giovedì 12 marzo 2015

BERLUSCONI IL SANTO E GIUSTO

La sentenza di assoluzione per Silvio Berlusconi dai reati di concussione per costrizione e prostituzione minorile devono far riflettere sul ruolo della magistratura sulla quale tanto l'ex premier puttaniere si era accanito e tutt'ora è in conflitto nonostante tutto quello che spiegherò appena dopo,e sul ruolo dei mass media e soprattutto quelli controllati direttamente da lui.
Andando per ordine cosa vuol dire questa sentenza?Significa solo che i giudici"imparziali"hanno ritenuto che Ruby nello specifico è una prostituta solo che non minorenne,mentre la famosa telefonata con le pressioni fatte al capo gabinetto della Questura di Milano Ostuni per liberare"la nipote di Mubarak"per consegnarla alla Minetti non fu un atto di costrizione di un allora Presidente del Consiglio.
Detto ciò Berlusconi il resuscitato da Renzi ora non sta facendo null'altro di diverso di quello che stava facendo prima,ovvero continua la sua campagna elettorale infinita eseguita anche da quando gli è stata imposta l'inagibilità politica,e perpetrata dalle televisioni e dai giornali controllati in modo diretto e non.
Un'ultima parola sui magistrati,qui si pensa davvero e non è certo il primo caso che vede coinvolto B.,che è un delinquente pluricondannato praticamente per quasi tutti i reati cui è sempre andata bene perché sono stati sempre colpiti dei suoi compagni martiri o perché i reati ascrittigli sono caduti in prescrizione:le famose toghe rosse che fine hanno fatto se mai fossero esistite?
E di processi ne ha ancora a bizzeffe da affrontare,di avvocati da pagare e di giudici probabilmente da corrompere,deve ancora infarcire le sue e le altre testate giornalistiche della sua faccia e delle sue vuote idee,ne devono passare ancora di feste sotto i ponti prima che l'inesorabile fine giunga a compimento.
Articolo preso da:http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/11/processo-ruby-cassazione-conferma-appello-per-berlusconi-assoluzione-definitiva/1494884/ ...altro che santo subito,l'inferno è appena cominciato,se non altro per noi che dobbiamo ancora sopportarlo.

Non Processo Ruby, Silvio Berlusconi assolto anche dalla Cassazione.
         

Rigettato il ricorso sulla sentenza d'appello. Non fu concussione per costrizione e non fu prostituzione minorile. Si chiude così il processo in cui l'ex premier in primo grado era stato condannato a 7 anni. L'avvocato Coppi: "Grande vittoria"fu concussione per costrizione e non fu prostituzione minorile. Silvio Berlusconi esce assolto dall’affaire del bunga bunga che ha generato il processo Ruby, il processo Ruby bis (tre condanne in appello) e l’inchiesta Ruby ter.
La Cassazione, dopo una camera di consiglio durata oltre nove ore, ha confermato la sentenza di appello che, il 18 luglio scorso, aveva ribaltato quella di primo grado, in cui l’ex premier era stato condannato dal tribunale di Milano a sette anni (sei per la concussione e uno per la prostituzione). Dopo il terzo grado di giudizio, dunque, nulla di fatto. Resta solo il ciarpame denunciato mesi prima dall’allora moglie Veronica Lario.
Il procuratore generale della Cassazione, Eduardo Scardaccione, aveva chiesto di annullare l’assoluzione incassata in secondo grado da Silvio Berlusconi (leggi). L’accusa riteneva “pienamente provate” le accuse, la concussione per costrizione e la prostituzione minorile, a carico dell’ex premier. Nessun dubbio, per il pg, sulla consapevolezza della minore età di Ruby, anche perché  quella per le minori era una “passione del drago“ ha sottolineato Scardaccione citando Veronica Lario. E poi “l’episodio nel quale Silvio Berlusconi racconta che Ruby è la nipote di Mubarak è degno di un film di Mel Brooks e tutto il mondo ci ha riso dietro”.
La telefonata dell’allora presidente del Consiglio, nella notte tra il 27 e il 28 maggio del 2010, al capo di gabinetto della Questura di Milano Pietro Ostuni, fatta mentre era in visita ufficiale a Parigi, per l’accusa aveva avuto l’effetto di esercitare “una pressione irresistibile ed è stata di una violenza grave, perdurante e inammissibile per la sproporzione” tra la persona che chiamava e quella che riceveva la chiamata. Secondo il pg, “non c’è alcun dubbio sul fatto che ci sia stata costrizione e che abbia” così ottenuto che una ragazzina che partecipava alle serate ad alto contenuto erotico di Arcore potesse lasciare gli uffici della Polizia invece di finire, come previsto dalle legge, in una comunità.
È proprio sulla concussione come è stata circoscritta dalla legge Severino che si è emesso il verdetto. In secondo grado la norma aveva giocato a favore dell’ex Cavaliere proprio per l’interpretazione che ne aveva fornito la Suprema Corte a sezione Unite, fissando paletti precisi sulla definizione di violenza come limitazione radicale della libertà. E di quel verdetto era stato relatore proprio Nicola Milo, presidente della VI sezione che oggi ha deciso sul destino dell’ex Cavaliere. Per quanto riguarda la prostituzione minorile è evidente che ai giudici di legittimità, come del resto a quelli di secondo grado, non sono bastate le tanti notti passate dall’allora 17enne ad Arcore come testimoniato dai tabulati telefonici, le intercettazioni telefoniche, le testimonianze (non quelle delle Olgettine) che descrivevano la invano spacciata nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak come una ragazzina vestita di stracci che all’improvviso vestiva come una principessa.
A incidere, oltre alla norma che porta il nome dell’ex ministro della Giustizia del governo Monti, anche la riqualificazione del reato imposta dal collegio, tutto la femminile, del Tribunale. Il procuratore aggiunto Ilda Boccassini e il pm Antonio Sangermano avevano contestato al leader di forza Italia la concussione per induzione, proprio in base alla nuova legge, mentre i giudici di primo grado avevano ritenuto che la telefonata della Questura potesse essere considerato un atto in grado di limitare la libertà di chi l’aveva ricevuta. Quell’imputazione quindi è poi rimasta tale e sia il sostituto procuratore generale di Milano che il procuratore generale della Cassazione hanno dovuto mantenerla.
Infine l’avvocato. Franco Coppi non è riuscito a farlo assolvere nel caso Mediaset, ma il cambio di strategia avvenuta già in secondo grado con l’ammissione che sì quelle cene non erano proprio eleganti, ma che il suo imputato nulla sapeva della minore età della marocchina, ha avuto infine i suoi frutti. “La decisione dei giudici cancella qualsiasi discussione, comprese anche quelle che si erano sviluppate dopo le dimissioni del presidente della Corte di Appello (Enrico Tranfa, ndr). Si è trattato di una sentenza meditata, come testimonia la camera di consiglio durata 9 ore. È una grande vittoria, siamo molto soddisfatti”. ”
La sentenza della Corte di Cassazione chiude definitivamente un lungo processo, tanto penoso per il presidente Berlusconi  – dichiarano Coppi e anche Piero Longo, Niccolò Ghedini e Filippo Dinacci – quanto impegnativo per gli avvocati. Torna la serenità, con la soddisfazione di tutti quelli che non hanno mai creduto all’originale ed azzardato impianto accusatorio“.

mercoledì 11 marzo 2015

VI RICORDATE QUANDO ETA ORGANIZZO' LA STRAGE DI MADRID?

Oggi ricorre l'undicesimo anniversario della strage di Atocha a Madrid quando perirono,in un attentato organizzato da Al Qaeda in tre stazioni madrilene tra le quali quella di Atocha fu la più devastata,quasi duecento persone.
In un primo momento il dito si puntò contro Eta e nonostante la pronta e secca risposta negativa dell'organizzazione basca il premier di allora Aznar proseguì con quella tesi per un paio di giorni(l'altra ipotesi paventata era il coinvolgimento nella guerra in Iraq)fino a quando risultò palese che le rivendicazioni e poi col lavoro degli investigatori,fu chiara la matrice dell'estremismo islamico.
A distanza di pochi giorni si votò in Spagna e quella fu la fine politica di Aznar e quasi quella del Pp a favore di Zapatero del Psoe che stravinse nonostante i pronostici dessero la vittoria saldamente nelle mani di uno dei più grandi estimatori e sostenitori del presidente Usa Bush.
L'articolo preso da El Pais(http://elpais.com/elpais/2015/03/07/opinion/1425757494_635219.html )è un editoriale della stessa testata progressista spagnola che anch'essa venne tratta in inganno dalla teoria sull'Eta come dimostra la foto della prima pagina dell'indomani degli attentati.
Anche perché cercando nelle testate italiane non ho trovato nulla se non accenni e trafiletti sulla  strage più sanguinosa in tutta Europa dalla fine della seconda guerra mondiale.

Por qué el 11-M dividió a los españoles.

La sociedad enmarcó la matanza terrorista en los trenes de Cercanías en lo conocido. Y lo conocido era, por una parte, ETA y, por otra, la guerra de Irak. En realidad, ambas interpretaciones eran erróneas.

Al contrario de lo que sucedió con la sociedad británica tras los atentados del 7 de julio de 2005 en Londres, los perpetrados el 11 de marzo de 2004 en Madrid dividieron profundamente a los españoles. Aún persisten secuelas de esa desunión, aunque con el tiempo sean menos manifiestas. Ha sido y es una discordia basada en diferentes atribuciones de culpa por la matanza en los trenes de Cercanías. Pero resultó ser una división espuria, derivada de una politización del 11-M que se prolongó con la comisión parlamentaria dedicada a esos atentados y más allá. Algo a su vez posible debido a especificidades del sistema político español —como su mayor tendencia a la polarización o la recurrente ausencia de consensos de Estado en Asuntos Exteriores, Defensa o antiterrorismo— y, sobre todo, porque los ciudadanos no eran conscientes de la amenaza de un fenómeno terrorista instalado en nuestra sociedad una década antes del 11-M.

Unos españoles, ubicados sobre todo en la derecha del espectro político, creyeron, y aún en parte siguen pensando, que los atentados de Madrid fueron de uno u otro modo obra de la organización terrorista ETA. La formulación más habitual de este argumento aduce que los denominados moritos de Lavapiés —una manera extravagante de aludir a quienes constituyeron la red terrorista del 11-M— carecían de los conocimientos y las capacidades para llevar a cabo lo ocurrido el 11 de marzo de 2004. Por eso, aunque se tratara de individuos que participaron en los hechos, tuvieron que haber sido instigados y apoyados desde el interior de nuestro país por otros terroristas con experiencia. A menudo, a este argumento se añaden especulaciones sobre el modo en que el presidente del Gobierno que el PSOE formó tras el resultado de las elecciones celebradas tres días después del 11-M, José Luis Rodríguez Zapatero, ofreció a ETA una salida de transformación en lugar de optar por derrotarla.


El atentado de Madrid se decidió en diciembre de 2001 en la ciudad paquistaní de Karachi.


Otros españoles, situados preferentemente a la izquierda del mismo espectro político, pensaron, y no pocos aún creen, que los atentados del 11 de marzo de 2004 fueron una consecuencia de la llamada foto de las Azores —en alusión a la instantánea tomada el 16 de marzo de 2003 en una de esas islas del Atlántico y que hizo visible el alineamiento del presidente del Gobierno español, José María Aznar, con la guerra al terrorismo auspiciada por el presidente de Estados Unidos, George W. Bush— y el posterior despliegue de tropas españolas en Irak inmediatamente después de haber sido invadido este país y derrocado el dictador Sadam Hussein. No ha sido inusual que desde este sector social se critique al entonces Ejecutivo del Partido Popular por haber insistido en asociar a ETA con el 11-M, incluso cuando la evidencia apuntaba en otra dirección, para mantener así sus expectativas electorales ante los comicios generales que se celebraron sólo tres días después de los atentados.
En realidad, ambas interpretaciones sobre el 11-M eran erróneas y la lacerante división en que se sumieron los españoles, incluidas las propias víctimas, ha sido y es engañosa. Ninguna evidencia hay, directa o indirecta, de que la organización terrorista ETA estuviese implicada en los atentados. Tampoco es cierto que la idea de perpetrar una matanza en Madrid surgiera a raíz de la presencia de soldados españoles en territorio iraquí. Como explico y documento en el libro ¡Matadlos! Quién estuvo detrás del 11-M y por qué se atentó en España, la decisión de ejecutar ese acto de terrorismo se tomó en diciembre de 2001 en la ciudad paquistaní de Karachi y fue ratificada durante una reunión que delegados de tres organizaciones yihadistas magrebíes mantuvieron en Estambul en febrero de 2002. Además, lo que se convertirá en la red del 11-M inició su formación al mes siguiente, todo ello más de un año antes de la invasión de Irak.
Pero no hacía falta investigar los atentados del 11-M ni desvelar nueva información sobre los mismos para evitar la división de los españoles, aunque hacerlo haya contribuido a mitigarla. Bien pudo haber bastado con que, como ocurría con los británicos, los españoles hubiéramos estado lo suficientemente sensibilizados respecto a la amenaza del terrorismo yihadista que, además de la relacionada con ETA, se cernía sobre nuestro país con anterioridad a la invasión y ocupación de Irak. Desde al menos 1997, los informes que la Unidad Central de Información Exterior (UCIE) del Cuerpo Nacional de Policía remitía a los jueces de instrucción de la Audiencia Nacional, quienes debían autorizar escuchas telefónicas relacionadas con los yihadistas que desarrollaban ya actividades en España, dejaban constancia de que sus investigaciones eran necesarias para “prevenir la muy posible comisión de atentados en nuestro país”.


No hubo una adecuada pedagogía política sobre el terrorismo yihadista
y se trivializó su peligro.


Al presentar ¡Matadlos! a lo largo del último año en numerosas ciudades españolas he podido constatar cómo, incluso entre los ciudadanos interesados y que eran adultos cuando se perpetraron los atentados de Madrid, existía un gran desconocimiento sobre la trayectoria del yihadismo en nuestro país desde mediada la pasada década de los noventa. Casi nadie —o muy pocos— sabía que Al Qaeda fundó en España, en 1994, una de sus más importantes células en Europa Occidental, desmantelada en noviembre de 2001 al quedar de manifiesto su conexión con la responsable de los atentados del 11-S. Como casi nadie —o muy pocos— eran conscientes de que sólo a lo largo de 2003, el año anterior al del 11-M, se detuvo en nuestro país a más de 40 individuos por su implicación en actividades de terrorismo yihadista. Esta cifra nunca antes había sido tan elevada desde que, en 1995, fuese detenido en Barcelona el primer yihadista o desde que, en 1997, se desarticulara en Valencia la primera célula yihadista.
El desconocimiento de estos y de otros muchos episodios relacionados con la evolución del terrorismo yihadista en España a lo largo del decenio que precedió a los atentados de Madrid, así como el hecho de que no fuera percibido como amenaza por parte de la opinión pública española hasta muy tardíamente, y sólo cuando se inició la crisis iraquí en 2002, se explican en parte por la obligada atención que suscitaba el frecuente terrorismo de ETA. Pero no hubo una adecuada pedagogía política sobre el problema e incluso se llegó a trivializar su peligrosa realidad —¿hay que recordar aquello de la Operación Dixán?—. Consecuencia de todo ello fue que, cuando se produjo el 11-M, los españoles buscaron interpretar la matanza terrorista en los trenes de Cercanías enmarcándola en lo conocido al no poder hacerlo en relación a lo que les era desconocido. Lo conocido era, por una parte, ETA y, por la otra, Irak.
Si el 11-M nos dividió es porque los españoles carecimos como sociedad de la necesaria resiliencia ante atentados terroristas de gran magnitud, más allá de la gestión de crisis y emergencias. En la actualidad, cuando el yihadismo global se encuentra más extendido que nunca y la amenaza del terrorismo que lo caracteriza no ha sido tan elevada para las democracias liberales desde el 11-S, que España sea menos vulnerable a la par que más consciente y resiliente, tanto frente a la penetración de los actores y la ideología asociados con dicho fenómeno, como ante cualesquiera eventuales nuevas expresiones de su violencia contra nuestros ciudadanos e intereses, continúa siendo una tarea pendiente para las élites políticas y el conjunto de nuestra sociedad civil, en especial los medios de comunicación.

martedì 10 marzo 2015

IL RICORSO CONTRO IL TESTO UNICO SULLA RAPPRESENTANZA SINDACALE

Questo articolo rimanda indietro di poco più di un anno la memoria a quando i vertici sindacali del monopolio Cgil,Cisl ed Uil firmarono con i padroni della Confindustria l'accordo del testo unico sulla rappresentanza sindacale che di fatto estromise tutte le altre sigle che rappresentano,e meglio,i lavoratori italiani,come Usb,Cobas,ed altri(anche sindacati di destra vedi anche:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2014/07/il-testo-unico-comincia-vacillare.html e link correlato).
Da una decina di giorni ci sono udienze relative al ricorso per far si che l'accordo tra i capi dei sindacati che non hanno per niente a cuore i diritti dei lavoratori ed i padroni,suggellato dal governo Renzi e dai suoi ministri Poletti primo fra tutti,per disinnescare tale patto e liberalizzare la rappresentanza sindacale presso tutti i posti di lavoro.
Va da se che comunque questi sindacati epurati continuino il loro lavoro,e c'è da augurarsi che alcuni di quelli che fanno comunque parte del monopolio dei prescelti si stacchino ufficialmente dalla casa madre,vedi la Fiom con Landini che continua a sbuffare ma alla fine rimane sempre attaccato alla gonna della Camusso.
Articolo preso da Senza Soste.

Rappresentanza sul lavoro. Da oggi le elezioni per Rsu, udienza su testo unico del 10 gennaio

Mentre tra i lavoratori pubblici è cominciata oggi la "tre giorni" di elezioni per ll rinnovo delle Rsu - che dovranno stabilire il peso di ogni sindacato nella rappresentanza dei lavoratori nei vari comparti ed enti - si è tenuta questa mattina, presso il Tribunale di Roma, una nuova udienza relativa al ricorso promosso dall’USB contro il cosiddetto “testo unico” sulla rappresentanza sindacale, siglato il 10 gennaio 2014 tra Cgil Cisl Uil e Confindustria, con cui si vorrebbe una volta per tutte stabilire il monopolio di Cgil Cisl Uil e allontanare definitivamente qualsiasi barlume di democratica rappresentanza dei lavoratori.
Nell'udienza odierna sono state valutate le posizioni di altri soggetti sindacali, dall’Ugl alla Cisal, dalla Confsal alla Confederazione Cobas, che hanno aderito all'accordo, o convintamente o perché costretti dalle circostanze.
Si fanno infatti già sentire i primi pesanti effetti dell’accordo: in numerose realtà aziendali l'USB si è vista rifiutare la presentazione di liste al rinnovo delle RSU, impedendo così, in modo autoritario e arbitrario, a lavoratrici e lavoratori di decidere da chi essere rappresentati sindacalmente.
L’USB attende con tranquillità la decisione della Magistratura, auspicando che si possa giungere quanto prima a mettere un punto fermo su una questione che comporta ulteriori e pesanti violazioni ai principi costituzionali delle libertà sindacali e dei principi democratici di rappresentanza sindacale.
In ogni caso l’USB continuerà a svolgere il proprio ruolo sindacale, continuando a lavorare con chiarezza e determinazione per la costruzione dell'alternativa sindacale che giorno dopo giorno sta prendendo forma e consistenza. Un'alternativa sempre più indispensabile contro il modo autoritario e antidemocratico di operare che Cgil Cisl Uil, con l'accordo di Confindustria e di gran parte delle forze politiche, stanno cercando di imporre al mondo del lavoro.
In tale contesto, il voto di questi giorni per il rinnovo delle RSU del Pubblico Impiego è un serio banco di prova per un sindacato conflittuale ed indipendente come l’USB e soprattutto rappresenta un'opportunità importante per le lavoratrici ed i lavoratori di affermare con il voto la necessità di un concreto e reale cambiamento.
Unione Sindacale di Base - 3 marzo 2015

lunedì 9 marzo 2015

ASKAPENA AURRERA!

Mentre da un lato il consenso nei Paesi Baschi di formazioni politiche indipendentiste di sinistra ottengono sempre più largo consenso,anche perché fino a qualche anno fa erano dichiarate illegali,dall'altro lo Stato spagnolo vuole delegittimare il lavoro dei compagni cercando di chiudere e colpire alcune associazioni nel corso degli ultimi tempi.
Da sindacati come il Lab arrivando ad Herrira ecco che è Askapena in questi giorni il nemico pubblico numero uno in quanto il tribunale inquisitorio madrileno dall'Audiencia Nacional vuole la dissoluzione dell'organizzazione internazionalista basca con la richiesta di trent'anni di carcere per cinque suoi membri e la chiusura di due realtà economiche dedite al commercio equo e solidale.
Uno dei militanti inquisiti è il sociologo Unai Váz­quez che parla nell'intervista sotto presa da Infoaut della strategia della Spagna di soffocare e condannare i movimenti indipendentisti baschi in quanto anche solo l'attività internazionale di Askapena per i giudici spagnoli la teoria del tutto è Eta assume come sempre un carattere di forza per la loro repressione.

Perché lo stato spagnolo vuole dissolvere Askapena.
  • Paesi Baschi. Intervista al sociologo internazionalista Unai Vázquez
    Si fa sem­pre più forte la crisi strut­tu­rale dello Stato spa­gnolo. Nei Paesi baschi, la sini­stra indi­pen­den­ti­sta, alle prese con un con­tro­verso pro­cesso di pace “uni­la­te­rale”, governa diverse ammi­ni­stra­zioni locali ed è in forte ascesa elet­to­rale. Nono­stante le grandi dimo­stra­zioni d’appoggio cit­ta­dino, l’ostruzionismo con­tro la stra­te­gia indi­pen­den­ti­sta del “Diritto a deci­dere” non si smuove di un cen­ti­me­tro. Il governo con­ti­nua a usare l’annientamento poli­zie­sco del “nemico interno” per non lasciarsi scap­pare l’appoggio dello spa­gno­li­smo più radi­cale. Solo la scorsa set­ti­mana, la Audien­cia Nacio­nal ha chie­sto la dis­so­lu­zione della sto­rica orga­niz­za­zione inter­na­zio­na­li­sta Aska­pena (in basco “libe­ra­zione”), attiva dal 1987; trent’anni di car­cere per cin­que mem­bri e la chiu­sura di due imprese che si dedi­cano al com­mer­cio giusto.

    Le richie­ste dell’Alta Corte arri­vano cin­que anni dopo la retata che portò in car­cere otto atti­vi­sti della piat­ta­forma. Tra i mili­tanti a cui viene impu­tato di aver agito per «inter­na­zio­na­liz­zare l’attività di Eta» c’è Unai Váz­quez, socio­logo dell’Università del País Vasco: «Biso­gna sot­to­li­neare che già prima della retata, si era inten­si­fi­cata la cam­pa­gna media­tica con­tro le nostre atti­vità inter­na­zio­na­li­ste. Diciamo che i nostri rap­porti soli­dali con movi­menti anti-egemonici hanno sem­pre subito le mani­po­la­zioni dei gior­nali della destra, e anche di quelli teo­ri­ca­mente pro­gres­si­sti, come El País per esem­pio. Per­so­nal­mente, quando mi tro­vavo in Boli­via nel 2005, tira­rono fuori un assurdo mon­tag­gio gior­na­li­stico per affer­mare che ero entrato ille­gal­mente nel paese. Cosa asso­lu­ta­mente infon­data. Que­sta atti­vità dif­fa­ma­to­ria si è signi­fi­ca­ti­va­mente raf­for­zata per legit­ti­mare l’azione repressiva».

    Al di là del ruolo dei mezzi d’informazione, come pre­cisa il tren­ta­seienne atti­vi­sta di Bara­kaldo, un pae­sino a pochi minuti da Bil­bao, col­pi­sce il “tem­pi­smo” della retata nel 2010. «Poco prima, Eta aveva comu­ni­cato la sospen­sione delle atti­vità armate. Non era ancora la tre­gua defi­ni­tiva, che arrivò poco dopo, ma già si per­ce­piva la fine dell’attività armata e l’inizio di una nuova tappa di lotta. Altret­tanto chia­ra­mente, la retata evi­den­ziò che lo Stato non accet­tava la tre­gua. E che la cro­ciata dell’apparato repres­sivo era con­tro i diritti riven­di­cati dal movi­mento popo­lare basco».

    Ora, le pesan­tis­sime richie­ste con­fer­mano la tesi dell’allora giu­dice tito­lare Bal­ta­sar Gar­zón secondo il quale «tutto è Eta», ossia che que­sta non era solo un’organizzazione armata, ma un appa­rato poli­tico e sociale. In vista delle vicine ele­zioni pre­si­den­ziali e nelle comu­nità auto­nome, il tra­bal­lante governo sem­bra pro­varle tutte. Comin­ciando dalle «ille­ga­liz­za­zioni», che sem­bra­vano esser pas­sate di moda: «Vogliono “ille­ga­liz­zare” anche un’associazione sociale vin­co­lata con Aska­pena. E’ un passo in avanti dell’apparato repres­sivo col­pire un’associazione che si dedica a orga­niz­zare atti­vità ludi­che e sociali durante le tra­di­zio­nali feste estive di Bil­bao», dice Unai. E poi pre­cisa come la stra­te­gia repres­siva vada più in là della con­giun­tura elet­to­rale: «Non cre­diamo che la tat­tica elet­to­rale sia la ragione ultima dell’accanimento con­tro Aska­pena, per­ché sfor­tu­na­ta­mente rien­tra in una stra­te­gia più pro­fonda. Una stra­te­gia — riprende — con­tro il nostro popolo, per la nega­zione dei nostri diritti e per farci cre­dere che la sola via d’uscita sia quella di arren­derci. Per col­pire una soli­da­rietà rivo­lu­zio­na­ria, una tene­rezza popo­lare e reci­proca, d’andata e ritorno, che rompe l’isolamento a cui vor­reb­bero con­dan­narci, por­tando le nostre lotte nel mondo e il mondo nelle nostre lotte. Un inter­na­zio­na­li­smo “com­plice” con il pro­cesso di libe­ra­zione sociale della nostra nazione senza Stato».

    Sor­ride, Unai, e dice: «Sì, Aska­pena scom­pa­rirà un giorno, ma solo per sua deci­sione. Quando avrà già fatto della soli­da­rietà inter­na­zio­na­li­sta un pila­stro dell’alternativa basca».

    di Davide Angelilli

    domenica 8 marzo 2015

    SGOMBERI A FIRENZE E CA$$A POVND SOLIDARIZZA COL PD

    Firenze per tutta la settimana è stata teatro di diversi sgomberi,alcuni eseguiti solo con l'intervento delle forze dell'ordine ed altri respinti dai compagni attivi nel settore della difesa e del diritto abitativo.
    Il movimento di lotta per la casa ha organizzato un corteo di protesta contro il Pd,responsabile di questa situazione che ha lasciato senza un tetto sulla testa 150 persone un terzo delle quali dei bambini,nel quartiere Novoli:li hanno attesi decine di agenti anti sommossa che hanno impedito loro qualsiasi accesso presso lo stabile vuoto da dieci anni di proprietà di Unipol-Sai che era stato "liberato" pochi giorni fa.
    In settimana invece Ca$$a Povnd ha espresso la propria solidarietà al Partito Democratico che è chi ha dato il via alla nuova legge regionale che ha contribuito ad intensificare gli sgomberi in tutta la Toscana ed in particolar modo a Firenze.
    Entrambi i contributi sono di Infoaut.

    Firenze ancora in piazza contro gli sgomberi.


    da Movimento di lotta per la casa Firenze

    Dopo gli sgomberi di mercoledì, che hanno lasciato senza casa 150 persone tra cui 50 bambini, continua la mobilitazione del Movimento di lotta per la casa.
    Nel pomeriggio di ieri le famiglie sgomberate sono scese nuovamente in piazza nel quartiere che due giorni fa ha subito una militarizzazione vergognosa e inedita.


    Un corteo ha attraversato Novoli per tornare sotto la sede del Partito Democratico, vero responsabile degli sgomberi e dell’emergenza abitativa in corso.

    Al di là del ponte, su via Baracca, la bruttissima scena di decine di poliziotti in assetto anti-sommossa che a due giorni di distanza continuano a presidiare un edificio vuoto e murato. Si tratta dello stabile di via Baracca 18, sgomberato mercoledì scorso, di proprietà di Unipol-Sai. Un edificio costruito e lasciato vuoto per più di dieci anni, fino alla sua occupazione da parte di famiglie sfrattate.

    Dopo l’assedio alla sede PD di mercoledì sera, quando centinaia di persone hanno espresso la propria rabbia per la giornata di sgomberi ricevendo cariche da parte della polizia, il segretario “democratico” aveva definito la sede PD un luogo “aperto all’incontro e al dialogo”.
    Ancora una volta, però, sgomberati e occupanti non hanno trovato porte aperte né persone disposte ad ascoltare le proprie istanze. Anche qui, ad accoglierli solo decine di poliziotti in assetto anti-sommossa.

    Mentre Casapound esprime la propria solidarietà al PD, nelle periferie aumenta l’indignazione e la rabbia verso una classe politica asservita ai poteri forti e sempre pronta a mostrare i muscoli con i deboli.

    La giornata di oggi segna un altro passaggio verso la manifestazione di martedì 10 marzo contro la Legge Saccardi, che andrà a contestare la riunione del Consiglio Regionale della Toscana. Un appuntamento centrale per le lotte per il diritto alla casa che sta raccogliendo molte adesione tra quel pezzo di città solidale che dentro la guerra ai poveri ha scelta la parte giusta della barricata.


    -----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------


    Firenze. Solidarietà di CasaPound al PD contro la lotta per la casa.


    Mercoledì sono state violentemente sgomberate due occupazioni a scopo abitativo. La sera un corteo del Movimento di Lotta per la casa e di moltissimi e moltissime solidali ha percorso Firenze e si è diretto ad una sede del Partito Democratico, responsabile politico degli sgomberi in vista dell'approvazione della nuova legge regionale sulla casa.
    Il giorno seguente arriva al PD la solidarietà da Casa Pound Firenze. Un tentativo neanche poco velato di assicurare la loro fedeltà al potere, contrariamente a quanto fa chi lotta realmente per i propri diritti e la propria dignità. Una strategia pelosa che chiede riconoscimento politico facendo valere la propria compatibilità.


    Per documentare l'incondizionata fedeltà ai governanti di ogni risma di seguito riportiamo il comunicato di CasaPound Firenze.



    CasaPound Firenze sull'assalto alla sede del PD: "totale ed incondizionata solidarietà al Partito Democratico, Firenze è una città di pace."

    In merito all'assalto della sede del PD fiorentino, in via Forlanini, ad opera di alcune decine di militanti del movimento di lotta per la casa CasaPound Firenze intende esprimere la propria totale ed incondizionata solidarietà per un atto di così grave intolleranza, antidemocraticità e di chiusura al dialogo.

    "Esprimiamo la nostra totale ed incondizionata solidarietà", precisa in una nota CPI Firenze, "perchè, per dirla con le parole dei segretari metropolitano e cittadino del PD, Fabio Incatasciato e Federico Gianassi, non è possibile che certi comportamenti vengano posti in essere in una città 'da sempre portatrice e interprete in Italia dei valori dell'antifascismo e della pace'".
    "Noi di CPI Firenze", prosegue CasaPound Firenze, "viviamo quotidianamente sulla nostra pelle l'intolleranza e l'antidemocraticità di queste persone e quindi nessuno meglio di noi può esprimere vicinanza al PD fiorentino. Anche se è a dir poco ironico che le parole dei due segretari che abbiamo sopra riportato fossero però indirizzate proprio nei confronti di CasaPound e della libreria che l'Associazione il Bargello ha aperto a Firenze, ed ancor più ironico lo è se si pensa che proprio per impedire l'apertura della libreria ci sono stati esponenti istituzionali del PD che si sono presentati ad una manifestazione non autorizzata a braccetto di quei figliol prodighi che ieri sera hanno pensato bene di tentare di dare fuoco alla sede del Partito Democratico".
    "Chissà se adesso", conclude la nota, "nel PD, in un barlume di lucidità tra una sassata e un lancio di uova marce intervallato da qualche fumogeno dei loro 'compagni che sbagliano' si renderanno conto che il pericolo per la democrazia e l'ordine pubblico non sta in CasaPound o in una libreria aperta a Coverciano, ma in tutti quei gruppi foraggiati e assistiti dallo stesso Partito Democratico, per il tramite delle giunte comunali, e che non perdono occasione per mordere la mano del padrone alla prima occasione. Chissà se ieri gli assaltatori della sede si ricordavano che Firenze è città medaglia d'oro della resistenza, o forse se lo ricordavano troppo bene?".

    Ufficio Stampa di CasaPound Firenze

    sabato 7 marzo 2015

    L'OTTO MARZO E LE GUERRIGLIERE DEL ROJAVA

    Alla vigilia della giornata internazionale delle donne ecco un articolo preso da Senza Soste in cui si suggerisce di dedicarla quest'anno in particolar modo alle donne curde che combattono le forze dell'Isis in Rojava,il Kurdistan occidentale nella zona a confine tra la Turchia,la Siria e l'Iraq,quella di Kobane per intenderci.
    L'esempio delle guerrigliere YPJ(Yekîneyên Parastina Jinê,l'unità di protezione delle donne)che combattono,vincono e muoiono per salvare la propria terra dall'avanzare del califfato Isis,è quello preso in primo piano per far capire che in alcuni luoghi della terra ci sono ragazze a volte poco più che bambine che imbracciano fucili ed armi e sono in prima linea a difesa delle proprie case.
    Si fanno altri tre esempi eclatanti che racchiudono l'orrore cui le donne sono vittime nell'arco temporale dell'ultimo anno,ovvero l'Ucraina,la Nigeria,e lo Shengal(Kurdistan del Sud)dove sono considerate come bottino di guerra e se non ammazzate vengono stuprate e vendute come schiave.
    Ma se questo riguarda alcune parti del mondo in tutto il globo l'effettiva parità di diritti come ad esempio in campo lavorativo,vedi trattamenti e stipendi in media più bassi di quello degli uomini,sono materia di tutti i giorni anche in Italia,così come le violenze fisiche e psicologiche.
    E le donne di cui sopra sono di tutte le estrazioni sociali e di tutte le religioni,di tutte le etnie e di tutti i continenti:nel giorno loro dedicato dobbiamo capire che le riflessioni e gli appelli non devono cadere solo l'otto marzo ma essere fatti e rinnovati durante tutto l'anno.

    Dedichiamo la Giornata Internazionale delle Donne 2015 alla rivoluzione delle donne nel Rojava e alla resistenza delle Unità di Difesa delle Donne YPJ!

    L‘8 marzo 2015, 104 anni dopo la proclamazione della Giornata Internazionale delle Donne, le donne di tutto il mondo combattono ancora contro il sistema di dominio patriarcale. In ricordo delle lavoratrici tessili a New York che hanno perso la vita nella loro resistenza, in occasione della 2a Conferenza Internazionale delle Donne nel 1910 su proposta di Clara Zetkin è stata istituita la giornata dell‘8 marzo come simbolo per la lotta e la resistenza delle donne. Questo movimento e questo grido risuonano ancora nelle strade. La rivoluzione contro disuguaglianza, sessismo e ogni forma di violenza è arrivata fino a oggi e continua a difendere tutti i valori umani.
    Come risultato della grinta e capacità delle donne nel 1977 l‘8 marzo è stato proclamato dall’ONU Giornata Mondiale delle Donne, ma nonostante questo non è riconosciuto in nessuno a livello ufficiale in alcuno degli stati membri. Oggi come allora le donne sono esposte a diverse forme di discriminazione e pensieri e azioni patriarcali. Più le donne ne prendono coscienza e più si organizzano, più aumenta la forza con la quale vengono sistematicamente attaccate. Gli attacchi contro le donne che si organizzano e lottano diventano sempre più profondi e si sviluppano in un femminicidio sistematico della cui esistenza non c’è consapevolezza e che non viene riconosciuto come tale. Questo femminicidio viene brutalmente portato avanti a livello mondiale, dall‘Europa fino all‘Africa, dal Medio Oriente fino all’America Latina. Contro le donne viene condotta una vera e propria guerra non dichiarata. Con lo sfruttamento e la violenza si mira a intimidire sistematicamente le donne come gruppo sociale. Senza dubbio le donne hanno fatto resistenza contro questi brutali attacchi, si sono organizzate e hanno portato avanti la loro lotta con costanza.
    Attraverso la loro lotta che dura da secoli, le donne hanno ottenuto molti progressi che favoriscono anche l’estensione dei valori democratici e di libertà nell‘intera società. In parallelo si sono rafforzati la violenza e i crimini di guerra contro le donne ed è aumentata sempre di più la discriminazione e la lesione o l’assenza di diritti delle donne. Le donne sono vittime di cosiddetti “delitti d’onore”, vengono costrette a matrimoni forzati, stuprate, subiscono molestie sessuali, mutilazioni, vengono spinte al suicidio, schiavizzate e trattate come bottino di guerra. Attualmente gli attacchi contro il corpo, l’identità, il pensiero e i sentimenti delle donne in Medio Oriente vengono perpetrati in modo crudele da gruppi terroristici come IS. Colpiscono tutti i gruppi etnici e le comunità religiose che si oppongono alla loro ideologia, curde, turkmene, assire, armene, arabe, yezide curde, cristiane, sciite, kakai, alevite e molte altre.
    Nel 21° secolo, il sistema patriarcale e il suo pensiero hanno ulteriormente perfezionato la loro politica di femminicidio. In Ucraina 400 donne sono state deportate come bottino di guerra, stuprate e assassinate. Nello Shengal nel Kurdistan del sud, oltre 3000 curde yezide sono state deportate e stuprate e vengono vendute nei mercati degli schiavi. Nel corso di un anno in Nigeria sono state assassinate almeno 350 donne e almeno 300 bambine e ragazze tra i dodici e i sedici anni sono state rapite dal gruppo terroristico Boko Haram. Il numero reale probabilmente è molto più elevato. Qui si tratta solo di tre esempi estremi che segnalano sviluppi a livello mondiale. Per le donne in questo mondo non esiste sicurezza. Per questo le donne devono più che mai provvedere alla propria protezione e organizzare la loro autodifesa.
    È proprio questo che attualmente sta succedendo nel Rojava (espressione curda per il Kurdistan occidentale). Nei tre cantoni curdi dell’amministrazione autonoma nel nord della Siria le Unità di Difesa delle Donne YPJ combattono per la sicurezza delle donne e dell’intera società. Le YPJ da mesi sono sulla linea del fronte nella difesa di Kobane contro gli attacchi delle bande di IS.
    La lotta delle YPJ ha creato voglia di libertà e spirito di resistenza non solo a livello militare, ma anche nella coscienza sociale. Le YPJ conducono una lotta contro tutti i livelli di femminicidio. Come nel 1857 le 129 donne hanno perso la vita nella lotta come lavoratrici, oggi le combattenti delle YPJ combattono senza esitazioni in modo deciso per i valori delle donne e per i valori dell’umanità intera. Non limitano la loro lotta contro il femminicidio a una sola giornata, ma con la loro lotta trasformano ogni giorno nell‘8 marzo. La loro lotta di liberazione è allo stesso tempo un abbraccio alle donne di tutto il mondo.
    In occasione dell‘8 marzo 2015 prendiamo coscienza degli attacchi contro le donne a Shengal, Mossul, Kirkuk, in Nigeria, a Gaza, in Ucraina e altrove considerandoli un femminicidio e facciamo vivere lo spirito di resistenza delle YPJ come difesa di tutte le donne in ogni luogo. Organizziamo la resistenza ovunque nel mondo le donne subiscano violenza. Diffondiamo insieme lo spirito di resistenza che ci unisce e ci rafforza contro ogni manifestazione del sistema di dominio patriarcale.
    Per questo chiamiamo tutte le donne, iniziative e organizzazioni di donne a dedicare le loro manifestazioni e azioni per la Giornata Internazionale delle Donne alla rivoluzione delle donne nel Rojava e alla resistenza delle Unità di Difesa delle Donne YPJ.
    Viva la solidarietà internazionale delle donne!
    Resistenza vuol dire vita!
    Jin Jiyan Azadî – Donne Vita Libertà
    kurdish.women.movement[at]gmail.com Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
    Facebook:IRKWM

    venerdì 6 marzo 2015

    SCONTRI A GASTEIZ PER LA COMMEMORAZIONE DEL 3 MARZO 1976

    L'altro giorno in occasione dell'anniversario dell'assassinio da parte della polizia franchista avvenuta a Gasteiz(Vitoria)in cui perirono cinque lavoratori baschi con l'età compresa tra i 17 ed i 32 anni,ci sono stati scontri con l'ertzaintza per le via della città che è stata teatro di barricate e lanci di lacrimogeni e che hanno visto l'arresto di due manifestanti.
    Il 3 marzo 1976 presso la futura capitale di Euskal Herria ci furono violenti scontri presso la piazza San Francesco provocati dalla sbirraglia fascista di Franco durante uno sciopero dei lavoratori,con l'uccisione dei cinque operai ed il ferimento di un centinaio di altri manifestanti.
    Da allora non c'è stato nessun colpevole anche se tutti sanno che la mente che organizzò i delitti fu l'allora ministro degli interni Manuel Fraga Iribarne:ora è morto ma comunque questa strage di Stato come detto prima è ancora impunita.
    Articolo preso da Infoaut.

    Paesi Baschi, scontri a Gasteiz durante l'anniversario per il massacro del 3 marzo 1976.


    Ieri ricorrevano i 39 anni dal massacro di Gasteiz/Vitoria, durante il quale 5 operai persero la vita per mano della polizia spagnola durante lo sciopero generale del 3 marzo 1976. Pedro María Martínez Ocio (27 anni), Francisco Aznar Clemente (17 anni), José Castillo (32 anni), Bienvenido Pereda (30 anni) e Romualdo Barroso Chaparro (19 anni) furono uccisi durante gli scontri davanti alla Chiesa di San Francesco d'Assisi, nel quartiere di Zaramaga, provocati dalle forze dell'ordine franchiste che cominciarono a lanciare gas lacrimogeni nella chiesa soffocando coloro che si trovavano al suo interno per costringerli ad uscire. Nel frattempo la polizia circondava l'edificio aprendo il fuoco contro coloro che tentavano la fuga; il bilancio finale fu di oltre 100 feriti, oltre ai cinque operai morti ai quali si aggiunsero altri due scioperanti, uno basco e uno catalano, uccisi nei cortei di protesta dei giorni successivi.
    Nella giornata di ieri l'Associazione Vittime del 3 Marzo ha presenziato alla cerimonia commemorativa del massacro deponendo una corona di fiori in Piazza 3 Marzo, di fronte alla chiesa in cui i 5 persero la vita, e ribadendo che, ad oggi, nessuno è stato ancora processato per questo "crimine di Stato". Le vittime, infatti, non sono ancora state riconosciute da tutte le forze politiche dello Stato spagnolo, e ci sono voluti 36 anni perchè un rappresentante istituzionale rendesse omaggio alla loro memoria.
    Manuel Fraga Iribarne, all'epoca dei fatti Ministro degli Interni, è indicato da tutti come il vero responsabile della strage di Gasteiz: nel corso di una conferenza stampa due giorni dopo il massacro, pronunciò infatti queste parole: "Questo triste esempio deve servire come una grande lezione per tutto il paese nei mesi a venire". A dimostrazione di come l'intenzione della dittatura fascista di Franco fosse quella di indurre paura nella popolazione per costringerla a rimanere in silenzio. Manuel Fraga Iribarne è morto pacificamente e impunemente nonostante le sue evidenti responsabilità nella repressione delle lotte del 3 marzo 1976.
    Nel pomeriggio di ieri, poi, circa 3.500 persone hanno preso parte alla marcia commemorativa per i 5 al grido di "Herriak ez du barkatuko" - "Gora langile borroka" ("Il popolo non perdona" - "Onore alla lotta di classe") e chiedendo che venga fatta giustizia per le vittime del massacro.
    In tarda serata, a margine del corteo, alcune centinaia di manifestanti hanno attaccato i furgoni dell'Ertzaintza – la polizia autonoma basca – e costruito barricate nelle vie di Gasteiz, scontrandosi con le forze dell'ordine che hanno lanciato alcuni lacrimogeni. A fine serata due ragazzi di 18 e 19 anni sono stati arrestati per i reati di disordine pubblico e aggressione contro le autorità ma questa mattina sono stati rilasciati in attesa di giudizio.

    giovedì 5 marzo 2015

    CHIESA NOSTRA

    Il nuovo capitolo della saga di Mauro Inzoli,l'ex prete o forse no non l'ho ancora capito,accusato tra l'altro di pedofilia,è il divieto assoluto da parte del Vaticano di divulgare notizie che porterebbero ad un'incriminazione da parte della Procura della Repubblica di Cremona dello stesso soggetto sotto indagine.
    Il procuratore Di Martino,un cagnaccio che non molla l'osso(vedasi il caso calcio scommesse)ha delle difficoltà soprattutto su fatti compiuti nel corso degli anni e che risalirebbero addirittura a troppi anni fa,nel senso che molti dei reati ascritti a Inzoli potrebbero decadere con la prescrizione.
    Questa rogatoria respinta dal Vaticano che fa parte della legiferazione della Santa Sede dal 1974,vieta la divulgazione di atti relativi a processi ed indagini interne allo Stato pontificio per determinati e gravi reati,rimanendo coperti così dal segreto pontificio.
    Come dire che tutte le buone parole di Papa Bergoglio finiscano direttamente nel dimenticatoio riguardo la piaga della pedofilia negli uomini della Chiesa,un'omertà che ha paragoni con la mafia.

    Affaire don Inzoli. La Santa Sede respinge la rogatoria. Il procuratore Di Martino: “proseguono le indagini, accertati fatti di vecchia data”.


    Si arricchisce di un nuovo capitolo la vicenda riguardante don Mauro Inzoli. La Santa Sede ha respinto la rogatoria internazionale del Ministero di Giustizia, su indicazione della Procura della Repubblica di Cremona, negando l'accesso alla documentazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo la quale, “in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza".

    Il segreto imposto dalla Santa Sede
    “Tale Decreto – aveva comunicato il 26 giugno scorso il vescovo di Crema, monsignor Oscar Cantoni - recepisce quanto Papa Francesco, accogliendo il ricorso di don Mauro, ha stabilito”. Gli atti d'indagine che hanno portato la Santa Sede ad emettere “la sentenza definitiva” sono stati posti “sub secreto pontificio”, ovvero sotto segreto Ponteficio, che viene imposto ai destinatari su materie di particolare gravità.

    Secreta continere
    Secondo quanto dispone il documento, stilato dalla Segreteria di Stato della Santa Sede, firmato dal cardinale Jean-Marie Villot e approvato da papa Paolo VI il 4 febbraio 1974, sono coperti dal segreto pontificio, “l'attività della Congregazione per la dottrina della fede, incluse le notificazioni, le denunce e l'esame di pubblicazioni e dottrine; le denunce di delitti contro la fede e i costumi, il processo e le relative decisioni, informazioni avute in ragione dell'ufficio riguardanti alcuni affari dalla Segreteria di stato o dal Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa, la creazione di cardinali, la nomina dei vescovi; i cifrari; tutte le questioni che il papa, un cardinale o i legati pontifici riterranno opportuno custodire con il segreto pontificio”.

    Le indagini della Procura
    Nonostante ciò, la Procura di Cremona, dopo gli esposti della rete l'Abuso e dell’onorevole di Sinistra Ecologia e Libertà Franco Bordo, da poco meno di 6 mesi sta indagando sulla vicenda. Al momento risultano una ventina le persone ascoltate dagli investigatori della Squadra Mobile del capoluogo provinciale. Lo stesso Procuratore capo Roberto Di Martino, contattato da Cremaonline, ha ammesso che sperava di “ottenere i documenti dalla Santa Sede per verificare se vi sono fatti o persone coinvolte di cui ignoriamo l’esistenza”.

    Fatti accertati e non del tutto prescritti
    “Da diversi mesi – aggiunge Di Martino - stiamo portando avanti le indagini, che tutt'ora procedono. Le persone interrogate sono residenti nel Cremasco e nei territori limitrofi. Abbiamo accertato alcuni fatti che risalgono a diversi anni indietro. In parte potrebbero risultare prescritti, in parte no. Stiamo verificando in base alle norme vigenti”. Non è escluso che nelle prossime settimane possano esservi delle novità.

    mercoledì 4 marzo 2015

    LA SCOREGGIA DEI FASCIOLEGHISTI A ROMA

    Il flop fascioleghista
    Se la mettiamo sui numeri la manifestazione romana di Salvini direi che abbia avuto un insuccesso palese soprattutto se parificato alla contromanifestazione delle presone unite sotto lo slogan di"Mai con Salvini"che di manifestanti ne ha visti almeno il doppio(si parla di 30mila unità).
    Se invece parliamo della mediaticità dell'evento direi che un certo riscontro l'ha ottenuto,soprattutto perché nel corteo antagonista non si sono avuti scontri,nemmeno scaramucce,e la vigilia era di tutt'altra antifona,perché ovviamente sennò si parlava di botte e lacrimogeni.
    Infatti i mass media hanno parlato relativamente poco dei 30mila manifestanti contro Salvini,mentre anche i fasci di Ca$$a Povnd riuniti con bandiere di"Sovranità,prima gli italiani",che proprio a Roma,sono stati sì e no un migliaio.
    La deriva nazionalista della Lega,ve lo ricordate il secessionismo che ora sembra esser distante anni luce,va sulla falsa riga del partito del Front National della Le Pen in quanto quest'ultima ha fatto buoni risultati alle ultime votazioni,e anche Salvini non è immune dalla malattia del possedere le poltrone:solo che non si accontenta più di quelle del nord Italia ma grazie alla presenza fascista vuole espandere i propri confini fino al sud.
    L'articolo preso da ecn.org spiega tutto questo e molto di più,con i nuovi idoli osannati,sia che fossero presenti o no in piazza(i marò,il benzinaio Stacchio e l'imprenditore Monella)che hanno tutti un comune denominatore,ovvero quello di essere degli assassini.

    Il fallimento di Matteo Salvini.

    Non erano poi tanti i leghisti e i loro compagni di strada raccolti ieri, 28 febbraio 2015, a piazza del Popolo, in un sabato romano di fine febbraio insolitamente caldo. Saranno stati venticinquemila.
    Il palco è stato costruito sotto la terrazza del Pincio, ma sull’altro versante, alle spalle dell’obelisco, la piazza aveva ampie zone vuote. Insomma, l’arrivo in massa nella “Roma da incendiare”, come si poteva leggere su un cartello portato a mano, non c’è stato.
    E chi ci è arrivato, in buona parte apparteneva al popolo storico della Lega. Tante bandiere della Lega nord, tantissime della Liga veneta. Gente di Gallarà, di Caronno Varesino, della valle Cerina, della provincia lombarda e veneta. Tanto che viene da pensare che il principale intento di Salvini sia stato innanzitutto quello di rinsaldare le file del suo popolo.
    Quando arrivo in piazza, sono già cominciati i primi discorsi dal palco. Tutti sembrano ascoltare in silenzio.
    Tra la folla, ci sono le magliette bianche “Renzi a casa”, che riproducono la stessa scritta a caratteri cubitali alle spalle del palco. E ci sono le felpe care al nuovo leader. Molte felpe verdi, rosse, azzurre, con su scritto: Romagna, Piemonte, Liguria. Non sono invece tante le bandiere di “Noi con Salvini”, il movimento che la Lega sta provando a lanciare al sud contando, come ripetono in continuazione i suoi dirigenti, sul senso dell’autonomia di siciliani, calabresi, salentini.
    Ci sono sparuti gruppi di Anzio, Nettuno, Andria, Barletta, Catania (i più numerosi). Ma per lo più, da ultimi arrivati e da meno organizzati, si tengono ai bordi della piazza.
    A formare una macchia nera alla destra del palco ci sono i fascisti di Casa Pound: stretti, compatti, con i loro anfibi paramilitari e i bomber neri, i cappelli di lana e gli occhiali da sole, le celtiche e i tricolori. Il blocco nero è ben riconoscibile anche perché ai suoi lati i militanti del servizio d’ordine indossano una canotta rossa con la tartaruga, simbolo del movimento.
    Accanto a loro spuntano, numerose e immacolate, le bandiere di “Sovranità-Prima gli italiani”, blu con delle spighe di grano gialle. È il nuovo contenitore politico lanciato da Casa Pound per allargare la propria base e venire incontro al nuovo leghismo nazionale. Insieme alle bandiere hanno issato una foto alta due metri del fuciliere Massimiliano Latorre, uno degli eroi indiscussi della giornata.
    Ma per quanto i fascisti vadano verso la Lega (riconoscendo in Salvini l’unico leader) e per quanto Salvini non batta ciglio quando Di Stefano, numero due di Casa Pound, dice alla stampa “Noi siamo forti della nostra identità, non facciamo un passo indietro. È quello che ci lega alla Repubblica sociale”, in questa piazza non gremita che sembra mettere insieme vari segmenti della destra estrema e anti-sistema le parti non si mescolano più di tanto.
    Si riconoscono nel no all’immigrazione (“Non c’è più posto per nessuno”, “Ci sono vecchi che rovistano nei cassonetti e noi ancora li accogliamo”, “Con le ruspe, i campi rom si abbattono con le ruspe”), nel no all’euro (“Ci stanno affamando”), nel solito anticomunismo (“Le zecche non volevano farci manifestare”). Ma sono davvero pochi i passaggi dei discorsi fatti dal palco dallo stesso Di Stefano, da Giorgia Meloni, da Marine Le Pen (un videomessaggio contro il multiculturalismo cavallo di Troia del gruppo Stato islamico) e dal governatore Luca Zaia che riescono ad accendere interamente la piazza.

    Il boato per Graziano Stacchio

    Anche quando parla Matteo Salvini, il nuovo leader supremo (e nazionale) annunciato da uno speaker esaltato e da tre minuti buoni di musiche celtiche, gli applausi esplodono fragorosi solo 5-6 volte in un’ora di anatemi lanciati a braccio.
    Succede quando manda a fare in culo Matteo Renzi e Elsa Fornero, quando guida un coretto da stadio (“Chi non salta comunista è”), quando parla di rimandare indietro i barconi dei profughi perché in un paese in calo demografico è in atto un processo di “sostituzione etnica”, quando dice che bisogna riportare i marò a casa e mandare in India al loro posto Renzi e Alfano.
    Tuttavia l’unico vero momento in cui la piazza esplode è quando Salvini urla i nomi di Graziano Stacchio, il benzinaio di Ponte di Nanto che il 4 febbraio ha ucciso con cinque colpi di fucile un rom, e di Antonio Monella, imprenditore di Arzago d’Adda condannato per aver ucciso un ladro nel 2006. Entrambi sono accusati di eccesso di legittima difesa, un concetto del tutto estraneo al modo di ragionare della piazza e del suo leader. Che di fatti, sentendo il vento in poppa, si lancia nello slogan: “Se entri in casa mia in piedi, puoi uscire steso”.
    Qui esplode il boato in un tripudio di bandiere bianche e verdi, bianche rosso e verdi, gialloblu e nere, solo nere. Tanto che si ha l’impressione che le sparate contro l’eccesso di legittima difesa e il ritornello “padroni a casa nostra/prima gli italiani” costituiscano davvero l’unica coppia di idee su cui la Lega e Casa Pound si sono aperti una breccia culturale al di là dei propri confini e hanno incontrato un sentire diffuso.
    Note di colore. Ci sono anche i vecchi leghisti, quelli vestiti interamente di verde, con cappello di pelliccia di marmotta e lunga coda dell’animale annessa, nonostante i 16 gradi all’ombra. Due ragazzi distribuiscono centomila lire false col faccione di Salvini al posto di quello del Caravaggio, e davanti alla facciata di santa Maria del popolo (la chiesa che contiene due straordinari capolavori diCaravaggio) alcuni militanti della Liga veneta contemplano il luogo dove le “zecche comuniste” il giorno prima hanno inscenato la protesta che avrebbe voluto far saltare la loro manifestazione.
    In un angolo della piazza ci sono poi i militanti dei movimenti di estrema destra venuti da fuori: quelli di Bloc Identitaire dalla Francia, e quelli di Pegida dalla Germania. Qua e là sventolano delle bandiere della Russia imperiale, ma dal palco nessuno dice una parola sull’omicidio del leader dell’opposizione antiputiniana Boris Nemtsov, avvenuto a Mosca poche ore prima.
    Girone, Latorre, Stacchio, Monella sono allora gli unici eroi che possono amalgamare la piazza fascioleghista, insieme alla retorica del Piave e del non passa lo straniero declinata in tutte le forme possibili e immaginabili.
    Più fredda si dimostra invece la miscellanea nero-verde quando Salvini s’improvvisa intellettuale. E abbastanza sorprendentemente verso l’inizio del suo discorso propone i suoi consigli di lettura: i libri che i buoni militanti dovrebbero leggere.
    Innanzitutto La masseria delle allodole di Antonia Arslan “per capire cosa è stato il genocidio armeno, fatto da quelli – i turchi – che a Bruxelles vogliono far entrare in Europa”. Poi i testi di Marco Paolini e Mauro Corona sul Vajont. E ovviamente Oriana Fallaci. Ma non la Fallaci della Rabbia e l’orgoglio. No, non quella, dice Salvini. Dovete leggere Un uomo, il libro in cui racconta la storia di Alekos Panagulis.
    Ma qui i suoi, e ancor meno i fascisti, non sembrano seguirlo più. Non sanno che farsene di Alekos, viene da pensare istintivamente. Probabilmente in pochi lo hanno sentito nominare, e chi ne ha sentito davvero parlare (laggiù, alla destra del palco) pensa semplicemente che stava dall’altra parte e – probabilmente – che non era molto dissimile dalle “zecche” che nel frattempo stanno sfilando a qualche chilometro di distanza per una Roma democratica e antifascista.
    Ma dove Salvini spiazza davvero un po’ tutti è quando, per ben tre volte, evoca L’obbedienza non è più una virtù di don Milani, “perché è giusto disobbedire”. Ma a cosa? A cosa, secondo Salvini? Alle leggi fiscali, all’Europa, all’euro, a chi ti impone gli immigrati e i rom. A chi altri, se no? Non credo di aver mai assistito prima d’ora a una tale uso perverso del testo di don Milani, a un tale ribaltamento di senso, da apparire perfino privo di ogni minimo senso logico, se perpetrato accanto a chi non ha pensato un solo secondo di smettere di inneggiare al fascismo.
    Molte cose nel minestrone ideologico della nuova Lega risultano contraddittorie. Ma questi elementi tra loro incombinabili vengono giustapposti l’uno accanto all’altro con una buona dose di ingenua incoerenza, o con un calcolo più o meno spregiudicato?
    Certo, quando si vede Salvini dire che per lui fascismo e comunismo sono roba vecchia, che non esistono destra e sinistra ma solo produttori e parassiti, dopo aver sdoganato quelli di Casa Pound e averli fatti parlare dal palco, dopo aver accarezzato tanti temi cari alla destra post e neofascista e aver guidato il coretto berlusconiano “Chi non salta comunista è”, viene da pensare che il calcolo prevalga sull’ingenua incoerenza.
    Del resto è scontato che Salvini non sarebbe mai disposto a leggere in una pubblica piazza questo brano dell’Obbedienza non è più una virtù:
    Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri.
    Tutto questo, bel al di là del mezzo flop di ieri pomeriggio, ci porta a un altro ordine di riflessioni. In che modo, in che forme, con quali alleati, toccando quali tasti ed evitando quali altri, Salvini sta tentando la calata verso Roma e il vasto meridione, tanto necessaria in termini elettorali per scalzare Forza Italia?
    È sempre sembrato evidente che il leghismo al sud incontrasse un limite strutturale. Non tanto quello del pregiudizio antimeridionale, delle sparate lombrosiane, del ritornello costante sulla mafia quale fenomeno endemico o su Roma ladrona (in fondo vista come una grande Babilonia meridionale, se non addirittura nordafricana). C’è qualcosa di più politico. Il partito contro le tasse e contro la spesa pubblica (che oggi chiede una tassazione al 15 per cento, proprio come in Bulgaria o in Albania) difficilmente è riuscito a solleticare gli istinti più profondi di chi chiede più assistenzialismo, più intervento, più aiuti specifici. In una parola: più spesa pubblica.
    Ogni leghismo meridionale (e in passato qualche tentativo autoctono c’è anche stato) ha sempre cercato di porsi come nuovo mediatore tra il disagio locale e lo stato centrale al posto di coloro i quali, “tutti gli altri”, finora si sono dimostrati sistematicamente “corrotti”. Per questo le esperienze localistiche sono sempre andate a sbattere contro un evidente paradosso: a spingere il tasto della demagogia si finisce per chiedere esattamente quelle cose (più soldi, piani speciali, più attenzione da parte del governo centrale…) che ogni federalismo dovrebbe rifiutare, o quanto meno arginare.

    Parlare d’altro

    C’è modo di evitare questo paradosso? Sì, c’è, e lo stesso Salvini lo ha intuito. È quello di parlare d’altro. Sostituire al ritornello di Roma ladrona (che al sud e al nord sarebbe inteso in modo diverso) quello di Bruxelles ladrona e Berlino imperiale, e ladrona. E, soprattutto, sparigliare le carte: indicando alle genti del sud un sud ancora più sud da stigmatizzare di comune accordo con le genti del nord: l’immaginario popolo dei barconi invasori.
    Non è immaginario, ovviamente, il dramma dei viaggi dei migranti. È immaginaria la descrizione che il leghismo di Salvini ne offre. E razzista, oltre che omicida la sua soluzione: lasciamoli in mezzo al mare dopo avergli dato una bottiglia d’acqua, quando proprio non riusciamo a rimandarli sulle coste libiche da cui scappano.
    Ma quelle stesse coste non sono in buona parte controllate dalle stesse truppe dello Stato islamico?
    Non si tratta solo di questo, però.
    Il recente successo di Salvini al sud (limitato, ma pur sempre consistente a stare a sentire i nostri maggiori sondaggisti) non deve sorprendere. Per almeno due motivi.
    Il primo è che oggi ciò che accomuna un abitante di Palermo, Bari, Reggio Calabria, Napoli, così come – mettiamo – un abitante di Palermo, Napoli, Vicenza e Cuneo è, ancora una volta, solo la televisione.
    Il sud non è mai stato un’entità unitaria. Men che meno lo è ora, dopo decenni di assenza di una riflessione politica meridionalista di qualche peso. E poiché l’unica koiné politica rinvenibile è quella dei talk-show, chi spopola sui loro schermi – che sia Renzi o Salvini – riesce a costituire brandelli di discorso unitario.
    Salvini può farlo riproponendo un mantra semplificato, che ridotto all’osso ha due nemici buoni per tutte le regioni e tutte le stagioni, in comune accordo con l’estrema destra di molti paesi europei.

    Uno rivolto verso l’alto: l’Europa, la finanza, il complotto plutocratico.

    L’altro rivolto verso il basso: i rom irredimibili e irriducibili ai “nostri” costumi, i profughi da lasciare in mezzo al mare, dal momento che se arrivassero si beccherebbero tutti – indistintamente – 40 euro a testa.
    Renzi, posto nel mezzo, è solo un “servo sciocco” dei primi che apre la porta ai secondi.
    La relativa novità di questo discorso, nel momento in cui viene proposto al sud, è che supera a pie’ pari un secolo e mezzo di meridionalismo. Salvini non sa niente della questione meridionale, di come questa si sia dipanata storicamente, non sa nulla di nulla dei suoi testi di riferimento, delle sue polemiche, delle sue stesse involuzioni.
    E anche il movimento paraleghista meridionale “Noi con Salvini”, che è comparso in piazza del Popolo in gruppi sparuti, si mostra alquanto scarso sulla materia. Sul loro sito non c’è una sola parola, una sola proposta, una sola analisi per il sud.
    Un po’ poco, si potrebbe concludere.
    In tutto questo, non solo viene saltato a pie’ pari il meridionalismo storico di Fortunato, Salvemini, Dorso, Gramsci, Rossi-Doria eccetera, la riflessione sulla Cassa del Mezzogiorno e sulla sua fine, e così via. (Quando Salvini di sfuggita cita Sturzo, non si capisce davvero cosa voglia dire.)
    Ma viene saltato a pie’ pari anche quella sorta di neoborbonismo meridionale emerso negli ultimi anni, e riconducibile al successo editoriale dei libri di Pino Aprile. Un neoborbonismo, diametralmente opposto al meridionalismo democratico e di derivazione illuminista, che rivendica i pregi del vecchio Regno di Franceschiello e vede l’unità d’Italia come processo criminale.
    Anche di tutto questo Salvini se ne frega. Traccia una linea e dice: i veri nemici – per tutti – sono riconducibili a quei due poli lì. Tanto di Franceschiello quanto di Salvemini non so che farmene.
    Ma queste parole suonano davvero radicalmente nuove? Per certi versi sì, per altri no.

    I fantasmi dell’Uomo qualunque

    E qui veniamo al secondo punto. Perché fin dai tempi dalla prima repubblica in alcune consistenti sacche della società meridionale l’intreccio tra antipolitica, destra anti-antifascista e razzismo più o meno crudo aveva già preso piede. In varie forme e in vari modi, spesso non assimilabili.
    Partiamo dalla preistoria. L’Uomo qualunque ebbe proprio in Napoli una delle sue roccaforti (e oggi tra i tanti motivi per cui andrebbe riletto L’Orologio di Carlo Levi, grande affresco della nascita della nostra repubblica e dell’avvitamento su se stesso delle sue principali forze politiche, vi è anche l’acuta descrizione che fa del popolo e della piccola borghesia napoletani sedotti da Giannini).
    Il vecchio Movimento sociale ebbe proprio in città come Catania i suoi maggiori successi.
    E poi ci sono due fenomeni che andrebbero ricordati in queste ore: la rivolta di Reggio Calabria per il capoluogo di regione guidata dai “Boia chi molla” di Ciccio Franco negli anni settanta, e i successi elettorali del telepredicatore xenofobo e fascista di Taranto Giancarlo Cito negli anni novanta.
    Più che a generici spazi lasciati vuoti dalla crisi di Forza Italia, è proprio a questi specifici settori di una destra meridionale tradizionalmente anti-sistema che il nuovo leghismo guarda.
    È un territorio sostanzialmente rimasto orfano negli ultimi anni, solo con le sue pulsioni e il suo rancore. Per un breve lasso di tempo alcuni suoi settori sono stati intercettati dal Movimento 5 stelle. Ma oggi anche i pentastellati sono in crisi; e non è un caso che, per esempio, a Canicattì tutti i dirigenti del grillismo locale siano passati nello spazio di una notte nelle file di “Noi con Salvini”.
    Accanto ai fantasmi dell’Uomo qualunque e di Ciccio Franco non va però sottovalutata la capacità del leghismo di imbarcare anche altri gattopardi dell’autonomismo locale (specie in Sicilia), reduci di quelle esperienze politiche come quelle sorte intorno l’ex governatore Raffaele Lombardo, e di farli sfilare accanto ai camerati di Casa Pound.
    Tutto ciò spiega in fondo come Salvini sia riuscito a raggiungere in poche settimane il 6-8 per cento nei sondaggi elettorali nelle regioni meridionali.
    Il suo blocco non è molto simile da quel blocco “preistorico” della destra meridionale anti-sistema, con l’aggiunta di qualche riciclato beccato qua e là.
    Ma, per converso, tutto ciò indica anche la difficoltà di andare al di là di quella soglia. Se il discorso rimane quello quello fatto in questa piazza, la discesa meridionale rimarrà unicamente ancorata a queste sacche, tanto quanto quella romana non andrà al di là dell’intesa con l’eterno neofascismo capitolino.
    Flavio Tosi è forse l’unico dirigente leghista di qualche peso che lo ha capito. Più che di una “deriva lepenista”, il vero rischio per la Lega è quello di una sorta di “contenimento lepenista”. In questo guazzabuglio di idee che vanno dalle nuove destre xenofobe europee (il Fronte di Marine Le Pen) a segmenti del vecchio neofascismo italiano (romano e meridionale), Salvini sguazza come un pesce. Il problema, per lui, è che la riva del lago è solo pochi metri più in là.

    Alessandro Leogrande, giornalista

    http://www.internazionale.it/reportage/2015/03/01/il-fallimento-di-matteo-salvini

    martedì 3 marzo 2015

    KARLOS ASKATU!

    _MG_0120
    Dopo il calvario che passarono Lander e Aingeru in Italia negli scorsi anni(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2013/11/finalmente-liberi-lander-e-aingeru.html ),ecco che Roma è diventata nuovamente teatro dell'assurdo per quanto riguarda un altro tassello della storia dei prigionieri politici baschi perché da una settimana Karlos Garcia Preciado è stato incarcerato per motivi di appartenenza politica e di lotta di strada riguardanti fatti di quasi vent'anni fa.
    Infatti Karlos vive in Italia da più di dieci anni ed ora è a Rebibbia nell'attesa di sapere se passerà questo periodo di detenzione preventiva in cella o ai domiciliari mentre aspetta di sapere se verrà estradato in Spagna.
    Questo nuovo caso basco a Roma ha provocato la protesta di compagni e l'attivazione di canali di solidarietà sia nella capitale che in Euskal Herria(la foto si riferisce ad un corteo ad Andoain):articolo preso da http://uncasobascoaroma.noblogs.org/ .

    Ancora un caso basco a Roma...Karlos askatu!


    Ancora un caso basco a Roma, ancora una volta la nostra città è attraversata da una storia che parla di repressione, persecuzione, condanne spropositate emesse dall’ Audiencia Nacional, il Tribunale Speciale di Madrid, che da decenni è complice delle torture ai danni di militanti baschi/e.
    Karlos García Preciado vive da 14 anni in Italia, qui lavora e costruisce ogni giorno la propria vita, dopo essere stato costretto ad andarsene dal Paese Basco, davanti ad un’accusa assurda che lo condanna a 16 anni per reati di kale borroka -lotta di strada- di quasi vent’anni fa.
    La storia di Karlos è la storia di tanti e tante che hanno pagato e continuano a pagare, nonostante ETA abbia abbandonato le armi nel 2011 a favore di un processo di risoluzione del conflitto.
    In tutto il mondo centinaia di latitanti esiliati, iheslariak, che hanno rinunciato alle proprie vite per non rinunciare alla libertà.
    A loro si aggiungono i deportati, mandati al confino, cui la spagna rifiuta da decenni il permesso di rientrare, a cui si sommano a loro volta i circa 500 prigionieri e prigioniere basche chiuse nelle carceri di spagna e francia, colpiti dall’infame sistema della dispersione, che li costringe reclusi a centinaia di km di distanza dalle loro famiglie.
    Pesanti accuse di terrorismo, costantemente, perseguitano i dissidenti baschi e ci ricordano le condanne spropositate chieste per Lander e Aingeru per un presunto bus danneggiato nel 2001, nel corso di una manifestazione a Bilbao, in occasione della messa al bando di SEGI, l’organizzazione giovanile del tempo.
    Pensiamo alla vicenda di Arkaitz Bellon, che un anno fa è stato ucciso dalla dispersione che lo ha costretto a 13 anni di carcere duro, a più di mille km dalla sua famiglia, per presunti reati dello stesso genere.
    Con facilità pensiamo a quanto accade anche in italia in questi anni, dove al danneggiamento di un compressore che brucia in Val Susa corrispondono accuse di terrorismo, con carcere e isolamento per i/le No Tav.
    I tentacoli dello stato spagnolo arrivano fin qui da noi, Karlos è il quinto compagno basco arrestato a Roma in pochi anni, e ancora una volta ci troviamo davanti a una gogna mediatica, un’ignobile narrazione dei media spagnoli e italiani.
    In questi tempi di caccia alle streghe, cercando in ogni modo la criminalizzazione delle lotte, non si vede l’ora di trovare il terrorista di turno da sbattere in prima pagina e accostarlo così a presunti reati di danneggiamento, come può essere in questo caso, un bancomat bruciato.
    Contemporaneamente con le nuove norme antiterrorismo gli apparati repressivi , legittimano e rafforzano i meccanismi e i dispositivi di controllo e sorveglianza con i quali dichiarano di continuare ad indagare per ricostruire le ipotetiche reti di appoggio di cui Karlos si è avvalso in questi anni.
    C’è poco da indagare, potete sprecare migliaia di euro in dispositivi tecnologici, ma la solidarietà non si controlla, non si processa e non si arresta, fa parte del nostro DNA.. centinaia sono le persone che negli anni hanno condiviso un pezzo di cammino con Karlos ..e poco importa se per molti di loro era Roberto.
    In queste ore Karlos si trova in regime di isolamento nel carcere di Rebibbia, domani a piazzale Clodio alle 12e30 ci sarà l’interrogatorio di convalida dell’arresto e su questo verranno dati aggiornamenti tramite gli avvocati che lo stanno seguendo.
    Invitiamo tutti e tutte ad inviare a Karlos telegrammi di solidarietà e a fargli sentire che non è solo.

    KARLOS ASKATU !
    EUSKAL PRESO TA IHESLARIAK ETXERA!

    Uncasobascoaroma
    per scrivere:
    Karlos García Preciado
    casa circondariale di Roma – Rebibbia
    via Raffaele Majetti 70 00156