martedì 24 marzo 2015

PORCHEZIO E IL NAZISMO ECOLOGICO

Già da tempo Porchezio è considerato da molte persone un nazista mancato,uno che è riuscito a trovare spazio politico nella Lega Nord solo per aver sbagliato movimento si diceva un tempo,anche se ora la distanza tra le due ideologie è praticamente nulla:uno che ha un passato torbido da esponente di estrema destra ad avvocato indagato per truffa ed un presente ancora peggiore,uno che le ha prese e le ha date fisicamente,un porco e non una persona.
L'articolo(ecn.org)qui sotto parla dei suoi aspetti positivi del nazismo,con quelli che a suo modo di vedere hanno cominciato a parlare di ecologia e hanno dato impulsi alla ricerca scientifica,tralasciando il fatto che le scoperte fatte da loro erano esperimenti condotti nei lager su uomini,donne e bambini che neanche m'immagino cosa abbiano provato se non un incessante desiderio di morte rapida.
Però parlando di questo almeno ammette l'esistenza dell'Olocausto ed addirittura si sbilancia dicendo che è stato un episodio negativo...solo poi bacchettando Caga Povnd di essere un'accozzaglia di nostalgici e probabilmente di non essere ancora abbastanza violenti per creare un ulteriore soluzione finale.

Mario Borghezio: "Nazismo aveva aspetti positivi, era all'avanguardia in ecologia e nella ricerca scientifica".

“Gli aspetti positivi del nazionalsocialismo sono i meno conosciuti. È mancato un Renzo De Felice che li analizzasse”. A dichiararlo è Mario Borghezio, europarlamentare della Lega Nord, intervistato da Klaus Davi per il programma “KlausCondicio” su You Tube
“Una figura che mi piace molto di quel periodo è quella di Walther Darré (SS Obergruppenführer che si occupò del sequestro dei beni agli ebrei e diresse l’Ufficio per la razza e le colonie, ndr), colui che si potrebbe definire il Ministro dell’Ambiente del Terzo Reich. Darré ha introdotto in politica l’ecologia, per non parlare di altri aspetti come la ricerca scientifica e anti cancro. Di quel periodo sicuramente apprezzo il pensiero filosofico di Heidegger, che credo sia uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi. Non è ancora emersa una scuola defeliciana che faccia capire meglio quel periodo: erano all’avanguardia. È certo che la pagina dell’Olocausto resta un aspetto negativo, incancellabile”, afferma il leghista Borghezio.
In merito al rapporto con CasaPound, con cui ha manifestato nella periferia romana dell'Infernetto, l’europarlamentare dice che “in generale non sono favorevole al nostalgismo. Lo ritengo una malattia infantile dell’estrema destra italiana e non solo. Ho consigliato loro di liberarsi dalla scorie del nostalgismo e diventare un movimento politico che guarda esclusivamente avanti. Se lo faranno – conclude Borghezio – avranno di fronte una prateria, perché in tutta Europa c’è spazio per queste sensibilità, per queste idee e per questo senso forte di appartenenza e di patriottismo”.

http://www.huffingtonpost.it/2015/03/13/mario-borghezio-nazismo-aveva-aspetti-positivi_n_6862114.html?ref=fbph&ncid=fcbklnkithpmg00000001

lunedì 23 marzo 2015

IN FRANCIA HANNO VINTO TUTTI

I risultati delle elezioni amministrative francesi hanno bene o male accontentato tutti con la vittoria del partito del redivivo Sarkozy alleato con i centristi,la tenuta dei socialisti di Hollande ed il Front National che avrebbe potuto avere qualche cosa di più visto l'andazzo generale europeo.
Il primo voto dopo i fatti del Charlie Hebdo hanno indirizzato la Francia verso un sostanziale pari tra le forze del centro destra e quelle del centro sinistra(con i voti sommati di tutta la gauche nazionale)mentre i lepenisti sono sempre uno su quattro tra gli elettori e comunque il primo partito votato.
L'operazione della rinascita di Sarkozy di nuovo leader del Ump è parallela a quella che Renzi ha fatto in Italia con Berlusconi,due figure già ampiamente al di fuori della politica e che errori fatti più o meno consapevolmente(anche Hollande non è esente da colpe)e che ora sono ancora chi più e chi meno sulla cresta dell'onda.
Questi voti sono da analizzare soprattutto considerando le prossime elezioni presidenziali che vedranno le stesse forze cercare una quadra sui nomi da rappresentare visto che allo stato attuale delle cose l'Ump è sempre fermamente contro una possibile alleanza con l'estrema destra del Fn.
Articolo preso da Infoaut(http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/14223-la-francia-al-voto-dopo-charlie-hebo-una-società-lepenizzata )che propone anche un contributo radio.


La Francia al voto dopo Charlie Hebdo: una società lepenizzata.


Sono state elezioni dipartimentali importanti in Francia quelle che si sono tenute questa domenica. Elezioni che dovevano valutare la crescita ulteriore o meno del Front National, capire il peso del ritorno alla guida dell'Ump di Sarkozy e la tenuta del governo Hollande. Il tutto nel clima successivo agli attentati di Charlie Hebdo, che hanno pesantemente modificato il contesto in cui si si è arrivati al voto: a vincere è stato l'Ump con circa il 30%, seguito dal Fn con circa il 26% e dai socialisti a circa il 20%, a fronte di un'astensione a quasi il 50%, un dato importante sebbene in diminuzione rispetto alla precedente tornata.
La notizia, che non è una notizia visti gli ultimi anni di attualità politica del paese, è una progressiva lepenizzazione del paese, nonostante questa tornata elettorale sia stata vinta da un Sarkozy tornato alla guida del partito dopo una serie di guai giudiziari nei quali è ancora invischiato. Il programma politico di Sarkò di fatto era tutto schiacciato sul programma lepenista, basato su diversi provvedimenti e appelli di carattere razzista (come quelli per vietare il velo all'università e che obbligheranno i bambini e le bambine musulmane a trovare carne di maiale nei menu scolastici senza potersi lamentare) che l'hanno fatta da padrone, insieme a quelli meno eclatanti ma comunque pericolosi come la volontà di restringere la libertà di circolazione assicurata dagli accordi di Shenghen.

La “sinistra” al governo di Hollande ha tenuto, grazie anche all'utilizzo spregiudicato fatto dal presidente francese dell'emozione post attentati a Charlie, emozione trasformata in difesa dei valori della Republique, della sua comunità nazionale. Tutta la galassia della gauche istituzionale sommando i risultati ottenuti arriverebbe anche al 35%, a poca distanza dalla coalizione arrangiata da Sarkozy e baricentrata sull'Ump, con il FN che non arriverebbe in questo modo ad un'eventuale partecipazione al ballottaggio in un elezione presidenziale come quella in programma nel prossimo 2017.

Da un lato queste elezioni mostrano un primo affievolimento del consenso nei confronti della Le Pen, che sarebbe relativo all'inizio della curva discendente dell'effetto Tsipras, incapace di competere nella battaglia contro gli stessi poteri forti dell'UE contro cui si scaglia il Front National. Non a caso il punto su cui Sarkozy ha fortemente e chiaramente differenziato la sua campagna elettorale da Marine Le Pen è stato proprio la ferma adesione dell'Ump all'Unione Europea e alla moneta unica. Il tema di come riuscire a poter o meno riformare l'UE dall'interno continua quindi ad essere centrale nel dibattito politico europeo.

Dall'altro però occorre notare come la circostanza più problematica, che tracima i rigidi confini dell'analisi delle urne, è come dicevamo sopra la vittoria sul piano ideologico, del dibattito pubblico, di Marine Le Pen che ha saputo imporre la sua agenda e costretto tutti gli altri partiti a misurarsi su quella. Sarkozy al fine di recuperare centinaia di migliaia di elettori di destra finiti a votare Fn ha addirittura annunciato la rottura del dispositivo del “fronte repubblicano” che dava indicazione in ogni ballottaggio tra Fn e uno tra Ps/Ump di votare l'alternativa al partito lepenista.

Questo equivale ad uno sdoganamento e una legittimazione del Fn mai avuta prima dai LePen nell'arco della loro storia, a simboleggiare la forza dell'opzione euroscettica lepenista nella fase attuale e la trasformazione compiuta da Marine del partito di Jean-Marie.

Rilevante anche l'irrilevanza totale dei partiti di cosiddetta sinistra radicale, dal consenso praticamente inesistente in una fase molto dura in cui gli effetti dell'attentato del 7 gennaio sono stati sfruttati per silenziare ogni opposizione interna e critica del ruolo interno e globale degli attori politici che rappresentano la Republique nei posti di potere. Un'opposizione interna che i movimenti e le piazze antirazziste cercano di conquistarsi, dovendo affrontare tante difficoltà.

domenica 22 marzo 2015

QUANDO LA BOLLA ESPLODERA'

Breve introduzione di un contributo economico che traccia in senso negativo l'andamento finanziario italiano che nonostante le promesse di un'uscita dal tunnel della recessione la cui fine viene posticipata sempre più in là nel tempo,vede fallite tutte le misure adottate fino ad oggi.
Ed il governo Renzi non fa specie a questa analisi,anzi il divario tra il Pil ed il debito pubblico è sempre più abissale,e ciò vuol dire che il trend pessimistico stando a sentire gli addetti ai lavori tenderà ad aggravare la situazione del nostro paese.
Articolo preso da Senza Soste.

Un grafico che non lascia scampo: l'Italia tenuta in vita da un sistema artificiale di bolle finanziarie.


Questo grafico viene da Bloomberg finanza. La linea viola indica il debito pubblico, quella verde l'andamento del Pil, quella bianca i tassi di interesse dei Btp italiani.
Come potete notare, a partire dal periodo Monti-Napolitano (quello della "austerità e rigore per salvare il paese"), il debito pubblico è schizzato e il Pil è precipitato. A voler essere maligni, la divaricazione tra debito e Pil si fa minore nell'ultimo mese in cui il governo Letta di fatto governa (dicembre 2013). Poi arriva il gelataio di Rignano (Renzi) e l'Italia riparte, certamente, ma verso l'abisso.
La divaricazione tra Pil e debito, e se non produci ricchezza il debito non lo sgonfi, si allarga plasticamente durante tutto il governo Renzi. La linea bianca indica l'andamento dei Btp. Ovviamente se il tasso di interesse dei Btp tenesse conto dell'andamento dell'economia reale, e del rapporto debito-Pil, l'Italia sarebbe già fallita. Con tassi di interesse, e debito pubblico, degni della Weimar del 1923.
Il tasso di interesse Btp è ovviamente determinato dall'immissione di liquidità nei mercati finanziari sia dalla Bce sia dalle altre banche centrali. Siccome la liquidità, nella finanza globale, è tanta, allora i Btp stanno bassi. Eppure la forbice debito-Pil si è allargata lo stesso, segno di squilibri sistemici dell'economia nazionale.
Se le banche centrali, con la loro politica di immissione di liquidità, rischiano però di creare una grossa bolla finanziaria (e a nostro avviso il rischio c'è) allora si capisce una cosa. L'Italia è tenuta, economicamente parlando, in vita artificiale dentro una bolla finanziaria. Finché dura, ma forse, come dice il Presidente del Consiglio, è la volta buona. Sì, che l'Italia esplode.
Redazione - 5 marzo 2015

venerdì 20 marzo 2015

PIT STOP PER LUPI

Il casotto che è nato dallo scandalo emerso dal lavoro della Procura di Firenze in merito alle mazzette sugli appalti per le grandi opere ha visto la prima testa rotolare,ed è quella dell'ormai ex Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Maurizio Lupi.
Il rappresentante ciellino del Ncd di alfaniana nascita,che alle ultime elezioni europee era il capolista del suo partito nella circoscrizione dell'Italia Nord Occidentale solo per fare eleggere l'allora Presidente della provincia di Cremona Massimiliano Salini,è stato messo alle strette un po' da tutti,partendo da amici e falsi amici del governo arrivando a chi è seduto alla stanza dei bottoni in Europa.
I regali ricevuti,le spintarelle al figlio per potergli far ottenere i classici mestieri ed incarichi italiani di alta rappresentanza,ovvero stipendi folli per non lavorare realmente perché a quei livelli se si lavora si fa solo danni,messi insieme hanno certificato l'autoeliminazione dal potere che conta almeno per questo giro.
Infatti siamo sicuri che come le più classiche merde dopo un po' di galleggiamento senza mai sprofondare riapparirà più forte di prima,e poi diciamocelo in intimità che Italia chi ha fatto cappellate più eclatanti è ancora al proprio posto se non addirittura ha visto avanzare la propria carriera,mentre nel resto del mondo per moltissimo meno Ministri e Presidenti hanno lasciato la propria poltrona senza battere ciglio.
Articolo preso da:http://contropiano.org/politica/item/29776-bruxelles-ha-disposto-le-dimissioni-di-lupi .


Bruxelles ha disposto le dimissioni di Lupi.


Le dimissioni si danno davanti alla Terza Camera (presto seconda, con la scomparsa del Senato), ovvero sulla poltrona di Porta a Porta, con l'officiante Bruno Vespa nella parte del confessore-perdonatore, incidentalmente marito di quel gip che, nelle inchieste sui Mondiali di calcio del 1990, proscioglie «perché il fatto non sussiste» l'ora arrestato Ercole Incalza. Ghirigori di incontri, nei retrobottega del potere italico...
L'annuncio è stato ovviamente sofferto e dolente: "Domani al termine dell'informativa" alla Camera, "rassegnerò le dimissioni". Con grandi sussulti di dignità istituzionale: "Per me la politica non è un mestiere ma passione. E' poter servire il proprio Stato. Non ho perso né l'onore né la passione". Evidentemente deve esserci stato un caso di omonimia con quell'altro Lupi che, parlando al telefono con Incalza chiedeva «Tu suggerisci di rimanere? Io sono veramente dubbioso... o mi rifaccio il partito, oppure rimanere dentro...e rimanere a fare cosa?».
Onore perduto a parte, la vicenda si chiude nell'unico modo possibile ai tempi della Troika.
Se vogliamo restare alla pura procedura parlamentare, infatti, la trada era egualmente segnata. Il Movimento 5 Stelle aveva preparato una mozione di sfiducia personale sul ministro delle infrastrutture che si faceva dirigere, e persino scrivere il programma di governo, da quello che teoricamente era solo un suo collaboratore a progetto. La mozione sarebbe stata votata da Sel, fors'anche dai "dissidenti" del Pd, sicuramente da una parte di Forza Italia che considera Lupi come uno dei traditori del Caimano (quando scelsero, insieme ad Alfano, di restare nel governo Letta mentre il berluska rompeva il patto).
A quel punto, per salvare il ministro di cielle, Renzi avrebbe dovuto porre una sorta di "fiducia" sul lupetto ormai spelacchiato e additato al pubblico ludibrio. Un costo alto, senza alcun guadagno.
Tanto più che una vicenda del genere, seppur senza dichiarazioni pubbliche, era certamente seguita dalle cancellerie dell'Unione Europea, dove vigono standard comportamentali per i ministri decisamente diversi. Ci sono stati casi di ministri, per esempio in Francia, costretti ale dimissioni non per aver rubato o concesso appalti miliardari in cambio di mazzette, ma semplicemente per aver affittato un appartamento - a spese dello stato - considerato "troppo grande" per il suo nucleo familiare...
Cosa signifca?. Che la classe dirigente di questa Unione Europea appare consapevole delle "difficoltà" italiane nell'adeguarsi a questi standard e quindi - pur accettando di sostenere e riconoscere governi disposti ad eseguire i propri ordini, ma composti da rappresentanti di interessi clientelari sotto la soglia della presentabilità - "preme" perché gli episodi di corruzione diventino occasione di "limature progressive", capaci di eliminare il personale politico inadeguato agli scopi.
L'altra strada sarebbe stata "rivoluzionaria", in senso autoritario. Ovvero sbarrare la strada dei ministeri a tutti i personagio di questo tipo e affidare tutti i poteri al Cantone di turno. Il rischio, evidente, era però quello di sollevare una "rivolta" masanelliana dei tangentari, dei corrotti, del "mondo di mezzo"... meglio, molto meglio, la "politica dei piccoli passi" teleguidati dall'alto, le scremature rese possibili dalle inchieste giudiziarie.
Così vanno interpretatae le uniche parole pronunciate da Renzi sula vicenda (strano, neanche un tweet, questa volta...): "La scelta di Maurizio è una scelta saggia, per sè, per Ncd, per il governo". Una scelta che evita di trasformare un colpo durissimo per la credibilità - in rapido calo - di questo governo in una crepa permanente capace di abbatterlo.
Sì, va bene, ma da chi verrà sotituito Lupi? Per ora Renzi annuncia l'interim a se stesso. In attesa di trovare il nome giusto. Circola quello di Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità anticorruzione, magistrato che ha sostituito lo sbiadito Di Pietro dell'immaginario ruolo dell'"uomo incorruttibile".
Ma bisogna ricordare - e le telefonate tra Lupi e Incalza lo dimostrano - che renzi era già prima intenzionato a portare a Palazzo Chigi la "struttura tecnica di missione" del ministero delle Infrastrutture, quella con a capo Incalza e per cui lo stesso Lupi aveva minacciato di far cadere il governo.
Ma circola anche quello di Mauro Moretti, amministratore delegato di Finmeccanica ed ex ad delle Ferrovie, nonché nel lontano passato anche ex segretario della FiltCgil. Un inaffondabile capace di galleggiare in qualsiasi mare...

giovedì 19 marzo 2015

KAPITALISMUS TOTET

L'emblematica foto che si vede sopra è il succo della giornata dove l'inaugurazione della nuova sede della Bce a Francoforte è stato solo l'innesco della miccia delle proteste di migliaia di persone giunte da tutt'Europa per protestare contro la Troika e le politiche di austerità imposte agli Stati europei.
Infatti oltre all'evento mondano della nuova apertura del palazzone di vetro dove erano presenti nomi altisonanti della finanza mondiale,c'è stato un chiaro appello urlato dai manifestanti contro il capitalismo grande male dell'economia globale che arricchisce i ricchi sulle spalle dalla stragrande maggioranza della popolazione,e se parte di quest'ultima tace esiste un'altra parte che non sta zitta e grida il suo sdegno.
Gli scontri con la polizia sono cominciati al mattino presto quando centinaia di partecipanti al corteo ampiamente annunciato hanno deciso di bloccare uno dei ponti che costituiscono la via d'accesso alla zona della nuova sede della Bce,poi questi scontri sono degenerati dall'una e dall'altra parte in un eccesso di violenza e rabbia reciproca.
Articolo preso da Senza Soste/Infoaut.

#18M, Francoforte. In migliaia contro Bce e austerity. 

Il corteo partecipatissimo che ha attraversato nel tardo pomeriggio le strade di Francoforte è terminato nella piazza dell'Opera. La giornata di oggi ha dimostrato sin dalle prime ore del mattino un livello di conflitto che è andato ancora una volta a determinare quel dissenso verso la Bce e la Troika di chi si trova a pagare giorno dopo giorno le politiche di austerità imposte dall'Europa. Le migliaia di persone che sono giunte da ogni angolo di Europa sono state in grado di esprimere in maniera diffusa, ognuno con le sue specificità quella rabbia e a praticare degli obiettivi ben precisi. L'ingente dispiegamento di forze dell'ordine che ha deciso ripetutamente di attaccare i manifestanti con il fine di disperderli, ha causato numerosi feriti, l'identificazione di centinaia di attivisti e l'arresto per almeno una ventina di persone. Nonostante le cariche e gli arresti di stamattina, emblematica è stata la manifestazione che si è svolta nel tardo pomeriggio, riuscendo così a dare una risposta decisa e forte non solo nei confronti dell'inaugurazione della nuova sede Bce ma anche rispetto all'atteggiamento aggressivo e intimidatorio della polizia.
Aggiornamento ore 18: Dopo i blocchi riusciti di stamattina di nuovo in piazza contro l'Europa dell'austerity, da circa mezzora è partito il corteo di #Blockupy formato da decine di migliaia di persone che esprimono il proprio dissenso contro la Bce e le misure di miseria attuate dalla Troika. La presenza delle forze dell'ordine è ingente mentre il corteo prosegue nelle strade.
L'appuntamento, questo pomeriggio, è previsto per le 14, momento in cui si riprenderà la mobilitazione con un corteo unitario che attraverserà le strade di Francoforte, in direzione della zona rosa e nello specifico, della nuova sede Bce.
ore 12.00: Sembra che il presidente della BCE Mario Draghi sia stato costretto ad arrivare in elicottero per evitare la mobilitazione intorno alla sede di Francoforte.
ore 11.30:alcuni attivisti sono riusciti a scalare la facciata di vetro della nuova sede della BCE sulla quale è stato appeso un grosso striscione con scritto "Kapitalismus Totet" ("Il capitalismo uccide") foto.
Da ultimi aggiornamenti sembra che, dopo l'identificazione, la polizia stia lentamente rilasciando una parte delle persone fermate durante i massici fermi avvenuti nella mattinata. Centinaia di attivisti sono però ancora in stato di fermo di polizia mentre sarebbero 21 gli arrestati.
Ascolta Manuel, redattore di Radio Onda d'Urto (Radio BlackOut):
aggiornamento ore 10: Le azioni che si sono svolte sin dal primo mattino di oggi stanno per concludersi. La mobilitazione messa in campo per tutta la giornata ha rivelato un livello di eterogeneità caratterizzata da diverse pratiche che hanno un obiettivo comune.
Le decine di migliaia di persone che stanno prendendo parte alla contestazione contro l'inaugurazione della nuova sede Bce e contro il diktat della Troika che propone piani di austerità, hanno dimostrato la determinazione nel raggiungere e indirizzare la propria rabbia contro il palazzo di cristallo, blindato ad arte da una zona rossa e da migliaia di poliziotti. Le persone che sono giunte da ogni parte d'Europa e gli interventi capillari in diversi punti della città hanno caratterizzato questa prima parte della giornata, arricchendola di potenzialità e di conflitto.
Intanto giunge notizia che la polizia stia identificando centinaia di persone che continuano a effettuare blocchi e azioni diffusa in diversi punti della città. Le autorità parlano inoltre di 350 arresti, mentre il Legal Team ha notizia di qualche decina di attiviti tratti in stato di fermo. 
Ascolta Bender, compagno di Francoforte(Radio BlackOut)
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La diretta video da Francoforte:
Giornata di mobilitazione in occasione dell'inaugurazione della nuova sede della BCE e contro le politiche di austerità e di governo della crisi della Troika. Se già  ieri, il clima di preparazione annunciava una giornata intensa di conflitto, in queste ore decine di migliaia di persone stanno manifestando nella città tedesca, in forme e modalità differenti. Circa diecimila poliziotti presidiano la città, muniti di decine di cannoni ad acqua e impegnati a difendere già da diversi giorni la zona rossa che contiene l'edificio della BCE.
La contestazione prevista oggi a Francoforte contro la BCE e l'austerity è già iniziata alle 6.00 di questa mattina, con azioni dirette e sanzionamenti contro vetrine di banche e agenzia di assicurazione lungo il percorso della nuova sede della BCE. La polizia ha inoltre attaccato i manifestanti, con un fitto lancio di lacrmogeni e idranti, fermando, sembrerebbe da alcune fonti giornalistiche, qualcuno.
La determinazione di chi oggi è sceso in piazza a Francoforte è indirizzata ad avvicinarsi alla nuova sede della Bce. La presenza numerica e la determinazione è significativa, con decine e decine di migliaia di persone che promettono di proseguire con blocchi e cortei selvaggi in diversi punti della città.
Verso le 8 del mattino, migliaia di manifestanti hanno bloccato il ponte Osthafen, nelle immediate vicinanze della nuova sede Bce. I manifestanti sono stati attaccati dalla polizia con lacrimogeni e idranti, nel tentativo di disperdere le persone, che però si sono successivamente ricompattate.
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mercoledì 18 marzo 2015

ISRAELE SEMPRE PIU' A DESTRA

La grande  fiducia che la sinistra poneva in queste elezioni(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2015/02/la-nuova-alleanza-del-partito-comunista.html )si è schiantata con la terribile realtà di un altro mandato per un governo di centro destra che sarà guidato per la quarta volta consecutiva da Netanyahu,alla faccia dei sondaggi che lo vedevano sconfitto dal laburista Herzog.
Israele anzi vira sempre più a destra,ha vinto chi considera la Palestina una causa persa e che vuole il non riconoscimento di due Stati diversi:i territori occupati vedranno sempre più colonizzazione e sempre meno diritti.
L'unica cosa che ora possono fare i leaders palestinesi è quella di aderire in tempi sempre più stretti alla corte penale internazionale che dovrà vagliare le richieste contro Israele per i crimini di guerra perpetrati.
I voti hanno infatti affermato la chiara indole dello stato israeliano a proseguire e intensificare gli abomini ed i soprusi cui siamo abituati da decenni,con una popolazione martoriata sotto tutti i punti di vista,una popolazione ammazzata senza che nessuno poi in realtà faccia davvero qualcosa per cambiare la situazione.
Articolo preso da Infoaut cui suggerisco pure questo:http://www.senzasoste.it/internazionale/israele-sempre-pi-a-destra .

Israele: Netanyahu stravince le elezioni.


aggiornamento ore 9:Palestinesi:"Accelereremo pratica di adesione a corte penale internazionale":
”Diciamo chiaramente che ci rivolgeremo alla Corte penale internazionale dell’Aja, che accelereremo la pratica nei suoi confronti, la porteremo avanti e la intensificheremo”,  ha avvertito oggi Saeb Erekat, il negoziatore capo dell’Olp, a commento della vittoria elettorale di Netanyahu e della sua riconferma a capo del governo. “Tutti abbiamo sentito le dichiarazioni di Netanyahu, che cioè non consentirà la costituzione di uno Stato palestinese indipendente e che proseguirà la colonizzazione. La comunità internazionale  deve ora sostenere gli sforzi della Palestina, in quanto Paese sotto occupazione, di rivolgersi alla Corte penale internazionale e ad altre istituzioni internazionali”.

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Benyamin Netanyahu non ha vinto, ha stravinto le elezioni legislative israeliane. Il suo partito, il Likud, ha conquistato 29  seggi (potrebbero salire a 30 con la conta dei voti dei soldati), mentre Campo Sionista del suo rivale, il laburista Yitzhak Herzog, solo 24.

A questo punto, secondo i media e contro gli exit-poll che ieri sera alla chiusura delle urne avevano dato i due partiti avversari alla pari, Netanyahu è in grado di formare una maggioranza solida con i suoi partner della destra estrema. Il partito centrista Yesh Atid, forte di 11 seggi, peraltro non esclude di entrare nella nuova maggioranza guidata dal Likud e altrettanto potrebbe fare Kalanu (10 seggi), il partito guidato da Moshe Kahlon, rappresentante della cosiddetta destra sociale, al quale qualche giorno fa Netanyahu aveva offerto il ministero delle finanze.

“Sono fiero per la grandezza di Israele, Ora dovremo formare subito un governo nazionalista forte e stabile”, ha detto Netanyahu escludendo definitivamente l’ipotesi di esecutivo di unità nazionale che si era affacciata ieri sera su proposta del capo dello stato Reuven Rivlin. Il vincitore ha già preso contatto con i leader della destra con i quali intende dare vita alla nuova coalizione. Netanyahu potrà contare anche su Yisrael Beitenu, il partito antiarabo del ministro degli esteri Avigdor Lieberman che, dato dai sondaggi fuori dalla Knesset, ha conquistato invece sei seggi. “Per noi è una vittoria”, ha commentato Lieberman “nonostante il tentativo di grandi forze di annientarci. Nessun altro partito sarebbe sopravvissuto a questa battaglia. Non è stata solo una lotta politica, siamo stati di fronte ad un annientamento mirato di un intero gruppo politico. Ci siamo confrontati contro grandi forze. Molti, anche nei media, hanno fatto fronte comune per eleminarci, ma non ci sono riusciti”.

Il terzo gruppo parlamentare alla Knesset sarà la Lista Araba Unita, con ben 14 seggi. Un risultato mai raggiunto che offre alle formazioni politiche che rappresentano la minoranza palestinese (20% della popolazione) in Israele la possibilità di mettere in piedi una opposizione forte all’offensiva, anche legislativa, della destra guidata da Netanyahu contro i cittadini arabi.

Tacciono in queste ore Herzog e l’alleata Tzipi Livni, passati dall’illusione della vittoria all’amarezza di una sconfitta quasi umiliante. Forte delusione anche per ilMeretz, la sinistra sionista, che con grande fatica ha superato la soglia di sbarramento conquistando il minimo: quattro seggi. La leader Zahava Galon ha annunciato la sua rinuncia al seggio per permettere l’ingresso nella Knesset a Tamar Zandberg, quinta sulla lista presentata alle elezioni e astro nascente del partitino.

Israele si conferma un Paese di destra, sempre più estrema. I dirigenti dell’Autorità nazionale palestinese, pur senza proclamarlo pubblicamente, avevano sperato nella sconfitta di Netanyahu. Si annunciano ora nuovi scontri diplomatici, subito, a partire dal Primo aprile quando la Palestina entrerà a far parte della Corte Penale Internazionale e potrà chiedere una indagine per crimini di guerra contro Israele. Tra molti palestinesi in ogni caso si riteneva inutile e persino dannosa la vittoria del centrosinistra che, a loro dire, non avrebbe cambiato la situazione sul terreno, ma avrebbe comunque garantito a Herzog e Livni  il sostegno dei governi occidentali.

Senza dubbio non brinda alla vittoria di Netanyahu neanche il presidente americano Barack Obama che mantienre rapporti personali molto difficili con il leader israeliano. Noto è lo scontro tra i due riguardo al possibile accordo internazionale sul programma nucleare iraniano. Comunque Obama in questi anni non ha mai fatto mancare a Israele l’appoggio decisivo degli Stati Uniti in diverse importanti circostanze alle Nazioni Unite e in altri ambiti internazionali contro i diritti dei palestinesi.

da Nena News

martedì 17 marzo 2015

AI NOSTRI POSTI CI TROVERETE!

Ieri sera a Milano col tradizionale corteo antifascista si sono concluse le giornate dedicate alla commemorazione di Dax,il compagno ammazzato la sera del sedici marzo di dodici anni fa dalle lame fasciste in una notte dove successe di tutto,per l'appunto con l'omicidio e la successiva violenza poliziesca presso l'ospedale San Paolo.
L'articolo preso da Infoaut spiega la serata di ieri e racconta attraverso i links le passate e future iniziative che si terranno a Milano soprattutto facendo riferimento al settantesimo anniversario della Liberazione italiana dal gioco nazifascista.

Milano in corteo per Dax.

Ieri sera un corteo di diverse centinaia di antifascisti ha sfilato  per le vie di Milano Sud sotto una pioggia battente per ricordare il 12° anniversario dell’omicidio fascista di Davide “Dax” Cesare.
La manifestazione di ieri è arrivata dopo diverse giornate di iniziative che hanno visto, tra le altre cose, concerti e presentazioni di libri.

Quest’anno la manifestazione ha cambiato percorso ed invece che attraversare Corso San Gottardo e raggiungere subito Via Gola ed il quartiere dove Davide abitava ha invece percorso Via Tabacchi e Via Sarfatti per raggiungere il monumento dedicato a Roberto Franceschi, giovane militante del Movimento Studentesco ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato dalla Polizia nel Gennaio 1973.

Da qui, percorrendo Via Bocconi, Via Bligny e Via Col di Lana gli antifascisti hanno raggiunto Piazza XXIV Maggio. Una piazza pesantemente trasformata dai lavori in vista di Expo. Il corteo ha poi percorso il Naviglio per poi tornare in quartiere.

Quest’anno l’anniversario di Dax cade in un periodo che vede un certo attivismo in città dell’estrema-destra (fatto anche di aggressioni davanti alle scuole) per non parlare poi della gravissima aggressione Cremona ad opera di Casa Pound contro Emilio, militante del centro sociale Dordoni.

E’ di sabato scorso l’ultimo banchetto di Forza Nuova in Stadera contrastato dalla mobilitazione immediata degli antifascisti.

Quest’anno, con il 70° anniversario della Liberazione cade anche il 40° anniversario dell’omicidio di Sergio Ramelli. In vista della parata nazista del 29 Aprile gli antifascisti hanno iniziato a mobilitarsi e costruire iniziativa.

In aggiunta a ciò, dopo il corteo nazionale di Ottobre a Milano (anche quello contrastato da un corteo antirazzista di 10.000 persone), la “nuova” Lega Nord di Matteo Salvini in versione anti-europea e nazionalista, ha tentato il “colpaccio” a Roma non riuscendo però a sfondare, ma anzi venendo in qualche modo “battuta” sul terreno dei numeri da quelli messi in campo dai movimenti.

La mobilitazioni antifasciste proseguono quindi verso un 25 Aprile che diventa oggi più che mai data importante sia dal punto di vista politico che simbolico.

lunedì 16 marzo 2015

LA CORRUZIONE INCALZA-NTE


La notizia in circolo da stamattina dell'arresto e delle denunce di decine di persone,per lo più dirigenti ed imprenditori in orbita ai progetti delle grandi opere e su tutte la Tav e l'Expo,è di quelle che alla fine ti aspetti nonostante tutti gli accorgimenti che sono stati fatti:la corruzione ed i reati in genere contro la pubblica amministrazione sono prerogativa degli italiani al potere.
Il super manager Ettore Incalza è il nome più in vista di quelli resi noti,un intermediario delle mazzette che servivano a pagare gli appalti milionari delle grandi opere,uno che ha incarichi per lo Stato ininterrottamente da sette governi e che è già uscito indenne da ben 14 procedimenti giudiziari sempre per reati contro la p.a.
L'articolo è preso da Infoaut.
 
Arrestato Incalza: cade un pezzo del sistema tav .

Questa mattina è avvenuto l’arresto di Ettore Incalza, super dirigente ai lavori pubblici, confermato dagli ultimi 7 governi che si sono succeduti. Un nome e una garanzia per la politica delle grandi opere che ha confermato uno dei suoi uomini di punta indistintamente da chi sedeva sul banco del governo.
Una garanzia già, infatti Ettore Incalza è stato inserito nel 2013 dal Ministro Lupi e il Ministro Alfano nella task force (un nome un programma) sulla Torino-Lione, con  Regione Piemonte, la Provincia di Torino, il Comune di Torino e il commissario governativo Mario Virano. Il compito designato a questo gruppo era quello di organizzare le “compensazioni” e le comunicazioni con il territorio…e sappiamo come è andata finire.
Già alla nomina Incalza poteva vantare un buon curriculum: 14 procedimenti e altrettante assoluzioni per reati contro la pubblica amministrazione, un buon soggetto insomma, gradito a tutto il sistema tav. Oggi cade sotto i colpi di un’inchiesta della procura di Firenze per vari reati legati alle grandi opere, il Tav e l’Expo. I magistrati in conferenza stampa hanno definito la cricca un “articolato sistema corruttivo che coinvolgeva dirigenti pubblici, società aggiudicatarie degli appalti ed imprese esecutrici dei lavori”.
Oltre a Incalza tra gli arrestati dai Ros c’è anche l’imprenditore Stefano Perotti che nel tempo “ha procurato degli incarichi di lavoro a Luca Lupi”, figlio del ministro Maurizio Lupi. A scriverlo è il gip di Firenze nell’ordinanza di custodia cautelare.
Niente di nuovo, ma evidentemente qualcosa è cambiato nella gestione del sistema tav, e quindi qualche affiliato va gettato nella mischia.
Sistema è il termine giusto perchè è di sistema che si tratta, quel sistema che fa incriminare i notav mentre meriteremmo una medaglia, uno per uno, al cospetto dello schifo (legalizzato o meno) che rappresenta la cricca di potere che si affanna a difendere opere inutili e dannose, utili solo ad arricchire familiari e amici indebitando l’intero Paese.

da: notav.info

sabato 14 marzo 2015

ALBE LATINOAMERICANE,MEDITERRANEE E DORATE

L'incontro che si è tenuto ieri presso l'auditorium Pertini organizzato dal Movimento 5 Stelle ha dato spunti di riflessione nello scenario politico non solo italiano ed europeo ma anche internazionale visto che si è fatto un parallelo con la situazione del Sud America ed i paesi mediterranei legati all'Eurozona che sono gli ultimi della classe nell'Ue,i così detti Pigs.
I temi toccati sono stati soprattutto economici in quanto la pressione europea nonostante proclami di fine recessione ormai inculcatici nella testa da più di cinque anni non hanno ancora risolto nulla,semmai hanno incrementato la percezione di povertà e di disagio che sfocia anche e soprattutto nel settore sociale.
Sebbene gli stati dell'Alba Latinoamericana siano riusciti ad unirsi nel corso degli ultimi decenni per spazzare via l'egemonia degli Usa,uno dei tre pilastri della loro di Troika assieme alla Banca mondiale ed al Fondo Monetario Internazionale,(unico capitolo in comune con la nostra troika che ha l'Ue e la Bce ma cambiano solo i nomi ma non la sostanza)il prospettarsi di un'Alba Mediterranea non è una bestialità a prescindere.
E'vero che le argomentazioni di Di Battista e Di Stefano abbiano alcune lacune,l'idea di fondo è da approfondire attentamente soprattutto sul fatto dell'uscita dall'Euro che gli stessi rappresentanti del M5S e gli altri partecipanti al dibattito come Minà e Arriola,se fatto da un solo Stato(vedi Grecia),è non solo inutile ma dannoso.
Anche perché alla porta ci sono i movimenti di destra ivi compresi quelli neofascisti e neonazisti come un'altra di Alba,quella Dorata,che pur avendo diminuito il consenso in Grecia negli altri Stati si sta arricchendo di nuovi seguaci,ignoranti e cattivi di sicuro,ma anche il numero fa forza:bene,questi ultimi cavalcano l'onda dell'uscita dall'Euro ed in taluni casi anche quelli dell'Eurozona.
L'articolo di Contropiano(http://contropiano.org/politica/item/29657-un-alba-mediterranea-contro-troika-ed-euro-il-m5s-rompe-gli-indugi )parla di questo incontro e propone la sintesi degli interventi.

Un'Alba Mediterranea contro troika ed euro.


Il M5S rompe gli indugi. Una platea composita e affollata ha seguito oggi con estrema attenzione l’iniziativa organizzata dal Movimento 5 Stelle presso l’Auditorium Sandro Pertini della Camera dei Deputati. L'incontro ha visto la partecipazione di alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle come Di Stefano e Di Battista, del giornalista Gianni Minà, di alcuni intellettuali militanti – come Luciano Vasapollo e Joaquin Arriola - e di numerose rappresentanze delle ambasciate paesi dell’Alba.
Una iniziativa che a partire dal processo di rottura avvenuto in America Latina nei decenni scorsi rispetto all’asfissiante dominazione economica statunitense e alla dollarizzazione delle economie, propone un processo di rottura all’interno dell’Unione Europea che liberi i Pigs – i paesi “maiali” oggetto di quasi un decennio di politiche di austerity – dall’ormai intollerabile gabbia rappresentata da una moneta – l’Euro – e da alcune istituzioni – la Bce, la Troika – che i partecipanti all’iniziativa hanno esplicitamente contestato.

Introducendo i lavori, il parlamentare del M5S Manlio Di Stefano ha sottolineato "L'insostenibilità del sistema-euro per i paesi europei con condizioni diverse tra loro e gli effetti della globalizzazione". A questo punto si può fare altro? A questa domanda Di Stefano ha risposto citando l'esempio dei paesi dell'Alba Latino americana. "Quindi i cittadini italiani possono discutere anche di altre ipotesi possibili". Importante il passaggio nel quale ha affermato che il M5S vuole tradurre tutto questo in atti legislativi.
Ad aprire il dibattito è stato Gianni Minà, che ha attaccato e messo alla gogna una politica e una informazione continentali che a lungo ci hanno presentato le rivoluzioni latinoamericane dal punto di vista degli interessi politici ed economici dominanti, descrivendo i leader e i processi di liberazione in quel continente come folkloristici nel migliore dei casi o più spesso populisti o addirittura dittatoriali. “Sono qui per imparare” ha detto Minà, riferendosi alla proposta della creazione nell’area del Mediterraneo di una alleanza di paesi che si sganci della dominazione del capitale franco-tedesco ripetendo un processo già compiuto in America Latina ai tempi della rottura con l’Alca che gli Stati Uniti volevano imporre al tradizionale ‘cortile di casa’. Minà ha efficacemente ricordato che se nel Mediterraneo è la troika europea – Bce, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale - a dettare legge e a imporre l’interesse del più forte, prima della coraggiosa ed efficace formazione dell’Alba in America Latina era un’altra troika – costituita da Washington, dalla Banca Mondiale e dal FMI – a devastare le economie di quei paesi.

Dopo Minà è toccato a Luciano Vasapollo, docente di Economia all’Università La Sapienza ed esponente del Centro Studi Trasformazioni Economiche e Sociali. Vasapollo ha rivendicato l’inizio, ormai cinque anni fa, di un dibattito scientifico e politico su un'area euromediterranea alternativa all'Unione Europea e all'Eurozona, agganciato alle dinamiche del sindacalismo di base e dei movimenti sociali. Nel libro "Il risveglio dei maiali", scritto con Joaquin Arriola e Rita Martufi (tradotto e pubblicato ormai in diverse lingue) e insieme a pochi altri intellettuali militanti a livello europeo, hanno cominciato a proporre la rottura dell’Unione Europea e la formazione di ‘un’Alba euromediterranea’ come via d’uscita radicale ma credibile ad una crisi del modo di produzione capitalistico che ha assunto un carattere sistemico. Una proposta che considera necessaria una fuoriuscita dall’euro non di un singolo paese, la cui economia sarebbe immediatamente danneggiata dagli attacchi speculativi, e non per tornare alla vecchia moneta nazionale, il che avrebbe effetti disastrosi. Ciò che si propone è un’alleanza di paesi – quelli della sponda sud del Mediterraneo, i più indeboliti dall’euro e dalle politiche rigoriste imposte dalla Germania orientate a costruire una periferia interna all’Ue che fornisca al centro manodopera a basso costo e assorba i prodotti esportati da Berlino – che rompa con la moneta unita europea e con il meccanismo di dominazione economico-politica dell’Unione Europea per costruire un altro aggregato di paesi, con una propria moneta comune e un sistema basato sulla complementarietà e l’equilibrio. Occorre, ha spiegato Vasapollo, che le banche vengano nazionalizzate così come altri settori chiave dell’economia come le telecomunicazioni, l'energia o i trasporti, in maniera da ridare al settore pubblico e allo stato la capacità di intervenire in campo economico per contrastare gli effetti della crisi e gli interessi dei poteri forti.

Sullo stesso tema è intervenuto Joaquin Arriola, docente di economia dell’Università del Pais Vasco e coautore del saggio sui Pigs e l'Alba euromediterrranea, il quale ha ricordato che le storture economico-sociali provocate dall’introduzione dell’euro erano già note prima ancora che la moneta unica entrasse in vigore. Arriola ha citato un episodio risalente al 1996, quando il premio Nobel Modigliani nel corso di una conferenza pubblica a Bilbao lanciò un veemente allarme sulle conseguenze nefaste provocate dall’introduzione di quella che chiamò “la moneta tedesca”, cioè l’euro. In molti, anche a sinistra, pensarono che la moneta unica avrebbe accelerato un processo di creazione e rafforzamento di una Europa federale, democratica e solidale che in realtà non è mai nata, lasciando il posto a una matrigna aggressiva e autoritaria nei confronti di alcuni dei popoli che la conformano. Oggi l’Ue è un “organismo costruito sulla base degli interessi delle classi e dei paesi dominanti e dell’egoismo dei potenti” ha accusato Arriola, secondo il quale la moneta unica è stata utilizzata da Francia e Germania per rafforzare le proprie economie e il proprio potere. In particolare la Germania ha utilizzato il processo di unificazione europeo e l’introduzione della moneta unica per assorbire e socializzare i costi dell’assimilazione della Germania e della sua espansione nell’Europa orientale dopo la caduta del blocco socialista. Da anni Berlino utilizza una sfacciata politica di dumping per favorire i propri prodotti e le proprie esportazioni desertificando così le economie dei paesi della sponda meridionale del Mediterraneo finalizzate alla mera importazione di merci e di macchinari tedeschi. D’altronde la Germania è l’unico paese tra i più importanti dell’Ue che in questi anni non ha visto diminuire il suo tessuto industriale. In riferimento al duro braccio di ferro in corso tra la troika e Atene, Arriola ha affermato che Syriza sbaglia a pensare che sia possibile contrastare l’austerità e ridurre gli effetti delle politiche imposte dalla troika senza mettere in discussione la propria permanenza all’interno dell’Eurozona e senza bloccare del tutto processi di privatizzazione stoppati solo in parte dal nuovo esecutivo.

A chiudere la sessione della mattinata ci ha pensato Alessandro Di Battista, Vicepresidente della Commissione Affari Esteri della Camera per il Movimento Cinque Stelle, che ci ha tenuto a rivendicare il carattere ‘postideologico’ dell’identità del suo movimento, sottolineando però la possibilità di portare avanti una battaglia comune su una proposta in grado di costruire nel nostro paese e nel resto dell’Europa un’alternativa alla sottomissione alla troika e all’austerity. Anche Di Battista, tra gli applausi in sala, ha esordito affermando che la pur importante vittoria di Syriza in Grecia potrebbe risolversi in un nulla di fatto se il nuovo governo non prenderà atto dell’impossibilità di rispettare il suo programma elettorale all’interno dei vincoli posti dall’Eurozona. “Stampa e politica affermano – ha ricordato Di Battista – che se i nostri paesi abbandonassero la moneta unica le nostre economie crollerebbero: la disoccupazione aumenterebbe, le esportazioni collasserebbero, il debito schizzerebbe in alto... Esattamente ciò che sta succedendo da anni nei Pigs integrati nella zona Euro”.
Secondo Di Battista, che ha attaccato il Jobs Act e il Ttip che danno mano libera alle imprese a danno dei lavoratori, l’Europa del Sud deve ‘fare cartello’ come hanno fatto a suo tempo i paesi dell’America Latina e costruire una nuova aggregazione di paesi che funzioni con parametri economici e politici completamente diversi da quelli imposti finora dall’Ue. “Dov’è Sel, dove sono le minoranze del Pd, quelle dove c’è un Fassina che prima ha fatto il consulente dell’Fmi e ora dice di essere contro la troika e a favore del governo greco?” ha chiesto Di Battista, il quale ha difeso la proposta di un reddito di cittadinanza criticando chi definisce la misura populista negando che possa esistere una copertura economica per garantirla. “Come mai quando bisogna comprare gli F35 la copertura finanziaria si trova sempre e invece quando proponiamo di dare un reddito ai precari e ai disoccupati ci accusano di essere degli assistenzialisti?”. Applausi per Di Battista anche quando ha affermato che serve «una banca pubblica nazionalizzata che emetta e stampi moneta. E' un modo per dare a un popolo, a un governo, un potere: una politica monetaria, fiscale, valutaria. Sono degli strumenti per uscire dalla crisi, giocarci, tutti lo fanno, ma oggi non abbiamo questo potere».
Nella seconda sessione del convegno hanno preso la parola le ambasciate dei paesi latinoamericani che hanno dato vita all'Alba.
Insomma, con il convegno di oggi si è aperto uno spazio politico importante e che può diventare il percorso concreto di una battaglia da giocare a tutti i livelli - dalle piazze al parlamento, dai posti di lavoro ai territori - intorno ad una ipotesi di rottura della gabbia dell'Unione Europea e dell'Eurozona e alla costruzione di una area alternativa euromediterranea. L'assunzione di responsabilità su questo del M5S non è un particolare secondario. Vogliamo dirla riproponendo un illuminante osservazione di Perry Anderson: "I movi­menti di destra non hanno dif­fi­coltà a riven­di­care aper­ta­mente l’uscita dall’Euro come dal giogo mone­ta­rio dell’austerità che il neo­li­be­ri­smo ora esige. Anche i movi­menti di sinistra denun­ciano gli effetti della moneta unica, ma sull’Euro soli­ta­mente tem­po­reg­giano, sug­ge­rendo nel migliore dei casi varie mac­chi­na­zioni per alle­viarne i rigori. Que­ste tendono tut­ta­via a sof­frire di due svan­taggi poli­tici: sono tec­ni­ca­mente troppo com­pli­cate per essere intel­le­gi­bili ai più e non hanno pra­ti­ca­mente alcuna chance di accet­ta­zione da parte di Bru­xel­les o Fran­co­forte. In con­fronto, le riso­lute chia­mate a disfarsi dell’Euro sono non solo pron­ta­mente com­pren­si­bili da tutti, ma, rea­li­sti­ca­mente par­lando, più plau­si­bili come sce­na­rio pos­si­bile. Dun­que la sini­stra è svan­tag­giata anche qui". Se la sinistra in Italia e in Europa non vuole rimanere eternamente svantaggiata, è tempo che acquisisca il necessario coraggio politico per diventare essa - e non la destra - il punto di riferimento popolare e generazionale della rottura con la gabbia dell'Unione Europea.

venerdì 13 marzo 2015

LE REALI INFORMAZIONI SUL CONFLITTO TIBET-CINA

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L'articolo odierno prende spunto da una riflessione di Senza Soste che indaga sugli eventi che hanno portato al conflitto la regione del Tibet e la Cina,lo Stato cui esso fa parte,lasciando perdere le politicizzazioni e le campagne di liberazione cui la zona Himalaiana asiatica è abituata.
Con semplici domande e risposte che sono un poco più articolate,ecco uno scenario diverso da quello che i film soprattutto americani disegnano della vita tibetana,che sembra sia stata sconvolta dall'esercito rosso cinese ma la storia vera non è proprio come viene descritta da tali pellicole.
Si spiegano bene,poi ognuno si può fare un'opinione,l'intervento dei militari,gli scontri di Lhasa di fine anni cinquanta,le cifre sulle vittime,l'appoggio Usa onnipresente in tutto il mondo con la Cia che finanzia il Dalai Lama,la libertà di religione e molto altro che è stato distorto nel corso degli ultimi decenni.

Tibet: vero o falso?
Proponiamo l’articolo di Mila Marcos e Michel Collon tratto da www.resistenze.org sezione Popoli. Noi come redazione a tal proposito avevamo scritto questo articolo nel 2008 (Link: Cina-Tibet: in questo film non ci sono i buoni) 
Questo “media-test” non vuole scandalizzare. Tutte le posizioni sono rispettabili. Il nostro obiettivo è che ciascuno possa porsi, da solo, una questione essenziale:
 “Le mie convinzioni si basano su informazioni affidabili o si è trattato della manipolazione dell’opinione pubblica su alcune questioni critiche?”
Come si fa ad essere un buon giudice? Si devono ascoltare con attenzione le varie posizioni, lasciare i pregiudizi da parte, verificare l’affidabilità di ogni prova, documento o testimone. Non dovremmo essere tutti, lettori o spettatori dei media, interessati ad applicare questo metodo?
1. “Prima dell’invasione cinese, il popolo tibetano viveva in armonia con i monaci e i signori feudali in un ordine sociale ispirato dagli insegnamenti religiosi”.
FALSO.
La dottrina imponeva la superiorità del ricco signore e l’inferiorità del contadino miserabile, del monaco inferiore, dello schiavo e della donna. Si presentava quest’ordine come il risultato ineluttabile della successione karmica, prodotto della virtù dei ricchi e delle loro vite passate.
In realtà, questa ideologia giustificava un ordine sociale di classe feudale: i servi dovevano lavorare le terre del signore o del monastero, gratuitamente e per tutta la vita. Qualunque azione era un pretesto per imporre tasse elevate: matrimonio, funerale, nascita, feste religiose, il possesso di un animale, piantare un albero, il ballo, e persino entrare o uscire di prigione.
Questi debiti potevano essere passati da padre in figlio e proseguire nelle generazioni successive, e se i debiti non venivano pagati, i debitori erano ridotti in schiavitù.
I fuggitivi e i ladri erano perseguiti da un piccolo esercito professionista. Le punizioni preferite erano il taglio della lingua o accecare un occhio, il taglio del tendine del ginocchio, ecc. Tutte queste torture sono state proibite nel 1951 mediante l’applicazione delle riforme portate da Pechino.
2. “Nel 1951 la Cina ha invaso il Tibet”
FALSO.
Il termine “invasione” implica l’idea dell’esistenza di due paesi diversi. In realtà, a partire dal XII secolo, con l’impero mongolo, il Tibet è stato annesso alla Cina. A partire dal secolo XVII il Tibet è diventato una delle diciotto province dell’impero cinese e ogni Dalai-lama riceveva la sua garanzia di legittimazione dall’imperatore cinese.
Alla fine del XIX secolo l’impero britannico ha invaso il Tibet. Il Dalai-lama ha approfittato dell’occasione per rivendicare l’indipendenza tibetana. Questa richiesta, però, non venne presa in considerazione da nessun partito cinese né da alcun paese del mondo. Nel 1949, anche il Dipartimento di Stato USA considerava il Tibet (e Taiwan) come parte integrante della Cina, ma cambia tutto quando la Cina diventa un paese socialista con Mao Zedong.
Era lo stesso Dipartimento di Stato, allora, che scriveva:
 “Il Tibet diventa una zona strategica ideologicamente importante. L’indipendenza del Tibet può servire come lotta contro il comunismo, è nostro interesse riconoscerlo come paese indipendente anziché come parte integrante della Cina”. Ma aggiunge: “La situazione cambia se si crea un governo in esilio. In questo caso il nostro interesse sarà di sostenere l’indipendenza del Tibet senza riconoscerla. Il riconoscimento dell’indipendenza del Tibet non è la questione veramente importante. Si tratta della nostra strategia contro la Cina.”
3. “A partire dal momento in cui i comunisti cinesi presero il potere nel 1951, il Dalai-lama e i signori tibetani hanno perso il loro potere politico in Tibet”
FALSO.
Nel 1951 venne firmato l’Accordo per la Liberazione Pacifica del Tibet tra Pechino e il governo locale tibetano. Il Dalai-lama accettò la proposta di Mao Zedong e gli mandò un messaggio telegrafico: “Il governo locale, i lama e le popolazioni laiche del Tibet appoggiano all’unanimità l’Accordo di 17 articoli.”
Questo fu il contesto in cui l’Esercito di Liberazione Popolare entrò in Tibet. L’accordo prevedeva il mantenimento della servitù in Tibet sotto l’autorità del Dalai-lama.
I monasteri, il Dalai-lama e gli ufficiali mantennero i loro possedimenti (70%delle terre). Pechino gestiva solo le questioni militari e i rapporti internazionali. Il governo locale tibetano, composto da lama e signori feudali, negoziò e accettò l’accordo. In contropartita, il Dalai-lama ricevette il posto di Vice-presidente del parlamento cinese, posto che occupò senza il minimo tentennamento.
4. “La battaglia di Lhasa si concluse con la morte di 83.000 tibetani!”
FALSO.
Per capire meglio l’evoluzione del conflitto: mentre in Tibet la servitù feudale era stata mantenuta, dagli anni cinquanta la riforma agraria veniva applicata nelle province limitrofe (abitate da minoranze tibetane che coesistevano con gli Han, Hui, Yi, Naxi, Qiang, Mongoli, ecc.).
Si confiscavano le terre dei grandi proprietari per ridistribuirle ai contadini poveri. Questo processo si sviluppò senza troppe frizioni, dato che il governo cinese pagava una rendita ai vecchi proprietari. Sono i lama e i grandi signori tibetani di queste regioni limitrofe, che per paura di perdere i loro privilegi, cominciarono a organizzare la resistenza.
Nel 1956 scoppiò una rivolta armata, iniziata dal monastero di Litang nella provincia dello Sichuan. Dopo alcune scaramucce con l’esercito rosso, una parte dell’elite tibetana dello Sichuan si è rifugiata in Tibet spargendo voci del “terrore rosso”.
La CIA finanziò e appoggiò la rivolta fin dall’inizio. Avevano addestrato milizie armate nel Colorado, le avevano poi lanciate in Tibet e le avevano rifornite per via aerea. I fatti di sangue di quest’epoca erano in realtà la repressione di una lotta di classi privilegiate organizzate dalla CIA. Nel 1959, le voci secondo le quali “i cinesi volevano sequestrare il Dalai-lama” provocò una grande manifestazione a Lhasa (anche se la CIA, in realtà, aveva già organizzato la fuga del Dalai-lama in India). I manifestanti linciarono alcuni ufficiali tibetani e l’esercito rosso schiacciò la ribellione.
Quanti morti ci furono a Lhasa? Secondo i testimoni raccolti dal politologo pro indipendentista Henry Bradsher, 3.000.Nel 1959 il Dalai-lama pretendeva che fossero 65.000, e aumentò la cifra fino ad arrivare a 87.000. Il problema è che allora, Lhasa aveva una popolazione massima di 40.000 abitanti.
Di certo dopo la ribellione 10.000 tibetani furono condannati a lavori forzati per 8 mesi, e impiegati nella costruzione della prima centrale elettrica di Ngchen. Le cifre fantasiose circa il “genocidio” hanno continuato a circolare. Nel 1984 il governo tibetano ha dichiarato: “Tra il 1949 e il 1979 sono stati assassinati dall’esercito rosso 432.000 tibetani!”
5. In principio, l’India negava l’asilo politico al Dalai-lama
VERO.
Dal 1949 gli USA hanno cercato di convincere il Dalai-lama ad andare in esilio. Per farlo, contarono sull’appoggio dei suoi due fratelli (contattati dalla CIA fin dal 1951) e del consigliere tedesco Heinrich Harrer (ex SS).
L’allora dirigente indiano, Nehru, non aveva intenzione di dargli asilo politico. Perciò, il presidente Eisenhower propose un trattato; se l’India avesse dato asilo politico al Dalai-lama, gli USA avrebbero formato 400 ingegneri indiani in materia di tecnologia nucleare.
Il trattato venne accettato. Nel 1974 la prima bomba atomica indiana vene chiamata cinicamente: “il Budda sorridente”.
6. L’occupazione cinese ha causato la morte violenta di 1,2 milioni di tibetani
FALSO.
Due dati contraddicono questa cifra, accettata senza prove da più di 30 anni dall’insieme dei paesi occidentali.
1- La piramide di età della popolazione tibetana. Si stima che nel 1953 la popolazione tibetana (tanto in Tibet che nelle province limitrofe) raggiungeva al massimo 2,5 milioni di abitanti. Se avessero assassinato 1,2 milioni di tibetani tra il 1951 e l’inizio degli anni 70’, una gran parte del Tibet sarebbe rimasta spopolata. Inoltre, ci sarebbe stato un grande squilibrio tra uomini e donne. I demografi, invece, non rilevano nessuna anomalia nella popolazione tibetana, che non ha mai smesso di aumentare. Attualmente in Cina si contano quasi 6 milioni di tibetani.
2- L’unica persona che ha avuto accesso agli archivi del governo tibetano in esilio è Patrick French, quando dirigeva la campagna “Free Tíbet” a Londra. Con i documenti in mano, French arrivò ala conclusione che le prove del “genocidio tibetano” erano state falsificate. Le battaglie del 1959 erano state contabilizzate varie volte e le cifre dei morti erano state aggiunte, a margine, in seguito. French denunciò questa falsificazione, ma la cifra di 1,2 milioni di morti ha continuato a fare il giro del mondo.
7. “Durante la Rivoluzione Culturale venne proibita ogni pratica religiosa”
VERO.
Tra il 1966 e il 1976, tutte le pratiche religiose vennero proibite, non solo in Tibet, ma in tutto il territorio cinese. Si chiusero i monasteri e i monaci furono obbligati a vivere con le loro famiglie d’origine, dedicandosi al lavoro produttivo, essenzialmente agricolo. Non tutti i monasteri venero distrutti, ma molti oggetti di culto furono spazzati via dalle guardie rosse (giovani intellettuali tibetani aderenti al movimento rivoluzionario cinese).
Quando la situazione degenerò gravemente (eccessi, castighi arbitrari), l’esercito rosso s’interpose e restaurò l’ordine sociale ed economico. Il governo cinese ammise gli errori che aveva commesso in questo periodo e cominciò a finanziare la restaurazione di tutto il patrimonio religioso del Tibet.
I monasteri tornarono a riempirsi di monaci. Attualmente, in Cina vi sono più di 2.000 monasteri tibetani restaurati e in funzione.
8. “Il Dalai-lama è una specie di Papa del Buddismo mondiale”
FALSO.
Il Dalai-lama non rappresenta il buddismo zen (Giappone), né il buddismo del Sud-Est asiatico, né quello cinese. Il buddismo tibetano rappresenta meno del 2% dei buddisti del mondo. In Tibet, inoltre, esistono quattro scuole buddiste separate. Il Dalai-lama appartiene a una di quelle, la geluppa (i “virtuosi” capelli gialli),
Durante la visita che il Dalai-lama fece a Londra nel 1992, fu accusato dalla maggior organizzazione buddista britannica di essere un “dittatore spietato” ed un “oppressore della libertà religiosa”. Si tratta di un “Papa” con pochi discepoli religiosi, ma molti adepti politici.
9. Il Dalai-lama rivendica un territorio equivalente alla quarta parte della Cina
VERO.
Sebbene nelle sue ultime dichiarazioni affermava di accontentarsi dell’autonomia, nei suoi libri rivendica il “grande Tibet”, un territorio due volte più grande di quello su cui i Dalai-lama esercitavano il loro potere politico in passato! Questo territorio include tutta la provincia di Qinghai e parti delle province di Gansu, Yunnan e Sichuan, abitate da varie minoranze, tibetane e non.
Che cosa farebbero? Caccerebbero i non tibetani? Farebbero la pulizia etnica? Certo! Nel 1987 il Dalai-lama ha dichiarato testualmente: “Dovranno partire 7,5 milioni di coloni”. Non si tratta di coloni, però, visto che la popolazione di queste regioni è mista da molti secoli. In ogni caso, questo progetto espansionista provocherebbe ciò che tutte le grandi potenze hanno voluto per più di 150 anni: smembrare la Cina.
10. “Il finanziamento del movimento tibetano proviene da donazioni di ONG umanitarie o caritatevoli”
FALSO.
Il movimento tibetano riceve effettivamente questo tipo di donazioni, ma la sua fonte di finanziamento principale è il governo degli USA. Tra il 1959 e il 1972, la CIA ha dato 1,7 milioni di dollari al “Governo Tibetano in esilio” e 180.000 dollari annuali direttamente al Dalai-lama. Per molto tempo, egli lo ha negato, ma finalmente negli anni ottanta, ha finito col riconoscerlo pubblicamente. Da allora ad oggi i finanziamenti sono stati più discreti, attraverso organizzazioni di copertura come il National Endowment for Democracy (NED), il Tibet Fund, il State Department’s Bureau of Democracy… Un altro dei suoi principali patrocinatori è George Soros, attraverso lo Albert Einstein Institution, che continua ad essere diretto dall’ex colonnello Robert Helvey dei servizi segreti USA.
11. “Il sostegno degli USA al Dalai-lama è motivato da obiettivi strategici”
VERO.
L’elite dirigente degli USA considera la Cina come il suo principale nemico. Anche se si tratta di un socio economico indispensabile, a lungo termine, la Cina è valutata come il principale fattore di resistenza al dominio mondiale statunitense. Gli Stati Uniti prevedono che la Cina supererà la loro economia nel 2030. Di conseguenza, è fondamentale per gli USA evitare che il resto dei paesi asiatici riescano a creare un mercato comune legato alla Cina che potrebbe sfuggire al loro controllo. Quindi, sognano di spaccare la Cina come hanno fatto con l’URSS.
Il loro obiettivo è controllare le ricchezze economiche, la mano d’opera e il mercato più grande del mondo. Per indebolire la Cina gli USA hanno una doppia strategia. Da una parte circondarla con le basi militari, dall’altra, appoggiare il separatismo e ogni tipo di opposizione, cominciando da campagne mediatiche di indebolimento. Questa è la ragione per cui investono grandi somme di denaro nella questione del Tibet.
12. “Il Dalai-lama ha difeso pubblicamente il dittatore fascista del Cile, Augusto Pinochet”
VERO.
Pinochet fu arrestato in Inghilterra dalla polizia britannica, sulla base di un ordine d’arresto internazionale emesso dal giudice spagnolo Baltasar Garzón. In quell’occasione il Dalai-lama raccomandò vivamente al governo britannico la liberazione di Pinochet, per evitare che fosse giudicato in Spagna per crimini contro l’umanità.
Anche Pinochet era un vecchio impiegato della CIA. Il Dalai-lama, in effetti, è una pedina degli Stati Uniti. Nel 2007, George Bush gli ha conferito la maggior decorazione degli USA, la Medaglia d’Oro del Congresso. Sua Santità allora ha incensato Bush per i suoi sforzi a favore della democrazia, della libertà e dei diritti umani in tutto il mondo.
E ha persino definito gli USA “campioni di democrazia e della libertà!”
13. “Reporter sin Frontieres (Rsf) appoggiano il Dalai-lama in modo disinteressato”
FALSO.
RSF si presenta come un’organizzazione che lotta a favore della libertà dei giornalisti, e un gran numero di donatori credono di appoggiare un’organizzazione indipendente ed obiettiva. Ma il finanziamento per assistere giornalisti oppressi occupa solo il 7% del finanziamento globale. Il resto è diretto a finanziare campagne politiche, nelle quali si trova il denaro sporco.
Il patron di RSF, Robert Ménard, è un difensore dei diritti dell’uomo a geometria variabile. Perché critica Venezuela e Cuba deformando i fatti? Ha avuto finanziamenti dalla mafia cubana di Miami. Perché critica la Cina per la sua politica nel Tibet? Ha ricevuto 100.000 dollari dagli anticomunisti di Taiwan. Certo Ménard è molto più timido quando si tratta di criticare gli USA, il paese che ha ucciso più giornalisti negli ultimi anni (soprattutto in Iraq). E’ finanziato dalla CIA attraverso la NED, citata in precedenza.
Perché Ménard ha lasciato che RSF smettesse di criticare i media francesi? Perché è legato finanziariamente ai grandi media francesi e ad alcune grandi multinazionali. I distributori di stampa (proprietà parziale di Lagardère) distribuiscono gratuitamente i suoi album fotografici. “Non si sputa nel piatto in cui si mangia!” Lo ha riconosciuto lo stesso Ménard nel 2001. Come fare, per esempio, ad organizzare un dibattito sulla concentrazione della stampa e poi chiedere a Hanvas o a Hachette di finanziare l’evento?
Nonostante tutti questi sfondi sospettosi, la maggioranza dei grandi media continuano a difendere gli argomenti di Ménard. Ma l’UNESCO ha smesso di finanziarlo con questa spiegazione: “In varie occasioni, RSF aveva dato prova di mancanza di etica nel trattare alcuni paesi in maniera molto poco obiettiva.”
14. “La Cina sta facendo un genocidio culturale in Tibet”
FALSO.
Il Tibet è da tempo una regione autonoma. Dagli anni 80’, la cultura e la religione tibetana si pratica liberamente, i bambini sono bilingue e sono stati aperti istituti di tibetologia. I monasteri si sono riempiti di lama, compresi i bambini. La lingua tibetana è parlata e scritta da molte più persone che prima della rivoluzione. Nel Tibet esiste un centinaio di riviste letterarie. Anche la rivista Foreign Office, vicina al Dipartimento di Stato degli USA, ha riconosciuto che la pratica del bilinguismo era usata dal 60/70% dei funzionari di etnia tibetana.
Inoltre, la cultura tibetana ha avuto nuove prospettive dallo sviluppo nel resto della Cina, specialmente nell’ambito della lingua, la letteratura, gli studi sulla vita quotidiana e l’architettura tradizionale. In Cina sono stati pubblicati importanti collezioni di libri, giornali e riviste in lingua tibetana. Ci sono molti editoriali dedicati a promozioni di lingua tibetana, non solo in Tibet ma anche a Pechino. La realtà dimostra che l’idea del “genocidio culturale” non è altro che un mito della propaganda politica.
15. “Le violenze che sono avvenute a Lhasa, lo scorso 14 marzo 2008, sono la conseguenza della durezza con cui la polizia e l’esercito cinese hanno represso una manifestazione pacifica.”
FALSO.
Tutti i testimoni occidentali presenti in quel momento, tra cui il giornalista James Miles (The Economist), confermano la stessa versione: le violenze furono scatenate da giovani tibetani che erano stati diretti da alcuni lama per commettere atti vandalici.
Si trattava di azioni criminali programmate a carattere razzista. Vari gruppi, tutti armati nello stesso modo (bottiglie Molotov, pietre, sbarre di ferro e coltelli da macellaio), agendo alla stessa maniera, si sono sparpagliati a Lhasa seminando il panico e attaccando gli Han (cinesi) e gli Hui (musulmani). Hanno attaccato scuole, ospedali, hotel. Hanno bruciato vivi e lapidato vari civili. Sono stati contati 19 morti e più di 300 feriti. Alcuni tibetani più anziani hanno soccorso alcune vittime salvando loro la vita.
Quando si sono verificate queste violenze razziste, i sostenitori del Dalai-lama hanno preteso che si è trattato di una montatura compiuta da soldati cinesi travestiti da monaci, facendo circolare la fotografia, una cosiddetta “foto-satellite”, che pretendeva di provare i fatti. Abbiamo dimostrato che quella foto è stata un’enorme farsa.
In un primo tempo, la polizia e l’esercito cinese sono rimasti passivi, per poi intervenire e far cessare l’ondata di violenze. Quante vittime ci sono state? I media occidentali diffondono una cifra che raggiunge le “centinaia”, ma ancora una volta, questa cifra proviene dall’entourage del Dalai-lama. Alcuni dei “morti” contati dal governo tibetano in esilio ora vivono in Tibet. Altri si chiamano “Dupont, Charleroi “, senza altra precisazione.
La polemica non è finita.
27/06/08