martedì 12 luglio 2016

L'ANNUNCIATA STRAGE FERROVIARIA PUGLIESE

Sono molti i siti di informazione alternativa e di controinformazione che dopo la strage avvenuta in Puglia nella tratta ferroviaria tra Andria e Corato,tra le province di Bari e Bat,si trovano nella "scomoda" situazione di commentare un avvenimento che avevano previsto da tempo e che mai avrebbero voluto toccare.
Perché da anni siti come Contropiano(strage-ferroviaria-puglia )che si occupano di spiegare come davvero stanno le cose sanno che la Tav,le privatizzazioni e i tagli lineari ai servizi pubblici hanno in loro possibilità di devastanti tragedie umane e sociali come accaduto in tarda mattinata nel mezzo della campagna pugliese.
Per ora venti morti e decine di feriti anche gravi,appelli a medici e infermieri di recarsi negli ospedali della zona e anche ai cittadini per donare sangue in una corsa contro il tempo dove i tagli alla sanità pubblica hanno fatto fiorire società private di autoambulanze che per azzerare i costi e con questi i servizi hanno pochissimi mezzi a disposizione che affrontano decine di chilometri di distanza.
Ma la nota più negativa e vergognosa sono gli investimenti per il Tav a scapito di quelli per la sicurezza e il ricambio di vagoni ormai desueti che hanno guasti più giorni la settimana(vedi la Mantova-Cremona-Milano)e che portano poi a incidenti come quello odierno.
Perché è certo che si tratti di errore umano visto che la linea ha solamente un binario,e l'articolo dice come sia semplice poter fornire mezzi di sicurezza anche spendendo poco ma così non avviene grazie ad investimenti dirottati verso opere inutili e costose e privatizzando Ferrovie della Stato(questa tratta è gestita da Ferrovie Nord Barese).
Concludo allegando links che parlano in ordine del presidente Fs Moretti(ex sindacalista che si è cercato la poltroncina d'oro)e dell'altra strage di Viareggio,dell'inutilità della Tav e delle privatizzazioni italiane(madn morettiil-suo-stipendio-e-il-ricordo-di.viareggio - madn velocita-eccessive-inutili - madn lo-stato-e-i-conti-pubblici-dei-comuni ).

Strage ferroviaria in Puglia,tra investimenti mancati e tagli alla sanità.

di Redazione Contropiano.
Una strage. Come altre che le Ferrovie dello Stato ormai quasi completamente privatizzate non smettono di produrre.
Un numero al momento imprecisato di morti – almeno 20 – e feriti (siamo già oltre i 35), tra gli olivi della Puglia, in un tratto a binario unico tra Andria e Corato, al confine tra la provincia di Bari e quella di Bat (Barletta-Andria-Trani, un’invenzione dei tempi che avere un provincia portava prestigio e poltrone).
Uno scontro frontale tra due treni locali, poco dopo le undici di stamattina, appartenenti alle Ferrovie Nord Barese (il risultato di una recente privatizzazione), su uno dei tanti tratti in “cantierizzazione” per arrivare ad avere il doppio binario. Un treno per pendolari e studenti universitari, fortunatamente senza gli studenti liceali, perché l’anno scolastico è terminato da poco.
Lo scontro, ripetiamo, è avvenuto in aperta campagna ed è giustificabile soltanto con la mancata accensione del segnale di blocco in una delle due stazioni da cui provenivano i treni. Le prime ricostruzioni “aziendali” parlano – come sempre di “errore umano”, tacendo vergognosamente delle ragioni per cui un errore umano può prodursi in determinate condizioni. Parliamo infatti di un sistema di trasporto su rotaia, dunque con percorso obbligato, su cui possono essere installate tecnologie e sensori a costi ormai bassissimi. Ma non lo si fa, per “risparmiare” sui costi.
Al contrario, da oltre venti anni Fs (già sotto la gestione “privatizzante” di Mauro Moretti, ex segretario della Filt Cgil traslocato quasi in una notte da quella carica a quella di amministratore delegato della Rete Ferroviaria Italiana, poi asceso alla carica di amministratore delegato di Fs e ora nello stesso ruolo in Finmeccanica-Leonardo) l’azienda ha imposto il ritorno all’”agente unico”, ovvero a un solo macchinista per treno, con il solo ausilio dell’”uomo morto”, un vecchio meccanismo a pedale che costringe il macchinista a distribuire la sua concentrazione tra la guida del treno e il pedale da premere ogni tot secondi. In queste condizioni di lavoro “l’errore” diventa statisticamente inevitabile. Basta moltiplicare le ore di guida di “macchinisti soli”, contrattualmente fissate ma con straordinario obbligato, per il numero di tratte a binario altrettanto unico. Ci si aggiunga una giornata torrida, a oltre 40 gradi all’ombra, è si vedrà che queste probabilità crescono esponenzialmente. Quando basterebbero pochi sensori per bloccare automaticamente la marcia dei treni molto prima di ogni possibile impatto.
Ma la stessa logica è stata applicata alla sanità, quindi al sistema dei pronto soccorso e dei servizi di autoambulanza, quasi completamente privatizzato. Qui la politica dei tagli alla spesa pubblica ha rarefatto i punti di assistenza sanitaria, il personale disponibile per i soccorsi e contemporaneamente allungato i percorsi che le autoambulanze – in numero minore – debbono coprire.
Come segnala la rivista dei ferrovieri “Ancora in Marcia!”:
Non sappiamo al momento quali sistemi di circolazione e distanziamento dei treni siano in uso su questa linea, sulla quale il controllo e la vigilanza è svolto direttamente dal Ministero dei trasporti, come per altre linee ferroviarie ‘secondarie’ definite correntemente “ex concesse”.

lunedì 11 luglio 2016

LA SPAGNA APPLICA LE SENTENZE DI STRASBURGO?


Una sentenza che dopo anni dal pronunciamento della Corte europea per i diritti umani di Strasburgo(madn dottrina-parotnograzielo-dice-leuropa ) sulle torture praticate dalla Spagna nei confronti dei prigionieri politici baschi,può aprire una nuova stagione di annullamento di processi dove non siano stati presi in attenzione per l'appunto le denunce degli indagati che abbiano subito violenze fisiche e psicologiche.
Questo è accaduto lo scorso mese all'Audiencia Nacional di Madrid dove è stata annullata una condanna a quindici anni al membro del'Eta Iñigo Zapirain Romano proprio perché non si è tenuto conto della sua denuncia:comunque è bene non esultare troppo in quanto lo stesso imputato è stato condannato in maniera definitiva assieme ad altri compagni dello stesso commando per centinaia di anni di carcere(in Spagna non esiste l'ergastolo ma è solo un dettaglio).
Articolo di contropiano .

Annullata condanna a membro dell'Eta,tribunale non indagò su torture.

di Redazione Contropiano.
Lo scorso 14 giugno il Tribunale Supremo di Madrid ha annullato una delle condanne inflitte al militante dell’ETA (“Paesi Baschi e Libertà”) Iñigo Zapirain Romano  perché il tribunale speciale antiterrorismo, l’Audiencia Nacional, non ha svolto indagini sulle denunce di tortura da parte dell’imputato. La sentenza presuppone una novità assoluta nella tradizione giuridica spagnola ammettendo per la prima volta esplicitamente le raccomandazioni del Tribunale Europeo dei Diritti Umani sull’obbligatorietà delle indagini sulla tortura come disposto dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani e dalla Convenzione sulla Prevenzione della Tortura.
L’organo supremo della magistratura ha così annullato la sentenza di condanna a 15 anni di carcere per Iñigo Zapirain Romano, ritenuto colpevole dall’Audiencia Nacional di Madrid di aver collocato un ordigno esplosivo vicino agli uffici dell’Inem in un quartiere di Bilbao nel 2006. Ora quindi il tribunale speciale antiterrorismo dovrà rifare il processo, nel quale sono stati condannati per lo stesso attentato anche due componenti dello stesso commando dell’ETA, Beatriz Etxebarria Caballero (‘Kot’) e Saioa Sánchez Iturregui (‘Hintza’).
A dettare la sentenza – che non è stata ancora resa pubblica ma i cui contenuti sono stati anticipati dal quotidiano spagnolo Publico – è stato il giudice del Tribunale Supremo Joaquín Jiménez García, che per ben 18 anni, proprio durante gli anni più duri dello scontro tra Stato e guerriglia basca negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, ha esercitato a Donostia e Bilbao.
La sentenza annullata fu emessa l’11 dicembre del 2015 dai magistrati Concepción Espejel, Julio de Diego e José Ricardo de Prada che negarono la richiesta della difesa di Zapirain (con l’eccezione del terzo giudice) di ammettere la perizia di due psicologi sulle conseguenze delle torture inflitte quattro anni prima, al momento dell’arresto, da parte della polizia al detenuto.
L’arresto di Zapirain e della sua compagna Beatriz Etxebarria Caballero avvenne infatti il 1 marzo del 2011 a Bilbao. Il caso fu oggetto di una sentenza specifica da parte del Tribunale Europeo dei Diritti Umani (risalente al 7 ottobre del 2014) che intervenne dopo che i due militanti dell’ETA denunciarono di essere torturati e le loro denunce furono archiviate. Nella sentenza il Tribunale Europeo non arriva ad affermare che nel caso specifico ci fossero prove inoppugnabili di torture inflitte ai due detenuti, ma evidenzia che i tribunali spagnoli sistematicamente ignorano le denunce in merito da parte dei prigionieri politici.
Iñigo Zapirain, insieme a Beatriz Etxebarria e a Daniel Pastor Alonso, erano membri del Commando Otazua e sono stati già condannati a 485 anni di carcere per l’omicidio del brigadiere Luis Conde nel 2008; ad altri 3.860 anni di carcere ciascuno per l’attentato contro il quartier generale di Burgos della polizia del 2009 e ad altri 45 anni per l’assassinio dell’agente di polizia Eduardo Puelles.
Ma la decisione del Tribunale Supremo del mese scorso stabilisce un importante precedente in materia giuridica. Lo Stato Spagnolo è stato condannato ben otto volte per la violazione degli obblighi internazionali che prevedono una indagine in presenza di una denuncia per torture. Sette di queste condanne si riferiscono ad altrettanti militanti baschi arrestati e posti in stato di ‘incomunicaciòn’ (isolamento assoluto fino a cinque giorni, periodo in cui le forze di sicurezza possono praticare impunemente gli abusi nei confronti dei prigionieri), tra questi l’ex direttore del quotidiano basco Egunkaria, Martxelo Otamendi. L’ultima sentenza da parte del Tribunale Europeo dei Diritti Umani contro Madrid risale allo scorso 31 maggio quando lo Stato Spagnolo è stato condannato per non aver indagato sulle torture denunciate da Xabier Beortegi, arrestato nel 2011 nell’ambito di una retata contro militanti della sinistra indipendentista basca.
Anche il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha condannato la Spagna, nel 2013, per l’assenza di una indagine completa, esaustiva e imparziale sulla denuncia realizzata da Maria Cruz Achabal Puertas, e l’anno precedente da Orkatz Gallastegi Sodupe.

domenica 10 luglio 2016

UNIONI E DIVISIONI TRA POLONIA E UCRAINA


Nel mezzo del vertice Nato che si tiene i questi giorni a Varsavia e che tenta di avvicinare le ex nazioni sotto l'egida comunista negli scorsi decenni facendone basi sempre più attive per gli interessi Usa,c'è stato un episodio che ha fatto venire qualche dubbio visto la vicinanza dell'elettorato che ultimamente sta contraddistinguendo la Polonia e l'Ucraina.
Entrambe guidate da governi nazionalisti di destra,con l'Ucraina che ha una forte deriva neonazista che ha fatto sì che la presenza della propria delegazione non sia stata accolta con un caloroso benvenuto per dei fatti legati all'ultimo conflitto mondiale.
Infatti il governo polacco sta facendo pressioni per far sì che la data dell'undici luglio sia eletta a giornata della ricorrenza del genocidio compiuto dalle truppe nazista ucraine che con le azioni di Roman Šuchevič e soprattutto di Stepan Bandera,un eroe in patria,che assieme all'altro sterminarono in un solo giorno centomila persone(vedi:madn brutta-gente-al-governo-in-ucraina ).
E mentre in patria a Kiev Poroshenko(madn poroshenko-affama-i-suoi-sudditi )continua a celebrare la figura di Bandera capo della divisione Ss Galizien, responsabile dell'eccidio di centinaia di migliaia di persone e della deportazione di un numero equivalente di ebrei,comunisti e zingari verso i campi di sterminio nazisti,voleva in Polonia deporre una corona proprio sul luogo dell'eccidio di cui sopra.
Questo non è andato proprio giù alla Sejm,la camera bassa del Parlamento polacco,che nonostante la sua maggioranza che tende pesantemente a destra ha impedito questo gesto del leader ucraino in una sorta di ipocrisia politico sociale di un paese che non ha ancora chiuso i conti col suo tragico passato.
Articolo di Contropiano:contropiano.org .

Lo schiaffo dei nazionalisti polacchi ai neonazisti ucraini.

di Marco Santopadre.
Ieri, nel giorno stesso dell’apertura del vertice Nato in Polonia, Varsavia ha dato a modo suo il benvenuto all’ospite che, mentre alla vigilia si pavoneggiava con un “non sarà l’Ucraina a sperare in un aiuto della Nato, bensì la Nato potrà contare sull’aiuto ucraino”, oggi siede sulle panche degli invitati appena appena sopportati: il senato polacco ha definito “genocidio” i massacri dei polacchi di Volynija, sterminati dai  filonazisti ucraini di OUN-UPA nel 1943-1944 e ha invitato la Sejm, la camera bassa, a stabilire l’11 luglio quale ricorrenza nazionale in ricordo delle “vittime del genocidio”. L’11 luglio del 1943 rappresentò infatti il culmine della campagna di sterminio condotta dai nazionalisti ucraini: quel giorno, reparti di OUN-UPA di Stepan Bandera e Roman Šuchevič attaccarono contemporaneamente circa 100 villaggi polacchi, provocando oltre centomila vittime, in gran parte donne, bambini e vecchi. Nel 2013, in occasione del settantesimo anniversario della carneficina, la Sejm, pur con una maggioranza destro-nazionalista, aveva adottato una risoluzione che definiva quei fatti “pulizia etnica con elementi di genocidio”.
Nel 2015, la Rada ucraina riconosceva l’attività di OUN-UPA come “lotta per l’indipendenza ucraina”, istituiva le feste nazionali del 1 gennaio e del 14 ottobre: data di nascita di Stepan Bandera e della formazione dell’UPA.
Da parte sua, l’allegro Petro, non si capisce se per celia o perché ne fosse davvero convinto, aveva espresso la volontà, già che era in Polonia, di andare a deporre una corona al monumento che ricorda le vittime di quei massacri. Al momento, le agenzie non danno però notizia se Petro si sia davvero deciso al passo. Si sa invece che a Varsavia, il 7 luglio, si era tenuto un corteo, durante il quale i manifestanti avevano proclamato che “qualsiasi culto di Stepan Bandera e dell’UPA è uno sputo in faccia ai polacchi”. Questo, nel momento in cui il consiglio municipale di Kiev decideva di rinominare la Prospettiva Moskovskaja in Prospettiva Bandera.
Chissà se il burlesco Petro troverà mai il coraggio di andare a deporre una corona di fiori in omaggio alle diecimila vittime fatte nel Donbass dalle truppe ucraine e da quei battaglioni neonazisti che, di Stepan Bandera e della “Divisione SS Galizia” si ostentano eredi. Proprio oggi l’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs dell’ONU ha reso noto che, lo scorso mese di giugno, nel Donbass si è registrato il tragico record di vittime civili dall’agosto 2015 a oggi: 12 morti e 57 feriti in un solo mese. Un record purtroppo al ribasso, dal momento che, secondo Il Centro per i diritti umani della DNR, solamente tra il 2 e l’8 luglio, le artiglierie ucraine ha fatto 17 morti e 12 feriti, tra vittime civili e militari.
FP

sabato 9 luglio 2016

RAZZISMO ITALIANO E STATUNITENSE

Negli ultimi giorni due grossi problemi mai risolti sono riemersi prepotentemente all'attenzione dell'opinione pubblica,con interventi giornalistici talvolta indirizzati e manipolati,e che fanno capo ad un unico imputato:il razzismo che imperversa negli Usa e in Italia.
Partendo da casa nostra con l'articolo di Contropiano(contropiano.org )che aggiunge nuovi tasselli vergognosi alla vicenda di Emmanuel Chidi Namdi ammazzato da un fascista a Fermo:si è giunti ad un livello di allerta massimo in Italia per via di numerosi episodi di razzismo compiuto da imbecilli visto che se un razzista non dev'essere per forza un fascista quest'ultimo lo è sicuramente.
Il bestione ignorante oltre che avere avuto indosso una maglietta del gruppo di Iannone(merda a capo di Caga Povnd)durante l'omicidio,che è un dettaglio,dalle interviste a conoscenti,amici e fratello risultava solito gettare noccioline verso i migranti perché "allegrone".
Virando negli Usa le uccisioni di due afroamericani senza apparenti motivi di emergenza avvenuti da parte della polizia(si parla anche di un ultimo caso a Houston)pongono nuovamente un tema che la guerra civile prima e la soppressione delle leggi razziali avvenute non molto tempo fa non hanno mai cancellato dall'indole di molti statunitensi bianchi.
E la reazione avvenuta a Dallas con l'uccisione di cinque poliziotti offre benzina sul fuoco di una guerra razziale che se dovesse esplodere manderebbe gli Usa a gambe all'aria,in un clima sempre più teso e difficile da gestire(articolo di Infoaut:www.infoaut.org ).

L'orrore del razzismo omicida.

di Maurizio Disoteo
Da due giorni non sto bene in questa Italia ipocrita e razzista. Ma mi sforzerò di essere razionale. Sono profondamente turbato dall’omicidio di Emmanuel Chidi Namdi, nigeriano sfuggito con la moglie alla distruzione del suo paese dal terrorismo di Boko Haram, che gli aveva ucciso una figlia. Attraverso un percorso terribile, dalla Nigeria alla Libia all’Italia, segnato da violenze e sofferenze gravissime, che avevano causato anche un aborto spontaneo alla sua compagna, questo uomo era arrivato in Italia, dove da qualche tempo sperava di costruirsi una vita più serena.
Ma così non è stato, perché la sua vita è stata stroncata dal pestaggio di un (o due, ma non si capisce) fascista di Casa Pound o di Forza Nuova o tutte e due, cosa importa.
Il primo lancio della democratica quanto governativa Repubblica è stato che un nigeriano era stato ucciso da un ultrà della Fermana. Tutti sanno che il 90% di questi tifosi appartiene a gruppi dell’estrema destra, in più l’omicida è ben noto a Fermo per le sue provocazioni politiche violente. Dunque perché tacere su questo aspetto, limitandone la figura a quella di un tifoso un po’ troppo esuberante?
Una domanda altrettanto inquietante è quella che riguarda le indagini. Nonostante si sapesse da subito chi era l’omicida, costui è stato lasciato a piede libero per due giorni, dandogli la possibilità di inquinare le prove e di costruire versioni dei fatti a lui compiacenti, che stanno già trovando credito sulla stampa. Che poi l’omicida si giustifichi dicendo che avrebbe ucciso Emmanuel perché pensava che stesse rubando un’automobile è grottesco e comunque al di fuori di ogni spiegazione legale poiché qualunque cittadino che assiste a un reato dovrebbe semmai informarne la polizia e non praticare direttamente la pena di morte, tra l’altro per un delitto così poco importante.
Ma Emmanuel non stava rubando un’automobile. E forse proprio in questo vigliacco tentativo di difesa sta molto della politica che viviamo in Italia: gli stranieri, soprattutto se di carnagione scura, sono potenziali delinquenti. Una visione, quest’ultima, alimentata d a anni da molti politici.
Non è un caso che l’avvocato del delinquente che ha ucciso Emmanuel abbia tentato di giustificarlo dicendo che l’epiteto di “scimmia” rivolto a sua moglie, che è stato la causa della reazione di Emmanuel verso il suo giustiziere, viene usato correntemente dai politici e quindi un ragazzo di scarsa cultura può credere non sia così insultante. E’ paradossale, ma sono d’accordo con quell’avvocato, poiché da anni, in effetti, abbiamo in Italia personaggi politici che si esprimono in questo modo rozzo e barbaro verso qualunque straniero del sud del mondo viva, anche legalmente, nel nostro paese. A parte il fatto che il “ragazzo” in questione ha quasi 40 anni, resta che il linguaggio, ma soprattutto la politica di tali personaggi ha promosso il razzismo a normale pratica politica. Uno straniero non ha gli stessi diritti di un italiano, gli immigrati sono potenzialmente tutti ladri, dobbiamo usare la “reciprocità”, termine ignobile che ha portato qualche delinquente ad aggredire dei pacifici venditori di fiori bengalesi sul lungomare di San Benedetto del Tronto in seguito all’attentato di Dacca.
I politici di cui parlo sono coloro che, durante il dibattito al Senato, hanno minimizzato l’assassinio di Emmanuel dicendo che “non si sa ancora” cosa sia successo oppure hanno ricordato ipocritamente che anche degli stranieri hanno ucciso degli italiani. Sono semplicemente logiche giustificazioniste di un assassinio a freddo.
Povero questo paese che ha dimenticato i tempi in cui, in altri paesi, quando noi eravamo migranti, si vedeva scritto sui locali pubblici “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Ma la memoria, in Italia sembra essere sparita. 

---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

USA. 5 agenti uccisi a Dallas dopo gli ultimi omicidi di afroamericani da parte della polizia 

E' successo ieri a Dallas, Texas, in occasione di una partecipata marcia di protesta, scortata da più di cento agenti. La marcia veniva convocata dopo gli ennesimi omicidi di afroamericani da parte della polizia degli scorsi giorni, in particolare quello di Alton Sterling in Louisiana il 5 luglio e di Philando Castile in Minnesota. Al termine del corteo di Dallas, verso le 21, (4 del mattino di venerdì in Italia), alcuni cecchini hanno aperto dall'alto il fuoco sulla polizia, uccidendo cinque agenti e ferendone almeno altri dieci. L'intervento delle squadre SWAT ha portato al fermo di una donna e di altre due persone sospettate di aver partecipato alla sparatoria, con una quarta sembra ci siano delle trattative in corso. Un sospettato è stato fermato e in seguito rilasciato.
I recenti omicidi di afroamericani da parte della polizia hanno destato particolare rabbia nella comunità nera americana. Un'ondata di proteste si è sollevata nelle ultime ore. Ad Oakland una manifestazione ha portato al blocco dell'autostrada. L'uccisione non giustificata di Sterling e Castile ha nuovamente sollevato la sistematicità degli omicidi nei confronti della comunità nera da parte della polizia. In particolare, l'omicidio di Castile, ha avuto particolare Eco perché la sua compagna ha trasmesso live su facebook l'agonia di Philando appena colpito dalla polizia dopo un normale controllo in auto. Philando stava estraendo i documenti dal portafoglio come richiesto dall'agente.

venerdì 8 luglio 2016

LO SFRUTTAMENTO DEL LAVORO IN BANGLADESH

L'articolo odierno parla soprattutto dello sfruttamento del lavoro che quotidianamente viene compiuto nel Bangladesh anche se la scintilla del proponimento dell'articolo di Contropiano(contropiano.org )è uno dei primi agganci che mi è scattato in mente dopo la strage compiuta dai miliziani Isis a Dacca nei giorni scorsi.
Naturalmente il primo è stato quello di rabbia e di sdegno nei confronti di questi assassini che usano la religione per proporre la loro ideologia fuori di senno,un assalto durante una cena tranquilla in un ristorante a pochi passi dall'ambasciata italiana che ha fatto tra gli altri nove vittime italiane tutte legate al mondo dell'industria tessile.
Dopo questo cappello ecco il ricordo della più grande strage mai avvenuta nell'industria tessile e che ha avuto come causa un cedimento strutturale accidentale della storia moderna:il 24 aprile del 2013 sempre a Dacca crollò l'edificio commerciale Rana Plaza di Savar(un distretto della capitale bengalese)provocando 1129 vittime.
Da sempre il Bangladesh è una delle mete preferite di industriali di ogni dove e di ogni grandezza per produrre a prezzi stracciati capi d'abbigliamento di varie marche sfruttando il lavoro anche minorile per pochi Euro al mese in un regime di schiavitù.
Che è lo stesso che si praticava nel palazzo crollato nel 2013 e che vide sotto accusa marchi tra i più noti al mondo,molti italiani naturalmente:le reazioni furono di sconcerto anche se tutte le aziende implicate giocarono allo scaricabarile verso le ditte minori che hanno preso il loro lavoro e di cui non sanno nulla,ovvio.
Il problema dello sfruttamento del lavoro in Bangladesh e nei paesi del così detto terzo mondo è saltato ancora fuori quindi dopo la notizia del nuovo ennesimo attacco dei folli integralisti islamici che fanno dell'orrore e della violenza un modo di proporsi al mondo,soprattutto ora in un periodo in qui stanno prendendo militarmente delle batoste.
Per la strage di Savar:www.repubblica.it e www.ilfattoquotidiano.it .

Bangladesh:uno sguardo al di là della strage.

di Fabrizio Poggi.
Nei commenti alla strage di Dhaka, costata la vita a 20 persone – 9 italiani, 7 giapponesi, 2 bangladesi, uno statunitense e un indiano – sembra si sia volutamente taciuta la situazione sociale in cui si è sviluppata l’azione del commando terrorista. L’attività svolta in Bangladesh dalle vittime, non solo quelle italiane – quasi tutti manager o dipendenti di imprese tessili – rimanda mentalmente al posto occupato dal paese nella divisione mondiale del lavoro: centro tra i più frequentati dalle multinazionali tessili e dell’abbigliamento in cui delocalizzare le proprie produzioni, utilizzando a proprio vantaggio il supersfruttamento con cui le ditte locali estraggono plusvalore (assoluto e relativo: orari di lavoro infiniti e briciole di salario) da quella che è l’unica strada di sopravvivenza per uomini, bambini e donne bangladesi.
L’ultima volta che i media nostrani si erano occupati un po’ più diffusamente del Bangladesh – la cui industria dell’abbigliamento è valutata in 18 miliardi di $; il paese esporta anche pellami per milioni di dollari in settanta paesi, tra cui Italia, Stati Uniti, Giappone e Cina – prima della tragedia di Dhaka del 2 luglio, era stato nell’aprile del 2013, allorché il crollo di un edificio di otto piani che ospitava varie imprese tessili sempre a Dhaka, causò la morte di oltre 1.130 lavoratori. La situazione, da allora, è cambiata di pochissimo, salvo forse il tentativo dell’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro), l’agenzia dell’Onu che si occupa di sicurezza sul lavoro, di coinvolgere le centinaia di imprese straniere che producono in Bangladesh a spendere pochi centesimi di euro in alcuni accorgimenti strutturali negli ambienti di lavoro: uscite di sicurezza e antincendio, luci di emergenza, impianti elettrici a norma, ecc., per una spesa valutata in tre miliardi di $: cioè, considerato il volume della produzione, 8 centesimi in più per ogni capo. In quell’occasione, nel 2013, significativamente il Wall Street Journal aveva titolato “Cosa hanno in comune Armani, Ralph Lauren e Hugo Boss? Il Bangladesh”; e anche, si potrebbe aggiungere, lo stesso pugno di borghesia locale con cui fare affari sulla pelle dei “loro” operai, sia per la cosiddetta alta moda, che per quella degli indumenti meno costosi come H&M, Zara, Walmart.
Parlando del Bangladesh, non è sufficiente dire che è uno dei paesi più poveri al mondo e non basta neanche ricordare che tale povertà si esprime in un “prezzo della manodopera” tra i più bassi del pianeta, il che ovviamente alletta i capitali (soprattutto stranieri) sempre alla ricerca – ci si scusi la reiterazione dell’evidenza marxista – del massimo profitto, con condizioni di lavoro semischiavistiche. Sul sito vnavarro.org si può leggere che “il maggior problema del Bangladesh (il paese più povero al mondo assieme ad Haiti) non è la mancanza di risorse, ma il loro controllo. Nonostante la maggior parte della sua popolazione sia molto povera, il Bangladesh non è un paese povero… La causa di tanta povertà non è ovviamente la mancanza, bensì il controllo delle risorse. Il 16% dei proprietari terrieri controlla il 60% di tutta la terra, coltivata per poi esportare cibo verso i cosiddetti paesi sviluppati. I proprietari terrieri sono alleati in una casta al servizio di compagnie straniere del settore agricolo che dirigono lo sfruttamento della terra: ciò che si produce, come si produce e come si distribuisce… Questa oligarchia agricola è alleata con altri interessi domestici, a loro volta legati a compagnie straniere che producono in Bangladesh a costi bassissimi. La popolazione che fugge la miseria agricola accetta dei salari miserrimi perché non c’è altra possibilità. Questa struttura economico-politica mantiene la maggior parte dei lavoratori, in tutti i settori dell’economia incluso il tessile, senza alcuna protezione. Il settore tessile è controllato dai grandi colossi che dominano il mercato internazionale come, tra i tanti, Benetton, H&M e Mango, e da una lunga lista di catene internazionali di distribuzione e commercio, come per esempio El Corte Inglés. Queste compagnie operano in Bangladesh grazie al bassissimo costo della manodopera (0,21 euro l’ora), che lavora in condizioni miserabili, in fabbriche carenti dei requisiti minimi di sicurezza”.
Già tre anni fa, post.it scriveva che “la disponibilità di manodopera a basso costo ha reso il Bangladesh il secondo produttore di indumenti al mondo dopo la Cina: con un mercato da 20 miliardi di dollari all’anno, l’industria tessile bangladese nel 2012 ha garantito l’80% delle esportazioni del paese, delle quali ancora un buon 80% verso l’Unione Europea”. Germania, Gran Bretagna, Spagna, Italia sono infatti tra i paesi europei di cui un maggior numero di industrie tessili e di abbigliamento operano in Bangladesh. “Manodopera a basso costo significa anche terribili condizioni di lavoro e sicurezza a rischio”, indipendentemente  dal prezzo finale di vendita della produzione, “firmata” o meno: “secondo i registri di spedizione, scrive il Wall Street Journal, Armani nel 2012 ha ricevuto quasi 10 tonnellate di magliette e biancheria intima realizzate in una fabbrica di Chittagong”.
“Una medesima t-shirt prodotta in Bangladesh per la marca G-Star Raw in un negozio di Londra costa 60 sterline”, scrive ancora post.it; “una della italiana Replay 35 sterline; una di Tommy Hilfiger quasi 40 dollari. Marchi come Tommy Hilfiger, Calvin Klein o Giorgio Armani hanno un prezzo più alto perché il marchio ha una reputazione che fa la differenza, afferma Ralston Fernandez, vice-presidente senior per le operazioni di “ZXY Apparel Buying Solutions”, società bangladese che si occupa di piazzare gli ordini dei rivenditori alle fabbriche locali. Secondo Mohammad Zulficar Ali, direttore esecutivo di una società che si occupa di curare i rapporti tra fabbriche produttrici e grandi marchi, il costo di produzione di una t-shirt di Primark sarebbe l’equivalente di 1,20 euro, 3,80 euro per una di Tommy Hilfiger e 4,60 dollari per una di G-Star Raw. Secondo i proprietari tessili bangladesi, i margini di profitto tendono a essere gli stessi indipendentemente dal cliente, e tutti tendono ugualmente ad abbassare i costi di produzione”. E lo fanno, sia tenendo i salari al di sotto del minimo di sopravvivenza, sia estendendo gli orari di lavoro oltre ogni limite.
Ancora due anni fa, il salario minimo di un lavoratore era stimato tra i 29 e i 37 euro al mese, contro una media di 200 euro in Cina. Il sito lindro.it scriveva nel 2012 della manager di un’azienda cinese di abbigliamento, secondo la quale “le fabbriche cinesi non sono più competitive come un tempo, a causa degli incrementi continui dei salari degli operai”, arrivati a 400-500 $, contro un salario medio mensile in Bangladesh “per gli operai del settore abbigliamento tra i 70 ed i 100” $. Dunque, “gli imprenditori cinesi del settore abbigliamento affermano che se loro si rifornissero in Bangladesh, i prezzi potrebbero facilmente scendere in un colpo solo del 10-15%”.
Ma, pur con tali salari, che attirano il massiccio trasferimento di imprese straniere, specialmente tessili, il Bangladesh ha una forte emigrazione di lavoratori, soprattutto verso paesi del Medio Oriente e dell’Asia sudorientale (Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar e Malesia) le cui rimesse, pari a 10,9 miliardi di $ nel 2015, rappresentano oltre il 10% del PIL nazionale.
Per orientarsi un po’ nella situazione interna del paese, non è privo di interesse dare un’occhiata ai rapporti di chi, da sempre, fa di mestiere quello di mettere occhi e mani nelle cose altrui. Secondo la CIA, il Bangladesh è il 7° paese al mondo per numero assoluto di occupati: circa 82 milioni su una popolazione di poco meno di 169 milioni (luglio 2015), con una disoccupazione ufficiale al 4,9%, che lo piazza al 50° posto mondiale, dietro la Germania (4,8%), ma davanti a USA (5,2%) e molto sopra l’Italia, con il 12,2% stimato dalla CIA. Il 47% dei lavoratori è occupato in agricoltura, il 13% nell’industria e il 40% nei servizi, in una situazione in cui l’agricoltura rappresenta il 16% dell’economia, l’industria il 30.4% e i servizi il 53.6% e con circa il 40% di popolazione, sottolinea la CIA, “sottoccupata; molte persone sono occupate solo poche ore a settimana e a bassi salari” e il 31,5% di popolazione (dati 2010) oltre la soglia di povertà.
Un dato significativo riportato dalla CIA è quello del lavoro minorile, riferito ai bambini tra i 5 e i 14 anni di età: al 2006 i piccoli schiavi erano poco meno di 5 milioni (13% di tale fascia di età): anche se è difficile accogliere il dato a occhi chiusi, dal momento che da tale “graduatoria” mancano quasi tutti i paesi cosiddetti sviluppati e per l’Europa, ad esempio, vi figurano soltanto l’Albania (12%) e l’Ucraina (7%). Ma le preoccupazioni della CIA si esprimono soprattutto a proposito della distribuzione della popolazione secondo l’età. Con una popolazione infantile in Bangladesh da 0 a 14 anni che rappresenta il 31.62% del totale (circa 54 milioni) e quella tra i 15 e i 24 anni il 18.86% (circa 32 milioni), a fronte del 6,12% di popolazione tra i 55 e i 64 anni e 5.13% oltre i 65 anni, gli “analisti” yankee sostengono che, in generale “La struttura per età della popolazione influisce sui principali problemi socio-economici di una nazione. I paesi con popolazioni giovani (alta percentuale sotto i 15 anni) devono investire di più nelle scuole, mentre i paesi con  popolazione più anziana (elevata percentuale sopra i 65 anni) devono investire di più nel settore della sanità. La struttura per età può anche essere usata per prevedere potenziali problemi politici. Ad esempio, la rapida crescita di una popolazione giovane adulta in grado di trovare un lavoro può portare a disordini”. Problemi questi, che sembrano restare abbastanza lontani dal Bangladesh: i giovani e giovanissimi, se riescono a superare lo scoglio scosceso della sopravvivenza, non necessitano di scuole e lavorano nelle “galere” del capitale occidentale e locale e gli anziani lasciano presto questa terra, con un’aspettativa di vita di 70,94 anni che posiziona il Bangladesh al 151° posto mondiale. Per quanto riguarda più specificamente l’infanzia, i dati del 2011 davano il Bangladesh al poco invidiabile 5° posto mondiale per percentuale (36,8%) di bambini sotto i 5 anni considerati sottopeso.
Riguardo il grado di disuguaglianza nella distribuzione del reddito familiare – secondo l’indice usato dalla CIA, più alta è la disuguaglianza, più l’indice si avvicina a 100, e viceversa – il Bangladesh si situava nel 2010 al 111° posto nel mondo, con un indice di 32,1. Vale a dire, apparentemente, in una posizione molto migliore di quella degli USA, ad esempio, che occupavano la 44° posizione, con un indice 45. Anche se tale misurazione rimane approssimativa, perché non ci dà né i valori assoluti delle disparità nazionali, né le percentuali di popolazione più povera e più ricca e quale parte del reddito nazionale vada ad appannaggio degli estremi, è significativo che, ad esempio, tra i paesi europei, la Germania fosse scesa da un indice 30 nel 1994 a 27 nel 2006, mentre l’Italia sia salita dal 27,3 del 1995 al 31,9 nel 2012.
Guardando di sfuggita ai dati più freddi della situazione economica, che però possono essere indicativi del grado di sfruttamento del lavoro operato dalle élite “compradore” locali e dalle multinazionali estere, la CIA classifica il Bangladesh al 25° posto mondiale per tasso di crescita reale del PIL (6,40%) e al 63° posto per volume di esportazioni, valutate in 29.930.000.000 $, con il settore dell’abbigliamento (quasi totalmente destinato all’export) che rappresenta il 75% delle esportazioni nazionali. Il tasso di crescita annua della produzione industriale nel 2015 era del 9,40%, che posiziona il paese al 10° posto mondiale; un debito estero pari a 24,47 miliardi $, con circa 30 miliardi $ di export e 38,2 miliardi $ di importazioni e un totale di investimenti di imprese straniere di 134 milioni $, accanto a un PIL procapite di 3.600 $ che gli valgono il 179° posto mondiale.
Un paese semicoloniale insomma, la cui borghesia riesce a fare affari d’oro, d’accordo con il capitale straniero, estorcendo lavoro non pagato, nel senso letterale del termine, dalla pelle di milioni di schiavi.

Fabrizio Poggi

giovedì 7 luglio 2016

SOPRAVVIVERE IN NIGERIA PER MORIRE IN ITALIA


Piccolo commento riguardo il gravissimo ed infame episodio avvenuto a Fermo dove un fascista ha ammazzato con un paletto segnaletico divelto da terra un nigeriano sfuggito dalle orribili violenze attuate da Boko Haram nel suo paese di origine.
E' vergognoso che sia scampato dalle atrocità di una delle frange più estreme delle milizie integraliste islamiche per venire ucciso in un paese che oramai da tempo tanto più di democratico non ha visto che anche la maggior parte dei mass media non chiamano l'assassino col nome che ha:fascista.
Si preferisce ultrà per via di svariati motivi così come spiegato nell'articolo preso da Vice(www.vice.com )a firma di Mattia Salvia.
Aggiungo pure questo di Rifondazione.it(http://www.rifondazione.it )dove si parla della storia di Emmanuel Chidi Namdi e della moglie Chimiary,dell'assassino non voglio mettere il nome vicino al loro,sarebbe un'ulteriore offesa.
Questa è diventata l'Italia,fomentata da politici e giornalisti(giornalista-chi? )di chiaro stampo neofascista se non nazista,e lascio perdere siti di estrema destra come Caga Povnd che danno addirittura la colpa alla vittima.
Tra i fascisti e Boko Haram non c'è proprio nessuna differenza.

La parola con la F e l'omicidio di Emmanuel Chidi Namdi.

Di Mattia Salvia
Nelle ultime ore, la notizia che sta dominando le cronache e le discussioni online è quella della morte di Emmanuel Chidi Namdi, richiedente asilo nigeriano 36enne aggredito da un fascista a Fermo, cittadina dove viveva ospite di un seminario. Chidi Namdi era arrivato in Italia otto mesi fa insieme alla moglie Chimiary, dopo essere fuggito da Boko Haram passando per la Libia, ed è morto dopo una giornata di coma irreversibile, .
La cosa che salta più all'occhio in queste ore—e il punto su cui si stanno concentrando l'attenzione e i commenti—è però, più che la vicenda in sé, le scelte compiute dalla stampa e la politica. L'impressione, leggendo i titoli dei giornali e le varie dichiarazioni, è che spesso sia in atto un tentativo di minimizzare quanto accaduto, esprimendo cordoglio ma sorvolando sistematicamente sulle connotazioni politiche del gesto.
Quello che sappiamo finora—in base a quanto ha detto Don Vinicio Albanesi, e sebbene ci siano versioni discordanti—è questo: Emmanuel Chidi Namdi e la moglie erano usciti dal seminario in cui abitavano per andare a comprare una crema. Avrebbero incrociato due uomini, tra cui sicuramente Mancini, seduti su una panchina, che vedendoli passare avrebbero iniziato a provocarli dando della "scimmia" a Chimiary. Chidi Namdi avrebbe reagito, e poi sarebbe stato aggredito violentemente dall'italiano.
I fatti qui sopra elencati non sono frutto di intuizioni, ma di testimonianze.Sempre secondo le ricostruzioni, l'aggressore sarebbe il 38enne Amedeo Mancini, imprenditore agrario di Fermo conosciuto per le sue idee di estrema destra e ultrà della Fermana. Eppure, quando va bene, sui giornali l'assassino viene definito semplicemente "un ultrà" o—in piccolo—"vicino all'estrema destra."
Non è difficile trovare esempi di questo. Il Corriere della Sera, Avvenire e Repubblica titolano semplicemente "ucciso da un ultrà." Sull'edizione online di Repubblica non compare mai nemmeno una volta la parola "fascista." Amedeo Mancini è un "tifoso della squadra locale di calcio già sottoposto a Daspo" e al massimo si può dire che era "conosciuto come estremista di destra."
Anche il resoconto dei fatti appare spesso piegato all'esigenza di minimizzare. Secondo il Giornale, a Chidi Namdi sarebbe stato fatale il fatto di aver reagito agli insulti: "una reazione che gli è stata fatale: l'ultrà lo ha massacrato di botte, uccidendolo." Il pestaggio viene descritto come "una rissa in cui uno dei due ha anche sradicato un palo della segnaletica" in cui "alla fine l'italiano ha picchiato talmente forte il migrante da mandarlo in fin di vita all'ospedale."
Intanto, CasaPound e diversi blog e testate di estrema destra si affrettano addirittura a scovare una presunta "supertestimone" che ribalterebbe la versione ufficiale affermando che sia stato Chidi Namdi ad aggredire il suo assassino, che avrebbe semplicemente "reagito con un colpo, purtroppo per la vittima, ben assestato." In pratica in alcuni casi quella che in partenza era un'aggressione fascista viene edulcorata fino a diventare un solo pugno sferrato come reazione dalla vittima di un pestaggio—una deformazione della realtà assurda e poco plausibile, ma a cui molti credono senza dubbi.
Anche la politica si è comportata in modo simile. Mentre Renzi si pronunciava "contro l'odio, il razzismo e la violenza," Giovanardi interveniva in Senato dicendo che "può essere che un balordo abbia fatto una cosa del genere... un pazzo, un balordo, un violento," e dopo di lui il senatore leghista Centinaio prendeva la parola per ricordare le vittime italiane di violenze da parte di immigrati.
Secondo Salvini "chi uccide, stupra o aggredisce un altro essere umano va punito (...) a prescindere dal colore della pelle" e "il ragazzo nigeriano a Fermo non doveva morire," ma allo stesso tempo, "è sempre più evidente che l'immigrazione clandestina fuori controllo, anzi l'invasione organizzata, non porterà nulla di buono." In sostanza: poverino, ma se l'è cercata. Simili anche le parole di Simone di Stefano di CasaPound: "si è trattato di un episodio isolato, una rissa in mezzo alla strada che poteva anche avvenire fra due o più italiani. Non mi sembra il caso di strumentalizzare questa vicenda."
In generale, insomma, sembra che l'intera vicenda stia venendo trattata con un certo pressappochismo—che si tenda, oltre che a minimizzare, a farla passare come un "fatto minore," "da provincia," da cui non bisogna trarre conseguenze e che non è indicativo di alcuna tendenza. Non è raro leggere commenti che reagiscono con un certo fastidio o con una scrollata di spalle di fronte a chi si focalizza sull'uso delle parole o contesta il modo con cui molte testate hanno trattato l'aggressore.
Ma perché è così difficile dire che si è trattato di un omicidio a sfondo razzista—soprattutto visto che è questa l'aggravante contestata a Mancini, fermato per omicidio preterintenzionale? Perché é così difficile ammettere che Mancini era un estremista di destra e si preferisce invece occultare la sua appartenenza politica—quasi sicuramente una delle ragioni dell'omicidio—dietro il paravento della sua militanza di ultrà?
Per molti, il semplice constatare che nel 2016 un migrante è stato brutalmente ucciso da un fascista per le strade di una cittadina italiana equivale quando va bene a dare troppo risalto a un episodio marginale e quando va male a voler utilizzare una tragedia per fare propaganda politica. Allo stesso tempo, far notare che in Italia c'è un problema di razzismo e neo-fascismo è allarmismo. Sembra che le uniche reazioni tollerate di fronte a fatti del genere siano delle manifestazioni di condanna e cordoglio superficiali e fini a se stesse, senza mai andare oltre.
Il prete della comunità che ospitava Chidi Namdi, don Vinicio Albanesi, è stato il primo a parlare di piccoli gruppi di persone "che si sentono di appartenere evidentemente alla razza ariana" e che "fanno capo anche alla tifoseria locale." Era palesemente un modo di parlare di fascismo, evitando di pronunciare una parola che sembra essere tabù. L'impressione è che se non fosse stato per la sua denuncia, la vicenda sarebbe stata derubricata a un episodio di cronaca nera da giornale locale.

mercoledì 6 luglio 2016

LA SINISTRA DEI SALOTTI


Non le manda certo a dire Aldo Giannuli nel suo intervento post Brexit che condanna la sinistra radical chic che non ha solo i suoi rappresentanti nel Pd ma anche nei suoi sostenitori,in attesa di che cosa farà Sinistra Italiana-Sel visto che come a Crema appoggia pienamente l'operato Pd mentre esprime malumori ben calendarizzati altrove,e che a sua detta(che condivido su parecchi temi)è più spregevole della Lega e dell'Ukip.
La sinistra di salotto o da terrazze romane,riunite all'ora degli aperitivi e che fanno dell'elitarismo autoreferenziale la propria forza e vergogna,sta disgregando la classe e la sua lotta,sta facendo sì che fette sempre più ampie della working class possano venire sedotte dalla destra che vomita sull'immigrato e sull'Europa unita.
Si parla di Monti e Napolitano che guardano la plebe dall'alto in basso e che secondo loro non è consapevole e capace di poter decidere su di un tema come quello proposto in Gran Bretagna,si citano Saviano e la Melandri che spesso quando aprono bocca non si sa bene se le loro siano provocazioni o proprio i lori intenti.
L'articolo è preso da Contropiano(la-sinistra-elitaria )cui aggiungo quest'altro(romero-gli-zombie )che parla anch'esso dell'intellettualismo di salotto e di parole al vento mentre non si parla più di fatti concreti e di lotta sociale.
Metto anche questo che parla di un raduno renziano alla Leopolda nell'ottobre del 2014 che era pieno per l'appunto di radical chic,starlette,imprenditori e finanzieri(leopolda-vs-piazza-san-giovanni )ovvero la nuova classe dirigente del Pd.

Contro la "sinistra" elitaria.

di Aldo Giannuli
Fra gli effetti positivi ed imprevisti del referendum sulla Brexit c’è un certo effetto di “cartina di tornasole” che ci rivela quel che pensa effettivamente una certa sinistra, che in Italia possiamo identificare nel  Pd e nei suoi alleati.

Ha iniziato un alleato come Monti (quello che Renzi, in un momento di baruffa, si lasciò andare e definì “illuminato”, ecco… appunto) che ha rimproverato Cameron del delitto di lesa maestà per aver dato la parola al popolo con il referendum, un vero “abuso di democrazia” (parole testuali dell’illuminato uomo politico e statista).
Poi ci si è aggiunto anche Giorgio Napolitano, altro illuminato progressista, che ha sentenziato che su argomenti così complessi non si può interpellare il popolo che evidentemente non ha gli strumenti per capire. In effetti la stessa cosa si può dire della Costituzione, del nucleare, del codice penale o civile, della responsabilità dei magistrati, e, in fondo anche divorzio, aborto o, diciamola tutta, anche decidere fra Repubblica e Monarchia non sono temi semplici alla portata del popolo bue.  Magari questo lo pensò, nel giugno 1946, Umberto II di Savoia e, si sa, il sangue non è acqua.
Poi è giunto il verbo dell’eccelso storico e politologo Roberto Saviano che, dall’alto dei suoi studi, ha decretato che quelli che hanno votato Brexit sono tutti fascisti e nazisti! E Saviano è una delle teste più lucide dell’intellettualità di sinistra, anche se dovrebbe perdere ancora un po’ di capelli per giungere alla lucidità integrale.
Poi la Melandri ha ritwittato con simpatia la massima di un tale: “Ma perché anziché negare il voto nei primi 18 anni non lo togliamo negli ultimi 18 di vita?”. Giusto, solo che c’è un problema: fissare il termine a quo calcolare i 18 ultimi, visto che la gente si ostina a morire a casaccio nelle età più disparate. Certo, si potrebbe fissare per legge il “fine vita” (e l’evoluzione ideologica del Pd va in questa direzione “giovanilistica”), però non credo converrebbe tanto all’on Giovanna Melandri che, insomma, proprio una ragazzina non è più ma solo una ex bella donna. Potremmo proseguire con gli esempi.
Sta venendo fuori tutta l’anima ferocemente classista, elitaria, antipopolare di questa sinistra dei salotti.
Io appartengo ad un’altra sinistra, che sa perfettamente di dover affrontare le sfide del mondo della globalizzazione, ma che non dimentica il Psi che organizzava le scuole di alfabetizzazione per insegnare agli operai a legge e scrivere per conquistare quel diritto di voto che questi oggi vorrebbero togliere; che non dimentica il “cafone” Peppino Di Vittorio, che un titolo di studio non lo prese mai ma che insegnò ai braccianti a non togliersi il cappello davanti ai “signori” e che a questi intellettuali di “sinistra” avrebbe potuto insegnare molte cose; che non dimentica le scuole delle repubbliche partigiane come quella organizzata nell’Ossola da Gisella Floreanini; non dimentica intellettuali dome Umberto Terracini, Antonio Gramsci, Concetto Marchesi, Vittorio Foa, che erano veri grandi intellettuali (non come questi cialtroni della gauche caviar) che non nutrivano nessuna spocchia intellettuale e la vita l’hanno spesa per emancipare culturalmente, economicamente e politicamente le classi popolari.
La mia sinistra non ignora i problemi dell’oggi, ma non si piega all’idea che la migliore sinistra è … la destra elitaria e classista.
Lo confesso, questa sinistra al chachemire, la sinistra delle terrazze romane , ebbene si, mi fa schifo non solo politicamente, ma più ancora moralmente ed umanamente, perché la “sinistra” neoliberista ed elitaria non esiste: è solo una ignobile truffa. Il Pd? E’ più spregevole della Lega e dell’Ukip, credetemi.

Aldo Giannuli
da http://www.aldogiannuli.it/contro-sinistra-elitaria

martedì 5 luglio 2016

LA CHEVRON E I DISASTRI AMBIENTALI IN ECUADOR E NIGERIA

L'articolo proposto oggi parla della multinazionale dell'industria petrolifera Chevron,che dal 2001 si è fusa con l'altro colosso Texaco e che nel corso degli ultimi decenni si è resa protagonista di disastri ambientali e di centinaia di morti soprattutto in Ecuador.
Come si legge sotto nel pezzo preso da Infoaut(chevron-22-anni-di-crimini-ambientali-a-norma-di-legge )si parla dei danni all'ecosistema,alle falde acquifere e a migliaia di uomini e donne colpite in maniera diretta dagli sversamenti di rifiuti tossici che la corporation Usa fece anni fa e che venne condannata in un primo momento al risarcimento allo Stato sudamericano con una multa di 18 miliardi di Dollari,che mai è stata pagata.
Perché la Chevron si è rifiutata ed ha avviato un contenzioso con l'Ecuador che con la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti ora dovrà pagare la stessa azienda con 106 milioni di $:la  sede giurisdizionale proprio negli Usa è sempre stata contestata dai sudamericani per via degli interessi della multinazionale petrolifera.
La Nigeria invece,visto che nel 2012 l'Ecuador aveva comunque sequestrato tutti i beni della Chevron sul proprio suolo,è stata la nuova meta dello sfruttamento che vede ora aprire un futuro di pericolose estrazioni al largo delle coste nigeriane in uno dei giacimenti di petrolio e di gas naturale più grandi al mondo.
Con un altro link voglio ricordare la battaglia che fece Ken Saro-Wiwa e il popolo Ogoni contro la Shell e che venne ucciso così come ad inizio anno è stata ammazzata l'attivista per i diritti degli indigeni honduregni Berta Caceres,anche lei in prima linea contro lo sfruttamento del territorio da parte delle multinazionali straniere(mascheraaztecaeildottornebbia ).

Chevron: 22 anni di crimini ambientali a norma di legge.
L’estrazione dei combustibili fossili figura tra le prime cause del surriscaldamento globale, sia per le procedure condotte dalle varie compagnie del settore, che per l’inquinamento derivato dalla combustione dei carburanti di derivazione.
Tra le multinazionali regine di questo mercato, all’undicesimo posto nella lista delle compagnie petrolifere, c’è sicuramente Chevron, un’azienda che ha all’attivo circa 30 casi di violazione dei diritti umani in tutto il mondo, crimini che si allargano allo sfruttamento ambientale e animale.
Chevron divenne famosa negli anni 70 grazie ad una sua affiliata, la Texaco, che tra il 1964 e il 1990 ha avvelenato l’Amazzonia ecuadoregna attraverso lo sversamento di milioni di litri di rifiuti tossici. Un disastro ambientale, conosciuto ancora oggi come il più grande nella storia del paese, che ha colpito diverse popolazioni indigene, la biodiversità vegetale e animale ospitata in oltre due milioni di ettari di terra, e inquinato le falde acquifere.
Per più di 22 anni Chevron ha avvelenato queste terre, versando intenzionalmente oltre 60 miliardi di litri di acque reflue tossiche nei fiumi dell’Amazzonia ecuadoregna, occupando 500 mila ettari di foresta, causando l’estinzione di due tribù indigene e il decesso di almeno 2.000 persone colpite da casi di cancro.

Nonostante gli evidenti crimini commessi, lo scorso 7 giugno la Corte suprema degli Stati Uniti ha emesso una sentenza definitiva sul caso, assolvendo Chevron da ogni accusa di sfruttamento, e condannando invece l’Ecuador che adesso dovrà pagare 106 milioni di dollari alla multinazionale petrolifera.
L’Ecuador, infatti, aveva più volte espresso la propria preoccupazione nel dover affrontare una causa di fronte ad una Corte di cui non riconosceva la giurisdizione, voluta invece da Chevron in quanto statunitense.
L’ennesimo esempio di come le istituzioni facciano esclusivamente il gioco delle grandi multinazionali, oltre ad essere un segnale molto preoccupante in merito agli accordi di libero scambio e all’approvazione del TTIP.
E mentre l’Ecuador si vede costretta a risarcire quella stessa multinazionale che gli ha avvelenato le terre, la Chevron continua indisturbata nelle proprie opere di sfruttamento ambientale e sociale spostandosi in Nigeria, dove da qualche anno ha intensificato le opere di estrazione.
Una terra già sufficientemente violentata da Shell e Eni negli anni 90, che videro la resistenza del popolo Ogoni contro le operazioni condotte da queste multinazionali, e l’assassinio nel 1995 di Ken Saro-Wiwa, poeta attivista, impiccato con altri otto membri della sua tribù per aver lottato contro la colonizzazione delle terre e le violenze subite dal suo popolo.
Dopo oltre 20 anni da quei fatti il Delta del Niger viene nuovamente colpito, in questo caso da Chevron attraverso il campo Agbami, giacimento scoperto nel 1998, una struttura che si trova a 113 chilometri al largo della costa e che si estende per 182 chilometri.
L’installazione per l’estrazione sottomarina di petrolio, che lavora ad una profondità di 1.463 metri, nel 2015 ha fatto registrare una produzione media di 129.000 barili di greggio e 14 milioni di metri cubi di gas naturale.
Ma Chevron ha già in cantiere l’ampliamento del progetto attraverso la creazione di Agbani2 e Agbani3, ovvero pozzi sottomarini legati tra di loro ad una nave galleggiante sulla quale sia possibile procedere con lo stoccaggio e la produzione del carburante.
Dal marzo del 2016 ad oggi la Chevron ha subito diversi attacchi da parte dei Delta Avengers, un gruppo armato che lotta per l’indipendenza del Delta del Niger dal governo Nigeriano che, come accadde già all’epoca dell’uccisione di Ken Saro-Wiwa, vive con colpevole passività le azioni condotte dalla multinazionale statunitense.
Decenni di regimi oppressivi, violenze subite a livello ambientale e sociale, espropri e uccisioni, hanno condotto un popolo esasperato alla costituzione di gruppi armati nel tentativo di contrastare chi da sempre conduce i propri affari con l’utilizzo di armi, direttamente o assoldando squadroni della morte.

Fonti: Radio Mundo Real – Reuters – Rinnovabili

da

lunedì 4 luglio 2016

RESTRIZIONI AL COMUNE DI LIVORNO

Poche parole di commento alla delibera approvata a Livorno che pone restrizioni d'accesso al comune ed al consiglio comunale della città toscana dove governa il Movimento 5 stelle.
L'articolo di Senza Soste evidenzia il fatto che per entrare nel palazzo comunale dal primo di agosto sarà necessario esibire un documento d'identità mentre il pubblico presente nella sala durante i consigli comunali non dovrà superare le cento unità.
La preoccupazione del sito d'informazione labronico è condivisibile anche perché chi detiene il governo della città è proprio quel movimento che fa della trasparenza,della condivisione e della partecipazione i punti più indicativi dei propri dettami politici.
Vuoi che alcuni mesi addietro ci furono scene da circo durante la discussione sulle privatizzate operanti nel territorio livornese e vuoi per un eccessivo zelo nel controllo e per la sicurezza dei dipendenti comunali fatto sta che questa delibera è un passo indietro nell'avvicinare le persone alla politica:preso da Senza Soste(http://www.senzasoste.it/livorno/sicurezza-in-comune-un-brutto-segnale-di-una-brutta-delibera ).


Dal 1 agosto per accedere al Comune di Livorno ci sarà un regolamento più restrittivo, anche per il consiglio comunale. Una limitazione che sa di chiusura politica.

Diciamo subito le cose come stanno. La delibera che vincola l'accesso al palazzo Comunale alla presentazione di un documento di identità è da una parte legato a motivi di sicurezza dei lavoratori e di regolamentazione dei tempi e degli spazi del Municipio, ma dall'altra parte ha un significato anche molto politico, non certo positivo. Ci riferiamo soprattutto alla disciplina del Consiglio Comunale che è limitato alla presenza di 100 persone (consiglieri e funzionari compresi) e che dà l'idea che si voglia affrontare questo momento di difficoltà e di conflitto in città, creando un ulteriore distacco con la cittadinanza. Certo, le scene a cui abbiamo assistito durante le vicende Cooplat o Aamps (ben strumentalizzate e fomentate dalle opposizioni e dai sindacati) hanno degradato il consiglio comunale a circo Barnum, consiglieri e cariche istituzionali comprese. Ma questo non può giustificare la "selezione" e lo svolgimento fra pochi intimi delle sedute. Qualcuno potrà dire: ma se uno vuole protestare o seguire il consiglio può fare un presidio rumoroso fuori o guardarlo in streaming. Vero, ma si conferma il fatto che si vuole creare un distacco fisico fra politica e cittadinanza e se poi a farlo è chi diceva che la sua scorta sono i cittadini e che le pareti del Comune sarebbero diventate trasparenti è normale che qualcuno storga la bocca. Se di questa delibera se ne può capire le motivazioni (oggettivamente molte sedute sono state al limite della praticabilità), non se ne può certo condividere la soluzione che trova. Anche perché gli strumenti per limitare certi comportamenti ci sono e i consigli si possono sospendere (fra l'altro con conseguenze penali per chi lo causa). E come si sa, spesso nei corridoi "politici" del primo piano tante persone disperate hanno avuto la possibilità di confrontarsi o raccontare la propria difficoltà con i consiglieri o con i tecnici. La situazione con la crisi che avanza sta precipitando? Vero. Prendiamo atto che la risposta è questa delibera. Ma non possiamo che prenderne atto negativamente, anche con tutte le attenuanti del caso.
Naturalmente poi c'è da occuparsi degli strumentalizzatori da tastiera e di quelli che hanno la memoria corta. Qualcuno grida al fascismo, altri propongono di dimettersi. Sono gli stessi che hanno trasformato il Consiglio Comunale nel circo Barnum. Poi ci sono quelli che si sono scordati che quando amministravano, la proposta di disciplinare accesso a Municipio e Consiglio era stata fatta dall'ex sindaco Cosimi che poi cedette alle pressioni delle opposizioni. Ma molti si possono ricordare come in quegli anni venne fuori anche il divieto di fare foto in Consiglio Comunale (l'ex sindaco non voleva fossero usate sui social network!) e ogni volta che c'era una protesta, anche composta o organizzata con semplice magliette o striscioni, c'era il pronto intervento dei Vigili e della digos con minacce di denunce annesse (ma in quel caso a protestare c'erano i movimenti antagonisti brutti e cattivi, non i civili sindacati aizzati dal Pd). E come non scordarsi di quando il Pd al potere diceva che il consiglio comunale lo avevano interrotto solo i fascisti nel 1922. Appena è cambiata amministrazione a interrompere i consigli ci hanno iniziato a pensare loro. Attendiamo che diano del fascista a sè stessi.
Insomma, il 1 agosto partono 5 mesi di sperimentazione e vedremo come in concreto di svilupperà la situazione. In ogni caso il comune chiuso o filtrato alla cittadinanza non è un bel segnale. Su questo non ci piove.
redazione, 2 luglio 2016

domenica 3 luglio 2016

I MAPUCHE,IL POPOLO DELLA TERRA



Parlerò poco dell'articolo preso da Infoaut(infoaut mapuche )che è stato preso solo come pretesto per spendere due parole sulla lotta del popolo mapuche di cui ho preso coscienza solo negli ultimi tempi e grazie ad iniziative portate avanti dai compagni di Euskal Herriaren Lagunak durante i concerti ultimi della Banda Bassotti a Segrate al Baraonda e al 28 Maggio di Rovato(vedi:tre-giorni-per-euskal-herria e la-festa-al-centro-sociale-28-maggio )dove oltre alle questioni legate ad Euskal Herria c'è avuto modo di conoscere quella del popolo mapuche.
Che come quello basco è oggetto di forte repressione e che vede propri leaders e sostenitori incarcerati per motivi politici per una lotta a difesa del loro territorio che è sempre più ristretto e depredato sia dal governo locale che da altri paesi al di fuori del Sud America.
Perché personalmente collocavo i mapuche in questo continente ma precisamente non sapevo dove:questi indigeni che hanno combattuto i conquistadores per centinaia di anni e che sono riusciti a sopravvivere a cavallo del'attuale territorio cileno e argentino del sud,ora sono poco meno di un milione e parecchi di loro sono costretti a vivere alle periferie di grandi città in maniera impossibile causa appunto la sottrazione della loro terra.
Multinazionali energetiche anche italiane e negli ultimi tempi una norvegese stanno depredando le terre della regione del Pilmaiken e leggi anti-terrorismo varate per cancellare la resistenza dei mapuche stanno incidendo fortemente sulla loro lotta,coadiuvata come scritto sotto ad aiuti statunitensi di procuratori e poliziotti addestrati in altri stati sudamericani e direttamente negli Usa.
Il popolo della terrà è continuamente vessato dal governo cileno che li considera di fatto dei terroristi puniti con azioni militari,torture e abusi mentre la comunità internazionale si gira dall'altra parte.

Procuratori e poliziotti cileni addestrati dagli yankee per combattere i Mapuche.

Il procuratore capo anti-Mapuche di Temuco, Alberto Chiffelle, e il procuratore capo della Procura di Alta Complessità, Luis Arroyo, hanno ricevuto una intensa preparazione all’estero sulle tecniche antiterrorismo, su come affrontare le azioni di resistenza Mapuche che sono realizzate contro le aziende forestali, le imprese e il latifondo che danneggiano il vivere bene nel Wallmapu.
Così lo ha pubblicato il quotidiano Austral dove spiega che sono già più di tre i procuratori che sono stati addestrati dalla FBI e dalla DEA, ambedue agenzie statunitensi destinate a combattere il terrorismo nel mondo.
Il procuratore Luis Arroyo
Il procuratore del caso Luchinger Mackay è andato immediatamente nella città colombiana di Medellín per partecipare al seminario regionale “Anti-lavaggio del Danaro e Contro il Finanziamento del Terrorismo”, secondo quanto è trapelato “aveva l’obiettivo di conoscere gli strumenti per la lotta antiterrorista in Latinoamerica, specificatamente di poter stabilire l’applicazione di questi strumenti legali in ciascuna realtà e principalmente di poter andare a fondo nelle modalità di finanziamento di questi gruppi”.
Il procuratore Chiffelle
Alberto Chiffelle, per due mesi, giugno e luglio dell’anno 2010, è un altro dei procuratori che è stato dietro alle indagini sul crimine della coppia svizzero-cilena. Il procuratore Chiffelle si è specializzato in El Salvador, ad opera della FBI e della DEA degli Stati Uniti, nel traffico di droga, armi e persone, sequestri, lavaggio del denaro, trattative sugli ostaggi, passaporti, falsificazioni, scene del crimine, terrorismo e narcoterrorismo.
Nel settembre del 2014, segue alla Western School of Law di San Diego (California), insieme ai procuratori nordamericani, un corso di perfezionamento nell’interrogatorio orale e nelle tecniche avanzate di controesame.
Miguel Ángel Velasquez
È un altro procuratore che è stato inviato dalla giustizia cilena negli Stati Uniti per prendere parte ai corsi e ai seminari che fornisce l’Agenzia Federale di Indagini (FBI) degli USA. È il procuratore che ha condotto il famoso caso dell’attacco al procuratore Elgueta ad Arauco.
PDI e carabinieri
Bisogna precisare che a questo gruppo si sono uniti una delegazione di carabinieri, polizia investigativa e il conosciuto procuratore Mario Elgueta che nella FBI, in Virginia (Stati Uniti), fecero, tra il 16 e il 20 marzo 2009, dei corsi anti-sovversione con specialisti della materia.
Lavoro di alto livello
Da molti anni stanno facendo il lavoro investigativo nella repressione dei movimenti sociali, soprattutto nella lotta mapuche. Gli stanziamenti pubblici destinati crescono ogni anno, a cui si aggiunge il coordinamento con le strategie della comunicazione che ammorbidiscono nell’opinione pubblica la violenza dello stato, distraendo, occultando e confondendo.


da comitatocarlosfonseca

sabato 2 luglio 2016

MEDJUGORJE:CREDENTI E CREDULONI

Sono passati pochi giorni dal trentacinquesimo anniversario dalle prime apparizioni ai "veggenti" nei pressi del paesello bosniaco di Medjugorje,allora c'era ancora la Jugoslavia e infatti il cane bianco Giovanni Paolo secondo nonostante le bocciature dei vescovi della zona sull'autenticità delle visioni spinse molto per fare conoscere al mondo queste apparizioni in chiave anticomunista e contro i serbi ortodossi ed i musulmani della Bosnia.
Fatto sta che leggendo l'articolo preso da Senza Soste(l-imbroglio-di-medjugorie )e altro in rete si capisce che il giro d'affari nato da questi eventi è immenso(11 miliardi di Euro solo lo scorso anno)e che i pellegrini agendo in buona fede foraggiano quello che gli insegnamenti di Cristo proibivano:anche se non frequento chiese se non per interesse culturale mi ricordo della cacciata dei mercanti dal tempio.
Ho trovato anche siti dove in realtà si pensa che al posto della Madonna sia apparso il demonio,si vocifera che vari parroci di Medjugoje abbiano avuto molte attenzioni verso le donne,ad ora ci sono state tipo 35mila apparizioni e per di più si sa anche quando ci saranno.
Insomma un imbroglio colossale che di religioso ha poco a che spartire mentre col denaro ed il capitalismo ci sono più intrecci,poi c'è gente che campa da anni su questo,vedi Paolo Brosio lo sbambanato,e le preghiere assomigliano sempre di più ad un business.


Il 24 giugno del 1981 alcuni ragazzini, tutti legati allo stesso clan familiare, asseriscono di aver assistito ad apparizioni della Madonna con Gesù Bambino in braccio nei pressi del paesino bosniaco di Medjugorie, abitato in maggioranza da croati e all’epoca appartenente alla federazione jugoslava. La “Gospa” (la Signora) avrebbe indicato loro i cinque pilastri della pace: la preghiera, il digiuno, la lettura della Bibbia, la confessione e la comunione, e confidato dieci futuri avvenimenti dando incarico a una di loro, Mirjana Dragićević, di rivelarli pochi giorni prima del loro verificarsi. Ad oggi, però, nessuna rivelazione clamorosa, né guerre, né catastrofi naturali, neanche qualche risultato di coppa Uefa.
Mentre i vescovi della zona bollano la vicenda come una bufala, i “veggenti” trovano sostegno spirituale e materiale presso alcuni francescani locali, da tempo in contrapposizione con le gerarchie cattoliche in quanto Paolo VI già dal 1975 voleva sostituirli con il clero secolare. Tra questi francescani il parroco di Medjugorie, il croato Jozo Zovko, che al primo accenno di strumentalizzazione politica viene condannato dalle autorità jugoslave a tre anni di carcere, poi ridotti alla metà forse per la sudditanza psicologica nei confronti della Madonna che l’avrebbe definito un “santo” in un’apparizione dell’ottobre 1981. Durante la detenzione Zovko viene sostituito da un altro francescano, Tomislav Vlasic, che nel 2009 la Congregazione per la dottrina della fede sanzionerà con l’interdizione, accusandolo di "eresia e scisma", di “divulgazione di dubbie dottrine, manipolazione delle coscienze, sospetto misticismo, disobbedienza ad ordini legittimamente impartiti e addebiti contra sextum” (cioè il sesto comandamento, “non commettere atti impuri”). Risulta che nel 1976 avesse messo incinta una suora.
Anche Zovko sembra avere molta sensibilità per le donne, viveva con quattro ragazze e vi sono state diverse accuse di abusi sessuali. È stato colpito da diversi provvedimenti disciplinari, tra cui l’obbligo di allontanarsi da Medjugorie, che non ha mai rispettato finché alcuni anni fa si è ritirato su un’isola. Nel 1992 si era incontrato con Papa Wojtyla, che lo aveva accolto benevolmente. Wojtyla vedeva con favore i “veggenti” di Medjugorie, come espressione di quel nazionalismo croato, cattolico e visceralmente anticomunista, che faceva del paesino bosniaco il suo luogo sacro e delle apparizioni della Madonna un’occasione di propaganda contro i comunisti, i serbi ortodossi e i musulmani bosniaci. Medjugorie nel frattempo era diventata meta di pellegrinaggi sempre più numerosi. Secondo alcuni siti il giro d’affari è arrivato nel 2015 a 11 miliardi di euro. “A Medjugorje tutto avviene in funzione dei soldi: pellegrinaggi, pernottamenti, vendita di gadgets. Cosicché, abusando della buona fede di quei poveretti che si recano lì pensando di andare incontro alla Madonna, i falsi veggenti si sono sistemati finanziariamente, si sono accasati e conducono una vita a dir poco agiata (…) È un fenomeno assolutamente diabolico, intorno al quale girano numerosi interessi sotterranei”. A dirlo non è un ateo militante ma monsignor Andrea Gemma, già vescovo di Isernia, considerato nel suo ambiente uno dei più grandi esorcisti viventi e quindi esperto di cose soprannaturali. Sul turismo religioso nel paesino balcanico vi sono degli aneddoti particolarmente divertenti, come quell’agenzia turistica che per 325 euro a testa prometteva, durante la gita, anche la presenza della Madonna in persona in orari rigidamente prefissati (vedi foto).
La nota divinità ha sempre mostrato a Medjugorie un presenzialismo stupefacente. Si parla di oltre 35mila apparizioni, e il 2 maggio scorso, giornata in cui l’afflusso di turisti è stato particolarmente intenso, ben quattro apparizioni in altrettante location della zona. Com’è noto in Italia il fronte dei seguaci di Medjugorie è particolarmente nutrito, primo fra tutti Livio Fanzaga di Radio Maria, oltre ad alcune celebrità di contorno. E siccome a Livorno non ci facciamo mancare mai nulla, il noto ex ballerino Padre Nike della parrocchia della Rosa è uno dei più sfegatati sostenitori, pompato da organi di stampa locali che fanno da megafono ai suoi racconti sui miracoli più strampalati (“una storia di preghiera che diventa guarigione e che spazza via la malattia fisica e rinnova lo spirito” si legge sulla Nazione) e agli ospiti che invita tra i quali “un ragazzo che dice di aver visitato, accompagnato dalla Madonna, il paradiso, il purgatorio e l’inferno e un esorcista” (Qui Livorno).
Chissà se il petulante vescovo Razzauti, quando parlava della retrocessione della città insieme alla squadra , si riferiva a queste pagliacciate o se magari per risollevare le sorti di Livorno ha in mente un bel pellegrinaggio con apparizione inclusa.  
Nello Gradirà

Pubblicato sul numero 116 (giugno 2016) dell’edizione cartacea di Senza Soste

venerdì 1 luglio 2016

SCONCERTANTE L'INTERVENTO PUBBLICO PER LE BANCHE


Quello che ieri i telegiornali hanno mascherato come garanzie per i risparmiatori parlando del via libera della commissione europea sui 150 miliardi di Euro previsti a scudo delle banche in realtà si tratta proprio di una protezione con soldi pubblici delle malefatte che banchieri e politici attuano alle nostre spalle.
Perché la notizia poi confermata dallo stesso esecutivo italiano è trapelata grazie al quotidiano statunitense Wall Street Journal:sarebbe credo venuta fuori lo stesso ma comunque questo è già un segno tangibile di come certi affari vengano stipulati sotto banco tra gli istituti finanziari e il governo.
Questa cifra,per ora teorica e spendibile entro la fine dell'anno e solo in casi specifici,potrebbe essere spesa se le banche sbaglieranno ancora registro e verrebbero tappati gli eventuali buschi in bilancio con i soldi pubblici volti a proteggere chi specula e gioca in Borsa.
Per i poveri cristi che hanno investito senza sapere dei rischi che avrebbero potuto andare in conto per ora ancora briciole di questa cifra enorme di denaro di tutti che naturalmente non verrà investito in sanità,scuola e trasporti.

Via libera della commissione Ue a uno scudo per le banche.

L’ombrello della garanzia potrebbe aprirsi fino alla fine del 2016. In campo 150 miliardi di euro.Misura per tranquillizzare i mercati. Il valore delle garanzie dipenderà dai casi specifici

La Commissione europea ha autorizzato — sulla base delle regole Ue sugli aiuti di Stato — l’introduzione per l’Italia di uno schema di garanzia per le banche fino al 31 dicembre 2016. Si tratta di una misura precauzionale. Secondo la commissione, questo «schema» è in linea con le linee guida del 2013 e schemi simili sono già operativi in diversi paesi Ue. L’Italia ha chiesto di autorizzare la fornitura di liquidità che può avvenire a sostegno di banche solventi in caso di bisogno.

Attivazione «in caso di necessità»
Il “plafond” della garanzia pubblica per il supporto precauzionale alla liquidità delle banche solvibili, su cui la Commissione europea ha dato il via libera all'Italia, potrebbe estendersi fino a un valore di 150 miliardi di euro. La cifra, anticipata dal Wall Street Journal, viene confermata da fonti governative. Il valore delle garanzie pubbliche dipenderà comunque dai «casi specifici». Si tratterebbe di «una misura per tranquillizzare i mercati» ed è per questo che la Ue sottolinea che non ci sono aspettative che venga usata. Di fatto però si tratta di uno strumento che il governo potrebbe attivare «in caso di necessità».

Il meccanismo della fideiussione
Il meccanismo richiama quello della fideiussione bancaria. In caso di una ricapitalizzazione che viene considerata meritevole ma a rischio, lo Stato lo Stato potrebbe fornire garanzie e l’investitore che ha dubbi sull’aumento di capitale, si sentirebbe tranquillizzato. Intanto oggi Unicredit ha scelto il proprio amministratore delegato: sarà Jean Pierre Mustier. La Borsa di Milano ha chiuso in positivo (più 1,57%). Tra i bancari che accusano il maggior ribasso, il Monte dei Paschi di Siena (meno 2,44%).