venerdì 9 ottobre 2009

SACCHEGGIANDO ICONE E SIMBOLI

Onorando la data della morte fisica di Ernesto"Che"Guevara che accadde 42 anni fa voglio soffermarmi sull'ennesimo tentativo di furto di un'icona della sinistra internazionale da parte della feccia di destra e particolarmente in questo caso di Fogna Pound.
Ebbene domani nell'anniversario un tal Mario La Ferla presenterà la sua fatica"L’altro Che. Ernesto Guevara, mito e simbolo della destra militante",edito da Stampa Alternativa(non è pubblicità,è sputtanamento di un libro credo mediocre),che a detta di qualche lettore altro non è che un'accozaglia di imprecisioni quando va bene se non di boiate che è un termine più consono ad alcuni(molti per la verità)passi del libro.
E ora vedremo pure i fasci con la maglietta del Che?Che confusione!
A parte che nemmeno deve sfiorare il minimo pensiero che l'eroe argentino avesse dubbi sulla propria ideologia,questo è il penultimo tentativo di accaparrarsi un uomo da parte dei fasci:ultimo come data è il giornalista siciliano Peppino Impastato ammazzato dalla mafia cui,dopo il disdicevole e triste fatto della rimozione della targa e dell'intitolazione della biblioteca di Ponteranica,ha visto l'onore suo,dei familiari e della gente comune,leso da un'altra targa posta da Casa Puond all'insaputa di tutti.
Notoriamente i nazifascisti non avendo molta farina nel proprio sacco si sono sempre attaccati a simboli,gesti e nomi preesistenti come la svastica,la croce celtica,le rune,il fascio littorio,il saluto romano,i Balilla,gli Arditi e altro poichè la limitatezza ideologica e rappresentativa insita nel loro Dna a non permette di far di meglio(peggio).
L'articolo successivo preso da"Senza Soste"richiede la doverosa citazione al blog di Antonio Moscato che ha spulciato pure una bella critica di Luis Sepùlveda del 2005 contro Alvarito Llosa colpevole di avere travisato la vita del Che come La Ferla.
Hasta siempre Comandante!
Un tentativo di Casa Pound di impossessarsi del Che ·

Non è sorprendente che i fascisti di Casa Pound cerchino di appropriarsi del mito del Che. Il 9 ottobre celebreranno la morte di Guevara presentando un libro di Mario La Ferla, L’altro Che. Ernesto Guevara, mito e simbolo della destra militante, Stampa Alternativa, Roma, 2009.Presentarsi a volte come rivoluzionaria, è una vecchia tecnica della destra, dal fascismo “diciannovista” di Mussolini ai nazionalisti serbi e russi che hanno cercato di penetrare nel movimento antiguerra in Occidente. Per giunta in questo caso non fanno nessuna fatica a utilizzare il libro di Mario La Ferla, che parla per poche pagine (e male, con sviste e sfondoni vari) del Che, e per il resto è una rifrittura di luoghi comuni su Catilina, D’Annunzio, Pavolini, Bombacci, Perón, in genere con banalità scaricate da internet.La Ferla è stato spinto a interessarsi di Guevara da un articolo di Gabriele Adinolfi, presentato nel libro in termini così apologetici che si spiegano solo verificando su internet che l’autore ha semplicemente scaricato la presentazione del terrorista nero fondatore di Terza posizione dal suo sito…Il libro rivela poche e superficiali letture, segnalate alla rinfusa. Ma da un libro, di Álvaro Vargas Llosa, figlio meno che mediocre del celebre scrittore peruviano (i cui meriti letterari non possono invece essere cancellati dal suo approdo a destra), ha imparato a truffare i lettori: anche il libro di “Alvarito”, Il mito Che Guevara e il futuro della libertà, del Che parla per meno di 20 pagine … (vedi in appendice, la stroncatura di Luis Sepúlveda).A Casa Pound non si sono sbagliati quindi a invitare La Ferla, che peraltro ha detto di non poter andare perché glielo ha vietato la sua casa editrice… Ma Baraghini non poteva pensarci prima e fare a meno di pubblicare una simile accozzaglia di banalità e di esaltazioni del fascismo?Glielo lasceremmo proprio volentieri a casa Pound il La Ferla, con tutti gli altri invitati, infami o stupidi che siano, come quel tal Raffaele Morani, ex segretario del PRC di Faenza, oggi vendoliano, che si sente talmente “eretico” da cercare il “dialogo” col peggiore dei gruppi fascisti. Buon pro gli faccia!Il libro di La Ferla esordisce tentando di accreditare un Che oggettivamente “fascista” perché influenzato da Perón, di cui evidentemente non sa nulla, e che considera tout court fascista. Tra l’altro raccoglie da non si sa chi l’ipotesi di un contatto diretto tra i due già durante il viaggio del 1959 nei paesi ex coloniali, con tappe tecniche in Europa, mentre il contatto vi fu ma nel 1964, ai margini del viaggio all’assemblea dell’ONU di Ginevra (riportiamo sul sito il suo discorso) e aveva ben altro senso.Era stato preparato dai molti peronisti di sinistra che si addestravano a Cuba (e che formeranno successivamente i montoneros). Non il Che individualmente, ma la direzione cubana aveva offerto allora senza successo a Perón, ancora appoggiato da gran parte della classe operaia argentina, di trasferirsi a Cuba per prepararsi a un ritorno con la lotta. L’ambiguità di Perón si doveva chiarire – con la tragica svolta a destra - solo dopo il suo ritorno in patria. Su questo esistono decine di pagine del num. 3 dei “Quaderni della fondazione Guevara”, con preziose testimonianze di compagni argentini.Comunque, a parte il fatto che Perón non era “fascista”, l’equivoco nasce dal fatto che Guevara – che pure non lo stimava - polemizzando con i genitori li aveva ammoniti sul carattere ultrareazionario della Revolución libertadora che lo aveva abbattuto nel 1955 e che loro sottovalutavano.È poi inverosimile la notizia che Perón lo abbia presentato a Boumedienne: il rapporto del Che con l’Algeria era strettissimo, ma era con Ben Bella, con cui c’era una sintonia profonda. Il colpo di Stato di Boumedienne parve e fu una catastrofe per l’impresa congolese che stava per cominciare.Comunque l’ignoranza del La Ferla non riguarda solo l’America Latina, ma gran parte degli argomenti su cui scrive (ad esempio sul “nazi-bolscevico” Limonov (quella che a Mosca ha messo una falce e martello nel cerchio bianco della bandiera nazista…).La Ferla raccatta i pettegolezzi più incredibili e i falsi più spudorati: ad esempio il Che in Bolivia avrebbe avuto con sé i volumi delle opere di Primo de Rivera! Non sospetta nemmeno che siano state pubblicate le liste dei libri che il Che aveva portato, nonostante siano state trovate e curate a cura di Carlo Feltrinelli. E non manca di raccattare le insinuazioni di gruppi di gay fascisti su una presunta omofobia di Guevara (l’unica testimonianza in proposito è di Carlos Franqui, che con Guevara era stato spesso in disaccordo, e poi era diventato anche un oppositore in esilio, che riferisce dell’indignazione del Che per una battuta di Raúl sugli omosessuali). Va detto che tra i suoi eroi c’è perfino Andrea Insabato, che fu ferito mentre metteva una bomba al Manifesto…Ma lasciamo da parte le polemiche con questo libro raffazzonato e perfettamente funzionale all’operazione di Casa Pound, che anche su questo piano pseudoideologico tenta di occupare gli spazi dei centri sociali di sinistra, per provocarli e possibilmente ottenere un intervento repressivo contro di loro.Guevara lo devono lasciare stare…La vera incompatibilità tra i fascisti di qualunque genere e il Che nasce da alcune caratteristiche essenziali del pensiero e dell’azione di Guevara. Prima di tutto dal suo internazionalismo, al tempo stesso etico (sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato in qualsiasi parte del mondo) e materialista (stabilire intese con altri paesi produttori di zucchero, per evitare di farsi la concorrenza…).Altrettanto lontano dal fascismo il suo “dobbiamo saper essere duri senza perdere la tenerezza”, che difendeva come inevitabili le misure di autodifesa di una rivoluzione uscita da una lotta feroce, ma vigilava contro i pericoli di involuzione autoritaria. Esemplare un discorso severissimo del 1962 ai membri della Seguridad contro la tendenza a inventarsi nemici.Un'altra caratteristica del Che, che lo rendeva diversissimo non solo dai politici borghesi (democratici o fascisti) ma anche da quelli del “socialismo reale”, era l’assenza di ogni indulgenza per i propri errori, in cui ricercava la prima causa di ogni male.Ma basterebbe l’internazionalismo del Che a ridicolizzare ogni pretesa di annetterlo al fascismo di ogni sorta. Un internazionalismo che presto rifiuta ogni “campismo”, e cerca legami diretti con i movimenti di liberazione, non con gli Stati, e anzi ne vuole controbilanciare l’influenza. Basterebbe aver letto il Messaggio alla Tricontinentale e il Discorso di Algeri, con le sue critiche severe ai “paesi socialisti”, per capirlo. Va detto con tristezza che molta parte della sinistra, anche quando rende omaggio più o meno sincero al Che, ne ignora questa dimensione.È vero che c’era anche chi cantava: “il Che Guevara ci piace si, perché invece di parlare spara”: se il Che fosse stato solo questo, ogni annessione sarebbe possibile. Ma Guevara non si limitava a sparare, parlava, anche se inascoltato (anche a Cuba), per la sua preziosa riflessione sulla crisi imminente di quello che si sarebbe arrogantemente proclamato il “socialismo reale”, l’unico esistente, l’unico possibile. Una critica severa, da un punto di vista marxista.Difficile ovviamente in questo spazio ricostruire la complessità del pensiero del Che, ma una trattazione ben più ampia può essere scaricata dal mio sito: http://antoniomoscato.altervista.org/, che contiene anche alcuni testi inediti, che dimostrano che Guevara non era un generico ribelle.Anche se non è stato un grande pensatore originale, paragonabile a Lenin, Rosa o Trockij, è stato un grande riscopritore del marxismo critico , “senza calco né copia”. E non era un compito facile, dopo decenni di mistificazioni socialdemocratiche o staliniste.

I deliri sul Che del piccolo Alvarito Llosa.
Il figlio di Vargas Llosa riscrive la storia di Ernesto Guevara, dipingendolo come un criminale.
Ignorando che la principale preoccupazione del Che fu quella di evitare alla popolazione civile di finire ostaggio della guerradi Luis SepúlvedaCi sono tipi che, a leggere quello che scrivono o a sentire quello che dicono, ci spingono a porci una domanda cruciale: da che uovo è uscito quel passerotto? Senza offesa per i passeri e gli ornitologi, Alvaro Vargas Llosa, «Alvarito», è un passerotto uscito dall'uovo della frustrazione sofferta da quelli che hanno un papà che è un grande scrittore e vogliono mettersi in luce anche loro come letterati o giornalisti.Alvarito si trova bene a Miami, papà gli ha trovato un lavoro da giornalista e lui dalla terra di Jeb Bush scrive, o almeno così assicura dalla sua singolare mediocrità di tonto viziato dall'editoriale che è poi la stessa in cui papà pubblica i suoi libri. Stranamente è un'impresa che, in questi tempi di concentrazione dei mezzi di comunicazione in pochissime mani, appartiene allo stesso proprietario di radio spagnole in cui il papà di Alvarito, e lo stesso Alvarito, commentano gli accadimenti da un punto di vista il più possibile di destra e, altra curiosità, appartiene allo stesso proprietario della Cnn in spagnolo e al giornale di maggior tiratura in cui il papà di Alvarito e lo stesso Alvarito scrivono le loro odi ultraconservatrici in nome del «liberalismo» e della libertà di mercato come unica etica possibile.Qualche anno fa Alvarito ebbe con suo papà un interessante scambio intellettuale, di alto livello. «Papi, voglio diventare scrittore, dammi una mano». Papà gli diede una mano e il pargolo pubblicò un oggetto, con forma di libro, intitolato «Manuale del perfetto idiota latinoamericano».Nelle sue pagine piene di errori, tutti noi che abbiamo preso le difese dei valori democratici in America latina, da Garcia Marquez e Cortazar fino alle vittime delle dittature, eravamo qualificati come «idioti al servizio del castrismo». Adesso, da Miami, Alvarito scrive sul Che. Su Ernesto Guevara. Sul comandante Ernesto Che Guevara, che è molto più di una moda, di una marca o di una maglietta.Sostiene Alvarito, in un articolo pubblicato su The New Repubblic, che è normale che i fedeli di un culto non conoscano la vera storia dell'eroe che ha fondato quel culto. E sembra che lui sì che la conosca, grazie alle straordinarie fonti di informazione offerte da Miami e dai gusanos della Fondazione Cubano-Americana.La spazzatura scritta da Alvarito non merita risposta, neppure i suoi tentativi di infangare con i dubbi - semina dubbi che qualcosa rimane, deve aver detto Goebbels - Frei Betto e Leonardo Boff, dal momento che entrambi hanno alle spalle un valore etico che parla da solo.Invece conviene soffermarsi su questo nuovo tentativo - uno in più - di screditare l'immagine e il ricordo del comandante Ernesto Che Guevara, un uomo che, anche se questo pesa molto a tutti gli Alvaritos del revisionismo storico, è un punto di riferimento fondamentale per tutti coloro che credono in un altro mondo possibile, in un'altra realtà possibile, in una società più giusta e più generosa.Il Che partecipò alla guerra rivoluzionaria a Cuba, combatté insieme ai cubani - non insieme ai russi o ai cinesi o i marziani - contro la dittatura di Fulgencio Batista, un dittatore inventato dal dipartimento di Stato degli Stati uniti. In guerra si uccide o si muore - che ci piaccia o no - e lo stesso Che si incaricò di ricordarlo a una maestra rurale che andò a visitarlo nella scuola di Vallegrande, in Bolivia, poche ore prima che lo assassinassero, per ordine degli Stati uniti.Se Alvarito e tutti gli Alvaritos della new age fossero dotati di una minima capacità di intendere, nonché di leggere i trattati della guerra rivoluzionaria e i diari scritti dal Che, scoprirebbero che la sua grande preoccupazione fu quella di rendere meno cruenta la guerra di liberazione; che la guerra di guerriglia concepita dal genio strategico del Che cercava di evitare, prima di tutto, che la popolazione civile finisse come ostaggio degli eserciti mantenuti e diretti da ufficiali degli Stati uniti.Il Che è stato l'uomo più universale dell'America latina. Gli toccò vivere l'epoca atroce in cui le prospettive di vita della popolazione del Centramerica e dei Caraibi arrivavano appena ai 40 anni, l'epoca in cui la denutrizione era endemica e l'analfabetismo era accettato come il prezzo da pagare per il fatto di vivere in una società divisa in classi. E agì di conseguenza. Si mise in gioco. Morì in un'azione di coerenza etica.Oggi, a più di trent'anni dalla sua morte, possiamo essere d'accordo o no con le sue analisi della società latinoamericana o africana, ma nessuno può negare che il Che ha marcato più di una generazione ridando loro un orgoglio che gli Alvaritos non possono capire: l'orgoglio di vivere in piedi, l'orgoglio di essere padroni del proprio destino, l'orgoglio di essere protagonisti attivi della propria storia.Per infangare la memoria del Che, gli Alvaritos si avvalgono di testimonianze che loro stessi sono andati a cercare fra la gente dell'esilio cubano - lamentabile come tutti gli esili -, ma ignorano le testimonianze di quelli che l'accompagnarono e che sarebbero disposti ad andare di nuovo in montagna con lui.Conosco due persone in Cile, sono figli di Augustin Carrillo, il «Comandante Gonzalo» dell'Esercito di liberazione nazionale della Bolivia, morto in combattimento contro i Rangers sulle montagne del Teoponte. Venerano il ricordo di loro padre, che perdettero quando avevano tre e cinque anni. Ma i loro visi si riempiono d'orgoglio quando dicono: «Mio padre ha combattuto con il Che».In ogni giovane che crede che un altro mondo è possibile, in ogni individuo che crede in una società migliore, più giusta e più etica, lì sta l'esempio del Che, molto di più che un'icona culturale di sinistra o una figura romantica. Il suo esempio si traduce in un breve paragrafo dei «Passaggi della Guerra rivoluzionaria»: «Il livello più alto dell'umanità è la dedizione, è la rinuncia al benessere personale quando la maggioranza vive nella miseria, è capire che la rivoluzione è un atto trasformatore della società perché le sue decisioni future siano orientate verso il benessere della specie umana. Quando si capisce questo e si raggiunge quel livello più alto della specie umana, allora si è un rivoluzionario. E il dovere di ogni rivoluzionario è fare la rivoluzione».Il comandante Ernesto Che Guevara è ancora qui e ci resterà fino a che la società avrà bisogno di trasformazioni. I miserabili e gli Alvaritos saranno dimenticati, per molto che scrivano e siano i figli viziati del potere monopolistico delle comunicazioni.

giovedì 8 ottobre 2009

DI SINISTRA!

Ogni volta che rivedo il minuto e poco più dello sfogo di ieri sera del premier incazzato rido e mi chiedo:"Come cazzo fa a coniugare il mestiere di politico,corruttore,mafioso e pagliaccio nello stesso tempo?"e mi ritrovo col pensiero angosciante che c'è gente peggio di lui,tutti quelli che hanno votato questo pezzo di merda ed i suoi alleati.
Penso che avesse già pronta nella sua testa la risposta alla bocciatura del Lodo Alfano,e nonostante questo gli è partito un embolo di rabbia che l'ha fatto imbestialire di brutto,stava persino diventando verde alla Hulk!
E nel suo discorso quante volte ha pronunciato la parola"di sinistra",tante volte come se fossimo negli anni cinquanta in Unione Sovietica...un Don Chisciotte che combatte contro mulini a vento che non esistono:rispondendo alla domanda posta nella prima foto risponderei"B"con la modifica da pochi a pochissimi,perchè i comunisti veri non possono e non devono venire confusi con la marmaglia del PD ed affini!
Il premier è arrivato ai limiti dell'esaurimento nervoso scomunicando i giudici della Corte Costituzionale,Napolitano,tutta l'opposizione...ieri sera sono certo che l'abbiano sedato sennò non avrebbe dormito nemmeno cinque minuti d'orologio.
Berlusconi ha ancora disordine in capa perchè è sceso dal piedistallo di status divino ed ora è pari pari(vabbè non esageriamo,sarà sempre un privilegiato soprattutto in materia giudiziaria)alla plebaglia che ha sempre guardato dall'alto al basso,dal suo eremo dove tutto è oro e la crisi non esiste.
Poi,cosa già ripetuta,secondo me uno che parla in terza persona("meno male che c'è Silvio")oltre ad avere qualche problema mentale ha dentro se l'assoluta certezza dittatoriale propria di un tiranno medievale...e svegliati che son già passati seicento anni idiota!
L'articolo a firma di Francesco Bei di"Repubblica"elenca le frasi cariche di rabbia ed odio vomitate durante la prima intervista ufficiale dopo il ripristino dell'articolo 3 della Costituzione oltre a qualche dichiarazione dal confessionale di"Porta a porta"di Vespa(di sinistra):alla fine di tutto il suo sfogo ai microfoni Sky Tg24 di ieri by YouTube.
Berlusconi: "Napolitano mi aveva garantito, se chiamava i giudici la legge passava. Gli italiani sono sempre stati la mia vera immunità".

Il Cavaliere a raffica contro tutti"Giudici di sinistra, l'Italia è con me".

"IO VADO avanti, con o senza Lodo Alfano". Dopo un vertice di guerra a Palazzo Grazioli con lo stato maggiore di Lega e Pdl, messa da parte ogni prudenza, come pure gli aveva consigliato Fini, Berlusconi carica a testa bassa. E la sua furia travolge tutti: il presidente della Repubblica, "espressione della vecchia maggioranza di sinistra", la Corte costituzionale, la magistratura, la stampa, le trasmissioni televisive. "Abbiamo - esordisce davanti ai giornalisti chiusi in un recinto di transenne a palazzo Grazioli - una minoranza di magistrati rossi che usano la giustizia ai fini di lotta politica. Abbiamo il 72% della stampa che è di sinistra. Abbiamo tutti gli approfondimenti della tv pubblica che sono di sinistra. Ci prendono in giro anche con gli spettacoli comici. Il capo dello Stato sapete da che parte sta... Abbiamo inoltre i giudici della Corte eletti da tre capi di Stato di sinistra, che fanno della Consulta non un organo di garanzia ma politico". Il Cavaliere non risparmia nessuno, è furibondo. E la stessa atmosfera di via del Plebiscito è elettrica, con decine di agenti e carabinieri schierati per tenere lontana la folla. L'incubo del premier è ora quello di una condanna a Milano con interdizione dai pubblici uffici. "I processi che mi scaglieranno contro sono autentiche farse. Andrò là a sbugiardarli tutti". La sera, in una telefonata a Porta a Porta, annuncia che andrà a difendersi "non solo in tribunale ma anche alla radio, in tv, sui giornali". In un crescendo, attacca come un toro: "Queste cose qua a me mi caricano, agli italiani li caricano. Viva Berlusconi!". Entra poi a passo spedito a palazzo Venezia, per visitare una mostra sui santi insieme al cardinal Bertone. E persino lì dentro non rinuncia alla stoccata: "Manca il ritratto di san Silvio da Arcore che fa sì che l'Italia non sia in mano a certi signori di sinistra".
Quanto alla replica del Quirinale, Berlusconi non se ne cura e risponde seccato: "Mi sento preso in giro, non mi interessa cosa dice". Da Vespa aggiungerà poi un retroscena destinato a suscitare altre polemiche: "Il presidente della Repubblica aveva garantito con la sua firma che la legge sarebbe stata approvata dalla Consulta, posta la sua nota influenza sui giudici di sinistra della Corte". Su Napolitano, aggiunge, "le mie dichiarazioni potrebbero essere anche più esplicite e più dirette". Tanta rabbia, sostengono i berlusconiani, è dovuta al fatto che proprio dal Quirinale erano arrivati segnali tranquillizzanti sulla sorte del Lodo. Per questo il Cavaliere ieri era convinto di essere finito in una "trappola", si è sentito "tradito", e la sua irritazione è esondata anche contro gli avvocati e il ministro Alfano. "Mi avevate detto - ha tuonato - che il lodo era inattaccabile, che l'avevate scritto a quattro mani con Napolitano". Uno sfogo tanto duro che il Guardasigilli sarebbe arrivato ad offrire le proprie dimissioni sul tavolo. Nella lunga riunione a palazzo Grazioli sfilano uno dopo l'altro tutti i big della coalizione, da Alfano a Cicchitto, da La Russa a Quagliariello e Gasparri. E poi Letta, Nicolò Ghedini, molti leghisti. Ma soprattutto Umberto Bossi, che Paolo Bonaiuti definisce "un vero amico sincero". Quasi a distinguerlo da altri leader. Si valutano insieme scenari, qualcuno suggerisce di andare subito in piazza convocando una manifestazione "oceanica", il Cavaliere vorrebbe ripartire con la riforma della Corte costituzionale, rimettendo immediatamente in pista la separazione delle carriere tra pm e giudici. E si pensa a un decreto legge per anticipare alcune norme della riforma del processo penale in modo da far saltare il processo Mills. Un altro momento clou della giornata è la telefonata di Gianfranco Fini, che manifesta solidarietà e spinge Berlusconi ad andare "avanti" con il governo. Su questo, del resto, Fini aveva convenuto all'ora di pranzo in un faccia a faccia con Umberto Bossi. "Silvio, io e Bossi siamo con te, rispettiamo i patti", gli ha ripetuto il presidente della Camera. Salvo consigliare "prudenza" e "toni bassi", quelli che si convengono a "un uomo di Stato" nella risposta. Così a Montecitorio, quando Fini legge la nota ufficiale di palazzo Chigi, tira un sospiro di sollievo. "Non posso non rispettare il responso della Corte nel quadro di un sistema democratico", fanno dire al premier. Ma è un illusione che dura poco, il tempo che Berlusconi incontri le telecamere piazzate sotto casa sua. E la rabbia esplode incontrollabile. È soprattutto l'attacco al capo dello Stato, a impensierire il presidente della Camera. Che i suoi descrivono ora come "molto preoccupato" per l'eccesso di reazione del premier. L'inquilino di Montecitorio mantiene fede all'asse con il Colle. Adesso Berlusconi è convinto di poter ribaltare la situazione con un colpo di forza e il terreno scelto è quello delle prossime regionali. Il premier ne vuole fare un'ordalia, un "referendum" per stabilire chi ha torto o ragione nell'eterna contesa tra lui e i giudici. "La mia vera immunità - ha ripetuto ieri ai suoi - sono sempre stati gli elettori italiani".

mercoledì 7 ottobre 2009

BERLUSCONI IN GALERA!

Contro ogni pronostico il"Lodo Alfano"non è passato all'esame della consulta della Corte Costituzionale perchè già ieri l'aria che si respirava non era delle migliori(vedi il post di ieri,http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2009/10/modifiche-in-atto.html)ma un piccolo miracolo è avvenuto e anche se Berlusconi non è ancora in galera è bello poterlo pensare possibile.
A dire il vero sembra anche un poco stupido e vergognoso nel senso che si esulta perchè sia stato sancito un fatto che dovrebbe essere una cosa normalissima in uno stato democratico,ovvero l'uguaglianza di un cittadino di fronte alla legge senza che ciò comporti a favoritismi rispetto a chicchessia.
Comunque ora a meno che non invii i militari fasci per le strade,il premier ora processabile dovrà comparire davanti ai giudici almeno in quattro processi tanto per cominciare:il caso Mills,quello Mediaset,il Mediatrade e quello dei senatori.
Voglio esprimere il mio odio verso questo uomo di merda in parecchie lingue partendo dall'articolo de"La Repubblica"di Claudia Morgoglione passando a"Liberation"(fonte AFP),"Guardian"a firma di John Hooper e lo spagnolo"El Pais"con Miguel Mora.
Affinchè subisca questi processi da parte delle toghe di"sinistra"(gli stessi che oggi hanno prosciolto De Gennaro e Mortola per la mattanza della scuola Diaz a Genova)e venga condannato per tutti i crimini che ha commesso mi auguro che questi comincino e terminino in tempi brevi perchè non cadano in prescrizione o altre beghe da avvocati corrotti(e corruttibili).
Pronuncia a maggioranza dei giudici della Corte costituzionale sulla legge che sospende i processi per le prime quattro cariche dello Stato. "E' in conflitto col principio di uguaglianza dei cittadini"
Consulta: lodo Alfano illegittimo"Non basta una legge ordinaria"
Bonaiuti: "Sentenza politica, il premier continuerà a governare".
Prima del verdetto minaccia di Bossi: "Non sfidare l'ira dei popoli".

Palazzo della Consulta, sede della Corte costituzionale
ROMA - Il lodo Alfano è illegittimo, perché viola ben due norme della nostra Carta costituzionale: l'articolo 3, che stabilisce l'uguaglianza di tutti i cittadini (anche di fronte alla legge); e l'articolo 138, che impone l'obbligo, in casi del genere, di far ricorso a una legge costituzionale e non ordinaria. Lo hanno deciso, a maggioranza, i giudici della Consulta, riuniti in seduta plenaria dalla mattinata di ieri, a proposito del provvedimento che sospende i processi per le prime quattro cariche dello Stato.
LE REAZIONI DEL MONDO POLITICO:Palazzo Grazioli: "Sentenza politica". La bocciatura a tutto campo, da parte della Corte costituzionale, colpisce un provvedimento fortemente voluto da Silvio Berlusconi. Che lascia commentare l'esito della vicenda al sottosegretario Paolo Bonaiuti: "Una sentenza politica, ma il presidente, il governo e la maggioranza continueranno a governare come, in tutte le occasioni dall'aprile del 2008, hanno richiesto gli italiani con il loro voto". Subito dopo arriva il commento del ministro della Giustizia che porta lo stesso cognome del Lodo: "E' una sentenza che sorprende, e non poco, per l'evocazione dell'art.138 della Costituzione. La Corte Costituzionale - afferma il Guardasigilli - dice oggi ciò che avrebbe potuto e, inevitabilmente, dovuto dire già nel 2004 nell'unico precedente in materia".
Duro anche l'avvocato Niccolò Ghedini, avvocato del premier: "Questa è una sentenza con cui la Corte rinnega principi da se stessa già enunciati. Si pretende, contro la volontà popolare, che il presidente del Consiglio anzichè occuparsi dei problemi nazionali ed internazionali, sia costretto a seguire evanescenti processi". Berlusconi ritorna imputato. La sentenza, sul piano pratico, pratico, sblocca i due processi milanesi a carico del premier (per corruzione in atti giudiziari dell'avvocato Mills, e per reati societari nella compravendita dei diritti tv Mediaset), congelati proprio a causa del lodo. La Corte ha quindi accolto i dubbi di legittimità sollevati dai magistrati del capoluogo lombardo. La Consulta ha invece dichiarato inammissibile il terzo ricorso, proposto dal gip di Roma chiamato a decidere se archiviare (come chiesto dalla procura) la posizione di Berlusconi - indagato per istigazione alla corruzione di alcuni senatori, eletti all'estero durante la scorsa legislatura. Corte divisa. I giudici costituzionali sono entrati in camera di consiglio ieri, ma la giornata si è conclusa con una fumata nera. Da qui la seconda riunione, quella odierna: mattinata ancora con un nulla di fatto, e poi, nel pomeriggio, la pronuncia è arrivata. Una scelta non facile, quella dei giudici. Anche perché tra i membri della Corte si è consumato uno scontro tra i favorevoli e i contrari. Fino alla decisione finale: a quanto sembra nove dei quindici membri si sono espressi per l'illegittimità, sei erano di parere diverso. Il caso Bossi. Prima della pronuncia della Consulta, le parole più forti le ha pronunciate Umberto Bossi: "Non sarà bocciato, speriamo bene: ma non si può sfidare l'ira dei popoli. Se il lodo sarà bocciato la Lega trasformerà le elezioni regionali in un referendum sul premier". Parole, le sue, che hanno provocato reazioni forti di condanna, da parte di tutti i partiti di opposizione. Le motivazioni della sentenza. Si conosceranno solo tra qualche settimana, quando il giudice relatore, Franco Gallo, le avrà messe nero su bianco, per poi sottoporle nuovamente al voto dei giudici in camera di consiglio.
L'immunité pénale de Berlusconi invalidée.

Cette décision de la Cour constitutionnelle italienne pourrait ouvrir la porte à des poursuites judiciaires contre le président du Conseil italien. Le porte-parole du Cavaliere dénonce une «sentence politique» mais assure qu'il ne démissionnera pas.

La décision pourrait avoir d'importantes conséquences sur le mandat de Silvio Berlusconi. Les quinze juges de la Cour constitutionnelle italienne ont invalidé mercredi la loi d'immunité qui protégeait le chef du gouvernement italien depuis son retour au pouvoir il y a un peu plus d'un an.
Les magistrats ont jugé qu'il était nécessaire d'avoir recours à une loi constitutionnelle et non pas une loi ordinaire pour octroyer une immunité pénale aux quatre plus hautes fonctions de l'Etat italien, dont le président du Conseil. Ils ont également estimé que la loi Alfano, du nom du ministre de la Justice qui l'avait promue en juillet 2008, violait le principe constitutionnel d'égalité des citoyens devant la loi.
Le porte-parole du président du Conseil, Paolo Bonaiuti, a qualifié cette décision de «sentence politique» mais a affirmé que le Cavaliere continuerait à gouverner.
Des poursuites judiciaires possibles
Silvio Berlusconi pourrait néanmoins se retrouver rapidement sur le banc des accusés pour le procès Mills, dans lequel il est accusé d'avoir versé 600.000 dollars à son ex-avocat fiscaliste britannique David Mills pour des faux témoignages en sa faveur lors de plusieurs procès dans les années 90.
Une autre procédure concernant la surfacturation de l'achat de droits d'émission télévisée pour le groupe Mediaset serait également automatiquement débloquée.
Les journaux italiens consacraient tous leur Une mercredi au «Lodo Alfano» (la loi Alfano) et à ses éventuelles conséquences pour Silvio Berlusconi, même si les politologues ont exclu qu'il démissionne compte tenu de la solide majorité de centre-droit dont il dispose au parlement et de la faiblesse du Parti démocrate, principale formation d'opposition.
Italian court rules Berlusconi's immunity law unconstitutional.

Judges reject prime minister's act which would exempt him from facing a series of trials for fraud, tax evasion and bribery.

Silvio Berlusconi. Photograph: Tony Gentile/Reuters
Italy's constitutional court today threw out a law passed by Silvio Berlusconi's government which gave him immunity from prosecution while he remained prime minister.
The decision represented a severe blow for the prime minister, already struggling to contain the damage from a lurid sex and drugs scandal in which he was accused of using the services of prostitutes.
As the judges were deliberating, Berlusconi's leading ally, the Northern League leader, Umberto Bosssi, warned them not to "defy the anger of the peoples [of Italy]" and vowed that if the law were rejected "We will enter into action, bringing out the people."
Berlusconi has for years been claiming he is the victim of a plot by leftwing judges and prosecutors. His followers argued the immunity bill was needed to protect him. Before today's ruling, some had been counselling a snap election to strengthen his position.
Today's ruling marked the second time in five years that Italy's most august tribunal had rejected an attempt by the right to put its leader above the law.
Initial reports said that the judges had reached their decision because a constitutional reform was needed, and the government had used a routine law. As Berlusconi's lawyers acknowledged in their pleading to the court, the immunity act represented a breach in the constitutional principle that all Italians were equal before the law.
The detailed reasoning behind the judges' decision will not, however, be released for several weeks. In the meantime, the government must decide whether to attempt to alter the constitution by means of another bill.
A trial in Milan in which Berlusconi is charged with tax evasion, which was suspended last year after parliament approved the immunity law, will now resume. Having passed the age of 70, under Italian law, the prime minister can no longer be jailed if found guilty.
But his resumed prosecution will nevertheless be a severe embarrassment. It comes at a time when his government is leading a high-profile campaign against tax dodgers and offering an amnesty to Italians who have siphoned money abroad to avoid tax.
The judges' decision could also mean Berlusconi is again put on trial for allegedly bribing David Mills, the husband of the Olympics minister, Tessa Jowell. The British lawyer will tomorrow launch an appeal against a four and half-year prison sentence for accepting US $600,000 (£378,000) in return for skewing his testimony in two cases in which Berlusconi was a defendant in the 1990s.
The prime minister was scratched from the trial because of the immunity law, but in May, the court ruled he had given the bribe. Since the case against him will have had to be started again, however, it is highly likely to be "timed out" by a statute of limitations before the judges have a chance to reach a verdict.
A more important consequence of today's decision will be to give a new relevance to two investigations in which Berlusconi is a suspect. In one, where charges are thought unlikely to be laid, allegations are being investigated that he "bought" two members of parliament with the aim of bringing down Italy's last, centre-left government. In the second investigation, he is accused of embezzlement and tax evasion in both Italy and the US.
The law, which the court today ruled unconstitutional, offered immunity from prosecution to the four top state officials: the president, the speakers of the two chambers of parliament and the prime minister.
The controversy over the role of the judiciary has reached fever pitch in recent days, following an announcement by a judge in Milan on Saturday that he had awarded damages of €750m (£691m) against Berlusconi's Fininvest group. The company at the apex of the prime minister's business empire was told to pay damages to the CIR group as compensation for having bribed a judge to ensure it won a battle for control of the publishing group, Mondadori.
Judge Raimondo Mesiano ruled that Italy's prime minister had been "jointly responsible" for the offence. Berlusconi's lawyer was convicted of bribing the judge two years ago.
El Constitucional echa por tierra la ley de inmunidad que protege a Berlusconi.
La decisión del tribunal italiano, por nueve votos a seis, abre la puerta al procesamiento de 'Il Cavaliere".
La Corte Constitucional italiana ha declarado inconstitucional por nueve votos a seis la ley de inmunidad conocida como Laudo Alfano que mantiene paralizados cuatro procesos contra el primer ministro, Silvio Berlusconi. La decisión es el peor escenario previsto por los abogados del magnate milanés. La Corte considera que la ley atenta contra dos artículos de la Constitución: el 138 (la inmunidad de los altos cargos debe legislarse por la vía constitucional y no por la ordinaria) y el artículo tres (todos los ciudadanos son iguales ante la ley). La consecuencia inmediata es que al menos dos de los cuatro procesos abiertos por los jueces contra Berlusconi podrán ser reabiertos.
Cuatro procesos paralizados
El abogado de Berlusconi: "La ley es igual para todos, no su aplicación"
El fallo del Alto Tribunal ha llegado al borde de las seis de la tarde, después de tres sesiones dedicadas a analizar el laudo, y fue tomado por mayoría de la sala. La decisión desprecia con argumentos estrictamente jurídicos las crecientes presiones políticas ejercidas en los últimos días por los medios de Berlusconi y sus propios ministros.
Bossi amenaza
Durante la mañana, el líder de la Liga Norte y ministro del Gobierno, Umberto Bossi, amenazó con "recurrir" al pueblo si los jueces tumbaban la ley Alfano. "Nosotros tenemos el pueblo", dijo Bossi, "pero yo estoy por la prudencia. ¿Quién querría retar la ira de los pueblos?". La intimidación del líder padano al Tribunal mientras éste se encontraba reunido a puerta cerrada para deliberar sobre una ley clave para el futuro político de Italia irritó a la oposición. Dario Franceschini, secretario general del Partido Democrático, afirmó que Bossi "obvia el más elemental conocimiento de las reglas de la democracia".
La decisión de la Corte fue apoyada por varios constitucionalistas, entre ellos Alessandro Pace, el representante de la Fiscalía de Milán (impulsora de dos de los tres recursos contra la ley Alfano) que no fue autorizado por la sala a participar en la audiencia pública del martes. A juicio de Pace, el Laudo Alfano "viola la Constitución en cinco puntos: el principio de igualdad; el automatismo generalizado porque se aplica incluso si se viola o se mata; la duración irracional del proceso; el tratamiento diverso a los presidentes y a los organismos que presiden; y la aprobación por ley ordinaria y no constitucional".
Berlusconi se reunió con sus ministros más cercanos en el palazzo Chigi en torno a las cuatro de la tarde. Seguramente sabían ya que el Tribunal iba a rechazar, por segunda, vez, el intento de elaborar leyes personales para salvar a Berlusconi de la acción de la justicia.

Cuatro procesos paralizados.
El Laudo Alfano ha paralizado cuatro procesos contra Silvio Berlusconi.
- 'Caso Mills'. Según la fiscalía, Berlusconi pagó 410.000 euros al abogado inglés David Mills, especialista en crear sociedades opacas en paraísos fiscales, para que testificara a su favor y mintiera en sede judicial durante los procesos All Iberian y Mediaset. Mills mintió a los jueces sobre el papel principal de Berlusconi en la estructura offshore creada para él por el abogado "para actividades ilegales y operaciones reservadas de Fininvest". Mills ha sido condenado en primer grado, aunque se declara inocente. La juez Gandus tiene la certeza de que el corruptor es Berlusconi. Pero, por ley, el juicio de Berlusconi debería comenzar de cero porque ya se sentenció al primer imputado.
- 'Caso Mediaset'. Dos sociedades offshore creadas por Mills compraron y vendieron entre 1994 y 1999 derechos de televisión y cine por 470 millones de euros. La Fiscalía de Milán cree que esas sociedades revendían los derechos a sucesivas empresas gemelas de Berlusconi, encareciendo el precio en cada pase. La diferencia entre el valor inicial y el valor final permitía crear millones de euros en dinero negro. Berlusconi tiene pendiente una acusación por fraude fiscal y otra por balance falso.
- 'Caso Mediatrade'. En fase de investigación preliminar, el fiscal De Pasquale cree que Berlusconi era el socio oculto de un intermediario, el egipcio estadounidense Frank Agrama, que compraba derechos a las majors americanas y luego los revendía a Fininvest y a Mediaset hinchando los precios. La técnica, similar a la anterior, serviría para detraer recursos al fisco italiano y al estadounidense y a los otros accionistas. Posible apropiación indebida y fraude fiscal.
- 'Caso de los senadores'. La Fiscalía de Roma (a diferencia de la de Milán, favorable a Berlusconi) solicita el archivo. Algunas escuchas telefónicas, ya publicadas, permitieron saber que, cuando era jefe de la oposición, además de recomendar a velinas y actrices al jefe de RAI Ficción, Agostino Saccà, Berlusconi conspiraba con dos senadores del centro-izquierda elegidos en el extranjero para que hicieran caer al Ejecutivo de Romano Prodi, que finalmente cayó, pero gracias al tránsfuga Clemente Mastella. La acusación es la de instigar a la corrupción.

IL PERCHE' SIAMO IN AFGHANISTAN A FARE LA GUERRA

Ecco alcuni motivi plausibili che solo al termine della guerra potremmo sapere quale abbia prevalso sugli altri,perchè in percentuali diverse un pò tutte le ipotesi elencate nell'articolo di Enrico Piovesana di Peacereporter sono lecite e probabili sulle cause per cui da otto anni gli Usa e i loro alleati hanno invaso l'Afghanistan combattendo una sporca guerra(se ne esistesse una pulita).
Cerco di riassumere il perchè del"nostro"coinvolgimento(perchè alla fine i mercenari che vanno a guerreggiare li pago pure io)nel conflitto che ha già portato enormi perdite,soprattutto civili afgani,su entrambe i fronti.
Come già segnalato più volte in questo blog in Afghanistan ci siamo andati a braccetto degli americani non per liberare la loro nazione dai talebani già foraggiati da Cia e Usa durante la guerra contro l'Urss ma bensì per evidenti tornaconti economici,e vedremo quali.
Le risorse energetiche sono sì presenti ma non in maniera così tali da giustificare otto anni di conflitto ininterrotto(non vorrei più rimarcare la missione di pace),almeno stando a dei dati di vent'anni fà:più auspicabile da questo lato la ricca presenza tenuta ancora semi nascosta di giacimenti di uranio.
Più plausibile l'ipotesi di un condotto internazionale per il trasporto del gas dal Turkmenistan attraverso la zona occidentale afgana fino in Pakistan in quanto un'importante azienda petrolifera Usa per cui lavoravano Karzai e Khalizad cooperando coi talebani,(e qui eravamo nel 1996 ed il progetto vacillò per poi essere ripreso in considerazione negli ultimi mesi)ha investito parecchio per portare a termine tale opera.
Anche la posizione strategica dello stato asiatico è molto importante in quanto confinante o comunque molto vicino alle potenze nucleari indiane,pachistane,russe e cinesi nonchè possibile stantuffo per imbrigliare e tenere impegnato l'Iran su due fronti assieme all'Iraq sul fronte ovest;
tuttavia sembrerebbe più interessante l'ipotesi di un controllo più diretto della Cina in quanto a capo di un'organizzazione asiatica pericolosa per l'egemonia su territorio mondiale degli Stati Uniti.
Pure il capitolo droga ha un'enorme importanza economica in quanto la Cia,così come aveva già fatto in Indocina e successivamente in America Latina col controllo del traffico internazionale di eroina e cocaina,può ottenere un grande tornaconto in dollari da reinvestire nell'azione bellica.
E'da sottolineare come nel 2000 i talebani avevano proibito la coltivazione di eroina e che da quando gli Usa controllino parte dell'Afghanistan lo stato asiatico produca da solo il 93% di oppio al mondo.
Sempre legato al traffico di droga è da tener presente che parte dei soldi riciclati siano stati usati per salvare banche in quanto in un periodo di forte recessione il denaro liquido in pratica non circoli o faccia molta fatica ad essere utilizzato come investimento.
L'articolo spiega più dettaglitamente quello che ho scremato in poche righe fornendo citazioni e numeri da tenere ben presenti per una reale analisi del conflitto che sta insanguinando l'Afghanistan da otto anni.
Afghanistan, 8 anni dopo: cosa si nasconde dietro la guerra?

Le miniere d'uranio? Il gasdotto trans-afgano? Il posizionamento geostrategico? O forse il controllo del narcotraffico?

Perché, esattamente otto anni fa, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno invaso e occupato l'Afghanistan? Quali interessi si celano dietro le spiegazioni ufficiali di questa guerra? Le ipotesi avanzate in questi anni sono molteplici, ma nessuna abbastanza convincente. Tranne una, che però è alquanto difficile da dimostrare.

Risorse energetiche.
Secondo un rapporto pubblicato nel dicembre del 2000 sul sito Internet dell'Eia, l'agenzia di statistica del dipartimento per l'Energia degli Stati Uniti (e poi rimosso), l'Afghanistan viene presentato come un paese con scarse risorse energetiche (mai sfruttate) che, secondo i dati risalenti ancora al tempo dell'occupazione sovietica, consistono in riserve petrolifere per 95 milioni di barili (concentrati nella zona di Herat), giacimenti di gas naturale per 5 trilioni di piedi cubi (nell'area di Shebergan) più 400 milioni di tonnellate di carbone (tra Herat e il Badakshan). Risorse troppo esigue per giustificare un'invasione militare costata finora, ai soli Stati Uniti, quasi 230 miliardi di dollari. Molti in Afghanistan parlano di giacimenti di uranio nel deserto della provincia meridionale di Helmand, il cui controllo e sfruttamento sarebbe al centro di un'aspra contesa tra forze britanniche e statunitensi. Ma per ora questa storia non avuto alcuna conferma.

La pipeline Trans-Afgana.
Questa è considerata da molti la vera motivazione che ha spinto gli Stati Uniti ad invadere l'Afghanistan nel 2001. Il progetto di costruire una condotta lunga 1.680 chilometri per portare il gas turkmeno di Dauletabad fino in Pakistan attraverso l'Afghanistan occidentale (Herat e Kandahar) viene avviato nel 1996 dalla compagnia petrolifera statunitense Unocal (per la quale lavoravano sia Hamid Karzai che Zalmay Khalizad) in cooperazione con il regime talebano (nel 1996 la Unocal apre una sede a Kandahar e l'anno dopo esponenti del governo talebano vengono ricevuti negli Usa).L'idea viene accantonata alla fine degli anni '90 in attesa che "la situazione politica e militare dell'Afghanistan migliori" (fonte Eia, dicembre 2000). Vista l'impraticabilità del corridoio sud-asiatico, l'Occidente decide di puntare su quello sud-caucasico, aprendo nel 2006 un gasdotto che porta il gas turkmeno in Turchia via Mar Caspio, Azerbaigian e Georgia (e che dal 2015 verrà collegato al gasdotto Nabucco).Il progetto della pipeline trans-afgana, però, non viene abbandonato. I tre paesi coinvolti riprendono a discuterne dal 2002 in poi, e nell'aprile 2008 firmano un accordo, anche con l'India, che prevede l'apertura del gasdotto entro il 2018 (previsione eccessivamente ottimistica secondo gli analisti di settore). A finanziare il progetto (7,6 miliardi di dollari) è la Banca per lo Sviluppo Asiatico (di cui gli Stati Uniti sono i maggiori azionisti assieme al Giappone). Le compagnie petrolifere interessate sono quelle statunitensi, britanniche e canadesi.Per quanto importante, appare azzardato individuare in questo progetto - di difficilissima realizzazione e surclassato da altre rotte gasifere - la ragione della prosecuzione dell'occupazione occidentale dell'Afghanistan.

Posizione strategica.
L'Afghanistan ha la sfortuna di trovarsi nel cuore del continente asiatico, in una posizione strategica che consente a chi lo controlla di monitorare da vicino tutte le potenze nucleari della regione, Cina, Russia, India e Pakistan, e di completare l'accerchiamento dell'Iran, che in caso di guerra con gli Usa si troverebbe a fronteggiare un attacco su due fronti: quello iracheno e quello afgano.Secondo molti analisti militari la volontà statunitense di controllare l'Afghanistan va però letta soprattutto in chiave di contrapposizione alla Cina, considerata dal Pentagono come la maggiore minaccia potenziale all'egemonia militare ed economica globale degli Stati Uniti non solo in Asia, ma anche in Medio Oriente, Africa e America Latina. Una minaccia divenuta più reale dopo la creazione, nel giugno 2001, dell'alleanza politico-militare guidata da Pechino: l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Sco), che riunisce la Cina, la Russia, le repubbliche centroasiatiche e presto, forse, anche l'Iran. E che in futuro, vista la sua progressiva integrazione con l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (Csto), l'alleanza politico-militare a guida russa, potrebbe estendere la sua influenza fino all'Europa orientale (Bielorussia) e al Caucaso (Armenia), diventando a tutti gli effetti un'alleanza contrapposta alla Nato a guida Usa. Un Afghanistan sotto controllo statunitense rappresenta una spina nel fianco per la Cina, in particolare per la sua prossimità allo Xinjang, regione ricchissima di petrolio destabilizzata dal nazionalismo uiguro (tradizionalmente sostenuto dalla Cia).La rilevanza geostrategica dell'Afghanistan è innegabile e ha certamente giocato un ruolo importante nella decisione statunitense di occupare l'Afghanistan e di impiantarvi basi militari permanenti.

Il business della droga.
Ma forse dietro la guerra in Afghanistan si nascondono interessi ancor più grandi e inconfessabili: quelli legati al controllo del traffico mondiale dell'eroina, ovvero di uno dei business più redditizi del pianeta, con un giro d'affari annuo stimato attorno ai 150 miliardi di dollari l'anno.Non è un mistero che il boom della produzione di oppio/eroina negli anni '70 nel cosiddetto Triangolo d'Oro (Laos, Birmania e Cambogia) sia stato opera dalla Cia, che con i ricavi del narcotraffico finanziava le operazioni anti-comuniste nel Sudest asiatico. Lo stesso sistema - e questo è altrettanto risaputo - fu adottato dalla Cia negli anni '80 in America Latina, per finanziare (con i proventi della coca) la guerriglia antisandinista dei ‘Contras' in Nicaragua, e in Afghanistan per finanziare (con i proventi dell'eroina) la resistenza anti-sovietica dei mujaheddin. In Afghanistan il business continuò anche negli anni '90 e si incrementò con l'avvento al potere dei talebani, notoriamente sostenuti dalla Cia. Fino a quando nel 2000 il mullah Omar, allo scopo di guadagnare sostegno internazionale al suo regime, decise di vietare la produzione di oppio, che infatti nel 2001 crollò a livelli prossimi allo zero. Produzione che nell'Afghanistan ‘liberato' e controllato dalle forze armate e dall'intelligence Usa è ripresa a pieno ritmo fin dal 2002 (quando ancora i talebani non erano tornati) polverizzando ogni record storico e trasformando in pochi anni il paese sud-asiatico nel principale produttore mondiale di eroina (93 per cento della produzione mondiale). Una situazione che le forze Usa presenti in Afghanistan si sono sempre rifiutate di contrastare dicendo che questo "non era compito loro" e lasciando che se ne occupasse il governo-fantoccio di Kabul. Secondo un numero sempre maggiore ed eterogeneo di esperti e di persone ‘ben informate', la Cia avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al ‘narco-Stato' guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all'estero.

Una nuova Air America?
Secondo un'inchiesta televisiva condotta dal canale russo Vesti l'eroina afgana viene portata fuori dall'Afghanistan a bordo dei cargo militari Usa diretti nelle basi di Ganci, in Kirghizistan, e di Inchirlik, in Turchia. Spesso, ha scritto sul Guardian la giornalista afgana Nushin Arbabzadah, nascosta nelle bare dei militari Usa, riempite di droga al posto dei cadaveri."Penso che sia possibile che questo avvenga, anche se non lo posso provare", ha diplomaticamente commentato l'ambasciatore russo a Kabul, Zamir Kabulov.Il giornalista russo Arkadi Dubnov di Vremya Novostei, riportando informazioni fornitegli da una fonte all'interno dei servizi afgani, ha scritto che "l'85 per cento di tutta la droga prodotta in Afghanistan è trasportata all'estero dall'aviazione Usa".Quest'estate il generale russo Mahmut Gareev, un ex comandante delle truppe sovietiche in Afghanistan, ha dichiarato a Russia Today: "Gli americani non contrastano la produzione di droga in Afghanistan perché questa frutta loro almeno 50 miliardi di dollari all'anno. Non è un mistero che gli americani trasportano la droga all'estero con i loro aerei militari.".Il giornalista statunitense Dave Gibson di Newsmax ha citato una fonte anonima dell'intelligence Usa secondo la quale "la Cia è sempre stata implicata nel traffico mondiale di droga e in Afghanistan sta semplicemente portando avanti quello che è il suo affare preferito, come aveva già fatto durante la guerra in Vietnam".L'economista russo Mikhail Khazin in un'intervista ha dichiarato che "Gli americani lavorano duro per mantenere in piedi il narcobusiness in Afghanistan attraverso la protezione che la Cia garantisce ai trafficanti di droga locali"."Gli Stati Uniti non contrastano il narcotraffico afgano per non minare la stabilità di un governo sostenuto dai principali trafficanti di droga del Paese, a cominciare dal fratello di Karzai", scrive il noto giornalista statunitense Eric Margolis sull'Huffington Post. "Le esperienze passate in Indocina e Centroamerica suggeriscono che la Cia potrebbe essere coinvolta nel traffico di droga afgana in maniera più pesante di quello che già sappiamo. In entrambi quei casi gli aerei Cia trasportavano all'estero la droga per conto dei loro alleati locali: lo stesso potrebbe avvenire in Afghanistan. Quando la storia della guerra sarà stata scritta, il sordido coinvolgimento di Washington nel traffico di eroina afgana sarà uno dei capitoli più vergognosi".

Narcodollari per salvare le banche in crisi?
Antonio Maria Costa, direttore generale dell'Ufficio delle Nazioni Unite per la Droga e la Criminalità (Unodc), in un’intervista al settimanale austriaco Profil ha dichiarato: “Il traffico di droga è l'unica industria in espansione. I proventi vengono reinvestiti solo parzialmente in attività illecite. Il resto del denaro viene immesso nell'economia legale con il riciclaggio. Non sappiamo quanto, ma il volume è impressionante. Ciò significa introdurre capitale da investimento. Ci sono indicazioni che questi fondi sono anche finiti nel settore finanziario, che si trova sotto ovvia pressione dalla seconda metà dello scorso anno (a causa della crisi finanziaria globale, ndr). Il denaro proveniente dal traffico di droga attualmente è l’unico capitale liquido da investimento disponibile. Nella seconda metà del 2008 la liquidità era il problema principale per il sistema bancario e quindi tale capitale liquido è diventato un fattore importante. Sembra che i crediti interbancari siano stati finanziati da denaro che proviene dal traffico della droga e da altre attività illecite. E' ovviamente arduo dimostrarlo, ma ci sono indicazioni che un certo numero di banche sia stato salvato con questi mezzi”.

martedì 6 ottobre 2009

GUINZAGLIO STRETTO E BORCHIATO

Torno sull'episodio che ha creato forti polemiche sabato scorso con l'editoriale di Augusto Minzolini contro la manifestazione per la libertà di parola di Roma in diretta televisiva su Rai1:un atto d'accusa diretto verso chi è sceso in piazza e un gesto d'incommensurabile amore rivolto a Berlusconi di cui è un fedelissimo lacchè.
Il nuovo direttore del tg di Rai1 nonchè,visto il video dell'intervento incriminato(certe cose te le aspetti da Fede sul Tg4 e non dalla televisione pubblica ribadiamolo che starebbe dalla parte sinistroide del parlamento)nuovo portavoce del premier arrabbiato,tesse un monologo pieno di lodi verso il premier sempre più oppresso dalla stampa e dai massmedia in generale(ahah!).
Quindi capisco che il dittatore è più spaventato che incazzato in quanto fa scendere in campo in maniera spudorata il direttore del più seguito(e non veritiero intendiamoci)telegiornale della televisone di Stato che sempre più si trova sotto le grinfie di Mediaset e di chi la comanda.
Grazie alla segnalazione di Senza Soste l'articolo a firma di Rosa Ana de Santis di altrenotizie.org che propongo racconta gli ultimi intensi mesi di propaganda politica berlusconiana di Minzolini,un altro classico culo per il cazzo del presidente del consiglio dopo il fido Fede,il fascio Feltri e molti altri:un altro personaggio che definire giornalista è un'onta verso un'intera categoria di lavoratori a cui il guinzaglio,soprattutto se stretto e borchiato,sta benissimo come accessorio assieme alla carta e penna.
Il fedele Minzolini.

La TV di Stato, quella del canone - per capirci - quella che indigna il governo per le puntate di Annozero, per le parole di Travaglio infarcite di richiami al codice penale, per il cattivo gusto di esporre una escort in prima serata e per qualche satira troppo audace, quella tv pubblica lì, sabato sera, è entrata nelle nostre case. L’ha fatto per tessere l’elogio di un capo di governo sotto assedio e per contestare la manifestazione che, qualche ora prima, aveva unito la stampa dei farabutti contro il monopolio dell’informazione che in Italia ha un nome e un cognome: Silvio Berlusconi. Il capo del governo.
L’ha fatto il direttore del TG1 con un editoriale che ricordava, per pathos e per sentimento, quello con cui mesi fa difese il premier dalle critiche e dalle insinuazioni dopo l’annuncio del divorzio da Veronica Lario. Minzolini esordisce con un “senza polemica”, ed infatti non è troppo attento ad argomentare contro le ragioni dei manifestanti: è semplicemente devoto e innamorato del proprio datore di lavoro e, se non ci fosse il blu dello sfondo e l’icona della RAI a tradire la scena, sembrerebbe di essere finiti dentro Rete Quattro, nel TG del vecchio amico Fede.
Le parole, la posa ieratica, il tono canzonatorio con cui si pensa di liquidare il problema del conflitto d’interessi con la solita rassicurazione per cui Berlusconi sarebbe un liberale doc, fanno davvero pensare alla piaggeria del TG di famiglia. E invece quello è il TG1 della RAI. Non una trasmissione di dibattito o di commento, ma il telegiornale. Lo spazio delle notizie, della cronaca, la fotografia del paese.
Il Direttore del TG1 non ha dubbi nel sostenere che in Italia sia garantita la massima libertà d’informazione. Lui è un giornalista sulla carta, come il collega di Libero e il direttore de il Giornale che elargisce minacce a colpi di dossier erotici. A Minzolini, in totale buona fede vuole farci intendere lui con il tono grave di chi espone un parere tecnico e neutro, a lui proprio non sembra una vergognosa anomalia il monopolio delle reti TV e dell’editoria, sovrapposto e coincidente con la massima carica di governo.
Proprietario di Mediaset, con la mano del governo sulle nomine RAI, controlla cinque telegiornali su sette. Ha tutto quello che si deve avere per parlare agli italiani e per vincere le elezioni, mentre la sinistra, con il fare di una razza in via d’estinzione mediatica, rincorre la platea di Ballarò o di RAI3, l’unica rete soggetta a par condicio. Non sarà un caso che l’osservatorio di Pavia riferisce di uno spazio dedicato al governo e agli esponenti della destra oltre il 70% della presenza nelle reti.
Il monopolio di Berlusconi, quello che fa sobbalzare tutta l’Unione Europea, quello che lo renderebbe - senza le altre accuse – ineleggibile, Minzolini non lo comprende se non accusando i colleghi querelati di essere un po’ troppo audaci e perseguibili quando scrivono del mercato del sesso del premier con base a Villa Certosa o a Palazzo Grazioli come luogo di scambio per favori, corruzioni di vario titolo o commercio di carriere politiche. Questo è privato, dice lui. Soprattutto, sembra di capire, non gli sembra concepibile criticare chi su quella poltrona, ce l’ha insediato.
L’unica cosa sensata che avrebbe potuto evidenziare una difesa intelligente del premier poteva essere una domanda secca da rivolgere al popolo dell’opposizione che del conflitto d’interessi fa sempre la sua bandiera e il suo pezzo forte. Perché la sinistra non sia stata in grado, una volta al governo, di curare questa peste della libertà e quest’abuso di poteri. Forse gli italiani non l’hanno dimenticato del tutto. Ma il direttore non spende editoriali per analisi politiche, fossero pure colorate di commento e di note personali. Lui è stato incaricato di elogiare e difendere.
Di recitare panegirici ad ogni occasione utile. Di essere fedele. Un compito che Berlusconi a quanto pare sa chiedere in modo convincente a molti. Alle donne in un modo che conosciamo meglio e agli uomini in un altro. Forse Feltri potrebbe spiegarcelo. Un lavoro ben fatto che fa sembrare la libertà di opinione un’eccezione concessa dal sovrano, una benevola indulgenza e un segno di bontà di cui non bisogna esser sazi e di cui si deve ringraziare. E’ così che un giornalista che scriveva di Dell’Utri, della mafia e di Craxi, un giorno è diventato Minzolini.

MODIFICHE IN ATTO?

Sì,importanti modifiche costituzionali quelle che si stanno decidendo in queste ore con la palla in mano alla consulta della Corte Costituzionale per una proposta di legge che è già comunque passata lo scorso anno,uno dei primi interventi del regime che si è autoconfezionato nella nuova legislatura,il Lodo Alfano.
E subito la procura di Milano è stata esclusa dal dibattito,fatto di per se già molto negativo per il proseguimento degli interventi che si terranno in questi giorni,dicono i ben informati che al massimo sabato si arriverà ad un giudizio che potrebbe vedere il Lodo Alfano costituzionale,non costituzionale o costituzionale con riserve e modifiche.
Il premier prestigiatore ha sollevato dal cappello a cilindro delle menzogne tramite i suoi avvocati Ghedini,Pecorella e Longo(l'amico Previti è pure lui felicemente indagato in molti processi)la sostanza che essendo il dio in terra lui è il premier"primus super pares",ovvero al di sopra degli altri,intoccabile e ingiudicabile.
Una vera ondata di merda legalizzata in quanto a me sembra che Berlusconi sia più che altro"in aria"per motivi che vanno dall'abuso di psicofarmaci e di droghe all'eccesso di Viagra e non certo per suggerimento ed investitura divina come ai tempi degli imperatori cui il nostro tiranno invidia molte cose!
L'articolo a firma di L.Milella(Repubblica)traduce termini da aula giudiziaria in argomentazioni più terra terra per gente come me che non potrà mai permettersi di far scempio della Costituzione e di far parte del crimine organizzato,di essere pusher-protettore-corruttore e rimanere impunito senza usufruire della cricca di avvocati che il premier può permettersi.
Ghedini: "La legge è uguale per tutti, non la sua applicazione"Udienza chiusa alle 12, nel pomeriggio giudici in camera di consiglio.

Lodo Alfano, oggi la ConsultaI legali: "Premier sopra agli altri".

La Consulta non ammette l'intervento della Procura di Milano"Amarezza per il no, ora possibile dichiarazione di legittimità".

ROMA - "La legge è uguale per tutti, ma non necessariamente lo è la sua applicazione", "Il premier non è 'primus inter pares' come vuole la tradizione liberale, ma 'primus super pares'". Le nuove definizioni giuridiche di Niccolò Ghedini e Gaetano Pecorella, rappresentanti legali del governo davanti alla Corte Costituzionale, hanno segnato le prime ore del confronto sul Lodo Alfano, sulla cui costituzionalità, la Consulta è chiamata da oggi a decidere. La diversità del presidente del Consiglio, secondo i due avvocati giustifica il trattamento diverso dagli altri parlamentari contenuto nel lodo. E, intorno a queste definizioni, è sembrata girare questa prima giornata di discussione. E, esauriti tutti i preliminari e le presentazioni delle diverse posizioni favorevoli o contrarie alla costituzionalità del provvedimento, nel tardo pomeriggio, i quindici giudici dovrebbero entrare in camera di consiglio. Ne usciranno solo dopo aver raggiunto un verdetto: costituzionale, incostituzionale o costituzionale con indicazioni di modifiche. Quando? Dopo poche ore o fra qualche giorno. Indicativamente, entro sabato. I giudici della Consulta, infatti, dovranno affrontare altre cinque questioni che riguardano leggi regionali. Difficile, dunque, al momento prevedere i tempi della decisione sul lodo Alfano. La Consulta si è riunita al plenum, con tutti e 15 i giudici, e il lodo è al primo punto nell'ordine del giorno. L'udienza si è aperta con un minuto di silenzio per i morti dell'alluvione a Messina. Il presidente della Corte, Francesco Amirante, ha subito passato la parola al giudice relatore, Franco Gallo, per riassumere i motivi dei tre ricorsi contro la legge che sospende i processi contro le quattro più alte cariche dello stato.
Nel frattempo televisione e fotografi sono stati fatti uscire dalla sala. Dopo una sospensione di 45 minuti, i giudici hanno deciso di non ammettere l'intervento della Procura di Milano, che non sarebbe titolata a intervenire in giudizio come parte. "Vedo negativamente l'inammissibilità", ha dichiarato l'avvocato dei pm milanesi, Alessandro Pace, "apre spiragli alla non accettazione dei ricorsi contro il lodo Alfano". L'arringa dei difensori. Ai banchi della difesa gli avvocati - e parlamentari - Niccolò Ghedini e Gaetano Pecorella, insieme a Piero Longo. Prima dell'udienza si sono dichiarati tutti fiduciosi nel fatto che la sentenza "sarà di dirittto e non politica". Ed ecco, il centro della difesa del Lodo Alfano: "La legge è uguale per tutti, ma non necessariamente lo è la sua applicazione, come del resto la Corte ha già ribadito" è la motivazione con cui l'avvocato Ghedini ha aperto la sua arringa. L'avvocato ha citato come esempio "le norme sui reati ministeriali, dove la legge ordinaria distingue il comune cittadino dal ministro". E ha tirato in ballo anche le norme particolari riservate a chi ha commesso reati rivestendo incarichi nella pubblica amministrazione o nelle Forze armate. Ghedini ha difeso poi l'adozione del lodo con legge ordinaria, rigettando la differenziazione per reato. "Questa legge" ha concluso "va letta secondo il principio di legittimo impedimento". Allo stesso principio si è appellato anche Piero Longo: "Non è possibile rivestire la duplice veste di alta carica dello Stato e di imputato per esercitare appieno il proprio diritto di difesa e senza il sacrificio di una delle due". L'intervento di Gaetano Pecorella ha fatto leva invece sulla differenziazione tra parlamentari e presidente del Consiglio: "Con le modifiche apportate alla legge elettorale non può essere considerato uguale agli altri parlamentari. Non è un primus inter pares ma un primus super pares". Pecorella ha fatto notare come siano cambiate le prerogative del premier rispetto al passato: "Rimangono certamente salde le prerogative del presidente della Repubblica, ma il presidente del Consiglio è l'unico che riceve la sua legittimazione dalla volontà popolare". L'avvocatura di Stato. Alle accuse di aver tentato di influenzare la Corte, l'avvocato dello Stato Glauco Nori ha risposto: "C'è stato un equivoco, una lettura fantasiosa della nostra posizione". La memoria presentata da Nori a nome della Presidenza del Consiglio parlava di "danni irreparabili alle funzioni del governo e per il premier, costretto a doversi difendere in processo, tanto da evocare il pericolo di dimissioni. Ma lui ha precisato: "Per danni si intendono quelli che deriverebbero se si trascurassero gli impegni di governo. L'Avvocatura ha semplicemente difeso la norma, prodotto legislativo del Parlamento, che lo Stato ha il dovere di tutelare" Dopo gli interventi dei difensori l'udienza si è chiusa. La Corte ha all'ordine del giorno l'esame di altre cinque cause, poi si riunirà in camera di consiglio. Probabile, quindi, che la decisione non arriverà prima di domani. I ricorsi. Contro il lodo Alfano sono stati presentati tre ricorsi: due dai giudici di Milano, nell'ambito dei processi in cui il premier Silvio Berlusconi è imputato per corruzione in atti giudiziari dell'avvocato inglese David Mills (che nel frattempo è stato condannato in primo grado a 4 anni e 6 mesi) e per irregolarità nella compravendita dei diritti televisivi Mediaset. Il terzo è del gip di Roma chiamato a decidere se rinviare o meno a giudizio Berlusconi, indagato per istigazione alla corruzione di alcuni senatori eletti all'estero durante la scorsa legislatura. Le possibilità. E' molto ampio lo spettro delle possibili sentenze della Consulta. Plausibile il riferimento all'articolo 138 della Costituzione: il lodo, in quanto legge ordinaria dello stato, potrebbe essere giudicato incostituzionale perché va a legiferare su una materia (le prerogative di figure istituzionali) che richiederebbe una norma di rango costituzionale. In questo caso sarebbe praticamente impossibili ripresentare un "lodo bis", dato che una tale sentenza ne metterebbe in discussione proprio la natura di legge ordinaria. Ma la Corte potrebbe chiamare in causa la violazione di altri articoli della Costituzione. Si va dai più generici, come l'articolo 3 (principio di uguaglianza), ad altri più specifici: il 111, sulla ragionevole durata del processo, l'obbligatorietà dell'azione penale sancita dal 112, e ancora gli articoli che regolano le immunità per i parlamentari, il presidente della Repubblica e i ministri. E ancora: la Consulta potrebbe invece rilevare nel lodo Alfano una irragionevole disparità di trattamento tra il presidente del consiglio e i ministri. Nel caso in cui la Corte, invece, giudichi inammissibili o infondati i ricorsi presentati, il lodo resterebbe così com'è. Ma l'Italia dei Valori ha già preparato il referendum abrogativo. I commenti. "Tempistica sospetta" secondo il ministro della Infrastrutture Altero Matteoli, che non ritiene una semplice coincidenza la sentenza sul lodo Mondadori a ridosso della riunione della Consulta. Ma dichiara anche di "aspettare con serenità la decisione, il la legge è stata scritta alla luce di provvedimenti che la Corte aveva preso in passato". Dello stesso parere anche il ministro della Difesa Ignazio La Russa, che afferma di confidare "nella correttezza della Consulta". "La legge non è un'immunità, ma una sospensione dei processi", commenta il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti, che difende il lodo: "Si tratta di una misura legittima, ma anche dovuta, per consentire alle cariche istituzionali di esercitare il proprio mandato al meglio e nell'interesse del paese".

lunedì 5 ottobre 2009

SUI CORTEI

Interessante anche se lievemente catastrofista l'intervento di Ulisse Ognistrada che ha confezionato un articolo per"Senza Soste"molto critico verso il regime e forse ancor più contro l'opposizione spesso complice tacita del governo assieme a troppi sindacati lascivi nelle loro contrattazioni.
Ne emerge il disegno di un paese in qui i ministri stessi della destra aizzano il popolo ignorante italiano(per ora ampiamente sopra la metà del totale)a scendere a manifestare in piazza per protestare contro la fasulla congiura creata da Berlusconi contro se stesso.
Se il premier corruttore è stato condannato come co-imputato per il lodo Mondadori allora non vale,i magistrati sono inetti,le giurie composte da imbecilli ed è tutto contro di lui.
Ricordando che a breve il Lodo Alfano vedrà la stretta finale per l'effettiva attuazione,cosa che comunque è già di fatto,il premier mascalzone se la fa sotto e sono sempre di più i cospiratori che tramano nell'ombra nell'ambiente di destra per spodestarlo vista l'imminente caduta.
La gente può e deve manifestare se le condizioni lo richiedano,se c'è qualcosa da condannare o da mettere in risalto,e questo lo possono fare sia i berlusconiani che chiunque,a patto che non si cada nell'inganno di passare dalla parte del torto marcio.
Se la gente manifesta perchè non vuole mandare in galera Berlusconi piuttosto che un suo ministro e soprattutto incentivata ed invitata a farlo quando è proprio il regime a comandare allora si cade nel fascismo più puro,quello che esaltava le malefatte mascherandole da atti eroici e patriottici.
Qui davvero si rischia ad entrare come dice l'articolo sottostante in una guerra civile con il potere militare dell'esercito ovviamente dalla parte della destra visto che i capoccia delle forze armate e di tutti i vertici militari nel corso della Repubblica italiana sono stati allevati come provetti neofascisti nonostante la Costituzione antifascista italiana.
Li vedremo pure loro sfilare assieme ai nemici della democrazia,a quelli che si sporcano la bocca con la parola"libertà",a quelli che vigliaccamente non si fanno vedere se non in branco,insomma i soliti luridi fascisti.
Auguri per il vostro corteo e tenetevi stretti e molto vicini i vostri amici in divisa.
Il diritto di manifestare è di tutti ma se si sfila con certi simboli e si recitano certi slogan il corteo non dura tutta la vita e si deve tornare a casa,meditate!
Alla vigilia della guerra civile.

E' strano che in un paese il ministro della DIFESA abbia già previsto cortei e mobilitazioni per "difendere" il capo del governo. In ogni altro stato si griderebbe al colpo di stato perchè mai nella storia repubblicana dei ministri avevano chiamato alla mobilitazione per difendere l'esecutivo. Dico storia repubblicana perchè è evidente che il fascismo utilizzò questa opzione di controllo e sostegno al Duce in più di una occasione.Tornando ai giorni nostri per analizzare la situazione e vediamo che abbiamo di fronte un'opposizione (e già chiamarla così è un grande regalo) inesistente, subdola, incurante dei seri problemi di democrazia presenti in Italia; un Presidente della Repubblica pilatesco, che nasconde le sue responsabilità e dimostra di non conoscere le sue prerogative quando dice che "se non firmo - il lodo Alfano - è la stessa cosa", sapendo benissimo che invece sarebbe una presa di posizione politica chiara (ma del resto anche lui rientra nei beneficiari del "lodo"); una sinistra apatica che non riesce a farsi forza del fatto di essere (finalmente) fuori dalle istituzioni ma che invece ha già ipotizzato un accordo con PD e UDC in chiave antiberlusconiana. Tutti questi non sono segnali incoraggianti.Diciamocelo chiaramente, se alla fine di novembre, o il prossimo 2 dicembre, il governo chiamerà il suo popolo di ignoranti, egoisti, neofascisti e lacchè alla mobilitazione, saremo di fronte ad un inizio di latente guerra civile e ad una nuova forma di colpo di stato, messo in atto non solo con l'aiuto di esercito, polizia e carabinieri (che sempre più spesso sono chiamati a menare le mani contro cortei di lavoratori e studenti) ma anche con l'aiuto di quella piccola Italia di creduloni e veri "farabutti" che ormai da più di un decennio seguono Berlusconi come un dio.Naturalmente l'opposizione "democratica" (sia di partito che di orientamento politico) questa partita l'ha già persa anzi, mi viene il dubbio che qualcuno abbia anche da guadagnarci.Uno scenario come questo impone una riflessione attenta e soprattutto una risposta dura e immediata da parte dei sindacati di base (inutile ribadire l'inadeguatezza dei confederali) e di tutto quello che rimane dei movimenti sociali. Dagli attacchi frontali di Brunetta, alle riforme di regime della Gelmini ormai la misura deve essere colma e gli spazi di agibilità politica finiti. La crisi sta chiudendo le fabbriche in un paese dove la la crisi è iniziata ben 2 anni prima di quella internazionale, la cultura è sotto tiro, la spesa sociale inesistente, l'attacco ai lavoratori quotidiano.Permettere pure di scendere in piazza alla vera Italia dell'odio, della xenofobia e della crisi economica devastante, chiamata all'adunata sediziosa da ministri della difesa e della "cultura", è permettere di compiere questo subdolo colpo di stato ed incanalare il paese nel riscio di una guerra civile......che se malauguratamente si prefigurasse non sarebbe affatto civile!!!

sabato 3 ottobre 2009

ALTRO CHE LIBERTA' DI PAROLA!

Oggi è stata la data della manifestazione nazionale tenutasi a Roma per la libertà d'informazione organizzata dalla federazione nazionale della stampa italiana(tra gli altri)che ha avuto un buon successo numerico.
Le interviste delle parti politiche della destra fanno ridere in quanto faziose ed odiose che sembra che le persone che ascoltino siano tutte deficienti in quanto è lapalissiano che la carta stampata e le televisioni siano in mano al regime con poche eccezioni.
Una di queste è"Annozero"che però sono solo due ore in una settimana di spot informativi contro Berlusconi,non fandonie campate per aria,puntualizziamo:anche"Report"ha avuto dei problemi con la Rai controllata da vecchie conoscenze di regime come Masi.
L'articolo tratto da"Senza Soste"riporta un articolo di"Repubblica"di Curzio Maltese su Santoro & company mentre il secondo pezzo è a firma della conduttrice di"Report"Milena Gabanelli(è una lettera aperta al Corriere della sera)che racconta le difficoltà economiche affrontate dalla sua redazione che è subissata da denunce che piovono ovunque.
L'intervento evidenzia il fatto che solo in Italia ognuno è libero di diffidare e chiedere danni milionari in pratica senza rischiare nulla,ovvero che se gli va bene uno raggranella soldi facili,mentre nel resto d'Europa chi infama senza motivo è costretto a pagare molto più di ciò che aveva richiesto!
A Porta a Porta va in onda il processo ad Annozero. Mentre Report è a rischio per una polizza.

IL PROBLEMA per una volta non era Santoro. E nemmeno Travaglio. Il problema era lei, Patrizia D'Addario. Una che il presidente del Consiglio può portare a letto, ma un presentatore non può invitare in tv per farla parlare. Berlusconi era "profondamente indignato", perché "la tv pubblica non deve dare spazio a certi personaggi". Al massimo, si può pensare di candidarli al Parlamento europeo, come lui aveva progettato di fare, prima di essere fermato da Veronica Lario. Sembra una canzone di Fabrizio De Andrè, questa storia della prostituta cercata di notte e ripudiata alla luce dei riflettori. Santoro non trova un politico di centrodestra disponibile a frequentare la stessa trasmissione inquinata da "quella là". Eppure nessuno di loro s'è mai sentito in imbarazzo a presentarsi nelle liste elettorali accanto a Patrizia e le altre. Nessuno ha chiesto spiegazioni al capo. A fine impero, Berlusconi può fare quello che vuole, candidare chi gli pare per motivi più o meno confessabili. L'importante è che il cavallo o la cavalla nominati senatori non prendano la parola per raccontare come sono andati i fatti. Prima di ieri, Patrizia D'Addario era stata intervistata da sei televisioni straniere. I filmati erano stati distribuiti in una trentina di paesi. La televisione italiana è arrivata per ultima e, com'è noto, fra mille difficoltà e minacce. L'uomo che governa l'Italia ha dedicato gli ultimi giorni a escogitare ogni forma di pressione per impedire la presenza in video dell'escort barese. Ha smosso i vertici Rai e il ministro Scajola. A proposito del fatto che "esistono problemi più seri". Fallito l'ultimo e un po' grottesco tentativo di boicottaggio, un papiro di otto pagine con un parere legale catapultato dal direttore di Raidue a Santoro poco prima della messa in onda, Berlusconi è passato alla fase due, la controprogrammazione. Con Bruno Vespa e Maurizio Belpietro nel ruolo di avvocati difensori, come se non avesse abbastanza. Dopo essere stati convocati a palazzo dal premier nel pomeriggio, i due fidi giornalisti hanno dato vita ieri sera a un'incredibile puntata di Porta a Porta dedicata a smontare il programma appena andato in onda sull'altra rete Rai.
Simbolo dell'arlecchinesca trovata il direttore di Libero Belpietro, il quale, come il mitico Soleri, saltabeccava da una rete all'altra per servire il padrone. Per avere un'idea di come funzioni una democrazia, vale la pena di ricordare che nel 1999, mentre Bill Clinton era nel pieno del secondo mandato alla Casa Bianca, Monica Lewinski fu intervistata per due ore dalla Abc e vista da cento milioni di americani. Senza che né Clinton né un solo esponente politico democratico si sognasse di protestare. Naturalmente la Lewinski fu invitata, come la D'Addario, da decine di televisioni straniere. Compresa la Rai, con il personale plauso di Agostino Saccà, buon amico del presidente del consiglio. Alla fine la celebre stagista della Casa Bianca aveva accettato di partecipare a Porta a Porta, ma rinunciò all'ultimo momento perché non aveva ottenuto di far togliere la parola "sexgate" dai titoli di testa. Bruno Vespa, nel caso di Clinton, non aveva ancora scoperto il rispetto della privacy e il disgusto per il gossip esibito a piene mani ieri sera. La mancata presenza della Lewinski su Raiuno era costata ventimila euro alla tv di Stato. Clinton non l'aveva mai candidata a cariche pubbliche. Carl Bernstein da New York ha tutto il diritto di dirci che la nostra non è una democrazia ma "una specie di sistema sovietico". Patrizia D'Addario ha avuto la sfortuna di andare a letto con il presidente del consiglio italiano e non con il presidente Usa, quindi non è stata pagata dalla Rai. È andata da Santoro gratis, dopo aver "sputtanato Berlusconi in mondovisione", per usare l'espressione di Belpietro. Ha raccontato la sua storia, la sua storia sbagliata e proibita nell'"harem del presidente". L'harem di venti ragazze che gli portava a palazzo l'amico e compagno di merende Giampi Tarantini. Tutte vestite, truccate, pagate uguali, costrette poverine a vedere il filmato celebrativo, convocate dallo stesso sogno di una celebrità qualsiasi ottenuta in qualsiasi modo. Al di là della politica, delle inchieste, dello stesso caso Berlusconi, è come se le parole di Patrizia facessero cadere un sipario e mostrassero quello che c'è dietro l'Italia visibile e vista in questi decenni, dietro l'eterno spettacolo televisivo, dietro tutte le domeniche in, tutti i talk show, tutti i grandi fratelli di questi anni, la finta allegria, il falso successo. Un mondo di solitudine, di vuoto, d'infinito squallore.

LETTERA Di MILENA GABANELLI AL QUOTIDIANO

Ho una trentina di cause. E non riesco ad avere una polizza per le spese legali. Solo una compagnia inglese e una americana disponibili a rifondere il danno, ma non le spese
Luigi Ferrarella, sulle pagine di questo giornale, ha sollevato un problema che condivido e mi tocca da vicino: la pressione politica (che in Italia è particolarmente anomala) sul condizionamento della libertà d’informazione forse non è l’aspetto più importante, anche se ciclicamente emerge quando coinvolge personaggi noti. Per questo facciamo grandi battaglie di principio e ignoriamo gli aspetti «pratici». Premesso che chiunque si senta diffamato ha il diritto di querelare, che chi non fa bene il proprio mestiere deve pagare, parliamo ora di chi lavora con coscienza. Alla sottoscritta era stata manifestata l'intenzione di togliere la tutela legale.
La direzione della terza rete ha fatto una battaglia affinché questa intenzione rientrasse, motivata dal dovere del servizio pubblico di esercitare il giornalismo d’inchiesta assumendosene rischi e responsabilità. Nell’incertezza sul come sarebbe andata a finire ho cercato un’assicurazione che coprisse le spese legali e l’eventuale danno in caso di soccombenza dovuta a fatti non dolosi. Intanto sul mercato italiano, di fatto, nessun operatore stipula polizze del genere, mentre su quello internazionale questa prassi è più diffusa. Bene, dopo aver compilato un questionario con l’elenco del numero di cause, l’ammontare dei danni richiesti e l’esito delle sentenze, una compagnia americana e una inglese, tenendo conto del comportamento giudicato fino a questo momento virtuoso, si sono dichiarate disponibili ad assicurare l’eventuale danno, ma non le spese legali. Sembra assurdo, ma il danno è un rischio che si può correre, mentre le spese legali in Italia sono una certezza: le cause possono durare fino a 10 anni e chiunque, impunemente, ti può trascinare in tribunale a prescindere dalla reale esistenza del fatto diffamatorio.
A chi ha il portafogli gonfio conviene chiedere risarcimenti miliardari in sede civile, perché tutto quello che rischia è il pagamento delle spese dell’avvocato. L’editore invece deve accantonare nel fondo rischi una percentuale dei danni richiesti per tutta la durata del procedimento e anticipare le spese ad una montagna di avvocati. Solo un editore molto solido può permettersi di resistere. Quattro anni fa mi sono stati chiesti 130 milioni di euro di risarcimento per un fatto inesistente, e la sentenza è ancora di là da venire. Se alle mie spalle invece della Rai ci fosse stata un’emittente più piccola avrebbe dovuto dichiarare lo stato di crisi. Visto che ad oggi le cause pendenti sulla mia testa sono una trentina, è facile capire che alla fine una pressione del genere può essere ben più potente di quella dei politici, e diventare fisicamente insostenibile. Questo avviene perché non esiste uno strumento di tutela. L’art. 96 del codice di procedura civile punisce l’autore delle lite temeraria, ma in che modo? Con una sanzione blanda, quasi mai applicata, che si fonda su una valutazione tecnica «paghi questa multa perché hai disturbato il giudice per un fatto inesistente». Nel diritto anglosassone invece la valutazione è «sociale», e il giudice ha il potere di condannare al pagamento di danni puntivi «chiedi 10 milioni di risarcimento per niente? Rischi di doverne pagare 20». La sanzione è parametrata sul valore della libertà di stampa, che viene limitata da un comportamento intimidatorio. La condanna pertanto deve essere esemplare. Ecco, copiamo tante cose dall’America, potremmo importare questa norma. Sarebbe il primo passo verso una libertà tutelata prima di tutto dal diritto. Al tiranno di turno puoi rispondere con uno strumento politico, quale la protesta, la manifestazione, ma se sei seppellito dalle cause, anche se infondate, alla fine soccombi.

giovedì 1 ottobre 2009

NAPOLI REBELDE!

I compagni napoletani assieme a moltissime realtà come l'Onda degli studenti,comitati ambientalisti e di immigrati,ieri in numerosa presenza hanno sfilato per il quartere Materdei dove da qualche tempo Casa Pound ha aperto una letamaia.
I video proposti da diversi luoghi e diversi punti di ripresa fanno vedere la compattezza dei manifestanti contro il nazifascismo proprio dei ratti di fogna dell'organizzazione di estrema destra di Fogna Pound,naturalmente protetti dagli sbirri loro compagni di giochi che piuttosto di andare e prenderli a calci in faccia come sancirebbe la Costituzione se la prendono con chi sulla Carta non ci sputa o ci caga addosso,non la violenta e la straccia.
Comunque niente di gravissimo anche se qualche compagno ne è uscito un pò malconcio mentre i ratti in un eccesso di icarismo se ne stavano rifugiati sopra al tetto(cinque sfigati che per l'occasione avevano smesso con le loro orge nazifasce)preoccupati perchè gli sbirri per un momento erano molto titubanti sul daffarsi con evidenti scazzi al loro interno.
Il movimento a Napoli è molto vivo e ciò lo dimostra il forte numero di presenti per un corteo organizzato di mercoledì e con poche ore di preavviso,solidarietà con Napoli antifascista e tutto il movimento italiano ed europeo.
L'articolo tratto dal sito Antifa è stato scritto dalla Rete napoletana contro il razzismo, il neo-fascismo e il sessismo...avanti così!

Oltre 5000 persone! il corteo antifascista, le presenze, le cariche... la mobilitazione continua!

Oltre 5000 persone sono partite oggi da piazza Dante per il corteo contro il razzismo, il neo-fascismo e il sessismo. Studenti delle scuole superiori e dell'università , i movimenti sociali napoletani, il coordinamento dei precari della scuola, i collettivi Glbt, una folta rappresentanza del coordinamento degli immigrati, associazioni come Attac, i comitati ambientalisti come Chiaiano e realtà democratiche di Materdei (il comitato di quartiere che ha già fatto un manifesto contro Casapound, i giovani del Pd, della sinistra radicale e di alcune associazioni) . Una presenza imponente (in un giorno feriale...) che probabilmente oggi nessuna forza politica della città riesce a mobilitare!Il collante che ha tenuto insieme tutte queste presenze era semplice: nell'anniversario delle quattro giornate di Napoli, il rifiuto totale della presenza di gruppi xenofobi e neofascisti nei nostri quartieri! Come Casapound nel convento di Materdei. Quest'organizzazion e che si presenta con la faccia pulita davanti alle telecamere per cercare legittimazione, è parte di una struttura nazionale che ovunque organizza lo squadrismo contro gli immigrati, le diversità e gli studenti (vedi la famosa aggressione di piazza Navona). Il loro leader Iannone è un convinto negazionista dell'Olocausto, si definisce un "fascista del terzo millennio" e considera Hitler "un rivoluzionario" .

Basta fare un giro su You tube o google per sincerarsene. ..Il resto è ipocrisia, parallelismi che non stanno ne in cielo ne in terra. Noi non siamo di nessun partito. Siamo gli studenti dell'Onda che si mobilitano nelle scuole e nelle università per difendere il diritto allo studio, quelli che occupano e riaprono dal basso spazi sociali da anni, quelli che hanno resistito alla devastazione ambientale della nostra regione da Chiaiano ad Acerra, che lottano contro la precarietà e il carovita. Rivendichiamo questi diritti e ci riprendiamo il diritto a mandare via dai nostri quartieri organizzazioni incostituzionali che teorizzano e organizzano la prevaricazione razziale, incoraggiati forse da un governo che lascia morire in mare o nei campi libici migliaia di migranti e di profughi.Il corteo ha avuto una voce poliforme, dai Kalifoo ground music, immigrati di castelvolturno che hanno costituito un gruppo musicale il cui nome "Kalifoo" significa "schiavo a giornata", alla voce di giovani precarie che la vulgata neofascista rivorrebbe chiuse in casa...Pur essendoci grande rabbia, la manifestazione ha attraversato tutta Materdei, in cui diversi di noi pure abitano, in maniera assolutamente pacifica e colorata. Per rispetto del quartiere e per continare a comunicare come già si è fatto in tutti questi giorni.Usciti dal quartiere, su via Santa Teresa, abbiamo chiesto di deporre una targa in Salita San Raffaele a Maddalena Cerasuolo, resistente proprio del quartiere Materdei, protagonista in quelle strade nella difesa della città. Abbiamo chiesto che potesse farlo almeno una delegazione di 10 persone. La polizia ha negato questa possibilità, sostenendo che potevano esserci provocazioni verso la delegazione. "Perchè?" - "Perchè sono fascisti"... Smascherata questa ipocrisia, il corteo ha provato a passare con schermi difensivi su cui erano delle gigantografie dei motivi della manifestazione, il no al razzismo e a chi inneggia agli orrori della tirannia, come i campi di concentramento. (le foto erano di un ragazzo africano pestato dai neo-fascisti, di Auschwitz e delle deportazioni nel ghetto di Varsavia).La polizia ha respinto il tentativo, poi però ha anche caricato inutilmente gli studenti nel mezzo per spaccare in due tronconi il corteo. E ha preso a sparare lacrimogeni verso l'alto dove si trovavano studenti inermi.Alla fine sei manifestanti sono rimasti feriti e due sono stati ospedalizzati. Uno in particolare è ferito in modo pesante con 7 punti di sutura alla testa! In questa circostanza la testa del corteo, arretrando, ha usato qualche fumogeno e qualche petardo per non essere caricata lungo la discesa. Li la situazione si è tranquillizzata e le due parti di corteo si sono ricongiunte al museo, per terminare a piazza Cavour.Ma la mobilitazione non si arresta! l'assemblea antirazzista e antifascista si riunirà all'Università venerdi prossimo alle 17. La mobilitazione continua! Noi i fascisti non li vogliamo!!Qualcuno pensa che disseminare un pò di squadristi in giro possa far digerire precarietà, carovita e discriminazione degli immigrati. La riattualizzazione di un vecchio giochino... Ma chi ha occhi per vedere sa che i numeri di oggi dimostrano che c'è una generazione di napoletani che è determinata a cambiare la sua città!
"Non si può essere tollerante con gli intolleranti" Hannah Harendt.

Rete napoletana contro il razzismo, il neo-fascismo e il sessismo.