venerdì 14 febbraio 2014

VIA SOLO LA DIVISA?

aldro_15_febbraio
In questi giorni gira in rete una petizione on line indirizzata ad Alfano ed alla Cancellieri,rispettivamente ministri dell'interno e della giustizia,cui si chiede di togliere per sempre la divisa ai quattro carnefici vestiti da poliziotti che nel 2005 uccisero senza pietà il giovane ragazzo ferrarese Federico Aldrovandi.
Non l'ho firmata poiché trovo ingiusto che a loro venga solo tolto il lavoro,questi quattro criminali legalizzati dallo Stato devono rimanere in prigione il più a lungo possibile,perché bisogna levarli dalle strade non solo perché indossano una divisa ancora oggi intrisa di sangue ma sono tutt'ora un pericolo per l'ordine pubblico in quanto non si sono mai pentiti dell'assassinio perpetrato.
Loro,i loro sindacati infami,tutte le persone che li hanno difesi e che li difendono ancora sono dei pericoli per la democrazia,e quindi per tutto questo togliere loro la divisa non è per nulla sufficiente e anche se appoggerò la manifestazione di Ferrara per domani trovo le motivazioni troppo leggere per via di quello che Enzo Pontani,Monica Segatto,Luca Pollastri e Paolo Forlani hanno compiuto.
Ora questi bastardi assassini sono in servizio nel Veneto,quattro luridi criminali a piede libero,quattro assassini pronti a rifare quello che hanno fatto a Federico:articolo preso da Infoaut.


Aldrovandi: i 4 poliziotti in servizio in Veneto. Sabato corteo #Via la divisa"


Caso Aldrovandi, il diciottenne ammazzato dai poliziotti nel settembre 2005 a Ferrara
“In considerazione della natura non dolosa della condotta, è stata ritenuta congrua la sanzione disciplinare della sospensione dal servizio, rispetto a quella più grave della destituzione”.

Così oggi come rendono noto i deputati M5S Vittorio Ferraresi e Paolo Bernini “in Commissione Affari Costituzionali alla Camera il Governo ha risposto ad un’interrogazione dei 5 Stelle con cui si chiedeva al Ministro dell’Interno se non intendeva rendere noto le motivazioni delle commissioni disciplinari delle questure che hanno stabilito le sanzioni per Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto, i poliziotti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi”.

I quattro sono ora tornati tranquillamente in servizio, anche se con compiti amministrativi: Forlani alla Polizia di Frontiera di Tarvisio, Pontani e Segatto, in Questura e allo scalo marittimo-aereo di Venezia, mentre Pollastri in Questura di Vicenza.

Intanto sabato 15 febbraio a Ferrara l’associazione di famigliari, amici e compagni chiamata “Federico Aldrovandi” ha organizzato un corteo dal titolo significativo: “Via la divisa”.

Sentiamo la voce di Patrizia Moretti, mamma di Federico.



Da Radio Onda d'Urto

giovedì 13 febbraio 2014

RENZI VUOLE LA TESTA DI LETTA

Finalmente le mire di espansione di potere di Renzi stanno venendo pian piano fuori,e dopo le dichiarazioni di voler essere solo il sindaco di Firenze,ecco che il neoducetto(che ha fatto risorgere nientepopodimeno che Berlusconi)dapprima è diventato segretario nazionale del Pd ed ora vuole fare le scarpe a Letta in un'escalation senza fine.
L'articolo sotto ripreso da Senza Soste parla ormai dello scontro aperto tra Letta e Renzi,con il primo che giustamente non vuole mettersi da parte anche solo per principio,in quanto il suo compagno di partito trama alle sue spalle volendo essere il nuovo protagonista della scena politica italiana divenendo il nuovo Presidente del Consiglio,altro che elezioni anticipate,leggi elettorali e rimpasti di governo vari.
La politica italiana da mesi è nelle mani da chi in Parlamento non c'è ed in alcuni casi non potrebbe nemmeno esserci,come il redivivo Berlusconi che ripeto è incandidabile e di conseguenza ineleggibile:gli altri due protagonisti extraparlamentari che si contendono poltrone e potere sono il sovra citato Renzi e l'altro comico Grillo.
Questi tre stanno mettendo al giogo il lavoro parlamentare,schifoso e vergognoso che sia questo è un altro discorso,e un paese come l'Italia non può essere comandato a bacchetta da persone che con il regolare andamento politico nazionale non dovrebbero metterci il becco.

Fratelli coltelli.Renzi dà il benservito a Letta.

Ormai è andata. A quanto pare la frenesia rottamatrice del neo-segretario del Pd sta producendo i suoi risultati. Che siano quelli auspicati in via teorica da Renzi è ancora tutto da dimostrare. Il “giovin fiorentino” avrebbe voluto sbrigarsi nel varare la nuova legge elettorale, abrogare il Senato e andare a nuove elezioni, ma ha dovuto fare i conti con una realtà un po' più complessa da quella enunciata nei talk show.
Non sembrano esserci ipotesi alternative alla buonuscita di Letta da presidente del consiglio e ad una assunzione di incarico da parte di Renzi. L'ostilità manifestata da Confindustria al governo Letta ormai da settimane, ha fatto il paio con il siluro sparato dai sostenitori italiani ed europei di Renzi verso Napolitano con la rivelazione della “cospirazione” a favore di Monti. L'operazione Firedman ha smantellato la difesa a oltranza di Napolitano dell'esecutivo Letta, ma ha anche visto il Presidente della Repubblica capire perfettamente l'aria che tira e passare la mano su un nuovo incarico a capo del governo. “Siete dello stesso partito decidete voi” ha detto Napolitano a Renzi tirandosi fuori dalla mischia.
Quattro giorni prima Napolitano aveva ribadito che “Letta non si tocca” ma dopo la bordata sparata sulla prima pagina del Corriere della Sera di lunedi sul libro di Alan Friedman, la sera stessa – a messaggio ricevuto chiaro e forte - ha dovuto ricevere il segretario del Pd al Quirinale e dargli – di fatto – carta bianca.
Oggi il notista politica del quotidiano della Confindustria, sottolinea come Renzi sia “spinto da un'ondata mediatica di impressionante forza” (ossia la loro, quella dei giornali e televisioni della grande borghesia italiana) e dunque abbia rotto gli indugi scegliendo di “logorarsi tra gli stucchi di Palazzo Chigi piuttosto che fuori dal palazzo”, ma adesso “inizia la vera disfida dentro una cornice generale drammatica”.
Gli fa eco il notista del Corriere della Sera - dentro al quale è in corso nuovamente uno scontro durissimo tra gli azionisti di riferimento - secondo cui Renzi dovrebbe promettere che l'esecutivo uscito dalla defenestrazione di Letta (in pratica il terzo esecutivo senza mandato popolare ma solo presidenziale e parlamentare) dovrebbe durare fino alla scadenza del 2018. Ciò consentirebbe di garantire scranni e consensi al governo Renzi anche tra una parte di Sel (a rischio spaccatura) e tra i dissidenti del M5S, e assicurerebbe di “non compromettere la preziosa stabilità” invocata dal Sole 24 Ore.
Ma Renzi ha un serio problema di legittimazione. Certo gode del sostegno mediatico e dei poteri forti (come Monti), ha ricevuto il mandato plebiscitario nelle primarie del Pd (come Bersani) ma non è passato alla prova delle urne e se mantiene le promesse non lo farà fino al 2018. E allora? Allora saranno le elezioni europee a misurare il consenso o meno di Renzi e se lui rappresenta la "preziosa stabilità" e la continuità della legislazione in corso finisce che nel "voto utile" stavolta ci troveremo di tutto: dalla sinistra alla Confindustria, dalla destra ai centristi, un plebiscito insomma.
A cavallo tra il Rinascimento e l'età moderna, i francesi erano soliti definire i “fiorentini” come gente di “pugnale e veleno”. Le trame dei Medici – tra i maggiori banchieri dell'epoca - non esitavano a ricorrere a mezzi piuttosto spicci per togliere di torno i loro avversari in Italia o nelle corti europee.
Nel XXI Secolo le parti si sono invertite. Le “corti europee” - in particolare quelle di Berlino, Francoforte e Bruxeles, stavolta usano i “fiorentini” e i loro pugnali e veleni per togliere di mezzo chi si oppone all'escalation oligarchica che sta ridisegnando il volto politico ed economico dell'Europa o chi si dimostra inadeguato come amministratore locale di questi interessi strategici. I diktat dell'Unione Europea, come ha ricordato recentemente il commissario Olli Rehn, non possono aspettare i ritmi e i riti della politica italiana. Dal 2011 a oggi s'è vista solo la controriforma Fornero sulle pensioni. Troppo poco rispetto alla famosa lettera del 5 agosto 2011 di Trichet e Draghi. C'è la spending review da attuare, c'è il Fiscal Compact da applicare, i contratti nazionali collettivi da smantellare etc.
Non è più concesso perdere tempo. Non a caso tra le righe dei maggiori quotidiani della borghesia, oggi si insiste sul fatto che di tempo Renzi ne avrà poco a disposizione. Deve agire in fretta senza curarsi troppo di morti e feriti sul cammino. Letta e Napolitano sono gli inquilini da sfrattare dai palazzi istituzionali, ma vengono i brividi nel pensare a come Renzi si rapporterà agli inquilini “normali”, quelli che vengono sfrattati quotidianamente dalle loro case perchè non sono più in grado di pagare l'affitto o la rata del mutuo.
Sergio Cararo
12 febbraio 2014

mercoledì 12 febbraio 2014

BOOM ALEK!

Finalmente lo scempio della legge Fini-Giovanardi non vedrà il decimo anno di compleanno in quanto la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima tale legge che guarda caso era stata inserita come emendamento in una più corposa proposta di legge già nel 2005,e che entrò in vigore l'anno successivo.
Tale grande cazzata partorita dalle menti non solo di chi ha dato il nome a tale legge ma che è stata frutto di ben più persone,fino a ieri metteva sullo stesso piano l'uso e lo spaccio di tutte le droghe,sia leggere che pesanti,parificando gli effetti di hashish e marijuana con quelli di cocaina ed eroina(e le relative pene e sanzioni).
Fino a quando questo ribaltamento avvenuto comunque a distanza di troppi anni sarà attivo(è notizia di ieri anche una decisione sullo stesso livello giuridico con le elezioni da rifare in Piemonte ma dopo anni di battaglie...come dire meglio tardi che mai)bisogna stare con i piedi per terra anche perché la legge che ora sarà valida in materia resta quella precedente,ovvero la Iervolino-Vassalli,sicuramente ampiamente migliorabile pure quella.
Per la legalizzazione invece il percorso sarà più lungo ancora e maggiormente ostico,col Vaticano in "casa" bisognerà lottare con le unghie,e ancora il bigottismo su tutto e tutti e la gente con i paraocchi ce n'è ancora troppa in giro,forse con un'altra generazione se ne potrà riparlare:articolo preso da"Internazionale":http://www.internazionale.it/news/italia/2014/02/12/la-legge-fini-giovanardi-e-incostituzionale/ .

Il 12 febbraio la corte costituzionale ha definito illegittima la legge Fini-Giovanardi, che equipara le droghe leggere a quelle pesanti.
La legge, introdotta nel 2006, è in realtà la conversione di un decreto legge del 2005, emanato in origine solo per il finanziamento delle Olimpiadi invernali di Torino.
La Fini-Giovanardi aveva inasprito le sanzioni per la produzione, il traffico, la detenzione illecita e l’uso di sostanze stupefacenti. E aveva abolito ogni distinzione tra droghe leggere, come la cannabis e l’hashish, e le droghe pesanti, come eroina o cocaina. Uno spacciatore di hashish, per esempio, con la legge Iervolino-Vassalli rischiava il carcere tra due e sei anni, mentre con la Fini-Giovanardi rischiava la reclusione da sei a vent’anni con una multa tra i 26mila e i 260mila euro.
Con la decisione della corte del 12 febbario, la legge viene annullata e torna in vigore la norma che regolava questa materia in precedenza: la legge Iervolino-Vassalli. La legge Iervolino-Vassalli prevede pene più basse per chi è trovato in possesso di droghe leggere.
Gli articoli contestati. Si legge in una nota: “La Corte costituzionale, nella odierna Camera di consiglio, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale – per violazione dell’art. 77, secondo comma, della Costituzione, che regola la procedura di conversione dei decreti-legge – degli artt. 4-bis e 4-vicies ter del d.l. 30 dicembre 2005, n. 272, come convertito con modificazioni dall’art. 1 della legge 21 febbraio 2006, n. 49, così rimuovendo le modifiche apportate con le norme dichiarate illegittime agli articoli 73, 13 e 14 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico in materia di stupefacenti)”.
Le reazioni. “La legge Fini-Giovanardi è entrata in vigore all’inizio del 2006 e nessuno dei governi e dei parlamenti eletti nel 2006, 2008 e 2013, con maggioranze di centrosinistra, di centrodestra o tecniche ha mai provveduto a modificarla. Prendo atto che dopo otto anni la corte costituzionale scavalca il parlamento confermando alcuni articoli aggiunti nella legge di conversione e annullandone altre sulla base anche di una ben orchestrata campagna promozionale”, ha detto il senatore Carlo Giovanardi, uno dei firmatari della legge, a Redattore sociale.
Antonella Calcaterra, referente della camera penale del carcere di Milano, frena gli entusiasmi di chi pensa che gli istituti penitenziari si svuoteranno dopo la sentenza della corte costituzionale: “Non è affatto sicuro che chi è ora in carcere per la Fini-Giovanardi esca. La corte costituzionale non abolisce il reato, cambia solo il tipo di sanzione”.

martedì 11 febbraio 2014

L'ONU ED IL VATICANO

 
Il tagliente commento di Don Zauker(http://donzauker.it/2014/02/10/7144/ )riguardo la notizia dell'indagine dell'Onu e nella fattispecie del suo comitato per i diritti dell'infanzia(vedi:http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/05/onu-politiche-del-vaticano-hanno-permesso-abusi-dei-preti-su-bambini/869713/ )che ha concluso che il Vaticano ha permesso abusi sessuali dei propri preti su migliaia di bambini in tutto il mondo,a modo sue traduce sentimenti ed emozioni di molte persone riguardo a questa follia.
L'accusa che l'Onu sia stata spinta a questo giudizio finale da organizzazioni non governative pro gay assieme all'accusa d'interferire con i propri metodi di gestione"statale"e morale sono le scuse dietro le quali la Santa Sede si nasconde nonostante i casi di pedofilia all'interno della Chiesa cattolica siano ormai così tanti e gravi da impedire qualsiasi negazione su questo problema enorme.
E non bastano le ultime disposizioni interne al Vaticano sulle proprie pecorelle smarrite,infatti i preti pedofili,ma se proprio vogliono accanirsi contro,vengono spretati oppure cambiati di posto e ruolo,un poco come succede con le forze del disordine che per vedere un proprio"adepto"condannato ed incarcerato non per nulla,ma per avere sbagliato,bisogna aspettare diciamo una morte di Papa.
Almeno il Vaticano i colpevoli conclamati non li eleva di grado.


Misteri della fede.


Evidentemente insensibili al fatto che Papa Francesco indossi comuni scarpe nere, al posto degli scarpini di Prada del suo predecessore, gli aridi membri del Comitato delle Nazioni Unite per i diritti dell’infanzia hanno chiesto chiesto alle gerarchie vaticane di rimuovere e consegnare alle autorità civili quei sacerdoti che, nell’esercizio delle loro funzioni, si fossero macchiati di reati di pedofilia.
Lo ha chiesto l’ONU, per dire, non Don Zauker.
Secondo il rapporto del Comitato, formato da 18 cinici e biechi, ma indipendenti esperti di diritti umani, che evidentemente conferiscono minore importanza al fatto che Papa Francesco amasse spostarsi in autobus piuttosto che con l’auto ufficiale, rispetto alla salute di una moltitudine di bambini, il Vaticano si è reso complice – per azioni o omissioni, negli anni di numerosi reati di pedofilia.
Sì, lo sappiamo bene, ci sono tanti preti buoni (tipo Don Matteo, per dire…) che aiutano i poveri, gli zoppi i gobbi e così via… saltiamo tutta questa parte e veniamo alla brillante risposta della Chiesa Cattolica che, nel ricordare che Papa Francesco indossa comunque un crocifisso di ferro e non d’oro, risponde piccata che: “Alla Santa Sede rincresce, tuttavia, di vedere in alcuni punti delle osservazioni conclusive un tentativo di interferire nell’insegnamento della Chiesa Cattolica sulla dignità della persona umana e nell’esercizio della libertà religiosa.”
Ora, cosa c’entrino la dignità della persona umana e l’esercizio della libertà religiosa con il coprire chi incula dei bimbetti (perché di questo si tratta, sennò non ci capiamo) non riusciamo a comprenderlo.
Ce lo spiegate, per favore?

lunedì 10 febbraio 2014

ANCHE NOI SIAMO A SUD DI QUALCUNO

Svizzera: quando i migranti da bloccare sono gli italiani
Ebbene è giunto il momento che pure nel reame di fantasia della Padania ci si desti dal sogno e si realizzi che anche noi siamo a sud di qualcuno,ed il caso di ieri con la vittoria del sì sul referendum svizzero riguardo al tetto sull'immigrazione ha fatto capire che anche alcuni di noi siano dei migranti.
Il discorso tocca soprattutto i frontalieri delle province lombarde di Como e Varese,territori ad alto tasso di padanità in salsa verde,che da un giorno all'altro vedranno i lodo diritti lavorativi crollare drasticamente,forse se non per quelli attuali sicuramente per i prossimi(se ci saranno ancora).
Prima gli italiani?No,ora prima i Ticinesi,ed il successo ottenuto dalle destre nazionaliste ha fatto sfregare le mani a tutte le altre forze reazionarie europee soprattutto in vista delle prossime elezioni continentali.
L'articolo preso da Senza Soste parla di questa vittoria ottenuta per una manciata di voti che per forza di cose ribalterà tutti i trattati che la confederazione elvetica ha stipulato con gli Stati confinanti e con la comunità europea intera,in un crescendo di paura xenofoba che fa della Svizzera per molti un paese antipatico per via di molti fatti accaduti nella storia e non solo recente di questo piccolo paese rifugio di evasori fiscali e poco altro.

Svizzera:quando i migranti da bloccare sono gli italiani.


Come si dice, c’è sempre qualcuno più a nord di te. E lo sanno bene molti cittadini delle regioni ‘padane’, quelli che sbraitano contro i meridionali e ancor di più contro gli immigrati che ‘gli tolgono il lavoro’. E che da un po’ di tempo a questa parte sono diventati, a loro volta, obiettivo di una campagna razzista che ieri ha avuto la conferma nelle urne.
Seppur di misura, ma sconfessando i maggiori partiti della confederazione elvetica e il governo, ieri gli svizzeri hanno approvato in un referendum l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” bocciando l’Accordo di libera circolazione delle persone in vigore – almeno in teoria – all’interno dello spazio dell’Ue e imponendo un tetto massimo per tutti gli stranieri. Tutti, compresi i richiedenti asilo e … gli italiani. Anzi, a maggior ragione gli italiani. Soprattutto in Ticino, dove le destre locali, in versione ‘nazionalista’ e soprattutto leghista, hanno stravinto, reduci da anni di violente campagne contro i transfrontalieri. Che, a ben guardare, non sono neanche veri immigrati. A loro basta farsi qualche decina di chilometri dalla Lombardia per andare a lavorare oltreconfine, in Ticino, e poi tornarsene a casa a fine giornata. Ma, neanche a dirlo, rubano il lavoro agli svizzeri, e quindi vanno fermati.
Se nella confederazione il si al tetto all’immigrazione è passato con appena il 50,3% dei votanti – neanche 20 mila schede – nel cantone di lingua italiana lo “stop ai migranti” ha convinto ben il 68,17% dei cugini d’oltreconfine. In generale si può dire che i cantoni francofoni e le grandi città hanno sostenuto di meno il quesito razzista, che invece si è affermato nei cantoni di lingua tedesca.
Un voto che rappresenta anche una sconfitta per il governo federale, desideroso di frenare i flussi migratori ma consapevole del fatto che l’economia svizzera prospera grazie a un continuo flusso di manodopera straniera sottopagata e che, nel caso dei frontalieri, si considera spesso temporanea e quindi in genere non accampa particolari diritti e non si impegna in lunghe vertenze. Ma i partiti della destra – in particolare l’Udc/Svp – hanno montato ad arte una campagna allarmistica che in Ticino ha funzionato particolarmente, all’insegna dello slogan ‘Prima i ticinesi’, mentre negli altri cantoni la propaganda ha messo in risalto l’aumento della disoccupazione (che in realtà è del 3,2%, il 2,2 tra gli svizzeri e il 6% tra gli immigrati), la crescita degli affitti e della criminalità. Argomenti non sempre sostenuti dalla realtà ma che sembrano funzionare comunque.
L’Unione Democratica di Centro, la promotrice dell'iniziativa xenofoba, ha calcato la mano sul fatto che un numero crescente di disoccupati stranieri approfittano dell’assistenza economica e sociale che le istituzioni del paese garantiscono a tutti campando di fatto di sovvenzioni pubbliche.
Finora, c’è da dirlo, non è che gli immigrati avessero campo libero, anzi. Ma ora la situazione per loro si farà assai più complicata. La vittoria del referendum di ieri porterà all’introduzione di un nuovo articolo nella Costituzione che prevede la limitazione dei permessi di dimora per stranieri attraverso tetti massimi e quote annuali definibili in consonanza con le necessità dell’economia – cioè degli imprenditori – svizzera. Inoltre, al momento di assumere qualcuno, ogni impresa dovrà privilegiare i cittadini svizzeri. Ora il Consiglio federale (l’esecutivo) ha dovuto annunciare che avvierà una interlocuzione con le autorità dell’Unione Europea per modificare l’Accordo sulla libera circolazione delle persone, mentre Bruxelles ha espresso un ‘rammarico’ non necessariamente di circostanza. Anche perché la maggior parte dei migranti arrivati in Svizzera negli ultimi anni, ben il 70%, provengono dai paesi dell’Unione Europea.
L’estrema destra di tutto il continente, intanto, applaude e porta a casa un ottimo risultato in vista delle imminenti elezioni europee.
Luca Fiore
tratto da http://www.contropiano.org
10 febbraio 2014

domenica 9 febbraio 2014

ANNAMARIA MANTINI

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La data odierna ricorda il grave ferimento di un vice brigadiere dei carabinieri,Antonio Tuzzolino,che lo portò alla paralisi,e gli esecutori dell'agguato sotto casa non vennero mai presi ma questo avvenimento se non collegato a quello successo l'anno prima non sarebbe completo.
Infatti l'anno precedente,e per essere precisi nelle primissime ore dell'otto luglio 1975,la giovane Annamaria Mantini venne uccisa a Roma durante un'operazione dell'antiterrorismo per un tragico "errore"dello stesso carabiniere colpito successivamente,perché gli sbagli casuali nella storia dei tutori dell'ordine non sono solo quelli recenti delle troppe morti di giovani ammazzati sia con colpi d'arma da fuoco o a botte.
Ebbene la ragazza,il cui fratello Luca perì durante una rapina di autofinanziamento il 29 ottobre 1974(data poi utilizzata dallo stesso Nucleo Armato romano)venne come già detto"erroneamente"colpita da un colpo di pistola in mezzo alla fronte:questo piccolo pezzo di storia di lotta sociale è raccontato qui sotto in un articolo preso da Infoaut.

9 febbraio 1976: "un tragico errore".


Il 9 febbraio 1976 a Roma viene ferito a Roma il vicebrigadiere di polizia Antonio Tuzzolino, colpito da diversi colpi sparati da un'auto in corsa; l'azione viene rivendicata due giorni dopo dai Nap con un comunicato firmato "Nucleo armato 29 ottobre".
L'8 luglio 1975 il vicebrigadiere aveva ucciso una militante dei Nap Annamaria Mantini, sorella di Luca Mantini. Quest'ultimo era un militante dei Nap e fondatore del Collettivo Jackson, prima esperienza di aggregazione di ex detenuti politicizzati. Venne ucciso il 29 ottobre 1974 in una sparatoria durante una tentata rapina ad una banca a Firenze in cui rimase ucciso un altro militante dei Nap, Giuseppe Sergio Romeo, e due vennero catturati.
La sorella si era unita al gruppo proprio dopo la morte del fratello e aveva dato vita in suo onore al Nucleo Armato 29 Ottobre.
Annamaria Mantini era stata uccisa nell'ambito di un'operazione condotta dall'Antiterrorismo insieme alll'uffico politico della questura.
Il nucleo antiterrorismo aveva scoperto un appartamento-covo dei Nap in via Due Ponti alla periferia Nord della città. La mattina del 7 luglio 1975 avevano ottenuto dalla Procura un mandato di perquisizione.

Con la doppia chiave, messa a disposizione dall'amministatore, gli agenti erano entrati nell'appartamento. Dentro vi avevano trovato, secondo le dichiarazioni fornite dalla polizia qualche ora dopo l'operazione, i segni di un uomo e una donna che dovevano viverci abitualmente, e avevano sequestrato documenti falsi, targhe d'auto rubate, fotografia,32 milioni di lire (5 dei quali risultano provenienti dal riscatto Moccia) e sessanta cartucce di pistola calibro 32.

Finita la perquisizione i poliziotti che avevano circondato lo stabile si erano ritirati, erano rimasti nello stabile due agenti della questura, due uomini dell'Antiterrorismo e il vicebrigadiere Antonio Tuzzolino.

All'una di notte circa, Annamaria Mantini aveva fatto ritorno a casa e aveva aperto la porta dell'appartamento.

 

Secondo la versione della polizia, la ragazza, resasi conto della presenza degli agenti, avrebbe tentato immediatamente di richiudere la porta, bloccando così la mano del brigadiere che "per un tragico errore" aveva fatto partire un colpo. Le successive rilevazioni sconfessarono questa ricostruzione. La ragazza aprì la porta di casa e immediatamente il vice-brigadiere fece partire un proiettile che colpì, da circa 50 centimetri di distanza, la ragazza in piena faccia, appena sotto lo zigomo sinistro. Anna Maria Mantini, fino ad allora "non sospettata di svolgere attività terroristiche" morì poco dopo, all'età di 22 anni.

L'agente venne poi prosciolto da ogni accusa.

Nei giorni successivi alla morte, comparvero volantini dei Nap che ricordavano la ragazza uccisa e promettevano vendetta.

 

Sette mesi dopo la promessa venne mantenuta.

Il 9 febraio 1976 Tuzzolino si stava recando a casa della zia in via Scalia nei pressi dell'Olimpico. All'altezza del portone, davanti al quale Tuzzolino era in attesa, una vettura rallentò; dal finestrino partirono 4 colpi che colpirono l'agente, poi l'auto sfrecciò via. La macchina, una Lancia Beta coupè 1600 di colore scuro targata Perugia, verrà poi ritrovata ad una centinaia di metri dal luogo dell'azione. Il vice-brigadiere crollò a terra, 3 proiettili l'avevano colpito alle gambe, uno l'aveva ferito gravemente alla spina dorsale.

Antonio Tuzzolino rimarrà poi paralizzato. Per tutta la notte centinaia di posti di blocco creeranno un fitto setaccio in tutta la città, ma la ricerca non avrà esito.

 



"9 luglio 1975: Ieri in un agguato teso dalla polizia, è stata uccisa a freddo la compagna Annamaria. La volontà del potere di chiudere la partita con i compagni che si organizzano clandestinamente, ha armato la mano del killer di turno, che con la precisa coscienza di uccidere, ci ha privato di una compagna eccezionale.


Annamaria era uno dei compagni che hanno dato vita al nucleo "29 ottobre". Ha fatto parte del gruppo che ha sequestrato sotto casa il magistrato Di Gennaro, e il contributo che ha dato alla costruzione ed esecuzione di questa azione, dimostrando il livello politico militare che aveva raggiunto. E' enorme l'abisso che separa una compagna rivoluzionaria da uno sbirro. Non basterebbero la vita di cento Tuzzolino per pagare la vita di Annamaria.

Questo non significa che dimenticheremo i Tuzzolino, i Barberis, così come non abbiamo dimenticato i Conti e i Romaniello.

La mano che uccide un proletario ci è nemica come i porci che la armano. Ma lo ripetiamo, non è uccidendo uno o più sbirri che i proletari si possono ripagare del prezzo che stanno pagando per liberarsi. E per questo prezzo altissimo, in noi come in tutti i rivoluzionari, non c'è solo la rabbia ma anche la coscienza che il movimento si sta arricchendo in maniera definitiva del patrimonio di importantissime esperienze che questi compagni ci lasciano.

Le giornate di aprile, le innumerevoli azioni armate, gli espropri per autofinanziamento, le azioni nelle carceri, dimostrano la crescita di una nuova generazione di combattenti, e non bastano gli omicidi e gli arresti per distruggerla.

La nostra esigenza di comunismo è indistruttibile.

Luca Mantini, Sergio Romeo, Bruno Valli, Vito Principe, Gianpiero Taras, Margherita Cagol, Annamaria Mantini.

Non siete i soli e non sarete gli ultimi, ma rappresentate per tutti i rivoluzionari una scelta irrinunciabile.

Lotta armata per il comunismo

Nucleo Armato 29 ottobre"

sabato 8 febbraio 2014

PRESENTAZIONE DI "QVIMERA" ALL'ARCI DI OMBRIANO











Foto: http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2014/02/presentazione-di-qvimera-allarci-di.html 
Un grazie per la presenza dell'autore del libro Gino Marchitelli e del medico del lavoro Claudio Mendicino.
Ieri sera presso l'Arci di Ombriano(Crema)si è tenuto un incontro assieme ai compagni di Rifondazione Comunista,Usb e Cub per presentare il libro di Gino Marchitelli"Qvimera"coadiuvato dall'intervento del dottor Claudio Mendicino,medico del servizio vigilanza dei luoghi di lavoro.
Dopo una deliziosa cena ecco la presentazione con l'introduzione di Beppe Bettenzoli,segretario del circolo cremasco del Prc:Qvimera parla del sottile confine tra la legalità e l'illegalità nella zona appena a sud est di Milano,e la trama del romanzo noir ben s'intreccia con la cronaca quotidiana costellata di soprusi da parte di criminali legati alla 'ndrangheta verso i proprietari terrieri,di lavoratori sfruttati da affaristi ed imprenditori con un piede nella mafia e l'altro nella politica,della (in)sicurezza stessa del lavoro che spesso e volentieri è la causa principale delle morti e degli infortuni all'ordine del giorno nei cantieri edili.
Gino Marchitelli da anni lavora presso questi ultimi in qualità di elettricista o meglio"spellafili",e la sua militanza politica e sindacale è nata fin dai tempi in cui lavorava presso le piattaforme politiche,e nella sua carriera ne ha passate di ogni.
Così come ne ha viste nel proprio servizio lavorativo Claudio Mendicino,anche lui sindacalista e testimone di ciò che avviene sui luoghi di lavoro cercando in primis di attivare e vigilare su tutti i temi che riguardano la prevenzione degli infortuni,per poi verificare sul campo quello che si dovrebbe conferire al lavoratore sia in dispositivi di protezione individuale sia sui mezzi adoperati raffrontandoli con le vari sedi lavorative elevando contravvenzioni dove il caso lo richieda.
Ne è nato un dibattito propositivo e vivace che oltre al tema della sicurezza sul posto di lavoro ha accomunato anche la tutela dell'ambiente in quanto,e qui da noi della zona lo sappiamo benissimo,abbiamo sotto al culo milioni di tonnellate di gas e di riserve petrolifere,il che non è proprio un fatto che si possa trascurare per la vita sia dell'uomo che della natura.

















venerdì 7 febbraio 2014

ENTI LOCALI SOTTO ATTACCO

L'interessante articolo proposto da Senza Soste parla di quello che lo Stato italiano ormai da oltre un decennio sta compiendo,prima in sordina ed ora sempre più a voce alta,con il patrimonio pubblico nazionale,e l'attacco mirato agli enti locali è il perno dell'intervento qui sotto.
Si parla ancora del guadagno enorme che i privati stanno ottenendo grazie alla speculazione finanziaria,con i vari governi e le banche a braccetto per rendere il popolo sempre più costretto alla fame(esplicativa la vignetta iniziale)grazie alle politiche di privatizzazione.
I tagli lineari dell'esecutivo vanno a diminuire drasticamente i servizi offerti alla base,mettendo in difficoltà chi dovrebbe fruire tali attività,ovvero i comuni,ultimo gradino della scala burocratica dello Stato,ed i risultati si vedono dappertutto e anche Crema non è esente da tale discorso.
La scelta ultima che spetta proprio alle amministrazioni cittadine,che sono divise se continuare a lottare per ritornare a gestire i pochi beni comuni erogati dall'alto(che sono sempre meno)e che in alcune realtà portano ancora a positività di bilancio,che rimane la scelta più coraggiosa,o chinarsi di fronte alle imposizioni Stato-Europa e continuare a privatizzare non sapendo bene poi dove si possa andare a parare.


L’attacco agli enti locali è sistemico
Il braccio operativo è Cassa Depositi e Prestiti.

1. Uno dei nodi cruciali della guerra alla società, dichiarata dalle lobby finanziarie con
la trappola della crisi del debito pubblico, vedrà nei prossimi mesi al centro gli enti locali, i loro beni e servizi, il loro ruolo. Infatti, poiché l’enorme massa di ricchezza privata prodotta dalle speculazioni finanziarie, che ha portato alla crisi globale di questi anni, ha stringente necessità di trovare nuovi asset sui quali investire, è intorno ai beni degli enti locali che le mire sono ogni giorno più che manifeste.
2. Già nel rapporto “Guadagni, concorrenza e crescita”, presentato da Deutsche Bank nel dicembre 2011 alla Commissione Europea, si scriveva a proposito del nostro Paese : “ (..) I Comuni offrono il maggior potenziale di privatizzazione. In una relazione presentata alla fine di settembre 2011 dal Ministero dell’Economia e delle Finanze si stima che le rimanenti imprese a capitale pubblico abbiano un valore complessivo di 80 miliardi di euro (pari a circa il 5,2% del PIL). Inoltre, il piano di concessioni potrebbe generare circa 70 miliardi di entrate. E questa operazione potrebbe rafforzare la concorrenza. (..) Particolare attenzione deve essere prestata agli edifici pubblici. La Cassa Depositi e Prestiti dice che il loro valore totale corrente arriva a 421 miliardi e che una parte corrispondente a 42 miliardi non è attualmente in uso.
Per questa ragione potrebbe probabilmente essere messa in vendita con relativamente poco sforzo o spesa. Dal momento che il settore immobiliare appartiene in gran parte ai Comuni, il governo dovrebbe impostare un processo ben strutturato in anticipo. (..) Quindi, secondo le informazioni ufficiali, il patrimonio pubblico potrebbe raggiungere in valore complessivo di 571 miliardi, vicino al 37% del PIL. Naturalmente, il potenziale può anche essere ampliato.”
3. La spoliazione degli enti locali è naturalmente avviata da almeno un quindicennio e vi hanno concorso diversi fattori. Il primo è stato il Patto di Stabilità e Crescita interno, ovvero le diverse misure, annualmente stabilite, per far concorrere gli enti locali agli obiettivi di stabilità finanziaria stabiliti dallo Stato in accordo con l’Unione Europea. Quel patto ha visto in una prima fase una durissima contrazione delle possibilità di assunzione del personale da parte degli enti locali, riducendone drasticamente la qualità del servizio e contribuendo in questo modo a costruire una campagna ideologica sull’inefficienza del “pubblico”; in un secondo momento è finita sotto attacco la possibilità e la capacità di investimento da parte degli enti locali che, con l’alibi di non doversi indebitare, sono stati costretti e ridurre al lumicino le opere da realizzare; infine, nell’attualità, perfino la capacità di spesa corrente trova draconiane limitazioni, mettendo definitivamente a rischio il funzionamento stesso degli enti locali. Classificati da ora in avanti in “virtuosi” e “non virtuosi”, gli enti locali saranno costretti, per entrare nella prima categoria, ad aumentare le tasse locali e le tariffe, a ridurre ulteriormente l’occupazione, a dismettere il patrimonio pubblico e a privatizzare i servizi pubblici locali.
4. Il secondo fattore è dovuto alla spending review, ovvero i drastici tagli lineari che, anziché riorganizzare la spesa eliminando gli sprechi e le corruttele, comportano un’automatica riduzione di tutti i servizi erogabili senza alcuna scala di priorità e senza la benché minima programmazione. Il terzo fattore è stata l’approvazione del Fiscal Compact, ovvero l’obiettivo sottoscritto in sede europea di portare entro venti anni al 60% il rapporto debito/pil che oggi è pari al 133% . Ciò significa annualmente una riduzione secca di tale rapporto del 3,3% , con un costo di oltre 50 miliardi/anno. Se a questo si aggiunge l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione –di fatto, la costituzionalizzazione della dottrina liberista- il quadro è decisamente chiaro.
5. La tesi qui sostenuta è che l’attacco agli enti locali sia sistemico e abbia come ultimo obiettivo la scomparsa della funzione pubblica e sociale dell’ente locale, come sin qui lo abbiamo conosciuto, trasformandone il ruolo da erogatore di servizi per la collettività a facilitatore dell’espansione della sfera di influenza dei capitali finanziari e da garante dell’interesse collettivo a sentinella del controllo sociale delle comunità. Una trasformazione autoritaria necessaria per permettere, attraverso la drastica riduzione della democrazia di prossimità, la totale spoliazione dei beni comuni delle comunità locali. Per queste ragioni, l’ente locale è destinato a diventare uno dei luoghi fondamentali dello scontro sociale nei prossimi mesi.
6. L’insieme di draconiane misure nei confronti degli enti locali ha un unico scopo: metterli con le spalle al muro dal punto di vista economico per persuaderli/obbligarli ad un gigantesco percorso di espropriazione e di privatizzazione, consegnandone beni e patrimonio alle lobby bancarie e finanziarie Un processo che avviene attraverso diversi ma convergenti percorsi. Cosa posseggono infatti gli enti locali? Territorio, patrimonio e servizi, ed è su questi che si sta giocando, e sempre più lo si farà nel prossimo periodo, la guerra contro la società.
7. Il territorio è da tempo strumento di valorizzazione finanziaria, in due diverse modalità di scala. La prima attraverso la continua cementificazione del suolo, favorita da una norma, da anni reiterata in Parlamento, che consente di utilizzare gli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente dei Comuni : in pratica, anche solo per garantire l’ordinario funzionamento dell’ente locale, gli amministratori sono invogliati a consegnare porzioni di territorio alla speculazione immobiliare, arrivando al paradosso che, mentre fino a qualche anno fa erano i costruttori a fare la questua negli uffici comunali per ottenere cambi di destinazione d’uso di terreni, oggi sono i sindaci a inseguire i costruttori per poter firmare convenzioni che consentano di mettere in cassa i relativi oneri. La seconda è quella dei grandi eventi e delle grandi opere : che siano basi militari (Muos di Catania, Dal Molin di Vicenza), che siano mega-progetti infrastrutturali (Tav, Ponte sullo stretto, 35 nuovi progetti autostradali) o “eventi” (Giubileo di Roma, Expo di Milano), l’unico obiettivo è la consegna del territorio alla valorizzazione finanziaria e alla speculazione immobiliare.
8. Il patrimonio pubblico in mano agli enti locali ha, come abbiamo visto, dimensioni enormi (421 miliardi). La sua svendita, cominciata da tempo, è oggi considerata da Governo e Sindaci un vero e proprio piano strategico e, attraverso l’alibi della crisi del debito pubblico, sono ormai in adozione in tutti i Comuni piani di dismissione all’unico scopo di fare cassa. Anche i servizi pubblici locali sono da molto tempo sotto attacco e a rischio privatizzazione. Su questo terreno, come anche Deutsche Bank nel suo rapporto citato all’inizio ha dovuto riconoscere, la straordinaria vittoria referendaria del movimento per l’acqua nel giugno 2011 ha complicato molto i piani, senza tuttavia far desistere le grandi lobby finanziarie.
9. Cassa Depositi e Prestiti, ovvero l’ente (ora SpA, con all’interno le fondazioni bancarie) che raccoglie il risparmio postale (240 miliardi) di quasi 24 milioni di persone, è il vero e proprio braccio operativo di questo processo. Cassa Depositi e Prestiti interviene infatti sulla valorizzazione finanziaria del territorio, finanziando direttamente, o attraverso F2i (Fondo per le infrastrutture, partecipato al 16% da Cdp), molte delle grandi opere, in particolare autostradali, in corso o in progetto nel nostro Paese; così come, attraverso FIV (Fondo Investimenti per la Valorizzazioni) di CDPI sgr si propone agli enti locali come partner ideale per la valorizzazione degli immobili da immettere sul mercato, fissandone un prezzo ed impegnandosi ad acquisirli, qualora dopo bando l’ente locale non riesca a venderli (FIV comparto Plus) o acquisendoli direttamente (FIV comparto Extra); altrettanto determinante è il ruolo assunto da Cdp nei processi di privatizzazione dei servizi pubblici locali, essendo da tempo impegnata attraverso F2i (Fondo per le infrastrutture) da una parte e FSI (Fondo strategico Italiano, interamente controllato da Cdp), in operazioni di ingresso nel capitale sociale delle aziende di gestione del servizio idrico e dei servizi pubblici locali per favorirne fusioni societarie e il rilancio in Borsa.
10. Se il luogo dello scontro sociale del prossimo periodo sarà dunque l’ente locale, il nodo intorno al quale si dipanerà sarà quello del ruolo di Cassa Depositi e Prestiti. Se sotto attacco è la stessa funzione sociale degli enti locali come luoghi di prossimità degli abitanti di un territorio, altrettanto sotto scacco è l’utilizzo della ricchezza sociale prodotta nel Paese, in particolare quella del risparmio postale dei cittadini, che invece di essere utilizzata per gli investimenti volti al soddisfacimento dei bisogni sociali e ambientali delle comunità locali, viene interamente indirizzata come leva per l’espansione dei mercati finanziari e finalizzata all’espropriazione dei beni comuni. Si comprende meglio, a questo punto, anche il senso profondo della progressiva riduzione degli spazi di democrazia, che vede nell’accentramento istituzionale da una parte e in una furbesca campagna contro la “casta” e relativa riduzione della rappresentanza dall’altra, il progressivo distanziamento dei luoghi della decisionalità collettiva dalla vita concreta delle persone. L’obiettivo è chiaro : se ciò che è in atto è un mastodontico processo di spoliazione delle comunità locali, diviene necessario rendere loro sempre più ardua qualsiasi forma di organizzazione e di protesta, trasformando in rassegnata solitudine quella che potrebbe altrimenti divenire lotta per la riappropriazione sociale.
11. Oggi sindaci e amministratori sono posti di fronte ad un bivio senza zone d’ombra : devono decidere se essere gli esecutori ultimi di un processo di privatizzazione che dalla Troika discende verso i governi e scivola giù fino agli enti locali o se riconoscersi come i primi rappresentanti degli abitanti di un determinato territorio e porsi in diretto contrasto con quei processi. Ma, indipendentemente dalla consapevolezza dei propri sindaci e amministratori, le donne e gli uomini di ogni comunità locale di questo Paese devono sapere che la lotta collettiva e generalizzata contro la trappola del debito, per una nuova finanza pubblica e sociale, per la riappropriazione sociale dei beni comuni, è interamente nelle loro mani. E che da essa dipende il destino della democrazia reale.
Marco Bersani
3 febbraio 2014

giovedì 6 febbraio 2014

UN ALTRO PRIGIONIERO POLITICO BASCO DECEDUTO IN CARCERE

Foto: Arkaitz. Gogoan zaitugu!!!
L'articolo preso dal quotidiano basco Gara(http://www.naiz.info/eu/hemeroteca/gara/editions/gara_2014-02-06-06-00/hemeroteca_articles/el-preso-de-elorrio-arkaitz-bellon-aparece-muerto-en-su-celda-de-puerto )parla di una morte avvenuta nel carcere andaluso di Cadice del prigioniero politico Arkaitz Bellon Blanco di Elorrio,piccolo centro vizcaino.
Le cause della morte,avvenuta ieri,sono state definite naturali anche se il ritrovamento del cadavere avvenuto durante il normale conteggio dopo il pranzo aggiunge un velo di mistero sulla questione,visto che il trentaseienne già aveva in passato denunciato abusi da parte di funzionari carcerari che oltre alla distanza enorme dalla sua terra d'origine aggravava maggiormente e direi quasi da consuetudine la sua vita carceraria.
Arkaitz avrebbe finito di scontare la sua pena di tredici anni di reclusione dovuta a disordini avvenuti a San Sebastian nel 2000 a maggio,e l'assenza di segni di violenza evidenti sul suo corpo dopo la morte ha convinto i familiari(che subirono anni fa un grave incidente per andare a trovare il loro caro recluso a mille chilometri di distanza)a procedere tramite avvocati ad ulteriori esami sulla salma.
Questo è l'ennesimo caso di morte sospetta nelle carceri andaluse legati a prigionieri politici baschi,un altro tassello alla vergognosa condizione dei detenuti politici costretti alla vita carceraria anche se malati,anche se l'Europa ha annullato la dottrina Parot:persone che sono vittime di torture fisiche e psicologiche e continuino a subire la politica della dispersione venendo incarcerati a centinaia di chilometri di distanza da casa(vedi anche:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2014/01/tantaz-tanta.html ).

El preso de Elorrio Arkaitz Bellon aparece muerto en su celda de Puerto.
   
El cuerpo sin vida de Arkaitz Bellon Blanco fue encontrado ayer por la tarde en su celda de Puerto I, convirtiéndose en el tercer prisionero vasco que muere en menos de un año. Tanto Etxerat como Instituciones Penitenciarias confirmaron el fallecimiento, aunque no fue mucha la información oficial que transcendió sobre el luctuoso hecho. El vecino de Elorrio, de 36 años, llevaba trece encarcelado y estaba previsto que en el mes de mayo recuperase la libertad.


Una llamada telefónica a media tarde desde la cárcel de Puerto I, informando de la muerte de un preso político, volvió a sacudir a la ciudadanía vasca un mes después de que Bilbo fuera escenario, el 11 de enero, de la histórica movilización por los derechos humanos, la paz y la resolución del conflicto. Con el paso de los minutos, Etxerat confirmaba el fallecimiento en prisión del vecino de Elorrio Arkaitz Bellon Blanco, quien había sido encontrado sin vida por los funcionarios en su celda en el transcurso del recuento tras el descanso posterior a la comida.
En una nota, Instituciones Penitenciarias añadía que el preso fue hallado «inmóvil en la cama». A continuación, según esas fuentes oficiales, fueron avisados «inmediatamente» los servicios médicos de la prisión gaditana, que «constataron que el interno se encontraba sin vida y sin ningún signo externo de violencia».
El preso elorriotarra estaba solo en una celda en virtud del estricto régimen al que se les somete por el Gobierno español, «al encontrarse clasificado en 1º grado de tratamiento». Instituciones Penitenciarias informó de que no le constaban antecedentes de patologías médicas que pudieran hacer predecible ese fatal desenlace. Sin haberse efectuado todavía análisis alguno, aventuró que el fallecimiento del prisionero «apunta a causas naturales».
Como en este tipo de hechos, indicó que había ordenado «la apertura de una información reservada», además de informar al juzgado de guardia y a la familia de Bellon.
Después de efectuar diversas gestiones ante los responsables carcelarios, Etxerat añadió que había conocido que el médico forense se había desplazado hasta Puerto I para realizar un primer informe de evaluación que iba a remitir al juzgado para valorar la necesidad de efectuar la autopsia. Desde la asociación se aclaró que no sabían cuándo se iba a tomar la decisión, ya que las dependencias judiciales se cerraban a las 20.00 y creían que no iba a haber tiempo material para adoptarla.
A última hora de la tarde, el cadáver permanecía en el interior de la prisión mientras los abogados de la familia solicitaban personarse en la autopsia con un médico de confianza. Letrados y allegados se preparaban para emprender el viaje de más de 1.000 kilómetros para estar presente en las diligencias judiciales y efectuar los trámites necesarios para la repatriación del cuerpo de Arkaitz Bellon Blanco a su localidad natal.
El fallecido llevaba trece años preso y su salida estaba prevista, según fuentes jurídicas, para el mes de mayo después de cumplir una condena impuesta por la Audiencia Nacional española por participar en unos incidentes ocurridos en Aste Nagusia de Donostia en 2000.
El elorriotarra, según recordó Etxerat, había sufrido varias agresiones durante su encarcelamiento y numerosos castigos añadidos. Las últimas se sucedieron en 2010 y 2013 en Sevilla II, donde en marzo pasado recibió una «brutal paliza» por parte de funcionarios en el transcurso de un registro de su celda; era el tercer episodio similar en pocas semanas a presos vascos.
Estas actuaciones violentas de los carceleros se sumaban al ambiente de crispación que existía en la prisión y que derivó en una huelga de hambre de un mes y otros modos de protesta de los trece presos vascos. Los familiares también los padecieron en las visitas, con cacheos y la imposición de nuevas restricciones.
La solidaridad hacia su lucha para que se respetaran todos los derechos humanos tuvo reflejo en las calles y en diferentes instituciones del país. Entonces, se insistió en que, para acabar con las agresiones en las prisiones, hay que poner fin a la dispersión, de la que Etxerat dijo que «es un marco que facilita las agresiones, el aislamiento y otras vulneraciones de derechos que afectan tanto a las personas encarceladas como a nosotros mismos, sus familiares y allegados».
Antes, Arkaitz Bellon denunció ataques violentos «con total impunidad», según sus propias palabras a sus familiares, de carceleros en Puerto III en 2010 y en Algeciras en 2008. Ese año, precisamente, algunos de sus familiares sufrieron un grave accidente cuando iban a visitarle a Herrera de la Mancha.


Acabar con la dispersión.


En una valoración de urgencia, desde la asociación de familiares y amigos de los represaliados incidieron en la «gravedad» de lo ocurrido ayer en Puerto I «y la flagrante necesidad de acabar con las políticas de excepción que se aplican a los presos políticos». Recordaron que Arkaitz Bellon se encontraba alejado a más de 1.000 kilómetros de Euskal Herria y la necesidad de acabar con las políticas de excepción.
«La dispersión, además de suponer un castigo añadido tanto para presos como para familiares, posibilita agresiones y sucesos tan trágicos como estos», dijeron. Etxerat no se olvidó de mencionar que la de ayer en tierras andaluzas era la tercera muerte de un preso que se registra en menos de un año tras los óbitos de Anjel Figueroa y Xabier López Peña.
El colectivo mostró su apoyo a la familia y amigos de Bellon Blanco «en estos momentos tan duros». Esas condolencias y muestras de cariño partieron también desde la fundación Egiari Zor, que exigieron que termine esta política penitenciaria «tan cruel».
En Elorrio, a las 20.30, unas 500 personas participaron en una asamblea informativa y una posterior movilización, en la que rodearon la villa vizcaina. Hoy, a las 19.30, está convocada otra asamblea y una manifestación bajo el lema «Espetxe politika honi ez.Sakabanaketa amaitu orain».
En Lekeitio también hubo asamblea y movilización, en la que tomaron parte 80 personas. Hoy, a las 19.30, partirá otra desde Eskolape.
Uriz

mercoledì 5 febbraio 2014

IL DECRETO "IMU-BANKITALIA"

Il decreto convertito in legge denominato"Imu-Bankitalia"oltre ad essere una vera e propria rapina a mano armata nelle tasche degli italiani più poveri,proprio per questo assume il profilo di una beffa perché un manipolo di banche che in verità già si gestiscono e spartiscono i profitti della Banca d'Italia da ora avranno ancor più maggiori guadagni dovuti alla politica speculativa sulla gestione del denaro e delle imposte fiscali.
Tutto questo con l'aggiunta della soppressione della seconda rata del gettito Imu che salvaguarda i portafogli delle classi più abbienti,giustifica secondo loro le pressioni sempre più insistenti dell'Ue e in particolar modo della Germania che invitano l'Italia a privatizzare sempre più il proprio patrimonio pubblico.
L'articolo di Senza Soste accenna anche alle riserve ancora discrete dell'ex banca nazionale che tuttavia con l'Euro appaiono meno giustificate e così aumenta la rabbia sul perché i circa 110 miliardi di Euro di sole riserve aurifere non vengano spese per una degna politica sociale(aggiungo un altro link redazionale di senza Soste:http://www.senzasoste.it/nazionale/la-gravissima-vicenda-della-privatizzazione-di-bankitalia ).

Quella (s)porca operazione Bankitalia.
Non bisogna essere dei fini analisti della comunicazione per immaginare che il provvedimento definito Imu-Bankitalia, approvato a fatica dal Parlamento italiano, adottando modalità che ben poco hanno di democratico, non sia stato assolutamente compreso dalla maggioranza della popolazione italiana.
In primo luogo, perché nel decreto in oggetto e ora convertito definitivamente in legge, sono compresenti due provvedimenti che nulla hanno a che fare tra loro e che sarebbero dovuti essere discussi separatamente. Il primo riguarda l’abolizione della II° rata dell’Imu, come già concordato in sede di formazione del governo Letta, il secondo invece ha a che fare con la ricapitalizzazione della Banca d’Italia.
Perché allora presentarli insieme? La risposta è semplice: perché si tratta di un “do ut des”, tra lo Stato e gli interessi speculativi immobiliari e creditizio-finanziari. Da un lato, l’abolizione dell’Imu favorisce i redditi medio-alti, le rendite territoriali e i processi di gentrification a scapito di entrate fiscali, dall’altro la ricapitalizzazione di Bankitalia consente di ottenere nuove entrate per il bilancio pubblico compensando i mancati introiti dell’Imu. In più rappresenta un vero e proprio regalo alle principali banche italiane, in vista degli stress test (sui bilanci) della Bce e dell’Eba (European Banking Authority), stabiliti negli accordi di Basilea 3 e funzionali alla creazione dell’Unità Bancaria Europea.
Se gli effetti dell’abolizione della II rata dell’Imu sono facilmente comprensibili, non altrettanto lo è l’operazione Bankitalia, via rivalutazione delle quote azionarie e sua ricapitalizzazione
Tali operazioni hanno due obiettivi: consentire ad altri privati (ovviamente di “grande responsabilità imprenditoriale” (!!)) di entrare nel ristretto mondo degli azionisti Banca d’Italia, favorendone la privatizzazione, e soprattutto consentire un aumento della patri­mo­nia­liz­za­zione degli isti­tuti di cre­dito azio­ni­sti di Ban­ki­ta­lia, risultato quanto mai necessario se si vuole passare l’esame europeo. Come è noto, la Banca d’Italia, pur essendo un ente Pubblico, non è di proprietà pubblica, ma di un board di azionisti privati, al cui interno possiamo annoverare sulla base decrescente delle quote azionarie detenute, Intesa San Paolo (30,3%) e Uni­cre­dit (22,1%) e con quote più pic­cole Gene­rali (6,3%), Carige (4%), Bnl (2,8%) e Mps (2,5%).
Secondo la nuova legge, la rivalutazione di tali quote azionarie passa dagli attuali 156mila euro (cifra diventata irrisoria oggi) a 7,5 miliardi di euro (cifra da molti ritenuta eccessiva). Nulla di male in tutto ciò, se non fosse che tale aumento di capitale non è a carico dei soci azionisti (come accadrebbe in ogni aumento di capitale privato) ma a carico delle riserve dell’istituto di via Nazio­nale. Si tratta, si badi bene, di riserve pub­bli­che (non private, anche se la BdI è privata), in quanto accantonate negli anni passati sulla base dei saldi della Bilancia dei Pagamenti dell’intera economia nazionale. Attualmente tali riserve sono composte nella parte ancora aurea da 2.400 ton­nel­late d’oro – per un valore corrispettivo di circa 110 miliardi di euro – e dai gua­da­gni che deri­vano dalla gestione della moneta cir­co­lante girata a Ban­ki­ta­lia dalla Bce.
Ne consegue che gli azionisti principali non sborsano un euro e si trovano invece ingenti somme in attivo. Ad esempio, Intesa e Uni­cre­dit potranno vantare guadagni in conto patrimoniale com­presi fra i 2,7 e i 4 miliardi. A seguito di ciò, lo Stato incas­serà un get­tito fiscale maggiore pari  a 1,1 miliardi, guarda caso una cifra non molto dissimile dal mancato introito fiscale in seguito all’abolizione della II rata dell’Imu.
Il conto così torna. Il bilancio statale può rispettare i vincoli di stabilità pattuiti in Europa con Il Fiscal Compact e le principali banche italiane possono presentarsi all’esame europeo con i conti in ordine già a fine 2013. Infatti, ciliegina sulla torta, la ricapitalizzazione è retroattiva al 31 dicembre 2013, a conferma delle vera finalità dell’operazione, che platealmente disconfermano le affermazioni del Tesoro Italiano: “nessun regalo è stato fatto alle banche, perché la rivalutazione del capitale e una più equilibrata ripartizione delle quote di partecipazione alla Banca d’Italia non comportano alcun onere per lo Stato”, dimenticandosi di dire che l’operazione è stata finanziata dalle riserve della stessa BdI.
Non servono altre osservazioni per descrivere una tale ignominia. Solo due considerazioni finali. La prima riguarda l’uso delle riserve auree detenute dalla Banca d’Italia. Tali riserve svolgevano una funzione economica rilevante in un contesto di sovranità monetaria nazionale, nel caso fosse necessario contrastare un processo di svalutazione della valuta. Oggi, in presenza dell’Euro, tale motivazione non ha più senso. Che farne allora? Non potrebbero essere utilizzate per altri fini, ad esempio a sostegno delle politiche sociali nazionali? 110 miliardi di riserve corrispondono a poco più del 6% del Pil e sono pari alle finanziarie degli ultimi 4 anni. Inoltre è liquidità immediatamente spendibile. Perché non utilizzarle per la costituzione di un primo embrione di moneta del comune, finalizzata a garantire continuità di reddito, finanziarie l’ampliamento dei servizi sociali e favorire progetti produttivi alternativi? La domanda è ovviamente retorica, visto l’utilizzo che proprio di questi tempi ne è stato fatto.
La seconda considerazione riguarda l’accordo europeo del dicembre 2013 che ha portato alla costituzione della futura Unione Bancaria Europea. Tale accordo ha due finalità: la prima è quella di costituire una sorta di ciambella di salvataggio di più ampia caratura per far fronte ai marosi della dinamica speculativa internazionale e quindi, in secondo luogo, di partecipare agli eventuali guadagni. Di fatto si è definito un nuovo investitore istituzionale finanziario sovranazionale, in grado di competere con le corporation multinazionali finanziarie di oltreoceano e anglo-nipponiche. A tal fine era necessario mostrare una minima solidità patrimoniale per evitare il rischio di insolvenze. E non è un caso, al riguardo, che, su pressione tedesca, alcune categorie di banche, quelle più a rischio o con più difficoltà per ottemperare i parametri di bilancio richiesti, ne sono state escluse (ad esempio, le Sparkasse dei Länder tedeschi). Ne è conseguita la definizione di un’oligarchia finanziaria in grado di meglio partecipare all’espropriazione speculativa della cooperazione sociale moltitudinaria. Rischia di prendere un abbaglio chi pensa che l’Unione Bancaria Europea sia la conferma della tenuta dell’Euro; è solo uno strumento del processo si razionalizzazione dei poteri forti europei in vista dell’allentamento delle politiche d’austerity. L’Euro ha tenuto nel corso degli ultimi due anni grazie alle forti iniezioni di liquidità che la Banca Centrale Europea, anche in contraddizione con il proprio statuto, ha concesso al sistema creditizio e finanziario europeo. Circa 1200 miliardi di euro sono così transitati nei depositi bancari finalizzati da un lato a sostenere la domanda di titoli dei mercati finanziari e dall’altro a ridurre i tassi d’interesse sui titoli pubblici dei paesi maggiormente indebitati. Non sorprende quindi che nel corso del 2013, anno in cui le politiche d’austerity hanno più colpito le condizioni di vita della popolazione europea, le rendite finanziarie (plusvalenze) abbiano maturato incrementi di quasi il 20% e gli spread siano diminuiti.
P.S.: una volta approvata tale legge, i deputati del PD, in risposta alle critiche del M5S, hanno intonato a gran voce “Bella Ciao”. Atto del tutto singolare, a meno che oggi non si pensi, all’interno del principale partito del Centro Sinistra, che anche la Resistenza possa essere strumentalmente piegata a favore delle oligarchie finanziarie!
Grateful Dead