
Un altro motivo di messa in stato d’accusa potrebbe essere un’eventuale collusione con il governo russo, che vista l’amicizia che lo lega a Putin e l’ingerenza che avrebbero esercitato da Mosca sulle elezioni, secondo quanto riporta il Daily News potrebbe non essere un’ipotesi così remota.
Ora, avete materiale sufficiente per provare a scommettere e sperare che Trump lasci la Casa Bianca prima del prossimo muro o del prossimo ban contro una qualche altra minoranza.

LE RADICI PROFONDE DELL'ODIO


Risultati immagini per alexandre bissonnette
A Quebec City l'altra sera il terrorismo ha colpito nuovamente,quello dell'odio e del razzismo che ha due volti che ben s'intersecano e corrono parallelamente sui binari della violenza che anche se in forme e modalità differenti(ma non troppo)portano al risultato medesimo.
Perché se da un lato il giovane attentatore franco canadese che ha mietuto sei vittime ed otto morti nella moschea della comunità del Quebec era fan di Trump,Marine Le Pen e le forze armate israeliane,non è di certo peggio degli attentatori di Parigi o di Bruxelles.
L'odio ed il fanatismo religioso fomentato anche in Italia da personaggi quali Adinolfi e Salvini,di certo è un presupposto per armare menti già di per loro poco equipaggiate d'intelletto,così come accade nel mondo dell'islamismo estremista,e questa storia va avanti da una quindicina di secoli e ancora non si vede minimamente la parola fine nonostante appelli sia dall'una che dall'altra parte che ci dicono che siamo tutti uguali.
E che forse per questo ci odiamo in maniera identica.
Articolo preso da Left:e-adesso-dove-lo-rimpatriamo .

E adesso dove lo rimpatriamo il terrorista canadese?

Giulio Cavalli31 gennaio 2017
Quindi alla fine si scopre che Alexandre Bissonnette, lo studente franco-canadese che ieri ha ucciso sei persone in una moschea di Quebec City, inneggiava a Trump, Marine Le Pen e alle forze di difesa israeliane. Xenofobo, insomma, oltre che criminale, accecato dall’odio religioso e razziale contro i musulmani: un jihadista, ma al contrario.
E così basta semplicemente invertire l’ordine degli elementi per osservare ancora una volta l’inceppamento patetico e tragico di uno schema d’odio che non sa cosa dire sulla strage canadese: la moschea al posto della chiesa, i musulmani piuttosto che i cattolici frenano le dita espansive di chi cavalca i morti per qualche zero virgola in più alle prossime elezioni. La banalità della violenza è un moccioso che ha bisogno di un mondo che gli assomigli perché è incapace di leggerlo; così ai destrorsi non riesce nemmeno un tweet di solidarietà finta. I politici leoni, ieri, cinguettavano patetici di tutt’altro.
E dove lo rimpatriamo allora il terrorista canadese? Lo infiliamo nei pantaloni di quelli che sono in tournée ad esaltare la superiorità cristiana con il mazzo da poker in mezzo ai denti? Lo prestiamo a quel politico verde chiedendogli di “portarselo a casa sua”? Chiediamo aiuto all’ex editorialista (di cui nessuno ha mai letto gli editoriali) che si è convertito un paio di volte alla ricerca dell’integralismo perduto (e di un seggio in Parlamento)?
Oppure, semplicemente, alziamo lo sguardo dalle miserie dell’odio e ci interroghiamo sulla violenza liberandoci delle categorie umane di cui ci vorrebbero ingozzare. Nel suo bel libro Tesi sulla violenza Friedrich Hacker scriveva che la violenza è semplice ma le alternative alla violenza sono complesse. C’è tantissimo da fare, quindi. Sapendo, sempre citando Hacker, che “la violenza è il problema di cui ritiene d’essere la soluzione”.
Buon martedì.