martedì 28 marzo 2017

DEI GRAN CALCI IN FACCIA


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Ormai è assodato che il ministro al lavoro Poletti oltre che essere incapace nel suo mestiere ,qualunque esso sia,è oltremodo infelice e sfortunato nelle sue uscite che se proprio vuole fare battute o provocazioni lo sa solo lui il significato e la convenienza a rendercene partecipi.
Dopo la sequela di cervelli in fuga,del lavoro gratuito,degli agganci e delle conoscenze che certamente hanno fatto la sua fortuna e la nostra sfiga(madn polettila-storia-di-un-paraculo-e-del suo cervello in fuga )cos'altro c'è da aspettarsi da un paraculato che sì di calcetti in culo li ha presi visto che non ha mai fatto un cazzo in vita sua?
Sono sempre più del parare che Poletti maiale debba diventare prosciutto il prima possibile in quanto una nazione dignitosa che si possa rispettare e che soprattutto si rispetti non ha bisogno di simili latrine ambulanti.
E di tutti quelli che lo supportano che sono il vero cancro di questa nazione fatta di posti di lavoro ottenuti e poi in di venire carriere basate solamente sulle conoscenze e le tessere politiche,prima Dc e ora Pd,non escludendo certamente altri partiti come Pdl e Lega e movimenti come Cielle.
Articolo preso da Contropiano(politica-news )cui suggerisco anche questo(infoaut il-culo-di-poletti )e dulcis in fundo ripropongo per intero il curriculum vitae del porco più in basso tratto dal ministero che presiede(www.lavoro.gov.it Curriculum-Poletti ).

Che ne dite di un calcetto a Poletti?

di Alessandro Avvisato
Ogni volta che sento parlare il ministro Poletti – si occupa del Lavoro, lui che viene dal mondo Coop e sa come sfruttarlo fino all’ultima goccia – mi torna in mente il proverbio in uso tra gli avvocati: “studia, figlio mio, sennò mi diventi giudice”.
Non soddisfatto del “successo” ottenuto con altre esibizioni retoriche in pubblico, ieri ha consegnato agli studenti dell'istituto Manfredi Tanari di Bologna un’altra perla della sua saggezza ruspante: "Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum".
Non sarebbe giusto estrapolare questa sola frase per crocifiggere un manager prestato alla governance, che spesso ha dimostrato di non comprendere la differenza tra il dirigere un’azienda o un paese. In fondo, stava illustrando la bontà della famosa “alternanza scuola-lavoro”, ossia quella novità introdotta nella cosiddetta “buona scuola” per cui invece di stare ad imparare qualcosa (a ragionare confrontandoti con quello che l’umanità ha appreso in passato e consegnato ai libri, di qualsiasi genere), uno studente può essere spedito a servire ai tavoli di McDonald’s o all’Autogrill. A lavorare gratis, insomma, senza imparare altro che obbedire a un caporale (ci siamo passati tutti, da ragazzi; ma lo facevamo d’estate e venivamo pagati).
Quindi, prendiamo anche qualche altra sua frase memorabile ripresa dai giornali “amici” del governo, come la risposta data a chi ha già sperimentato gli stage finendo a fare operazioni manuali ripetitive il ministro fa notare che "se vai in un bar ti fanno fare un caffè" (si può vedere la scocciata scrollatina di spalle dalle sole parole scritte…). Oppure quella data a chi più modestamente contestava l’assenza di risultati dopo questi esperimenti: “Intanto vedi un mondo”. Come se lavorare gratis fosse una vacanza in paesi esotici…
Le pernacchie online hanno presto sommerso le parole di Poletti, che ha provato la solita, goffa (non ha studiato!), marcia indietro: "voglio chiarire che non ho mai sminuito il valore del curriculum e della sua utilità. Ho sottolineato l'importanza di un rapporto di fiducia che può nascere e svilupparsi anche al di fuori del contesto scolastico. E quindi dell'utilità delle esperienze che si fanno anche fuori dalla scuola".
Anche noi non crediamo molto ai curriculum e, come tutti, li vediamo finire in un attimo nel cestino della carta straccia. Soprattutto in Italia, però, dove le imprese preferiscono – come Poletti teorizza – avere a che fare con dipendenti pre-selezionati come aspiranti schiavi obbedienti. Quindi in base a raccomandazioni, segnalazioni fiduciarie, ecc. Uno stile che dà la misura dell’arretratezza dell’imprenditoria italiana rispetto agli stessi paesi capitalistici con cui dice di voler “competere”.
A metà strada tra il Berlusconi che beatificava i “lavoretti” e il Caimano laido che invitava le ragazze a sposare un uomo ricco, Poletti in realtà propone un modello di “trovar lavoro” che è l’unico da lui sperimentato. Si entra in un “giro di conoscenze” (ai suoi tempi un partito, ora in una clientela strutturata), ci si fa conoscere come “affidabili” (obbedienti ai capi e capetti di tutta la gerarchia interna), si ottengono man mano delle responsabilità superiori, fino all’”uno su mille ce la fa” che lo ha portato alla guida della Coop e di lì alla poltrona ministeriale.
Un “modello relazionale” che ha senso in un partito, non certo per la ricerca di un lavoro dipendente. A meno di non intendere un posto di lavoro come il “munifico dono” di un signorotto medioevale, cui devi baciar le scarpe prima di essere ammesso nel cortile di proprietà…

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Giuliano Poletti è nato a Imola nel 1951. È Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali da febbraio 2014. Eletto Presidente della Legacoop di Imola nel 1989, ha lasciato l'incarico a settembre del 2000 per assumere quello di Presidente Regionale Legacoop e Vicepresidente Nazionale. Dal 1992 al 2000 è stato, inoltre, Presidente di EFESO, l'Ente di Formazione della Legacoop Emilia Romagna. Nel 1975 viene eletto consigliere comunale a Imola. Successivamente ha ricoperto l'incarico di Assessore alle attività produttive e di Consigliere provinciale a Bologna. All'impegno politico-amministrativo ha affiancato quello professionale, esercitato in qualità di presidente dell'ESAVE (Studi e promozione della viticoltura e dell'enologia per l'Emilia Romagna). Conseguito il diploma di perito agrario, in gioventù ha esercitato l'attività di tecnico agricolo.

lunedì 27 marzo 2017

LE DIFFERENTI LIBERTA' DI ESPRESSIONE

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L'ipocrisia propria di una determinata politica e cultura che fa della sicurezza,del garantismo e della libertà di espressione sia essa sia di stampa,di pensiero,di parola o del diritto di manifestare(quasi sempre il dissenso)è una costante che ci accompagna da tanti decenni,probabilmente da sempre.
L'ambiguità in cui ci si barcamena a seconda di chi si voglia difendere od attaccare è risaltata fuori in questi giorni e l'articolo preso da Infoaut(conflitti-globali )parla di due eventi simili capitati a Roma ed in Russia,il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma e le proteste anti-Putin soprattutto concentrate a Mosca.
Dove in Italia si è fatto di tutto per impedire manifestazioni di contestazione con arresti,fermi,fogli di via col beneplacito di stampa e di istituzioni sovranazionali mentre per gli arresti russi la Mogherini in primis parla di lesa libertà di espressione.
Che poi parlando di Aleksej Navalnyj,l'arrestato più illustre,ci sarebbe da dire molto in quanto come Putin è tutt'altro che immacolato(vedi:contropiano corruzione-russia-martire-navalnyj )e che l'operato della polizia in occidente viene visto assurdo e violento mentre quando capita in Italia giusto e necessario.

L’Europa ipocrita si indigna contro la Russia: “lesa la libertà di espressione”.

Questa domenica 26 Marzo in tutta la Russia si sono tenute manifestazioni a cui hanno partecipato decine di migliaia di persone. Al centro delle contestazioni le accuse di corruzione a Medvedev e le critiche a Putin. La Russia dal 2011 sta vivendo cicli di lotte e mobilitazioni che vanno, negli ultimi mesi, dalle proteste degli insegnanti agli aumenti delle bollette, appena qualche settimana fa. Inoltre, il governo russo ha inasprito le norme securitarie limitando la libertà di movimento, già particolarmente compromessa nel paese. Per citarne una i limiti di partecipazione ai cortei e alle manifestazioni. Questa domenica sono state fermate oltre 1400 persone tra tutte le città, in particolare a Mosca si parla di circa 900. Le accuse sono di manifestazione non autorizzata. Tra i fermi è presente Navalny, avvocato, imprenditore, blogger russo che da anni è promotore di politiche neoliberiste e di contestazioni anti-Putin.
Di fronte a queste notizie non si sono fatte attendere le critiche della Mogherini a nome dell'UE, richiedendo la libertà di espressione e di dissenso in Russia. Un portavoce dell’Ue, riporta La Repubblica ha dichiarato: “le operazioni di polizia nella Federazione russa hanno impedito di esercitare le loro libertà fondamentali, fra cui la libertà di espressione, associazione e riunione pacifica, che sono iscritte nella costituzione russa”. Il bue che dice cornuto all’asino. Appena un giorno prima il 25 Marzo a Roma, alla presenza dei capi di stato europei questi "diritti democratici" sono stati completamente aboliti. Le contestazioni all’Ue non sono state ammesse mettendo in campo misure preventive, fogli di via, identificazioni arbitrarie durate ore e un corteo spezzato a metà con l’unico intento di provocare i manifestanti. I portavoce dell’Unione Europea non hanno speso le stesse parole nei confronti dell’Italia, un silenzio che di certo non stupisce. A Roma sono state applicate dal Ministro degli interni Minniti quelle misure contro la libertà di dissenso e di espressione che già in altri paesi europei sono stati messi in campo in passato. Quello che abbiamo visto sabato è proprio l’essenza delle politiche securitarie europee che saranno diffuse ovunque con il beneplacito dei capi di stato dei singoli paesi comunitari. Le misure sull’abbattimento del costo del lavoro, sui tagli alla spesa pubblica, sulla devastazione dei territori e le imposizioni sul debito pubblico tanto quanto le politiche securitarie e la militarizzazione dei territori sono direttive ben precise a cui l’Italia si è adeguata e che dovranno essere terreno di scontro la dove verranno applicate.

domenica 26 marzo 2017

MARCELO BIELSA,IL"PERDENTE"DI LUSSO

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La storia di allenatore di Marcelo Bielsa detto "El loco" è fatta di aneddoti,vittorie e sconfitte,di rivoluzioni tattiche fatte d'intelligenza e di studio metodico del gioco più amato del mondo,che in certi ambienti ti fa apparire come una divinità in terra sia che si tratti di allenatore o giocatore.
L'articolo di Senza Soste(speciale-bielsa )rimanda all'edizione cartacea con gli articoli di Tito Sommartino che ha analizzato l'allenatore di Rosario che tanto ha dato e che certamente darà in futuro a questo sport,dai suoi esordi in madrepatria fino alle esperienze nelle nazionali argentina e cilena fino all'approdo in Europa a Bilbao e Marsiglia,due piazze importanti al di là della tradizione calcistica.
Ed il suo rifiuto di passare ad inizio stagione alla Lazio,dettata più per la distanza dai suoi ideali e pensieri ben lontani da quello del popolo biancoazzurro che dalle dichiarazioni di Lotito che non avrebbe comprato giocatori da lui richiesti,è un altro tassello di una carriera che non lo ha visto trionfare come meriterebbe,sfiorando successi proprio alla fine forse per preparazione atletica non adeguata al suo modo di giocare fatto d'attacco e di pressing.
Un modo leggero di ricominciare il blog dopo una settimana di distacco quasi totale della spina e di tutto quello accaduto in Italia e nel mondo,ma questo farà parte di un post futuro.

Speciale Bielsa: “A lo loco se vive mejor”.

PERSONAGGI – (prima parte) Per molti suoi colleghi è il miglior allenatore al mondo contemporaneo malgrado non abbia vinto (quasi) nulla. Perché a renderlo grande e a proiettarlo di diritto nella Hall of Fame del calcio sono le sue idee tattiche, visionarie e rivoluzionarie. Fenomenologia di un futurista prestato al calcio: El Loco Marcelo Bielsa.

Se chiediamo ai migliori allenatori del pianeta chi sia il miglior collega degli ultimi 30 anni, almeno la metà non risponderà Guardiola, Mourinho o Ancelotti ma Marcelo Bielsa, uno che, parafrasando proprio Mourinho, in carriera ha vinto zero tituli o giù di lì. Ma nel calcio, così come nella scienza o nelle arti, i migliori spesso non sono quelli che raccolgono i maggiori successi, ma coloro che aprono una strada, che hanno l’intuizione rivoluzionaria: sono i Vittorio Pozzo col “Metodo”, gli Herbert Chapman col “Sistema” (o WM), i Gusztáv Sebes con l’evoluzione del WM in MM, i Rinus Michels col “Calcio totale”. Sono i visionari, quelli che spesso, illegittimamente, definiamo matti solo perché non allineati al pensiero comune. E non a caso Bielsa è proprio soprannominato El Loco, il matto.
Marcelo Bielsa nasce a Rosario, in Argentina, che non è propriamente un posto qualunque. In eterna contrapposizione a Buenos Aires, sia dal punto vista culturale che artistico e calcistico, è la città dove sono nati il Che, Lucio Fontana, Lionel Messi ma anche Cesar Menotti, El Flaco. Già, Menotti, l’allenatore col mito di Michels che, oltre a vincere il Mondiale del ’78, rivoluzionò il calcio argentino col suo gioco divertente, spettacolare e profondamente offensivo. La perfetta antitesi di Carlos Bilardo, tecnico dell’Argentina ’86 campione del mondo e massimo esponente di quella che può essere definita la scuola argentina vecchio stampo, tutta difesa e grinta, gioco sporco e di rimessa.
Prima di Bielsa, in Argentina, quelli erano i due stili calcistici. O eri menottiano o bilardiano, non ne uscivi. Come quando in Italia correvano Coppi e Bartali. Se non stavi per l’uno stavi per l’altro.
L’osservatore
Dopo una breve e mediocre parentesi da calciatore, Bielsa capisce che la sua missione nel calcio è quella di insegnarlo. E lo fa sin dalle prime battute con maniacale dedizione. Di lui si raccontano miriadi di aneddoti, molti dei quali, se non veri, sicuramente verosimili. Uno dei più particolari riguarda la sua attività di talent-scout, propedeutica a quella di tecnico, per il Newell’s Old Boys, una delle due squadre di Rosario. Bielsa, figlio di giuristi che non vedevano di buon occhio la sua passione per il calcio giudicato un hobby per gente grezza (non gli rivolgeranno la parola per 10 anni), nel 1987 percorre 24mila km in tre mesi con una Fiat 147. Insieme al fido collaboratore Pekerman (anche lui in seguito tecnico della nazionale albiceleste) scova un cicciottello Batistuta, un timido Sensini e una notte, in piena notte, suona il campanello di una casa sperduta in una pampa che dà sul Paranà. Aprono la porta, atterriti e increduli, i genitori di Mauricio Pochettino, giovane di belle speranze che l’anno seguente, a 16 anni, debutterà da titolare in campionato nel Newell’s Old Boys di Bielsa.
La rivoluzione
Bielsa è solito leggere una dozzina di quotidiani al giorno. Qualcuno lo definirà un ergastolano studioso del pallone. Presto impara tutti i segreti tattici di Menotti e Bilardo e la sua intelligenza, unita ad una totale e maniacale dedizione, gli permette di sintetizzare nel proprio credo le principali massime dei due opposti del calcio argentino. Presto, in Argentina, gli stili calcistici diventano tre. Bielsa riesce a tradurre in campo, con risultati sensazionali, uno schema che fino ad allora sembrava inapplicabile, il 3-3-1-3, che permette rapidi contropiede e al tempo stesso una copertura del campo uniforme. Velocità, aggressività e ritmi forsennati sono le tre armi principali del gioco di Bielsa. Una linea difensiva fatta di tre centrali ravvicinati, con due marcatori e un libero vecchio stampo che sappia impostare l’azione da dietro, senza esterni bassi”; un centrocampo a tre impostato su un centrale basso che difenda i centrali e costruisca il gioco, poi due esterni che sfruttano il fraseggio stretto, gli inserimenti verticali negli spazi e ripiegano sulle ripartenze avversarie; l’enganche, cioè il trequartista, l’uomo sul quale ruota tutto, che deve avere cervello, fiato e tecnica, che crea gioco e collega i reparti in fase offensiva muovendosi continuamente tra le linee e dettando i passaggi; un tridente offensivo che deve rispondere ad una mobilità forsennata degli esterni, che devono tagliare attaccando gli spazi, farsi trovare sulle verticalizzazioni, allargare il campo e pressare fin dai primi metri il giro palla avversario, e un centravanti vero, meglio se fisicamente prestante, un finalizzatore dotato fisicamente e atleticamente.
Gli inizi
A Rosario si comincia a parlare di Bielsa per la sua strana consuetudine, ad un certo punto, di abbandonare il campo, arrampicarsi su un albero e guidare gli allenamenti da lì. “Lo faccio per vedere meglio i movimenti dei miei calciatori e poterli correggere in diretta”, spiega. È qui che prende il soprannome di El Loco, che, alla guida delle giovanili del Newell’s vince a mani basse ogni competizione giovanile. Sensini, Pochettino, Batistuta ma anche Heinze e Balbo sono alcuni dei frutti raccolti nei 24.000 km di pellegrinaggio calcistico. Bielsa viene lanciato in prima squadra nel 1990 e lui si porta dietro dieci ragazzi della cantera. Perché El Loco non ha bisogno di campioni ma di buoni giocatori che per lui, anzi, per le sue idee, siano disposti a gettarsi anche nel fuoco. Bielsa vince il campionato al primo tentativo ma la straordinarietà non sta tanto (solo) nella conquista del titolo, bensì nel modo con cui esso arriva. Ciò che è deflagrante è il calcio proposto dal suo Newell’s: in Argentina e nel resto del mondo mai si è giocato in modo così ultra-offensivo, verticale fino all’eccesso, atletico e costantemente in pressing. È questa la vera rivoluzione di Bielsa: preparare la partita senza prepararsi sull’avversario perché il gioco deve sempre essere in mano propria. E poi la continua copertura della metà campo avversaria fatta con i tagli in profondità, l’ossessiva ricerca dello spazio, le giocate massimo a due tocchi, il pressing triplicato in uscita e le ripartenze fulminee in fase di transizione offensiva. Un futurista prestato al calcio, ecco cosa sembra essere Bielsa. È per questo che forse, a proposito di illustri suoi concittadini, più che a Menotti, Bielsa può essere paragonato a Fontana.
Si apre così l’era del Newell’s campione: un tornado che si abbatte sull’Argentina e deflagra Boca, River, Rosario Central e tutte le compagini più quotate. A Rosario è già un guru. Una figura da portare in trionfo, cosa che i suoi giocatori puntualmente fanno al grido di “Newell’s Carajo!”.
Di campionati al Newell’s, El Loco ne vince anche un altro, il Clausura del ’92 e, sempre lo stesso anno, perde in finale ai rigori contro il San Paolo la finale di Copa Libertadores. Una cavalcata incredibile iniziata in modo ancor più incredibile, con una disfatta casalinga per 6-0 contro il San Lorenzo. Proprio questa sconfitta porta con sé uno degli aneddoti più particolari legati a Bielsa: la sera stessa alcuni ultrà dei Leprosos si presentano davanti casa dell’allenatore per chiedere conto della disfatta. Bielsa, anziché accettare il confronto, esce di casa impugnando una bomba a mano.
Oggi, lo stadio in cui gioca il Newell’s Old Boys si chiama (già) “Estadio Marcelo Bielsa”. Questo è sufficientemente indicativo di quale impronta abbia lasciato Bielsa nella metà rossonera di Rosario. (Fine prima parte)
Tito Sommartino
Articolo tratto dal cartaceo di Senza Soste n.120 (novembre 2016)

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Fenomenologia del Loco
PERSONAGGI – (Seconda e ultima parte) La carriera di Bielsa racconta che finora l’uomo di Rosario ha preferito lavorare laddove c’è maggior passione e tradizione oppure dove poteva partire da zero. Ma anche che le sue squadre restano delle eterne incompiute. Eppure, per molti è il migliore in assoluto.
“La disciplina di Bielsa fonde generosità e protagonismo, umiltà e coraggio, riflessione e sforzo, disciplina e ribellione. Forze contrarie che, se si uniscono sinergicamente per raggiungere il risultato, possono produrre cose fantastiche”. Il fratello Rafael, torturato dalla dittatura di Videla negli anni ’70, è stato anche Ministro degli Esteri nel governo Cristina Kirchner
Inutile girarci intorno, Bielsa per molti aspetti ricorda Zdenek Zeman. Sia sul campo che fuori. Li accomuna ad esempio l’essere definiti “perdenti di successo” e l’idiosincrasia per la fase difensiva. Per Bielsa “difendere è un inconveniente, il lavoro scomodo del calcio”. Per entrambi è più importante il gioco del risultato tanto che El Loco si autodefinisce orgogliosamente uno specialista di sconfitte. Perché, è solito ripetere, le vittorie non servono a nulla mentre le sconfitte aiutano a crescere. Un vero e proprio “loco”, soprannome per il quale ha una spiegazione tutta sua: “Mi chiamano così solo perché alcune risposte che ho formulato per risolvere delle situazioni non corrispondono alle abitudini delle persone. L’unica volta in vita mia che sono realmente andato fuori di testa è quando mi sono rinchiuso in un convento senza telefono, niente televisione, solo libri. Sono stato lì tre mesi, poi ho iniziato a rispondermi da solo. Era giunto il momento di uscire”.
Stella polare
Agli schemi di Bielsa si sono ispirati molti grandi allenatori, primo fra tutti Pep Guardiola. Si dice che El Loco abbia convinto Guardiola a fare l’allenatore dopo una chiacchierata di circa 11 ore folgorandolo sul concetto di occupazione degli spazi in campo e dei famosi 5 corridoi verticali. Ogni volta che può, Guardiola ripete che Bielsa è il più bravo di tutti. Ma discepoli del rosarino si autodefiniscono anche Jorge Sampaoli, attualmente al Siviglia e successore proprio di Bielsa alla guida della nazionale cilena, Eduardo Berizzo, attuale allenatore del Celta Vigo, e – udite, udite – pure El Cholo Simeone il cui Atlético è tutto l’opposto della filosofia bielsista..
Nel marzo 2015, invitato dalla Figc e dell’Assoallenatori, tiene una lectio magistralis a Coverciano dopo una preparazione durata 4 mesi. In un’ora e mezza di lezione conquista tutti e viene salutato con una standing ovation di un minuto.
Perdente di lusso?
Eppure come allenatore ha vinto poco, tanto da guadagnarsi anche il soprannome di “perdente di lusso”. Un appellativo che al Loco però non dà fastidio, anzi: “Esiste la sconfitta che serve – è solito ripetere – e la vittoria che non serve a nulla: i cambiamenti in una squadra si attuano quando si vince, non quando si perde. Quando si perde è il momento di osservare e capire”.  Inizia a guadagnarsi questa etichetta al Mondiale del 2002, il cui pass viene conquistato con una fase eliminatoria da rullo compressore. Ma in Corea e Giappone è una catastrofe malgrado la squadra sia infarcita di campionissimi. Si rifà (parzialmente) due anni dopo vincendo l’oro alle Olimpiadi di Atene. L’esperienza alla guida degli Albiceleste segue in ordine cronologico quella trionfale al Newell’s (di cui abbiamo parlato il mese scorso nella prima parte) e quella messicana all’Atlas e all’América (1992-97), che da club di seconda fascia vengono riportati ai vertici del calcio nazionale (Bielsa rifiuterà la guida della nazionale, che pochi anni più tardi sarà composta per oltre la metà da calciatori scoperti e valorizzati da lui). Nel 1997 torna in Argentina ma al Vélez Sársfield e conquista il suo secondo campionato, quindi va in Catalogna all’Espanyol, ma a settembre lascia l’incarico per andare ad allenare l’Argentina. Nel 2007 diventa tecnico della nazionale cilena e all’ombra delle Ande, nel giro di tre anni, diventa un dio terreno. Va al Mondiale  sudafricano con uno storico e spettacolare secondo posto e lì sciorina il miglior calcio della manifestazione. Agli ottavi la Roja cede il passo al Brasile ma a Santiago viene accolta eroicamente: mai il Cile aveva vinto due partite in una fase finale dei mondiali e solo una volta era passato agli ottavi. Ma ancora una volta, appena scritta la storia, Bielsa spiazza tutti e se ne va, lasciando un paese in ginocchio. Convoca una conferenza stampa e annuncia le dimissioni in lacrime. I telegiornali entrano in diretta con edizioni straordinarie. Piange – riferiscono alcuni testimoni – anche la presidentessa Bachelet. Lascia la panchina all’allievo Sampaoli, che lascia quasi immutato il sistema bielsista. Ormai il ciclo è iniziato.
Per molti ma non per tutti
Nel 2011 l’Athletic Bilbao batte la concorrenza di Real Sociedad, Siviglia e soprattutto Inter, che lo voleva per il post Mourinho. Bielsa guarda al progetto e all’ambiente e rinuncia a un milione di euro l’anno. Con Bilbao è da subito amore assoluto e reciproco. Viene rapito dalla filosofia e dalla tradizione di questo club unico al mondo e trasforma una squadra abituata a giocare palla lunga (e possibilmente alta) per Llorente in una squadra sfrontata che plasma subito alla sua maniera. Fa fuori alcuni senatori incompatibili col proprio credo, lancia come sempre una serie di giovani ma soprattutto accantona per la prima volta in carriera il suo 3-3-1-3, virando su un 4-2-3-1 in cui i due terzini (De Marcos e Iraola) sono in realtà due ali. L’Athletic raggiunge due finali, quella di coppa del Re e quella di Europa League, traguardo che mancava da 35 anni. I baschi le perdono entrambe per 3-0 dando la sensazione di essere arrivati spompati nel momento del clou della stagione. Ma negli occhi di tutti restano alcuni capolavori, prima fra tutte la partita di Manchester contro lo United di Sir Alex Ferguson. Davanti a 9.000 tifosi baschi finisce 3-2 per l’Athletic ma il risultato più veritiero sarebbe stato un 1-6 o un 1-7.
Bielsa è talmente radicato nel tessuto sociale bilbaino che nei pochi momenti liberi è solito prendere la metro o l’Eusko Tren e presentarsi in riva al mare ad Algorta per comprare pesce o mangiare tapas di mare, oppure ad Arboleda all’Asador Maite a mangiare i celebri fagioli locali. Il tutto con la tuta del club, rigorosamente comprata. Ma non tutto fila liscio: Bielsa rischia l’esonero quando, infastidito per i ritardi nella ristrutturazione del centro sportivo di Lezama, alza il telefono e inveisce contro il responsabile della ditta incaricata dei lavori. Querelato per le tante offese rifilate, si autodenuncia per dare il buon esempio.
L’anno successivo la squadra appare scarica e la stagione si traduce in un flop ma i tifosi continuano ad amarlo incondizionatamente. Lui però decide che è finita e si trasferisce a Marsiglia, altro luogo dal punto di vista socio-politico complesso e intrigante. Bielsa diventa immediatamente un idolo assoluto e riesce a fare ancora meglio di quanto fatto a Bilbao. Dopo neanche un mese si presenta così in conferenza stampa: “Il presidente ha preso con me degli impegni che sapeva di non poter mantenere. La realtà che mi tocca affrontare, se presentata sinceramente, la accetto. Diversamente, mi ribello. Nessuno dei giocatori arrivati all’OM è stato scelto da me. Dei 12 calciatori da me proposti non è venuto nessuno”. Inoltre non si fida di nessuno, nemmeno del suo traduttore, accusato di sbagliare apposta per metterlo in difficoltà. Lo fa allontanare facendo assumere al suo posto un cileno che aveva conosciuto al supermercato. L’OM lo asseconda anche in quelli che sembrano essere capricci di un fuori di testa. E fa bene perché El Loco infila un filotto di otto vittorie consecutive che proiettano l’OM al primo posto. Il Velodrome diventa una bolgia, la faccia e le frasi più peculiari di Bielsa finiscono sul merchandising ufficiale. Perché una città passionale e popolare come Marsiglia della città non può che amarlo alla follia. L’OM chiude però solo al quarto posto pagando un vistoso calo negli ultimi tre mesi, proprio come già successo a Bilbao. La stagione successiva, dopo un solo turno di campionato, dà le dimissioni in sala stampa nell’immediato post partita.
La scorsa estate El Loco arriva ad un passo da allenare in Italia. In molti, compreso chi scrive, sono stati combattuti tra il desiderio di goderselo da vicino e la speranza che non firmasse con un club che per mille motivi è quanto di più distante dal suo pensiero. La Lazio, con la sua curva fascista e il suo impresentabile presidente, resteranno con un pugno di mosche. Ufficialmente perché Lotito non ha preso nessuno dei giocatori richiesti dal rosarino, in realtà perché capisce che quell’ambiente non fa per lui. Ma, Lazio a parte, viene difficile immaginare Bielsa sulla panchina di un qualsiasi club italiano. Più che altro per un problema di mentalità e cultura calcistica. Qua non si costruisce perché non c’è tempo, perché la costruzione stessa di un modello tecnico, tattico, culturale è vista come una perdita di tempo. Si vuole tutto e subito. Immaginate in conferenza stampa: Bielsa parla di metafisica calcistica e il giornalista della Gazzetta gli chiede se quel calcio di rigore non concesso avrebbe cambiato o meno le sorti della gara. No, l’Italia non fa per lui anche se lui potrebbe far molto per la cultura calcistica (e non solo) del nostro paese.
Tito Sommartino
Articolo tratto dal cartaceo di Senza Soste n.121 (dicembre 2016)

venerdì 17 marzo 2017

UN DECRETO CONTRO IL DISAGIO

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Aumentato a dismisura causa anche il successo nell'ultimo decennio dei social networks dove possono dire la loro tutti,strumento ed opportunità che è sia croce che delizia della sempre più avanzata tecnologia,il populismo penale prima era materia da bar o piazza ed ora è diventato spaventosamente virale e di massa.
Dire impiccalo,crocifiggilo,da prendere a calci in culo,da ammazzare,da buttare via le chiavi solo per dire quello meno censurabile,è diventato alla mercé di tutti e usato ampiamente a dismisura,ed il governo segue la rotta del suo popolo,naturalmente una volta che segue la gente lo fa in un contesto negativo e forcaiolo,rendendo da subito attivo il decreto Minniti(vedi madn i-paladini-della-sicurezza e i-decreti-fascisti-di-minniti )con i suoi daspo di piazza,nuovi Cie,divieto di elemosinare e di essere povero,di avere i salotti buoni delle città puliti da quelli che secondo il governo non sono consoni al decoro.
E lo si fa con multe spiccate a poveracci,a disagiati,a mendicanti e tossicodipendenti che lo Stato in perenne condizione d'emergenza non solo lascia ai margini della società ma che addirittura punisce con sanzioni che non pagheranno,fogli di via dalle città o dalla nazione oppure con la galera,il tutto dietro la grande parola sicurezza che giustifica questo operato di stampo fascista:a presto campi di concentramento non solo per i migranti ma anche per gli italiani più sfortunati o meno agiati.
Articolo preso da Senza Soste(governo-sceglie-la-strada-del-populismo-penale ).

Il governo sceglie la strada del populismo penale

Decreto sicurezza. Dietro il provvedimento, l'idea che la marginalità sociale presente nello spazio pubblico deturpi il «decoro»

introduzione di Redazione Contropiano
Ci sono poche aggiunte da fare a questo commento, e sono tutte relative alla “filosofia” espressa occasionalmente da Minniti, ma egemone nell’establishment straccione che ci ritroviamo.
E’ l’idea che tutto ciò che costituisce un problema – dal barbone al manifestante – va semplicemnte negato e nascosto. Eliminato dai centri storici, per il momento, che vanno “valorizzati” come una Disneyland in proporzioni megalomani.
Ma è trasparente il marchingegno che viene messo in azione a partire da questa indecorosa idea di “decoro”. Una volta rotta la continuità territoriale delle città – tra una “zona vip” da igienizzare e periferie lasciate a se stesse – nulla più impedisce di spostare a piacimento il confine. Niente, insomma, vieta più di estendere le “zone rosse” fino alla porta di casa di ciascuno.
Non c’è veramente nulla di nuovo, sotto questo cielo piddino. Stabilito il “decoro” come metro di misura, qualsiasi funzionario desideroso di mettersi in mostra per salire più velocemente le scale della carriera, sarà autorizzato a individuare nuove figure meritevoli di venir nascoste sotto il tappeto.
E’, al dunque, la “filosofia” che ha portato milioni di esseri umani “poco decorativi” dietro i cancelli con su scritto “Arbeit macht frei”…
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Il decreto Minniti, approvato ieri alla Camera e che di qui a breve sarà convertito in legge, propone un’idea di sicurezza secondo cui la marginalità sociale presente nello spazio pubblico deturpa il «decoro», disturba la «quiete pubblica» e attenta alla «moralità».
Di conseguenza, contro elemosinanti, clochard, venditori abusivi e consimili si decide di abbattere una scure di sanzioni molto aspre. Il provvedimento rilancia lo spirito del decreto Maroni del 2008, quando in nome di una guerra senza quartiere ai marginali d’ogni risma si tirarono fuori i sindaci sceriffi. Come già all’epoca, si agisce con decreto, ritenendo che sussistano i requisiti di necessità e urgenza. Al contempo però, con una certa schizofrenia governativa, lo stesso ministro Minniti, rispondendo al question time della Camera, dichiarava ieri un calo del 9,4% dei reati nel corso dell’ultimo anno. Tuttavia, aggiungeva il ministro, la percezione di insicurezza è aumentata. È alla percezione, ovvero alla pancia del paese, che risponde questo decreto. Il governo volta così le spalle al garantismo e prende la strada del populismo penale.
Come già per il decreto Maroni, è verosimile che la Corte Costituzionale dichiari illegittime numerose parti del provvedimento. Alcuni punti sono in effetti particolarmente critici: il potere dei sindaci, benché più contingentato di allora, appare ancora troppo ampio; e il cosiddetto Daspo cittadino prevede disuguaglianze nel trattamento. In sostanza il decreto dice, all’articolo 13, che il questore – il questore, si badi bene, e non il giudice – può vietare l’accesso a una serie di luoghi pubblici a chi negli ultimi tre anni è stato condannato, anche con sentenza non definitiva, per spaccio; e si sa che spaccio è una categoria giuridica che nella realtà comprende molti semplici consumatori.
Qualora questo divieto fosse infranto, si potrebbero comminare multe che vanno dai 10 ai 40mila euro. Poi magari si verrà assolti in terzo grado, ma le sanzioni per essere andati laddove non si poteva e quando non si poteva resteranno sul groppone del malcapitato.
Tutto ciò avviene a pochi giorni di distanza da una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’uomo, la sentenza Italia c. De Tommaso, che raccomanda al nostro paese di far uso un cauto delle cosiddette misure di prevenzione, essendo queste degli strumenti che limitano la libertà di movimento in assenza di un controllo giurisdizionale. Il governo invece, ne ha allargato il campo d’applicazione.
Il decreto, fra le tante cose, prevede che vengano multati e allontanati anche coloro che impediscono la libera fruizione delle stazioni, ovvero barboni e senzatetto, che proprio nelle stazioni usano chiedere l’elemosina e ripararsi dalle intemperie, poiché lì circola tanta gente e si può racimolare qualche soldo in più. Per questi si prevedono multe dai 100 ai 300 euro, che com’è noto non verranno mai pagate. Laddove poi queste persone non ottemperino all’ordine dell’autorità, come farebbe un barbone cacciato dalla stazione il giorno prima e tornatoci quello dopo, secondo l’articolo 650 del codice penale potrebbero essere portate in carcere.
Sulla scia di una cultura forcaiola propria della Lega, che infatti in commissione ha applaudito il decreto, il governo sembra mandare un messaggio alle forze dell’ordine, incoraggiandole ad adottare un approccio repressivo nei confronti di categorie già vulnerabili, ora anche indesiderabili. Pochi giorni fa l’associazione Antigone ha incontrato nel carcere di Regina Coeli un detenuto ghanese che prima di finire dietro le sbarre dormiva all’addiaccio, anzi sotto il tetto della stazione. Due agenti delle forze dell’ordine sono andati a dirgli di andar via, e di fronte al suo rifiuto hanno buttato la sua coperta nel cestino; coperta che il ragazzo in questione è andato a prendere, e che gli agenti hanno nuovamente buttato via. Fino a quando, alla quarta volta, il ragazzo è stato portato in carcere per resistenza a pubblico ufficiale. Ora, a nostro avviso, l’azione di chi sta al governo, e a volte si dice pure garantista e nemico dei populismi di ogni sorta, dovrebbe essere portatrice di messaggi d’altro tipo, e dar vita a provvedimenti motivati da ben altre urgenze, come ad esempio l’emergenza integrazione.
* Associazione Antigone

giovedì 16 marzo 2017

ELEZIONI OLANDESI


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I risultati delle elezioni politiche olandesi sono stati visti dai principali capi di governo come una manna piovuta dal cielo in quanto gli euroscettici di Wilders(diciamo pure che i vari Gentiloni,Merkel e Hollande l'abbiano criticato per la sua voglia di uscita dall'Europa e dall'Euro piuttosto delle sue dichiarazioni xenofobe)non hanno sfondato così come gli ennesimi pronostici sbagliati potevano fare intendere.
L'articolo preso da Contropiano(olanda-la-diga-regge )parla comunque di una destra che nonostante la perdita di seggi del partito liberal conservatore dell'attuale leader Rutte ha visto una piccola crescita del partito del già citato Wilders(partito per la libertà) con i cristiano democratici terza forza e sicuri alleati del nuovo governo.
Che come i liberali di sinistra hanno guadagnato parecchi seggi mentre i verdi di sinistra hanno fatto l'exploit con dieci seggi in più:crollo verticale dei socialisti mentre riescono ad entrare in parlamento gli antirazzisti di Denk.

Olanda. La “diga” regge, ma il sistema politico esplode.

di Alessandro Avvisato 
Un Rutte salva l’Olanda e l’Unione Europea? A leggere le cronache, zeppe di dichiarazioni alimentate da un grande sospiro di sollievo, sembrerebbe di sì. A leggere i dati elettorali reali, invece, l’impressione è un po diversa.
Gli xenofobi di Geert Wilders non hanno fatto il temuto pieno, ma hanno guadagnato appena 5 seggi in più (20) rispetto alle precedenti elezioni, passando dal 10,1 al 12,6%. Vene il sospetto che le paure siano state alimentate ad arte, nei mesi precedenti, in modo da poter presentare il risultato attuale come uno stop non tanto al “populismo”, quanto alla serie di risultati shokkanti inanellati dall’establishment occidentale nel 2016 (Brexit, Trump e referendum italiano, senza dimenticare quello greco del luglio 2015, subito tradito da Tsipras).
Stesso discorso per le due elezioni più attese dell’anno – Francia e Germania – dove i mostri da battere (Marine Le Pen e Alternative fur Deutschland) hanno ben poche chance di vincere davvero.
Odiamo i nazisti dell’Illinois e dunque anche quelli di Rotterdam o dintorni. Ma ci sembra che alcuni particolari vadano evidenziati, proprio perché cancellati dai commentatori mainstream.
L’Olanda, proprio come la Francia e la Germania, è uno dei paesi economicamente più forti dell’Unione Europea, uno di quelli che ha più guadagnato dal poter “competere” ad armi impari (sistema industriale più avanzato, filiere integrate con quelle tedesche) con i paesi mediterranei, sfruttando al meglio una moneta unica che non tiene conto di differenze strutturali pesantissime.
La crisi economica globale, giunta ormai al decimo anno, ha colpito anche i Paesi Bassi, naturalmente. Ma la posizione particolare occupata nel dispositivo europeo le ha consentito di limitare i danni. Il partito di Wilders ha raccolto da destra quel tanto di malessere sociale comunque emerso, ma questo non aveva le dimensioni critiche necessarie a creare un vero pericolo, specie in presenza di opzioni politiche che hanno conteso tale egemonia (i Verdi e gli antirazzisti di sinistra). Tanto più in un paese con una legge elettorale proporzionale, che obbliga da sempre a comporre delle coalizioni per garantire un governo. Paradossalmente, Wilders sarebbe stato più favorito da un sistema maggioritario, che consente di polarizzare al massimo le posizioni…
L’afflusso dei votanti, oltretutto, è stato stavolta altissimo, depotenziando al massimo il bacino “militante” raccolto intorno agli zenofobi. Un’altra riprova del fatto che quando la gente va a votare, in misura anomala e inattesa (e sempre più indesiderata), spariglia i giochi disegnati dai sondaggi.
In realtà quel che caratterizza queste elezioni è l’esplosione del sistema politico olandese, che esce frantumato come non mai in precedenza. Il partito conservatore di Rutte (Vvd-Alde) è rimasto, sì, il primo partito, ma ha lasciato per strada 10 seggi e 6 punti percentuali (dal 26,6 al 20,6%). Se questa è una “vittoria”, figuriamoci cosa può essere una sconfitta…
Che è poi quel che ha dovuto sperimentare il Partito socialista, praticamente dissolto, precipitato dal 24,8 al 6% (sei!), con appena 9 parlamentari al posto dei 38 che aveva in precedenza. Il PvdA segue così la sorte di tutti gli altri partiti social-liberisti, che pagano la contraddizione palese tra politiche di austerità e “idealità” sociale sbandierata. In pratica i due partiti che per decenni avevano rappresentato le colonne portanto del sistema – conservatori e socialisti – non raggiungono insieme nemmeno il 30%. Tant spazio per gli outsiders, dunque…
Diciannove deputati, infatti, per i cristian- democratici (Cda, sicuri alleati di Rutte nel governo) e i “liberali di sinistra” del D66, che guadagnano rispettivamente 6 e 7 seggi (parte di quelli persi dai conservatori e dai “socialisti”). Esplode il consenso per i Verdi guidati da Jesse Klaver (che in Olanda sono molto più a sinistra dei colleghi tedeschi), passati da 4 a 14 parlamentari e dal 2,3 al 10,7%. Entrano in parlamento anche gli antirazzisti di Denk, movimento fondato da due deputati turco-olandesi usciti dal partito socialista in polemica con le politiche di “controllo dei movimenti islamisti” sostenute dal vertice; una dimostrazione di come la contrapposizione con Erdogan, voluta da Rutte negli ultimi giorni, abbia rivelato una immigrazione turca niente affatto "di destra" o innamorata del "sultano".
Come si vede, dunque, il piccolo parlamento olandese è composto da sette partiti tutti oscillanti tra il 10 e il 20% dei voti. Per ora, insomma, la “diga” ha tenuto. Ma le crepe si sono moltiplicate. E parecchio…

LA NOTTE NERA DI MILANO

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Arriva metà marzo e i compagni antifascisti di Milano e italiani pensano subito a Dax,un amico,un compagno,un figlio e un padre,assassinato in maniera vile e violenta,premeditata e lucidamente folle:la notte del 16 marzo del 2003 verrà ricordata come la notte nera di Milano.
Dove in una sera si è passati da una serata tranquilla in un pub dei navigli ad un'esecuzione da parte di tre fascisti,due fratelli e loro padre,dai primi soccorsi ritardati dalle forze del disordine alla loro diretta complicità in quello che è poi accaduto all'ospedale San Paolo.
Una notte tremenda dove si è per l'appunto perso in una maniera inimmaginabile una persona cara a molti,lasciando una figlia e una madre inossidabile,amici fraterni e conoscenti che ne hanno sempre apprezzato le qualità.
Nell'articolo sottostante preso da Senza Soste(dax-odia-ancora )si presenta uno scenario completo e chiaro su chi era Davide,su quello accaduto in Via Brioschi e su ciò che successe in quella notte amara che ci ricorda ancora oggi a distanza di quattordici anni che senza memoria non c'è futuro.


Dax odia ancora: 16 marzo 2003, la notte nera di Milano.

Sul camion anche tredici ore al giorno ma – a fine turno – una bellissima bambina oppure, amica da sempre, il posto dove tutto è cominciato: la strada.
Bisogna partire da qui per parlare della vita di Davide Cesare “Dax”: ventiseienne della provincia milanese, autista per conto della Trezzi Tubi di Vimodrone e militante dell’Officina di Resistenza Sociale (Orso) di via Gola, a Milano. Bisogna partire dalle sue spalle larghe, dal suo fisico robusto e da un volto che ispira amicizia e simpatia, lasciando trasparire la sua passione, la sua disponibilità, le sue idee sul mondo e il suo modo di respirare i problemi per impegnarsi a trovare soluzioni concrete e immediate. Perché se la bellezza, come si dice sempre, «è negli occhi di chi guarda», allora gli occhi di Dax sono meravigliosi sul serio. Perché là dove molti altri vedono la diversità e gridano al pericolo, gli occhi di Dax vedono la ricchezza e portano la solidarietà. Dove molti altri vedono il disagio e si girano dall’altra parte, gli occhi di Dax vedono la possibilità di un cambiamento radicale e stringono rapporti di amicizia. Dove molti altri vedono l’esclusione e, spaventati dalla loro stessa cattiva coscienza, auspicano la repressione, gli occhi di Dax vedono la violazione di un diritto e invitano alla lotta.
Ecco, questo è Dax: questo è ciò che comunicano i suoi occhi. Un modo di guardare alle cose e alle persone forse oggi più raro di un tempo ma tutt’altro che estinto. Lo dimostrano le migliaia di scritte che hanno ricoperto Milano con il nome di Dax, gli striscioni pronti a sfidare il vento nei cortei che hanno urlato «Dax è vivo » in tutta Italia, e persino i tanti compagni che, dopo quello che è successo in una notte di marzo in zona Navigli, la parola «Dax» se la sono fatta tatuare sulla braccia, magari insieme all’antico simbolo utilizzato dai lavoratori inglesi e oggi adottato dagli skin anarchici e comunisti: due martelli incrociati; incisi sulla pelle insieme a una data – 16 marzo 2003 – che nessuno ha voglia di dimenticare.

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La sera del 16 marzo del 2003, Dax è a spasso per i Navigli, forse il luogo che esprime le contraddizioni più paradossali di Milano. Nato come insediamento popolare, con le case di ringhiera, le sedi di tutte le organizzazioni di sinistra possibili e immaginabili e i palazzi costruiti dal comune, i Navigli, a partire dagli anni Ottanta, finiscono per attrarre gli interessi di una speculazione immobiliare decisa a sfruttare la centralità della zona per consegnarla, previo lauto guadagno, al finto-rustico delle trattorie dai prezzi proibitivi, al design dei locali fichetti e alla voglia di abitare in una località “pittoresca” che spinge i rampanti yuppies milanesi a sborsare centinaia di milioni per un bilocale.
Malgrado tutto, però, la zona Navigli-Ticinese resiste, tant’è che sono moltissimi, tra via Gola, via Palmieri e via Barrilli, gli appartamenti sfitti occupati da persone – giovani coppie, immigrati, lavoratori precari – altrimenti esclusi da ogni possibilità di abitare Milano.
Dax, insieme ai compagni dell’Orso, al network del sindacato inquilini e alle altre realtà dell’antagonismo milanese, è in prima fila quando si tratta di evitare gli sgombri o di opporsi alla privatizzazioni delle case dell’Aler. Grazie a questo acquista una visibilità che, se per molti si traduce in amore, per qualcun altro diventa una colpa da fargli pagare cara.
L’occasione, la sera del 16 marzo, si presenta poco prima della mezzanotte. Insieme ad alcuni amici, Dax va a prendere una birra al Tipota, il piccolo pub graffitato da Atomo e Schwarz e gestito da Emiliano “il Rosso”: un ritrovo abituale per tutta la sinistra che gravita nella zona Navigli-Ticinese. Fuori dal locale, mentre Dax esce dopo aver consumato, transitano i fratelli bonehead Federico e Mattia Morbi (rispettivamente di 28 e 17 anni) con il loro rottweiler, chiamato “Rommel” in onore dell’omonimo generale nazista.
Ai due ragazzi si aggiunge presto il padre, il signor Giorgio Morbi, in un momento in cui l’incontro non ha lasciato nessuno spazio alle parole. I Morbi, infatti, si sono scagliati contro Dax e i ragazzi che sono con lui con una furia allucinata e omicida.
Chi aggredisce Dax non si limita a usare le mani. Ma colpisce lo skin in tutto il corpo con una decina di coltellate, vibrando il fendente decisivo alla gola.

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Anche Fabietto e Alex, due amici di Dax, vengono feriti in modo serio: Alex, in modo particolare, rischia di morire con un polmone bucato. A salvarlo non è certo la celerità dei soccorsi. Al contrario, con Dax agonizzante sul marciapiede e Alex che dopo un po’ non può più nemmeno parlare, qualcuno riesce a fare un giro di telefonate e a chiamare le ambulanze insieme agli amici dei ragazzi accoltellati. I militanti dell’orso rintracciati in zona arrivano subito, la croce rossa, invece, è preceduta dai carabinieri e dalla polizia:
Sul posto c’è già la polizia: all’incrocio tra via Brioschi e via Zamenhof ci sono almeno tre macchine della polizia in mezzo a due vie. Vedo Alex accovacciato sul gradino del pub “Tipota”, mi chino su di lui e mi dice: «Sto bene, guarda Dax…».
Dax è per terra vicino al marciapiede dell’incrocio, il corpo immobile disteso su un fianco e immerso in una pozza di sangue. Mi avvicino un poco, lo vedo, ma non riesco a guardarlo bene c’è troppo tempo. Cerchiamo di capire cos’ successo.
«Sono stati i fascisti».
«Li hanno aspettati… un agguato».
C’è molta confusione, telefono a più non posso dicendo a tutti di accorrere; i compagni e le compagne arrivano, le ambulanze no.
«Le ambulanze! Le ambulanze!».
Corrono i minuti e la presenza della polizia continua ad aumentare, una macchina dei carabinieri si è fermata ostruendo un altro accesso da via Brioschi.
«Spostate le macchine!»
«Assassini!»
«Dovete far arrivare le ambulanze e togliere quelle cazzo di macchine».
Le forze dell’ordine ci guardano con indifferenza, fanno più o meno finta di non sentire. […] Passa un tempo atroce: il traffico intasato, i compagni increduli, la gente intorno che guarda. Quando arriva la prima ambulanza, gli infermieri vanno subito su Dax; comincio a guardarlo: lo girano ha gli occhi aperti e fermi, ma è tutto troppo insanguinato e non capisco. […] Mentre caricano Dax sull’ambulanza, gli diciamo di portare via anche Alex che sta male e ormai privo di sensi anche lui; lo lasciano lì e devono passare altri dieci atroci minuti prima che arrivi la seconda ambulanza […]. Mentre stiamo cercando di capire a quali ospedali fossero diretti i compagni feriti, una camionetta di celere sopraggiunge da via Zamenhof: scendono i poliziotti, alcuni con casco e manganello in mano, pronti a caricare. Avanzano verso di noi che gli andiamo incontro urlando di andarsene. Il plotone risale sulla camionetta e se ne va: una provocazione… un avvertimento… (questa e le altre testimonianze dei compagni di Dax citate nel testo sono contenute in Resisto, un dossier dedicato ai fatti del 16 marzo 2003 consultabile on-line attraverso il sito http://www.daxresiste.org/archivio/).
L’intervento delle forze dell’ordine, in buona sostanza, ostacola il pronto intervento dei soccorsi. Ma è proprio una volta arrivati all’ospedale San Paolo che la notte si avvia verso un epilogo ancora più tragico di quanto si possa immaginare. È al San Paolo, infatti, che gli amici di Dax, fino a quel momento ancora all’oscuro delle reali condizioni in cui versa il compagno, apprendono una notizia atroce: il militante dell’Orso non è arrivato vivo in ospedale.
Ma morire a ventisei anni in una tranquilla serata di marzo non è una notizia che può essere accettata. Tra la ventina di amici di Dax presenti, l’incredulità si mescola all’indignazione: quello che è successo non può essere vero, tutti vogliono sperare ancora o almeno entrare per capire meglio cosa sta succedendo non solo a Davide Cesare ma anche agli altri ragazzi ricoverati.
Dai Navigli, al seguito del corpo di Dax, anche i carabinieri e la polizia si spostano all’ospedale. Loro, il dolore di quei ragazzi, non sanno neppure cosa significhi: evidentemente scambiano quel piccolo drappello di giovani affranti con un’“adunata sediziosa” e iniziano a caricare. Quelle che seguono sono le stesse scene da macelleria messicana già andate in scena a Genova durante l’irruzione alla scuola Diaz: pestaggi indiscriminati con un lago di sangue che viene versato in un luogo dove la gente si dovrebbe curare e non certo picchiare.
Anche i sanitari del San Paolo, al cospetto di tanta furia, fanno quello che possono e salvano più di qualche ragazzo dalla reazione della polizia che insegue gli amici di Dax anche in corsia, impegnandosi in una caccia all’uomo reparto per reparto. A chi viene preso vengono spezzati i denti, incrinate le costole e spaccata la faccia con i metodi usuali:
Eravamo sconvolti per la morte del nostro amico ed è iniziata una discussione con i poliziotti presenti, che hanno iniziato ad insultarci, provocandoci. È partita una piccola carica… In quel momento sono sopraggiunte altre persone che volevano entrare nell’ospedale ma vedevo che venivano fermate a manganellate. Io ed altri siamo corsi per vedere cosa succedeva e a quel punto ci hanno caricato e rincorso per il vialetto del pronto soccorso, colpendoci alle spalle.
Sono stato colpito violentemente in faccia con una manganellata, che mi ha causato una ferita all’arcata sopracciliare, dalla quale perdevo copiosamente sangue. Mi sono rifugiato nell’atrio pensando che fossero terminate le cariche ed aspettando che mi medicassero la ferita. Dopo poco sono entrati invece dieci/quindici poliziotti che mi hanno preso di peso e buttato letteralmente fuori dal pronto soccorso, gettandomi a terra, iniziando a manganellarmi e a darmi calci in faccia con una violenza spaventosa.
Sono finito a terra, ho sentito arrivarmi un calcio nelle reni, una manganellata sulla testa e diverse altre sulle ginocchia, poi mi hanno ammanettato. Sono stato condotto verso la macchina della polizia e mentre mi facevano salire sono stato colpito con un calcio in faccia da un poliziotto […]. Dall’interno vedevamo alcuni poliziotti che spingevano indietro i carabinieri più invasati, cercando inutilmente di placarli. Uno di questi carabinieri urlava: «Andiamo ad ammazzarli tutti questi bastardi comunisti!».
Fra gli uomini in divisa ricordo che ce n’era uno in borghese, giovane, con un maglione blu che saprei riconoscere, che mi ha colpito sul collo con un tubo.
Mi sono trovato con la pancia a terra, si sono messi intorno, erano cinque o sei persone, credo fossero della Celere, mi hanno dato una violentissima manganellata sulla testa (per tale colpo di hanno dato sei punti), altri mi davano ripetuti calci in bocca. A causa di questi colpi ho avuto la rottura di quattro denti, altri sei o sette si sono piegati all’indietro, mi hanno anche applicato sei punti all’interno della bocca e due sulle labbra. Non contenti qualcuno mi colpiva ripetutamente con calci sullo sterno (ho tre costole incrinate), urlavano: «Ti spacchiamo la faccia, zecca» (Estratti dalle querele presentate dai compagni di Davide Cesare contro le forze dell’ordine).

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All’indomani dei brutali e immotivati pestaggi avvenuti dentro e fuori il San Paolo, di fronte alle denunce non solo dei ragazzi sfigurati, ma anche degli stessi medici e infermieri del pronto soccorso, il comportamento della Questura è a dir poco surreale. Secondo una fonte ufficiale, infatti, l’intervento violento delle forze di polizia si è reso necessario per scongiurare le “vera” volontà degli amici di Dax: trafugare il cadavere dell’amico assassinato!
«I nostri uomini hanno dovuto contenere una massa di giovani esagitati» e «abbiamo agito per tutelare l’ordine pubblico» diventano le algide spiegazioni che i diretti interessanti forniscono alla stampa che, per lo più, si appiattisce su questa spiegazione senza mettere in discussione la parola di chi porta la divisa. Qualcuno, ancora più subdolamente, si spinge a dire: «Se quelli del centro sociale hanno le prove le tirino fuori».
Per una curiosa “fatalità” le telecamere che dovrebbero riprendere ventiquattro ore su ventiquattro quello che succede nell’ospedale, la notte del 16 avevano subito un “guasto” improvviso… le paventate prove, però, saltano fuori lo stesso: a sorpresa un cineamatore, posizionato su una terrazza con vista sul giardino del San Paolo, riprende ogni minuto di quello che succede, evidenziando il furioso linciaggio a cui è sottoposto uno dei ragazzi presenti all’ospedale.
Le riprese dovrebbero provocare indignazione e imbarazzo quando, grazie al filmato e all’iniziativa di due esponenti di Rifondazione comunista, il pestaggio del San Paolo arriva in Parlamento… il ministro Carlo Giovanardi, invece, fa finta di niente e, in tutta tranquillità, dichiara: «Non emergono comportamenti censurabili del personale delle forze dell’ordine».
Le dichiarazione del ministro fanno venire i brividi: negano l’evidenza, ma di sicuro non giungono inaspettate. Al contrario, l’opinione di Giovanardi è in linea al modo in cui i giornali, nella grande maggioranza dei casi, si sforzano di far passare l’omicidio di Dax come diretta conseguenza di «una rissa tra punk»: una modo di negare la matrice politica del delitto che, tre anni dopo, darà il meglio di sé quando si tratterà di affrontare la morte di Renato Biagetti, un altro ragazzo dei centri sociali assassinato dai fascisti a coltellate.
Anche i responsabili della morte di Dax, probabilmente, ascoltano le parole di Carlo Giovanardi. Condotti in tribunale, i Morbi fanno proprie le posizioni del ministro e della stampa, prima cercando di utilizzare gli ininfluenti precedenti penali delle vittime (reati di resistenza a pubblico ufficiale commessi durante le occupazioni delle case o a fronte della propria militanza politica), poi appellandosi alla legittima difesa e attribuendo ai ragazzi dell’Orso il possesso di pericolosi tirapugni (fatto smentito in maniera categorica da numerosi testimoni: Dax e i suoi amici non avevano nessun tipo di oggetto atto a offendere), e alla fine tentando di far passare la loro aggressione per una rissa giustificata da un presunto alterco avuto con Dax una settimana prima (come se fosse normale o giusto far seguire a un’eventuale discussione, per quanto accesa, un attacco squadrista condotto a colpi di coltello).
Il risultato è una condanna a 16 anni e otto mesi di reclusione pronunciata contro Federico Morbi mentre suo padre e suo fratello Mattia, che in virtù della minore età se la cava con l’affidamento in prova ai servizi sociali, subiscono pene di gran lunga minori.
Si tratta di un provvedimento quantomeno discutibile visto che, come ha dichiarato Rosa Piro, la madre di Dax:
Io ho assistito a tutto il processo; innanzitutto non è vero che Mattia non è implicato; del resto non ha mai negato di esserlo. Tra l’altro i due fratelli sostengono ognuno che tutto è avvenuto per difendere l’altro; tanto è vero che il pm gli ha risposto che sembra si siano «difesi un po’ troppo», visto che loro due non sono stati neppure sfiorati da un colpo, mentre dall’altra parte c’è scappato un morto e un ragazzo s’è salvato per miracolo. […] Mattia non ha mostrato il minimo cenno di pentimento, come pure gli altri due Morbi. […] Ricordo che quando il giudice gli ha chiesto come mai avesse optato per l’affido ai servizi sociali, ha risposto solo che «è sempre meglio del carcere» (intervista di Francesco “Baro” Barilli, www.ecomancina.com/dax.htm).
Fuori dal Tribunale, in ogni caso, la musica cambia completamente. C’è una bambina in una casa lontana dai luoghi in cui si muovono gli assassini di Dax che non fa altro che scarabbocchiare ritratti del papà su fogli da appendere alle pareti. Si chiama Jessica e, tutte le volte che sente una canzone di quelle che amava Dax, alza gli occhi verso il cielo e strilla: «Papà, te la dedico!».
Ci sono proprio quelle canzoni, il 22 marzo del 2003, a Rozzano. Per un’importante coincidenza del destino i funerali di Dax si svolgono lo stesso giorno in cui, un quarto di secolo prima, il Casoretto aveva pianto Fausto e Iaio, anche loro assassinati ai fascisti, anche loro “colpevoli” di militare in un centro sociale.
Ad accompagnare il ragazzo dell’Orso al cimitero, insieme a quattromila compagni, un camion dotato di amplificazione su cui, al gran completo, suona il gruppo preferito di Davide: la Banda Bassotti; salita apposta da Roma per salutare in Dax uno di quei Figli della stessa rabbia di cui parla un loro pezzo famoso. Una canzone contro «chi cammina sopra ai corpi violenta le culture cancella i ricordi» come recitano le parole scritte da Angelo “Sigaro” Conti per attaccare la trasformazione del razzismo e dell’esclusione sociale in valori dominanti. Per questo, dopo il 16 marzo del 2003, lo slogan «Dax odia ancora» è diventato il motto di chi, in memoria del giovane operaio assassinato, ha deciso di dedicare agli occhi di Davide la volontà di impegnarsi per cambiare al più presto questo modo stupido e violento di vivere e di pensare.

mercoledì 15 marzo 2017

L'ALITALIA DEVE TORNARE PUBBLICA

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Una volta Alitalia era il vanto dell'aviazione mondiale,un'altra eccellenza del made in Italy che col passare degli anni,complici una cattiva gestione e il non saper essersi messi alla pari con nuovi piccoli e grandi colossi dell'aeronautica,continua la parabola discendente che potrebbe arrivare alla definitiva parola fine per come l'abbiamo conosciuta se non ci saranno misure all'altezza(vedi anche:madn in-difesa-dei-potenti ).
Che nel corso dell'ultimo decennio hanno portato a due fallimenti con un terzo in dirittura d'arrivo,cominciati dall'insana tendenza a privatizzare di Prodi nel 2006 e proseguita con Berlusconi dopo il primo fallimento del 2009 e continuata con i"capitani coraggiosi"e la non vendita ai francesi che hanno portato al collasso datato 2014.
Nel mezzo un declino cominciato a fine anni novanta quando la compagnia di bandiera nazionale è diventata il carrozzone di politici prestati alla dirigenza e di imprenditori che hanno fatto il viaggio contrario come descritto nell'intervista con un sindacalista Usb nonché lavoratore Alitalia e riportata da Contropiano(contropiano.org )dove si presume che il vero business sia proprio nell'arrivare all'ennesimo fallimento.
Con manager,politici ed imprenditori che cadranno sempre in piedi ed i lavoratori,dove il lavoro più che un diritto è diventato un favore e dopo che cominciata la privatizzazione gli esuberi hanno toccato quota diecimila,saranno ancora quelli a pagarla in prima persona.
E lo Stato pure se non rinazionalizzerà l'azienda visto che comunque,tra cassa integrazione,azioni di solidarietà e interventi sul salario,ha speso più soldi pubblici in Alitalia dal 2008 ad oggi che negli anni in cui era un bene pubblico.
Alitalia. Il business sta nel farla fallire?
Intervista realizzata all'interno della trasmissione "Anubi – Contro lo sciacallaggio mediatico" in diretta su Radio Città Aperta.
L’Alitalia è tornata ancora una volta nel cerchio di fuoco di una crisi paralizzante nonostante sia stata privatizzata da anni. Una condizione che smentisce clamorosamente quella vulgata per cui “i privati lo fanno meglio”… Ne parliamo con Antonello, che è un rappresentante sindacale Usb proprio in Alitaila, nonché uno che in Alitalia ci lavora…
Grazie della tua disponibilità. Ci devi aiutare – a noi e a chi ascolta – a capire due cose: la prima è entrare un po’ nel merito di questa ennesima crisi di Alitalia, come è nata e che prospettiva c’è di risolverla. Si parla sempre poi di ricadute occupazionali importanti, perché sappiamo che le crisi aziendali si risolvono sempre con i lavoratori che perdono il posto di lavoro. E poi anche fare una passeggiata, un excursus po’ storico in quanto questi anni è stata devastata questa compagnia aerea Alitalia che un tempo rappresentava… Noi non siamo per nulla nazionalisti, ma un fiore all’occhiello negli asset del nostro paese – messo in piedi con il contributo di tutta la popolazione – e adesso sembra essere ogni anno in condizioni peggiori. Immaginiamo che la responsabilità – anzi ne siamo certi – sia di chi la gestisce e chi l’ha gestita negli anni, non certo di chi ci lavora. Partiamo dalla crisi di adesso, che tra l’altro, è arrivata ad un punto interessante nel pomeriggio (di venerdì, ndr) o ancora non ci sono novità?
Vi avrei voluto dare qualche notizia in diretta, purtroppo non ce ne sono ancora. Le sigle sono tutte chiuse ancora al tavolo con l’azienda perché ci sono state delle novità negli ultimi due mesi, un’accelerata dell’azienda sul rinnovo contrattuale che è scaduto il 31 dicembre. Purtroppo non prevedeva l’ultrattività, per cui per i nuovi addetti al lavoro di fatto il contratto decadeva alla scadenza; o almeno una parte di esso. E l’azienda vuole imporre ai suoi lavoratori un regolamento aziendale, che non è il contratto nazionale firmato giustappunto 2 anni fa. Siamo ancora in una fase di stallo. Proprio ieri abbiamo finito 24 ore di sciopero, che sono andate bene nel limite del possibile, visto che l’azienda comunque ha cancellato tutti i voli non in fascia protetta… Gli scioperi si raccolgono nella manifestazione aeroportuale, perché di fatto il lavoratore non può esercitare il diritto di sciopero se il volo viene cancellato; sia l’operaio a terra che l’assistente o il pilota sta a casa, di fatto, il giorno di sciopero. Ormai l’Alitalia è diventata come i mondiali di calcio, ogni quattro anni c’è una crisi. Anzi, l’ultima volta addirittura due … La situazione è quella …
Tanto per non farsi mancare niente…
E certo, non ci facciamo mancare niente… Che dire? Ci vorrebbero tante ore per spiegare quello che è successo negli ultimi 15 anni nel mondo aeronautico, direi di iniziare proprio dalla storia, dal 2008…
Sì.
Da quello che è successo allora, dai 10 mila esuberi. Forse è stato quello un “cantiere sociale”, l’inizio di un declino del lavoratore a vantaggio del padrone con la difesa del governo; questo è quello che è successo ad Alitalia. Poi l’esempio è stato seguito da altre realtà, come la Fiat, e vedi anche tutto quello che succede nel mondo del lavoro oggi. Sono venuti, sotto la pena del “chiudiamo, perdete tutti il lavoro”; sono riusciti a licenziare, di fatto, 10 mila persone, ad abbassare il salario fino al 30% e ad andare avanti, perché bisognava privatizzare, perché la privatizzazione è bella, è buona, fa bene.
L’abbiamo visto…
Esatto. Tre fallimenti con la privatizzazione. E il governo ha continuato a mettere soldi, di fatto, nell’Alitalia; probabilmente molti di più di quelli che ha messo quando Alitalia era il fiore all’occhiello degli asset a partecipazione statale, ha continuato a mettere soldi e ha continuato a cambiare padrone, e di fatto ha continuato a fallire. Ma perché? In Italia volano compagnie di bandiera low cost – la deregulation ha voluto quello – ma di fatto, se noi andiamo a vedere, le compagnie low cost non volano con le regole di Alitalia, non volano con le regole delle compagnie italiane no? E nemmeno con quelle europee… Parlo di una compagnia specifica, dove i lavoratori non sono trattati esattamente come dovrebbero essere trattati i lavoratori italiani; e già questo farebbe capire perché bisogna farli volare in Italia. Però questo è, di fatto. La Ryanair in Italia è considerata una grande azienda, un’azienda da proteggere e da tutelare, e di fatto è la compagnia che porta più passeggeri italiani in Europa, il 70 per cento. Questo ha provocato un evitabile collasso di Alitalia, che all’inizio aveva puntato sul medio raggio. Scelta sconsiderata, perché non puoi combattere con le low cost. Gli investimenti erano da fare sul lungo raggio, ma gli aerei per il lungo raggio diventavano una spesa troppo onerosa e così ci ritroviamo a punto e da capo ad oggi.
Hai raccontato una serie di decisioni sbagliate e folli, perché hai parlato del primo tentativo di salvataggio tra virgolette che fu quello del 2008, cioè quello, per capirsi, è quello dei cosidetti capitani coraggiosi, si parlava di quello …
Esatto, esatto …
Di Berlusconi, per capirsi, no?
Esatto. Quello di Berlusconi che non ha voluto cederci ai francesi per regalarci alla “cordata italiana”…
E lì praticamente fu fatta la prima divisione tra bad company e good company …
Là ci fu un fallimento pilotato, di fatto, una italianizzazione della crisi, per come si risolvono le crisi in Italia. Un fallimento pilotato che non credo che esista in nessun libro di giurisprudenza o di economia… Hanno messo i lavoratori in eccesso nella bad company, una compagnia che non esisteva, e i lavoratori invece che dovevano essere reinseriti nel circolo produttivo nella new company, con un contratto totalmente nuovo, con perdite salariali e quello che ne consegue. E da lì diciamo è iniziata la discesa, perché comunque puntarono anche loro sui voli di medio raggio, dove la concorrenza delle low cost è stata feroce, e di fatto si è arrivati al 2014. Gli arabi avevano promesso investimenti… Nel 2014 la situazione diventa un po’ più complessa. Oltre all’avvento degli arabi, è stato firmato allora il contratto nazionale oggi vigente, che dovrebbe essere rispettato da tutte le realtà aeronautiche in Italia. Di fatto, però, il contratto nazionale viene applicato solo da Alitalia. Da nessun altra compagnia operante in Italia. Per cui qualsiasi compagnia viene in Italia, fa le regole sue, nessuno gli dice nulla, solo Alitalia deve rispettare quelle contrattuali. Questo di fatto che cosa crea? Una sorta di dumping, perché il padrone viene da noi e ci dice: “e no, voi guadagnate troppo rispetto a quelli”. Ho capito, ma se loro non pagano le tasse, dovreste rivolgervi a chi non gliele fa pagare, non certo a noi. Là la responsabilità cade inevitabilmente sul governo. Mentre i governi di tutta Europa hanno tutelato le proprie compagnie dall’avvento delle low cost – in Francia, mi viene l’esempio, e in Germania – in Italia tutto ciò non né accaduto, anzi. Hanno favorito la low cost piuttosto che la compagnia cosiddetta di bandiera, che infatti non c’è più.
Tutto questo è chiaro… Ti faccio però una domanda anche sul ruolo e, tra virgolette, le colpe che hanno avuto i sindacati all’interno della gestione Alitalia…
Qui sarebbe da aprire un discorso molto largo. Siamo in Italia … è in Italia che andrebbe analizzato, non solo in Alitalia… Io faccio sempre un esempio. A me pare che il sindacato in Italia, parlo della parte confederale perché sono loro che siedono ai tavoli, fondamentalmente la triste verità è quella .. Se non c’è la firma di Usb, del sindacato di base, si preoccupano fino ad un certo punto. Se manca la firma della grande Cgil, anche se non rappresenta nessuno, è la grande Cgil. Ormai somigliano più che altro ai sindacati americani. Loro pensano all’occupabilità, non più all’occupazione. Troppe volte, dai rappresentanti o delegati dei confederali, ci sentiamo fare discorsi sul lavoro non è più centrale… In Italia sta passando un’idea strana, che il lavoro non é più un diritto, è un favore. Cioè noi dovremmo ringraziare non so quale ente divino se abbiamo un posto di lavoro e dovremmo ringraziare loro, i sindacati complici, perché riescono per fortuna a farcelo tenere. E questa non è una mentalità propriamente da sindacato. Il sindacato deve tutelare i lavoratori, tutti… non tuteli solo dove hai iscritti o, peggio ancora, dove pensi di fare iscritti. Il discorso è ampio. Parlo per esempio dei lavoratori di terra, in Alitalia. Hanno riempito a tappo di lavoratori precari, lasciando a casa i cassaintegrati; e questo cosa ha creato? Sacche di lavoratori che hanno il limite dei 44 mesi, ma li hanno superati – sono a 60 mesi – che però non vengono richiamati. Stanno a casa, perché stavano per superare i 60 mesi e dovevano, per la legge, essere assunti e passare a tempo indeterminato. Questi lavoratori che cosa formano? Degli eserciti di riserva, di fatto; dei ragazzi che sarebbero disposti anche a lavorare di meno piuttosto che perdere il posto di lavoro. 60 mesi sono tanti. E sarebbero anche disposti a dimezzare lo stipendio, ma non basta, perché tanto ci sono altri ragazzi che a loro volta dimezzeranno lo stipendio. Ma questi sono accordi che non vengono presi dal sindacato di base, per esempio. Questi sono accordi che prende il sindacato nazionale complice. Che non favorisce l’occupazione, ma fa sì che il lavoratore sia schiavo del lavoro.
Ok, Antonello, perfetto. Infatti era giusta una precisazione…
Ed è vero quello che avete detto voi. Ma anni e anni hanno portato proprio a questo, al disfacimento delle grandi aziende, di fatto.
Io vedo che i tutti i settori, noi – parlo della fascia di età che va dai 30 ai 40-45 anni – ci troviamo sempre a pagare per i nodi che vengono al pettine. Questo in Alitalia l’ho trovato molto, documentandomi per la puntata di oggi… Per favorire alcuni, penso che siano creati dei macro problemi anche di tipo economico, che poi immagino che tu e i tuoi colleghi immagino vi trovate a dover dirimere però…
Negli anni ’80-’90 probabilmente l’azienda è stata diretta come un carrozzone. C’erano ancora delle sacche di privilegi. che ormai però non ci sono più in realtà da 20 anni. Il lavoro – faccio il caso dell’assistente di volo o del pilota – non è più quello degli anni ’80 e ’90. Non è più quello fatato degli alberghi di lusso e dell’essere abbronzati o alla moda … Ormai è diventato un lavoro un po’ più retribuito, con un po’ più di salario della media, sicuramente; ma un lavoro, un lavoro come altri. Sicuramente una certa, diciamo così, “morbidità” c’è stata nella gestione degli anni ’80 e ’90, come in tante altre realtà. Ma quello che ci troviamo adesso davanti è, probabilmente, l’ennesimo licenziamento di lavoratori a tempo determinato, l’ennesima riduzione salariale che porta, di fatto, a lavorare sotto il salario minimo europeo. Perché poi bisogna vedere con quali realtà uno si rapporta, perché se uno si raffronta con la realtà Ryanair – Ryanair è l’unica realtà, insieme a Walmart, dove il sindacato non può essere presente per contratto – se guardiamo Lufhtansa o Air France, che sono i punti di riferimento … E’ vero, noi abbiamo smesso di crescere dal momento che Air France e Lufthansa hanno cominciato a crescere. Noi non siamo più l’Alitalia dagli anni ’90. Però non credo che alla fine il conto lo debba pagare il lavoratore. Ecco, questo no.
Antonello, tornando all’attuale, la questione è questa: dopo il fallimento dell’esperimento berlusconiano, si può dire a chiare lettere, fallimento nel senso più letterale del termine …
E sì, siamo falliti di fatto…
Questa alleanza con Etihad, che sulla carta avrebbe dovuto portare… Ma questi management, queste persone che decidono – voi lavoratori avete assistito a dei cambi di management – ma possibile che siano totalmente incapaci di prendere decisioni? Una piccola riflessione in conclusione su questa classe imprenditoriale e manageriale che abbiamo in Italia che riceve sempre più favori dal punto di vista delle privatizzazioni e liberalizzazioni, ma non è nemmeno capace di mettere a profitto questi favori che gli vengono fatti dai vari governi… o è un business quello di far fallire Alitalia e i grandi asset, secondo te?
Guarda, non l’ho capito, giuro. Perché io non riesco a capire se sia un problema soltanto di investimenti, perché ovviamente per puntare su una politica industriale diversa – il lungo raggio, per intenderci, voli lunghi, quelli redditizi – ci vogliono i soldi per comprare gli aerei. Non so se è proprio un fatto che uno non può investire, per cui questi cercano di arrabattarsi e mettere pezze dove possono, e quando le pezze non ci sono più vanno a piangere al governo per ottenere tagli, sconti, fino alla chiusura. Perché così si chiude. Così, se la situazione rimane questa, puoi durare altri due, tre anni… Un altro sconticino? Ma questo è. O si investe seriamente su Aliltalia e si investe seriamente sulla politica del lavoro in Italia, o se no tra altri due anni… Ci diamo l’appuntamento già oggi . Tra due anni a quest’ora mi richiamate? Va bene?
Sì. E non c’è più Alitalia…
Probabilmente…
Scondo te come lavoratore, e secondo il sindacato di cui sei un delegato, quale è la soluzione immediata da mettere in campo subito?
E’ una soluzione che, se solo la dico, svengono cinque persone. Si chiama nazionalizzazione. Lo stato italiano negli ultimi otto anni ha messo, in Alitalia, più soldi di quanto ne ha messi, andando a ritroso, dal 2008 al 1970. E’ un dato di fatto questo: tra casse integrazioni, solidarietà, immediati interventi sul salario, lo stato italiano ha messo molti più soldi nel periodo in cui è stata privata che quando era pubblica. Rinazionalizziamo l'azienda, non c’è altra via.
Grazie Antonello, buon lavoro. 

IL PESO DELLE PAROLE E LE LORO CONSEGUENZE


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Qualche tempo fa giravano sui social video inerenti le dichiarazioni ignoranti di un giornalista eurodeputato per la Polonia,eletto nel partito Korwin che porta il suo stesso nome,e di come offendevano tutte le donne dando loro appellativi sgraditi e soprattutto irreali.
Secondo Janusz Korwin-Mikke le donne guadagnano meno perché più deboli,meno intelligenti e più piccole ed è giusto che sia così:in Italia si sarebbe gridato allo scandalo per una mezza giornata,altri avrebbero riso e altri ancora sarebbero stati dalla parte del sessista polacco con una buona parte dei politici che potevano affermare che aveva avuto il diritto di dire la sua.
E naturalmente con una censura da parte di qualche alta carica dello Stato e nulla più,mentre in Europa gli si è dato il massimo della punizione(30 giorni senza diaria),con dieci giorni senza poter partecipare ai lavori europarlamentari e un anno senza poterlo rappresentare al di fuori di Strasburgo.
Giusto per sottolineare la differenza del peso delle parole che si ha in Italia e all'estero,e delle conseguenze che possono portare:se i politici razzisti,sessisti e xenofobi potesse parlare al Parlamento Europeo(c'è chi come Salvini che potrebbe farlo ma da bravo assenteista lo fa solo da noi)durerebbero ben poco;articolo preso da Left(dare-peso-alle-parole ).

Dare peso alle parole (e pagarle care): l’esempio dell’eurodeputato polacco sessista.

Giulio Cavalli 15 marzo 2017
Sì lo so, che mettere in un titolo “l’esempio dell’Europa” di questi tempi provoca gastriti e rischi di sincopi sgomente ma la sanzione comminata ieri a Janusz Korwin-Mikke (eurodeputato, ahinoi, famoso per le provocazioni razziste che l’hanno reso “macchietta” buona per il percolato degli intolleranti) da parte del Parlamento Europeo ci riporta a un senso della misura (e delle regole, anche verbali) che da noi appare ancora piuttosto lontano.
Nel corso di un dibattito sulla disuguaglianza salariale qualche settimana fa Korwin-Mikke aveva dichiarato testualmente: «Giusto che le donne guadagnino meno, perché sono più deboli, più piccole e meno intelligenti» citando come esempio probante della sua squinternata tesi il fatto che «tra i primi cento giocatori di scacchi non c’è nemmeno una donna.»
Provate a immaginare la scena qui: da una parte ci sarebbe stato il darsi di gomito divertito sottovoce di qualcuno che avrebbe sminuito il tutto parlando di una provocazione, dall’altra ci sarebbe stato il coro d’indignazione e nel mezzo quelli del “diritto di opinione”. Un gran chiasso in televisione, pance solleticate e qualche nota di censura.
Lì invece hanno deciso che le parole di Korwin-Mikke meritano una punizione esemplare: trenta giorni senza diaria (solo perché è il massimo previsto dal regolamento), dieci giorni di sospensione dai lavori parlamentari, e un anno senza poter rappresentare il Parlamento europeo in qualsiasi delegazione, conferenza o foro interistituzionale. Perché le parole pesano, costano e sono (soprattutto in politica) uno strumento di lavoro di cui avere cura.
E “la libertà di espressione”? Ha risposto il Presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani: «il comportamento dei deputati è improntato al rispetto reciproco, poggia sui valori e i principi definiti nei trattati, e in particolare nella Carta dei diritti fondamentali, e salvaguarda la dignità del Parlamento (….) i deputati si astengono dall’utilizzare o dal tenere un comportamento diffamatorio, razzista o xenofobo durante le discussioni parlamentari e dall’esporre striscioni.»
Le regole. Chiare. Precise. Non interpretabili. Appunto.
Buon mercoledì.