mercoledì 6 maggio 2015

AZIENDA SCUOLA

Lo sciopero ieri degli insegnanti e degli studenti che hanno visto le piazze italiane invase pacificamente da migliaia di persone sembra come al solito non aver cambiato l'indirizzo del governo che dalla bocca del premier Renzi e del ministro Giannini già affermano che si tira dritto verso ahinoi un passo indietro di decenni nel sistema scuola Italia.
Mi limito a introdurre una lettera di un insegnante che spiega molto meglio di quello che realmente fanno i mass media sempre più ammorbati dalle ingerenze dell'esecutivo e di chi anche sta dall'altra parte,conscio che un lavoro del genere nemmeno l'ex ministro dell'istruzione Gelmini aveva saputo fare,in peggio ovviamente.
Perché ora la scuola sta diventando un'azienda con dirigenti e sponsor,chissà cosa potremo leggere prossimamente sui testi scolastici con le multinazionali che scriveranno questi libri dove milioni di studenti cercheranno d'istruirsi:si cambierà la storia,ci sarà un revisionismo sempre più pressante e davvero quello che potrebbe accadere nel giro di poco tempo avrà conseguenze allucinanti.
E mi limito solo a parlare di come si potrebbe peggiorare l'insegnamento in se senza parlare della sicurezza degli edifici,della disparità di scuole pubbliche e private e della ghettizzazione degli alunni sia in base al ceto sociale,che alla ricchezza e allo stato di salute fisica e mentale.

Cari studenti e cari genitori,
vorremmo provare a spiegarvi i motivi che ci hanno fatto scegliere di scioperare il 5 maggio 2015. Possiamo immaginare che una giornata in cui la scuola è chiusa possa causarvi un disagio ma ci piacerebbe vi fosse chiaro che non siete voi la nostra controparte e non intendiamo mettervi in difficoltà.
Al contrario, vorremmo farvi capire le nostre ragioni e ricordarvi che lo sciopero, oltre che una forma di protesta, è anche un sacrificio per chi vi aderisce.
Infatti quando si protesta non andando al lavoro si perde lo stipendio di quella giornata; quindi chi decide di scioperare è come se pagasse direttamente per manifestare il proprio disaccordo.
Sui volantini dei sindacati potrete trovare i motivi dello sciopero e noi protestiamo per quei motivi ma anche perché crediamo che le proposte del Governo, in discussione in questi giorni, siano contrarie a quelle necessarie a creare davvero una “buona scuola”.
Infatti, se verranno approvate le proposte presentate, il senso della scuola pubblica (così come previsto dalla nostra legge più importante che è la Costituzione della Repubblica Italiana) verrebbe completamente alterato.
In questa lettera non vi parleremo di come potrebbe cambiare il nostro lavoro, ma di come potrebbe cambiare la scuola per le famiglie e per gli alunni.
Vi sarete accorti che, da qualche anno, chi parla di scuola lo fa come se parlasse di un negozio, di un'azienda, di una fabbrica. Ci sono le "offerte" formative, si cerca di "risparmiare" razionalizzando, i responsabili sono i "dirigenti" e non più i presidi, le scuole si fanno "pubblicità" sui giornali, i "profitti" degli alunni sono valutati con i test; perfino il termine "competenza" è spesso avvicinato al significato della "competizione", cioè di una gara, e non interpretato nel suo senso originario che è "andare insieme" o ancor meglio "arrivare ad uno stesso punto".
È molto importante fare attenzione alle parole che si usano e che vengono usate, e sarebbe davvero bello se ognuno "assomigliasse alle parole che dice ".
La scuola non è un supermercato o un'azienda dove ognuno può essere illuso dalla pubblicità e poi comprare ciò che desidera;
"la scuola è un organo costituzionale” che ha il compito di istruire facendo acquisire conoscenze e competenze, di far crescere e formare cittadini valorizzando la loro persona nel rispetto delle differenze e delle identità di ciascuno e di ciascuna.
La nostra Repubblica ha il compito di "dettare le norme generali sull'istruzione ed istituire scuole statali per tutti gli ordini e gradi."
Questi compiti assegnati alla scuola pubblica sono costosi, sia nel senso economico che dell'impegno ma, come recitava uno slogan di qualche anno fa, l'ignoranza costa molto di più.
I costi per mantenere la scuola sono pagati dalle tasse che ciascuno dei cittadini italiani paga (o dovrebbe pagare).
Quando si legge su piano della "Buona Scuola" che “Le risorse pubbliche non saranno mai sufficienti a colmare le esigenze di investimenti nella nostra scuola” vuol dire che non ci saranno maggiori investimenti pubblici (infatti c'è scritto che “i limiti saranno quelli delle risorse disponibili ”) ma che si chiederanno soldi ai privati cittadini.
In definitiva le famiglie, che già contribuiscono in maniera importante, pagheranno molto di più anche perché sul piano della cosiddetta "Buona Scuola" sono previsti: l'entrata di "sponsor" che condizioneranno i programmi ed i piani dell’offerta formativa, il finanziamento delle scuole private ed il versamento di parte del proprio contributo fiscale per finanziare i progetti scolastici.
1 Il riferimento è ad una frase dello scrittore Stefano Benni: "Bisogna assomigliare alle parole che si dicono. Forse non parola per parola, ma insomma ci siamo capiti."
2 Lo ha detto Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituzione.
3 Vedi anche la Legge di Iniziativa Popolare per una Buona Scuola per la Repubblica (LIP).
4 Vedi l'art. 33 della nostra Costituzione
In televisione è stato detto che sarebbero stati assunti molti insegnanti precari che avrebbero risolto il problema dei supplenti; poi però, quando è stato il momento giusto per assumerli, il Governo non lo ha fatto e, per farlo in misura inferiore a quella necessaria, ha preteso in cambio una delega su 13 fondamentali aspetti della scuola. In pratica è come se qualcuno dicesse: "Assumerò una parte degli insegnanti solo se poi posso decidere da solo come trasformare la scuola".
In televisione è stato detto che è ridicolo che qualcuno protesti contro un governo che assume gli insegnanti precari ma non si è detto che, in realtà, il nostro Paese è stato condannato dalla Corte di Giustizia Europea ad assumerli perché erano già stati impiegati per il periodo giusto a maturare il loro diritto di lavorare stabilmente.
In televisione non si dice che l'integrazione degli alunni con disabilità sta per assumere un carattere sempre più sanitario e meno scolastico; in tal modo il personale di sostegno sarà sempre di meno, i centri specializzati sempre di più e si realizzerà quel processo di separazione fra alunni cosiddetti normali ed altri cosiddetti con Bisogni Educativi Speciali che non aiuterà a migliorare la scuola dell'inclusione.
È facile prevedere cosa accadrà nel giro di pochi anni: si moltiplicheranno le scuole private per chi potrà permettersele, si creeranno le scuole pubbliche di lusso nei quartieri bene delle città e si moltiplicheranno le scuole pubbliche senza risorse e senza speranza nei quartieri popolari e nelle periferie povere. Scuole di serie A e scuole di serie B, scuole per ricchi e scuole per poveri. Un salto indietro di decenni. Cresceranno le disuguaglianze in modo drammatico, di nuovo accadrà che i figli dei dottori faranno i dottori mentre i figli degli operai faranno gli operai.
Non è una “buona scuola” quella nella quale si creeranno sempre più momenti di separazione, di competizione, di conflittualità; non lo è quella dove un dirigente da solo, sulla base di criteri arbitrari, deciderà di distribuire gli insegnanti come e dove gli pare; non lo è quella dove le decisioni verranno condizionate dalle aziende; non lo è nemmeno quella dove le “buone scuole” saranno finanziate solo se le stesse otterranno un buon risultato nei test; non lo è infine quella dove il contributo dei genitori è più alto dei contributi statali.
È contro questo simile progetto di scuola che manifesteremo il nostro dissenso.
Noi pensiamo che una buona scuola sia quella dove ci sono edifici sicuri, dove le classi siano composte da un massimo di 22 alunni, dove si impara insieme sentendosi attivamente parte di una comunità, dove si lavora in modo cooperativo, dove si sperimentano concretamente forme di democrazia.
Nel bellissimo film "Gli anni in tasca" di Francois Truffaut il maestro Richet parla ad i suoi alunni, prima delle vacanze, dicendo loro: "Il mondo non è giusto e forse non lo sarà mai, ma è necessario lottare perché ci sia giustizia, bisogna, bisogna farlo: le cose cambiano, ma lentamente; le cose migliorano, ma lentamente.... E i cambiamenti si ottengono solo reclamandoli energicamente..." Crediamo in queste parole come crediamo in un’altra scuola e quindi in un’altra società: solidale, inclusiva, pacifica.
Non investire sulla scuola è grave per il futuro dei vostri e dei nostri figli.
I veri problemi della scuola andrebbero affrontati seriamente garantendo partecipazione, dialogo, confronto, ascolto, rispetto delle persone, delle loro capacità, abilità e competenze.
Siamo a disposizione per confrontarci con chiunque lo desideri e per eventuali richieste di materiale utile ad una corretta informazione. Ringraziandovi per l'attenzione, Vi chiediamo di aiutarci a difendere la vostra scuola, la nostra scuola.

martedì 5 maggio 2015

LA LEGGENDA DEL GRANDE TORO

Sono in un ritardo di un giorno ma i tifosi di calcio non me ne vorranno per questo piccolo errore di puntualità per commemorare la squadra del grande Torino che il 4 maggio 1949 di ritorno da una partita amichevole giocata a Lisbona si schiantò con l'aereo che li trasportava presso la basilica di Superga.
Morirono tutti,giocatori,dirigenti,giornalisti e piloti in una tragedia che scosse l'Italia che tentava di uscire dal tunnel della guerra,e proprio il Torino incarnava la voglia di riscatto di un intero paese che ancora si stava leccando le ferite dal conflitto appena terminato.
Quella,a detta di tutti,fu una delle più grandi squadre di calcio mai esistite,fu praticamente la nazionale italiana dell'immediato dopoguerra ed un simbolo di grandezza e di rispetto in un calcio ancora lontano dall'idiozia che tante volte vede dentro e fuori i campi di calcio episodi vergognosi.
L'articolo è preso da Senza Soste.

4 maggio 1949: il Grande Torino e la strage di Superga

Valerio Nicastro - tratto da http://www.delinquentidelpallone.it

Ci sono dei giorni che si vorrebbero cancellare dal calendario, dalla Storia. Dei giorni che si vorrebbe non fossero mai esistiti, e invece diventano parte della nostra memoria, diventano un pezzo irrinunciabile dei nostri ricordi. E’ quello che succede ogni 4 di maggio. Perchè la memoria corre al 4 maggio del  1949. Il giorno in cui la memoria collettiva del calcio italiano dovette fare spazio alla più grande tragedia sportiva del calcio italiano. Il giorno in cui una collina e una Basilica si presero, per sempre, una delle squadre più forti di tutti i tempi. Perchè spesso abusiamo delle parole, spesso giochiamo a dire che giocatori e squadre così non torneranno mai più. Ma in questo caso è tutto assolutamente vero: una squadra come il Grande Torino non tornerà più, mai più.
Se ne andarono in un pomeriggio di nebbia. Un pomeriggio in cui la nebbia abbracciava il cielo di Torino e nascondeva ogni cosa. Nascondeva anche l’imponente Basilica di Superga, che improvvisamente si manifestò a pochi metri dall’aereo che riportava a casa il Torino. Il Torino che era andato, in pieno campionato italiano, a giocare un’amichevole a Lisbona. Si ritirava dal calcio Francisco Ferrera, stella della squadra lusitana, e aveva invitato il suo amico Valentino Mazzola per un’amichevole celebrativa.
Si, un’amichevole celebrativa con il campionato italiano ancora in corso. Ma si trattava di formalità, il Torino se lo poteva permettere. Era la squadra più forte d’Italia, e anche quel campionato era già in cassaforte. Potevano permettersi anche di andare a giocare un’amichevole in piena stagione.

Se ne andarono per non andarsene mai più. Quando il Fiat G212 che trasporta la squadra granata si abbatte sul muraglione della Basilica di Superga, è subito chiaro a tutti che niente sarà più come prima. Dai rottami del velivolo si alza un fumo nero, denso. Dagli occhi di chi si reca, immediatamente, sul posto, scendono lacrime che non si possono trattenere.
Uno dei primi a giungere sul posto è Vittorio Pozzo, il leggendario allenatore della Nazionale italiana bicampione del mondo, al quale toccherà l’ingrato compito di riconoscere la gran parte delle vittime del disastro. E si, perchè quel Torino era talmente forte che erano la colonna portante dell’Italia. L’11 maggio del 1947, in una partita contro l’Ungheria del grandissimo Puskas, degli undici in campo, dieci erano granata. Solo Sentimenti IV, in porta, rappresentava l’altra metà del cielo su Torino, quella bianconera.
Il Torino era riuscito a diventare l’orgoglio dell’Italia intera. Un paese ancora in ginocchio, che stava ancora rimettendo a posto i cocci dopo i duri anni della guerra. Una squadra che seppe prendere per mano lo sport italiano e scriverne pagine indimenticabili. Regalavano sogni e spensieratezza in un momento difficile, erano motivo di lustro e onore per tutto il Paese, non solo per i tifosi granata. Erano diventati il simbolo dell’Italia che sa cadere e rialzarsi, rimboccandosi le maniche e faticando.
Il giorno dei funerali, Torino si stringe in massa attorno ai suoi ragazzi. La commozione è incredibile, le lacrime rigano i volti dei tantissimi che affollano le strade della città, venuti a dare l’ultimo saluto ai ragazzi. E’ il giorno più triste di tutti.
Bacigalupo, Aldo e Dino Ballarin, Bongiorni, Castigliano, Fadini, Gabetto, Grava, Grezar, Loik, Maroso, Martelli, Mazzola, Menti, Operto, Ossola, Rigamonti, Schubert. E poi i tecnici ( Egri Erbstein, Leslie Levesley ),  dirigenti (Arnaldo Agnisetta, Ippolito Civalleri), giornalisti (Renato Casalbore, Renato Tosatti, Luigi Cavallero), membri dell’equipaggio. Andati via per sempre, senza appello. E’ la tragedia sportiva italiana peggiore di tutti i tempi.
E’ come se un improvviso colpo di spugna avesse cancellato passato e presente del calcio azzurro. E avesse condizionato per sempre il suo futuro. Tanto è vero che per la successiva edizione dei campionati del Mondo, la Nazionale azzurra decise di andare in Brasile in nave. Nessuno se la sentì di mettere piede su un aereo. Troppa la paura, troppo forte il ricordo di quella squadra sparita in un maledetto pomeriggio di nebbia.

Aveva vinto quattro scudetti consecutivi il Torino, prima che il destino arrivasse, improvviso, beffardo e spietato, a portarsi via 31 tra giocatori, tecnici, dirigenti, giornalisti in quel maledetto pomeriggio. Ne aveva vinti quattro, ne vincerà cinque in fila perchè lo Scudetto di quell’anno gli verrà assegnato a tavolino. E’ in quel pomeriggio maledetto che nasce la leggenda del Cuore Toro. Perchè solo chi ha perduto i suoi figli più amati sa cosa voglia dire continuare a lottare per loro.
Solo chi ha vissuto il dolore fino in fondo, dentro al cuore, ha la forza di continuare a crederci sempre. Perchè da quel pomeriggio, il Torino sarà una squadra speciale. Una squadra a cui sul campo succederà di tutto, una squadra che vivrà retrocessioni, momenti bui, rischierà di fallire. Ma che continuerà a lottare, con orgoglio, con nel cuore il ricordo di un passato che non si potrà mai cancellare.
Ogni anno, il 4 maggio, migliaia di tifosi granata, scalano la collina di Superga, e salgono lì a rendere omaggio ai loro eroi. La messa delle 17.03, l’orario del tragico schianto che in pochi minuti distrusse l’epopea di quella squadra mitica. Il Capitano del Torino che legge, solennemente, i nomi delle vittime di quel 4 maggio del 1949. Gli applausi, le lacrime, le sciarpe che si levano al cielo. E il pensiero, triste ma carico di orgoglio, che una squadra  come il Grande Torino non tornerà mai più su questa Terra. Ma continuerà a vivere nella leggenda del calcio.
4 maggio 2015

domenica 3 maggio 2015

LE PROTESTE DI BALTIMORA

Breve commento ad un articolo di Infoaut che riporta un'analisi sui disordini di Baltimora in particolare,sempre comunque ampliando il ragionamento su tutte le grandi città Usa sempre più divise in ghetti tra neri e bianchi,tra poveri e ricchi.
La questione razziale negli Stati Uniti non si è mai conclusa,sono ancora troppe le divergenze di trattamento che le presone ricevono in base al colore della propria pelle,anche se passi in avanti si sono fatti dal periodo in cui le discriminazioni erano anche alimentate dalla legge.
Ecco perché Baltimora dopo la morte dovuta all'ennesimo abuso poliziesco sta marciando nel nome di Freddie Gray,ecco perché la città sta vedendo violenze che stentano ad essere domate:suggerisco l'articolo dello scorso novembre sui riots di Ferguson dello scorso anno(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2014/11/ferguson-come-ferrararomafirenzemilano.html )
 
Perché Baltimora si è ribellata.


Abbiamo tradotto questo testo da JacobinMag, utile punto di vista da cui partire per osservare nella maniera a nostro modo corretta quanto sta succedendo a Baltimora. Segnaliamo altri approfondimenti utili, mentre contemporaneamente prepariamo nuove traduzioni e nuove riflessioni sulla vicenda. Qui potete trovare una prospettiva più "storica" sul tema della razza e del conflitto negli States, qui invece una più antica traduzione, diremmo con il senno di poi premonitrice, su Ferguson e le sue conseguenze. Suggeriamo inoltre, qui e qui, la recensione critica in due parti della serie-tv TheWire, ambientata proprio a Baltimora; concludiamo con il link (primo di una serie tutti rintracciabili su YouTube) di un incontro proprio su quanto accaduto a Ferguson tenutosi a Bologna qualche mese fa. Buona lettura.
Redazione Infoaut


Il punto saliente a Baltimora non sono i danni causati dai manifestanti, ma l'opprimente povertà e l'abbandono creati dal capitale
di Shawn Gude
Alcuni giorni prima che l'agitazione sociale a Baltimora raggiungesse livelli che non si vedevano da decenni, Dan Rodricks, editorialista liberale del Baltimore Sun, ha raffigurato un'immagine della marcia di sabato contro la violenza della polizia. Pacifica. Per famiglie. Un'espressione di rabbia ammissibile. Concludeva tuttavia funereo: “Ma mentre scrivo queste parole, la marcia per Freddie Gray è diventata violenta...”, “Il sogno della Baltimora Futura è infranto”. Qual'era la causa dei lamenti di Rodricks? Apparentemente la distruzione di una manciata di auto della polizia e le finestre infrante degli edifici commerciali nell'Inner Harbour [la parte centrale e ricca della città ndt]. E quale sarebbe la “Baltimora Futura” che occupa la sua immaginazione? Una visione costruita non sull'investire copiosamente nelle comunità da tempo abbandonate, ma sull'attrattività per i turisti e i giovani professionisti. E' una visione che ha lasciato intatte le diseguaglianze razziali e di classe – perfino mentre strombazzava venture oppurtunità e possibilità di inclusione.
Baltimora, dunque, è come molte altre città con i rispettivi Freddie Gray: un posto nel quale il capitale privato ha lasciato marcire enormi sezioni della città, dove un abisso separa le possibilità di vita tra i residenti bianchi e quelli neri – e dove i poliziotti vigilano brutalmente su una popolazione “usa e getta”.

La sollevazione di ieri si è data nello stesso giorno della sepoltura di Gray, il venticinquenne la cui spina dorsale è stata quasi completamente spezzata mentre era in stato di fermo di polizia. Le proteste non si sono mai interrottae dal giorno della sua morte, il 19 aprile. La ribellione è cominciata quando la polizia era ammassata presso un centro commerciale a Baltimora ovest, dopo aver sostenuto che sui social network gli studenti facessero appello a una “epurazione” e dopo aver rilasciato istrionici rapporti secondo i quali si sarebbe costituito un “patto tra gang” per colpire la polizia. Nell'intensa (per quanto sbilanciata) zuffa che è seguita, la polizia ha sparato lacrimogeni e proiettili di gomma; la giovane folla ha lanciato mattoni e bottiglie d'acqua (e alcuni poliziotti hanno risposto rilanciando indietro tali oggetti).

Spargendosi nei quartieri limitrofi, la manifestazione è cresciuta d'intensità nel tardo pomeriggio e nella prima serata. Quando verso le 5.30 sono arrivato a Pennsylvania and North, a circa un miglio a sud dal supermercato, una coltre di fumo oscurava la strada. Ho superato un paio di auto bruciate della polizia. La fonte del fumo era un CVS [importante catena farmaceutica ndt] saccheggiato all'incrocio. Alcuni manifestanti urlavano contro una linea di poliziotti allineati dall'altra parte della via, ma la folla si era notevolmente assottigliata. Uno sporadico manifestante scattava indietro dopo essere investito dallo spray al peperoncino. Un assortimento di confezioni di cibo, probabilmente provenienti dalla farmacia, erano sparse per terra.

Nell'intento di disperdere i manifestanti e gli spettatori rimasti, i poliziotti in assetto antisommossa lanciarono delle bombe fumogene. Avanzarono all'unisono, battendo i manganelli sugli scudi di plastica e intonando un inquietante coro: “Indietreggiate, indietreggiate, indietreggiate”.

Più in basso, all'incrocio successivo, c'era un'immagine di catarsi e di genuina gioia: due giovani ballavano Michael Jackson – uno in mezzo alla strada, l'altro sopra un camion giallo – con la musica frammista ai suoni delle autopompe dei pompieri.

Ma dell'intera scena il punto saliente non era la distruzione provocata dai manifestanti – la macchina della polizia demolita, il Payday Loan Store [un'agenzia prestiti statunitense ndt] distrutto – ma quella provocata dal capitale: le case a schiera decrepite e sbarrate con le assi, lo sfitto e le stamberghe di una città piena di queste costruzioni.

Sono queste le strade per le quali Larry Hogan, governatore del Maryland, ha dichiarato lo stato di emergenza, le stesse strade che soffrono delle sue politiche di austerità. Queste sono le strade che hanno sopportato tassi astronomici di disoccupazione per decenni, anche se i democratici hanno da sempre guidato incontrastati la città. E queste sono le strade dove i poliziotti hanno piegato il corpo di Freddie Gray “come un origami”, per poi ammanettarlo sul retro di un mezzo della polizia e ritardando la chiamata di un'ambulanza.

Dopo le proteste di sabato gli ufficiali di Baltimora hanno condannato la distruzione di proprietà e gli “agitatori da fuori città” (un addebito che puzza sia di ricerca maccartista di un capro espiatorio che di abusata disperazione). Nella notte di lunedì il sindaco Stephanie Rawlings-Blake ha utilizzato un nuovo termine di insulto - “i delinquenti” - e imposto una settimana di coprifuoco. E in tutto ciò i risultati dell'indagine sulla morte di Gray non sono ancora stati resi pubblici.

In tutto ciò le elite locali di governo si sono mosse seguendo le due classiche tappe liberali: la denuncia degli estremisti, e quindi un invito alla calma con la rassicurazione che si stanno per apportare delle riforme – che lamentarsi è giustificato, ma che solo le sfilate ordinate sono legittime forme di protesa. Qualunque altra cosa rappresenterebbe un “cattivo servizio” alla memoria di Freddie Gray.

Tuttavia, i disordini di Baltimora sono una risposta al totale fallimento di questo approccio. La riforma a passo di lumaca della polizia presso le istituzioni del Maryland non ha scatenato l'insorgenza. Quando Tyrone West è morto per mano della polizia [ucciso il 18 giugno 2013 ndt], e quando Anthony Batts – commissario della polizia di Baltimora – ha insistito che stavano “cambiando e ristrutturando l'organizzazione” dopo che i poliziotti l'avevano fatta franca, la popolazione di Baltimora non si rivoltò. E quando la polizia non ha pagato nessun prezzo per la morte di Anthony Anderson [morto il 2 ottobre 2012 mentre era sotto la custodia della polizia ndt], i residenti di Charm City [soprannome di Baltimora ndt] mostrarono una notevole compostezza. Ma l'immunità della polizia e la povertà disumanizzante non possono coesistere per sempre. Anche se il futuro è incerto, una cosa è chiara: è solo con la resistenza e la lotta che nascerà una nuova e più giusta Baltimora.



Tradotto da Jacobinmag.com dalla redazione di Infoaut

sabato 2 maggio 2015

LA MILANO AFFAMATA

Ieri è cominciato Expo 2015 a Milano tra feste e polemiche,proclami e scontri,ma oggi grazie al contributo preso da Internazionale(http://www.internazionale.it/reportage/2015/03/03/milano-expo-poverta )parliamo del"Nutrire il pianeta"che è lo slogan della manifestazione partendo proprio dal capoluogo lombardo perché ogni giorno migliaia di persone hanno problemi legati alla nutrizione.
Tali problemi partono dallo stato di abbandono e di menefreghismo che molti cittadini milanesi,sia essi nati o meno nella metropoli,devono affrontare nel loro quotidiano,sia per procurarsi del cibo ma tenendo conto anche alla qualità di esso.
Di fatto la malnutrizione,l'approvvigionamento sempre degli stessi alimenti di scarsa qualità e quantità porta a gravi problemi di carenza di elementi nutritivi,proteine e vitamine in primis,e alle malattie correlate.
L'articolo sviscera questi problemi e propone soluzioni che nella maggior parte dei casi sono fornite da associazioni no profit legate o meno alla carità religiosa,com esempi di credito e di mercati solidali che tentano di risolvere il fattore principale di questo Expo dai mille tormenti.

La fame a Milano.

di Giorgio Fontana,


1Livelli di un problema.
Tra le tante emergenze di una metropoli, la fame è una delle più elusive. La questione di un tetto sopra la testa, nella sua priorità, ha un aspetto tracciabile: se dormi ogni sera su una panchina, evidentemente ti manca una casa; e per vedere persone sulle panchine di notte, ahimè, basta fare due passi per Milano.
Ma la fame? Come individuarla, in assenza di forme immediatamente visibili quali le immagini di una carestia in un paese povero?
Rispetto alla questione dell’alloggio, così dibattuta in questi giorni, la malnutrizione può apparire un tema molto remoto, quasi ottocentesco. A Milano si muore di freddo, ma non di fame. Eppure l’intero discorso del cibo è tutt’altro che marginale, e allo stesso tempo attraversato da livelli diversi di complessità.
C’è la fame radicale di chi non ha quasi nulla; c’è quella di chi ha qualcosa, ma non è abbastanza oppure passa uno o due giorni senza nulla nello stomaco; c’è la fame dei pensionati che arrivano a fine mese senza soldi e si recano alle file di distribuzione degli alimenti. C’è la fame di chi va dal panettiere per avere qualcosa in regalo, e quella di chi prende gli avanzi del mercato di quartiere. Ma c’è anche la fame di chi riesce a saziarsi con diete ripetitive e di scarsa qualità – i figli delle famiglie più povere, per esempio – alimentando così l’ulteriore problema della fame nascosta, la sottonutrizione dovuta a carenza di vitamine e minerali.
Il problema del cibo si inserisce quindi in un più vasto problema di difficoltà economiche e sociali che attraversa Milano come tutta l’Italia: ma in un certo senso, Milano è una buona metonimia dell’Italia – oltre che la sua città più europea e moderna, almeno all’apparenza.
Qui si può mangiare qualsiasi cosa, ovunque e più o meno a ogni ora: la retorica della cucina, così importante nel nostro paese, non tradisce. Ma la quantità e la varietà del cibo disponibile (e sprecato, continuamente sprecato) creano un evidente contrasto se pensiamo a chi non ha accesso nemmeno a quanto serve per saziarsi in maniera dignitosa.
Se ci pensiamo, certo. E più ancora: se siamo in grado di pensarci correttamente.
Quante sono infatti queste persone? Chi le aiuta a sopravvivere? Quali sono le loro speranze per il futuro? La realtà sta peggiorando o migliorando? Conoscere la vera situazione della fame nella città che sta per ospitare un’Esposizione universale dal titolo “Nutrire il pianeta” (il cui comitato scientifico si propone, tra l’altro, di “ridurre la povertà e la fame e attenuare le disparità sociali nel mondo”) appare ancora più urgente e necessario. Soprattutto se si desidera fare un discorso laico sul tema, al di là degli slogan entusiastici e delle narrazioni pacificate che stanno accompagnando il maxievento.
2. I numeri della malnutrizione
Cominciamo con qualche dato. Secondo una stima di Redattore sociale, che considera solo gli enti principali della città, i pasti serviti nelle mense per i poveri a Milano superano i due milioni all’anno. Senza contare appunto gli altri centri di accoglienza o le associazioni che distribuiscono pacchi di cibo a chi sta per strada. Una cifra notevole, ma che va ulteriormente raffinata: il numero di pasti erogati non copre con esattezza il numero di persone che li ricevono (alcuni fanno dei bis) né l’insieme totale di chi ha problemi a nutrirsi (ci sono persone che non frequentano le mense per vergogna o per mancanza di informazioni al riguardo).
Dal punto di vista demografico, l’ultimo rapporto sulle povertà nella diocesi di Milano a cura della Caritas ambrosiana evidenzia il continuo aumento degli italiani richiedenti aiuto – aumentati di circa il 23 per cento dal 2008 al 2013 – e la concentrazione dei rischi di indigenza nella fascia anagrafica dai 55 ai 65 anni. L’aumento di anziani di origine italiana con problemi a mettere insieme il pranzo con la cena è una realtà ampiamente verificata in tutte le strutture dove mi sono recato.
Allargando un po’ lo sguardo, infine, anche il Rapporto sulla crisi economica in Europa della Croce rossa (ben sintetizzato da Vita) genera preoccupazioni simili. Nel continente ci sono 43 milioni di persone con insufficienti risorse alimentari, con un incremento del 75 per cento per quanto riguarda le distribuzioni di derrate alimentari da parte della sola associazione dal 2008 al 2012. Che solo a Milano, nel dettaglio, assiste circa 50mila persone.
3. Mense e centri diurni
Come mappare, dunque, la fame in una città? Il modo più ovvio è cominciare dalle mense per i poveri e i centri di aiuto diurno. Le più attrezzate e famose a Milano sono l’Opera san Francesco e l’Opera cardinal Ferrari. Anche solo passare di fronte alle loro sedi attorno a mezzogiorno è utile per comprendere la situazione: un esercizio che consiglierei a qualsiasi milanese.
Il contrasto con la zona centrale dove ha sede l’Opera san Francesco è particolarmente rappresentativo. Il viale alberato di corso Concordia con i suoi marciapiedi ampi e l’apertura luminosa verso corso Indipendenza: i bei palazzi borghesi, i sushi bar, i locali della circonvallazione interna a due passi. E poi i capannelli di persone che attendono l’apertura della mensa, escono con i capelli umidi dalla sala delle docce, o si affacciano nella vicina via Kramer per recarsi alla prima accoglienza dell’Opera. Sono spesso divisi per nazionalità o lingua; si raggruppano fumando e chiacchierando a bassa voce; qualcuno, isolato, siede sul bordo di un’aiuola con la testa fra le mani.
“La maggior parte della nostra utenza è composta dai giovani”, mi spiega l’addetta stampa Marina Nava: “La fascia più ampia è quella fra i 30 e 40 anni, comprensiva di molti stranieri. Un momento particolarmente difficile è stato il grande afflusso di eritrei in fuga durante l’estate 2014; soprattutto per la presenza di molti bambini, per i quali non siamo attrezzati in modo specifico. In ogni caso il centro ha retto la prova”.
Sfoglio il bilancio sociale dell’associazione per avere i dati esatti: dall’inizio della crisi (2008) l’incremento di italiani è stato pari al 61 per cento, e due terzi circa hanno più di 45 anni; è ormai la seconda nazionalità che frequenta l’Opera. Per citare direttamente il documento, “sembra crescere in modo preoccupante una fascia della popolazione non ancora in povertà estrema ma che sta vivendo una situazione d’incertezza o di debolezza economica, sociale, famigliare”.
Come funziona dunque l’Opera san Francesco? Semplice. Ci si presenta allo sportello d’accoglienza, e per essere ammessi al colloquio è sufficiente presentare un documento – l’unica cosa che viene chiesta, sottolinea Marina: “Di certo non chiediamo il permesso di soggiorno, ci è sufficiente identificare la persona”.
Dopo avere dichiarato il proprio bisogno, si riceve una tessera valida tre mesi che dà diritto a due pasti al giorno negli orari previsti, una doccia alla settimana più un cambio di biancheria intima nuova, e un cambio d’abiti al mese. Il tesseramento (una pratica abituale per tutte queste realtà) può sembrare una barriera ulteriore, ma è indispensabile per evitare i raggiri e garantire un’equa distribuzione delle risorse.
Tutti i servizi dispensati sono registrati per via informatica, persona per persona. Un aspetto di controllo che può risultare a sua volta un po’ rigido, ma che invece è necessario per non creare una disparità di trattamento, e combattere il possesso di prodotti extra che poi sono rivenduti sottraendoli a chi ne ha bisogno.
Dopo tre mesi si è convocati per un nuovo colloquio di verifica della situazione. L’Opera san Francesco, in effetti, è più che altro un ente di prima accoglienza – dunque si concentra su chi ha bisogno urgente, dando strumenti immediati per orientarsi – ma guarda anche al futuro e cerca di trovare nuove prospettive, un reinserimento nella società. “Purtroppo”, aggiunge Marina, “dal 2008 si sono viste tornare alcune persone che da tempo non usufruivano più dei nostri aiuti; ma con le difficoltà recenti hanno perso quel minimo equilibrio che avevano acquisito”.
Dall’anno della fondazione (il 1959) l’Opera san Francesco si è evoluta da mensa per i poveri a erogatrice di servizi che vanno dalle visite mediche – comprensive di un servizio di psicologia e psichiatria – all’igiene e all’housing sociale, fino alla distribuzione dei farmaci (disponibile anche per italiani, che hanno la copertura del servizio sanitario, ma non i soldi per comprare i prodotti).
La mensa rimane comunque il centro dell’attività: è un locale ampio e pulito, con circa 180 coperti, che funziona con modalità self service: si entra, si convalida la tessera, e si prende da mangiare al banco per poi sedersi.
È importante ricordare che nella sala mensa convivono anche persone con religioni o usanze molto diverse; in tal senso la presenza di un frate a volte fa da elemento tranquillizzante, quando – in realtà di rado – nascono delle tensioni. Gestire così tante culture e così tante lingue non è sempre facile. La fame, però, parla sempre alla stessa maniera.
Prima di salutarci, Marina fa un’osservazione che mi colpisce molto per il suo pragmatismo: “Noi riusciamo a fare ciò che facciamo perché facciamo una carità organizzata – un’espressione che fa molto marketing, molto prosaico, me ne rendo conto. Ma è indispensabile”. Per far fronte a un problema così pressante, occorre organizzare le risorse con la massima attenzione. E un dato interessante che emerge scorrendo il loro bilancio sociale per il 2013 è il calcolo del contributo reale – il plusvalore etico, diciamo così – creato dai volontari: per ogni euro donato, circa 2,53 euro sono restituiti ai poveri in forma di aiuto.
Dicevo del contrasto tra la zona borghese e la presenza dell’Opera: nel tempo ci sono state anche molte lamentele dei residenti della zona per la grande quantità di poveri. Marina commenta con equilibrio: “Noi paghiamo dei servizi extra per tenere pulito ogni giorno; anche i residenti hanno diritto a un certo decoro – e quando tanta gente in difficoltà si ammassa, è inevitabile un certo degrado”.
Ma dalla necessità di mantenere un minimo d’ordine all’ipocrisia di chi considera la povertà un problema da risolvere allontanando i poveri c’è un abisso etico (a tal riguardo, particolarmente odiosa fu la decisione della giunta Moratti di levare gran parte delle panchine per impedire alle persone di dormirci).
L’argomento è amaro, ma va comunque affrontato con lucidità: se si vuole comprendere fino in fondo i termini del problema e non fare candide analisi da scrivania, occorre disporsi a una nuova esperienza del corpo.
Al corpo sazio e normale che diamo per scontato di vivere si oppongono dei corpi puzzolenti, sporchi, stravolti, ammalati, depressi, a volte tormentati da seri problemi psichiatrici: corpi che il cittadino comune teme e si preoccupa di scansare. Ma corpi che restano corpi esattamente come i nostri. E ci vuole molto cinismo – un’intera inversione dei termini del problema – per pensare a essi come a una questione di decenza urbana. C’è qualcosa di oscuramente calvinista, in questa reazione: l’idea inestirpabile che di fondo il povero sia colpevole.
Giulio Carloni, responsabile della comunicazione dell’Opera cardinal Ferrari, me l’ha riassunto con chiarezza: “I condòmini del palazzo accanto spesso fanno una piccola circumnavigazione per evitare i carissimi che stanno qui fuori. Perché sono poveri, perché magari odorano di vino, perché fanno paura. Ma sono soltanto persone. E, o decidiamo che esiste un certo tipo di eutanasia sociale per cui chi ha avuto sfortuna nella vita va eliminato (quantomeno dal nostro orizzonte di pensiero) oppure di queste persone bisogna prendersi cura”.
E veniamo appunto all’Opera cardinal Ferrari, che ha sede in via Boeri – una zona tranquilla a sud della circonvallazione esterna, al riparo dal traffico, con un bel parco che corre lungo la strada.
Il numero di assistiti qui è più contenuto. I numeri del 2014 registrano duecento utenti quotidiani della mensa (per un totale di 66mila pasti caldi all’anno), e 132 utenti dei pacchi viveri forniti a scadenze fisse. C’è anche una differenza anagrafica: la maggioranza dei “carissimi” – come sono chiamati, senza prosopopea e con molta convinzione, i fruitori dei servizi – ha più di 60 anni; molti non hanno un reddito fisso e una buona percentuale nemmeno la dimora.
La quantità minore di persone assistite consente di lavorare con dei programmi di recupero più profilati: il colloquio iniziale mira proprio a trovare delle azioni su misura.
Giulio Carloni mi accompagna per la struttura: la sala riposo, il piccolo giardino con un campo da bocce, le lavanderie – un’altra cosa che diamo per scontata: la possibilità di lavarsi i panni – e la biblioteca, dove vengono organizzati anche corsi di italiano e informatica.
Mentre il responsabile della sala (anch’egli un “carissimo”) chiacchiera con noi, un signore nero dall’aria patita lo saluta e chiede di fissare un appuntamento. Quando si allontana, Giulio mi svela che è un ingegnere nucleare cubano: ha lavorato ovunque nel mondo, era un uomo di talento e di successo, e poi le vicissitudini l’hanno portato qui. Resto in silenzio, ma è solo un segno della mia ignoranza: “Il luogo comune che associa il povero con il bruto o la persona senza risorse intellettuali”, spiega Giulio, “è privo di fondamento, e lo è quanto mai ora. Alcuni carissimi, come questo ingegnere, non provengono da situazioni di precarietà assoluta, bensì da vite tranquille o benestanti. Basta poco”.
Basta poco. Restiamo un po’ all’aperto a chiacchierare: è una bella giornata di sole e un gruppetto di uomini sta terminando con la solita eccitazione una partita a bocce: “Vai di punto, piano!”. “Ma che piano e piano! Fammi bocciare!”. Poi Giulio dà un’occhiata all’orologio: quasi mezzogiorno, è ora di sbrigarsi e fare un giro in mensa prima che siano distribuiti i pasti.
La cuoca Laura mi mostra la cucina, divisa rigorosamente in settori (immagazzinamento, preparazione degli alimenti, cottura, distribuzione) per garantire il massimo dell’igiene. “Scrivi che qui sono poveri, ma sono trattati da signori”, mi dice; e aggiunge che è sua cura anche prevedere i bisogni alimentari legati alla religione. “Se un giorno cucino maiale, dovrà esserci per forza anche dell’altro per chi è musulmano”. Un altro modo per pensare al cibo non come semplice fattore nutritivo, ma come condensato di culture. Può sembrare secondario, quando si ha lo stomaco vuoto: ma non lo è.
Nel frattempo all’ingresso si è già creata una lunga fila. I carissimi vengono fatti entrare con ordine, e come all’Opera san Francesco viene verificato il possesso della tessera. Altri però hanno dei biglietti: sono persone non stabilmente prese in cura, e che si limitano a un pasto ogni tanto, perché un pasto non si nega a nessuno. Inoltre, qui i piatti vengono serviti direttamente dai volontari – con guanti di plastica d’ordinanza.
Prima di salutarci, chiedo a Giulio i dettagli sulle modalità con cui sono reperiti i fondi per gestire l’Opera. Risposta: in questo caso, come per la san Francesco, ci si affida quasi per intero alle donazioni private. “Il comune copre all’incirca il 4 per cento dei nostri bisogni. Poi ci sono i fondi per progetti specifici, stanziati di volta in volta da enti e fondazioni. Paradossalmente è più facile trovare il denaro per tirare su un muro – progetto una tantum come un altro – invece che per il sostentamento regolare di un essere umano. Perché è dato per scontato”, sorride con amarezza.
Anche per questo Giulio, proprio come Marina, sottolinea la necessità di un rinnovato pragmatismo; in particolare, di un più attento lavoro sulla comunicazione. La carità va gestita in modo altamente razionale, quasi aziendale, proprio perché non può mai essere data per scontata. Una donazione è sempre gratuita, e tale deve rimanere: “Ma nulla ci vieta di sviluppare una sorta di educazione al dono”, chiosa Giulio. Far conoscere meglio il problema nelle sue sfaccettature, e coordinare ogni tipo di risorsa. Trasformare la moneta che cade nel bicchiere del mendicante in un processo più ramificato e concreto.
4. In fila per il cibo
Fratello… nessuno qui ti domanderà chi sei, né perché hai bisogno, né quali sono le tue opinioni. Il motto è rimasto identico dal 1898, quando la Società del pane quotidiano fu fondata per soccorrere i bisognosi della città, durante i tumulti di fine secolo. E oggi come allora, un altro modo per toccare con mano la fame di Milano è recarsi alle code per gli alimenti.
Vado dunque alla sede di viale Liguria una mattina di fine gennaio, sotto una pioggerella sottile: l’arco a sud della circonvallazione esterna, solcato dai bus 90 e 91 che si danno il cambio in verso opposto; il traffico nervoso di un giovedì mattina.
In due lunghe file sul marciapiede ci sono anziani italiani, qualche donna sudamericana, un signore nero ha una copia di Metro sulla testa per coprirsi. Qualcuno ha un carrellino, quasi tutti una borsa. Cappotti sdruciti, giacche a vento di seconda mano, cappelli di pile con copriorecchie, zainetti, pantaloni sformati. A quest’ora la priorità è per le persone avanti con gli anni; dalle nove e mezza invece tocca ai più giovani.
Il presidente Pier Maria Ferrario mi accompagna a fare un giro per i locali dell’associazione – la più grande tra le laiche a Milano. “Oggi piove, quindi c’è meno gente del solito”, mi accoglie. A me sembra già parecchia. Lui sorride: “Guardi, io frequento questo posto da più di trent’anni. E quando ho cominciato a venire qui c’erano ottanta o cento persone al giorno da sfamare – e non avevamo la seconda sede in viale Monza. Questo ci permetteva di cavarcela con trenta o quarantamila lire a testa per tutta una settimana. Oggi sarebbe impossibile. Il fatto è che Pane quotidiano ci è davvero scoppiato in mano”, si schermisce. “Negli ultimi anni siamo passati da centocinquantamila assistiti all’anno a ottocentomila e più: questo ci ha costretto a riorganizzare l’associazione in una forma quasi aziendale. Benché il lavoro qui sia svolto quasi per intero da volontari, soprattutto pensionati o persone senza impiego”.
Oltre alla drammatica impennata numerica anche Ferrario ha osservato un mutamento demografico nella composizione dei bisognosi. Ancora una volta, colpisce l’incremento di anziani in difficoltà.
Un volontario ci interrompe chiedendo aiuto: “C’è la moglie di Antonio, poi quella egiziana che salta la fila come al solito”. “E lei gli dica che non devono farlo, che la fila si rispetta”. “Eh, ma così sembro il cattivo!”. “Gli dica che gliel’ho detto io”. Ferrario mi fissa sconsolato, sospira: c’è sempre qualcuno che entra dal dietro, vuole essere servito prima. “Io li capisco, han tutti bisogno e sono nervosi, però dobbiamo mantenere un po’ di regole”.
Facciamo un giro. L’attività è frenetica: da un camion tre persone scaricano pacchi e carrelli, mentre nel retro c’è chi taglia una torta a fette, chi smista una derrata di abiti, chi mette in ordine file di sacchetti di noccioline tritate. Le merci vengono donate da aziende con le quali si è stretto un accordo; e naturalmente non è un meccanismo banale, vista la quantità sempre più pressante di richieste da gestire.
“Non solo”, ragiona Ferrario. “C’è anche molta gente che specula sulla solidarietà. E non le dico le offerte di ogni genere che ho ricevuto per fare politica, e sempre per il solito discorso – potere. Avere e guadagnare potere”.
“La parola più brutta del vocabolario”, dico.
“Già. Invece questa è un’associazione dove il potere non dovrebbe esistere. Né la volontà di mettersi in mostra”.
Ai cancelli di Pane quotidiano può venire chiunque – nessuno qui ti domanderà chi sei – e chiunque ha diritto a ricevere quello che l’associazione può fornire, di volta in volta: pane, certo, ma anche yogurt, latte, polenta, vestiti, dolci, sughi, carne in scatola, verdura, formaggio, frutta… Chiedo se ci sia spesso gente che se ne approfitta, e si fa una spesa gratis anche se non ne ha davvero bisogno. Ferrario alza le spalle: “Se lei adesso si mette in fila, anche lei prenderà quel che c’è. E quindi ci frega. Ma noi non mettiamo barriere”.
Usciamo a dare un’occhiata alle celle frigorifere e a quello che il presidente chiama scherzosamente il suq: il grande magazzino dove sono affastellate le derrate di alimenti. Molti saranno donati a loro volta alla Croce Rossa, per la distribuzione di cibo ai senzatetto.
Poi restiamo qualche minuto a guardare le persone che continuano a entrare dalla porta, in fila indiana. Ha smesso di piovere, fa molto freddo. Ferrario stringe i pugni nelle tasche della giacca: “Per fortuna il comune ci ha lasciato questa sede in comodato gratuito per novant’anni, ma in viale Monza dobbiamo pagare circa novemila euro all’anno di affitto. Dalla provincia non prendiamo una lira. E qui dobbiamo sistemare tutto, perché come può vedere la sede è vecchia e ha bisogno di ristrutturazioni. Non è una questione di estetica, è una questione di aiutare meglio il prossimo: non mi interessa che sia tutto elegantino, ma che loro stiano meno all’aperto e ricevano più cibo”.
5. Una parentesi sulla narrazione
(Forse avrete notato che in questo articolo non ho inserito storie dettagliate di persone che frequentano centri di supporto alimentare. Non ne troverete, così come non troverete fotografie. Questo non significa che trovi tale storie irrilevanti, o che ritenga i reportage che le raccontano poco utili – l’esatto contrario. Io stesso ho raccolto diversi aneddoti negli ultimi giorni, quasi tutti piuttosto strazianti. Ma ho deciso per qualcosa di diverso, di meno classico: vorrei evitare che il racconto di questa o quella disgrazia abbia un effetto catartico, assolva e sollevi il lettore dalle responsabilità. Potremmo chiamarla una scelta politica, in un certo senso: nessun appiglio a stratagemmi narrativi.
Inoltre, tutte queste storie tendono drammaticamente a somigliarsi, pur nella loro varietà: immigrati senza permesso di soggiorno e isolati da una lingua che non parlano; persone che hanno lavorato una vita, ma in nero, e ora non hanno forme di assistenza statali; padri divorziati che hanno perso la casa insieme agli affetti. E ancora, signore di terza età che possono contare solo sulla pensione sociale. Uomini che hanno avuto problemi di droga o alcol, o che non hanno una famiglia alle spalle, o che hanno lavorato per anni all’estero come operai e ora sono tornati in Italia senza impiego. Gente che vive per strada. Prostitute che guadagnano lo stretto necessario, ma un pasto gratis, si sa, aiuta sempre. Famiglie in apparenza “normali” che negli ultimi anni sono scivolate nella cosiddetta nuova povertà, fatta di sfinimento psicologico ancor prima che materiale. Perfino ex direttori d’azienda colpiti da una lunga serie di sventure. La fenomenologia della difficoltà conosce mille sfumature, ma anche tantissime linee comuni – e un tono di terribile quotidianità: è sempre più facile finire nell’indigenza, e il confine che separa chi sta bene da chi crolla è molto sottile. Ricordate l’ingegnere cubano all’Opera cardinal Ferrari?
Per una volta, dunque, ho voluto smettere i panni del narratore e provare a guardare al quadro generale. Del resto, per citare una signora con cui ho scambiato due chiacchiere: “Che ti devo raccontare della fame? Mi mancano i soldi della spesa. Mi mancano proprio, non dico balle. Che altro c’è da raccontare?”).
6. Spese calmierate
Un’altra possibilità, per chi ha qualche soldo in tasca e non desidera recarsi alle mense – soprattutto le famiglie in difficoltà – è frequentare i mercati solidali. Un ottimo esempio è il Social market, gestito dall’associazione Terza settimana e aperto a Milano nel 2013 in un locale confiscato alla mafia, in via Leoncavallo 12 (da poco c’è una sede anche in via Sebastiano del Piombo). L’idea base è fornire alimenti, ma anche prodotti per la casa e per i bambini, a prezzi ribassati per venire incontro a chi non riesce a fare acquisti in un supermercato qualunque.
I bisognosi sono selezionati tramite segnalazione (da parte dei servizi sociali del comune), e ricevono la possibilità di fare una spesa per un totale di 20 euro.
“Per lo più qui vengono famiglie di origine straniera”, mi dice Dario, dietro il banco dell’accoglienza. “Direi un 80-85 per cento del totale: a parità di condizione sociale, sono i meno timidi e i più informati. Poi naturalmente le famiglie hanno tempi di frequenza diversi: c’è chi viene ogni settimana, chi ogni mese… Gli iscritti al momento sono circa duemila, ma i più assidui solo un centinaio”.
Nel frattempo a Cesano Boscone (un comune di confine nel sudovest della città) ha aperto un emporio della solidarietà: cioè un supermarket dove la spesa è completamente gratuita. Anche gli empori, gestiti dalla Caritas, funzionano secondo il medesimo principio: raccolgono informazioni dai centri d’ascolto delle parrocchie e danno un credito temporaneo alle diverse persone e famiglie, che varia a seconda del grado di difficoltà in cui si trovano. Di spesa in spesa, il credito viene scalato da una tessera.
In entrambi i casi, il valore aggiunto del supermercato sociale è quello di diminuire la distanza fra “gestore della carità” e “utente della carità”: invece di ricevere un pasto o un pacco di cibo, le tessere sono a disposizione libera di chi le riceve – e spetta a lui soltanto decidere come usarle. Una sorta di rieducazione alla cura di sé, e insieme un modo per ritrovare una quotidianità “classica”. Del resto, cosa c’è di più normale, per chi è in una situazione normale, di fare la spesa?
7. Non di solo pane
Mentre lavoro a questo articolo, però, l’impossibilità di isolare il problema della fame mi appare di nuovo in tutta la sua evidenza. La malnutrizione è inscritta in forme di disagio sociale molto più ampie, e non è sempre ovvio capire quando il bisogno di cibo sia una spia, o anche un palliativo, di altri bisogni non meno importanti: il contatto umano, il riconoscimento, la lotta contro la solitudine.
Per questo un approccio completo all’idea del pasto offerto non dovrebbe dimenticare – per quanto possibile – anche la sua dimensione conviviale.
Giulio Carloni me l’ha ribadito: “Oltre a riempirgli la pancia, c’è da riempirgli la vita. E io non credo sia un caso che usiamo il verbo nutrire anche per descrivere altre realtà – nutrire un sentimento, per esempio. Se tutto si fermasse a dare le calorie necessarie a chi non le ha, sarebbe un lavoro a metà. Occorre pensare in maniera differente, ricostruire un’identità: un progetto di vita dove l’igiene e il cibo sono soltanto il primo passo”. Questi bisogni convergono su una parola che a prima vista può apparire preda delle peggiori retoriche, ma ha invece un senso profondo: dignità.
Una realtà che cerca di coniugare queste esigenze in modo originale è la Cena dell’amicizia, che ha sede nei locali della parrocchia san Pio V, in via Lattanzio. All’ingresso c’è una serie di tavolini dove gli ospiti scambiano due chiacchiere o giocano a carte. Poi si passa in un ampio stanzone con una decina di tavoli rettangolari in formica, nel tipico ambiente da associazionismo cattolico locale (benché l’associazione sia laica). Quando ci vado lo spazio è colmo, tutti i coperti occupati. Una quarantina di persone o poco più.
Giulio è un ragazzo che frequenta la Cena dell’amicizia da sei anni; ci sediamo a un tavolino in un angolo e mi illustra il senso del progetto. “Innanzitutto: non è una mensa. Si mangia insieme una volta alla settimana, di martedì, e a ogni tavolo si siedono sia gli ospiti sia i volontari, che quindi non si limitano a servire. L’idea è creare un rapporto assolutamente paritario: tant’è che anch’io racconto le mie difficoltà o le mie cose belle agli ospiti; e loro fanno lo stesso, in grande naturalezza. Diciamo che impari a vedere queste persone come persone normali”.
Anche questo è importante per ripartire: non solo garantire del cibo regolare (anche perché l’appuntamento è settimanale e non giornaliero), ma ricreare un ambiente sociale autentico, dove si possono generare nuove opportunità d’aiuto – o anche solo ritrovare il piacere di un dialogo franco, il rituale di una cena, due risate. Per questo ci sono persone che frequentano la Cena da tanti anni, anche se potrebbero arrangiarsi in altri modi. Ma qui è diverso.
“La rete di solidarietà che si viene a creare è davvero molto naturale”, prosegue Giulio. “La parola amicizia qui è autentica, per quanto possa sembrare abusata: l’aiuto che diamo non è fondato sul bisogno, ma in primo luogo sullo stare insieme”.
Una serata con loro è sufficiente per rendersi conto che non si tratta di discorsi vani. Le regole della Cena sono elementari: non si cede ciò che si ha ad altri ospiti (per evitare logiche di sudditanza psicologica, per esempio costringere qualcuno a prendere il vino per poi pretenderlo), non ci si scambia il cibo, si prende sempre il pane con le pinze… E per il resto si chiacchiera, tutto qua.
Io siedo a tavola con quattro uomini sulla strada da anni; uno di loro da poco ha una fidanzata e ogni tanto sta a dormire da lei. Gli altri si arrangiano e al momento dormono presso un’edicola in corso Italia (anche se, come mi racconta Enrico – alto e grosso, sdentato, ottimo cantante – l’idea stessa di “dormire” all’aperto muta completamente di senso).
Per tutti loro il martedì è un appuntamento fisso.
A fine pasto i volontari fanno una riunione dove discutono di eventuali problemi dei singoli, e capiscono se e come possono aiutarli: per esempio accompagnarli durante delle visite mediche, oppure leggere e compilare per loro dei dati.
Alcuni ospiti, infatti, sono analfabeti; e alcuni riconoscono come l’ignoranza li abbia spesso condotti a essere raggirati – e dunque a finire nel degrado. “La nostra utenza è formata per lo più da anziani”, continua Giulio. “Ma con la crisi degli ultimi anni, l’età media è scesa un po’”.
La nazionalità prevalente è quella italiana (con una buona percentuale locale: ho parlato in dialetto con due signori, e il milanese è una lingua corrente), anche se negli ultimi tempi sono arrivati più stranieri. Purtroppo gli italiani spesso faticano ad accettarli, soprattutto perché in là con gli anni. In un certo senso è comprensibile, ma è un ulteriore motivo di amarezza.
Non dissimile nei propositi è il ristorante Ruben al Lorenteggio, uno storico quartiere popolare del sudovest di Milano. Ogni giorno ci sono 500 coperti per pranzare al costo di un solo euro (e gratis per i figli, se hanno meno di 16 anni).
L’ente, creato dalla fondazione Ernesto Pellegrini, ci tiene a sottolineare che non fornisce solo sostentamento, ma anche e in primo luogo “ristoro”: nessuna fretta nel consumare il pasto, due menu diversi, e un luogo dove recuperare un po’ di serenità oltre che riempire semplicemente lo stomaco.
A contribuire in tal senso è certo lo spazio, molto curato e luminoso – con un tocco di design moderno. Anche in questo caso l’accesso è vincolato a un colloquio dove vengono spiegate le ragioni per cui si desidera frequentare il Ruben. Una volta ammessi, a differenza della Cena, si riceve una tessera valida 60 giorni (ma rinnovabile) che consente di accedere ai locali del ristorante.
8. Carità e giustizia
Ci sono molte altre associazioni che si occupano con efficienza e passione del problema della fame a Milano. Una panoramica completa richiederebbe ben altro spazio: spero comunque di avervi dato un’idea del modo pervasivo con cui la fame si è fatta strada nella metropoli.
Non posso che chiudere con delle domande. Le realtà assistenziali svolgono un lavoro inestimabile, e senza di esse molte persone – oggi, a Milano – avrebbero serie difficoltà a mangiare regolarmente. Ma come agire in maniera più incisiva sul problema? Come fare in modo che le istituzioni si coordinino con le realtà basate sul volontariato?
Il problema ne racchiude uno più profondo e radicale, ovvero quale tipo di società vogliamo: una dove l’assicurazione della dignità minimale di una persona non sia compito della cosa pubblica, oppure una dove lo stato si metta in primo luogo al servizio dei più deboli.
La mano che spontaneamente si muove per aiutare chi sta peggio testimonia la persistenza di un tessuto comunitario che ancora non si è spezzato sotto il peso dell’egoismo e agisce per combattere le diseguaglianze; ma è anche spia di un sistema che tollera l’ingiustizia sociale e spera di guarirla con l’iniziativa privata delle coscienze.
Per Marina Nava dell’Opera san Francesco, “un intervento delle istituzioni sarebbe più che auspicabile – anche perché noi non abbiamo aiuti di alcun tipo, solo qualche accordo con le Aziende sanitarie locali e alcuni ospedali. E se pensa alla mole del lavoro e cosa rappresenta, è stupefacente. Il pubblico conta molto sul sociale privato; mettere a punto una collaborazione che consenta di alleggerire il nostro impegno vorrebbe dire tantissimo, ma vorrebbe dire innanzitutto prendere a cuore il problema e cercare soluzioni che al momento non ci sono”.
Le cifre sono ancora più dirette: nel 2013 l’associazione ha ricevuto meno di cinquemila euro di contributi da enti pubblici, contro oltre cinque milioni di donazioni dai privati.
Che fare, quindi? Oltre a un dialogo più stretto tra parti sociali (laiche, religiose e centri occupati) con il comune, un altro ottimo spunto sarebbe quello di sfruttare le eccedenze alimentari e diminuire gli sprechi della filiera. E Giulio Carloni dell’Opera cardinal Ferrari ha insistito a lungo sulla necessità di creare un circuito anche solo tra le varie realtà impegnate nel settore: invece di agire singolarmente, comporre un vero e proprio fronte.
Davanti a una crisi così grave, occorre maggiore decisione: “Fosse anche solo per seminare il dubbio”, ribadisce. “La Milano da bere ce la siamo bevuta tutta, e da parecchio tempo: è ora di aiutare la gente a comprendere la situazione reale.”
C’è in ogni caso una buona notizia: sono da poco tornate disponibili le risorse per gli indigenti erogate dall’Unione europea, dopo quasi un anno di stasi dovuto al cambiamento istituzionale (da Pead a Fead, cioè da Programma per la distribuzione delle derrate alimentari a Fondo di aiuti europei agli indigenti). Nel dettaglio, il nostro paese ha ricevuto 670 milioni di euro ai quali se ne sommano altri 118 “locali”: è il fondo più robusto di tutto il continente, e il 60 per cento sarà destinato specificamente agli aiuti alimentari.
La speranza è che siano utilizzati al meglio, soprattutto – lo ripeto – in un momento in cui a Milano il tema del cibo rischia di essere liquidato dalla retorica dell’Esposizione universale in arrivo (l’evento, la manifestazione una tantum), senza un intervento a lungo termine.
A proposito, sarebbe quantomeno utile concretizzare il possibile accordo tra Expo e Banco Alimentare, per cui l’associazione si impegnerebbe a “ritirare la montagna di cibo che ogni sera avanzerà tra ristoranti e padiglioni, per poi darlo il giorno dopo ai poveri”. Al momento il progetto è ancora in fase di definizione; si attendono sviluppi.
Intanto, interrogarci con concretezza sulla carenza di cibo a Milano è uno dei tanti modi per interrogarci sulla bussola che dovrebbe guidarci nel trasformare l’impulso alla carità in maggiore giustizia collettiva. E fare sì che la ragazza che regge in ginocchio il cartello HO FAME o il signore che fruga imbarazzato nel cestino della spazzatura possano far parte di questo spazio con i diritti sostanziali che dovrebbero spettare a ognuno – chiunque esso sia.

giovedì 30 aprile 2015

RISOTTO NERO CON LE OLIVE AL PROFUMO DI MARE

Oggi la proposta è un bel risotto che profuma di mare e grazie al sapore deciso delle olive verdi e un tocco di piccante fornito dal peperoncino dona al piatto un insieme di aromi e fragranze che si fanno desiderare,ed anche l'appuntamento con la bocca è squisito.
Ci sono molti ingredienti in questo piatto,quasi tutti però in scatola o surgelati e ovviamente chi ha la fortuna di abitare vicino al mare oppure ha la possibilità di acquistare gli ingredienti in pescheria freschi potrà assaggiare un risotto molto più gustoso,ma anche con gli ingredienti utilizzati il risultato è buono.
Non conosco i nomi dei peperoncini usati e che arrivano direttamente dall'orto dei miei genitori,uno comunque è a forma di cornetto e non è particolarmente piccante mentre l'altro è più piccolo ed ha una forma tondeggiante e lo chiamo impazzito perché è di coloro rosso acceso e solo appoggiando la lingua al coltello che li taglia ti aumenta il battito.
Ingredienti:
-riso
-gamberetti
-surimi
-olive verdi
-sgombri
-acciughe sott'olio
-nero di seppia
-olio extravergine di oliva
-burro
-doppio concentrato di pomodoro
-brodo granulare pesce
-cipolla
-porro
-aglio
-scalogno
-peperoncino cornetto
-peperoncino impazzito
-vino bianco
Veniamo al procedimento:mentre in poco burro e in tanto olio soffriggiamo porro,cipolla,aglio e scalogno,in un padellino con poco più di un litro d'acqua sciogliamo il brodo granulare all'aroma di pesce con cui assieme al vino bianco bagneremo il sughetto.
Aggiunti tritati i due peperoncini si possono mettere dapprima gli sgombri e le olive verdi che necessitano di più cottura e poi le acciughe,quindi il riso e dopo aver alzato la fiamma facendolo quasi attaccare al fondo della pentola si fa cuocere a fuoco lento per una quindicina abbondante di minuti,unendo il surimi al sapore di granchio a liste verticali ed i gamberetti puliti in precedenza.
Verso fine cottura possiamo unire il doppio concentrato di pomodoro,giusto un cucchiaio,ed una bustina di nero di seppia che amalgameremo per qualche istante in modo da distribuire meglio il contenuto per tutto il risotto:non ci resta che servire e mangiare.

QUARANT'ANNI DI VIETNAM LIBERO


Cade oggi il quarantesimo anno della vittoria del popolo vietnamita contro l'invasione Usa che ha provocato una guerra lunga quindici anni di cui praticamente sappiamo tutto vista la saturazione di film e documentari dedicatagli.
Ma questa non è stata solo che l'ultimo tentativo di invasione della terra dell'estremo oriente che nel corso degli anni aveva subìto occupazioni cinesi,giapponesi e francesi,il Vietnam ha una storia culturale millenaria e fondamentalmente è una terra pacifica ma che,forse soprattutto per questo motivo,è sempre stata al giogo di altre potenze.
L'articolo di Contropiano(http://contropiano.org/cultura/item/30456-vietnam-quarant-anni-fa-la-liberazione-di-Saigon )parla di questo anniversario sottolineando il fatto di come quella liberazione non portò ad esiti poi tragici come spesso accade ma portò alla riunificazione di due Stati senza spargimento di sangue appena un anno dopo.

Vietnam:quarant'anni fa la liberazione di Saigon.

titolava a tutta pagina l'Unità del 1 Maggio 1975, il giorno successivo alla liberazione di Saigon da parte del FNL, quaranta anni fa. Sei anni dopo la scomparsa del padre del nord Viet Nam indipendente, il presidente Ho Chi Minh, il paese tornava unito e indipendente.

chiosava nei giorni scorsi Repubblica, nel proporre il ricordo dell'allora corrispondente dalla ex capitale sud vietnamita Bernardo Valli. Perché, si sa, i comunisti entrano sempre nelle città coi carri armati a “soffocare nel sangue la libertà e la democrazia”. Peccato per Repubblica che, quella volta, la vittoria sia stata conquistata in modo incruento, senza guerra civile, perché, come scriveva un anno dopo Nguyen Kach Vien, direttore della rivista Etudes Vietnamiennes, .

Con l'ingresso dei partigiani vietnamiti a Saigon – oggi Ho Chi Minh -, la fuga precipitosa dell'ambasciatore USA Graham Martin e degli esponenti vietnamiti più compromessi, con gli elicotteri che facevano la spola tra il tetto dell'ambasciata e le portaerei statunitensi, si celebrava una delle più importanti vittorie, se non la più importante, riportata da un popolo, guidato da un partito comunista, nei confronti della prima potenza imperialista mondiale. Gli Stati Uniti, sin dalla fine della Seconda guerra mondiale, avevano dato man forte ai colonialisti francesi, insediatisi nella regione fin dalla metà del XIX secolo e nel 1954, dopo la sconfitta di questi a Dien Bien Phu, avevano preso il loro posto, intensificando poi via via la propria presenza economica e militare, soprattutto a partire dal 1962.

Una grande vittoria internazionalista, scriveva ancora l'Unità; .

Probabilmente non scriverebbe le stesse cose oggi l'Unità; non lo farebbe in ogni caso, anche se fosse ancora in edicola e la sua fede nel corso revisionista, prima e nella democristianizzazione europeista, dopo, non fosse stata ripagata con gli interessi. Ma la fine di quel giornale ha sicuramente molto a che vedere anche con la carenza, oggi, di quelle condizioni che avevano permesso di giungere alla data storica del 30 aprile 1975.

E le condizioni erano date dal fatto che, per dirla con quanto scritto nel 1966 da uno dei maggiori e diretti protagonisti di quella lotta, il generale Vo Nguyen Giap, .

Per quanto sia tuttora necessario e importante riflettere sulle vie di quello “sviluppo del sistema socialista mondiale”, di cui parlava Giap 50 anni fa, è un fatto che l'esistenza di quel sistema costituisse allora uno dei fattori principali della situazione mondiale, di cui l'imperialismo era costretto a tener conto. Questa era una delle condizioni che avrebbero permesso ai combattenti vietnamiti di giungere alla vittoria dell'aprile 1975 sulle , indicati da Giap quali alleati collusi, e al tempo stesso strumenti, della dominazione coniale francese, prima e neocoloniale americana, dopo, nel sud Viet Nam.

La dominazione americana nel sud del paese si distingueva sensibilmente dalla secolare oppressione francese sull'intero Viet Nam, terminata con la clamorosa vittoria vietnamita di Dien Bien Phu – tra i cui fattori principali, lo stesso Giap sottolineava la riforma agraria sostenuta dal Partito comunista, che aveva assicurato l'appoggio delle masse contadine - e la divisione della nazione lungo il 17° parallelo. Gli americani sostituivano i vecchi governatori e funzionari stranieri dell'epoca coloniale, con esponenti reazionari locali (il dittatore Diem, finché non fu assassinato con il beneplacito statunitense e rimpiazzato con Van Thieu) garantendo così la formale indipendenza nazionale, ma assicurandosi la supremazia economica e finanziaria e dettando le linee di politica estera e militare. “Se si confronta la strategia coloniale di vecchio tipo con quella neocoloniale della metà del XX secolo” scriveva nel 1982 la rivista Etudes Vietnamiennes, vediamo che “l'era della supremazia politica e ideologica assoluta del sistema imperialista-capitalista è tramontata. Esso si trova piuttosto in condizioni di inferiorità. Per contro, sul piano materiale, tecnico, finanziario, l'imperialismo attuale dispone di mezzi ben più consistenti che non 50 anni fa. Si può dire che il neocolonialismo sia una strategia che si è sviluppata in una posizione di inferiorità politica e ideologica, ma di potenza materiale accresciuta. I paesi dipendenti costituiscono per le potenze imperialiste una autentica “banlieue”, una periferia in cui sono concentrate le attività poco qualificate che esigono una mano d'opera numerosa e industrie inquinanti. Il centro fornisce l'impulso tecnologico, gli investimenti, la direzione finanziaria e raccoglie i principali benefici”.

Ma l'assalto americano al sudest asiatico, oltre gli aspetti neocoloniali, di penetrazione economica e invasione culturale, ha avuto soprattutto carattere di aperta guerra d'aggressione: il più cruento, il più massiccio, il più distruttivo e il più prolungato intervento bellico USA dopo la seconda guerra mondiale. Dalla “guerra speciale” - con l'urbanizzazione forzata di 10 milioni di contadini e la creazione dei cosiddetti “villaggi speciali” - fatta combattere dalle truppe fantoccio sudvietnamite contro i partigiani del Vietcong; alla “guerra locale”, che arrivò a impegnare quasi 700.000 militari statunitensi; al progressivo ritiro delle truppe USA e i sempre più forti e spietati bombardamenti dei B52 sulle campagne del sud e sulle città del nord Viet Nam e su Laos e Cambogia. A quella guerra d'aggressione, in cui le truppe di terra americane si abbandonavano quasi quotidianamente a pratiche degne delle più malvagie stragi naziste (prigionieri torturati a morte, affogati o gettati dagli elicotteri; civili feriti e finiti a colpi di baionetta; interi villaggi incendiati e rasi al suolo a colpi di mortaio, insieme ai loro abitanti, di cui restavano solo pezzi di carne; massacri in massa di bambini, donne e vecchi: valga per tutte, la strage di Son my) gli strati popolari e il partito comunista seppero contrapporre una resistenza che, sostenuta dalla stragrande maggioranza della popolazione, sfociò infine nella completa vittoria. “La resistenza popolare al regime americano-diemista ha seguito così il processo classico della guerra di popolo: è iniziata nei primi cinque anni come una lotta politica di massa multiforme e articolata; a poco a poco dalle masse popolari sono poi sorti gruppi armati di autodifesa che sono cresciuti fino a costituire i primi nuclei di un esercito autenticamente popolare” scriveva nel 1966 Nguyen Khac Vien a proposito della resistenza nel sud Viet Nam.
Una resistenza popolare in grado di assestare colpi sempre più duri all'esercito statunitense (in quel tempo ancora formato in gran parte di giovani di leva), tanto da far decidere Washington al graduale disimpegno terrestre e al corrispondente incremento dell'aggressione aeronavale. Le incursioni aeree americane – 15 milioni di tonnellate di bombe, tra la presidenza Kennedy e quella di Nixon – sull'intero territorio del Viet Nam, tra bombardamenti a tappeto e in picchiata, uso di napalm e defolianti furono quattro volte superiori a quelle della seconda guerra mondiale. Ma i combattenti vietnamiti impararono presto a rispondere ai piloti USA. Ne sa qualcosa uno degli attuali padrini dei golpisti di Kiev, il senatore John McCain, all'epoca aviatore di marina, abbattuto su Hanoi nel 1967 e rimasto prigioniero fino al 1973. A dispetto delle interessate biografie – il suo passo sicuro dei fotogrammi vietnamiti al momento della liberazione, ad Hanoi, lascia il posto a due solide stampelle nelle videoriprese USA, al suo arrivo nelle Filippine, a “dimostrazione” in Occidente della malvagità dei suoi carcerieri comunisti – lui e tanti altri piloti americani detenuti nel carcere di Hoa Lo venivano nutriti quotidianamente con pasti abbondanti, recapitati alla prigione di notte, affinché la popolazione vietnamita, che in quel periodo faceva la fame, non sapesse come se la passassero gli aviatori statunitensi nelle celle di quello che era chiamato lo “Hanoi Hilton”.

Ma, tra le condizioni che resero possibile la vittoria del 1975, insieme alla lotta di popolo, all'orientamento su una “guerra di lunga durata” - la sola tattica giusta nelle condizioni di enorme disparità di mezzi tra aggressore e aggredito – al sostegno politico, materiale e militare dei paesi socialisti, una parte significativa fu rappresentata anche dalle larghe mobilitazioni di massa internazionali (anche negli Stati Uniti) a sostegno della resistenza vietnamita e contro l'intervento nordamericano. In quegli anni, quando la solidarietà non semplicemente pacifista univa i popoli, anche al di là degli appelli, a volte solo formali, lanciati da una sinistra via via sempre più dimentica dell'internazionalismo, l'appoggio alla lotta del popolo vietnamita e al Viet Nam del nord socialista costituiva anche la manifestazione cosciente della necessità di contrastare sempre e ovunque l'imperialismo USA. In quegli anni, la lotta del Viet Nam era sentita come la punta di lancia della lotta generale dei popoli contro il capitalismo e l'imperialismo. La vittoria del Viet Nam fu sentita come la vittoria non solo del popolo vietnamita.

E in tale vittoria, un ruolo di primissimo piano fu rappresentato dal fattore “soggettivo”: dal Partito comunista del Viet Nam e dai suoi leader, a partire dal primo Presidente della Repubblica socialista del Viet Nam, Ho Chi Minh che, forti dell'esperienza e della preparazione della scuola dell'Internazionale comunista, erano riusciti a mobilitare concretamente su obiettivi locali e nazionali di massa, antireazionari e antiimperialisti, vasti strati di popolazione, avviandosi lungo l'indispensabile percorso della guerra di popolo,  in grado di opporsi e di sconfiggere l'aggressione di una tale potenza finanziaria, economica e militare. E lo strumento fondamentale era stato il Partito comunista che, come scriveva ancora Giap, aveva saputo .

E' così che, con buona pace di Repubblica, i “carri armati comunisti”, le batterie antiaeree, i fucili d'assalto, avevano già vinto prima ancora di liberare Saigon.


Fonti:
Nguyen Khac Vien “Sud-Vietnam au fil des années”. Éditions en langues Étrangères; Hanoi 1984

Vo Nguyen Giap “Écrits”. Hanoi 1977

“Il Vietnam vincerà” a cura di Enrica Collotti Pischel; Einaudi 1968

“Le néo-colonialisme américain au sud-Vietnam. Aspects socio-culturels” - Etudes Vietnamiennes, n.69 del 1982