martedì 22 marzo 2022

RUSSOFOBIA

La diffidenza se non il disprezzo cui siamo abituati ormai da quasi un mese per tutto quello che è russo o riconducibile alla Russia ha veramente stancato e solamente degli idioti totali potrebbero approvare una denigrazione di un territorio che in fatto di cultura e di progresso non è secondo a nessuno.
La russofobia è un nemico antico,millenario,perché quando non si conosce a dovere il tuo vicino o il tuo prossimo allora per forze dev'essere tacciato di infamie e di colpevolezze su tutto,ma è sempre stato così e purtroppo sempre lo sarà,e questo vale sia per la Russia,per l'Africa e l'Asia e il Sud America per non parlare delle differenze religiose tra i vari popoli.
Il tutto nasce nell'occidente dove negli ultimi secoli(Europa e Usa)è riuscito a compattarsi e a pretendere di essere sempre dalla parte del giusto illuminati da un Dio che è dalla loro parte,perché le vite altrui,soprattutto quelle dei pagani o degli infedeli,non contano poi molto.
Tornando agli articoli proposti nel primo(contropiano la-russofobia-e-una-pericolosa-patologia )c'è l'intervento di Moni Ovadia che parla proprio della russofobia spinta fin oltre l'eccesso dai media e dai politici occidentali,con una propaganda martellante e stucchevole che in un mese ha preso di mira personaggi che vanno da Dostoevskij a Gagarin ostracizzati da università,piazze e musei,in una caccia alle streghe patetica e anche pericolosa,che hanno portato a ritorsioni culturali come l'anticipo del ritiro di alcune opere russe prestate in Italia.
Ricordando le nefandezze compiute dagli occidentali in Jugoslavia,Iraq,Afghanistan,Somalia e Libia solo per citare quelle degli ultimi trent'anni e tralasciando il fatto che attualmente sono ancora trentatré i conflitti in tutto il mondo,la Russia ha agito per potersi difendere e non avere testate missilistiche a pochi chilometri dal confine e da Mosca,e tutte le narrazioni tossiche che stanno giungendo dai giornalisti e dai politici con l'elmetto avvelenano le informazioni sulla genesi di questa guerra contro una nazione dove meno di dieci anni fa c'è stato un golpe di neonazisti foraggiati dalla Nato,dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea.
Il secondo articolo(i nuovi vespri guerra-ucraina-sanzioni-russia-unione-europea )parla delle sanzioni che continuano a colpire la Russia e che invece stanno mettendo in ginocchio imprese,famiglie e singoli cittadini italiani(ed europei in secondo grado)in quanto abbiamo molto in comune con la Russia sia del punto di vista culturale che economico,con se non una vera e propria amicizia un rapporto di rispetto reciproco che nel giro di qualche settimana sta crollando in maniera forse irrimediabile.
La Russia ha sì pesanti ripercussioni,ma anche la capacità vista l'enorme dimensione della sua nazione che praticamente può fornire ogni materia prima e ogni risorsa energetica in maniera autarchica,ma che ha anche altri possibili partner economici in primis con la Cina e gli altri paesi dei Brics:come spiegato nel pezzo le sanzioni sono un boomerang per noi,e solamente i politici e i giornalisti marionette nelle loro mani non l'hanno ancora capita.

“La russofobia è una pericolosa patologia”.

di  Moni Ovadia*   

La guerra portata dal presidente russo Vladimir Putin contro l’Ucraina del presidente Volodymyr Zelensky dovrebbe sollecitare a noi cittadini dell’Occidente, non colpiti direttamente dal conflitto ma coinvolti economicamente dalle scelte dei nostri governanti, una domanda: vogliamo accettare le retoriche e le propagande che ci vengono proposte dall’inevitabile profluvio di informazioni, di chiacchiere pletoriche dei politologi e degli strateghi da talk show o vogliamo finalmente riattivare la nostra capacità critica per allargare lo sguardo oltre la cronaca e cercare di capire in che mondo vogliamo vivere?

E ancora: vogliamo finalmente bandire le guerre dalle relazioni fra genti e fra individui come afferma solennemente la nostra Costituzione? Allora in primo luogo dobbiamo uscire dalla logica delle fazioni e degli schieramenti confortati da stereotipi consolidati come per esempio: il buon Occidente democratico versus il sinistro Oriente slavo autocratico russo.

La russofobia, a mio parere, è una pericolosa patologia. Il buon Occidente democratico ha scatenato negli ultimi 25 anni cinque guerre criminali contro ogni regola del diritto internazionale: 70 giorni di bombardamento della capitale della Serbia, guerra contro l’Iraq con centinaia di migliaia di morti civili, bombardamenti in Somalia, catastrofe bellica della Libia e invasione dell’Afghanistan con una terrificante messe di vittime innocenti, per non cambiare nulla in vent’anni e con un dispendio iperbolico che ha arricchito solo l’industria delle armi.

Quel colossale budget investito nell’economia civile avrebbe potuto produrre trasformazioni virtuose strabilianti. Poi, alla fine della devastazione e con l’abbandono del Paese, il popolo, in particolare le donne, è stato lasciato in balia dell’oscurantismo.

Con quale autorevolezza gli occidentali chiedono a Putin di rispettare la sovranità dell’Ucraina quando, solo per citare un caso, i governi israeliani da oltre cinquant’anni occupano terre palestinesi in violazione di ogni idea di diritto internazionale senza che i Paesi della Nato alzino un’unghia per impedirlo? Inoltre, un membro potente della Nato, la Turchia, da decenni massacra senza pietà il popolo curdo e nulla viene fatto per far cessare l’orrore.

A parte questi fatti che vengono a mostrare come l’alleanza atlantica faccia la parte del bue che dice “cornuto” all’asino, vengono anche diffuse stupidaggini come quella che il presidente della Federazione russa sarebbe il nuovo Hitler.

Negli ultimi lustri abbiamo assistito al proliferare di nuovi Hitler, estratti come i conigli dal cilindro dei maghi dai fanfaroni del cosiddetto mondo “libero”. Ora, Vladimir Putin può essere criticato, denunciato, contrastato per le sue azioni ma senza sparare balle sesquipedali. E per essere chiari, lo scrivente, se fosse un cittadino russo, per la sua insopprimibile difesa dei diritti umani, verosimilmente si troverebbe ristretto in un carcere. Ma se si vuole tentare di capire e conoscere l’uomo e il politico che siede al Cremlino sarebbe almeno opportuno guardare la lunga intervista che il grande regista statunitense Oliver Stone gli ha fatto con profondità e perizia.

Noi occidentali, inoltre, se vogliamo avere credibilità nei confronti della Russia, seguendo la via maestra dell’onestà intellettuale, dobbiamo farci le pulci e ricordare.

Quando i sovietici vollero inviare missili a Cuba, su richiesta di un Paese sovrano, cosa fece l’amatissimo e democratico presidente John Fitzgerald Kennedy? Ordinò un blocco navale rischiando di innescare la terza guerra mondiale. Allora perché mai stupirsi che Putin non voglia missili americani a 500 km da Mosca? Cosa succederebbe se la Russia inviasse missili in Venezuela e a Cuba o in Messico?

Le amministrazioni statunitensi hanno ripetutamente promesso a Putin “il terribile” che la Nato non si sarebbe allargata di un pollice oltre i confini dell’ex Ddr, ma le loro promesse si sono rivelate menzogne e l’alleanza si è allargata proprio ai Paesi dell’Europa orientale e ai Paesi ex sovietici.

Da ultimo volevano provarci anche con l’Ucraina. Volevano proprio portare le armi ai confini della Russia. E hanno anche la faccia di stupirsi delle reazioni del leader russo. Vorrei anche ricordare che Putin ha ricevuto attestati di ammirazione e persino di riverenza da parte di molti politici occidentali. Mi torna in mente che solo pochi anni fa un nostro ex primo ministro, del quale ora non rammemoro il nome, sembrava il “compagno di merende” di quel tiranno che oggi viene spregiativamente chiamato lo zar.

Tutti desideriamo ardentemente che questo conflitto cessi subito e molti avranno qualche opinione al riguardo, la mia è che l’Europa dovrebbe dimostrare di esistere bussando alla porta dello zio Sam per suggerirgli affettuosamente di star fuori da questa questione, che riguarda il vecchio continente.

Gli Usa dispongono già di un numero considerevole di istallazioni militari in ogni angolo del pianeta, vogliono metterne qualcuna anche a Pietroburgo e a Canton? La Russia, è bene non dimenticarlo, fino agli Urali è Europa e, senza la cultura, l’arte, la musica, la scienza, l’anima di quelle genti, non si può neppure parlare seriamente di Europa, né di europei.

*da Micromega, 1 marzo

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Guerra in Ucraina: dite a Ursula von der Leyen che le sanzioni alla Russia affonderebbero definitivamente la Ue e soprattutto l’Italia/ MATTINALE 578 

di I Nuovi Vespri   

25 febbraio 2022 

•La guerra in Ucraina e i morti sono sulla coscienza del solito ultraliberismo globalista rappresentato da Nato, USA e multinazionali   

•Russi e cinesi hanno cercato vi evitare in tutti i modi la guerra. E cercheranno vi evitare di far pagare il prezzo di questa guerra agli europei. Se la Ue seguirà Nato, USA e multinazionali sulla via delle sanzioni alla Russia ne pagherà le conseguenze

•Le eventuali sanzioni alla Russia creerebbero grandi problemi ad alcune banche europee (e soprattutto a UniCredit e a Banca Intesa) 

La guerra in Ucraina e i morti sono sulla coscienza del solito ultraliberismo globalista rappresentato da Nato, USA e multinazionali   

Impossibile non dedicare il nostro MATTINALE di oggi alla guerra in Ucraina. La morale e il ‘buonismo’ lo regaliamo volentieri ai moralisti e ai ‘buonisti’. Noi cerchiamo di analizzare i fatti con freddezza. E i fatti ci dicono che la guerra la Russia la sta subendo. Con pazienza il leader russo Putin ha cercato in tutti i modi di fare capire non tanto al Governo-fantoccio di ucraino, quanto alla Nato, agli Stati Uniti e alle multinazionali che non avrebbe mai accettato un avamposto di questi signori a due passi dal suo Paese. Lo ha detto e ha cercato di spiegarlo in tutte le lingue. Ma i signori dell’ultraliberismo globalista non hanno voluto sentire ragioni. Questi deficienti pensavano che, mandando avanti il presidente ‘postale’ degli Stati Uniti, Joe Biden (qualche lettore ci chiede perché definiamo sempre Biden il “presidente postale”: perché è stato eletto alla Casa Bianca grazie ai voti postali, con imbrogli a mai finire), addottrinato per ripetere come un disco rotto che la Russia avrebbe invaso l’Ucraina, Putin non avrebbe mai dato l’ordine di avviare la guerra. Si sono sbagliati. Non solo la Russia si sta riprendendo l’Ucraina, ma il leader russo ha avvertito che non tollererà interferenze. Putin, quando dice, senza giri di parole, che non tollererà interferenze, non si riferisce soltanto a spiacevoli conseguenze militari (così, tanto per chiarire a chi in Italia fa finta di non capire e blatera contro la Russia: i russi sanno benissimo che in Sicilia ci sono la base di Sigonella e il MUOS di Niscemi e sanno bene di cosa si occupano…), ma anche a possibili problemi di natura economica, finanziaria e sociale che colpirebbero soprattutto l’Europa e in minima parte gli Stati Uniti d’America. Va detto con chiarezza che i morti di queste ore in Ucraina sono culla coscienza della Nato, degli Usa e delle multinazionali.

Russi e cinesi hanno cercato vi evitare in tutti i modi la guerra. E cercheranno vi evitare di far pagare il prezzo di questa guerra agli europei. Se la Ue seguirà Nato, USA e multinazionali sulla via delle sanzioni alla Russia ne pagherà le conseguenze

Noi non crediamo alle sanzioni contro la Russia annunciate dal Biden, perché tali sanzioni colpirebbero, più che altro, l’economia europea e la vita civile e sociale degli europei. Le eventuali sanzioni alla Russia, infatti, creerebbero enormi problemi a tante aziende europee, alle banche europee, alla finanza europea e a milioni di famiglie europee che dovrebbero fronteggiare aumenti stratosferici delle bollette di gas e di luce. Per non parlare degli effetti devastanti in agricoltura. Le guerre non arrivano mai per caso. Russi e cinesi hanno cercato in tutti i modi di evitarla. A proposito di agricoltura – settore che i ‘geni’ dell’Unione europea umiliano e bistrattano – russi e cinesi, circa tre mesi addietro, hanno lanciato un avvertimento preciso all’Europa, riducendo l’export di fertilizzanti. Chi si occupa di agricoltura sa che Cina e Russia sono i principali produttori al mondo di fertilizzanti a base di azoto e fosforo. Senza questi fertilizzanti salta la cosiddetta agricoltura convenzionale, per la gioia degli ambientalisti, che vorrebbero trasformare tutta l’agricoltura del mondo in agricoltura biologica. Obiettivo nobile e condivisibile che, però, non può essere realizzato in pochi mesi. Far schizzare all’insù il prezzo dell’urea – che è quello che, ad esempio, gli agricoltori italiani hanno scoperto lo scorso Autunno – significa mettere in difficoltà gli stessi agricoltori, costretti a pagare l’urea ad un prezzo più che doppio! Con questa mossa cinesi e russi, già lo scorso Autunno, hanno provato a fare capire che con il gas non c’era molto da scherzare. Ma l’Unione europea ha tirato dritto, andando dietro a USA, Nato e multinazionali sulla questione ucraina. Così, dopo il prezzo dei fertilizzanti alle stelle sono arrivate le bollette di gas e luce alle stelle e l’aumento del prezzo dei carburanti. Ma la Ue ha continuato a fare la ‘mosca cocchiera’ di USA, Nato e multinazionali. Così siamo arrivati all’occupazione militare dell’Ucraina da parte dei dei russi (che hanno dietro la Cina). La Russia gode della copertura della Cina. Le eventuali sanzioni la danneggerebbero fino a un certo punto (i russi hanno già iniziato a esportare gas e grano nel grande mercato cinese). Ma i maggiori danni li avrebbe l’Europa.

Le eventuali sanzioni alla Russia creerebbero grandi problemi ad alcune banche europee (e soprattutto a UniCredit e a Banca Intesa) 

Ciò posto, vediamo di illustrare perché le sanzioni contro la Russia, viste dalla parte dell’Europa, sono balordaggini. cominciamo con le due più grandi banche italiane, UniCredit e Intesa San Paolo. La prima realizza il 6% circa dei profitti in Russia. Le sanzioni alla Russia creerebbero problemi ad UniCredit con riflessi negativi in Italia. Molto presente in Russia è la banca Intesa Sanpaolo che da mezzo secolo gestisce la metà delle transazioni commerciali tra Italia e Russia. Colpire l’economia russa con le sanzioni significherebbe colpire la banca Intesa San Paolo. Gli eventuali danni andrebbero un volume di affari pari a 25 miliardi di dollari circa. Idem per alcune banche francesi, a cominciare da Société Générale, presente in Russia attraverso con la controllata Rosbank, 350 sportelli e circa 3 milioni di clienti. Idem per gli austriaci della Raiffeisen Bank, esposti in Russia per poco più di 15 miliardi di dollari. Una buona parte dei profitti di questa banca sono realizzati in Austria. Da qui una domanda: cosa ci guadagnerebbero le banche italiane, francesi ed austriache dalle sanzioni contro la Russia? Ve lo diciamo noi: una secca riduzione degli utili e nuovi disoccupati in casa. Ne vale la pena? In Russia sono presenti anche Goldman Sachs e Citigroup: siamo sicuri che questi due gruppi gioierebbero con le sanzioni alla Russia? Ancora: l’attuale Governo ucraino in queste ore ha chiesto di escludere la Russia dallo Swift, acronimo di Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication, il sistema che regola lo scambio delle transazioni finanziarie a livello mondiale. Certo, la Russia verrebbe penalizzata. E se poi la Russia dovesse rispondere bloccando l’export di gas e grano? Così, giusto per ricordarlo: la Russia dispone delle più grandi riserve di gas al mondo ed è il più importante produttore di grano del mondo. Ricordiamo che sono in corso cambiamenti climatici epocali e che lo scorso anno Stati Uniti e Canada, a causa dei capricci del clima, hanno perso il 50% circa della produzione di grano. E ricordiamo che le notizie che arrivano quest’anno dagli Stati Uniti e da una buona parte del Nord Europa, si fronte della siccità, non sono affatto incoraggianti (come potete leggere qui). Passino le tempeste “mai viste prima” in Inghilterra, ma quando si è mai visto in Italia il Po in secca a Gennaio? Per non parlare delle piogge eccessive in Sudamerica. Cosa vogliamo dire? Semplice: che ipotizzare blocchi commerciali in un momento stoico in cui parte del mondo potrebbe restare a corto di cereali on ci sembra una scelta lungimirante. Anzi.

Quella di Ursula von der Leyen è la peggiore presidenza della Commissione nella storia della Ue

C’è poi tutta la materia dell’energia e delle materie prime russe. La Russia esporta il 40% del palladio utilizzato in Europa, titanio, vanadio (indispensabile per la siderurgia italiana) E alluminio indispensabile nel settore aereo. Certo, i governi dei Paesi dell’Unione europea, fedeli a USA, Nato e multinazionali, hanno già detto che si adeguerebbero alle sanzioni, anche a costo di fare a meno del palladio, del titanio, del vanadio e dell’alluminio: questa ce la vogliamo vedere tutta… Il gas e il petrolio, infine. I tedeschi hanno bloccato Nord Stream 2 per danneggiare i russi che hanno investito in quest’opera circa 10 miliardi di euro. Peccato che nei mesi scorsi la Germania, spinta dal vento impetuoso dei Verdi, ha iniziato a spegnere alcune centrali nucleari. E la stessa cosa ha fatto la Francia. Sono state queste due scelte – riduzione secca dell’energia nucleare di Germania e Francia – a determinare l’aumento del prezzo del gas. Poi siccome il Governo-fantoccio ucraino insisteva nel proporre l’ingresso di questo Paese nell’Unione europea e nella Nato, il Governo russo, giusto per cercare di fermare la balordaggine dei missili USA in Ucraina contro la Russia ha ridotto la fornitura di gas all’Europa, determinando un ulteriore aumento del prezzo del gas. Così in Italia, conti alla mano, le bollette del gas e della luce, per il 2022 – dato Cgia di Mestre – sono aumentare di circa 90 miliardi di euro! E ora cosa vorrebbe fare l’Unione europea dell’euro della signora Ursula von der Leyen? Dire sì alle sanzioni contro la Russia? Già sono arrivate le prime bollette di luce alle famiglie italiane con un aumento medio del 50%. Una famiglia che pagava 120-150 euro si trova a pagare 180-240 euro. Un ristoratore che pagava – per ipotesi – 500 euro paga 750 euro. Con le sanzioni e il blocco delle forniture di gas (e le inevitabili speculazioni su gas e petrolio) nel giro di un paio di mesi le bollette elettriche triplicherebbero… tutto questo mentre famiglie e imprese italiane sono ancora alle prese con gli effetti devastanti della pandemia. La possiamo dire una cosa ai signori della Commissione europea che in queste ore blaterano di “sanzioni inevitabili alla Russia”? Senza offesa per nessuno vi diamo un consiglio: itivinni a cogghiri luppini! Se non li trovate dalle vostre parti vi accogliamo a Palermo e a Catania: a Palermo si chiamano luppini, con due p, a Catania si chiamano lupini…

Foto tratta da Leggo.it     

martedì 15 marzo 2022

E LA CINA STA A GUARDARE

Il segreto di Pulcinella sulla genesi del conflitto ucraino è stato messo nero su bianco dall'intervento del portavoce del ministro degli esteri cinese di già qualche giorno addietro che letteralmente ha riferito che"sono state le azioni della Nato guidata da Washington che hanno gradualmente spinto Russia e Ucraina fino al punto di rottura".
Un fatto inconfutabile che in molti soprattutto in occidente non hanno mai reso noto,pensato di sicuro così come è veritiera questa affermazione che già circolava da settimana prima dell'inizio ufficiale della guerra.
Nelle ultime ore si è parlato anche,sempre da fonti statunitensi,di possibili aiuti militari della Cina verso la Russia in materia di rifornimento di armi e di mezzi,cosa che lo stesso Putin ha smentito dicendo che riesce a fare tutto da solo.
La preoccupazione è molta così come le notizie false che girano dai primi interventi con immagini di guerra prese da film e videogiochi fatte passare per incursioni e bombardamenti,che ovvio ci sono stati,ma reti come la nostra Rai Due sta facendo della disinformazione un cavallo di battagli destinato ad azzopparsi da solo.
L'articolo di Contropiano(cina-sono-state-le-azioni-di-nato-e-usa )parla di questa tensione che circola ormai in tutto il mondo,delle restrizioni e delle situazioni fumose che passano in silenzio con incontri sempre più frequenti alche se alquanto improduttivi per un cessate il fuoco che per il momento sembra ancora lontano.

Cina: “Sono state le azioni di Nato e Usa a spingere per la guerra tra Russia e Ucraina”.

di  Redazione   

Non ha usato mezzi termini Zhao Lijian, portavoce del ministro degli Esteri cinese: “Sono state le azioni della Nato guidata da Washington che hanno gradualmente spinto Russia e Ucraina fino al punto di rottura".

“Ignorando le proprie responsabilità”, ha continuato Zhao Lijian, “gli Usa accusano invece Pechino della propria presa di posizione sulla vicenda e cercano margini di manovra nel tentativo di sopprimere la Cina e la Russia, per mantenere la propria egemonia”.

Sul fronte delle sanzioni la Cina ha sottolineato come non abbiano fondamento nel diritto internazionale. “Non porteranno pace e sicurezza” ha detto Zhao Lijian “ma avranno la sola conseguenza di provocare gravi difficoltà all’economia e ai popoli dei Paesi interessati intensificando ulteriormente la divisione e il confronto”.

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi era intervenuto due giorni fa proprio sui rapporti della Cina con Mosca. Il capo della diplomazia di Pechino aveva parlato di “amicizia duratura” con la Russia, un’amicizia che è “solida come una roccia”, affermando che i due Paesi contribuiscono a portare “pace e stabilità” nel mondo”.

La Cina si è detta però disponibile a “fare le necessarie mediazioni” e “a partecipare alla “mediazione internazionale” sulla guerra in Ucraina. Il ministro degli Esteri Wang Yi aveva infatti affermato che Pechino è pronta a continuare a svolgere “un ruolo costruttivo per facilitare il dialogo e per la pace, lavorando a fianco della comunità internazionale per svolgere la necessaria mediazione”.

Ieri infatti il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz hanno avuto un incontro con il leader cinese Xi Jinping, in video conferenza. Pechino ha chiesto di “lavorare insieme” per ridurre le conseguenze della crisi,  bocciando però le sanzioni “che avranno un impatto negativo sulla stabilità della finanza globale, dell’energia, dei trasporti e delle catene di approvvigionamento”, trascinando al ribasso “l’economia mondiale, che è sotto il pesante impatto della pandemia” del Covid-19 e “saranno dannose per tutte le parti”. Xi Jinping ha poi chiesto la “massima moderazione” sulla crisi.

La Società della Croce Rossa cinese, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, ha inviato un lotto di materiali per aiuti umanitari, inclusi cibo e necessità quotidiane, per un valore complessivo di cinque milioni di yuan (circa 723mila euro). Il lotto, ha aggiunto Zhao Lijian, è stato spedito oggi da Pechino, e sarà consegnato in Ucraina “il prima possibile”.

mercoledì 9 marzo 2022

ANCORA IL COLORE DELLA PELLE

Il razzismo che l'occidente,chi in maniera evidente,chi subdola e chi inconscia,mostra da sempre nei confronti di chi non è di pelle bianca si sta evidenziando in maniera netta con la questione dei profughi ucraini che stanno fuggendo dalle zone colpite dalla guerra combattuta contro la Russia.
Le immagini sono le stesse di quelle che da anni vediamo con chi proviene dalle sponde mediterranee  e da quelle delle frontiere dell'est che ora spalancano i cancelli dei confini per far passare centinaia di migliaia di persone che hanno negli occhi lo stesso orrore di chi sta vivendo un conflitto sulla propria pelle con tutte le incognite che ciò comporta.
Cambia la pelle,ma sono le stesse madri con i bambini,alcuni anche infanti,che scappano con quello che hanno preso in fretta e furia sperando forse un giorno di tornare nelle terre natie,ma è sotto gli occhi di tutti la differenza di trattamento che ricevono in base se hai i capelli biondi e gli occhi azzurri rispetto a chi ha occhi e capelli neri e soprattutto dello stesso colore la pelle.
L'articolo di Internazionale(guerra-ucraina-razzismo )spiega bene quello che negli ultimi giorni stiamo vivendo tramite la cronaca della guerra con la gente che scappa attraverso i confini ucraini nelle vicine Polonia,Slovacchia,Ungheria,Romania e Moldavia,con una partecipazione solidale che non ha confronti negli ultimi anni se non decenni.
E l'Italia è tra i paesi in prima linea a supportare aiuti umanitari(non sto dicendo che non bisogna aiutare la popolazione ucraina ovviamente,sono sempre i poveri e i disperati le vittime predilette dei conflitti,di tutte le guerre)e purtroppo non solo quelli con l'invio di armi nel nome della pace(madn cercare-la-pace-con-la-guerra ).
Davvero questa gara di solidarietà anche voluta per nobiltà d'animo non l'avevo mai vista e come detto nell'articolo sottostante il fatto è che il mondo occidentale ritiene la propria civiltà al di sopra di quelle del resto del mondo,soprattutto di quella africana ma anche di quella asiatica,viste come territori proprio da terzo mondo abitato da persone sempre in conflitto tra di loro e animate da religiosità differenti.
E poi anche la media vicinanza geografica fa sembrare il conflitto più vicino alle nostre case,non come le lande desertiche di certe nazioni dell'Africa o quelle desolate e sperdute del centro dell'Asia:in sostanza l'occidente è il bene,lo sviluppo e la giustizia mentre il resto del mondo è popolato da pagani e da terroristi pronti a invaderci e rubarci il lavoro e le donne,un film già visto.
Da sottolineare anche il fatto che tra gli stessi profughi ucraini ci sono centinaia di africani,indiani e mediorientali che lavorano o studiano in Ucraina e ai confini di cui sopra sono stati trattati come usano con gli altri profughi non bianchi,maltrattati,discriminati e addirittura picchiati e fatti passare in coda rispetto agli ucraini che abbiamo nell'immaginario(vedi:www.ilpost.it/ucraina-fuga-africani-indiani-razzismo ).

Il racconto della guerra in Ucraina rivela il razzismo occidentale.

Patrick Gathara, Al Jazeera, Qatar.

7 marzo 2022 

Il conflitto in corso in Ucraina tra popolazioni slave russe e ucraine, queste ultime appoggiate da una coalizione tribale di nazioni nell’Europa subscandinava, non ha messo in evidenza soltanto la fragilità della pace nel subcontinente devastato dalla pandemia. Ha svelato anche una squallida sfumatura di eccezionalismo razzista con cui molte persone europee e di discendenza europea tendono a guardare a se stesse. 

È stato impossibile non accorgersi dello shock, all’idea che tutto questo potesse succedere in Europa, mostrato dai giornalisti caucasici che stanno raccontando la guerra scatenata dall’invasione della Russia con il pretesto di sostenere gli alleati etnici nelle enclave tribali di Donetsk e Luhansk, riconosciute come repubbliche indipendenti. 

“Sono così simili a noi. Ecco perché è così scioccante… La guerra non è più qualcosa che colpisce popoli poveri e lontani. Può accadere a chiunque”, ha scritto Daniel Hannan sul Telegraph, nel Regno Unito. “Pensate, siamo nel ventunesimo secolo, siamo in una città europea, e si lanciano missili come se fossimo in Iraq o in Afghanistan”, si lamentava un commentatore alla tv francese. 

Inviato a Kiev, nella capitale ucraina, il corrispondente della rete statunitense Cbs Charlie D’Agata ha dichiarato che l’Ucraina “non è, con il dovuto rispetto, un posto come l’Iraq o l’Afghanistan, in guerra da decenni… Questa è una città relativamente civilizzata, relativamente europea – devo stare attento alle parole che uso – dove non ti aspetteresti né spereresti mai che possa accadere qualcosa di simile”. In seguito si è scusato. 

Un ritratto impietoso.

Queste reazioni scandalizzate naturalmente con sono una novità. Raccontando gli eventi accaduti negli Stati Uniti durante l’amministrazione Trump, soprattutto in occasione delle elezioni del 2020, i giornalisti esclamavano con regolarità che quel caos era una cosa da “terzo mondo”, che non ci si sarebbe potuti aspettare negli Stati Uniti. “Adesso l’America è un paese del terzo mondo”, recitava un titolo della rivista Fortune raccontando il primo sgangherato dibattito presidenziale tra Donald Trump e Joe Biden, destinato a succedergli. 

Il pensiero torna a Chinua Achebe che, recensendo nel 1975 il romanzo di Joseph Conrad Cuore di tenebra, osservava come “per ragioni che sarebbe sicuramente utile indagare dal punto di vista psicologico, l’occidente sembra nutrire profonde preoccupazioni riguardo la precarietà della sua civiltà” e aver bisogno di essere rassicurato di continuo dal paragone con l’Africa. All’Africa possiamo aggiungere l’Iraq, l’Afghanistan e gran parte del sud globale. 

In sostanza, i giornalisti cercano di ribadire l’eccezionalismo e la virtù dell’Europa bianca esternalizzando i mali di quest’ultima verso il mondo “in via di sviluppo”. Ciò che Achebe scriveva dell’Africa può essere esteso a gran parte del mondo non bianco, che “è per l’Europa quello che il ritratto è per Dorian Gray, ossia un contenitore in cui il padrone scarica le sue deformità fisiche e morali così che lui possa andare avanti, dritto e immacolato”. 

Paradossalmente, le deformità morali dell’Europa sono sotto gli occhi di tutti fin dall’inizio dell’invasione russa, essa stessa profondamente immorale e ingiusta. Il trattamento che, stando a quanto riportato, le guardie di frontiera ucraine hanno riservato agli africani, agli indiani e ad altre persone di colore che cercavano di lasciare il paese resterà una macchia indelebile sulla resistenza per altri versi eroica del paese contro l’aggressione. 

Il caldo benvenuto accordato ai profughi ucraini dai vicini dell’Unione europea è in netto contrasto con l’ostilità sperimentata da persone diverse dal punto di vista razziale, giunti da altri paesi sulla soglia dell’Europa. E gli europei non hanno certo fatto mistero dei motivi di questa discrepanza. 

I giornalisti non si rendono nemmeno conto del paradosso delle potenze europee che, mentre accolgono i profughi creati dall’invasione russa, respingono quelli creati dalle sue invasioni.

Il primo ministro bulgaro Kiril Petkov ha dichiarato: “Questi non sono i profughi che eravamo soliti vedere. Queste persone sono europee, perciò noi, insieme a tutti gli altri paesi dell’Ue, siamo pronti ad accoglierli. Queste sono… persone intelligenti, istruite… perciò nessuno dei paesi europei teme l’ondata di immigrati che sta per arrivare”. 

Il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha dichiarato poi che “accetteremo chiunque ne abbia bisogno. La società ucraina è sempre più impaurita e preoccupata. Siamo pronti ad accettare decine, centina di migliaia di profughi ucraini”. Tutto questo mentre il suo paese continua a negare l’ingresso a migranti e richiedenti asilo, in gran parte iracheni, afgani e siriani, lungo il confine con la Bielorussia. 

Nel Regno Unito, che ha valutato la possibilità di respingere i profughi non bianchi verso il Canale della Manica, il primo ministro Boris Johnson pare abbia detto che gli ucraini potranno entrare senza necessità di visto se hanno già dei parenti nel paese. 

Vale la pena notare che quando i giornalisti, sconvolti nel vedere il continente puro immergersi in un fango che ritenevano essere riservato unicamente al resto dell’umanità, si degnano di accennare alle posizioni contraddittorie sui richiedenti asilo, lo fanno solo incidentalmente. Sembra che la parola “razzismo” venga attentamente evitata. 

A quanto pare non si rendono nemmeno conto del paradosso rappresentato dalle potenze europee che, mentre accolgono i profughi creati dall’invasione russa, respingono quelli creati dalle sue invasioni e occupazioni. Così come il fatto che mentre la Russia viene condannata, come è giusto che sia, per aver invaso il paese di qualcun altro, i paesi che più fanno sentire la loro voce sulle leggi internazionali o sulla Carta e sulle risoluzioni delle Nazioni Unite ignorano tranquillamente il fatto che l’Israele dell’apartheid sta facendo esattamente la stessa cosa con i palestinesi. In quel caso niente richiesta di sanzioni o isolamento. Niente celebrazioni del coraggio del popolo di Gaza e dei territori occupati in Cisgiordania che difende la sua libertà contro un brutale occupante. 

Ma d’altronde Israele non ha invaso un paese bianco europeo e noi sappiamo che secondo loro alcuni comportamenti sono accettabili e devono essere messi in conto se diretti verso persone in altri continenti. 

Di fatto nei confronti del nord si ha la stessa reazione del comico John Oliver quando ha saputo che anche l’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush, responsabile della disastrosa invasione dell’Iraq nel 2003, stava condannando Putin. “Aspetta un momento, George. Tu proprio no”, ha detto nella sua trasmissione Last week tonight. “Non sei la persona adatta a farlo, perché questa dichiarazione avrebbe avuto senso solo se alla fine avessi detto ‘Oh m***, adesso capisco. Mi dispiace, adesso chiudo la mia c*** di bocca”. 

Piuttosto che chiudere la bocca, forse sarebbe stato meglio se avessero mostrato un minimo di consapevolezza e coerenza. 

(Traduzione di Giusy Muzzopappa) 

Questo articolo è stato pubblicato sul sito di Al Jazeera.

giovedì 3 marzo 2022

CERCARE LA PACE CON LA GUERRA

A molti saranno parse le affermazioni e più di quelle le decisioni dei governanti italici di poter parlare di pace stanziando soldati e una vagonata di Euro per armare l'Ucraina nel conflitto contro la Russia,e i soliti buonisti che sventolano la bandiera della pace e che praticamente votano l'intero corollario parlamentare hanno le mani sporche di sangue facendo finta di non saperlo.
Nell'articolo proposto(libera una_guerra_scaturita_da_una_pace_armata )c'è la riflessione del Presidente di Libera Luigi Ciotti che senza fare alcun nome spiega in semplici parole di come una guerra nasca per primo dalla fame di potere e di soldi dei potenti di una popolazione che prima ancora di dichiarare conflitti affama la propria gente non combattendo la povertà ma i poveri,usando violenza di tutti i tipi contro i miti e quello che lui chiama i non-conformi.
Un punto di vista spirituale ma anche pratico con l'aumento nell'ultimo periodo di pandemia di produzione e di vendita di armi,che intanto in tutto il mondo è sempre tempo di guerra e di fare affari sulla pelle dei più deboli,in qualunque posto e per qualunque popolo.

Una guerra scaturita da una pace armata.

Una riflessione di Luigi Ciotti: "Una società attraversata dalla competizione e dai conflitti sarà sempre terreno fertile per la guerra."

La guerra reale o minacciata, la guerra di cui ci accorgiamo solo quando si affaccia più vicina a noi e ai nostri interessi, ma che senza tregua insanguina tante regioni del mondo. La guerra che non “scoppia” all’improvviso, ma che – covata da chi se ne avvantaggia – lievita e poi dilaga con forza distruttiva, travolgendo persone, ecosistemi, patrimoni storici e culturali.

Non sono solo gli Stati e le coalizioni a entrare in guerra fra loro. Prima, o nel frattempo, sono i potenti a dichiarare guerra ai propri popoli, i ricchi a lottare non contro la povertà ma contro i poveri, dolenti testimoni della loro ingiustizia, i violenti ad accanirsi contro i miti e i non-conformi, dalle cui mani dipende il futuro del pianeta.

Esiste un rapporto di forze che non è fra gli eserciti schierati, ma fra chi ha il potere della forza e chi, solo, speranza di giustizia. Chi è in condizione di decidere e chi no.

E questo dovrebbe esserci più che mai chiaro oggi. Durante la pandemia sono infatti cresciute a livello planetario – inclusa l’Italia – la produzione e la vendita di armamenti. Mentre il mondo della medicina e della scienza si spendeva per salvare le vite dal Covid, altri spendevano per acquistare strumenti di morte, da mettere in mano a quelle stesse vite salvate. Ecco l’insensatezza della guerra, che inizia ben prima di scoppiare.

Di fronte a tutto questo la pace non può essere promossa in forma di appello generico, né, solo, di fideistica convinzione. Non può ridursi a ciò che don Tonino Bello – che la pace l’ha sempre praticata e non solo proclamata in forme retoriche e rassicuranti – chiamava il “monoteismo della pace”. C’è infatti un legame necessario fra pace e giustizia, fra pace e diritti umani, poiché solo se fondata sul riconoscimento della dignità delle persone la pace è vera e destinata a durare. Altrimenti è una traballante tregua, un accordo contingente mosso da interessi di altro genere.

Oggi dobbiamo allora concepire la pace come una tensione, una costruzione quotidiana che comincia da ciascuno di noi, dai nostri rapporti più prossimi. Una società attraversata dalla competizione e dai conflitti sarà sempre terreno fertile per la guerra. Ma se impariamo a praticare l’ascolto, il confronto, il riconoscimento anche nei riguardi di chi ci appare meno simile e “conforme”, concimeremo campi di pace.

Il nostro pensiero e il nostro impegno vanno a chiunque nel mondo, indipendentemente dalle appartenenze e dai confini, s’impegna per smascherare la guerra non “fredda” ma nascosta, dalla quale esplode quella delle bombe e dei cannoni. Il nostro pensiero e il nostro impegno vanno a chi si mette in gioco in prima persona per vivere e per affermare la pace.

Luigi Ciotti Presidente di Libera - Gruppo Abele

venerdì 25 febbraio 2022

LE LACRIME DI COCCODRILLO DEI BUONISTI

Una visione interessante sulla genesi del conflitto ucraino dove le colpe sono quasi esclusivamente affibbiate alla Russia ed in minor parte alla Nato(l'Ucraina è solo l'agnello sacrificale da quello che ci propinano alla televisione e nella maggior parte dei siti d'informazione on line)ce la da questo articolo di Comune Info a firma di Ascanio Celestini(chi-e-il-colpevole? )dove si fa notare giustamente chi fa la politica con le armi.
E noi siamo dei campioni in questo senso e i due principali indiziati di colpevolezza sono il premier Draghi("ci dobbiamo dotare di una difesa molto più significativa e bisognerà spendere molto di più di quanto fatto finora")ed il ministro della guerra più che della difesa Guerini,ex sindaco di Lodi e punta di diamante del Pd che ha posto al Parlamento ben diciotto programmi di riarmo di cui tredici assolute novità.
Questi personaggi,assieme ad altri e riferendomi soprattutto al partito di Guerini che al tempo della guerra nei Balcani erano al potere con altro nome,sono quelli che difendono i nazisti ucraini e che attaccano senza mezzi termini Putin,non ricordandosi delle nefandezze promosse e sostenute ampiamente negli anni novanta ancora con la Nato che ne fece anche allora di atti orribili(madn settantanni-dinfamia )invitata ad operare nelle basi italiane direttamente da Prodi con il benestare di D'Alema e Fassino.
I numeri parlano chiaro,infatti quest'anno sono ben 26 i miliardi di Euro destinati al ministero della difesa con un aumento di 1,35 miliardi annui,calcolando che il 64% circa di tale somma è destinata a missioni collegate al controllo della difesa dell'approvvigionamento dell'energia proveniente da fonti fossili.

Chi è il colpevole?

di Ascanio Celestini 

Negli ultimi due anni il ministero della difesa (governo Conte II e Draghi) ha chiesto l’approvazione in parlamento di un numero senza precedenti di programmi di riarmo (diciotto). Il 64 per cento della spesa italiana per le missioni militari è destinato a operazioni collegate alla difesa di fonti fossili. Naturalmente il micromondo italiano non è l’unico a fare politica con le armi. La guerra non è un’improvvisa parentesi 

Chi è il colpevole di questa guerra? È la Nato che sta allargando i propri confini? È Vladimir Putin che ha scommesso sulla propria forza e ha tirato la corda puntando sulla debolezza statunitense e sulle divisioni dell’Europa? Io penso che la colpa è prima di tutto di chi fa politica con le armi. E mi pare una disquisizione da salotto decidere chi sia più o meno responsabile.

«La spesa militare, a livello globale, è raddoppiata dal 2000 ad oggi, arrivando a sfiorare i duemila miliardi di dollari all’anno» (dall’appello di cinquanta premi Nobel e scienziati). E se guardiamo in tasca al nostro paese ci accorgiamo che il bilancio del ministero della difesa per il 2022 sfiora i 26 miliardi di euro con un aumento di 1,35 miliardi. «Ci dobbiamo dotare di una difesa molto più significativa e bisognerà spendere molto di più di quanto fatto finora» ha detto Mario Draghi. Ed ecco che un colpevole ce lo abbiamo dentro casa. Fa il presidente del consiglio in Italia.

Un altro si chiama Lorenzo Guerini. Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana Pace e Disarmo ci fa sapere che il nostro ministro della guerra «ha sottoposto all’approvazione del Parlamento un numero senza precedenti di programmi di riarmo: diciotto, di cui ben tredici di nuovo avvio». 

Greenpeace International ci dice che «circa il 64 per cento della spesa italiana per le missioni militari è destinato a operazioni collegate alla difesa di fonti fossili». Negli ultimi quattro anni abbiamo speso 2,4 miliardi di euro nelle missioni militari collegate a piattaforme estrattive, oleodotti e gasdotti che riguardano l’Eni.

Per me è un piccolo capolavoro di indecenza l’articolo che Ernesto Galli della Loggia ha scritto sul Corriere della Sera il 12 luglio 2020 a proposito dell’Egitto. «Abbiamo bisogno del ben volere di Al Sisi perché l’Eni possa continuare non solo ad estrarre dal suo Paese l’ingentissima quantità d’idrocarburi e di gas che estrae ogni anno» e dunque possiamo evitare di chiedere #veritàperGiulioRegeni. Il bravo giornalista ritiene che sia più significativo «intitolare sempre al nome di Giulio Regeni un certo numero di borse di studio (magari chiamando l’Eni a contribuire al loro finanziamento)…».

Allora? Chi è il colpevole di questa guerra?

mercoledì 23 febbraio 2022

NUOVA TAPPA DEL WAR WORLD TOUR STATUNITENSE?

Sono passati ufficialmente più di otto anni dai fatti di Maidan che culminarono nelle proteste di piazza a Kiev e che ebbero nel rogo di Odessa del maggio 2014(vedi:madn il-massacro-di-odessa )la sveglia per la maggior parte del mondo che in Ucraina c'è stata una sommossa che ha portato i neonazisti al potere con Svoboda e con nel cuore la figura di Stepan Bandera il padre del nazionalismo ucraino(vedi:madn il-regime-voluto-dal-golpe-filo occidentale in ucraina ).
La situazione del Donbass,della Crimea e delle Repubbliche di Lugansk e Donetsk va avanti quindi da quasi un decennio,intervallate da periodi di guerra e di sostanziale tregua che sono state raccontate al resto del mondo con clamore o in sordina.
Nelle ultime settimane questa cronaca viene urlata principalmente dagli Usa e dalla Nato con l'Ue spettatrice impotente e soggiogata alle prime due,lo yesman dei guerrafondai e dell'organizzazione che è promotrice del guerrafondaismo degli Stati Uniti e che dovremmo mettercela alle spalle per avere spiragli di pace(madn sempre-piu-necessaria-luscita-dalla-nato ).
L'articolo di Contropiano(mosca-riconosce-le-repubbliche-popolari-del-donbass )parla della decisione russa di riconoscere ufficialmente tramite il consiglio di sicurezza le repubbliche popolari del Donbass e quindi di poter intervenire lecitamente in ottemperanza del decisioni raggiunte con l'accordo di Minsk venute meno.
Poi lo sappiamo tutti che questa guerra è fortemente voluta dai democratici statunitensi che hanno sempre avuto un immenso piacere a dichiarare conflitti e a infliggere"lezioni di democrazia"a tutto il mondo:gli interessi di una nazione basati sul capitalismo non devono coinvolgere tutto il pianeta anche perché è risaputo che a patire veramente gli effetti della guerra sono sempre i soliti poveri innocenti.

Mosca riconosce le Repubbliche popolari del Donbass.

di  Fabrizio Poggi   

Nella tarda serata di lunedì 21 febbraio, Vladimir Putin ha firmato il decreto di riconoscimento delle Repubbliche popolari di Lugansk e di Donetsk quali stati «indipendenti, democratici, sociali e di diritto», da parte della Federazione Russa. Insieme ai leader delle due Repubbliche, Leonid Pasečnik e Denis Pušilin, Putin ha sottoscritto anche un accordo di amicizia, collaborazione e aiuto tra L-DNR e FR, come era stato chiesto dai due leader del Donbass. 

La firma di Putin è arrivata pochissime ore dopo il termine della riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza russo (organo consultivo), svoltasi nel pomeriggio, nel corso della quale praticamente tutti gli intervenuti – Ministri della difesa e degli esteri Sergej Šojgu e Sergej Lavrov, Primo ministro Mikhail Mišustin, Segretario del Consiglio di sicurezza Nikolaj Patrušev, ex Primo ministro e attuale vice presidente del Consiglio di sicurezza Dmitrij Medvedev, ecc.) – si erano pronunciati per il riconoscimento delle Repubbliche popolari.

Di fatto, subito dopo la seduta del Consiglio di sicurezza, al telefono con Emmanuel Macron e Olaf Scholz, Putin aveva loro già annunciato che, a momenti, avrebbe messo la firma in calce al decreto. Ora la cosa è fatta. 

In Donbass si esulta e si parla di data storica. 

Dalle cancellerie europee, invece, come da copione, lamentazioni di «delusione» e annunci di sanzioni europeiste contro Mosca. «Condanna», anche questa scontata, da parte del Segretario generale NATO, Jens Stoltenberg e riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza ONU. 

Alla riunione del Consiglio di sicurezza russo, Lavrov aveva messo alla berlina tutte le uscite occidentali e ucraine in aperto dispregio di ogni accordo e aveva dichiarato che il loro atteggiamento nei confronti del Donbass non lascia a Mosca altra scelta se non quella del riconoscimento delle Repubbliche. 

Mišustin aveva dichiarato che, in effetti, il Governo russo già da mesi stava adottando misure che sottintendessero il prossimo riconoscimento di L-DNR. Medvedev ha tra l’altro ricordato come nel 2008, lui stesso Presidente russo, il riconoscimento di Abkhazija e Ossetija meridionale avesse impedito i massacri di popolazione civile nel corso dell’aggressione portata dall’allora presidente georgiano Mikhail Saakašvili, con l’aperto beneplacito di George Bush. 

Il paragone non sembri così peregrino: i civili in Donbass continuano a morire anche in queste ore sotto i colpi delle artiglierie ucraine, mentre vengono alla luce ancora nuove fosse comuni coi resti di uomini e donne, spesso decapitati, massacrati all’inizio dell’attacco ucraino nel 2014 dalle spedizioni terroristiche dei battaglioni nazisti, così cari ai demo-liturgici di casa nostra.

La riunione del Consiglio di sicurezza russo si è svolta dopo che nei giorni scorsi la Duma aveva approvato pressoché all’unanimità la proposta di riconoscimento di L-DNR. 

Ma, soprattutto, dopo che nella mattinata di lunedì i leader di DNR e LNR, Denis Pušilin e Leonid Pasečnik si erano rivolti ufficialmente a Mosca chiedendo il riconoscimento delle repubbliche anti-naziste (rifiutiamo di definirle “separatiste”, alla maniera dei giornalacci euroatlantici nostrani; ma di questo, più espressamente in altra sede), quale unica via rimasta per porre fine o, quantomeno, dare l’altolà ai nazisti ucraini, che in queste ore stanno attuando l’ennesima sanguinosa offensiva contro il Donbass, con nuove vittime tra la popolazione civile; vittime che vanno aumentando ogni ora che passa.

Nel corso della riunione, Putin aveva comunque tenuto a sottolineare che la decisione avrebbe in ogni caso riguardato il riconoscimento dell’indipendenza delle due Repubbliche popolari, ma non il loro ingresso nella compagine russa.

Ora, la decisione di Vladimir Putin sul riconoscimento delle Repubbliche popolari, che si aggiunge alla concessione – ormai effettiva da alcuni anni e che interessa già oltre 800.000 cittadini di L-DNR – della cittadinanza russa a qualsiasi abitante delle due Repubbliche che lo desideri, non può non portare con sé significative conseguenze, non solo nei rapporti tra Mosca e Kiev, ma soprattutto nelle relazioni tra la Russia e gli sponsor euroatlantici dei nazigolpisti ucraini. 

Ma, a questo punto, già da settimane la scelta appariva quasi obbligata per Mosca, sia per salvaguardare la vita e l’incolumità di propri cittadini e connazionali a ogni effetto, sia per porre un argine alla sfacciataggine di Washington e di Bruxelles, una volta praticamente esaurita la strada della trattativa. 

Nell’intermezzo tra la fine del Consiglio di sicurezza e la firma del decreto, Putin si è rivolto alla nazione, con un discorso di quasi un’ora, per illustrare la situazione e annunciare i passi del Cremlino. Ha messo in guardia Kiev, esigendo «l’immediata cessazione delle azioni di guerra. In caso contrario, ogni responsabilità per la possibile continuazione dello spargimento di sangue ricadrà interamente sulla coscienza del regime al governo sul territorio dell’Ucraina», ha detto. 

Allargando il discorso alla situazione internazionale, ha ricordato come lo scorso dicembre, Mosca avesse proposto a Washington e Bruxelles di concordare garanzie di sicurezza, che escludano un’ulteriore espansione a est della NATO e il dispiegamento di armi da attacco anche in Ucraina. Rimaste senza risposta quelle proposte, ha detto Putin, Mosca «ha tutto il diritto di adottare misure di risposta per garantire la propria sicurezza» e questo è «proprio ciò che faremo».

Da sfondo a tali dichiarazioni, ancora una volta si sono però sprecate anche le imprecazioni di Putin contro i bolscevichi, Lenin, la “dittatura stalinista”, la fondazione dell’URSS come confederazione che, a detta di Vladimir Vladimirovič, sarebbero la causa anche dell’attuale situazione in un Donbass, “regalato” da Lenin all’Ucraina, «a spese di territori storici russi», del vecchio impero russo così caro alla nuova Russia.

Tant’è. Prendiamo atto anche di queste ennesime esternazioni putiniane. Ne parleremo. Ma non ora. 

Sul momento, la questione principale e quasi esclusiva sul tappeto è un’altra. Era chiaro che il «ci hanno fregato», pronunciato da Putin all’indirizzo della NATO, non sembrava ormai più sufficiente. Sembrava arrivato il tempo di porre la domanda: «e allora?». Un primo passo, tutt’altro che da poco, è stato fatto. 

Ora, parafrasando il Lenin così inviso ai nuovi russi, si può dire che la presenza di truppe e mezzi militari russi in Donbass, «di cui a lungo hanno parlato» i media cialtroni euroatlantici, si attua per davvero e mette fine alla pulizia etnica nazigolpista ai danni della popolazione russa e russofona del Bacino del Don, iniziata (come minimo) nel 2014.

mercoledì 26 gennaio 2022

IL CAVALLO DI TROIA

Come previsto già dagli stessi ambienti della destra nelle ore antecedenti alla prima votazione per l'elezione dl nuovo Presidente delle Repubblica la tanto temuta ma allo stesso tempo improponibile candidatura del criminale Berlusconi è stata un fuoco di paglia ma non per questo una mossa pericolosa e forse azzeccata dai reazionari italiani.
Infatti senza nemmeno giocarsi l'ex premier puttaniere la destra(e non solo,buona parte del gruppo misto e il figlioccio Renzi)ha usato Berlusconi come cavallo di troia per fare venire fuori altri nomi abbastanza forieri di cattivi presagi,da Nordio a Pera passando a Tremonti senza tralasciare le quote rosa con la Casellati e la Moratti,magari personalità più spendibili ad un centro(senza sinistra)che fin'ora un nome nemmeno l'ha partorito.
Ebbene Berlusconi proprio per come l'Italia sta andando alla deriva e soprattutto per come ci vedono all'estero sarebbe stato un nome consono per buona parte degli italiani,faccendieri,fancazzisti,arraffatori e bramosi di soldi e poi di potere,davvero un rappresentante degno per molti degli abitanti del belpaese.
L'articolo di Contropiano(berlusconi-ormai-patetico-la-prospettiva-di-draghi )spiega le mosse della destra e pone il nome di Draghi come possibile alternativa ma con molti se e ma,di sicuro l'attuale premier è apprezzato all'estero per via della continuità con la quale rende più poveri quelli che già se la passano male e più danarosi quelli già ricchi,il perfetto garante delle banche e delle lobbies capitaliste che strozzano la gente e avvelenano la terra.

Berlusconi ormai patetico, la prospettiva di Draghi.

di  Mauro Casadio*   

Il campione “dell’italianità” (in verità annacquato in questi anni dal rapporto con la Merkel) e dell’inesistente centrodestra ha prodotto l’ennesima brutta figura, provando a fare di nuovo la “mossa del cavallo” con l’autocandidatura alla presidenza della repubblica che, però, non ha funzionato.

D’altra parte l’ultima volta che ha funzionato veramente è stato solo nel ’94, quando l’imprenditore prese in contropiede tutto il mondo politico italiano dell’epoca.

Questa nuova cantonata di Berlusconi non va ridotta solo all’esigenza di rompere ed invertire una parabola discendente, che per lui oggi è palesemente irreversibile, perché in questo passaggio è riuscito a trascinare sia la Lega che FdI che rappresentano, almeno in teoria, circa il 40% dell’elettorato.

Questo dato nei sondaggi e l’affermazione di un irrazionalismo di massa che si è manifestato sulla vicenda dei “No Vax”, amplificato ad arte dai mass media, ci dice che una larga parte della popolazione italiana vive un rifiuto aprioristico, in gran parte giustificato, verso quelle che sono le istituzioni ed il quadro politico attuale.

Su questo sentimento di “pancia” il centrodestra ha pensato che c’erano le condizioni per cavalcare la tigre e per ricostruire la propria unità candidando Berlusconi, pur sapendo quanto la scommessa fosse rischiosa, e questo si è visto anche dagli atteggiamenti ondivaghi di Salvini e della Meloni. In realtà la rendita di posizione che la destra ha indubbiamente sul piano sociale non riesce a trasferirsi sul piano politico e istituzionale.

Infatti questa destra, abbandonata in questa occasione anche dal killer professionista Renzi, ha due contraddizioni che le impediscono di affermarsi.

La prima è politica. Ovvero, la sua articolazione sociale è ampia e va dai ceti produttivi della piccola e media industria, che fanno riferimento alla Lega, alla piccola borghesia, a settori popolari e di malessere “metropolitano” in particolare al sud, che votano soprattutto la Meloni. Tale divaricazione nella rappresentanza sociale e politica impedisce una ricomposizione e innesta una competizione elettorale che ha minato il tentativo di ricomposizione berlusconiano.

L’altra contraddizione è strutturale e più seria. Ovvero il centrodestra e la stessa destra, in senso stretto, hanno al loro interno  posizioni divergenti sul rapporto da tenere con l’Unione Europea; frattura strategica questa che passa dentro la Lega e che spiega la contraddittorietà delle contorsioni salviniane.

Nelle settimane scorse i portavoce dell’antiberlusconismo, dalla Repubblica al Fatto Quotidiano fino al Manifesto, stavano già scaldando i motori per riprendere la litanìa antiberlusconiana che ha sempre preparato le svolte a destra della cosiddetta “sinistra”.

Qualcuno lo ha fatto per calcolo politico, altri per una visione distorta delle dinamiche politico-istituzionali, ma certo quello che si stava per mettere in moto è la solita coazione a ripetere. Coazione funzionale a compattare contro un nemico esterno e per preparare l’elettorato del centrosinistra a ingoiare un ulteriore numero indefinito di rospi, come invitò a fare lo stesso “Manifesto” in altri tempi.

Dunque, dopo la sceneggiata dell’allegra compagnia del centrodestra, torna al centro la candidatura “seria” di Mario Draghi. Ma anche in questo caso bisogna leggere i sommovimenti che preludono alle scelte che verranno fatte, e che spesso non sono visibili, anche per la cortina fumogena che alza la stampa mainstream.

Il primo e più rilevante di questi è indubbiamente l’intoccabile tutela degli interessi e dei parametri della UE. Forse è sfuggita ai più la dichiarazione che ha fatto il Commissario francese UE Breton il 13 gennaio scorso: “dopo l’Europa della democrazia e l’Europa del mercato, apriamo ora la strada a un’Europa del potere”. Parlare perciò di presidenza della Repubblica, di governo Draghi, di nuovo governo o di elezioni anticipate significa capire in primo luogo il contesto in cui questi “fenomeni” avvengono.

Sembrerebbe, perciò, che ora l’ascesa al Quirinale di Draghi sia inarrestabile. Ma c’è un “Ma”!

Infatti a questo punto si pone il problema, da tutti rilevato, della tenuta di un nuovo governo e del rischio di elezioni anticipate, che farebbero saltare l’equilibrio politico raggiunto con la UE ed i vantaggi avuti con il PNRR. Su questo Berlusconi è stato chiaro: “Draghi deve rimanere al governo per salvare la stabilità e la patria”.

Qui di nuovo si insinua la debolezza della Rappresentanza Politica in un paese in cui la disgregazione sociale si è accentuata grazie alle politiche attuate da tutte i partiti nella cosiddetta Seconda Repubblica.

Detto in termini pratici: avere Draghi presidente della Repubblica e fare un governo diretto da una personalità diversa probabilmente, segnerebbe il ”liberi tutti” e l’occasione di rivincita delle varie forze di centrodestra, uscite scornate da quest’ultimo giro di valzer, per andare alle elezioni e per affrettarsi ad accaparrare più voti possibili sperando di fare un loro governo, coscienti di essere le forze più rappresentative nella società italiana.

Quella cui si sta andando incontro è perciò una contraddizione apparentemente insanabile in cui il centrodestra, uscito politicamente sconfitto, potrebbe rompere i giochi e tentare di risalire la china con un effetto domino che si ripercuoterebbe anche a livelli della UE.

Poiché sappiamo che le vie del signore sono infinite, c’è un altro scenario da prendere in considerazione e che non farebbe saltare i giochi fatti finora. L’opposizione a Draghi presidente non viene solo da Berlusconi, anche se qualcuno pensava che nel ritiro avrebbe rilanciato Draghi, ma anche da  una parte del M5S e forse anche di una parte del PD.

Da alcuni giorni si parla su diversi versanti di “rosa dei candidati super partes”, di candidature femminili ed altre possibili soluzioni… Insomma di soggetti diversi da Draghi, che dovrebbe perciò continuare a fare il presidente del consiglio per garantire la governabilità, ma anche per il banale “tirare a campare” da parte dei parlamentari fino al 2023, interessati a portare a termine la “propria” legislatura, con i conseguenti benefici.

Insomma, la soluzione che si può intravvedere e è quella dell’elezione di un “Re Travicello” che faccia contenti tutti e Draghi che continua fino a fine legislatura, magari con la prospettiva di tornare al suo “naturale” ruolo continentale nel ’24 con l’elezione del nuovo presidente della Commissione Europea.

Non è una previsione, non siamo in grado di farne, ma è una possibilità.

*Rete dei Comunisti

giovedì 30 dicembre 2021

CONFUSIONE TOTALE

E' chiaro ormai a tutti che il governo nel caso della prevista quarta ondata e sicuramente non ultima stia lavorando in maniera confusa e casuale,e nemmeno in questo caso la comunità scientifica se la stia cavandosela all'altezza con scelte fatte a spanne che seppur dettate da modifiche del coronavirus ormai giornaliere non riesce ad azzeccarne due di fila.
Tra quarantene azzerate per l'ordine di Confindustria(madn coronavirus-colpa-nostra(?) ),tracciamenti ormai impossibili da fare,prolungamento delle vacanze scolastiche e caos amplificato dai mass media che fanno terrorismo mediatico con conseguente code agli hub e alle farmacie per i tamponi,l'esecutivo si è dimostrato ulteriormente più preoccupato per l'economia che per la salute dei cittadini quando basterebbe rendere obbligatoria la vaccinazione.
I telegiornali solamente ad inizio mese parlavano con la bocca dei politici di quando siamo belli e bravi in quanto in Italia i casi erano poche migliaia mentre Germania,Francia e Uk erano decine di migliaia,e a meno di un mese ci ritroviamo dall'altra parte in una situazione più caotica degli altri Stati membri europei.
L'articolo di Contropiano(il-governo-nel-pallone-abolisce-di-fatto-la-quarantena )sancisce il totale fallimento a poco meno di due anni dall'emergenza Covid-19 di tutta una politica che fa del profitto l'unico faro cui rivolgersi,con la salute privata che si sta facendo le palle d'oro sulla pelle dei malati e con i comitati scientifici che pure loro hanno colpe sulle varie fasce d'età che vengono via via colpite e con una campagna vaccinale che pur se ha raggiunto un'alta percentuale è ancora ostaggio di tamponi ad ogni variante che salta fuori,e ce ne saranno altre che periodicamente si svilupperanno,e ciò dovuto soprattutto a quelli che non hanno mai accettato il vaccino,che seppur zoppicante rimane l'unico baluardo contro la malattia,in un paese come detto in soqquadro e qui in Lombardia veramente ancora molto peggio.

Il governo nel pallone: abolisce di fatto la quarantena.

di  Dante Barontini   

Allora, diciamola in modo semplice: i governi occidentali, compreso quello italiano, di fronte al moltiplicarsi incontrollabile dei contagi scelgono di diminuire i periodi di quarantena in caso di contatto con portatori accertati del Covid, in qualsiasi variante si presenti.

Lo fanno – e lo dicono apertamente – per impedire che il contagio generalizzato della popolazione porti al sostanziale blocco dell’economia. Visto che, come sta accadendo in molti settori, la necessità di mettersi in isolamento impedisce a un numero crescente di persone di andare a lavorare.

Per di più, un incapace cronico messo a guidare la pubblica amministrazione pretende che i dipendenti pubblici in smart working – quindi a minore rischio di esposizione e di contagio attivo – tornino immediatamente al lavoro “in presenza”. Evidentemente il virus gli piace…

Il ministro dell’istruzione, appoggiato dal super presidente del consiglio, esclude che alla scadenza delle vacanze natalizie gli studenti possano evitare di ammassarsi nuovamente dentro edifici scolastici che dopo due anni non hanno ricevuto alcuna manutenzione adattativa al Covid.

Questo nonostante che i dati riferiscano che ormai il contagio passa soprattutto attraverso le fasce giovanili semi-risparmiate dalla prima variante originale (“Wuhan”).

Qualsiasi virologo o epidemiologo, da due anni a questa parte, ci spiega che per impedire i contagi – e lo sviluppo delle “varianti” – bisogna fare l’esatto opposto. Ma il Pil è sacro e molti scienziati fanno poi come il prof. Mindy in Don’t look up: si adeguano, ammorbidiscono, “conciliano”, trovano compromessi…

Quel che è venuto fuori da un Consiglio dei ministri particolarmente complicato, dopo uno scontro altrettanto duro con e dentro il Cts, è un elenco di misure più cervellotiche non si può. Vediamole: 

“Nuove misure in merito all’estensione del Green Pass Rafforzato (che si può ottenere con il completamento del ciclo vaccinale e la guarigione) e le quarantene per i vaccinati.

Dal 10 gennaio 2022 fino alla cessazione dello stato di emergenza, si amplia l’uso del Green Pass Rafforzato alle seguenti attività:

◦alberghi e strutture ricettive;

◦feste conseguenti alle cerimonie civili o religiose;

◦sagre e fiere

◦centri congressi

◦servizi di ristorazione all’aperto

◦impianti di risalita con finalità turistico-commerciale anche se ubicati in comprensori sciistici

◦piscine, centri natatori, sport di squadra e centri benessere anche all’aperto

◦centri culturali, centri sociali e ricreativi per le attività all’aperto.

Inoltre il Green Pass Rafforzato è necessario per l’accesso e l’utilizzo dei mezzi di trasporto compreso il trasporto pubblico locale o regionale.”

Ognuno di voi può agevolmente trovare altre decine di occasioni altrettanto favorevoli per la circolazione del virus – a cominciare dai luoghi di lavoro – che non sono menzionate.

Ma non è neanche questo l’aspetto più eclatante. La gestione delle quarantene, infatti, sfida contemporaneamente le leggi della logica, quelle della comunicazione e – ovviamente – quelle della salute pubblica.

“Il decreto prevede che la quarantena precauzionale non si applica a coloro che hanno avuto contatti stretti con soggetti confermati positivi al COVID-19 nei 120 giorni dal completamento del ciclo vaccinale primario o dalla guarigione nonché dopo la somministrazione della dose di richiamo.

Fino al decimo giorno successivo all’ultima esposizione al caso, ai suddetti soggetti è fatto obbligo di indossare i dispositivi di protezione delle vie respiratorie di tipo FFP2 e di effettuare – solo qualora sintomatici – un test antigenico rapido o molecolare al quinto giorno successivo all’ultima esposizione al caso.

Infine, si prevede che la cessazione della quarantena o dell’auto-sorveglianza sopradescritta consegua all’esito negativo di un test antigenico rapido o molecolare, effettuato anche presso centri privati; in tale ultimo caso la trasmissione all’Asl del referto a esito negativo, con modalità anche elettroniche, determina la cessazione di quarantena o del periodo di auto-sorveglianza.”

Vedete un po’ voi se è possibile lasciare una materia del genere al caso (alla freddezza e responsabilità dei singoli, magari pressati da datori di lavoro che non vogliono perdere neanche una frazione di prodotto, necessità o menefreghismo vari, ecc). 

Tanto più che vengono considerati “buoni” per uscire dalla quarantena test antigenici rapidi – diventati nel frattempo quasi introvabili, come anche quelli molecolari – che sono valutati “inaffidabili” per la verifica certa, o no, del contagio. E quindi per entrarci. 

Di fatto, e come sempre, si cerca di andare avanti addebitando gli insuccessi inevitabili di una strategia demenziale ad una minoranza altrettanto demenziale che rifiuta il vaccino in nome delle teorie più strane, oltre che per paura. 

I “no vax” sono da questo punto di vista utilissimi, e nessuno si cura di far notare che con l’obbligatorietà vaccinale verrebbe a crollare anche questo diversivo del governo.

Si è tentati di descrivere questo esecutivo come un branco di sciamannati qualsiasi, ma sappiamo bene che questa sciatteria e confusione sono il risultato di scelte sciagurate fatte nel corso degli ultimi due anni. E che ora vengono non solo confermate, ma addirittura aggravate.

Frutto maturo, insomma, di una strategia suicida: “convivere con il virus”.

Abbiamo spesso contrapposto a questa emerita cazzata la strategia molto diversa adottata dalla Cina, ma anche da altri paesi, non necessariamente socialisti (o diversamente socialisti): isolare i focolai al primo manifestarsi, testare tutta la popolazione in quella determinata area, individuazione e tracciamento dei contagiati, isolamento reale – non “fiduciario” – fino a guarigione. Poi, una volta prodotti i vaccini, anche vaccinazione di massa.

All’inizio si poteva fare anche qui, e con i primi focolai era anche stato fatto (Codogno, Vò Euganeo, ecc). Ma immediatamente si alzarono i vampiri di Confindustria, preoccupati di perdere qualche briciola di profitto per qualche mese; impedirono perciò  la dichiarazione di “zona rossa” per Bergamo e la Val Seriana, condannando a morte un numero ancora imprecisato di persone in quella zona e permettendo così al virus di dilagare in tutta Italia.

Non che gli altri paesi occidentali abbiano fatto qualcosa di diverso. Ognuno ha proseguito con il suo personale “io speriamo che me la cavo”, rassegnandosi ad adottare misure di contenimento solo quando gli ospedali arrivavano al limite dell’esplosione.

Oggi le strategie iniziali non sono più possibili. Il virus è ovunque, e muta continuamente. Anche il fatto che la “variante omicron” sia dipinta come “più contagiosa, ma meno letale” – pur in assenza, per il momento, di studi che lo confermino con qualche precisione – viene utilizzato per “allentare” ancora di più le misure di sicurezza.

A conti fatti, per quanto spannometrici (in assenza, ripetiamo, di studi definitivi), se il numero dei contagi si moltiplica per cinque – come detto da autorevoli virologi, per quanto “morbidi” con i rispettivi governi – anche quei “pochi morti in percentuale” che questa variante provoca sono da moltiplicare per cinque. 

Insomma, alla fine, in numeri assoluti – che sono quelli che contano – ospedalizzati e morti saranno più o meno gli stessi: una marea.

Persino l‘Organizzazione mondiale della sanità, che certo non brilla per rigore scientifico, ha dichiarato che la riduzione del periodo di quarantena decisa in alcuni Paesi, tra cui l’Italia, è “un compromesso” tra il controllo dei contagi e la necessità di far andare avanti le economie. 

Se il virus fosse un nemico “ragionevole”, sarebbe anche una scelta logica. Purtroppo non ragiona; si replica all’infinito, finché può. Bisogna combatterlo, non “conviverci”. Altrimenti non ne usciremo mai.

Questo è quel che accade dove “la politica” – con o senza “i migliori” – è un cameriere al servizio delle imprese private, in cui dunque sono le loro esigenze immediate a determinare scelte altrettanto di breve respiro, che producono catene di problemi che si aggrovigliano nel tempo e diventano irrisolvibili con criteri “normali”.

Inutile far notare che dove è invece la politica – e la ricerca scientifica – a dettare l’agenda e le strategia, non stranamente l’economia va molto meglio, nonostante la pandemia, i lockdown e le eccezionali misure di prevenzione adottate anche in casi numericamente minimi.

Un esempio di questi giorni. A Xi’an, a dicembre, sono stati registrati 330 casi di contagio. Per questo i 13 milioni di abitanti della città sono stati messi in lockdown, chiusi in casa, con un esercito di volontari che porta loro da mangiare e un esercito di medici-infermieri che fa il tampone a tutti. 

Con questo metodo, adottato ormai da due anni, si isolano rapidamente i pochi casi, si curano a seconda della gravità in ospedale o a casa, e in meno di un mese quella città torna in genere alla piena – e vera – normalità.

Un metodo che funziona dal punto di vista della salute pubblica (solo 5.000 morti in due anni, in una popolazione di 1,4 miliardi di persone). 

Ma che funziona anche dal punto di vista dell’economia: la crescita cinese ha rallentato nel 2020, anno peggiore per Pechino, ma non è in nessun momento diventata recessione (due trimestri consecutivi negativi). E la ripresa è stata molto forte, molto più anche di quella “miracolosa” fatta segnare – ma solo per quest’anno – dall’Italia (+6,8%).

Ma che strano… Se la popolazione è in salute si produce di più e meglio….

Qualcuno lo spieghi a Confindustria e Draghi. E a tutti i neoliberisti che appestano questo mondo…

venerdì 17 dicembre 2021

LA NATO CONTRO LA CINA E LA RUSSIA

 


L'incontro bilaterale tenutosi negli corsi giorni tra Russia e Cina,rappresentati dai due presidenti Putin e Xi Jinping,ha mostrato agli Usa ed al mondo occidentale atlantista in generale che i due Stati non stanno certo a guardare all'arroganza ed alla presunzione sfociate giornalmente in pure minacce soprattutto dagli Stati Uniti,e che la loro alleanza è sempre più stretta e su vari campi.
Le sanzioni promesse se non un vero e proprio intervento militare contro le due potenze alternative all'influenza della Nato per via di Ucraina e Taiwan,solamente per citare i due ultimi pretesti,non piacciono molto ai due leader che stanchi delle continue vessazioni intensificano la loro collaborazione economica,logistica e sociale,lasciando trapelare il fatto che se ci fossero ingerenze militari dirette sarebbero pronti a rispondere.
L'articolo di Contropiano(vertice-putin-xi-jinping )analizza le strategie proposte e decise nel vertice che penso abbia impressionato le potenze occidentali,che da anni con manovre militari ed alleanze(vedi l'ultima nata Aukus tra Australia,Gran Bretagna e Stati Uniti per cercare di intimorire la Cina),anche se all'interno della stesa Russia e Cina i dubbi e le incertezze esistono e si è cercato di renderle meno pressanti.

Vertice Putin-Xi Jinping. Russia e Cina delineano il loro campo strategico.

di  Alessandro Avvisato   

I leader di Cina e Russia, nel vertice bilaterale di ieri si sono pubblicamente impegnati a rafforzare i loro legami nel contesto di relazioni sempre più tese con il blocco euroatlantico.

Il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo cinese Xi Jinping si sono incontrati mentre entrambi i paesi sono coinvolti nel peggioramento dei rapporti con gli Stati Uniti e i loro alleati. La Russia è accusata di pianificare un attacco totale alla vicina Ucraina, cosa che Mosca ha sempre negato. Si è anche speculato sul fatto che la Cina potrebbe ordinare un’operazione militare per prendere Taiwan, che Pechino insiste a ritenere suo territorio sovrano, nonostante sia stato fuori dal suo controllo negli ultimi sette decenni.

Xi Jin Ping ha descritto Putin come il suo “migliore amico” e uno dei più stretti alleati della Cina sulla scena mondiale, riaffermando che i due paesi sono uniti di fronte alle sanzioni e alla pressione politica occidentale.  Tuttavia, fa notare Russia Today, nonostante la crescente cooperazione militare ed economica, un certo numero di analisti ha sottolineato che le due potenze sono molto meno integrate di blocchi come la NATO.

“La Cina e la Russia devono alzare la voce sulla governance globale e fornire soluzioni pratiche e praticabili per le sfide globali come la lotta contro la pandemia e il cambiamento climatico” ha affermato Xi Jinping osservando che entrambe le parti dovrebbero salvaguardare fermamente l’equità e la giustizia internazionali. “Dovremmo opporci fermamente agli atti egemonici e alla mentalità della Guerra Fredda con il pretesto di ‘multilateralismo e regole'”, ha ribadito Putin.

Putin ha affermato che la Russia è disposta a continuare a rafforzare la cooperazione con la Cina nei settori del commercio, del petrolio e del gas, della finanza, dell’aviazione e dell’industria aerospaziale. collegare l’Unione economica eurasiatica con la Belt and Road Iniziative proposta dalla Cina e rafforzare la cooperazione per combattere la devastante pandemia.

Secondo il ministro degli esteri cinese  i due paesi “sono sempre stati i pilastri della pace e della stabilità nel mondo” e “più il mondo è instabile e turbolento, più la cooperazione tra Cina e Russia sarà decisiva”.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha detto ai giornalisti ha descritto come ora “molto teso”  lo scenario europeo, scenario  che richiede “una discussione tra alleati, tra Mosca e Pechino”. La Russia ha accusato gli Stati occidentali di destabilizzare la regione verso i suoi confini, mentre i politici americani hanno sostenuto che Mosca rappresenta una minaccia esistenziale per l’Europa orientale.

Il funzionario russo ha aggiunto che i due capi di stato percepiscono  una “retorica molto aggressiva sia della NATO che degli USA”. A  ottobre, le navi da guerra russe e cinesi hanno unito le forze per la prima volta per organizzare una missione di pattugliamento nell’Oceano Pacifico. Le esercitazioni sono arrivate poco dopo la rivelazione del patto militare sostenuto da Washington con la Gran Bretagna e l’Australia, noto come ‘AUKUS’, che è stato ampiamente pubblicizzato come progettato per contrastare l’influenza della Cina nella regione.

Cui Heng, un esperto del Centro di studi russi della East China Normal University di Shanghai, ha dichiarato mercoledì al Global Times che “La Cina svilupperà i suoi legami con la Russia in modo pragmatico, soprattutto perché sia ​​Cina che Russia hanno legami difficili con gli Stati Uniti e alcuni altri paesi occidentali”.

Sia la Russia che la Cina stanno cercando sempre più di allontanarsi dall’uso del dollaro USA come valuta principale del commercio internazionale, usando le loro denominazioni per sostenere il crescente volume di scambi tra i due paesi. In questo modo, secondo il ministro degli Esteri russo Lavrov,  i due paesi potrebbero mettersi al riparo dal rischio di sanzioni e rivalità politiche “passando a regolamenti in valute nazionali e in valute mondiali, alternative al dollaro”, aggiungendo che “dobbiamo allontanarci dall’uso di sistemi di pagamento internazionali controllati dall’Occidente”.

Ma l’abbraccio strategico tra Russia e Cina, con motivazioni piuttosto diverse, suscita ancora qualche perplessità, sia in Russia che in Cina.

Secondo Russia Today alcuni analisti sostengono che Mosca rischia di essere “nanizzata” dalle dimensioni dell’economia di Pechino, mentre altri insistono che la crescente influenza della Cina in Asia centrale, anche nelle ex repubbliche sovietiche come il Kazakistan e l’Uzbekistan, potrebbe entrare in collisione con la sfera di interessi della Russia.  Andrey Denisov, ambasciatore russo in Cina, ha scritto a giugno che “credo che un’alleanza formale, specialmente militare-politica, non sia lo schema più ottimale per le relazioni tra due potenze come Russia e Cina”, ma ha anche insistito sul fatto che le due nazioni possono avere relazioni produttive senza intrecciarsi profondamente per combattere un nemico comune.

mercoledì 15 dicembre 2021

TUTTI A PARLARE DELLE DISUGUAGLIANZE

Sulla bocca dei politici,e solo su quella,la parola disuguaglianza troneggia negli ultimi periodi,partendo dai vari esponenti politici di tutte le solfe arrivando al premier Draghi e al Presidente Mattarella,e nessuno escluso parla di questo termine in maniera positiva.
Ma da qui ad agire per allentare la forbice tra i ricchi ed i poveri,tra i potenti e chi non ha nulla,non si è visto ancora niente,nella lunghissima ed eterna campagna elettorale che comprende in queste settimane anche la carica del nuovo Presidente della Repubblica.
L'articolo di Contropiano(la-disuguaglianza-e-una-scelta-politica con relativi schemi)parla dapprima delle disuguaglianze a livello mondiale con il nord e sud del globo che hanno differenze molto forti,e nel proseguo del contributo relativo all'Italia tali divergenze sono allo stesso modo elevate con il potere patrimoniale racchiuso nelle mani di pochi.
L'accozzaglia parlamentare,minoranza compresa,guai a parlare di redistribuzione della ricchezza e di tassazione patrimoniale,anzi si vedono manfrine inaccettabili tra i vari politicanti che si annusano e si leccano come mai capitato prima:vedere i democristiani(più che democratici)lisciarsi il pelo con i fascisti è vomitevole e irriguardoso verso la recente storia italiana.
La logica del profitto,del vogliamoci bene,del portare avanti scelte per il bene comune hanno stancato se non inorridito milioni di italiani che aumenteranno ancor più il numero degli scontenti e dei non votanti alle prossime elezioni vista l'inettitudine e la malafede di chi è stato mandato a decidere le sorti del paese.

La disuguaglianza è una scelta politica.

di  Coniare Rivolta *   

Il 7 dicembre scorso è stato rilasciato il World Inequality Report per il 2022, un rapporto che traccia il quadro della disuguaglianza di reddito e ricchezza a livello internazionale. La situazione che emerge è quella di un mondo caratterizzato da diseguaglianze feroci, sia tra Paesi che all’interno dei Paesi. 

In altre parole, le disparità di reddito e ricchezza sono forti e persistenti sia tra Nord e Sud del mondo, sia tra individui all’interno di ciascuna economia nazionale. Niente di nuovo sotto il sole, purtroppo.

Partiamo da una prima fotografia globale, facendo tuttavia una preliminare distinzione. Con il termine ‘ricchezza’ intendiamo l’ammontare di risorse che, in un determinato momento, un soggetto possiede. 

Con il termine ‘reddito’ intendiamo invece l’ammontare di risorse che, in un preciso intervallo di tempo (generalmente, un anno), giunge nelle mani di un soggetto per effetto del proprio apporto al processo produttivo: un lavoratore, ad esempio, riceverà come reddito il salario derivante dal proprio lavoro; un capitalista riceverà il profitto derivante dalla propria attività d’impresa; il proprietario di un immobile locato percepirà come reddito i canoni di affitto dell’inquilino. 

Certo, seppur stiamo parlando di due concetti differenti, è facile immaginare che le due grandezze si parlino: un basso livello reddito non contribuirà ad accrescere in misura rilevante la ricchezza di un individuo (perché questi non potrà permettersi di risparmiare risorse in ammontare considerevole), e soprattutto non gli permetterà di godere nel presente di un buon tenore di vita, in quanto potrà permettersi un ammontare più basso di beni e servizi.

Bene, il report in questione analizza la disuguaglianza attraverso le lenti di entrambe le dimensioni appena introdotte: reddito e ricchezza. Se, tornando al rapporto (Figura 1), consideriamo la distribuzione dei redditi e della ricchezza su scala mondiale, scopriamo che la metà più povera dei cittadini del mondo (bottom 50% nella figura, in blu) arriva a raggranellare solo l’8% del reddito totale, e a possedere appena il 2% della ricchezza complessiva. 

Dalla parte opposta, il 10% più ricco (top 10% nella figura, in rosso) è oggi in grado di accaparrarsi il 52% del reddito mondiale, e addirittura possiede il 76% della ricchezza. Dati che fotografano una situazione di fortissima disuguaglianza.

A un livello di analisi più specifico, il documento indica che i livelli di disuguaglianza non sono gli stessi nelle diverse aree del mondo. L’Europa, per esempio, mostra ancora una distribuzione del reddito meno diseguale rispetto agli Stati Uniti e, soprattutto, rispetto alle aree più povere del pianeta, come il Medio Oriente (MENA), il Nord Africa e l’Africa Sub Sahariana.

Nonostante la crisi che stiamo vivendo sulla nostra pelle, la situazione è molto peggiore in altre parti del mondo, e parte di questa tendenza è attribuibile alla sopravvivenza di qualche residuo di stato sociale e di tutela del lavoro che in altre parti del globo non sono mai esistite o sono completamente scomparse..

Tuttavia, la vicenda si fa ancora più interessante una volta che si sposta il focus sul livello nazionale delle disuguaglianze, e soprattutto sulle macrotendenze storiche che hanno caratterizzato la dinamica delle disuguaglianze di reddito e ricchezza in Italia.

Partiamo dal primo punto. Anche in questo campo, il Belpaese primeggia. Per quanto concerne la distribuzione del reddito, la metà più povera degli italiani riesce a racimolare appena il 20% del reddito prodotto, mentre il 10% più alto ne raccatta un cospicuo 32%. 

Passando alla distribuzione della ricchezza, la metà che sta in basso detiene una quota che non supera il 10%, mentre al top 10% è riconducibile il 48% della ricchezza complessiva. Quasi la metà! Senza contare che il top 1% (l’uno percento più ricco della popolazione) detiene il 18% della ricchezza nazionale.

Come è stato possibile? Questo è l’aspetto più interessante del rapporto, che consente di cogliere in una singola immagine la storia che ci ha condotto verso questa situazione drammatica. 

Nella Figura 3 è riportato l’andamento, in Italia, della quota di reddito riconducibile al 10% più ricco e al 50% più basso della distribuzione nel corso del secolo scorso e fino al 2020. 

Come si può osservare, fino agli anni ’70, l’andamento è decrescente per i redditi più alti e crescente per la metà più bassa della distribuzione, tanto che in questo decennio avviene un sorpasso, comunque non entusiasmante, con la quota riconducibile al 50% più basso dei redditi che supera quella del top 10%. 

Viceversa, dai primi anni ’80 questa tendenza convergente si inverte in maniera permanente e, dopo il controsorpasso, la distanza continua ad aumentare fino ai giorni nostri. In altri termini, fino agli anni ’70 la parte meno agiata della popolazione era riuscita ad accaparrarsi fette sempre più ampie del prodotto sociale, mentre dagli anni ’80 in poi i più ricchi hanno visto sempre più aumentare i loro redditi.

L’andamento della distribuzione della ricchezza va ancora peggio e questo è bene sottolinearlo, anche in considerazione del fatto che l’Italia è uno dei primissimi Paesi al mondo per rapporto tra ricchezza privata e reddito nazionale. 

Tale indice è esploso dal 250% del 1970 al 650% del 2010 (oggi siamo intorno al 700%) e sta ad indicare che la distribuzione della ricchezza è particolarmente importante per valutare la distribuzione complessiva e dunque le disuguaglianze nel nostro Paese.

Come si spiega questo andamento? Quali politiche si sono consolidate e rafforzate in particolare a partire dagli anni ’80? Il documento esaminato afferma che la disuguaglianza – e la sua crescita – è una precisa scelta politica e non è inevitabile. 

Non a caso, in Italia (e in molti altri Paesi a dire il vero) prende il via da quegli anni un preciso percorso di deregolamentazione del mercato del lavoro e di libera circolazione su scala mondiale di merci e capitali, un copioso processo di finanziarizzazione, un progressivo smantellamento dello stato sociale e una sostanziale riduzione dei diritti dei lavoratori. 

Tali strumenti hanno rappresentato un formidabile dispositivo per le classi dominanti per invertire la tendenza di convergenza nella distribuzione del reddito e della ricchezza, instaurando una nuova fase caratterizzata dalla crescente precarizzazione del lavoro e dall’indebolimento delle organizzazioni sindacali. 

Si tratta di deliberate scelte politiche che hanno contribuito a ridurre la quota del prodotto che va al lavoro, ossia la porzione di reddito che i salariati riescono a portare a casa nel conflitto distributivo, e, in tal modo, ad aumentare anche le disuguaglianze di reddito e di ricchezza: esiste infatti una precisa correlazione tra la quota di reddito che va ai percettori di profitto e quella che va alle fasce più agiate della popolazione (in altri termini, non lo scopriamo oggi che i capitalisti sono di norma più benestanti dei lavoratori). 

Risultato: alla riduzione della quota salari si è accompagnata la parallela crescita della quota profitti, che è stata il motore vero e proprio dell’esplosione delle disuguaglianze a livello internazionale. Questo ragionamento vale specialmente per l’Italia, unico paese tra quelli dell’OCSE, dove dal 1990 al 2020 dove si è registrata una diminuzione (-2,9%) dei salari reali.

Davanti a questo quadro a tinte fosche, che fare? Politiche di redistribuzione (come, ad esempio, aumentare la tassazione su redditi alti e grandi ricchezze per finanziare la fornitura di servizi pubblici ai meno benestanti) sono senz’altro necessarie, ma potrebbero rivelarsi non sufficienti alla luce delle mostruose disuguaglianze esistenti. 

Occorre, pertanto, intervenire sulla la distribuzione primaria dei redditi, ossia garantire ai lavoratori un salario reale più elevato. Solo in questo modo verrebbero sostanzialmente intaccati gli enormi margini di profitto e le rendite che hanno contribuito, negli ultimi 40 anni, a polarizzare la ricchezza nelle mani di pochi. 

Per concludere, il miglioramento delle condizioni di vita per le classi subalterne passa in primo luogo per un aumento dei salari, e, in secondo luogo per forme di redistribuzione ex-post (da sole però non sufficienti), ma soprattutto, specie in un’ottica di lungo periodo, per una trasformazione del sistema economico nella direzione di una pianificazione e di una trasformazione in senso collettivo della proprietà. 

L’esatto contrario di quanto sta accadendo sotto la gestione Draghi, alfiere di un Governo di impronta liberista che mira a privatizzare quel poco che resta dei servizi pubblici, a tagliare la spesa sociale e a promuovere una riforma fiscale i cui frutti più prelibati saranno raccolti dalle classi medio-alte.

* Coniare Rivolta è un collettivo di economisti – https://coniarerivolta.org/

lunedì 6 dicembre 2021

DA MONTI A DRAGHI CON IL COLLE SULLO SFONDO

La discussione sempre più serrata sulla successione di Mattarella in seno alla Presidenza della Repubblica italiana vede il nome di Draghi,attuale premier,come possibile nuovo inquilino del Quirinale con una platea di possibili elettori sempre più ampia.
E vista la principale alternativa,Berlusconi,dopo che lalista degli altri possibili presidenti viene depennata giorno dopo giorno(ieri Prodi),Draghi appare al Pd un male minore,certo sempre un uomo di destra al potere che con un successivo governo potrebbe determinare un probabile cambiamento nel ruolo delle proprie funzioni.
Una virata verso una Repubblica presidenziale con un Presidente con ampi poteri in mano è sempre più sulla bocca di tutti,caldeggiata fortemente dalle destre che da decenni sentono più crescente la voglia di un uomo forte e potente al comando di una nazione,uno che se scelto male può fare solo danni.
E non è nemmeno questione di idee e decisioni,la sola immagine di un leader con in mano tanto potere fa paura qualunque nome possa saltare fuori,è una questione di decenza in uno Stato che storicamente è andato in malora quando un uomo solo ha deciso per tutti.
Nell'articolo di Contropiano(la-troika-vuole-il-quirinale )si parla di questo e di altre storie della politica recente,nel susseguirsi catastrofico dei premier da Monti a Draghi,non che quelli in mezzo che se pur votati siano stati dei fenomeni,in una crisi prolungata di cui non si riesce a vedere nemmeno lontanamente la fine.
Da capire anche i cavilli che e se porteranno alla carica di Presidente Draghi riguardo la successione al governo con marchette politiche disgustose e cambi di poltrone cui siamo abituati e che ne vedremo di ancora peggio.

La Troika vuole il Quirinale.

di  Dante Barontini   

Una crisi costituzionale è il momento in cui le molte differenze – o aperte contraddizioni – tra la “costituzione reale” e quella “formale” di un Paese non sono più mediabili dal normale gioco politico.

In primo luogo perché poteri neanche previsti dall’impianto costituzionale originario sono diventati così forti e pervasivi da non tollerare più il vecchio abito “formale”, e premono senza più molti limiti per farsene cucire addosso uno nuovo, adatto alle proprie esigenze.

In secondo (e di conseguenza) perché i partiti politici non esistono di fatto più, liquefatti – nella propria funzione e ruolo – proprio da quei poteri che hanno scavato gallerie destabilizzanti nel vecchio edificio costituzionale, a forza di “ritocchi” che ne hanno compromesso la struttura.

Molti ricordano la “riforma del Titolo V” – responsabilità assoluta del Pd, o come si chiamava allora quella banda criminale – che ha “regionalizzato” molte competenze dello Stato centrale, a cominciare dalla sanità pubblica. 

L’effetto promesso era una “maggiore vicinanza agli interessi dei cittadini”, il risultato concreto è stato l’opposto (con intere aree del territorio ormai prive di strutture ambulatoriali, ospedaliere, di medicina territoriale).

Un deserto voluto, in cui ha potuto svilupparsi la privatizzazione della sanità e della stessa “politica”, ridotta a complicità con interessi aziendali espliciti o anche innominabili.

Ma neanche quella riforma è stata fatale per la “Costituzione nata dalla resistenza”, per quanto privasse tutti noi di un diritto certo esigibile in egual misura in qualsiasi angolo del territorio nazionale.

Fatali sono state invece due altre “riforme” passate con l’approvazione pressoché unanime di tutte le bande presenti in Parlamento (464 sì, 0 no e 11 astenuti alla Camera, 255 sì, 0 no e 14 astenuti al Senato, in prima lettura).

Quella dell’articolo 81, che ora prevede: «Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali. Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte».

Si tratta dell’obbligo al pareggio di bilancio, che implica l’impossibilità di spendere in deficit per far fronte a situazioni di crisi e dunque vincola ogni possibile scelta politica – con qualsiasi maggioranza di governo – a rispettare un equilibrio ideale che nella realtà non esiste mai.

Ma ancor più decisiva e “distorcente” è la nuova versione dell’art. 119: “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea.”

L’”autonomia” di ogni istituzione della Repubblica italiana, ad ogni livello, è quindi subordinata per Costituzione alle decisioni “superiori” della UE. Una subordinazione che fissa – come si vede con le 528 “condizionalità” del recovery Fund – non soltanto i limiti di bilancio entro cui si possono prendere decisioni diverse, ma anche le priorità nelle decisioni di spesa e di entrate fiscali.

Con queste due norme “costituzionalizzate” l’autonomia del Paese è stata di fatto annullata. Possiamo mettere insieme una squadra per vincere i campionati europei in qualsiasi sport, ma non si può più scegliere quale destino, quali obiettivi, quali priorità sociali vogliamo soddisfare.

Sono vincoli politici imposti per via economica e con la forza dei trattati internazionali (non sottoponibili a referendum!), che inchiodano per sempre le scelte di qualsiasi governo futuro (anche “socialista”, in astratto) al ricettario classico del neoliberismo senza .sfreni adottato come marchio di fabbrica nella UE.

Ma se la politica è vincolata, è chiaro che la presenza di partiti tra loro diversi è un lusso che non ci si può più permettere. Ognuno dovrà e potrà promettere in campagna elettorale solo quello che effettivamente può fare (nulla o quasi, sulle questioni economiche essenziali, decise preventivamente dalla UE) o qualcosa di abbastanza shoccante sulle questioni che costano poco (diritti civili sì o no, trattamento dei migranti, sia regolari che non, politiche securitarie… robetta così, insomma). 

Poi, certo, si può promettere la luna in qualsiasi campo. Ma dopo dieci anni – tanti ne sono passati da quest’ultima riforma costituzionale, fatta su ordinazione durate il governo di Mario Monti – è chiaro anche per un terrapiattista che si tratta solo di chiacchiere.

Ma una classe politica che non ha più la possibilità di decidere nulla sulle questioni strategiche  – politiche economiche e industriali, alleanze militari o diplomatiche, ecc – inevitabilmente decade al livello dell’amministrazione di condominio. Con le “qualità”, la “lungimiranza”, l’”autonomia decisionale” e persino lo stile linguistico di un’assemblea di condominio.

E’ a questo punto che arriva l’investitura di Mario Draghi come monarca pro tempore del vicereame d’Italia. E’ stato un componente fondamentale della Troika che ha distrutto la Grecia con un “esperimento” che doveva valere come monito per tutti i 27 paesi della Ue. A lui non c’è necessità di spiegare pazientemente cosa va fatto e cosa va distrutto….

L’arco temporale da assicurare sono i sei anni di durata del Recovery Fund (con le misure racchiuse nel Pnrr), con impegni che richiedono grande “stabilità” nella governance, altrimenti la “rivoluzione reazionaria neoliberista” prevista da quelle norme fissate in Trattati verrebbe messa a rischio.

Casualmente, questo arco temporale coincide quasi completamente con il nuovo settennato della Presidenza della Repubblica. Ed è meglio, molto meglio, per i poteri multinazionali ed “europeisti”, che il loro esponente Mario Draghi continui a guidare “la transizione” da quello scranno.

Non si può infatti rischiarlo in una normale competizione elettorale (nel 2023, a fine legislatura), perché la società spaventata e incazzosa potrebbe facilmente rovesciare anche su di lui il livore per un impoverimento crescente di cui non si vede il fondo né la fine. Potrebbe insomma fare la fine di Mario Monti, alle elezioni del 2013.

Dal Quirinale, invece, potrebbe continuare a formare governi – con chiunque e/o tutti dentro – per assicurare la continuità di una politica subordinata alle decisioni europee, ovvero del capitale multinazionale qui basato.

L’istituto della Presidenza ha del resto perso, nel corso degli anni, molte delle sue caratteristiche “notarili”, di puro rispetto formale delle decisioni politiche del Parlamento. Le antiche “esternazioni” di Francesco Cossiga furono probabilmente la prima manifestazione di questo mutamento di ruolo che è venuto consolidandosi negli anni. Ma sono nulla rispetto a quello che hanno poi fatto i suoi successori (Ciampi, Scalfaro, Napolitano, Mattarella), che hanno deciso quali governi potevano esser composti e quali invece stoppati, quali sostenuti e quali logorati.

Mario Draghi avrebbe insomma una lunga serie di precedenti cui appoggiarsi per mascherare quella che in ogni caso è una forzatura costituzionale verso il presidenzialismo di fatto.

Con due differenze importanti. 

Draghi al Quirinale significa mettere in pratica un trasferimento palese di poteri e prerogative dal Parlamento alla Presidenza della Repubblica. Rinviando alla prossima legislatura il compito di “formalizzare” questa trasformazione del Presidente in “super-capo del governo”, con una specifica “riforma costituzionale”.

I “precedenti” di protagonismo presidenziale sono stati in fondo tutti “necessitati” dall’impossibilità politica – in determinati momenti – di trovare soluzioni efficaci per tenere insieme interessi sociali in parte di dimensioni “nazionali” e vincoli europei.

L’insediamento di Re Draghi dovrà invece segnare una svolta decisa in direzione della prevalenza dell’”Europa”, come da art. 119.

Per far questo, però, bisognerà fare un’altra piccola serie di forzature costituzionali, alcune delle quali raccolte in un articolo dell’ultra-draghiana Repubblica, che vi riproponiamo. Ma, come detto all’inizio, se tra Costituzione Reale e Costituzione Formale si viene a creare una discrasia violenta, è sempre il potere della realtà a prevalere, scrivendo un “nuovo testamento” che gli stia a pennello.

E’ un golpe dei Palazzi, naturalmente. Una Restaurazione, contro ogni possibile – e necessaria – Rivoluzione. Che mette fuorilegge non tanto Keynes, quanto la Resistenza.

*****

Quirinale, se Draghi va al colle chi incarica il successore?

L’ipotesi doppia reggenza.

Tommaso Ciriaco – La Repubblica

Allo studio degli uffici tecnici dei vertici istituzionali i complicati incastri in caso di elezione del premier come presidente della Repubblica

ROMA – È una specie di rebus costituzionale. E ruota attorno ad un gigantesco dilemma: che succede se il Parlamento sceglie Mario Draghi come Presidente della Repubblica, creando l’inedita condizione di un premier che deve dimettersi nelle mani del Capo dello Stato a cui deve succedere? E che, nello stesso tempo, ha tra le sue principali prerogative quella di gestire la partita del suo successore a Palazzo Chigi? Un rompicapo difficile anche solo a pronunciarsi. Non a caso, nelle ultime settimane anche gli uffici tecnici dei vertici istituzionali si sono consultati, in modo informale e ufficioso. Scambiandosi opinioni, in linea puramente teorica. E scandagliando le possibili tappe di un percorso ordinato.

È un affascinante garbuglio che non può che richiamare l’attenzione degli esperti del Quirinale e della Camera dei deputati, il ramo del Parlamento chiamato a gestire l’iter dell’elezione del nuovo Presidente. A conoscenza delle possibili soluzioni tecniche sono ovviamente anche gli uffici di Palazzo Chigi. Qualcosa sembra ormai pacifico. Qualcos’altro resta in sospeso, per il momento.

Tre, in particolare, i quesiti a cui provare a dare risposta. Il primo: fino a oggi il presidente del Consiglio dimissionario è sempre rimasto in carica in attesa del giuramento del successore, stavolta le dimissioni di un premier eletto Capo dello Stato diventerebbero immediatamente esecutive? Se così è – e così sembra essere – sarebbe allora il ministro più anziano a succedere immediatamente al premier dimissionario? E soprattutto: chi gestirebbe le consultazioni per il nuovo esecutivo?

Alcuni punti fermi sembrano emergere. E vanno esplorati, partendo da un possibile percorso. Primo passo: il Parlamento elegge Draghi Presidente della Repubblica. Secondo: l’ex banchiere si reca al Quirinale per formalizzare dimissioni immediate. La sua elezione al Colle, infatti, dovrebbe essere considerata tra i casi di “impedimento temporaneo” di un premier, previsto dall’articolo 8 della legge 400 del 1988. Se così fosse, dovrebbe subentrare il ministro più anziano. Si tratta di Renato Brunetta, che guiderebbe il governo come fosse un “reggente”.

A quel punto, si aprirebbe una fase del tutto nuova per individuare il nuovo capo dell’esecutivo. E siamo al secondo bivio: chi guiderà le consultazioni, Mattarella o Draghi? Il percorso più lineare – ma anche tecnicamente articolato – dice: l’ex banchiere. Per farlo, serve una condizione prevista dall’articolo 91 della Costituzione: che abbia prestato giuramento da Presidente della Repubblica. Questo passaggio non potrà però avvenire, stavolta, contestualmente alla sua elezione, perché prima c’è da completare la transizione con Brunetta.

Se inoltre l’elezione di Draghi avvenisse prima del 3 febbraio 2022 – data di scadenza del settenato di Mattarella – occorrerebbero le dimissioni del Presidente per accelerare l’insediamento del nuovo Capo dello Stato. Dimissioni a cui seguirebbe la convocazione delle Camere e il giuramento in Aula. Anche facendo molto in fretta, ci sarebbe probabilmente la necessità di una seconda “reggenza”, quella al Colle. Magari anche solo di poche ore, affidata alla presidente del Senato Casellati.

Un incastro complicatissimo, come detto. A meno che l’elezione di Draghi al Colle non avvenga dopo il 3 febbraio. L’attuale Presidente, infatti – come ha ricordato il costituzionalista Michele Ainis su Repubblica – resta in carica anche oltre la scadenza, fino al giuramento del suo successore. Questo scenario dovrebbe evitare almeno il passaggio delle dimissioni anticipate. Non è escluso, tra l’altro, che Roberto Fico decida di convocare le Camere attorno al 26 gennaio, favorendo questo schema. L’alternativa, già circolata, è che si parta molto prima, tra il 18 e il 20 gennaio. In questo caso, è possibile che si proceda con un solo scrutinio al giorno, anche in chiave anti-Covid. Esiste teoricamente anche un’altra possibilità. Non è però priva di problemi, secondo alcune fonti addirittura insormontabili. Parte da una precondizione: l’accordo politico per eleggere Draghi dovrebbe essere accompagnato da un patto altrettanto solido attorno al nuovo premier.

La maggioranza di unità nazionale, insomma, oltre a votare Draghi assumerebbe contestualmente un impegno politico sul nuovo presidente del Consiglio. Se così fosse, Draghi potrebbe salire al Quirinale per dimettersi. E potrebbe essere il Presidente della Repubblica uscente a convocare immediatamente dopo la personalità a cui conferire l’incarico per Palazzo Chigi. In poche ore, giurerebbe con i suoi ministri. Si eviterebbe la reggenza, che sulla carta potrebbe anche durare mesi. Con il governo in sicurezza, inoltre, si potrebbe attendere anche la scadenza naturale del settennato. Questa strada, però, presenta un ostacolo. Sarebbe il Capo dello Stato uscente – e non quello appena eletto – ad assumere la decisione più rilevante fra quelle che gli spettano: la scelta del premier.