sabato 18 gennaio 2014

ANCORA FASCI PROTETTI DAGLI SBIRRI A MILANO

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Breve commento all'articolo proposto da Infoaut(qui il link con il video allegato:http://www.infoaut.org/index.php/blog/antifascismoanuove-destre/item/10318-milano-cariche-contro-il-corteo-antifascista-davanti-al-politecnico )che parla dell'ennesimo atto provocatorio permesso in una città italiana da parte di un movimento che è dichiaratamente di stampo neofascista(in questo caso Lealtà e Azione)di tenere convegni ed incontri durante i quali si ritrovano bruttissima gente.
Alcuni compagni antifascisti milanesi hanno presidiato la sede presso l'università statale di questo becero incontro tra cameratti ed hanno poi scoperto che questi,avvisati ed appoggiati da sbirraglia varia,hanno spostato il luogo della loro adunanza presso il Politecnico.
Nel tentativo di raggiungere il secondo luogo sono stati"accolti"dagli sbirri in tenuta antisommossa che li hanno caricati:per fortuna nulla di grave,tutti stanno quasi bene e hanno fatto ritorno a casa
Una città come Milano,ma anche qualsiasi altra,non può permettere certi eventi creati spesso con sotterfugi di sigle e di nomi per depistare il loro vero intento che è quello di spandere merda dalle loro bocche di fogna.

Milano,cariche contro il corteo antifascista davanti al politecnico.

Poche settimane fa a Milano si era diffusa la notizia che il gruppo universitario "Lealtà e Azione" - associazione dichiaratamente neofascista che si spaccia per "culturale" - aveva intenzione di organizzare un dibattito all'università Statale per oggi, 17 gennaio, destinata a diventare occasione di ritrovo per i peggiori gruppuscoli di ispirazione neonazista.
Immediata la mobilitazione degli studenti antifascisti che hanno respinto fermamente il fatto che un incontro di questo tipo potesse avere luogo - tanto più tra le mura universitarie - e che con una serie di assemblee e iniziative avevano ottenuto una prima vittoria, facendo revocare l'autorizzazione all'evento da parte dell'ateneo e mantenendo tuttavia l'appuntamento per quest'oggi per una giornata di lotta antifascista.
Da questa mattina, infatti, tutti gli ingressi della Statale sono stati presidiati dagli antifa per vigilare sul fatto che nessun esponente di Lealtà e Azione o di altre organizzazioni di estrema destra potesse mettere piede all'interno dell'università. Dopo un po' è però giunta voce che l'incontro fosse stato semplicemente spostato presso la sede del Politecnico. A quel punto un corteo di circa 200 antifascisti/e si è mosso per le vie di città studi per contestare la presenza neofascista all'interno di Milano; all'arrivo all'incrocio con piazza Leo, nei pressi del Politecnico, il corteo è stato pesantemente caricato dalla polizia schierata a difesa dei fascisti mentre tentava di accedere al luogo dell'incontro. Un ragazzo è stato fermato e successivamente rilasciato.

venerdì 17 gennaio 2014

ONGI ETORRI MUTILAK!

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Tra pochi minuti finalmente Lander Fernandez Arrinda e Aingeru Cardano torneranno a Roma ma da persone libere dopo che l'Audiencia Nacional li ha scarcerati a novembre e riceveranno dai compagni della Garbatella ma anche da altri presenti da tutta Italia un ongi etorri con i fiocchi,come quelli che ho visto in Euskal Herria qualche mese addietro,quando ho avuto la possibilità di vedere questa rimpatriata tra amici e parenti,un benvenuto e un bentornato dopo l'uscita dal carcere.
Puntualizzando che questa pratica rimane illegale nei Paesi Baschi anche se si celebra lo stesso anche a rischio di arresti e di denunce,come si evince dai ragazzi del comitato"Un caso basco a Roma"che ha da sempre sostenuto la difesa di Lander e poi di Angeru e di tutti i prigionieri politici baschi, questo evento non avrà solo lo scopo di far festa ma sarà anche un atto di denuncia verso la situazione che questi prigionieri subiscono in Spagna e Francia,con allontanamenti dalle proprie case e torture fisiche e psicologiche.
L'articolo preso da Infoaut che l'ha attinto da quello del comitato sovra citato parla dell'organizzazione di questa giornata e dell'appuntamento che comincerà alle 18 al Largo delle Sette Chiese...coraggio ragazzi e benvenuti! 

17 gennaio: bentornati Lander e Angeru!

ONGI ETORRI – BENTORNATI LANDER E AINGERU!
Venerdì 17 gennaio ore 18 L.go delle Sette Chiese – Roma
ongi etorri ez da delitua!


Il 17 gennaio daremo il bentornato a Roma, a Lander e Aingeru.
I compagni e le compagne che hanno animato e sostenuto la campagna di “Un caso basco a Roma” li riabbracceranno nelle strade di Garbatella, insieme ad una larga delegazione in arrivo da Euskal Herria, per festeggiare il loro ritorno alla libertà.
Come abbiamo avuto modo di imparare attraversando le strade del Paese basco, però, la festa, martxa, si accompagna alla borroka, la lotta contro chi reprime e opprime. Per questo il 17 gennaio sarà una festa, ma anche e soprattutto un atto politico.Una giornata per parlare dell’infame repressione di Spagna e Francia contro la lotta del popolo basco.
Lander, arrestato all’alba del 13 giugno 2012 con un’operazione militare, è stato tradotto in carcere e poi costretto per dieci mesi ai domiciliari prima di essere estradato su un volo speciale il 27 aprile 2013. Tutto questo si è consumato in nome dei ‘buoni rapporti’ tra paesi, senza considerare la persecuzione politica e la tortura, pratiche comuni utilizzate dalla spagna nei confronti di militanti baschi. Una repressione feroce che ha privato per anni Lander e Aingeru della propria libertà, trattandoli come pericolosi terroristi, per poi rilasciarli come se nulla fosse accaduto.
Grideremo il nostro sdegno contro l’asservimento dell’ autorità italiana, che, incurante della campagna portata avanti per fermare l’estradizione, sorda di fronte alle motivazioni di un processo politico che si stava consumando e indifferente alle difese legali, sostenute anche da giuristi e parlamentari, ha estradato Lander consegnandolo a Madrid.
La liberazione di Lander e Aingeru conferma quanto sostenuto durante la campagna, il ministro della ‘giustizia’ italiano, i giudici e la polizia sono stati complici di questa ennesima vergogna ‘made in italy’.
Organizzando un ongi etorri a Roma vogliamo anche esprimere la nostra solidarietà a compagne, compagni e familiari delle prigioniere e dei prigionieri politici baschi, a cui la repressione spagnola vuole vietare anche il diritto a riabbracciare e festeggiare il rientro a casa dei loro cari appena liberati, dopo mesi o anni di reclusione, lontananza e dispersione. In Euskal Herria è vietato riunirsi in strada aspettando l’arrivo dei compagni e le compagne che escono dal carcere. Proprio con l’accusa di organizzare ongi etorri sono state da poco arrestate e poi rilasciate, in attesa di giudizio, 18 persone appartenenti ad Herrira, organizzazione di sostegno ai presoak e alle loro famiglie.
Ongi etorri ez da delitua! Festeggiare il ritorno alla libertà di prigioniere e prigionieri non è reato!
La nostra battaglia per la liberazione di Lander e Aingeru è solo un piccolo tassello della più ampia battaglia per i diritti delle prigioniere e dei prigionieri politici baschi, dei loro compagni e familiari. Una battaglia che vedrà nuovamente una marea umana riempire le strade di Bilbao il prossimo 11 gennaio per reclamare con forza la fine dell’immobilismo di Madrid e Parigi nella risoluzione del conflitto e delle sue conseguenze. Un immobilismo che nel caso del governo spagnolo, con la complicità di quello francese, si abbina al mantenimento della repressione della dissidenza basca, con decine di militanti di organizzazioni politiche e sociali che in queste settimane rischiano pesanti condanne in processi farsa solo per attività politiche e sindacali. Una linea autoritaria del governo di Madrid che appare ogni giorno sempre più evidente, e che sta estendendo la filosofia della legislazione di emergenza e della repressione dura e brutale al complesso delle lotte politiche e sociali in tutto lo stato, dopo decenni di sperimentazione portata avanti nel Paese basco.
Un caso basco a Roma aggiunge le sue gocce di solidarietà per far montare l’onda di libertà contro la repressione.
TANTAZ TANTA…goccia dopo goccia si forma un mare!
Uncasobascoaroma

giovedì 16 gennaio 2014

LA 'NDRANGHETA BRACCIO VIOLENTO DEL PADRONE

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Non è di certo il primo caso in cui un sindacalista che voglia compiere degnamente il proprio lavoro venga in primis minacciato a parole e poi massacrato di botte,ci sono stati anche casi di efferate uccisioni dovute quasi esclusivamente in ambito mafioso,tant'è che nell'immediato dopoguerra in Sicilia vi furono decine di vittime tra le persone che dovrebbero tutelare i lavoratori e non il contrario.

E l'agguato,la trappola tesa ieri a Milano in zona Affori altro non è che la lunga mano criminale della 'ndrangheta che ha pestato a sangue Fabio Zernini:fortunatamente,non a breve tempo,ma si rimetterà e l'augurio espresso nel comunicato dei Cobas qui sotto ripreso da Infoaut è quello di tutte le persone che vogliono che la lotta operai continui e che non venga ostacolata con violenza dal braccio armato dei padroni.

Milano, aggredito un attivista sindacale dei SI Cobas

Fabio Zerbini, attivista sindacale dei SI Cobas e da tempo protagonista delle lotte al fianco dei lavoratori della logistica e di quelle antirazziste, ha subito una vile aggressione nella giornata di ieri, a Milano. Le minacce rivoltegli dai suoi aggressori durante il pestaggio non sembrano lasciare spazio a dubbi sulle motivazioni dell'agguato, un tentativo di intimidirlo e di farlo desistere dal portare avanti le proprie battaglie.
Di seguito riportiamo il comunicato del SI Cobas e ci uniamo alla solidarietà nei confronti di Fabio Zerbini:

Milano, Affori - Un agguato in stile mafioso ad un compagno dirigente del Sindacato Intercategoriale Cobas

Oggi pomeriggio il compagno Fabio Zerbini è stato attirato in una specie d’imboscata e pestato a sangue. Con la scusa di un incontro per risarcire i danni di un incidente automobilistico (uno specchietto rotto) avvenuto a fine dicembre, è stato attirato in zona Affori. Appena sceso dall’auto, è stato assalito a tradimento e pestato a sangue. Gli aggressori si sono quindi allontanati promettendogli una brutta fine se si occuperà ancora dell’organizzazione delle lotte operaie. Questo pestaggio è la continuazione della strategia repressiva che combina l’intervento delle forze del disordine, con quelle dell’ordine di mafia, n’drangheta e camorra di cui hanno fatto le spese i nostri militanti sindacali, con minacce, processi, pestaggi, incendi d’auto ecc…
Più lo scontro politico si accentua, più si intrecceranno queste azioni atte ad intimidire la lotta dei lavoratori della logistica, ma solo l’estensione di questa, l’organizzazione di essa e dei COBAS potrà garantire una maggior difesa agli attacchi posti in atto dal padronato e dai loro sgherri, contro i sindacalisti attivi.
Non ci faremo intimidire! Un caloroso saluto e una pronta guarigione va a Fabio, uno dei nostri compagni più in vista nelle lotte portate avanti tra gli operai della logistica.

Il S.I. COBAS nazionale

mercoledì 15 gennaio 2014

DIEUDONNE L'ANTISEMITA

Dieudonnè M’Bala M’Bala: l’altra faccia della medaglia
Prima del gesto della quenelle fatto dal calciatore francese di premier league Anelka non sapevo nemmeno chi fosse Dieudonnè M'Bala M'Bala(Dieudo),un comico suo connazionale che ha non inventato ma comunque usato spesso questo gesto che ricorda il panettiere Cecco interpretato da Abatantuono in Fantozzi contro tutti,il classico sfilatino che rappresenta la presunta prestanza fisica machista.
L'articolo preso da Contropiano(http://www.contropiano.org/internazionale/item/21450-dieudonne-m-bala-m-bala-l-altra-faccia-della-medaglia )spiega meglio chi è questo"simpaticone"che dietro alle sue parole e le sue battute nei suoi spettacoli cela nemmeno troppo velatamente un fervente antisemitismo.
Come evidenziato dall'articolo Dieudo ha mani in pasta con il Front National e alcuni famosi negazionisti d'oltralpe e se in un primo momento il comico lavorava con artisti ebraici e si era candidato anche per partiti di sinistra negli ultimi anni qualcosa è cambiato nel suo pensiero tanto da chiamare il merdoso Le Pen come padrino per il battesimo della sua terzo genita.
L'articolo approfondisce altri aspetti oscuri ed inquietanti di Dieudonnè che bazzica ormai da più di un decennio negli ambienti dell'estrema destra francese che gli ha fatto pure fondare un partito antisionista e che lo ha fatto avvicinare al movimento neofascista Jeunesses Nationalistes Révolutionnaires nelle cui fila milita l'assassinio del giovane Clément Meric(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2013/06/clement-meric.html ).
A chi a sinistra pensi che questo sia un"simpaticone"si sbaglia di grosso.Piuttosto è un buffone(l'ennesimo)portato alla politica.


Dieudonnè M’Bala M’Bala: l’altra faccia della medaglia.                                                                                   
Dieudonné M’bala M’bala (detto “Dieudo”), comico francese, è salito recentemente alla ribalta nella cronaca mondiale perché censurato dal Ministro degli interni socialista Manuel Valls, che ha fatto annullare numerosi suoi spettacoli accusando l’umorista di diffondere un messaggio di natura antisemita e contrario all’ordine pubblico.
La circolare del Ministro e le conseguenti ripetute cancellazioni di spettacoli hanno acceso un ampio dibattito sui media a proposito della libertà d’espressione e dei suoi limiti, facendo considerare a molti il comico come una vittima a causa delle sue idee “anti-sistema” e delle sue critiche più che esplicite allo Stato di Israele.  Anche a sinistra numerosi sono caduti nella trappola, fidandosi di un articolo di Counterpunch (tradotto e diffuso da ComeDonChisciotte prima e da Silvia Cattori poi) scritto da Diane Johnstone, giornalista statunitense residente in Francia, che omette in modo inaccettabile e probabilmente volontario qualsiasi riferimento alle frequentazioni fasciste del comico.
Infatti, se in passato Dieudo cantava contro il razzismo con il gruppo marsigliese Zebda, mentre portava sui palchi uno spettacolo comico con l’attore Elie Semoun, di origini ebraiche, e si candidava alle legislative del 1997 per una lista di sinistra contro la candidata del Fronte Nazionale (FN), con l’inizio del nuovo millennio la sua posizione politica ha cominciato a subire una deriva inarrestabile verso l’estrema destra. Dopo essersi separato dalla sua spalla storica che l’accusava di accaparrarsi più della metà dei cachet, Dieudo adotta un discorso ambiguo nel quale alle critiche legittime allo Stato di Israele e alla sua politica, accosta discorsi ambigui contro la “lobby ebraica” e interviste dove definisce gli ebrei come “una setta” e “una truffa storica”. Secondo lui, a causa di questa “lobby” in Francia il razzismo contro i neri resterebbe impunito mentre gli ebrei godrebbero di un’eccessiva protezione.

I numerosi attacchi da parte principalmente delle associazioni conservatrici legate alla comunità ebraica (Conseil Repésentatif des Institutions juives de France – CRIF, Ligue de Défense Juive – LDJ, Ligue contre le Racisme et l’Antisémitisme – LICRA, ..) lo spingono a adottare un discorso ancora più radicale e nel 2003 porta in televisione uno sketch dove travestito da ebreo ortodosso con il volto coperto da un passamontagna invita a “unirsi all’asse americano-sionista” e  termina con un saluto romano al gido di “Isra-Heil!”. Se all’inizio alcune personalità come Elie Semoune e Jamel Debbouze gli porteranno la loro solidarietà di fronte agli attacchi subiti, con il radicalizzarsi del suo discorso verrà abbandonato da tutta la sinistra. Infatti Dieudo arriverà a portare la sua solidarietà pubblica ad altri che considera “perseguitati” dalla “Lobby ebraica”. In una intervista al settimanale di estrema destra Rivarol, giornale già condannato per avere comparato i maliani a un “cancro”, Dieudo esprime il suo sostegno a negazionisti quali Robert Faurisson, che inviterà anche sul palco di uno dei suoi spettacoli, così come a Monsignor Williamson e a Vincent Reynouard.

Nel 2006, nonostante le sue battaglie passate, Dieudonné si avvicina al Front National partecipando alla festa dei “Blu-Bianchi-Rossi” e stringe rapporti sempre più stretti con il partito fino a sceglierne il fondatore, l’ex-paracadutista milionario e torturatore di algerini Jean-Marie Le Pen, come padrino di battesimo per la sua terza figlia.

Un anno dopo, assiste all’università estiva di Egalité et Reconciliation, movimento fondato da Alain Soral, allora membro del comitato centrale del FN e oggi scrittore ‘complottista’. Insieme a Soral, a Robert Faurisson e a Frédéric Chatillon, fondatore dei Gruppi Unione Difesa (GUD, organizzazione studentesca di estrema destra fondata negli anni ’70 e il cui logo è una croce celtica), Dieudo si presenta alle elezioni presidenziali ritirando in seguito la sua candidatura. In un’intervista dichiara però che se dovesse scegliere tra Sarkozy e Le Pen, non avrebbe dubbi nel votare il secondo.
Nel nome della libertà d’espressione, negazionisti e fascisti del secondo e del terzo millennio saranno sempre i benvenuti sui palchi dei suoi spettacoli. Le battute saranno sempre più dirette contro il suo unico e vero nemico, la “lobby ebraica”.  A causa dei suoi discorsi considerati spesso antisemiti e diffamatori, Dieudo subisce decine di processi ed è condannato a più riprese. Recentemente per esempio ha dichiarato, in merito al giornalista ebreo Patrick Cohen, “quanto sento parlare di lui mi dico: le camere a Gas…peccato..” e declama dal palco “non devo scegliere tra Hitler e gli ebrei, in questa storia sono neutrale” o “smettetela con questa storia dell’antisemitismo.. mi state facendo pubblicità! E comunque non ho mai detto che non lo sarò mai, mi lascio il tempo per pensarci su…”.

Nel 2009, si presenta insieme a Alain Soral e a Yahia Gouasmi, presidente della federazione degli sciiti di Francia, sulle liste del “Partito antisionista” invitando tutti a creare un “fronte unito contro il sionismo, cancro della nostra società che gestisce i media, l’educazione dei nostri figli, il nostro governo, tutto ciò per l’entità sionista israeliana”, indicando nel sionismo “l’unico nemico della Repubblica”. La lista raccoglierà 1,30% dei voti nella regione dell’Ile-de-France.
Grazie alla pubblicità provocata dai processi e dalle continue provocazioni, Dieudonné riempie i teatri a 40 Euro a biglietto e i suoi video (insieme a quelli di Alain Soral) raccolgono milioni di visite su youtube. Il discorso anti-sistema di Dieudo e di Soral gli frutta centinaia di migliaia di euro all’anno.. soldi che secondo informazioni recentemente apparse sui media, fa scomparire tramite una società di lubrificanti intestata al figlio e con sede in Camerun.
Nel 2013 la deriva dell’artista arriva all’apice quando, in seguito all’assassinio del giovane antifascista Clément Meric per mano di un neofascista delle Jeunesses Nationalistes Révolutionnaires, Dieudo si avvicina anche a questo movimento formato di Naziskin e attivo anche nel servizio di sicurezza del FN. In un video pubblicato su internet, Dieudonnè intervista il fondatore del movimento, Serge Ayoub alias “Batskin” (“lo skin con la mazza”), consentendogli così di dare la sua versione distorta dei fatti relativi all’uccisione del giovane antifascista. Il video finisce con i due che si danno la mano mentre riconoscono che è arrivata l’ora di smettere di farsi la guerra perché in realtà hanno un nemico comune contro cui combattere.
L’antisemitismo di Dieudonné e le sue amicizie fasciste non possono certo portarci ad accettare e sostenere la repressione da parte dell’altrettanto razzista Valls, che mentre chiude i teatri per impedire all’artista di fare i suoi spettacoli sgombera i campi Rom. A differenza di quanto pensa la Johnstone, niente ci obbliga però a scegliere tra il manganello della censura e la libertà di esprimere idee razziste e di invitare negazionisti e nazisti su un palco. Dieudonné, così come Valls, vanno combattuti con l’organizzazione, la controinformazione, la cultura e la piazza. Passare sotto silenzio le frequentazioni del comico e spingere così i compagni a portare la solidarietà ad un amico dei fascisti significa fare un torto ai tanti che ogni giorno subiscono davvero la repressione per le loro idee e che, a differenza del comico francese, non ci hanno mai guadagnato nulla se non denunce e prigione.

martedì 14 gennaio 2014

FASCISTI E LEGHISTI UNITI A BRESCIA


Dopo gli insulti di Calderoli che l'aveva paragonata ad un orango(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2013/07/poveri-maiali-e-oranghi.html )il ministro per l'integrazione Cecile Kyenge ha dovuto sorbirsi un attacco bilaterale di fascisti e di leghisti a Brescia durante un intervento al teatro San Barnaba.
Ci sono stati spintoni tra le merde di cui sopra e le decine di antirazzisti che assieme alle persone che fanno parte dei movimenti per il diritto alla casa che erano intervenute per volantinare ed essere presenti al discorso del ministro,anche in un certo modo muovendo una contestazione contro al sistema attuale italiano che fa del migrante un clandestino,ed il partito di appartenenza della Kyenge,il Pd,per ora fa di tutto per mantenere lo stato delle cose.
L'articolo di Radio Onda d'Urto parla della cronaca della giornata di domenica e al suo interno vi si può trovare il comunicato antirazzista dopo poche righe.

KYENGE A BRESCIA: MOBILITAZIONI ANTIRAZZISTE E DESTORSI IN FUGA.

AGGIORNAMENTO SABATO 11/1
ORE 15.30: le valutazioni conclusive sulla giornata di presenza spontanea antirazzista a Brescia, con 150 persone dentro e fuori il teatro San Barnaba di corso Magenta.
Dentro, con il convegno a cui partecipava anche il ministro Kyenge (clicca qui per il volantino antirazzista distribuito in mattinata).
Fuori, invece con (l’ennesima) cacciata dal centro città della destra “istituzionale” (?) bresciana, Rolfi&Beccalossi in testa.
Il commento di Umberto, di Diritti per Tutti, che si sofferma sui contenuti della presenza antirazzista a Brescia, radicalmente critica nei confronti delle politiche migratorie degli ultimi decenni, con cui il governo Letta di cui fa parte anche la Kyenge è assolutamente in linea, oltre che su quanto accaduto all’esterno, con il flop delle iniziative di tutta la destra bresciana (non più di 150 tra Fn-Fi-Forza Silvio-Lega Nord-Fdi) e la cacciata da corso Magenta di un gruppetto “capitanato” dall’assessore regionale Beccalossi (Fdi) e dal consigliere regionale Rolfi (Lega Nord).
ORE 15: la corrispondenza conclusiva del convegno, dentro il San Barnaba, dopo l’intervento del ministro Kyenge: un intervento, se possibile, ancor più deludente del previsto, dove non sono mai stati citati i Cie, la Bossi Fini e la vergognosa situazione dei permessi di soggiorno a Brescia.
ORE 12.15: Ancora dall’esterno dell’Auditorium del teatro San Barnaba con il resoconto dei momenti di tensione tra il centinaio di antirazziste/i,  migranti, compagne/i, sfrattate/i e occupanti che si trovavano fuori dal San Barnaba (mentre una cinquantina erano in sala) e una ventina di leghisti-forzisti-”silvisti”-Fratellisti, tra cui il consigliere regionale Rolfi e l’assessore regionale Beccalossi, ricacciati da migranti e antirazziste/i verso piazza Arnaldo, dove sono stati portati di gran carriera dalle fdo presenti.
ORE 12.10: con Marco, della Redazione, facciamo invece il resoconto della presenza antifascista venerdì sera a Gussago, dove il ministro Kyenge era presente a un incontro organizzato dall’Azione cattolica. Fuori, un presidio dei neofascisti di Forza Nuova e uno dei razzisti della Lega nord.
ORE 11.50: dall’esterno del teatro auditorium San Barnaba di corso Magenta, 44 a Brescia il collegamento con Manuel, della redazione, che ci racconta della prima fugace “comparsata” di una quindicina di leghisti-forzisti-”silvisti”-Fratellisti ancora in zona teatro, mentre gli (altrettanto) sparuti neofascisti di Forza Nuova sono rimasti in piazza Arnaldo. In totale, un centinaio di persone per l’unione della destra – estrema destra bresciana.
Ai nostri microfoni anche Gabro, Diritti per Tutti, per una prima valutazione.
ORE 11.30: migranti e antirazzisti sono in buona parte entrati nell’auditorium per ascoltare l’intervento di DouDou, di Cross Point, e Haroon, di Diritti per Tutti, che hanno ribadito come i dispositivi securitari in materia di migrazione non vadano “riformati”, ma aboliti, ricordando le molte lotte (dalla logistica ai rifugiati, dal permesso di soggiorno alla casa) in corso oggi in Italia.
La corrispondenza con Irene, della Redazione, alle 11.30:
ORE 10.30: Oltre un centinaio i presenti fuori dal teatro San Barnaba, in attesa ancora dell’arrivo del ministro Kyenge. Presenti anche rifugiati e occupanti di case.
ORE 10: si sta costituendo il presidio antirazzista delle realtà bresciane davanti all’Auditorium San Barnaba di corso Magenta, 44 in città, nell’ambito dell’incontro a cui parteciperà anche il ministro per l’Integrazione, Cecile Kyenge. All’interno parleranno anche Haroon, per Diritti per Tutti, e DouDou, di Cross Point. Fuori, presidio con volantinaggio e striscioni.
AGGIORNAMENTO VENERDì 10/1: Brescia (e provincia): oggi, venerdì 10 gennaio, e domani, sabato 11 gennaio 2014, arriva il ministro per l’Integrazione, Cècile Kyenge, al terzo tentato approdo in provincia. In calendario venerdì sera un incontro a Gussago e domattina, sabato, invece, un appuntamento al teatro San Barnaba di corso Magenta, a Brescia città, a partire dalle 10.
GUSSAGO -  Venerdì sera, a Gussago, i neofascisti di Forza Nuova annunciano un presidio contro la Kyenge. Sempre a Gussago, ma in piazza Vittorio Veneto, il gruppo “Sinistra a Gussago” ha annunciato una presenza antifascista, a cui sono state invitate tutte le realtà e i singoli antifascisti bresciani. L’appuntamento era stato lanciato a partire dalle ore 20 in piazza Vittorio Veneto, di fronte alla chiesa principale del paese. Dopo il divieto della Questura, l’annuncio del trasferimento in zona ospedale Richiedei, non distante dalla piazza.
BRESCIA - L’arrivo del ministro, come in altre zone d’Italia, ha solleticato le forze più xenofobe pure a Brescia città: sabato mattina Lega Nord, Fratelli d’Italia, Forza Nuova e pure Forza Italia (pardon, i club…”Forza Silvio”..), annunciano pantomimiche manifestazioni di protesta nella zona di piazza Arnaldo, in città.
Sull’arrivo del ministro Kyenge arriva invece anche la voce dell’associazione Diritti per Tutti e del Comitato provinciale contro gli sfratti, che hanno diffuso il volantino che proponiamo di seguito:
Le questioni ben note, anche al governo Letta
La ministra dell’Integrazione è a Brescia il 10 e l’11 gennaio.
A Cècile Kyenge la nostra convinta solidarietà per gli intollerabili attacchi razzisti che i fascisti e i leghisti le rivolgono. Siamo con Cècile Kyenge nel rifiutare che la provenienza geografica, la lingua madre, il colore della pelle vengano usati come pregiudizi che legittimano l’ingiuria e la discriminazione verso di lei, come verso qualunque altra persona o gruppo sociale, per quello che è o per la condizione che vive.
E’ proprio per questi stessi motivi che contrastiamo anche i dispositivi e le leggi in vigore in Italia per il controllo e la selezione dei migranti. Perché promuovono la diseguaglianza e lo sfruttamento.
Il razzismo, anche quello istituzionale, non è migliorabile. Va semplicemente abolito. Non c’è nulla da migliorare o da umanizzare nei Centri di detenzione per migranti (i CIE, ex CPT), carceri di fatto (introdotte in Italia nel 1998 dalla legge Turco-Napolitano, confermate e potenziate dalla successiva Bossi-Fini) all’interno delle quali le persone appartenenti a determinate categorie possono essere recluse per via amministrativa, non perché abbiano commesso un reato, bensì per la condizione che hanno, per quello che sono: immigrati da identificare. I CIE, come anche i campi di “accoglienza” chiamati CARA, sono di per se’ un abuso contro la dignità umana. Anche per questo è ingiustificabile la sorpresa manifestata persino da esponenti di governo indignati di fronte alle immagini che di recente sono arrivate fino agli schermi televisivi a documentare i trattamenti degradanti subiti dagli “ospiti” del CARA di Lampedusa. Quelle immagini non fanno altro che confermare ciò che era già evidente da 15 anni: i CIE e i CARA sono vergognose aberrazioni. Vanno chiusi, per sempre.
Non è da “revisionare” ma solo da abrogare la Bossi-Fini, la legge che subordina al contratto di lavoro il diritto al soggiorno dei migranti in Italia. E’ da questo punto centrale della Bossi-Fini – l’aggancio del permesso al contratto di lavoro – che discende la condizione di permanente ricattabilità e precarietà della forza lavoro immigrata. E’ questo legame a causare, fra l’altro, nella crisi occupazionale in atto, il rischio di mancato rinnovo del permesso di soggiorno per tantissime persone e famiglie in Italia anche da molti anni. E’ anche questo legame a costringere ormai da un anno centinaia di lavoratori della logistica a dar vita a lotte coraggiose e determinate in tante città, sotto minaccia di licenziamento e nella latitanza dei sindacati confederali, per ottenere di non essere trattati come schiavi nei magazzini di stoccaggio merci, per orari e ritmi sostenibili, migliori condizioni salariali, per il rispetto del diritto a ferie e malattia.
Superare la legge Bossi-Fini significa anzitutto spezzare il nesso tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro. Dunque non può voler dire giocare il trucco di cambiarla riesumando la precedente legge Turco-Napolitano, anch’essa fondata su quello stesso legame, per quanto applicato in modo meno stringente. Non può voler dire nemmeno continuare a ignorare la necessità di un meccanismo ordinario attraverso il quale i migranti già in Italia possano ottenere la regolarizzazione, in prima persona, senza doversi affidare ad intermediari o falsi datori di lavoro.
Sono noti da molto tempo almeno alcuni dei gravi problemi che concorrono a rendere difficile la condizione dei migranti in particolare a Brescia, in una città e provincia fra le più importanti in Italia per numero assoluto di donne e uomini non comunitari che vi risiedono e che sono al lavoro nelle fabbriche, nei cantieri, nella logistica, negli ospedali, nelle case degli italiani.
Lo Sportello Unico per l’Immigrazione funziona da anni in modo disastroso, sotto organico e senza che, al netto degli annunci e delle solite rassicurazioni, sia stato ancora avviato dai vertici della Prefettura un miglioramento rapido e tangibile. E’ un caso tanto grave, quello del SUI di Brescia, da essere forse unico in Italia. Comporta, per esempio, che chi pagando migliaia di euro ha fatto domanda di regolarizzazione con la sanatoria del 2012, debba attendere, ad oggi, ancora anni per avere una risposta. Risposta che poi potrebbe essere negativa per la mancanza di qualcuno degli assai discutibili requisiti che il governo Monti a suo tempo aveva fissato, in forza della Bossi-Fini, per la concessione del permesso di soggiorno.
Ma non va molto meglio presso la Direzione Provinciale del Lavoro o presso la Questura di Brescia. Anche qui coloro che attendono il rilascio o il rinnovo del permesso affrontano un’esasperante ordinaria lentezza, che nella sua cronicità è un vero e proprio abuso fra altri abusi originati e legittimati dalla legislazione differenziata in vigore, dal diritto minore che ordina la vita dei migranti in questo Paese.
Anche a Brescia inoltre, i profughi e i rifugiati, dopo aver ricevuto in Italia un’accoglienza tutt’altro che degna, hanno dovuto occupare uno stabile vuoto per non dormire per strada nell’indifferenza delle istituzioni. Queste persone, come i migranti sfrattati e rimasti senza casa in questi anni dopo aver perso il lavoro, si vedono tuttora negato anche il diritto a risiedere legalmente nel Comune entro il quale vivono, benché la residenza sia necessaria per l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale e ai Centri per l’Impiego.
La ministra Kyenge tutte queste cose le conosce già, come le sanno il partito (PD) e il governo dei quali fa parte. Le sanno e sono tenuti a conoscerle già da molto tempo, data la perdurante ed evidente gravità della situazione. Eppure un cambiamento di rotta radicale, necessario quanto urgente, delle politiche sull’immigrazione non appare all’orizzonte.
E’ di questo che vogliamo chiedere conto anche alla ministra Kyenge, anche se il suo ministero dell’Integrazione svolge nei fatti funzioni consultive e di rappresentanza, mentre sono i ministeri dell’Interno e del Lavoro ad esercitare i poteri effettivi nel governo dell’immigrazione.
La ministra dovrebbe darne conto perché gli atti simbolici, come gli annunci e le promesse generiche – arrivate in questi mesi, come voci per niente unanimi, dai palazzi della politica ufficiale e dal governo – riguardo all’opportunità di “migliorare” e “correggere” le leggi in vigore sono novità, certo. Risaltano sullo sfondo di decenni di chiusura totale dei governi verso le richieste e le proteste dei migranti. Ma non sono di per se’ novità tali da compensare i fatti concreti, che ancora, anche quando non mancano, sono tutt’altro che promettenti e innovativi.
Dovrebbe rendere conto di questo la ministra, perché invece è proprio ora di farla finita, subito e davvero, con la logica emergenziale del controllo militare delle frontiere contro un’invasione inesistente. E’ ora di abolire le leggi in vigore, la cui stessa ragion d’essere è nei loro dispositivi di confinamento e controllo, nel garantire anzitutto precarietà e sfruttamento lavorativo dei migranti.
Perché sono necessari e urgenti un cambio netto di visione e provvedimenti concreti che affermino per tutti e tutte i diritti sociali e di cittadinanza (welfare pubblico, casa, reddito, formazione, condizioni di lavoro dignitose, salute) che al contrario il governo e il partito della ministra Kyenge sono impegnati a tagliare e privatizzare a danno di milioni di persone, italiane e immigrate, in sintonia con i diktat dell’Europa neoliberista e in continuità con le politiche dei governi precedenti (quelli guidati anzitutto da chi ancora oggi ha la faccia di proclamarsi contro l’immigrazione “perché prima vengono gli italiani”). E’ in corso un progressivo svuotamento dei contenuti sostanziali della cittadinanza, delle sue promesse di inclusione universalistica, così che persino il proposito di semplificare il riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli degli immigrati rischia di perdere molta parte del significato effettivo, prospetta l’ingresso in un involucro sempre più vuoto.
Dopo le terribili stragi dell’ottobre 2013 nel mare di Lampedusa, in questi mesi abbiamo visto  riprodursi azioni di ribellione nei CIE e nei CARA, come le iniziative per la chiusura dei centri di detenzione, le mobilitazioni per l’abrogazione della legge Bossi-Fini, per conquistare dignità nei luoghi di lavoro, per il diritto all’abitare e alla residenza anche di migranti, profughi e rifugiati. Sono questi fatti, questi segnali, che più di tutto possono ridare forza e speranza agli immigrati in Italia.
Anche a Brescia – la città della battaglia della gru del 2010 per l’ottenimento dei permessi di soggiorno – l’esperienza concreta dice che senza lotta e mobilitazione collettiva dal basso non esiste possibilità di ottenere cambiamenti veri, quelli che portano all’affermazione di una libertà insopprimibile per tutti e tutte: la libertà di scegliere dove vivere, dove restare e verso dove muoversi. Siamo al fianco di chi agisce in tutti i modi necessari per affermare questa libertà, per eliminare ogni forma di assoggettamento, limitazione, condizionamento economico, giuridico, sociale che gravi sulla libera scelta del percorso di vita di qualunque persona.
Sull’apertura di queste prospettive giochiamo i nostri sforzi per costruire coalizioni, a Brescia come in Italia e in Europa. In questo poniamo la nostra fiducia più grande. Certo non negli annunci e negli atti del governo Letta e del suo principale azionista, il Partito Democratico.
Diritti per Tutti – Comitato provinciale contro gli sfratti di Brescia e provincia.

lunedì 13 gennaio 2014

LA RAI TRA "PRESA DIRETTA" E "GLI ANNI SPEZZATI"

L'articolo proposto e preso da Senza Soste parla della trasmissione che Rai Tre ha mandato in onda lunedì sera dal titolo"Morti di Stato"per il programma"Presa diretta"e che ha avuto degli strascichi differenti nelle persone e in alcune associazioni.
Le storie raccontate e le immagini mostrate per la maggior parte delle persone che hanno una mezza coscienza ed una indipendente capacità di analizzare semplici fatti hanno indignato e fatto provare rabbia e vergogna per via degli insensati abusi di poteri polizieschi che sono stati descritti.
Pestaggi che hanno portato alla morte o a gravi danni fisici,avvenuti per strada o in carcere hanno indignato l'Italia,almeno quella che ancora ignorava(e ce ne sono ancora tanti purtroppo)i vari casi Cucchi,Aldrovandi,Scaroni,Uva,Sandri,Ferulli,Rasman e Brunetti(si può vedere la puntata qui:http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/07/morti-di-stato-presadiretta-con-la-costituzione/833856/ )e che hanno evidenziato la mala polizia,le mele marce che sono molte di più di quanto si creda e che sviliscono l'operato quotidiano di chi compie il proprio mestiere talvolta in condizioni precarie di mezzi tecnici ed economici che sembrano essere ormai in minoranza.
Propongo anche un paio di link,il primo preso da Contropiano(http://www.contropiano.org/malapolizia/item/21440-dopo-presa-diretta-i-poliziotti-invitano-all-illegalita )con il comunicato di uno dei tanti piccoli sindacati di destra della polizia che invita i propri iscritti a non pagare il canone Rai visto che proprio loro sono usciti con le ossa rotte da questo programma che altro non ha raccontato che la verità.
Il canone Rai invece non dovrebbe essere pagato per fiction tipo"Gli anni spezzati"che difendono l'opera di poliziotti e di giudici e magistrati in pieno stile revisionista riscrivendo la storia dei così detti anni di piombo,con autocensure degli stessi autori che hanno prodotto una serie spazzatura(vedi ancora:http://www.contropiano.org/interventi/item/21404-gli-anni-spezzati-una-fiction-assai-trash ).
Per concludere sempre riferendosi alla fiction trash di Rai Uno ecco un breve articolo di Militant-blog che riassume errori evidenti riferendosi alla prima puntata che parla di Piazza Fontana e che tra l'altro contiene(siamo nel 1969):un manifesto di Caga Povnd,gli Euro,fotografie della strage di Piazza della Loggia,canzoni non ancora nate e manifesti di concerti ancora mai fatti(http://www.militant-blog.org/?p=10107 ).

"Altro che mele marce, in Italia c'è un laboratorio sulla repressione sociale". 
Italo Di Sabato, responsabile nazionale dell'Osservatorio sulla repressione. La madre di Stefano Cucchi nella trasmissione di Iacona Presa Diretta ha dichiarato “che era giusto che il figlio pagasse, ma non con la vita. Che in Italia la pena di morte non esiste e non la possono fare loro”. Anche il marito ha dichiarato che Stefano sarebbe dovuto entrare in comunità.
Comprendo i genitori di Stefano che ammettendo le “colpe” di Stefano dicono anche una amara verità: l’inutilità del carcere per chi fa uso di sostanze. Ma purtroppo le carceri italiane, vere discariche sociali, sono piene di tossicodipendenti. Inoltre Stefano cosi come gli altri casi raccontati da “Presa Diretta” erano ragazzi che avevano forse commesso uno sbaglio. Questo non giustifica la fine che hanno fatto né la fatica assurda, disumana, affrontata da famiglie e amici per ottenere la verità. L'opinione pubblica è rimasta spesso indifferente. Non possiamo ridurre il problema, come ha fatto il vice capo della polizia Marangoni nell’intervista rilasciata a Iacona, alla retorica minimizzante delle 'poche mele marce'. In primo luogo, inizia a nascere il sospetto che non siano poi così poche; in secondo luogo, viene da chiedersi in quale cultura, in quale speranza di impunità, in quale clima politico queste mele marciscano. Sappiamo che la degenerazione democratica di un paese non è una cosa astratta. Impossibile pensare che le contraddizioni e le tensioni di un paese in crisi non si riflettano nelle sue forze dell'ordine, che della convivenza civile in quel paese dovrebbero essere garanzia. La società dei diritti è uno schermo eretto a proteggerci. A volte sembra esserci in questo paese un rinnovato desiderio di violenza. C'è chi aspetta di vedere all'opera la mano meno democratica della polizia. C'è chi giustifica le mele marce e contribuisce così al diffondersi della malattia.
L'altro ieri sono stati riportati all’opinione pubblica diversi casi, Aldrovandi, Cucchi, Uva… è mancato Carlo Giuliani. Un’omissione volontaria?
Troppe volte in questi anni ho sentito dire “Si è vero è morto un ragazzo….però Carlo Giuliani se l’è cercata… aveva un estintore in mano…” Personalmente credo invece che l’omicidio di Carlo Giuliani, cosi come la violenta repressione subita nelle strade di Genova, le torture e le sevizie alla Diaz e Bolzaneto abbiamo un filo conduttore con i “morti di Stato” riportati da Presa Diretta. Genova da vicenda-simbolo delle violenze delle forze di polizia (nonché dell’impunità e della scarsa capacità degli apparati dello Stato nell’indagare su se stessi) è diventata una gigantesca rimozione. E così si perde un nesso causale fondamentale: gli abusi di oggi sono figli di un’involuzione delle forze dell’ordine, a sua volta figlia di un percorso culturale che ha sancito il declassamento dei diritti nelle priorità dei cittadini e della politica. Una rimozione senza che ci sia mai stata una presa di distanza o un’autocritica da parte dei vertici, della polizia o delle Istituzioni in generale, verso le violenze commesse. Sarebbe opportuno che la politica e i media nazionali dimostrassero oggi a distanza di quasi 13 anni almeno la sensibilità dimostrata da Presa Diretta verso i casi Cucchi, Uva, Aldrovandi ecc..: oltre a costituire un parziale e tardivo risarcimento per i fatti genovesi, sarebbe la migliore dimostrazione di una sincera volontà a far sì che queste vicende non si ripetano.
Un fatto eclatante, che non va giù all’opinione pubblica e non possiamo trascurare: i vertici della polizia, nella persona di Alessandro Marangoni, vice capo vicario della Polizia di Stato, hanno negato il numero identificativo per i caschi e le divise dei poliziotti. Hanno parlato invece dell’utilizzo di uno spray urticante al peperoncino che verrà provato a Milano…
Per fronteggiare la crisi economica e sociale verranno ulteriormente inasprite le norme legislative e la gestione dell’ordine pubblico ispirandosi a quel laboratorio della repressione sociale che nell’ultimo decennio hanno rappresentato le curve degli stadi. Il governo teme il conflitto sociale e soprattutto la possibilità di una saldatura stabile tra le varie componenti della protesta: i metalmeccanici, i precari, gli studenti,chi vive la crisi abitativa, i migranti. Per questa ragione stanno per essere varati una serie di dispositivi di natura legislativa e tecnica in grado di consentire un ulteriore giro di vite repressivo nei confronti del diritto di manifestare e di esercitare l’attività politica con incisività e visibilità. Purtroppo penso che nei prossimi mesi avremo a che fare con forze dell’ordine dotate da tuta robocop, casco e maschera antigas, manganello agganciato dietro la schiena, decine di granate “incapacitanti”, cioè accecanti e assordanti, spray urticanti compreso i “capsulum”, potenti lancia-polvere di peperoncino che bruciano i polmoni. E’ in atto un processo di militarizzazione delle polizie che sono addestrate a muoversi e combattere negli “ambienti urbani” ove occorre isolare quartieri, edifici, abitazioni. Non a caso sono stati aboliti di fatto i concorsi per il reclutamento nelle polizie, riservandoli ai soli militari che hanno fatto la ferma volontaria e quindi esperienze nelle guerre in Iraq, Balcani, Bosnia, Afghanistan. Da quando l’Italia si è impegnata a fornire personale nelle guerre umanitarie, aree militari sono state attrezzate per ricostruire ambienti urbani e rurali dove si addestrano carabinieri, parà, assaltatori e bersaglieri che vanno ad operare all’estero, mentre gli stessi reparti di polizia militare sono addestrati realmente, nell’ambiente metropolitano, con l’impiego di ordine pubblico quotidiano sul territorio nazionale e sono gli stessi che operano a guardia di siti di rilevanza nazionale: cantiere No Tav in val Susa, discariche, termovalorizzatori ecc. Di fronte a questo scenario non si può restare in silenzio. Bisogna dare battaglia contro questa nuova ondata emergenzialista e repressiva
Insomma, da una parte la polizia parla di voler continuare il dialogo con i cittadini per un dovere di giustizia, dall’altra esprime la negazione di misure quali i codici identificativi che sarebbero una strada trasparente da percorrere…
Oggi anziché avere delle polizie che garantiscano il diritto a manifestare abbiamo delle polizie che ogni qualvolta si profili una protesta un po' massiccia, anche se lungi dal rappresentare una effettiva minaccia al potere, sceglie di passare a modalità militaresche. Nessuno sembra accorgersi che ben poco fanno le nostre polizie per contrastare il lavoro nero, le neo-schiavitù, l'insicurezza sul lavoro, i gravissimi attentati alla salute pubblica derivanti dall'inquinamento provocato dalle attività sommerse o semi-legali, le stesse ecomafie e le tanto citate evasione fiscale e corruzione. Un universo di reati - cioè di insicurezze - che restano ignorati perché, dalle polizie locali a quelle nazionali, la priorità assoluta è attribuita alla repressione. Cosa verrebbe fuori se si facesse un bilancio effettivamente indipendente e trasparente dei costi e benefici del governo delle insicurezze e della sicurezza in Italia? Ci saranno un giorno dei parlamentari ed eletti negli enti locali che vorranno cimentarsi con onestà e rigore su questo terreno? Per ora l'ignoranza in questo campo appare spaventosa. Tanti sbraitano davanti ai periodici abusi, violenze e atti razzisti, ma poi tutto passa non solo a causa della memoria corta che produce il bombardamento mediatico, ma perché non si guardano gli intrecci delle conseguenze di più di venti anni di liberismo al potere. Se c'è da fare controinformazione utile, occorre denunciare gli episodi di violenze poliziesche - militaresche come continuum di quella governance liberista che allo stesso tempo ignora le vittime delle diffuse e tragiche insicurezze e violenze, ossia quella buona parte della popolazione che tende a diventare maggioranza e che alcuni chiamano il 99 per cento.
tratto da http://www.controlacrisi.org
8 gennaio 2014

domenica 12 gennaio 2014

TANTAZ TANTA

bilbao11
Ieri avrebbe dovuto tenersi per le strade di Bilbao una manifestazione in solidarietà ai prigionieri politici baschi incarcerati lontano da casa loro in Spagna e Francia e che alla vigilia era stata proibita dal giudice Velasco:finita qui?
Assolutamente no,infatti dietro ad un semplice striscione con la scritta"Giza eskubideak,irtenbidea,bakea"(diritti umani,soluzione,pace)decine di migliaia di manifestanti hanno letteralmente invaso le strade della città basca e goccia a goccia hanno costituito un oceano di persone che in maniera pacifica e composta hanno manifestato contro il regime spagnolo(e in secondo luogo francese)e tutti gli apparati che vogliono impedire il processo di pace per ora solo unilaterale,in primis l'Audiencia Nacional e le organizzazioni che rappresentano le vittime del terrorismo.
Queste ultime due parti,che hanno voluto l'annullamento dell'evento,sono state piegate dal volere del popolo basco ed infine i magistrati hanno fatto un passo indietro e quindi tutta la sinistra basca,ma anche il Pnv,ed i prinicpali sindacati tra cui Lab ed Ela,hanno dimostrato contro la dispersione dei prigionieri politici baschi.
Già il governo spagnolo pochi mesi addietro avevano colpito Herrira(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/search?q=herrira ),l'organizzazione di volontari che danno il loro tempo per organizzare incontri e tutelare i presoak baschi,ma più si cerca di colpire la lotta per l'autodeterminazione basca e più il popolo combatte tenacemente.

Manifestazione vietata. Ma il no all’imposizione inonda Bilbao.               
                                                                       

La più grande manifestazione degli ultimi decenni nel Paese Basco. Mentre scriviamo a decine di migliaia stanno ancora sfilando nelle strade del centro della maggiore città basca mentre la testa è già da tempo arrivata davanti al Municipio in quella che doveva essere una manifestazione per il rimpatrio dei prigionieri politici e la difesa dei loro diritti violati dal governo spagnolo e che nel giro di poche ore è stata trasformata da Madrid in un inequivocabile e determinato ‘no’ alla dittatura.
Da mesi, i movimenti sociali e popolari che lavorano in solidarietà con i circa 500 prigionieri e prigioniere politiche basche rinchiuse in decine di carceri in Spagna e Francia, avevano indetto per oggi una manifestazione nazionale contro la dispersione. Un evento simile, lo scorso anno e due anni fa, aveva riempito le strade di Bilbao di più di centomila persone di diverso orientamento politico a sostegno della battaglia probabilmente più sentita dalla società basca.
Ma al processo di smobilitazione del fronte armato – l’Eta – e alla decisione da parte della sinistra indipendentista basca di accettare tutte le condizioni poste da Madrid, il governo della destra spagnola ha risposto con una serie incredibili di provocazioni, arresti, illegalizzazioni.
Tre mesi fa una retata che ha portato all’arresto di decine di attivisti e dirigenti del movimento di solidarietà con i prigionieri politici – Herrira – considerata dal PP e dalla magistratura, neanche a dirlo, un’emanazione dell’organizzazione armata. E poi, mercoledì scorso, l’Audiencia Nacional ha ordinato l’arresto di avvocati e attivisti della sinistra basca riuniti in un ufficio di Bilbao mentre stavano concordando le prossime mosse del collettivo dei prigionieri, reduci da uno storico comunicato che rinuncia alla storica richiesta di una soluzione collettiva per tutti i militanti incarcerati. Come se non bastasse, il giudice Eloy Velasco ha deciso ieri di proibire la manifestazione di oggi, che negli anni scorsi l’Audiencia Nacional non aveva voluto o non era riuscito a bloccare, con la scusa che i suoi promotori altri non erano che i dirigenti di Herrira già messi al bando.
Ma i promotori della manifestazione, preparata con decine di iniziative locali nelle ultime settimane – e sostenuta in tutto il mondo da comitati di solidarietà e associazioni per la difesa dei diritti umani – non hanno rinunciato a scendere in piazza.
E ieri i principali schieramenti politici baschi – la sinistra indipendentista di Eh Bildu ma anche i regionalisti di centrodestra del Partito Nazionalista Basco – insieme ai sindacati Lab ed Ela, hanno chiamato la società basca a manifestare contro la dispersione dei prigionieri baschi e contro le continue sospensioni della democrazia di cui sono promotori i giudici di un’istituzione tutta politica quale è l’Audiencia Nacional e frutto della continuità della Spagna ‘democratica’ di oggi con il regime franchista. I magistrati, a quel punto, hanno dovuto fare un passo indietro nonostante le proteste delle cosiddette 'associazioni delle vittime del terrorismo' - l'estrema destra interna ed esterna al PP - che chiedevano che anche questa nuova manifestazione fosse impedita.
E così oggi una marea mai vista di persone - 130 mila secondo i calcoli degli organizzatori - ha letteralmente inondato Bilbao portando con sé le bandiere simbolo della campagna per il rimpatrio ma anche le gocce blu della campagna ‘Tantaz tanta’ (goccia a goccia) che da un anno circa simbolizza il coinvolgimento di ogni singola forza sociale e di ogni singolo cittadino a sostegno della fine della dispersione. Il grosso dei partecipanti ha percorso assai lentamente il percorso ufficiale, ma a decine di migliaia hanno dovuto manifestare nelle strade adiacenti vista l'impossibilità fisica di entrare nei pure larghi viali del centro di Bilbao.
Il lunghissimo serpentone ha sfilato dietro uno striscione che rivendicava, semplicemente "Diritti umani, soluzione, pace". Doveva essere un corteo silenzioso ma più volte gli slogan contro la repressione e di vicinanza con i prigionieri hanno risuonato nel pomeriggio di oggi.
Una giornata storica, una risposta corale e di massa scatenata dalle continue e inaccettabili provocazioni del governo spagnolo contro un processo di pace che è andato avanti da una parte sola, mentre Madrid continua imperterrita nella sua guerra. 
 Leggi anche: Retata di avvocati baschi. La Spagna come la Turchia                                                      Processo di pace? Il Paese Basco al bivio

sabato 11 gennaio 2014

LA MORTE LEGALE DI SHARON


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Un paio di parole sulla morte medica di Ariel Sharon,forse il più grande aguzzino dei palestinesi nell'ancor breve storia dello Stato israeliano,visto che ormai era fuori dai giochi da otto anni dove galleggiava nel limbo dello stato vegetativo durante i quali spero abbia sofferto le pene dell'inferno le cui porte da oggi si sono spalancate in maniera trionfale.
Basterebbe solo citare Sabra e Shatila come etichetta per questo che definire uomo mi sembra così riduttivo e sacrilego anche per molti altri criminali che hanno infestato la storia del mondo fino ad oggi:forse Hitler sarebbe stato degno di essere equiparato a tale schifosità disumana.
E pare strano accostare il nome di colui che organizzò lo sterminio sistematico di milioni di ebrei con quello di chi sul sangue palestinese inventò dal nulla,con aiuti non indifferenti da parte del resto del mondo occidentale,lo stato ebraico d'Israele.
L'articolo,evidentemente un coccodrillo lungo quasi una decade,preso dall'interessante Q Code Magazine(http://www.qcodemag.it/2014/01/11/morte-ariel-sharon/ ),analizza l'operato del carnefice Sharon,infine dandogli anche una personale vittoria su quello che ha sempre voluto prima da soldato e poi da politico,ovvero la distruzione della Palestina e la nascita e la difesa d'Israele,e su questo da demonio non ha sbagliato quasi nulla,ed ora che è"legalmente"morto il suo personale inferno,la Geenna,è pronto ad accoglierlo con la dovuta violenza,per sempre.

E’ morto Ariel Sharon, generale ed ex primo ministro israeliano


di Christian Elia


Il confine è un’invenzione dell’uomo. Un limite che può essere imposto, immaginato, scritto e raccontato. L’unico confine che non sia nelle mani e nei progetti degli uomini è quello tra la vita e la morte. Non sempre, però.
Ariel Sharon è arrivato al suo confine il 4 gennaio 2006. Da quel giorno è restato sospeso, tra la vita e la morte, secondo la sensibilità, la spiritualità e le personali convinzioni di ciascuno. Alcuni giorni prima un ictus aveva colpito colui che in quel momento era primo ministro d’Israele; dimesso dall’ospedale, le sue condizioni si erano aggravate fino al tracollo, seguito da un coma vegetativo finito oggi.

In questi otto anni sono cambiate molte cose nel mondo, molte meno in Israele e Palestina. Ne accadono ogni giorno, ma l’occupazione dei territori palestinesi è stata come assimilata dalla diplomazia e dall’opinione pubblica internazionale. Proprio quello che Sharon ha sempre voluto.

La retorica è arte sottile, melliflua. Di fronte alla morte, poi, regala il meglio del suo campionario. Ecco che da giorni, dopo l’annuncio della “morte imminente” diffuso dall’ospedale, si racconta la figura dello statista Sharon capace di ordinare lo sgombero delle colonie ebraiche di Gaza nel 2005. Ultima vera grande iniziativa per sbloccare i negoziati di pace in Terra Santa.



Un’enorme falsità. Perché Ariel Sharon non ha mai lavorato alla pace o alla guerra in una logica di umanità e diritto, ma sempre e solo in chiave strategica. Sharon non ha mai smesso di essere un soldato. Ha sempre agito e pensato da soldato, finalizzando qualsiasi scelta, militare e politica, a un obiettivo da ottenere. Costasse il massacro di migliaia di palestinesi inermi nei campi profughi di Sabra e Chatila in Libano o gli insulti di quei coloni ebrei usati quando servivano e scaricati quando non servivano più.
Sharon non è mai stato neanche un ragazzo. Da adolescente era un terrorista. Perché la lotta per creare uno stato ebraico in Palestina è iniziata quando Ariel Scheinermann (il vero nome della sua famiglia, immigrata in Palestina dalla Lituania al tempo del Mandato Britannico, poi mutato in Sharon), a 14 anni, è entrato nel 1942 nel Gadna,  battaglione paramilitare, e in seguito nell’Haganah, la forza paramilitare ebraica.

Attentati, bombe, civili. Tutto quello che per decenni è stato rinfacciato agli arabi come terrorismo era lo strumento di Sharon e di migliaia di altri ebrei che lottavano per il loro obiettivo. Dopo la Seconda Guerra mondiale, nel 1948, viene proclamato lo Stato d’Israele, gli arabi non accettano, inizia la prima guerra. E I terroristi diventano loro. Sharon, avesse mai potuto dire la verità in un’intervista, avrebbe potuto stupire tutti, ammettendo che conta solo l’obiettivo per chi è nato e morto soldato.

Ferito nel ’48, ufficiale a 21 anni, nei servizi segreti a meno di 25 anni. Una carriera fulminante, perché il soldato Sharon non conosceva l’esitazione della morale, il confine dell’etica di fronte al dolore degli esseri viventi. Contava l’obiettivo e la strategia per raggiungerla. Negli anni Cinquanta comanda, con il grado di maggiore, l’infame Unità 101, specializzata in rappresaglie contro attacchi in territorio israeliano. Rappresaglie che riguardavano le famiglie degli arabi. L’Onu, nel 1953, chiese lo sciogliment dell’unità per la barbarie delle sue azioni.



Nel conflitto del ’56 è già generale, ma la sua ascesa vertiginosa rallenta negli anni Sessanta, quando il leader Moshe Dayan gli preferisce altri generali, anche se combatte anche nel 1967 comandando una divisione corazzata. La sua rivincita arriva nel 1973, quando l’esercito israeliano si fa cogliere di sorpresa dagli arabi, e Sharon viene richiamato di fretta. Serve uno che non ha limiti, che non conosce confini.

La Terza Armata egiziana era sbarcata in Israele, gettando nel panico l’esercito dello Stato ebraico, ma Sharon organizzò un controsbarco sulla costa Africana, marciando fino a mettere i minareti del Cairo nel mirino dei suoi carri.  Venne fermato dalla tregua. Reagì rabbioso, lasciando l’esercito. Non era stato raggiunto l’obiettivo, si poteva porre le basi di un’occupazione che oltre Gaza e la Cisgiordania, occupate nel 1967, potesse comprendere anche il Sinai. Quanto sarebbe costato, in termini di vite umane, al soldato Sharon non importava nulla.
Si butta in politica, un altro campo dove esercitare strategia e tattica, una prosecuzione della guerra con altri mezzi. Ministro dell’Agricoltura foraggia in tutti i modi le colonie illegali, ritenute eccellenti avamposti di controllo e animati da un fanatismo raro. All’inizio degli anni Ottanta è ministro della Difesa. La guerra civile in Libano offre un obiettivo strategico: sgomberare il Libano meridionale dai vertici della resistenza palestinese. E’ un obiettivo, bisogna raggiungerlo, a qualsiasi costo.

Ordina l’invasione del Libano. Di Sabra e Chatila si è già detto, la stessa commissione d’inchiesta ne riconobbe la responsabilità. Sharon diventa un criminale di guerra, ma non c’è alcuna differenza per lui. La considerazione dell’opinone pubblica, ai suoi occhi, era poco più di soffio di vento. Obiettivi, mezzi. Il resto non conta.

Ricopre altri incarichi ministeriali, lavorando al nuovo obiettivo. Come da militare si è fatto politico per non dover più rispondere ai politici, da politico vuole farsi primo ministro, per decidere da solo. Non gli manca il fiuto. Come leader dell’opposizione in Israele, mentre il processo di pace ha prodotto gli inefficaci accordi di Oslo e l’omicidio di Rabin ha chiuso una stagione politica, Sharon vuole tornare alla sua strategia: annientare l’avversario.
Nel 2000 passeggia beffardo sulla Spianata delle Moschee. A Washington stanno per tornare i conservatori, il vento cambierà. Provoca l’insurrezione degli arabi. Vince le elezioni e ne ordina l’annientamento, passando da un crocevia decisive: la riduzione di Arafat, unico vero leader dei palestinesi, a terrorista. Del Premio Nobel del 1995 vuole distruggere tutto, la vita e la forza politica. Lo assedia. Arafat è la sua nemesi, le loro sono vite parallele. Sharon vuole chiudere i conti e gli attachi alle Torri Gemelle del 2001 sono il viatico propagandistico ideale: tutti gli arabi son terroristi. Solo qualche mediazione internazionale lo ferma nell’uccidere il nemico di sempre, assediato nella sua residenza di Ramallah.

Cinge d’assedio tutti i palestinesi, costruendo quel muro di separazione che rende visibile l’apartheid della Palestina. Sfrutta il momento propizio per sancire una situazione di vantaggio strategico che nessun accordo futuro potrà mai più rendere equo. Le donne arabe partoriscono ai check-point, più di 5mila palestinesi perdono la vita, almeno mille israeliani. Non conta, per Sharon. Le pedine sono nel posto giusto. Resta un’ultima cosa da fare.



Gaza. I coloni, sfruttati per anni, vengono abbandonati nel 2005 dal loro mentore. Sharon decide il ritiro unilaterale. La stampa internazionale si affretta a raccontare il grande gesto dello statista, che invece ha un piano perfetto. Gaza e la Cisgiordania si separano per sempre, la Striscia diventa una prigione a cielo aperto. Mai è stata immaginata una vera libertà per i palestinesi di Gaza: non c’era più da temere l’Egitto, si poteva abbandonare al suo destino quella terra povera, per concentrare forze e fondi altrove, dove si realizzerà l’obiettivo si Sharon: il grande Israele, dal fiume Giordano al mar Mediterraneo.
Il suo partito si irrigidisce, lui lo molla e ne fonda un altro. Non servono più, se si oppongono al disegno strategico del capo. Per lui la situazione è perfetta: gli arabi sono divisi, Arafat è ridotto a tragica comparsa, Gaza abbandonata al suo destino, la Cisgiordania è una serie di Bantustan palestinesi che tutto sono tranne che uno stato. Le risorse idriche saldamente sotto controllo.

Il confine della morale si sposta sempre un po’ più in là. Solo un ictus ha fermato il generale Sharon. Se potesse vedere oggi quell che accade a Gaza, dove si morirà di sete in pochi anni, mentre in Cisgiordania si vive nelle enclavi, con una diplomazia internazionale incapace di fare pressione, con una leadership palestinese in rotta (l’arresto e la condanna a vita a Marwan Barghouti è l’altro tassello di questa frammentazione), il generale Sharon sarebbe contento. Perché l’obiettivo è raggiunto. Costi quel che costi. Da soldato, se ne può andare soddisfatto. Missione compiuta.

venerdì 10 gennaio 2014

10-1-1993:LA MORTE E' UGUALE PER TUTTI

Il 10 Gennaio 1993 è una data che ha cambiato in modo ambivalente la storia degli ultras italiani in quanto la morte di Celestino Colombi per arresto cardiaco nei pressi dello stadio Comunale di Bergamo dopo la partita Atalanta-Roma ha segnato un punto di non ritorno nel panorama del tifo nostrano.
Questo cambiamento è stato sia positivo che negativo in quanto forse tra le primissime volte si è avuta una coscienza collettiva tra tifoserie differenti del"quello che oggi è capitato a me domani può capitare a te",e la grande solidarietà che ha abbracciato gruppi e squadre diverse verso questa sfortunata vittima che nemmeno aveva assistito alla gara è stata emblematica.
Il turno successivo di campionato la maggioranza delle curve espose lo storico striscione"10-1-1993:
La morte è uguale per tutti"e da allora sia a Bergamo che in altri stadi italiani si vede ancora lo slogan che ricorda quella data nel proseguo degli anni.
Celestino Colombi morì per lo spavento provocato dalle cariche dei celerini quando ormai non c'era più pericolo che le opposte fazioni venissero a contatto,gli scontri furono violentissimi ed i lacrimogeni volavano ad altezza uomo ed erano sparati per far male e venivano manganellate persone che non c'entravano nulla con gli scontri,c'erano bambini in lacrime con i genitori che tentavano di trovare un posto sicuro,famiglie che scappavano ed un caos totale immerso nella nebbia artificiale provocata dalla celere impazzita.
Ero lì con mio papà,quel giorno portai a casa un bossolo di lacrimogeno che s'infranse contro la tribuna di Viale Giulio Cesare a pochi metri da dove ci eravamo rifugiati,dei bigliettai vedendo la situazione riaprirono i cancelli per dare modo alle famiglie e ai passanti occasionali(la gara era finita da un bel pezzo)di trovare rifugio.
Al ritorno mi ricordo mia mamma impazzita ad urlare dicendo che c'era stato un morto,noi non sapevamo ancora nulla,non c'erano mica i cellulari,le notizie si apprendevano da 90°Minuto e gli scontri con la celere a Bergamo erano all'ordine della domenica ed erano tosti,che chi va oggi in curva non se li può nemmeno sognare.
Da quel momento le forze dell'ordine ed in particolar caso la celere capirono che l'impunità sarebbe sempre stata dalla loro parte:Celestino non è stata la prima e non è stata nemmeno l'ultima vittima di scontri avvenuti negli stadi o comunque in ambito di tifo,ma da allora nulla è cambiato e solo ora forse con il processo all'agente Spaccarotella che ha ammazzato Gabriele Sandri qualcosa è cambiato.

10 gennaio 1993 - La morte è uguale per tutti
 
 
 

10 gennaio 1993 - La morte è uguale per tutti

Il 10 gennaio 1993, esattamente 21 anni fa, moriva a Bergamo Celestino Colombi, colpito da infarto in seguito ad una carica della celere dopo Atalanta-Roma.

Il 10 gennaio 1993 è purtroppo diventata una data tristemente famosa. Quel giorno infatti dopo la partita Atalanta – Roma perse la vita Celestino Colombi, 41 anni.
La partita è finita, i tifosi romanisti sono già stati riportati in stazione, dove stanno per prendere il treno per tornare nella Capitale. Tutto liscio. Quando improvvisamente, e senza alcun motivo, la celere di Padova (di servizio quel giorno a Bergamo) decide di caricare gli ultrà bergamaschi rei di trovarsi al loro solito baretto a bere qualche birra. Durante queste cariche, 3 poliziotti si trovano davanti Cestino Colombi, che passava di li assolutamente per caso (era appena uscito da una seduta con lo psicologo). Minacciano con i manganelli il malcapitato, il quale preso dal panico si accascia a terra e muore per arresto cardiaco.

Celestino, va ricordato, non frequentava lo stadio. Aveva un passato da tossicodipendente. La questura si limitò ad uno scarno comunicato in cui si sottolineava la sua condizione di tossico, quasi a voler dire “tanto sarebbe morto lo stesso”. I giornali sportivi e non liquidarono la notizia con poche righe, parlando genericamente di “scontri fra tifosi” (con i romanisti che avevano già abbandonato la zona dello stadio), e di “cariche di alleggerimento” da parte della celere.

Per la prima volta un gran numero di tifoserie di serie A (e qualcuna anche di serie minori) misero da parte le rivalità (che nei primi anni ’90 erano ancora molto forti e quasi “invalicabili”) per portare avanti un’iniziativa comune di solidarietà. E così all’unisono in molte curve (Bergamo in primis, ma anche Roma, Lazio, Milan, Fiorentina, Genoa, Sampdoria, ecc) per una domenica sparirono i consueti striscioni per far spazio ad un unico telo raffigurante la frase: “10-01-1993: LA MORTE E’ UGUALE PER TUTTI!”. Fu un numero ridotto di tifoserie a partecipare all’iniziativa, ma quasi tutte profondamente rivali fra di loro.

Ancora adesso, e la nostra curva lo fara' anche domenica, in occasione della ricorrenza, viene esposto uno striscione a ricordo dell'accaduto..

giovedì 9 gennaio 2014

LE FALSE POLITICHE DI SINISTRA DI RENZI

Renzi-Letta
Breve commento all'articolo redazionale di Senza Soste che vede delle anomalie nelle posizioni di Renzi riguardo alcuni punti del suo progetto in quanto troppo di sinistra e per contro non da Pd,punti come una sostanziale modifica se non il cancellamento della legge Bossi-Fini in materia di immigrazione e clandestinità e sul tema delle unioni civili e di un'apertura sui matrimoni gay.
Il pezzo parla anche della modifica alla legge elettorale ma non fa riferimento al job act di cui ho già parlato e che è patto col diavolo,ma rimanendo nel contesto si spiega come questi interventi che tanto sembrino di sinistra invece siano delle forzature create appositamente per sbilanciare politicamente l'assetto ultimo che vede Letta e Alfano in uno stato di perenne compromesso.
Tali azioni sono svolte a rompere questo equilibrio in modo che l'attuale governo vacilli sempre più verso alla rottura totale,escludendo dal gioco per ora operazioni in materia di politica economica che sappiamo già tutti essere manovrate da Bruxelles della quale siamo più giorno dopo giorno una colonia sempre maggiormente decentrata.

La supercazzola di Renzi a Letta. 
Mentre il governo Letta si gongola per lo spread sotto i 200 punti, unico successo di una politica economica e finanziaria disastrosa con disoccupazione alle stelle e votata solo ad austerità e salvataggio delle banche, il borioso neoducetto del Pd procede nell'opera di destabilizzazione del governo. Renzi infatti incalza Letta con una tripla supercazzola creando immediatamente una rottura con Alfano e il nuovo centrodestra.
1. La supercazzola sulla legge elettorale. Renzi ha presentato un tris di proposte (modello spagnolo, Mattarellum, sistema dei sindaci) per non dare alibi a nessuno e procedere all'approvazione di una legge elettorale che una volta in essere potrà togliere anche l'alibi del Porcellum, cosicché il voto anticipato potrebbe concretizzarsi con meno timori. Ma il tris di proposte divide tutto l'arco parlamentare con divisioni anche all'interno del Pd stesso. Difficilmente ci sarà accordo indolore.
2. La supercazzola sulla Bossi-Fini. Con l'occhiolino diretto a sinistra il furbo Renzi vuole abolire il reato di clandestinità e ridurre da 18 a 2 i mesi di permanenza nei Cie. Non è un caso che la polemica sui lager chiamati Cie o Cara sia esplosa in questi giorni per i fatti vergognosi di Lampedusa. Nei Cie sono anni che succedono quelle cose, ma ora il furbetto Renzi ha bisogno di mostrare una rinnovata etica della politica, con i  media che lo hanno assecondato dando largo spazio allo scandalo dei Cie di Lampedusa. La legge simbolo del centrodestra rischia ora di creare una rottura insanabile col governo anche se si tratta di cambiamenti di facciata che non modificano l'impianto sui flussi migratori o sui diritti,  ma si limitano a togliere una parte di storture inutili, vesssatorie e punitive che la destra aveva inserito nella legge e buttato in pasto al proprio elettorato. La proposta ha anche come obiettivo quello di dividere il popolo grillino, già in passato dimostratosi impreparato ad affrontare questo tema.
3. La supercazzola delle unioni civili. Sempre strizzando l'occhio a sinistra, il furbo Renzi crea un'ulteriore frizione con il centrodestra, oltre che con molti bacchettoni lettiani e cattolici all'interno del Pd. Così come sull'immigrazione, va a colpire a livello simbolico nella pancia dell'elettorato della grande coalizione di governo.
Molti si chiederanno, Renzi è diventato di sinistra? Affatto. Tutta questa politica dell'annuncio è una sua strategia d'immagine per coltivare la sua figura di giovane, efficiente, moderno e coraggioso politico. Sa benissimo che in queste condizioni, con un governo di larga coalizione e di transizione, certe scelte sono dolorosissime e che l'esecutivo non è pronto a farle, pena la propria estinzione. Il borioso fiorentino sa anche che in termini di politiche economiche e finanziarie non può promettere nulla per il futuro, perché lui fa parte di quella nicchia politica che è garante dei poteri forti europei, di Draghi, Merkel e delle banche. Renzi non mette in discussione il fiscal compact, i trattati europei, il tetto del 3% fra deficit e pil e sa bene che la colonia Italia dovrà sottostare ai diktat di Bruxelles: taglio spesa pubblica, privatizzazione di beni e servizi strategici e compressione dei salari per mantenere minimamente competitiva l'economia oltre che una progressiva riforma del mercato del lavoro in termini di facilità di licenziamento e ricattabilità.
In questo contesto non gli rimane che coltivare la propria immagine giovane, risoluta ed al passo coi tempi. Ed ecco allora che le unioni civili e un ritocco alla vergogna dei Cie diventano l'unico terreno dove poter elevarsi e darsi una riconoscibilità nel contesto politico di una mediocre colonia delle periferia europea. Il furbetto Renzi, comunque, un terremoto lo ha già creato quando l'alfaniano Cazzola (a proposito di supercazzole) ha messo in guardia i suoi: occhio a trovare un compromesso sulle unioni civili perché l'Inps non reggerebbe sul potenziale gioco che molti farebbero per ottenere la reversibilità delle pensioni, a questo punto meglio i matrimoni gay. Alfano è quasi svenuto. Formigoni, invece, si è inalberato ed ha tuonato: "Altro che gay e immigrati, pensiamo al lavoro e all'economia. Ci sono altre priorità". Caro Formigoni, lo sai anche te che le leggi su economia e lavoro le hanno già scritte a Bruxelles e sono figlie del capitalismo liberista di cui sei alfiere. Quindi mettiti comodo e goditi la supercazzola che Renzi sta facendo al suo compagno di partito Presidente del Consiglio. 
Redazione - 3 gennaio 2013 

martedì 7 gennaio 2014

BUON ANNO?

ggodyear
I telegiornali oggi hanno parlato della protesta insolita ma non una novità,dei lavoratori in sciopero della Goodyear di Amiens che hanno sequestrato due manager all'interno della fabbrica con l'intenzione di proseguire ad oltranza fino a quando non abbiano rassicurazioni sul loro posto di lavoro più che in bilico.
Infatti questa azienda,che nonostante la crisi gode di buona salute,rischierebbe la chiusura totale solo per convenienza borsistica,ed i milleduecento operai francesi si ritroverebbero a fine mese a culo a terra senza nessuna possibilità,per ora,di mantenere il posto.
L'articolo preso da Infoaut parla della cronaca ancora in evoluzione e aggiungo un altro contributo che risale all'ottobre scorso dell'Ansa(https://www.ansa.it/motori/notizie/rubriche/industriamercato/2013/10/22/Torna-Titan-patata-bollente-sito-Goodyear-Amiens_9499099.html ).


Francia, operai Goodyear sequestrano due manager contro i licenziamenti.


Gli operai della fabbrica Goodyear di Amiens, nord della Francia, hanno deciso di reagire in maniera forte all'annunciata chiusura dello stabilimento. Sulla scorta di una pratica già messa in campo negli scorsi anni in diverse altre fabbriche d'Oltralpe, hanno deciso di sequestrare due dirigenti in una delle sale conferenze dell'impianto; dichiarando di voler continuare il “sequestro” fino a quando non sarebbero arrivate rassicurazioni sui loro posti di lavoro, minacciati nella loro stabilità dalla chiusura della fabbrica.
La porta della sala dove sono stati sequestrati i manager, che sono il direttore di produzione e quello delle risorse umane, è stata bloccata con un grosso pneumatico per trattori, mentre solo alcuni giornalisti hanno avuto il permesso di accedere alla stanza. Più di 1000 sono le persone impiegate nella ditta, mentre nei prossimi giorni dovrebbero arrivare le prime lettere di licenziamento: fatto che ha spinto i lavoratori a iniziare la “trattativa” in maniera decisa sin da oggi. Il management aveva annunciato il 31 gennaio scorso la chiusura dell'impianto, e da quel giorno non si è trovato nessun accordo tra padroni e lavoratori.
Secondo Repubblica, “gli operai chiedono 80mila euro in cambio della liberazione dei capi, più 2.500 euro per ogni anno lavorato, oltre a un tavolo di confronto con il prefetto e il direttore delle risorse umane”. Per il Corriere invece, “La vicenda della Goodyear di Amiens è diventata un caso importante per molti motivi: proprio qui l’allora candidato presidenziale François Hollande promise in campagna elettorale una legge contro i cosiddetti licenziamenti di convenienza borsistica, quelli decisi non perché una fabbrica non è redditizia ma al puro scopo di fare salire le azioni (la Cgt sostiene che i ricavi di Amiens negli ultimi mesi sono aumentati del 51%).”
Mentre scriviamo intanto i due dirigenti sono tuttora bloccati dai lavoratori, in attesa di domani, quando dovrebbe esserci un incontro tra dirigenza e lavoratori che dovrebbe fare il punto su quanto riguarda il futuro occupazionale e di reddito di questi ultimi.