martedì 13 aprile 2010

SCARPE COMODE

Per dovere di cronaca ho trovato interessante un articolo de"Il giornale"del sospeso Feltri (dall'albo dei giornalisti),che parla delle ultime dichiarazioni di Travaglio che si è spostato verso il nuovo ibrido della politica Fini che sembra ormai più vicino al Pd che al Pdl ma che in fondo resta sempre un fascista nero cresciuto da Rauti.
Le scarpe comode del titolo del post si riferiscono a quelle che il buon Travaglio teneva nella sua scarpiera,una rossa ed una nera,la prima indossata negli ultimi tempi e l'altra lì a farsi allargare perché diventata stretta ma che ora potrebbe tornare nuovamente comoda.
La premessa al contributo di Luigi Mascheroni è presa da Roma.Indymedia che va giù pesante con un antiberlusconista antesignano che ora grazie ai suoi ultimi contributi giornalistici vira verso destra abbandonando Di Pietro e comunque l'ala estremista contro il premier puttaniere.
Ma potrebbe anche darsi che ora appoggi Fini in quanto anticipi i tempi in cui l'ex capoccia dell'Msi e di An si scontri definitivamente con il criminale di Arcore,stiamo a monitorare bene la situazione valutando bene le azioni e le dichiarazioni agendo di conseguenza.

Travaglio torna all'ovile e toglie dalla naftalina la camicia nera.

Marco Travaglio getta la maschera, una maschera piccola piccola che non era abbastanza estensibile da coprirgli il pinocchiesco naso. Si toglie la giubba che aveva fatto tingere in fretta e furia di rosso, ma si sa che a colorare il nero non è impresa facile, lo sanno anche le massaie più inesperte (Padellaro) e poi infatti gli è sortita fuori una tonalità rosso-bruna, quel poco che era necessario a fare dell'antiberlusonismo una bandiera, un brand di mercato o un marchio di fabbrica. All'inizio il quasi compagno cellophanato medio, con tanti se e tanti ma, che legge l'Unità, giornale più o meno assimilabile ai suoi ex avversari, ci aveva creduto e ci era cascato con tutte le scarpe. Alcuni trovarono divertente che Travaglio potesse esercitare il suo fascino intellettualoide superpartes. Un po' come grillo, meno gridato, più scanzonato e soprattutto tanto televisivo. Alcuni videro in loro quello che loro non vedevano nemmeno lontanamente in se stessi, perché infondo non c'era. Tutto qui. Ora Marco Travaglio fa una sorta di OUTING dal braccetto spastico, il famoso braccetto a scatto che, una volta, si sarebbe visto solo nei pupazzi in vendita sulle bancarelle rionali. Gadgets maledettissimi che alcuni chiamano "collezionismo", scesi dritti dritti dalla soffitta, o meglio per riesumare una bella definizione di un tempo, risaliti dritti dritti DALLA FOGNA. Ma il ratto, si sa, si porta appresso la puzza, e ci vuol tempo prima che se ne liberi. Ammesso che se ne liberi. Ciao ciao marco.Qui sotto una citazione dei SUOI compari.
http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog...
http://www.ilgiornale.it/interni/travaglio_molla_di_pi...

Travaglio molla Di Pietro e ritorna da Fini.

Nel suo editoriale sul "Fatto" il giornalista "arruola" il presidente della Camera: "Ci serve vivo nei prossimi anni". La giravolta è completa: in nome dell'antiberlusconismo il giustizialista di "Annozero" si ricorda di essere di destra.

Bentornato a casa, Marco. L’avevamo sempre pensato che Marco Travaglio fosse un vero intellettuale di destra, e se a volte abbiamo avuto un dubbio, semmai era sul primo dei due termini, «intellettuale».
Comunque, noi del Giornale, dove Travaglio guadagnò i suoi primi stipendi, pagati - ironia della sorte e nemesi del moralismo - dall’editore Silvio Berlusconi, lo sapevamo che prima o poi quel giovane reazionario, clericofascista e furioso anticomunista (partito da una posizione a metà strada fra l’Msi e il tradizionalismo cattolico ed approdato ad una in bilico fra il giustizialismo giacobino e il terrorismo mediatico) avrebbe percorso a ritroso la strada incautamente abbandonata per tornare nella sua vecchia casa.
Giù in fondo, a Destra. Per un curioso e accidentato sviluppo di quel concetto che la filosofia chiama «eterogenesi dei fini», ossia il raggiungimento di esiti opposti a quelli che ci si era prefissi, il figliol prodigo è tornato a Fini. Chissà se lui lo rivede volentieri, poi. Ieri Marco Travaglio nel suo consueto editoriale sul Fatto Quotidiano ha dichiarato il suo futuro voto politico e ha investito ufficialmente il nuovo leader. Che non è più Di Pietro, e nemmeno De Magistris. Ma, appunto, Gianfranco Fini. La predica domenicale s’intitola metaforicamente «Il bacio della morte» ed è un argomentato suggerimento rivolto al presidente della Camera, avvistato due giorni fa a pranzo con Giuliano Ferrara.
Travaglio, in sostanza, dice al compagno Fini: stai lontano da lui, e per due ragioni. Primo, perché farsi consigliare da un «impiegato» del tuo peggior nemico - cioè Berlusconi - non è un’idea brillante. Secondo, perché Ferrara è il «maggior collezionista di fiaschi della storia moderna», uno che distrugge tutto ciò che tocca, uno la cui scia «è lastricata di cadaveri politici»: «Ogni volta che Ferrara esplode, il che accade a intervalli regolari sempre più ravvicinati, lui rimane illeso, ma tutt’intorno ogni forma di vita nel raggio di decine di chilometri si estingue per sempre».
E qui Travaglio infila nel suo sermone una decina di parabole, per ri-raccontare di quando Ferrara sposò la causa del comunismo, e si sa com’è finita; di quando si rifugiò nel Partito socialista a fianco di Craxi, e si sa come finì; di quando fu nominato ministro per i rapporti con il Parlamento del primo Governo Berlusconi, che finì nel giro di sette mesi; di quando nel Mugello si candidò contro Di Pietro, e finì trombato; di quando fondò la lista «No Aborto» e finì a uova in faccia, eccetera eccetera; e di come, ora, Ferrara rischia di finire da Fini. «Presidente sia gentile - è la preghiera di Travaglio - lasci perdere: ci serve vivo, nei prossimi anni». Più che un endorsement, un abbraccio.
E così il Fatto Quotidiano sdogana anche l’ultimo post-fascista, mentre il presidente della Camera dopo Repubblica e l’Unità conquista il foglio di Padellaro&Co., l’ultima roccaforte del giornalismo extraparlamentare. Ecco come la stampa d’opposizione diventò di regime. Che brutta fine. Del resto il lungo viaggio attraverso il fascismo di Marco Travaglio aveva conosciuto una tappa significativa già alcune settimane fa quando, in clima preelettorale, ospite a Tetris, disegnò un sorprendente scenario di fantapolitica in un irresistibile scambio di battute con il conduttore Luca Telese. «Immaginiamo che il Caimano non ci sia più. Il voto è tra Fini e D’Alema, chi voti?», chiede Telese. Travaglio, all’istante: «Fini». Telese: «Ah! Così senza pensarci neanche un attimo?». Travaglio: «Per forza. Dall’altra parte mi hai messo D’Alema». Il legittimo sospetto ora è che, anche senza D’Alema dall’altra parte, Travaglio abbia chiaro in mente cosa scegliere. E se sceglie Fini è perché chiunque in questo momento si dimostra un possibile antagonista del Cavaliere - come appare ogni giorno di più il Presidente della Camera - va politicamente bene.
Ma soprattutto perché, in fondo, Marco Travaglio non ha mai dimenticato dove gli batte il cuore. A destra. Bentornato a casa, Marco. Anche se non è detto che ti rivediamo volentieri, noi. Strane figure si vedono profilarsi all’orizzonte nell’Italia post-berlusconiana. Un giornalista di sinistra smarcatosi convenientemente a destra che si stringe sotto braccio a un politico di destra svoltato strumentalmente a sinistra. Il primo, ieri, dalle pagine del Fatto ha scoccato al secondo un bacio. Della morte. L’impressione, vedendo che fine fa chi trama alle spalle del Caimano, è che il primo finirà male. E il secondo invece pure.

lunedì 12 aprile 2010

SEQUESTRI DI PERSONA DELLO STATO


Atto intimidatorio gravissimo quello accaduto a Perugia nei confronti di tre compagni aggrediti senza motivo apparente da dei questorini della digos(si pensa così visto che le merde non si sono identificate),presi e portati nelle loro tane senza che familiari ed avvocati potessero vederli nè sentirli.
Come evidenziato nella mail spedita ai membri della lista"Antifa"dai compagni umbri il capoluogo della regione da alcuni mesi è teatro di controlli che rasentano l'invivibilità e calpestano norme di garanzia costituzionali di libertà personale.
Il totalitarismo legato al regime al potere che comanda i servi in divisa fa sì che i controlli asfittici degli sbirri siano contro i più elementari diritti per l'uomo come accaduto nel caso citato,in cui praticamente si è assistito ad un vero e prorpio sequestro di persona plurimo in cui l'arroganza,la prepotenza e la cattiveria arrivata all'odio verso chi non è come loro,ovvero fascisti pagati dallo Stato,ha raggiunto livelli intollerabili che rivendicano azioni atte a fargli abbassare la cresta,su tutti i fronti,con tutte le attenzioni del caso.

Perugia: arrestati tre attivisti del Csoa Ex Mattatoio.

Lorenzo, Michela, Riccardo: Liberi subito!
Quella che stiamo per raccontare è una storia di ordinaria follia. Non sappiamo come definire altrimenti quello che è capitato ieri sera a Lorenzo, Michela e Riccardo, tre attivisti del Centro Sociale Ex Mattatoio.
I tre si trovavano nella centralissima Piazza IV Novembre e stavano bevendo una birra insieme ad altre persone, in attesa di mettersi in macchina per raggiungere Fabriano per assistere al concerto degli Assalti Frontali, in programma al CSA Fabbri. Tre loschi individui si sono avvicinati chiedendo loro di esibire i documenti senza mostrare nessun distintivo. Uno dei ragazzi ha chiesto quale fosse il motivo del riconoscimento ricevendo come risposta insulti e spintoni. Gli animi si sono surriscaldati e sul posto sono arrivate due volanti. Lorenzo, Michela e Riccardo sono stati malmenati, ammanettati e portati via sulle vetture che partivano a sirene spiegate verso la questura. Nel frattempo un altro ragazzo, che aveva ripreso l'accaduto con il videofonino, è stato aggredito da altri poliziotti in borghese.
Per tutta la notte nessun avvocato e nessun parente aveva ancora potuto incontrarli e accertarsi delle loro condizioni. L'unica notizia fornita è stata la convalida del fermo dei tre, con l'accusa di resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Notizia che ha provocato sgomento e rabbia dei parenti e dei tanti amici/he e compagni/e che nel frattempo avevano raggiunto la questura.
Una storia che vede la violenza e la sopraffazione rasentare la follia pura, in cui i vigilanti hanno un potere di discrezionalità pressochè assoluta. Una storia ordinaria, simile a tante altre che quotidianamente avvengono nella nostra città e che hanno come vittime soggetti sfortunatamente invisibili. Un'ordinarietà figlia del biocontrollo che dilaga nelle nostre metropoli, nei nostri territori e nelle nostre vite. Un'ordinarietà che si innesta nel tessuto di una città dove si respira sempre più un clima "cileno" e dove sembrano avere agibilità solamente massoni, costruttori, faccendieri e narcotrafficanti. Decine di posti di blocco ogni sera sulle strade che delimitano il centro storico; poliziotti in borghese, vigilanti privati e pattuglie a presidiare le piazze e le vie principali. Perugia puzza di deserto. Un deserto che mira ad entrare nelle nostre esistenze per saccheggiarle e svuotarle.
Vogliamo la libertà immediata per Lorenzo, Michela e Riccardo, "sangue del nostro sangue".
Vogliamo una città altra, e la costruiremo con la forza delle nostre lotte e delle nostre passioni e con la potenza che la nostra indipendenza riesce a sprigionare, sempre e ovunque.
Domani mattina alle ore 10,30 si terrà, presso l'atrio del Comune, in Via dei Priori, una conferenza stampa pubblica, in cui verrà denunciata alla stampa ed alla città intera il gravissimo episodio accaduto.
Csoa Ex Mattatoio
CommonsLaB Perugia
Collettivo Femminista Sommosse Perugia

domenica 11 aprile 2010

LA MALEDIZIONE DEL BAFFO

Articolo di Tommaso Vaccaro di dazebao.org preso da Toscana.Indymedia che analizza la figura del presidente polacco Lech Kaczynski morto ieri in un incidente aereo in Russia mentre si stava recando per la commemorazione dello stermino di Katyn ordinato da Stalin(maggiori info sul sito wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Katy%C5%84).
Breve riflessione su questa strage che fu uno degli atti più trucidi commessi dall'Urss durante la seconda guerra mondiale in quanto furono massacrati oltre a militari ed ufficiali polacchi pure migliaia di civili bambini,fatto scoperto solo nel 1943 e usato da Goebbels come propaganda contro i comunisti(tenendo ben segreti i loro campi di sterminio!).
Fatto sta che la vittima più illustre del disastro aereo di ieri,provocato da errate scelte del pilota,sia stato uno dei più fermi conservatori di destra che l'Europa del dopoguerra abbia mai avuto,anticomunista,massacratore di omosessuali,integralista cattolico e favorevole alla pena di morte.
Questo autoritario presidente che ha fatto di pestaggi sistematici contro i nemici e che ha imposto regole da periodo del terrore ha avuto quel che si meritava in anticipo rispetto alla data della sua carta d'identità,e con lui numerosi appartenenti al regime polacco ed i vertici militari del paese,che come in qualsiasi altro posto del mondo non guasta per niente.

Lech Kaczynski. La parabola nera del nazional-populista polacco.

Si chiude nel dramma l’epopea nazional-integralista del presidente polacco, Lech Kaczynski. Una parabola spezzata da un Tupolev di fabbricazione russa in volo da oltre vent’anni, che precipita per cause al momento ignote, decapitando di netto i vertici istituzionali della Polonia.

Muore il Kaczynski con il neo sulla guancia sinistra, l’unico segno che rende distinguibile Lech dal fratello-gemello Jaroslaw, ex premier del repubblica Est europea. Una vita in doppio, quella dei due leader ultraconservatori polacchi che, sin dagli esordi della loro attività politica, li vede uniti nel segno di un viscerale anti-comunismo e, successivamente, nelle battaglie omofobe, autoritarie, anti-Europee e nazionaliste del partito “Legge e Giustizia” da loro fondato. I Kaczinsky favorevoli alla reintroduzione della pena di morte, ideatori della legge che obbliga tutti i cittadini ad autodenunciarsi qualora abbiano avuto in passato rapporti con i servizi segreti comunisti. I gemelli che trascinano la Polonia in un vortice di cattolicesimo ultraortodosso, schierato in assetto di guerra contro un’Europa atea, permissiva, materialista, decadente moralmente, diventano un punto di riferimento per l’estrema destra del Vecchio Continente e di quella americana.La vita gemella dei Kaczinsky, da Solidarnosc al nazional-cattolicesimoLech e Jaroslaw Kaczynski nascono a Varsavia il 18 giugno del 1949, dall’ingegnere Rajmund e dalla filologa Jadwiga. Appena dodicenni, sono protagonisti del film della tv di stato nella Polonia sovietica: “I due che rubarono la luna” (1962). Ma, sin da giovanissimi, ad unirli davvero è la passione politica. Lech si laurea in Legge all'Università di Varsavia e consegue un dottorato presso l'Università di Danzica, dove poi insegnerà. Sposato e padre di una figlia, negli anni ’70 è impegnato con il fratello come attivista nel movimento polacco anticomunista. Dal 1980 comincia la collaborazione con la formazione cattolica Solidarnosc e l'anno dopo - nel periodo di legge marziale – solo uno dei due viene catturato ed arrestato. Ma con il crollo sovietico, i Kaczynski riprendono a fare politica, entrando nel governo di Solidarnosc, ma rompendo subito dopo con Walesa, colpevole secondo loro di un’eccessiva debolezza nei confronti degli ex-comunisti. Nel 2001 fondano così, ancora una volta insieme, il partito ultraconservatore “Legge e Giustizia” (Pis). Lech vince le elezioni amministrative di Varsavia nel 2002, la prima importante prova elettorale della nuova formazione ultracattolica. Per quattro anni sindaco, nell'ottobre 2005 Lech diventa presidente ad alcuni mesi dalla schiacciante vittoria elettorale del suo Pis. L'anno dopo, conferisce a Jaroslaw, presidente del partito, l'incarico di formare il nuovo governo, al posto di Marcinkiewicz, costretto alle dimissioni a soli nove mesi dall'insediamento. Jaroslaw, tuttavia, successivamente lascerà il proprio incarico. Per la Polonia, seguono anni di populismo, antieuropeismo, e di un nazionalismo conservatore autoritario e giustizialista. Lech Kaczynski, in un’intervista trasmessa dalla radio statale polacca, non fa mistero delle proprie posizioni: l’abolizione della pena di morte ha dato “un vantaggio inimmaginabile al criminale, il vantaggio della vita sulla morte”.Nel paese di Wojtyla, riesce a fare facilmente breccia il programma del Pis incentrato su famiglia e cattolicesimo intransigente. E’ proprio alla fine dell’anno in cui muore Giovanni Paolo II che “Legge e Giustizia” stravince le elezioni, sull’onda emotiva provocata dal lutto. I Kaczynski condannano i rapporti extraconiugali, sono contrari all’aborto e inaugurano una vera e propria caccia all’omosessuale. Mostrarsi tolleranti con i gay significherebbe, spiega Lech, il gemello alla presidenza della Repubblica, «aiutare la civiltà a disgregarsi». Su queste basi, iniziano i pestaggi e le persecuzioni sistematicamente coperte dalla polizia, vengono proposte leggi per porre il divieto di parlare della questione sessuale nelle scuole pubbliche e migliaia di omosessuali polacchi saranno costretti a fuggire dal Paese. A diciassette anni dalla fine della Repubblica Popolare di Polonia, un provvedimento voluto dai “gemelli di ferro” obbliga, inoltre, 700.000 cittadini a fare professione di fede anticomunista o, nel caso, a chiedere perdono per il loro passato. Quelli che si rifiuteranno, saranno espulsi e perderanno il lavoro. Un’eredità politica e culturale drammatica, quella che Lech Kaczynski lascia al suo Paese e al futuro Capo dello Stato. Una Polonia che, alla luce di quanto accaduto, vedrà anticipate di qualche mese le elezioni presidenziali previste per ottobre. Elezioni che, tragedia umana a parte, saranno l’occasione per voltare definitivamente pagina.
Related Link: http://www.dazebao.org/

sabato 10 aprile 2010

PLACANICA PIENO DI DROGHE

L'articolo di Doriana Goracci pubblicato da Roma.Indymedia(il sito originario è linkato)è un resoconto delle ultime vicende che hanno visto protagonista il carabiniere assassino di Carlo Giuliani(la mano armata è la sua ma quelle insanguinate sono molte altre),tra il consumo di cocaina e psicofarmaci alle lettere minatorie contro la sua vita scritte da se stesso all'indagine per violenza sessuale contro una bambina.
Questo morto che cammina,già elettore per Alleanza Nazionale come da se stesso dichiarato e candidato a Catanzaro per il centrodestra,di seri problemi ne ha avuti nascendo,poi arruolandosi carabiniere ha completato il lavoro da sè...ora è stato scaricato dagli stessi commilitoni in quanto personaggio scomodo per tutto quello che di criminoso ha commesso in questi ultimi anni.
Allegata vi è un'intervista all'ex moglie che lo ha lasciato per evidenti disturbi psichici legati all'abuso di droghe e di botte che lo sbirro impartiva a lei ed al figlio:voglio concludere con un post scritto l'agosto scorso all'indomani della scappatoia legale della corte europea per i diritti dell'uomo(in questo caso della merda)con cui Placanica non pagherà nulla per l'omicidio commesso in attesa dell'esecuzione della sentenza del tribunale del popolo.http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2009/08/corti-per-i-diritti-degli-sbirri-ma-non.html.

PLACARE PLACANICA.

http://www.reset-italia.net/2010/04/08/placare-placani...video foto e link
Mario Placanica era un giovane carabiniere il 20 luglio 2001, accusato e poi assolto di aver ucciso Carlo Giuliani, a Genova.Il giovane carabiniere cresce come la somma erogata, 400.000 euro, che gli fu consegnata da Vittorio Feltri direttore del quotidiano Libero, ricavata da sottoscrizioni aperte e chiuse in un anno, per sostenere le spese legali e mediche del giovane militare coinvolto, suo malgrado, nei gravi incidenti di Genova, simbolo non solo delle aggressioni fisiche, ma anche di una campagna di delegittimazione del lavoro delle forze dell’ordine“ e diventa anche padre oltre che marito di Sveva Mancuso. Sono passati 9 anni e non è chiaro niente,tantomeno cosa passa nella mente di quell’uomo non qualunque per una giornata non qualunque del G8 italiano.
Sono invece molto comuni le denunce della moglie che da un articolo del secolo XIX intitolato «Le minacce a Placanica? Se le scriveva da solo», si rende noto che “ lo ha lasciato nell’ottobre 2007, dopo due anni di matrimonio, e un figlio, dopo aver diviso con lui sofferenze, botte, incidenti sospetti, paranoie, microspie, psicofarmaci, ossessioni: un baratro in cui i fantasmi di Mario avrebbero fatto sprofondare l’intera famiglia. Con i pezzi di una vita da rimettere insieme, giù in Calabria.“
Si sono aggiunte da due anni le accuse di violenza sessuale nei confronti di una bambina, all’epoca undicenne.Placanica scrive, alla moglie e ai giornali, bigliettini non proprio amorosi e non a firma sua, ovviamente.
La vicenda comune di una donna che denuncia violenze, si accoppia alla banalità di una straordinaria giornata genovese, dove chi l’ha vissuta, ha visto con i propri occhi la conferma di una società senza diritto e certezza di giustizia, dove il potere rappresentato da potenze mondiali, non nuove a scenari di violenza e terrore indotto, ha dato una prova schiacciante ogni verità, anche se migliaia sono state le documentazioni e le denunce. E tutto si placa,non Placanica, in nome della nostra Protezione, anche le stragi, prima e dopo Genova, con qualunque amministrazione allora presente, qualunque istituzione avesse calcato, o calcherà, lo scenario. Lo spettacolo del silenzio omertoso, continua e il sipario cala, a placare qualunque domanda, anche quelle che non si fanno, per ignoranza, stanchezza, rassegnazione. Ci diamo delle risposte. E chi le sente le une e le altre? Tornano le voci, come nelle menti dei matti, quelli che si sdoppiano, che fanno la parte di chi recita il torturatore e il torturato.E’ legittimo qualsivoglia impedimento, perchè nulla accada.Si aspetta, la fine del chiacchiericcio e la Ricostruzione, quella dai modi seri e certi, che non ha paura di reprimere e controllare la paura, di mettere a tacere, per sempre.Magari in una grotta come in un innocente gioco, un Domino.Cappuccio nero e maschera bianca, effetto a catena.

“Dal 19 marzo le sono arrivati a ripetizione tre bigliettini: «Puttana ti ammazzo stai zitta», «Morte stronza», «Puttana muori», frasi sovrastate da una piccola falce e martello, scritte a stampatello, con la grafia nervosa di un bambino. «Inizialmente – fa annotare Sveva ai carabinieri – non volevo fare questa denuncia in quanto credevo si trattasse di qualcosa di poca importanza»… «Mario è abituato a scrivere bigliettini e minacce per attirare l’attenzione», dice.Lo ha già fatto nel 2007. La lettera di minacce firmata Brigate Rosse rivolte a lui e al segretario della Cei Angelo Bagnasco, con su scritto “Mario Placanica morte. Bagnasco al rogo. Solidarietà con i compagni. Viva Carlo Giuliani”, «se l’è scritta da solo» racconta Sveva: «La sera del 30 aprile del 2007 stavo dormendo. Apro gli occhi e vedo Mario che guarda su internet un sito con le immagini del sequestro di Aldo Moro. Noto che sta ricalcando con cura la stella delle Br. Gli chiedo cosa sta facendo, e lui mi dice di stare zitta, per le microspie. Mi avrebbe raccontato la mattina dopo, l’1 maggio, quando ho visto con i miei occhi imbucare la lettera nella nostra cassetta della posta». Allo stesso modo nei giorni precedenti «è stato lui a scrivere con le bombolette spray le minacce di morte apparse sui muri vicino a casa nostra a Sellia Marina, firmate “Brigata 20 luglio”». E sempre lui è l’autore a delle minacce telefoniche di morte all’avvocato Ezio Menzione, che si occupava di difendere alcuni no-global nel processo per i disordini del G8 di Genova. Telefonate partite da una cabina di Montepaone Lido a fine maggio 2007. L’1 giugno Placanica sarebbe stato chiamato a deporre come teste a Genova. Sveva ha assistito impotente ad ogni azione del marit: ,«Ero costretta – si sfoga – mi minacciava, mi picchiava. Non sta bene. È psicopatico e schizofrenico»…Ma perché dire tutto solo oggi? «Perché sono sola e penso che Mario venga coperto da polizia e carabinieri. Che nonostante le mie continue denunce non mi aiutano. E poi perché mi vuole togliere il bambino che ho avuto da lui». Sveva infatti il 5 maggio sarà in tribunale, convocata dall’avvocato di Placanica per sottrazione di minore.Ricorda anche «le sue continue sniffate di coca» che mescolate agli psicofarmaci una volta stavano costando la vita a tutti e due per un incidente. Dopo essere riuscita a liberarsi di lui, a lasciarlo, Sveva ha chiamato Menzione e gli ha raccontato quasi in lacrime la verità. Ma perché dire tutto solo oggi? «Perché sono sola e penso che Mario venga coperto da polizia e carabinieri. Che nonostante le mie continue denunce non mi aiutano. E poi perché mi vuole togliere il bambino che ho avuto da lui». Sveva infatti il 5 maggio sarà in tribunale, convocata dall’avvocato di Placanica per sottrazione di minore.

venerdì 9 aprile 2010

POUND SI POUND NO

Interessante articolo del Corriere della sera e ripreso dal sito Antifa.org che sono passi di un'intervista alla figlia del poeta statunitense Ezra Pound e di alcune rifelssioni che hanno portato questo nome come simbolo di un gruppo tra i più famosi dell'estrema destra italiana,per l'appunto Casa Pound(o ca$$a-fogna P.).
Come al solito il basso etaggio culturale di questi nazistelli a parte pochissimi elementi che comunque hanno la mente malata lo stesso ma che hanno studiato un pochino,portano questi ratti di fogna ad accaparrarsi nomi e simboli a sproposito perchè anche se è vero che Pound nel ventennio fascista appoggiò Mussolini e parte della sua politica è anche vero che il suo agire è stato più un atto d'accusa verso la patria e la Gran Bretagna contro la loro politica economica capitalista e fondata sull'usura piuttosto che un'appartenenza vera e propria alla dottrina fascista.
E ciò è spiegato bene nelle righe qui sotto,di una persona pacifista e legata indissolubilmente allo studio della figura e dei lavori di Confucio,che ha commesso sbagli anche grossolani,ma la poesia scritta da questo personaggio non ha nulla a che vedere con l'abominio del fascismo:il discorso si potrebbe allargare su altre figure come D'Annunzio o Mishima etichettati alla stessa maniera di Pound ma che leggendo le loro opere e tenendo conto del contesto storico nulla hanno a che vedere con l'odio ed il razzismo del loro(e del nostro)tempo.
E vorrei vedere quanti ratti di fogna di Ca$$a Pound abbiano letto una sola sua poesia(ammesso che abbiano imparato a leggere!)

Giù le mani da mio padre Ezra Pound.

Nel 2009 ha avuto la sorpresa di trovare sul «New York Times» un commento sulla crisi dei mutui che si apriva riportando dei versi scritti da suo padre all'alba della Seconda guerra mondiale: «Con usura nessuno ha una solida casa». Versi maturati su teorie economico-politiche che, dopo aver ispirato il suo appoggio al fascismo, contribuirono a far rinchiudere per 13 anni Ezra Pound nel manicomio criminale di Washington. Teorie che ora l'America rivaluta come intuizioni profetiche contro lo strapotere di una finanza apolide, refrattaria alle regole e non compassionevole. «Una piccola rivincita», la citazione giornalistica, nella patria che aveva bandito il poeta come un traditore. Liberandosene con una condanna alla pazzia (mai diagnosticata, comunque). Oggi sfoglia un dossier di riviste italiane e si accorge che, sempre nel nome di suo padre, cresce «la marea nera del terzo millennio»: il movimento CasaPound. Nei resoconti si parla di «iniziative sociali e culturali» promosse dal network dell'ultradestra (lotte per casa, maternità e agroalimentare autarchico), ma anche di «raduni organizzati con disciplina marziale» da una «santa teppa» che si distingue per «bomber di pelle, teste rasate e bandiere dalle simbologie gotiche».E osserva su Internet una sequenza di video che riassumono il gusto per certe «pratiche guerriere» di questi militanti che, quando «ballano prendendosi a cinghiate», esprimerebbero solo un «vitalismo futurista», mentre invece per qualcuno le loro sarebbero delle «mimetiche prove di violenza». Mary de Rachewiltz, figlia dell'Omero americano del Novecento, riflette sulle contraddizioni del doppio ritorno poundiano. Poi si concentra sugli ultimi ritagli, e si sfoga con sgomento. «Questo è un altro modo di mettere Pound in una gabbia, com'era quella del Disciplinary training center di Pisa dove fu segregato, la Guantanamo del 1945. Un danno enorme, perché nasce da una distorsione del significato del suo lavoro e rischia di comprometterne ancora un pieno riconoscimento critico. Un abuso, perché così lo si relega in una dimensione ambigua che va oltre il reazionario, verso una cifra regressiva. E perché lo si indica, a ragazzi dalle menti confuse, come un profeta tanto più affascinante in quanto pericoloso e proibito». Per l'erede del poeta, insomma, «non si può restare sul diplomatico», nel giudicare coloro che pretendono d'essere i «nipotini di Pound». L'hanno elevato a oggetto di un culto a sfondo quasi mistico-esoterico. E l'hanno inserito tra gli antenati ideali rievocando a mo' di slogan alcune sue frasi «più o meno fiammeggianti pescate qua e là senza logica» dalla stagione in cui sostenne Mussolini. Che «per mio padre fu un momento di frattura molto complesso». E che perciò andrebbe riconsiderato, secondo lei, sulla base di variabili spesso trascurate.A partire dalla sua visione della storia perché, spiega, «a lui interessava l'etica più che la politica, e di Mussolini diceva che avrebbe voluto educarlo e che era stato distrutto per non aver seguito i dettami di Confucio». È una difesa che la signora de Rachewiltz, traduttrice e filologa dell'opera paterna che vive a Tirolo di Merano, si concede con disagio. Essendo parte in causa, per lei dovrebbero essere gli anglisti che hanno a cuore la memoria di Pound a «battersi contro certe indebite appropriazioni». Ma decide di intervenire, anche se il terreno è scivoloso, per offrire qualche indizio di ricerca a quanti vogliono addentrarsi in una «questione tormentata e carica di ipocrisie». La sua traccia d'esordio riguarda i malintesi sul rapporto America-Italia da parte di coloro che sostengono di voler recuperare Pound. Chi, da sinistra, emancipandolo dalla «radiazione» decretata nel dopoguerra e presumendo che avesse rinnegato le proprie idee. Chi rivendicandolo alla destra, magari quella estrema di CasaPound. Spiega: «Ci si dimentica che furono gli italiani, e intendo i fascisti, i primi a non fidarsi di lui. La sua filosofia sociale — e adesso si ammette che non era lontana dalla dottrina di Keynes — era scaturita da una folgorazione mentre studiava le carte fondative del Monte dei Paschi e vagheggiava un'Italia antiborghese in grado di recuperare la tradizione e rinnovare il Rinascimento. Sognava un Paese che rifiutasse il capitalismo trionfante in America, dove per lui erano stati stravolti i valori dei Padri Pellegrini, basta scorrere il suo libro Jefferson and/or Mussolini per sincerarsene. Voleva una gestione morale dell'economia, attraverso l'abolizione dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo e del processo del denaro che produce denaro, ossia il divinizzato mostro dell'usura che è motore dei circuiti finanziari... Sraffa lo invitò a parlarne alla Bocconi, nel 1933, ma dubito sia stato capito».Ancora, aggiunge la figlia di Pound, «erano sempre italiani i partigiani che lo prelevarono a Rapallo urlandogli traditore e che avrebbero potuto fucilarlo, se non avesse chiesto di essere consegnato subito alle forze americane. Lui parlò con assoluto candore e sincerità perché aveva la coscienza pulita, del resto non aveva mai tratto vantaggi dalla dittatura né fatto male ad alcuno. Si era esposto fuori da ogni zona grigia perché era nella sua natura libera da conformismi difendere ciò in cui credeva. "I stand exposed", aveva scritto già da giovane. Ma ormai era in moto la macchina giudiziaria che l'avrebbe stritolato senza nemmeno un processo». E qui si annoda un enigma dell'amletismo poundiano. Il poeta, racconta Mary, che con la madre Olga Rudge lo seguì fino alla morte a Venezia, nel '72, era «un uomo dalla fierezza gentile, un altruista estraneo a qualsiasi forma di violenza». Caratteri testimoniati pure da Eliot, Joyce, Hemingway e tanti altri che beneficiarono della sua generosa intelligenza e amicizia. Restano però, e pesano come imbarazzanti corpi di reato, i testi delle sue trasmissioni da Radio Roma e rivolti a Usa e Gran Bretagna nella stagione dell'ultimo fascismo. «So bene quello che disse perché ho fatto pubblicare in America tutte le trascrizioni integrali», racconta la figlia. «Per giudicare i suoi discorsi radiofonici — aggiunge — bisognerebbe mettere come tara la radicalità di uno che predica un'utopia da no-global ante litteram, che vede intorno a sé il rischio dello sfacelo e si sente "formica solitaria tra le rovine d'Europa". Aveva detto: "È dovere di ognuno tentare di immaginare un'economia sensata, e tentare di imporla con il più violento dei mezzi, lo sforzo di far pensare la gente"».Fu vittima di un abbaglio? «Stando alla lezione impartita dalla crisi di questi mesi, pare di no. Non del tutto. Le sue invettive nascondevano piuttosto una forma di ira ingenua, espressa a volte in forme furibonde. Voleva arrivare al paradiso possibile, alla città eterna... Aveva una visione dantesca ed era molto critico verso Roosevelt, che era sceso in conflitto con l'Italia, e verso i finanzieri di Wall Street (e, faccio notare, che cosa dice in questi giorni il presidente Obama contro le banche?), in larga parte ebrei, ciò che favorì l'accusa di antisemitismo. Accusa ingiusta e basta pensare che i suoi più cari amici erano appunto ebrei — Aldo Camerino, Giorgio Levi, Manlio Torquato Dazzi e tanti altri — senza contare che nessuno di noi sapeva nulla della Shoah... Va considerato che Pound era un poeta, e quando un poeta si arrabbia pronuncia frasi terribili, sragiona, e lo stesso Dante bestemmiava contro la sua patria... Era tempo di guerra, una guerra che le parole dei poeti non potevano fermare. Non letteratura e propaganda ci voleva, ma saggezza». Dunque, Pound riteneva di non aver fatto nulla di male, di aver esercitato un «diritto alla protesta» sancito dalla Costituzione americana, «che voleva salvare nei suoi valori originari assieme alla cultura dell'Europa». Ma come giudicò se stesso, a posteriori? Si pentì? «Riconobbe i suoi sbagli, certo, e ci sono i frammenti poetici della vecchiaia a dimostrarlo: "Ammettere i propri errori senza perdere la rettitudine"... "Un uomo che cerca il bene e fa il male". Ma senza rinnegare se stesso o il fascismo in quanto tale, perché non era affar suo. E neppure poteva ritrattare la sua convinzione che il fascismo, allora, andasse bene in Italia, restando in fondo convinto di aver fatto una cosa giusta: era stato il primo a capire il dramma, sociale e culturale, al quale avrebbe portato una certa economia...».«Nei suoi ultimi dieci anni di vita — conclude Mary de Rachewiltz — non parlò più con nessuno, e con noi familiari appena il necessario. Ora, siccome per la legge americana chi sta muto si dichiara innocente, quel silenzio poteva essere interpretato come una dichiarazione d'innocenza. Ma pentirsi di errori di giudizio non significa rinnegare. La realtà era più complessa: mio padre si era reso conto che non riusciva a farsi capire. "Il silenzio è la voce di Dio", mi disse il prete di San Giorgio dopo aver celebrato il suo funerale. Evidentemente, se continuano a fraintenderlo, quella sua lunga pausa non è bastata».

giovedì 8 aprile 2010

GIORNALISMO DA CIRCO

Questo è un articolo che parla a livello locale di un problema che però esiste su tutto il piano nazionale che è quello di dare una provenienza fisica e sociale a persone che fanno parte della cronaca quotidiana.
Parole come marocchino,zingaro,barbone,drogato,gay e altre,tutte usate in termini spregiativi,intasano un certo giornalismo di parte(destra)che mai parlano di bresciani piuttosto che milanesi e italiani quando i fatti di cronaca nera hanno per protagonisti negativi i nostri connazionali.
Il giornale preso di mira dall'articolo firmato Isabella e tratto da"Senza Soste"è quello livornese"Il Tirreno"che spesso associa alcuni termini a sproposito soprattutto nei titoli per attirare l'attenzione ed aumentarne le vendite per poi rivelarsi una bolla di sapone leggendo gli articoli per intero come specificato nel contributo appena sotto.

Basta con l'informazione che etnicizza i reati.

Ora, che il Tirreno scriva le locandine per vendere le copie del suo giornale e non per
informare, ormai, lo sappiamo. Che gli "zingari" siano odiati da tutti, pure, e che nemmeno i
sacerdoti della Chiesa livornese nutrano nei loro confronti sentimenti positivi, pure questa è
cosa nota.
Devo ammettere però che vedere tutte e tre queste cose riassunte in un articolo di cronaca,
questa mattina.. mi ha turbato non poco.
Per chi si fosse perso la notizia: "dieci nomadi circondano e derubano religioso", sfilandogli di
tasca 320 euro. Certo, chi ha voluto leggere l'articolo, come al solito, scopre che solo il
giornalista (e pare anche il parroco) ha la certezza di come si sono svolti i fatti: in realtà il
diacono si è accorto dell'ammanco dei soldi soltanto quando i rom se ne sono andati.
Niente flagranza di reato e, per quel che ne so, in Italia vige ancora l'innocenza fino a prova
contraria.
Credo sia scontato ma opportuno sottolineare che i mezzi di informazione possono svolgere,
attraverso il linguaggio che scelgono di usare, un ruolo attivo nel fomentare diffidenza,
razzismo e xenofobia. Inoltre l'enfasi attribuita a episodi di cronaca riguardanti rom, migranti e
in genere "l'altro"; la "etnicizzazione" dei reati e delle notizie e più in generale la
drammatizzazione e criminalizzazione dei fenomeni migratori sono tutti elementi che
contribuiscono a creare un'informazione distorta e xenofoba.
Nel sito della campagna "Giornalisti contro il razzismo"
www.giornalismi.info/mediarom/index.html, sostenuta da alcuni Ordini dei giornalisti di altre
città, si riporta la volontà di mettere al bando parole con una connotazione negativa, come
quelle usate nell'articolo: "nomadi" e "zingari" o come come "clandestino", "extra-comunitario" e
"vu-cumprà", con la convinzione che un linguaggio corretto e appropriato, quindi rispettoso di
tutti, sia la premessa necessaria per fare buona informazione.
C'è da tempo una discussione su questo che la nostra stampa locale sembra ignorare del tutto.
Sarebbe davvero troppo chiedere al Tirreno di interrogarsi su questo?

mercoledì 7 aprile 2010

GIUSTIZIA DEL POPOLO

Che l'apartheid,la politica di segregazione voluta dal Sudafrica nel corso del secolo passato fosse stato eliminato solo sulla carta,me ne resi conto nel 2005 appena atterrato a Nairobi in Kenia con le file distinte oltre che per i kenioti e gli extracomunitari(in questo caso noi)anche dalla corsia preferenziale per i cittadini olandesi(i boeri)che strafottenti ci guardavano dall'alto verso il basso e non facevano file:capitò pure in Tanzania,m'immagino in Sudafrica.
La giustizia del popolo qualche giorno fa ha eliminato uno dei personaggi più inutili al mondo,tale Eugene Terreblanche,leader del partito più razzista dello stato africano,un nostro Bossi o Fiore per intenderci o un Le Pen d'oltralpe.
Che la modalità dell'omicidio sia stata efferata un poco mi spiace perché tale merda umana se n'è andata presto senza soffrire molto:una morte più lenta e sofferente sarebbe stata più consona ad una"persona"di quella levatura di bassezza umana.
Articolo tratto da Infoaut ripreso da"Senza Soste",nessuna lacrima da piangere per questo assassinio,ogni tanto qualche notizia lieta tra tante tristi ci vuole,morte ai fascionazistoidi che ancora inquinano l'aria del pianeta col loro respiro!

Turbolenze Sudafrica: ucciso leader dell'estrema destra razzista.

Eugene Terreblanche, 69 anni, leader del Movimento di Resistenza Afrikaner (Awb), retaggio
razzista dell'estrema destra sudafricana sopravvissuto alla fine del regime d'apartheid, è stato
ucciso nella sua proprietà agricola nel nordovest del paese. Incarnazione dell'opposizione
bianca ad ogni ipotesi di superamento del razzismo di Stato e condensatore dei pruriti e delle
rivendicazioni segregazioniste di parte della minoranza white. Terreblanche è stato assalito da
due suoi giovani dipendenti neri di 15 e 21 anni, in seguito ad una diatriba nata per il mancato
pagamento del lavoro effettuato nella sua tenuta agricola. Avvenimento di sangue che, al di la
della natura razzista del personaggio Terreblanche (...), non ha in se particolarità rilevanti; ne
avvengono sporadicamente dappertutto, rabbia e frustrazione contro il comando prepotente del
padrone di turno, bianco o nero che sia. La differenza, in questo caso, la demarca il contesto:
un Sudafrica che arranca nel superamento reale delle discriminazioni razziste, immersa nei
macro e micro conflitti sociali che l'imperversano, avviato verso la vetrina internazionale dei
mondiali di calcio 2010 nell'emersione e, per certi versi, esplosione, delle contraddizioni e delle
conflittualità sopite.
Terreblanche, ex poliziotto e proprietario agricolo, fondò il suo movimento d'estrema destra
negli anni '70: molti esponenti razzisti anche sotto l'apartheid furono condannati per detenzioni
di armi ed esplosivi, all'inizio degli anni '90 le sfilate paramilitari dell'Awb assunsero lo spazio
pubblico anche di "rivendicazione" delle azioni violente e degli attentati dinamitardi compiuti dal
gruppo contro i neri. Il leader segregazionista nel 2001 fu condotto in carcere per tentato
omicidio, per aver picchiato con una spranga di ferro un vigile nero, al quale provocò lesioni
celebrali irreversibili. Nel timore di una nuova escalation di conflitto interrazziale il presidente
sudafricano Jacob Zuma ha invitato alla calma, lo stesso ha fatto, da altra angolatura, il partito
razzista di Terreblanche, preannunciando però che l'Awb vendicherà l'assassinio contro il suo
leader...

VOGLIA DI AMMAZZARE

A distanza di quasi tre anni è stato reso pubblico un video che testimonia il massacro di dodici persone avvenuto in Iraq"grazie"al contributo dei soldati statunitensi(potrebbero essere stati di qualsiasi stato membro della coalizione che ha invaso lo stato mediorentale)esportatori di pace e democrazia.
E questa è solo una goccia d'acqua nell'oceano delle nefandezze compiute dai soldati in tutte le missioni di"pace"venuta a galla non si sa come,persone per la maggior parte nazistoidi come i nostri folgoratti che guadagnano fior di migliaia di euro-dollari e che massacrano spesso e volentieri la popolazione civile solo in determinati paesi ricchi di petrolio(Iraq)o di droga(ora Afghanistan,una volta il Vietnam)per poi poter arricchire la patria d'appartenenza.
Per fortuna molti soldati vengono ammazzati dai partigiani locali con grande sdegno dell'opinione pubblica cui non mi associo,la stragrande maggioranza di queste morti per me è fonte di gioia anche se poi nel caso di militi italiani dovrò pagare con le mie tasse le spese funebri e chissà quante generazioni di vedove e di orfani.
Articolo tratto da"Repubblica.it"con contributo video YouTube del Tg2,aggiungo un paio di citazioni che calzano a pennello con la cronaca raccontata:"Il linguaggio politico è pensato per far sì che le bugie suonino credibili e l'assassinio rispettabile, e per dare l'apparenza di solidità al puro vento".George Orwell.
"I patrioti parlano spesso di morire per il loro paese, e mai di ammazzare per la loro patria".
Bertrand Russell.

Diffuso un video in cui si vede un gruppo di persone, fra cui un reporterdella Reuters, attaccati da un Apache. Uccisi anche due bambini
Scambiano teleobiettivi per lanciarazziElicottero Usa uccide dodici civili in Iraq.

Un'immagine del video dell'attacco dell'Apache ai civili a Bagdad
WASHINGTON - Un video del Pentagono ottenuto dal sito collateralmurder.com mostra le immagini della uccisione a Bagdad di undici persone - compreso un fotografo della Reuters, il suo autista ed un iracheno che aveva tentato di soccorre i feriti - da parte dell'equipaggio di un elicottero Usa Apache che aveva scambiato un teleobbiettivo per un lanciarazzi.Il video mostra la prima scarica di proiettili sparata contro il gruppo, che stava solo camminando per la strada, seguita da altri attacchi contro un guidatore iracheno che si era fermato per soccorrere alcuni dei feriti. La uccisione del fotografo Namir Noor-Eldeen e del suo autista Saeed Chmagh avvenne il 12 luglio 2007 in un quartiere sud-est di Baghdad. Il filmato, diffuso dal sito, è girato da videocamera automatica dell'elicottero Apache e contiene la registrazione degli scambi concitati tra i soldati Usa."Guardate quei bastardi morti!", esclama uno dei piloti dopo il primo attacco contro il gruppo. Quando il 'samaritano' iracheno, che ha nel suo furgone due bambini, tenta di prestare soccorso ai ferito, l'equipaggio dell'elicottero chiede il permesso per poter aprire di nuovo il fuoco. "Forza, lasciateci sparare!", esclama uno dei soldati sull'elicottero.Quando emerge che nell'attacco sono rimasti feriti anche i due bambini sul furgoncino, uno dei soldati esclama "E' colpa sua, non doveva portare i bambini nella battaglia!". Le immagini mostrano dei soldati americani arrivati in veicoli blindati sul luogo dell'incidente tentare di salvare i bambini feriti portandoli in un pronto soccorso Usa. Ma i soldati ricevono l'ordine di portare i bimbi feriti in un normale ospedale iracheno.

lunedì 5 aprile 2010

BERLUSCLONI LATINO AMERICANI

Il metodo Berlusconi,quello di una persona che già oltre a detenere il potere economico di un paese vuole entrare in politica per favorire ulteriormente i propri affari già loschi col potere politico di una nazione,sembra essere lo sport preferito dell'America latina con personaggi che vogliono ribaltare il volere del popolo che tende ad andare verso sinistra.
L'articolo di Nello Gradirà scritto per"Senza Soste"prende esempi tangibili di ricconi sudamericani che già hanno in mano emittenti televisive e poteri mediatici,alcuni sono presidenti di squadre di calcio altri detengono attività commerciali da fatturati miliardari o sono invischiati con l'Opus Dei(mafia vaticana)e in tentativi,alcuni riusciti come recentemente in Honduras,di colpi di stato e di tentativi di secessione.
L'obiettivo è puntato a dopo l'estate quando ci saranno elezioni nel giro di una settimana in Venezuela e Brasile e dove i massmedia giocheranno un ruolo fondamentale al di là di tutto quello che siano i programmi elettorali.

America Latina: arrivano i Berlus-cloni.

La battaglia contro le vecchie oligarchie si gioca soprattutto sul terreno della
comunicazione.

In Cile è andata male: il nuovo presidente è il candidato della destra Sebastian Piñera,
miliardario, proprietario della compagnia aerea Lan, del canale televisivo Chilevisión e della
squadra di calcio del Colo Colo.
Piñera fa parte di una generazione di “Berlus-cloni” (1) a cui la destra latinoamericana sta
affidando il proprio rilancio in un continente dominato dai governi progressisti: il 3 maggio 2009
a Panama, Paese piccolo ma di grande importanza strategica, èstato eletto con il 60% dei voti
Ricardo Martinelli, imprenditore 57enne di origini lucchesi che possiede la piùgrande catena di
supermercati del Paese e l’emittente Televisora nacional. Martinelli intervistato dal Giornale ha
tributato a Berlusconi lodi sperticate.
In Honduras le elezioni farsa convocate dai golpisti il 30 novembre scorso hanno premiato un
altro esponente della “destra miliardaria”, il proprietario terriero e allevatore Porfirio Lobo Sosa,
e un po’ dappertutto stanno spuntando personaggi di questo genere, tutti ferocemente
neoliberisti, ansiosi di ospitare le basi militari di Obama e di farsi definire “l’anti-Cháez”. Alle
loro spalle l’ombra dell’Opus Dei, di cui èmembro il nuovo vicepresidente panamense Varela
(2) e che ha molta influenza sull’entourage di Piñra.
Come dimostra l’Honduras i colpi di Stato sono sempre di moda, ma la battaglia tra
conservazione e cambiamento oggi si gioca soprattutto sul terreno della comunicazione.
Il dominio delle oligarchie in questo settore èstato definito “latifondo mediatico”: perché come
nel caso delle terre si caratterizza per la concentrazione della proprietà e la vastità dei
possedimenti: in Venezuela ad esempio il 32% delle frequenze appartiene ad appena 27
famiglie.
Nei Paesi governati dalla sinistra i grandi media, oltre a promuovere i “Berlus-cloni”, partecipano
a strategie di disinformazione e destabilizzazione apertamente eversive, che comprendono
anche tentativi di secessione (come in Bolivia) o colpi di Stato (come in Venezuela).
I governi progressisti stanno cercando di limitare questo strapotere informativo, ma non appena
si toccano gli interessi dei grandi gruppi la stampa latinoamericana ed europea grida allo
scandalo, come ad esempio El País in Spagna e il gruppo Repubblica in Italia, così abituati a
denunciare i “dittatori” di sinistra che non hanno mai avuto il tempo di occuparsi dei 22
giornalisti assassinati nel solo 2009 tra Messico e Colombia.
La sinistra latinoamericana ormai ha capito che per democratizzare il settore dell’informazione ènecessario soprattutto promuovere nuovi media, come Telesur, e dare spazio ai movimenti
sociali e alle esperienze di base come le radio comunitarie e i siti internet indipendenti.
Cosa che la sinistra italiana non si è mai degnata di fare neanche negli anni delle vacche
grasse, quando piovevano i miliardi del finanziamento pubblico ai partiti.
Torniamo a bomba: nel 2010 in America Latina ci saranno due elezioni importantissime nel giro
di una settimana: le politiche in Venezuela (26 settembre) e le presidenziali in Brasile (3
ottobre). In entrambe queste elezioni il peso dei media sarà una delle variabili decisive.
La vittoria di Piñera in Cile ha galvanizzato la destra brasiliana, che mette in risalto le analogie
tra i due Paesi: Lula come la Bachelet dispone di un gradimento personale intorno all’80% ma
non puòripresentarsi, e come in Cile il voto della sinistra -radicale o moderata- si divideràprobabilmente su tre candidati. Qui la destra puòcontare sulla potente rete Globo, la principale
produttrice di telenovelas, che detiene i diritti di trasmissione delle più importanti partite di calcio
e del carnevale carioca (4).
Vittorie della destra in Brasile o in Venezuela avrebbero conseguenze catastrofiche per il
progetto di integrazione latinoamericana. Per questo Lula e Chávez stanno riservando molta
attenzione a un rapporto diretto con l’elettorato.

Nello Gradirà
tratto da Senza Soste n.46 (febbraio 2010)
“E’ necessaria una rivoluzione mediatica”, dice il giornalista Pascual Serrano
1. Maurizio Matteuzzi, Il ritorno delle mummie, Il Manifesto 19 gennaio 2010
2. 19 gennaio 2010, http://www.kaosenlared.net/noticia/panama-opus-dei-martinelli-sigue
n-apoyando-goriletti-honduras-hacia-al
3. Intervista a Pascual Serrano, tratta da www.rebelion.org
4. http://www.rebelion.org/noticia.php?id=98218&titular=lula-contra-el-grupo-medi%C
3%A1tico-%3Ci%3Eglobo%3C/i%3E-

domenica 4 aprile 2010

PILLOLE E CLERICOPEDOFILIA



In questo post voglio che sia chiaro il fatto che mi ha fatto giungere ad una conclusione che è già mia da molto tempo con qualche motivazione,ovvero la mia personale contrarietà all'aborto che però non riesce a prevalere sull'insindacabile libertà personale che ognuno possa avere in materia visto che è la donna che ha la decisione ultima di un gesto che è sia dolore che libertà di una scelta consapevole che ha il diritto di poter prendere.
I primi due articoli tratti da Indymedia Toscana e Roma contestano giustamente il fatto che l'ingerenza della chiesa appoggiata dai nuovi paladini difensori delle crociate vaticane,i leghisti,non deve avere nelle scelte politiche di uno Stato laico.
Inoltre c'è la voglia dei massmedia del regime di allontanare dal Vaticano le accuse sempre più gravi ed infamanti sugli scandali pedofilia che coprono di episodi tutto il globo con la poca convinzione dei potenti della setta cattolica di voler veramente collaborare affinchè questi delinquenti vengano presi e condannati.
L'articolo conclusivo è più scientifico e scritto da Giorgio Nadali,che non conosco ma dal poco che vedo sul suo conto dovrebbe essere un integralista cattolico di quelli col paraocchi tendente al fascismo,ma lo allego lo stesso come controparte in quanto antiabortista.
Ognuno naturalmente è libero di trarre proprie conclusioni,il mio consiglio è quello comunque di usare metodi contraccettivi non solo per prevenire gravidanze indesiderate ma soprattutto per tutelare la propria salute e quella degli altri.

Aborto: sbarriamo la strada al fascismo di leghisti e Vaticano!

L’onda velenosa contro l’aborto partita da Cota in Piemonte si è estesa al Veneto con l’altro leghista Zaia che ha dichiarato che anche nella Regione Veneto bloccherà la pillola Ru486.

Ratzinger, Mons. Fisichella applaudono, si sfregano le mani vedendo come viene immediatamente attuato il loro anatema preelettorale contro l’aborto e si stringono in un nero abbraccio; mentre usano la Pasqua per far calare un silenzio sui preti e vescovi pedofili. La Lega vuole dare un immediato segnale di come userà il potere per far fare un salto politico, ideologico, pratico soprattutto, al clericofascismo; e non a caso le prime e principali armi sono: oppressione delle donne e razzismo verso gli immigrati. Questa orda nera deve essere fermata subito, prima che si espanda pericolosamente.Il governo Berlusconi non aspetta altro per riprendere la guerra, mai sotterrata, contro l’aborto e le donne, e oggi stretto dal risultato elettorale della Lega e dall’insuccesso del PdL necessariamente accentuerà i suoi programmi reazionari.Il PD anche questa volta balbetta miseramente, e “responsabilmente” farà un altro passo a destra.Ma questa orda è illegale, agisce contro le stesse leggi dello Stato; Ratzinger facendo ieri l’appello ai “cristiani a rifiutare le leggi ingiuste” dichiara apertamente che le leggi non devono valere per tutti e che la popolazione è da dividere per religione, che vi devono essere leggi per cristiani e leggi per non cristiani – cos’è questo se non chiamare ad una guerra santa? Se non incentivare il fanatismo nella gente? Cosa c’è di diverso dagli Stati integralisti? Questa orda è portata avanti da campioni di violenza reazionaria, di razzismo ostentato, di immoralità, da chi dovrebbe, in uno Stato minimamente democratico, stare in galera.NON SE LO POSSONO PERMETTERE!Non possono fermare la pillola Ru486. Su questo dobbiamo unire parole e fatti, denuncia e azione pratica: Che si faccia una legittima disobbedienza civile, che, prima di tutto le donne, occupino la Regione, e ogni altra struttura che impedisca alle donne di utilizzare la pillola. Ma questa è una battaglia di tutti: dei lavoratori, degli immigrati, della popolazione, degli intellettuali, dei democratici – o si sta contro la Lega, il Vaticano, il governo o si sta con il moderno fascismo. Non ci sono “ma” o giustificazioni. Il moderno fascismo cerca di colpire i settori più oppressi, ma anche i settori che più svelano la natura profonda antidemocratica, razzista, sessista del sistema sociale capitalista; ma poi colpirà gli altri, anche quei pezzi di lavoratori, di masse ottuse che hanno votato Lega pensando che sono gli immigrati o i “tutelati” del sud che gli tolgono lavoro e salario.
Proletari comunisti Taranto

La battaglia clerico -leghista sulla Ru486.

Dopo Cota, Zaia: "Mai la pillola negli ospedali veneti"
Nel giorno del suo arrivo negli ospedali italiani, la pillola abortiva Ru486 (da non confondere con la pillola del giorno dopo) innesca una dura battaglia clerico-leghista. Dopo Roberto Cota, il neo governatore del Piemonte che ha promesso di tenerla in magazzino, ora anche il neo governatore leghista del Veneto, Luca Zaia, avverte che farà di tutto per impedire al farmaco di venire utilizzato negli ospedali della regione, dove, peraltro, il tasso dei medici anti-abortisti supera ormai il 90%. Come una reazione a catena, altri governatori appena eletti decidono di esternare sulla Ru486. Renata Polverini, nel Lazio, dichiara che l'utilizzo della pillola avverrà all'interno delle strutture sanitarie come prevede la 194, la legge che regolal'interruzione volontaria di gravidanza. Così anche Renato Scopelliti, neo governatore della Calabria. Nel frattempo mons Fisichella, presidente della pontificia accademia della Vita, plaude all'iniziativa di Cota introducendo una nota dichiaratamente politica alle parole del Papa che, giusto oggi, ha ricordato ai cattolici di combattere contro leggi ingiuste come quelle che prevedono "l'uccisione di bambini innocenti non ancora nati". E interviene anche Maurizio Gasparri, prendendosela con i vertici dell'Aifa, l'agenzia italiana del farmaco che ha dato il via libera dopo anni alla commercializzazione in Italia della Ru486: "Porrò al governo il problema della gestione dell'Aifa, che a mio avviso non garantisce adeguati livelli di competenza, trasparenza, imparzialità. Con la salute e con la vita non si scherza". Guido Rasi, direttore dell'Aifa, ha ricordato che non è compito dell'agenzia decidere come e quando il nuovo farmaco deve arrivare nelle strutture sanitarie pubbliche, essendo compito dei presidenti delle Regioni. Nonostante la volontà dei governatori leghisti, i vertici regionali non possono sequestrare un farmaco già inserito nel prontuario farmaceutico nazionale. Possono, però, ritardare l'iscrizione della Ru486 nel prontuario farmaceutico regionale. Tuttavia i ginecologi possono fare richiesta urgente della pillola, se richiesta dalle pazienti, e ottenerla. "E' chiaro che vogliono mettere i bastoni tra le ruote", commenta Mirella Parachini, ginecologa dei Radicali e medico al San Filippo Neri di Roma: "Forse l'unico problema è il ricovero ospedaliero obbligatorio, visto che una paziente che opta per la Ru486 può comunque decidere di firmare le dimissioni dall'ospedale e tornare a casa".
Liberazione
RU486: L'aborto mascherato da pillola.
Cos'è la Ru 486?È un prodotto chimico a base di mifepristone, un potente antiormonale che interrompe l'annidamento dell'embrione nell'utero e provoca l'aborto. Qual è la differenza rispetto alla pillola del giorno dopo?Anche la cosiddetta pillola del giorno dopo è un preparato che impedisce all'embrione umano di impiantarsi nell'utero. Ma mentre questa deve essere presa entro e non oltre 72 ore dal rapporto sessuale fecondante, la Ru 486 può essere presa fino al 49esimo giorno dall'ultimo ciclo mestruale.
Come si usa?
La Ru 486 viene presa per via orale. Tre giorni dopo la donna deve assumere un'altra sostanza chiamata misoprostol, che provoca le contrazioni necessarie per espellere l'embrione. Dopo dieci giorni è necessaria un'ultima visita di controllo.Qual è il tasso di efficacia?Nel 5% dei casi si rende necessario ugualmente un aborto chirurgico. In alcune casistiche la percentuale sale all'8%. A Cuba il tasso di fallimenti è arrivato fino al 16%.
È compatibile con la legge 194?
Per la legge 194 la gestante deve rivolgersi a un consultorio, o a una struttura sociosanitaria abilitata, per svolgere i necessari accertamenti medici (mentre i medici devono aiutarla a rimuovere le cause che la spingono all'aborto). Un tale percorso, con una pausa di riflessione richiesta alla donna di 7 giorni, è difficilmente compatibile con l'uso della Ru 486, che prevede tempi molto ristretti. "L'introduzione in Italia della pillola abortiva RU486 è l'ultimo anello di una serie di forme di banalizzazione dell'aborto, cominciata trent'anni fa e che oggi raggiunge il suo vertice". Così l'Associazione Scienza & Vita reagisce alla notizia dell'annunciato via libera da parte dell'Agenzia italiana del farmaco, all'utilizzo della pillola abortiva nel sistema sanitario italiano. "Il ricorso alla pratica chimica è, in sostanza, per la presunta facilità di assunzione della pillola, il culmine della privatizzazione dell'aborto. E' un fatto di donne – secondo la retorica vetero femminista – nel quale anche la figura del medico risulta sempre meno decisiva ai fini della tutela della vita nascente. Anzi – evidenzia Scienza & Vita – è esattamente quello che i medici abortisti aspettavano da tempo per sottrarsi alla pratica chirurgica che li costringeva a cooperare all'atto abortivo. E che sempre più spesso, a ragion veduta, crea loro disagio. Ora la RU486 mette tutta la responsabilità in capo alla donna che dovrà assumere in solitudine la pillola e attenderne gli effetti a domicilio. Così che potrà vedere, con i propri occhi, quello che sino a ieri non aveva modo di osservare, ovvero il frutto del concepimento che ha rifiutato. Si tratterà di un supplemento di dolore che le donne finiranno per vivere spesso in totale solitudine". Infine Scienza & Vita ricorda che "non tutti i rischi per la vita e la salute delle donne legati all'assunzione della RU486 sono stati adeguatamente valutati" e in tal senso si augura che "i responsabili della salute pubblica facciano il possibile per informare tutte le donne che ricorreranno a questa tecnica". "Dinanzi a questa scelta – conclude Scienza & Vita – che conferma da un lato l'indifferenza e la superficialità rispetto alla vita al momento del concepimento e dall'altro il non considerare l'embrione umano come portatore di una specifica dignità di persona, l'Associazione conferma la propria missione pubblica in direzione della difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale. E in tal senso avvierà una grande campagna di sensibilizzazione soprattutto fra le giovani donne".
La Ru486 quali altri effetti potrebbe avere sulle giovani generazioni?
«L'avvio della sperimentazione e il dibattito che ne è sorto hanno creato grande attenzione. Oggi la donna che decide di abortire con la Ru486 va in ospedale, assume la prima pillola e dopo 24 ore la seconda: tutto avviene sotto stretto controllo medico. Il problema è che nel momento in cui la Ru486 fosse reperibile in farmacia con una semplice ricetta medica sarebbe davvero facile procurarsi il kit di pillole da gestire a casa propria, nella più completa solitudine. Così situazioni che oggi richiedono l'intervento di consultori e ospedali sfuggirebbero del tutto a ogni forma di controllo e di mediaazione. Durante il confronto in vista dei referendum di giugno sulla legge 40 non abbiamo chiesto di mettere in discussione la legge sull'aborto, ma che questa legge venisse chiamata – così com'era stata ideata – "legge per la tutela della vita nascente", che venisse cioè applicata nella sua parte positiva che consiste nell'ascolto della persona, e che fosse dato un aiuto per risolvere i problemi della madre in difficoltà. Ma è anche indispensabile che nelle èquipe dei consultori venga restituita importanza all'educazione alla sessualità, che non può essere sganciata da una formazione al diventare genitori».
Conseguenze per la salute:
Otto donne morte in 4 anni, emorragie e infezioni che in molti casi mettono a rischio la vita, con terapie che vanno dalla trasfusione all'intervento chirurgico. E soprattutto, una gravissima sottovalutazione di queste patologie da parte dell'Ente federale preposto al controllo. Sono questi i risultati più clamorosi presenti nella ricerca di due dottoresse americane riguardo i 607 casi di effetti collaterali sull'uso della pillola abortiva Ru 486 presentati alla Food and Drug Administration (Fda), l'ente americano che autorizza e controlla la commercializzazione dei prodotti farmaceutici. E in Congresso aumentano le voci di coloro che vogliono riaprire la discussione sulla legalizzazione della Ru486 voluta nel 2000 con procedura d'urgenza dall'amministrazione Clinton.Lo studio, firmato da Margaret M. Gary e Donna J. Harrison, si intitola Analysis of Severe Adverse Events related to the use of Mifepristone as an abortifacient (Analisi dei gravi effetti collaterali registrati per l'uso del mifepristone come abortifaciente) e sarà pubblicato sul numero di febbraio della rivista The Annals of Pharmacotherapy. I risultati si basano sull'esame dei 637 casi di effetti collaterali (riferiti a 607 pazienti) presentati alla Fda tra il settembre 2000 (data della commercializzazione negli Stati Uniti) e il settembre 2004. Si tratta perciò di una casistica tutt'altro che completa, inoltre 592 casi sono stati inoltrati alla Fda dallo stesso distributore del mifepristone e la maggioranza della documentazione allegata sull'evoluzione dei disturbi e sull'efficacia delle terapie, risulta molto lacunosa.
Conclusioni.
Col metodo tradizionale la donna fino al momento di entrare in sala operatoria può avere un ripensamento, e non sono rarissimi i casi in cui ciò accade. Poi, la sedazione, l'anestesia, e quando la paziente si risveglia, lo stato di incoscienza durante il quale è avvenuta l'Ivg rappresenta in qualche modo una sorta di difesa, di riconoscimento di un ruolo passivo di fronte all'atto abortivo, che, se non può rappresentare una esimente morale, certo ha un ruolo nella gestione psicologica dell'avvenimento.Se la società vuole assicurare ai suoi componenti la libertà, allora dovrà cominciare a garantire loro l'esistenza. Il diritto alla vita è la condizione storica e sociale perché l'uomo possa esercitare la sua libertà. Perciò l'impegno primario di ogni vera democrazia libera è quello di riconoscere la dignità di vita a tutti gli uomini. Da tempo, purtroppo, assistiamo in modo drammatico al diffondersi di una tendenza culturale che esaspera in senso individualista la libertà e legittima la sua riduzione egoistica, al punto che ciò che mi piace e ciò che oggi mi fa comodo assurge a un mio diritto soggettivo, prescindendo anche dai diritti fondamentali dell'altro. L'autentica libertà individuale, invece, nasce e si esercita in un contesto di libertà interpersonale e sociale. È inseparabile dal diritto alla vita, perché questo ne è il presupposto. Mi educa a scegliere il mio vero bene. Mi insegna ad amare in modo sincero e mi fa gustare la gioiosa bellezza dell'esistenza mia e degli altri,
Giorgio Nadali


venerdì 2 aprile 2010

PADANO DOC

Di quel rinco di Renza Bossi mi ero già occupato lo scorso settembre quando in barba a Roma ladrona la stessa capitale italiana aveva omaggiato del figlio del senatur di un assegno di 12000 Euro al mese http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2009/09/la-trota.html per pasteggiare allegramente pure lui assieme ai lupi al grande banchetto dell'expo 2015 milanese,e visto che alla grande abbuffata partecipano affiliati alla 'ndrangheta,fascisti,dittatori e zoccole e drogati,perchè non la"trota",un tipico esempio di un padano ignorante medio(beh forse lui un poco al di sotto dello standard ma comunque ripetiamo che è raccomandato).
E' stato eletto nella bresciana con 12.893 voti(quasi tutti ex compagni di classe)e come il padre e tutti i leghisti prenderà lo stipendio,oltre a quello dell'expo,da mamma Roma...alla faccia di tutti gli stupidi elettori della Lega che sognano la secessione o cagate del genere...
Articolo di Indy Lombardia che deride allegramente quelli che si credono ormai i padroni del nord,ma che devono stare attenti alle loro spalle perché le sorprese sono dietro all'angolo!

Renco Bossi rivaluta Lombroso.

Si possono stabilire i caratteri delinquenziali di una persona esaminando la sua conformazione fisica?La fisiognomica ha un valore? Quel gran coglione di Lombroso diceva di sì. Ora, personalmente non butterei a mare tutto il suo lavoro, fermo restando che ovviamente il carattere delinquenziale di una persona non dipende dalla sua conformazione fisica o dai caratteri del suo cranio, però se osserviamo attentamente il volto di Renzo Bossi possiamo notare in lui una certa tendenza fisica che lo assimila non poco ad un coglione. Evidentemente il carattere genico dell’idiozia non è recessivo nella famiglia Bossi e nei leghisti. Se ben avete notato gran parte dei leghisti hanno una fisiognomica alquanto penosa, che li rende più simili a dei coglioni piuttosto che a degli umani.
E’ evidente quindi che uno con la faccia di Renzo Bossi non potrà mai superare un esame di maturità e tanto meno potrà risolvere i problemi degli italiani, proprio perché tarato fisicamente, ovvero in quanto leghista è appartenente ad una razza inferiore, evidenziata dai caratteri fisici coglioneschi tipici dei leghisti e della famiglia Bossi in particolare.
Ora mi sorge una domanda: Renzo Bossi è un coglione, lo dimostra la sua faccia e anche il suo pensiero(???!!!), ma quelli che lo hanno votato lo sono da meno?Che speranza abbiamo visto che siamo governati da coglioni infami e che i votanti lo sono altrettanto?

giovedì 1 aprile 2010

ANALISI TEDESCA

Che la visione dell'Italia che si ha dall'estero sia certe volte molto più azzeccata rispetto a quella che si ha vivendoci(e con questo respirando i fumi velenosi della disinformazione e della corruzione mediatica)è un concetto più volte ripetuto in questo blog.
Ne è un buon esempio questo articolo preso da Indymedia Lombardia a firma di un giornalista tedesco,Manfred Bleskin,che traccia con lucidità ed obiettività la situazione italiana del dopo voto per le regionali e che rispecchia comunque l'andazzo degli ultimi anni di regime Berlusconi.
Punti chiave dell'intervento sono la deriva xenofoba della maggioranza dei connazionali che"grazie"al contributo notevole dei massmedia al soldo del dittatore fanno ricadere sull'immigrato la causa di tutti i mali,nonostante la cattiva amministrazione del bene pubblico,gli scandali sessuali e di droga che coinvolgono il premier puttaniere e la cerchia dei suoi portaborse,le leggi ad personam e le mani in pasta alla criminalità organizzata.
Altro spunto d'analisi è il disgregamento dell'equilibrio politico venuto a crearsi nel dopoguerra con il blocco comunista e socialista da una parte e quello democristiano dall'altra che se pur protagonista di troppi mali dell'Italia comunque aveva l'antifascismo nel proprio dna:con l'avvento della Lega e di Berluscojoni nello scenario politico italiano i pochi fascisti e razzisti rimasti si sono rimessi a strisciare nuovamente fuori dalle fogne e grazie al potere della disinformazione su larghissima scala l'odio verso il diverso è tornato a prevalere in questa crociata del nuovo millennio.
Non ultima è la dura critica all'opposizione che da quando ha voluto abbandonare falce e martello rifugiandosi sotto simboli arborei come sotto a un temporale hanno perso smalto,ideologie e soprattutto numeri per contrastare democraticamente l'avvento del nuovo duce..dobbiamo tornare a mangiare i bambini ed i preti!

La democrazia ha il tempo contato.

Articolo di Politica interna, pubblicato martedì 30 marzo 2010 in Germania.
[NTV]
Quando Berlusconi è sotto pressione si cerca un capo espiatorio. Con questa strategia continua ad avere successo. G8 e UE dovrebbero interrompere il loro silenzio. Il caso Berlusconi dimostra cosa succede a un paese senza un centro.
No, il risultato positivo della destra italiana alle regionali non è una sorpresa. I risultati riflettono una realtà creata da 15 anni quasi ininterrotti di dominio di Silvio Berlusconi. Corruzione, collusioni con la mafia, manipolazione dei media e delle leggi, scandali sessuali e una cattiva amministrazione non hanno danneggiato la coalizione del cavaliere.
Al contrario: grazie al controllo quasi assoluto dei media è riuscito a persuadere la maggioranza della popolazione che la colpa dei problemi del Paese sia di altri. I colpevoli sono gli immigranti contro i quali è stata spiegata una campagna senza precedenti in tutta l’Europa occidentale. Un esempio: il settore a basso reddito, incentivato da Berlusconi, ha portato nel settore tessile veneto all’assunzione in massa di lavoratori stranieri invece che italiani. Ma nel nord l’agitazione xenofoba non ha portato ad un rafforzamento della coalizione elettorale di Berlusconi “Popolo della Libertà (PdL)”. Per la prima volta la Lega Nord, partito separatista e razzista, ha superato il PdL in Veneto.
Dalla fine della guerra fino ai primi anni ‘90 l‘Italia è rimasta fondamentalmente divisa in due blocchi più o meno omogenei, la sinistra da un lato, i democristiani dall’altro. Tuttavia, entrambi erano accomunati dal consenso anti-fascista dal 1946. Questo consenso è venuto meno con il crollo dei due blocchi e con la nascita di un’alleanza di destra grazie all’unione di neo- e postfascisti.
L’aspetto negativo di questa “berlusconizzazione” della società italiana è l’incapacità dell’opposizione di offrire un’alternativa credibile. Il breve interludio della coalizione di centrosinistra con Romano Prodi dal 2006 al 2008 sfociò in un caos senza precedenti. Il più forte partito comunista in Europa occidentale era diventato prima un partito socialdemocratico senza entusiasmo e poi, da un punto di vista ideologico, un partito democratico ideologicamente poco definibile. Persino alcuni irremovibili ex-socialisti hanno aderito allo schieramento di Berlusconi. I comunisti sono infetti dal “fungo della disgregazione” e non sono più rappresentati in Parlamento. Desta preoccupazione, come in Francia, la scarsa affluenza alle urne.
Il risultato delle elezioni rafforza la destra italiana. La rafforzata Lega Nord spingerà ad per incrementare il divario sociale ed economico tra un nord ricco e un mezzogiorno povero. La persecuzione degli stranieri aumenterà. Prima o poi, il G8 e l’UE dovranno rompere il loro silenzio sugli sviluppi in Italia. Sarebbe meglio prima che poi, perchè la democrazia sull’Appennino ha sempre più il tempo contato.
[Articolo originale "Demokratie zieht den Kürzeren" di Manfred Bleskin]