sabato 5 settembre 2020

IL CARROZZONE

L'emergenza del coronavirus ha dato nuovo impulso e stimolo alla nuova corsa all'ora di questo inizio del ventunesimo secolo che durante le prime due decadi ha subìto intoppi e lungaggini burocratiche(ma anche errori grossolani come la selvaggia privatizzazione)nel campo delle telecomunicazioni.
Con lo smart working imposto per il Covid-19ci si è resi conto che l'Italia è parecchio indietro rispetto alla maggioranza delle nazioni europee sul campo della connettività ad Internet sia per la qualità che per la presenza sul territorio,con ampie zone ancora non coperte o con segnali deboli.
L'articolo(contropiano rete-unica-oggi-lok-di-tim-a-fibercop-inizia-lammucchiata )parla del carrozzone Fibercop creato con scatole cinesi che inglobano vari giocatori nella complessa e remunerativa squadra di chi gestirà le infrastrutture e i guadagni di questo importante aspetto dell'economia,visto che le telecomunicazioni sono sempre più importanti e decisive per lo sviluppo e la vita del paese,con lo Stato che all'inizio voleva avere una fetta importante di questo affare e che con l'andare del tempo vede affievolire la sua presenza.
Si spiegano i vari passaggi che da qualche anno,con un rimando a quando tutto era nazionalizzato(Sip),arrivando ai protagonisti attuali e l'incursione della Kkr(fondo statunitense)a interagire sovvenzionando lautamente il progetto(evidentemente hanno i loro sporchi interessi)delegando lo Stato ad essere spettatore in un settore come detto d'importanza economica ma anche strategica che implica la sicurezza nazionale.

Rete unica, oggi l’ok di Tim a FiberCop, inizia “l’ammucchiata”.

di  Alessandro Perri   

Il giorno è dunque arrivato, oggi il cda di Tim con il beneplacito del governo vara il lancio di FiberCop, la società unica per la gestione della banda ultralarga in tutto il territorio nazionale.

Il miraggio della rete unica per la rete secondaria – il cosiddetto ultimo miglio dell’infrastruttura, quello che va dagli armadi sulle strade alle abitazioni – diviene realtà, portando con sé una sequela di società private (oltre a Tim stessa, Tiscali, Fastweb, il fondo statunitense Kkr, e poi Sky, Vodafone, Wind-Tre) che molti dubbi lascia sul ruolo che lo Stato possa andare a ricoprire nella nuova configurazione societaria. Ma andiamo con ordine.

Governo e Tim d'accordo su FiberCop

La nascita di FiberCop era stata temporaneamente congelata dal governo all’inizio di agosto, quando con una lettera il ministro dell’economia Roberto Gualtieri e dello sviluppo economico Stefano Patuanelli avevano chiesto di posticipare l’operazione (che prevedeva l’entrata di Kkr e Fastweb nella società) all’ad di Tim Luigi Gubitosi, vista l’importanza del settore per gli interessi nazionali.

Da lì, giorni di intense trattative, con il governo che palesava l’intenzione di giocare un ruolo di peso nella nuova conformazione di un ambito come quello delle telecomunicazioni (tlc) decisivo per lo sviluppo, nonché per la sicurezza, dello stivale.

Fino al lasciapassare per il nuovo assetto nel vertice di giovedì, alla presenza dei pezzi pesanti del governo quali Conte, Gualtieri, Patuanelli, Pisano, Bonafede, Franceschini, Speranza, Orlando e Marattin, insieme all’ad di Cassa depositi e prestiti (Cdp) Fabrizio Palermo, in qualità di big per la parte pubblica dell’operazione.

Qual era il termine della contesa, quali gli attori in campo, e come è andata a finire? Un breve sguardo all’evoluzione degli ultimi anni aiuterà a districarsi meglio nella babilonia di attori che hanno avuto e avranno un ruolo nel futuro dell’internet (e non solo) del paese.

Una privatizzazione fallimentare

Come si sa, quello delle tlc è un capitalo delicatissimo della storia della Seconda repubblica, tristemente noto per essere stata la peggiore privatizzazione della follia neoliberale messa in atto a seguito della firma del Trattato di Maastricht.

La nascita di Telecom Italia e la sua completa privatizzazione, con l’entrata in borsa nella seconda metà degli anni Novanta, portano in dote una serie di gestioni, acquisizioni e passaggi di mano che hanno visto protagonista la “crema” dell'(im)prenditoria italiana, come la famiglia Agnelli, i Benetton, Franco Bernabè, Marco Tronchetti Provera, Generali, Mediobanca, ecc. Un disastro.

Il risultato è stato il cosiddetto “deficit originario”, ossia quello che ha impedito a buona parte del territorio di avere accesso a internet veloce, non essendo profittevole investire negli angoli remoti della penisola, con tutte le conseguenze in termini di diseguaglianze tecnologiche e di opportunità per chi non viveva in prossimità dei centri urbani (che fossero studenti, lavoratori o anche imprenditori).

Tim alla fine finisce in mano alla francese Vivendi (la stessa che vorrebbe impedire a Mediaset di fondare un polo televisivo europeo; per farlo essa stessa, s’intende…), società che detiene il 23% delle quote seguita da Cdp con il 9%. Cassa che tuttavia, nonostante sia la seconda azionista, non esprime nessun membro nel cda…

La nascita di Open Fiber

Per appianare queste diseguaglianze il governo Renzi dava alla luce nel 2015 a Open Fiber, concorrente pubblico di Tim partecipata al 50% da Cdp (con evidente conflitto d’interessi con la partecipazione in Tim) e al 50% da Enel, di cui si sarebbero volute sfruttare le infrastrutture (tubi, pozzetti ecc.) per far arrivare la fibra lì dove si registrava il “fallimento del mercato”, ossia proprio quelle “aree bianche” dove a Tim non conveniva investire.

Il mantra della “concorrenza” avrebbe dovuto spingere Tim a non perdere quote di controllo della rete secondaria in favore di Open Fiber, ma né quest’ultima ha mantenuto la promessa di connettere con la fibra il resto del paese (anche se controllate dal Mef, Cdp e Enel sono infatti due S.p.a. – rispondono alla logica di mercato e quindi del profitto – e non possono perciò rendere un “servizio al paese” se questo non è remunerativo per il capitale investito), né Tim ha reagito come preventivato all’entrata del competitor.

La svolta con il Covid

La svolta arriva con il Covid, la necessità conclamata di colmare il gap con il resto del Vecchio continente e la possibilità di sfruttare i miliardi messi in palio dal Recovery Fund per la digitalizzazione del paese, funzionale allo smart working, allo sviluppo dell’industria 4.0, dell’intelligenza artificiale, dell’automazione, nonché – parole di Patuanelli, sabato su il Sole 24 ore – al «5G e ai data center e server di prossimità», ossia il nocciolo della competizione tecnologica dei prossimi anni.

Un boccone ghiotto, ghiottissimo, perché offre la possibilità di acquisire quote di mercato nella gestione dell’infrastruttura che consente l’accesso a un numero di dati tanto sensibili quanto decisivi per la predizione dei comportamenti degli utenti, che nel modello di sviluppo attuale significano sia possibilità di profitti (anticipare o convogliare le “esigenze” del consumatore), sia capacità di controllo.

Non sorprendeva dunque la volontà del governo di avere una parola nell’assetto della nuova società, così come la lista degli interessati all’investimento, preoccupati tuttavia – questi ultimi  – che il nuovo veicolo risultasse di fatto “indipendente” sia dall’ingerenza dello Stato, sia dal controllo di Tim in quanto azionista maggioritario.

Per il primo, il caso Autostrade avrebbe potuto far dormire sonni tranquilli ai vari Kkr, Tiscali ecc., mentre quelli di Alitalia o dell’Ilva sono ben lontani dal rappresentare il ritorno dello Stato nell’economia, come ammesso dall’inquilino del Mise sempre nell’intervista a il Sole. 

Ma la levata di scudi dei paladini della “libertà d’impresa”, come Franco Debenedetti, sono comunque funzionali affinché venga seppellito in partenza ogni minimo accenno a un pensiero-altro rispetto a quello neoliberista.

La soluzione trovata nel caldo di agosto prevederebbe perciò l’ok del governo al trasferimento in FiberCop della rete secondaria di Tim, la partecipazione del fondo Kkr Infrastructure e le attività di FlashFiber (la joint-venture tra Tim e Fastweb), con il successivo convogliamento di Open Fiber che permetterebbe a Tiscali la migrazione dei propri clienti sulla rete di FiberCop (ora su Open Fiber) e la possibilità di un eventuale ingresso nell’azionariato di FiberCop stessa.

Per Open Fiber, stando alle ultime, Enel potrebbe cedere fino al 10% delle sue quote a Cdp e il restante al fondo australiano Macquaire, dando alla Cassa (che ricordiamo ha anche il 9% in Tim) un ruolo rilevante nella governance del nuovo veicolo.

Governance pubblica o indipendenza strategica?

Se “la regia statale degli investimenti” è lo slogan con cui il governo ha salutato con favore il possibile accordo, d’altra parte Gualtieri, Patuanelli e lo stesso Palermo tengono a sottolineare «l’indipendenza strategica e operativa della nuova società», ossia a tranquillizzare i mercati che saranno i loro appetiti a indirizzare le scelte d’investimento.

Ma delle due l’una, o si privilegiano i bisogni della popolazione o si staccano le cedole per l’azionista di turno. La storia delle tlc nostrane insegnano questo, tertium non datur. Aldilà della retorica governativa, le parole di apprezzamento sul progetto e possibilità di coinvolgimento espresse dagli ad di Sky, Vodafone e Wind-Tre fanno propendere decisamente per la seconda.

E anche se la risposta definitiva si avrà solo alla nomina del cda (quello di Tim non è un precedente incoraggiante), a ora più che la semi-nazionalizzazione di un settore strategico, sembra più un’ammucchiata privatissima con Tim in testa (tanto da far dire al renziano Anzaldi che Tim ha «un po’ troppa influenza su alcuni settori del governo») per la corsa all’oro del XXI secolo, i big data.

Il fondo statunitense Kkr

A questo proposito, un’ultima nota su Kkr. La Kohlberg Kravis Roberts & Co. è un operatore internazionale di private equity che gestisce investimenti per più di 150 miliardi di dollari, dove uno dei fondatori – Henry Kravis – è un “filantropo” repubblicano finanziatore delle campagne di George W. Bush, John McCain e ultimo Donald Trump.

Inoltre, il presidente del Kkr Global Institute, sezione d’analisi fondata nel 2013, è il Generale ed ex-direttore della Cia David Petraeus. L’istituto ha il compito di studiare le implicazioni macroeconomiche, sociali e geopolitiche degli investimenti della società, in particolare per quelli nelle nuove aree geografiche (Reuters).

Nella feroce competizione interimperialistica odierna, non proprio il partner ideale. Com’era la storia della “regia statale”?

venerdì 4 settembre 2020

GLI USA VOGLIONO LEGITTIMARE I PROPRI CRIMINI DI GUERRA

Da quando l'amministrazione statunitense sotto la guida di Trump si è insediata,sta facendo una battaglia contro le principali organizzazioni internazionali come l'Oms,l'Unesco(vedi:madn unescono )e dopo due anni di lavoro ecco che il segretario di Stato Pompeo annuncia in pompa magna il ripudio contro la Corte penale internazionale che si occupa contro i crimini di guerra che ha sede a L'Aia.
In particolare gli Usa vogliono depennare dall'agenda della procuratrice Fatou Bensouda(donna e nera)tutti i casi dove i soldati americani sono coinvolti in particolar modo nell'Afghanistan.
L'articolo(www.ilpost.it stati-uniti-sanzioni-corte-penale-internazionale )è il riassunto di un'opera del male compiuta da Trump in prima persona e voluta per legittimare e proteggere tutte le nefandezze di cui gli Stati Uniti sono colpevoli in tutto il mondo,un'altra scelta atta a sostenere la sua ideologia del law and order anche al di fuori dei confini nazionali,ovviamente condita da episodi di soprusi e di violenza criminale.

L’amministrazione Trump ha imposto sanzioni sulla procuratrice della Corte penale internazionale che si sta occupando di possibili crimini di guerra durante l’invasione dell’Afghanistan.

Oggi pomeriggio il segretario di Stato statunitense Mike Pompeo ha annunciato che l’amministrazione di Donald Trump imporrà sanzioni su Fatou Bensouda, procuratrice della Corte penale internazionale che si sta occupando di possibili crimini di guerra compiuti durante l’invasione statunitense dell’Afghanistan. Bensouda non potrà entrare negli Stati Uniti e i beni che possiede nel paese potranno essere sequestrati. Assieme a lei è stato sottoposto a sanzioni anche Phakiso Mochochoko, un importante funzionario della Corte.

La base giuridica per una decisione del genere – giudicata senza precedenti dagli esperti di diritto internazionale, dato che Bensouda e Mochochoko sono stati di fatto equiparati a trafficanti di droga o criminali di alto profilo – è un ordine esecutivo firmato da Trump a giugno che permetteva di emettere sanzioni contro il personale della Corte, un organismo creato dall’ONU nel 2002 per occuparsi di gravissimi crimini internazionali come il genocidio e i crimini di guerra. Da tempo l’amministrazione Trump sta portando avanti una campagna contro le principali organizzazioni internazionali: fra le altre cose, Trump ha criticato più volta l’appartenenza degli Stati Uniti alla NATO, l’organizzazione nata da un patto di alleanza con i principali paesi europei di cui tutti i suoi precedessori erano stati convinti sostenitori.

L’amministrazione Trump ritiene che la Corte sia un organismo «corrotto» che sta portando avanti una indagine illegittima nei confronti degli Stati Uniti (giudicata invece legittima da diversi esperti a causa degli episodi di violenza e tortura accaduti durante l’invasione in Afghanistan, dal 2001 ad oggi). Bensouda ha 59 anni e in passato ha lavorato a diversi casi di profilo internazionale, fra cui il tribunale che si è occupato del genocidio in Ruanda nel 1994. Le sanzioni renderanno molto più complicato il suo lavoro, dato che non potrà entrare negli Stati Uniti per reperire materiale o incontrare i funzionari dell’ONU, che ha sede a New York.

giovedì 3 settembre 2020

I DIFENSORI DELLA MORALITA'

Da che pulpito viene la predica viene da dire,e il caso dell'ex candidato della Lega alle passate elezioni in Emilia Romagna Luca Cavazza è uno dei molti che vengono a galla proprio come gli stronzi nel lungo elenco dei difensori della moralità,della legalità e della famiglia,quelli che vanno in chiesa e che poi vanno a fare festini a base di cocaina e minorenni.
L'articolo di Contropiano(sesso-droga-e-arresti-domiciliari-per-la-lega-emiliana )parla degli arresti domiciliari dell'ennesimo personaggio politico indecente,fascista(pizzicato a rendere onore alla tomba di Mvssolini disse di una goliardata)e puttaniere,come altri della Lega,come quasi tutti nel centrodestra e estrema destra.
L'ennesima faccia sporca e falsa di chi vuole fomentare odio contro i migranti,che parlano delle famiglie tradizionali e paladini contro gli stupratori e gli spacciatori quando loro sono i primi criminali a delinquere.

Sesso e droga con minorenni; arresti domiciliari per la Lega emiliana.

di  Redazione Contropiano  

È finito agli arresti domiciliari oggi Luca Cavazza, ex candidato della Lega alle scorse elezioni regionali in Emilia Romagna, assieme all’imprenditore Fabrizio Cresi, e a Davide Bacci, altro imprenditore per cui è scattata invece la custodia cautelare. La commistione di esponenti politici di questa regione e dei loro sostenitori con il malaffare legato a cocaina e/o prostituzione minorile sembra diventata una tradizione di lunga data per un pezzo della classe dirigente e della destra di questo Paese.

A meno di 30 anni, Cavazza era già stato noto alle cronache per le sue dichiarazioni di esaltazione del fascismo in occasione di una sua visita alla tomba di Mussolini, che aveva poi ritrattato facendo appello alla goliardia.

Questa volta però il confine tra goliardia fascistoide e reato è stato decisamente superato. Dal 2019, i tre imprenditori e alcuni altri amici avrebbero organizzato diversi festini in cui si scambiavano sesso e cocaina con alcune minorenni. E’ scattata ora per Cavazza e i suoi amici l’accusa di induzione e sfruttamento della prostituzione minorile, atti sessuali con minore, cessione di cocaina aggravata dalla minore età della vittima.

“Siamo governati da una classe dirigente, politica ed economica, indecente” – dichiara Potere al Popolo di fronte alla notizia, riprendendo lo slogan della scorsa campagna elettorale. “Bisogna lottare per liberarsi di questa classe dirigente indecente, senza cedere a compromessi nell’illusione di poterla rendere un po’ più decente”.

E rincara la dose Marta Collot, ex candidata per Potere al Popolo a Presidente della Regione: “In pubblico si spacciano per quelli che creano lavoro, che difendono le tradizioni, che combattono il degrado. Ma invece sono la spazzatura dell’umanità.”

I difensori della moralità italica alla Salvini, che non perdono occasione per demonizzare i giovani e la movida, i migranti portatori di Covid, spacciatori e stupratori, si sono oggi riconfermati criminali essi stessi, e della peggior specie.

mercoledì 2 settembre 2020

SALVATORE MANCUSO GOMEZ,"EL MONO"

In questi giorni direttamente impacchettato dagli Stati Uniti dovrebbe arrivare uno dei criminali più spietati del mondo,il colombiano di origini italiane Salvatore Mancuso Gomez noto come El Mono(la scimmia)o il Signore della droga,narcotrafficante,paramilitare e assassino protagonista di massacri e omicidi,sequestri e traffico internazionale di droga(tonnellate di cocaina).
Un errore grave della magistratura colombiana ha fatto sì che Mancuso non possa essere estradato in Sudamerica,che poi bisogna vedere se questo sbaglio lo sia davvero,e gli avvocati del capo di una delle milizie di paramilitari create dai fascisti colombiani con i soldi della Cia per combattere soprattutto le Farc,lo faranno pervenire in Italia,presso le Procure di Catanzaro e Reggio Calabria dove però assicurano che i crimini compiuti in Colombia verranno perseguiti,oltre a quelli che coinvolgono il condannato per il filo diretto che lo lega alla 'ndrangheta.
Gli articoli sono di Contropiano e Infoaut:un-narcofascista-pluriomicida-colombiano-arriva-in-italia-libero e l-assassino-salvatore-mancuso-non-puo-e-non-deve-entrare-in-italia ).

Un narcofascista pluriomicida colombiano arriva in Italia, libero

di  Federico Rucco  

Arriverà in Italia con un volo Delta da New York. L’uomo si chiama Salvatore Mancuso Gomez, figlio di un italiano di Sapri emigrato in Colombia. Un nome che ha seminato terrore nella Colombia degli scorsi decenni.

Salvatore Mancuso, è stato un boss delle cosiddette Autodifese Unite della Colombia (Auc), unità paramilitari di destra sorte contro la guerriglia delle Farc e dell’Eln, apertamente sostenute dalla Cia e dai governi di Bogotà e in stretta connessione con i cartelli del narcotraffico.

Mancuso viene espulso dagli Stati Uniti, dove ha scontato una lunga pena detentiva per narcotraffico nel carcere di Atlanta, e trasferito in Italia. 

A riportare la notizia è stato il quotidiano El Tiempo di Bogotà. Il giornale, citando fonti vicine all’avvocato di Mancuso, Joaquin Perez, scrive che: “un giudice federale Usa ha accettato gli argomenti della difesa dell’ex comandante, che è figlio di un emigrato italiano, ed ha ordinato la sua deportazione in Italia”. 

Durante l’udienza, riporta El Tiempo, “è stato chiesto ad un procuratore, April Denis Seabrook, se rappresentasse il governo degli Stati Uniti. Lei ha detto di sì ed ha aggiunto che si impegnava a trasferire Mancuso in Italia prima del 4 settembre”. 

L’avvocato di Mancuso ha confermato la volontà del suo assistito di essere inviato in Italia. Nell’udienza il giudice ha chiesto di essere informato del luogo in cui Mancuso, una volta libero in Italia, osserverà la quarantena legata alla pandemia.

In questi giorni, sostiene El Tiempo, l’ex leader delle Auc sarà trasferito a New York da dove, hanno spiegato fonti federali Usa, parte un volo della Delta, operato da Alitalia, diretto a Roma. Se effettivo, il trasferimento di Mancuso in Italia e non in Colombia sarebbe dovuto ad errori procedurali commessi in passato dalle autorità colombiane nella richiesta di estradizione. 

Il Ministero della Giustizia e la Procura di Bogotà hanno chiesto che Mancuso “compaia davanti alla giurisdizione colombiana, al fine di garantire il raggiungimento della verità, la riparazione che meritano le vittime dei crimini a lui attribuiti”. La richiesta è stata presentata il 15 aprile scorso.

Salvatore Mancuso è stato il numero due di Fidel Castaño, che insieme al fratello Carlos, avevano costiuito l’Auc, (Autodifese Unite della Colombia) un esercito privato dei ricchi e dei proprietari terrieri attivo nelle zone di Cordoba e Uraba. 

Per finanziare la loro milizia, Fidel e Carlos Castano, sfruttarono vecchie conoscenze con i narcotrafficanti, tra cui prima Pablo Escobar e poi i suoi concorrenti.

Secondo alcune fonti, Salvatore Mancuso, dal 1996 fu il responsabile della produzione di cocaina nell’area di Cordoba. Otto anni dopo arrivò a produrre 1300 tonnellate di pasta di cocaina l’anno, solo 1000 invece secondo lo stesso Mancuso.

Lo stesso Mancuso ha confessato la sua partecipazione all’assassino di quasi 300 civili in Colombia. Gli viene inoltre contestata la responsabilità in quanto capo delle AUC di vari massacri tra cui: la strage di Mapiripan (nella quale morirono 27 contadini), il massacro de El Aro (nel quale vennero assassinati 15 contadini, presunti pro-guerriglia, per il quale è stato condannato a 40 anni di carcere, mai scontati per l’adesione alla Ley de Justicia y Paz), la strage della Gabarra nel 1999 dove morirono 35 civili, e il famigerato massacro del villaggio di El Salado, quello “in cui sopravvissero solo i cani”.

L’uomo è accusato di 588 omicidi e 136 massacri in Colombia, sia durante la fase controinsurrezionale in funzione anti Farc sia nella fase del narcotraffico.

Ma il leader paramilitare e narcotrafficante Salvatore Mancuso ha qualche problema in sospeso anche in Italia per le sue attività nelle quali è coinvolta anche la ‘ndrangheta. 

Mancuso risulta coinvolto nell’Operazione “Decollo” che portò all’arresto di 159 persone, tra cui vi erano i boss delle N’drine Natale Scali (di Gioiosa Jonica) e Santo Scipione (di San Luca). Mancuso avrebbe fatto arrivare al porto di Gioia Tauro ben 8 tonnellate di cocaina dalla Colombia. 

Insomma un personaggio a tinte fosche da ogni punto di vista. E arriverà in aereo, non su un barcone.

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L’assassino Salvatore Mancuso non può e non deve entrare in Italia!!! 

Álvaro Uribe Vélez, ex presidente colombiano nonché creatore materiale del “Paramilitarismo”, Iván Duque, attuale mandatario e l’oligarchia colombiana tutta, festeggiano il silenzio del loro Killer.

Salvatore Mancuso Gómez, figlio di un immigrato italiano, nato a Montería (Colombia) il 17 agosto 1964, è un narcotrafficante ed ex comandante “paramilitare” delle “Autodefensas Unidas de Colombia” (AUC); smobilitato nel 2005 ed estradato negli Stati Uniti nel 2008 solo per reati di narcotraffico.

Mancuso è accusato di aver commesso oltre 75.000 crimini di Lesa Umanità in territorio colombiano, ma nonostante abbia scontato la sua pena negli Stati Uniti rimane attualmente nel carcere di Atlanta a causa del Coronavirus.

Mancuso ha riconosciuto il suo coinvolgimento personale in almeno 300 omicidi e viene indicato come responsabile, nel ruolo di comandante, del massacro di “Mapiripán” in cui vennero assassinati venti contadini indifesi e dove è stata trovata una prima fossa con 78 cadaveri, mentre si attende la localizzazione di almeno altri 400 cadaveri; un vero e proprio campo di sterminio e genocidio.

Ma questo killer al servizio della oligarchia colombiana è coinvolto anche nel massacro di “El Aro” dove vennero uccisi altri 15 contadini nel 1997; è stato altrettanto imputato del massacro della “Gabarra” nel 1999, dove furono uccise 35 persone e del massacro di “El Salado”, nel febbraio 2000, considerata una delle azioni più sanguinarie dell’AUC dove furono uccise oltre 100 persone.

Mancuso ha confessato che il “Blocco Catatumbo”, che lui comandava, è stato il responsabile della morte di oltre 5000 civili e che le strutture paramilitari hanno avuto piena connivenza politica ed economica con tutti i rami del potere dello Stato, interferendo militarmente con stragi e minacce di morte, nonché omicidi selettivi, sia nell’ambito locale che nelle elezioni presidenziali.

Oltre che dei reati di narcotraffico per cui è stato estradato negli Stati Uniti nel 2008, Mancuso è accusato di traffico di droga anche dalla giustizia italiana e dalla Guardia di Finanza di Milano che lo accusano, insieme a suo cugino già arrestato in Liguria, di aver trafficato droga per la mafia calabrese.

Ma nonostante questa terrificante realtà il governo colombiano non si è attivato in nessun modo per far rientrare e processare Salvatore Mancuso per le sue atroci ed oggettive responsabilità nella politica di sterminio contro chiunque si opponesse alle scelte politico-economiche del governo di turno; eliminando fisicamente sindacalisti, leader politici, sociali, o imponendo l’abbandono di intere regioni del paese a migliaia di contadini per implementare monocolture agricole a pieno appannaggio delle multinazionali.

Mancuso non viene “richiesto” dalla pseudo giustizia colombiana perché è lui stesso testimone chiave delle cause e dei reali mandanti di quella politica di sterminio orchestrata dal passato presidente della repubblica e plurindagato Álvaro Uribe Vélez e dai settori economici e politici che lo hanno servilmente sostenuto.

Infatti non è un caso che sia l’ambasciatore della Colombia negli Stati Uniti, Francisco Santos Calderón, l’incaricato ufficiale di “ottenere” l’estradizione di Salvatore Mancuso in Colombia, con cui in realtà figura in giudizio come complice nella creazione dei gruppi paramilitari a Bogotà e Bucaramanga. La formazione di queste bande criminali venne programmata nel 2000 con la partecipazione dello stesso Santos Calderón e dell’ex Procuratore Generale e attuale ambasciatore della Colombia presso l’Organizzazione degli Stati Americani -OEA- Alejandro Ordóñez.

Fu proprio l’indagato Francisco Calderón a dare origine ai cosiddetti “falsi positivi”, affermando che era una grande occasione quella di togliere “vagabondi e poveri” dalla strada per poi assassinarli a sangue freddo inscenando finti combattimenti con la guerriglia, rispondendo così all’incessante richiesta dei vertici militari di “effettivi risultati” sul piano delle azioni contro le organizzazioni in armi.

In Colombia ad oggi si contano 2.248 casi di persone sequestrate, “fucilate” dagli organi militari dello Stato e successivamente presentate come “trofei di guerra” contro le organizzazioni alzate in armi.

Ma potremmo parlare dello sterminio di ex combattenti che dopo aver sottoscritto storici accordi di pace, sono diventati con le loro famiglie facili obbiettivi militari; dalla firma degli Accordi di Pace con le FARC nel 2016, 215 di loro sono stati assassinati dagli sgherri di Uribe e Duque; mentre l’Onu ha documentato 33 massacri e 97 assassinii e la “desaparición” di oltre 200 mila persone.

Nonostante il silenzio e l’ipocrisia dei governi europei per la consegna del “premio Nobel per la Pace” nel 2016 a chi in Colombia invece ha creato, sostenuto e applicato l’annientamento sistematico delle opposizioni politiche, sociali e rivoluzionarie con il “miraggio” della fine della guerra e il virtuale smantellamento dei gruppi paramilitari, quest’ultimi sono invece ogni giorno più forti, più organizzati e più aggressivi. Ma sopratutto sempre più foraggiati e vincolati all’esercito e alla polizia colombiana.

Salvatore Mancuso è parte integrante di questo genocidio. Non ha mai pagato un solo giorno di galera per le migliaia di vittime da lui causate, né per la creazione di tutto l’apparato di repressione e di guerra contro contadini, operai e le opposizioni sociali e politiche.

Salvatore Mancuso in Italia sarebbe un “uomo libero”. Libero incluso di riorganizzare i suoi contatti e i suoi criminali progetti.

Salvatore Mancuso deve essere estradato immediatamente in Colombia per testimoniare fedelmente sul suo ruolo politico e militare dentro il progetto paramilitare creato dall’ex presidente Álvaro Uribe Vélez e finanziato dai poderosi settori economici colombiani nonché dalle multinazionali e dalla amministrazione nord americana attraverso i famosi “Plan Colombia”.

26/08/2020

Comitato “Carlos Fonseca”, Roma

martedì 1 settembre 2020

SEMPRE PIU' MORTI NELLE STRADE USA

Mancano poche ore per la visita del presidente delinquente Trump a Kenosha dove il ferimento dell'afroamericano Jacob Black(vedi:madn la-nba-ferma-per-la-violenza-poliziesca contro gli afroamericani )ha ulteriormente aggravato la difficile situazione razziale negli Usa e che da più di tre mesi in diverse città ha provocato sommosse popolari,e l'intervento del numero uno dei repubblicani potrebbe gettare altra benzina sul fuoco.
Il primo articolo odierno(contropiano un-sistema-fallito-sprofonda-nella-guerra-civile )come già anticipato parla dell'uccisione di due manifestanti avvenuta sempre nella cittadina del Wisconsin da parte del diciassettenne Kyle Rittenhouse che ripreso da videocamere e protetto dalla polizia che lo ha lasciato andare via era già sconfinato nel vicino Illinois dov'è stato fermato successivamente.
Ovviamente chiara la storia di questo ragazzone infarcito di slogan sulla legge e l'ordine,riempito da ideologie sulla supremazia bianca,bombardato da una società dove le armi possono essere vendute a chiunque e in quantità illimitate.
Nel secondo contributo invece un'inchiesta dove si evince che la polizia americana come quella di tutto il mondo è composta in grandi quantità da razzisti e miliziani,di amanti delle ideologie nazifasciste e che come altrove godono di impunità e di favoritismi che difficilmente ne possono scalfire l'operato e la professione,e soprattutto limitarne la libertà(www.ecn.org/antifa stati-uniti-un-rapporto-interno-denuncia-linfiltrazione-di-suprematisti-bianchi-e-milizie-nella-polizia ).
Negli Usa il clima è sempre più caldo,le proteste sempre maggiori e le repressioni aumentano con esse,Trump chiede l'intervento della guardia nazionale e dei riservisti e se non la guerra civile ci si avvicina ad un periodo dove le fazioni in lotta scendono in strada armati,e fortunatamente anche i nemici del popolo etichettati dal presidente(antifa,radicali di sinistra)non scherzano e stanno lì a prenderle(vedi:infoaut a-portland-colpito-e-ucciso-estremista-di-destra ).

Un sistema fallito sprofonda nella guerra civile.

di  Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)  

Si chiama Kyle è bianco, ha diciassette anni e con il suo fucile mitragliatore ha ucciso due manifestanti che protestavano per il tentato assassinio di Jacob Blake da parte della polizia. 

Questo ragazzo, con la faccia ancora più da bambino dell’età, è anch’esso vittima di un sistema fallito, la società di mercato più ricca, più ingiusta, più violenta, più razzista al mondo: gli Stati Uniti d’America. 

Un paese dove la vendita ed il possesso di armi da guerra è libera e difesa dalla potente lobby delle armi, che finanzia metà del Congresso. 

Un paese dove la polizia è oramai un corpo di mercenari assassini. 

Un paese dove i poveri muoiono di Covid (e di tutto il resto…)  semplicemente perché non esiste un sistema sanitario pubblico e né Biden, né tantomeno Trump sognano di instaurarlo. 

Un paese dove la Borsa ha registrato i massimi guadagni mentre quaranta milioni di persone perdevano il lavoro. 

Un paese dove le persone vengono scartate a milioni , ma che continua ad imbrogliare l’umanità con il suo “sogno”: quello per cui chiunque si dia da fare, ha la possibilità di diventare ricco. 

Il “sogno americano” è una truffa, ma in tanti ci cascano, finché il massacro della polizia verso molti di loro fa risvegliare la rabbia accumulata da chi ha perso in un gioco truccato in partenza. 

Le rivolte sono il solo modo con cui la maggioranza di esclusi riesce a farsi sentire, perché, come ha detto la sorella di Blake, non sono più dispiaciuti e addolorati, ma arrabbiati. 

Gli Stati Uniti sono un paese dove ingiustizia sociale e razzismo si riproducono assieme. Per questo il giovane bianco Kyle – magari dopo aver visto in tv le foto coi mitragliatori di due coniugi di mezza età, invitati come star alla convention di Trump – ha pensato di sparare. 

Il fascismo americano non è solo nel potere e nella polizia, è nella società discriminante, nell’individualisno estremo, nei suprematisti bianchi, nei ragazzi vittime in famiglia della mala educazione razzista, che poi vanno alle manifestazioni credendo di partecipare ad un videogioco di sopravvivenza. 

Il sistema americano è fallito perché ancora vuol credere e fa credere che tutto questo siano casi ed eccezioni e non la sua feroce normalità. E quel sistema non riesce a cambiare nulla, guardate oggi i film sul razzismo di sessant’anni anni fa, è tutto come allora.

Per questo suonano vuote e deboli le parole dei democratici contro il fasciorazzismo di Trump, che semplicemente rivendica tutto il peggio del sistema e mette il fucile in mano al ragazzino Kyle. Sono parole deboli perché presentano il presidente repubblicano come una sorta di corpo estraneo ad un paese che, liberandosene, tornerà al bene di prima. 

No. Trump è un prodotto “puro” del sistema e non può essere sconfitto se non si mette in discussione il sistema che l’ha prodotto. 

Per un secolo gli Stati Uniti sono stati il modello del capitalismo per il mondo, ora sono la sua manifestazione fallimentare. Non ingannino il potere di Wall Street, dei supermiliardari, delle multinazionali. Quel potere affonda nella catastrofe sociale e le fiamme di Kenosha, Wisconsin, cominciano a lambirlo. 

Il sistema non cambia e alla fine sprofonda nella guerra civile, ultima manifestazione della competizione estrema alla quale ogni cittadino viene indirizzato sin dalla nascita.

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Stati Uniti: un rapporto interno denuncia l'infiltrazione di Suprematisti bianchi e milizie nella polizia. · 
Un ex agente dell'FBI ha documentato collegamenti tra ufficiali in servizio e attività militanti razziste in più di una dozzina di stati

 27 agosto 2020 
Negli ultimi due decenni gruppi della supremazia bianca si sono infiltrati nelle forze dell'ordine statunitensi in ogni regione del paese, questo secondo un nuovo rapporto sui legami tra polizia e gruppi di vigilantes di estrema destra.

In una recente analisi, Michael German, ex agente speciale dell'FBI, ha descritto approfonditamente il modo in cui le forze dell'ordine statunitensi non sono riuscite a rispondere alle minacce terroristiche interne di estrema destra, osservando che le forze dell'ordine statunitensi dal 2000 in più di una dozzina di stati sono state legate ad attività militanti razziste e centinaia di agenti di polizia sono stati sorpresi a pubblicare contenuti sui social media razzisti e cristiano-fondamentalisti.
Il rapporto rileva che nel corso degli anni sono stati scoperti collegamenti della polizia con milizie e gruppi suprematisti in molti stati tra cui Alabama, California, Connecticut, Florida, Illinois, Louisiana, Michigan, Nebraska, Oklahoma, Oregon, Texas, Virginia, Washington e West Virginia .

La polizia di Sacramento, in California, nel 2018 ha lavorato con i neonazisti per costruire le accuse contro attivisti antirazzisti, inclusi alcuni che, secondo la documentazione, erano stati accoltellati.

E proprio quest'estate, scrive German, il vice dello sceriffo della contea di Orange e un poliziotto di Chicago sono stati sorpresi a portare i loghi della milizia di estrema destra; un ufficiale di Olympia, Washington, è stato fotografato in posa con un gruppo di miliziani; e gli agenti di polizia di Filadelfia sono stati filmati mentre con, gruppi armati attaccavano manifestanti e giornalisti.

La scala esatta dei legami tra forze dell'ordine e milizie è difficile da determinare, ha detto German al Guardian. "Nessuno sta raccogliendo i dati e nessuno sta attivamente cercando questi agenti nelle forze dell'ordine".

Le attività razziste degli ufficiali sono spesso note all'interno dei loro dipartimenti e generalmente si traducono in punizioni o licenziamenti a seguito di scandali pubblici, osserva il rapporto. Poche agenzie di polizia hanno politiche esplicite contro l'affiliazione a gruppi della supremazia bianca. Se gli agenti di polizia vengono sanzionati, le misure spesso portano a contenziosi prolungati.
Le preoccupazioni sulle presunte relazioni tra gruppi di estrema destra e forze dell'ordine negli Stati Uniti si sono intensificate dall'inizio del movimento di protesta innescato dall'uccisione di George Floyd da parte della polizia. Secondo il rapporto, la polizia di stati come California, Oregon, Illinois e Washington sta ora affrontando indagini per la loro presunta affinità con i gruppi di estrema destra che si oppongono a Black Lives Matter.

Questa settimana, la polizia di Kenosha, nel Wisconsin, ha affrontato un intenso controllo sulla risposta ai White-man armati e ai gruppi di miliziani riuniti in città durante le dimostrazioni degli attivisti di Black Lives Matter e di altri per il ferimento di Jacob Blake , un padre nero di tre figli che era è rimasto paralizzato dopo essere stato colpito alla schiena da un poliziotto. Mercoledì scorso, Kyle Rittenhouse, un diciassettenne che sembrava considerarsi un membro della milizia e aveva pubblicato contenuti di "blue lives matter", è stato arrestato con l'accusa di omicidio dopo la sparatoria e l'uccisione di due manifestanti.

Gli attivisti di Kenosha affermano che la polizia ha risposto in modo aggressivo e violento ai manifestanti di Black Lives Matter, facendo poco per fermare i vigilantes bianchi armati. A sostegno delle loro affermazioni c'è almeno un video girato prima della sparatoria che mostrava la polizia che lanciava acqua in bottiglia a quelli che sembravano essere civili armati, incluso uno che sembrava essere il tiratore, ha osservato l'AP : "Apprezziamo che tu sia qui", ha detto un ufficiale sull'altoparlante.
Secondo quanto riferito, la polizia ha anche lasciato passare l'uomo armato con un fucile, mentre, secondo testimoni e registrazioni video delle agenzie di stampa, la folla urlava che fosse arrestato perché aveva sparato alle persone.
Lo sceriffo di Kenosha, David Beth ha sostenuto che l'incidente è stato caotico e stressante.

Mercoledì German ha dichiarato al Guardian: "Ai militanti di estrema destra è permesso compiere atti di violenza e andarsene mentre i manifestanti sono affrontati con azioni violente della polizia". Questa “risposta negligente”, ha aggiunto, autorizza i gruppi violenti in modi pericolosi e potenzialmente letali: “Gli elementi più violenti all'interno di questi gruppi militanti di estrema destra credono che la loro condotta sia tollerata dal governo. E quindi sono molto più disposti a fare coming out e impegnarsi in atti di violenza contro i manifestanti ".
C'è una crescente consapevolezza in alcune parti del governo sulla crescente minaccia del suprematismo. L'FBI e il Department of Homeland Security (DHS) hanno identificato direttamente i suprematisti bianchi come la minaccia terroristica domestica più letale nel paese. Secondo il rapporto di German, i documenti interni dell'FBI hanno direttamente avvertito che i gruppi di miliziani su cui l'agenzia sta indagando hanno spesso "collegamenti attivi" con le forze dell'ordine.

Eppure le agenzie statunitensi non hanno una strategia nazionale per identificare la polizia suprematista bianca e sradicare questo problema, ha avvertito German. Nel frattempo, gli sforzi di riforma della polizia per affrontare il "pregiudizio implicito" non hanno fatto nulla per affrontare il razzismo esplicito.
L'FBI non ha risposto alla una richiesta di commentare.
Poiché negli ultimi mesi sono aumentate le richieste di togliere fondi alla polizia , l'allineamento delle forze dell'ordine con gruppi violenti e razzisti aggiunge solo ulteriore carburante al movimento, ha detto German. "In un momento in cui lo sforzo di limitare i finanziamenti alla polizia sta ottenendo una certa importanza, la polizia si sta comportando in modo tale da giustificare tale argomento."

https://www.theguardian.com/us-news/2020/aug/27/white-supremacists-militias-infiltrate-us-police-report

venerdì 28 agosto 2020

LA NBA FERMA PER LA VIOLENZA POLIZIESCA CONTRO GLI AFROAMERICANI

Per fermare l'NBA in Usa anche se per solo una giornata per protestare contro la violenza poliziesca contro gli afroamericani vuol dire che la misura è pienamente colma e che quello accaduto nella bolla di Disney World a Orlando per i playoff,cioè meglio dire non accaduto perché non si è scesi in campo,è un evento storico e difficilmente quantificabile e paragonabile con altri sport e nazioni.
Perché il basket negli Usa è come il calcio nei paesi latinoamericani,una religione,alla stregua del baseball e del football americano,ma l'NBA è diffusa a differenza delle altre due competizioni a livello planetario con tifosi e un giro di miliardi pari a ben pochi altri eventi sportivi.
Nei due articoli proposti(infoaut di-nba-guerra-civile-e-cose-per-niente-scontate e contropiano stati-uniti-si-ferma-anche-lo-sport-contro-le-brutalita-della-polizia )le proteste partire col match non disputato l'altre sera tra i Milwaukee Bucks e gli Orlando Magic,subito seguiti dagli altri incontri in programma per quella giornata,una decisione ferma di tutti i giocatori che fanno del black lives matter ormai un mantra per richiamare attenzione,rispetto e giustizia dopo quello avvenuto a George Floyd a maggio(vedi:madn lorrore )e negli scorsi giorni a Kenosha nello Wisconsin ai danni di Jacob Black che è stato gravemente ferito con sette colpi alle spalle da un poliziotto con tanto di video a testimonianza(vedi:infoaut kenosha-la-rabbia-esplode-dopo-la-violenza-della-polizia )con due manifestanti ammazzati da un minorenne negli scontri successivi,ma questa è una storia da approfondire in seguito.

Di NBA, guerra civile e cose per niente scontate.

Probabilmente ci vorrà ancora un po' di tempo per comprendere pienamente la portata storica degli eventi che, partendo dalla “bolla” di Disney World in cui si stanno disputando i play-off di NBA, hanno avuta una ricaduta a cascata su tutto lo sport statunitense, ma è indubbio che quanto sta accadendo sia destinato a segnare uno spartiacque non solo nel mondo agonistico, ma anche all’interno della società statunitense e di tutti i suoi molteplici osservatori sparsi in ogni angolo del globo, con buona pace dei nostri quotidiani sportivi nazionali che ormai sembrano propendere per una linea editoriale a metà strada tra il gossip e il fantamercato.

Infatti, dopo il “forfait” improvviso dei Milwaukee Bucks della scorsa notte, a cui si sono immediatamente associati i loro avversari, gli Orlando Magic, ci sono state importanti prese di posizione: Houston, OKC, Portland e le squadre di Los Angeles hanno deciso di non scendere in campo, anche nella lega femminile di basket, la WNBA, dove c’è stata una significativa protesta partita dalle Washington Mystic che poco prima del loro match hanno deciso di disertare il parquet, così come nel tennis, che dopo le dichiarazioni della giocatrice Naomi Osaka che aveva manifestato la volontà di non scendere in campo ha optato per la sospensione della giornata al Western and Southern Open, e anche le massime leghe di calcio e baseball che hanno deciso di rinviare i loro incontri previsti in queste giornate.

La dimostrazione del fatto che non si tratta di un fuoco di paglia, o “dell’ennesimo capriccio di atleti viziati e strapagati distanti dal popolo”, come pure hanno sostenuto a ogni latitudine tutti quelli affetti da una grave forma di miopia sociopolitica, che devono aver preso troppo alla lettera il concetto di “minoranza” e appiattito le proprie posizioni su quelle prettamente WASP, più attente al dito delle proteste che non alla luna da esso indicato, ovvero i motivi che le hanno scatenate – perché a voler mischiare e confondere un sempre meno latente razzismo con l’insensibilità o comunque con la famosa pretesa che lo sport e i suoi interpreti restino fuori dalle contese sociali, è un attimo – è quanto avvenuto, sempre nella bolla, dopo la protesta di Bucks e Magic.

Infatti, c’è stata una riunione di oltre tre ore tra tutti i giocatori presenti nella “bolla” per capire e decidere collettivamente se e come proseguire questa protesta: i Lakers e i Clippers, le due squadre di Los Angeles, tra le principali pretendenti all’anello, su iniziativa di LeBron James, avrebbero proposto di chiudere la stagione senza proseguire i play-off, proposta che al momento non è stata accolta positivamente dalle altre franchigie a dimostrazione di quanto tutto sia in divenire e senza finali scontati. Quello che è sicuro è che la giornata di ieri è destinata a entrare nella storia, per la dimostrazione che nonostante si tratti di uno dei business più grandi del mondo, com’è per l’appunto l’indotto economico che ruota intorno all’NBA, la volontà e la coscienza sociale degli atleti, a maggior ragione in un contesto non molto distante da quello di una guerra civile a bassa intensità com’è quello che si respira quotidianamente negli States, può superare ogni ragione economica e ogni rassicurante comfort-zone mentale.

Certo, qualora la protesta dovesse rientrare senza colpo ferire, questa rappresenterebbe una nuova freccia nell’arco dei propugnatori dello status quo e dell’ordine pubblico che avrebbero gioco facile nel gridare “alla farsa!”, a partire dal presidente Trump, che nonostante i suoi goffi tentativi di restare in sella è stato ormai scavalcato dalla portata dello scontro che pure ha contribuito a esacerbare. Allo stesso tempo, nessuno ha l’ingenuità di affermare che dopo questa protesta le violenze nelle strade statunitensi si fermeranno e la polizia finirà di sparare e uccidere cittadini disarmati, ma d’altro canto non è né il ruolo, né il mestiere degli atleti che avrebbero dovuto limitarsi a scendere in campo, ma che per un sussulto di dignità non l’hanno fatto mettendo seriamente in discussione le regole dello show business dimostrando che non tutto può piegarsi alle esigenze dell’audience e che anche in un’epoca di piena e servile adorazione del Dio denaro, in certi casi si possono offrire degli esempi di dignità e coerenza al pubblico e alle giovani generazioni.

Giuseppe Ranieri

Da Sport PopolareSport Popolare

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Stati Uniti. Si ferma anche lo sport contro le brutalità della polizia.

di  Rino Condemi  

Anche lo sport professionistico negli USA è entrato in campo, ma questa volta contro le uccisioni degli afroamericani da parte della polizia. Dopo l’ennesimo episodio di brutalità in divisa contro Jacob Blake (rimasto paralizzato dopo che gli agenti gli hanno sparato diversi colpi alle spalle), i giocatori del Milwaukee Bucks hanno boicottato la loro partita della Nba, seguiti a ruota da altre squadre di baseball, football e tennis. Un fatto accaduto molto raramente prima. 

In poche ore la protesta lanciata dai giocatori del Milwaukee, ha costretto l’NBA a rinviare altri due incontri in programma sempre ieri.

“Chiediamo giustizia per Jacob Blake e chiediamo che i poliziotti siano ritenuti responsabili”, ha detto George Hill dei Milwaukee Bucks, che ha letto da una dichiarazione preparata a nome dei suoi compagni di squadra. Quando poliziotto bianco di Minneapolis si è inginocchiato sul collo di George Floyd, asfissiandolo di fronte a testimoni in pieno giorno, Hill si è lamentato del fatto che il suo talento per il basket possa essere stato l’unica cosa a salvarlo da un destino simile. “Perché ciò avvenga”, ha continuato Hill con la dichiarazione del team, “è imperativo che la legislatura dello stato del Wisconsin si riunisca di nuovo dopo mesi di inattività e adotti misure significative per affrontare la responsabilità della polizia, la brutalità e la riforma della giustizia penale”

Accanto a Hill c’era Sterling Brown, anche lui vittima della stessa brutalità poliziesca. Nel 2018, un gruppo di agenti di polizia di Milwaukee lo aggredì con il taser perché aveva parcheggiato in doppia in un parcheggio e un poliziotto lo immobilizzò mettendogli un ginocchio sul collo. L’incidente divenne una fonte di imbarazzo pubblico per i funzionari della città, ma solo perché Brown, lui stesso figlio di un agente di polizia, era una stella nascente del basket. Un contratto con i Bucks era l’unica cosa che separava Brown da qualsiasi altro uomo di colore con una felpa con cappuccio. L’ufficio del procuratore della città aveva offerto a Brown 400.000 dollari nel tentativo di chiudere la causa civile intentata. Brown ha rifiutato e qui soldi si sono aggiunti ai circa 40 milioni di fondi pubblici che gli atti di brutalità della polizia sono costati all’amministrazione di Milwaukee dal 1958.

Dal basket la protesta si è estesa ad altre discipline, a partire dal baseball con i Brewers – di Milwaukee – che si sono rifiutati di scendere in campo contro il Cincinnati. Altre due partite di baseball (Mlb) sono state quindi rinviate. Lo stesso nel campionato di football nordamericano (Mls), dove cinque delle sei partite in programma sono state boicottate dai giocatori.

Infine dopo che la tennista giapponese Naomi Osaka ha deciso di non disputare la sua semifinale del torneo di Cincinnati, spostato però a New York, gli organizzatori dell’evento hanno deciso a loro volta di posticipare le partite in programma oggi a domani. “Il tennis prende posizione collettivamente contro la disuguaglianza razziale e l’ingiustizia sociale che è stata nuovamente portata alla ribalta negli Stati Uniti. La Federazione americana di tennis (Usta), i circuiti Atp e il Wta hanno deciso di riconoscere questo momento interrompendo il gioco”.

giovedì 27 agosto 2020

ABBIAMO TOCCATO I FONDI

A breve oltre il quesito referendario ci saranno anche elezioni amministrative che riguarderanno delle regioni e alcuni comuni italiani,tra i quali Fondi in provincia di Latina dove tal Cristian D'Adamo sarà presente nelle liste a supporto del candidato primo cittadino dei Bros of Italy Giulio Mastrobattista.
In questi giorni sono girati alcuni dei motti e alcuni pareri che fanno capire che questo giovanotto evidentemente con problemi che si porta dietro fin dall'infanzia,legati soprattutto alla sua indole parassitaria e subumana definendosi"naziskin,negazionista,omofobo,xenofobo,antidemocratico, anticostituzionale,anticomunista e antisemita",insomma tutte"virtù e qualità"che è bene metterci la faccia e farci pubblicità per venire riconosciuto in giro.
L'articolo di Left(alle-solite-il-fascista-che-scappa )racconta di questa vicenda tutta italiana,con l'evidente incandidabilità di questo bamboccio pronto per un tso viste le facoltà mentali che possono ledere a se stesso e al prossimo,un'idiota che assieme al candidato sindaco(che dice di non avere alcuna responsabilità su quello che fa o dice uno che lo sostiene)offrono una triste e vergognosa visione di quello che la politica italiana soprattutto a destra(estrema)è capace di offrire.
Va sottolineato che dopo essere stato pizzicato con foto esplicite sul suo stato di salute cerebrale e quello che ha saputo scrivere il prode D'Adamo abbia reso privato il suo profilo Facebook,e come ben evidenziato la frase"non tutti i vigliacchi sono fascisti ma tutti i fascisti sono vigliacchi"qui casca proprio a pennello.

Alle solite: il fascista che scappa.

di Giulio Cavalli

Un candidato al consiglio comunale di Fondi in una lista a supporto del candidato sindaco di Fratelli d’Italia sui social ha inneggiato al fascismo. Una volta scoperto, ha reso privati i suoi profili social

Sui suoi profili social si definisce “naziskin, negazionista, omofobo, xenofobo, antidemocratico, anticostituzionale, anticomunista e antisemita”. Proprio così, letterale. Anzi, si definiva, perché Christian D’Adamo, candidato al consiglio comunale di Fondi, in provincia di Latina, come fanno poi tutti i fascisti appena è stato beccato da alcuni giornalisti si è preso subito la briga di scappare e nascondersi rendendo privati i suoi profili social. È la solita legge non scritta: non tutti i vigliacchi sono fascisti ma tutti i fascisti sono vigliacchi.

Il 32enne è in lizza per le prossime amministrative nella lista civica “Giulio Mastrobattista sindaco” che è una delle tre liste in supporto al candidato sindaco Mastrobattista, uomo di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni che si indigna se si parla di fascismo di ritorno e che accusa noi di vedere fascisti dappertutto mentre lei semplicemente si occupa di detergerli per renderli un po’ più presentabili. Con D’Adamo la missione non è riuscita perché il candidato ha infarcito il suo diario Facebook con foto di magliette raffiguranti Benito Mussolini, con citazioni come “AvantiLazio, Dvce Dvce Dvce”e perfino il suo account su Twitch riporta una svastica come sfondo. Tutto alla luce del sole.

Geniale il candidato sindaco che a Repubblica risponde così: «Non conoscevo questa persona e abbiamo già lanciato l’hashtag #nessunovotid’adamo. Per quanto riguarda la candidatura dovrebbe rinunciare lui, ma stiamo verificando se lo stesso responsabile della lista sia legittimato ad estrometterlo. Intanto io e tutti i candidati stiamo appunto lanciando l’hashtag». La sua azione politica è stata quella di creare un hashtag, nessuna responsabilità ovviamente sull’avere candidato un personaggio del genere. Attenzione perché quelli che riescono a candidare gli impresentabili poi sono gli stessi che si augurano un taglio dei parlamentari: sono quelli che giudicano le lunghezze perché non hanno i parametri per giudicare la qualità.

Continuiamo così, impuniti alla luce del sole. Che poi, ovviamente, se la danno a gambe.

Buon giovedì.

mercoledì 26 agosto 2020

LE RAGIONI DEL NO

Da qualche giorno sono cominciate le tribune elettorali che spiegano le ragioni del no e del si al prossimo quesito referendario del 20 e del 21 settembre prossimi,quindi manca meno di un mese ad una data importante per mantenere alto il concetto di democrazia nel paese.

Dopo un lungo silenzio dovuto all'overdose di notizie legate al coronavirus ma anche per un calcolato oscuramento da parte dei mass media ecco che questo referendum che non ha quorum,quindi se vota solo una persona conta il suo voto,propongo un primo intervento sull'importanza del no a questa domanda che implica il taglio dei parlamentari.

Un'aggressione alla rappresentanza ed al funzionamento parlamentare che a fronte del tanto evocato risparmio di denaro pubblico,insignificante rispetto al taglio che avrebbe la democrazia,che non vale la pena di attuare e che aumenterebbe il potere in mano a pochi partiti,alcuni dei quali ancora incerti sul farsi e che probabilmente daranno o meno il consenso come risposta per evitare scontri interni alle alleanze createsi in questi periodi.

L'articolo è preso da Contropiano:2020/08/26 .

Referendum sul taglio lineare dei parlamentari, vademecum per gli indecisi.

di Carlo Corsetti

Dieci motivi per dire NO e continuare a vivere in un Paese democratico. A cura di Carlo Corsetti, per il Comitato per il NO dei Castelli romani

Lo Statuto del Regno

Il 4 marzo 1848, Carlo Alberto, re di Sardegna, duca di Savoia, principe di Piemonte etc., rinunciando al proprio potere assoluto, “con lealtà di Re e con affetto di Padre” concede ai propri sudditi uno Statuto fondamentale, cioè una costituzione, che istituisce un Parlamento bicamerale, formato da due Camere, il Senato del regno e la Camera dei deputati, che condividano con lui il potere legislativo, così che, per diventare legge, una proposta dovrà prima essere approvata dalle due Camere e poi avere la sanzione finale del re.

Il 17 marzo 1861, quando Vittorio Emanuele II, figlio e successore di Carlo Alberto, assume il titolo di Re d’Italia, lo Statuto albertino fu esteso a tutto il nuovo regno, che perciò ebbe anch’esso un Parlamento bicamerale, con un Senato e una Camera, che avevano le stesse funzioni e gli stessi poteri del Parlamento subalpino istituito da Carlo Alberto, con i senatori nominati a vita dal re in numero non limitato e i deputati eletti invece per cinque anni dai cittadini in numero proporzionato al numero degli abitanti del regno. Così, nel 1861, quando questi erano 22 milioni, furono eletti 443 deputati, mentre nel 1921, quando erano diventati 39 milioni, ne furono eletti 535.

Ma nel gennaio del 1929, per aumentare ancor più il potere del proprio Governo, diminuendo ulteriormente quello del Parlamento, Mussolini ridusse il numero dei deputati a soli 400 – il numero cui si vuole ridurli oggi! Dieci anni dopo, nel 1939, egli stabilizzò il regime fascista, abolendo la Camera dei deputati e sostituendola con una Camera dei fasci e delle corporazioni, di cui facevano parte di diritto e in numero non limitato soltanto i membri dei principali organi del regime fascista. A ragion veduta, dunque, Umberto Terracini, che aveva passato undici anni nelle carceri fasciste, il 18 settembre 1946 diceva alla Costituente: “Quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni.”

La Costituzione della Repubblica

Finita la seconda guerra mondiale, in cui Mussolini aveva precipitato l’Italia, domenica e lunedì 2 e 3 giugno 1946, tutti i cittadini maggiorenni, comprese per la prima volta le donne, furono chiamati a votare sia per scegliere tra monarchia e repubblica sia per eleggere i 556 deputati dell’Assemblea Costituente, che ne avrebbero scritta la Costituzione.

Per evitare di “mettersi sul piano inclinato del governo d’assemblea” monocamerale – il pensiero andava alla Convenzione e al Terrore della Rivoluzione Francese – la Costituente decise di ricostituire un Parlamento bicamerale perfetto, come quello del Regno d’Italia, sostituendo però il Senato del Regno nominato dal re con un Senato della Repubblica eletto dai cittadini e perciò dotato degli stessi poteri della Camera dei deputati. Poi, per valorizzarli e distinguerli senza farne dei doppioni, fu deciso che la Camera fosse eletta per cinque anni su base nazionale e il Senato per sei anni su base regionale, e che l’età necessaria per eleggere ed essere eletti alla Camera fosse inferiore a quella necessaria per eleggere ed essere eletti al Senato. Inoltre, fu deciso che il numero dei deputati e dei senatori fosse proporzionato al numero degli abitanti, eleggendo però un deputato ogni 80.000 abitanti (o frazione superiore ai 40.000) e un senatore ogni 200.000 abitanti (o frazione superiore ai 100.000). Così, nel 1948, quando gli italiani erano circa 45 milioni, per il primo Parlamento della Repubblica Italiana furono eletti 574 deputati e 237 senatori; nel 1953, furono eletti 590 deputati e 237 senatori; e nel 1958, furono eletti 596 deputati e 246 senatori.

Ma il 9 febbraio 1963, cioè tre mesi prima delle nuove elezioni politiche, considerato da un lato che gli italiani erano già diventati 50 milioni e che la popolazione da oltre un secolo continuava a crescere, e dall’altro lato che i senatori erano troppo pochi per assolvere agli stessi compiti, cui i deputati assolvevano essendo in numero quasi triplo, il Parlamento, revisionando gli articoli 56, 57 e 60 della Costituzione, uniformò a 5 anni la durata massima delle due Camere; fissò il numero futuro dei deputati a 630, numero risultante dal censimento del 1961; infine, aggiungendo 68 unità ai 247 senatori, risultanti da quello stesso, ne aumentò e fissò il numero a 315, cioè alla metà dei deputati, migliorando così l’efficienza e la rappresentatività del Senato.

La deforma del M5S

Dopo la vittoria elettorale del 4 marzo 2018, il M5S si accordava con la Lega, formando un governo presieduto da Giuseppe Conte e basato su un Contratto, che al punto 20 prevedeva la rapida attribuzione dell’autonomia differenziata alle Regioni richiesta dalla Lega e la “drastica riduzione del numero dei parlamentari: 400 deputati e 200 senatori” richiesta dal M5S. Grazie a questa riduzione, si legge nel Contratto, “diverrà più efficiente l’iter di approvazione delle leggi, senza intaccare in alcun modo il principio supremo della rappresentanza, poiché resterebbe ferma l’elezione diretta a suffragio universale da parte del popolo per entrambi i rami del Parlamento”, rendendo “in tal modo possibile conseguire anche ingenti riduzioni di spesa, poiché il numero complessivo dei senatori e dei deputati risulterà quasi dimezzato”: da 945 a 600.

L’8 agosto 2019, quando la legge costituzionale che riduce il numero dei parlamentari sta per essere approvata per la quarta e ultima volta, come richiesto dall’art. 138 della Costituzione, la Lega, forte del grande consenso ottenuto alle elezioni europee, esce dalla maggioranza e chiede nuove elezioni politiche. Per evitarle, il M5S, che invece era in forte caduta di consensi, propone al PD, anch’esso in difficoltà elettorali, di formare un nuovo governo presieduto da Conte. Per evitare le elezioni e tornare al governo, pago della promessa fattagli dal M5S di approvare una legge elettorale proporzionale con sbarramento al 5% e alcune altre modifiche alla Costituzione – abbassare l’età necessaria per eleggere ed essere eletti al Senato, portandola a 18 e 25 anni, come per la Camera; eliminare la base regionale per l’elezione del Senato, eleggendolo su base nazionale, come la Camera; ridurre da 3 a 2 i delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica – che avrebbero limitato i danni prodotti dalla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, contro cui aveva votato per ben tre volte, il PD accetta la proposta e l’8 ottobre 2019, rovesciando la propria posizione politica, vota a favore della “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, che il M5S gli ha posto come conditio sine qua non per tornare al governo.

Alcuni senatori, contrari alla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, raccolgono allora le firme necessarie per chiedere che il testo approvato dal Parlamento sia sottoposto al referendum previsto dall’art. 138 della Costituzione. Convocato per il 29 marzo 2020 e poi rinviato a causa della pandemia da Covid 19, il referendum è stato ora fissato per il 20 e 21 settembre 2020, insieme alle elezioni amministrative di alcuni Comuni e alcune Regioni. Sì che, in quei giorni, mentre sarà ancora in corso l’emergenza sanitaria da Covid 19, che il Governo ha ritenuto inevitabile prolungare fino al 15 ottobre 2020, tutti i cittadini maggiorenni saranno chiamati a dire SÌ o NO al testo della legge costituzionale, che, modificando gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione, riduce da 630 a 400 il numero dei deputati e da 315 a 200 il numero dei senatori elettivi, stabilendo inoltre che il numero dei senatori a vita di nomina presidenziale in carica non dovrà mai essere superiore a 5.

Risparmio

Secondo i capi del M5S, questa “drastica riduzione del numero dei parlamentari” produrrà un risparmio per le casse dello Stato di circa 100 milioni di euro l’anno, pari a circa 1,60 euro per ogni abitante – cifra che molti ritengono largamente arrotondata per eccesso e comunque ben lontana dalle “ingenti riduzioni di spesa”, di cui parla il Contratto M5S-Lega. Confrontati con i quasi 900 miliardi, cui ormai ammonta il bilancio annuo dello Stato italiano, questi pochi milioni, 100, 70 o 50 che siano, tanto vantati dalla propaganda cinquestelle, ricordano piuttosto la metafora della montagna, che tra grandi dolori e lamenti finisce per partorire un topo ridicolo. Un risparmio reale e prezioso in tempi di vacche tanto magre per le casse dello Stato e ancor più per milioni di cittadini, ma che certo non meritava che si cambiasse addirittura la Costituzione per realizzarlo, tanto più che esso inizierebbe tra alcuni anni, poiché il numero dei parlamentari sarebbe ridotto soltanto con le prossime elezioni, previste per il 2023. In verità, se quel modesto risparmio fosse stato il vero scopo della “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, si sarebbe potuto ottenerlo già due anni fa, riducendo dello stesso 36,5 % non il numero dei parlamentari, bensì i loro compensi, portandoli dagli attuali 14.000 euro mensili a 10.000, cifra che sarebbe stata ancora superiore al compenso medio dei parlamentari degli altri Paesi dell’UE e addirittura il doppio dei 5.000 euro, cui il M5S prometteva di ridurre il compenso massimo di ogni pubblico dipendente.

Se poi, per qualche arcano risvolto della ideologia cinquestelle, il Parlamento dimezzato fosse stato ritenuto indispensabile, si sarebbe potuto dimezzare il numero dei deputati, da 630 a 315, senza toccare il Senato, che, se ridotto a 200 membri, perderà sicuramente efficienza, visto che nel 1963 fu necessario aumentare i senatori da 247 a 315 proprio per ragioni di efficienza.

Efficienza

Dai resoconti del Comitato per la legislazione di Camera e Senato risulta che negli ultimi 12 anni il Parlamento ha approvato 818 leggi: oltre 68 leggi l’anno. Ora, se efficienza è fare presto e bene il proprio dovere, e il primo dovere del Parlamento è fare le leggi, il Parlamento, almeno per farle presto, è certamente efficiente, perché fa più di una legge a settimana; cosa che gli è resa possibile dal suo bicameralismo perfetto, che, contrariamente a quanto in genere si dice e si scrive, non raddoppia, ma quasi dimezza i tempi di approvazione delle leggi, perché permette alle due Camere di lavorare non in successione, ma in parallelo, cioè in contemporanea, su disegni di legge diversi, scambiandosene poi i testi, per fare un controllo incrociato sul lavoro che esse hanno fatto, sì che il testo finale risulterà, se non altro, più ponderato.

Il Parlamento, dunque, di leggi ne fa tante. Le fa anche bene? Non potendo né dovendo qui addentrarci in un’analisi qualitativa delle diverse leggi approvate dal Parlamento italiano, diciamo soltanto che, secondo noi, potrebbe farle anche meglio, se per circa l’80 % esse non fossero proposte e spesso imposte dal governo di turno, che sempre più spesso prima le emana come decreti legge, contenenti anche centinaia di articoli di argomento molto diverso tra loro, validi per 60 giorni, durante i quali poi riesce a farle trasformare in leggi, ricattando i parlamentari, con il porre su di esse la questione di fiducia: se non l’approvate, il governo si dimette, si torna alle urne e chi ha votato contro la fiducia sarà espulso dal partito o comunque non sarà ricandidato.

Con questi ricatti nei confronti del Parlamento – ricatti incostituzionali, perché l’art. 94 della Costituzione dice che il Governo è fiduciario, non proprietario, delle due Camere – i governi sono riusciti a far credere a molti cittadini, soprattutto a quelli che conoscono meno la Costituzione e le diverse funzioni dei poteri dello Stato, che l’inefficienza, con cui ci scontriamo in tutti gli uffici pubblici, dove non funziona mai niente come dovrebbe, sia colpa del Parlamento, che non farebbe le leggi. Mentre, in verità, la colpa è semmai del Governo, che da un lato lascia gli uffici pubblici – su cui il Parlamento non ha alcun potere, perché essi fanno parte della Pubblica Amministrazione, che, secondo il Titolo III della Parte II della Costituzione, fa parte del Governo – senza il personale e i mezzi necessari, e dall’altro lato spesso non emana neppure i decreti attuativi, senza i quali gli uffici o non possono o non sanno come devono applicare le leggi approvate dal Parlamento, che pertanto vengono applicate solo in parte o in ritardo o rimangono addirittura lettera morta, mentre i governi, anziché governare, passano il tempo a fare nuove leggi e a cambiare la Costituzione.

Chi, dunque, volesse risolvere il problema dell’inefficienza dei pubblici uffici, che tanta fatica e rabbia procurano a chiunque abbia a che fare con essi, non dovrebbe preoccuparsi dell’efficienza del Parlamento, che di leggi ne approva anche troppe, ma dell’inefficienza del Governo e della Pubblica Amministrazione, cioè degli uffici pubblici, che non applicano le leggi approvate dal Parlamento. Ridurre, poi, il numero dei parlamentari per aumentare l’efficienza del Parlamento, dando, così, altro potere al Governo, è come dare più potere a un amministratore, che, invece di attuare le delibere dell’assemblea dei condomini, ne attua soltanto le parti che gli sono gradite.

Rappresentanza

Secondo il Contratto firmato dal M5S e dalla Lega, “la drastica riduzione del numero dei parlamentari” produrrebbe risparmio ed efficienza “senza intaccare in alcun modo il principio supremo della rappresentanza, poiché resterebbe ferma l’elezione diretta a suffragio universale da parte del popolo per entrambi i rami del Parlamento”. 

Ora, se è vero che l’elezione è necessaria per garantire la legittimità dei rappresentanti, è anche vero che da sola essa non basta per garantirne la rappresentatività, perché questa non dipende dalla legittimità, ma dalla qualità e dalla quantità degli eletti. Per questo e per favorire il più possibile la partecipazione dei cittadini alla gestione della Repubblica (res publica), la Costituente volle che i membri del Parlamento fossero il più numerosi possibile – il detto “pochi, ma buoni” va bene per le oligarchie, non per le democrazie – e in numero proporzionato al numero degli abitanti, sì che, crescendo il numero dei rappresentati, crescesse anche quello dei loro rappresentanti. Anche perché, disse, il 27 gennaio 1947, il presidente Terracini: “In fondo le elezioni rappresentano soltanto un primo momento, quello della scelta dei responsabili della vita politica del Paese; ma è noto che nell’interno delle Assemblee elette avviene una seconda scelta, naturalmente causata dalle particolari attitudini dei componenti, via via che essi hanno occasione di mettersi in rilievo.” Così, ridurre il numero dei parlamentari significa escludere a priori eventuali nuovi talenti, cosa che nessun allenatore sportivo farebbe, convocando il minor numero di atleti possibile.

Nessun dubbio, perciò, che “la drastica riduzione del numero dei parlamentari” produrrebbe una grave riduzione della rappresentatività del Parlamento, che ridotto a 400 deputati, meno dei 443 che aveva nel 1861, quando gli abitanti erano 22 milioni, rappresenterebbe assai male – come una foto a bassa risoluzione – i 60 milioni di abitanti attuali, che pertanto avrebbero sempre più difficoltà ad accettare e rispettare le leggi di un Parlamento, in cui si riconoscono poco o non si riconoscono affatto. Una riduzione di numero e di rappresentatività che colpirebbe in particolar modo il Senato, che, ridotto a 200 senatori, cioè a meno dei 247 che nel 1963 fu necessario aumentare a 315, non potrebbe più adempiere in maniera efficiente agli impegni, cui la Camera adempirebbe invece con 400 deputati. Una riduzione numerica, poi, gravemente ingiusta per Regioni come la Calabria, che con 2 milioni di abitanti, eleggerebbe 6 senatori come farebbe il Trentino – Alto Adige, che ha 1 milione di abitanti, sì che, violando l’art. 48 della Costituzione, secondo cui tutti i voti sono uguali, cioè hanno valore uguale, il voto dei trentini e degli altoatesini varrebbe il doppio del voto dei calabresi. Così dalla “legge truffa” del 1953 si giunge alla deforma truffa del 2019.

Elezione

L’art. 48 della Costituzione, parlando degli elettori, dice che “il voto è personale ed eguale, libero e segreto”. Gli articoli 56, 57 e 58, invece, parlando di Camera e Senato, dicono che i deputati sono 630 e i senatori 315, che 12 deputati e 6 senatori sono eletti nella circoscrizione Estero e che la Camera dei deputati e i senatori sono eletti “a suffragio universale e diretto”. Quanto alla legge elettorale, con cui essi avrebbero dovuto essere eletti, avendo scelto il bicameralismo perfetto, la Costituente, per differenziare ulteriormente le due Camere e rispettare meglio la diversità di opinioni, che sui sistemi elettorali esisteva anche allora tra i costituenti e tra i cittadini, decise che le due Camere fossero elette con due sistemi elettorali diversi.

Il 23 settembre 1947, infatti, su proposta di Antonio Giolitti, comunista, essa approvò il seguente ordine del giorno: «L’Assemblea Costituente ritiene che l’elezione dei membri della Camera dei deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale.» Poi, il 7 ottobre, su proposta di Francesco Saverio Nitti, liberale, e di altri 18 deputati, tra cui Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista, essa approvò il seguente ordine del giorno: «L’Assemblea Costituente afferma che il Senato sarà eletto con suffragio universale e diretto col sistema del collegio uninominale.» Ma il 20 gennaio 1948, quando, a Costituzione ormai promulgata, si trattò di stabilire la legge con cui sarebbe stato eletto il Senato – la Camera sarebbe stata eletta con il sistema proporzionale, con cui era stata eletta l’Assemblea Costituente – nel fissare il quorum maggioritario, la Costituente approvò l’emendamento di Giuseppe Dossetti, democristiano, che propose di sostituire le parole «metà più uno» della proposta governativa con «settantacinque per cento», quorum altissimo, che la successiva legge elettorale 6 febbraio 1948, n. 29, sostituì con «un numero di voti validi non inferiore al 65 per cento dei votanti», stabilendo, inoltre, che gli altri seggi spettanti alla Regione rimasti vacanti sarebbero stati assegnati alle liste e ai candidati in proporzione ai voti ottenuti.

Con questo sistema elettorale, proporzionale non soltanto per la Camera, ma, di fatto, anche per il Senato, gli italiani hanno votato dal 1948 al 1992, quando, in seguito agli scandali partitocratici di tangentopoli e ai referendum elettorali di Mario Segni, nel 1993 esso fu sostituito dal mattarellum, che assegnava il 75 % dei seggi con il sistema uninominale e il 25 % con il proporzionale. Nel 2005, il mattarellum fu sostituito dal porcellum, con cui fu rinnovato per tre volte il Parlamento, ma che, avendo liste bloccate e premio di maggioranza senza soglia, fu dichiarato incostituzionale nel 2014 e sostituito nel 2015 dall’italicum, dichiarato incostituzionale nel 2017, prima ancora di essere applicato, e perciò subito sostituito dal rosatellum, un sistema elettorale misto, che assegna il 37 % dei seggi con il sistema uninominale, il 61 % con il sistema proporzionale e ne riserva il 2 % agli italiani residenti all’estero, senza comunque permettere ai cittadini di eleggere con voto “personale e diretto”, come volle la Costituente e vuole la Costituzione, la persona in cui essi meglio si riconoscano. Sì che gli eletti, anziché preoccuparsi dei propri elettori, che neppure conoscono, si preoccupano dei capipartito, che li hanno messi in lista, in posizione utile per essere eletti.

Così, mentre il Governo resta in mano ai partiti, che in 72 anni non hanno ancora attuato l’art. 49 della Costituzione, che pretende da essi il rispetto del metodo democratico, da cui essi rifuggono, il Parlamento, stretto tra le pretese dei partiti e i ricatti del Governo, perde rappresentatività, prestigio e autostima, fino a essere considerato pletorico e nullafacente da molti cittadini, e ad autoinfliggersi la “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, che costituisce la prima ganascia del progetto eversivo della Repubblica, progettato dal M5S e dalla Lega; la seconda è l’autonomia differenziata.

Autonomia

Come abbiamo accennato al punto 3. di questo Vienimecum, oltre alla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, il punto 20. del Contratto, firmato dal M5S e dalla Lega nel maggio 2018 davanti a un notaio, prevedeva anche, sotto il profilo del regionalismo, l’impegno “di porre come questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, portando anche a rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle competenze necessarie per un autonomo esercizio delle stesse”.

Il 6 febbraio 1947, nella Relazione al Progetto di Costituzione, Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75, che l’aveva elaborato, scriveva: “L’innovazione più profonda introdotta dalla costituzione è nell’ordinamento strutturale dello Stato, su basi di autonomia; e può aver portata decisiva per la storia del Paese.” In effetti, nel rifiutare la repubblica federale proposta da Emilio Lussu e Piero Calamandrei, azionisti, l’Assemblea Costituente non intendeva ribadire il centralismo prefettizio dello Statuto albertino, aggravato dalla dittatura fascista, ma intendeva valorizzare al massimo le autonomie locali, secondo i principi del regionalismo autonomista. In questo senso, autonomia regionale nell’unità statale, l’art. 5 della Costituzione proclama che “la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”. Se il compromesso costituzionale, che aveva prodotto questo Stato regionale, fosse stato subito attuato e lealmente applicato, l’autonomia, come scriveva Ruini, avrebbe potuto avere davvero una “portata decisiva per la storia del Paese”; in senso migliorativo s’intende. Ma la Costituzione rimase per decenni inattuata e dimenticata; e quando, negli anni Ottanta, cominciò a tornare al centro del dibattito politico, vi tornò perché chi l’aveva per decenni tradita cominciò a denigrarla come vecchia e bisognosa di aggiornamenti, che furono tentati più volte negli anni Novanta e che nel 2001 portarono alla deforma del Titolo V della Parte II della Costituzione, voluta soprattutto dai partiti che sostenevano il governo dell’Ulivo.

A seguito di questa sciagurata deforma voluta dai partiti dell’Ulivo, per sottrarre consensi alla Lega Nord, che poneva con forza e successo l’aut-aut federalismo o secessione, il terzo comma del nuovo art. 116, richiamato dal Contratto M5S-Lega, prevede che alle Regioni, che le richiedano, lo Stato può attribuire “forme e condizioni particolari di autonomia” in ben 23 materie, articolate in circa 130 funzioni, che toccano tutti gli aspetti della vita sociale ed economica dei cittadini: dal lavoro, alla sanità, alla scuola, all’ambiente, ai trasporti, alle infrastrutture (strade, autostrade, ferrovie, porti, aeroporti), alla giustizia di pace. Ora, poiché le maggioranze politiche di destra e di sinistra, susseguitesi dopo il 2001, anziché curare l’attuazione del Titolo V deformato, si sono dedicate a deformare altre decine e decine di articoli della Costituzione, finendo però sconfitti nei referendum oppositivi del 2006 e del 2016, oggi, a 72 anni dall’approvazione della Costituzione e a quasi 20 dalla deforma del Titolo V, ci troviamo ancora a dovere difendere l’unità e indivisibilità della Repubblica dalla secessione regionalista promossa dalla Lega, ma anche dal PD, a favore di Regioni, che peraltro hanno dato pessima prova di sé nella pandemia da Covid 19.

Altri.

Un argomento del tutto assente nel Contratto M5S-Lega, ma molto presente, invece, nella propaganda politica dei sostenitori del SÌ alla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, è il confronto tra il numero dei parlamentari italiani e il numero dei parlamentari di altri Paesi, vicini e lontani, federali e unitari, dalla Francia, all’India, agli Stati Uniti d’America.

Questo modo di argomentare per una riduzione del numero dei parlamentari non è né nuovo né profondo. Convinto che il numero dei parlamentari previsti dalla Commissione dei 75 fossero troppi, il 16 settembre 1947, parlando alla Costituente, Francesco Saverio Nitti disse: “Accadrà dei legislatori come della nostra moneta, che più ne emettiamo e più diminuisce di valore; più aumenta il numero dei nostri legislatori e più essi diminuiranno di serietà e di prestigio! Sapete l’America quanti senatori ha per ogni Stato? Due. E quanti sono i Senatori? Sono 96. I Deputati invece sono 435, cioè assai meno di noi, della nostra Costituente. Dunque noi abbiamo meno di un terzo degli abitanti degli Stati Uniti e siamo qui dentro molto più numerosi dei rappresentanti degli Stati Uniti che sono soltanto 435.” Ma tre giorni dopo, il 19 settembre, Meuccio Ruini, presidente e portavoce della Commissione dei 75, che aveva preparato il Progetto, su cui allora l’Assemblea Costituente discuteva, disse: “L’onorevole Nitti ha sollevata una questione sul numero dei membri del Parlamento, secondo il progetto. Troppi, ha detto; in nessun altro paese sono tanti quanti voi proponete! Non è così; ho a disposizione dell’onorevole Nitti un quadro, dal quale risulta che se i parlamentari, i politicians, sono in minor numero negli Stati Uniti (e qualcuno se ne lagna, per il carattere «professionale ed oligarchico» che ne deriva), sono di più in Francia, in Inghilterra ed altrove. L’onorevole Nitti troverà resistenza nei piccoli partiti, come il suo, se vorrà ridurre il numero. Siamo ad ogni modo d’accordo: non troppi”.

Conosciamo la decisione presa in merito dalla Costituente, sappiamo come essa fu modificata nel 1963, aumentando il numero dei senatori, e come è stata cambiata nel 2019, riducendo i deputati a 400, lo stesso numero cui li aveva ridotti nel 1929 Mussolini, che dieci anni dopo, nel 1939, abolì le elezioni e la Camera dei deputati, dichiarando un anno dopo, il 10 giugno 1940, guerra alla Francia e alla Gran Bretagna, precipitando così l’Italia nella seconda guerra mondiale, senza che nessuna autorità costituita avesse o trovasse la forza di opporsi a tale follia. In ogni caso, quando oggi si fanno questi confronti, bisogna distinguere almeno tra Stati federali, come USA e Germania, che oltre a un Parlamento federale hanno anche un Parlamento per ognuno degli Stati federati, e Stati unitari, come Francia e Italia, che hanno soltanto il Parlamento nazionale, costituito da un numero di membri necessariamente superiore a quello di un Parlamento federale. Così, per esempio, il Parlamento dell’Unione Europea è costituito da 705 deputati, benché i suoi abitanti siano quasi 450 milioni e gli Stati membri 27, ciascuno dei quali, però, ha almeno un Parlamento nazionale, oltre agli eventuali parlamenti degli Stati federati. Senza tenere conto se non altro di queste grandi differenze istituzionali, che sono il risultato delle storie diverse dei vari Paesi, ridurre il numero dei nostri parlamentari, perché quelli di qualche altro Paese sono di meno, sarebbe come accorciare i pantaloni dei watussi, perché i pigmei li hanno più corti.

Del resto: quanti e quali sono gli altri Paesi che, con tutti i problemi che abbiamo e che hanno, stanno spaccandosi per ridurre il numero dei loro parlamentari?

NO e poi NO La lettura attenta del punto 20 del loro Contratto dimostra che M5S e Lega mirano a cambiare, con “alcuni interventi limitati, puntuali, omogenei” sulla nostra Costituzione, sia la forma di governo, rovesciando il rapporto di priorità tra Governo e Parlamento, sia la forma di Stato, spostando potere dallo Stato alle Regioni, mutando così radicalmente i delicati equilibri di potere stabiliti dall’Assemblea Costituente, unica ad averne storicamente e giuridicamente il potere e il diritto, poiché il popolo italiano l’aveva eletta con questo specifico scopo.

Con la “drastica riduzione del numero dei parlamentari” il Parlamento perderebbe efficienza e rappresentatività, e i parlamentari sarebbero ancora più esposti ai ricatti del Governo, che si serve della questione di fiducia per ottenere l’approvazione delle leggi che pretende, e alle pressioni dei capipartito, che li espellono o li mettono in lista secondo l’obbedienza dimostrata alle loro direttive. Con l’autonomia regionale, invece, differenziata in base ai desiderata delle Regioni, recuperando tacitamente l’emendamento Caronia, che voleva esentarle dall’obbligo di rispettare le leggi dello Stato, ma che la Costituente bocciò seccamente il 3 luglio 1947, la Repubblica “una e indivisibile”, proclamata dall’art. 5 della Costituzione, finirebbe frantumata staterelli regionali, così che l’Italia prederebbe anche l’unità politica conquistata prima con il Risorgimento e le guerre d’indipendenza, e difesa poi con la Resistenza e la guerra di liberazione dal fascismo e dall’occupatore nazista

Per questi motivi, chi ama la Costituzione – “Quanto sangue, quanto dolore, per arrivare a questa Costituzione!” diceva, il 26 gennaio 1955, Piero Calamandrei agli studenti milanesi – dovrebbe respingere il progetto eversivo del Contratto M5S-Lega, prima votando NO alla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, pretesa dal M5S, e poi dicendo NO all’autonomia differenziata, pretesa dalla Lega, ma anche dal PD, che porterebbe a un’ulteriore e forse definitiva spaccatura tra il Nord più ricco del Paese e il Sud più povero, con una vera e propria “secessione dei ricchi”.

NO e poi NO a codesta deforma.

martedì 25 agosto 2020

LA SARDEGNA PAGA IL CONTO DEL TURISMO

 

Alla fine anche la Sardegna,nonostante mesi passati praticamente con pochissimi contagi anche grazie alla lontananza fisica col resto d'Italia e d'Europa,ha segnato il passo ed ora c'è un serio rischio pandemico visti i numeri lievitati da quando è stata oggetto di vacanze.

Era in preventivo tutto ciò visto che la regione non poteva chiudere i battenti vista l'importanza primaria del settore turistico che trascina l'economia isolana,ma è vero pure che una bella fetta percentuale stia uscendo fuori da una movida sfrenata e di lusso,quella delle località più esclusive e a detta degli addetti ai lavori immune da qualsiasi contagio(sono già più di sessanta i contagianti della discoteca del cinghiale Briatore,solo che lui è scappato per farsi curare,vedi anche il secondo contributo:left essere-flavio-briatore ).

L'articolo di Contropiano proposto in principio(covid-in-sardegna-e-arrivato-il-conto )parla di questo che è davvero un conto da pagare per troppe leggerezze di un presidente dapprima preoccupato(in primavera)e poi entusiasta a giugno con la partenza dell'alta stagione pronto ad accogliere frotte di turisti senza nessun controllo sanitario ed il risultato si è visto,anche con i contagi di ritorno che i vacanzieri hanno riportato indietro soprattutto nel Lazio.

Non voglio stigmatizzare chi ha potuto fare un viaggio in quest'isola splendida ma certi comportamenti adottati non sono stati di certo in linea con le normative preposte a limitare il diffondersi del contagio e chissà che in autunno la stessa gente non piangerà miseria e darà la colpa di un eventuale futuro aumento del cononavirus ai migranti.

Covid in Sardegna: è arrivato il conto.

di  Liberu - Lìberos Rispetados Uguales   

Non era difficile immaginare, da tempo c’erano le avvisaglie e con un po’ di buonsenso si sarebbe potuto prevedere tutto ciò. I nostri documenti che già ad aprile prevedevano il disastro e proponevano risposte, sono stati costantemente ignorati dalla politica regionale e censurati dai principali mezzi di informazione.

Ora da più parti si tenta la santificazione di Solinas che, secondo la vulgata, non sarebbe stato ascoltato quando chiedeva controlli sanitari per venire in Sardegna. Il che è sicuramente vero e gli fa onore.

Ma è anche vero, ridimensionando un po’ le cose, che Solinas ha tenuto duro fino a maggio, con la bassa stagione, chiedendo controlli sanitari severi ma senza proporre niente di concreto. 

Il primo giugno poi, con una clamorosa retromarcia, dichiarava: “Per venire in Sardegna dal 3 giugno è sufficiente fare una prenotazione, e noi invitiamo tutti i turisti a prenotare perché l’Isola intende accoglierli a braccia aperte“, piegandosi a decisioni romane che riducevano i controlli a una sostanziale buona volontà.

Dopodiché la situazione è andata progressivamente degenerando, con una miriade di arrivi senza alcun controllo sanitario, né alla partenza né all’arrivo.

Nel mese di luglio, assieme all’assessore al turismo, lo stesso Solinas che prima era paladino dei controlli sanitari rigidi, arrivò ad indignarsi per l’applicazione della legge che vietava l’arrivo di turisti dagli USA, lamentando che si trattava di un “viaggio di lavoro”. Il classico viaggio di lavoro estivo con appresso due bambini piccoli. 

Parlò di grave danno d’immagine per la Sardegna: non si riferiva al fatto che dal posto più contagioso del mondo fossero arrivati turisti, ma che non si volesse infrangere la legge in loro favore.

Nel corso della stagione, a tutti i livelli, è diminuito anche il numero di tamponi giornalieri, forse per evitare di spaventare i vacanzieri si è voluta cinicamente seguire la dottrina di Donald Trump: “Se non facessimo test avremmo pochissimi casi”.

In questo quadro, mentre migliaia di turisti vanno e vengono dai luoghi più contagiosi del mondo, nei giorni scorsi Solinas non ha trovato di meglio che segnalare il pericolo contagio… da parte dei migranti!

A questa vergognosa condotta da scaricabarile incallito, fa eco l’atteggiamento – a dir poco ignobile – dei media italiani che in questi giorni presentano la Sardegna come focolaio del virus. Giusto per ricordare che quando si inizia la caccia al nero, prima o poi anche tu sarai il nero per qualcuno.

A questo sarebbe giusto chiedersi se la proposta di Liberu, fatta già ad aprile, non fosse la migliore risposta. Una misura che puntava alla massima apertura delle attività, delle sagre, dei concerti e delle feste che tanto benessere portano alla Sardegna, da ottenere con una chiusura regolata e razionata all’entrata esterna. 

Proponevamo che si evitassero arrivi di massa disordinati, permettendo alcune migliaia di rientri quotidiani di Sardi e di turisti in maniera controllata, anche considerando che già in piena quarantena entravano in Sardegna oltre un migliaio di persone ogni giorno. Sarebbe stato un ingresso non massivo e sicuro, che avrebbe salvaguardato tutti. 

Il presidente Federalberghi Sardegna nei giorni scorsi ha dichiarato che il suo settore ha perso circa il 75%. Pur di accontentare gli albergatori però sono state cancellate feste e sagre, con gravissimo danno per centinaia di paesi, mentre ristoratori e baristi anche della zone interne sono stati messi in croce da misure di emergenza dovute all’apertura massima per un turismo minimo.

Adesso in Italia agitano l’immaginario dell’infetto che viene dalla Sardegna, mentre da noi andranno in fumo anche prossime iniziative importanti come Cortes Apertas e le tante feste autunnali, con milioni di euro di danno per quelle famose zone interne che non si dovrebbero spopolare.

Una situazione disastrosa che rende ancor più urgente la necessità di nuova classe politica, capace di difendere gli interessi generali del popolo sardo davanti alle lobby e al potere romano.

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Essere Flavio Briatore.

di Giulio Cavalli 
Io vorrei essere per qualche ora, qualche ora soltanto, nella testa di Flavio Briatore, del manager dei manager che quest’estate ci siamo dovuti sciroppare un po’ dappertutto perché la stampa qui da noi funziona così: chiami un volto noto, qualcuno che funziona, gli chiedi di spararla grossa o forse non glielo chiedi nemmeno perché gli autori del programma sanno già per certo che la sparerà grossa, e lo intervisti su tutto, lo intervisti sul virus, lo intervisti sull’economia, lo intervisti sulla politica, lo intervisti sulla società e tutto il resto.

La testa di Flavio Briatore deve essere uno spazioso loft non ancora arredato in cui si misura il resto del mondo secondo canoni tutti suoi: un piatto è buono solo se lo mangiano i calciatori, una discoteca è bella se viene frequentata da personaggi pubblici, un lido è interessante solo se è estremamente costoso e una donna è interessante solo se può essere sua. Misurare il mondo attraverso i soldi e osservare la realtà come se fosse solo un’escrescenza del proprio ego deve avere qualcosa di mistico, deve essere la stessa sensazione di un nirvana solo che questo tende verso il basso.

Così Flavio Briatore quest’estate è diventato esperto di Covid e ci ha insegnato come gestire un’emergenza. Ne è uscito alla grande. Prima se l’è presa con il sindaco di Arzachena accusato di essersi occupato della chiusura dei locali che favorivano assembramenti e contagio (“Abbiamo trovato un altro grillino contro il turismo!”, ha detto) e poi si è lanciato in una considerazione elegantissima: “A me spiace per i nostri clienti, la costa Smeralda si stava riprendendo, abbiamo portato giù i calciatori, non capisco è una vendetta? Questa è gente che non ha mai fatto un cazzo nella vita, Arzachena nessuno sa dove cazzo sia, la conoscono lui e due pecore!”. Ha portato giù i calciatori. Capito, che figo, Briatore.

Il sindaco Roberto Ragnedda, al contrario di quelli che strisciano servili ai piedi dei tanti briatori che abbiamo in giro, gli ha risposto per le rime: “questa ordinanza serve a tutelare soprattutto gli anziani come lui”. Chissà come si è sentito male Briatore, lui che la gioventù se l’è comprata via internet ma non capisce perché non gliel’abbiano ancora consegnata.

E per chiudere in bellezza la sua estate si finisce con sei suoi dipendenti positivi al Covid e qualche centinaio messi in isolamento. Chissà come sono contenti quelli di avere preso il virus in versione deluxe. E cosa ha fatto Briatore? Se n’è tornato mesto mesto nella sua Montecarlo, perché il grande vate dell’economia italiana ovviamente paga le tasse in giro per l’Europa. Qui da noi “porta giù i calciatori” e noi dovremmo volergli bene per questo.

Bene, bravo, bis.

Buon lunedì.