lunedì 13 maggio 2013

TRE GIORNI DI FUOCO PER L'EX PREMIER PUTTANIERE

Sono tempi duri per Berlusconi e per chi lo difende(forse anche no visto quello che percepiscono)in quanto la Pm Boccassini ha chiesto sei anni per l'ex premier puttaniere per concussione e prostituzione minorile per l'affaire Ruby,conosciuto ormai ai più come episodio della saga dei bunga bunga ormai conosciuta a livello planetario,occasione di scherno e motivo di vergogna dell'Italia da parte di tutto il mondo.
Comunque stiamo calmi visto che il luciferino Berlusconi se l'è quasi sempre cavata,e anche con condanne assodate non è mai stato in galera o per prescrizioni dei termini o per indulto,ma questi anni richiesti sono abbastanza per poterlo vedere dietro le sbarre e per non vederlo mai più in posti dove si fa politica visto che è stata anche fatta richiesta d'interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Di tutto questo parla il primo articolo tratto dal"Corriere della sera"on line,mentre il secondo articolo preso da"Senza Soste"parla del sabato di contestazione più che di appoggio a Berlusconi e al candidato sindaco di Brescia Paroli,con parecchi cittadini bresciani che compatti hanno espresso il loro disgusto per tutta la merda che ostinatamente vuole ancora farci mangiare.
Un piccolo appunto tra i due eventi la serata che Canale 5 ha dedicato al suo padrone con uno speciale in cui(mi hanno detto o l'ho letto)l'ex premier pagliaccio ha tentato con balle clamorose di difendersi dalle accuse dei Pm"comunisti"e"rossi"che lo stanno"perseguitando"da vent'anni,un tentativo patetico e pericoloso di controllare con una disinformazione spaventosa le scelte di milioni di italiani,anche se gli ascolti sono stati un flop.

La requisitoria del pm al processo per prostituzione minorile e concussione
Processo Ruby, la pm Boccassini: «Condannate Silvio Berlusconi a sei anni di carcere»
Il magistrato ha chiesto per il leader Pdl l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Sentenza prevista per il 24 giugno

Richiesta di pena per Silvio Berlusconi al processo Ruby. La pm Ilda Boccassini ha chiesto di condannare il leader Pdl a sei anni di carcere con l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il magistrato ha motivato la sua richiesta facendo la somma delle richieste per i due reati: 5 anni per la concussione e 1 anno per la prostituzione minorile. Il magistrato non ha riconosciuto l'ex premier «meritevole» delle attenuanti generiche. «Non vi è dubbio che Karima El Marough abbia fatto sesso con Berlusconi e ne abbia ricevuto dei benefici» ha detto Ilda Boccassini, nel corso della requisitoria riferendosi alle feste dell'ex premier.
I DIFENSORI - «Per il tipo di reato contestato è una richiesta altissima, molto alta, assolutamente spropositata». Lo ha dichiarato subito dopo la richiesta del pm uno dei legali dell'ex premier, Niccolò Ghedini.
IL CALENDARIO- Per il processo sul caso Ruby si tornerà in aula il 3 giugno per le arringhe difensive dei legali di Silvio Berlusconi. Al termine dell'udienza di oggi i giudici del Tribunale di Milano hanno poi fissato come ultima data quella del 24 giugno, giorno in cui potrebbe essere emessa sentenza.
LE FESTE - «Le ragazze invitate ad Arcore facevano parte di un sistema prostitutivo organizzato per il soddisfacimento del piacere sessuale di Silvio Berlusconi», ha detto anche la Boccassini. E sul fatto che Karima El Mahroug, la giovane marocchina nota come Ruby, avesse meno di 18 anni, per Boccassini «non c'è dubbio che questo fosse noto» a Berlusconi e a chi organizzava le feste di Arcore nel periodo di settembre 2009. Per Boccassini, Ruby era diventata «la preferita, la più gettonata delle ragazze» e frequentava Arcore in tutte le «feste comandate». Berlusconi, compatibilmente con i suoi impegni istituzionali, «approfittava» proprio di quei giorni di riposo per ricevere le ragazze, e Ruby c'era sempre: Pasqua (che quell'anno cadeva il 4 aprile), 25 aprile, e primo maggio.
IL DENARO - Secondo il magistrato Silvio Berlusconi avrebbe versato oltre 4,5 mln di euro a Ruby «come dimostrano le intercettazioni telefoniche, un biglietto sequestrato alla giovane marocchina e i prelievi fatti dall'ex premier su uno dei suoi conti».
PROSTITUZIONE E DENARO - E allo stesso modo «prima del 14 febbraio non abbiamo dubbi che Ruby si prostituisse», ha riferito Boccassini. Ruby, ha sottolineato, «ha una disponibilità di denaro che in altro modo non potrebbe avere». Ruby, ha continuato la Boccassini, disponeva di contanti «spesso in banconote da 500 euro». La giovane riceveva molti sms da clienti con frasi «imbarazzanti» e in un caso «era stata vista in un locale con un signore di una certa età con una Bentley» e faceva «spese nei negozi del Quadrilatero» a Milano, dove comprava molti vestiti griffati. «Per acquistare una borsa nel quadrilatero della moda a Milano - sottolinea ancora Boccassini - si spendono non meno di 1500 euro». In seguito, Ruby «aveva da Berlusconi direttamente quello che le serviva per vivere in cambio delle serate ad Arcore».
FEDE E MORA SAPEVANO - «Il 14 febbraio 2010, al di là di ogni ragionevole dubbio, Emilio Fede, portando Ruby ad Arcore, sapeva che quella ragazza era minorenne perché era stato il presidente della giuria del famoso concorso di bellezza, quindi non poteva non sapere», ha detto Boccassini, nel corso della requisitoria in corso al processo di Milano. Secondo Boccassini, quella di Emilio Fede è una difesa «risibile», perché le sue dichiarazioni sono «ridicole». I protagonisti di quella serata, ha aggiunto, «sono Fede e Mora». «Mora - ha spiegato - aveva un interesse assoluto a favorire Silvio Berlusconi. La sua società era in fallimento, la sua vita attaccata a un filo e aveva bisogno di tanto danaro». «Il presidente Silvio Berlusconi - ha continuato - ha elargito una somma pari a circa 5 milioni di euro a Lele Mora, cercando di salvarlo dal fallimento. Soldi che lui ha intascato: in parte sono andati in Svizzera, in parte a Emilio Fede. Questo è il contesto del 14 febbraio 2010». E quel giorno «non solo Emilio Fede era a conoscenza della minore età della ragazza, ma anche Mora», ha concluso Boccassini, sottolineando che è stata la stessa Ruby ad dirlo. «Possiamo immaginare che una persona con cui aveva un rapporto di fedeltà come Fede non avesse detto a Berlusconi che aveva introdotto ad Arcore una minorenne?», è stata la domanda retorica di Boccassini.
LE BUGIE DI FEDE - La Boccassini ha esaminato nel dettaglio la sequenza delle celle agganciate dal cellulare di Fede la sera del 14 febbraio 2010. Il telefono rimane agganciato a Segrate, ha spiegato, fino alle 20.57. Dopo di che, fino all'1.37, risulta agganciato a celle della zona di Arcore. «Non v'è dubbio - spiega quindi - che anche lui si è recato ad Arcore» e, incrociando questi dati con quelli del cellulare di Ruby, «non v'è dubbio che la minore, che è arrivata con un taxi a Segrate, ha continuato il suo percorso ad Arcore con Emilio Fede». Sono false, perciò, prosegue, le dichiarazioni di Fede «quando dice che ad accompagnarla sia stato Mora. Anzi, Fede aggiunge, mentendo spudoratamente, che è stato Mora a dire di averla accompagnata».
IL FERMO - Per Boccassini, l'episodio del fermo di Ruby era «imprevedibile», ma le diffuse notizie di stampa di quel periodo davano «un quadro sulla sfera personale del premier che trascendeva la sfera personale e sfiorava ipotesi di reato. Questo non poteva essere sconosciuto dai funzionari della questura di Milano». Ruby era stata fermata in strada per furto perché Caterina Pasquino, una ballerina con cui divideva la casa, l'aveva accusata di averle rubato tremila euro da un cassetto. «Se da un lato Berlusconi era ben consapevole dei pericoli», «c'erano le sue paure», ha aggiunto Boccassini, «dall'altro chi intervenne in questura non poteva certamente ignorare che quella minore era da ricondurre nella sfera personale del premier». «Attorno al presidente Berlusconi - ha continuato - già si erano verificate disvelazioni pubbliche da parte dell'entourage familiare di Berlusconi, la vicenda Noemi» e la vicenda delle foto di Villa Certosa, ha ricordato Boccassini.
APPARATO MILITARE - Arrivando in questura a Milano la sera del 27 maggio 2010 Ruby non aveva con sé il cellulare, e quando la funzionaria della questura Giorgia Iafrate dice il contrario dice una «falsità suicida», successivamente «confermata da Berlusconi». Durante la sua requisitoria il pm, Ilda Boccassini, ha affermato che «si scatena un apparato militare» per evitare che emerga la verità su Ruby. «Pensate davvero che si scateni questo apparato - afferma il pm - per proteggere una minorenne che aveva fatto pena perché le avevano buttato l'olio bollente sulla testa? Veramente possiamo credere a queste risibili dichiarazioni?».
MINETTI - Per Boccassini, nel caso di Nicole Minetti «siamo di fronte a una rappresentante delle istituzioni che aveva un doppio lavoro: uno, quello di consigliera regionale, alla luce del sole, l'altro non alla luce del sole, quello di gestire le case delle Olgettine». L'ex consigliera del Pdl in Regione «sapeva che Ruby era minorenne». «Non potevano i funzionari della questura non sapere chi era Nicole Minetti, e soprattutto il vicario del questore, la cui funzione è proprio quello di sovrintendere i rapporti istituzionali con le autorità e le massime cariche». «La Minetti è consapevole della minore età di Karima. Sa che ha frequentato Arcore, che si è fermata a dormire, e sa quello che succede ad Arcore. È di tutta evidenza che la Minetti, nel momento in cui si precipita in questura, sapeva che la Karima era minorenne», ha detto Boccassini.
SOGNO ITALIANO - Ruby è stata «vittima del sogno italiano» in negativo, quello che hanno «le ragazze delle ultime generazioni in Italia», i cui unici obiettivi sono «entrare nel mondo dello spettacolo e fare soldi». Così Ilda Boccassini ha descritto la giovane marocchina al centro del processo. Il pm ha sottolineato come la ragazza vivesse in Sicilia in «un contesto umile ma di grande decoro», dal quale però aveva deciso di sfuggire «sfruttando la sua avvenenza e il fatto di essere musulmana» e quindi di potere accreditare, inventandola, la versione di un padre violento e padre-padrone. Ruby era «furba di quella furbizia orientale propria della sua origine». «I genitori sono persone umili che non riescono a tenerla a freno. Lei ha in mente un solo e unico percorso», ha sostenuto Boccassini. «Riesce a sfruttare - aggiunge - l'avvenenza fisica da un lato e il fatto di essere musulmana dall'altro, lasciando credere di subire il padre padrone e di essere scappata».
LE LEGGI DEL SUO GOVERNO - «Prima di entrare nel merito delle imputazioni ascritte a Berlusconi - ha detto Ilda Boccassini - volevo ribadire l'importanza della tutela del minore al punto che sono intervenute due leggi importanti, una nel febbraio 2006, la numero 38, e l'altra nel marzo del 2008, volute dal governo Berlusconi», con lo scopo di combattere lo sfruttamento sessuale del minore. Silvio Berlusconi è quindi imputato anche per una legge introdotta dal suo stesso governo.
CONCUSSIONE - Parlando della notte tra il 27 e il 28 maggio 2010, quando Ruby venne affidata a Nicole Minetti dopo essere stata fermata e portata in Questura, Boccassini ha motivato l'accusa di concussione: «L'imputato è colpevole del reato di concussione perché, abusando della sua qualità, ha fatto in modo che la minore ricevesse un indebito vantaggio non patrimoniale consistente nella sua fuoriuscita dalla sfera di controllo della polizia; e per sé che non si disvelasse quanto accadeva nelle serate di Arcore».
MUBARAK - «Quando Ostuni chiama il Questore sa che quella di Mubarak è una colossale balla», ha detto Boccassini. Il procuratore aggiunto di Milano ha aggiunto che «la minorenne era già stata fotosegnalata» e che nel corso delle prime telefonate il capo di gabinetto della questura di Milano Pietro Ostuni era stato messo al corrente che Ruby aveva negato di essere la nipote dell'ex presidente egiziano.

Ribellione a Brescia.
Una piazza di cittadine e cittadini comuni, indignati, spontanei, arrabbiati, determinati ma con un alto grado di autocontrollo, tanto da riuscire ad evitare le provocazioni rabbiose dei sostenitori del Pdl. Questa è stata la piazza bresciana sabato. Berlusconi pensava ad una facile iniziativa elettorale e mediatica nella città che i suoi avvocati, credendola amica, volevano trasferire i suoi processi, ci ha provato: ma oltre ogni aspettativa il suo show è stato disturbato. L’ovale di piazza Duomo all’inizio era diviso esattamente in due, con la parte di fronte al palazzo della Prefettura piena di contestatori, quella davanti al Duomo di sostenitori azzurri. Ma poi la massa dei contestatori è aumentata, è avanzata, soprattutto durante il comizio del capo, arrivando a conquistare pacificamente i 2 terzi della piazza.
Non se lo aspettavano i vertici del Pdl: Berlusconi avrebbe forse preferito evitare di presentarsi, dopo aver saputo dell’accoglienza non proprio benevola riservata ai big del suo partito: da Brunetta alla Santanchè passando per la Gelmini, tutti hanno potuto raggiungere il palco solo grazie alla scorta e alla polizia, altrimenti la rabbia delle gente anche nelle strade adiacenti li avrebbe ingoiati. Berlusconi non poteva più tirarsi indietro, sarebbe stata una dimostrazione di debolezza. Così è salito su quel palco, ha preso la parola tra fischi e cori e che lo hanno costretto a cambiare la scaletta, ad interrompersi più volte e alla fine a interrompere il discorso su indicazione della scorta che lo avvisava di non essere in grado di garantire la sua incolumità, e a lasciare la piazza alla chetichella. Per riprendersi dallo shock Berlusconi ha avuto bisogno di tempo, tant’è che alla cena di finanziamento (1000 euro a coperto) si è presentato con tre ore di ritardo. Sorpreso, per una volta in positivo, anche il variegato mondo della sinistra bresciana: la rabbia contro Berlusconi ha fatto da collante e ha spinto migliaia di cittadini a scendere in piazza, finalmente. Uno scenario inedito e inatteso, perchè da anni Brescia non si muoveva con tale spontaneità, nemmeno in occasioni clamorose come quella del caso Caffaro riportato sotto i riflettori dalla trasmissione “Presa Diretta”: i bresciani si sono allarmati, hanno capito di vivere in una città che uccide per l’inquinamento che produce, eppure non sono scesi in piazza così numerosi come avvenuto sabato.
Ci è voluto Berlusconi, e il governo dell’inciucio, ma alla fine i bresciani si sono svegliati e sono scesi in piazza, senza partiti o realtà politiche che li guidassero: perchè nonostante l’imprecisione o la mala fede dei media main stream e di tanti giornalisti pressapochisti, la contestazione a Berlusconi non è stata diretta dai “centri sociali e dai grillini”: a Brescia il centro sociale, il Magazzino 47, non aveva organizzato alcuna mobilitazione, né tanto meno il Movimento 5 stelle, che in questa città non ha (per lo meno fino ad ora) alcuna tradizione di piazza, fatto salvo di qualche gazebo di raccolta firme.
La spontaneità e la determinazione sono il dato vero, il dato politico della giornata dell’11 maggio; non che non ci fossero partiti o realtà organizzate: in piazza Duomo c’erano militanti della lista Brescia solidale e libertaria, la cui candidata sindaco è stata denunciata per manifestazione vietata, di Sel, di Rifondazione, della Rete Antifascista, e di altri gruppi strutturati. Ma nessuno di loro aveva organizzato la mobilitazione, erano girati venerdì sms e e-mail, come tante altre volte. I cittadini si sono presentati via via sempre più numerosi, con cartelli dall’ironia pungente, come quello retto da una giovane donna che recitava: “Berlusconi, se ti fanno un monumento saremo i tuoi piccioni”; o “le donne bresciane stanno in posizione verticale”, o, ancora “hai le orge contate”. Un signore ha addirittura avuto l’ardire di recarsi quasi sotto il palco mentre Berlusconi parlava on un ombrello sormontato dalla scritta: “Silvio, basta farti i cazzi tuoi”. Un bel coraggio, perchè il popolo delle libertà era nervoso, astioso, vedendo che le forze di polizia non intervenivano in modo violento schiumava di rabbia e, in qualche caso, sono stati i singoli pidiellini ad alzare le mani, o gli ombrelli, soprattutto contro ragazze che tenevano cartelli o cantavano “Bella Ciao”. Alla fine Brunetta, Santanchè e Formigoni hanno dovuto letteralmente scappare protetti dalla polizia tra gli insulti della gente. Una delle poche volte in cui i potenti al potere, sgomenti hanno provato l’emozione della paura. Assenti ovviamente PD, CGIL e dintorni che imbarazzati avevano indetto un presidio in solidarietà con la magistratura al mattino davanti al tribunale.
tratto da http://sinistracritica.org
12 maggio 2103

sabato 11 maggio 2013

CREMONA NON GRADISCE LE MERDE FASCISTE

Settimana scorsa Cremona ha visto una manifestazione di centinaia di antifascisti trovati in centro città per contestare e possibilmente chiudere o comunque"ridimensionare"la sede di Ca$$a Pound,cosa non avvenuta per l'enorme schieramento delle forze del disordine accorse preventivamente in aiuto di poche decine di decerebrati che hanno giovato immensamente della loro protezione.
L'articolo preso da Senza Soste racconta brevemente la cronaca della giornata ribandendo il fatto che nella città del Torrazzo pesonaggi simili non sono graditi,e che le decisioni del sindaco Perri stanno minando l'intera politica cittadina pronta a cullarsi questi quattro idioti nostalgici del salame appeso a testa in giù a piazzale Loreto.

Cremona, in centinaia contro apertura sede di CasaPound .
Cremona vuole i fascisti fuori dalla città! Corteo antifascista ieri per le strade di Cremona, contro l'apertura della sede di CasaPound. Circa 400 persone hanno partecipato alla manifestazione antifascista, non solo per contrastare l'apertura della nuova sede fascista, ma anche per ribadire che nessuna forma di fascismo è tollerata in città, soprattutto dopo le ultime intimidazioni e aggressioni che si sono verificate. Il corteo, partito dal centro sociale Dordoni in via Mantova, si è ripreso il centro storico cremonese, mentre la sede di CasaPound era letteralmente blindata da polizia e carabinieri.
Il clima di totale protezione da parte delle forze dell'ordine verso l'organizzazione neofascista e in un clima mass mediatico di tensione, il corteo è arrivato fino a sotto il comune, ancora una volta per denunciare l'atteggiamento di connivenza che quest'ultimo ha nei confronti di organizzazioni di estrema destra che cercano agibilità politica all'interno della città. Una prima risposta quella del cremonesi, per l'apertura del nuovo covo di CasaPound che ha segnato la giornata antifascista al cui interno diverse centinaia di antifascisti e antifasciste hanno ancora una volta dimostrato che a Cremona i fascisti non sono graditi e non saranno mai tollerati.
tratto da http://www.infoaut.org
5 maggio 2012

venerdì 10 maggio 2013

PALMA,BERLUSCONI E LE BUGIE DEL PD

Un'altro tassello al puzzle di orrori di questa legislatura è stato fornito da Nitto Palma,che dopo l'ennesima votazione è riuscito a insediarsi come presidente della commissione giustizia,un pò come se dessero a Storace tutti i crismi per organizzare il giorno della memoria della Shoah.
Altra notizia rilevante soprattutto da chi ci guarda all'estero,visto che in Italia non fa troppo scalpore,è l'ennesima conferma di una condanna per Berluscojoni,con i suoi bei quattro anni decisi dai giudici per i fondi neri e le frodi Mediaset,solo che al posto di venir interdetto dai pubblici uffici e soprattutto far visita alle patrie galere,se ne sta al Parlamento come fidato alleato del Pd.
L'articolo di Senza Soste si sofferma soprattutto su questo ultimo punto con un deperimento sempre più sfacciato del partito che durante la campagna elettorale mai avrebbe governato con l'ex premier pagliaccio,che nonostante la possibilità di non allearsi con chi aveva concluso l'ultima esperienza legislativa,Pdl e Monti,è ricascato nell'ennesimo errore che ora è una farsa.
Da ricordare che Palma era quello che voleva dimettersi visto che al suo amico camorrista Nicola Cosentino era stato impedito di presentarsi nelle liste del Pdl,e per essere riuscito a farsi estromettere in questa maniera da un partito mafioso e criminale vuol dire averne combinate troppe e gorsse(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2010/07/p2-o-p3-sempre-mafia-e.html ).

L'alleato del Pd condannato come Al Capone. L'amico di Cosentino presidente commissione giustizia
La condanna in appello per Silvio Berlusconi, Frank Agrama ed altri, per la questione fondi neri Mediaset, è arrivata con due mesi di ritardo dalla data prevista per la sentenza. Fa bene ricordare che Berlusconi, per rimandare la sentenza, è ricorso al legittimo impedimento, alla manifestazione dei parlamentari Pdl contro la procura di Milano, alle parole comprensive di Napolitano verso il leader del centrodestra successive a questa manifestazione.
Alla fine la sentenza d'appello è arrivata e conferma quella di primo grado. Berlusconi è stato condannato per fondi neri e frode fiscale. Insomma, l'alleato del Pd nel governo Letta è stato condannato come Al Capone. Non solo, Berlusconi è stato condannato per un reato, di frode fiscale, commesso quando era presidente del consiglio. Così abbiamo l'alleato del partito democratico che è stato interdetto ai pubblici uffici, verso il quale la richiesta di dimissioni dal parlamento sarebbe obbligata per il Pd, che secondo la magistratura ha frodato il fisco e lo ha fatto quando era presidente del consiglio.
Questi semplici particolari indicano, da soli, lo stato di aberrazione in cui è caduto il Pd. Non solo per difendere la suicida politica dell'eurozona, che comporta trimestri di recessione a ripetizione, ma anche avendo come alleato Berlusconi. In questo modo il partito democratico, che è diviso in una interminabile guerra tra bande, deve anche difendere gli interessi di Berlusconi. Quindi nessuno, tra gli apostoli della legalità del Pd, si sognerà di chiedere le dimissioni di Berlusconi, a seguito della interdizione ai pubblici uffici, e tantomeno di incalzarlo in parlamento sull'ineleggibilità.
Allo stesso tempo, con la condanna alla Al Capone che sta facendo il giro del mondo, l'obiettivo della credibilità internazione del governo Pd-Pdl sembra irrimediabilemente compromesso. Intanto, a difesa degli interessi di Berlusconi, al senato Nitto Palma è diventato presidente della commissione giustizia al senato Eppure a gennaio Nitto Palma era talmente amareggiato che meditava le dimissioni anche se eletto. Motivo? Il trattamento subito dall'amico "Nicola" nell'esclusione dalle liste elettorali del Pdl. "Nicola" altri non era che Nick Cosentino, il parlamentare Pdl pluriinquisito per camorra. Nitto Palma quindi parlava, era appena il gennaio di quest'anno, dell'ingiustizia subita da Nicola che, in qualche modo, poteva essere riparata con il gesto delle dimissioni dell'ex ministro della giustizia. Ma, passano le settimane, e nessuno si fa male. Complice il clima di larghe intese, di pacificazione nazionale, di "fine di una guerra civile" (quale?) e le condizioni politiche cambiano. Si comincia con la Sicilia. Miccichè viene nominato sottosegretario e si sente subito in dovere di ringraziare Marcello Dell'Utri per l'avvenuta nomina.
Ma come, questo non era un governo costruito con i voti del Pd, della sinistra della legalità? Appunto, viene da dire. Dopo pochi giorni tocca poi alla Campania. Ecco che alla delicata carica di presidente della commissione giustizia del senato troviamo, fresco di nomina, Nitto Palma, l'amico dichiarato di Nick 'o mericano. Tutti affari resi possibili dai voti del Pd. Partito allo sbando, e si vede, che barcolla ciancicando di "senso di responsabilità". E dove sarebbe il senso di responsabilità? Nelle nomine di Micciché e Nitto Palma e dalle condanne di Berlusconi. Il processo di decomposizione del partito democratico continua. A spese nostre. Ed è solo l'inizio.
p.s: Non manca la foglia di fico in chi afferma che Palma è stato eletto senza i voti del Pd. In verità con questa gente il Pd ci fa ben piu' di una commissione. Ci ha fatto un governo. Inguardabili, non sanno nemmeno più inventarsi le scuse.
redazione
9 maggio 2013

giovedì 9 maggio 2013

JUVENTINO POVERINO

Durante il pig match passato tra Juve e Milan si è vista una coreografia"strana"che ha caratterizzato la tribuna est,ovvero un enorme arcobaleno che si è scoperto far parte di una campagna promozionale di Telecom Italia,all'insaputa della maggior parte dei presenti.
Sono partite numerose polemiche sia da parte di alcuni tifosi bianconeri in quanto si crede che la società abbia svenduto i propri supporters e poi anche ad un'azienda che grazie alle sue intercettazioni telefoniche ha spedito la squadra torinese(giustamente)in serie B qualche anno fa.
Dell'ignoranza e della pochezza del tifoso juventino medio si possono spendere parole che riempirebbero un blog intero,e questo è solo un esempio che sottolinea la stupidità di coloro che girano l'Italia impuniti lanciando pezzi di cessi,bengala e oggetti vari come è accaduto ieri sera a Bergamo contro l'Atalanta,senza che sia colpita la società dalla federazione italiana e meno ancora i singoli coglioni dalla giustizia ordinaria.
L'articolo preso da Senza Soste descrive quello successo allo Rubentus Stadium contro i rossoneri con alcune considerazioni di tifosi bianconeri sui fatti che riguardano per l'appunto la coreografia offerta da Tim.

Coreografia in Juve-Milan? Pagata da Tim. Tra i tifosi bianconeri è polemica.
L'iniziativa della compagnia telefonica in accordo con la società di corso Galileo Ferraris sta dividendo i supporters: per alcuni è stata un'ottima idea, per altri un alto tradimento dopo i fatti di Calciopoli.

mercoledì 8 maggio 2013

CHE SCHIFEZZA LE NOMINE PER LE COMMISSIONI!

La Russa,Casini,Capezzone,Cicchitto,Formigoni,Galan,Finocchiaro...solo elencando alcuni dei nomi,i più altisonanti e conosciuti e direi vergognosi,tra quelli che sono stati messi a sedere sulle poltrone delle varie commissioni di Camera e Senato,un obbrobrio tutto italiano dove gli indagati possono ancora rivestire cariche di grave potere decisionale.
L'articolo de La Stampa elenca tutti i nomi delle nomine,pure quello del trombato Palma,su cui Pd e Pdl stanno litigando pure in queste ore,tutti collusi con mafia,criminalità,con alle spalle parecchie legislazioni e più luci che ombre...insomma uno spartirsi nuovamente le poltrone che contano che fa sì che l'Italia rotoli sempre più velocemente nel baratro.

Eletti i presidenti delle Commissioni L’intesa Pd-Pdl frana su Nitto Palma Gasparri va all’attacco: “Violati i patti”
07/05/2013
Dopo giorni di trattative, bracci di ferro, tensioni e ripetuti aggiustamenti, il quadro delle presidenze delle commissioni è stato risolto. Un accordo di maggioranza tra Pd, Pdl e Scelta Civica è stato raggiunto, con l’eccezione della presidenza della commissione Giustizia del Senato, dove il senatore del Pdl, Nitto Palma, ha ricevuto una doppia bocciatura. Il Copasir (servizi segreti) e la Vigilanza sulla Rai di solito vanno all’opposizione. Beppe Grillo, su Twitter, oggi ha ribadito che «la prassi vuole che le presidenze del Copasir e della Vigilanza Rai vadano all’opposizione, ovvero al MoVimento 5 Stelle. L’opposizione parlamentare non si sceglie (né tantomeno la si costruisce) - ha affermato ancora- tra quelle che fanno più comodo”. Alla Camera la Lega si è astenuta sulla fiducia al Governo Letta. Movimento 5 Stelle e Sel hanno invece votato contro.

COMMISSIONI CAMERA
Fabrizio Cicchitto, deputato del Pdl, è stato eletto presidente della commissione Esteri della Camera. A lui sono andati 30 voti, contro i 10 di Alessandro Di Battista del Movimento 5 Stelle. Il deputato del Pdl, Francesco Paolo Sisto, è stato eletto presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera. Sisto ha ottenuto 26 voti su 41. Elio Vito è invece il nuovo presidente della commissione Difesa della Camera. Il deputato del Pdl ha ottenuto 28 voti. Giancarlo Galan è stato eletto presidente della Commissione Cultura di Montecitorio. Daniele Capezzone è il nuovo presidente della commissione Finanze della Camera. Il deputato del Popolo della Libertà ha ottenuto 29 preferenze. Il deputato Pd Francesco Boccia è stato eletto presidente della commissione Bilancio della Camera. Boccia ha ottenuto 31 voti. La commissione Giustizia è andata invece a Donatella Ferranti (Pd), la commissione Attività produttive a Guglielmo Epifani (Pd), la commissione Trasporti a Michele Meta (Pd), la commissione Ambiente a Ermete Realacci (Pd), la commissione Lavoro a Cesare Damiano (Pd), la Commissione Agricoltura a Luca Sani del Pd. Pier Paolo Vargiu (Scelta Civica), medico sardo, è stato eletto alla presidenza della commissione Affari sociali della Camera, la commissione Politiche Ue è andata invece a Matteo Bordo (Pd). La presidenza della giunta delle autorizzazioni della Camera va infine a Fratelli d’Italia con Ignazio La Russa.

COMMISSIONI SENATO
Al Senato la commissione Affari costituzionali va ad Anna Finocchiaro (Pd), la commissione Difesa a Nicola Latorre (Pd), la commissione Bilancio a Antonio Azzollini (Pdl), la commissione Finanze a Mauro Marino (Pd), la commissione Esteri a Pier Ferdinando Casini (Sc), la commissione Ambiente a Giuseppe Marinello (Pdl), la commissione Lavori Pubblici e Telecomunicazioni ad Altero Matteoli (Pdl), la commissione Lavoro a Maurizio Sacconi (Pdl), la commissione Industria a Massimo Mucchetti (Pd), la commissione Agricoltura a Roberto Formigoni (Pdl). La commissione Cultura va invece ad Andrea Marcucci (Pd), la commissione Sanità a Emilia De Biase (Pd).

Doppia fumata nera invece per Francesco Nitto Palma (Pdl) alla presidenza della commissione Giustizia del Senato: la commissione Giustizia del Senato sarà riconvocata domani alle 14 per l’elezione del presidente.Con la votazione di domani non sarà necessario alcun quorum e sarà eletto il senatore che prenderà più voti. «Quanto accaduto in commissione Giustizia al Senato è inaccettabile. Bersani e Zanda mettano in riga i propri senatori o li sostituiscano con i principali esponenti del Pd a Palazzo Madama. È chiaro ora a tutti chi viola i patti e chi li rispetta. Il Pdl è un partito serio. Il Pd è il regno del caos», ha tuonato in una nota il vicepresidente Pdl del Senato, Maurizio Gasparri. Resta da definire la commissione Politiche Ue, per la quale è in pole Vannino Chiti (Pd).

lunedì 6 maggio 2013

UN POSTO IN MENO ALL'INFERNO

Oggi è un giorno in cui molta gente festeggerà la morte di Giulio Andreotti,un elemento(pessimo)che è stato il centro della prima Repubblica e che ha rappresentato il volto dell'Italia all'estero mangiando sulle spalle di un'enormità di persone che hanno sofferto la fame e la povertà nel nome del partito che ha rappresentato per decenni,la famigerata Democrazia Cristiana,ed ora che è arrivata la sua fine provo un leggero senso di benessere.
Perché la fine politica non bastava per un personaggio che come un burattinaio ha tirato i fili della politica italiana per cinquant'anni,colluso con la mafia,condannato ma prescritto,piduista,ladro e corrotto,un essere spregevole che tanto ha fatto male all'Italia.
Il suo fervente anticomunismo che ho sempre paragonato a quello di papa Wojtyla,un altro personaggio che se Dio esistesse farebbe incontrare tra le fiamme dell'inferno,lo ha fatto odiare da milioni di persone che hanno visto,e bene,la sua mano praticamente in tutte le stragi fasciste di Stato oltre che nelle contrattazioni già citate tra Stato e mafia.
L'articolo di Contropiano(http://www.contropiano.org/news-politica/item/16372-e-morto-giulio-andreotti-forse )parla di questo viscido uomo la cui morte forse ha portato un briciolo di giustizia anche se sarebbe stato meglio vederlo marcire in prigione e molto prima...ora che se ne è andato il prossimo della lista è Berlusconi.

E' morto Giulio Andreotti. Forse.

Un lancio dell'agenzia stampa Agi ha riferito per prima che Giulio Andreotti sarebbe morto. A 94 anni. Poi sono anche arrivate le conferme ufficiali.
E' difficile improvvisare un necrologio su un personaggio del genere senza dover ripercorrere la storia dell'Italia repubblicana. E per le coincidenze anche simboliche che costellano la nostra storia, se ne va proprio quando la Repubblica sta per cambiare definitivamente forma.
E' difficile anche fare un paragone con la classe politica attuale, composta per lo più di mezze figure non all'altezza della sua leggendaria gobba. Uno statista, dall'altra parte della barricata, e nemmeno il migliore del suo schieramento. Molto più considerati di lui erano infatti i due "cavalli di razza", Amintore Fanfani e Aldo Moro. Dietro di lui una schiera di terze linee, come Francesco Cossiga, Ciriaco De Mita, Antonio Segni, Mariano Rumor, ecc.
Era certamente un nemico feroce del movimento operaio e dei comunisti in genere (e non faceva certo distinzioni tra "socialismo reale" e le varie eresie degli anni '60-'70. Ma nemmeno lui fece cadere la "discriminante antifascista" fissata dalla Costituzione, anche se ci andò molto vicino in alcuni passaggi parlamentari piuttosto "arditi" per quei tempi. Oggi sembrerebbero normalità, in un parlamento che vede nella stessa maggioranza ex-fascisti ed ex-comunisti (non guardateci male; la tessera del Pci in tasca i D'Alema e i Bersani l'hanno avuta...), sotto la regia dei tecnocrati della Troika e sotto il ricatto quotidiano di un ex-piduista ora loro trainante alleato.
Era certamente il capo della corrente democristiana cui faceva riferimento la Dc siciliana, e quindi la mafia, senza se e senza ma. E quindi era anche la faccia dello Stato che manteneva nel suo cerchio magico anche la criminalità organizzata, in un rapporto sempre conflittuale, ossia "contrattato". E furono i suoi uomini in Sicilia - i Riina e i Salvo - a pagare il prezzo della incapacità, persino di Andreotti, di mantenere i patti fin lì stipulati con Cosa Nostra. Lì avvenne il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, lì crollarono i partiti storici, lì il referente "politico" divenne Silvio Berlusconi. Che proprio su quel passaggio - la nota ancorché segreta "trattativa tra lo Stato e la mafia" - si sia giocato uno scontro durissimo tra presidenza della Repubblica, parlamento uscente e magistratura, è indicativo dell'importanza del tessuto di rapporti che Andreotti per 40 anni aveva gestito con cinismo assoluto e indubbia efficacia. In chiave anticomunista, ovviamente.
Su tutta questa materia, più che la pletora di libri giù pubblicati dai suoi detrattori o difensori, sarà decisivo leggere i suoi diari. Se un Napolitano o altri non vi imporrà sopra il "segreto di Stato".
E proprio qui si rintraccia forse la sua caratteristica peculiare: Andreotti non è mai stato uomo politico di grade visione o di alti ideali, ma un gestore occhiuto e oculato del potere. Nella sua idea della politica il realismo è probabilmente stato il baricentro. Realismo cinico, ripetiamo, per cui "bisogna prender atto di quel che c'è" e giocare con le carte che si hanno in mano. Con trucchi, sgambetti, manovre, e persino qualche omicidio mai a lui in prima persona riconducibile.
Un Mefistofele della politica come "arte del possibile", un calcolatore capace però di passare all'azione. Ma sempre con un'idea chiarissima di chi fossero i nemici. Noialtri, i comunisti. E si capisce perché anche a Washington non abbiano mai smesso di sostenerlo, rappresentando sempre l'alleato migliore, ancorché da trattare con le pinze.

domenica 5 maggio 2013

LE FESTE SACRE AL LAVORO


L'articolo proposto parla di un problema molto sentito dai dipendenti e dai familiari di tutti i lavoratori che operano nel settore commerciale,molti dei quali sono obbligati a lavorare tutte le domeniche ed in alcuni casi pure nelle festività come quelle appena passate del 25 aprile e del primo maggio.
L'articolo primo di Senza Soste parla prettamente di Livorno anche se il discorso si può tranquillamente allargare a tutto il paese,e si descrive come alla fine sbaglino tutti,dalle amministrazioni farfallone che permettono tutto o che se pongono limiti alle aperture emettono multe irrisorie,fino al lavoratore,che se è a tempo indeterminato può benissimo rifiutarsi di lavorare nelle festività,sempre che il suo contratto glielo permetta.
Altro punto cruciale è il consumatore che fa la spesa in giorni festivi come se non aspettasse altro durante la settimana,ignorando che così facendo innalza il prezzo della merce:altro problema è l'enorme differenza che passa tra la grande e la piccola distribuzione,con i negozi che arrancano di fronte ai colossi della vendita commerciale.
L'altro articolo è un'intervista a Mario Lottaroli presa da Crema on-line in cui si ribadisce il concetto che il giorno della commemorazione della Liberazione dal dominio e dalla dittatura nazifascista è sacro(per me molto più importante del Natale per intenderci)e chi decide di tenere aperto non fa una bella figura davanti alla memoria di chi è morto per la nostra libertà.
Quindi per me il cartello posto all'inizio di questo post dev'essere d'obbligo per tutte le festività dell'anno...domeniche comprese!

Aperture dei negozi il Primo Maggio: sbagliano tutti.
Anche quest'anno ci ritroviamo a dover leggere le solite polemiche sulle aperture dei negozi nei festivi, e lo diciamo francamente, ci siamo veramente stancati di dover assistere alle recite di chi scarica le responsabilità su altri senza prendersi le proprie. Anche perché su questo tema sbagliano un po' tutti: l'amministrazione, i sindacati concertativi, ovviamente le insegne che decidono di stare aperte, chiaramente i clienti, ma anche i lavoratori.
Sbagliano amministrazione e sindacati, perché la polemica fra di loro (sul Tirreno di oggi) è tutta sul "cosa" fa l'amministrazione e non sul "come e quanto". In che senso? Nel senso che è inutile discutere se l'amministrazione ha emesso o no un'ordinanza di chiusura e se farà applicare questa ordinanza facendo le multe, perché il problema sta invece tutto nell'entità della multa stessa (mille euro circa). Si tratta di una cifra che, come è evidente, non spaventa affatto chi decide di aprire, che fa ogni volta un semplice calcolo e valuta la cifra della multa come una voce da mettere in preventivo ma che non rende comunque sconveniente aprire visto che l'incasso è di gran lunga maggiore (stiamo parlando ovviamente delle grandi insegne, visto che per i piccoli negozi invece è una cifra che pesa, infatti siamo anche qui in presenza dell'ennesima misura che colpisce solo il piccolo e fa appena il solletico al grande). E allora di cosa parlano Bernardo (assessore) e Franceschini (Cgil)? Del nulla. Basterebbe, per rendere intanto almeno utile la loro discussione, che il centro del problema fosse quello del "quantum", ossia ad esempio: facciamo chiudere un mese, specialmente se recidivi, i grandi negozi che non rispettano l'ordinanza. Oppure leghiamo la sanzione agli incassi di tale giornata.
Sbagliano ovviamente le grandi insegne che decidono di aprire, dimostrando totale disinteresse per chi lavora e rimarcando ancora una volta che in Italia la responsabilità sociale dell'impresa prevista dall'articolo 41 della Costituzione conta meno di zero. E sbagliano chiaramente tutti quei clienti che non trovano di meglio da fare che legittimare queste aperture andando a fare la spesa il Primo Maggio. Sono probabilmente gli stessi che se avessero un parente o un affetto che lavora nei festivi si lamenterebbero all'infinito perché non possono passare la giornata insieme.
E infine, vogliamo dirlo, sbagliano anche i lavoratori. I mezzi per non lavorare il Primo Maggio e in generale nelle festività importanti ci sono, basta avere la voglia e il coraggio di usarli. Nei posti di lavoro dove i dipendenti si organizzano sindacalmente, anche in maniera autonoma dalle grandi organizzazioni, i risultati arrivano perché i rapporti di forza si spostano pesantemente. Spesso i piagnistei sui "sindacati che non fanno niente" servono solo a mascherare la propria pigrizia, tipica di chi non vuole prendere in mano il proprio destino mettendosi in prima linea. Nessun lavoratore fisso viene licenziato perché non si è presentato al lavoro il Primo Maggio in presenza di uno sciopero, e se questo avviene i mezzi per difendersi ci sono tutti.
Esistono molti esempi e dimostrazioni, a Livorno e in tutta Italia, di posti di lavoro grandi e piccoli dove una azione sindacale efficace (sembra difficile, ma a volte è sufficiente anche una semplicissima presenza "di vigilanza") fa desistere i datori di lavoro dalla volontà di aprire, anche solo per evitare grane e cattivi ritorni di immagine. Basta un po' di volontà e l'orgoglio di non abbassare la testa, almeno per quella che è la nostra festa, quella dei lavoratori.
Redazione
30 aprile 2013
Crema. Negozi aperti per il 25 aprile. Mario Lottaroli, Rifondazione Comunista: "sono indignato, così si distrugge la memoria storica"
di Emanuele Mandelli
Crema - Giornata di festa per il 25 aprile si, ma non per tutti. Mario Lottaroli, consigliere comunale di Rifondazione Comunista torna all’attacco sul tema delle aperture straordinarie delle attività commerciali. “Sono indignato che nella giornata della festa nazionale più importante, negozi e supermercati siano rimasti aperti come fosse una qualunque giornata infrasettimanale”, sbotta Lottaroli.
Anche così si uccide la memoria di una nazione
“Questo ha costretto i dipendenti a recarsi al lavoro negando loro il piacere di condividere con le persone care questa giornata così piena di significati. È anche in questa maniera che si uccide la memoria storica di una nazione, quando ai valori più profondi si antepongono gli affari ed il mercato”.
Il coordinamento regionale
Lottaroli e Rifondazione comunista, che già avevano avviato questa battaglia, adesso si uniscono alla protesta del comitato Domenica no grazie! Lombardia, un coordinamento regionale di lavoratrici e lavoratori dipendenti delle catene commerciali, nato per rivendicare il diritto alla festività limitando le aperture domenicali e festive dei negozi.
In Francia e negli Usa
Ecco alcuni brani di un volantini del comitato diffuso da Rifondazione: “In tutte le nazioni ci sono giornate dove ci si riunisce per un momento di riflessione. Pensate forse che in Francia il 14 luglio anniversario della rivoluzione francese o l'8 maggio anniversario della vittoria sul nazismo ci siano i centri commerciali aperti? Sapete come festeggiano i francesi queste giornate? Con manifestazioni in tutti i comuni e per concludere con grandi balli e tavolate dove persone di tutte le età si ritrovano in un momento di gioiosa felicità. e lo seteoo si puo dire del 4 luglio negli stati Uniti”.
La liberalizzazione? Una schiavitù
“Dopo la liberazione degli orari delle aperture domenicali la vita di tutti i lavoratori della grande distribuzione e dei centri commerciali è diventata un verso inferno. Turni massacranti, spesso zero indennità o riposo compensativo, le domeniche di apertura non hanno portato nessun posto di lavoro in più e nessun incremento delle vendite. perche se non c'è denaro in tasca ai clienti non è aumentando le ore di apertura che li farà spendere”.

sabato 4 maggio 2013

ASILO MARIUCCIA

La foto che ritrae Formigoni piangente e che rimanda alla battutta dell'asilo mariuccia è vecchia ancora di qualche mese,memoria del periodo in cui si chiedevano le sue dimissioni da monarca della regione Lombardia viste le impietose e numerose accuse che riguardavano lui e la propria giunta.
Poi tutti sappiamo com'è andata,ed ora che c'è Maroni al suo posto e che ha cambiato scranno preferendo Roma a Milano,l'articolo preso da Indymedia Lombardia fa sì che l'immagine sopra assuma un carattere molto più concreto,ovvero il patteggiamento di un altro esponente di spicco della combriccola ciellina che ha patteggiato cinque mesi per truffa aggravata.
Valter Izzo,giò vicepresidente della Compagnia delle Opere,estensione tentacolare di Comunione e Liberazione,è stato condannato in qualità di vicepresidente dell'Asilo Mariuccia,storico ente nato all'inizio del secolo scorso che ha aiutato nel corso di tutti questi anni numerose famiglie e bambini.
Ebbene proprio dalle mani della giunta Formigoni avrebbe estorto 600mila Euro dalle casse lombarde(in questo caso parrebbe la Regione incolpevole),e quindi raggirato,per tappare un buco nel bilancio ed invece aver utilizzato tale cifra per ristrutturazione di immobili poi locati ad altri enti di cui Izzo era presidente.
Tale truffa,con un caso in cui il figlio ha acquistato ad un prezzo irrisorio un attico in centro a Milano,si va ad aggiungere al lungo elenco di ricchi che fanno la propria prosperità ed anzi l'aumentano,sulle spalle dei poveri che invece dovrebbero essere tutelati ed aiutati.

Cl : massonerialaicacattolica, non si vergogna e continua ad arricchirsi, speculando sulle disgrazie della povera gente ......
 
Milano 30 aprile 2013
Valter Espedito Izzo, ex presidente dell'Asilo Mariuccia, lo storico ente milanese che dai primi del Novecento si occupa di minori, ha patteggiato davanti al gip di Milano cinque mesi (pena sospesa) per truffa aggravata. Izzo, che è stato in passato anche vicepresidente della Compagnia delle Opere sociali, nell'ambito delle indagini coordinate dal pm Tiziana Siciliano era stato iscritto nel registro degli indagati nel marzo del 2012 in relazione a un finanziamento da 600mila euro che Asilo Mariuccia aveva ottenuto dall'amministrazione regionale e che sarebbe servito a ristrutturare un immobile, invece che a coprire i buchi nelle casse dell'ente.
Il palazzo in questione, in via Porpora a Milano, sarebbe poi stato dato in locazione (per 36mila euro il primo anno e per 18 mila euro il secondo) alla società Esae, che era presieduta all'epoca sempre da Izzo. Il finanziamento era stato concesso con una delibera del febbraio 2010 della Regione Lombardia come "contributo straordinario" allo storico istituto milanese di assistenza per minori e mamme sole con bambini. Come ricostruito dalle indagini del pm, la "situazione economica" della onlus, però, era "assolutamente florida",
con un "patrimonio netto" di oltre 11 milioni di euro, titoli di Stato per circa 1 milione e "disponibilità liquide" di oltre 2 milioni. Walter Izzo, presidente dell'Asilo Mariuccia ed ex vicepresidente della Compagnia delle opere era stato indagato il 1 marzo 2012 dalla procura di Milano per truffa aggravata ai danni della Regione Lombardia, finalizzata usufruire indebitamente di finanziamenti pubblici. L'inchiesta è nata da una denuncia anonima, ma siglata «I dipendenti dell'Asilo Mariuccia», storica istituzione di beneficenza fondata nel 1902 per la tutela delle fanciulle e proprietaria a Milano di svariati immobili.
Walter Izzo è sospettato di aver raggirato la Regione ottenendo dalla giunta del Cl Roberto Formigoni nel 2010 un finanziamento straordinario di 600 mila euro per colmare un presunto buco di bilancio creatosi nel biennio precedente, e in realtà utilizzato per la ristrutturazione di un immobile in via Porpora 90, dato poi in locazione a un prezzo irrisorio (36 mila euro il primo anno e 18 mila il secondo) alla società Esae, che svolge attività di ricerca nel campo delle scienze sociali e umanistiche, del cui cda Izzo è stato presidente fino allo scorso 20 dicembre.
Nel 1997, inoltre, la Fondazione ha ricevuto come donazione una intera palazzina in via Pacini a Milano, in zona Città Studi. Di questa palazzina, comprendente 36 appartamenti, il piano attico, 100 metri quadri circa (3 locali più i servizi), è stato venduto, come nuda proprietà, al figlio di Izzo per 87 mila euro, un prezzo assai inferiore ai valori di mercato. L'usufrutto dell'appartamento è stato invece intestato alla moglie di Izzo. Al momento Izzo è l'unico indagato nell'inchiesta e gli accertamenti degli inquirenti vanno avanti per verificare il materiale sequestrato nel corso delle perquisizioni.
Un mondo pieno di merda dove ricchi rubano, speculano e diventano sempre più ricchi, mentre i poveri sono destinati a diventare (ritornare) schiavi .....

venerdì 3 maggio 2013

IL VERO DRAMMA DI PALAZZO CHIGI

Passato un primo maggio ricco di tensioni più che di festa,e assestati gli ultimi colpi alla democrazia con le nomine dei sottosegretari e dEi vice ministri(un nome su tutti Miccichè)ecco lecito spendere due parole sulla sparatoria di qualche giorno addietro avvenuta davanti a Palazzo Chigi.
Sinceramente troppo il clamore sul carabiniere ferito durante il proprio lavoro e sul suo assalitore che ancora non ha capito bene che cosa dire e come scusarsi,un personaggio carico di situazioni personali anche volute e cercate,che hanno fatto passare in secondo piano il dramma ben maggiore che si stava compiendo all'interno dell'edificio.
Come evidenziato nell'articolo di Senza Soste il vero colpo di pistola l'ha sparato Letta alla tempia di tutti gli italiani,uno che fino a qualche giorno prima diceva"mai con Berlusconi"e che ora lo vorrebbe a copo di qualche commissione forse anche a quella che dovrebbe cambiare la Costituzione italiana.
L'opposizione purtoppo ora non è più politica ma anche sociale,e chi è seduto ai posti di comando sa che ora non si scherza e che c'è in gioco molto di più di un'alzata di mano,e questo vale per tutti.

Palazzo Chigi boom boom
Il vero boom boom di Palazzo Chigi di ieri non è rappresentato dagli spari che hanno ferito due carabinieri, di cui uno gravemente, nella mattinata di ieri. Ma dal fragore delle stupidaggini che sono state sparate dal mainstream televisivo e giornalistico a partire dal momento in cui si è sparsa la notizia sugli spari nel piazzale antinstante Palazzo Chigi. E sì che lo squilibrio delle forze in campo era praticamente titanico: a una parte una persona che aveva perso il lavoro, e la fiducia nella vita, dall'altra il coro dei media e degli eletti "responsabili e pervasi dal senso delle istituzioni".
A sparare per primo, immancabile, è stato il sindaco di Roma Alemanno. Pronto a indicare il mandante nel movimento di Grillo. Stiamo parlando del M5S che, il giorno dopo l'elezione di Napolitano, ha frenato visibilmente un corteo trasformandolo in una passeggiata per il timore di essere indicato come "violento". E' evidente che si cerca qualsiasi pretesto per delegittimare ogni tipo di opposizione frantumando ogni limite del ridicolo. Repubblica riporta solerte una dichiarazione corale dei neoministri sulla vicenda: "non ci faremo intimidire". Mostrare i muscoli contro un ex muratore disoccupato deve sembrare una cosa seria. Non mancano le ricerche dei cattivi maestri, lessico anni '70 ripescato istantaneamente: in assenza di qualche new entry della guerriglia si è indicato i soliti Grillo e Travaglio.
Nel coro media-istituzioni poco polifonico, a parte qualche eccezione fiduciosa nell'impossibile (che le istituzioni facciano qualcosa per la crisi), il dramma della società italiana si diluisce fino a scomparire velocemente. Tra lanci di agenzia sul "pazzo isolato" a dichiarazioni sui mandanti il collasso di gran parte della società italiana non c'è più. A noi viene da mettere in parallelo la stessa mattina di due persone molto differenti.
Quella di Luigi Preiti, lo sparatore e quella di Dario Franceschini, uno dei ministri che ha giurato a Palazzo Chigi. Il primo oltre a perdere lavoro e famiglia non ha mai nemmeno azzeccato la combinazione giusta al videopoker. Il secondo, dopo aver giurato sulla costituzione come segretario del Pd, rappresentando l'opposizione costituzionale a Berlusconi, ha azzeccato la combinazione politica giusta e si è infilato al governo con Alfano. Il primo la sera precedente si è infilato in un albergo a due stelle, presumibilmente tiratissimo, per arrivare a bersaglio in tempo. Il secondo alla vigilia si è tirato a lucido per una cerimonia dove passava all'incasso della liquidazione di una linea politica ("mai con Berlusconi") ribadita fino a pochissimi giorni prima.
Rimane solo da chiedersi chi, tra Preiti e un Franceschini, la spari più grossa e più pericolosa.

redazione
29 aprile 2012

martedì 30 aprile 2013

NAPOLITANO BIS

L'articolo è datato di una settimana così come lo è ancor di più l'insediamento bis di Napolitano,unica eccezione di un Presidente della Repubblica rieletto nella storia italiana:questo insediamento che ha fatto molto discutere soprattutto quelli che considerano violazioni alla democrazia le lunghe rielezioni come nel caso del defunto Chavez su tutti,è il risultato pessimo di una contrattazione avvilente per la politica italiana.
Berlusconi è stato forse uno dei più felici della rielezione di Napolitano in quanto potrebbe assicurarsi un posto a senatore a vita ed un'immunità giudiziaria che sembrava parecchio minata da una possibile elezione di Rodotà.
Pdl,Pd e Scelta Civica(i montiani)praticamente hanno riattaccato la spina all'ultimo esecutivo e vedere un presidente del consiglio come Letta affiancato da ciellini e fascisti come ministri mi fa venire il vomito più dell'ultimo esecutivo di Berluscojoni,uno schifo che potrebbe stare anche in piedi per molti mesi,anche se ora come ora delle nuove elezioni con una nuova legge elettorale sembrano un fatto necessario.
L'articolo preso da Senza Soste parla più ampiamente di Re Giorgio facendo ricadere la scelta sul suo nome ad un progetto più ampio dal sapore europeo e non certo si parla di politica ma di soldoni.

Napolitano chi lo ha eletto. Renzi o Christine Lagarde?
Nella comica, pessima rappresentazione delle elezioni presidenziali da parte del mainstream è completamente mancata la copertura delle notizie su come si è mossa la diplomazia internazionale. D'altronde l'Italia formalmente è uno stato sovrano e quindi i media tendono a rappresentare questa forma. Quindi inviati da Montecitorio, dal Quirinale, dalla piazza.
Ma l'elezione di Napolitano non è stato un evento solamente romano o italiano. Tutto il focus rappresentativo è rimasto invece sul comportamento dei peones, delle correnti, sulle possibili decisioni di qualche capobastone. Sostanzialmente lo stesso modo di rappresentare l'elezione presidenziale dai tempi dell'affossamento di Fanfani a favore di Leone. Quando l'Italia, che era un paese
a sovranità limitata per motivi molto più geopolitici che finanziari, in qualche modo doveva essere rappresentata come uno stato sovrano in mano ai protagonisti della democrazia rappresentativa.
Oggi che l'Italia è un paese a sovranità limitata per motivi più finanziari che geopolitici, e nel cambio ci ha pure perso molto, i media danno modalità di rappresentazione dell'elezione della presidenza della repubblica molto simili (a parte il full hd e twitter che qui sono forme e non contenuti) del mondo della tv in bianco e nero dei primi anni '70. Certo, un giornalista watchdog, non uno scendiletto, a Washington, Bruxelles e Berlino sulle elezioni italiane avrebbe potuto dire molto di più di Cristina Vergara che sorrideva solo prima di annunciare la possibilità di un raggiungimento del quorum. Di qui è completamente mancata la possibilità, e anche l'intenzione, di fare la domanda giusta da parte di media tradizionali. Ma non solo a quelli. I blog traboccano di commenti sulle presidenziali come gioco di ruolo del genere "ma se D'Alema..". Una domanda giusta ad un personaggio giusto, a nostro avviso, si sarebbe potuta fare a Christine Lagarde, presidente del fondo monetario internazionale. Oppure a Bil Gross, che gestisce il colosso di investimenti finanziari tedesco-americano Pimco, che a sua volta gestisce Total Return accreditato come il più grosso complesso di hedge fund al mondo, che ha disinvestito sull'Italia nel 2011 ma dal governo Monti-Napolitano investe stabile sull'Italia nonostante il difficile passaggio elettorale e presidenziale.
Già perchè, come abbiamo visto, lo spread in tutta la fase di stallo politico istituzionale è aumentato ma non di molto. In parte tutto questo è dovuto all'aumento di liquidità, nel circuito finanziario globale, a seguito della politica della banca del Giappone. In parte, oltre al comportamento della Bce, dalla tenuta di colossi come Pimco sull'Italia. Segno che la soluzione delle larghe intese è ampiamente scontata da tempo sui cosiddetti mercati internazionali.
E che si sarebbe, al limite, andati alle larghe intese il mercato lo sapeva ufficalmente già dall'estate. Ufficialmente, con un discorso di Napolitano ampiamente sottovalutato anche dai media a supporto corale del presidente. Ma i media nazionali si sono, per i motivi che accennavamo, interessati più a cosa faceva Renzi, inseguendolo per le strade di Firenze ricavando dichiarazioni inutili, piuttosto che a capire cosa avveniva nel mondo dove, per motivi di peso finanziario, si può esercitare egemonia su questo paese. In quel mondo, che poi è quello reale, chi pubblicamente ha attaccato di più sul caso Italia, chi si è mosso scopertamente chiedendo rapida soluzione alla crisi è la presidente del Fmi Christine Lagarde. Gli altri paesi, spece la Germania dopo la gaffe del candidato SPD sui clown eletti dal parlamento italiano, hanno mantenuto diplomatico riserbo. A parte che la Lagarde ha problemi propri, un'inchiesta in Francia, il Fondo Monetario Internazionale mostra delle frizioni evidenti con la Bce. Lo ha fatto anche sul caso greco: preferisce una Bce sul modello Federal Reserve. Diciamo una istituzione che crei bolle più velocemente di quanto possa fare la Bce (che è comunque strutturata i modo da deprimere i paesi dell'eurozona con una moneta demenziale).
Bene, la domanda da fare alla Lagarde, se si potessero ottenere risposte non criptiche, sarebbe: "ma, con tutto il suo muoversi pubblicamente sull'Italia, è soddisfatta della rielezione di Napolitano?"
Si legga una parte della lettera di auguri che la Lagarde ha spedito a Napolitano. SI parla dell'auspicio sul fatto il presidente della repubblica italiana si carichi "il compito di contribuire a superare l’impasse politica prima e quella economica successivamente". Non c'è alcun accenno a tutta la gabbia procedurale fiscal compact-two pack-pareggio di bilancio costruita a livello di eurozona. Ed è un silenzio che conta. E non è un caso, visto che della rottura parziale di questa gabbia non solo è importante per Washington, attore principale del FMI, ma anche per la Francia da cui proviene la Lagarde.
A questo punto viene quindi spontanea una domanda. La Lagarde ha mandato questo messaggio a Napolitano per felicitarsi della rielezione di un presidente favorevole a questa nuova, comunque non nuovissima, impostazione FMI oppure per lanciare un avvertimento sulle necessità del fondo internazionale? La risposta ci farebbe capire molto del futuro di questo paese. Come ci farà capire molto quanto Roma seguirà Berlino nelle prossime settimane e quanto Parigi. O quanto, nell'ipotesi peggiore, starà stretta tra il farsi vampirizzare le risorse da Berlino, con il rigore, o dover pagare il primo creditore (Parigi).
Quindi alla domanda se Napolitano lo ha eletto Renzi o Christine Lagarde possiamo rispondere che, comunque sia andata, nella scelta la posizione della Lagarde ha contato più di quella del nuovo ospite di "Amici". Certo, ora lo spread scende ma se una volta scontato l'effetto annuncio il governo delle "larghe intese" non decolla si potrebbero intravedere nuovi problemi interni ed internazionali. Ma questo è altro problema. Per adesso il disastroso ceto politico degli ultimi 20 anni si è barricato dentro il quirinale e, a loro, tanto basta.
redazione
22 aprile 2013

lunedì 22 aprile 2013

UNA GRANDE OCCASIONE

Nel giorno dell'insediamento ufficiale di Napolitano come Presidente della Repubblica italiana per un altro settennato,su cui spenderò qualche parola domani,voglio fare un paio di ragionamenti che sono stati incoraggiati dall'articolo di Senza Soste dove si celebrano le esequie del Pd,dilaniato tra varie correnti di pensiero con tre nomi su tutti gli altri che negli ultimi mesi hanno posto questioni e proposte che non sono andate per niente bene a tutto il movimento:Bersani,Renzi e Barca.
Siccome fin dal principio,dalla nascita stessa di questo agglomerato di persone che racchiudeva assieme agli estremi ex democristiani ed ex comunisti,la storia e soprattutto la fine del Pd era già stata segnata,in un susseguirsi anche di successi dettati solo dal fatto che l'altra parte era molto peggio di quella messa in campo da quelli che sostengono il mito della sinistra facendo poi politica di destra.
La grande occasione,vista la probabilissima emorragia di voti alle prossime elezioni che magari saranno tra sei mesi ma anche più in avanti nel tempo,è quella per la sinistra vera e pura di poter veder confluire nelle proprie fila una considerevole forza elettorale,anche se molti di questi potenziali elettori saranno attratti dalle sirene grilline(cosa già accaduta)e dalle eventuali nascite di nuovi partiti o movimenti scaturite dall'implosione del Pd.
La sinistra comunista che fa politica di sinistra ha questo grande assist che deve sfruttare da subito,perchè sono convinto che parecchia gente che ha votato il Pd creda ancora nel comunismo e nei suoi valori e princìpi,gente esasperata e stufa di personaggi e di una non politica che praticamente da più di un anno ha paralizzato la scena economica e sociale italiana.

Pd, la tragedia di un partito ridicolo.
Definire il Pd un partito ridicolo è, in termini retorici, una sineddoche. Significa porre l'accento sull'aggettivo (ridicolo) piuttosto che sull'oggetto (il partito) per descrivere il partito nel suo complesso. Ma è anche vero che il PD, dalla sua fondazione, ha fatto veramente di tutto per rappresentarsi come ridicolo.
Dalle cerimonie fondative a pacchiana imitazione di uno senso della scenografia che vive altrove, Veltroni al Lingotto, alle primarie su Sky concepite come un clone sedato di X-Factor. E si sa, a parte i gridolini dei giornalisti di Repubblica (pagati per lanciare prodotti inguardabili), un così vertiginosamente ridicolo senso dell'estetica rivela immediatamente un oggetto politico instabile e informe.
E qui facciamola breve: si tratta di un oggetto instabile e informe perchè, oltre alle carenze strutturali presenti dalla fondazione (mancanza di un sapere adeguato alla complessità del presente, un'organizzazione veloce, capillare), si è strutturato secondo esigenze completamente differenti tra loro. Esigenze che non sono inconciliabili a causa delle subculture politiche fondative, ex pci assieme ad ex dc, visto che queste avevano già ampiamente interiorizzato quella riduzione della politica all'immediato presente, e alla banalità comunicativa, che è prerequisito per la presenza di quote di rappresentanza elettorale nelle istituzioni. Piuttosto questa inconciliabilità di fondo tra esigenze diverse, che ha spaccato il PD nell'ora politicamente più seria ad appena sei anni dalla fondazione, sta tra la necessità di rappresentare, da una parte, le esigenze di una parte del lavoro, di una porzione significativa di richiesta di diritti e di welfare mentre dall'altra si è un ceto politico bulimico di potere e affari che, per mantenere la propria rendita di posizione, si è venduto agli agenti di quel dispositivo disastroso di governance che si chiama eurozona.
Anche in termini di stretta esigenza capitalistica il Pd è un assurdo. Da una parte chiede di rappresentare la piccola, piccolissima e media impresa, per non dire delle partite iva, dall'altra è il partito della stretta al credito, a meno che Mussari all'Abi non ce l'avessero messo i marziani, del patto di stabilità che deprime l'economia e della paralisi degli investimenti pubblici. E su quest'ultimo punto, basta seguire il comportamento del Pd quando era al governo con Monti e tutto il dibattito della stampa, dei blog e dei media specializzati degli ultimi dodici mesi.
Poi c'è stato chi ha dato grande rilievo, da sinistra, al ruolo di Fassina nel Pd ma di fronte ai fenomeni di credulità popolare, si sa, si è impotenti. Che un partito così agitato da esigenze contraddittorie, che si vuole giovane ma è persino ingessato nel linguaggio dei suoi giovani, dovesse esplodere era qualcosa che stava nel novero delle possibilità. E' accaduto nel momento più delicato della vita istituzionale degli ultimi decenni e anche questo depone a sfavore dello spessore fondativo
del PD.
Ma perchè il PD è esploso, frammentandosi in diversi tronconi e perdendo segretario e presidente in 24 ore, nelle due prime giornate di elezione del presidente della repubblica?
Anche qui fa bene esporre i fatti in estrema, brutale sintesi. Il PD, partito che ha venduto l'anima alle esigenze peggiori della governance dell'eurozona, doveva (e, se rimane in vita, deve) eleggere un "custode" della costituzione compatibile con la metabolizzazione del fiscal compact, del pareggio in bilancio messo in costituzione (un processo di regressione economica a firma Pd) e con il recepimento del two pack (in sostanza il potere dell'eurozona di porre il veto ai bilanci nazionali). Un vero e proprio liquidatore della costituzione reale messa all'incanto sui mitici mercati internazionali. Il primo candidato proposto da Bersani, ovvero Marini, garantiva queste esigenze in accordo con il Pdl sostanzialmente rappresentante il pacchetto di voti di un mondo televisivo (Berlusconi) minacciato da problemi giudiziari e dalla crisi del mercato. E' saltato tutto, con tanto di occupazioni delle sedi del Pd da parte degli stessi militanti del partito, proprio perchè questo accordo umiliava chi ha dato il grosso dei voti al Pd per tutelare lavoro e welfare e contro Berlusconi. Certo, ci si può domandare su quale galassia vivessero gli elettori e i militanti Pd mentre il loro partito governava con Berlusconi, garantendo i voti per Monti, ma le dinamiche di psicologia sociale hanno una propria misterica autonomia.
Fallito, con perdite, il lancio della candidatura di Marini si è passati a quello della candidatura di Prodi. Inversione nelle alleanze interne, rottura con il Pdl (magari sanabile in futuro), ma stessa logica sul piano europeo: Prodi, già commissario Ue, garantiva verso l'eurozona sostanzialmente gli stessi processi garantiti da Marini. Magari con maggior capacità di trattare un qualche sforamento del deficit annuale di cui l'Italia ha bisogno e che invece, da quel che si legge, l'eurozona potrebbe concedere solo alla Francia (creditrice forte dell'Italia, che rischia di sacrificarsi sia per Berlino che per Parigi). La candidatura Prodi è esplosa in modo più devastante rispetto a quella Marini. Perchè non ha dato una chiara indicazione al Pd per il futuro. La liquidazione della candidatura Marini, a modo suo, sembrava dare un segnale al Pd: "no all'accordo con Berlusconi". La liquefazione di Prodi non dà nemmeno quella, visto che Prodi perde voti sia da destra che da sinistra persino, al netto delle dietrologie, in termini strettamente numerici.
In 36 ore il Pd si è quindi bruciato, in ordine cronologico, per la rielezione del presidente della repubblica:
a) la strada per le larghe intese
b) quella dell'egemonia del centrosinistra
c) la credibilità come king maker, visto che ha proposto candidati votati, in giorni differenti, da tutti i partiti di centrodestra e di centrosinistra meno che dal Pd
d) la catena di comando formale visto che segretario e presidente si sono dimessi.
E' chiaro che qualcosa di nuovo dovrà accadere, che prima o poi un presidente verrà eletto. Ma uno schema simile di sbandamento può riproporsi in caso di tentativo di formazione di un nuovo governo. Con il Pd dilaniato dall'ipotesi di soluzioni differenti. E' la tragedia di un partito ridicolo, costruito da un marketing politico di bassa qualità, senza alcuna infrastruttura di scienza della politica che lo sostenga, aggregando ceti politici famelici, giocando sul mito della sinistra (facendo politica di destra) e rappresentando interessi tra loro divaricanti. Ora questa divaricazione fa sentire il suo peso. Il modo forse fatale.

redazione
20 aprile 2013

sabato 20 aprile 2013

L'ILLEGALIZZAZIONE SISTEMATICA DELLE ORGANIZZAZIONI GIOVANILI BASCHE

Ieri a Donostia(San Sebastian)nei Paesi Baschi c'è stato l'arresto di sei giovani militanti di Segi dopo tre giorni di protesta popolare che ha avuto nell'installazione di un tendone presso una delle vie prinicipali della città e nel suo presidio di centinaia di persone il fulcro centrale della protesta.
Lo Stato fascista di Madrid ha nel mirino tutte le organizzazioni giovanili basche che a turno vengono illegalizzate con l'accusa fin troppo facile per loro che tutto ciò che porti al movimento indipendentista abbia il marchio di fabbrica di Eta,e le leggi di chiaro stampo franchista create dai reazionari del governo spagnolo fanno di tutto affinchè ci sia lo stroncamento di tali movimenti.
L'articolo di Infoaut,cui aggiungo quello di Contropiano che contiene anche links di video con i momenti degli arresti(http://www.contropiano.org/esteri/item/15988-paese-basco-una-muraglia-umana-contro-la-repressione )spiega e fa vedere l'enorme spiegamento di forze della famigerata squadriglia di merde incappucciate dell'Ertzaintza e il loro approccio di affrontare la resistenza passiva dei dimostranti,a manganellate,calci e pugni.
Dopo questa ennesima infame e vergognosa figura di queste merde e l'ancor più grave intervento del governo spagnolo,la lotta per la libertà di Euskal Herria non potrà che essere ancor più forte e determinata di prima.

Arrestati 6 giovani baschi circondati da un muro popolare.
Circa un centinaio di poliziotti hanno impiegato più di due ore nell'arrestare quest'oggi sei giovani baschi condannati dieci giorni fa dal Tribunale Supremo di Madrid a 6 anni di carcere con l'accusa di appartenenza all'organizzazione giovanile basca illegalizzata Segi. Più di due ore per portare via, trascinandole, più di 800 persone che hanno passato la notte nella strada principale di Donostia, per proteggere con i propri corpi i giovani baschi condannati, sui quali da 3 giorni pendeva un mandato di cattura.
Da quando la sentenza del tribunale di Madrid ha decretato il loro arresto, sin da subito nel Boulevard di Donostia è stato allestito, da centinaia di giovani, uno spazio chiamato Aske Gunea (zona libera) per mostrare il loro appoggio ai condannati. In questi giorni, numerose iniziative in solidarietà sono state portate avanti, molti i messaggi di appoggio provenienti da diverse città per l'ennesima operazione giudiziaria che continua a criminalizzare il movimento giovanile basco con il sempreverde teorema “tutto è Eta”. E la solidarietà e l'appoggio dimostrato lo hanno dimostrato sin da subito le centinaia di persone che non solo riempivano quotidianamente la zona liberata nel centro di Donostia e che con mobilitazioni denunciavano l'atteggiamento repressivo da parte dello Stato spagnolo, ma che tutti i giorni hanno accompagnato i giovani condannati nel loro tragitto verso casa e da casa attraverso colonne umane per evitare il loro arresto che sarebbe potuto avvenire in qualsiasi momento.
All'alba di questa mattina, l'ingente dispiegamento di forze di polizia, ha fatto quindi irruzione nella zona del Boulevard di Donostia, con la chiara intenzione di arrestare gli otto giovani, dopo i fallimentari tentativi di giovedì scorso quando per due volte nel corso della mattinata, il muro popolare evitò gli arresti. La polizia ha trascinato quindi una ad una le centinaia di persone che si sono sedute intorno ai giovani; un'operazione violenta che ha causato alcuni feriti tra i presenti decisi a non abbandonare la zona. Dopo più di due ore, la polizia ha arrestato Oier Lorente, Mikel Arretxe, Aitor Olaizola, Egoi Alberdi, Adur Fernández e Ekaitz Ezkerra, inizialmente portati tutti e sei nel carcere di Martutene e successivamente trasferiti in altre prigioni.
Durante il blitz messo in atto oggi, altri due giovani presenti sono stati arrestati con l'accusa di “attentato alle autorità” e successivamente rilasciati. La polizia ha continuato durante la mattinata a controllare gli accessi alla zona e a identificare i giovani. Intanto per le 20 di stasera è previsto un presidio in solidarietà ai giovani arrestati a Barcellona, mentre dalle 19, si sta svolgendo a Donostia una manifestazione alla quale stanno partecipando migliaia di persone.