mercoledì 13 aprile 2022

PREZZEMOLINO

Ormai presente ovunque nei notiziari,sulle prime pagine di quotidiani e di rotocalchi,negli "speciali" che non sono più tali in quanto giornalieri sulle emittenti televisive,il presidente ucraino Zelensky è una sorta di prezzemolino cui siamo abituati e che certamente in molti di noi vorrebbero vederlo meno.
Più che guardarlo direi che è la sua voce e quello che dice che ha stancato e parecchio,uno che nello stesso discorso vuole la pace ma che chiede munizioni e armi,che parla di dialogo ma che ogni santo giorno vuole la morte del nemico,uno che ha fatto soldi e fortuna con la televisione e che ora è un signore della guerra.
Il pressapochismo politico del presidente Zelensky è proprio del ritrito populismo e qualunquismo della destra(molto estrema)che viene propinata in tutto il mondo e da molti decenni,e che trova ancora proseliti salvo poi capire quando è troppo tardi di aver creduto a delle fandonie.
L'articolo preso da Contropiano(i-professionisti-della-comunicazione-che-gestiscono-zelenskij )è un piccolo contributo che riguarda la gestione dell'immagine di Zelensky che è ormai ospite in tutti i parlamenti mondiali a cadenza giornaliera e che continua la sua calcolata carità piangendo per se stesso più che per ucraini(che se la passano parecchio male ed è un eufemismo)e che parla di violenze presunte o meno dalla controparte russa mentre il suo esercito è composto di agnellini,tirando in ballo stragi,torture,crimini di guerra,uso di armi chimiche e proibite almeno una volta al giorno.
La guerra è una brutta cosa e certamente mettendoci il muso e le parole quotidianamente non fermerà questa tragedia che l'Ucraina ha cominciato dal 2014 e che ora ha il sostegno di tutto un occidente che non riesce a capire che gli Usa,l'Ue e la Nato sono i principali artefici di questo conflitto.

I professionisti della comunicazione che gestiscono Zelenskij.

di Pierluigi Fagan *

Alcuni si sono irritati e sorpresi dai miei recenti toni con cui ho trattato Zelensky. Chiunque abbia avuto esperienze di marketing e pubblicità non potrà non notare come tutta la narrazione Zelensky ricalchi in tutta evidenza una chiara strategia.

Forse questa affermazione risulterà infondata ai più, ma io ho lavorato in quel campo per due decenni e passa, diciamo ad alti livelli, con una specializzazione professionale specifica proprio in strategie di marketing e comunicazione.

Non c’è alcuna possibilità che possiate sostenere il contrario, credetemi, la mia non è una convinzione politica è meramente una constatazione tecnica.

Zelensky è il testimonial (bravissimo) di una strategia di comunicazione (abilissima e molto professionale) che presuppone un abilissimo team che ne cura immagine e testi, team ovviamente non ucraino.

Ma è anche un PR con un altro team che gli apre porte di parlamenti, interventi nelle piazze pacifiste, interviste, servizi copertina e da ultimo anche merchandising e tutto il noto sistema che accompagna il format “rivoluzioni colorate”.

E chi lo dirige gestisce anche le sue relazioni internazionali, l’amicizia con i Trimarium in funzione anti-UE, gli attacchi a Germania e qualche volta Israele, l’ambiguo rapporto con la Turchia che sta nella NATO tanto quanto si bilancia con la Russia e molto altro.

O mi volete dire che un comico ucraino in politica da tre anni con un Paese al 133° posto per Pil, è in grado di far tutto questo da solo?

Ogni giorno concede qualcosa facendo respirare gli animi pacifisti e ragionevoli, un minuto dopo fa marcia indietro.

Ogni giorno alza la posta paranoica contro l’inumanità russa (che è per molti versi obiettiva), poi chiede più armi, più soldi, più riconoscimento e più odio per il nemico.

Ogni giorno noi non abbiamo alcuna informazione terza sui teatri di guerra, ma abbiamo cori di esperti che fanno sperare: “i russi sono impantanati”, “i russi cedono psicologicamente”, “i russi stanno preparando attacchi biochimici ed atomici (quando queste sono pari accuse fatte dai russi nei loro confronti).

Non vediamo i militari russi, non vediamo i militari ucraini, vediamo solo immagini ucraine e sentiamo solo comunicati ucraini.

Se c’è speranza, c’è un invio d’armi e tutto il circuito si rilancia.

Ogni giorno gli europei vanno incontro a questo tsunami emotivo terrorizzante spinti da dirette h24 gestite da professionisti della comunicazione che non hanno mai un dubbio, un’alzata di sopracciglio, un possibile ricordo del necessario bilanciamento quando si stratta di comunicazione di guerra.

Così i popoli, così i loro intellettuali principali, così i partiti annichiliti.

Granelli di sabbia in questa abbondante vasellina sono subito coperti di ignominia ed ostracizzati.

* da Facebook

lunedì 11 aprile 2022

L' ERGASTOLO A BELLINI

L'ennesimo capitolo del processo per la strage di Bologna ha visto negli scorsi giorni la pena dell'ergastolo per Paolo Bellini per concorso in strage e due pene di 6 e 4 anni rispettivamente per Piergiorgio Segantel(carabiniere)e Domenico Catracchia(faccendiere)per depistaggio e false informazioni.
L'ex terrorista neofascista di Avanguardia nazionale era l'ultimo in ordine cronologico a venire giudicato come esecutore dell'attentato dopo i già condannati Mambro,Fioravanti,Ciavardini e Cavallini(quest'ultimo ha un processo d'appello l'anno prossimo)mentre il processo ai mandanti,ormai deceduti quasi tutti quelli riconosciuti colpevoli(vedi:madn il-capitolo-finale-sui-mandanti-della strage di bologna )è terminato del 2020.
L'articolo proposto(www.ecn.org/antifa strage-di-bologna-ergastolo )parla della sentenza e ripercorre brevemente la cronaca di questi quarant'anni e oltre di una delle pagine più tragiche e vergognose della storia italiana.

Strage di Bologna, ergastolo all’ex terrorista di Avanguardia Nazionale Paolo Bellini, 6 anni per l’ex carabiniere Segatel e 4 anni a Catracchia · 

L'ex terrorista di Avanguardia Nazionale è stato imputato dopo che la Procura generale ha avocato l'inchiesta sui mandanti. Accusando, da morti, quindi non processabili, il capo della P2 Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi

Ergastolo per Paolo Bellini, sei anni per Piergiorgio Segatel e 4 anni a Domenico Cataracchia. La Corte d’assise di Bologna ha emesso la sentenza per la strage di Bologna nel processo che ha portato sul banco degli imputati l’ex terrorista di Avanguardia Nazionale, accusato di concorso nella strage del 2 agosto 1980, l’ex capitano dei carabiniere, imputato per depistaggio e l’ex amministratore di condomini in via Gradoli a Roma accusato di false informazioni al pm al fine di sviare le indagini. Per l’attentato in cui morirono 85 persone e altre 200 rimasero ferite sono stati condannati in via definitiva gli ex Nar Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini e in primo grado Gilberto Cavallini il cui processo di secondo grado è stato rinviato al 2023. Bellini – sulla cui figura Paper First ha pubblicato il libro L’uomo Nero e le stragi a cura di Giovanni Vignali – è stato imputato dopo che la Procura generale ha avocato l’inchiesta sui mandanti. Accusando, da morti, quindi non processabili, il capo della P2 Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi.

Il procuratore generale di Bologna aveva chiesto l’ergastolo e l’isolamento per Bellini, 6 anni per Segatel e 3 anni e mezzo per Catracchia. “Noi abbiamo qualificato il fatto come crimine punito dall’articolo 285 del codice penale, perché si tratta di un crimine contro la personalità dello Stato” aveva detto il rappresentante dell’accusa. “La strage non colpisce soltanto le vittime malcapitate ma offende un valore, il valore principale della nostra Repubblica, che è la democrazia. Perché se io col sangue tento di condizionare la vita democratica, i flussi di voto, il consenso – aveva aggiunto Umberto Palma – tento di far scattare una reazione che possa influenzare la vita politica del Paese e offendo la Costituzione, il Paese stesso, l’Italia”. Ecco perché questa “strage è un crimine contro la personalità dello Stato, perché parti offese non solo solo le vittime, ma anche la comunità, Bologna, la democrazia e la personalità dello Stato e l’articolo 285 del codice penale tratteggia la strage come delitto contro la personalità dello Stato”. Bellini è accusato di essere uno degli autori della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, in concorso con gli ex Nar già condannati e con Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi, tutti deceduti e non più imputabili, ma ritenuti mandanti, finanziatori o organizzatori dell’attentato.

Gli inquirenti – che nel gennaio del 2021 avevano chiuso le indagini su mandanti – avevano rintracciato un filo nero che dal Maestro Venerabile della P2 è passato, secondo la loro ricostruzione, dal cuore dello Stato per finire agli estremisti di destra, incrociando agenti dell’intelligence e faccendieri, assoldati per depistare le indagini. Quella che era stata una suggestione era quindi diventata una vera ipotesi investigativa e infine un processo. Per l’accusa infattu fu la loggia massonica Propaganda 2 a organizzare e finanziare la strage di Bologna. E dietro alla bomba alla stazione c’erano quattro menti nere: quelle di Licio Gelli, del suo braccio destro Umberto Ortolani, del potentissimo capo dell’ufficio Affari riservati del Viminale, Federico Umberto D’Amato, e del piduista senatore del Msi, Mario Tedeschi. Tutti morti e quindi non imputabili. A processo invece erano andati Bellini, Segatel, Catracchia e l’ex generale del Sisde Quintino Spella morto un anno fa.

Per tre testimoni e altrettanti consulenti, tra i quali tre tecnici della polizia Scientifica, i giudici hanno disposto di inviare i verbali al Pm per valutare eventuali ipotesi sui reati di falsa testimonianza, e frode in processo penale e depistaggio. Si tratta dell’avvocato Stefano Menicacci, ex deputato dell’Msi e già difensore di Stefano Delle Chiaie, che presentò Bellini, all’epoca latitante, all’aeroclub di Foligno. Poi Giancarlo Di Nunzio, cointestatario, insieme allo zio Giorgio, di un conto corrente sul quale sarebbe transitata la prima tranche di soldi poi utilizzati per finanziare la strage. E infine Piercelso Mezzadri, personaggio vicino agli ambienti dell’estrema destra emiliana, legato a Bellini.

Rischiano un’indagine anche i tre tecnici della polizia Scientifica, Fabio Giampà, Stefano Delfino e Giacomo Rogliero, che chiamati dalla Procura generale a ripulire una intercettazione ambientale del leader veneto di Ordine Nuovo, Carlo Maria Maggi, in cui secondo l’accusa si faceva riferimento ad un ‘aviere’ che avrebbe portato la bomba in stazione a Bologna, nella loro relazione hanno affermato che in realtà la parola potrebbe non essere ‘aviere’, ma bensì ‘corriere’. Secondo la Procura, però, questa interpretazione, visto che i tecnici della Scientifica hanno ammesso di aver consultato anche fonti aperte (come articoli di giornale che parlavano del processo), è influenzata dalle ipotesi poi archiviate sulla pista palestinese, soprattutto quando fa riferimento allo scoppio per errore della bomba in stazione, trasportata proprio da un corriere.

Alla lettura della sentenza nel nuovo processo sulla Strage di Bologna l’aula della Corte di assise, gremita di familiari delle vittime, ha reagito con gioia composta. Abbracci e sollievo, con gli avvocati di parte civile e con il sindaco Matteo Lepore e la vicepresidente della Regione Elly Schlein, presente alla lettura del dispositivo. “Ottimo, bene. Confido nel fatto che la mole di documenti uscita da questi processo potrà essere utile anche per altri processi riguardanti le stragi e non solo. È l’inizio del percorso verso la verità, mancano le responsabilità politiche” commenta con l’Adnkronos di Paolo Bolognesi, presidente del comitato familiari delle vittime della strage di Bologna.

 https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/04/06/strage-di-bologna-la-sentenza-ergastolo-a-paolo-bellini-6-anni-per-segatel-e-4-a-catracchia/6550508/

mercoledì 6 aprile 2022

UNA GIUSTIZIA ROSICCHIATA

E' difficile pronunciare la parola giustizia dopo dodici anni di infamie e di accuse,di depistaggi riusciti ed altri svelati,di lotta strenua di una sorella e del suo avvocato,di carabinieri cattivi e criminali e di altri con una coscienza.
La storia di Stefano Cucchi,della sua vita,delle sue debolezze,del suo arresto e del suo assassinio è ormai nota e riassunta nel redazionale di Contropiano(giustizia-per-stefano-cucchi-dopo-dodici-anni e vedi anche un articolo dell'ottobre del 2009:madn ci-sara-la-verita?)che ci racconta la fine dell'iter giudiziario di una lentezza disarmante e che in pochi si possono permettere se non con la tenacia e l'aiuto di molti,che ha siglato tra le pene principali i dodici anni di carcere ai carabinieri Di Bernardo e D'Alessandro rei di omicidio preterintenzionale dopo avere massacrato di botte Cucchi sotto la loro custodia.
La foto di presentazione che vede Stefano Cucchi sorridente è affiancata da quelle di quattro rifiuti umani che hanno prestato servizio in politica che corrispondono ai nomi di Salvini,Tonelli,Giovanardi e La Russa,che hanno le mani insanguinate come quelle dei carabinieri condannati assieme a coloro che hanno gettando fango(sto tranquillo)a Cucchi e altre persone ammazzate dallo Stato e difeso senza se e senza ma i loro aguzzini.
Anche se rimangono ancora troppi lati oscuri e ci sono i vertici dell'arma che hanno tentato di gettare tutto lo sporco sotto al tappeto che ne sono usciti(speriamo momentaneamente)puliti,è tuttavia una sentenza definitiva che è una mosca bianca in un paese come l'Italia,prodiga ad usare violenza e tortura sia durante gli arresti che durante la carcerazione.

Giustizia per Stefano Cucchi, dopo dodici anni.

di Redazione Contropiano

La Cassazione ha condannato in via definitiva a 12 anni – un anno in meno rispetto alla sentenza di appello – i due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, accusati di omicidio preterintenzionale per il pestaggio e alla morte di Stefano Cucchi.

Per i due carabinieri condannati dovrebbero a questo punto aprirsi le porte del carcere. Per puro caso, le condanne sono della stessa dimensione del tempo passato a combattere i depistaggi che l’Arma dei Carabinieri – a diversi livelli – ha messo in atto, fino a costringere a ben dieci processi per arrivare infine a stabilire questa verità che appariva evidente fin dal primo momento.

Prima della sentenza, il procuratore generale della Cassazione, Tomaso Epidendio ha dichiarato che i carabinieri hanno “voluto infliggere a Cucchi una severa punizione corporale di straordinaria gravità, per il suo comportamento strafottente. Tutto qui è drammaticamente grave ma concettualmente semplice: senza i calci, gli schiaffi, le spinte, ci sarebbe stata la frattura della vertebra? La risposta è palesemente negativa”.

La ricostruzione dei fatti – che riprendiamo per semplicità da Wired – è, nella sua dinamica abbastanza semplice, ex post.

Stefano Cucchi, la sera del 15 ottobre 2009, veniva arrestato da una pattuglia di carabinieri per il possesso di circa 20 grammi di hashish, 2 grammi di cocaina e due pastiglie di ecstasy.

Prima di essere portato in caserma, il giovane deve condurre i carabinieri a casa dei suoi genitori, dove viveva, per la perquisizione dell’alloggio. L’operazione non porta a nulla, tranne alla constatazione da parte della coppia che loro figlio si trova in buone condizioni fisiche e di salute. Un dettaglio che si rivelerà fondamentale nei successivi 13 anni.

Quella notte, Stefano la passa in caserma, da dove viene allertato il 118 per verificare il suo stato di salute. In poche ore, insomma, le sue condizioni passano da “buone” a “critiche”, tanto da dover essere chiamata un’ambulanza (cosa che, in una caserma dei carabinieri, avviene solo in casi davvero estremi).

In base ai resoconti e ai verbali dei carabinieri, Cucchi avrebbe rifiutato la visita medica, cosa che appare comprensibile solo per chi conosce da vicino le dinamiche e i comportamenti “obbligati” della detenzione (“sono caduto per le scale”, si usa dire dopo aver subito un pestaggio).

Il giorno successivo, prima dell’udienza per la conferma dell’arresto, il ragazzo viene consegnato alla polizia penitenziaria. Gli agenti a quel punto pretendono che Stefano sia sottoposto a una visita medica, dalla quale emergono forti lesioni alla regione sacrale, cioè alle vertebre più basse della colonna, e alle gambe.

Di nuovo, i verbali sostengono che Stefano abbia rifiutato una controllo più accurato.

Appare chiaro, insomma, che i “secondini” – vendendolo in condizioni critiche – abbiamo voluto una certificazione sanitaria che escludesse fossero loro gli autori del pestaggio pestaggio. Un detenuto, in questa trafila, viene trattato come un “pacco”: ogni nuovo “lavorante” che lo prende in carico vuole che siano precisate le condizioni in cui gli arriva…

Durante l’udienza l’arresto viene convalidato, ma Stefano Cucchi, invece che in un ospedale, viene spostato nel carcere di Regina Coeli a Roma.

Segue subito l’ennesima visita medica e, questa volta, il dottore ne richiede l’immediato ricovero presso l’ospedale Fatebenefratelli. I verbali riferiscono che Stefano Cucchi avrebbe rifiutato il ricovero, venendo dimesso con la diagnosi di diverse fratture e numerosi ematomi.

Ufficialmente, i referti sostengono che la causa delle lesioni sarebbe stata una caduta dalle scale.

Passa un altro giorno e Stefano non può non andare in ospedale. Gli viene così imposto il ricovero, presso il reparto di “medicina protetta” del Pertini (in realtà una sezione specifica per detenuti).

Nonostante le sue condizioni precarie, l’amministrazione penitenziaria impedisce ogni visita alla famiglia Cucchi. Tre giorni dopo, alle 6 del mattino del 22 ottobre 2009, Stefano muore da solo, senza aver nemmeno potuto salutare i genitori e la sorella.

Il lunghissimo iter processuale non è però ancora arrivato al punto finale. O almeno non per tutti i carabinieri coinvolti nell’omicidio.

Ci sarà un processo di appello bis per il reato di falso nei confronti dei carabinieri Roberto Mandolini e per Francesco Tedesco, condannati in appello a 4 e a 2 anni e mezzo. Per questo reato però la prescrizione è ormai imminente, a maggio.

Tra pochi giorni, giovedì 7 aprile, è inoltre prevista la sentenza del processo sui presunti depistaggi dopo il decesso di Cucchi, che vede imputati otto carabinieri con diversi gradi – anche alti – accusati a vario titolo di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia e per i quali il pm ha chiesto condanne che vanno da 1 anno e 1 mese fino a 7 anni.

Giustamente soddisfatte, dopo la sentenza definitiva della Cassazione, le dichiarazioni dei familiari e del loro avvocato, Fabio Anselmo, autentico protagonista di questa lunghissima battaglia giudiziaria.

“A questo punto possiamo mettere la parola fine su questa prima parte del processo sull’omicidio di Stefano. Possiamo dire che è stato ucciso di botte, che giustizia è stata fatta nei confronti di coloro che ce l’hanno portato via. Devo ringraziare tante persone, il mio pensiero in questo momento va ai miei genitori che di tutto questo si sono ammalati e non possono essere con noi, va ai miei avvocati Fabio Anselmo e Stefano Maccioni e un grande grazie al dottor Giovanni Musarò che ci ha portato fin qui”, ha detto Ilaria Cucchi dopo la sentenza.

“Finalmente è arrivata giustizia dopo tanti anni almeno nei confronti di chi ha picchiato Stefano causandone la morte“, ha aggiunto Rita Calore, madre di Stefano Cucchi, riportate dal suo legale Stefano Maccioni.

“Questi occhi hanno visto finalmente Giustizia. Stefano Cucchi è stato ucciso dai due carabinieri che lo arrestarono la notte tra il 15 e 16 ottobre 2009. Questa sentenza la dedichiamo ai medici legali Arbarello e Cattaneo che parlarono di caduta probabilmente accidentale e di lesioni lievi. Ora i responsabili dell’omicidio di Stefano saranno incarcerati”.

Così in un post su Facebook l’avvocato Fabio Anselmo, legale di Ilaria Cucchi, dopo la sentenza.

Ma non è finita, dicevamo. I carabinieri – tra cui alcuni alti ufficiali – responsabili dei depistaggi devono subire anche loro, se non altro per la semplice logica degli eventi, una condanna proporzionata.

venerdì 1 aprile 2022

UN MESE DALL' AGGRESSIONE MORTALE A YVAN COLONNA

E 'passato un mese dall'aggressione che si è rilevata mortale ai danni di Yvan Colonna,uno dei nomi dell'indipendentismo corso più conosciuti e rispettati,avvenuta nel carcere di Arles dove un detenuto jihadista lo ha strangolato provocandone la morte sopraggiunta il 21 marzo.
Ed è da quel 2 marzo che la Corsica e soprattutto a Bastia ci sono proteste contro quello che è istituzionalmente francese perché l'omicidio di Colonna è visto come un intervento diretto dello Stato vista la dinamica della violenza e l'assenza d'intervento delle complici guardie carcerarie.
Yvan Colonna,militante dell'FNLC(il fronte di liberazione nazionale corso),era stato condannato in via definitiva all'ergastolo per il presunto omicidio del prefetto Érignac avvenuto verso la fine degli anni novanta con prove circostanziali in un processo farsa in cui si è sempre professato innocente.
L'articolo di Agi(rivolta-giovani-corsica-francia-assassina-mito-yvan-colonna )racconta dell'ultimo mese tra l'aggressione,le proteste scaturite,la morte ed il funerale di Yvan Colonna,cui hanno presenziato molti politici indipendentisti e tanti corsi di tutte le età per manifestare la propria vicinanza ad una figura storica ed ormai leggendaria della lotta all'autodeterminazione del popolo della Corsica dal giogo francese(vedi:madn la-corsica-e-il-silenzio-di-parigi ).

La rivolta dei giovani in Corsica contro la Francia "assassina" del mito Yvan Colonna.

Viaggio nell'isola scossa dall'omicidio in carcere di Yvan Colonna, una delle figure più carismatiche dell'indipendentismo. Proteste di piazza, guidate dalla ‘Ghjuventù Corsa’, e feriti negli scontri con la polizia, accompagnano le richieste di autonomia sempre più pressanti a Parigi, a poche settimane dalle elezioni

di Manuela D'Alessandro

27 marzo 2022

AGI -  A Cargése ci sono due chiesine una di fronte all’altra: una è latina, l’altra greco-ortodossa. Per trenta minuti le campane di entrambe suonano a morto nella valle ammutolita dove splendono gli elicrisi colore del sole.

Quello a Yvan Colonna potrebbe sembrare l’assurdo funerale di Stato a un uomo che per lo Stato è un criminale. Perché sono presenti quattro parlamentari, il presidente della Regione, Gilles Simeoni, i vigili del fuoco che attendono la bara all’ingresso della chiesa latina accanto a un’opera in legno che raffigura il defunto e perché le bandiere sventolano e un prete indica chi non c’è più come “esempio di passione e attaccamento alla sua terra”.

Invece è un funerale ‘contro’ “lo Statu francese assassinu”, così hanno scritto in rosso e nero sui muri e sugli striscioni appesi alle finestre. Il saluto a Colonna, aggredito il 2 marzo da un compagno di cella mentre stava scontando l’ergastolo per aver ucciso il prefetto Claude Erignac nel 1998, segna una pausa di raccoglimento dopo giorni di dolore e rabbia rovesciati nelle strade della Corsica col bilancio di una sessantina di feriti a Bastia.

In nome del suo ‘enfant du pays’, una parte dell’isola, tra cui tantissimi giovani uniti nel movimento separatista ‘Ghjuventù Corsa’, ripropone con una forza nuova i temi antichi dell’autonomia e, in misura minoritaria, dell’indipendenza.

Nessuna delle cinquemila persone che trattengono il fiato mentre il feretro avvolto dalla bandiera col Moro scende lentamente verso la chiesa da una strada scoscesa crede che l’ex  pastore di pecore abbia ammazzato il prefetto e tutti sono convinti che la polizia francese abbia assistito per una decina di minuti, senza voler intervenire, al suo strangolamento nel carcere provenzale di Arles. 

Nelle prime file ad aspettare la bara c’è Renato Corti, 78 anni, considerato uno dei più importanti intellettuali corsi e un raffinato poeta. Tutti lo salutano con rispetto e ammirazione. “Come da 150 anni a questa parte lo Stato francese tortura gli innocenti e li assassina - dice all’AGI -. Ricordiamoci che nel diciottesimo secolo, quello dei lumi, qui i francesi impiccavano i giovani ai lecci e ai castagni”. Corti sembra commosso: “La morte di Yvan è per me devastante. Non ci siamo mai visti ma abbiamo tenuto una corrispondenza lunga 19 anni in cui ho avuto modo di conoscere la sua lucida visione politica”. Ora sta pensando di pubblicare queste lettere come testamento dell’amico.

In un bar  al centro del paese il deputato nazionalista Paul - André Colombani discute coi suoi elettori con grande familiarità. In Corsica ci sono 340mila abitanti, il rapporto tra chi vota e i rappresentanti è molto stretto. “E’ la sola isola del Mediterraneo che non ha uno statuto di autonomia, come per esempio la Sardegna e la Sicilia - spiega -. Tutto viene deciso a Parigi. I giovani che hanno manifestato a Bastia non se la sono presa coi negozi, non hanno distrutto le automobili, se la sono presa coi simboli dello Stato. Questo vuol dire che hanno una profonda cultura politica alle spalle”.

Tra le richieste alla Francia, sottolinea, c’è quella di far tornare a ‘casa’ a scontare la pena Alan Ferrandi e Pierre Alessandri, gli altri due corsi accusati dell’omicidio di Erignac che sono in carcere nell’Île-de-France. 

Il giorno del funerale è stata proclamata una giornata, come la chiamano qui,  di 'Isula morta’. Trasporti pubblici fermi, negozi chiusi. Ovunque da Bastia ad Ajaccio, sui vagoni dei treni, sui muri degli edifici pubblici e dello stadio, in tutti i colori, è apparsa la scritta: ‘Gloria à te, Yvan” accompagnata dall’immagine del suo volto giovane e fascinoso coi lunghi capelli e l’aria di sfida negli occhi.

La bandiera col Moro bendato di bianco, affiancata al funerale da quella sarda dei 4 Mori e dai vessilli basco e catalano, viene posata perfino tra gli arbusti delle ginestre appena esplose  nei prati di questa montagna aspra ingentilita dai fiori in mezzo a un mare favoloso.

E’ stato aperto anche un ‘livre d’or’ online dove migliaia di persone stanno lasciando un messaggio d’affetto per la moglie e i due figli di Colonna che, poco prima delle esequie, si sono stretti in un momento intimo sotto agli ulivi che il pastore piantò prima di andarsene dalla Corsica. Il più giovane dei ragazzi ha deciso di diventare pastore come Yvan che invece si distanziò dal padre deputato autonomista, assumendo posizioni molto più radicali di separatismo.

“Colonna è diventato il simbolo di quella che viene percepita come un’ingiustizia generale - riflette il politologo André Fazi, docente all’Università di Corte -. Ventimila persone che manifestano per la Corsica è un numero enorme. La sua morte fa venire a galla la attese deluse soprattutto dopo i successi dei nazionalisti sempre crescenti alle ultime elezioni che Macron, peraltro, non si aspettava. Il Governo non ha mai risposto alle domande democraticamente legittime di questi anni. Tra le ragioni dello scontento c’è anche la difficoltà per i giovani con un’istruzione qualificata a trovare un lavoro perché l’economia è dominata solo dal turismo, dalla grande distribuzione e dal settore immobiliare”. Secondo Fazi, “il discorso dell’indipendenza non è pensabile se non a medio termine perché prima ci vorrebbe uno sviluppo economico. Ora la questione è l’autonomia e Macron sembra essere più aperto.  Anche se sembrerebbe voler concedere un’autonomia ‘monca’ sotto un controllo politico che passi da Parigi, il che la svuoterebbe di senso”. 

Chi era Yvan Colonna per il popolo? “Era la nostra identità, un uomo d’onore attaccato alla sua terra” risponde sicuro Thomas, sorseggiando una birra al tavolo con Colombani. “La Francia ha sempre parlato di noi come del problema corso, ma sbaglia prospettiva. Il problema sono loro. Come prima cosa, dovrebbero riconoscere la nostra lingua e la nostra cultura” dice Lisandro, che lavora per una delle tre imprese isolane che imbottigliano le acque minerali locali.

Cosa succederà adesso? Pierre Savelli, il sindaco di Bastia del partito autonomista Femu Corsica, guarda alle promesse di Parigi. “Penso che, per il momento, la calma debba tornare. E' la volontà espressa dalla famiglia Colonna e il governo ha annunciato che i due prigionieri politici a metà aprile saranno trasferiti nelle carceri corse. E’ stata chiesta la verità sulla morte di Colonna e ci sono un’inchiesta giudiziaria  e una commissione parlamentare che la cercheranno. Infine, Parigi ha promesso che si farà insieme un percorso per lo statuto di autonomia i cui tempi saranno comunicati a breve. Il governo ha assunto degli impegni che devono essere seguiti”.

Bastia guarda molto avanti e lavora per essere tra le candidate al ruolo di capitale europea della cultura nel 2028. “Per costruire l’Europa ci vogliono regioni più autonome”  sostiene il sindaco.

La prospettiva dell’indipendentista Ghjuvan Guido Talamoni, anche lui a Cargese, è diversa ma deve trovare una sponda che al momento non ha per diventare praticabile: “Parigi si è svegliata dopo anni di sonno grazie alle manifestazioni dei giovani dietro ai quali, posso assicurarlo, non c’è nessun partito. Ha mandato subito il ministro dell’Interno per spegnere il fuoco perché tra poco si svolgeranno le elezioni presidenziali, promettendo un’autonomia il cui contenuto però non è stato svelato e noi con le parole non ci facciamo niente. Per i giuristi di tutto il mondo autonomia significa trasferimento del potere legislativo, qui sembra che si debba passare ancora dal centro. Abbiamo capito che lo Stato reagisce solo alle dimostrazioni di forza. Quello che sono riusciti a ottenere i giovani in pochi giorni è molto di più di quanto abbiamo avuto noi e gli autonomisti nonostante abbiamo vinto tutte le elezioni degli ultimi 20 anni anni con un largo margine. Ora vorremmo che i nostri alleati autonomisti in Assemblea regionale abbiano il coraggio politico di proseguire su questa strada. Basta prostrarci per chiedere a Parigi di riceverci e discutere, possiamo bloccare tutto e ribaltare i rapporti di forza se si fermano i nostri agricoltori, i nostri marittimi e se i nostri eletti smettono di riferire al Prefetto che è il vero potere della Corsica. Simeoni, al suo cospetto, non comanda niente”. 

In queste ore gira sui social un video in cui si sentono i militari della caserma ‘Furiani’ di Bastia cantare l’inno francese. Sarebbe avvenuto, ma su questo non ci sono certezze, proprio durante il funerale. “Gli ignobili cani da guardia dello Stato hanno gioito per la morte di un patriota” è stato il commento di Ghjuventù Corsa  che ha annunciato nuovi presidi davanti alle prefetture nel frattempo impegnate a erigere muri anti sommossa.

Difficile prevedere cosa accadrà ma l’immagine finale dell’addio a Colonna, ora consegnato al mito dei corsi, racconta l’intensità di questo momento storico. Dopo le esequie, tutti i partecipanti al funerale hanno camminato in corteo silenzioso alcuni chilometri per raggiungere il cimitero e dare un’ultima carezza a Yvan.

Nella prima oscurità della sera, tutti hanno intonato, quelli che sono riusciti a entrare nel camposanto e gli altri rimasti fuori, anche molto lontano, il canto popolare che si impara da bambini, ’Corsica nostra’. “Terra d’eroe rizzati libera, fallo per noi/I to figlioli pronti a à marchjà/Portanu u nome di libertà/ i to figlioli pronti à luttà”. 

giovedì 24 marzo 2022

IL PARLAMENTO EIACULANTE PER LA GUERRA

Il tour mondiale del presidente ucraino Zelensky ha toccato recentemente anche l'Italia dove in poco meno di venti minuti ha parlato a una folla di politici eiaculanti sciorinando non la solita aggressiva invettiva contro la cattivissima Russia e per la santificata Ucraina,ma bensì usando termini più diplomatici.
Come si evince nell'articolo di Contropiano(il-prudente-zelensky-e-lo-squallido-draghi )non si è parlato direttamente di invio di armi e di proclami sensazionalistici su futuri e tragici conflitti mondiali,e nemmeno ha accostato la Resistenza italiana e l'attuale guerra ucraina,cosa che ha fatto un sempre più imbarazzante Draghi seguito da un confuso Mattarella oggi nel giorno della commemorazione della strage delle Fosse Ardeatine.
Come detto i presenti in Parlamento hanno elogiato con applausi scroscianti l'intervento di Zelensky arrivato al potere alla fine di un golpe,in un'unione quasi totale a parte poche e singole eccezioni che riguardano politici che hanno ancora un'opinione immune dall'ingerenza statunitense ed europea.
Perché nonostante i guai di casa nostra con un carovita sempre più opprimente si è deciso di aumentare la spesa pubblica per la guerra,con tutti(quasi come detto sopra)ben felici di approvare questi nuovi stanziamenti in barba alla Costituzione italiana e al pensiero della maggior parte degli italiani che sono contro la guerra e che vogliono una soluzione diplomatica al conflitto.
Il Pd che è il "volto umano" della destra più reazionaria e guerrafondaia approva il tutto confermando quello che fecero i loro antenati proprio nell'anniversario del bombardamento di Belgrado nel 1999:il voto è alle porte ed è necessaria un'alternativa a tutta questa accozzaglia di politicanti che parlano di pace e che hanno il fucile nascosto dietro la schiena.

Il prudente Zelensky e lo squallido Draghi.

di  Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)   

È stato un discorso più prudente, rispetto ai suoi soliti standard, quello di Zelensky al Parlamento italiano. Secondo alcuni commentatori ciò sarebbe dovuto al fatto che il presidente ucraino, dopo la telefonata con il Papa, abbia ritenuto controproducente parlare, come sinora ha sempre fatto, di No-fly-zone e Terza guerra mondiale, proprio là dove il Papa risiede. 

Zelensky non ha neppure usato il paragone, che tutti aspettavano, tra Resistenza antifascista e guerra in Ucraina. Dopo lo scandalo e le proteste in Israele per l’accostamento della condizione degli ucraini a quella degli ebrei sterminati da Hitler, il presidente ucraino ha ritenuto di non fare quei discorsi che da noi urlano ogni giorno i peggiori guerrafondai del PD.

L’intervento di Zelensky è stato un passo di diplomazia, vedremo se puramente tattico, visto anche che il governo italiano non conta nulla nelle decisioni importanti. Oppure perché fondato su trattative che non conosciamo. Vedremo. 

In ogni caso è stato Draghi a pavoneggiarsi in un stupido e ridicolo intervento guerrafondaio. Lui ha parlato di Resistenza e armi agli ucraini, mentre Zelensky aveva fatto solo rifermento alle sanzioni. Un gioco delle parti? Può essere, ma con il governo italiano che svolge il ruolo dell’utile idiota. 

C’è da vergognarsi di Draghi e della nullità che rappresenta, quando un ruolo davvero di mediazione dell’Italia oggi sarebbe stato fondamentale, per fermare la guerra e per un vero aiuto al popolo ucraino. Ma invece inviamo armi, in un clima di interventismo dannunziano, nel quale la grande stampa sta toccando vertici di ignominia. 

Una cosa è chiara: la fine della guerra non passerà certo per la nostra indecente classe politica. Per questo oggi più che mai mobilitiamoci contro la guerra e la partecipazione italiana alla guerra. Chiediamo noi il cessate il fuoco. Possiamo fare di più noi che i nostri squallidi governanti.

martedì 22 marzo 2022

RUSSOFOBIA

La diffidenza se non il disprezzo cui siamo abituati ormai da quasi un mese per tutto quello che è russo o riconducibile alla Russia ha veramente stancato e solamente degli idioti totali potrebbero approvare una denigrazione di un territorio che in fatto di cultura e di progresso non è secondo a nessuno.
La russofobia è un nemico antico,millenario,perché quando non si conosce a dovere il tuo vicino o il tuo prossimo allora per forze dev'essere tacciato di infamie e di colpevolezze su tutto,ma è sempre stato così e purtroppo sempre lo sarà,e questo vale sia per la Russia,per l'Africa e l'Asia e il Sud America per non parlare delle differenze religiose tra i vari popoli.
Il tutto nasce nell'occidente dove negli ultimi secoli(Europa e Usa)è riuscito a compattarsi e a pretendere di essere sempre dalla parte del giusto illuminati da un Dio che è dalla loro parte,perché le vite altrui,soprattutto quelle dei pagani o degli infedeli,non contano poi molto.
Tornando agli articoli proposti nel primo(contropiano la-russofobia-e-una-pericolosa-patologia )c'è l'intervento di Moni Ovadia che parla proprio della russofobia spinta fin oltre l'eccesso dai media e dai politici occidentali,con una propaganda martellante e stucchevole che in un mese ha preso di mira personaggi che vanno da Dostoevskij a Gagarin ostracizzati da università,piazze e musei,in una caccia alle streghe patetica e anche pericolosa,che hanno portato a ritorsioni culturali come l'anticipo del ritiro di alcune opere russe prestate in Italia.
Ricordando le nefandezze compiute dagli occidentali in Jugoslavia,Iraq,Afghanistan,Somalia e Libia solo per citare quelle degli ultimi trent'anni e tralasciando il fatto che attualmente sono ancora trentatré i conflitti in tutto il mondo,la Russia ha agito per potersi difendere e non avere testate missilistiche a pochi chilometri dal confine e da Mosca,e tutte le narrazioni tossiche che stanno giungendo dai giornalisti e dai politici con l'elmetto avvelenano le informazioni sulla genesi di questa guerra contro una nazione dove meno di dieci anni fa c'è stato un golpe di neonazisti foraggiati dalla Nato,dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea.
Il secondo articolo(i nuovi vespri guerra-ucraina-sanzioni-russia-unione-europea )parla delle sanzioni che continuano a colpire la Russia e che invece stanno mettendo in ginocchio imprese,famiglie e singoli cittadini italiani(ed europei in secondo grado)in quanto abbiamo molto in comune con la Russia sia del punto di vista culturale che economico,con se non una vera e propria amicizia un rapporto di rispetto reciproco che nel giro di qualche settimana sta crollando in maniera forse irrimediabile.
La Russia ha sì pesanti ripercussioni,ma anche la capacità vista l'enorme dimensione della sua nazione che praticamente può fornire ogni materia prima e ogni risorsa energetica in maniera autarchica,ma che ha anche altri possibili partner economici in primis con la Cina e gli altri paesi dei Brics:come spiegato nel pezzo le sanzioni sono un boomerang per noi,e solamente i politici e i giornalisti marionette nelle loro mani non l'hanno ancora capita.

“La russofobia è una pericolosa patologia”.

di  Moni Ovadia*   

La guerra portata dal presidente russo Vladimir Putin contro l’Ucraina del presidente Volodymyr Zelensky dovrebbe sollecitare a noi cittadini dell’Occidente, non colpiti direttamente dal conflitto ma coinvolti economicamente dalle scelte dei nostri governanti, una domanda: vogliamo accettare le retoriche e le propagande che ci vengono proposte dall’inevitabile profluvio di informazioni, di chiacchiere pletoriche dei politologi e degli strateghi da talk show o vogliamo finalmente riattivare la nostra capacità critica per allargare lo sguardo oltre la cronaca e cercare di capire in che mondo vogliamo vivere?

E ancora: vogliamo finalmente bandire le guerre dalle relazioni fra genti e fra individui come afferma solennemente la nostra Costituzione? Allora in primo luogo dobbiamo uscire dalla logica delle fazioni e degli schieramenti confortati da stereotipi consolidati come per esempio: il buon Occidente democratico versus il sinistro Oriente slavo autocratico russo.

La russofobia, a mio parere, è una pericolosa patologia. Il buon Occidente democratico ha scatenato negli ultimi 25 anni cinque guerre criminali contro ogni regola del diritto internazionale: 70 giorni di bombardamento della capitale della Serbia, guerra contro l’Iraq con centinaia di migliaia di morti civili, bombardamenti in Somalia, catastrofe bellica della Libia e invasione dell’Afghanistan con una terrificante messe di vittime innocenti, per non cambiare nulla in vent’anni e con un dispendio iperbolico che ha arricchito solo l’industria delle armi.

Quel colossale budget investito nell’economia civile avrebbe potuto produrre trasformazioni virtuose strabilianti. Poi, alla fine della devastazione e con l’abbandono del Paese, il popolo, in particolare le donne, è stato lasciato in balia dell’oscurantismo.

Con quale autorevolezza gli occidentali chiedono a Putin di rispettare la sovranità dell’Ucraina quando, solo per citare un caso, i governi israeliani da oltre cinquant’anni occupano terre palestinesi in violazione di ogni idea di diritto internazionale senza che i Paesi della Nato alzino un’unghia per impedirlo? Inoltre, un membro potente della Nato, la Turchia, da decenni massacra senza pietà il popolo curdo e nulla viene fatto per far cessare l’orrore.

A parte questi fatti che vengono a mostrare come l’alleanza atlantica faccia la parte del bue che dice “cornuto” all’asino, vengono anche diffuse stupidaggini come quella che il presidente della Federazione russa sarebbe il nuovo Hitler.

Negli ultimi lustri abbiamo assistito al proliferare di nuovi Hitler, estratti come i conigli dal cilindro dei maghi dai fanfaroni del cosiddetto mondo “libero”. Ora, Vladimir Putin può essere criticato, denunciato, contrastato per le sue azioni ma senza sparare balle sesquipedali. E per essere chiari, lo scrivente, se fosse un cittadino russo, per la sua insopprimibile difesa dei diritti umani, verosimilmente si troverebbe ristretto in un carcere. Ma se si vuole tentare di capire e conoscere l’uomo e il politico che siede al Cremlino sarebbe almeno opportuno guardare la lunga intervista che il grande regista statunitense Oliver Stone gli ha fatto con profondità e perizia.

Noi occidentali, inoltre, se vogliamo avere credibilità nei confronti della Russia, seguendo la via maestra dell’onestà intellettuale, dobbiamo farci le pulci e ricordare.

Quando i sovietici vollero inviare missili a Cuba, su richiesta di un Paese sovrano, cosa fece l’amatissimo e democratico presidente John Fitzgerald Kennedy? Ordinò un blocco navale rischiando di innescare la terza guerra mondiale. Allora perché mai stupirsi che Putin non voglia missili americani a 500 km da Mosca? Cosa succederebbe se la Russia inviasse missili in Venezuela e a Cuba o in Messico?

Le amministrazioni statunitensi hanno ripetutamente promesso a Putin “il terribile” che la Nato non si sarebbe allargata di un pollice oltre i confini dell’ex Ddr, ma le loro promesse si sono rivelate menzogne e l’alleanza si è allargata proprio ai Paesi dell’Europa orientale e ai Paesi ex sovietici.

Da ultimo volevano provarci anche con l’Ucraina. Volevano proprio portare le armi ai confini della Russia. E hanno anche la faccia di stupirsi delle reazioni del leader russo. Vorrei anche ricordare che Putin ha ricevuto attestati di ammirazione e persino di riverenza da parte di molti politici occidentali. Mi torna in mente che solo pochi anni fa un nostro ex primo ministro, del quale ora non rammemoro il nome, sembrava il “compagno di merende” di quel tiranno che oggi viene spregiativamente chiamato lo zar.

Tutti desideriamo ardentemente che questo conflitto cessi subito e molti avranno qualche opinione al riguardo, la mia è che l’Europa dovrebbe dimostrare di esistere bussando alla porta dello zio Sam per suggerirgli affettuosamente di star fuori da questa questione, che riguarda il vecchio continente.

Gli Usa dispongono già di un numero considerevole di istallazioni militari in ogni angolo del pianeta, vogliono metterne qualcuna anche a Pietroburgo e a Canton? La Russia, è bene non dimenticarlo, fino agli Urali è Europa e, senza la cultura, l’arte, la musica, la scienza, l’anima di quelle genti, non si può neppure parlare seriamente di Europa, né di europei.

*da Micromega, 1 marzo

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Guerra in Ucraina: dite a Ursula von der Leyen che le sanzioni alla Russia affonderebbero definitivamente la Ue e soprattutto l’Italia/ MATTINALE 578 

di I Nuovi Vespri   

25 febbraio 2022 

•La guerra in Ucraina e i morti sono sulla coscienza del solito ultraliberismo globalista rappresentato da Nato, USA e multinazionali   

•Russi e cinesi hanno cercato vi evitare in tutti i modi la guerra. E cercheranno vi evitare di far pagare il prezzo di questa guerra agli europei. Se la Ue seguirà Nato, USA e multinazionali sulla via delle sanzioni alla Russia ne pagherà le conseguenze

•Le eventuali sanzioni alla Russia creerebbero grandi problemi ad alcune banche europee (e soprattutto a UniCredit e a Banca Intesa) 

La guerra in Ucraina e i morti sono sulla coscienza del solito ultraliberismo globalista rappresentato da Nato, USA e multinazionali   

Impossibile non dedicare il nostro MATTINALE di oggi alla guerra in Ucraina. La morale e il ‘buonismo’ lo regaliamo volentieri ai moralisti e ai ‘buonisti’. Noi cerchiamo di analizzare i fatti con freddezza. E i fatti ci dicono che la guerra la Russia la sta subendo. Con pazienza il leader russo Putin ha cercato in tutti i modi di fare capire non tanto al Governo-fantoccio di ucraino, quanto alla Nato, agli Stati Uniti e alle multinazionali che non avrebbe mai accettato un avamposto di questi signori a due passi dal suo Paese. Lo ha detto e ha cercato di spiegarlo in tutte le lingue. Ma i signori dell’ultraliberismo globalista non hanno voluto sentire ragioni. Questi deficienti pensavano che, mandando avanti il presidente ‘postale’ degli Stati Uniti, Joe Biden (qualche lettore ci chiede perché definiamo sempre Biden il “presidente postale”: perché è stato eletto alla Casa Bianca grazie ai voti postali, con imbrogli a mai finire), addottrinato per ripetere come un disco rotto che la Russia avrebbe invaso l’Ucraina, Putin non avrebbe mai dato l’ordine di avviare la guerra. Si sono sbagliati. Non solo la Russia si sta riprendendo l’Ucraina, ma il leader russo ha avvertito che non tollererà interferenze. Putin, quando dice, senza giri di parole, che non tollererà interferenze, non si riferisce soltanto a spiacevoli conseguenze militari (così, tanto per chiarire a chi in Italia fa finta di non capire e blatera contro la Russia: i russi sanno benissimo che in Sicilia ci sono la base di Sigonella e il MUOS di Niscemi e sanno bene di cosa si occupano…), ma anche a possibili problemi di natura economica, finanziaria e sociale che colpirebbero soprattutto l’Europa e in minima parte gli Stati Uniti d’America. Va detto con chiarezza che i morti di queste ore in Ucraina sono culla coscienza della Nato, degli Usa e delle multinazionali.

Russi e cinesi hanno cercato vi evitare in tutti i modi la guerra. E cercheranno vi evitare di far pagare il prezzo di questa guerra agli europei. Se la Ue seguirà Nato, USA e multinazionali sulla via delle sanzioni alla Russia ne pagherà le conseguenze

Noi non crediamo alle sanzioni contro la Russia annunciate dal Biden, perché tali sanzioni colpirebbero, più che altro, l’economia europea e la vita civile e sociale degli europei. Le eventuali sanzioni alla Russia, infatti, creerebbero enormi problemi a tante aziende europee, alle banche europee, alla finanza europea e a milioni di famiglie europee che dovrebbero fronteggiare aumenti stratosferici delle bollette di gas e di luce. Per non parlare degli effetti devastanti in agricoltura. Le guerre non arrivano mai per caso. Russi e cinesi hanno cercato in tutti i modi di evitarla. A proposito di agricoltura – settore che i ‘geni’ dell’Unione europea umiliano e bistrattano – russi e cinesi, circa tre mesi addietro, hanno lanciato un avvertimento preciso all’Europa, riducendo l’export di fertilizzanti. Chi si occupa di agricoltura sa che Cina e Russia sono i principali produttori al mondo di fertilizzanti a base di azoto e fosforo. Senza questi fertilizzanti salta la cosiddetta agricoltura convenzionale, per la gioia degli ambientalisti, che vorrebbero trasformare tutta l’agricoltura del mondo in agricoltura biologica. Obiettivo nobile e condivisibile che, però, non può essere realizzato in pochi mesi. Far schizzare all’insù il prezzo dell’urea – che è quello che, ad esempio, gli agricoltori italiani hanno scoperto lo scorso Autunno – significa mettere in difficoltà gli stessi agricoltori, costretti a pagare l’urea ad un prezzo più che doppio! Con questa mossa cinesi e russi, già lo scorso Autunno, hanno provato a fare capire che con il gas non c’era molto da scherzare. Ma l’Unione europea ha tirato dritto, andando dietro a USA, Nato e multinazionali sulla questione ucraina. Così, dopo il prezzo dei fertilizzanti alle stelle sono arrivate le bollette di gas e luce alle stelle e l’aumento del prezzo dei carburanti. Ma la Ue ha continuato a fare la ‘mosca cocchiera’ di USA, Nato e multinazionali. Così siamo arrivati all’occupazione militare dell’Ucraina da parte dei dei russi (che hanno dietro la Cina). La Russia gode della copertura della Cina. Le eventuali sanzioni la danneggerebbero fino a un certo punto (i russi hanno già iniziato a esportare gas e grano nel grande mercato cinese). Ma i maggiori danni li avrebbe l’Europa.

Le eventuali sanzioni alla Russia creerebbero grandi problemi ad alcune banche europee (e soprattutto a UniCredit e a Banca Intesa) 

Ciò posto, vediamo di illustrare perché le sanzioni contro la Russia, viste dalla parte dell’Europa, sono balordaggini. cominciamo con le due più grandi banche italiane, UniCredit e Intesa San Paolo. La prima realizza il 6% circa dei profitti in Russia. Le sanzioni alla Russia creerebbero problemi ad UniCredit con riflessi negativi in Italia. Molto presente in Russia è la banca Intesa Sanpaolo che da mezzo secolo gestisce la metà delle transazioni commerciali tra Italia e Russia. Colpire l’economia russa con le sanzioni significherebbe colpire la banca Intesa San Paolo. Gli eventuali danni andrebbero un volume di affari pari a 25 miliardi di dollari circa. Idem per alcune banche francesi, a cominciare da Société Générale, presente in Russia attraverso con la controllata Rosbank, 350 sportelli e circa 3 milioni di clienti. Idem per gli austriaci della Raiffeisen Bank, esposti in Russia per poco più di 15 miliardi di dollari. Una buona parte dei profitti di questa banca sono realizzati in Austria. Da qui una domanda: cosa ci guadagnerebbero le banche italiane, francesi ed austriache dalle sanzioni contro la Russia? Ve lo diciamo noi: una secca riduzione degli utili e nuovi disoccupati in casa. Ne vale la pena? In Russia sono presenti anche Goldman Sachs e Citigroup: siamo sicuri che questi due gruppi gioierebbero con le sanzioni alla Russia? Ancora: l’attuale Governo ucraino in queste ore ha chiesto di escludere la Russia dallo Swift, acronimo di Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication, il sistema che regola lo scambio delle transazioni finanziarie a livello mondiale. Certo, la Russia verrebbe penalizzata. E se poi la Russia dovesse rispondere bloccando l’export di gas e grano? Così, giusto per ricordarlo: la Russia dispone delle più grandi riserve di gas al mondo ed è il più importante produttore di grano del mondo. Ricordiamo che sono in corso cambiamenti climatici epocali e che lo scorso anno Stati Uniti e Canada, a causa dei capricci del clima, hanno perso il 50% circa della produzione di grano. E ricordiamo che le notizie che arrivano quest’anno dagli Stati Uniti e da una buona parte del Nord Europa, si fronte della siccità, non sono affatto incoraggianti (come potete leggere qui). Passino le tempeste “mai viste prima” in Inghilterra, ma quando si è mai visto in Italia il Po in secca a Gennaio? Per non parlare delle piogge eccessive in Sudamerica. Cosa vogliamo dire? Semplice: che ipotizzare blocchi commerciali in un momento stoico in cui parte del mondo potrebbe restare a corto di cereali on ci sembra una scelta lungimirante. Anzi.

Quella di Ursula von der Leyen è la peggiore presidenza della Commissione nella storia della Ue

C’è poi tutta la materia dell’energia e delle materie prime russe. La Russia esporta il 40% del palladio utilizzato in Europa, titanio, vanadio (indispensabile per la siderurgia italiana) E alluminio indispensabile nel settore aereo. Certo, i governi dei Paesi dell’Unione europea, fedeli a USA, Nato e multinazionali, hanno già detto che si adeguerebbero alle sanzioni, anche a costo di fare a meno del palladio, del titanio, del vanadio e dell’alluminio: questa ce la vogliamo vedere tutta… Il gas e il petrolio, infine. I tedeschi hanno bloccato Nord Stream 2 per danneggiare i russi che hanno investito in quest’opera circa 10 miliardi di euro. Peccato che nei mesi scorsi la Germania, spinta dal vento impetuoso dei Verdi, ha iniziato a spegnere alcune centrali nucleari. E la stessa cosa ha fatto la Francia. Sono state queste due scelte – riduzione secca dell’energia nucleare di Germania e Francia – a determinare l’aumento del prezzo del gas. Poi siccome il Governo-fantoccio ucraino insisteva nel proporre l’ingresso di questo Paese nell’Unione europea e nella Nato, il Governo russo, giusto per cercare di fermare la balordaggine dei missili USA in Ucraina contro la Russia ha ridotto la fornitura di gas all’Europa, determinando un ulteriore aumento del prezzo del gas. Così in Italia, conti alla mano, le bollette del gas e della luce, per il 2022 – dato Cgia di Mestre – sono aumentare di circa 90 miliardi di euro! E ora cosa vorrebbe fare l’Unione europea dell’euro della signora Ursula von der Leyen? Dire sì alle sanzioni contro la Russia? Già sono arrivate le prime bollette di luce alle famiglie italiane con un aumento medio del 50%. Una famiglia che pagava 120-150 euro si trova a pagare 180-240 euro. Un ristoratore che pagava – per ipotesi – 500 euro paga 750 euro. Con le sanzioni e il blocco delle forniture di gas (e le inevitabili speculazioni su gas e petrolio) nel giro di un paio di mesi le bollette elettriche triplicherebbero… tutto questo mentre famiglie e imprese italiane sono ancora alle prese con gli effetti devastanti della pandemia. La possiamo dire una cosa ai signori della Commissione europea che in queste ore blaterano di “sanzioni inevitabili alla Russia”? Senza offesa per nessuno vi diamo un consiglio: itivinni a cogghiri luppini! Se non li trovate dalle vostre parti vi accogliamo a Palermo e a Catania: a Palermo si chiamano luppini, con due p, a Catania si chiamano lupini…

Foto tratta da Leggo.it     

martedì 15 marzo 2022

E LA CINA STA A GUARDARE

Il segreto di Pulcinella sulla genesi del conflitto ucraino è stato messo nero su bianco dall'intervento del portavoce del ministro degli esteri cinese di già qualche giorno addietro che letteralmente ha riferito che"sono state le azioni della Nato guidata da Washington che hanno gradualmente spinto Russia e Ucraina fino al punto di rottura".
Un fatto inconfutabile che in molti soprattutto in occidente non hanno mai reso noto,pensato di sicuro così come è veritiera questa affermazione che già circolava da settimana prima dell'inizio ufficiale della guerra.
Nelle ultime ore si è parlato anche,sempre da fonti statunitensi,di possibili aiuti militari della Cina verso la Russia in materia di rifornimento di armi e di mezzi,cosa che lo stesso Putin ha smentito dicendo che riesce a fare tutto da solo.
La preoccupazione è molta così come le notizie false che girano dai primi interventi con immagini di guerra prese da film e videogiochi fatte passare per incursioni e bombardamenti,che ovvio ci sono stati,ma reti come la nostra Rai Due sta facendo della disinformazione un cavallo di battagli destinato ad azzopparsi da solo.
L'articolo di Contropiano(cina-sono-state-le-azioni-di-nato-e-usa )parla di questa tensione che circola ormai in tutto il mondo,delle restrizioni e delle situazioni fumose che passano in silenzio con incontri sempre più frequenti alche se alquanto improduttivi per un cessate il fuoco che per il momento sembra ancora lontano.

Cina: “Sono state le azioni di Nato e Usa a spingere per la guerra tra Russia e Ucraina”.

di  Redazione   

Non ha usato mezzi termini Zhao Lijian, portavoce del ministro degli Esteri cinese: “Sono state le azioni della Nato guidata da Washington che hanno gradualmente spinto Russia e Ucraina fino al punto di rottura".

“Ignorando le proprie responsabilità”, ha continuato Zhao Lijian, “gli Usa accusano invece Pechino della propria presa di posizione sulla vicenda e cercano margini di manovra nel tentativo di sopprimere la Cina e la Russia, per mantenere la propria egemonia”.

Sul fronte delle sanzioni la Cina ha sottolineato come non abbiano fondamento nel diritto internazionale. “Non porteranno pace e sicurezza” ha detto Zhao Lijian “ma avranno la sola conseguenza di provocare gravi difficoltà all’economia e ai popoli dei Paesi interessati intensificando ulteriormente la divisione e il confronto”.

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi era intervenuto due giorni fa proprio sui rapporti della Cina con Mosca. Il capo della diplomazia di Pechino aveva parlato di “amicizia duratura” con la Russia, un’amicizia che è “solida come una roccia”, affermando che i due Paesi contribuiscono a portare “pace e stabilità” nel mondo”.

La Cina si è detta però disponibile a “fare le necessarie mediazioni” e “a partecipare alla “mediazione internazionale” sulla guerra in Ucraina. Il ministro degli Esteri Wang Yi aveva infatti affermato che Pechino è pronta a continuare a svolgere “un ruolo costruttivo per facilitare il dialogo e per la pace, lavorando a fianco della comunità internazionale per svolgere la necessaria mediazione”.

Ieri infatti il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz hanno avuto un incontro con il leader cinese Xi Jinping, in video conferenza. Pechino ha chiesto di “lavorare insieme” per ridurre le conseguenze della crisi,  bocciando però le sanzioni “che avranno un impatto negativo sulla stabilità della finanza globale, dell’energia, dei trasporti e delle catene di approvvigionamento”, trascinando al ribasso “l’economia mondiale, che è sotto il pesante impatto della pandemia” del Covid-19 e “saranno dannose per tutte le parti”. Xi Jinping ha poi chiesto la “massima moderazione” sulla crisi.

La Società della Croce Rossa cinese, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, ha inviato un lotto di materiali per aiuti umanitari, inclusi cibo e necessità quotidiane, per un valore complessivo di cinque milioni di yuan (circa 723mila euro). Il lotto, ha aggiunto Zhao Lijian, è stato spedito oggi da Pechino, e sarà consegnato in Ucraina “il prima possibile”.

mercoledì 9 marzo 2022

ANCORA IL COLORE DELLA PELLE

Il razzismo che l'occidente,chi in maniera evidente,chi subdola e chi inconscia,mostra da sempre nei confronti di chi non è di pelle bianca si sta evidenziando in maniera netta con la questione dei profughi ucraini che stanno fuggendo dalle zone colpite dalla guerra combattuta contro la Russia.
Le immagini sono le stesse di quelle che da anni vediamo con chi proviene dalle sponde mediterranee  e da quelle delle frontiere dell'est che ora spalancano i cancelli dei confini per far passare centinaia di migliaia di persone che hanno negli occhi lo stesso orrore di chi sta vivendo un conflitto sulla propria pelle con tutte le incognite che ciò comporta.
Cambia la pelle,ma sono le stesse madri con i bambini,alcuni anche infanti,che scappano con quello che hanno preso in fretta e furia sperando forse un giorno di tornare nelle terre natie,ma è sotto gli occhi di tutti la differenza di trattamento che ricevono in base se hai i capelli biondi e gli occhi azzurri rispetto a chi ha occhi e capelli neri e soprattutto dello stesso colore la pelle.
L'articolo di Internazionale(guerra-ucraina-razzismo )spiega bene quello che negli ultimi giorni stiamo vivendo tramite la cronaca della guerra con la gente che scappa attraverso i confini ucraini nelle vicine Polonia,Slovacchia,Ungheria,Romania e Moldavia,con una partecipazione solidale che non ha confronti negli ultimi anni se non decenni.
E l'Italia è tra i paesi in prima linea a supportare aiuti umanitari(non sto dicendo che non bisogna aiutare la popolazione ucraina ovviamente,sono sempre i poveri e i disperati le vittime predilette dei conflitti,di tutte le guerre)e purtroppo non solo quelli con l'invio di armi nel nome della pace(madn cercare-la-pace-con-la-guerra ).
Davvero questa gara di solidarietà anche voluta per nobiltà d'animo non l'avevo mai vista e come detto nell'articolo sottostante il fatto è che il mondo occidentale ritiene la propria civiltà al di sopra di quelle del resto del mondo,soprattutto di quella africana ma anche di quella asiatica,viste come territori proprio da terzo mondo abitato da persone sempre in conflitto tra di loro e animate da religiosità differenti.
E poi anche la media vicinanza geografica fa sembrare il conflitto più vicino alle nostre case,non come le lande desertiche di certe nazioni dell'Africa o quelle desolate e sperdute del centro dell'Asia:in sostanza l'occidente è il bene,lo sviluppo e la giustizia mentre il resto del mondo è popolato da pagani e da terroristi pronti a invaderci e rubarci il lavoro e le donne,un film già visto.
Da sottolineare anche il fatto che tra gli stessi profughi ucraini ci sono centinaia di africani,indiani e mediorientali che lavorano o studiano in Ucraina e ai confini di cui sopra sono stati trattati come usano con gli altri profughi non bianchi,maltrattati,discriminati e addirittura picchiati e fatti passare in coda rispetto agli ucraini che abbiamo nell'immaginario(vedi:www.ilpost.it/ucraina-fuga-africani-indiani-razzismo ).

Il racconto della guerra in Ucraina rivela il razzismo occidentale.

Patrick Gathara, Al Jazeera, Qatar.

7 marzo 2022 

Il conflitto in corso in Ucraina tra popolazioni slave russe e ucraine, queste ultime appoggiate da una coalizione tribale di nazioni nell’Europa subscandinava, non ha messo in evidenza soltanto la fragilità della pace nel subcontinente devastato dalla pandemia. Ha svelato anche una squallida sfumatura di eccezionalismo razzista con cui molte persone europee e di discendenza europea tendono a guardare a se stesse. 

È stato impossibile non accorgersi dello shock, all’idea che tutto questo potesse succedere in Europa, mostrato dai giornalisti caucasici che stanno raccontando la guerra scatenata dall’invasione della Russia con il pretesto di sostenere gli alleati etnici nelle enclave tribali di Donetsk e Luhansk, riconosciute come repubbliche indipendenti. 

“Sono così simili a noi. Ecco perché è così scioccante… La guerra non è più qualcosa che colpisce popoli poveri e lontani. Può accadere a chiunque”, ha scritto Daniel Hannan sul Telegraph, nel Regno Unito. “Pensate, siamo nel ventunesimo secolo, siamo in una città europea, e si lanciano missili come se fossimo in Iraq o in Afghanistan”, si lamentava un commentatore alla tv francese. 

Inviato a Kiev, nella capitale ucraina, il corrispondente della rete statunitense Cbs Charlie D’Agata ha dichiarato che l’Ucraina “non è, con il dovuto rispetto, un posto come l’Iraq o l’Afghanistan, in guerra da decenni… Questa è una città relativamente civilizzata, relativamente europea – devo stare attento alle parole che uso – dove non ti aspetteresti né spereresti mai che possa accadere qualcosa di simile”. In seguito si è scusato. 

Un ritratto impietoso.

Queste reazioni scandalizzate naturalmente con sono una novità. Raccontando gli eventi accaduti negli Stati Uniti durante l’amministrazione Trump, soprattutto in occasione delle elezioni del 2020, i giornalisti esclamavano con regolarità che quel caos era una cosa da “terzo mondo”, che non ci si sarebbe potuti aspettare negli Stati Uniti. “Adesso l’America è un paese del terzo mondo”, recitava un titolo della rivista Fortune raccontando il primo sgangherato dibattito presidenziale tra Donald Trump e Joe Biden, destinato a succedergli. 

Il pensiero torna a Chinua Achebe che, recensendo nel 1975 il romanzo di Joseph Conrad Cuore di tenebra, osservava come “per ragioni che sarebbe sicuramente utile indagare dal punto di vista psicologico, l’occidente sembra nutrire profonde preoccupazioni riguardo la precarietà della sua civiltà” e aver bisogno di essere rassicurato di continuo dal paragone con l’Africa. All’Africa possiamo aggiungere l’Iraq, l’Afghanistan e gran parte del sud globale. 

In sostanza, i giornalisti cercano di ribadire l’eccezionalismo e la virtù dell’Europa bianca esternalizzando i mali di quest’ultima verso il mondo “in via di sviluppo”. Ciò che Achebe scriveva dell’Africa può essere esteso a gran parte del mondo non bianco, che “è per l’Europa quello che il ritratto è per Dorian Gray, ossia un contenitore in cui il padrone scarica le sue deformità fisiche e morali così che lui possa andare avanti, dritto e immacolato”. 

Paradossalmente, le deformità morali dell’Europa sono sotto gli occhi di tutti fin dall’inizio dell’invasione russa, essa stessa profondamente immorale e ingiusta. Il trattamento che, stando a quanto riportato, le guardie di frontiera ucraine hanno riservato agli africani, agli indiani e ad altre persone di colore che cercavano di lasciare il paese resterà una macchia indelebile sulla resistenza per altri versi eroica del paese contro l’aggressione. 

Il caldo benvenuto accordato ai profughi ucraini dai vicini dell’Unione europea è in netto contrasto con l’ostilità sperimentata da persone diverse dal punto di vista razziale, giunti da altri paesi sulla soglia dell’Europa. E gli europei non hanno certo fatto mistero dei motivi di questa discrepanza. 

I giornalisti non si rendono nemmeno conto del paradosso delle potenze europee che, mentre accolgono i profughi creati dall’invasione russa, respingono quelli creati dalle sue invasioni.

Il primo ministro bulgaro Kiril Petkov ha dichiarato: “Questi non sono i profughi che eravamo soliti vedere. Queste persone sono europee, perciò noi, insieme a tutti gli altri paesi dell’Ue, siamo pronti ad accoglierli. Queste sono… persone intelligenti, istruite… perciò nessuno dei paesi europei teme l’ondata di immigrati che sta per arrivare”. 

Il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha dichiarato poi che “accetteremo chiunque ne abbia bisogno. La società ucraina è sempre più impaurita e preoccupata. Siamo pronti ad accettare decine, centina di migliaia di profughi ucraini”. Tutto questo mentre il suo paese continua a negare l’ingresso a migranti e richiedenti asilo, in gran parte iracheni, afgani e siriani, lungo il confine con la Bielorussia. 

Nel Regno Unito, che ha valutato la possibilità di respingere i profughi non bianchi verso il Canale della Manica, il primo ministro Boris Johnson pare abbia detto che gli ucraini potranno entrare senza necessità di visto se hanno già dei parenti nel paese. 

Vale la pena notare che quando i giornalisti, sconvolti nel vedere il continente puro immergersi in un fango che ritenevano essere riservato unicamente al resto dell’umanità, si degnano di accennare alle posizioni contraddittorie sui richiedenti asilo, lo fanno solo incidentalmente. Sembra che la parola “razzismo” venga attentamente evitata. 

A quanto pare non si rendono nemmeno conto del paradosso rappresentato dalle potenze europee che, mentre accolgono i profughi creati dall’invasione russa, respingono quelli creati dalle sue invasioni e occupazioni. Così come il fatto che mentre la Russia viene condannata, come è giusto che sia, per aver invaso il paese di qualcun altro, i paesi che più fanno sentire la loro voce sulle leggi internazionali o sulla Carta e sulle risoluzioni delle Nazioni Unite ignorano tranquillamente il fatto che l’Israele dell’apartheid sta facendo esattamente la stessa cosa con i palestinesi. In quel caso niente richiesta di sanzioni o isolamento. Niente celebrazioni del coraggio del popolo di Gaza e dei territori occupati in Cisgiordania che difende la sua libertà contro un brutale occupante. 

Ma d’altronde Israele non ha invaso un paese bianco europeo e noi sappiamo che secondo loro alcuni comportamenti sono accettabili e devono essere messi in conto se diretti verso persone in altri continenti. 

Di fatto nei confronti del nord si ha la stessa reazione del comico John Oliver quando ha saputo che anche l’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush, responsabile della disastrosa invasione dell’Iraq nel 2003, stava condannando Putin. “Aspetta un momento, George. Tu proprio no”, ha detto nella sua trasmissione Last week tonight. “Non sei la persona adatta a farlo, perché questa dichiarazione avrebbe avuto senso solo se alla fine avessi detto ‘Oh m***, adesso capisco. Mi dispiace, adesso chiudo la mia c*** di bocca”. 

Piuttosto che chiudere la bocca, forse sarebbe stato meglio se avessero mostrato un minimo di consapevolezza e coerenza. 

(Traduzione di Giusy Muzzopappa) 

Questo articolo è stato pubblicato sul sito di Al Jazeera.

giovedì 3 marzo 2022

CERCARE LA PACE CON LA GUERRA

A molti saranno parse le affermazioni e più di quelle le decisioni dei governanti italici di poter parlare di pace stanziando soldati e una vagonata di Euro per armare l'Ucraina nel conflitto contro la Russia,e i soliti buonisti che sventolano la bandiera della pace e che praticamente votano l'intero corollario parlamentare hanno le mani sporche di sangue facendo finta di non saperlo.
Nell'articolo proposto(libera una_guerra_scaturita_da_una_pace_armata )c'è la riflessione del Presidente di Libera Luigi Ciotti che senza fare alcun nome spiega in semplici parole di come una guerra nasca per primo dalla fame di potere e di soldi dei potenti di una popolazione che prima ancora di dichiarare conflitti affama la propria gente non combattendo la povertà ma i poveri,usando violenza di tutti i tipi contro i miti e quello che lui chiama i non-conformi.
Un punto di vista spirituale ma anche pratico con l'aumento nell'ultimo periodo di pandemia di produzione e di vendita di armi,che intanto in tutto il mondo è sempre tempo di guerra e di fare affari sulla pelle dei più deboli,in qualunque posto e per qualunque popolo.

Una guerra scaturita da una pace armata.

Una riflessione di Luigi Ciotti: "Una società attraversata dalla competizione e dai conflitti sarà sempre terreno fertile per la guerra."

La guerra reale o minacciata, la guerra di cui ci accorgiamo solo quando si affaccia più vicina a noi e ai nostri interessi, ma che senza tregua insanguina tante regioni del mondo. La guerra che non “scoppia” all’improvviso, ma che – covata da chi se ne avvantaggia – lievita e poi dilaga con forza distruttiva, travolgendo persone, ecosistemi, patrimoni storici e culturali.

Non sono solo gli Stati e le coalizioni a entrare in guerra fra loro. Prima, o nel frattempo, sono i potenti a dichiarare guerra ai propri popoli, i ricchi a lottare non contro la povertà ma contro i poveri, dolenti testimoni della loro ingiustizia, i violenti ad accanirsi contro i miti e i non-conformi, dalle cui mani dipende il futuro del pianeta.

Esiste un rapporto di forze che non è fra gli eserciti schierati, ma fra chi ha il potere della forza e chi, solo, speranza di giustizia. Chi è in condizione di decidere e chi no.

E questo dovrebbe esserci più che mai chiaro oggi. Durante la pandemia sono infatti cresciute a livello planetario – inclusa l’Italia – la produzione e la vendita di armamenti. Mentre il mondo della medicina e della scienza si spendeva per salvare le vite dal Covid, altri spendevano per acquistare strumenti di morte, da mettere in mano a quelle stesse vite salvate. Ecco l’insensatezza della guerra, che inizia ben prima di scoppiare.

Di fronte a tutto questo la pace non può essere promossa in forma di appello generico, né, solo, di fideistica convinzione. Non può ridursi a ciò che don Tonino Bello – che la pace l’ha sempre praticata e non solo proclamata in forme retoriche e rassicuranti – chiamava il “monoteismo della pace”. C’è infatti un legame necessario fra pace e giustizia, fra pace e diritti umani, poiché solo se fondata sul riconoscimento della dignità delle persone la pace è vera e destinata a durare. Altrimenti è una traballante tregua, un accordo contingente mosso da interessi di altro genere.

Oggi dobbiamo allora concepire la pace come una tensione, una costruzione quotidiana che comincia da ciascuno di noi, dai nostri rapporti più prossimi. Una società attraversata dalla competizione e dai conflitti sarà sempre terreno fertile per la guerra. Ma se impariamo a praticare l’ascolto, il confronto, il riconoscimento anche nei riguardi di chi ci appare meno simile e “conforme”, concimeremo campi di pace.

Il nostro pensiero e il nostro impegno vanno a chiunque nel mondo, indipendentemente dalle appartenenze e dai confini, s’impegna per smascherare la guerra non “fredda” ma nascosta, dalla quale esplode quella delle bombe e dei cannoni. Il nostro pensiero e il nostro impegno vanno a chi si mette in gioco in prima persona per vivere e per affermare la pace.

Luigi Ciotti Presidente di Libera - Gruppo Abele

venerdì 25 febbraio 2022

LE LACRIME DI COCCODRILLO DEI BUONISTI

Una visione interessante sulla genesi del conflitto ucraino dove le colpe sono quasi esclusivamente affibbiate alla Russia ed in minor parte alla Nato(l'Ucraina è solo l'agnello sacrificale da quello che ci propinano alla televisione e nella maggior parte dei siti d'informazione on line)ce la da questo articolo di Comune Info a firma di Ascanio Celestini(chi-e-il-colpevole? )dove si fa notare giustamente chi fa la politica con le armi.
E noi siamo dei campioni in questo senso e i due principali indiziati di colpevolezza sono il premier Draghi("ci dobbiamo dotare di una difesa molto più significativa e bisognerà spendere molto di più di quanto fatto finora")ed il ministro della guerra più che della difesa Guerini,ex sindaco di Lodi e punta di diamante del Pd che ha posto al Parlamento ben diciotto programmi di riarmo di cui tredici assolute novità.
Questi personaggi,assieme ad altri e riferendomi soprattutto al partito di Guerini che al tempo della guerra nei Balcani erano al potere con altro nome,sono quelli che difendono i nazisti ucraini e che attaccano senza mezzi termini Putin,non ricordandosi delle nefandezze promosse e sostenute ampiamente negli anni novanta ancora con la Nato che ne fece anche allora di atti orribili(madn settantanni-dinfamia )invitata ad operare nelle basi italiane direttamente da Prodi con il benestare di D'Alema e Fassino.
I numeri parlano chiaro,infatti quest'anno sono ben 26 i miliardi di Euro destinati al ministero della difesa con un aumento di 1,35 miliardi annui,calcolando che il 64% circa di tale somma è destinata a missioni collegate al controllo della difesa dell'approvvigionamento dell'energia proveniente da fonti fossili.

Chi è il colpevole?

di Ascanio Celestini 

Negli ultimi due anni il ministero della difesa (governo Conte II e Draghi) ha chiesto l’approvazione in parlamento di un numero senza precedenti di programmi di riarmo (diciotto). Il 64 per cento della spesa italiana per le missioni militari è destinato a operazioni collegate alla difesa di fonti fossili. Naturalmente il micromondo italiano non è l’unico a fare politica con le armi. La guerra non è un’improvvisa parentesi 

Chi è il colpevole di questa guerra? È la Nato che sta allargando i propri confini? È Vladimir Putin che ha scommesso sulla propria forza e ha tirato la corda puntando sulla debolezza statunitense e sulle divisioni dell’Europa? Io penso che la colpa è prima di tutto di chi fa politica con le armi. E mi pare una disquisizione da salotto decidere chi sia più o meno responsabile.

«La spesa militare, a livello globale, è raddoppiata dal 2000 ad oggi, arrivando a sfiorare i duemila miliardi di dollari all’anno» (dall’appello di cinquanta premi Nobel e scienziati). E se guardiamo in tasca al nostro paese ci accorgiamo che il bilancio del ministero della difesa per il 2022 sfiora i 26 miliardi di euro con un aumento di 1,35 miliardi. «Ci dobbiamo dotare di una difesa molto più significativa e bisognerà spendere molto di più di quanto fatto finora» ha detto Mario Draghi. Ed ecco che un colpevole ce lo abbiamo dentro casa. Fa il presidente del consiglio in Italia.

Un altro si chiama Lorenzo Guerini. Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana Pace e Disarmo ci fa sapere che il nostro ministro della guerra «ha sottoposto all’approvazione del Parlamento un numero senza precedenti di programmi di riarmo: diciotto, di cui ben tredici di nuovo avvio». 

Greenpeace International ci dice che «circa il 64 per cento della spesa italiana per le missioni militari è destinato a operazioni collegate alla difesa di fonti fossili». Negli ultimi quattro anni abbiamo speso 2,4 miliardi di euro nelle missioni militari collegate a piattaforme estrattive, oleodotti e gasdotti che riguardano l’Eni.

Per me è un piccolo capolavoro di indecenza l’articolo che Ernesto Galli della Loggia ha scritto sul Corriere della Sera il 12 luglio 2020 a proposito dell’Egitto. «Abbiamo bisogno del ben volere di Al Sisi perché l’Eni possa continuare non solo ad estrarre dal suo Paese l’ingentissima quantità d’idrocarburi e di gas che estrae ogni anno» e dunque possiamo evitare di chiedere #veritàperGiulioRegeni. Il bravo giornalista ritiene che sia più significativo «intitolare sempre al nome di Giulio Regeni un certo numero di borse di studio (magari chiamando l’Eni a contribuire al loro finanziamento)…».

Allora? Chi è il colpevole di questa guerra?

mercoledì 23 febbraio 2022

NUOVA TAPPA DEL WAR WORLD TOUR STATUNITENSE?

Sono passati ufficialmente più di otto anni dai fatti di Maidan che culminarono nelle proteste di piazza a Kiev e che ebbero nel rogo di Odessa del maggio 2014(vedi:madn il-massacro-di-odessa )la sveglia per la maggior parte del mondo che in Ucraina c'è stata una sommossa che ha portato i neonazisti al potere con Svoboda e con nel cuore la figura di Stepan Bandera il padre del nazionalismo ucraino(vedi:madn il-regime-voluto-dal-golpe-filo occidentale in ucraina ).
La situazione del Donbass,della Crimea e delle Repubbliche di Lugansk e Donetsk va avanti quindi da quasi un decennio,intervallate da periodi di guerra e di sostanziale tregua che sono state raccontate al resto del mondo con clamore o in sordina.
Nelle ultime settimane questa cronaca viene urlata principalmente dagli Usa e dalla Nato con l'Ue spettatrice impotente e soggiogata alle prime due,lo yesman dei guerrafondai e dell'organizzazione che è promotrice del guerrafondaismo degli Stati Uniti e che dovremmo mettercela alle spalle per avere spiragli di pace(madn sempre-piu-necessaria-luscita-dalla-nato ).
L'articolo di Contropiano(mosca-riconosce-le-repubbliche-popolari-del-donbass )parla della decisione russa di riconoscere ufficialmente tramite il consiglio di sicurezza le repubbliche popolari del Donbass e quindi di poter intervenire lecitamente in ottemperanza del decisioni raggiunte con l'accordo di Minsk venute meno.
Poi lo sappiamo tutti che questa guerra è fortemente voluta dai democratici statunitensi che hanno sempre avuto un immenso piacere a dichiarare conflitti e a infliggere"lezioni di democrazia"a tutto il mondo:gli interessi di una nazione basati sul capitalismo non devono coinvolgere tutto il pianeta anche perché è risaputo che a patire veramente gli effetti della guerra sono sempre i soliti poveri innocenti.

Mosca riconosce le Repubbliche popolari del Donbass.

di  Fabrizio Poggi   

Nella tarda serata di lunedì 21 febbraio, Vladimir Putin ha firmato il decreto di riconoscimento delle Repubbliche popolari di Lugansk e di Donetsk quali stati «indipendenti, democratici, sociali e di diritto», da parte della Federazione Russa. Insieme ai leader delle due Repubbliche, Leonid Pasečnik e Denis Pušilin, Putin ha sottoscritto anche un accordo di amicizia, collaborazione e aiuto tra L-DNR e FR, come era stato chiesto dai due leader del Donbass. 

La firma di Putin è arrivata pochissime ore dopo il termine della riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza russo (organo consultivo), svoltasi nel pomeriggio, nel corso della quale praticamente tutti gli intervenuti – Ministri della difesa e degli esteri Sergej Šojgu e Sergej Lavrov, Primo ministro Mikhail Mišustin, Segretario del Consiglio di sicurezza Nikolaj Patrušev, ex Primo ministro e attuale vice presidente del Consiglio di sicurezza Dmitrij Medvedev, ecc.) – si erano pronunciati per il riconoscimento delle Repubbliche popolari.

Di fatto, subito dopo la seduta del Consiglio di sicurezza, al telefono con Emmanuel Macron e Olaf Scholz, Putin aveva loro già annunciato che, a momenti, avrebbe messo la firma in calce al decreto. Ora la cosa è fatta. 

In Donbass si esulta e si parla di data storica. 

Dalle cancellerie europee, invece, come da copione, lamentazioni di «delusione» e annunci di sanzioni europeiste contro Mosca. «Condanna», anche questa scontata, da parte del Segretario generale NATO, Jens Stoltenberg e riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza ONU. 

Alla riunione del Consiglio di sicurezza russo, Lavrov aveva messo alla berlina tutte le uscite occidentali e ucraine in aperto dispregio di ogni accordo e aveva dichiarato che il loro atteggiamento nei confronti del Donbass non lascia a Mosca altra scelta se non quella del riconoscimento delle Repubbliche. 

Mišustin aveva dichiarato che, in effetti, il Governo russo già da mesi stava adottando misure che sottintendessero il prossimo riconoscimento di L-DNR. Medvedev ha tra l’altro ricordato come nel 2008, lui stesso Presidente russo, il riconoscimento di Abkhazija e Ossetija meridionale avesse impedito i massacri di popolazione civile nel corso dell’aggressione portata dall’allora presidente georgiano Mikhail Saakašvili, con l’aperto beneplacito di George Bush. 

Il paragone non sembri così peregrino: i civili in Donbass continuano a morire anche in queste ore sotto i colpi delle artiglierie ucraine, mentre vengono alla luce ancora nuove fosse comuni coi resti di uomini e donne, spesso decapitati, massacrati all’inizio dell’attacco ucraino nel 2014 dalle spedizioni terroristiche dei battaglioni nazisti, così cari ai demo-liturgici di casa nostra.

La riunione del Consiglio di sicurezza russo si è svolta dopo che nei giorni scorsi la Duma aveva approvato pressoché all’unanimità la proposta di riconoscimento di L-DNR. 

Ma, soprattutto, dopo che nella mattinata di lunedì i leader di DNR e LNR, Denis Pušilin e Leonid Pasečnik si erano rivolti ufficialmente a Mosca chiedendo il riconoscimento delle repubbliche anti-naziste (rifiutiamo di definirle “separatiste”, alla maniera dei giornalacci euroatlantici nostrani; ma di questo, più espressamente in altra sede), quale unica via rimasta per porre fine o, quantomeno, dare l’altolà ai nazisti ucraini, che in queste ore stanno attuando l’ennesima sanguinosa offensiva contro il Donbass, con nuove vittime tra la popolazione civile; vittime che vanno aumentando ogni ora che passa.

Nel corso della riunione, Putin aveva comunque tenuto a sottolineare che la decisione avrebbe in ogni caso riguardato il riconoscimento dell’indipendenza delle due Repubbliche popolari, ma non il loro ingresso nella compagine russa.

Ora, la decisione di Vladimir Putin sul riconoscimento delle Repubbliche popolari, che si aggiunge alla concessione – ormai effettiva da alcuni anni e che interessa già oltre 800.000 cittadini di L-DNR – della cittadinanza russa a qualsiasi abitante delle due Repubbliche che lo desideri, non può non portare con sé significative conseguenze, non solo nei rapporti tra Mosca e Kiev, ma soprattutto nelle relazioni tra la Russia e gli sponsor euroatlantici dei nazigolpisti ucraini. 

Ma, a questo punto, già da settimane la scelta appariva quasi obbligata per Mosca, sia per salvaguardare la vita e l’incolumità di propri cittadini e connazionali a ogni effetto, sia per porre un argine alla sfacciataggine di Washington e di Bruxelles, una volta praticamente esaurita la strada della trattativa. 

Nell’intermezzo tra la fine del Consiglio di sicurezza e la firma del decreto, Putin si è rivolto alla nazione, con un discorso di quasi un’ora, per illustrare la situazione e annunciare i passi del Cremlino. Ha messo in guardia Kiev, esigendo «l’immediata cessazione delle azioni di guerra. In caso contrario, ogni responsabilità per la possibile continuazione dello spargimento di sangue ricadrà interamente sulla coscienza del regime al governo sul territorio dell’Ucraina», ha detto. 

Allargando il discorso alla situazione internazionale, ha ricordato come lo scorso dicembre, Mosca avesse proposto a Washington e Bruxelles di concordare garanzie di sicurezza, che escludano un’ulteriore espansione a est della NATO e il dispiegamento di armi da attacco anche in Ucraina. Rimaste senza risposta quelle proposte, ha detto Putin, Mosca «ha tutto il diritto di adottare misure di risposta per garantire la propria sicurezza» e questo è «proprio ciò che faremo».

Da sfondo a tali dichiarazioni, ancora una volta si sono però sprecate anche le imprecazioni di Putin contro i bolscevichi, Lenin, la “dittatura stalinista”, la fondazione dell’URSS come confederazione che, a detta di Vladimir Vladimirovič, sarebbero la causa anche dell’attuale situazione in un Donbass, “regalato” da Lenin all’Ucraina, «a spese di territori storici russi», del vecchio impero russo così caro alla nuova Russia.

Tant’è. Prendiamo atto anche di queste ennesime esternazioni putiniane. Ne parleremo. Ma non ora. 

Sul momento, la questione principale e quasi esclusiva sul tappeto è un’altra. Era chiaro che il «ci hanno fregato», pronunciato da Putin all’indirizzo della NATO, non sembrava ormai più sufficiente. Sembrava arrivato il tempo di porre la domanda: «e allora?». Un primo passo, tutt’altro che da poco, è stato fatto. 

Ora, parafrasando il Lenin così inviso ai nuovi russi, si può dire che la presenza di truppe e mezzi militari russi in Donbass, «di cui a lungo hanno parlato» i media cialtroni euroatlantici, si attua per davvero e mette fine alla pulizia etnica nazigolpista ai danni della popolazione russa e russofona del Bacino del Don, iniziata (come minimo) nel 2014.

mercoledì 26 gennaio 2022

IL CAVALLO DI TROIA

Come previsto già dagli stessi ambienti della destra nelle ore antecedenti alla prima votazione per l'elezione dl nuovo Presidente delle Repubblica la tanto temuta ma allo stesso tempo improponibile candidatura del criminale Berlusconi è stata un fuoco di paglia ma non per questo una mossa pericolosa e forse azzeccata dai reazionari italiani.
Infatti senza nemmeno giocarsi l'ex premier puttaniere la destra(e non solo,buona parte del gruppo misto e il figlioccio Renzi)ha usato Berlusconi come cavallo di troia per fare venire fuori altri nomi abbastanza forieri di cattivi presagi,da Nordio a Pera passando a Tremonti senza tralasciare le quote rosa con la Casellati e la Moratti,magari personalità più spendibili ad un centro(senza sinistra)che fin'ora un nome nemmeno l'ha partorito.
Ebbene Berlusconi proprio per come l'Italia sta andando alla deriva e soprattutto per come ci vedono all'estero sarebbe stato un nome consono per buona parte degli italiani,faccendieri,fancazzisti,arraffatori e bramosi di soldi e poi di potere,davvero un rappresentante degno per molti degli abitanti del belpaese.
L'articolo di Contropiano(berlusconi-ormai-patetico-la-prospettiva-di-draghi )spiega le mosse della destra e pone il nome di Draghi come possibile alternativa ma con molti se e ma,di sicuro l'attuale premier è apprezzato all'estero per via della continuità con la quale rende più poveri quelli che già se la passano male e più danarosi quelli già ricchi,il perfetto garante delle banche e delle lobbies capitaliste che strozzano la gente e avvelenano la terra.

Berlusconi ormai patetico, la prospettiva di Draghi.

di  Mauro Casadio*   

Il campione “dell’italianità” (in verità annacquato in questi anni dal rapporto con la Merkel) e dell’inesistente centrodestra ha prodotto l’ennesima brutta figura, provando a fare di nuovo la “mossa del cavallo” con l’autocandidatura alla presidenza della repubblica che, però, non ha funzionato.

D’altra parte l’ultima volta che ha funzionato veramente è stato solo nel ’94, quando l’imprenditore prese in contropiede tutto il mondo politico italiano dell’epoca.

Questa nuova cantonata di Berlusconi non va ridotta solo all’esigenza di rompere ed invertire una parabola discendente, che per lui oggi è palesemente irreversibile, perché in questo passaggio è riuscito a trascinare sia la Lega che FdI che rappresentano, almeno in teoria, circa il 40% dell’elettorato.

Questo dato nei sondaggi e l’affermazione di un irrazionalismo di massa che si è manifestato sulla vicenda dei “No Vax”, amplificato ad arte dai mass media, ci dice che una larga parte della popolazione italiana vive un rifiuto aprioristico, in gran parte giustificato, verso quelle che sono le istituzioni ed il quadro politico attuale.

Su questo sentimento di “pancia” il centrodestra ha pensato che c’erano le condizioni per cavalcare la tigre e per ricostruire la propria unità candidando Berlusconi, pur sapendo quanto la scommessa fosse rischiosa, e questo si è visto anche dagli atteggiamenti ondivaghi di Salvini e della Meloni. In realtà la rendita di posizione che la destra ha indubbiamente sul piano sociale non riesce a trasferirsi sul piano politico e istituzionale.

Infatti questa destra, abbandonata in questa occasione anche dal killer professionista Renzi, ha due contraddizioni che le impediscono di affermarsi.

La prima è politica. Ovvero, la sua articolazione sociale è ampia e va dai ceti produttivi della piccola e media industria, che fanno riferimento alla Lega, alla piccola borghesia, a settori popolari e di malessere “metropolitano” in particolare al sud, che votano soprattutto la Meloni. Tale divaricazione nella rappresentanza sociale e politica impedisce una ricomposizione e innesta una competizione elettorale che ha minato il tentativo di ricomposizione berlusconiano.

L’altra contraddizione è strutturale e più seria. Ovvero il centrodestra e la stessa destra, in senso stretto, hanno al loro interno  posizioni divergenti sul rapporto da tenere con l’Unione Europea; frattura strategica questa che passa dentro la Lega e che spiega la contraddittorietà delle contorsioni salviniane.

Nelle settimane scorse i portavoce dell’antiberlusconismo, dalla Repubblica al Fatto Quotidiano fino al Manifesto, stavano già scaldando i motori per riprendere la litanìa antiberlusconiana che ha sempre preparato le svolte a destra della cosiddetta “sinistra”.

Qualcuno lo ha fatto per calcolo politico, altri per una visione distorta delle dinamiche politico-istituzionali, ma certo quello che si stava per mettere in moto è la solita coazione a ripetere. Coazione funzionale a compattare contro un nemico esterno e per preparare l’elettorato del centrosinistra a ingoiare un ulteriore numero indefinito di rospi, come invitò a fare lo stesso “Manifesto” in altri tempi.

Dunque, dopo la sceneggiata dell’allegra compagnia del centrodestra, torna al centro la candidatura “seria” di Mario Draghi. Ma anche in questo caso bisogna leggere i sommovimenti che preludono alle scelte che verranno fatte, e che spesso non sono visibili, anche per la cortina fumogena che alza la stampa mainstream.

Il primo e più rilevante di questi è indubbiamente l’intoccabile tutela degli interessi e dei parametri della UE. Forse è sfuggita ai più la dichiarazione che ha fatto il Commissario francese UE Breton il 13 gennaio scorso: “dopo l’Europa della democrazia e l’Europa del mercato, apriamo ora la strada a un’Europa del potere”. Parlare perciò di presidenza della Repubblica, di governo Draghi, di nuovo governo o di elezioni anticipate significa capire in primo luogo il contesto in cui questi “fenomeni” avvengono.

Sembrerebbe, perciò, che ora l’ascesa al Quirinale di Draghi sia inarrestabile. Ma c’è un “Ma”!

Infatti a questo punto si pone il problema, da tutti rilevato, della tenuta di un nuovo governo e del rischio di elezioni anticipate, che farebbero saltare l’equilibrio politico raggiunto con la UE ed i vantaggi avuti con il PNRR. Su questo Berlusconi è stato chiaro: “Draghi deve rimanere al governo per salvare la stabilità e la patria”.

Qui di nuovo si insinua la debolezza della Rappresentanza Politica in un paese in cui la disgregazione sociale si è accentuata grazie alle politiche attuate da tutte i partiti nella cosiddetta Seconda Repubblica.

Detto in termini pratici: avere Draghi presidente della Repubblica e fare un governo diretto da una personalità diversa probabilmente, segnerebbe il ”liberi tutti” e l’occasione di rivincita delle varie forze di centrodestra, uscite scornate da quest’ultimo giro di valzer, per andare alle elezioni e per affrettarsi ad accaparrare più voti possibili sperando di fare un loro governo, coscienti di essere le forze più rappresentative nella società italiana.

Quella cui si sta andando incontro è perciò una contraddizione apparentemente insanabile in cui il centrodestra, uscito politicamente sconfitto, potrebbe rompere i giochi e tentare di risalire la china con un effetto domino che si ripercuoterebbe anche a livelli della UE.

Poiché sappiamo che le vie del signore sono infinite, c’è un altro scenario da prendere in considerazione e che non farebbe saltare i giochi fatti finora. L’opposizione a Draghi presidente non viene solo da Berlusconi, anche se qualcuno pensava che nel ritiro avrebbe rilanciato Draghi, ma anche da  una parte del M5S e forse anche di una parte del PD.

Da alcuni giorni si parla su diversi versanti di “rosa dei candidati super partes”, di candidature femminili ed altre possibili soluzioni… Insomma di soggetti diversi da Draghi, che dovrebbe perciò continuare a fare il presidente del consiglio per garantire la governabilità, ma anche per il banale “tirare a campare” da parte dei parlamentari fino al 2023, interessati a portare a termine la “propria” legislatura, con i conseguenti benefici.

Insomma, la soluzione che si può intravvedere e è quella dell’elezione di un “Re Travicello” che faccia contenti tutti e Draghi che continua fino a fine legislatura, magari con la prospettiva di tornare al suo “naturale” ruolo continentale nel ’24 con l’elezione del nuovo presidente della Commissione Europea.

Non è una previsione, non siamo in grado di farne, ma è una possibilità.

*Rete dei Comunisti