venerdì 20 marzo 2015

PIT STOP PER LUPI

Il casotto che è nato dallo scandalo emerso dal lavoro della Procura di Firenze in merito alle mazzette sugli appalti per le grandi opere ha visto la prima testa rotolare,ed è quella dell'ormai ex Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Maurizio Lupi.
Il rappresentante ciellino del Ncd di alfaniana nascita,che alle ultime elezioni europee era il capolista del suo partito nella circoscrizione dell'Italia Nord Occidentale solo per fare eleggere l'allora Presidente della provincia di Cremona Massimiliano Salini,è stato messo alle strette un po' da tutti,partendo da amici e falsi amici del governo arrivando a chi è seduto alla stanza dei bottoni in Europa.
I regali ricevuti,le spintarelle al figlio per potergli far ottenere i classici mestieri ed incarichi italiani di alta rappresentanza,ovvero stipendi folli per non lavorare realmente perché a quei livelli se si lavora si fa solo danni,messi insieme hanno certificato l'autoeliminazione dal potere che conta almeno per questo giro.
Infatti siamo sicuri che come le più classiche merde dopo un po' di galleggiamento senza mai sprofondare riapparirà più forte di prima,e poi diciamocelo in intimità che Italia chi ha fatto cappellate più eclatanti è ancora al proprio posto se non addirittura ha visto avanzare la propria carriera,mentre nel resto del mondo per moltissimo meno Ministri e Presidenti hanno lasciato la propria poltrona senza battere ciglio.
Articolo preso da:http://contropiano.org/politica/item/29776-bruxelles-ha-disposto-le-dimissioni-di-lupi .


Bruxelles ha disposto le dimissioni di Lupi.


Le dimissioni si danno davanti alla Terza Camera (presto seconda, con la scomparsa del Senato), ovvero sulla poltrona di Porta a Porta, con l'officiante Bruno Vespa nella parte del confessore-perdonatore, incidentalmente marito di quel gip che, nelle inchieste sui Mondiali di calcio del 1990, proscioglie «perché il fatto non sussiste» l'ora arrestato Ercole Incalza. Ghirigori di incontri, nei retrobottega del potere italico...
L'annuncio è stato ovviamente sofferto e dolente: "Domani al termine dell'informativa" alla Camera, "rassegnerò le dimissioni". Con grandi sussulti di dignità istituzionale: "Per me la politica non è un mestiere ma passione. E' poter servire il proprio Stato. Non ho perso né l'onore né la passione". Evidentemente deve esserci stato un caso di omonimia con quell'altro Lupi che, parlando al telefono con Incalza chiedeva «Tu suggerisci di rimanere? Io sono veramente dubbioso... o mi rifaccio il partito, oppure rimanere dentro...e rimanere a fare cosa?».
Onore perduto a parte, la vicenda si chiude nell'unico modo possibile ai tempi della Troika.
Se vogliamo restare alla pura procedura parlamentare, infatti, la trada era egualmente segnata. Il Movimento 5 Stelle aveva preparato una mozione di sfiducia personale sul ministro delle infrastrutture che si faceva dirigere, e persino scrivere il programma di governo, da quello che teoricamente era solo un suo collaboratore a progetto. La mozione sarebbe stata votata da Sel, fors'anche dai "dissidenti" del Pd, sicuramente da una parte di Forza Italia che considera Lupi come uno dei traditori del Caimano (quando scelsero, insieme ad Alfano, di restare nel governo Letta mentre il berluska rompeva il patto).
A quel punto, per salvare il ministro di cielle, Renzi avrebbe dovuto porre una sorta di "fiducia" sul lupetto ormai spelacchiato e additato al pubblico ludibrio. Un costo alto, senza alcun guadagno.
Tanto più che una vicenda del genere, seppur senza dichiarazioni pubbliche, era certamente seguita dalle cancellerie dell'Unione Europea, dove vigono standard comportamentali per i ministri decisamente diversi. Ci sono stati casi di ministri, per esempio in Francia, costretti ale dimissioni non per aver rubato o concesso appalti miliardari in cambio di mazzette, ma semplicemente per aver affittato un appartamento - a spese dello stato - considerato "troppo grande" per il suo nucleo familiare...
Cosa signifca?. Che la classe dirigente di questa Unione Europea appare consapevole delle "difficoltà" italiane nell'adeguarsi a questi standard e quindi - pur accettando di sostenere e riconoscere governi disposti ad eseguire i propri ordini, ma composti da rappresentanti di interessi clientelari sotto la soglia della presentabilità - "preme" perché gli episodi di corruzione diventino occasione di "limature progressive", capaci di eliminare il personale politico inadeguato agli scopi.
L'altra strada sarebbe stata "rivoluzionaria", in senso autoritario. Ovvero sbarrare la strada dei ministeri a tutti i personagio di questo tipo e affidare tutti i poteri al Cantone di turno. Il rischio, evidente, era però quello di sollevare una "rivolta" masanelliana dei tangentari, dei corrotti, del "mondo di mezzo"... meglio, molto meglio, la "politica dei piccoli passi" teleguidati dall'alto, le scremature rese possibili dalle inchieste giudiziarie.
Così vanno interpretatae le uniche parole pronunciate da Renzi sula vicenda (strano, neanche un tweet, questa volta...): "La scelta di Maurizio è una scelta saggia, per sè, per Ncd, per il governo". Una scelta che evita di trasformare un colpo durissimo per la credibilità - in rapido calo - di questo governo in una crepa permanente capace di abbatterlo.
Sì, va bene, ma da chi verrà sotituito Lupi? Per ora Renzi annuncia l'interim a se stesso. In attesa di trovare il nome giusto. Circola quello di Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità anticorruzione, magistrato che ha sostituito lo sbiadito Di Pietro dell'immaginario ruolo dell'"uomo incorruttibile".
Ma bisogna ricordare - e le telefonate tra Lupi e Incalza lo dimostrano - che renzi era già prima intenzionato a portare a Palazzo Chigi la "struttura tecnica di missione" del ministero delle Infrastrutture, quella con a capo Incalza e per cui lo stesso Lupi aveva minacciato di far cadere il governo.
Ma circola anche quello di Mauro Moretti, amministratore delegato di Finmeccanica ed ex ad delle Ferrovie, nonché nel lontano passato anche ex segretario della FiltCgil. Un inaffondabile capace di galleggiare in qualsiasi mare...

giovedì 19 marzo 2015

KAPITALISMUS TOTET

L'emblematica foto che si vede sopra è il succo della giornata dove l'inaugurazione della nuova sede della Bce a Francoforte è stato solo l'innesco della miccia delle proteste di migliaia di persone giunte da tutt'Europa per protestare contro la Troika e le politiche di austerità imposte agli Stati europei.
Infatti oltre all'evento mondano della nuova apertura del palazzone di vetro dove erano presenti nomi altisonanti della finanza mondiale,c'è stato un chiaro appello urlato dai manifestanti contro il capitalismo grande male dell'economia globale che arricchisce i ricchi sulle spalle dalla stragrande maggioranza della popolazione,e se parte di quest'ultima tace esiste un'altra parte che non sta zitta e grida il suo sdegno.
Gli scontri con la polizia sono cominciati al mattino presto quando centinaia di partecipanti al corteo ampiamente annunciato hanno deciso di bloccare uno dei ponti che costituiscono la via d'accesso alla zona della nuova sede della Bce,poi questi scontri sono degenerati dall'una e dall'altra parte in un eccesso di violenza e rabbia reciproca.
Articolo preso da Senza Soste/Infoaut.

#18M, Francoforte. In migliaia contro Bce e austerity. 

Il corteo partecipatissimo che ha attraversato nel tardo pomeriggio le strade di Francoforte è terminato nella piazza dell'Opera. La giornata di oggi ha dimostrato sin dalle prime ore del mattino un livello di conflitto che è andato ancora una volta a determinare quel dissenso verso la Bce e la Troika di chi si trova a pagare giorno dopo giorno le politiche di austerità imposte dall'Europa. Le migliaia di persone che sono giunte da ogni angolo di Europa sono state in grado di esprimere in maniera diffusa, ognuno con le sue specificità quella rabbia e a praticare degli obiettivi ben precisi. L'ingente dispiegamento di forze dell'ordine che ha deciso ripetutamente di attaccare i manifestanti con il fine di disperderli, ha causato numerosi feriti, l'identificazione di centinaia di attivisti e l'arresto per almeno una ventina di persone. Nonostante le cariche e gli arresti di stamattina, emblematica è stata la manifestazione che si è svolta nel tardo pomeriggio, riuscendo così a dare una risposta decisa e forte non solo nei confronti dell'inaugurazione della nuova sede Bce ma anche rispetto all'atteggiamento aggressivo e intimidatorio della polizia.
Aggiornamento ore 18: Dopo i blocchi riusciti di stamattina di nuovo in piazza contro l'Europa dell'austerity, da circa mezzora è partito il corteo di #Blockupy formato da decine di migliaia di persone che esprimono il proprio dissenso contro la Bce e le misure di miseria attuate dalla Troika. La presenza delle forze dell'ordine è ingente mentre il corteo prosegue nelle strade.
L'appuntamento, questo pomeriggio, è previsto per le 14, momento in cui si riprenderà la mobilitazione con un corteo unitario che attraverserà le strade di Francoforte, in direzione della zona rosa e nello specifico, della nuova sede Bce.
ore 12.00: Sembra che il presidente della BCE Mario Draghi sia stato costretto ad arrivare in elicottero per evitare la mobilitazione intorno alla sede di Francoforte.
ore 11.30:alcuni attivisti sono riusciti a scalare la facciata di vetro della nuova sede della BCE sulla quale è stato appeso un grosso striscione con scritto "Kapitalismus Totet" ("Il capitalismo uccide") foto.
Da ultimi aggiornamenti sembra che, dopo l'identificazione, la polizia stia lentamente rilasciando una parte delle persone fermate durante i massici fermi avvenuti nella mattinata. Centinaia di attivisti sono però ancora in stato di fermo di polizia mentre sarebbero 21 gli arrestati.
Ascolta Manuel, redattore di Radio Onda d'Urto (Radio BlackOut):
aggiornamento ore 10: Le azioni che si sono svolte sin dal primo mattino di oggi stanno per concludersi. La mobilitazione messa in campo per tutta la giornata ha rivelato un livello di eterogeneità caratterizzata da diverse pratiche che hanno un obiettivo comune.
Le decine di migliaia di persone che stanno prendendo parte alla contestazione contro l'inaugurazione della nuova sede Bce e contro il diktat della Troika che propone piani di austerità, hanno dimostrato la determinazione nel raggiungere e indirizzare la propria rabbia contro il palazzo di cristallo, blindato ad arte da una zona rossa e da migliaia di poliziotti. Le persone che sono giunte da ogni parte d'Europa e gli interventi capillari in diversi punti della città hanno caratterizzato questa prima parte della giornata, arricchendola di potenzialità e di conflitto.
Intanto giunge notizia che la polizia stia identificando centinaia di persone che continuano a effettuare blocchi e azioni diffusa in diversi punti della città. Le autorità parlano inoltre di 350 arresti, mentre il Legal Team ha notizia di qualche decina di attiviti tratti in stato di fermo. 
Ascolta Bender, compagno di Francoforte(Radio BlackOut)
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La diretta video da Francoforte:
Giornata di mobilitazione in occasione dell'inaugurazione della nuova sede della BCE e contro le politiche di austerità e di governo della crisi della Troika. Se già  ieri, il clima di preparazione annunciava una giornata intensa di conflitto, in queste ore decine di migliaia di persone stanno manifestando nella città tedesca, in forme e modalità differenti. Circa diecimila poliziotti presidiano la città, muniti di decine di cannoni ad acqua e impegnati a difendere già da diversi giorni la zona rossa che contiene l'edificio della BCE.
La contestazione prevista oggi a Francoforte contro la BCE e l'austerity è già iniziata alle 6.00 di questa mattina, con azioni dirette e sanzionamenti contro vetrine di banche e agenzia di assicurazione lungo il percorso della nuova sede della BCE. La polizia ha inoltre attaccato i manifestanti, con un fitto lancio di lacrmogeni e idranti, fermando, sembrerebbe da alcune fonti giornalistiche, qualcuno.
La determinazione di chi oggi è sceso in piazza a Francoforte è indirizzata ad avvicinarsi alla nuova sede della Bce. La presenza numerica e la determinazione è significativa, con decine e decine di migliaia di persone che promettono di proseguire con blocchi e cortei selvaggi in diversi punti della città.
Verso le 8 del mattino, migliaia di manifestanti hanno bloccato il ponte Osthafen, nelle immediate vicinanze della nuova sede Bce. I manifestanti sono stati attaccati dalla polizia con lacrimogeni e idranti, nel tentativo di disperdere le persone, che però si sono successivamente ricompattate.
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mercoledì 18 marzo 2015

ISRAELE SEMPRE PIU' A DESTRA

La grande  fiducia che la sinistra poneva in queste elezioni(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2015/02/la-nuova-alleanza-del-partito-comunista.html )si è schiantata con la terribile realtà di un altro mandato per un governo di centro destra che sarà guidato per la quarta volta consecutiva da Netanyahu,alla faccia dei sondaggi che lo vedevano sconfitto dal laburista Herzog.
Israele anzi vira sempre più a destra,ha vinto chi considera la Palestina una causa persa e che vuole il non riconoscimento di due Stati diversi:i territori occupati vedranno sempre più colonizzazione e sempre meno diritti.
L'unica cosa che ora possono fare i leaders palestinesi è quella di aderire in tempi sempre più stretti alla corte penale internazionale che dovrà vagliare le richieste contro Israele per i crimini di guerra perpetrati.
I voti hanno infatti affermato la chiara indole dello stato israeliano a proseguire e intensificare gli abomini ed i soprusi cui siamo abituati da decenni,con una popolazione martoriata sotto tutti i punti di vista,una popolazione ammazzata senza che nessuno poi in realtà faccia davvero qualcosa per cambiare la situazione.
Articolo preso da Infoaut cui suggerisco pure questo:http://www.senzasoste.it/internazionale/israele-sempre-pi-a-destra .

Israele: Netanyahu stravince le elezioni.


aggiornamento ore 9:Palestinesi:"Accelereremo pratica di adesione a corte penale internazionale":
”Diciamo chiaramente che ci rivolgeremo alla Corte penale internazionale dell’Aja, che accelereremo la pratica nei suoi confronti, la porteremo avanti e la intensificheremo”,  ha avvertito oggi Saeb Erekat, il negoziatore capo dell’Olp, a commento della vittoria elettorale di Netanyahu e della sua riconferma a capo del governo. “Tutti abbiamo sentito le dichiarazioni di Netanyahu, che cioè non consentirà la costituzione di uno Stato palestinese indipendente e che proseguirà la colonizzazione. La comunità internazionale  deve ora sostenere gli sforzi della Palestina, in quanto Paese sotto occupazione, di rivolgersi alla Corte penale internazionale e ad altre istituzioni internazionali”.

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Benyamin Netanyahu non ha vinto, ha stravinto le elezioni legislative israeliane. Il suo partito, il Likud, ha conquistato 29  seggi (potrebbero salire a 30 con la conta dei voti dei soldati), mentre Campo Sionista del suo rivale, il laburista Yitzhak Herzog, solo 24.

A questo punto, secondo i media e contro gli exit-poll che ieri sera alla chiusura delle urne avevano dato i due partiti avversari alla pari, Netanyahu è in grado di formare una maggioranza solida con i suoi partner della destra estrema. Il partito centrista Yesh Atid, forte di 11 seggi, peraltro non esclude di entrare nella nuova maggioranza guidata dal Likud e altrettanto potrebbe fare Kalanu (10 seggi), il partito guidato da Moshe Kahlon, rappresentante della cosiddetta destra sociale, al quale qualche giorno fa Netanyahu aveva offerto il ministero delle finanze.

“Sono fiero per la grandezza di Israele, Ora dovremo formare subito un governo nazionalista forte e stabile”, ha detto Netanyahu escludendo definitivamente l’ipotesi di esecutivo di unità nazionale che si era affacciata ieri sera su proposta del capo dello stato Reuven Rivlin. Il vincitore ha già preso contatto con i leader della destra con i quali intende dare vita alla nuova coalizione. Netanyahu potrà contare anche su Yisrael Beitenu, il partito antiarabo del ministro degli esteri Avigdor Lieberman che, dato dai sondaggi fuori dalla Knesset, ha conquistato invece sei seggi. “Per noi è una vittoria”, ha commentato Lieberman “nonostante il tentativo di grandi forze di annientarci. Nessun altro partito sarebbe sopravvissuto a questa battaglia. Non è stata solo una lotta politica, siamo stati di fronte ad un annientamento mirato di un intero gruppo politico. Ci siamo confrontati contro grandi forze. Molti, anche nei media, hanno fatto fronte comune per eleminarci, ma non ci sono riusciti”.

Il terzo gruppo parlamentare alla Knesset sarà la Lista Araba Unita, con ben 14 seggi. Un risultato mai raggiunto che offre alle formazioni politiche che rappresentano la minoranza palestinese (20% della popolazione) in Israele la possibilità di mettere in piedi una opposizione forte all’offensiva, anche legislativa, della destra guidata da Netanyahu contro i cittadini arabi.

Tacciono in queste ore Herzog e l’alleata Tzipi Livni, passati dall’illusione della vittoria all’amarezza di una sconfitta quasi umiliante. Forte delusione anche per ilMeretz, la sinistra sionista, che con grande fatica ha superato la soglia di sbarramento conquistando il minimo: quattro seggi. La leader Zahava Galon ha annunciato la sua rinuncia al seggio per permettere l’ingresso nella Knesset a Tamar Zandberg, quinta sulla lista presentata alle elezioni e astro nascente del partitino.

Israele si conferma un Paese di destra, sempre più estrema. I dirigenti dell’Autorità nazionale palestinese, pur senza proclamarlo pubblicamente, avevano sperato nella sconfitta di Netanyahu. Si annunciano ora nuovi scontri diplomatici, subito, a partire dal Primo aprile quando la Palestina entrerà a far parte della Corte Penale Internazionale e potrà chiedere una indagine per crimini di guerra contro Israele. Tra molti palestinesi in ogni caso si riteneva inutile e persino dannosa la vittoria del centrosinistra che, a loro dire, non avrebbe cambiato la situazione sul terreno, ma avrebbe comunque garantito a Herzog e Livni  il sostegno dei governi occidentali.

Senza dubbio non brinda alla vittoria di Netanyahu neanche il presidente americano Barack Obama che mantienre rapporti personali molto difficili con il leader israeliano. Noto è lo scontro tra i due riguardo al possibile accordo internazionale sul programma nucleare iraniano. Comunque Obama in questi anni non ha mai fatto mancare a Israele l’appoggio decisivo degli Stati Uniti in diverse importanti circostanze alle Nazioni Unite e in altri ambiti internazionali contro i diritti dei palestinesi.

da Nena News

martedì 17 marzo 2015

AI NOSTRI POSTI CI TROVERETE!

Ieri sera a Milano col tradizionale corteo antifascista si sono concluse le giornate dedicate alla commemorazione di Dax,il compagno ammazzato la sera del sedici marzo di dodici anni fa dalle lame fasciste in una notte dove successe di tutto,per l'appunto con l'omicidio e la successiva violenza poliziesca presso l'ospedale San Paolo.
L'articolo preso da Infoaut spiega la serata di ieri e racconta attraverso i links le passate e future iniziative che si terranno a Milano soprattutto facendo riferimento al settantesimo anniversario della Liberazione italiana dal gioco nazifascista.

Milano in corteo per Dax.

Ieri sera un corteo di diverse centinaia di antifascisti ha sfilato  per le vie di Milano Sud sotto una pioggia battente per ricordare il 12° anniversario dell’omicidio fascista di Davide “Dax” Cesare.
La manifestazione di ieri è arrivata dopo diverse giornate di iniziative che hanno visto, tra le altre cose, concerti e presentazioni di libri.

Quest’anno la manifestazione ha cambiato percorso ed invece che attraversare Corso San Gottardo e raggiungere subito Via Gola ed il quartiere dove Davide abitava ha invece percorso Via Tabacchi e Via Sarfatti per raggiungere il monumento dedicato a Roberto Franceschi, giovane militante del Movimento Studentesco ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato dalla Polizia nel Gennaio 1973.

Da qui, percorrendo Via Bocconi, Via Bligny e Via Col di Lana gli antifascisti hanno raggiunto Piazza XXIV Maggio. Una piazza pesantemente trasformata dai lavori in vista di Expo. Il corteo ha poi percorso il Naviglio per poi tornare in quartiere.

Quest’anno l’anniversario di Dax cade in un periodo che vede un certo attivismo in città dell’estrema-destra (fatto anche di aggressioni davanti alle scuole) per non parlare poi della gravissima aggressione Cremona ad opera di Casa Pound contro Emilio, militante del centro sociale Dordoni.

E’ di sabato scorso l’ultimo banchetto di Forza Nuova in Stadera contrastato dalla mobilitazione immediata degli antifascisti.

Quest’anno, con il 70° anniversario della Liberazione cade anche il 40° anniversario dell’omicidio di Sergio Ramelli. In vista della parata nazista del 29 Aprile gli antifascisti hanno iniziato a mobilitarsi e costruire iniziativa.

In aggiunta a ciò, dopo il corteo nazionale di Ottobre a Milano (anche quello contrastato da un corteo antirazzista di 10.000 persone), la “nuova” Lega Nord di Matteo Salvini in versione anti-europea e nazionalista, ha tentato il “colpaccio” a Roma non riuscendo però a sfondare, ma anzi venendo in qualche modo “battuta” sul terreno dei numeri da quelli messi in campo dai movimenti.

La mobilitazioni antifasciste proseguono quindi verso un 25 Aprile che diventa oggi più che mai data importante sia dal punto di vista politico che simbolico.

lunedì 16 marzo 2015

LA CORRUZIONE INCALZA-NTE


La notizia in circolo da stamattina dell'arresto e delle denunce di decine di persone,per lo più dirigenti ed imprenditori in orbita ai progetti delle grandi opere e su tutte la Tav e l'Expo,è di quelle che alla fine ti aspetti nonostante tutti gli accorgimenti che sono stati fatti:la corruzione ed i reati in genere contro la pubblica amministrazione sono prerogativa degli italiani al potere.
Il super manager Ettore Incalza è il nome più in vista di quelli resi noti,un intermediario delle mazzette che servivano a pagare gli appalti milionari delle grandi opere,uno che ha incarichi per lo Stato ininterrottamente da sette governi e che è già uscito indenne da ben 14 procedimenti giudiziari sempre per reati contro la p.a.
L'articolo è preso da Infoaut.
 
Arrestato Incalza: cade un pezzo del sistema tav .

Questa mattina è avvenuto l’arresto di Ettore Incalza, super dirigente ai lavori pubblici, confermato dagli ultimi 7 governi che si sono succeduti. Un nome e una garanzia per la politica delle grandi opere che ha confermato uno dei suoi uomini di punta indistintamente da chi sedeva sul banco del governo.
Una garanzia già, infatti Ettore Incalza è stato inserito nel 2013 dal Ministro Lupi e il Ministro Alfano nella task force (un nome un programma) sulla Torino-Lione, con  Regione Piemonte, la Provincia di Torino, il Comune di Torino e il commissario governativo Mario Virano. Il compito designato a questo gruppo era quello di organizzare le “compensazioni” e le comunicazioni con il territorio…e sappiamo come è andata finire.
Già alla nomina Incalza poteva vantare un buon curriculum: 14 procedimenti e altrettante assoluzioni per reati contro la pubblica amministrazione, un buon soggetto insomma, gradito a tutto il sistema tav. Oggi cade sotto i colpi di un’inchiesta della procura di Firenze per vari reati legati alle grandi opere, il Tav e l’Expo. I magistrati in conferenza stampa hanno definito la cricca un “articolato sistema corruttivo che coinvolgeva dirigenti pubblici, società aggiudicatarie degli appalti ed imprese esecutrici dei lavori”.
Oltre a Incalza tra gli arrestati dai Ros c’è anche l’imprenditore Stefano Perotti che nel tempo “ha procurato degli incarichi di lavoro a Luca Lupi”, figlio del ministro Maurizio Lupi. A scriverlo è il gip di Firenze nell’ordinanza di custodia cautelare.
Niente di nuovo, ma evidentemente qualcosa è cambiato nella gestione del sistema tav, e quindi qualche affiliato va gettato nella mischia.
Sistema è il termine giusto perchè è di sistema che si tratta, quel sistema che fa incriminare i notav mentre meriteremmo una medaglia, uno per uno, al cospetto dello schifo (legalizzato o meno) che rappresenta la cricca di potere che si affanna a difendere opere inutili e dannose, utili solo ad arricchire familiari e amici indebitando l’intero Paese.

da: notav.info

sabato 14 marzo 2015

ALBE LATINOAMERICANE,MEDITERRANEE E DORATE

L'incontro che si è tenuto ieri presso l'auditorium Pertini organizzato dal Movimento 5 Stelle ha dato spunti di riflessione nello scenario politico non solo italiano ed europeo ma anche internazionale visto che si è fatto un parallelo con la situazione del Sud America ed i paesi mediterranei legati all'Eurozona che sono gli ultimi della classe nell'Ue,i così detti Pigs.
I temi toccati sono stati soprattutto economici in quanto la pressione europea nonostante proclami di fine recessione ormai inculcatici nella testa da più di cinque anni non hanno ancora risolto nulla,semmai hanno incrementato la percezione di povertà e di disagio che sfocia anche e soprattutto nel settore sociale.
Sebbene gli stati dell'Alba Latinoamericana siano riusciti ad unirsi nel corso degli ultimi decenni per spazzare via l'egemonia degli Usa,uno dei tre pilastri della loro di Troika assieme alla Banca mondiale ed al Fondo Monetario Internazionale,(unico capitolo in comune con la nostra troika che ha l'Ue e la Bce ma cambiano solo i nomi ma non la sostanza)il prospettarsi di un'Alba Mediterranea non è una bestialità a prescindere.
E'vero che le argomentazioni di Di Battista e Di Stefano abbiano alcune lacune,l'idea di fondo è da approfondire attentamente soprattutto sul fatto dell'uscita dall'Euro che gli stessi rappresentanti del M5S e gli altri partecipanti al dibattito come Minà e Arriola,se fatto da un solo Stato(vedi Grecia),è non solo inutile ma dannoso.
Anche perché alla porta ci sono i movimenti di destra ivi compresi quelli neofascisti e neonazisti come un'altra di Alba,quella Dorata,che pur avendo diminuito il consenso in Grecia negli altri Stati si sta arricchendo di nuovi seguaci,ignoranti e cattivi di sicuro,ma anche il numero fa forza:bene,questi ultimi cavalcano l'onda dell'uscita dall'Euro ed in taluni casi anche quelli dell'Eurozona.
L'articolo di Contropiano(http://contropiano.org/politica/item/29657-un-alba-mediterranea-contro-troika-ed-euro-il-m5s-rompe-gli-indugi )parla di questo incontro e propone la sintesi degli interventi.

Un'Alba Mediterranea contro troika ed euro.


Il M5S rompe gli indugi. Una platea composita e affollata ha seguito oggi con estrema attenzione l’iniziativa organizzata dal Movimento 5 Stelle presso l’Auditorium Sandro Pertini della Camera dei Deputati. L'incontro ha visto la partecipazione di alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle come Di Stefano e Di Battista, del giornalista Gianni Minà, di alcuni intellettuali militanti – come Luciano Vasapollo e Joaquin Arriola - e di numerose rappresentanze delle ambasciate paesi dell’Alba.
Una iniziativa che a partire dal processo di rottura avvenuto in America Latina nei decenni scorsi rispetto all’asfissiante dominazione economica statunitense e alla dollarizzazione delle economie, propone un processo di rottura all’interno dell’Unione Europea che liberi i Pigs – i paesi “maiali” oggetto di quasi un decennio di politiche di austerity – dall’ormai intollerabile gabbia rappresentata da una moneta – l’Euro – e da alcune istituzioni – la Bce, la Troika – che i partecipanti all’iniziativa hanno esplicitamente contestato.

Introducendo i lavori, il parlamentare del M5S Manlio Di Stefano ha sottolineato "L'insostenibilità del sistema-euro per i paesi europei con condizioni diverse tra loro e gli effetti della globalizzazione". A questo punto si può fare altro? A questa domanda Di Stefano ha risposto citando l'esempio dei paesi dell'Alba Latino americana. "Quindi i cittadini italiani possono discutere anche di altre ipotesi possibili". Importante il passaggio nel quale ha affermato che il M5S vuole tradurre tutto questo in atti legislativi.
Ad aprire il dibattito è stato Gianni Minà, che ha attaccato e messo alla gogna una politica e una informazione continentali che a lungo ci hanno presentato le rivoluzioni latinoamericane dal punto di vista degli interessi politici ed economici dominanti, descrivendo i leader e i processi di liberazione in quel continente come folkloristici nel migliore dei casi o più spesso populisti o addirittura dittatoriali. “Sono qui per imparare” ha detto Minà, riferendosi alla proposta della creazione nell’area del Mediterraneo di una alleanza di paesi che si sganci della dominazione del capitale franco-tedesco ripetendo un processo già compiuto in America Latina ai tempi della rottura con l’Alca che gli Stati Uniti volevano imporre al tradizionale ‘cortile di casa’. Minà ha efficacemente ricordato che se nel Mediterraneo è la troika europea – Bce, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale - a dettare legge e a imporre l’interesse del più forte, prima della coraggiosa ed efficace formazione dell’Alba in America Latina era un’altra troika – costituita da Washington, dalla Banca Mondiale e dal FMI – a devastare le economie di quei paesi.

Dopo Minà è toccato a Luciano Vasapollo, docente di Economia all’Università La Sapienza ed esponente del Centro Studi Trasformazioni Economiche e Sociali. Vasapollo ha rivendicato l’inizio, ormai cinque anni fa, di un dibattito scientifico e politico su un'area euromediterranea alternativa all'Unione Europea e all'Eurozona, agganciato alle dinamiche del sindacalismo di base e dei movimenti sociali. Nel libro "Il risveglio dei maiali", scritto con Joaquin Arriola e Rita Martufi (tradotto e pubblicato ormai in diverse lingue) e insieme a pochi altri intellettuali militanti a livello europeo, hanno cominciato a proporre la rottura dell’Unione Europea e la formazione di ‘un’Alba euromediterranea’ come via d’uscita radicale ma credibile ad una crisi del modo di produzione capitalistico che ha assunto un carattere sistemico. Una proposta che considera necessaria una fuoriuscita dall’euro non di un singolo paese, la cui economia sarebbe immediatamente danneggiata dagli attacchi speculativi, e non per tornare alla vecchia moneta nazionale, il che avrebbe effetti disastrosi. Ciò che si propone è un’alleanza di paesi – quelli della sponda sud del Mediterraneo, i più indeboliti dall’euro e dalle politiche rigoriste imposte dalla Germania orientate a costruire una periferia interna all’Ue che fornisca al centro manodopera a basso costo e assorba i prodotti esportati da Berlino – che rompa con la moneta unita europea e con il meccanismo di dominazione economico-politica dell’Unione Europea per costruire un altro aggregato di paesi, con una propria moneta comune e un sistema basato sulla complementarietà e l’equilibrio. Occorre, ha spiegato Vasapollo, che le banche vengano nazionalizzate così come altri settori chiave dell’economia come le telecomunicazioni, l'energia o i trasporti, in maniera da ridare al settore pubblico e allo stato la capacità di intervenire in campo economico per contrastare gli effetti della crisi e gli interessi dei poteri forti.

Sullo stesso tema è intervenuto Joaquin Arriola, docente di economia dell’Università del Pais Vasco e coautore del saggio sui Pigs e l'Alba euromediterrranea, il quale ha ricordato che le storture economico-sociali provocate dall’introduzione dell’euro erano già note prima ancora che la moneta unica entrasse in vigore. Arriola ha citato un episodio risalente al 1996, quando il premio Nobel Modigliani nel corso di una conferenza pubblica a Bilbao lanciò un veemente allarme sulle conseguenze nefaste provocate dall’introduzione di quella che chiamò “la moneta tedesca”, cioè l’euro. In molti, anche a sinistra, pensarono che la moneta unica avrebbe accelerato un processo di creazione e rafforzamento di una Europa federale, democratica e solidale che in realtà non è mai nata, lasciando il posto a una matrigna aggressiva e autoritaria nei confronti di alcuni dei popoli che la conformano. Oggi l’Ue è un “organismo costruito sulla base degli interessi delle classi e dei paesi dominanti e dell’egoismo dei potenti” ha accusato Arriola, secondo il quale la moneta unica è stata utilizzata da Francia e Germania per rafforzare le proprie economie e il proprio potere. In particolare la Germania ha utilizzato il processo di unificazione europeo e l’introduzione della moneta unica per assorbire e socializzare i costi dell’assimilazione della Germania e della sua espansione nell’Europa orientale dopo la caduta del blocco socialista. Da anni Berlino utilizza una sfacciata politica di dumping per favorire i propri prodotti e le proprie esportazioni desertificando così le economie dei paesi della sponda meridionale del Mediterraneo finalizzate alla mera importazione di merci e di macchinari tedeschi. D’altronde la Germania è l’unico paese tra i più importanti dell’Ue che in questi anni non ha visto diminuire il suo tessuto industriale. In riferimento al duro braccio di ferro in corso tra la troika e Atene, Arriola ha affermato che Syriza sbaglia a pensare che sia possibile contrastare l’austerità e ridurre gli effetti delle politiche imposte dalla troika senza mettere in discussione la propria permanenza all’interno dell’Eurozona e senza bloccare del tutto processi di privatizzazione stoppati solo in parte dal nuovo esecutivo.

A chiudere la sessione della mattinata ci ha pensato Alessandro Di Battista, Vicepresidente della Commissione Affari Esteri della Camera per il Movimento Cinque Stelle, che ci ha tenuto a rivendicare il carattere ‘postideologico’ dell’identità del suo movimento, sottolineando però la possibilità di portare avanti una battaglia comune su una proposta in grado di costruire nel nostro paese e nel resto dell’Europa un’alternativa alla sottomissione alla troika e all’austerity. Anche Di Battista, tra gli applausi in sala, ha esordito affermando che la pur importante vittoria di Syriza in Grecia potrebbe risolversi in un nulla di fatto se il nuovo governo non prenderà atto dell’impossibilità di rispettare il suo programma elettorale all’interno dei vincoli posti dall’Eurozona. “Stampa e politica affermano – ha ricordato Di Battista – che se i nostri paesi abbandonassero la moneta unica le nostre economie crollerebbero: la disoccupazione aumenterebbe, le esportazioni collasserebbero, il debito schizzerebbe in alto... Esattamente ciò che sta succedendo da anni nei Pigs integrati nella zona Euro”.
Secondo Di Battista, che ha attaccato il Jobs Act e il Ttip che danno mano libera alle imprese a danno dei lavoratori, l’Europa del Sud deve ‘fare cartello’ come hanno fatto a suo tempo i paesi dell’America Latina e costruire una nuova aggregazione di paesi che funzioni con parametri economici e politici completamente diversi da quelli imposti finora dall’Ue. “Dov’è Sel, dove sono le minoranze del Pd, quelle dove c’è un Fassina che prima ha fatto il consulente dell’Fmi e ora dice di essere contro la troika e a favore del governo greco?” ha chiesto Di Battista, il quale ha difeso la proposta di un reddito di cittadinanza criticando chi definisce la misura populista negando che possa esistere una copertura economica per garantirla. “Come mai quando bisogna comprare gli F35 la copertura finanziaria si trova sempre e invece quando proponiamo di dare un reddito ai precari e ai disoccupati ci accusano di essere degli assistenzialisti?”. Applausi per Di Battista anche quando ha affermato che serve «una banca pubblica nazionalizzata che emetta e stampi moneta. E' un modo per dare a un popolo, a un governo, un potere: una politica monetaria, fiscale, valutaria. Sono degli strumenti per uscire dalla crisi, giocarci, tutti lo fanno, ma oggi non abbiamo questo potere».
Nella seconda sessione del convegno hanno preso la parola le ambasciate dei paesi latinoamericani che hanno dato vita all'Alba.
Insomma, con il convegno di oggi si è aperto uno spazio politico importante e che può diventare il percorso concreto di una battaglia da giocare a tutti i livelli - dalle piazze al parlamento, dai posti di lavoro ai territori - intorno ad una ipotesi di rottura della gabbia dell'Unione Europea e dell'Eurozona e alla costruzione di una area alternativa euromediterranea. L'assunzione di responsabilità su questo del M5S non è un particolare secondario. Vogliamo dirla riproponendo un illuminante osservazione di Perry Anderson: "I movi­menti di destra non hanno dif­fi­coltà a riven­di­care aper­ta­mente l’uscita dall’Euro come dal giogo mone­ta­rio dell’austerità che il neo­li­be­ri­smo ora esige. Anche i movi­menti di sinistra denun­ciano gli effetti della moneta unica, ma sull’Euro soli­ta­mente tem­po­reg­giano, sug­ge­rendo nel migliore dei casi varie mac­chi­na­zioni per alle­viarne i rigori. Que­ste tendono tut­ta­via a sof­frire di due svan­taggi poli­tici: sono tec­ni­ca­mente troppo com­pli­cate per essere intel­le­gi­bili ai più e non hanno pra­ti­ca­mente alcuna chance di accet­ta­zione da parte di Bru­xel­les o Fran­co­forte. In con­fronto, le riso­lute chia­mate a disfarsi dell’Euro sono non solo pron­ta­mente com­pren­si­bili da tutti, ma, rea­li­sti­ca­mente par­lando, più plau­si­bili come sce­na­rio pos­si­bile. Dun­que la sini­stra è svan­tag­giata anche qui". Se la sinistra in Italia e in Europa non vuole rimanere eternamente svantaggiata, è tempo che acquisisca il necessario coraggio politico per diventare essa - e non la destra - il punto di riferimento popolare e generazionale della rottura con la gabbia dell'Unione Europea.

venerdì 13 marzo 2015

LE REALI INFORMAZIONI SUL CONFLITTO TIBET-CINA

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L'articolo odierno prende spunto da una riflessione di Senza Soste che indaga sugli eventi che hanno portato al conflitto la regione del Tibet e la Cina,lo Stato cui esso fa parte,lasciando perdere le politicizzazioni e le campagne di liberazione cui la zona Himalaiana asiatica è abituata.
Con semplici domande e risposte che sono un poco più articolate,ecco uno scenario diverso da quello che i film soprattutto americani disegnano della vita tibetana,che sembra sia stata sconvolta dall'esercito rosso cinese ma la storia vera non è proprio come viene descritta da tali pellicole.
Si spiegano bene,poi ognuno si può fare un'opinione,l'intervento dei militari,gli scontri di Lhasa di fine anni cinquanta,le cifre sulle vittime,l'appoggio Usa onnipresente in tutto il mondo con la Cia che finanzia il Dalai Lama,la libertà di religione e molto altro che è stato distorto nel corso degli ultimi decenni.

Tibet: vero o falso?
Proponiamo l’articolo di Mila Marcos e Michel Collon tratto da www.resistenze.org sezione Popoli. Noi come redazione a tal proposito avevamo scritto questo articolo nel 2008 (Link: Cina-Tibet: in questo film non ci sono i buoni) 
Questo “media-test” non vuole scandalizzare. Tutte le posizioni sono rispettabili. Il nostro obiettivo è che ciascuno possa porsi, da solo, una questione essenziale:
 “Le mie convinzioni si basano su informazioni affidabili o si è trattato della manipolazione dell’opinione pubblica su alcune questioni critiche?”
Come si fa ad essere un buon giudice? Si devono ascoltare con attenzione le varie posizioni, lasciare i pregiudizi da parte, verificare l’affidabilità di ogni prova, documento o testimone. Non dovremmo essere tutti, lettori o spettatori dei media, interessati ad applicare questo metodo?
1. “Prima dell’invasione cinese, il popolo tibetano viveva in armonia con i monaci e i signori feudali in un ordine sociale ispirato dagli insegnamenti religiosi”.
FALSO.
La dottrina imponeva la superiorità del ricco signore e l’inferiorità del contadino miserabile, del monaco inferiore, dello schiavo e della donna. Si presentava quest’ordine come il risultato ineluttabile della successione karmica, prodotto della virtù dei ricchi e delle loro vite passate.
In realtà, questa ideologia giustificava un ordine sociale di classe feudale: i servi dovevano lavorare le terre del signore o del monastero, gratuitamente e per tutta la vita. Qualunque azione era un pretesto per imporre tasse elevate: matrimonio, funerale, nascita, feste religiose, il possesso di un animale, piantare un albero, il ballo, e persino entrare o uscire di prigione.
Questi debiti potevano essere passati da padre in figlio e proseguire nelle generazioni successive, e se i debiti non venivano pagati, i debitori erano ridotti in schiavitù.
I fuggitivi e i ladri erano perseguiti da un piccolo esercito professionista. Le punizioni preferite erano il taglio della lingua o accecare un occhio, il taglio del tendine del ginocchio, ecc. Tutte queste torture sono state proibite nel 1951 mediante l’applicazione delle riforme portate da Pechino.
2. “Nel 1951 la Cina ha invaso il Tibet”
FALSO.
Il termine “invasione” implica l’idea dell’esistenza di due paesi diversi. In realtà, a partire dal XII secolo, con l’impero mongolo, il Tibet è stato annesso alla Cina. A partire dal secolo XVII il Tibet è diventato una delle diciotto province dell’impero cinese e ogni Dalai-lama riceveva la sua garanzia di legittimazione dall’imperatore cinese.
Alla fine del XIX secolo l’impero britannico ha invaso il Tibet. Il Dalai-lama ha approfittato dell’occasione per rivendicare l’indipendenza tibetana. Questa richiesta, però, non venne presa in considerazione da nessun partito cinese né da alcun paese del mondo. Nel 1949, anche il Dipartimento di Stato USA considerava il Tibet (e Taiwan) come parte integrante della Cina, ma cambia tutto quando la Cina diventa un paese socialista con Mao Zedong.
Era lo stesso Dipartimento di Stato, allora, che scriveva:
 “Il Tibet diventa una zona strategica ideologicamente importante. L’indipendenza del Tibet può servire come lotta contro il comunismo, è nostro interesse riconoscerlo come paese indipendente anziché come parte integrante della Cina”. Ma aggiunge: “La situazione cambia se si crea un governo in esilio. In questo caso il nostro interesse sarà di sostenere l’indipendenza del Tibet senza riconoscerla. Il riconoscimento dell’indipendenza del Tibet non è la questione veramente importante. Si tratta della nostra strategia contro la Cina.”
3. “A partire dal momento in cui i comunisti cinesi presero il potere nel 1951, il Dalai-lama e i signori tibetani hanno perso il loro potere politico in Tibet”
FALSO.
Nel 1951 venne firmato l’Accordo per la Liberazione Pacifica del Tibet tra Pechino e il governo locale tibetano. Il Dalai-lama accettò la proposta di Mao Zedong e gli mandò un messaggio telegrafico: “Il governo locale, i lama e le popolazioni laiche del Tibet appoggiano all’unanimità l’Accordo di 17 articoli.”
Questo fu il contesto in cui l’Esercito di Liberazione Popolare entrò in Tibet. L’accordo prevedeva il mantenimento della servitù in Tibet sotto l’autorità del Dalai-lama.
I monasteri, il Dalai-lama e gli ufficiali mantennero i loro possedimenti (70%delle terre). Pechino gestiva solo le questioni militari e i rapporti internazionali. Il governo locale tibetano, composto da lama e signori feudali, negoziò e accettò l’accordo. In contropartita, il Dalai-lama ricevette il posto di Vice-presidente del parlamento cinese, posto che occupò senza il minimo tentennamento.
4. “La battaglia di Lhasa si concluse con la morte di 83.000 tibetani!”
FALSO.
Per capire meglio l’evoluzione del conflitto: mentre in Tibet la servitù feudale era stata mantenuta, dagli anni cinquanta la riforma agraria veniva applicata nelle province limitrofe (abitate da minoranze tibetane che coesistevano con gli Han, Hui, Yi, Naxi, Qiang, Mongoli, ecc.).
Si confiscavano le terre dei grandi proprietari per ridistribuirle ai contadini poveri. Questo processo si sviluppò senza troppe frizioni, dato che il governo cinese pagava una rendita ai vecchi proprietari. Sono i lama e i grandi signori tibetani di queste regioni limitrofe, che per paura di perdere i loro privilegi, cominciarono a organizzare la resistenza.
Nel 1956 scoppiò una rivolta armata, iniziata dal monastero di Litang nella provincia dello Sichuan. Dopo alcune scaramucce con l’esercito rosso, una parte dell’elite tibetana dello Sichuan si è rifugiata in Tibet spargendo voci del “terrore rosso”.
La CIA finanziò e appoggiò la rivolta fin dall’inizio. Avevano addestrato milizie armate nel Colorado, le avevano poi lanciate in Tibet e le avevano rifornite per via aerea. I fatti di sangue di quest’epoca erano in realtà la repressione di una lotta di classi privilegiate organizzate dalla CIA. Nel 1959, le voci secondo le quali “i cinesi volevano sequestrare il Dalai-lama” provocò una grande manifestazione a Lhasa (anche se la CIA, in realtà, aveva già organizzato la fuga del Dalai-lama in India). I manifestanti linciarono alcuni ufficiali tibetani e l’esercito rosso schiacciò la ribellione.
Quanti morti ci furono a Lhasa? Secondo i testimoni raccolti dal politologo pro indipendentista Henry Bradsher, 3.000.Nel 1959 il Dalai-lama pretendeva che fossero 65.000, e aumentò la cifra fino ad arrivare a 87.000. Il problema è che allora, Lhasa aveva una popolazione massima di 40.000 abitanti.
Di certo dopo la ribellione 10.000 tibetani furono condannati a lavori forzati per 8 mesi, e impiegati nella costruzione della prima centrale elettrica di Ngchen. Le cifre fantasiose circa il “genocidio” hanno continuato a circolare. Nel 1984 il governo tibetano ha dichiarato: “Tra il 1949 e il 1979 sono stati assassinati dall’esercito rosso 432.000 tibetani!”
5. In principio, l’India negava l’asilo politico al Dalai-lama
VERO.
Dal 1949 gli USA hanno cercato di convincere il Dalai-lama ad andare in esilio. Per farlo, contarono sull’appoggio dei suoi due fratelli (contattati dalla CIA fin dal 1951) e del consigliere tedesco Heinrich Harrer (ex SS).
L’allora dirigente indiano, Nehru, non aveva intenzione di dargli asilo politico. Perciò, il presidente Eisenhower propose un trattato; se l’India avesse dato asilo politico al Dalai-lama, gli USA avrebbero formato 400 ingegneri indiani in materia di tecnologia nucleare.
Il trattato venne accettato. Nel 1974 la prima bomba atomica indiana vene chiamata cinicamente: “il Budda sorridente”.
6. L’occupazione cinese ha causato la morte violenta di 1,2 milioni di tibetani
FALSO.
Due dati contraddicono questa cifra, accettata senza prove da più di 30 anni dall’insieme dei paesi occidentali.
1- La piramide di età della popolazione tibetana. Si stima che nel 1953 la popolazione tibetana (tanto in Tibet che nelle province limitrofe) raggiungeva al massimo 2,5 milioni di abitanti. Se avessero assassinato 1,2 milioni di tibetani tra il 1951 e l’inizio degli anni 70’, una gran parte del Tibet sarebbe rimasta spopolata. Inoltre, ci sarebbe stato un grande squilibrio tra uomini e donne. I demografi, invece, non rilevano nessuna anomalia nella popolazione tibetana, che non ha mai smesso di aumentare. Attualmente in Cina si contano quasi 6 milioni di tibetani.
2- L’unica persona che ha avuto accesso agli archivi del governo tibetano in esilio è Patrick French, quando dirigeva la campagna “Free Tíbet” a Londra. Con i documenti in mano, French arrivò ala conclusione che le prove del “genocidio tibetano” erano state falsificate. Le battaglie del 1959 erano state contabilizzate varie volte e le cifre dei morti erano state aggiunte, a margine, in seguito. French denunciò questa falsificazione, ma la cifra di 1,2 milioni di morti ha continuato a fare il giro del mondo.
7. “Durante la Rivoluzione Culturale venne proibita ogni pratica religiosa”
VERO.
Tra il 1966 e il 1976, tutte le pratiche religiose vennero proibite, non solo in Tibet, ma in tutto il territorio cinese. Si chiusero i monasteri e i monaci furono obbligati a vivere con le loro famiglie d’origine, dedicandosi al lavoro produttivo, essenzialmente agricolo. Non tutti i monasteri venero distrutti, ma molti oggetti di culto furono spazzati via dalle guardie rosse (giovani intellettuali tibetani aderenti al movimento rivoluzionario cinese).
Quando la situazione degenerò gravemente (eccessi, castighi arbitrari), l’esercito rosso s’interpose e restaurò l’ordine sociale ed economico. Il governo cinese ammise gli errori che aveva commesso in questo periodo e cominciò a finanziare la restaurazione di tutto il patrimonio religioso del Tibet.
I monasteri tornarono a riempirsi di monaci. Attualmente, in Cina vi sono più di 2.000 monasteri tibetani restaurati e in funzione.
8. “Il Dalai-lama è una specie di Papa del Buddismo mondiale”
FALSO.
Il Dalai-lama non rappresenta il buddismo zen (Giappone), né il buddismo del Sud-Est asiatico, né quello cinese. Il buddismo tibetano rappresenta meno del 2% dei buddisti del mondo. In Tibet, inoltre, esistono quattro scuole buddiste separate. Il Dalai-lama appartiene a una di quelle, la geluppa (i “virtuosi” capelli gialli),
Durante la visita che il Dalai-lama fece a Londra nel 1992, fu accusato dalla maggior organizzazione buddista britannica di essere un “dittatore spietato” ed un “oppressore della libertà religiosa”. Si tratta di un “Papa” con pochi discepoli religiosi, ma molti adepti politici.
9. Il Dalai-lama rivendica un territorio equivalente alla quarta parte della Cina
VERO.
Sebbene nelle sue ultime dichiarazioni affermava di accontentarsi dell’autonomia, nei suoi libri rivendica il “grande Tibet”, un territorio due volte più grande di quello su cui i Dalai-lama esercitavano il loro potere politico in passato! Questo territorio include tutta la provincia di Qinghai e parti delle province di Gansu, Yunnan e Sichuan, abitate da varie minoranze, tibetane e non.
Che cosa farebbero? Caccerebbero i non tibetani? Farebbero la pulizia etnica? Certo! Nel 1987 il Dalai-lama ha dichiarato testualmente: “Dovranno partire 7,5 milioni di coloni”. Non si tratta di coloni, però, visto che la popolazione di queste regioni è mista da molti secoli. In ogni caso, questo progetto espansionista provocherebbe ciò che tutte le grandi potenze hanno voluto per più di 150 anni: smembrare la Cina.
10. “Il finanziamento del movimento tibetano proviene da donazioni di ONG umanitarie o caritatevoli”
FALSO.
Il movimento tibetano riceve effettivamente questo tipo di donazioni, ma la sua fonte di finanziamento principale è il governo degli USA. Tra il 1959 e il 1972, la CIA ha dato 1,7 milioni di dollari al “Governo Tibetano in esilio” e 180.000 dollari annuali direttamente al Dalai-lama. Per molto tempo, egli lo ha negato, ma finalmente negli anni ottanta, ha finito col riconoscerlo pubblicamente. Da allora ad oggi i finanziamenti sono stati più discreti, attraverso organizzazioni di copertura come il National Endowment for Democracy (NED), il Tibet Fund, il State Department’s Bureau of Democracy… Un altro dei suoi principali patrocinatori è George Soros, attraverso lo Albert Einstein Institution, che continua ad essere diretto dall’ex colonnello Robert Helvey dei servizi segreti USA.
11. “Il sostegno degli USA al Dalai-lama è motivato da obiettivi strategici”
VERO.
L’elite dirigente degli USA considera la Cina come il suo principale nemico. Anche se si tratta di un socio economico indispensabile, a lungo termine, la Cina è valutata come il principale fattore di resistenza al dominio mondiale statunitense. Gli Stati Uniti prevedono che la Cina supererà la loro economia nel 2030. Di conseguenza, è fondamentale per gli USA evitare che il resto dei paesi asiatici riescano a creare un mercato comune legato alla Cina che potrebbe sfuggire al loro controllo. Quindi, sognano di spaccare la Cina come hanno fatto con l’URSS.
Il loro obiettivo è controllare le ricchezze economiche, la mano d’opera e il mercato più grande del mondo. Per indebolire la Cina gli USA hanno una doppia strategia. Da una parte circondarla con le basi militari, dall’altra, appoggiare il separatismo e ogni tipo di opposizione, cominciando da campagne mediatiche di indebolimento. Questa è la ragione per cui investono grandi somme di denaro nella questione del Tibet.
12. “Il Dalai-lama ha difeso pubblicamente il dittatore fascista del Cile, Augusto Pinochet”
VERO.
Pinochet fu arrestato in Inghilterra dalla polizia britannica, sulla base di un ordine d’arresto internazionale emesso dal giudice spagnolo Baltasar Garzón. In quell’occasione il Dalai-lama raccomandò vivamente al governo britannico la liberazione di Pinochet, per evitare che fosse giudicato in Spagna per crimini contro l’umanità.
Anche Pinochet era un vecchio impiegato della CIA. Il Dalai-lama, in effetti, è una pedina degli Stati Uniti. Nel 2007, George Bush gli ha conferito la maggior decorazione degli USA, la Medaglia d’Oro del Congresso. Sua Santità allora ha incensato Bush per i suoi sforzi a favore della democrazia, della libertà e dei diritti umani in tutto il mondo.
E ha persino definito gli USA “campioni di democrazia e della libertà!”
13. “Reporter sin Frontieres (Rsf) appoggiano il Dalai-lama in modo disinteressato”
FALSO.
RSF si presenta come un’organizzazione che lotta a favore della libertà dei giornalisti, e un gran numero di donatori credono di appoggiare un’organizzazione indipendente ed obiettiva. Ma il finanziamento per assistere giornalisti oppressi occupa solo il 7% del finanziamento globale. Il resto è diretto a finanziare campagne politiche, nelle quali si trova il denaro sporco.
Il patron di RSF, Robert Ménard, è un difensore dei diritti dell’uomo a geometria variabile. Perché critica Venezuela e Cuba deformando i fatti? Ha avuto finanziamenti dalla mafia cubana di Miami. Perché critica la Cina per la sua politica nel Tibet? Ha ricevuto 100.000 dollari dagli anticomunisti di Taiwan. Certo Ménard è molto più timido quando si tratta di criticare gli USA, il paese che ha ucciso più giornalisti negli ultimi anni (soprattutto in Iraq). E’ finanziato dalla CIA attraverso la NED, citata in precedenza.
Perché Ménard ha lasciato che RSF smettesse di criticare i media francesi? Perché è legato finanziariamente ai grandi media francesi e ad alcune grandi multinazionali. I distributori di stampa (proprietà parziale di Lagardère) distribuiscono gratuitamente i suoi album fotografici. “Non si sputa nel piatto in cui si mangia!” Lo ha riconosciuto lo stesso Ménard nel 2001. Come fare, per esempio, ad organizzare un dibattito sulla concentrazione della stampa e poi chiedere a Hanvas o a Hachette di finanziare l’evento?
Nonostante tutti questi sfondi sospettosi, la maggioranza dei grandi media continuano a difendere gli argomenti di Ménard. Ma l’UNESCO ha smesso di finanziarlo con questa spiegazione: “In varie occasioni, RSF aveva dato prova di mancanza di etica nel trattare alcuni paesi in maniera molto poco obiettiva.”
14. “La Cina sta facendo un genocidio culturale in Tibet”
FALSO.
Il Tibet è da tempo una regione autonoma. Dagli anni 80’, la cultura e la religione tibetana si pratica liberamente, i bambini sono bilingue e sono stati aperti istituti di tibetologia. I monasteri si sono riempiti di lama, compresi i bambini. La lingua tibetana è parlata e scritta da molte più persone che prima della rivoluzione. Nel Tibet esiste un centinaio di riviste letterarie. Anche la rivista Foreign Office, vicina al Dipartimento di Stato degli USA, ha riconosciuto che la pratica del bilinguismo era usata dal 60/70% dei funzionari di etnia tibetana.
Inoltre, la cultura tibetana ha avuto nuove prospettive dallo sviluppo nel resto della Cina, specialmente nell’ambito della lingua, la letteratura, gli studi sulla vita quotidiana e l’architettura tradizionale. In Cina sono stati pubblicati importanti collezioni di libri, giornali e riviste in lingua tibetana. Ci sono molti editoriali dedicati a promozioni di lingua tibetana, non solo in Tibet ma anche a Pechino. La realtà dimostra che l’idea del “genocidio culturale” non è altro che un mito della propaganda politica.
15. “Le violenze che sono avvenute a Lhasa, lo scorso 14 marzo 2008, sono la conseguenza della durezza con cui la polizia e l’esercito cinese hanno represso una manifestazione pacifica.”
FALSO.
Tutti i testimoni occidentali presenti in quel momento, tra cui il giornalista James Miles (The Economist), confermano la stessa versione: le violenze furono scatenate da giovani tibetani che erano stati diretti da alcuni lama per commettere atti vandalici.
Si trattava di azioni criminali programmate a carattere razzista. Vari gruppi, tutti armati nello stesso modo (bottiglie Molotov, pietre, sbarre di ferro e coltelli da macellaio), agendo alla stessa maniera, si sono sparpagliati a Lhasa seminando il panico e attaccando gli Han (cinesi) e gli Hui (musulmani). Hanno attaccato scuole, ospedali, hotel. Hanno bruciato vivi e lapidato vari civili. Sono stati contati 19 morti e più di 300 feriti. Alcuni tibetani più anziani hanno soccorso alcune vittime salvando loro la vita.
Quando si sono verificate queste violenze razziste, i sostenitori del Dalai-lama hanno preteso che si è trattato di una montatura compiuta da soldati cinesi travestiti da monaci, facendo circolare la fotografia, una cosiddetta “foto-satellite”, che pretendeva di provare i fatti. Abbiamo dimostrato che quella foto è stata un’enorme farsa.
In un primo tempo, la polizia e l’esercito cinese sono rimasti passivi, per poi intervenire e far cessare l’ondata di violenze. Quante vittime ci sono state? I media occidentali diffondono una cifra che raggiunge le “centinaia”, ma ancora una volta, questa cifra proviene dall’entourage del Dalai-lama. Alcuni dei “morti” contati dal governo tibetano in esilio ora vivono in Tibet. Altri si chiamano “Dupont, Charleroi “, senza altra precisazione.
La polemica non è finita.
27/06/08

giovedì 12 marzo 2015

BERLUSCONI IL SANTO E GIUSTO

La sentenza di assoluzione per Silvio Berlusconi dai reati di concussione per costrizione e prostituzione minorile devono far riflettere sul ruolo della magistratura sulla quale tanto l'ex premier puttaniere si era accanito e tutt'ora è in conflitto nonostante tutto quello che spiegherò appena dopo,e sul ruolo dei mass media e soprattutto quelli controllati direttamente da lui.
Andando per ordine cosa vuol dire questa sentenza?Significa solo che i giudici"imparziali"hanno ritenuto che Ruby nello specifico è una prostituta solo che non minorenne,mentre la famosa telefonata con le pressioni fatte al capo gabinetto della Questura di Milano Ostuni per liberare"la nipote di Mubarak"per consegnarla alla Minetti non fu un atto di costrizione di un allora Presidente del Consiglio.
Detto ciò Berlusconi il resuscitato da Renzi ora non sta facendo null'altro di diverso di quello che stava facendo prima,ovvero continua la sua campagna elettorale infinita eseguita anche da quando gli è stata imposta l'inagibilità politica,e perpetrata dalle televisioni e dai giornali controllati in modo diretto e non.
Un'ultima parola sui magistrati,qui si pensa davvero e non è certo il primo caso che vede coinvolto B.,che è un delinquente pluricondannato praticamente per quasi tutti i reati cui è sempre andata bene perché sono stati sempre colpiti dei suoi compagni martiri o perché i reati ascrittigli sono caduti in prescrizione:le famose toghe rosse che fine hanno fatto se mai fossero esistite?
E di processi ne ha ancora a bizzeffe da affrontare,di avvocati da pagare e di giudici probabilmente da corrompere,deve ancora infarcire le sue e le altre testate giornalistiche della sua faccia e delle sue vuote idee,ne devono passare ancora di feste sotto i ponti prima che l'inesorabile fine giunga a compimento.
Articolo preso da:http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/11/processo-ruby-cassazione-conferma-appello-per-berlusconi-assoluzione-definitiva/1494884/ ...altro che santo subito,l'inferno è appena cominciato,se non altro per noi che dobbiamo ancora sopportarlo.

Non Processo Ruby, Silvio Berlusconi assolto anche dalla Cassazione.
         

Rigettato il ricorso sulla sentenza d'appello. Non fu concussione per costrizione e non fu prostituzione minorile. Si chiude così il processo in cui l'ex premier in primo grado era stato condannato a 7 anni. L'avvocato Coppi: "Grande vittoria"fu concussione per costrizione e non fu prostituzione minorile. Silvio Berlusconi esce assolto dall’affaire del bunga bunga che ha generato il processo Ruby, il processo Ruby bis (tre condanne in appello) e l’inchiesta Ruby ter.
La Cassazione, dopo una camera di consiglio durata oltre nove ore, ha confermato la sentenza di appello che, il 18 luglio scorso, aveva ribaltato quella di primo grado, in cui l’ex premier era stato condannato dal tribunale di Milano a sette anni (sei per la concussione e uno per la prostituzione). Dopo il terzo grado di giudizio, dunque, nulla di fatto. Resta solo il ciarpame denunciato mesi prima dall’allora moglie Veronica Lario.
Il procuratore generale della Cassazione, Eduardo Scardaccione, aveva chiesto di annullare l’assoluzione incassata in secondo grado da Silvio Berlusconi (leggi). L’accusa riteneva “pienamente provate” le accuse, la concussione per costrizione e la prostituzione minorile, a carico dell’ex premier. Nessun dubbio, per il pg, sulla consapevolezza della minore età di Ruby, anche perché  quella per le minori era una “passione del drago“ ha sottolineato Scardaccione citando Veronica Lario. E poi “l’episodio nel quale Silvio Berlusconi racconta che Ruby è la nipote di Mubarak è degno di un film di Mel Brooks e tutto il mondo ci ha riso dietro”.
La telefonata dell’allora presidente del Consiglio, nella notte tra il 27 e il 28 maggio del 2010, al capo di gabinetto della Questura di Milano Pietro Ostuni, fatta mentre era in visita ufficiale a Parigi, per l’accusa aveva avuto l’effetto di esercitare “una pressione irresistibile ed è stata di una violenza grave, perdurante e inammissibile per la sproporzione” tra la persona che chiamava e quella che riceveva la chiamata. Secondo il pg, “non c’è alcun dubbio sul fatto che ci sia stata costrizione e che abbia” così ottenuto che una ragazzina che partecipava alle serate ad alto contenuto erotico di Arcore potesse lasciare gli uffici della Polizia invece di finire, come previsto dalle legge, in una comunità.
È proprio sulla concussione come è stata circoscritta dalla legge Severino che si è emesso il verdetto. In secondo grado la norma aveva giocato a favore dell’ex Cavaliere proprio per l’interpretazione che ne aveva fornito la Suprema Corte a sezione Unite, fissando paletti precisi sulla definizione di violenza come limitazione radicale della libertà. E di quel verdetto era stato relatore proprio Nicola Milo, presidente della VI sezione che oggi ha deciso sul destino dell’ex Cavaliere. Per quanto riguarda la prostituzione minorile è evidente che ai giudici di legittimità, come del resto a quelli di secondo grado, non sono bastate le tanti notti passate dall’allora 17enne ad Arcore come testimoniato dai tabulati telefonici, le intercettazioni telefoniche, le testimonianze (non quelle delle Olgettine) che descrivevano la invano spacciata nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak come una ragazzina vestita di stracci che all’improvviso vestiva come una principessa.
A incidere, oltre alla norma che porta il nome dell’ex ministro della Giustizia del governo Monti, anche la riqualificazione del reato imposta dal collegio, tutto la femminile, del Tribunale. Il procuratore aggiunto Ilda Boccassini e il pm Antonio Sangermano avevano contestato al leader di forza Italia la concussione per induzione, proprio in base alla nuova legge, mentre i giudici di primo grado avevano ritenuto che la telefonata della Questura potesse essere considerato un atto in grado di limitare la libertà di chi l’aveva ricevuta. Quell’imputazione quindi è poi rimasta tale e sia il sostituto procuratore generale di Milano che il procuratore generale della Cassazione hanno dovuto mantenerla.
Infine l’avvocato. Franco Coppi non è riuscito a farlo assolvere nel caso Mediaset, ma il cambio di strategia avvenuta già in secondo grado con l’ammissione che sì quelle cene non erano proprio eleganti, ma che il suo imputato nulla sapeva della minore età della marocchina, ha avuto infine i suoi frutti. “La decisione dei giudici cancella qualsiasi discussione, comprese anche quelle che si erano sviluppate dopo le dimissioni del presidente della Corte di Appello (Enrico Tranfa, ndr). Si è trattato di una sentenza meditata, come testimonia la camera di consiglio durata 9 ore. È una grande vittoria, siamo molto soddisfatti”. ”
La sentenza della Corte di Cassazione chiude definitivamente un lungo processo, tanto penoso per il presidente Berlusconi  – dichiarano Coppi e anche Piero Longo, Niccolò Ghedini e Filippo Dinacci – quanto impegnativo per gli avvocati. Torna la serenità, con la soddisfazione di tutti quelli che non hanno mai creduto all’originale ed azzardato impianto accusatorio“.

mercoledì 11 marzo 2015

VI RICORDATE QUANDO ETA ORGANIZZO' LA STRAGE DI MADRID?

Oggi ricorre l'undicesimo anniversario della strage di Atocha a Madrid quando perirono,in un attentato organizzato da Al Qaeda in tre stazioni madrilene tra le quali quella di Atocha fu la più devastata,quasi duecento persone.
In un primo momento il dito si puntò contro Eta e nonostante la pronta e secca risposta negativa dell'organizzazione basca il premier di allora Aznar proseguì con quella tesi per un paio di giorni(l'altra ipotesi paventata era il coinvolgimento nella guerra in Iraq)fino a quando risultò palese che le rivendicazioni e poi col lavoro degli investigatori,fu chiara la matrice dell'estremismo islamico.
A distanza di pochi giorni si votò in Spagna e quella fu la fine politica di Aznar e quasi quella del Pp a favore di Zapatero del Psoe che stravinse nonostante i pronostici dessero la vittoria saldamente nelle mani di uno dei più grandi estimatori e sostenitori del presidente Usa Bush.
L'articolo preso da El Pais(http://elpais.com/elpais/2015/03/07/opinion/1425757494_635219.html )è un editoriale della stessa testata progressista spagnola che anch'essa venne tratta in inganno dalla teoria sull'Eta come dimostra la foto della prima pagina dell'indomani degli attentati.
Anche perché cercando nelle testate italiane non ho trovato nulla se non accenni e trafiletti sulla  strage più sanguinosa in tutta Europa dalla fine della seconda guerra mondiale.

Por qué el 11-M dividió a los españoles.

La sociedad enmarcó la matanza terrorista en los trenes de Cercanías en lo conocido. Y lo conocido era, por una parte, ETA y, por otra, la guerra de Irak. En realidad, ambas interpretaciones eran erróneas.

Al contrario de lo que sucedió con la sociedad británica tras los atentados del 7 de julio de 2005 en Londres, los perpetrados el 11 de marzo de 2004 en Madrid dividieron profundamente a los españoles. Aún persisten secuelas de esa desunión, aunque con el tiempo sean menos manifiestas. Ha sido y es una discordia basada en diferentes atribuciones de culpa por la matanza en los trenes de Cercanías. Pero resultó ser una división espuria, derivada de una politización del 11-M que se prolongó con la comisión parlamentaria dedicada a esos atentados y más allá. Algo a su vez posible debido a especificidades del sistema político español —como su mayor tendencia a la polarización o la recurrente ausencia de consensos de Estado en Asuntos Exteriores, Defensa o antiterrorismo— y, sobre todo, porque los ciudadanos no eran conscientes de la amenaza de un fenómeno terrorista instalado en nuestra sociedad una década antes del 11-M.

Unos españoles, ubicados sobre todo en la derecha del espectro político, creyeron, y aún en parte siguen pensando, que los atentados de Madrid fueron de uno u otro modo obra de la organización terrorista ETA. La formulación más habitual de este argumento aduce que los denominados moritos de Lavapiés —una manera extravagante de aludir a quienes constituyeron la red terrorista del 11-M— carecían de los conocimientos y las capacidades para llevar a cabo lo ocurrido el 11 de marzo de 2004. Por eso, aunque se tratara de individuos que participaron en los hechos, tuvieron que haber sido instigados y apoyados desde el interior de nuestro país por otros terroristas con experiencia. A menudo, a este argumento se añaden especulaciones sobre el modo en que el presidente del Gobierno que el PSOE formó tras el resultado de las elecciones celebradas tres días después del 11-M, José Luis Rodríguez Zapatero, ofreció a ETA una salida de transformación en lugar de optar por derrotarla.


El atentado de Madrid se decidió en diciembre de 2001 en la ciudad paquistaní de Karachi.


Otros españoles, situados preferentemente a la izquierda del mismo espectro político, pensaron, y no pocos aún creen, que los atentados del 11 de marzo de 2004 fueron una consecuencia de la llamada foto de las Azores —en alusión a la instantánea tomada el 16 de marzo de 2003 en una de esas islas del Atlántico y que hizo visible el alineamiento del presidente del Gobierno español, José María Aznar, con la guerra al terrorismo auspiciada por el presidente de Estados Unidos, George W. Bush— y el posterior despliegue de tropas españolas en Irak inmediatamente después de haber sido invadido este país y derrocado el dictador Sadam Hussein. No ha sido inusual que desde este sector social se critique al entonces Ejecutivo del Partido Popular por haber insistido en asociar a ETA con el 11-M, incluso cuando la evidencia apuntaba en otra dirección, para mantener así sus expectativas electorales ante los comicios generales que se celebraron sólo tres días después de los atentados.
En realidad, ambas interpretaciones sobre el 11-M eran erróneas y la lacerante división en que se sumieron los españoles, incluidas las propias víctimas, ha sido y es engañosa. Ninguna evidencia hay, directa o indirecta, de que la organización terrorista ETA estuviese implicada en los atentados. Tampoco es cierto que la idea de perpetrar una matanza en Madrid surgiera a raíz de la presencia de soldados españoles en territorio iraquí. Como explico y documento en el libro ¡Matadlos! Quién estuvo detrás del 11-M y por qué se atentó en España, la decisión de ejecutar ese acto de terrorismo se tomó en diciembre de 2001 en la ciudad paquistaní de Karachi y fue ratificada durante una reunión que delegados de tres organizaciones yihadistas magrebíes mantuvieron en Estambul en febrero de 2002. Además, lo que se convertirá en la red del 11-M inició su formación al mes siguiente, todo ello más de un año antes de la invasión de Irak.
Pero no hacía falta investigar los atentados del 11-M ni desvelar nueva información sobre los mismos para evitar la división de los españoles, aunque hacerlo haya contribuido a mitigarla. Bien pudo haber bastado con que, como ocurría con los británicos, los españoles hubiéramos estado lo suficientemente sensibilizados respecto a la amenaza del terrorismo yihadista que, además de la relacionada con ETA, se cernía sobre nuestro país con anterioridad a la invasión y ocupación de Irak. Desde al menos 1997, los informes que la Unidad Central de Información Exterior (UCIE) del Cuerpo Nacional de Policía remitía a los jueces de instrucción de la Audiencia Nacional, quienes debían autorizar escuchas telefónicas relacionadas con los yihadistas que desarrollaban ya actividades en España, dejaban constancia de que sus investigaciones eran necesarias para “prevenir la muy posible comisión de atentados en nuestro país”.


No hubo una adecuada pedagogía política sobre el terrorismo yihadista
y se trivializó su peligro.


Al presentar ¡Matadlos! a lo largo del último año en numerosas ciudades españolas he podido constatar cómo, incluso entre los ciudadanos interesados y que eran adultos cuando se perpetraron los atentados de Madrid, existía un gran desconocimiento sobre la trayectoria del yihadismo en nuestro país desde mediada la pasada década de los noventa. Casi nadie —o muy pocos— sabía que Al Qaeda fundó en España, en 1994, una de sus más importantes células en Europa Occidental, desmantelada en noviembre de 2001 al quedar de manifiesto su conexión con la responsable de los atentados del 11-S. Como casi nadie —o muy pocos— eran conscientes de que sólo a lo largo de 2003, el año anterior al del 11-M, se detuvo en nuestro país a más de 40 individuos por su implicación en actividades de terrorismo yihadista. Esta cifra nunca antes había sido tan elevada desde que, en 1995, fuese detenido en Barcelona el primer yihadista o desde que, en 1997, se desarticulara en Valencia la primera célula yihadista.
El desconocimiento de estos y de otros muchos episodios relacionados con la evolución del terrorismo yihadista en España a lo largo del decenio que precedió a los atentados de Madrid, así como el hecho de que no fuera percibido como amenaza por parte de la opinión pública española hasta muy tardíamente, y sólo cuando se inició la crisis iraquí en 2002, se explican en parte por la obligada atención que suscitaba el frecuente terrorismo de ETA. Pero no hubo una adecuada pedagogía política sobre el problema e incluso se llegó a trivializar su peligrosa realidad —¿hay que recordar aquello de la Operación Dixán?—. Consecuencia de todo ello fue que, cuando se produjo el 11-M, los españoles buscaron interpretar la matanza terrorista en los trenes de Cercanías enmarcándola en lo conocido al no poder hacerlo en relación a lo que les era desconocido. Lo conocido era, por una parte, ETA y, por la otra, Irak.
Si el 11-M nos dividió es porque los españoles carecimos como sociedad de la necesaria resiliencia ante atentados terroristas de gran magnitud, más allá de la gestión de crisis y emergencias. En la actualidad, cuando el yihadismo global se encuentra más extendido que nunca y la amenaza del terrorismo que lo caracteriza no ha sido tan elevada para las democracias liberales desde el 11-S, que España sea menos vulnerable a la par que más consciente y resiliente, tanto frente a la penetración de los actores y la ideología asociados con dicho fenómeno, como ante cualesquiera eventuales nuevas expresiones de su violencia contra nuestros ciudadanos e intereses, continúa siendo una tarea pendiente para las élites políticas y el conjunto de nuestra sociedad civil, en especial los medios de comunicación.