giovedì 20 novembre 2014

LA PRESCRIZIONE NEL PROCESSO ETERNIT

La notizia che da ieri sera imperversa sui media televisivi nazionali sull'annullamento della condanna per prescrizione del reato di Stephan Schmidheiny,l'eminenza nera del processo Eternit,fa scalpore e vergogna per tutti i parenti e gli amici delle centinaia di vittime morte per i danni provocati dall'amianto.
Con questa sentenza sono stati pure bloccati gli iter per poter permettere un risarcimento:l'articolo di Contropiano(http://contropiano.org/ambiente/item/27626-eternit-lo-scandalo-della-prescrizione )spiega i giorni precedenti a questo esito della Corte di Cassazione che ha fatto morire per la seconda volta le vittime.
A Casale Monferrato,dove si muore ancora oggi a distanza di anni dalla chiusura dello stabilimento,oggi è stato proclamato il lutto cittadino in solidarietà a tutte le persone morte per vari tumori e leucemie,soprattutto il mesotelioma maligno pleurico.
Si parla di un processo bis che vede ancora imputato l'imprenditore svizzero che ha lucrato sulla pelle di lavoratori e cittadini ben sapendo i rischi che la lavorazione dell'amianto comportava:si vocifera anche che la legge sulla prescrizione debba essere modificata il più prima possibile,staremo a vedere.

Eternit.Lo scandalo della prescrizione.


Bruciando ogni ipotesi di velocità per l'emissione della sentenza, la Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio, dichiarando prescritto il reato, la sentenza di condanna per il magnate svizzero Stephan Schmidheiny nel maxiprocesso Eternit. Sono stati annullati anche i risarcimenti per le vittime. La prescrizione è maturata al termine del primo grado.
Con la sentenza della Cassazione che ha dichiarato la prescrizione ed ha cancellato la condanna al magnate svizzero Stephan Schmidheiny sfuma anche la possibilità per i familiari delle vittime e per le comunità locali di ottenere i risarcimenti.
La decisione della Prima sezione penale della Cassazione che ha dato un colpo di spugna al processo Eternit ha suscitato le proteste dei numerosi familiari delle vittime dell'amianto presenti nell'Aula magna. "Vergogna, vergogna" hanno detto in tanti, urlando subito dopo la lettura del verdetto.
"Per l'Inail i costi per le sole prestazioni ai lavoratori colpiti dalle patologie provocate dall'amianto sono costate 280 milioni di euro che non si recupereranno più perché il verdetto della Cassazione ha demolito in radice questo processo". Lo ha detto l'avvocato generale dell'Inail Giuseppe Vella commentando il verdetto insieme all'avvocato Teresa Ottolini che ha difeso l'Inail in Cassazione. (Ansa)
*****
Avevamo scritto poche ore prima:
La madre di tutti i processi per inquinamento si avvia alla più infame delle conclusioni: la prescrizione. Non un'assoluzione, perché le prove della strage eccedono le possibilità di computarle tutte. Ma una dichiarazione di colpevolezza senza alcuna condanna. Una beffa firmata dallo Stato e dalla sua giustizia, sempre troppo lenta quando si tratta di mettere alla sbarra "chi può".
E dire che le cifre dei morti per "patologie asbesto-correlate" - tumori e leucemie, in linguaggio ordinario - sono al di là delle soglie dell'orrore:  da più di 4 mila fino a 5 mila l'anno. Finora. Perché l'amianto è un killer che non va in pensione. Una volta sparso sul territorio vi resta, riemerge, si volatilizza, penetra in corpi che non erano neanche nati quando era stato seminato in cento modi, nell'aria e a terra.
Secondo le previsioni più prudenti, il picco di casi per "mesotelioma maligno pleurico" - la più diffusa delle patologie tumorali per amianto nel Monferrato e dintorni - è atteso entro il 2020-2025. Non c'è nessuno che neghi, ormai, la stretta connessione causale tra amianto e asbestosi. Ma ci sono voluti decenni perché gli organi dello Stato, e la stessa magistratura, muovessero i passi necessari per mettere sul banco degli accusati i proprietari e i massimi dirigenti della Eternit di Casale Monferrato.
E' stato lo stesso rappresentante dell'accusa, procuratore generale di Cassazione, Francesco Mauro Iacoviello, a chiedere l'"annullamento senza rinvio per intervenuta prescrizione". Il proprietario della multinazionale, lo svizzero Stephan Schmidheiny, dovrebbe dunque vedersi cancellare la sentenza a 18 anni di reclusione, emessa il 3 giugno 2013 dalla Corte d'appello di Torino.
I fatti risalgono addirittura al 1966. La pubblica accusa non mette in discussione la colpevolezzaa dei padroni e dei dirigenti; semplicemente registra che è passato troppo tempo rispetto ai fatti. Anche se l'amianto continuerà ad uccidere per i decenni a venire.
Questo è il «primo processo sull'Eternit in Italia, ci sono attese notevoli da parte di tutta la comunità scientifica: voi - rivolto alla Corte - sancirete un precedente che varrà per il futuro». E, secondo la sua stessa richiesta, sarà un verdetto di impunità, se altri riusciranno - com'è riuscito ai proprietari svizzeri dell'Eternit - a ingarbugliare l'eventuale processo portandolo a prescrizione. Curiosamente, il codice penale non prevede la possibilità di prescrizione per l'omicidio singolo, spece se premeditato. Per la strage dell'Eternit, invece, rubricata sotto altro tipo di accusa, e nonostante sia stato ampiamente provato che Schmidheiny e soci erano perfettamente a conoscenza del carattere mortale dell'esposizione all'amianto per dipendenti e residenti nel territorio circostante, tutto può essere sepolto nella "nullità".
L'imputato, ha spiegato il magistrato dell'accusa, «è responsabile di tutte le condizioni ascritte. È facile cedere alle tentazioni del homo economicus di avere il profitto oggi e il morto domani, ma ciò che perdura non è il disastro, ma le morti». Ciò nonostante...
L'avvocato Sergio Bonetto, che difende i familiari di 400 vittime, olltre che dell'Associazione italiana esposti amianto (Aiea) e altre associazioni, ha criticato duramente la posizione del Pg. «Sarebbe invece necessario fare uno sforzo per avvicinare i principi del diritto alla realtà dei fatti; ad esempio rifacendosi alla Costituzione che suggerisce soluzioni giuridiche che tutelino valori fondamentali come quello della salute e l'utilizzo del buon senso». Una prescrizione breve, infatti, «non tiene conto del fatto che tutti i cancerogeni hanno un tempo di latenza molto lungo, e quello dell'amianto varia dai 25 fino ai 40 anni».
Il verdetto finale è previsto per la prossima settimana.

mercoledì 19 novembre 2014

SUCCESSI ED INSUCCESSI SPAZIALI

Con questo articolo preso da Contropiano(http://contropiano.org/scienza/item/27546-squarci-nel-buio-guardando-lo-spazio-guardando-per-terra )si parte per un viaggio molto lungo,addirittura fuori dai confini terrestri e si viene catapultati in orbite spaziali come quelle su cui viaggia la navicella Rosetta persa nel cosmo infinito e con la suo sonda Philae che si è agganciata alla superficie ghiacciata di una cometa.
Ma rimanendo con i piedi più per terra ecco che il contributo qui sotto suggerisce degli spunti come quello polemico di un giornalista delle reti Mediaset che al posto di riferire la cronaca di questo evento che vede il lavoro e la tecnologia italiana assieme a quello di partners europei ne fa un commento personale tradendo la propria professione e denigrando gli aspetti scientifici raggiunti.
Si fa riferimento pure ai due insuccessi dell'industria aerospaziale statunitense capaci nel giro di pochi giorni di bruciare milioni di dollari in un lancio di rifornimento verso una stazione orbitante andato letteralmente in fumo e nell'incidente che ha anche provocato una vittima nel lucroso progetto del turismo spaziale.
Due esempi di privatizzazione del settore aerospaziale Usa che hanno visto tutti i tragici aspetti di scelte economiche e politiche mirate a voler ottenere dei buoni risultati mettendo in campo attrezzature ed esperienze di scarso valore professionale.

Squarci nel buio.Guardando lo spazio,guardando per terra.

Nelle scorse settimane sono successe un paio di cose importanti nella storia dell'esplorazione spaziale.
La prima è importantissima - ne avevamo d'altronde già parlato alcuni mesi fa. La sonda Philae si è staccata dalla navicella Rosetta ed è andata a depositarsi sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, inviando a terra le prime immagini "panoramiche" del suolo cometario. La cometa misura in tutto più o meno come il centro di Roma (diametro circa 4 chilometri), ed è lontanissima da terra; a parte la difficoltà tecnica della missione, che già di per se meriterebbe esclamazioni di stupore, ogni essere umano dovrebbe guardare con grande curiosità alle immagini di quel suolo aspro e contorto, che assomiglia alle vette più alte delle nostre montagne, proprio come negli anni Sessanta si guardò per la prima volta la Luna attraverso le immagini prese dal suo suolo. Il valore scientifico della missione è però ben maggiore: la composizione chimica della cometa va studiata a fondo perché pare che contenga molecole complesse, organiche, che sono state probabilmente le "incubatrici" del processo evolutivo che ha portato alla vita sulla Terra. 
Il fatto poi che la missione sia anche il risultato di dieci anni di studi e lavoro dell’astronomia europea (spec. di ESA, l’Agenzia spaziale europea) ed italiana (INAF, ASI) dovrebbe entusiasmare non tanto noi, cittadini comuni o ricercatori ed appassionati di scienza, che da anni lamentiamo tagli alla ricerca oltreché allo stato sociale, e politiche europee ed italiane regressive e barbariche, bensì proprio i fanatici dell'Europa ed i sostenitori di chi ci governa… Ed invece che cosa succede? Succede che in realtà chi ci governa, coerentemente, se ne frega dei risultati scientifici ed evidentemente si è già pentito di avere investito e creato un po' di lavoro scientifico su di un tema così emozionante. Ecco infatti che sul TG4 diretto da Mario Giordano, il "giornalista" Mauro Buffa rompe le ipocrisie e attacca frontalmente la missione Rosetta! Nell’edizione delle 19 dell’11 novembre Buffa si lamenta, con poca ironia, che gli scienziati coinvolti nella missione – definiti “quasi gli unici ad eccitarsi” – abbiano così "rovinato l’immagine della stella di Natale". Perché, in fondo, dice nel corso del servizio, la cometa non è altro che “un grosso sasso polveroso” che sarà bucato da un robot. “E fa quasi male sapere che il trapano è stato costruito in Italia“. Per non parlare poi della spesa della spedizione, “costata finora più di 100 milioni di euro. Francamente troppi anche per recuperare un reperto archeologico dell’universo”. Troppi 100 milioni di euro?? Divisi per quanti paesi? Ma lo sa lui quanto costano gli F16? 
Buffa è incavolato perché preferisce il presepe di Natale e i "misteri" per bambini spacciati su film hollywoodiani o su trasmissioni pseudo-scientifiche come "Voyager": invece non gli resterà "nemmeno il mistero terribile, malefico, dell’asteroide del film Armageddon“… Poverino! 
La seconda cosa di cui vorrei parlare sono invece due gravi incidenti capitati negli USA qualche settimana prima. 
Nel primo incidente, un razzo Antares che doveva portare rifornimenti alla Stazione Spaziale (una grande sonda in orbita fissa attorno alla Terra, con costante presenza di equipaggio) è esploso subito dopo il decollo, con la perdita completa del prezioso carico ma, per fortuna, nessuna vittima. Il razzo Antares era proprietà della ditta privata (sic) Orbital Sciences Corporation. Fortunatamente, di fronte al fallimento degli USA ha rimediato la Russia, che grazie al suo programma spaziale statale mantiene suoi propri razzi molto più affidabili: così dopo pochi giorni i rifornimenti sono ripartiti dalla Russia…
N.B. anche Antares si basa sulla tecnologia russa, trattandosi di vecchi motori Soviet NK-33 vecchi di 40 anni, comprati a basso prezzo, ricondizionati e "riciclati" con il lavoro dei laboratori ucraini (ex-sovietici) Yuzhnoye Design.
 
Nel secondo incidente, avvenuto pochi giorni dopo, è esplosa la navicella "di bassa quota" VSS Enterprise, andandosi a schiantare sopra a un deserto statunitense, causando la morte del copilota Michael Alsbury e il ferimento del pilota Peter Siebold. Anche in questo caso la gestione del volo è di una compagnia privata, la Virgin Galactic, che con un comunicato ufficiale annuncia di voler procedere alla costruzione del secondo SpaceShipTwo… perché? Perché c'è dietro profumo di soldi, bellezza! Si tratta infatti, in questo caso, del business del turismo spaziale, cioè di dare a pochi riccastri l'emozione di arrivare ad una altitudine in cui non si avverte più la forza di gravità. Virgin si è detta adesso “completamente concentrata” sulla sicurezza, che è il “principio guida e la stella polare per tutte le decisioni programmatiche”, ribadendo che i voli commerciali partiranno solo quando “tecnici, ingegneri e piloti riterranno che i programmi siano del tutto maturi”. Ma ci vorrà ancora un bel po’ di tempo: come ricorda il Wall Street Journal, infatti, l’azienda aveva inizialmente pianificato di iniziare il servizio commerciale entro il 2008, ma continui problemi di sviluppo e test avevano fatto slittare la data al 2015, anno in cui era previsto il volo inaugurale con Richard Brenson, fondatore dell’azienda, e famiglia… Alla luce dell’ultimo incidente, il tutto è rimandato a data da destinarsi.
 
Entrambi questi incidenti avvengono in un contesto di pesanti tagli agli esperimenti scientifici in genere e astronautici in particolare, tagli che sono stati pesantissimi negli USA proprio sotto l'amministrazione Obama, con conseguente vera e proprio privatizzazione delle attività astronautiche e addirittura il loro "degrado" e sfruttamento in senso turistico. Gli incidenti dimostrano chiaramente, anzi esemplificano, il declino incalzante delle attività nel settore; un declino rispetto al quale il successo di Philae e Rosetta rappresenta invece un raro squarcio di luce nel buio pesto interplanetario. 
 
 
L'articolo uscirà sull'inserto scientifico de La Voce del G.A.MA.DI. di Dicembre 2014 http://www.gamadilavoce.it/lavoce.htm

martedì 18 novembre 2014

L'AGGRESSIONE FASCISTA AI SUPPORTERS DELL'ASD ARDITA

alt
La notizia di domenica che riguarda il vero e proprio raid di neofascisti a Magliano Romano contro i supporters della squadra di calcio romana dell'Asd Ardita con spranghe e bastoni ha girato sui quotidiani italiani a livello nazionale per la violenza e per l'accanimento mostrato.
L'Ardita,iscritta al campionato di terza categoria,è un team dichiaratamente antirazzista nato per unire persone e popoli e non per dividerli,con momenti che esulano dal calcio e che proseguono al di fuori del rettangolo di gioco con iniziative solidali e di aggregazione di uomini e donne provenienti da vari nazioni.

Roma.Aggressione fascista contro tifosi dell'Asd Ardita.


Un'aggressione in pieno stile squadrista quella avvenuta ieri pomeriggio sugli spalti del campo di calcio di Magliano Romano, dove si trovavano i tifosi dell'Asd Ardita, squadra di terza categoria. Un vero e proprio agguato neofascista verificatosi ieri pomeriggio intorno alle 16: una cinquantina di persone, a volto coperto, sono scese da una decina di macchine con targa coperta e sono entrati nelle tribune del campo da calcio, aggredendo con inaudita violenza le persone che si trovavano sugli spalti in quel momento. Ad essere feriti in modo grave, almeno 6 tifosi dell'Asd Ardita, colpiti da manici di piccone e spranghe.
L'agguato di ieri era evidentemente pensato con cura per intimorire chi supporta un diverso modo di praticare lo sport, fuori dalle dinamiche presenti oggi nel mondo del calcio. Non è irrilevante infatti la natura dell'Asd Ardita stessa, una squadra di calcio popolare che porta avanti i valori dell'antirazzismo, solidarietà e aggregazione. Se gli autori dell'agguato sono riconducibili a ambienti dell'estrema destra, l'attacco sembra rivelare una doppia natura: i tifosi aggrediti infatti, non solo sono dichiaratamente antifascisti, ma portano avanti un progetto di condivisione e aggregazione di sport popolare. Una forma di praticare sport che inevitabilmente tiene uniti quell'insieme di valori che ai personaggini in doppiopetto invece creano dei pruriti, sfogati in vili aggressioni come quella di ieri.
Intanto oggi si apprende dai quotidiani nazionali che nove degli aggressori sono stati arrestati dai Carabinieri al casello di Civita Castellana e attualmente si trovano agli arresti domiciliari. Si tratterrebbe di 6 viterbesi e 3 romani, tutti riconducibili agli ambienti neofascisti di Roma e dintorni. Non è certo nostro interesse andare a vedere i risvolti processuali della vicenda, ma gli arresti di oggi testimoniano da una parte la natura dell'attacco, a differenza di quanto i quotidiani riportavano ieri, e continuano tutt'oggi, delineando la matrice neofascista come probabilistica ma non certa. Dall'altra parte, più importante sarebbe andare ad analizzare il clima e le conseguenze politiche e sociali della vicenda.

lunedì 17 novembre 2014

RICHIESTE PESANTI PER I NO TAV

La mania di protagonismo dei pubblici ministeri torinesi Rinaudo e Padalino è sfociata nella richiesta nel processo contro i giovani imputati nel processo ai No Tav Chiara,Claudio,Mattia e Niccolò(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2014/05/colpevoli-di-resistere.html )per i fatti di Chiomonte di ben quasi dieci anni per terrorismo,violenza armata e organizzazione paramilitare.
Il tutto per aver forse danneggiato un compressore,fatto ancora da valutare,in un paese dove questo tipo di richiesta di pena non viene nemmeno sognata per gli assassini di Stato,lo stesso Stato che secondo i due idioti è stato seriamente minacciato da questi quattro poveri ragazzi che per i  giochetti e per il classico colpo di coda prima di andarsene verso altri lidi dei piemme rischiano grosso(http://www.infoaut.org/index.php/blog/no-tavabenicomuni/item/12672-padalino-e-rinaudo-lasciano-il-maxiprocesso-ai-no-tav-bocciati? ).
L'articolo è preso da Infoaut.


No Tav:chiesti 9 anni e 6 mesi per Chiara,Claudio,Mattia e Niccolò.


Siamo giunti alle richieste dei pm per il processo a carico di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò in carcere dal 9 dicembre scorso con l’accusa di terrorismo. I pm con l’elmetto, Padalino e Rinaudo, estromessi dall’arringa finale al maxiprocesso si concentrano qui e danno sfogo a tutte le esibizioni di codici, ricostruzioni e protagonismo che non hanno potuto rappresentare nell’alto processo.
Eccoli quindi esibirsi in una ricostruzione inverosimile di quella notte e arrivare a parlare di “organizzazione paramilitare”, di attentato, di volontà di far male.

Lessico utile ad alzare il prezzo della condanna che alla fine viene formulata in 9 anni e 6 mesi per i notav. «Violenza armata e organizzata in modo paramilitare per acquisire consensi e per costringere lo Stato a retrocedere.

I due Pm (con Rinaudo in testa) hanno definito il danneggiamento di un compressore (perchè di quello si parla in sintesi) come “un atto di guerra” per arrivare ad un “attacco alla personalità dello Stato”, come se il compressore fosse Napolitano.

“Ci può piacere o no – ha argomentato sempre Rinaudo- che venga costruita questa linea ferroviaria, ognuno ha sua opinione, ma ormai quest’opera è stata decisa dallo Stato” e “attraverso queste condotte – ha detto – si attaccano scelte e interessi fondamentali dello Stato: scelte di politica economica, di politica internazionale e anche ambientali”. E gli stessi poliziotti “non sono stati aggrediti come singoli, ma come rappresentati dello stato”.

Non c’era da aspettarsi altro dal duo con l’elmetto, richieste altissime per fame di successo e credibilità e per continuare quella crociata intrapresa contro il movimento notav, alzando di volta in volta la posta, proprio mentre il “sistema tav” perde credibilità e credito giorno dopo giorno.

Non lasceremo soli, come abbiamo sempre fatto, Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, e questa sera ci troveremo a Chiomonte, il miglior modo per dimostrare che “liberare tutti vuol dire lottare ancora”

Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò liberi subito! Libertà per i notav!

da notav.info

domenica 16 novembre 2014

ROMA ED I MIGRANTI

Gli scontri avvenuti in settimana tra i cittadini romani del quartiere di Tor Sapienza con gli immigrati reclusi(proprio così)nel centro di accoglienza di Via Morandi e che hanno coinvolto polizia ed arrecato danni ingenti per le strade della periferia sono stati sicuramente fomentati da una politica razzista della destra e della lega che sta trovando sempre più proseliti nella capitale soprattutto per le alleanze con movimenti come Caga Povnd e Fogna Uova.
L'articolo preso da Senza Soste oltre che un accenno di cronaca parla delle problematiche delle persone che sono ospiti loro malgrado di questi centri perché la maggior parte di loro vorrebbe essere dappertutto a parte che nei loro paesi di origine e in Italia,in quanto sono rifugiati e vogliono andare in altri paesi europei.
Le difficoltà che l'accordo europeo di Dublino in materia di immigrazione per cui la richiesta d'asilo politico debba essere compiuta nel paese d'arrivo,nella quasi totalità dei casi europei quindi in Italia,con l'obbligo di rimanerci fino a quando questa procedura sia stata terminata,è una lungaggine burocratica che nessun immigrato vorrebbe e per questo bisogna ringraziare le leggi razziste italiane.
C'è un'ultima riflessione sul fatto che i servizi sociali predisposti per tutelare i migranti ed i rifugiati siano ormai in pieno regime di privatizzazione causa i tagli in materia sociale che lo Stato ha compiuto e sta proseguendo ancora nonostante un'emergenza sempre più pressante.

Tor Sapienza, operatori e antirazzisti unico antidoto alla guerra tra poveri. 
Ex operatore Centro di accoglienza via Giorgio Morandi - tratto da http://www.communianet.org
Dopo i gravi episodi successi ieri a Roma, nel quartiere di Tor Sapienza, e l'immediato rilancio della guerra tra poveri da parte di Salvini e delle destre più razziste, pubblichiamo la testimonianza e analisi della situazione scritta da un ex operatore sociale di quel centro di accoglienza, che spiega come la guerra tra poveri sia frutto di precise politiche sull'immigrazione e di ripetute privatizzazioni dei servizi sociali.
Ci vediamo a Morandi. Ma che lavori a Morandi? Così tra operatori lo chiamavamo nel periodo in cui ho lavorato li. Non si tratta del longevo cantautore italiano idolo degli anni sessanta, ma del centro di accoglienza aperto con i fondi del progetto “Emergenza Libia” tre anni fa e situato in via Giorgio Morandi, omonima strada nel periferico quartiere Tor Sapienza di Roma. Nella notte tra martedì e mercoledì dei balordi incappucciati l’hanno assediato con mazze e bombe carta mettendo a ferro e fuoco l’intera zona. Gli scontri con la polizia successivi all’assedio sono iniziati alla fine di una tesissima giornata dove numerosi cittadini hanno manifestato contro la presenza del centro accusato di ospitare migranti protagonisti di episodi di violenza e furto.
Ho lavorato per qualche tempo come operatore sociale al centro di Via Morandi ed ho conosciuto tanti ragazzi provenienti dalle regioni subsahariane dell’Africa, da alcune zone depresse dell’Asia e dai paesi coinvolti nelle primavere arabe. Cominciamo subito dicendo che lì dentro stupratori, ladri e spacciatori non li ho mai visti. Ho visto persone molto giovani che fuggivano da contesti di guerra, crisi o carestia in cerca di un futuro migliore in Europa. In cerca di un lavoro onesto e di una formazione adeguata alle loro innumerevoli esperienze. Ho conosciuto persone bloccate in Italia perché le nostre leggi razziste e la burocrazia che ne consegue non gli permette di avere i documenti necessari per espatriare e raggiungere la famiglia in un altro paese UE. Richiedenti asilo che per un trattato europeo chiamato Dublino II sono costretti fino a che la commissione competente non si esprima sulla validità della richiesta a rimanere in Italia contro la loro volontà. Minorenni, che hanno diritto ad avere una tutela a carico dello Stato, avere paura di compiere il loro diciottesimo anno perché il giorno dopo sono fuori da tutti i sistemi di protezione. Per loro nessuna festa in giallo ma solo ansia e paura di essere abbandonati. Ma soprattutto ho conosciuto persone vive ed in carne ed ossa, con storie da raccontare ed emozioni da trasmettere.
Quando fai questo mestiere (perché di questo si tratta e non di volontariato) instauri una serie di relazioni umane profonde che ti permettono di sentire sulla pelle cosa significa essere migranti e quanto le nostre aspirazioni ed i nostri sogni siano simili. Superare infiniti ostacoli per raggiungere la pace e la tranquillità oggi più di ieri è una condizione che ci accomuna tutti, precari, disoccupati e migranti. Storie ed esperienze di percorsi migratori variegati, ognuno con il suo obiettivo e soprattutto la forza e la tenacia dei protagonisti che supera ogni limite immaginabile. Ragazzi partiti anni fa dai loro villaggi, mesi di traversata del deserto, passati per la Libia come ostaggi delle politiche di Gheddafi verso la UE, messi su un barcone e miracolosamente sopravvissuti ad un naufragio. Giovanissimi che hanno approfittato delle primavere arabe in Egitto e Tunisia per sfuggire dalle violenze settarie che sconvolgono ancora oggi il vicino oriente. Molti di loro invece sono in Italia da un po’ e cercano con ogni mezzo a disposizione, senza causare danno altrui, di sopravvivere nella crisi.
Se solo le donne che manifestavano contro quel centro martedì sera potessero ascoltare queste storie, come le troverebbero simili alle loro e a quelle dei loro figli. Storie di disperazione, paura ma anche di speranza.
Oggi il centro, gestito da una cooperativa sociale, ospita diversi servizi: un centro di prima accoglienza per minori stranieri non accompagnati, uno SPRAR (un servizio ministeriale per i richiedenti asilo) ed una casa famiglia. Servizi che lo Stato o gli enti locali ormai da anni affidano in appalto a delle cooperative esternalizzando la gestione dell’accoglienza e della solidarietà al miglior offerente. La stessa modalità dei lavori pubblici più o meno, solo che invece della costruzione di ponti e strade si dà in concessione la gestione di servizi primari estremamente delicati. Una prima proposta è sicuramente l’internalizzazione di questi servizi. È lo Stato che deve farsi carico di un problema così sentito nei nostri tempi come l’integrazione e l’inclusione sociale. Questi episodi di violenza e intolleranza sono in primis frutto della privatizzazione selvaggia dei servizi di accoglienza e di una “fuga” dello Stato dai servizi sociali in generale che in quanto tali devono essere gestiti nell’interesse generale. Fuga studiata e voluta da chi ci governa e da chi ogni giorno, ogni Legge di Stabilità di fine anno, taglia i servizi essenziali per ripagare il debito pubblico alle banche e regalare soldi alle imprese che non assumono.
Non si possono fare profitti sull’accoglienza. Non si può esternalizzare la responsabilità politica dell’integrazione sociale in questo momento storico ad un soggetto privato, che seppur (in rare occasioni) guidato da buone intenzioni non potrà mai occuparsi in maniera adeguata dei flussi migratori. Per non parlare poi delle figure degli operatori che lavorano in queste cooperative, veri protagonisti sul campo dei processi di integrazione reale e nello stesso tempo capro espiatorio del fallimento delle politiche migratorie. Dentro quel centro d’accoglienza assediato dai gruppi di balordi c’erano, oltre i migranti, degli operatori che per un contratto precario con poche tutele rischiano ogni giorno di essere vittime della guerra fra poveri che sta esplodendo nel nostro paese. Operatori che, se fosse stato un servizio pubblico, avrebbero avuto gli strumenti di tutela, il salario e le condizioni contrattuali adatte per portare avanti una così difficile missione. Avrebbero risposto come operatori della collettività ad un problema della collettività.
A proposito di guerra fra poveri. Il centro d’accoglienza è situato in un quartiere popolare della città che più degli altri subisce gli effetti devastanti della crisi e delle trasformazioni economiche. Disoccupazione e degrado sono il simbolo del fallimento delle politiche pubbliche nelle periferie di veltroniana memoria e la conseguenza diretta dell’espulsione dei nuovi e vecchi poveri dalla metropoli. Migliaia di italiani e di stranieri vivono in queste immense banlieue abbandonate dalle istituzioni e lontane da quella che è la città intesa come luogo dove si esercitano i diritti di cittadinanza (scuola, salute, trasporti, cultura ecc..). Ultimi, quindi, contro altri ultimi.
Poveri sono anche gli operatori sociali, spesso donne giovani che si trovano a combattere quotidianamente contro un'esistenza precaria. Il loro ruolo però è di fondamentale importanza. Mediatori di conflitti e piloti dei processi di integrazione, in questa sporca guerra se avessero i mezzi a disposizione potrebbero creare quelle camere di compensazione per far parlare persone apparentemente così distanti, ma in realtà così vicine. Insieme ai cittadini antirazzisti potrebbero essere i promotori di un dialogo sociale e culturale utile ad indirizzare la rabbia verso la giusta direzione. Verso chi come i fascisti e la Lega soffia sul fuoco dell’intolleranza per meri fini elettoralistici. Verso i governi che approvano leggi infami e che tagliano servizi pubblici per far arricchire padroni e banche. Verso quel centrosinistra colpevole di aver utilizzato parole come integrazione e cittadinanza per approvare leggi razziste come la Turco-Napolitano che hanno introdotto i centri di espulsione in Italia.
Salvini ha dichiarato nella giornata di mercoledì che nei prossimi giorni andrà a fare visita ai cittadini di Tor Sapienza. Quel giorno sogno una forte risposta popolare di cittadini antirazzisti, operatori sociali e migranti che rispediscano da dove è venuto l’opportunista per eccellenza del momento. Il segretario di un partito che è fautore della peggior legge sull’immigrazione d’Europa. Una legge che collega strettamente l’ottenimento del permesso di soggiorno al possesso di un contratto di lavoro in un paese dove il lavoro non c’è. La legge Bossi-Fini è la maggiore fautrice della condizione irregolare di moltissimi migranti. Un provvedimento che genera poveri ed emarginati da dodici anni perché tali devono restare. Una legge razzista che criminalizza i migranti trasformandoli in merce umana a basso costo in nome del profitto di pochi e del taglio del costo del lavoro. Promossa da un partito, la Lega, che oggi vuole diventare insieme ai suoi alleati fascisti il nuovo Front National italiano alimentando la guerra tra poveri e tutelando come sempre i poteri forti veri protagonisti della crisi.
Quest’ondata può essere arrestata solo da un movimento antirazzista e contro la crisi che denunci chiaramente chi sono i veri fautori del disastro che stiamo vivendo. Un movimento da costruire tutti insieme fin da subito.
12 novembre 2014

sabato 15 novembre 2014

MA A MILANO E' CAMBIATO QUALCOSA?


La situazione delle occupazioni e degli sgomberi delle case in tutta Italia e soprattutto in questo post parlo di Milano,è divenuto un tema che spesso ha risvolti di cronaca e non solo di carattere sociale viste le ultime settimane dove ad ogni tentativo di sfratto di abitazioni o di interventi con la forza ci sono altrettante resistenze da parte degli inquilini e delle persone solidali con loro.
Sembra che nel capoluogo lombardo non sia davvero cambiato nulla dai tempi dello sceriffo De Corato(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2009/01/de-coratozona-pensiero-limitato.html )vero e proprio inquisitore dei centri sociali e delle occupazioni in senso lato,ed il suo omologo della giunta Pisapia,assessore della sicurezza(tra le altre mansioni)Marco Granelli credo che abbia proseguito il suo lavoro.
L'ex vice sindaco della giunta Moratti,fascista convinto,non sembra che sia svanito nell'immaginario milanese in quanto ci sono altri sgherri stavolta di altro colore stanno continuando a cadenza giornaliera a cercare di sbattere in strada intere famiglie soprattutto non risolvendo il problema del diritto alla casa con centinaia di abitazioni sfitte da palazzinari vari che se ne stanno vuote per motivi di loro interesse.
Solo attuando una vera politica di incremento massiccio di tasse su queste persone che posseggono decine e a volte più appartamenti si potrebbe avere un abbassamento degli affitti,ed una politica sociale più incisiva saprebbe ovviare ai pagamenti degli stessi verso le persone in difficoltà economica e sociale:articolo preso da Senza Soste.


Milano. Guerra alle occupazioni, alla guida della carica c’è il Corriere della Sera   

Offensiva del Corriere della Sera contro chi occupa le case a Milano. Sono giorni che il giornale milanese pubblica, sia sull’edizione nazionale sia su quella locale, articoli su articoli sulla situazione delle occupazioni di case popolari mettendo assieme racket, rom e centri sociali. Ovviamente si fotografa - male - il fenomeno e non si guarda la sostanza. Che è da sempre la solita: ci sono sempre più famiglie e singoli, italiani e stranieri, che non hanno la casa o che non si possono permettere di pagare un affitto perché o non trovano lavoro o il loro stipendio gli basta a mala pena per sopravvivere.
A fronte di ciò il Comune, l’Aler, lo Stato non riutilizzano vecchi immobili e non ristrutturano o non mettono a disposizione migliaia di appartamenti lasciati sfitti. Data questa situazione, visto che aver un tetto sulla testa è una condizione naturale di vita, succede di tutto. Occupano case gruppi o singoli organizzati da centri sociali, varie organizzazioni di inquilini e Asia, federata con USB, che hanno alla base un discorso sociale e politico per il quale la casa è un diritto naturale, non contrattabile ed immediatamente esigibile.
Ma ci sono anche vere e proprie associazioni mafiose che, sfruttando i bisogni di immigrati e italiani poveri e dietro esosi ricatti economici, occupano appartamenti senza guardare in faccia niente e nessuno. Una situazione che l’USB ha affrontato a Zingonia con il confronto anche duro con "occupanti" spacciatori, guarda caso lasciati liberi di sfondare porte e muri e occupare appartamenti per mesi quando ben altro trattamento è stato riservato dalle forze dell'ordine alle famiglie bisognose che li hanno cacciati. Il risultato, spesso, è che si scatena una guerra tra poveri. Una situazione che sta esplodendo. E il Corriere della Sera se ne fa cassa di risonanza. “Ma le vere responsabilità di questa situazione, lo ripetiamo, è dei Comuni, delle Regioni, dello Stato che non fanno nulla. Unica risposta è la repressione. Quindi vengono mobilitati interi reparti di poliziotti e carabinieri per far sloggiare famiglie, donne sole con prole, anziani” denuncia in una nota l’Usb. La soluzione che ha scelto anche il sindaco, “di sinistra”, di Milano Giuliano Pisapia: anche per lui le occupazioni abusive penalizzano i più deboli e si dice pronto a schierare i vigilantes.
10 novembre 2014

venerdì 14 novembre 2014

L'ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI ARAFAT

A distanza di due giorni dal decimo anniversario della morte dell'ex leader palestinese Yasser Arafat conosciuto anche con lo pseudonimo di Abu Ammar,fondatore del movimento politico di lotta Fatah,propongo brevemente un articolo preso da Senza Soste che traccia un ricordo del politico mediorientale da parte di un paio di suoi connazionali.
Rimando a Wikipedia per tutto quello che concerne la sua lunga biografia(http://it.wikipedia.org/wiki/Yasser_Arafat )dove si passa dall'Olp al settembre nero,dagli accordi di pace con gli Usa all'intifada e alla sua misteriosa morte,non tralasciando il suo ricco patrimonio personale.


Arafat. Dieci anni dopo, è ancora Abu Ammar
Nel decimo anniversario dalla morte, tra il popolo palestinese, nonostante le voci critiche e le delusioni, il vecchio leader resta un faro, il solo in grado di tenere unito il mondo politico interno.
Michele Giorgio - tratto da Il Manifesto
Yasser Arafat per me era come uno slogan con le gambe, teneva viva la questione palestinese, la sua kufiyeh è stata la bandiera del nostro popolo in giro per il mondo». Morad Laham, 40 anni di Betlemme, sottolinea di non essere un simpatizzante di Fatah, il movimento fondato dal leader palestinese scomparso in questo giorno di 10 anni fa. E non ha condiviso tutte le sue scelte.
«Però gli riconosco di essere stato un vero leader – aggiunge – di aver saputo proporre ai palestinesi una soluzione concreta (del conflitto con Israele, ndr)». Quanto Arafat abbia deciso o potuto decidere negli ultimi anni della sua vita è difficile quantificarlo. Ben poco visto che dal 2001 all’11 novembre 2004 rimase confinato nella Muqata di Ramallah semidistrutta e circondata dai tank israeliani. Molto di più aveva potuto decidere nei 40 anni precedenti.
E se il giudizio della storia è parziale, quello dei palestinesi è già pronto, da sempre. Abu Ammar, come Arafat era conosciuto dalla sua gente, ha commesso errori, spesso gravi, ha fallito con gli accordi di Oslo, non era un rivoluzionario e non aveva saputo o voluto scardinare l’ordine petromonarchico che domina il Medio Oriente. Ma, dicono tanti, era un leader che aveva indicato una strada alla sua gente e che aveva saputo tenere insieme il difficile quadro politico palestinese.
Oggi lo scontro interno, tra Fatah e Hamas, dilania e affonda le aspirazioni di un intero popolo. Il presidente Abu Mazen vorrebbe spostare la tomba di Arafat, morto da «martire», dalla Muqata a Gerusalemme. Lo ha annunciato ieri inaugurando il museo che porta il nome del leader scomparso.
Si continua a parlare della sua morte, del mistero che avvolge la misteriosa e fatale malattia del sangue, mai accertata in via definitiva. Avvelenamento, contaminazione da polonio, come ha fatto sospettare il ritrovamento di tracce di questa sostanza radioattiva sugli abiti? Se ne è parlato tanto negli ultimi anni. Una risposta certa forse non si avrà mai. Per i palestinesi però è già tutto chiaro: è stato ucciso da collaborazionisti di Israele o da qualcuno nel suo entourage.
Accuse pesanti, ripetute nel tempo, che oggi però devono lasciare spazio a ciò che la gente dei Territori occupati, i profughi e gli esuli pensano di Arafat e della sua eredità politica. Non è attraverso le gigantografie del leader palestinese, che dominano l’ingresso delle città della Cisgiordania, e dalle commemorazioni ufficiali che si capisce il legame ancora esistente tra Arafat e il suo popolo.
Per rendersi conto dell’affinità del leader palestinese con la sua gente occorre girare per i caffè affollati, i mercati popolari, le panetterie. O parlare con i più giovani. Anche quelli legati ad Hamas che ha negato, ancora una volta, a Fatah la possibilità di commemorare il suo leader anche a Gaza. Stavolta il motivo è stata l’assenza delle condizioni di sicurezza dopo gli attentati intimidatori che qualche giorno fa hanno preso di mira auto e abitazioni di alcuni dirigenti di Fatah.
Ieri il segretario generaledell’Onu Ban Ki moon ha incaricato una commissione di indagare a Gaza sui bombardamenti israeliani della scorsa estate anche su scuole dell’Unrwa e sui ritrovamenti di razzi di Hamas in istituti delle Nazioni Unite.
«Avevo solo dieci anni quando Arafat è morto. A casa mio padre ci chiedeva di fare silenzio quando alla televisione o alla radio trasmettevano un discorso di Abu Ammar. Ci diceva che era il nostro presidente», ricorda Reem Abdul Hadi una studentessa dell’università di Bir Zeit. Un’altra ragazza, Abir, ha un giudizio solo in parte positivo. «Arafat ha commesso l’errore di dare peso alle promesse degli israeliani, ha fatto troppe concessioni – afferma – però sapeva tenerci tutti uniti». Tareq, un giovane commerciante di Ramallah Tahta, si dichiara un sostenitore di Hamas. «Arafat – ci dice – si era circondato di corrotti. Era un uomo di fede, avrebbe dovuto credere di più nell’Islam come soluzione e non fidarsi degli americani e degli israeliani».
Allo  stesso tempo Tareq è convinto che, con Arafat in vita, Fatah e Hamas non si sarebbero dati battaglia a Gaza e oggi non sarebbero avversari. «Abu Ammar avrebbe saputo trovare una via d’uscita politica», spiega. «Si possono dire tante cose – aggiunge da parte sua Xavier Abu Eid dell’Olp – ma il grande merito di Yasser Arafat è stato quello di fare della causa palestinese una questione politica posta sui tavoli delle diplomazie mondiali e non una crisi umanitaria».
Senza la storia personale e politica di Yasser Arafat oggi, sottolineano altri palestinesi, Abu Mazen non avrebbe mai potuto proclamare lo Stato di Palestina all’Onu e presentare al Consiglio di Sicurezza una richiesta di pieno riconoscimento di questo Stato. «Abu Ammar ha fallito (con Oslo) ma non per colpa sua – afferma Reem Abdul Hadi – sono Israele e i suoi alleati che hanno la responsabilità di tutto. È Israele che occupa la nostra terra e non vuole riconoscere i nostri diritti».
Proprio in Israele regna il silenzio sul decimo anniversario della morte del leader palestinese. Appena qualche giorno fa a Tel Aviv hanno commemorato il 19esimo anniversario dell’assassinio di Yitzhak Rabin e il nome di Arafat non è stato fatto. Eppure la vicenda del leader palestinese scomparso è legata anche a quella di Rabin con il quale nel 1994 aveva preso il Nobel per la pace. Per gli israeliani, o per gran parte di essi, Arafat è solo un «demonio«, un terrorista che si era finto «pacifista».
Tra le poche eccezioni c’è uno dei primi amici israeliani di Arafat, l’anziano giornalista Uri Avnery che nella sua autobiografia ha scritto che Abu Ammar fu uno dei leader mondiali emersi dopo la seconda guerra mondiale, per aver saputo gestire una lotta di liberazione nazionale in condizioni di grande difficoltà. A Israele Arafat concesse molto, ha aggiunto, ma la leadership del suo paese non seppe cogliere l’occasione.
11 novembre 2014
vedi anche
http://nena-news.it/cosa-resta-delleredita-politica-di-arafat/

mercoledì 12 novembre 2014

LA CONSULTAZIONE POPOLARE CATALANA

La risposta data dai catalani all'annullamento del referendum vietato dallo stato spagnolo dal tribunale costituzionale ha avuto come risposta più di due milioni di votanti per una consultazione per l'indipendenza della regione iberica.
L'80% dei votanti ha risposto affermativamente al quesito sull'avere uno stato catalano indipendente dalla Spagna,e nonostante alcune episodi di sabotaggio ed un'aggressione fascista ad un seggio tutto si è svolto nella massima serenità e consapevolezza di poter ottenere al più presto la possibilità di avere un referendum che sia valido anche dal punto di vista costituzionale.
Per quanto riguarda il punto di vista politico non c'è nessun dubbio:articolo preso da Infoaut.

L'80% dei catalani dice"sì"all'indipendenza.


Più di 2,2 milioni di votanti per la consultazione per l'indipendenza prevista per la giornata di ieri in Catalunya. Il referendum vietato dal Tribunale Costituzionale spagnolo è diventato quindi simbolico e carico di curiosità e aspettativa relativa all'esito che avrebbe dato. Un risultato che rappresenta la volontà del popolo catalano riguardo all'autodeterminazione e all'indipendenza dallo Stato spagnolo.
Le domande a cui i cittadini e le cittadine catalane hanno risposto sono state due: "Vuoi che Catalunya sia uno Stato?" e "Vuoi che sia uno Stato indipendente?". I risultati con il 100% degli scrutini riflette una risposta positiva ad ambedue le domande con un 80%, determinando così che 1.861.753 di catalani sono a favore dell'indipendenza.

Durante la giornata di ieri, piccoli episodi isolati hanno anche dato riprova dei rigurgiti fascisti presenti in Catalunya. In alcune sedi dedicate al voto, le serrature sono state riempite di silicone per impedire di accedervi, mentre a Girona un gruppuscolo di fascisti è entrato incappucciato all'interno di un edificio distruggendo con calci e pugni le urne. Nonostante piccoli episodi di questo tipo, il clima è stato estremamente tranquillo in tutte le principali città catalane.

Il 9 novembre si è convertito quindi in una dimostrazione di disobbedienza contro quella che è stata l'illegalizzazione del Referendum da parte del Tribunale Costituzionale che non ha sortito alcun effetto a livello di partecipazione alle urne, le stesse che ora il Governo spagnolo cerca di disprezzare, togliendogli legittimità e chiudendo gli occhi di fronte al forte carattere significativo che ha avuto la giornata di ieri. Una realtà che il governo di Rajoy non vuole accettare, così come dimostrano le parole del Ministro della Giustizia spagnolo che prima di conoscere i risultati, parlava di propaganda politica organizzata da componenti indipendentiste, sottolineando l'assenza di qualsiasi tipo di validità democratica del voto.

Se da una parte lo Stato spagnolo continua quindi a mettere i bastoni tra le ruote al processo di indipendentismo catalano (emblematico è che a meno di 24 ore dall'inizio della votazione, la Fiscalía del Tribunal Superior de Cataluña, ha aperto un procedimento per determinare se la concessione dei locali pubblici per la votazione costituisce un reato, dovuto al divieto sul referendum), dall'altra parte la società catalana ha dimostrato ieri con determinazione che è disposta a fare passi avanti verso l'indipendenza e l'autoderminazione.